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Intervista a Gianni Carpitelli
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Tifoso F.C. Juventus

(Nel Settore Z allo Stadio Heysel il 29.05.1985)

Castelfiorentino

"Una tragedia che mi ha segnato la vita"

di Marco Gargini

Stadio Heysel, una ferita ancora aperta dopo 33 anni. Due castellani, la Juve e gli hooligans. I fratelli Carpitelli erano nel settore Z.

Il 29 maggio 1985 all'Heysel una partita di calcio si trasformò in una guerra in cui caddero 39 persone, tra cui quattro toscani. Furono centinaia i tifosi della Juventus partiti dalla nostra regione per andare a seguire la finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool. Tra questi anche due giovani di Castelfiorentino, Enrico e Gianni Carpitelli. Quest'ultimo, oggi affermato commerciante di 50 anni, è tornato indietro nel tempo a quella sera. Una sera in cui avrebbe dovuto trasformare lo sport, ma che si trasformò in una tragedia che tutto il mondo seguì in diretta televisiva.

Se Le dico Heysel, qual è la prima cosa che Le viene in mente ?

"È difficile mettere in fila tutti i ricordi perché dalla partenza al ritorno fu tutta una avventura particolare. Sicuramente il fatto di essermi ritrovato nelle carceri belghe fu una cosa completamente fuori programma rispetto a quelle che erano le aspettative iniziali. C'era tanta paura: avendo all'epoca 17 anni ed essendo minorenne ti vengono i brividi tutte le volte che ci ripensi. Perché è una cosa senza senso partire per vedere una partita di calcio e ritrovarti praticamente in una guerra. Avevo anche il timore di non poter far rientro a casa, senza sapere quello che effettivamente era accaduto perché fui "arrestato" prima della caduta del muro".

Come fu prelevato e portato in carcere ?

"Eravamo nel settore Z. Eravamo entrati dentro lo stadio con un sentore abbastanza strano. Lo stadio era fatiscente, con delle reti, come quelle che usiamo per le galline, che ci dividevano da questa orda di gente per lo più ubriaca. La preoccupazione fu subito molta. Però quando sei a una festa dello sport tendi a minimizzare tutto. Quindi, io e mio fratello Enrico, che era il mio "tutore" quella sera, abbiamo preso posto ognuno con i propri amici a due scaloni di distanza. Quando cominciò tutta la confusione, con gli inglesi che avevano iniziato a tirarci le cose addosso, mi resi subito conto che non si andava più dove si voleva, ma dove la folla ci portava. Nell'indietreggiare con cinquemila persone, ti ritrovi alzato venti centimetri da terra e di conseguenza segui l'onda e la corrente. Fui fra le uniche venti, trenta persone ad avere la fortuna di attraversare la rete che divideva i gradoni bassi dalla pista di atletica. Su questa pista c'erano solamente tre poliziotti che ci guardavano e non agivano. Anzi, cercavano di tenerci dentro il settore. Penso di essere stato uno degli ultimi a passare di lì e, invece di andare sotto alla tribuna che stava alla nostra destra, dove c'erano gli spogliatoi della Juventus, i giornalisti etc., andai verso l'altra curva. Perché ? Dentro di me, ho questo flash, mi ricordavo che due anni prima eravamo stati ad Atene ed avevo conosciuto alcuni club di Fucecchio e di Capannori. Lì per lì mi prese questa vana speranza che qualcuno mi notasse. Andai sotto all'altra curva e mi scambiarono per un facinoroso e dopo trenta secondi mi presero per il braccio e mi portarono fuori fino al furgoncino della Polizia e mi ammanettarono. Fu dei momenti in cui ebbi più paura perché, quando partimmo, ero con due inglesi. II furgoncino partì a velocità elevata e, essendo in un Paese straniero, mi chiesi: "Dove ci portano" ?. Lì mi passò la vita davanti agli occhi. Ebbi la sensazione che ci portassero in campagna per spararci un colpo. Non sapevo proprio dove sarei finito. Arrivati in gendarmeria, mi tolsero tutto il poco che avevo. Aveva tutto mio fratello, documenti compresi, mentre io avevo le sciarpe, le sigarette e poco altro. Mi collocarono in una cella, non di quelle chiuse, ma di quelle con le sbarre aperte con gli inglesi accanto. E lì ci passai praticamente più di metà nottata".

Gli Inglesi che erano con lei come si comportarono ?

"Nella camionetta eravamo in uno spazio di mezzo metro quadrato per cui stavano tranquilli anche perché avevamo delle manette speciali molto strette. Arrivati in cella, mi ricordo che mi sputarono quasi tutta la sera. Ad un certo punto mi addormentai ripiegato su me stesso. Mi svegliai quando mi chiamarono per aprire la cella perché cominciavano a portare i sacchi neri con dentro le sciarpe insanguinate della Juventus. Da lì cominciai ad avere il sentore che fosse successo qualcosa di molto grave. Chiesi ad un gendarme, sapendo il francese, cosa fosse accaduto e la sua risposta fu abbastanza granitica perché mi riferì che c'erano stati degli incidenti gravi e poi mi disse addirittura "che te ne frega ? Tanto avete vinto". Fondamentalmente della gravità degli incidenti lo seppi in una fase successiva. I gendarmi mi interrogarono fino a verso le 2 di notte e mi promisero che mi avrebbero riaccompagnato in hotel a 180 chilometri da Bruxelles, ma fui sbattuto fuori intorno alle 4. Da lì riuscii in qualche modo a raggiungere la stazione ferroviaria che era chiusa visto che apriva alle 6 e lì davanti c'erano cinquecento inglesi sdraiati. Perciò buttai via le sciarpe, ma poi sentii parlare italiano. Da lì cominciò un'altra storia perché un giornalista de La Stampa e altre due persone mi portarono in giro a rifocillarmi e mi raccontarono un po' quello che era successo, anche se loro non avevano la percezione del numero dei morti. In tutto questo pensavo solamente a uscire velocemente dal Belgio. Sapevo che mio fratello potesse essere in pensiero perché non mi trovava più. La mia priorità, però, era di andare via, uscire dal Belgio e vedere cosa sarebbe successo. Quando aprì la stazione, il giornalista mi pagò il biglietto fino in Lussemburgo".

E suo fratello Enrico ?

"Mio fratello se l'è vista molto peggio di me perché fin dall'inizio non mi trovava più. Dovette guardare praticamente quasi tutti i morti per vedere se mi riconosceva tra quelli fuori dello stadio. Poi fu portato in ambasciata e gli furono dati dei calmanti. Ha vissuto male tutta la situazione anche perché, oltre a essere responsabile di un fratello minore, non sapeva che dire ai miei genitori che videro cosa stava succedendo in diretta al maxischermo nella discoteca di Castelfiorentino. Tornarono a casa e cominciò la loro odissea nel telefonare al consolato, all'ambasciata. Enrico diceva loro che non ero nella lista dei morti, né in quella dei feriti gravi e che non sapeva dove cercarmi. Alla fine venne fuori che io ero l'unico italiano "arrestato" prima della partita e senza motivo. Ci rivedemmo due giorni dopo a casa".

Come fece ad avvisare i suoi genitori ?

"La mattina dopo riuscii a telefonare dal Lussemburgo mentre i miei genitori stavano andando all'aeroporto di Pisa per volare in Belgio, convinti di ritornare con una bara. Fu una cosa abbastanza buffa perché, mentre mia madre scendeva per andare a comprare i biglietti e mio padre andava a parcheggiare, la Polizia dello scalo di Pisa chiamò i signori Carpitelli per dare loro una comunicazione. I poliziotti si avvicinarono a mia mamma, le dissero che avevo chiamato a casa e che stavo bene. A casa c'era un'amica di famiglia a rispondere alle chiamate. Mamma si mise a piangere per l'emozione, babbo entrò in aeroporto in un momento successivo e, vedendo mia madre piangere, inizialmente pensò al peggio. Poi presi il treno dal Lussemburgo e tornai a Firenze dove mi venne a prendere mio padre".

Come fu il ritorno a casa ?  E, poi, ha più rimesso piede in uno stadio ?

"Mia madre di colpo era invecchiata di venti anni. Mi immagino quello che passarono i miei familiari. Forse, tra tutti e quattro, io fui quello a vivere meglio questa vicenda perché sapevo dove ero e di essere vivo. Magari non potevo avvisare, però ero abbastanza sveglio perché in certe situazioni te la devi saper cavare. Forse incise anche il fatto di non aver vissuto direttamente la tragedia nel suo essere, cioè il muro caduto ed i morti in terra. La paura ci fu soltanto all'inizio e quel fatto di essere riuscito a sfuggire subito, e di non essermi reso conto di quello che era successo, sicuramente mi aiutò a superare la tragedia. Infatti, in seguito sono sempre andato a vedere tutte le finali di Champions League della Juventus. Andai da solo a Monaco, ad Amsterdam... Mio fratello ha sofferto notevolmente, anche attacchi di panico. Non ha voluto più frequentare posti dove c'è tanta folla, come per esempio i concerti. È sicuramente rimasto traumatizzato da questa cosa. Considera che al ritorno al pullman fissato per mezzanotte mancavamo in due: io ed il pratese Bruno Balli, che morì. Mio fratello visse quest'esperienza con Otello Lorentini che aveva perso il figlio Roberto. All'ambasciata si facevano coraggio insieme".

Negli anni ci sono state delle iniziative tra Juventus e Liverpool e la tifoseria dei "Reds" invocò a chiare lettere l'"amicizia". Che ne pensa ?

"Credo che nella vita tutti abbiano l'opportunità di potersi rifare. Sarebbe sbagliato fermarsi al primo errore e condannare definitivamente uno per tutta la vita per quello che ha fatto. A Bruxelles ci fu una sottovalutazione molto più ampia. Si sapeva che gli inglesi si ubriacavano e che quindi perdevano il controllo, ma io credo che ci siano state enormi responsabilità dall'Uefa a scendere. Gli hooligans andavano fermati prima e non andavano probabilmente neanche dati i biglietti. lo sarei rimasto a casa perché quei biglietti comparvero all'improvviso nelle agenzie di viaggio. Non so se un giorno ci sarà mai una pacificazione. Quello che fanno a livello istituzionale fra i dirigenti conta relativamente. Non ce l'ho neanche tanto con loro anche se, mi raccontava mio fratello, che lan Rush, che poi venne a giocare a Torino, dal pullman alzò il dito medio nei confronti di coloro che erano giù e che stavano subendo le pene dell'Inferno fuori dallo stadio. lo personalmente non ho risentimenti perché guardo al calcio come a una sorgente di vita, a una passione, ad una fede spropositata che ho, ma mi fermo lì".

Soprattutto a Firenze, ma anche in altri stadi, molti offendono la memoria delle vittime dell'Heysel. Cosa ne pensa ? Cosa dovrebbero fare le società ?

"Quelli sono imbecilli a prescindere. Le società ? Fanno poco o nulla perché c'è questo sub-accordo tra società e tifosi in cui l'una ha bisogno degli altri. Quindi difficilmente c'è una chiara presa di posizione. Tornando agli imbecilli, credo che sull'imbecillità delle persone ci si possa fare ben poco. Devi sperare che ce ne vadano sempre meno allo stadio. In Italia manca la cultura sportiva. Già quando si va a vedere le partite delle giovanili, la domenica è un vero manicomio mentale a partire dai genitori. I figli sono il meno, ma apprendono dai loro genitori questa "educazione" che è vera e propria ignoranza, cattiveria verso l'altro. Il calcio c'entra, comunque, poco: questi andrebbero a far danni ovunque, in birreria, ad un concerto etc. Quando hai in mente l'antagonismo non puoi essere ottimista e altruista. lo ho tanti amici in Curva Fiesole e sono persone che hanno vissuto e che sanno cosa sia l'amicizia. Purtroppo ci sono tante altre persone che si sfogano negli stadi e sui social. lo, sinceramente, non me la sento di litigare per il calcio. Ok lo sfottò, ma finisce lì. Di andare oltre, con tutti i problemi che ci sono, ne faccio volentieri a meno".

Tornando a quella sera, cosa pensa di quella Coppa e dei festeggiamenti ?

"Prima di tutto, non la sento una coppa vinta. L'unica coppa che sento di aver vinto è quella di Roma contro l'Ajax nel 1996. Credo che quella sera sia stata architettata una cosa per non creare ulteriori problemi di ordine pubblico. Avendo vissuto la situazione al di fuori dello stadio prima della partita, non voglio neanche immaginarmi cosa sarebbe successo lasciando migliaia di persone di contrapposte fazioni a giro per Bruxelles. Gli inglesi non so neanche se ce la facevano fisicamente a guardare il secondo tempo per come erano conciati e credo che non avrebbero più potuto fare ulteriori danni. Il fatto di aver giocato quella partita fu una decisione presa da tutti gli organi federali, forse l'unica giusta. La coppa è insanguinata ed io, se fossi stato in Giampiero Boniperti, l'avrei lasciata lì. La Juventus, successivamente, ha peccato di insensibilità nei confronti di chi subì quella tragedia. Mi è sembrato molto strano che all'epoca, da parte della società, non ci sia stata un'attenzione maggiore verso le famiglie".

Questa esperienza come l'ha segnata nella vita ?

"Ti segna anche negli atteggiamenti, soprattutto inconsapevolmente. Te ne rendi conto sempre a posteriori di come ti comporti e di come ti atteggi. C'è sempre un po' di paura e un po' più di attenzione verso certe cose. Alla fine è tutta una crescita e la crescita avviene attraverso anche i traumi e le cose negative. Queste sono delle situazioni, se riesci fortunatamente ad uscirne vivo come successe a me ed a mio fratello, che comunque ti accompagnano in maniera dolorosa, ma che ti fanno anche superare in maniera più facile certi aspetti e certe situazioni che poi ti ritrovi difronte. E questo perché, comunque, hai passato un qualcosa di indelebile che è molto, molto peggio e molto più forte".

Domani la finale tra Real Madrid e Liverpool. Per chi simpatizzerà ?

"Penso che a livello calcistico il Real sia superiore e mi farebbe piacere veder vincere una squadra diversa. Non ho risentimenti nei confronti del Liverpool, soprattutto verso i suoi giocatori che non c'entrano nulla con ciò che successe quella sera. Che vinca il migliore e che la successiva la vinca la Juventus".

25 Maggio 2018

Fonte: Chiantisette - Val D’Elsasette
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