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Interviste a Emilio Targia
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Giornalista e Scrittore

 Autore di 2 Libri sulla Strage (2010-2015) 

(Nel settore M allo Stadio Heysel il 29.05.1985)

Juve, "L'Heysel è di tutti, è una questione di memoria civile"

di Guido Vaciago

Lo scrittore Targia: "L'Heysel è un pezzo di storia drammatica del nostro Paese e come tale deve essere trattata: scritta con rigore e letta con attenzione perché la memoria non venga manomessa".

Buongiorno Targia, a 31 anni di distanza perché bisogna ancora parlare dell’Heysel ?

"Perché è un pezzo di storia drammatica del nostro Paese e come tale deve essere trattata: scritta con rigore e letta con attenzione. L’Heysel deve essere una questione di condivisione collettiva della memoria. Io aggiungo una motivazione personale, perché ero lì 31 anni fa e da giornalista sento una responsabilità raddoppiata perché la memoria non venga manomessa".

Chi o casa manomette la memoria dell’Heysel ?

"L’indifferenza, la superficialità e la disattenzione. Chi la liquida come un fatto calcistico e basta, chi la racconta con un taglio amorale senza approfondire la sostanza di quel dramma, chi ne parla senza prima cercare di confrontarsi con il dolore di 39 famiglie e 300 persone ferite. Troppo spesso si trascura quel dolore. Non lo conoscono quelli che lo insultano negli stadi: la loro è pura ignoranza e, in piccola parte, volgare ostentazione di odio per offendere una tifoseria in una parte molto sensibile dei suoi sentimenti. Per tutte queste cose dobbiamo continuare a ricordare e compiere una regolare manutenzione della memoria".

La lezione del 29 maggio 1985 ha migliorato il calcio negli ultimi 31 anni ?

"Non ha certamente migliorato una parte dei tifosi, quelli che continuano a perseguire la follia della violenza, fisica o verbale. Purtroppo si respira ancora un clima troppo pesante in certi stadi. In compenso credo che sul fronte dell’organizzazione dei grandi eventi siano effettivamente compiuti progressi: l’Uefa oggi non ripeterebbe nessuno degli errori del 1985 e probabilmente anche le istituzioni belga".

Lei ha continuato a seguire il calcio "da tifoso": quante volte ha pensato all’Heysel in uno stadio ?

"Alcune volte, non sempre. Mai nello Stadium dove mi sento a casa, al sicuro. Altrove... A proposito delle cose migliorate o peggiorare: l’obsolescenza di certi nostri impianti non è certo un aiuto alla sicurezza".

Crede che una parte del popolo juventino abbia rimosso o voglia rimuovere l’Heysel ?

"No, non credo, la maggior parte dei tifosi della Juventus che conosco no".

Per ricordare è meglio una stele o un dibattito ?

"Non saprei si entra in un territorio complicato, quello della memoria. Credo che la società, per esempio, si stia muovendo molto bene negli ultimi anni. Le associazioni e i comitati lavorano molto, ma non sempre coordinati: una maggiore condivisione aiuterebbe anche mediaticamente il ricordo dell’Heysel. Personalmente sono stupefatto di come la promozione del mio libro dell’anno scorso stia continuando per le richieste che ricevo in tutta Italia (ieri era a Venosa in Basilicata): c’è un desiderio di sentire raccontare quella storia e le generazioni più giovani sono le più ricettive: capiscono meglio la portata della vicenda perché la affrontano senza preconcetti".

Da tifoso della Juventus come vive quella Coppa ?

"Tema delicatissimo. Diciamo che è giusto che sia a casa Juve, nel museo, perché a chi dice: "andava restituita", domando: a chi ? All’Uefa ? Quella Coppa è un pezzo di memoria, è un ricordo prismatico che ogni volta mi fa pensare a qualcosa di diverso: al dolore, ai patimenti, alla faccia di Scirea...".

Molti criticarono l’ostentazione di quel trofeo nel dopo partita.

"Quel giro di campo l’ho filmato con il mio super8 e l’ho rivisto con il mio occhio analogico. Eravamo, erano tutti sotto choc, c’era Tardelli che salutava la Juventus e poi c’era la richiesta delle forze dell’ordine: distrarre i tifosi juventini per evitare altri incroci pericolosi con gli inglesi. Non ho mai visto gioia, solo smarrimento".

(Emilio Targia, giornalista di Radio Radicale e scrittore, è autore di due libri sulla tragedia di Bruxelles. "Quella notte all’Heysel" è scritto in prima persona e racconta l’esperienza di Targia, che il 29 maggio 1985 era fra gli spettatori della finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool, prima della quale morirono 39 tifosi bianconeri in seguito a una folle carica di quelli inglesi. Ne esce una narrazione dal forte impatto emotivo, ma che resta rigoroso sotto il profilo storico. Nell’ampio panorama sull’argomento uno dei testi più ficcanti pe ricordare o conoscere una delle pagine più drammatiche del calcio, indipendentemente dai colori che si amano o dalla squadra per la quale si tifa).

29 maggio 2016

Fonte: Tuttosport.com

NDR: Il ragazzo nella foto di repertorio che depone i fiori sulle gradinate dell'Heysel è proprio Emilio Targia il 30.05.1985

Heysel: 30 anni dopo, la denuncia "agenti erano tutti in ferie"

(AGI) - Roma, 26 mag. - Da 30 anni, il 29 maggio è una data che fa male, una data che deve essere ricordata. Il 29 maggio 1985, 39 persone morirono allo stadio Heysel di Bruxelles, poco prima della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Gli inglesi ubriachi, approfittando della mancanza di forze dell'ordine - in ferie dopo la visita del Papa in Belgio, è la denuncia di chi quel giorno era lì - caricarono i supporters bianconeri che per difendersi si ammassarono contro il parapetto del settore ospiti. La barriera cedette e a decine precipitarono nel vuoto. Da allora molto si è detto e scritto, spesso perdendo di vista l'unica cosa che conta: il mantenimento della memoria e della verità, nel rispetto delle vittime e dei loro famigliari. Emilio Targia, giornalista testimone, nel libro 'Quella notte all'Heysel' (Sperling & Kupfer, 178 pagine, 14,90 euro) ripercorre lucidamente la vicenda, raccontando quello che ha visto all'interno dello stadio, condividendo lo sgomento, l’incredulità e la rabbia che seguirono.

D - Heysel continua a "vivere" con noi e, spesso, contro la pigrizia della nostra memoria. Qual è la prima immagine che viene in mente riavvolgendo il nastro ?

R - Un padre di famiglia. Un uomo che, preso da un attimo di follia, mi affida il figlio e tenta di raggiungere il settore Z che avevamo di fronte. E' stato un attimo, poi probabilmente si sarà reso conto che non avrebbe potuto essere d'aiuto in nessun modo, ed è tornato indietro. Ma un'altra immagine che resterà indelebile nella memoria è il mio ritorno allo stadio il giorno seguente. Ero andato per portare un mazzo di fiori e mi ritrovai a camminare tra sciarpe insanguinate, macerie e scarpe rimaste a terra.

D - Cosa ha scatenato il tutto ?

R - Non fu una sola la causa. Più che altro fu una serie di eventi. Uno stadio obsoleto e fatiscente, un servizio d'ordine non all'altezza e migliaia di inglesi ubriachi pronti a "caricare" i tifosi italiani. Fu tutto sbagliato anche la vendita dei biglietti, troppi, e infine anche il mancato divieto di vendita di alcol.

D - Entrati allo stadio avevate avuto il sentore che potesse accadere qualcosa ? Avevate capito la gravità della situazione ?

R - Eravamo a conoscenza delle "turbolenze" dei tifosi del Liverpool. Arrivando allo stadio avevamo incontrato inglesi ubriachi, avevamo sentito parlare di risse, ma non pensavamo che la situazione potesse degenerare in questo modo. L'anno prima a Roma c'era stato l'incontro con il Liverpool, in uno stadio grande il doppio, non c'erano stati problemi e tutto era stato gestito bene. Come avremmo potuto immaginare che i belgi sarebbero potuti essere tanto disorganizzati ? Qualche tempo dopo si venne a sapere che il Papa, Giovanni Paolo II, quindici giorni prima del mach era andato in visita a Bruxelles e per l'occasione erano stati impiegati i corpi d'élite specializzati nell'ordine pubblico. Il giorno dell'incontro erano tutti in ferie.

D - E le forze dell'ordine presenti allo stadio, come intervennero ?

R - I poliziotti sul campo erano davvero pochi, io ne contai 5 o 6. Mi dissero che molti erano impegnati fuori dallo stadio, nessuno si rese conto che il rischio e la situazione da tenere sotto controllo era all'interno. Appena iniziò lo spostamento di massa, qualche italiano riuscì a fuggire "invadendo" il campo, ma fu preso a manganellate. Il servizio di sicurezza non era stato nemmeno addestrato sui colori delle maglie delle due squadre, non riuscivano a riconoscere gli hooligans dai tifosi italiani.

D - Le autorità calcistiche decisero comunque di far disputare la partita, è stata una scelta giusta ?

R - Assolutamente sì. Sarebbe stato un gesto folle non far disputare la gara. Sarebbero venute a contatto le curve e si sarebbe scatenato l'inferno.

D - Qual è il modo migliore per non dimenticare i 39 morti ?

R - Un buon esempio lo ha dato la curva della Juve nel corso dell'ultima partita contro il Napoli, issando uno striscione con i nomi dei 39 tifosi morti nella tragedia. Non bisognerebbe parlare solo di numeri, ma raccontare storie per far capire e non dimenticare. Mi piacerebbe che il Coni, la Uefa, la Lega insomma le autorità calcistiche organizzassero un minuto di silenzio, anche in tutti gli stadi, domenica prossima per il trentennale.

26 maggio 2015

Fonte: Agi.it
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