39 Angeli all'Heysel




Interviste

Zbigniew BonieK   1

Zbigniew BonieK   2

Giampiero Boniperti

Sergio Brio

Francesco Caremani *

André Daïna

Aldo Ferraris

Adriano Lazzarini

Vittorio Lombardi

Andrea Lorentini

Michela Mazzino

Michel Platini

Ian Rush

Giuseppe Spolaore

Stefano Tacconi

Rogan Taylor

Walter Veltroni

 

* Intervista esclusiva per www.saladellamemoriaheysel.it   

 


 Boniperti ricorda Heysel: "Tenemmo la coppa, il sangue era nostro"

di Roberto Beccantini

TORINO - Venticinque anni e trentanove morti dopo, l’Heysel continua a «vivere» con noi e, spesso, contro la pigrizia della nostra memoria. Presidente Boniperti, è così ? 

«Io c’ero, e chi c’era, non potrà mai dimenticare. Ripeto: mai. Qualche volta, lo confesso, vorrei vigliaccamente rimuoverlo ma come si fa ? E poi non sarebbe nemmeno giusto».

Un’immagine, una sola.

«Le bare in ospedale, la mattina dopo. L’una vicina all’altra, molte con sciarpe bianconere. Erano tutti dei nostri. Uomini, donne, bambini: non è possibile crepare per una partita di calcio».

Non si doveva giocare.

«Non si doveva giocare all’Heysel. È diverso. Uno stadio così vecchio, e così mal presidiato. Di poliziotti in campo, o comunque dentro, ne ricordo uno. E poi...».

E poi ?

«E poi chi fossero gli hooligans, e come si comportassero in trasferta, era di dominio pubblico. La gendarmeria belga sbagliò su tutta la linea. Per tacere delle agenzie che vendettero biglietti “promiscui”, affiancando le famigliole dei nostri tifosi ai teppisti del Liverpool, ubriachi fradici e cotti dal sole. Una vergogna. Fu une vera e propria caccia allo juventino, il muretto del settore Z crollò alla prima pedata».

D’accordo, la scelta dell’Heysel fu sbagliatissima: e la volontà di scendere in campo comunque, no ?

«La Juventus non voleva giocare. Il Liverpool neppure. Ci obbligarono l’Uefa e le autorità belghe. Temevano che l’effetto rinuncia avrebbe spinto alla rivolta gli altri settori. Nel 1985, non c’erano ancora i telefonini. Chi era dall’altra parte dello stadio, non poteva percepire l’entità del dramma. Lo avrebbe capito da un improvviso ritiro delle squadre, dalla cancellazione della finale. E allora, dissero per convincerci, sarebbe stato non più un inferno, ma l’apocalisse».

I giocatori però sapevano.

«Può immaginare la confusione, il caos. Barelle, sirene, urla strazianti. Cercammo in tutti i modi di non far entrare la notizia nello spogliatoio. Per questo, impedii fisicamente a Edoardo, il figlio dell’Avvocato, di parlare con i ragazzi. Edoardo lo ricordo vagare per il campo: non riuscivano a portarlo via. Lo trascinai in uno stanzone e gli intimai di non muoversi da lì. Suo padre, non appena arrivò e venne informato, disse all’autista di tornare indietro».

E la gioia di Platini, allora ?

«Da fuori è facile parlare. Io ero là, travolto dalle emozioni. Cercavo mia moglie, in tribuna con mio figlio Giampaolo, che a sua volta cercava Alessandro, l’altro figlio che si era spinto verso la curva maledetta. A Platini dicemmo di non fare il giro d’onore, di portare la coppa solo dalla parte dei nostri».

Perché non informaste i giocatori ?

«Perché, in caso contrario, credo che molti non avrebbero giocato, mentre ci era stato imposto di farlo. Ricordo che l’avvocato Chiusano mi disse che non si doveva giocare, assolutamente. Se non mi avessero tenuto, gli avrei dato un pugno. Proprio a me, veniva a dirlo».

La Coppa, almeno quella, avreste dovuto riconsegnarla. Lo ha ammesso anche il Trap.

«Per cinico che possa sembrare, la partita fu vera. Falso, solo il rigore: Boniek venne falciato nettamente fuori area ma l’arbitro era nell’altra metà campo, sorpreso dal lancio di Michel, non molto lontano da lui. E poi il sangue era nostro. Litigai con Candido Cannavò che non aveva gradito quella coppa così esposta a Caselle; col senno di poi può essere che non avesse tutti i torti, ma in quei momenti eravamo travolti da un dramma immane, da pulsioni fortissime».

Con i parenti delle vittime ci sono state delle incomprensioni.

«Ho fatto il possibile, in tutti questi anni. Il tasto è molto delicato, preferirei non parlarne».

Boniek ha sempre dichiarato che non ritirò il premio partita.

Zibì fece come gli altri. Nessuno avrebbe voluto giocare, noi per primi: quante volte devo ripeterglielo ? Ma ci fu ordinato, e giocammo. E il Liverpool non giocò per finta, anzi».

La lezione dell’Heysel ?

«Molto semplice, molto amara: gli inglesi sono stati più bravi di noi. Fra l’Heysel e la tragedia di Hillsborough (1989, semifinale di coppa d’Inghilterra fra Liverpool e Nottingham Forest, 96 tifosi dei Reds morti per soffocamento), hanno fatto punto e sono andati a capo. La svolta coinvolse tutti, dal governo alle autorità sportive alla gente comune: guerra sistematica agli hooligans, rifondazione degli stadi e del concetto-stadio, certezza delle pene. Noi, viceversa, siamo rimasti, come ci capita spesso, a metà del guado».

Parole, parole, parole.

«  Appunto. Le chiedo: com’è possibile che Genoa-Milan del 9 maggio 2010 sia stata disputata a porte chiuse per l’uccisione di un tifoso genoano (Claudio Vincenzo Spagnolo, accoltellato dall’ultrà milanista Simone Barbaglia) avvenuta il 29 gennaio 1995, cioè più di quindici anni prima ? ».

Da La Stampa del 29 maggio 2010

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Il fuoriclasse polacco conquistò il rigore che decise la sfida

Boniek: giocammo solo per evitare una guerra civile

di Roberto Beccantini

«Noi sapevamo tutto e non volevamo scendere in campo. Ce lo ordinò l'Uefa. Ci disse: molti sugli spalti non hanno idea di quanto e' successo, se vi rifiutate lo capiranno e sarà peggio. Poi fu una gara triste ma vera»

ZIBI' Boniek, prima o poi doveva succedere. Cosa ricorda?

«Ricordo che, col Liverpool, ho giocato due volte. A Torino, nella neve, per la Supercoppa d'Europa: e fu un trionfo, 2-0, doppietta del sottoscritto. All'Heysel, in finale, e fu una tragedia». Il 29 maggio saranno vent'anni. «Per rispetto delle vittime, mi sforzo di non pensarci più. Io, quella coppa, non l'ho mai sollevata». Boniperti avrebbe dovuto restituirla... «Restituirla a chi? Forse all'Uefa, dopo tutto quello che, sul piano organizzativo, aveva combinato? Non scherziamo».

Non mi dirai che la partita e' stata vera?

«E' stata una partita di cui nessuno può e deve vantarsi».

Eravate al corrente?

«Non dar retta a chi finge che, in quel casino, orientarsi fosse difficile, e conoscere l'esatta entità del dramma ancora di più. Al 99,9 per cento sapevamo tutto: dei morti, della dinamica, della cappa esplosiva che gravava sullo stadio. Ripeto: tutto». Era proprio indispensabile giocare? «Noi non volevamo. E il Liverpool neppure. Ce lo ordinarono. Ci dissero che, se non fossimo scesi in campo, sarebbe stato peggio. I telefonini non esistevano, e molti degli juventini sugli spalti, loro sì, non avevano idea di quante fossero le persone morte ammazzate nel settore Z. Uno dell'Uefa mi fece: se vi rifiutate, lo impareranno».

Con che spirito hai giocato?

«Per vincere. Se uno ti dice: se non giochi, e' peggio, tu, che sei un uomo, giochi. E una volta dentro, ti dai da fare. Quelli del Liverpool si comportarono esattamente come noi. Non a caso, il migliore fu Tacconi».

Fallo di Gillespie su di te: due metri buoni fuori area, eppure Daina diede il rigore.

«Un abbaglio clamoroso, lo so. L'arbitro avrebbe dovuto fischiare la punizione dal limite. Con uno come Michel, sarebbe stato comunque un mezzo rigore».

Al suo posto avresti esultato?

«E' facile suggerire, adesso, quello che avremmo dovuto fare, allora. Siamo uomini, ognuno reagì come gli dettavano i suoi sentimenti. Osceno e tragico fu il ''prima'', non il ''dopo''».

Mettiti per un attimo dalla parte dei parenti delle vittime: per loro, non si doveva giocare e il trofeo andava riconsegnato.

«Nel mio piccolo, rinunciai al premio partita e lo girai proprio ai parenti. Non sono un santo, e tanto meno lo fui all'Heysel, però rivendico le attenuanti che si devono a colui e a coloro che, precettati per contendersi ''semplicemente '' una coppa, non importa se dei Campioni, si ritrovano, all'improvviso, al centro di una guerra».

Che si poteva evitare.

«Molto di più: si doveva. Ecco, a questo sì che penso spesso, al fatto che scatenò l'apocalisse. Mica ultras contro ultras, o scontri omicidi nei paraggi dello stadio. Mai, una carneficina così devastante ebbe origine da cause così banali e così facilmente aggirabili, gli hooligans finiti nella curva sbagliata, le strutture vecchie e fatiscenti dello stadio, gli juventini che, spaventati, scappano e trovano muri di cemento, la polizia belga del tutto inadeguata a gestire e sbrogliare una simile emergenza».

Quella sera, morì anche il calcio.

«Quella sera, sono morte trentanove persone. Il calcio no, non poteva morire e, anzi, rinacque proprio da li', da quel sangue. Hai presente Anfield o Old Trafford? Sono gioielli, e chi sgarra, finisce dentro. L'Heysel era una schifezza, ma in tutto il mondo avrebbero evitato, comunque, la tragedia. In tutto il mondo, tranne che a Bruxelles».

Da La Stampa del 19 marzo 2005

 

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Heysel, 25 anni per non dimenticare

Di Elisa Chiari

Doveva essere una finale di Coppa dei campioni. Fu una notte di follia e incuria che costò la vita a 39 persone nello stadio di Bruxelles. I ricordi dell'ex campione Zibi Boniek.

Quella di Zibi Boniek non è un'intervista, è una lapide scolpita a voce. I conti con l'idea che si possa morire di calcio, in una sera in cui si vorrebbe vincere ed esultare, sono ancora difficili 25 anni dopo. Doveva essere una finale di Coppa dei campioni (si chiamava ancora così), fu una notte di follia, incuria e imprevidenza, che costò la vita a 39 persone schiacciate contro il muro di uno stadio belga che non esiste più ma ha lasciato macerie dentro moltissime persone.

«Mi dispiace molto», spiega Boniek, colonna di quella Juventus, «su quello che è successo all'Heysel ho parlato già diverse volte, ho rilasciato diverse interviste e ho deciso per conto mio di non parlarne più. Per me è stata una cosa tristissima al limite della sopportazione umana. Noi siamo stati coinvolti e in un certo senso costretti a partecipare a una gara che secondo me non aveva senso. Ma, una volta entrati in campo, abbiamo cercato anche di vincerla perché è normale che, se a quel punto sei costretto a fare una cosa, la devi fare al meglio. Alla fine non ho preso il premio partita, perché mi sembrava giusto devolverlo a favore delle vittime. Mi dispiace profondamente perché noi parliamo ogni tanto, facciamo belle interviste, invece c'è ancora gente che vive senza i figli e senza i mariti che hanno perso la vita là. Per questo preferisco non parlarne. Mi spiace anche di non poter andare a Torino a partecipare alla Messa di commemorazione. Sto vicino a tutti quelli cui si è spezzata la vita là e a quelli che sono rimasti a casa con la vita non meno spezzata. Di più non mi sento di aggiungere».

Era il 29 maggio 1985, la Juventus andava a giocare a Bruxelles la finale contro il Liverpool. Lo stadio era vecchio e mal pensato, pensata peggio la distribuzione del pubblico, con una parte dei tifosi italiani finiti in un angolo della curva del Liverpool, la curva degli Hooligans. Subito dietro le macerie di un cantiere, perfetto per chi volesse rifornirsi di armi improprie casomai non bastassero le aste delle bandiere. E così andò.

Cominciarono a caricare prima della partita, schiacciando in tanti i pochi nell'angolo, il settore Z, che per molti è stato la fine per niente simbolica dell'alfabeto dei giorni. In 39 non sono tornati, 32 erano italiani. A distanza di 25 anni, il calcio ha rimosso molte cose, non ne ha imparata quasi nessuna. La polvere della memoria però fluttua in parte ancora nell'aria, ciascuno a seconda di dove si trovava, ha un pezzo diverso del puzzle da apporre, nessuno l'insieme.

Anche per questo è interessante leggere
Heysel 29 maggio 1985. Prove di memoria (Reality book, 16 euro), un libro che ha pochi giorni di vita e prova a rimettere insieme i pezzi, chiedendo un mare di testimonianze a chi c'era. L'autore anche c'era, ma non tira direttamente i fili conclusivi del puzzle intero, lascia a chi legge il compito di ricomporlo, sapendo che per quanti pezzi si riescano a collocare, ne mancheranno sempre 39.

Non è l'unico libro recente su quel tema doloroso (se ne leggono una versione letteraria nel monologo Quando cade l'acrobata entrano i clown, Heysel l'ultima partita di Walter Veltroni e una giornalistica in Heysel, la verità di una strage annunciata, di Francesco Caremani), ma il racconto di Targia, raccolto coordinando molte penne diverse anche prestigiose, ha di diverso la coralità. Il punto di vista dell'autore potete sentirlo a voce in uno dei video allegati.

Da Famiglia Cristiana del 29/05/2010



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Il dramma negli occhi del campione

Platini: "Per me è stata la notte dello strappo

Ho giocato per 2 anni quasi in anestesia

di Gian Piero Ormezzano

MICHEL Platini, l'Heysel e' di dieci anni fa, il suo addio al calcio di otto anni fa. Quel giorno, in una stanzetta dello stadio comunale di Torino, l'Heysel fu messo da lei fra le ragioni di un ritiro precoce. Ma fra la tragedia e l'addio c'erano stati due anni...

"E due anni di campionato italiano, cioè una faccenda tesa, dura, da affrontare con tutto di se stesso, e intanto assorbente, anestetizzante. Ma sono anche stati due anni in cui ho pensato eccome a quel che era accaduto quella sera a Bruxelles. Dentro lo stadio, dentro il mondo del calcio e dentro di me. Ho messo l'Heysel con la sua tragedia immensa accanto al mio se vogliamo piccolo problema personale, che in quei due anni si era acuito, e ho trovato non tanto la forza, quanto l'ispirazione per dire basta".

L'Heysel più cosa?

"Più voi con le vostre pretese di giornalisti, di tifosi, e il calcio italiano, e il calcio tutto, e insomma la fine del ragazzo che si divertiva a giocare e che, cominciando a fare il professionista nel Nancy, non si era mai immaginato che il giocattolo portasse con sé così tanti problemi, tante complicazioni, anche tante angosce".

Parliamo ancora dell'Heysel.

"Abbiamo saputo abbastanza presto, nello spogliatoio, che era successo qualcosa di grave, di tragico, ma non abbiamo avuto subito tutte le informazioni, anzi. E si poteva anche pensare ad un crollo, a un incidente vasto. Ci hanno detto che la partita si sarebbe giocata comunque. E ci siamo lasciati prendere da essa. Chiamatela legittima difesa, ecco. Abbiamo corso, io ho segnato, abbiamo vinto, abbiamo persino festeggiato la coppa, che ci mancava, e in mezzo a gente che la voleva e che era felice di averla".

Qualcosa da non rifare, pensandoci su? 

"Facile parlare dopo, facile parlare adesso. E' andata come doveva andare, in fondo quando e' stato deciso di farci giocare egualmente proprio a certe magie del calcio si pensava, per calmare, o meglio per distrarre. Abbiamo cercato di parlare molto della partita, quando si e' capito che si sarebbe giocato, di farci prendere tutti da quei pensieri. Idem in campo. E lì, subito dopo la vittoria pensare alla partita e' stato facile. Ma poi...

Ma poi?

"Ognuno ha sentito dentro di sé il pensiero che esplodeva, i punti interrogativi che crescevano. Io a Bruxelles sono andato a vedere i morti, a parlare con i parenti, gli amici dei morti. E come altri ho recuperato il prima, la tragedia. E due ulteriori anni di calcio sono stati un anestetico, ma non si va avanti troppo con l'anestetico>. Mai pensato, comodamente ma lecitamente, che in fondo la partita era stata proprio un omaggio, quasi un regalo a quei morti? <Sarebbe stato appunto lecito, oltre che facile e comodo. Ma invece la partita e' stata un fatto molto semplice, direi automatico. Casomai ho capito, giocandola e vivendola, che il calcio possiede davvero una forza mostruosa, se ti permette di fare certe cose, quasi ti costringe a farle".

Va bene parlare di strappo per l'Heysel, di stiramento per il progressivo disamoramento di fronte ad un gioco del calcio sempre più esigente, sempre più lontano da quello della gioventù?

"Può andar bene. Strappo e stiramento insieme, a un certo punto devi smettere, anche se sei giovane, anche se ce la faresti a fare ancora bene quel lavoro, quel mestiere". 

Da La Stampa del 28 maggio 1995

 

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L’eredità dell’Heysel

In occasione del 25 ° anniversario della tragedia dello stadio Heysel, il Liverpool Football Club ricorda i 39 tifosi di calcio che perdettero la vita nel disastro. Come segno di rispetto, la bandiera del club volerà a mezz’asta per tutta la durata del giorno nella sede del prestigioso club inglese. Una commovente funzione commemorativa si è svolta oggi a Torino a cui hanno partecipato dirigenti e calciatori di entrambi i club Liverpool e Juventus. Gli ex giocatori Phil Neal e Sergio Brio hanno scoperto la targa con la scritta ‘In Memoria e Amicizia’ e posto una corona di fiori. Lo studioso Dott. Rogan Taylor (docente presso l’Università di Liverpool ed autore di numerosi libri di sociologia sul calcio) in un’intervista valuta l’impatto dell’Heysel e spiega come il disastro abbia favorito la creazione della Premier League.

Quanto è importante oggi, ricordare l’Heysel?

È tremendamente importante. I tifosi del Liverpool non dovrebbero mai dimenticare Heysel e i suoi 39 morti. Il disastro di Hillsborough, avvenuto quattro anni dopo, ha talvolta messo in ombra il fatto che su un campo straniero qualcosa di altrettanto terribile per 39 famiglie è successo.

Quali erano le implicazioni dell'Heysel?

Le lezioni che abbiamo tratto dall’Heysel non sono state lezioni sui nostri stadi e sulla nostra polizia, perché era in Belgio. C’è voluto Hillsborough per imparare queste lezioni. Dopo l’Heysel è stato covato l’uovo della Premier League. Tante persone non si rendono conto che dopo l’Heysel era morto il calcio europeo. Il Liverpool aveva partecipato per 20 anni consecutivi in Europa dal 1965. Allora, cosa si doveva fare? I cinque grandi, del momento, Everton, Manchester United, Tottenham, Arsenal e Liverpool, si sono riuniti e hanno iniziato a parlare di quello che dovevano fare. E allora Heysel più Hillsborough su Sky TV è uguale a Premier League e calcio moderno.

Questo è un bel lascito …

Sì, lo è. La tragedia dell' Heysel ha iniziato la seconda rivoluzione del grande calcio. La prima fu l’inizio del calcio professionistico, avvenuto 100 anni prima di Heysel e Hillsborough, nel 1887.

Lei ha giocato un ruolo enorme nel raccogliere i pezzi dopo l'Heysel istituendo la “Football Supporters Association”. Ci racconti…

All’epoca dei fatti, stavo facendo un dottorato e sono stato tremendamente colpito dalla tragedia dell’Heysel e dall’impatto che ha avuto su questa città. Liverpool era devastata. Tragedia, venuta in un momento molto brutto per la città. Coloro che ricordano il 1980 ed il governo della signora Thatcher si ricorderanno di come eravamo in forte recessione. Il calcio era il solo settore di eccellenza di questa città. Ho raccolto tutta la documentazione in seguito, dai giornali e dalla televisione. Mentre leggevo e guardavo, mi sentivo sempre più come se dovessi scrivere qualcosa di me stesso, perché nessuno si era rivolto a ciò che realmente significa Heysel. Il dibattito, molto appassionato, era su individuare le colpe, perché giovani volevano combattere tra di loro e perché eravamo in quello stadio. Ma nessuno si era soffermato per affrontare il significato. La mia sensazione è che il disastro ha segnato un crollo completo del rapporto tra i tifosi di calcio e il gioco. Così ho deciso di scrivere un brano e inviarlo ad un giornale. Sono andato a casa di un mio amico Pete Garrett con pochi altri tifosi del Liverpool. Uno di questi, Maggie Reid, propose di istituire un organismo, una sorta di “unione tifosi” e allegare il suo nome al testo che inviai al giornale. Così fondammo il “Football Supporters Association ‘.

E qual è stata la risposta?

Abbiamo inviato la lettera, il Lunedì, era stata pubblicata sul giornale e il Giovedì all’ora di pranzo la BBC Newsnight ci aveva telefonato. Hanno detto che l’intero programma del giorno successivo sarebbe stata stato dedicato alla domanda: ‘Dove va il calcio inglese dopo l'Heysel e il divieto ai club inglesi dell’Europa? Non avevano fan da mandare in studio e chiamarono noi.

Ed ha continuato a trasformarsi in una grande organizzazione …

Abbiamo avuto tre o quattro mila lettere nelle prime due o tre settimane. Negli ultimi 25 anni abbiamo raggiunto una quantità enorme. All’organizzazione i tifosi potevano aderire singolamente. Abbiamo colmato un vuoto ed i media ci hanno riconosciuto. Siamo stati coinvolti in una situazione altamente significativa e politica.

Che impatto ha avuto sulla violenza negli stadi in questo Paese?

È difficile da raccontare. La “Football Supporters Association” non è stata formata come un organizzazione anti-violenza negli stadi. La nostra tesi era che il teppismo era un aspetto di una relazione fallita. Abbiamo voluto iniziare questo rapporto di smistamento e sapevamo il teppismo avrebbe iniziato a regredire automaticamente, anche se c’è sempre qualche idiota in giro.

Fonte: Liverpoolfc.tv  (Traduzione di S. Romano)

 

Video intervista sul sito ufficiale del Liverpool

 The impact of Heysel

 


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Heysel, venticinque anni dopo

"Il calcio cambiò per sempre"

di Enrico Sisti

Il ricordo di Ian Rush: "Noi del Liverpool volevamo scappare. Quella sera non giocamo: facemmo solo il, nostro lavoro. Non so se fu una gara vera. Dovevano punire l' Uefa che ci fece giocare in uno baracca decrepita"

ROMA - La sera del 29 maggio 1985 l'orrore colpì il calcio. Due lettere, la Z e la Y, furono i cromosomi di quella tragedia. In teoria la zona Z dell'Heysel sarebbe dovuta essere quasi deserta: "Era destinata ai belgi neutrali", balbettò l'Uefa. Una specie di cuscino di seggiolini vuoti e aria fra juventini organizzati e tifosi inglesi del settore Y. Ci finirono gli ultimi arrivati. "Mi vergogno di essere inglese", urlò Bobby Charlton. Gli hooligans invasero la zona Z e schiacciarono gli juventini dei settori O, N e M. La partita si giocò con i fantasmi intorno. Morì anche lei. Senza nascere: "E io sono ancora qui che penso: cosa ci passò per la testa?".

Cosa vi passò per la testa, Ian Rush?

"Non conoscevamo l'entità della tragedia, il che paradossalmente era anche peggio. Qualcuno di noi voleva scappare, altri incoraggiavano i più spaventati. C'era anche chi temeva per i suoi cari, con cui era impossibile comunicare. La tragedia si svolse in una zona dove non era possibile che ci fossero anche le nostre famiglie, ma ripeto: noi non sapevamo esattamente quello che era successo né dove".

Dopo vi sentiste un po' carnefici, con quella teppaglia assassina al seguito?

"No. Credo che quel giorno fummo tutti vittime. Quel giorno il calcio cambiò per sempre".

Per prendere quale direzione?

"Da quel momento fu chiaro che prima viene il pubblico e poi lo spettacolo. L'Uefa fece una pessima figura. Sia i nostri che i dirigenti della Juve implorarono un cambio di sede. L'Heysel era una baracca, privo di qualunque sbarramento per dividere le tifoserie. Non poteva reggere alcun peso, figuriamoci una follia collettiva. Il nostro a. d. spedì missive di fuoco: "È uno stadio decrepito, inadatto! Non lo ascoltarono".

Aveste la sensazione di una partita "finta"?

"Forse sì, forse no. Ma tutto quello che posso dirle ora, con tanto spazio in mezzo, è una sorta abuso di potere sulla verità. Diciamo che ci sentimmo in dovere di continuare a fare il nostro lavoro".

Approvò la sanzione contro l'intero calcio inglese?

"No. Allora anche l'Uefa avrebbe dovuto sanzionare se stessa. La tragedia fu anche provocata dalla sconvolgente assenza di strutture e di controllo".


Alcuni tifosi del Liverpool continuano a dire: "Li odiavamo". Ci sono ancora dei blog in cui manca sempre l'elemento chiave: il pentimento.

"Non si può sradicare la follia. Anche intorno alla Kop, come nelle altre curve, c'è chi propaganda l'odio, il male, teorie devastanti. Estremisti".

Lei fu un cardine della riconciliazione fra Juventus e Liverpool.

"Quando andai alla Juve, nel 1987, i rapporti fra i due club migliorarono. I tifosi bianconeri mi accolsero comunque benissimo. Non ricordo alcuna allusione all'Heysel".

Heysel: forse sarebbe stato più corretto lasciarlo in piedi come monito imperituro.

"Forse. O forse basta ciò che abbiamo vissuto per non tornare al medioevo del pallone. La speranza di essere migliori, quella volta, costò tante vite".

Ma senza speranza, come recita l'inno del Liverpool, non si vive ("walk on with hope in your heart").

"È l'inno del genere umano, You'll never walk alone (scritta nel '45 da Rodgers & Hammerstein II, ndr), non del Liverpool".  

Da Repubblica.it  del  28 maggio 2010

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Tacconi «Regole ferree per non scordare i morti dell’Heysel»

di Filippo Cornacchia

Il portiere ricorda la tragica finale del 1985: «Fu l’Uefa a imporci di scendere in campo, noi avevamo già fatto la doccia. Quel trofeo l’ho vinto e lo sento mio»

Il 29 maggio 1985 Stefano Tacconi era il “numero uno” della Juventus, nella finale di coppa Campioni contro il Liverpool. Quella notte era all’Heysel, sabato sarà alla messa commemorativa alla Gran Madre di Torino. E la prossima settimana ricorderà le 39 vittime a Bruxelles. Sabato ricorrono i 25 anni dalla tragedia dell’Heysel.

La prima immagine che le viene in mente riavvolgendo il nastro ?

«Se chiudo gli occhi ricordo tutto, ogni minimo particolare. Il caos totale, il via vai di feriti che venivano a curarsi nei nostri spogliatoi. E poi quel generale gigante che ci ordinò di scendere in campo».

Come ha detto Sergio Brio, suo compagno, fu l’Uefa a decidere di giocare per motivi di ordine pubblico.

«Certo. Noi quando arrivò il generale avevamo già fatto la doccia...».

Poi subito in campo.

« In corpo avevo una rabbia incredibile. Non sapevo dei 39 morti, ma di uno era circolata la voce. Io, come i miei compagni, abbiamo giocato soprattutto per quel tifoso. Sono sincero: contro il Liverpool ho disputato la mia migliore partita di sempre, per giunta nella serata delle serate. Però non posso mai raccontarla. E’ giusto così, le 39 vite spente vengono prima di ogni cosa ».

La cattiveria peggiore sentita in questi 25 anni ?

«Di cretinate ne ho sentite un’infinità. Troppe volte ci siamo sentiti dire che abbiamo rubato quella coppa. Assurdo».

Anche sulla possibile restituzione del trofeo si è discusso parecchio.

«Un’altra cretinata. Non c’era nessun motivo per farlo ».

Spieghi pure.

«Io la coppa l’ho vinta e la sento mia. E’ un trofeo nostro, della Juventus, e delle 39 vittime. Erano venuti tutti allo stadio per assistere a uno spettacolo, cancellarlo sarebbe stato un danno anche a quelle persone».

Una delle cause della tragedia fu l’inadeguatezza dell’impianto. In Italia, quello degli stadi, continua a essere un bel problema.

«C’è solo una via: copiare gli inglesi. Partiamo togliendo tutte le barriere e facendo rispettare le regole. Non se ne può più di vedere le tribune vuote».

Qual è il modo migliore per non dimenticare i 39 morti.

«Gli organi competenti devono avere le “palle” di far rispettare in modo ferreo le regole. Bisogna mandare in galera chi infrange la legge prima, durante e dopo le partite. Sempre. Questo sarebbe il modo migliore per far sì che quella notte non sia mai dimenticata anche dai più giovani».

Da Tuttosport del 27 Maggio 2010

 

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L’ex difensore juventino, in campo il 29 maggio 1985, ricorda la tragica finale di Coppa dei Campioni

Brio: «L’Heysel mi fa venire ancora i brividi

Ora basta polemiche, costruiamo stadi nuovi»

di Filippo Cornacchia

Il 29 maggio 1985, Sergio Brio, era in campo, sul prato dell’Heysel, nella tragica finale di Coppa Campioni contro il Liverpool. Venticinque anni dopo il ricordo è indelebile, l’ex difensore juventino ripercorre la serata con grande coinvolgimento, il tono della voce evidenzia la grande emozione. Brio è in aeroporto, si sta imbarcando per Liverpool, dove oggi prenderà parte alla commemorazione delle 39 vittime di allora. "Vado in Inghilterra e sabato sarò a Torino per la messa alla Gran Madre. Nessuno di noi ha dimenticato, le 39 vite spezzate sono sempre nei nostri pensieri » .

Facciamo un passo indietro, torniamo al prepartita del 29 maggio 1985.

«Ricordo tutto come fosse adesso, un mix di gioia e dolore. La partita non cominciava, vedevamo la gente venir giù dalla curva scalza, con le scarpe in mano. Edoardo Agnelli passeggiava innervosito, Trapattoni ci invitava a mangiare frutta per riacquistare energie. Poi arrivò l’ordine di scendere in campo. Ci venne detto che c’erano dei feriti e un morto. Ma nessuno prima di iniziare sapeva che le vittime erano 39».

Qualche suo compagno, negli anni successivi, ha invece dichiarato che era­vate a conoscenza di tutto.

«Mi sembra strano che qualcuno prima della partita sapesse tutto. Noi i 39 morti li abbiamo scoperti dopo la partita, giunti in albergo».

Ancora oggi si polemizza sul fatto che si sia giocato.

«Noi giocammo una partita vera, per vincerla. Volevamo onorare al meglio il tifoso morto. In giro sento tante falsità su quella serata. La verità è che Boniperti e la società avrebbero preferito non giocare, fu l’Uefa a prendere la decisione per motivi di ordine pubblico».

Tante critiche sono arrivate pure per l’uscita dall’aereo con la coppa in mano.

«Io ero vicecapitano e scesi con la coppa. Come allora, penso che non abbiamo fatto nulla di male. La società voleva che la mostrassimo per onorare i nostri tifosi morti. La verità è che in quel momento qualsiasi cosa avessimo fatto sarebbe stata sbagliata. Un pretesto per attaccarci sarebbe stato trovato comunque».

Con i sue ex compagni capita mai di parlare del­l’Heysel?

«E’ successo, ma non troppe volte. La ferita è sempre aperta. Quel mix di gioia e dolore non lo auguro a nessuno. Sei in finale di coppa campioni, il sogno di tutti i bambini, ma non riesci a gioire perché 39 vite si sono spente. Mi vengono ancora i brividi».

Lei nel 2003-04 ha allenato il Mons, in Belgio. E’ più tornato nello stadio della tragedia ?

«Più di una volta. Negli anni è stato modernizzato, è tutto un altro impianto. Le sensazioni però sono le stesse. Appena entro in quello stadio mi inizia a battere il cuore e il pensiero dei 39 morti prevale su tutto».

E in Belgio come vivono quella tragedia a distanza di anni ?

«Mi hanno fatto tante interviste sull’Heysel, una addirittura sul terreno di gioco. Anche per loro il ricordo è indelebile, si sentono sempre un po’ responsabili».

Il problema stadi però è ancora attualissimo, in Italia.

«Bisognerebbe ricostruirli tutti, sul modello di quelli inglesi. Mi fa piacere che la Juventus si sia attivata in modo importante. La gente va riportata allo stadio, come ai miei tempi, quando erano stracolmi. Adesso le immagini sono imbarazzanti, si vedono interi settori vuoti».

 E il secondo passo per riempire gli stadi?

«Trovare una soluzione al problema ultrà. Le leggi ci sarebbero anche, il problema è che in Italia vengono rispettate solo ogni tanto. In Inghilterra appena uno sbaglia finisce in galera».

Capello ha detto: il calcio italiano è in mano agli ultrà.

«Fabio non è ipocrita, ha detto una cosa verissima».

Nell’ultimo campionato anche la Juve ha vissuto momenti di tensione du­rante le partite casalinghe.

«Ho visto cose incredibili al Comunale. Quando giocavo io la gente si arrabbiava nei momenti difficili, ma non arrivava mai a tanto».

Da Tuttosport del 26 maggio 2010

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«Quella notte che papà morì allo stadio Heysel»

  di Simone Traverso

«Ricordo l’auto ferma davanti alla nostra casa di Cogorno. Erano le 6 di un giovedì mattina, credevo fosse papà che tornava a casa. Erano i nonni e gli zii che venivano a dirmi che mio padre era morto, ucciso sugli spalti dello stadio Heysel di Bruxelles».

Michela Mazzino oggi ha 36 anni ed è madre di due bambini, Simone, 9 anni, e Nicolò, 5 anni. Due bimbi che conoscono solo in parte la tragedia che costò la vita al loro nonno, Sergio Mazzino, tifoso juventino deceduto in quel disastro che segnò indelebilmente la finale di Coppa dei campioni tra Liverpool e Juventus.

Cosa rammenta di quella sera che cambiò la sua vita ?

«Era il 29 maggio 1985, avrei dovuto vedere la partita in televisione, con mia mamma e la nonna. Accendemmo la tv e vedemmo subito immagini degli scontri. Mia madre mi disse di andare in camera da letto, a giocare. No so cosa compresi davvero di quei momenti».

Di quella tragedia restano il dolore, i ricordi ma anche il “modello inglese” di lotta alle componenti violente del tifo. Crede che quel sistema si sia rivelato efficace ?

«Per anni ho sentito parlare di “Modello inglese”, ancora oggi in occasione di nuove tragedie, incidenti, scontri il primo esempio è proprio quello britannico. Mi chiedo, perché non hanno adottato quelle misure di prevenzione 25 anni fa ?».

E i suoi figli sono già stati spettatori di una partita ?

«Nicolò non ha ancora compiuto 5 anni, Simone invece ha già 9 anni ed è andato a seguire un paio di partite del Genoa assieme a mio cognato. Certo scegliamo le sfide meno a rischio...».

E quando i suoi figli le chiederanno di seguire la loro squadra del cuore in trasferta ?

«Oddio»...

Tratta da Levante del Secolo XIX del  26 maggio 2010

 

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“Ero all'Heysel quella sera di venticinque anni fa”

di Marco Guggiari

Aldo Ferraris, segretario dello Juventus Club di Maslianico: «Vidi portare via i morti»

È trascorso un quarto di secolo, ma il 29 maggio 1985 è una ferita sempre aperta nella mente e nel cuore di Aldo Ferraris. Sessantotto anni ben portati, sposato e con due figli, residente a Cernobbio, era allo stadio Heysel di Bruxelles la sera della strage. Segretario da una vita dello Juventus Club di Maslianico, ha assistito a quella che doveva essere una festa di tifo e di sport, la finale di Coppa dei Campioni tra i bianconeri di Torino e il Liverpool, e si è invece trasformata in una tragedia senza precedenti. Alla fine si contarono 39 morti, 32 dei quali italiani, e quasi 600 feriti. Fu questo l’orrendo bilancio della furia manifestata da orde di ultras inglesi ubriachi. Le vittime, tutte nel settore “Zeta” dello stadio belga divenuto sinistramente famoso, furono calpestate e schiacciate sugli spalti di quell’impianto fatiscente e privo di adeguate misure di sicurezza, ancor prima che iniziasse la partita.

«Mi dà fastidio parlarne...», è l’esordio, confermato durante il nostro colloquio da un passaggio difficile in cui prevale la commozione.

Signor Ferraris, quanti eravate all’Heysel dal Comasco ?

«Come Juventus Club avevamo organizzato due pullman, quindi un centinaio di persone. Avevamo viaggiato di notte. Tutto era bello e all’insegna dell’allegria. Avevamo prenotato il pernottamento in un hotel fuori Bruxelles. All’ingresso in città le prime avvisaglie. Gli inglesi, già ubriachi, avevano compiuto vandalismi. Avevamo rinunciato a visitare la capitale proprio per evitare situazioni spiacevoli».

Ma avevate sentore che potesse accadere qualcosa di grave ?

«Sarebbe stato strano se non fosse accaduto. Il percorso che ci hanno fatto compiere era in mezzo a ultras inglesi che sputavano e davano calci e pugni ai pullman. La stessa polizia belga ne era intimidita. Fuori dal settore “Zeta” c’erano cumuli di terra utilizzati dai sostenitori del Liverpool per agevolare il passaggio di casse di birra... Si entrava allo stadio da una porticina e si veniva affrontati dai cavalli aizzati dai poliziotti belgi».

Quando avete avuto la piena consapevolezza di quanto avveniva ?

«Eravamo nella curva di fronte; io e qualcun altro in tribuna. C’era continuo afflusso di persone, una massa enorme. Si vedevano paurosi ondeggiamenti tra la folla. Quando è crollato il muro sono intervenute truppe a cavallo, protagoniste di una “parata” del tutto fuori luogo sotto la tribuna per schierarsi. Poi è uscito un nostro giocatore, Nicola Caricola. Ha indicato “4” con una mano, facendo con l’altra la croce. Capimmo che c’erano dei morti, che vedemmo poi portare via issati su improvvisate barelle».

Fu giusto o sbagliato giocare quella partita ?

«Per certi versi fu giusto perché si era in una situazione di guerra. È stato il male minore. Non sarebbe stato possibile fronteggiare ulteriori disordini. Intanto erano iniziati gli appelli. Diedero un microfono a Gaetano Scirea, che proprio oggi, 25 maggio, avrebbe compiuto gli anni se non fosse morto in un tragico incidente d’auto in Polonia. Ero suo amico. Vado ogni anno a fargli visita al cimitero...».

Come tranquillizzaste i vostri familiari ?

«Non esistevano i telefoni cellulari. Io volli uscire dallo stadio per comunicare in Italia che noi stavamo tutti bene. La zona tutt’intorno allo stadio era deserta, immersa in un clima surreale. Non c’era un locale aperto, una persona per strada. Non c’erano cabine del telefono. Dopo un chilometro vidi una signora affacciata a una finestra. Chiesi se mi faceva la cortesia di poter usare il suo telefono. Mi fece salire in casa e lì, davanti alla tv, compresi le vere dimensioni del disastro. Avvisai la sede dello Juventus Club di Maslianico. Poi tornai indietro dal nostro presidente che avevo lasciato in tribuna. Insieme abbandonammo lo stadio e raggiungemmo il nostro pullman. Non abbiamo visto la partita, né mai in seguito io l’ho vista...».

Com’è stato il ritorno ?

«A Maslianico venne ad accoglierci il parroco e ci ringraziò perché avevamo portato a casa tutti. Per anni celebrammo una messa in ricordo di quei poveri morti».

Cosa è mancato perché si evitasse quella tragedia ?

«Gli organizzatori non avrebbero dovuto assegnare la finale a una struttura così inadeguata. Dal canto loro, le forze della polizia belga si sono mostrate assolutamente impreparate. C’è stata una sottovalutazione totale dell’evento».

Dal www.corrierecomo.it del 25 maggio 2010

 

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Heysel, 25 anni dopo la strage inutile

di Roberto Beccantini

Parla Walter Veltroni, l'ex leader del Pd che ha scritto un monologo teatrale sulla tragedia di Bruxelles costata la vita a 39 tifosi juventini

Il 29 maggio saranno venticinque anni. I compleanni dell’Heysel hanno bisogno di cifre tonde, perché il ricordo di trentanove morti torni vivo. Trentanove morti per una partita di calcio, la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Tranne il rigore che la decise, avvenuto fuori area, tutto tragicamente vero. Così vero e così folle. Quella sera, lo juventino Walter Veltroni era a Roma, da amici. Vide e inorridì, grato a Bruno Pizzul per l’umanità della telecronaca. Dopodiché, ognuno per la sua strada, Veltroni in politica e l’Heysel ai margini della memoria, fino a oggi, fino a Quando cade l’acrobata, entrano i clown.

Da «pocologo» a «tuttologo»: come nasce?

«Prima di tutto, è la frase che disse Platini per giustificare l’esultanza del rigore e il giro di campo. Poi è un monologo che ho scritto su commissione. Perché sì, di solito le idee mi nascono dentro - che so, l’ispirazione di un romanzo o di un saggio -, questa volta invece mi è arrivata da fuori, dal direttore del Ravello Festival, Stefano Valanzuolo. Mi confidò di aver dedicato l’edizione 2010 al tema della follia, e quale esempio più concreto e appropriato della mattanza di Bruxelles?».

La sua reazione?

«Da essere umano; da essere umano appassionato di sport; da essere umano appassionato di sport e tifoso della Juventus. Ne è scaturito il parlato di un’ora, diviso in blocchi a cinque frasi: sarà rappresentato l’8 luglio, a Ravello, da Daniele Formica, con musica di Riccardo Panfili. La Einaudi, alla quale il testo era piaciuto, ha deciso di farne un libro, in uscita il 27 aprile. Titolo, appunto, Quando cade l’acrobata, entrano i clown».

L’aggancio, la trama?

«Siamo nel 1995: dunque, dieci anni dopo. Siamo in Sicilia, nella camera di un albergo, con il mare davanti al balcone e il vento che muove le tende. Una coppia di notte: lei dorme, lui no. Lui le confessa, per la prima volta, che il 29 maggio del 1985 non aveva viaggiato per lavoro, ma era stato all’Heysel. La moglie non lo saprà mai, perché continua a dormire. Il marito, però, si è tolto un peso: si vergognava di quella bugia, di quella impresa “bambinesca”».

E poi?

«Il racconto della carneficina, naturalmente. Come cresce, come esplode. La guerra applicata alla gioia, perché non penso di essere retorico se dico che la gente era lì, a Bruxelles, quasi in gita, per trepidare e godere di uno spettacolo».

Le sue fonti?

«Ho girato un sacco di siti, ho letto molte carte e molti libri, come Le verità sull’Heysel di Francesco Caremani. Ho trovato la storia di una donna che si era spinta fino al settore Z senza dirlo al marito, un po’ come la mia coppia rovesciata».

Siamo un Paese che allena poco la memoria.

«Vero. La nostra è una società bulimica, molto disturbata, che tende a mettere “pietre sopra” a troppe cose. L’Heysel ne è l’esempio classico: lo stadio fatiscente, le famiglie di tifosi italiani con l’abito buono vicino agli hooligans del Liverpool, colpa di agenzie senza scrupoli che avevano venduto i biglietti fregandosene delle mani in cui finivano; l’attesa febbrile e battuta da un sole cocente; il contrasto con la partita dei bambini organizzata per distrarre il pubblico».

Gli hooligans, d’accordo: ma le raccomando quello che «non» fece la polizia belga.

«Cinque gendarmi a presidiare la curva maledetta. Cinque, non uno di più. E, per giunta, con i walkie-talkie scassati. In pratica, nessuno si oppose al lancio di oggetti che introdusse le cariche mortali».

E poi la strage.

«Schiacciati contro il muro divisorio. Morti ammazzati per soffocamento, o perché calpestati da altri fuggiaschi in cerca di aria, di miracolo. Trentanove persone. Per una partita di calcio. Ci furono atti di eroismo grande, eroismo vero, come la morte di Roberto Lorentini, all’Heysel con il padre Otello. Roberto era un medico, e mentre stava praticando la respirazione bocca a bocca a un tifoso atterrato venne a sua volta travolto dall’onda. I Lorentini sono di Arezzo, e proprio ad Arezzo sarò con il libro il 29 aprile».

Lei era davanti alla tv: come reagì?

«Con un grido: basta!». C’è il partito del «bisognava giocare comunque» e c’è il partito del «si sarebbe dovuto non giocare». Lei a quale appartiene? «Al primo: se le squadre non avessero giocato, sarebbe scoppiato l’inferno».

Boniperti non ha mai rinnegato la coppa dell’Heysel.

«Lo capisco, e capisco la società. Ci tenevano troppo, a quel trofeo. Ma per me la vera coppa rimane quella vinta a Roma, ai rigori, contro l’Ajax».

Cosa ha insegnato l’Heysel?

«Poco, purtroppo. E comunque, più agli inglesi che a noi. L’Heysel risale al 1985. Quattro anni dopo, le nemesi storica avrebbe preso di mira proprio i tifosi del Liverpool, novantasei dei quali morirono schiacciati allo stadio di Hillsborough (Sheffield) durante la semifinale di Coppa d’Inghilterra con il Nottingham Forest: a partita appena iniziata e a gradinate strapiene, aprirono di botto i cancelli e si creò un ingorgo spaventoso, letale».

Da Paparelli a Raciti...

«Oggi gli stadi sono più sorvegliati. La violenza si è spostata fuori, nelle strade, agli autogrill. Rimane un quoziente di teppismo che rispecchia l’odio sparato dalla società».

Domanda fuori tema e fuori libro: più difficile rifondare il Pd o la Juventus?

«Servirebbero due imprese... Scherzi a parte: la Juventus ha perso l’identità. Non sarà facile venirne fuori. Urge una dose massiccia di competenza. A questo proposito, mi auguro un impegno più diretto della famiglia, John Elkann o Andrea Agnelli presidente, con un vice molto “tecnico”. Come ha ribadito il 4-1 del Fulham, siamo di fronte a un fallimento strutturale. Ripeto: della struttura, non di un reparto o di un comparto. Di tutto, di tutti».

Fonte: La Stampa


Walter Veltroni oggi ad Arezzo - L'intervista tratta dal Corriere di Arezzo

Questo pomeriggio alle 18.00 presso il teatro Pietro Aretino, Walter Veltroni presenta in anteprima il suo ultimo libro "Quando cade l'acrobato, entrano i clown - Heysel, l'ultima partita" Einaudi. L'opera andrà in scena il prossimo 8 luglio al Ravello Festival. Il monologo, ricorda la tragedia attraverso una storia d'amore. Segue l'intervista di Andrea Niccolini tratta dal Corriere di Arezzo.

Gli occhi non volevano credere a quel che vedevano, e quel che vedevano era niente, dallo schermo della tv, la sera del 29 maggio 1985, rispetto a quello che realmente stava accadendo; i corpi delle vittime furono messi al riparo dalle telecamere, e solo alla fine di quella maledetta partita di calcio Juve-Liverpool si poté vedere nitidamente l'inferno. Tra poche settimane ricorrerà il venticinquennale della strage dell'Heysel, 39 morti travolti da una violenza cieca, tra i quali gli aretini Giuseppina Conti e Roberto Lorentini, e proprio in vista di questa ricorrenza domani arriverà ad Arezzo Walter Veltroni a presentare la sua ultima creatura letteraria, un monologo teatrale dedicato proprio alla tragedia del 29 maggio '85. L'appuntamento è per le ore 18 al teatro Pietro Aretino. L'opera, dal titolo "Quando cade l'acrobata, entrano i clown" (che riprende la frase pronunciata da Platini per giustificare l'esultanza dopo il calcio di rigore e il giro di campo) è stata appena pubblicata da Einaudi e sarà da domani nelle librerie. Spiega Veltroni in esclusiva al Corriere di Arezzo:

"Ho pensato che fosse giusto che la prima lettura del libro fosse fatta nella città che è stata protagonista della battaglia civile per vedere riconosciute le ragioni delle vittime dell'Heysel: la famiglia Lorentini, la famiglia Conti, l'amministrazione... mi sembrava giusto fosse Arezzo il primo luogo. E poi c'è anche un fatto affettivo, le mie radici sono lì, mi fa sempre piacere tornare".

E' un'opera particolare, rispetto alle sue precedenti: per l'argomento ma anche per la forma; anche la presentazione sarà al di fuori dell'ordinario ?

"Sì, perché non faremo una presentazione canonica: parlerà il sindaco e poi io leggerò il testo, un monologo che mi è stato chiesto dal Festival di musica e teatro di Ravello; mi hanno chiesto alla fine dell'anno scorso se avevo voglia di scrivere un monologo sulla tragedia dell'Heysel; ci ho pensato un po' perché non avevo mai scritto, prima, in quella forma letteraria e anche questo mi interessava. Ho provato a scriverlo ed è venuta una cosa che coloro che l'hanno letta e l'Einaudi che l'ha pubblicata hanno trovato emozionante. C'è questo rapporto tra il gioco e la tragedia, tra la gioia e il sangue, che in questa forma, in questa violenza, raramente si è manifestato nella storia; per cui l'Heysel in qualche misura è anche una metafora del tempo storico nel quale viviamo".

Una metafora terribile...

"Terribile, perché c'è il sangue degli esseri umani, e l'autentica follia di chi è andato allo stadio per uccidere e non per vedere una partita, di chi ritiene che la vita umana sia meno importante della conquista di una sciarpa, di un mondo a testa in giù, diciamo così. Lì c'erano famniglie, c'erano bambini, non c'erano ‘tifosi di professione', solo gente comune che aveva comprato all'ultimo momento i biglietti; il tutto nella totale inadeguatezza della struttura e delle forze di polizia. E' un concentrato di tante cose, narrativamente molto intenso".

Un concentrato di elementi che avrebbe dovuto trasformare l'Heysel in un simbolo, uno spartiacque; invece pare che ben pochi siano intenzionati a coltivare questa memoria.

"E' stata molto rimossa, e anche per questo ci tenevo a scrivere questo lavoro. Un po' perché sono convinto che la memoria sia il nostro serbatoio fondamentale per il futuro, che solo la memoria ci può mettere al riparo dal rischio di ripetere tragedie ed errori compiuti, ma la rimozione è stata molto forte e in diverse direzioni; certo, quando si dice Heysel per una generazione è una pagina micidiale, però bisogna che continui ad esserlo, anche per le generazioni successive; quando si vedono le asce sequestrate ai tifosi prima dell'ultimo derby romano, si ha la sensazione che quel monito, che viene da quei trentanove morti, non possa essere sprecato".

Insomma, in questi venticinque anni non si è stati capaci di trarre un insegnamento dalla tragedia dell'Heysel. 

"Sì, ma è la naturale conseguenza della perdita di memoria: quando si rimuove, questo è l'effetto. Per evitare che ciò accada è necessaria la partecipazione di coloro che gestiscono il mondo dello sport, ma anche degli operatori dell'informazione, della scuola... di tutti coloro che dovrebbero produrre memoria, come un dovere istituzionale".

C'è una certa tendenza all'amnesia, in Italia, soprattutto negli ultimi anni.

"Eh,sì, soffriamo come di un Alzheimer collettivo. Ma non solo in Italia, è una cosa forse data anche dalla pluralità dei mezzi di comunicazione, dalla loro diffusione: c'è come un accesso alle informazioni al quale corrisponde una sorta di rimozione della memoria. E invece bisogna tornare lì, tornare e ritornare, passare e ripassare nei luoghi e nei momenti più tragici, e questo vale per il 25 aprile, vale per le foibe, vale per l'Heysel, per il terrorismo... se si vuole evitare il ripetersi dei drammi bisogna portare con sé gli anticorpi che solo la memoria fornisce".

In altri Paesi d'Europa, in Gran Bretagna in primis, l'Heysel rappresenta uno spartiacque: lì qualche insegnamento dalla tragedia lo hanno tratto.

"Sì, anche se devo dire, così come ho scritto anche nel monologo, pochi anni dopo l'Heysel ci fu Hillsborough, con 93 morti, una specie di tragica nemesi storica. Esattamente con la stessa modalità finale dell'Heysel, cioè tifosi del Liverpool che muoiono non perché c'è qualcuno che li aggredisce ma perché c'è ressa e disorganizzazione: muoiono schiacciati come morirono i trentanove dell'Heysel".

Tuttavia, se si guarda uno stadio inglese e uno italiano oggi, la differenza salta all'occhio. Secondo molti, un passo verso l'evoluzione in questo senso potrebbe realizzarsi con le società proprietarie degli stadi.

"Su questo sono sempre stato d'accordo: bisogna dare gli stadi alle società; però non penso sia la soluzione del problema; alla fine c'è qualcosa che riguarda complessivamente la società: un clima civile nella società, il rifiuto della violenza, di ogni forma di intolleranza. Altrimenti la violenza che sta sottopelle nella società tende a scaricarsi dentro gli stadi con forme agghiaccianti"

Andrea Niccolini  -  Corriere di Arezzo

Fonte: www.mattesinidonella.it

 

 

A 25 anni dalla strage di Bruxelles un libro per ricordare la follia di quella notte

«Non dimenticate l’Heysel»

di Guido Vaciago

VELTRONI «Stadi e cultura: quella lezione non è stata imparata» «Da quel momento l’Inghilterrà cambiò, noi no. Le polemiche sulla coppa da restituire sono sterili e stupide. Il problema è riportare la civiltà nel calcio, l’Italia è indietro»

TORINO. Il 29 maggio 1985, Walter Veltroni era davanti alla televisione, con il cuore da tifoso juventino in subbuglio: c’era la tensione di una finale che via via si mischiava con l’angoscia e l’orrore per la strage sugli spalti, c’erano sentimenti confusi e devastanti che hanno aperto una ferita profonda. La cicatrice è ancora lì, simile a quella che da quella folle notte portano milioni di appassionati di calcio (non necessariamente juventini). Quella cicatrice sta per compiere venticinque anni, insieme ad essa restano delle domande ancora senza risposta e l’urgenza di non dimenticare, per imparare e non ripetere, sentita fortemente da chi ha vissuto quei momenti, prima della finale Juventus-Liverpool, quando morirono 39 persone nell’assalto dei tifosi inglesi a quelli italiani. Veltroni ha tradotto questo sentimento in un libro uscito in questi giorni (Quando cade l’acrobata entrano i clown, Einaudi, 68 pagine, 9 euro): è un monologo teatrale, nato da un’idea di Stefano Valenzuolo, direttore del Ravello festival, quest’anno dedicato proprio al tema della “follia”.

Come rivive nel suo testo la follia del 29 maggio 1985 ?

«La narrazione cresce, partendo da una situazione quasi sensuale: una stanza d’albergo sul marere, di notte, un uomo e una donna. L’uomo inizia a parlare, la sua è una confessione. La confessione di una piccola bugia, detta tanti anni prima, quando raccontò alla sua compagna che andava a Londra con degli amici. Invece andò a Bruxelles per coronare il suo sogno: vedere la finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool. Ma il sogno si trasforma presto in incubo e lui diventa testimone dell’immane tragedia. A quel punto cambia il clima emotivo, arriva l’angoscia, il terrore e l’orrore di vedere una partita di calcio trasformarsi in guerra, di vedere la morte accanto. Proprio questo gli impedisce di parlarne, di tenere il segreto. E’ ispirato alla storia vera di una donna che non aveva detto alla sua famiglia della sua trasferta a Bruxelles per la finale e non ebbe mai il coraggio di parlare di quella folle serata ».

A distanza di 25 anni qual è il messaggio che ci manda ancora la tragedia dello stadio Heysel ?

«E’ importante ricostruire la memoria, perché quella notte impartì una lezione dalla quale gli inglesi impararono e noi italiani no. Loro, gli assassini dell’Heysel, sono migliorati e hanno riportato la civiltà nel loro calcio. Noi stiamo progresssivamente allontanando le famiglie dagli stadi che sono stati trasformati in bunker, abbiamo visto il tifo diventare professionale e sempre più pericoloso. In Inghilterra, da una parte hanno tolto le recinzioni dagli stadi, responsabilizzando i tifosi, dall’altra hanno inasprito le pene, dando la certezza che se qualcuno compiva atti violenti in uno stadio se ne stava 3/4 anni in galera. E’ una strada che noi italiani non siamo riusciti a intraprendere, divisi fra il lassismo nei confronti degli ultrà e l’atteggiamento prussiano di chiedere anche il gruppo sanguigno a chi vuole comprare un biglietto per la partita».

Nel frattempo, l’Heysel ha vissuto nella polemica: la Juventus deve/non deve restituire quella coppa.

«Una modo molto italiano di porre il problema, buttandola in polemica che, in questo caso è sterile e stupida. Il problema non è quella coppa, ma il ricordo che bisogna conservare di quella notte per evitare che si ripeta. In quella notte il calcio ha vissuto la sua Prima Guerra mondiale, perché 39 morti in uno stadio sono un’oscena enormità. Poi una certezza è che la partita si doveva giocare per una questione di ordine pubblico e un’altra certezza è che alzare la coppa scendendo dall’aereo il giorno dopo non fu un gesto di buon gusto. A freddo era consigliabile un altro profilo, ma questa è un’altra storia, meno importante di quello che Bruxelles deve lasciarci».

E proprio qualche mese fa, Capello ha detto: il calcio italiano è in mano agli ultrà.

«Una triste verità. Un tecnico, di cui non farò il nome, mi ha confidato: “Durante la settimana i tifosi mi vogliono dettare la formazione. Io faccio di testa mia e la domenica loro mi contestano a prescindere”. E’ un racconto di ordinaria follia, ma di grande attualità».

C’è una via di uscita ?

«Deve esserci la volontà di spezzare il legame con il mondo ultrà. E poi devono cambiare gli stadi: la prima riunione per la privatizzazione degli stadi la tenni io da Ministro della cultura e dello sport nel 1996. A mio parere i nuovi impianti non devono avere la pista d’atletica per avvicinare il campo alla gente e poi assistere alla partita deve essere un’esperienza più coinvolgente. La tv negli ultimi vent’anni non ha fatto che “aggiungere” nella sua offerta: ha sempre più telecamere, l’alta definizione, inquadrature spettacolari e un contorno ben confezionato. La partita dal vivo dovrebbe offrire un pacchetto analogo: comodità, spettacolo, possibilità di vivere in modo più forte l’evento. Ora gli stadi italiani sono elefanti nei centri delle città, grigi e vecchi, che vivono due ore alla settimana».

Ma la lezione di Bruxelles e i 25 anni che sono seguiti danno una speranza ?

«La speranza c’è. Io ci credo, anche se resto preoccupato. Perché se da una parte spero che ci si renda conto di quanto sia folle rischiare di morire per il calcio, come accadde 25 anni fa, dall’altra temo che nella crisi di valori, a partire dalla legalità, si faccia strada la disperazione e la violenza. E’ per questo che dobbiamo conservare la memoria».

Da Tuttosport del  maggio 2010


  

Altre interviste a Walter Veltroni © RIPRODUZIONE RISERVATA

Quell'ultima partita di Piero Di Domenico (Corriere di Bologna.it  del  7/05/20010)

 

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Intervista esclusiva a Francesco Caremani

Autore del libro "Le verità sull'Heysel"

di Domenico Laudadio

Carissimo Francesco, innanzi tutto, grazie per avermi concesso in esclusiva per il museo virtuale multimediale “39 Angeli all’Heysel” questo prezioso estratto dei tuoi sentimenti. La casa degli Angeli è anche casa tua. Hai intitolato il tuo libro “Le verità sull’Heysel”... Allora io, un po’ maliziosamente, proprio come Pilato fece con Gesù, ti domando: “Che cos’è la verità ?”

«Un titolo è un titolo, necessità di sintesi e di forza contemporaneamente e questo n’è stato il risultato. Personalmente rifuggo le categorie assolute, giusto-sbagliato, vero-falso, ma ho enorme rispetto per il dolore altrui, rispetto come uomo, che può tradursi anche nel silenzio, rispetto come giornalista, che può tradursi, si è tradotto, in un libro scritto in punta di dita e con la supervisione di Otello Lorentini, il presidente dell’Associazione tra le famiglie delle vittime di Bruxelles (che da ogni parte si è cercato di mettere a tacere per quasi vent’anni), colui che, da solo, ha sconfitto l’Uefa in tribunale, facendo giurisprudenza e rendendola responsabile degli eventi che organizza, colui, l’unico, che ha seguito ogni udienza del processo e che quel 29 maggio 1985 era nella curva Z e ha perso Roberto, l’unico figlio, medaglia d’argento al valor civile per essere morto mentre tentava di salvare un connazionale, d’argento e non d’oro per evitargli la diaria, tristezze tutte italiche…».

Se c’è una verità chi invece ci ha raccontato tante bugie sull’Heysel ?

«Su tutti le istituzioni belghe e gli inglesi, le prime per rifuggire le evidenti responsabilità organizzative prima e legali poi, i secondi per evitare, così com’è successo, di andare in galera. L’Uefa sull’agibilità di uno stadio che oggi non sarebbe omologato nemmeno per una gara di Terza categoria. In parte i giocatori della Juventus, con una premessa che rende il loro ostracismo, per me che nasco tifoso bianconero, per me che li vedevo come degli eroi moderni, ancora più grave. L’ovvia premessa è che i giocatori e la società non hanno mai avuto alcuna responsabilità per ciò che è accaduto, allora perché raccontare solo in parte quello che era successo nei momenti precedenti la partita? Perché raccontare che non sapevano dei morti, quando i feriti si erano fatti curare dal medico sociale? Perché continuare a stare in silenzio per tutti questi anni? Per non parlare poi del premio partita, ancora non è dato sapere, dei 100 milioni che la Juventus consegnò alla Fondazione Umberto Agnelli, chi li ha dati e in quale percentuale, alla luce anche della promessa di Boniek di donarlo in toto…».

Francesco, tu hai sempre paragonato al diavolo in persona l’Heysel, in che senso ?

«Non mi riconosco in questa definizione, ma dopo averne parlato per anni non nego che possa anche averlo detto. Di certo, se Juventus-Liverpool, sportivamente parlando, era la partita del secolo, per i valori in campo allora, quello che è accaduto è stata la tragedia del secolo, non solo per il numero dei morti (altri stadi, purtroppo, ne hanno contati molti di più) ma soprattutto per le modalità…».

Si poteva non giocare quella partita ?

«Non credo, così come ho scritto nel libro e come, a freddo, ha anche pienamente affermato Otello Lorentini. Ogni uomo che possa chiamarsi tale può solo immaginare cosa può aver provato chi aveva un figlio, un genitore, un amico o un parente morto, accatastato in un angolo dello stadio, veder iniziare la partita. Con il senno di poi, ma solo con il senno di poi, possiamo dire che fu l’unica scelta decente di quella maledetta notte di follia per evitare ulteriori scontri e, forse, morti. Ma dopo aver saputo tutto quello che era successo, mi chiedo come si potesse esultare e partecipare ai caroselli per strada. Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma è da queste cose, per me, che s’inizia a discriminare l’uomo dalla bestia. Esultare sui corpi ancora caldi di 39 tifosi della Juventus, è bene ricordarlo per gli smemorati, falsi e ipocriti, rappresenta, secondo il mio umile parere, un punto di non ritorno».

Secondo te, comunque, la partita fu una partita vera o l’arbitro, per volontà della UEFA, ne pilotò l’esito dell’incontro, così da risarcire con la vittoria sportiva la Juventus che non avrebbe voluto giocarla ?

«Troppa dietrologia alla fine stanca. Il distinguo è sempre la premessa: è possibile considerare una partita di calcio quello che accadde dopo la strage? Secondo me no. Se, invece, si afferma che quella era, comunque, una partita di calcio allora dobbiamo ammettere che fu vera, con grandi parate di Tacconi e, purtroppo per la Juventus, con una vittoria arrivata con un rigore che non c’era, il che ha reso il racconto “sportivo”, per chi aveva/ha ancora orecchie e voglia di ascoltarlo, ancora più triste, volgare e pieno di inutili dietrologie. D’altra parte, in anni più recenti, l’Uefa ha fatto giocare un turno di Champions lo stesso giorno dell’attacco alle Twin Towers, di cosa meravigliarsi quindi, il punto di non ritorno, anche in questo caso, ha sempre la stessa data: 29 maggio 1985».

Hai mai parlato con qualcuno dei calciatori della Juventus di quella finale? Cosa ti hanno detto ?

«Con Paolo Rossi allo “Sciagurato Egidio” su Sky Sport, con Marco Tardelli ad Arezzo quando ha allenato la squadra locale e io stavo preparando un dvd commemorativo. Paolo Rossi, incalzato da Porrà (ho ancora la registrazione) ammise che i giocatori sapevano dei morti prima di scendere in campo, anche se poi in successive uscite pubbliche ha detto il contrario. Marco Tardelli è stato ermetico e ha detto che certe cose nel calcio non dovrebbero accadere… Ogni commento è ovviamente superfluo e non sto parlando di due giocatori della Primavera o di due panchinari, ma di due campioni del mondo, di due colonne portanti di quella squadra, quindi ognuno può tirare le proprie somme».

Secondo te cosa sarà mai scattato nella mente di Platini quando, ricevuta informalmente in una scatola di legno la Coppa negli spogliatoi, dopo che già si era consumato l’iter concordato dei festeggiamenti della squadra, è ritornato in campo con due o tre compagni a mostrarla ai tifosi ?

«Be’, penso che oggi Platini è presidente dell’Uefa e che per diventarlo ha certamente messo l’Hyesel nel dimenticatoio. Per il resto non sono così presuntuoso, come quasi sempre chi mi attacca lo è con me, di sapere chi è Michel Platini come uomo e di sapere cosa poteva scattare nella sua testa in quel momento. Ma la tesi dei due-tre compagni è una falso storico e a dimostrare il contrario ci sono le foto, mi dispiace, ma nel mio libro ce n’è una con Marco Tardelli, Antonio Cabrini, Paolo Rossi e un quarto accanto, credo Sergio Brio, ma non ne sono sicuro, che esultano circondati dai tifosi. E siamo già a quattro, ma ci sono altre immagini video dove i giocatori della Juventus sono molti di più, questi sono documenti, poi siamo in Italia e ognuno la storia se la racconta come vuole».

Cosa pensi quando vedi due coppe dei campioni nella sala dei trofei della Juventus ?

«Che la finale di Roma con l’Ajax è stata stupenda e quella squadra meritava di vincere 3-1, dopo una magistrale lezione di calcio agli olandesi, peccato per tutti gli errori di Gianluca Vialli sotto rete. La mia memoria sportiva si ferma qui…».

Esiste ancora uno stile Juventus, o mai è esistito prima e dopo l’Heysel ?

«Credo di no, così come non esiste uno stile Milan, Inter, Fiorentina, Roma, Lazio, ecc. Basterebbe citare i cori sui 39 morti juventini per capire la bassezza di certi frequentatori di stadi. Ogni società farebbe e fa di tutto pur di riempire la propria bacheca, evidentemente questo è il tipo di dirigente e di calcio che piace, visto che in molti hanno continuato e continuano a seguirlo nel peggiore dei modi».

Tu eri un grandissimo tifoso della Juventus da bambino. Cosa pensi quando vedi una maglia della Juventus oggi ?

«Penso che è bella, ma io sono uno sportivo vero, non partecipo all’italico sport del tifare contro o dei club anti qualcosa o qualcuno, se vedo un errore dell’arbitro a favore dei bianconeri e quando mi rendo conto che non meritiamo la vittoria non ci provo gusto. Se poi c’è un disegno naturale per alimentare le trasmissioni degli urlatori post moderni e dei movioloni non m’importa, quello non è giornalismo, così come parlare di arbitri non è parlare di calcio».

Ian Rush era in borghese, durante la ricognizione del campo, insieme a altri due o tre giocatori del Liverpool ad aizzare la folla ruggente mentre già inveiva violentemente con lanci di oggetti e cori aggressivi contro gli inermi tifosi juventini del settore Z. Lo sapevano, secondo te, i dirigenti della Juventus quando lo acquistarono tre anni dopo dal Liverpool ?

«Spero di no, inoltre le stagioni alla Juventus dell’attaccante gallese sono state assolutamente indecorose. La cosa peggiore, però, è che quell’acquisto l’abbiano digerito i tifosi e gli ultrà, ma tant’è…».

Sempre Ian Rush, ventitrè anni dopo ad Anfield Road, nel giro di campo insieme a Platini, invocava “l’amicizia”. Si può perdonare? Chi ? Come ?

«Perdonare? Questo lo possono fare solo i parenti delle vittime, i feriti gravi e chi ancora ha gli incubi per quanto accadde quel 29 maggio del 1985. Non spetta a noi perdonare. D’altra parte quello che è accaduto nel 2005 è il risultato di tutti gli equivoci e i silenzi durati vent’anni e nati subito dopo la tragedia, per mettere a tacere i parenti delle vittime ed evitare, addirittura, che potessero chiedere giustizia».

Tu eri presente all’incontro tra Otello Lorentini e uno di quei Reds condannati, qualche tempo fa. Ce lo racconti ?

«Quell’incontro è stato organizzato da un giornalista de “l’Equipe”, Jean-Philippe Leclaire, che per quel servizio ha vinto un importante premio giornalistico francese. È stato per certi aspetti surreale, ma la forza di Otello Lorentini è venuta fuori ancora una volta. Non so cosa cercasse l’ex hooligan dopo vent’anni, dopo tutto quello che gli inglesi hanno detto e scritto di quella sera, bugie su bugie, era fortemente imbarazzato e continuava a chiedere scusa e ancora scusa, ma Otello Lorentini pur ascoltandolo e parlandoci non ha mai pronunciato la parola perdono».

Nel libro parli del tuo rimorso, di un ragazzino che giocava a pallone, nonostante sapesse della morte del collega amico di tuo padre, Roberto Lorentini. Pensi che proprio il calcio possa rimarginare certe ferite ed eventualmente in che modo ?

«Una volta ci credevo, o forse ci volevo credere, oggi sono sicuro di no».

Quando sei stato a Bruxelles la prima volta sul luogo della tragedia? Puoi cercare di trovare qualche parola che rievochi le tue emozioni e i tuoi ricordi ?

«è stata un’emozione fortissima, mi sono seduto nel punto in cui una volta finiva la curva Z e c’era la rete che separava i tifosi della Juventus da quelli del Liverpool, mi guardavo intorno, cercavo d’immaginare, cercavo di capire, sentivo il dolore dentro di me e mi sono perso negli occhi di Otello e Andrea Lorentini, primogenito di Roberto».

Con tutto il suo fardello di dolore, misto a rabbia e impotenza, per una giustizia invocata, ma lenta, frammentaria e non imparziale, a tratti beffarda, secondo te da uno a dieci quanta giustizia è stata fatta agli angeli dell’Heysel ?

«Da un punto di vista processuale direi 6, per tutta la fatica fatta in un paese straniero ostile, in quanto messo sotto processo, e con un diritto diverso dal nostro. Da un punto di vista umano 0, per tutte le umiliazioni che i parenti delle vittime hanno dovuto subire e per la mancata memoria che dura ancora oggi, al di là del libro di Nereo Ferlat, “L’ultima curva”, del mio e di quello di Jean-Philippe Leclaire ».

Si può ancora fare qualcosa legalmente per onorarne la memoria ?

«Non so cosa tu intenda per legalmente, basterebbe farlo umanamente. Comunque una giornata bianconera della memoria non guasterebbe, ogni 29 maggio, una giornata al Lingotto di Torino in cui parlare di violenza negli stadi, fair play e cultura dello sport, parlando soprattutto di calcio come difficilmente accade in questo paese con istruttori e personaggi qualificati, pagata dalla Juventus e organizzata dal tuo sito in collaborazione con tutte quelle intelligenze e sensibilità che vogliono partecipare».

C’è ancora tempo, e in che modo, di riparare moralmente all’oblio di questi ventiquattro anni di silenzio da parte della società F.C. Juventus per quei 39 caduti, ricoperti dalle sue stesse bandiere?

«Forse in molti non si rendono conto che quando una persona perde un proprio caro in modo così cruento e ingiusto, quando alla fine nessuno, o quasi, paga con la galera per 39 morti, quando le autorità cercano di dimenticare è come se quei morti, nei cuori di chi li ha amati veramente, morissero una seconda volta. Riparare, oramai, è impossibile, troppi silenzi, troppi errori, troppe offese. Più che riparare direi che bisognerebbe ripartire da zero, anche se dopo ventiquattro anni molti gesti non avrebbero più il senso che potevano avere allora, si sono perse e sprecate tante occasioni».

Il Liverpool ha una pagina commemorativa con i 39 nomi e cognomi delle vittime nel suo sito ufficiale, la Juventus no. Inserendo la parola Heysel nel motore di ricerca non si trova nulla. Ti sembra mai possibile ?

«è uno dei motivi per cui ho scritto il libro, trovo e trovavo assurdo che una tragedia così grande potesse essere dimenticata, cancellata dalla memoria sportiva italiana. Anche se non dobbiamo dimenticare che in Inghilterra continuano a raccontarsi le bugie sui perché di quella tragedia».

Due grandi lampade accese nel simbolo del Liverpool, dopo la tragedia di Hillsborough. Quale sarebbe, invece, il segno più efficace e tangibile per le vecchie e le nuove generazioni nel logo della Juventus per legarlo alla memoria perenne dell’Heysel ?

«Non saprei, non ci ho mai pensato e nemmeno sperato…».

Sei favorevole a un museo della memoria nel nuovo stadio in costruzione ?

«Sì, ma credo che nessuno avrà mai la forza e il coraggio per farlo».

Potrebbe avere senso spostare quella Coppa dei Campioni dalla bacheca in una sala alla memoria con una sciarpa appesa a una delle grandi orecchie accerchiata dalle foto dei 39 caduti ?

«Non credo, di fronte a 39 morti, dimenticati e mai commemorati come meritavano e meritano servono gesti, per chi ci crede, più netti».

Ho conosciuto in un forum di tifosi juventini un ferito scampato alla morte nel settore Z, pur apprezzando la mia iniziativa, avrebbe preferito rispettassi il dolore di quel giorno con il silenzio... Cosa rispondergli ?

«Rispetto il suo dolore, come ho rispettato la voglia di Otello Lorentini, che all’Heysel ha perso l’unico figlio, di ricordare, raccontare, non far dimenticare, accompagnandolo in questo cammino».

Secondo te c’è qualcosa che ancora non è stato scritto e detto che riguardi la mattanza dell’Heysel ?

«è stato detto e scritto molto, forse tutto, ma sui biglietti della Curva Z arrivati in Italia credo ci sarebbe ancora da dire e scrivere, perché le responsabilità non furono mai del tutto accertate».

C’è qualcosa ancora che vorresti dire o scrivere tu e a chi ? Prenditi tutto lo spazio che vuoi.

«Credo di avere detto e scritto molto anch’io sull’Heysel. La sorella di Andrea e figlia di Giovanni Casula, due delle trentanove vittime, ha definito il mio libro la sua personale Bibbia, molti tifosi juventini invece non hanno apprezzato il mio lavoro e la mia battaglia a fianco di Otello Lorentini. Be’ con chi pensa che quella coppa sia vera, che sia stato comunque giusto festeggiarla e fregiarsene non ho assolutamente niente da spartire, né ora né mai».

Stilando un bilancio conclusivo, dal punto di vista umano e professionale, quanto ti ha arricchito e quanto invece ti è costato l’Heysel ?

«Dal punto di vista umano tantissimo, l’amicizia di Otello e Andrea Lorentini su tutto insieme con la stima e il rispetto di tante persone che non mi conoscevano come uomo e come giornalista. Dal punto di vista professionale, invece, mi è costato molto e preferisco non dilungarmi, diciamo che ho pagato e sto pagando con gli interessi un atto di civiltà».

Ad Arezzo è sorta da anni un’associazione di volontariato contro la violenza nello sport, intitolata a Roberto Lorentini e Giuseppina Conti. Ce ne parli un po’ più dettagliatamente ?

«Il “Comitato Lorentini-Conti contro la violenza nello sport” si batte per veicolare attraverso manifestazioni sportive e culturali i valori più sani delle e nelle discipline sportive. Tra le altre cose si è battuto perché, dopo vent’anni, ad Arezzo fossero intitolati il piazzale davanti allo stadio a Roberto Lorentini e quello davanti al palasport a Giuseppina Conti».

Un tempo nelle arene perivano innocenti sbranati dalle fiere per il sollazzo di paganti. A Bruxelles sono morti paganti innocenti fra gli spalti a causa del sollazzo delle fiere. Dai martiri cristiani sappiamo bene cosa è nato, quale fiore spunterà dal seme di sangue dei nostri angeli all’Heysel ? O sono morti invano ?

«A ben guardare quello che è accaduto negli stadi italiani negli ultimi ventiquattro anni direi che sono morti invano. Io, però, continuo a nutrire un barlume di speranza e a pensare che se degnamente ricordati e commemorati ogni anno, quei 39 angeli possono ancora insegnarci molto, soprattutto ai tifosi della Juventus, che sembrano i primi ad averli dimenticati».

Francesco tu sei credente come me. Pensi mai al momento in cui riabbraccerai Roberto Lorentini magari nell’altra dimensione oltre la vita ?

«Purtroppo non possiedo una visione così ampia della mia vita terrena ed extra, però mi piacerebbe sapere che ne pensa del lavoro che ho fatto insieme con suo padre e suo figlio per recuperare una memoria che in troppi hanno cercato di cancellare».

Ammesso tu ne voglia fare menzione pubblica, hai mai ricevuto segnali medianici occupandoti dell’Heysel ?

«No, mai».

Carissimo Francesco, ti ringrazio ancora di cuore e ti abbraccio per il privilegio di questa intervista. Ti prego di portare un mio affettuoso saluto alla famiglia Lorentini. Hai tutto lo spazio che vuoi per le tue conclusioni finali.

«Il privilegio è stato mio e grazie a te per quello che stai facendo, con la speranza che nessuno possa ancora infangare il tuo lavoro e la memoria dell’Heysel».

Grazie di cuore, Francesco, da parte di tutti quelli che non hanno dimenticato i caduti dell'Heysel


16 Maggio 2009

 

Intervista  amichevolmente concessa da Francesco Caremani a Domenico Laudadio

Si prega chiunque voglia utilizzarne i contenuti di citarne cortesemente in ogni caso la fonte 

Per approfondimenti il blog di Francesco Caremani : www.fangoenuvole.blogspot.com

 

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L’intervista ad Andrea Lorentini

Andrea Lorentini oggi ha 21 anni, studia Scienze della Comunicazione a Perugia e ha un grande sogno: diventare giornalista sportivo. Nel maggio 1985 aveva 3 anni e mezzo e non ha alcun ricordo del padre Roberto. Ma omaggia il babbo tutte le settimane andandolo a trovare al cimitero di Arezzo. Andrea è stato cresciuto unitamente dal nonno Otello, dalla nonna e dalla mamma, dottoressa ematologa presso l’ospedale di Arezzo. Il nonno Otello gli ha trasmesso l’amore per il calcio, che Andrea ha praticato dall’età di 6 anni e fino ai 19, quando l’Università non gli ha più permesso di proseguire l’eventuale carriera da calciatore. Pane e calcio. Queste le materie sulle quali si è formato Andrea, e sulle quali si è formato il fratello Stefano, di un anno più giovane, studente di Fisica. Andrea è un ragazzo decisamente più intelligente e al di sopra della media dei suoi coetanei. Ci ha rilasciato un’intervista per ricordare il padre, per fare un suo commento sul suo personale dolore e sulla vita.

D: Andrea, che ricordi hai di tuo padre Roberto ?

R: Purtroppo nessuno. Avevo tre anni e mezzo all’epoca. Conosco tutta la sua storia. Me l’hanno sempre raccontata. E crescendo mi hanno anche spiegato di quel giorno allo stadio Heysel e di cosa è successo dopo.

D: Tu non hai avuto un padre, ma ti ha cresciuto un nonno fantastico…

R: Sì, esattamente. E’ mio nonno, ma è come se fosse il mio babbo. E’, e sarà sempre, la mia figura maschile di riferimento. Ma la presenza di mio padre c’è sempre, ed è sempre con me.

D: E’ stato difficile per te vivere questa situazione in questi anni ?

R: E’ stata una disgrazia immane, ma l’ho superata e l’ho vinta proprio grazie ai miei familiari. Non è, e non è mai stata, per me, una spada di Damocle.

D: Andrea, per quale squadra di calcio tifi ?

R: Sono tifoso dell’Arezzo. Quest’anno forse riusciamo a passare in serie B. Ma, fra le grandi squadre, sono simpatizzante dell’Inter.

D: Essere simpatizzante dell’Inter è anche, forse, un modo per prendere le distanze della Juve ?

R: Sì, forse sì. Non lo nascondo.

D: Hai rancore verso la Juventus per quella tragedia ?

R: Ho rancore per quei giocatori, alcuni Campioni del Mondo in carica, altri grandi professionisti, che hanno gioito per la vittoria della Coppa dei Campioni (una vittoria che io personalmente, come tanti altri, non riconosco) che hanno compiuto il giro d’onore a strage appena ultimata. Questo sì. E poi ho rancore verso la dichiarazione rilasciata nel dicembre dell’85, quando la Juve vinse la Coppa Intercontinentale e affermò che: «Questa coppa serve per dimenticare la tragedia dell’Heysel». Quella tragedia non si può cancellare con un’altra Coppa.

D: Nemmeno con la Coppa dei Campioni del 1996 ?

R: No. Quella del 1996 è, per me, la prima Coppa dei Campioni vinta dalla società bianconera. Nient’altro.

D: Tu scrivi una frase molto bella nella tua introduzione al libro: «Il calcio è vita». Puoi commentarla?

R: E’ una conclusione che ho fatto praticando calcio. Il calcio riassume i valori della vita: lo stare insieme, il socializzare, il rispetto dell’avversario, il divertimento. Ma la cosa più importante è sicuramente il rispetto per l’avversario. Per questo il calcio è vita.

Fonte: www.lastampa.it

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Intervista a Giuseppe Spolaore

Tratta dal libro “Ho fatto piangere il Brasile” di Paolo Rossi (Limina)

Giuseppe Spolaore era un ragazzino gracile e introverso quando visse quel dramma che gli segnò la vita. Per anni non ne ha mai voluto parlare, troppo grande la ferita, troppo cruda quella realtà segnata da un dolore lacerante in ogni poro della pelle, in ogni angolo del cuore. Tra il cemento rattoppato della curva Z dello stadio Heysel perse per sempre il padre Amedeo , e si salvò per caso dopo aver visto la morte baciarlo in una stretta avviluppante.

Giuseppe,in quei momenti hai pensato che per te fosse finita ?

Dopo l'incredulità e il panico di chi si stava rendendo conto di ciò che stava per accadere mi sono sentito travolto da quell'onda umana che mi ha sbattuto lontano e poi risucchiato. Non ho più visto mio padre, che era accanto a me. Sono caduto come tanti, schiacciato da una pressione cosi potente quanto improvvisa. Avevo diverse persone sopra di me e neanche un briciolo di forza per dimenarmi, per difendermi. Ero terribilmente pigiato sotto la folla. Mi sembrava che il torace fosse prossimo a scoppiare. Non riuscivo più a respirare e cosi è stato per un tempo che ora non riesco a quantificare, ma mi è sembrato lungo. Lunghissimo. Parrà strano, ma in quei momenti ero invaso da una grande calma, probabilmente stavo per svenire, non lo so, era una sensazione dolce. Si dolce, sicuramente non sgradevole. E cosi, in questo modo, mi piace pensare sia morto mio padre.

Come sei riuscito a cavartela ?

Non lo so sinceramente. Per motivi che sfuggono alla mia comprensione, quando ormai avevo perso ogni speranza, mi sono trovato sopra ad altri e libero dalla morsa. Steso e stremato ho inalato forte tutta l'aria che potevo e ho guardato il cielo. Quel cielo roseo. Avevo già perso le scarpe e subito una frattura piuttosto brutta. Sapete una cosa ? Non sentivo alcun dolore.

E poi qual'e' stata la tua reazione piu' immediata ?

In qualche modo sono riuscito a rialzarmi in questo groviglio umano, e devo dire che, purtroppo, mi sembra di aver calpestato persone su persone pur di scappare verso il basso, verso una via di fuga. Sospetto di aver fatto proprio cosi, non ricordo bene. Forse l'ho rimosso, certo non ne vado fiero, ma nello stato in cui ero è stata una reazione istintiva. Anche se non credo di aver recato danni agli altri, ero un adolescente magro, esile e per di più scalzo. Mezzo rotolando, mezzo strisciando sono arrivato giù, in basso, dove c'era una rete metallica di protezione completamente sfondata. Li ho visto cose che non scorderò mai: cadaveri gonfi e sanguinanti come fossero stati infilzati da più lame. Quando sono riuscito ad arrivare in campo ho cominciato a fare cose strane : camminavo intontito come un ubriaco che aveva perso la strada di casa. Girovagavo attorno pur avendo il femore fratturato e i legamenti fuori posto, ma era come mi avessero anestetizzato. Guardavo tutto d'intorno, e ciò che vedevo era indefinito, le voci, i suoni, i colori, le immagini. Sinistre sirene d'ambulanza, ronzii d'elicotteri , i lamenti, le urla. Poi ricordo di essermi fermato e seduto sull'erba accanto alla porta di gioco : osservavo fisso quello strano, improbabile, tappeto umano che copriva una parte di stadio. Un patchwork di morte.

Hai piu visto tuo padre ?

Devo ammettere che ho vissuto uno stato di trance, retrospettivamente se penso a come mi sono comportato non riesco a trovare un filo logico. Sicuramente ero poco lucido. Ad essere razionale avrei dovuto guardare, cercare mio papà, vedere se gli fosse capitato qualcosa, soccorrerlo. Ma non ero razionale. Sentivo d'essere impotente, debole, come in un incubo quando vorresti scappare e senti le gambe legate al suolo, pesanti come macigni. Strana sensazione. Intimamente, però, ero certo che lui se la fosse cavata come me, anzi meglio di me. Non ho pensato neppure per un attimo che potesse essere morto. Invece, se ne era andato portando con sè un mistero. Avevo un'età che proprio allora mi avrebbe consentito di cominciare a conoscerlo. Con lui non ho mai parlato da uomo a uomo : è questo il mio rammarico piu grande. L'ho perso quando stavo per trovarlo.

Che ti viene spontaneo di dire dopo tanti anni da quel 29 maggio del 1985 ?

Devo essere sincero. Ho deciso di parlarne perchè probabilmente è giunto il momento di rivisitare quei momenti, con il sentimento di chi, ormai uomo maturo, non sa darsi una ragione per ciò che è successo. Le hanno date gli altri, ci sono stati processi e tante interpretazioni, personalmente ho cercato più di rimuovere che di analizzare. Anche se la prima sensazione che mi viene in mente è quella di classificare l'accaduto in qualcosa di molto simile a una calamita naturale. Si sono intrecciate e sovrapposte una serie di concause talmente consequenziali e perverse nel loro succedersi da rendere tutto follemente dirompente. Sicuramente gli hoolingans sono stati il fattore scatenante, ma anche l'assenza di polizia, la struttura inadeguata dello stadio, le uscite di sicurezza mancanti, la tipologia di persone che come noi si trovavano in quel pezzo di curva, l'organizzazione carente, hanno fatto il resto. Personalmente non ho più rivisto immagini televisive, nè mi sono documentato leggendo giornali : avevo già visto abbastanza. Tutto ciò, forse per autodifesa, forse per l'esigenza di cancellare in me una cosa più grande di me.

Quanti anni avevi ?

Avevo quattrodici anni e, fatalità, era la prima volta che andavo allo stadio. Non ero mai stato un tifoso di quelli sfegatati, anzi avevo cominciato da poco a seguire il calcio con una certa passione. Diciamo dal Mondiale dell'82. Quella squadra mi aveva dato grandi emezioni : Pablito-Cabrini-Tardelli-Scirea-Zoff... quasi di conseguenza sono diventato juventino. Ricordo che quando perdemmo la finale di Coppa Campioni ad Atene con l'Amburgo ci rimasi molto male.

Come avete deciso di andare a Bruxelles ?

Ci tenevo in modo particolare, finalmente quel trofeo stregato era a portata di mano, una rivincita dopo la delusione patita nella finale precedente. Io, quello smacco di Atene, con quel gol strano da fuori di Magath, l'avevo vissuto davanti alla televisione. Stavolta un gruppo di amici di mio padre aveva comprato un pacchetto comprensivo del volo speciale da Venezia e del biglietto d'ingresso alla partita presso un'agenzia di viaggi, mi sembra di Treviso. Siamo partiti molto presto la mattina da Bassano del Grappa. Ricordo che mia madre si affacciò alla finestra e ci salutò. Sarà l'ultima che vedrà mio padre. Già, e pensare che all'ultimo momento lui stava per tirarsi indietro : aveva paura dell'aereo. Pensa te il destino ! Tra l'altro, dimenticavo, poco prima di imbarcarci ci dissero che per problemi, non so di che tipo, il biglietto non sarebbe stato del settore "distinti", come previsto, ma di curva. Prendere o lasciare. Figuriamoci, a quel punto, chi sarebbe rimasto a casa. Io no di certo, potete immaginare l'emozione, contavo i minuti, le ore che mi dividevano dall'evento. Curva o non curva, bastava esserci. Purtroppo.

Ma quando avete cominciato a temere il peggio ?

Tuttò iniziò circa un'ora prima dell'incontro con il lancio di oggetti vari da parte dei tifosi inglesi dai quali ci divideva solo una rete sottile e instabile, insomma, praticamente inutile. Di là teppisti, molti dei quali ubriachi, abituati allo scontro, agli assalti. Cantavano a squarciagola la loro triste ballata You'll never walk alone che risuonava minacciosa come un tribale messaggio di guerra. Di qua noi, gente normale, famiglie-bambini-persone di una certa età, gente inerme, mite. E' stato questo il guaio. Rispetto a noi erano anche abbastanza distanti, ma quando hanno cominciato ad attaccare, a spingersi in avanti, a colpire all'impazzata con le aste delle bandiere, con lattine di birra, lamette e quant'altro, la gente si è spaventata ritraendosi a fisarmonica. Nessuno li ha affrontati a muso duro. In pochi minuti, quella curva senza vie d'uscita si è trasformata in una trappola per topi. Terribile. Devo dire però che nonostante ciò non sono mai riuscito a provare vero rancore nei confronti degli hooligans. Sarebbe stato normale coltivare, forse per anni, forse natural durante, l'odio nei confronti di questa gente. Non c'entra lo spirito cristiano, anche se io lo sono, o la cultura del perdono. Probabilmente il fatto di non aver nessun contatto diretto con loro, nessun faccia a faccia, il fatto di non averli mai visti negli occhi ha giocato la sua parte. Non ho provato odio ma solo pena. Provo pena per loro.

Cosa pensi del fatto che sia stata disputata egualmente la partita,  e del famoso giro d'onore dei giocatori al termine con la coppa ?

Forse non sono la persona più adatta a rispondere. Ho saputo, solo qualche giorno dopo che la Juventus aveva vinto. Io mentre giocavano mi trovavo all'ospedale di Bruxelles. Poi tornato in Italia non ho più voluto sapere nulla, mi sono isolato nel mio letto dove sono rimasto per circa un mese ingessato. Non conosco motivazioni, giustificazioni o ipotesi. Come ho già detto avevo visto fin troppo, perciò non ho letto giornali, nè riguardato immagini televisive di quella sera. Comunque non mi è piaciuto il fatto che abbiano giocato se è questo che volete sapere. Non realizzo, mi risulta inconcepibile : lì,a pochi metri dal campo, c'erano cadaveri da spostare. Con quale spirito si può correre dietro a un pallone come nulla fosse ? Spero oggi ci sia più sensibiltà, voglio credere che l'Heysel i suoi morti, siano serviti almeno a quello. Almeno.

Padova 2001

Fonte: anglotedesco.myblog.it

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29 Maggio 1985  Heysel”, Bruxelles

Testimonianza Diretta di Lombardi Vittorio, presente allo stadio Heysel il 29 Maggio del 1985…

Iniziava cosi’ la Trasferta dell’Heysel… Per Lombardi Vittorio…
Partiamo il martedì mattina in pullman per arrivare in serata a Metz, nel nord della Francia, passando per Lucerna e Strasburgo dove abbiamo passato la notte , il pomeriggio seguente siamo giunti a Bruxelles alle 14:00 mentre le porte dello stadio furono aperte molto presto e noi alle 15:00 eravamo già dentro al nostro settore.

Quando iniziarono gli incidenti ?

Gli incidenti sono iniziati verso le 18, ma noi non avevamo idea di cosa stava accadendo dall’altra parte, si vedeva si dei movimenti strani, dove gli inglesi attaccavano e indietreggiavano , pero’ non si sapeva che cadevano i muretti, le persone venivano schiacciate e colpite dagli inglesi.

La forze dell’ordine dov’erano? O almeno c’erano ?
Gli inglesi sono entrati con le casse di birra nello stadio ed erano gia’ ubriachi molte ore prima che iniziasse la partita con un gran caldo che si faceva sentire. L’organizzazione fu pessima, nessun tipo di controllo, la presenza di forze dell’ordine era scarsa quasi assente.

La condizione dello stadio com’era ?
Le curve si trovavano su una specie di collinetta, i servizi igienici assenti, e le gradinate si sgretolavano con
le stesse mani.

Tua sorella si trovava nel settore Z, com’é riuscita a salvarsi? E cos’hai provato quando il tuo nome e’ stato annunciato dallo speaker dello stadio ?
Gli inglesi colpivano con delle spranghe di ferro i tifosi della Juve perche’ li vedevano con un qualcosa di bianconero, mentre mia sorella e mio cognato avevano delle borse della Chocco Travel, rossa e gialla, perciò gli inglesi quando venivano avanti, sembrava quasi che li evitassero convinti del fatto che anche loro fossero inglesi. A una delle pause, di circa una decina di minuti, scesero verso il campo, calpestando decine di corpi agonizzanti. Una volta scesi in campo, si volle sincerarsi delle mie condizioni, allora fece un appello tramite lo speaker, che nel frattempo stava chiamando molte altre persone. Quando sentii il mio nome, rimasi gelato, pensai subito al peggio, uscii subito dallo stadio e mi diressi verso la tribuna, e in quel momenti inizia a capire quale tragedia stava avvenendo, dopo qualche minuto trovai mia sorella e mio cognato e decidemmo di non assistere a quella maledetta partita, se di partita possiamo realmente parlare…Decidemmo di cercare un posto in cui era possibile telefonare a casa e tranquillizzare tutti amici e parenti, che si erano radunati tutti presso la Sede dello Juventus Club Montignoso per vedere tutti insieme la partita, trovammo un ristorante italiano e riuscimmo a telefonare a casa e a tranquillizzare tutti.

Siete tornati ad assistere alla partita ?
Successivamente non siamo ritornati allo stadio, la paura era tanta, e salimmo sul pullman e vedemmo la partita li.

Chi era nella curva bianconera era conscio della tragedia che si stava realizzando ?
Finita la partita tornarono anche gli altri amici, ed erano contenti perché la Juve aveva vinto ma non sapevano quello che realmente era accaduto, e non sapevano dei 39 morti.

Qualcuno di voi rimase coinvolto in prima persona nella tragedia dell’Heysel ?
Nessuno dei nostri rimase ferito anche perché eravamo nel settore nord ovest della curva juventina

E’ passato molto tempo prima di rientrare in uno stadio ?

Prima di rimettere piede in uno stadio passarono circa 9 anni.

Secondo te i giocatori erano a conoscenza di quello che stava accadendo ?
I giocatori non lo so, non credo che fossero a conoscenza che ci fossero dei morti o anche se lo avessero saputo furono costretti a giocare anche per motivi di ordine pubblico.

Fonte: www.jcmassa.it

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I ricordi dell'arbitro svizzero dell'Heysel

Vent'anni fa, André Daïna era l'arbitro della tragica partita dell'Heysel, a Bruxelles. Oggi rievoca il dramma e si esprime sulla sicurezza attuale negli stadi.La sera del 29 maggio 1985, 39 persone morirono ed altre 600 rimasero ferite nella ressa causata dagli scontri che precedettero la finale di Coppa Campioni tra il Liverpool e la Juventus. Doveva essere una festa grandiosa... fu invece un vero e proprio incubo. La finale della Coppa dei Campioni del 29 maggio 1985, tra le due migliori squadre europee dell'epoca, ha marcato la storia del calcio. Le immagini di quelle griglie e di un muro che crolla sulla pressione della folla in panico, i corpi sanguinanti di centinaia di persone, la morte di 39 spettatori – soffocati o calpestati – vittime della follia degli hooligans inglesi ubriachi sono ancora in tutte le memorie. Vent'anni dopo, l'arbitro della partita, l'elvetico André Daïna, ha accettato di rievocare i tremendi ricordi di quella giornata. Il nome dell'ex giocatore di serie A e della squadra nazionale diventato arbitro rimarrà per sempre associato a quello dell'Heysel.

swissinfo: André Daïna, questo triste anniversario la obbliga a rivangare cattivi ricordi, non è difficile ?

André Daïna: Onestamente? Sono un po' stufo. L'avvenimento è però tale che è impossibile non richiamarlo alla mente. Penso che sia un lavoro di memoria dovuto a coloro che erano venuti ad assistere alla partita e che non sono più rientrati a casa. Il calcio se ne è rimesso. Del resto, la vittoria del Liverpool nella finale di Champion's League mercoledì sera contro il Milan – 20 anni dopo il trauma dell'Heysel – ha in un certo senso permesso di chiudere il cerchio. Avrei preferito essere sul campo mercoledì scorso e partecipare a una vera festa del calcio.

swissinfo: A distanza di vent'anni, che ricordi serba della serata del 29 maggio 1985 a Bruxelles ?

André Daïna: Ho dei ricordi molto nitidi, ma devo precisare che non sono stato un testimone privilegiato di quanto è successo, poiché ero negli spogliatoi. Ho visto solo in seguito le immagini alla televisione. Sul momento, ho vissuto gli avvenimenti attraverso le testimonianze di diverse persone. Sapevamo che c'erano dei morti e che sul terreno regnava il caos.

swissinfo: Alla fine avete deciso di far giocare la partita. Pensa ancora oggi che fosse la soluzione migliore ?

André Daïna: Era la meno peggiore e ne sono tuttora convinto! Quella sera, trattandosi di una finale, tutte le autorità dell'UEFA erano allo stadio e abbiamo evocato assieme i diversi scenari possibili. Nessuno poteva obbligarmi ad entrare sul campo, ma ero convinto che bisognava farlo per cercare di terminare la serata nel modo più "normale" possibile. Il mio obiettivo era di evitare assolutamente che scoppiassero degli altri scontri dopo un'evacuazione dello stadio senza che la partita fosse stata giocata. Certo, l'incontro non rivestiva più la stessa importanza e sapevo che nessuno si sarebbe ricordato di quanto sarebbe successo sul campo.

swissinfo: Secondo lei, la data del 29 maggio 1985 rappresenta una svolta nella storia del calcio moderno ?

André Daïna: Penso che ci si è veramente resi conto di cosa può generare il calcio. In precedenza alcune partite erano pure state macchiate da eventi drammatici. Era però sempre successo in un contesto nazionale e i fatti erano stati relativizzati o addirittura taciuti. Il 29 maggio 1985, per contro, si giocava su un terreno neutrale e a un livello internazionale. È stato un vero e proprio elettrochoc. Era chiaro che bisognava prendere dei provvedimenti se si voleva garantire la sopravvivenza del calcio. È l'inizio degli stadi con solo dei posti a sedere, delle abolizione delle barriere, del rafforzamento dei servizi d'ordine, delle telecamere, degli elenchi dei tifosi indesiderabili...

swissinfo: Secondo lei, la Svizzera è in grado d'assicurare la sicurezza del prossimo Campionato europeo di calcio, organizzato nel 2008 assieme all'Austria ?

André Daïna: Gli ultimi scontri che si sono verificati ai margini della Coppa svizzera, ad esempio, non sono di buon auspicio. Ma durante l'Euro, la Svizzera si troverà sotto i riflettori internazionali e nessuno dubita che gli organizzatori faranno di tutto per garantire una sicurezza massima. Gli spettatori non devono avere paura di recarsi allo stadio. Se la Svizzera non crede di essere in grado di tutelare la loro sicurezza, deve chiedere aiuto all'esterno. La presenza massiccia di forze dell'ordine alle partite di calcio mi fa sempre un effetto un po' strano, ma credo che sia necessaria affinché questo sport continui ad esistere.

Fonte: swissinfo.org   

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Intervista ad Adriano Lazzarini, testimone e reduce della Curva Z all'Heysel

A cura di "Gruppo Greco Juventus"


Dopo che ti salutiamo nelle pagine della “Bandiera Bianconera” vorremo, guardando 24 anni fa e prima della finale del 29 maggio, che ci raccontassi l’atmosfera di quei giorni. Hai deciso di andare al Heysel per la finale, subito dopo i semifinali contro il Bordeaux?

Si, decisi subito dopo le semifinali; già nel 1983 volevo andare alla finale di Atene, ma poi non fu possibile e questa non volevo perderla.

Frequentavi spesso gli stadi in quel periodo?

Andavo alle partite di Roma e Lazio, quando giocavano contro La Juventus e a qualcun’altra perché abitavo a Roma; Negli anni precedenti andavo più spesso, anche a vedere altre squadre, oppure la Nazionale Italiana.

Allora, eri un piccolo ragazzino e sicuramente avresti fatto tanti sogni per quella partita particolare. Ti ricordi alcune dei tuoi pensieri?

All’epoca, la Juventus era il mio pensiero principale e il mio desiderio era quello di vederle vincere la coppa più importante d’Europa e di essere presente all’evento per festeggiare dal vivo.

Andiamo pian piano al giorno della partita. Com’era il viaggio a Brusseles? Ti ricordi con che mezzo di trasporto ci siete arrivati? Eravate da soli o con degli altri tifosi della Juventus?

Il viaggio era stato buono, con il treno e dentro Bruxelles con il pullman; ero con un gruppo organizzato da Roma, gente comune e non c’erano tifosi ultras, solo persone comuni e famiglie; io ero con mia madre e mia sorella, loro non sono juventine, ma vollero venire per partecipare a una giornata di festa sportiva.

Come era l’atmosfera in citta? C’erano millioni di tifosi di entrambe le squadre? Hai visto o sentito parlare di incidenti violenti nelle strade o le piazze delle Brusseles?

L’atmosfera era buona, con molti tifosi di entrambe le squadre e aria festosa; io e mia sorella abbiamo fatto scambio di maglia con 2 tifosi del Liverpool;  no, non ho visto incidenti prima della partita.

A che ora siete entrati nello stadio? In che parte dello stadio avete prenotato il biglietto? Com’era l’atmosfera?

Il posto era proprio nel settore “Z”, quello dove morirono i nostri tifosi! Era quello occupato da tifosi comuni, vicino a quello degli ultras del Liverpool, mentre gli ultras della Juventus erano dal lato opposto; Noi non avevamo scelto, è stata l’agenzia di viaggi a trovarci questo posto; Entrammo intorno alle 17.30 – 18….…già tardi perché stavamo lì fuori sul prato e non ci eravamo accorti che la gente già entrava… lo stadio era già pieno e rimanemmo vicini all’ingresso, più o meno dove c’era il tabellone elettronico dello stadio; la porta d’ingresso era stretta e di legno, con muretti molto vecchi… a uno a uno si entrava stretti… tutti posti in piedi in quel settore; l’ingresso da lì, era dall’alto, cioè, entrando, vedevi lo stadio verso il basso; noi eravamo vicinissimi alla rete che divideva dai tifosi del Liverpool; la polizia faceva togliere a noi, le aste delle bandiere, ma faceva entrare gli inglesi già ubriachi e con le casse di birra piene…

Arriviamo al momento che gli incidenti sono cominciati dentro lo stadio. Hai visto qualcosa te ?

Si, vedevo gli inglesi che tiravano oggetti verso di noi e noi cercavamo di spostarci; si vedeva che ormai erano ubriachi…urlavano contro di noi e insultavano… finché intorno alle 19.15, la situazione era più grave e noi con molti altri siamo usciti dallo stesso punto d’entrata… Non era il punto del muretto crollato, quello era nello stesso settore, ma in basso a destra rispetto a noi; qualcuno leggermente ferito lo abbiamo visto uscire anche da lì, ma feriti lievi; siamo rientrati nello stadio al momento dell’inizio partita.

Quanto le cose hanno cominciato di diventare piu’ “gravi” hai mai immaginato che potrebbe succedere quello che alla fine e’ successo?

No, non immaginavamo quello che poteva essere successo, avevamo sentito di feriti, ma non di morti;

Dopo gli incidenti, per un po di tempo, c’era panico dappertutto. C’era tanta gente nello stadio che era trasformato in ospedale. Nelle gradinate c’erano ancora degli incidenti?

No, quel settore si era svuotato e una volta usciti, noi eravamo lontani dal punto del muretto crollato e non abbiamo visto i morti e i feriti gravi.

Gli altoparlanti cosa comunicavano? C’erano notificazioni sulle condizioni dei tifosi feriti?

All’altoparlante i capitani Scirea e Neal invitavano alla calma, ma non parlavano di morti e feriti, almeno io non ho sentito questo.

Prima che i due capitani uscissero e vi parlassero vi eravate accorti delle dimensioni del disastro?

No, assolutamente e nemmeno dopo che parlarono i capitani…. Sicuramente in TV si è avuta di più la sensazione di tragedia, ma noi che siamo usciti da sopra, non ci siamo resi conto della gravità.

Siccome le notizie ci hanno confuso. Alla fine voi, prima che la partita cominciasse, sapevate esattamente cos'era successo ? Sapevate la verità ?

No, non sapevamo la verità, credevamo solo che ci fossero stati alcuni feriti, ma non morti… Una volta rientrati, il settore era semivuoto di persone e pieno di oggetti lasciati per terra, ci ha avvicinato un ragazzo del nostro gruppo e ci ha detto piangendo che c’erano alcuni morti, ma noi pensavamo che non fosse vero, ma che magari c’erano solo feriti…  Dietro le porte, sul campo, c’erano i poliziotti a cavallo e con caschi e scudi da guerra, noi rimanemmo dentro, a quel punto potevamo solo aspettare perché uscire fuori senza il pullman pronto sarebbe stato più pericoloso; all’uscita, dopo la fine della partita, andammo subito al parcheggio pullman, fuori lo stadio c’erano auto bruciate, cassonetti dell’immondizia rovesciati, vetri per terra dappertutto…

Com’ era il viaggio di ritorno in Italia? Il prossimo giorno?

Il viaggio normale, alla stazione c’era confusione, tra i nostri non c’erano morti o feriti e ancora non avevamo chiara la situazione, però abbiamo avuto la conferma che c’erano stati alcuni morti… Sicuramente a casa, chi sapeva dove eravamo, sapeva più di noi ed era molto preoccupato, noi ci rendevamo conto di meno, della situazione, nonostante fossimo non distanti da dove sono morte le persone; Bisogna considerare che era un’epoca diversa, non avevamo telefoni cellulari, internet o altro, quindi le notizie non erano veloci come adesso.

Sei mai andato allo stadio dopo quel giorno?

Si, ma più raramente, adesso ci vado poco; sono stato anche a Juventus – Liverpool a Torino nel 2005

Alla fine gli eventi del Heysel per te erano solo un incidente o un omicidio?

Un omicidio, anzi….eccidio…ma causato non solo dai tifosi inglesi, ma anche dall’organizzazione e dalla polizia belga che non ha saputo fronteggiare la situazione.

Pensi che tutti quelli che avevano a che fare con gli incidenti alla fine sono stati puniti?

No, perché come ho scritto prima, non erano da punire solo i tifosi, ma anche chi non ha saputo organizzare e fare andare bene una festa sportiva.

Se potessi tornare il tempo, saresti andato ancora in quella partita?

Sarei andato perché non avrei comunque mai potuto immaginare una cosa simile… Sapere prima e immaginare una cosa di questo tipo non è possibile.

Ringrazio fraternamente  Adriano Lazzarini e "Gruppo Greco Juventus" per la gentile concessione del pezzo.

 

 

 

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39 Angeli all'Heysel