39 Angeli all'Heysel      Calci nel Cuore     Pagine in memoria

30 maggio 1994
A
gostino Di Bartolomei

La morte di un campione. il condottiero che portò la Roma allo scudetto si e' sparato a 39 anni

Di Bartolomei, un colpo al cuore

di Enzo D' Errico

Delusioni, debiti e ruggine in famiglia hanno travolto il calciatore

"Sono in un tunnel senza fine non vogliono farmi rientrare nel mondo del calcio" Dopo le glorie negli stadi si era ritirato in un paese del Cilento. Fallita anche la politica era piombato in una crisi depressiva. La moglie e un figlio dormivano ancora, ha preso la calibro 38 è andato in veranda, si è seduto a un tavolino e ha fatto fuoco. Delusioni, debiti e ruggine in famiglia hanno travolto il calciatore.

DAL NOSTRO INVIATO SAN MARCO DI CASTELLABATE (Salerno). Passi la vita prendendo a calci un pallone, con la gente sugli spalti che invoca il tuo nome, le luci dei riflettori puntate sempre sul viso e la gloria, le amarezze, i successi e le sconfitte... Poi una mattina, una mattina qualunque di fine primavera, ti svegli e t' accorgi che adesso la vita sta prendendo a calci te. E allora spegni tutto. Riflettori, ricordi e delusioni, piantandoti un colpo di pistola dritto nel cuore. Senza dir nulla, lasciando uno scarno messaggio: "Sono in un tunnel senza fine, non vogliono farmi rintrare nel mondo del calcio". Ma non è questo che oggi sorprende chi conosceva Agostino Di Bartolomei. Quel breve cenno d' addio non è che una conferma: le parole gli rotolavano a fatica tra i denti. Preferiva nasconderle dietro una cortina di silenzi, dietro quel broncio che gli segnava il volto anche nei momenti più felici. Così  l' ex capitano della Roma, il campione dal tiro micidiale, ha girato le spalle ai suoi 39 anni premendo il grilletto di una Smith e Wesson a tamburo, una delle due calibro 38 che custodiva regolarmente in casa insieme ad un fucile automatico da caccia. Il girotondo delle chiacchiere, dei pettegolezzi sussurrati nelle stradine di questo borgo marinaro del Cilento, da il capogiro: investimenti sbagliati, nostalgia per i bei tempi andati e rabbia, rabbia, tanta rabbia verso un mondo che gli aveva chiuso le porte in faccia, lasciandolo macerare nell' aceto dei rimpianti. Eppure proprio qui, a San Marco di Castellabate, un grumo di casette assiepate di fronte all' azzurro cupo del mare, "Ago" Di Bartolomei aveva deciso di piantare le tende sei anni fa dopo aver girato l' Italia: Roma, Vicenza, Milano con la casacca rossonera, Cesena e, infine, Salerno. In questo paesino, che tra poche settimane sarà invaso dai villeggianti, è nata sua moglie, Marisa De Santis, un' affascinante signora bionda di 46 anni con un passato da hostess e fotomodella. Era stata lei a suggerire l'idea: "Trasferiamoci a San Marco. Lì c'è la villa dei miei genitori, staremo tranquilli". Ma è proprio in una verandina affacciata sul giardino di "Villa Egnatia", fra le palme e le bouganville arrampicate sui muri di questa costruzione a due passi dalla spiaggia, che Di Bartolomei si e' ucciso ieri mattina. Gia' , s'e' ucciso... Oddio, e' pur vero che nessuno ha scritto ancora la parola fine in calce a questa brutta storia: ne' i carabinieri della compagnia di Agropoli, ne' il magistrato Renato Martuscelli della Procura di Vallo della Lucania. Tocchera' ai periti, infatti, stabilire se l'ex centrocampista giallorosso e' rimasto vittima di un incidente mentre puliva l' arma oppure se ha rivolto la pistola contro il petto per farla finita. Ma e' un'ombra, soltanto un'ombra di dubbio, che balena quasi per necessita' burocratica. Le voci e il messaggio indirizzano altrove. E parlano di un uomo piombato ormai da tempo in una crisi depressiva mascherata appena dall' immutabile riserbo; di affari andati male, con la chiusura a Salerno di un' agenzia assicurativa afflitta da 250 milioni di debiti; di rapporti familiari un po' incrinati dalla ruggine del malumore; ma, soprattutto, di delusioni che "Ago" non riusciva a mandar giu' . Voleva rientrare nel grande giro, il campione, dopo aver coltivato il sogno di far sbocciare qualche talento sul campetto polveroso di questo sperduto villaggio di provincia. "A me piacerebbe che i ragazzini imparassero da piccoli ad amare il calcio" aveva detto dopo l' uscita di scena, ma non prendendo a modello alcuni dei miei capricciosi colleghi". Voleva tenerla in vita ad ogni costo, la sua grande illusione: aveva aperto una scuola a San Marco e progettava addirittura un "college" per giocatori in erba. Ma si sa, le banche non finanziano speranze e i soldi accumulati in tanti anni di carriera non bastavano a realizzare quell' impresa. Così, giorno dopo giorno, il sogno s'era sgretolato e la melanconia aveva rapito i pensieri dell' ex capitano. Per tenerla a bada, s' era gettato a capofitto nella politica: pareva che dovesse candidarsi alle elezioni con Berlusconi, ma poi l' ipotesi era sfumata. Gettare la spugna ? Macche' : un mese fa aveva aperto un circolo di Forza Italia ad Agropoli e due domeniche fa aveva partecipato ad un convegno del Ccd, tenutosi a Paestum, con Casini e Mastella. Chissà, forse pensava che potesse essere questa la strada per rientrare nel mondo del grande calcio. Ad esempio, con un incarico da general manager in una squadra blasonata. Che so, la Roma... "Aveva allacciato dei contatti" mormora un amico confuso tra la folla radunata davanti a Villa Egnatia .. Anzi, a dire il vero, aveva gettato qualche esca. Non so con chi... Certo, la notizia che i giallorossi avevano assunto Agnolin come direttore generale gli aveva messo addosso un po' di tristezza. Forse sperava che chiamassero lui... Ma sono sensazioni. Sa, Agostino parlava poco...". Anche ieri mattina se n'e' andato via senza far chiasso. Soltanto il rumore secco d'uno sparo, piombato nel silenzio della villa alle 8.45. Il campione s'e' svegliato, ha raccattato la pistola da un cassetto e, ancora in pigiama, si e' seduto davanti al tavolino messo in veranda. Nell' appartamento, la moglie e il figlio ventenne Giammarco (avuto dalla donna durante il primo matrimonio) dormivano. L' altro figlio, Luca di 11 anni, invece era appena uscito per andare a scuola. "Ago" ha gettato sul pavimento i due stracci che avvolgevano il revolver, ha fatto scorrere il tamburo con i sei proiettili gia' inseriti e poi... Poi, in un istante, la vita e' rotolata via. Come uno di quei maledetti palloni che ti scorrono veloci sotto gli occhi e si perdono lontano, oltre la linea di fondo.

Agostino Di Bartolomei aveva 39 anni. Nato a Roma l' 8 aprile 1955, aveva disputato undici stagioni nella Roma (237 partite e 54 gol), una nel Vicenza in serie B (33 partite e 4 gol), tre nel Milan (85 partite e 12 gol) e due nella Salernitana in serie C (40 partite e 10 gol). Con la maglia giallorossa aveva conquistato lo scudetto nel 1983 e per tre volte la Coppa Italia (nel 1980, 1981 e 1984). Di Bartolomei aveva pure giocato cinque partite nella nazionale B e undici nella nazionale Under 23.

 Dal Corriere della Sera del 31 maggio 1994

 

In spalla alla grande Roma

Di Francesco Rasulo

SAN MARCO DI CASTELLABATE - "E' giusto versare lacrime, oggi, per Agostino. Il suo posto è insostituibile nei nostri cuori. E continuando a pensare al suo sorriso buono, avremo la certezza che lui è ancora vivo". Bruno Conti ha resistito sino alle ultime parole dell' omelia, poi è scoppiato in un pianto dirotto, liberatorio. Nella chiesetta di San Marco Evangelista, troppo piccola per il grande dolore di questo paese, duecento persone, forse trecento. Fuori, erano in cinquemila, sotto un sole cocente: tutto il paese dal quale Di Bartolomei voleva fuggire ha dato l' ultimo saluto all' ex campione giallorosso. "Chi avrebbe detto che saremmo venuti a salutarlo così...". La Roma dello scudetto era quasi tutta lì, a sostenere l' ultimo viaggio del vecchio compagno: Conti, disperato, che non voleva staccarsi dalla bara, e poi Maldera, Tancredi, Pruzzo, Chierico: C' era uno spicchio del passato e c' erano i simboli del presente, Giannini, con Superchi, il direttore generale Agnolin, il dirigente Pasquali, che hanno portato un gonfalone della società e una corona di gigli rossi e gialli. In dieci minuti di cammino, nel breve viaggio in cui i compagni di squadra e gli amici di sempre hanno accompagnato la bara di noce chiara sino al piccolo cimitero di Castellabate, dove la famiglia ha voluto che il corpo dell' ex giocatore fosse sepolto, è riapparso d' incanto tutto il mondo di Di Bartolomei. Ex compagni e gente di sport, qualcuno è arrivato a sorpresa, altri, attesi, non si sono visti. Mancava Ancelotti, chiedevano di Liedholm, il maestro. Erano lontani, chissà dove. Accanto a Di Bartolomei, le lacrime di Buriani, ex compagno dei tempi del Cesena, di Della Pietra, che aveva giocato con lui nella Salernitana, di Pasquale Casale, ex giocatore del Napoli che con "Diba" non ha mai diviso lo spogliatoio, ma si è fatto un dovere di venire a portare qui la sua solidarietà. E poi Nela, con la moglie, e altri personaggi del mondo dello sport, procuratori e dirigenti, il segretario del Napoli Iodice, i rappresentanti del Milan Montanari e Di Puccio, la gente comune, i tifosi della Salernitana presente anche con lo stendardo della società e il presidente che portò in Campania Di Bartolomei, Soglia, strappandolo al grande calcio. Un fascio di fiori rossi, al centro della piazza, recava la firma di un giocatore che ha conosciuto Di Bartolomei per tre anni soltanto, quanto bastava per apprezzarlo: ad Agostino, Franco Baresi. E la famiglia, straziata al centro di quella chiesetta, ad ascoltare rassegnata le parole di don Bruno, il parroco, prima dolci, poi dure: "Cristo ha gridato dalla croce: Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ma era solo fuggito da un mondo di sofferenze...". Nessuno più, adesso, mette in dubbio le volontà di Di Bartolomei, in quel terribile mattino di lunedì in cui si è sparato un colpo al cuore. Nemmeno la famiglia che aveva rifiutato ostinatamente l' idea del suicidio. C' è la sorella di Agostino, che non smette di piangere. E' rimasta sola a chiedere ancora perché: "Dovete indagare, dovete indagare, io non ci credo che si sia ucciso", dice rivolta ai carabinieri, che silenziosi assistono a quel dolore. La compagna di Di Bartolomei, Marisa, avvolta in un vestito nero, stringe forte al petto il piccolo Luca, attorniato dai ragazzi della scuola di Poggiomarino, tutti suoi coetanei, che sono arrivati lì a portare una corona di fiori. E' rimasta chiusa in casa fino alle cinque, la compagna di Di Bartolomei. Ieri mattina, al momento dell' autopsia che ha cancellato ogni dubbio sul suicidio dell' ex campione, non aveva avuto il coraggio di guardare quel corpo coperto da un velo bianco, nella sala mortuaria dell' ospedale di Vallo della Lucania. Ma è stata l' ultima a lasciare il piccolo cimitero nel quale Agostino ha trovato riposo.  

Da Repubblica del 1 giugno 1994

 

« Ricordati di me mio capitano, cancella la pistola dalla mano...
 se ci fosse più amore per il campione oggi saresti qui
»

Antonello Venditti


"Non sono riuscito a salvarlo"

Di Ottavio Ragone  

SAN MARCO DI CASTELLABATE - Due foglietti azzurri strappati e rimessi insieme a fatica dai carabinieri: di Agostino Di Bartolomei resta solo la lettera nascosta nella sua giacca blu, quella indossata qualche giorno prima del suicidio. Voleva costruire una cittadella dello sport aperta ai ragazzi, l' ex capitano della Roma. Era già tutto pronto a San Marco di Castellabate, i campetti con il prato, le squadre giovanili. Ma Di Bartolomei non aveva soldi a sufficienza, le amministrazioni locali lo intrappolavano nella burocrazia e chiudevano la borsa, perfino le banche gli avevano negato il prestito. E lui, disperato, vedeva sfumare l' ultima speranza, quella scuola-albergo del calcio che lo avrebbe introdotto di nuovo nel grande giro, a Roma. E' lì, nella capitale dei suoi successi, che Di Bartolomei avrebbe voluto vivere se l' amore per la sua compagna Marisa De Sanctis non l' avesse radicato a San Marco, il paesino di lei vicino a Salerno, dove ieri è stato proclamato il lutto cittadino. Dicono pure che il giocatore abbia accusato il colpo quando, appena una settimana fa, Agnolin è diventato il direttore generale della Roma. Perché un ex arbitro e non lui, il "Diba" venerato dai tifosi romanisti? Ma sono voci, sussurri. Ora restano solo quei fogli lacerati in trentadue, piccoli pezzi, senza saluti né firma, in cui il chiuso, testardo, orgoglioso Di Bartolomei si rivolge con parole toccanti ai figli Luca e Gianmarco, alla "adorata Marisa" per spiegare il diniego delle banche: "Mi hanno rifiutato il mutuo perché non mi hanno rilasciato il benestare". Nomina i suoi amici migliori, il fuoriclasse che si è ucciso con un colpo di pistola al petto. Parla di un calciatore che gli è stato vicino con grande premura e ha pure investito denaro per sostenere i suoi progetti, forse Bruno Conti al quale Di Bartolomei era legato da fraterno affetto. Ieri, durante i funerali, Conti si è lasciato scappare una frase significativa: "Ho fatto il possibile per aiutare Agostino, purtroppo non è bastato". Questo scrive il centrocampista della "magica" Roma degli anni ' 80 nella sua ultima lettera. E ricorda di aver investito tutti gli averi a Castellabate senza troppa convinzione, per onorare le promesse d' amore ed essere sempre vicino alla sua Marisa, cui è sempre stato fedele. Ma il cuore di Di Bartolomei batteva a Roma, quel paesino arroccato sulla costa del Cilento negli ultimi tempi gli dava angoscia. Troppo stretto per i suoi sogni, troppo provinciale per le sue ambizioni. Eppure il calciatore aveva scelto di rimanere: "Vi abbraccio, vi chiedo scusa, ogni lira passata per le mie mani l' ho spesa per voi", scrive Di Bartolomei alla compagna ed ai figli. E dalle silenziose villette di San Marco aveva tentato l' impossibile rientro in scena. Gli affari delle sue compagnie di assicurazione, è vero, non andavano molto bene, si vocifera pure di una perdita di 250 milioni. Ma non era questo il cruccio di Agostino, la sua famiglia possedeva case e terreni per sanare deficit ben più consistenti. Lui pensava al calcio, era diviso tra l' amore per i familiari e la nostalgia del suo vecchio ambiente che pure gli aveva voltato le spalle. "Il suo gesto", mormora Marisa De Sanctis, "è la conseguenza del cinismo che impera nel calcio". Forse Di Bartolomei ha tentato di conciliare due mondi diversi, non c' è riuscito. L' indagine del magistrato Renato Martuscelli continua, il capitano dei carabinieri Fernando Sicuro ascolterà come testimoni il direttore della banca che ha rifiutato il mutuo e il calciatore citato nella missiva. Ma sono dettagli perché il suicidio trova conferma nell' autopsia e nella lettera, su cui sarà comunque eseguita una perizia. "Non vedo l' uscita dal tunnel, ma voglio bene a te, Marisa, e ai ragazzi", scrive Di Bartolomei. Qualche affare sballato, l' impossibilità di raccogliere tutti i soldi necessari per la sua scuola calcio. I ricordi di Roma e le aspirazioni inappagate per il futuro. L' amarezza, i legami con San Marco di Castellabate. E alla fine, un colpo di pistola diritto al cuore. 

Da Repubblica  del 1 giugno 1994  


Bravo e silenzioso, il Garrone di Roma

di Gianni Mura

ADDIO, capitano. Arriva la notizia e si cerca di capire ed è stupido ma inevitabile avere questa reazione. Forse non c' è niente da capire, come in quella canzone che ti piaceva tanto, a te che non hai mai avuto paura di tirare un calcio di rigore, neanche quella sera col Liverpool. Ti ripenso a fronte bassa e ti chiedo scusa se il mio mestiere è parlare. Meriteresti, capitano, il silenzio che si riserva a chi ha deciso di aprire, da solo, l' ultima porta. E quando ha deciso la spalanca e va di là. Quasi tutti si sparano alla testa, non al cuore, e mi sto chiedendo se non fosse questo il tuo messaggio. Perché è difficile capire, immaginarti sul terrazzo fiorito, il bel paesaggio intorno, con una pistola in mano. Perché doveva essere immensa la voglia di aprire la porta, e meditata a lungo (sei sempre stato un tipo riflessivo e lontanissimo dai cosiddetti gesti inconsulti) e preferirei non saperne l' origine, per rispetto alla tua storia, alla tua vita, al tuo cuore. I ricordi dei compagni ti disegnano bene. Bruno Conti, uno dei più vicini a te, pur così diverso, ha detto che eri bravissimo a prenderti in spalla i problemi dello spogliatoio e a difenderli davanti al presidente. In effetti, questa era l' immagine tua: bravo ma lento in campo, una specie di capoclasse fuori. Garrone. Mi veniva spontaneo il confronto, anche perché parlavi volentieri dei problemi dei ragazzini, della scuola, della violenza. Facevi proposte, anche: sette-otto anni fa, quella di rendere obbligatorio dalle elementari l' insegnamento della storia dello sport. Dello sport, non solo del calcio, perché capissero qualche valore in più, perché avessero la mentalità giusta. A te le sceneggiate non erano mai piaciute nemmeno in campo. Coltivavi la serietà con attenzione, non diventasse musoneria. Ma niente caciare, niente pacche sulle spalle. E adesso, a pensarci, credo non ti piacesse nemmeno essere chiamato Ago oppure Diba (Di Bartolomei troppo lungo per i titoli, Agostino fuori moda in un calcio di Christian e Gianluca). Agostino Di Bartolomei lo scrivo adesso per esteso e c' è quasi il profumo del pane d' una volta. Agostino cresciuto sui campetti di Tor Marancia e capitano della Roma scudetto, Agostino che leggeva, cercava sempre di migliorarsi, andava a teatro, e lamentava, lui bravo ma lento, la velocità dei giudizi, la frenesia, la videodipendenza, e rivendicava il diritto alla ponderatezza, alla calma non fredda ma civile, lui adesso s' è sparato al cuore e l' ha ritrovato sul terrazzo il figlio che tornava da scuola, lui aveva già deciso di tirarsi fuori dal mondo, a nemmeno quarant' anni. E' tutto vero e amaro, non è un brutto scherzo, capitano. E quando mai ne hai fatti di scherzi? Impossibile solo immaginarti partecipare a un gavettone, e anche da giovane avevi l' aria da anziano, con una faccia sempre identica, mai modificata con baffi o basette, i capelli neri brillanti con riga sulla sinistra e un colorito scuro, quasi mediorientale. Solo tu, negli anni del grande odio, potevi permetterti di dire di aver sempre ammirato lo stile-Juve. Che poi per te era soprattutto continuità di gestione, la stessa di Inter e Milan con Moratti e Rizzoli (quando parlavamo di queste cose, Berlusconi non era ancora entrato nel calcio). Il ciclo della Roma dipendeva da Viola, dicevi, e aggiungevi che per tutto il sud, da Napoli a Bari a Palermo, l' efficienza delle squadre del nord non doveva essere un bersaglio di sfottò ma un obiettivo. Si parlava a casa tua, oltre la Laurentina, che (me l' aspettavo) non sembrava la casa di un calciatore. Molti libri, molti dischi, molti quadri, ricordo quelli dei due figli, firmati da Guttuso. Nemmeno una maglia, una coppa, una fotografia in divisa da calciatore. Dicevi, già allora, che la velocità del gioco era un mito imperfetto, e bisognava tornare a insegnare la tecnica. Avevi seguito Liedholm al Milan, ci eravamo visti qualche volta in ristoranti del Varesotto, si sceglieva una volta per uno e devo dire che ne capivi (me l' aspettavo, tornava nel quadro). E poi avevi aperto una scuola di calcio e ultimamente avevi voglia di rientrare (cosa più difficile, per chi è serio) e probabilmente sotto questo profilo non ti ha giovato l' isolamento a San Marco di Castellabate (un nome più lungo del tuo). Ma lì stava la tua famiglia e lì stavi tu. Da uomo, da marito, da padre responsabile, con un innato senso del dovere, della dignità, della lealtà. Così ti vedevo e continuerò a vederti, Agostino Di Bartolomei, oltre il buio che hai scelto. Capitani non si nasce. Si diventa e si muore. E adesso silenzio, davvero.

Da Repubblica del 31 maggio 1994

 

"Gli chiusero le porte a Coverciano"

SAN MARCO DI CASTELLABATE - "Il mio Agostino è diventato come Scirea, ora che è morto tutti lo piangono. Ma quando lui voleva andare a Coverciano per fare l' allenatore di prima categoria, le porte si sono chiuse...". Franco Di Bartolomei, il padre del calciatore morto suicida, mostra più dei suoi 71 anni. E' invecchiato di colpo, schiacciato dal dolore. Racconta: "Mio figlio mi aveva chiamato domenica sera per farmi gli auguri, era il mio compleanno. Chi poteva immaginare...". Quando le ha parlato di Coverciano? "Spesso, era il suo chiodo fisso. Voleva rientrare nel calcio come allenatore o dirigente, aveva tutti i requisiti. Lo diceva poco in giro perché era introverso e serio. Una persona di qualità, non un ruffiano". Qualcuno lo aveva contattato? "Di recente non so. In passato mi sembra che Casillo gli disse: ' Se comprerò la Roma, ti terrò presente' ". Lo aveva visto depresso negli ultimi tempi? "No, lui era molto chiuso, introverso, proprio come Scirea. Se si fosse sfogato sarebbe stato meglio. Dieci giorni fa mi sono operato e lui è venuto a Roma per assistermi". Come lo ricorderà? "Mi rimarrà sempre impressa la sua infanzia, gli insegnai a giocare a calcio sulla sabbia di una spiaggia. Ora c' è mio nipote di dieci anni, Luca. Giocherò anche con lui, gli starò sempre vicino".  O.R.

Da Repubblica del 1 giugno 1994  

  Video ritratto di Agostino Di Bartolomei

  Ago visto da Francesco De Gregori

    Agostino Di Bartolomei  videoclip di un tifoso

   Slideshow di Ago

 

Roma, Luca di Bartolomei ricorda papà "Ago"

Oggi, 30 maggio 2009, ricorre il 15° anniversario della morte di Agostino Di Bartolomei, storico giocatore e capitano della Roma degli anni '80, vincitrice dello scudetto nel 1983. Abbiamo chiesto a Luca Di Bartolomei, figlio dell’indimenticabile Agostino, in esclusiva per il sussidiario.net, un ricordo di suo padre, uomo correttissimo, dentro e fuori dal campo, una figura di cui si sente la mancanza nel calcio di oggi.

Luca, oggi si celebra il 15° anniversario della scomparsa di tuo padre, l'indimenticato Agostino Di Bartolomei, grande capitano della Roma scudettata del 1983. Cosa ti manca di più di lui, e quali insegnamenti ti ha dato ?

Ho perso mio padre a dieci anni, e di lui mi manca tantissimo la sua tenerezza, il suo affetto. Mi accompagnava a scuola sei giorni su sette, perché ci teneva tantissimo alla famiglia. Mi ha insegnato che nella vita, qualsiasi lavoro uno svolge, deve farlo sempre con dignità ed umiltà.

Nella sua carriera da giocatore ha subito una sola espulsione. Rispettava gli avversari e aveva un buon rapporto con gli arbitri. Quanto manca uno come lui al calcio italiano di oggi ?

Penso che un po’ manchi al calcio italiano. Lui sapeva che con il suo lavoro molta gente, molti ragazzi, lo guardavano come esempio, per questo ha sempre ripettato tutti. Ma sono convinto che in Italia il calcio possa ancora migliorare. Pensiamo a mercoledì sera, la finale di Champions League a Roma, una partita bellissima, correttissima, con un grande signore (Guardiola), che a fine partita ha dedicato questa vittoria al calcio italiano, alla città di Roma, che ha accolto in maniera stupenda questo evento, e a Paolo Maldini, altro grande giocatore.

Da questo punto di vista, vedi qualche giocatore che possa somigliare a lui ?

Ho citato prima Guardiola e Maldini, due esempi di grandi campioni che in campo hanno sempre dato il massimo, non usando mai gesti volgari. Pensate a Paolo (Maldini), ha dato un esempio di signorilità, non rispondendo con nessun gesto alla contestazione dei tifosi. Non voglio sembrare presuntuoso, ma spero che ci possano essere molti giocatori come mio padre, per questo mi viene in mente anche Damiano Tommasi, uno che con mio padre non ha giocato, eppure ha incarnato lo stesso spirito.

Giorgio Tosatti, grande giornalista scomparso qualche anno fa, lo aveva definito "un campione troppo solo". Sei d’accordo con questa affermazione ?

Guarda, Tosatti e mio padre erano grandi amici, si stimavano molto. Io ho spesso visto papà come una persona timida, riservata, ma con tanta voglia di essere allegro, e sembra strano dire queste cose di una persona che si è suicidata. Per questo sono sicuro che Giorgio (Tosatti) sapesse raffigurare meglio di me “Ago” (lo chiama così, come fanno tutti i tifosi della Roma, ndr).

Tuo padre è stato un idolo dei tifosi della Roma e della Salernitana, che ancora oggi lo ricordano con emozione. Come spieghi tutto questo affetto nei suoi confronti ?

Mi inorgoglisce tutto questo, i tifosi hanno sempre voluto bene a mio padre. Ogni tanto, quando conosco delle persone, molti di loro si soffermano sul mio cognome chiedendomi se fossi parente di Agostino. Spesso timidamente mi dicono che grande persona e giocatore fosse Di Bartolomei. Questa cosa mi rende molto felice.

Durante la festa degli 80 anni della Roma, è stata ricordata la figura di tuo padre. Non pensi che in passato qualcuno della società giallorossa, o qualche suo ex compagno, avrebbe potuto aiutarlo nel periodo più difficile ?

Nel calcio, come in ogni ambiente della vita, ci sono persone perbene ed altre no. Ma non voglio fare polemica, anche perché io sono un tifoso giallorosso (sfegatato tifoso di Francesco Totti, ndr). Mio padre amava i colori giallorossi e la società, avrebbe voluto restare in “famiglia”, ma forse allora non era ancora arrivato il momento giusto per un passo del genere. Oggi sono sicuro che le cose andrebbero diversamente, anche se attualmente la società vive un momento di difficoltà economica. Spero che la Roma possa ritornare a vincere e avere momenti migliori.

Come vorresti che fosse ricordato tuo padre dal calcio italiano ?

La gente si deve ricordare di una persona, di un calciatore che in campo ha sempre dato tutto, con rispetto, dignità, altruismo.

Claudio Ruggieri  30/5/ 2009 


 

Luca scrive a papà Ago
"Mi manchi, ma perché l'hai fatto"

Luca Di Bartolomei scrive al padre nella prefazione del libro "L'ultima partita - Vittoria e sconfitta di Agostino Di Bartolomei", a 16 anni dal tragico gesto del maggio 1994. Un messaggio pieno di dolcezza ma anche denso di rabbia per l'ingiustizia di avergli sottratto gli anni più belli.

"L'ultima partita - Vittoria e sconfitta di Agostino Di Bartolomei"  Il 30 maggio 1994 Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma che vinse lo scudetto nel 1983, si tolse la vita. E' uscito il libro "L'ultima partita - Vittoria e sconfitta di Agostino Di Bartolomei" di Giovanni Bianconi e Andrea Salerno (Fandangolibri, 10 euro). Pubblichiamo la prefazione scritta da Luca Di Bartolomei, 28 anni, figlio di Agostino, e le fotografie del suo incontro con Francesco Totti che per l'occasione ha indossato la maglia con cui "Ago" giocò la finale di Coppa dei Campioni persa all'Olimpico di Roma contro il Liverpool il 30 maggio 1984. Dieci anni esatti prima del suo tragico gesto.

"Caro Ago, è da quando Andrea e Giovanni mi hanno chiesto di  pensare a un'introduzione per questo libro bello e onesto - scritto con il tatto di chi sa di toccare sentimenti privati  e allo stesso tempo una passione e un affetto condivisi  da tantissime persone - che penso e ripenso a queste poche righe. E ne ho buttate via tante di versioni prima di decidere davvero che forse era il caso di essere egoista e parlarti, per una volta pubblicamente, solo da figlio. Quanto mi manchi papà. In queste settimane ho passato qualche giorno di vacanza a San Marco e ho avvertito fortissima la tua assenza. In un attimo mi sono tornati in mente tutti insieme i piccoli segni dei giorni estivi di festa. Il tuo asciugamano blu nel bagno davanti al  mare da cui d'estate cercavo la barca mentre assonnato indossavo il costume; lo sguardo di mamma quando vedeva che mettevi l'aria nelle bombole, preludio di una giornata di pesca subacquea in cui tu, ti riposavi 20 metri sott'acqua tra tane di cernie, e lei si agitava guardando il pallone di segnalazione galleggiare incerto di sopra. Ago, se prima mi capitava di parlare di te sempre con il sorriso e quasi con la certezza di scorgere nelle mie azioni qualcosa che ti riportasse alla mia memoria, adesso purtroppo tutto questo non mi viene naturale. Non più come prima. Mi manchi papà. E da figlio perdonami se decido oggi di gridare con egoismo l'ingiustizia di avermi sottratto i nostri anni più belli. Quelli dell'adolescenza e di una contestazione strozzata nel realismo; quelli di qualche schiaffone con cui, ogni tanto, mi avresti addrizzato. Quelli delle prime ragazze, dello studio all'università, della casa da solo. Quelli delle partite di calcetto insieme. Rigorosamente, in squadre diverse. Rituali sicuramente sciocchi e forse banali ma che ti parlano di una normalità che  -  forse perché negata  -  avrei desiderato tanto e che mi sottraesti in quella mattina serena di un'estate immobile. Una giornata di cui purtroppo ricorderò perfettamente ogni secondo per tutta la mia vita. Di quell'ultima volta che ti ho visto vivo al sole del terrazzo. Di quella sedia bianca da giardino che stazionò lì per mesi prima che ce ne accorgessimo, presi come eravamo da mille interrogativi e dai rimorsi che ti stringono quando capisci che non avevi capito nulla. Quella sedia bianca di legno colpita come da una martellata rotonda all'altezza della seconda fascia. Dell'ultima volta che ti ho visto poco più di un'ora dopo nel corridoio stretto del cortile davanti casa: steso in quella chiglia fredda di zinco. Avevo undici anni papà, tu mi sembravi invincibile e destinato a tornare in qualche modo in quello stadio grande con sopra gli imbuti nel quale quando incontravamo i tifosi partiva in automatico la foto mentre in sottofondo scattava plastico il coretto: "OOOO AGOSTINO... AGO AGO AGOSTINO GOL..." scatenando in un certo senso la mia gelosia di bambino. Volendo, oggi, essere onesto fino in fondo con me stesso penso che nella serenità con cui ho parlato di te alle moltissime persone chi mi hanno chiesto se fossi parente del Capitano  -  a riguardarla adesso quella serenità  -  ci sia stato qualcosa di inconsciamente innaturale. Come se con quella mia tranquillità volessi placare il rumore assurdo che quel tuo sparo ha prodotto nella testa di tutti noi. Che gesto estremo insensato imbecille ed allucinante hai fatto quel 30 di maggio Ago. Un altro 30 di maggio per te: l'ultimo. Per noi, da lì in avanti, l'unico. Quella data diventerà un giorno a caso sul calendario, un giorno tra il 29 e il 31 in cui i giornalisti delle radio mi chiamano per un ricordo con il pubblico. Per i tifosi che hanno visto e non hanno dimenticato quel Capitano serio. Per quelli giovani che ti hanno scoperto sui forum, visto su Youtube e che per te hanno aperto anche una pagina Facebook. Ho scoperto più avanti la crudeltà di quella data. Dieci anni dopo quella finale. Ho scoperto quella crudeltà e mi sono sempre ripetuto che non ci puoi aver pensato davvero. Troppa cattiveria in quella coincidenza. Forse ti si è insinuata dentro quella data, ecco. Come la depressione che ti porta a   un gesto stronzo. Come un fallo plateale in area di rigore. Perché papà io non ci ho mai creduto e non voglio crederci che in quell'attimo estraneo all'intelletto hai pensato a una sconfitta in quella stupidissima partita di calcio. Di fronte alla grandezza di una vita umana, all'amore di una moglie e di due figli infatti cosa era quella se una stupidissima partita di calcio?  E pensare che la sera prima saremmo stati in trenta a casa, tra cugini e amici stretti, a mangiare insieme senza che nessuno si accorgesse di nulla. Mentre quella sensazione lieve di malessere ti stritolava. Ma non penso che ci saremmo potuti accorgere di nulla, papà. Con noi sei stato, fino all'ultimo istante, lo stesso di sempre. Non chiuso. Non orso come ti vedevano gli altri. Quelli che non ti conoscevano. Quelli che ti avevano cucito addosso un personaggio che non ti apparteneva. Non fiero, non superbo. Solo riservato. Con noi eri solo Ago: innamorato, dolce, caciarone e ironico. L'Ago di sempre. Quello che accantonava l'aria seria del ragazzo cresciuto in fretta, precocemente vecchio, e buttava le miccette nel camino per spaventare nonno. Quello delle domeniche in barca per andare a pesca.  Dei pomeriggi su un campo alla periferia del calcio per insegnare ai ragazzini gli schemi e dirgli che serietà e talento contano alla stessa maniera. Quello che veniva a svegliarmi tutte le mattine per vedere i tg delle 7 e che poi partendo per andare a lavoro con Gianmarco mi portava a scuola. Quello che durante la settimana aveva sempre dei fiori per Marisa e che quando tornava a casa aveva per lei il primo bacio. Quello che nonostante tutta la mia incazzatura e tutto il vuoto mi ha lasciato dentro riesco sempre a perdonare perché ho conosciuto tutto il suo amore. Mi manchi Ago. Ecco volevo solo dirtelo ancora una volta. "

Luca Di Bartolomei


Da www.repubblica.it  del 03 settembre 2010

 

 

 

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