39 Angeli all'Heysel      Calci nel Cuore     Pagine in memoria

23 Gennaio 2002
Vittorio Mero

La morte di Mero, arrestato un camionista

Fatale uno scontro tra autotreni. Rinviata la gara col Parma. Il padre l' ha saputo dalla tv. I compagni disperati informati dai tifosi.

DAL NOSTRO INVIATO BRESCIA - Lo «sceriffo» è morto nel Far West di pioggia e asfalto viscido della A4, all' altezza di Cazzago San Martino, tra Rovato e Ospitaletto, quando la sua Polo ha tamponato un furgone, è andata in testacoda e si è fermata contromano, con il muso orbo e il cofano fumante verso Milano. Vittorio Mero, 27 anni, difensore centrale e «sceriffo» del Brescia (il soprannome è di Nedo Sonetti, il tecnico della promozione in serie A di due stagioni fa: «Era un ragazzo corretto e umile, che metteva una grande determinazione in campo e negli allenamenti»), prima di trovare sulla corsia di sorpasso il muro di coincidenze che l' ha ucciso, si era schiantato contro il più banale degli inconvenienti che possono capitare a un giocatore: la squalifica. Se al 14' del secondo tempo di Brescia-Roma (3-0), la sfida che aveva promosso la squadra di Mazzone nella semifinale di Coppa Italia, non avesse pronunciato «una frase volgarmente irriguardosa» nei confronti dell' arbitro Pellegrino, ieri intorno alle 14 sarebbe stato a Parma con i compagni, convocato per l' andata di un appuntamento storico per il Brescia. Invece era rimasto a casa e in mattinata si era allenato a Erbusco con il manipolo di squalificati e infortunati agli ordini di Enrico Nicolini, uno degli assistenti di Mazzone. Mero, Schopp, Kozminski, Emanuele Filippini. «Dopo l' allenamento siamo andati tutti insieme a pranzo - ha raccontato Nicolini, l' ultimo dello staff del Brescia ad aver visto Vittorio -. Abbiamo scherzato, gli ho chiesto del suo futuro, se restasse a Brescia o se ne andasse. Un ragazzo splendido. Poi si è messo in macchina verso casa». A Nave, frazione a Nord-Est di Brescia a pochi minuti dallo stadio Rigamonti, lo aspettavano la moglie Erika e Alessandro, un anno e mezzo, il bimbo di cui Mero parlava sempre ai compagni e per il quale aveva comprato il cucciolo che era diventato la mascotte della squadra. Sempre puntuale agli allenamenti, come il padrone. L' idea era togliersi le scarpe da ginnastica e mettersi davanti alla televisione, Parma-Brescia, Raidue ore 17.30, la semifinale di Coppa Italia che si è trasformata in un dramma in diretta mentre Mero era già all' obitorio del cimitero di Rovato, un calciatore estratto dalle lamiere dalla Polizia stradale di Bergamo, un cadavere in attesa di identificazione. Guidava veloce tra Bergamo e Brescia, Vittorio Mero, per non perdersi nemmeno un minuto della «sua» partita, perché dopo 4 presenze in Intertoto come chioccia dei ragazzini della Primavera (ci scherzava sopra: «Io il più vecchio della squadra? Diciamo il più esperto, che è meglio...»), 8 in campionato e 3 in Coppa Italia, ieri a Parma voleva e doveva esserci. Si era tinto i capelli per festeggiare la salvezza dell' anno scorso: pizzetto nero e zazzera bionda, impossibile non notarlo. Domenica scorsa, in Brescia-Torino, aveva ritrovato Pellegrino. L' aveva avvicinato prima della partita: «Arbitro, io contro la Roma non ho insultato nessuno». Troppo tardi, la squalifica e la corsa verso l' appuntamento di ieri erano già scattate. Alle 13.55 si è infilato sotto un autocarro che all' improvviso si è spostato bruscamente sulla corsia di sorpasso, a sua volta tamponato da un autoarticolato in sbandata, che provoca l' incidente e si allontana. L' allarme scatta subito: la Polizia stradale blocca il pirata della strada al casello di Brescia centro, lo ferma con l' accusa di omissione di soccorso, lo interrogherà oggi per convalidare l' arresto. Salvatore Mero a metà pomeriggio credeva di vedere il Brescia, la squadra di suo figlio, cercare mezza qualificazione in finale contro il Parma. Invece ha assistito a un necrologio in diretta, con telecronaca a due voci. Prima di avere un malore ha letto lo sgomento sui volti dei giocatori, ha pianto insieme al pianto di Baggio, il fuoriclasse che per Vittorio era un compagno di squadra e un idolo («Osservandolo posso imparare qualcosa di nuovo tutti i giorni»), ha ascoltato i cori degli ultrà, che quando hanno saputo, al contrario della società, non hanno taciuto. Poi la partita di Vittorio Mero, il calciatore condannato da una squalifica, non è mai cominciata.

Gaia Piccardi  (Dal Corriere della Sera del 24 gennaio 2002)

 

LA SQUADRA I compagni disperati informati dai tifosi PARMA - Sono le 17.30 quando, con il calar della sera, cala anche l' ombra della tragedia sul Tardini. Vittorio Mero, giovane difensore del Brescia, non c' è più. Ha trovato la morte, schiacciato dalle lamiere della sua Polo tra Ospitaletto e Rovato. I tifosi sanno tutto, i giocatori no. Lo speaker scorre i nomi degli undici giocatori del Brescia e dalla curva ospite sale un silenzio spettrale. Non ci sono striscioni. C' è solo tanta tristezza e rabbia. Quando le squadre sbucano dal tunnel esplode un coro indignato: «Vergognatevi». Il pubblico non la vuole questa partita, svuotata di ogni senso da un lutto terribile. Baggio e compagni si guardano attorno interdetti. Non possono capire, perché non sanno. Sale alto il grido «Vittorio Mero». Qualcuno comincia a realizzare. Il tentativo della società di tenere i giocatori all' oscuro ha vita breve. Antonio Filippini è uno dei primi a farsi attanagliare da un presentimento sinistro, si dirige verso la Curva sud: capisce tutto. Intanto Cesari viene richiamato dal quarto uomo Tombolini, messo al corrente da Menichini, vice di Mazzone. Da quelle parti transita Baggio che sgrana gli occhi e domanda disperato: «Chi... come, Mero». Il fuoriclasse lancia i guanti per terra e corre negli spogliatoi con il volto rigato dalle lacrime. Giunti ha le mani nei capelli, alcuni vagano per il campo in stato di choc. Cesari accoglie il coro della curva e manda tutti negli spogliatoi. I capitani e i presidenti si accordano per rinviare la partita. Si recupera mercoledì 30. Cesari avalla la scelta: «Comportamento impeccabile, di grande civiltà e moralità. Cosa prevede il regolamento? In questi casi va lasciato perdere». Il presidente Corioni se ne va straziato dal dolore; l' ha saputo intorno alle 17. Gli esce solo un filo di voce: «Sapevo di un incidente grave. I giocatori non sapevano niente. Hanno capito tutto in campo e si sono rifiutati di giocare. Scelta giusta, a dimostrazione del fatto che non vivono di solo pane. Era un bravissimo ragazzo. Muoiono sempre i migliori. Sembra una frase fatta ma è così».

Vincenzo Di Schiavi  (Dal Corriere della Sera del 24 gennaio 2002)



  

Baggio butta i guanti nell'erba: "Cos'è successo ?  Andiamo via"

di Emilio Marrese

PARMA - "Vergognatevi" hanno gridato dalla curva i tifosi del Brescia. E poi "Vittorio Mero Vittorio Mero". Allora i giocatori, già schierati per il calcio d' inizio, hanno capito e si sono rifiutati di giocare, scappando in lacrime negli spogliatoi. La notizia della tragedia era cominciata a circolare nelle tribune dello stadio Tardini mezz' ora prima del via ed era stata tenuta nascosta alle squadre: alle 17.25, cinque minuti prima di salire in campo, i dirigenti avevano informato i calciatori del Brescia che Mero era stato coinvolto in un grave incidente. Nulla di più. «In quei momenti - dice il presidente lombardo Gino Corioni con gli occhi lucidi - non sai come comportarti: non sapevamo se la notizia era certa, se il ragazzo era grave, se era morto o no. Come facevamo a dire ai ragazzi una cosa del genere senza esserne sicurissimi?». La decisione di tacere l' accaduto era stata presa nei corridoi del Tardini mentre i calciatori stavano facendo il riscaldamento sul campo. Per poi scegliere di raccontare questa bugia al momento di ritornare sul terreno per la gara. Ma i tifosi erano già al corrente della verità, battuta dalle agenzie qualche minuto prima e già rimbalzata dalle radio. I giocatori sono saliti in campo, mentre l' altoparlante al solito diffondeva a tutto volume la marcia trionfale dell' Aida e la Rai iniziava la sua diretta. Volti concentrati, qualche sorriso. Il primo a sbucare, accanto all' arbitro Graziano Cesari di Genova, era stato il capitano Roberto Baggio, al rientro dopo quasi tre mesi dall' infortunio. A squadre schierate sul terreno i tifosi bresciani hanno iniziato a protestare: "Non vogliamo giocare". E poi il nome di Mero, una due, tre, quattro volte. Il centrocampista Antonio Filippini è andato sotto la curva sud degli ospiti e lì ha saputo, per primo. Sulla panchina del Brescia, dove Carletto Mazzone non era ancora andato a sedersi (d' abitudine entra sempre qualche secondo dopo), hanno realizzato che non si poteva e doveva continuare a tacere. Il vice allenatore Leonardo Menichini s' è recato dal quarto uomo, Daniele Tombolini, che ha fatto cenno all' arbitro Graziano Cesari, già nel cerchio di centrocampo col fischietto in bocca, di avvicinarsi. Baggio lo ha seguito, ha guardato Menichini e gli ha chiesto "Mero?". Il tecnico ha fatto sì con la testa e Roby ha gettato via i guanti di lana, fuggendo negli spogliatoi con le mani sul volto. Quel gesto anticipava qualsiasi decisione ufficiale. Dietro di lui, dopo i primi momenti di smarrimento, tutti i compagni, chi in lacrime, chi attonito, chi con le mani tra i capelli come Federico Giunti. Cesari ha invitato tutti ad uscire e poi, insieme ai capitani e ai presidenti, ha accettato la richiesta di rinvio, approvata dal vicepresidente vicario della Lega calcio Adriano Galliani raggiunto telefonicamente da Arrigo Sacchi, direttore tecnico del Parma. «Quella dei giocatori - dirà l' arbitro lasciando lo stadio - è stata una scelta di grandissima moralità, grandissima civiltà e serenità. In questi momenti il regolamento è da mettere da parte. Bravissimi». Il procuratore di Mero, Vanni Puzzolo, aveva appuntamento in tribuna al Tardini con il dirigente dell' Ancona Tomei per discutere del possibile trasferimento del suo assistito. Tomei, informato dai giornalisti bresciani dell' accaduto, ha chiesto conferma al manager, all' oscuro di tutto. Puzzolo allora ha chiamato Mero sul cellulare non ottenendo risposta e dunque ha telefonato a casa del giocatore dove ha risposto la moglie. «Ciao, cercavo Vittorio». «Lo sto aspettando da un momento all' altro, anzi pensavo fosse proprio lui a chiamare ora». L' altoparlante alle 17.50 ha comunicato e spiegato la decisione agli spettatori che hanno abbandonato le tribune in silenzio così come i calciatori, risaliti in mesta processione sul pullman che li ha riportati a Brescia. Solo il portiere ceco Pavel Srnicek ha avuto il fiato di lasciare una frase: «E' il giorno più brutto della mia vita». Gino Corioni ha abbandonato l' impianto scosso e in lacrime: «Sembra una frase fatta ma è la verità: se ne vanno sempre i migliori. Vittorio era un bravissimo ragazzo. I suoi compagni rifiutandosi di giocare hanno dimostrato che non si vive di solo pane prendendo la decisione più giusta». In un primo momento la squadra aveva deciso di andare direttamente all' obitorio del cimitero di Rovato per recare omaggio alla salma ma, non essendo ancora state espletate le formalità legali, ha rinviato ad oggi lo straziante saluto.

Da Repubblica del  24 gennaio 2002  

 

  

Il dolore ferma la partita

di Gianni Mura 

L BRESCIA non ha giocato a Parma, in coppa Italia. Vittorio Mero, difensore del Brescia, non giocherà più. E' morto a 27 anni in un tamponamento sulla A 4, stava andando a casa. Sarebbe stato con gli altri se una squalifica non l' avesse fermato. Oggi tutti gli altri saranno con lui, nella camera mortuaria allestita a Rovato. Lascia una moglie e un figlio piccolo e molto dolore in chi l' aveva conosciuto da vicino. Non un campione, più panchina che campo, ma di quelli giusti, che sanno stare al loro posto e sanno anche stare con gli altri, fare gruppo. Il Brescia era pronto a giocare, già schierato in campo. I dirigenti, non sapendo bene cosa fare, avevano detto una mezza verità ("Ha avuto un grave incidente"), che vale una mezza bugia. La verità è partita da un coro crudo dei tifosi bresciani: vergognatevi. Antonio Filippini è andato a chiedere spiegazioni, mentre Roberto Baggio s' avvicinava alla sua panchina con un cenno interrogativo. S' è tolto i guanti e li ha buttati via, poi è corso piangendo giù per le scalette dello spogliatoio. Il capitano ha dato l' esempio. Era la sola cosa da fare. Lo spettacolo non va avanti a qualunque costo, anzi lo spettacolo si ferma, quando chi dovrebbe darlo ha il cuore stretto e la testa da un' altra parte. In questa storia triste colpiscono i tempi. A mezzora dall' inizio hanno appreso la notizia i dirigenti. A pochissimi minuti i giocatori, ignari ma colpevolizzati dai tifosi. Se il povero Mero fosse vivo, se non fosse successo nulla, molti continuerebbero a tenersi le loro convinzioni. Ma quello che è successo al Tardini li obbliga a rivederle. Si era giocato all' Heysel, si era giocato a Marassi, si era giocato dopo le Twin Towers. Tanti morti, un morto, migliaia di morti non avevano spostato di un minuto le partite, il tifo, i cori. C' erano già segnali, ma dal Tardini arriva la certezza che nel calcio c' è più cuore. Quello dei tifosi, che non ci stanno ad assistere a uno spettacolo senza senso, perché un ragazzo è morto. Quello dei calciatori, sconvolti ma capaci di fare l' unica cosa sensata: andare via da un campo verde con le righe bianche, non dare neanche un calcio al pallone. E tutto questo senza nemmeno riunirsi, senza parlarsi anche per poco. Doveva essere un giorno di festa, a Parma, perché tornava a giocare Baggio, alla rincorsa del suo sogno mondiale ma prima ancora genio della lampada per una squadra che, con lui rotto, era rotolata in basso. E' diventato, in un rovesciamento brutale, un giorno di lutto condiviso anche dai tifosi e dai giocatori del Parma. Il mondo del calcio è meno chiuso e insensibile di quanto si pensi. Siamo un po' tutti abituati a parlare di privilegi, di miliardi facili, di calciatori visti quasi come alieni, tutti presi a parlare di mister, di schemi, di professionalità. Quel che s' è visto ieri a Parma appartiene invece al mondo di tutti quelli che vanno a sbattere contro un dolore improvviso: le lacrime, le mani sulla faccia, il silenzio. Essere professionisti non è giocare sempre e comunque, qualunque cosa accada. Scegliere di non giocare è molto più che da professionisti: è da uomini. Qualcosa del genere lo avevo vissuto al Tour, quando morì Fabio Casartelli. Non era un campione, come non lo era Mero. Era uno del gruppo, uno come tanti, uno come tutti. E tutti furono colpiti dalla sua morte, anche lì una ruota che slitta, un tamponamento. E una moglie, un figlio piccolo. Quando si ferma una vita, lo sport può decidere se fermarsi o no. Se si ferma, ha la comprensione di tutti. E fa bene a fermarsi.

Da Repubblica del  24 gennaio 2002  

 

    

La veglia del gruppo Baggio tutta Brescia è sotto choc

di Emilio Marrese

BRESCIA - «Ditemi la verità: cosa è successo davvero a Vittorio? Io non voglio giocare». Daniele Bonera, 21enne difensore del Brescia, l' aveva capito subito. «Durante il riscaldamento prima della gara di Parma - racconta fuori dalla camera ardente - i tifosi mi avevano chiamato per dirmi che Mero era morto e che la partita non si doveva fare. Quando siamo rientrati negli spogliatoi per indossare la divisa da gioco Mazzone ci ha radunato e ci ha detto che Vito aveva avuto un incidente grave. Io ho detto che non volevo giocare ma lui mi ha risposto che dovevamo farlo anche per lui, che ancora non si sapeva bene come stava. Però poi, appena finito di parlare, è scappato in bagno. I suoi collaboratori e il medico Alicicco si sono subito appartati in un angolo. Ho capito dalle facce che non ci avevano detto tutta la verità. Quando poi siamo saliti in campo, con quella marcia dell' Aida sparata dagli altoparlanti che rendeva tutto così assurdo e i nostri tifosi che hanno cominciato a protestare e a gridare il suo nome, ho avuto la conferma e sono scoppiato a piangere. Gli altri miei compagni, tra cui Baggio, non sapevano niente e sono venuti a dirmi "ma che fai? Che succede?". Poi l' hanno detto anche a loro». La bara di Vittorio Mero è stata portata alle 15.30 nel centro del campo sul parquet scuro del Palagabeca, il palazzetto dello sport del centro sportivo San Filippo dove il Brescia ha la sua sede. Su quelle tavole, dove la squadra cittadina di pallavolo domenica ha festeggiato un 31 sul Livorno in A2, ieri la città ha pianto il suo «Sceriffo», com' era soprannominato. Due mazzi di rose bianche e blu accanto al gonfalone della squadra. Le corone della Curva Nord. Sulla bara, decine di sciarpe bianche e azzurre. Ce n' è anche una con un teschio. La maglia numero 13 col suo nome: nessuno la indosserà più, il Brescia l' ha ritirata. Sulla cassa è appoggiata anche una lettera della nipotina Jessica, 15 anni: «Fai il bravo. Penserò io a Monica e Ale, stai tranquillo». Tra i cartelloni pubblicitari sulle tribune, uno enorme: «vitaviva». Sono vasche idromassaggio. Sotto la volta di legno del palasport rimbombano strazianti le grida di dolore dei famigliari. La bionda moglie, Monica, urla «se sei lassù guardami, guardami ora ti prego». Le mogli degli altri calciatori provano a consolarla: «Ma lui stasera non torna a casa, non torna», ripete. Il padre Salvatore, ex parrucchiere di Vercelli, si inginocchia e non riesce ad alzarsi: «Come si fa a perdere un figlio così? - piange - Eri troppo buono, troppo buono in questo mondo di bastardi». Ci sono anche la madre Maria e la sorella Maria Antonietta. Dopo poco arrivano, alla spicciolata, quasi tutti i compagni di squadra. Tra i primi Emanuele Filippini. S' era allenato con lui mercoledì mattina e insieme avevano sfidato in una partitella Schopp e Kozminski: «Abbiamo vinto noi 54 - dice il polacco - neanche quella gli è andata bene. Parlavamo spesso del futuro, aveva mille progetti. Voleva un altro figlio. Ci siamo salutati alla fine dell' allenamento: lui è rimasto all' albergo a mangiare, io sono tornato a casa. Dall' autoradio ho saputo che non l' avrei più rivisto». Carlo Mazzone arriva col suo staff alle 15.50. E' tutto rosso in viso, si asciuga le lacrime, non riesce a dire niente. Nicolini piange a dirotto. I tifosi sono centinaia. I più giovani usano le sciarpe biancazzurre per asciugarsi gli occhi. Il palasport si riempie per la veglia funebre alle 21, officiata dal padre spirituale Claudio Paganini. Con tutta la squadra ora c' è anche Roby Baggio. Stamattina al funerale verrà l' ex compagno Savino che gioca nel Lecce. Tornerà in Puglia domani sull' aereo dei bresciani e domenica li sfiderà in campo. Sul libro delle firme, all' ingresso, ancora una frase della nipote: «Con la tua voglia di vivere e la felicità che portavi ovunque ci hai insegnato tante cose. Ciao zio. Jessica». Un tifoso, poche righe più sotto, ha scritto «Sarai sempre uno di noi, ciao scieriffo». Una i in più e un amico in meno. .

Da Repubblica del  25 gennaio 2002  

 

    

La città si è stretta attorno alla famiglia del difensore morto mercoledì. Domani su tutti i campi un minuto di silenzio

Il calcio saluta Mero: «Sceriffo, ci mancherai»

  di Andrea Biglia

In duemila ai funerali del giocatore, presenti molti suoi ex compagni. La commozione del Brescia

DAL NOSTRO INVIATO BRESCIA - «Grazie Brescia» risponde, la voce rotta dal pianto, papà Salvatore alla città radunata in piazza del Duomo per l' ultimo applauso al suo Vito che esce dalla chiesa dentro il feretro sorretto a spalle dai compagni di squadra. E quelli della Curva nord tornano a scandire: «Vittorio Mero, sempre con noi». Poco prima, nella chiesa strapiena per i funerali dello «Sceriffo», il roccioso difensore del Brescia schiantatosi sull' autostrada al rientro dall' allenamento, l' assistente spirituale dei giocatori don Claudio aveva sottolineato all' omelia che la liturgia degli stadi - i canti, gli addobbi - è un po' diversa da quella religiosa, ma i due rituali devono trovare in comune la voglia di stare insieme, di solidarietà. «E anche lassù, nello spogliatoio del Paradiso - aveva concluso spingendo la metafora fino in fondo - sono convinto che tu Vittorio spezzerai con tanti altri il pane dell' amicizia e dell' umanità». Un saluto dal pulpito anche dal centrocampista Antonio Filippini, forse il compagno più caro, sua moglie in questi giorni si è presa cura del piccolo Alessandro rimasto senza papà: «Mi rimproveravi perché alle messe non parlavo mai. Vedi che ti obbedisco? Ciao, grande Sceriffo». Almeno duemila persone si sono strette ieri mattina attorno alla moglie Monica, ai genitori, a tutti i familiari di Vito devastati dal dolore. Tifosi e non tifosi accorsi in Duomo per ricordare un giocatore che si faceva amare per il carattere esuberante, la generosità. Naturalmente la squadra al gran completo con il presidente Gino Corioni («I migliori se ne vanno sempre prima, non abbandoneremo la famiglia»), l' allenatore Carlo Mazzone, lo staff tecnico, i ragazzi delle giovanili con i giubbotti della divisa. E molti ex compagni di Vito, il capocannoniere Dario Hubner, al Brescia fino all' anno scorso, Lamberto Zauli, del Bologna, Savino Alberti del Lecce che domani sfiderà proprio il Brescia in lutto. E poi le corone dell' Inter, del Torino, dell' Atalanta, della Lega Calcio, dei «Ragazzi della Gradinata», degli Amici di Vercelli, città natale di Vito. Domani su tutti i campi un minuto di silenzio ricorderà Mero. A lungo, dopo la cerimonia, il feretro è rimasto nella piazza, la moglie e gli altri parenti non si staccavano più dalla bara. Tante mani protese per carezzare il legno, per lasciare un fiore. E quando il furgone è partito facendosi largo tra la folla la mamma, Maria, ha gridato: «Il nostro campione non c' è più, non c' è più». Nel pomeriggio la sepoltura a Ravenna, la città della moglie Monica dove la giovane coppia si era costruita la casa per gli anni futuri. Tre pullman hanno seguito Vito ma i giocatori sono restati a Brescia: non si poteva saltare l' allenamento in vista della trasferta a Lecce. «Che a finire così sia un ragazzo di 27 anni è uno strazio - ha commentato Mazzone rompendo il muro di silenzio -, che poi fosse un calciatore è secondario». «Sabato sera contro il Torino - ha ricordato ancora il mister -, quando vincevamo 1-0, avevo detto a Mero di prepararsi e lui ha cominciato a scaldarsi con la solita grinta. Poi i granata hanno rovesciato le sorti segnando due gol. Ci siamo capiti guardandoci negli occhi, un difensore non serviva più, ed è tornato in panchina. Questo era Mero». Domani contro il Lecce torna Baggio. Ma i supporters, che porteranno solo striscioni dedicati a Vito saranno pochi. «Siamo demoralizzati - spiega Enzo Ghidesi -, difficile ricucire le fila del tifo». Andrea Biglia

Dal Corriere della Sera del 26  gennaio 2002

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sfide dedicato a Vittorio Mero   

 

 

 

 

 

 

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