
23 Gennaio 2002
Vittorio Mero

La morte di Mero, arrestato un camionista
Fatale uno scontro tra autotreni. Rinviata la gara
col Parma. Il padre l' ha saputo dalla tv. I compagni disperati informati dai
tifosi.
DAL NOSTRO INVIATO BRESCIA - Lo «sceriffo» è morto nel
Far West di pioggia e asfalto viscido della A4, all' altezza di Cazzago San
Martino, tra Rovato e Ospitaletto, quando la sua Polo ha tamponato un furgone,
è andata in testacoda e si è fermata contromano, con il muso orbo e il cofano
fumante verso Milano. Vittorio Mero, 27 anni, difensore centrale e «sceriffo»
del Brescia (il soprannome è di Nedo Sonetti, il tecnico della promozione in
serie A di due stagioni fa: «Era un ragazzo corretto e umile, che metteva una
grande determinazione in campo e negli allenamenti»), prima di trovare sulla
corsia di sorpasso il muro di coincidenze che l' ha ucciso, si era schiantato
contro il più banale degli inconvenienti che possono capitare a un giocatore:
la squalifica. Se al 14' del secondo tempo di Brescia-Roma (3-0), la sfida che
aveva promosso la squadra di Mazzone nella semifinale di Coppa Italia, non avesse
pronunciato «una frase volgarmente irriguardosa» nei confronti dell' arbitro
Pellegrino, ieri intorno alle 14 sarebbe stato a Parma con i compagni, convocato
per l' andata di un appuntamento storico per il Brescia. Invece era rimasto
a casa e in mattinata si era allenato a Erbusco con il manipolo di squalificati
e infortunati agli ordini di Enrico Nicolini, uno degli assistenti di Mazzone.
Mero, Schopp, Kozminski, Emanuele Filippini. «Dopo l' allenamento siamo andati
tutti insieme a pranzo - ha raccontato Nicolini, l' ultimo dello staff del Brescia
ad aver visto Vittorio -. Abbiamo scherzato, gli ho chiesto del suo futuro,
se restasse a Brescia o se ne andasse. Un ragazzo splendido. Poi si è messo
in macchina verso casa». A Nave, frazione a Nord-Est di Brescia a pochi minuti
dallo stadio Rigamonti, lo aspettavano la moglie Erika e Alessandro, un anno
e mezzo, il bimbo di cui Mero parlava sempre ai compagni e per il quale aveva
comprato il cucciolo che era diventato la mascotte della squadra. Sempre puntuale
agli allenamenti, come il padrone. L' idea era togliersi le scarpe da ginnastica
e mettersi davanti alla televisione, Parma-Brescia, Raidue ore 17.30, la semifinale
di Coppa Italia che si è trasformata in un dramma in diretta mentre Mero era
già all' obitorio del cimitero di Rovato, un calciatore estratto dalle lamiere
dalla Polizia stradale di Bergamo, un cadavere in attesa di identificazione.
Guidava veloce tra Bergamo e Brescia, Vittorio Mero, per non perdersi nemmeno
un minuto della «sua» partita, perché dopo 4 presenze in Intertoto come chioccia
dei ragazzini della Primavera (ci scherzava sopra: «Io il più vecchio della
squadra? Diciamo il più esperto, che è meglio...»), 8 in campionato e 3 in Coppa
Italia, ieri a Parma voleva e doveva esserci. Si era tinto i capelli per festeggiare
la salvezza dell' anno scorso: pizzetto nero e zazzera bionda, impossibile non
notarlo. Domenica scorsa, in Brescia-Torino, aveva ritrovato Pellegrino. L'
aveva avvicinato prima della partita: «Arbitro, io contro la Roma non ho insultato
nessuno». Troppo tardi, la squalifica e la corsa verso l' appuntamento di ieri
erano già scattate. Alle 13.55 si è infilato sotto un autocarro che all' improvviso
si è spostato bruscamente sulla corsia di sorpasso, a sua volta tamponato da
un autoarticolato in sbandata, che provoca l' incidente e si allontana. L' allarme
scatta subito: la Polizia stradale blocca il pirata della strada al casello
di Brescia centro, lo ferma con l' accusa di omissione di soccorso, lo interrogherà
oggi per convalidare l' arresto. Salvatore Mero a metà pomeriggio credeva di
vedere il Brescia, la squadra di suo figlio, cercare mezza qualificazione in
finale contro il Parma. Invece ha assistito a un necrologio in diretta, con
telecronaca a due voci. Prima di avere un malore ha letto lo sgomento sui volti
dei giocatori, ha pianto insieme al pianto di Baggio, il fuoriclasse che per
Vittorio era un compagno di squadra e un idolo («Osservandolo posso imparare
qualcosa di nuovo tutti i giorni»), ha ascoltato i cori degli ultrà, che quando
hanno saputo, al contrario della società, non hanno taciuto. Poi la partita
di Vittorio Mero, il calciatore condannato da una squalifica, non è mai cominciata.
Gaia Piccardi (Dal Corriere della Sera
del 24 gennaio 2002)
LA SQUADRA I compagni disperati informati dai tifosi
PARMA - Sono le 17.30 quando, con il calar della sera, cala anche l' ombra della
tragedia sul Tardini. Vittorio Mero, giovane difensore del Brescia, non c' è
più. Ha trovato la morte, schiacciato dalle lamiere della sua Polo tra Ospitaletto
e Rovato. I tifosi sanno tutto, i giocatori no. Lo speaker scorre i nomi degli
undici giocatori del Brescia e dalla curva ospite sale un silenzio spettrale.
Non ci sono striscioni. C' è solo tanta tristezza e rabbia. Quando le squadre
sbucano dal tunnel esplode un coro indignato: «Vergognatevi». Il pubblico non
la vuole questa partita, svuotata di ogni senso da un lutto terribile. Baggio
e compagni si guardano attorno interdetti. Non possono capire, perché non sanno.
Sale alto il grido «Vittorio Mero». Qualcuno comincia a realizzare. Il tentativo
della società di tenere i giocatori all' oscuro ha vita breve. Antonio Filippini
è uno dei primi a farsi attanagliare da un presentimento sinistro, si dirige
verso la Curva sud: capisce tutto. Intanto Cesari viene richiamato dal quarto
uomo Tombolini, messo al corrente da Menichini, vice di Mazzone. Da quelle parti
transita Baggio che sgrana gli occhi e domanda disperato: «Chi... come, Mero».
Il fuoriclasse lancia i guanti per terra e corre negli spogliatoi con il volto
rigato dalle lacrime. Giunti ha le mani nei capelli, alcuni vagano per il campo
in stato di choc. Cesari accoglie il coro della curva e manda tutti negli spogliatoi.
I capitani e i presidenti si accordano per rinviare la partita. Si recupera
mercoledì 30. Cesari avalla la scelta: «Comportamento impeccabile, di grande
civiltà e moralità. Cosa prevede il regolamento? In questi casi va lasciato
perdere». Il presidente Corioni se ne va straziato dal dolore; l' ha saputo
intorno alle 17. Gli esce solo un filo di voce: «Sapevo di un incidente grave.
I giocatori non sapevano niente. Hanno capito tutto in campo e si sono rifiutati
di giocare. Scelta giusta, a dimostrazione del fatto che non vivono di solo
pane. Era un bravissimo ragazzo. Muoiono sempre i migliori. Sembra una frase
fatta ma è così».
Vincenzo Di Schiavi (Dal Corriere della
Sera del 24 gennaio 2002)

Baggio butta i guanti nell'erba: "Cos'è successo ?
Andiamo via"
di Emilio Marrese
PARMA - "Vergognatevi" hanno gridato dalla curva
i tifosi del Brescia. E poi "Vittorio Mero Vittorio Mero". Allora i giocatori,
già schierati per il calcio d' inizio, hanno capito e si sono rifiutati
di giocare, scappando in lacrime negli spogliatoi. La notizia della tragedia
era cominciata a circolare nelle tribune dello stadio Tardini mezz' ora
prima del via ed era stata tenuta nascosta alle squadre: alle 17.25, cinque
minuti prima di salire in campo, i dirigenti avevano informato i calciatori
del Brescia che Mero era stato coinvolto in un grave incidente. Nulla di
più. «In quei momenti - dice il presidente lombardo Gino Corioni con gli
occhi lucidi - non sai come comportarti: non sapevamo se la notizia era
certa, se il ragazzo era grave, se era morto o no. Come facevamo a dire
ai ragazzi una cosa del genere senza esserne sicurissimi?». La decisione
di tacere l' accaduto era stata presa nei corridoi del Tardini mentre i
calciatori stavano facendo il riscaldamento sul campo. Per poi scegliere
di raccontare questa bugia al momento di ritornare sul terreno per la gara.
Ma i tifosi erano già al corrente della verità, battuta dalle agenzie qualche
minuto prima e già rimbalzata dalle radio. I giocatori sono saliti in campo,
mentre l' altoparlante al solito diffondeva a tutto volume la marcia trionfale
dell' Aida e la Rai iniziava la sua diretta. Volti concentrati, qualche
sorriso. Il primo a sbucare, accanto all' arbitro Graziano Cesari di Genova,
era stato il capitano Roberto Baggio, al rientro dopo quasi tre mesi dall'
infortunio. A squadre schierate sul terreno i tifosi bresciani hanno iniziato
a protestare: "Non vogliamo giocare". E poi il nome di Mero, una due, tre,
quattro volte. Il centrocampista Antonio Filippini è andato sotto la curva
sud degli ospiti e lì ha saputo, per primo. Sulla panchina del Brescia,
dove Carletto Mazzone non era ancora andato a sedersi (d' abitudine entra
sempre qualche secondo dopo), hanno realizzato che non si poteva e doveva
continuare a tacere. Il vice allenatore Leonardo Menichini s' è recato dal
quarto uomo, Daniele Tombolini, che ha fatto cenno all' arbitro Graziano
Cesari, già nel cerchio di centrocampo col fischietto in bocca, di avvicinarsi.
Baggio lo ha seguito, ha guardato Menichini e gli ha chiesto "Mero?". Il
tecnico ha fatto sì con la testa e Roby ha gettato via i guanti di lana,
fuggendo negli spogliatoi con le mani sul volto. Quel gesto anticipava qualsiasi
decisione ufficiale. Dietro di lui, dopo i primi momenti di smarrimento,
tutti i compagni, chi in lacrime, chi attonito, chi con le mani tra i capelli
come Federico Giunti. Cesari ha invitato tutti ad uscire e poi, insieme
ai capitani e ai presidenti, ha accettato la richiesta di rinvio, approvata
dal vicepresidente vicario della Lega calcio Adriano Galliani raggiunto
telefonicamente da Arrigo Sacchi, direttore tecnico del Parma. «Quella dei
giocatori - dirà l' arbitro lasciando lo stadio - è stata una scelta di
grandissima moralità, grandissima civiltà e serenità. In questi momenti
il regolamento è da mettere da parte. Bravissimi». Il procuratore di Mero,
Vanni Puzzolo, aveva appuntamento in tribuna al Tardini con il dirigente
dell' Ancona Tomei per discutere del possibile trasferimento del suo assistito.
Tomei, informato dai giornalisti bresciani dell' accaduto, ha chiesto conferma
al manager, all' oscuro di tutto. Puzzolo allora ha chiamato Mero sul cellulare
non ottenendo risposta e dunque ha telefonato a casa del giocatore dove
ha risposto la moglie. «Ciao, cercavo Vittorio». «Lo sto aspettando da un
momento all' altro, anzi pensavo fosse proprio lui a chiamare ora». L' altoparlante
alle 17.50 ha comunicato e spiegato la decisione agli spettatori che hanno
abbandonato le tribune in silenzio così come i calciatori, risaliti in mesta
processione sul pullman che li ha riportati a Brescia. Solo il portiere
ceco Pavel Srnicek ha avuto il fiato di lasciare una frase: «E' il giorno
più brutto della mia vita». Gino Corioni ha abbandonato l' impianto scosso
e in lacrime: «Sembra una frase fatta ma è la verità: se ne vanno sempre
i migliori. Vittorio era un bravissimo ragazzo. I suoi compagni rifiutandosi
di giocare hanno dimostrato che non si vive di solo pane prendendo la decisione
più giusta». In un primo momento la squadra aveva deciso di andare direttamente
all' obitorio del cimitero di Rovato per recare omaggio alla salma ma, non
essendo ancora state espletate le formalità legali, ha rinviato ad oggi
lo straziante saluto.Da Repubblica
del 24 gennaio 2002

Il dolore ferma la partita
di Gianni Mura
L BRESCIA non ha giocato a Parma, in coppa Italia. Vittorio Mero, difensore
del Brescia, non giocherà più. E' morto a 27 anni in un tamponamento sulla
A 4, stava andando a casa. Sarebbe stato con gli altri se una squalifica
non l' avesse fermato. Oggi tutti gli altri saranno con lui, nella camera
mortuaria allestita a Rovato. Lascia una moglie e un figlio piccolo e molto
dolore in chi l' aveva conosciuto da vicino. Non un campione, più panchina
che campo, ma di quelli giusti, che sanno stare al loro posto e sanno anche
stare con gli altri, fare gruppo. Il Brescia era pronto a giocare, già schierato
in campo. I dirigenti, non sapendo bene cosa fare, avevano detto una mezza
verità ("Ha avuto un grave incidente"), che vale una mezza bugia. La verità
è partita da un coro crudo dei tifosi bresciani: vergognatevi. Antonio Filippini
è andato a chiedere spiegazioni, mentre Roberto Baggio s' avvicinava alla
sua panchina con un cenno interrogativo. S' è tolto i guanti e li ha buttati
via, poi è corso piangendo giù per le scalette dello spogliatoio. Il capitano
ha dato l' esempio. Era la sola cosa da fare. Lo spettacolo non va avanti
a qualunque costo, anzi lo spettacolo si ferma, quando chi dovrebbe darlo
ha il cuore stretto e la testa da un' altra parte. In questa storia triste
colpiscono i tempi. A mezzora dall' inizio hanno appreso la notizia i dirigenti.
A pochissimi minuti i giocatori, ignari ma colpevolizzati dai tifosi. Se
il povero Mero fosse vivo, se non fosse successo nulla, molti continuerebbero
a tenersi le loro convinzioni. Ma quello che è successo al Tardini li obbliga
a rivederle. Si era giocato all' Heysel, si era giocato a Marassi, si era
giocato dopo le Twin Towers. Tanti morti, un morto, migliaia di morti non
avevano spostato di un minuto le partite, il tifo, i cori. C' erano già
segnali, ma dal Tardini arriva la certezza che nel calcio c' è più cuore.
Quello dei tifosi, che non ci stanno ad assistere a uno spettacolo senza
senso, perché un ragazzo è morto. Quello dei calciatori, sconvolti ma capaci
di fare l' unica cosa sensata: andare via da un campo verde con le righe
bianche, non dare neanche un calcio al pallone. E tutto questo senza nemmeno
riunirsi, senza parlarsi anche per poco. Doveva essere un giorno di festa,
a Parma, perché tornava a giocare Baggio, alla rincorsa del suo sogno mondiale
ma prima ancora genio della lampada per una squadra che, con lui rotto,
era rotolata in basso. E' diventato, in un rovesciamento brutale, un giorno
di lutto condiviso anche dai tifosi e dai giocatori del Parma. Il mondo
del calcio è meno chiuso e insensibile di quanto si pensi. Siamo un po'
tutti abituati a parlare di privilegi, di miliardi facili, di calciatori
visti quasi come alieni, tutti presi a parlare di mister, di schemi, di
professionalità. Quel che s' è visto ieri a Parma appartiene invece al mondo
di tutti quelli che vanno a sbattere contro un dolore improvviso: le lacrime,
le mani sulla faccia, il silenzio. Essere professionisti non è giocare sempre
e comunque, qualunque cosa accada. Scegliere di non giocare è molto più
che da professionisti: è da uomini. Qualcosa del genere lo avevo vissuto
al Tour, quando morì Fabio Casartelli. Non era un campione, come non lo
era Mero. Era uno del gruppo, uno come tanti, uno come tutti. E tutti furono
colpiti dalla sua morte, anche lì una ruota che slitta, un tamponamento.
E una moglie, un figlio piccolo. Quando si ferma una vita, lo sport può
decidere se fermarsi o no. Se si ferma, ha la comprensione di tutti. E fa
bene a fermarsi.
Da Repubblica del 24 gennaio 2002

La veglia del gruppo Baggio tutta Brescia è sotto choc
di Emilio Marrese
BRESCIA - «Ditemi la verità: cosa è successo davvero
a Vittorio? Io non voglio giocare». Daniele Bonera, 21enne difensore del
Brescia, l' aveva capito subito. «Durante il riscaldamento prima della gara
di Parma - racconta fuori dalla camera ardente - i tifosi mi avevano chiamato
per dirmi che Mero era morto e che la partita non si doveva fare. Quando
siamo rientrati negli spogliatoi per indossare la divisa da gioco Mazzone
ci ha radunato e ci ha detto che Vito aveva avuto un incidente grave. Io
ho detto che non volevo giocare ma lui mi ha risposto che dovevamo farlo
anche per lui, che ancora non si sapeva bene come stava. Però poi, appena
finito di parlare, è scappato in bagno. I suoi collaboratori e il medico
Alicicco si sono subito appartati in un angolo. Ho capito dalle facce che
non ci avevano detto tutta la verità. Quando poi siamo saliti in campo,
con quella marcia dell' Aida sparata dagli altoparlanti che rendeva tutto
così assurdo e i nostri tifosi che hanno cominciato a protestare e a gridare
il suo nome, ho avuto la conferma e sono scoppiato a piangere. Gli altri
miei compagni, tra cui Baggio, non sapevano niente e sono venuti a dirmi
"ma che fai? Che succede?". Poi l' hanno detto anche a loro». La bara di
Vittorio Mero è stata portata alle 15.30 nel centro del campo sul parquet
scuro del Palagabeca, il palazzetto dello sport del centro sportivo San
Filippo dove il Brescia ha la sua sede. Su quelle tavole, dove la squadra
cittadina di pallavolo domenica ha festeggiato un 31 sul Livorno in A2,
ieri la città ha pianto il suo «Sceriffo», com' era soprannominato. Due
mazzi di rose bianche e blu accanto al gonfalone della squadra. Le corone
della Curva Nord. Sulla bara, decine di sciarpe bianche e azzurre. Ce n'
è anche una con un teschio. La maglia numero 13 col suo nome: nessuno la
indosserà più, il Brescia l' ha ritirata. Sulla cassa è appoggiata anche
una lettera della nipotina Jessica, 15 anni: «Fai il bravo. Penserò io a
Monica e Ale, stai tranquillo». Tra i cartelloni pubblicitari sulle tribune,
uno enorme: «vitaviva». Sono vasche idromassaggio. Sotto la volta di legno
del palasport rimbombano strazianti le grida di dolore dei famigliari. La
bionda moglie, Monica, urla «se sei lassù guardami, guardami ora ti prego».
Le mogli degli altri calciatori provano a consolarla: «Ma lui stasera non
torna a casa, non torna», ripete. Il padre Salvatore, ex parrucchiere di
Vercelli, si inginocchia e non riesce ad alzarsi: «Come si fa a perdere
un figlio così? - piange - Eri troppo buono, troppo buono in questo mondo
di bastardi». Ci sono anche la madre Maria e la sorella Maria Antonietta.
Dopo poco arrivano, alla spicciolata, quasi tutti i compagni di squadra.
Tra i primi Emanuele Filippini. S' era allenato con lui mercoledì mattina
e insieme avevano sfidato in una partitella Schopp e Kozminski: «Abbiamo
vinto noi 54 - dice il polacco - neanche quella gli è andata bene. Parlavamo
spesso del futuro, aveva mille progetti. Voleva un altro figlio. Ci siamo
salutati alla fine dell' allenamento: lui è rimasto all' albergo a mangiare,
io sono tornato a casa. Dall' autoradio ho saputo che non l' avrei più rivisto».
Carlo Mazzone arriva col suo staff alle 15.50. E' tutto rosso in viso, si
asciuga le lacrime, non riesce a dire niente. Nicolini piange a dirotto.
I tifosi sono centinaia. I più giovani usano le sciarpe biancazzurre per
asciugarsi gli occhi. Il palasport si riempie per la veglia funebre alle
21, officiata dal padre spirituale Claudio Paganini. Con tutta la squadra
ora c' è anche Roby Baggio. Stamattina al funerale verrà l' ex compagno
Savino che gioca nel Lecce. Tornerà in Puglia domani sull' aereo dei bresciani
e domenica li sfiderà in campo. Sul libro delle firme, all' ingresso, ancora
una frase della nipote: «Con la tua voglia di vivere e la felicità che portavi
ovunque ci hai insegnato tante cose. Ciao zio. Jessica». Un tifoso, poche
righe più sotto, ha scritto «Sarai sempre uno di noi, ciao scieriffo». Una
i in più e un amico in meno. .
Da Repubblica del 25 gennaio 2002
La città si è stretta attorno alla famiglia del difensore
morto mercoledì. Domani su tutti i campi un minuto di silenzio
Il calcio saluta Mero: «Sceriffo, ci mancherai»
di Andrea Biglia
In duemila ai funerali del giocatore, presenti molti suoi
ex compagni. La commozione del Brescia
DAL NOSTRO INVIATO BRESCIA - «Grazie Brescia» risponde,
la voce rotta dal pianto, papà Salvatore alla città radunata in piazza del Duomo
per l' ultimo applauso al suo Vito che esce dalla chiesa dentro il feretro sorretto
a spalle dai compagni di squadra. E quelli della Curva nord tornano a scandire:
«Vittorio Mero, sempre con noi». Poco prima, nella chiesa strapiena per i funerali
dello «Sceriffo», il roccioso difensore del Brescia schiantatosi sull' autostrada
al rientro dall' allenamento, l' assistente spirituale dei giocatori don Claudio
aveva sottolineato all' omelia che la liturgia degli stadi - i canti, gli addobbi
- è un po' diversa da quella religiosa, ma i due rituali devono trovare in comune
la voglia di stare insieme, di solidarietà. «E anche lassù, nello spogliatoio del
Paradiso - aveva concluso spingendo la metafora fino in fondo - sono convinto che
tu Vittorio spezzerai con tanti altri il pane dell' amicizia e dell' umanità». Un
saluto dal pulpito anche dal centrocampista Antonio Filippini, forse il compagno
più caro, sua moglie in questi giorni si è presa cura del piccolo Alessandro rimasto
senza papà: «Mi rimproveravi perché alle messe non parlavo mai. Vedi che ti obbedisco?
Ciao, grande Sceriffo». Almeno duemila persone si sono strette ieri mattina attorno
alla moglie Monica, ai genitori, a tutti i familiari di Vito devastati dal dolore.
Tifosi e non tifosi accorsi in Duomo per ricordare un giocatore che si faceva amare
per il carattere esuberante, la generosità. Naturalmente la squadra al gran completo
con il presidente Gino Corioni («I migliori se ne vanno sempre prima, non abbandoneremo
la famiglia»), l' allenatore Carlo Mazzone, lo staff tecnico, i ragazzi delle giovanili
con i giubbotti della divisa. E molti ex compagni di Vito, il capocannoniere Dario
Hubner, al Brescia fino all' anno scorso, Lamberto Zauli, del Bologna, Savino Alberti
del Lecce che domani sfiderà proprio il Brescia in lutto. E poi le corone dell'
Inter, del Torino, dell' Atalanta, della Lega Calcio, dei «Ragazzi della Gradinata»,
degli Amici di Vercelli, città natale di Vito. Domani su tutti i campi un minuto
di silenzio ricorderà Mero. A lungo, dopo la cerimonia, il feretro è rimasto nella
piazza, la moglie e gli altri parenti non si staccavano più dalla bara. Tante mani
protese per carezzare il legno, per lasciare un fiore. E quando il furgone è partito
facendosi largo tra la folla la mamma, Maria, ha gridato: «Il nostro campione non
c' è più, non c' è più». Nel pomeriggio la sepoltura a Ravenna, la città della moglie
Monica dove la giovane coppia si era costruita la casa per gli anni futuri. Tre
pullman hanno seguito Vito ma i giocatori sono restati a Brescia: non si poteva
saltare l' allenamento in vista della trasferta a Lecce. «Che a finire così sia
un ragazzo di 27 anni è uno strazio - ha commentato Mazzone rompendo il muro di
silenzio -, che poi fosse un calciatore è secondario». «Sabato sera contro il Torino
- ha ricordato ancora il mister -, quando vincevamo 1-0, avevo detto a Mero di prepararsi
e lui ha cominciato a scaldarsi con la solita grinta. Poi i granata hanno rovesciato
le sorti segnando due gol. Ci siamo capiti guardandoci negli occhi, un difensore
non serviva più, ed è tornato in panchina. Questo era Mero». Domani contro il Lecce
torna Baggio. Ma i supporters, che porteranno solo striscioni dedicati a Vito saranno
pochi. «Siamo demoralizzati - spiega Enzo Ghidesi -, difficile ricucire le fila
del tifo». Andrea Biglia
Dal Corriere della Sera del
26 gennaio 2002



Sfide dedicato a Vittorio Mero
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