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Interviste
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Boniperti ricorda Heysel: "Tenemmo la coppa, il sangue era nostro" di Roberto Beccantini TORINO - Venticinque anni e trentanove morti dopo, l’Heysel continua a «vivere» con noi e, spesso, contro la pigrizia della nostra memoria. Presidente Boniperti, è così ? «Io c’ero, e chi
c’era, non potrà mai dimenticare. Ripeto: mai. Qualche volta,
lo confesso, vorrei vigliaccamente rimuoverlo ma come si fa
? E poi non sarebbe nemmeno giusto». «Le bare in ospedale,
la mattina dopo. L’una vicina all’altra, molte con sciarpe bianconere.
Erano tutti dei nostri. Uomini, donne, bambini: non è possibile
crepare per una partita di calcio». «Non si doveva
giocare all’Heysel. È diverso. Uno stadio così vecchio, e così
mal presidiato. Di poliziotti in campo, o comunque dentro, ne
ricordo uno. E poi...». «E poi chi fossero
gli hooligans, e come si comportassero in trasferta, era di
dominio pubblico. La gendarmeria belga sbagliò su tutta la linea.
Per tacere delle agenzie che vendettero biglietti “promiscui”,
affiancando le famigliole dei nostri tifosi ai teppisti del
Liverpool, ubriachi fradici e cotti dal sole. Una vergogna.
Fu une vera e propria caccia allo juventino, il muretto del
settore Z crollò alla prima pedata». «La Juventus non
voleva giocare. Il Liverpool neppure. Ci obbligarono l’Uefa
e le autorità belghe. Temevano che l’effetto rinuncia avrebbe
spinto alla rivolta gli altri settori. Nel 1985, non c’erano
ancora i telefonini. Chi era dall’altra parte dello stadio,
non poteva percepire l’entità del dramma. Lo avrebbe capito
da un improvviso ritiro delle squadre, dalla cancellazione della
finale. E allora, dissero per convincerci, sarebbe stato non
più un inferno, ma l’apocalisse». «Da fuori è facile
parlare. Io ero là, travolto dalle emozioni. Cercavo mia moglie,
in tribuna con mio figlio Giampaolo, che a sua volta cercava
Alessandro, l’altro figlio che si era spinto verso la curva
maledetta. A Platini dicemmo di non fare il giro d’onore, di
portare la coppa solo dalla parte dei nostri». «Perché, in caso
contrario, credo che molti non avrebbero giocato, mentre ci
era stato imposto di farlo. Ricordo che l’avvocato Chiusano
mi disse che non si doveva giocare, assolutamente. Se non mi
avessero tenuto, gli avrei dato un pugno. Proprio a me, veniva
a dirlo». «Per cinico che
possa sembrare, la partita fu vera. Falso, solo il rigore: Boniek
venne falciato nettamente fuori area ma l’arbitro era nell’altra
metà campo, sorpreso dal lancio di Michel, non molto lontano
da lui. E poi il sangue era nostro. Litigai con Candido Cannavò
che non aveva gradito quella coppa così esposta a Caselle; col
senno di poi può essere che non avesse tutti i torti, ma in
quei momenti eravamo travolti da un dramma immane, da pulsioni
fortissime». «Ho fatto il possibile,
in tutti questi anni. Il tasto è molto delicato, preferirei
non parlarne». «Zibì fece come
gli altri. Nessuno avrebbe voluto giocare, noi per primi: quante
volte devo ripeterglielo ? Ma ci fu ordinato, e giocammo. E
il Liverpool non giocò per finta, anzi». «Molto semplice,
molto amara: gli inglesi sono stati più bravi di noi. Fra l’Heysel
e la tragedia di Hillsborough (1989, semifinale di coppa d’Inghilterra
fra Liverpool e Nottingham Forest, 96 tifosi dei Reds morti
per soffocamento), hanno fatto punto e sono andati a capo. La
svolta coinvolse tutti, dal governo alle autorità sportive alla
gente comune: guerra sistematica agli hooligans, rifondazione
degli stadi e del concetto-stadio, certezza delle pene. Noi,
viceversa, siamo rimasti, come ci capita spesso, a metà del
guado». «Appunto. Le chiedo: com’è possibile che Genoa-Milan del 9 maggio 2010 sia stata disputata a porte chiuse per l’uccisione di un tifoso genoano (Claudio Vincenzo Spagnolo, accoltellato dall’ultrà milanista Simone Barbaglia) avvenuta il 29 gennaio 1995, cioè più di quindici anni prima ?». Da La Stampa del 29 maggio 2010
Il fuoriclasse polacco conquistò il rigore che decise la sfida Boniek: giocammo solo per evitare una guerra civile di Roberto Beccantini «Noi sapevamo tutto e non volevamo scendere in campo. Ce lo ordinò l'Uefa. Ci disse: molti sugli spalti non hanno idea di quanto e' successo, se vi rifiutate lo capiranno e sarà peggio. Poi fu una gara triste ma vera» ZIBI' Boniek, prima o poi doveva succedere. Cosa ricorda? «Ricordo che, col Liverpool, ho giocato due volte. A Torino, nella neve, per la Supercoppa d'Europa: e fu un trionfo, 2-0, doppietta del sottoscritto. All'Heysel, in finale, e fu una tragedia». Il 29 maggio saranno vent'anni. «Per rispetto delle vittime, mi sforzo di non pensarci più. Io, quella coppa, non l'ho mai sollevata». Boniperti avrebbe dovuto restituirla... «Restituirla a chi? Forse all'Uefa, dopo tutto quello che, sul piano organizzativo, aveva combinato? Non scherziamo». Non mi dirai che la partita e' stata vera? «E' stata una partita di cui nessuno può e deve vantarsi». Eravate al corrente? «Non dar retta a chi finge che, in quel casino, orientarsi fosse difficile, e conoscere l'esatta entità del dramma ancora di più. Al 99,9 per cento sapevamo tutto: dei morti, della dinamica, della cappa esplosiva che gravava sullo stadio. Ripeto: tutto». Era proprio indispensabile giocare? «Noi non volevamo. E il Liverpool neppure. Ce lo ordinarono. Ci dissero che, se non fossimo scesi in campo, sarebbe stato peggio. I telefonini non esistevano, e molti degli juventini sugli spalti, loro sì, non avevano idea di quante fossero le persone morte ammazzate nel settore Z. Uno dell'Uefa mi fece: se vi rifiutate, lo impareranno». Con che spirito hai giocato? «Per vincere. Se uno ti dice: se non giochi, e' peggio, tu, che sei un uomo, giochi. E una volta dentro, ti dai da fare. Quelli del Liverpool si comportarono esattamente come noi. Non a caso, il migliore fu Tacconi». Fallo di Gillespie su di te: due metri buoni fuori area, eppure Daina diede il rigore. «Un abbaglio clamoroso, lo so. L'arbitro avrebbe dovuto fischiare la punizione dal limite. Con uno come Michel, sarebbe stato comunque un mezzo rigore». Al suo posto avresti esultato? «E' facile suggerire, adesso, quello che avremmo dovuto fare, allora. Siamo uomini, ognuno reagì come gli dettavano i suoi sentimenti. Osceno e tragico fu il ''prima'', non il ''dopo''». Mettiti per un attimo dalla parte dei parenti delle vittime: per loro, non si doveva giocare e il trofeo andava riconsegnato. «Nel mio piccolo, rinunciai al premio partita e lo girai proprio ai parenti. Non sono un santo, e tanto meno lo fui all'Heysel, però rivendico le attenuanti che si devono a colui e a coloro che, precettati per contendersi ''semplicemente '' una coppa, non importa se dei Campioni, si ritrovano, all'improvviso, al centro di una guerra». Che si poteva evitare. «Molto di più: si doveva. Ecco, a questo sì che penso spesso, al fatto che scatenò l'apocalisse. Mica ultras contro ultras, o scontri omicidi nei paraggi dello stadio. Mai, una carneficina così devastante ebbe origine da cause così banali e così facilmente aggirabili, gli hooligans finiti nella curva sbagliata, le strutture vecchie e fatiscenti dello stadio, gli juventini che, spaventati, scappano e trovano muri di cemento, la polizia belga del tutto inadeguata a gestire e sbrogliare una simile emergenza». Quella sera, morì anche il calcio. «Quella sera, sono morte trentanove persone. Il calcio no, non poteva morire e, anzi, rinacque proprio da lì, da quel sangue. Hai presente Anfield o Old Trafford? Sono gioielli, e chi sgarra, finisce dentro. L'Heysel era una schifezza, ma in tutto il mondo avrebbero evitato, comunque, la tragedia. In tutto il mondo, tranne che a Bruxelles». Da La Stampa del 19 marzo 2005
Heysel, 25 anni per non dimenticare Di Elisa Chiari Doveva essere una finale di Coppa dei campioni. Fu una notte di follia e incuria che costò la vita a 39 persone nello stadio di Bruxelles. I ricordi dell'ex campione Zibi Boniek. Quella di Zibi Boniek non è un'intervista, è una lapide scolpita a voce. I conti con l'idea che si possa morire di calcio, in una sera in cui si vorrebbe vincere ed esultare, sono ancora difficili 25 anni dopo. Doveva essere una finale di Coppa dei campioni (si chiamava ancora così), fu una notte di follia, incuria e imprevidenza, che costò la vita a 39 persone schiacciate contro il muro di uno stadio belga che non esiste più ma ha lasciato macerie dentro moltissime persone. «Mi dispiace molto», spiega Boniek, colonna di quella Juventus, «su quello che è successo all'Heysel ho parlato già diverse volte, ho rilasciato diverse interviste e ho deciso per conto mio di non parlarne più. Per me è stata una cosa tristissima al limite della sopportazione umana. Noi siamo stati coinvolti e in un certo senso costretti a partecipare a una gara che secondo me non aveva senso. Ma, una volta entrati in campo, abbiamo cercato anche di vincerla perché è normale che, se a quel punto sei costretto a fare una cosa, la devi fare al meglio. Alla fine non ho preso il premio partita, perché mi sembrava giusto devolverlo a favore delle vittime. Mi dispiace profondamente perché noi parliamo ogni tanto, facciamo belle interviste, invece c'è ancora gente che vive senza i figli e senza i mariti che hanno perso la vita là. Per questo preferisco non parlarne. Mi spiace anche di non poter andare a Torino a partecipare alla Messa di commemorazione. Sto vicino a tutti quelli cui si è spezzata la vita là e a quelli che sono rimasti a casa con la vita non meno spezzata. Di più non mi sento di aggiungere». Era il 29 maggio 1985, la Juventus andava a giocare a Bruxelles la finale contro il Liverpool. Lo stadio era vecchio e mal pensato, pensata peggio la distribuzione del pubblico, con una parte dei tifosi italiani finiti in un angolo della curva del Liverpool, la curva degli Hooligans. Subito dietro le macerie di un cantiere, perfetto per chi volesse rifornirsi di armi improprie casomai non bastassero le aste delle bandiere. E così andò. Cominciarono a caricare prima della partita, schiacciando in tanti i pochi nell'angolo, il settore Z, che per molti è stato la fine per niente simbolica dell'alfabeto dei giorni. In 39 non sono tornati, 32 erano italiani. A distanza di 25 anni, il calcio ha rimosso molte cose, non ne ha imparata quasi nessuna. La polvere della memoria però fluttua in parte ancora nell'aria, ciascuno a seconda di dove si trovava, ha un pezzo diverso del puzzle da apporre, nessuno l'insieme. Anche per questo è interessante leggere Heysel 29 maggio 1985. Prove di memoria (Reality book, 16 euro), un libro che ha pochi giorni di vita e prova a rimettere insieme i pezzi, chiedendo un mare di testimonianze a chi c'era. L'autore anche c'era, ma non tira direttamente i fili conclusivi del puzzle intero, lascia a chi legge il compito di ricomporlo, sapendo che per quanti pezzi si riescano a collocare, ne mancheranno sempre 39. Non è l'unico libro recente su quel tema doloroso (se ne leggono una versione letteraria nel monologo Quando cade l'acrobata entrano i clown, Heysel l'ultima partita di Walter Veltroni e una giornalistica in Heysel, la verità di una strage annunciata, di Francesco Caremani), ma il racconto di Targia, raccolto coordinando molte penne diverse anche prestigiose, ha di diverso la coralità. Il punto di vista dell'autore potete sentirlo a voce in uno dei video allegati.
Il dramma negli occhi del campione Platini: "Per me è stata la notte dello strappo. Ho giocato per 2 anni quasi in anestesia" di Gian Piero Ormezzano MICHEL Platini, l'Heysel e' di dieci anni fa, il suo addio al calcio di otto anni fa. Quel giorno, in una stanzetta dello stadio comunale di Torino, l'Heysel fu messo da lei fra le ragioni di un ritiro precoce. Ma fra la tragedia e l'addio c'erano stati due anni... "E due anni di campionato italiano, cioè una faccenda tesa, dura, da affrontare con tutto di se stesso, e intanto assorbente, anestetizzante. Ma sono anche stati due anni in cui ho pensato eccome a quel che era accaduto quella sera a Bruxelles. Dentro lo stadio, dentro il mondo del calcio e dentro di me. Ho messo l'Heysel con la sua tragedia immensa accanto al mio se vogliamo piccolo problema personale, che in quei due anni si era acuito, e ho trovato non tanto la forza, quanto l'ispirazione per dire basta". L'Heysel più cosa? "Più voi con le vostre pretese di giornalisti, di tifosi, e il calcio italiano, e il calcio tutto, e insomma la fine del ragazzo che si divertiva a giocare e che, cominciando a fare il professionista nel Nancy, non si era mai immaginato che il giocattolo portasse con sé così tanti problemi, tante complicazioni, anche tante angosce". Parliamo ancora dell'Heysel. "Abbiamo saputo abbastanza presto, nello spogliatoio, che era successo qualcosa di grave, di tragico, ma non abbiamo avuto subito tutte le informazioni, anzi. E si poteva anche pensare ad un crollo, a un incidente vasto. Ci hanno detto che la partita si sarebbe giocata comunque. E ci siamo lasciati prendere da essa. Chiamatela legittima difesa, ecco. Abbiamo corso, io ho segnato, abbiamo vinto, abbiamo persino festeggiato la coppa, che ci mancava, e in mezzo a gente che la voleva e che era felice di averla". Qualcosa da non rifare, pensandoci su? "Facile parlare dopo, facile parlare adesso. E' andata come doveva andare, in fondo quando e' stato deciso di farci giocare egualmente proprio a certe magie del calcio si pensava, per calmare, o meglio per distrarre. Abbiamo cercato di parlare molto della partita, quando si e' capito che si sarebbe giocato, di farci prendere tutti da quei pensieri. Idem in campo. E lì, subito dopo la vittoria pensare alla partita e' stato facile. Ma poi... Ma poi? "Ognuno ha sentito dentro di sé il pensiero che esplodeva, i punti interrogativi che crescevano. Io a Bruxelles sono andato a vedere i morti, a parlare con i parenti, gli amici dei morti. E come altri ho recuperato il prima, la tragedia. E due ulteriori anni di calcio sono stati un anestetico, ma non si va avanti troppo con l'anestetico>. Mai pensato, comodamente ma lecitamente, che in fondo la partita era stata proprio un omaggio, quasi un regalo a quei morti? <Sarebbe stato appunto lecito, oltre che facile e comodo. Ma invece la partita e' stata un fatto molto semplice, direi automatico. Casomai ho capito, giocandola e vivendola, che il calcio possiede davvero una forza mostruosa, se ti permette di fare certe cose, quasi ti costringe a farle". Va bene parlare di strappo per l'Heysel, di stiramento per il progressivo disamoramento di fronte ad un gioco del calcio sempre più esigente, sempre più lontano da quello della gioventù? "Può andar bene. Strappo e stiramento insieme, a un certo punto devi smettere, anche se sei giovane, anche se ce la faresti a fare ancora bene quel lavoro, quel mestiere". Da La Stampa del 28 maggio 1995
In occasione del 25 ° anniversario della tragedia dello stadio Heysel, il Liverpool Football Club ricorda i 39 tifosi di calcio che perdettero la vita nel disastro. Come segno di rispetto, la bandiera del club volerà a mezz’asta per tutta la durata del giorno nella sede del prestigioso club inglese. Una commovente funzione commemorativa si è svolta oggi a Torino a cui hanno partecipato dirigenti e calciatori di entrambi i club Liverpool e Juventus. Gli ex giocatori Phil Neal e Sergio Brio hanno scoperto la targa con la scritta ‘In Memoria e Amicizia’ e posto una corona di fiori. Lo studioso Dott. Rogan Taylor (docente presso l’Università di Liverpool ed autore di numerosi libri di sociologia sul calcio) in un’intervista valuta l’impatto dell’Heysel e spiega come il disastro abbia favorito la creazione della Premier League. Quanto è importante oggi, ricordare l’Heysel? È tremendamente importante. I tifosi del Liverpool non dovrebbero mai dimenticare Heysel e i suoi 39 morti. Il disastro di Hillsborough, avvenuto quattro anni dopo, ha talvolta messo in ombra il fatto che su un campo straniero qualcosa di altrettanto terribile per 39 famiglie è successo. Quali erano le implicazioni dell'Heysel? Le lezioni che abbiamo tratto dall’Heysel non sono state lezioni sui nostri stadi e sulla nostra polizia, perché era in Belgio. C’è voluto Hillsborough per imparare queste lezioni. Dopo l’Heysel è stato covato l’uovo della Premier League. Tante persone non si rendono conto che dopo l’Heysel era morto il calcio europeo. Il Liverpool aveva partecipato per 20 anni consecutivi in Europa dal 1965. Allora, cosa si doveva fare? I cinque grandi, del momento, Everton, Manchester United, Tottenham, Arsenal e Liverpool, si sono riuniti e hanno iniziato a parlare di quello che dovevano fare. E allora Heysel più Hillsborough su Sky TV è uguale a Premier League e calcio moderno. Questo è un bel lascito … Sì, lo è. La tragedia dell' Heysel ha iniziato la seconda rivoluzione del grande calcio. La prima fu l’inizio del calcio professionistico, avvenuto 100 anni prima di Heysel e Hillsborough, nel 1887. Lei ha giocato un ruolo enorme nel raccogliere i pezzi dopo l'Heysel istituendo la “Football Supporters Association”. Ci racconti… All’epoca dei fatti, stavo facendo un dottorato e sono stato tremendamente colpito dalla tragedia dell’Heysel e dall’impatto che ha avuto su questa città. Liverpool era devastata. Tragedia, venuta in un momento molto brutto per la città. Coloro che ricordano il 1980 ed il governo della signora Thatcher si ricorderanno di come eravamo in forte recessione. Il calcio era il solo settore di eccellenza di questa città. Ho raccolto tutta la documentazione in seguito, dai giornali e dalla televisione. Mentre leggevo e guardavo, mi sentivo sempre più come se dovessi scrivere qualcosa di me stesso, perché nessuno si era rivolto a ciò che realmente significa Heysel. Il dibattito, molto appassionato, era su individuare le colpe, perché giovani volevano combattere tra di loro e perché eravamo in quello stadio. Ma nessuno si era soffermato per affrontare il significato. La mia sensazione è che il disastro ha segnato un crollo completo del rapporto tra i tifosi di calcio e il gioco. Così ho deciso di scrivere un brano e inviarlo ad un giornale. Sono andato a casa di un mio amico Pete Garrett con pochi altri tifosi del Liverpool. Uno di questi, Maggie Reid, propose di istituire un organismo, una sorta di “unione tifosi” e allegare il suo nome al testo che inviai al giornale. Così fondammo il “Football Supporters Association”. E qual è stata la risposta? Abbiamo inviato la lettera, il Lunedì, era stata pubblicata sul giornale e il Giovedì all’ora di pranzo la BBC Newsnight ci aveva telefonato. Hanno detto che l’intero programma del giorno successivo sarebbe stata stato dedicato alla domanda: ‘Dove va il calcio inglese dopo l'Heysel e il divieto ai club inglesi dell’Europa? Non avevano fan da mandare in studio e chiamarono noi. Ed ha continuato a trasformarsi in una grande organizzazione … Abbiamo avuto tre o quattro mila lettere nelle prime due o tre settimane. Negli ultimi 25 anni abbiamo raggiunto una quantità enorme. All’organizzazione i tifosi potevano aderire singolarmente. Abbiamo colmato un vuoto ed i media ci hanno riconosciuto. Siamo stati coinvolti in una situazione altamente significativa e politica. Che impatto ha avuto sulla violenza negli stadi in questo Paese? È difficile da raccontare. La “Football Supporters Association” non è stata formata come un organizzazione anti-violenza negli stadi. La nostra tesi era che il teppismo era un aspetto di una relazione fallita. Abbiamo voluto iniziare questo rapporto di smistamento e sapevamo il teppismo avrebbe iniziato a regredire automaticamente, anche se c’è sempre qualche idiota in giro. 29 maggio 2010 Fonte: Liverpoolfc.tv (Traduzione di S. Romano)
Video dell'intervista del Professor Rogan Taylor a Liverpool
Heysel, venticinque anni dopo di Enrico Sisti Il ricordo di Ian Rush: "Noi del Liverpool volevamo scappare. Quella sera non giocammo: facemmo solo il, nostro lavoro. Non so se fu una gara vera. Dovevano punire l' Uefa che ci fece giocare in uno baracca decrepita" ROMA - La
sera del 29 maggio 1985 l'orrore colpì il calcio. Due lettere,
la Z e la Y, furono i cromosomi di quella tragedia. In teoria
la zona Z dell'Heysel sarebbe dovuta essere quasi deserta: "Era
destinata ai belgi neutrali", balbettò l'Uefa. Una specie di
cuscino di seggiolini vuoti e aria fra juventini organizzati
e tifosi inglesi del settore Y. Ci finirono gli ultimi arrivati.
"Mi vergogno di essere inglese", urlò Bobby Charlton. Gli hooligans
invasero la zona Z e schiacciarono gli juventini dei settori
O, N e M. La partita si giocò con i fantasmi intorno. Morì anche
lei. Senza nascere: "E io sono ancora qui che penso: cosa ci
passò per la testa?". Aveste la sensazione di una partita "finta"?
"Forse sì, forse no. Ma tutto quello che posso dirle ora, con
tanto spazio in mezzo, è una sorta abuso di potere sulla verità.
Diciamo che ci sentimmo in dovere di continuare a fare il nostro
lavoro". Da Repubblica del 28 maggio 2010
Tacconi «Regole ferree per non scordare i morti dell’Heysel» di Filippo Cornacchia
Il 29 maggio 1985 Stefano Tacconi era il “numero uno” della Juventus, nella finale di coppa Campioni contro il Liverpool. Quella notte era all’Heysel, sabato sarà alla messa commemorativa alla Gran Madre di Torino. E la prossima settimana ricorderà le 39 vittime a Bruxelles. Sabato ricorrono i 25 anni dalla tragedia dell’Heysel. La prima immagine che le viene in mente riavvolgendo il nastro ? «Se chiudo gli occhi ricordo tutto,
ogni minimo particolare. Il caos totale, il via vai di feriti
che venivano a curarsi nei nostri spogliatoi. E poi quel generale
gigante che ci ordinò di scendere in campo». Qual è il modo migliore per non dimenticare i 39 morti. «Gli organi competenti devono avere le “palle” di far rispettare in modo ferreo le regole. Bisogna mandare in galera chi infrange la legge prima, durante e dopo le partite. Sempre. Questo sarebbe il modo migliore per far sì che quella notte non sia mai dimenticata anche dai più giovani». Da Tuttosport del 27 Maggio 2010
L’ex difensore juventino, in campo il 29 maggio 1985, ricorda la tragica finale di Coppa dei Campioni Brio: «L’Heysel mi fa venire ancora i brividi Ora basta polemiche, costruiamo stadi nuovi» di Filippo Cornacchia Il 29 maggio 1985, Sergio Brio,
era in campo, sul prato dell’Heysel, nella tragica finale di
Coppa Campioni contro il Liverpool. Venticinque anni dopo il
ricordo è indelebile, l’ex difensore juventino ripercorre la
serata con grande coinvolgimento, il tono della voce evidenzia
la grande emozione. Brio è in aeroporto, si sta imbarcando per
Liverpool, dove oggi prenderà parte alla commemorazione delle
39 vittime di allora. "Vado in Inghilterra e sabato sarò a Torino
per la messa alla Gran Madre. Nessuno di noi ha dimenticato,
le 39 vite spezzate sono sempre nei nostri pensieri » . Ancora oggi si polemizza sul fatto
che si sia giocato. «Noi giocammo una partita vera, per vincerla.
Volevamo onorare al meglio il tifoso morto. In giro sento tante
falsità su quella serata. La verità è che Boniperti e la società
avrebbero preferito non giocare, fu l’Uefa a prendere la decisione
per motivi di ordine pubblico». «Io ero vicecapitano e scesi con la coppa. Come allora, penso che non abbiamo fatto nulla di male. La società voleva che la mostrassimo per onorare i nostri tifosi morti. La verità è che in quel momento qualsiasi cosa avessimo fatto sarebbe stata sbagliata. Un pretesto per attaccarci sarebbe stato trovato comunque». Con i sue ex compagni capita mai di parlare dell’Heysel? «E’ successo, ma non troppe volte.
La ferita è sempre aperta. Quel mix di gioia e dolore non lo
auguro a nessuno. Sei in finale di coppa campioni, il sogno
di tutti i bambini, ma non riesci a gioire perché 39 vite si
sono spente. Mi vengono ancora i brividi». «Mi hanno fatto tante interviste
sull’Heysel, una addirittura sul terreno di gioco. Anche per
loro il ricordo è indelebile, si sentono sempre un po’ responsabili». «Bisognerebbe ricostruirli tutti, sul modello di quelli inglesi. Mi fa piacere che la Juventus si sia attivata in modo importante. La gente va riportata allo stadio, come ai miei tempi, quando erano stracolmi. Adesso le immagini sono imbarazzanti, si vedono interi settori vuoti». E il secondo passo per riempire gli stadi? «Trovare una soluzione al problema
ultrà. Le leggi ci sarebbero anche, il problema è che in Italia
vengono rispettate solo ogni tanto. In Inghilterra appena uno
sbaglia finisce in galera». «Fabio non è ipocrita, ha detto
una cosa verissima». Da Tuttosport del 26 maggio 2010
«Quella notte che papà morì allo stadio Heysel» di Simone Traverso «Ricordo l’auto ferma davanti alla nostra casa di Cogorno. Erano le 6 di un giovedì mattina, credevo fosse papà che tornava a casa. Erano i nonni e gli zii che venivano a dirmi che mio padre era morto, ucciso sugli spalti dello stadio Heysel di Bruxelles». Michela Mazzino oggi ha 36 anni ed è madre di due bambini, Simone, 9 anni, e Nicolò, 5 anni. Due bimbi che conoscono solo in parte la tragedia che costò la vita al loro nonno, Sergio Mazzino, tifoso juventino deceduto in quel disastro che segnò indelebilmente la finale di Coppa dei campioni tra Liverpool e Juventus. Cosa rammenta di quella sera che cambiò la sua vita ? «Era il 29 maggio 1985, avrei dovuto vedere la partita in televisione, con mia mamma e la nonna. Accendemmo la tv e vedemmo subito immagini degli scontri. Mia madre mi disse di andare in camera da letto, a giocare. No so cosa compresi davvero di quei momenti». Di quella tragedia restano il dolore, i ricordi ma anche il “modello inglese” di lotta alle componenti violente del tifo. Crede che quel sistema si sia rivelato efficace ? «Per anni ho sentito parlare di “Modello inglese”, ancora oggi in occasione di nuove tragedie, incidenti, scontri il primo esempio è proprio quello britannico. Mi chiedo, perché non hanno adottato quelle misure di prevenzione 25 anni fa ?». E i suoi figli sono già stati spettatori di una partita ? «Nicolò non ha ancora compiuto 5 anni, Simone invece ha già 9 anni ed è andato a seguire un paio di partite del Genoa assieme a mio cognato. Certo scegliamo le sfide meno a rischio...». E quando i suoi figli le chiederanno di seguire la loro squadra del cuore in trasferta ? «Oddio»... Tratta da Levante del Secolo XIX del 26 maggio 2010
“Ero all'Heysel quella sera di venticinque anni fa” di Marco Guggiari Aldo Ferraris, segretario dello Juventus Club di Maslianico: «Vidi portare via i morti» È trascorso un quarto di secolo, ma il 29 maggio 1985 è una ferita sempre aperta nella mente e nel cuore di Aldo Ferraris. Sessantotto anni ben portati, sposato e con due figli, residente a Cernobbio, era allo stadio Heysel di Bruxelles la sera della strage. Segretario da una vita dello Juventus Club di Maslianico, ha assistito a quella che doveva essere una festa di tifo e di sport, la finale di Coppa dei Campioni tra i bianconeri di Torino e il Liverpool, e si è invece trasformata in una tragedia senza precedenti. Alla fine si contarono 39 morti, 32 dei quali italiani, e quasi 600 feriti. Fu questo l’orrendo bilancio della furia manifestata da orde di ultras inglesi ubriachi. Le vittime, tutte nel settore “Zeta” dello stadio belga divenuto sinistramente famoso, furono calpestate e schiacciate sugli spalti di quell’impianto fatiscente e privo di adeguate misure di sicurezza, ancor prima che iniziasse la partita. «Mi dà fastidio parlarne...», è l’esordio, confermato durante il nostro colloquio da un passaggio difficile in cui prevale la commozione. Signor Ferraris, quanti eravate all’Heysel dal Comasco ? «Come Juventus Club avevamo organizzato due pullman, quindi un centinaio di persone. Avevamo viaggiato di notte. Tutto era bello e all’insegna dell’allegria. Avevamo prenotato il pernottamento in un hotel fuori Bruxelles. All’ingresso in città le prime avvisaglie. Gli inglesi, già ubriachi, avevano compiuto vandalismi. Avevamo rinunciato a visitare la capitale proprio per evitare situazioni spiacevoli». Ma avevate sentore che potesse accadere qualcosa di grave ? «Sarebbe stato strano se non fosse accaduto. Il percorso che ci hanno fatto compiere era in mezzo a ultras inglesi che sputavano e davano calci e pugni ai pullman. La stessa polizia belga ne era intimidita. Fuori dal settore “Zeta” c’erano cumuli di terra utilizzati dai sostenitori del Liverpool per agevolare il passaggio di casse di birra... Si entrava allo stadio da una porticina e si veniva affrontati dai cavalli aizzati dai poliziotti belgi». Quando avete avuto la piena consapevolezza di quanto avveniva ? «Eravamo nella curva di fronte; io e qualcun altro in tribuna. C’era continuo afflusso di persone, una massa enorme. Si vedevano paurosi ondeggiamenti tra la folla. Quando è crollato il muro sono intervenute truppe a cavallo, protagoniste di una “parata” del tutto fuori luogo sotto la tribuna per schierarsi. Poi è uscito un nostro giocatore, Nicola Caricola. Ha indicato “4” con una mano, facendo con l’altra la croce. Capimmo che c’erano dei morti, che vedemmo poi portare via issati su improvvisate barelle». Fu giusto o sbagliato giocare quella partita ? «Per certi versi fu giusto perché si era in una situazione di guerra. È stato il male minore. Non sarebbe stato possibile fronteggiare ulteriori disordini. Intanto erano iniziati gli appelli. Diedero un microfono a Gaetano Scirea, che proprio oggi, 25 maggio, avrebbe compiuto gli anni se non fosse morto in un tragico incidente d’auto in Polonia. Ero suo amico. Vado ogni anno a fargli visita al cimitero...». Come tranquillizzaste i vostri familiari ? «Non esistevano i telefoni cellulari. Io volli uscire dallo stadio per comunicare in Italia che noi stavamo tutti bene. La zona tutt’intorno allo stadio era deserta, immersa in un clima surreale. Non c’era un locale aperto, una persona per strada. Non c’erano cabine del telefono. Dopo un chilometro vidi una signora affacciata a una finestra. Chiesi se mi faceva la cortesia di poter usare il suo telefono. Mi fece salire in casa e lì, davanti alla tv, compresi le vere dimensioni del disastro. Avvisai la sede dello Juventus Club di Maslianico. Poi tornai indietro dal nostro presidente che avevo lasciato in tribuna. Insieme abbandonammo lo stadio e raggiungemmo il nostro pullman. Non abbiamo visto la partita, né mai in seguito io l’ho vista...». Com’è stato il ritorno ? «A Maslianico venne ad accoglierci il parroco e ci ringraziò perché avevamo portato a casa tutti. Per anni celebrammo una messa in ricordo di quei poveri morti». Cosa è mancato perché si evitasse quella tragedia ? «Gli organizzatori non avrebbero dovuto assegnare la finale a una struttura così inadeguata. Dal canto loro, le forze della polizia belga si sono mostrate assolutamente impreparate. C’è stata una sottovalutazione totale dell’evento». Dal www.corrierecomo.it del 25 maggio 2010
Heysel, 25 anni dopo la strage inutile di Roberto Beccantini Parla Walter Veltroni, l'ex leader del Pd che ha scritto un monologo teatrale sulla tragedia di Bruxelles costata la vita a 39 tifosi juventini. Il 29 maggio saranno venticinque
anni. I compleanni dell’Heysel hanno bisogno di cifre tonde,
perché il ricordo di trentanove morti torni vivo. Trentanove
morti per una partita di calcio, la finale di Coppa dei Campioni
tra Juventus e Liverpool. Tranne il rigore che la decise, avvenuto
fuori area, tutto tragicamente vero. Così vero e così folle.
Quella sera, lo juventino Walter Veltroni era a Roma, da amici.
Vide e inorridì, grato a Bruno Pizzul per l’umanità della telecronaca.
Dopodiché, ognuno per la sua strada, Veltroni in politica e
l’Heysel ai margini della memoria, fino a oggi, fino a Quando
cade l’acrobata, entrano i clown. «Prima di tutto, è la frase che
disse Platini per giustificare l’esultanza del rigore e il giro
di campo. Poi è un monologo che ho scritto su commissione. Perché
sì, di solito le idee mi nascono dentro - che so, l’ispirazione
di un romanzo o di un saggio -, questa volta invece mi è arrivata
da fuori, dal direttore del Ravello Festival, Stefano Valanzuolo.
Mi confidò di aver dedicato l’edizione 2010 al tema della follia,
e quale esempio più concreto e appropriato della mattanza di
Bruxelles?». «Da essere umano; da essere umano
appassionato di sport; da essere umano appassionato di sport
e tifoso della Juventus. Ne è scaturito il parlato di un’ora,
diviso in blocchi a cinque frasi: sarà rappresentato l’8 luglio,
a Ravello, da Daniele Formica, con musica di Riccardo Panfili.
La Einaudi, alla quale il testo era piaciuto, ha deciso di farne
un libro, in uscita il 27 aprile. Titolo, appunto, Quando cade
l’acrobata, entrano i clown». «Siamo nel 1995: dunque, dieci
anni dopo. Siamo in Sicilia, nella camera di un albergo, con
il mare davanti al balcone e il vento che muove le tende. Una
coppia di notte: lei dorme, lui no. Lui le confessa, per la
prima volta, che il 29 maggio del 1985 non aveva viaggiato per
lavoro, ma era stato all’Heysel. La moglie non lo saprà mai,
perché continua a dormire. Il marito, però, si è tolto un peso:
si vergognava di quella bugia, di quella impresa “bambinesca”». «Il racconto della carneficina,
naturalmente. Come cresce, come esplode. La guerra applicata
alla gioia, perché non penso di essere retorico se dico che
la gente era lì, a Bruxelles, quasi in gita, per trepidare e
godere di uno spettacolo». «Ho girato un sacco di siti, ho
letto molte carte e molti libri, come Le verità sull’Heysel
di Francesco Caremani. Ho trovato la storia di una donna che
si era spinta fino al settore Z senza dirlo al marito, un po’
come la mia coppia rovesciata». «Vero. La nostra è una società
bulimica, molto disturbata, che tende a mettere “pietre sopra”
a troppe cose. L’Heysel ne è l’esempio classico: lo stadio fatiscente,
le famiglie di tifosi italiani con l’abito buono vicino agli
hooligans del Liverpool, colpa di agenzie senza scrupoli che
avevano venduto i biglietti fregandosene delle mani in cui finivano;
l’attesa febbrile e battuta da un sole cocente; il contrasto
con la partita dei bambini organizzata per distrarre il pubblico». «Cinque gendarmi a presidiare
la curva maledetta. Cinque, non uno di più. E, per giunta, con
i walkie-talkie scassati. In pratica, nessuno si oppose al lancio
di oggetti che introdusse le cariche mortali». «Schiacciati contro il muro divisorio.
Morti ammazzati per soffocamento, o perché calpestati da altri
fuggiaschi in cerca di aria, di miracolo. Trentanove persone.
Per una partita di calcio. Ci furono atti di eroismo grande,
eroismo vero, come la morte di Roberto Lorentini, all’Heysel
con il padre Otello. Roberto era un medico, e mentre stava praticando
la respirazione bocca a bocca a un tifoso atterrato venne a
sua volta travolto dall’onda. I Lorentini sono di Arezzo, e
proprio ad Arezzo sarò con il libro il 29 aprile». «Con un grido: basta!». C’è il
partito del «bisognava giocare comunque» e c’è il partito del
«si sarebbe dovuto non giocare». Lei a quale appartiene? «Al
primo: se le squadre non avessero giocato, sarebbe scoppiato
l’inferno». «Lo capisco, e capisco la società.
Ci tenevano troppo, a quel trofeo. Ma per me la vera coppa rimane
quella vinta a Roma, ai rigori, contro l’Ajax». «Poco, purtroppo. E comunque,
più agli inglesi che a noi. L’Heysel risale al 1985. Quattro
anni dopo, le nemesi storica avrebbe preso di mira proprio i
tifosi del Liverpool, novantasei dei quali morirono schiacciati
allo stadio di Hillsborough (Sheffield) durante la semifinale
di Coppa d’Inghilterra con il Nottingham Forest: a partita appena
iniziata e a gradinate strapiene, aprirono di botto i cancelli
e si creò un ingorgo spaventoso, letale». «Oggi gli stadi sono più sorvegliati.
La violenza si è spostata fuori, nelle strade, agli autogrill.
Rimane un quoziente di teppismo che rispecchia l’odio sparato
dalla società». «Servirebbero due imprese... Scherzi
a parte: la Juventus ha perso l’identità. Non sarà facile venirne
fuori. Urge una dose massiccia di competenza. A questo proposito,
mi auguro un impegno più diretto della famiglia, John Elkann
o Andrea Agnelli presidente, con un vice molto “tecnico”. Come
ha ribadito il 4-1 del Fulham, siamo di fronte a un fallimento
strutturale. Ripeto: della struttura, non di un reparto o di
un comparto. Di tutto, di tutti». Fonte www.lastampa.it del 21 marzo 2010
Walter Veltroni oggi ad Arezzo - L'intervista tratta dal Corriere di Arezzo Questo pomeriggio alle 18.00 presso il teatro Pietro Aretino, Walter Veltroni presenta in anteprima il suo ultimo libro "Quando cade l'acrobato, entrano i clown - Heysel, l'ultima partita" Einaudi. L'opera andrà in scena il prossimo 8 luglio al Ravello Festival. Il monologo, ricorda la tragedia attraverso una storia d'amore. Segue l'intervista di Andrea Niccolini tratta dal Corriere di Arezzo. Gli occhi non volevano credere a quel che vedevano, e quel che vedevano era niente, dallo schermo della tv, la sera del 29 maggio 1985, rispetto a quello che realmente stava accadendo; i corpi delle vittime furono messi al riparo dalle telecamere, e solo alla fine di quella maledetta partita di calcio Juve-Liverpool si poté vedere nitidamente l'inferno. Tra poche settimane ricorrerà il venticinquennale della strage dell'Heysel, 39 morti travolti da una violenza cieca, tra i quali gli aretini Giuseppina Conti e Roberto Lorentini, e proprio in vista di questa ricorrenza domani arriverà ad Arezzo Walter Veltroni a presentare la sua ultima creatura letteraria, un monologo teatrale dedicato proprio alla tragedia del 29 maggio '85. L'appuntamento è per le ore 18 al teatro Pietro Aretino. L'opera, dal titolo "Quando cade l'acrobata, entrano i clown" (che riprende la frase pronunciata da Platini per giustificare l'esultanza dopo il calcio di rigore e il giro di campo) è stata appena pubblicata da Einaudi e sarà da domani nelle librerie. Spiega Veltroni in esclusiva al Corriere di Arezzo: "Ho pensato che fosse giusto che la prima lettura del libro fosse fatta nella città che è stata protagonista della battaglia civile per vedere riconosciute le ragioni delle vittime dell'Heysel: la famiglia Lorentini, la famiglia Conti, l'amministrazione... mi sembrava giusto fosse Arezzo il primo luogo. E poi c'è anche un fatto affettivo, le mie radici sono lì, mi fa sempre piacere tornare". E' un'opera particolare, rispetto alle sue precedenti: per l'argomento ma anche per la forma; anche la presentazione sarà al di fuori dell'ordinario ? "Sì, perché non faremo una presentazione canonica: parlerà il sindaco e poi io leggerò il testo, un monologo che mi è stato chiesto dal Festival di musica e teatro di Ravello; mi hanno chiesto alla fine dell'anno scorso se avevo voglia di scrivere un monologo sulla tragedia dell'Heysel; ci ho pensato un po' perché non avevo mai scritto, prima, in quella forma letteraria e anche questo mi interessava. Ho provato a scriverlo ed è venuta una cosa che coloro che l'hanno letta e l'Einaudi che l'ha pubblicata hanno trovato emozionante. C'è questo rapporto tra il gioco e la tragedia, tra la gioia e il sangue, che in questa forma, in questa violenza, raramente si è manifestato nella storia; per cui l'Heysel in qualche misura è anche una metafora del tempo storico nel quale viviamo". Una metafora terribile... "Terribile, perché c'è il sangue degli esseri umani, e l'autentica follia di chi è andato allo stadio per uccidere e non per vedere una partita, di chi ritiene che la vita umana sia meno importante della conquista di una sciarpa, di un mondo a testa in giù, diciamo così. Lì c'erano famiglie, c'erano bambini, non c'erano ‘tifosi di professione', solo gente comune che aveva comprato all'ultimo momento i biglietti; il tutto nella totale inadeguatezza della struttura e delle forze di polizia. E' un concentrato di tante cose, narrativamente molto intenso". Un concentrato di elementi che avrebbe dovuto trasformare l'Heysel in un simbolo, uno spartiacque; invece pare che ben pochi siano intenzionati a coltivare questa memoria. "E' stata molto rimossa, e anche per questo ci tenevo a scrivere questo lavoro. Un po' perché sono convinto che la memoria sia il nostro serbatoio fondamentale per il futuro, che solo la memoria ci può mettere al riparo dal rischio di ripetere tragedie ed errori compiuti, ma la rimozione è stata molto forte e in diverse direzioni; certo, quando si dice Heysel per una generazione è una pagina micidiale, però bisogna che continui ad esserlo, anche per le generazioni successive; quando si vedono le asce sequestrate ai tifosi prima dell'ultimo derby romano, si ha la sensazione che quel monito, che viene da quei trentanove morti, non possa essere sprecato". Insomma, in questi venticinque anni non si è stati capaci di trarre un insegnamento dalla tragedia dell'Heysel. "Sì, ma è la naturale conseguenza della perdita di memoria: quando si rimuove, questo è l'effetto. Per evitare che ciò accada è necessaria la partecipazione di coloro che gestiscono il mondo dello sport, ma anche degli operatori dell'informazione, della scuola... di tutti coloro che dovrebbero produrre memoria, come un dovere istituzionale". C'è una certa tendenza all'amnesia, in Italia, soprattutto negli ultimi anni. "Eh,sì, soffriamo come di un Alzheimer collettivo. Ma non solo in Italia, è una cosa forse data anche dalla pluralità dei mezzi di comunicazione, dalla loro diffusione: c'è come un accesso alle informazioni al quale corrisponde una sorta di rimozione della memoria. E invece bisogna tornare lì, tornare e ritornare, passare e ripassare nei luoghi e nei momenti più tragici, e questo vale per il 25 aprile, vale per le foibe, vale per l'Heysel, per il terrorismo... se si vuole evitare il ripetersi dei drammi bisogna portare con sé gli anticorpi che solo la memoria fornisce". In altri Paesi d'Europa, in Gran Bretagna in primis, l'Heysel rappresenta uno spartiacque: lì qualche insegnamento dalla tragedia lo hanno tratto. "Sì, anche se devo dire, così come ho scritto anche nel monologo, pochi anni dopo l'Heysel ci fu Hillsborough, con 93 morti, una specie di tragica nemesi storica. Esattamente con la stessa modalità finale dell'Heysel, cioè tifosi del Liverpool che muoiono non perché c'è qualcuno che li aggredisce ma perché c'è ressa e disorganizzazione: muoiono schiacciati come morirono i trentanove dell'Heysel". Tuttavia, se si guarda uno stadio inglese e uno italiano oggi, la differenza salta all'occhio. Secondo molti, un passo verso l'evoluzione in questo senso potrebbe realizzarsi con le società proprietarie degli stadi. "Su questo sono sempre stato d'accordo: bisogna dare gli stadi alle società; però non penso sia la soluzione del problema; alla fine c'è qualcosa che riguarda complessivamente la società: un clima civile nella società, il rifiuto della violenza, di ogni forma di intolleranza. Altrimenti la violenza che sta sottopelle nella società tende a scaricarsi dentro gli stadi con forme agghiaccianti" Andrea Niccolini - Corriere di Arezzo 29 aprile 2010 Fonte: www.mattesinidonella.it
A 25 anni dalla strage di Bruxelles un libro per ricordare la follia di quella notte di Guido Vaciago VELTRONI «Stadi e cultura: quella lezione non è stata imparata» «Da quel momento l’Inghilterra cambiò, noi no. Le polemiche sulla coppa da restituire sono sterili e stupide. Il problema è riportare la civiltà nel calcio, l’Italia è indietro» TORINO. Il 29 maggio 1985, Walter Veltroni era davanti alla televisione, con il cuore da tifoso juventino in subbuglio: c’era la tensione di una finale che via via si mischiava con l’angoscia e l’orrore per la strage sugli spalti, c’erano sentimenti confusi e devastanti che hanno aperto una ferita profonda. La cicatrice è ancora lì, simile a quella che da quella folle notte portano milioni di appassionati di calcio (non necessariamente juventini). Quella cicatrice sta per compiere venticinque anni, insieme ad essa restano delle domande ancora senza risposta e l’urgenza di non dimenticare, per imparare e non ripetere, sentita fortemente da chi ha vissuto quei momenti, prima della finale Juventus - Liverpool, quando morirono 39 persone nell’assalto dei tifosi inglesi a quelli italiani. Veltroni ha tradotto questo sentimento in un libro uscito in questi giorni (Quando cade l’acrobata entrano i clown, Einaudi, 68 pagine, 9 euro): è un monologo teatrale, nato da un’idea di Stefano Valenzuolo, direttore del Ravello festival, quest’anno dedicato proprio al tema della “follia”. Come rivive nel suo testo la follia
del 29 maggio 1985 ? «La narrazione cresce, partendo da una
situazione quasi sensuale: una stanza d’albergo sul mare, di
notte, un uomo e una donna. L’uomo inizia a parlare, la sua
è una confessione. La confessione di una piccola bugia, detta
tanti anni prima, quando raccontò alla sua compagna che andava
a Londra con degli amici. Invece andò a Bruxelles per coronare
il suo sogno: vedere la finale di Coppa dei Campioni Juventus
- Liverpool. Ma il sogno si trasforma presto in incubo e lui
diventa testimone dell’immane tragedia. A quel punto cambia
il clima emotivo, arriva l’angoscia, il terrore e l’orrore di
vedere una partita di calcio trasformarsi in guerra, di vedere
la morte accanto. Proprio questo gli impedisce di parlarne,
di tenere il segreto. E’ ispirato alla storia vera di una donna
che non aveva detto alla sua famiglia della sua trasferta a
Bruxelles per la finale e non ebbe mai il coraggio di parlare
di quella folle serata ». Nel frattempo, l’Heysel ha vissuto
nella polemica: la Juventus deve/non deve restituire quella
coppa. «Una modo molto italiano di porre il problema, buttandola
in polemica che, in questo caso è sterile e stupida. Il problema
non è quella coppa, ma il ricordo che bisogna conservare di
quella notte per evitare che si ripeta. In quella notte il calcio
ha vissuto la sua Prima Guerra mondiale, perché 39 morti in
uno stadio sono un’oscena enormità. Poi una certezza è che la
partita si doveva giocare per una questione di ordine pubblico
e un’altra certezza è che alzare la coppa scendendo dall’aereo
il giorno dopo non fu un gesto di buon gusto. A freddo era consigliabile
un altro profilo, ma questa è un’altra storia, meno importante
di quello che Bruxelles deve lasciarci». Da Tuttosport del 29 maggio 2010
Altre interviste a Walter Veltroni © RIPRODUZIONE RISERVATA Quell'ultima partita di Piero Di Domenico (Corriere di Bologna.it del 7/05/20010)
L’intervista ad Andrea Lorentini Andrea Lorentini oggi ha 21 anni, studia Scienze della Comunicazione a Perugia e ha un grande sogno: diventare giornalista sportivo. Nel maggio 1985 aveva 3 anni e mezzo e non ha alcun ricordo del padre Roberto. Ma omaggia il babbo tutte le settimane andandolo a trovare al cimitero di Arezzo. Andrea è stato cresciuto unitamente dal nonno Otello, dalla nonna e dalla mamma, dottoressa ematologa presso l’ospedale di Arezzo. Il nonno Otello gli ha trasmesso l’amore per il calcio, che Andrea ha praticato dall’età di 6 anni e fino ai 19, quando l’Università non gli ha più permesso di proseguire l’eventuale carriera da calciatore. Pane e calcio. Queste le materie sulle quali si è formato Andrea, e sulle quali si è formato il fratello Stefano, di un anno più giovane, studente di Fisica. Andrea è un ragazzo decisamente più intelligente e al di sopra della media dei suoi coetanei. Ci ha rilasciato un’intervista per ricordare il padre, per fare un suo commento sul suo personale dolore e sulla vita. D: Andrea, che ricordi hai di tuo padre Roberto ? R: Purtroppo nessuno. Avevo tre anni e mezzo all’epoca. Conosco tutta la sua storia. Me l’hanno sempre raccontata. E crescendo mi hanno anche spiegato di quel giorno allo stadio Heysel e di cosa è successo dopo. D: Tu non hai avuto un padre,
ma ti ha cresciuto un nonno fantastico… R: Sì, esattamente.
E’ mio nonno, ma è come se fosse il mio babbo. E’, e sarà sempre,
la mia figura maschile di riferimento. Ma la presenza di mio
padre c’è sempre, ed è sempre con me. 22 dicembre
2005 Fonte: www.lastampa.it
Intervista a Giuseppe Spolaore Tratta dal libro “Ho fatto piangere il Brasile” di Paolo Rossi (Limina) Giuseppe Spolaore era un ragazzino gracile e introverso quando visse quel dramma che gli segnò la vita. Per anni non ne ha mai voluto parlare, troppo grande la ferita, troppo cruda quella realtà segnata da un dolore lacerante in ogni poro della pelle, in ogni angolo del cuore. Tra il cemento rattoppato della curva Z dello stadio Heysel perse per sempre il padre Amedeo, e si salvò per caso dopo aver visto la morte baciarlo in una stretta avviluppante. Giuseppe, in quei momenti hai pensato che per te fosse finita ? Dopo l'incredulità e il panico di chi si stava rendendo conto di ciò che stava per accadere mi sono sentito travolto da quell'onda umana che mi ha sbattuto lontano e poi risucchiato. Non ho più visto mio padre, che era accanto a me. Sono caduto come tanti, schiacciato da una pressione cosi potente quanto improvvisa. Avevo diverse persone sopra di me e neanche un briciolo di forza per dimenarmi, per difendermi. Ero terribilmente pigiato sotto la folla. Mi sembrava che il torace fosse prossimo a scoppiare. Non riuscivo più a respirare e cosi è stato per un tempo che ora non riesco a quantificare, ma mi è sembrato lungo. Lunghissimo. Parrà strano, ma in quei momenti ero invaso da una grande calma, probabilmente stavo per svenire, non lo so, era una sensazione dolce. Si dolce, sicuramente non sgradevole. E cosi, in questo modo, mi piace pensare sia morto mio padre. Come sei riuscito a cavartela ? “Non lo so sinceramente. Per motivi che sfuggono alla mia comprensione, quando ormai avevo perso ogni speranza, mi sono trovato sopra ad altri e libero dalla morsa. Steso e stremato ho inalato forte tutta l'aria che potevo e ho guardato il cielo. Quel cielo roseo. Avevo già perso le scarpe e subito una frattura piuttosto brutta. Sapete una cosa ? Non sentivo alcun dolore.” E poi qual'e' stata la tua reazione più immediata ? “In qualche modo sono riuscito a rialzarmi in questo groviglio umano, e devo dire che, purtroppo, mi sembra di aver calpestato persone su persone pur di scappare verso il basso, verso una via di fuga. Sospetto di aver fatto proprio cosi, non ricordo bene. Forse l'ho rimosso, certo non ne vado fiero, ma nello stato in cui ero è stata una reazione istintiva. Anche se non credo di aver recato danni agli altri, ero un adolescente magro, esile e per di più scalzo. Mezzo rotolando, mezzo strisciando sono arrivato giù, in basso, dove c'era una rete metallica di protezione completamente sfondata. Li ho visto cose che non scorderò mai: cadaveri gonfi e sanguinanti come fossero stati infilzati da più lame. Quando sono riuscito ad arrivare in campo ho cominciato a fare cose strane : camminavo intontito come un ubriaco che aveva perso la strada di casa. Girovagavo attorno pur avendo il femore fratturato e i legamenti fuori posto, ma era come mi avessero anestetizzato. Guardavo tutto d'intorno, e ciò che vedevo era indefinito, le voci, i suoni, i colori, le immagini. Sinistre sirene d'ambulanza, ronzii d'elicotteri , i lamenti, le urla. Poi ricordo di essermi fermato e seduto sull'erba accanto alla porta di gioco : osservavo fisso quello strano, improbabile, tappeto umano che copriva una parte di stadio. Un patchwork di morte.” Hai più visto tuo padre ? “Devo ammettere che ho vissuto uno stato di trance, retrospettivamente se penso a come mi sono comportato non riesco a trovare un filo logico. Sicuramente ero poco lucido. Ad essere razionale avrei dovuto guardare, cercare mio papà, vedere se gli fosse capitato qualcosa, soccorrerlo. Ma non ero razionale. Sentivo d'essere impotente, debole, come in un incubo quando vorresti scappare e senti le gambe legate al suolo, pesanti come macigni. Strana sensazione. Intimamente, però, ero certo che lui se la fosse cavata come me, anzi meglio di me. Non ho pensato neppure per un attimo che potesse essere morto. Invece, se ne era andato portando con sé un mistero. Avevo un'età che proprio allora mi avrebbe consentito di cominciare a conoscerlo. Con lui non ho mai parlato da uomo a uomo : è questo il mio rammarico più grande. L'ho perso quando stavo per trovarlo.” Che ti viene spontaneo di dire dopo tanti anni da quel 29 maggio del 1985 ? “Devo essere sincero. Ho deciso di parlarne perché probabilmente è giunto il momento di rivisitare quei momenti, con il sentimento di chi, ormai uomo maturo, non sa darsi una ragione per ciò che è successo. Le hanno date gli altri, ci sono stati processi e tante interpretazioni, personalmente ho cercato più di rimuovere che di analizzare. Anche se la prima sensazione che mi viene in mente è quella di classificare l'accaduto in qualcosa di molto simile a una calamita naturale. Si sono intrecciate e sovrapposte una serie di concause talmente consequenziali e perverse nel loro succedersi da rendere tutto follemente dirompente. Sicuramente gli hoolingans sono stati il fattore scatenante, ma anche l'assenza di polizia, la struttura inadeguata dello stadio, le uscite di sicurezza mancanti, la tipologia di persone che come noi si trovavano in quel pezzo di curva, l'organizzazione carente, hanno fatto il resto. Personalmente non ho più rivisto immagini televisive, né mi sono documentato leggendo giornali : avevo già visto abbastanza. Tutto ciò, forse per autodifesa, forse per l'esigenza di cancellare in me una cosa più grande di me.” Quanti anni avevi ? “Avevo quattordici anni e, fatalità, era la prima volta che andavo allo stadio. Non ero mai stato un tifoso di quelli sfegatati, anzi avevo cominciato da poco a seguire il calcio con una certa passione. Diciamo dal Mondiale dell'82. Quella squadra mi aveva dato grandi emozioni : Pablito-Cabrini-Tardelli-Scirea-Zoff... quasi di conseguenza sono diventato juventino. Ricordo che quando perdemmo la finale di Coppa Campioni ad Atene con l'Amburgo ci rimasi molto male.” Come avete deciso di andare a Bruxelles ? “Ci tenevo in modo particolare, finalmente quel trofeo stregato era a portata di mano, una rivincita dopo la delusione patita nella finale precedente. Io, quello smacco di Atene, con quel gol strano da fuori di Magath, l'avevo vissuto davanti alla televisione. Stavolta un gruppo di amici di mio padre aveva comprato un pacchetto comprensivo del volo speciale da Venezia e del biglietto d'ingresso alla partita presso un'agenzia di viaggi, mi sembra di Treviso. Siamo partiti molto presto la mattina da Bassano del Grappa. Ricordo che mia madre si affacciò alla finestra e ci salutò. Sarà l'ultima che vedrà mio padre. Già, e pensare che all'ultimo momento lui stava per tirarsi indietro : aveva paura dell'aereo. Pensa te il destino ! Tra l'altro, dimenticavo, poco prima di imbarcarci ci dissero che per problemi, non so di che tipo, il biglietto non sarebbe stato del settore "distinti", come previsto, ma di curva. Prendere o lasciare. Figuriamoci, a quel punto, chi sarebbe rimasto a casa. Io no di certo, potete immaginare l'emozione, contavo i minuti, le ore che mi dividevano dall'evento. Curva o non curva, bastava esserci. Purtroppo.” Ma quando avete cominciato a temere il peggio ? “Tutto iniziò circa un'ora prima dell'incontro con il lancio di oggetti vari da parte dei tifosi inglesi dai quali ci divideva solo una rete sottile e instabile, insomma, praticamente inutile. Di là teppisti, molti dei quali ubriachi, abituati allo scontro, agli assalti. Cantavano a squarciagola la loro triste ballata You'll never walk alone che risuonava minacciosa come un tribale messaggio di guerra. Di qua noi, gente normale, famiglie-bambini-persone di una certa età, gente inerme, mite. E' stato questo il guaio. Rispetto a noi erano anche abbastanza distanti, ma quando hanno cominciato ad attaccare, a spingersi in avanti, a colpire all'impazzata con le aste delle bandiere, con lattine di birra, lamette e quant'altro, la gente si è spaventata ritraendosi a fisarmonica. Nessuno li ha affrontati a muso duro. In pochi minuti, quella curva senza vie d'uscita si è trasformata in una trappola per topi. Terribile. Devo dire però che nonostante ciò non sono mai riuscito a provare vero rancore nei confronti degli hooligans. Sarebbe stato normale coltivare, forse per anni, forse natural durante, l'odio nei confronti di questa gente. Non c'entra lo spirito cristiano, anche se io lo sono, o la cultura del perdono. Probabilmente il fatto di non aver nessun contatto diretto con loro, nessun faccia a faccia, il fatto di non averli mai visti negli occhi ha giocato la sua parte. Non ho provato odio ma solo pena. Provo pena per loro.” Cosa pensi del fatto che sia stata disputata egualmente la partita, e del famoso giro d'onore dei giocatori al termine con la coppa ? “Forse non sono la persona più adatta a rispondere. Ho saputo, solo qualche giorno dopo che la Juventus aveva vinto. Io mentre giocavano mi trovavo all'ospedale di Bruxelles. Poi tornato in Italia non ho più voluto sapere nulla, mi sono isolato nel mio letto dove sono rimasto per circa un mese ingessato. Non conosco motivazioni, giustificazioni o ipotesi. Come ho già detto avevo visto fin troppo, perciò non ho letto giornali, né riguardato immagini televisive di quella sera. Comunque non mi è piaciuto il fatto che abbiano giocato se è questo che volete sapere. Non realizzo, mi risulta inconcepibile : lì, a pochi metri dal campo, c'erano cadaveri da spostare. Con quale spirito si può correre dietro a un pallone come nulla fosse ? Spero oggi ci sia più sensibilità, voglio credere che l'Heysel i suoi morti, siano serviti almeno a quello. Almeno.” Padova 2001 Fonte: anglotedesco.myblog.it
29 Maggio 1985 “Heysel”, Bruxelles Testimonianza diretta di Lombardi Vittorio, presente allo stadio Heysel il 29 Maggio del 1985… Iniziava così la Trasferta dell’Heysel…
Per Lombardi Vittorio… “Partiamo il martedì mattina in pullman
per arrivare in serata a Metz, nel nord della Francia, passando
per Lucerna e Strasburgo dove abbiamo passato la notte , il
pomeriggio seguente siamo giunti a Bruxelles alle 14:00 mentre
le porte dello stadio furono aperte molto presto e noi alle
15:00 eravamo già dentro al nostro settore.” La forze dell’ordine dov’erano? O almeno c’erano ? “Gli inglesi sono entrati con le casse di birra nello stadio ed erano già ubriachi molte ore prima che iniziasse la partita con un gran caldo che si faceva sentire. L’organizzazione fu pessima, nessun tipo di controllo, la presenza di forze dell’ordine era scarsa quasi assente.” La condizione dello stadio com’era ? “Le curve si trovavano su una specie di collinetta, i servizi igienici assenti, e le gradinate si sgretolavano con le stesse mani.” Tua sorella si trovava nel settore
Z, com’é riuscita a salvarsi? E cos’hai provato quando il tuo
nome e’ stato annunciato dallo speaker dello stadio ? “Gli inglesi
colpivano con delle spranghe di ferro i tifosi della Juve perché
li vedevano con un qualcosa di bianconero, mentre mia sorella
e mio cognato avevano delle borse della Chocco Travel, rossa
e gialla, perciò gli inglesi quando venivano avanti, sembrava
quasi che li evitassero convinti del fatto che anche loro fossero
inglesi. A una delle pause, di circa una decina di minuti, scesero
verso il campo, calpestando decine di corpi agonizzanti. Una
volta scesi in campo, si volle sincerarsi delle mie condizioni,
allora fece un appello tramite lo speaker, che nel frattempo
stava chiamando molte altre persone. Quando sentii il mio nome,
rimasi gelato, pensai subito al peggio, uscii subito dallo stadio
e mi diressi verso la tribuna, e in quel momenti inizia a capire
quale tragedia stava avvenendo, dopo qualche minuto trovai mia
sorella e mio cognato e decidemmo di non assistere a quella
maledetta partita, se di partita possiamo realmente parlare…
Decidemmo di cercare un posto in cui era possibile telefonare
a casa e tranquillizzare tutti amici e parenti, che si erano
radunati tutti presso la Sede dello Juventus Club Montignoso
per vedere tutti insieme la partita, trovammo un ristorante
italiano e riuscimmo a telefonare a casa e a tranquillizzare
tutti.” Chi era nella curva bianconera
era conscio della tragedia che si stava realizzando ? “Finita
la partita tornarono anche gli altri amici, ed erano contenti
perché la Juve aveva vinto ma non sapevano quello che realmente
era accaduto, e non sapevano dei 39 morti. Qualcuno di voi rimase
coinvolto in prima persona nella tragedia dell’Heysel ? Nessuno
dei nostri rimase ferito anche perché eravamo nel settore nord
ovest della curva juventina. “ Fonte: www.jcmassa.it 2008
I ricordi dell'arbitro svizzero dell'Heysel di Mathias Froidevaux Vent'anni
fa, André Daïna era l'arbitro della tragica partita dell'Heysel,
a Bruxelles. Oggi rievoca il dramma e si esprime sulla sicurezza
attuale negli stadi. La sera del 29 maggio 1985, 39 persone
morirono ed altre 600 rimasero ferite nella ressa causata dagli
scontri che precedettero la finale di Coppa Campioni tra il
Liverpool e la Juventus. Doveva essere una festa grandiosa...
fu invece un vero e proprio incubo. La finale della Coppa dei
Campioni del 29 maggio 1985, tra le due migliori squadre europee
dell'epoca, ha marcato la storia del calcio. Le immagini di
quelle griglie e di un muro che crolla sulla pressione della
folla in panico, i corpi sanguinanti di centinaia di persone,
la morte di 39 spettatori – soffocati o calpestati – vittime
della follia degli hooligans inglesi ubriachi sono ancora in
tutte le memorie. Vent'anni dopo, l'arbitro della partita, l'elvetico
André Daïna, ha accettato di rievocare i tremendi ricordi di
quella giornata. Il nome dell'ex giocatore di serie A e della
squadra nazionale diventato arbitro rimarrà per sempre associato
a quello dell'Heysel. swissinfo: Alla fine avete deciso di far giocare la partita. Pensa ancora oggi che fosse la soluzione migliore ? André Daïna: Era la meno peggiore e ne sono tuttora convinto! Quella sera, trattandosi di una finale, tutte le autorità dell'UEFA erano allo stadio e abbiamo evocato assieme i diversi scenari possibili. Nessuno poteva obbligarmi ad entrare sul campo, ma ero convinto che bisognava farlo per cercare di terminare la serata nel modo più "normale" possibile. Il mio obiettivo era di evitare assolutamente che scoppiassero degli altri scontri dopo un'evacuazione dello stadio senza che la partita fosse stata giocata. Certo, l'incontro non rivestiva più la stessa importanza e sapevo che nessuno si sarebbe ricordato di quanto sarebbe successo sul campo. swissinfo:
Secondo lei, la data del 29 maggio 1985 rappresenta una svolta
nella storia del calcio moderno ? André Daïna: Penso che ci
si è veramente resi conto di cosa può generare il calcio. In
precedenza alcune partite erano pure state macchiate da eventi
drammatici. Era però sempre successo in un contesto nazionale
e i fatti erano stati relativizzati o addirittura taciuti. Il
29 maggio 1985, per contro, si giocava su un terreno neutrale
e a un livello internazionale. È stato un vero e proprio elettrochoc.
Era chiaro che bisognava prendere dei provvedimenti se si voleva
garantire la sopravvivenza del calcio. È l'inizio degli stadi
con solo dei posti a sedere, delle abolizione delle barriere,
del rafforzamento dei servizi d'ordine, delle telecamere, degli
elenchi dei tifosi indesiderabili... 27 maggio 2005
(traduzione di Daniele Mariani) Fonte: swissinfo.org
Intervista ad Adriano Lazzarini, testimone e reduce della Curva Z all'Heysel A cura di "Gruppo Greco Juventus" Dopo che ti salutiamo nelle pagine della “Bandiera Bianconera” vorremo, guardando 24 anni fa e prima della finale del 29 maggio, che ci raccontassi l’atmosfera di quei giorni. Hai deciso di andare al Heysel per la finale, subito dopo i semifinali contro il Bordeaux? “Si, decisi subito dopo le semifinali; già nel 1983 volevo andare alla finale di Atene, ma poi non fu possibile e questa non volevo perderla.” Frequentavi spesso gli stadi in
quel periodo? “Andavo alle partite di Roma e Lazio, quando giocavano
contro La Juventus e a qualcun’altra perché abitavo a Roma;
Negli anni precedenti andavo più spesso, anche a vedere altre
squadre, oppure la Nazionale Italiana.” A che ora siete entrati nello stadio? In che parte dello stadio avete prenotato il biglietto? Com’era l’atmosfera? “Il posto era proprio nel settore “Z”, quello dove morirono i nostri tifosi! Era quello occupato da tifosi comuni, vicino a quello degli ultras del Liverpool, mentre gli ultras della Juventus erano dal lato opposto; Noi non avevamo scelto, è stata l’agenzia di viaggi a trovarci questo posto; Entrammo intorno alle 17.30 – 18….…già tardi perché stavamo lì fuori sul prato e non ci eravamo accorti che la gente già entrava… lo stadio era già pieno e rimanemmo vicini all’ingresso, più o meno dove c’era il tabellone elettronico dello stadio; la porta d’ingresso era stretta e di legno, con muretti molto vecchi… a uno a uno si entrava stretti… tutti posti in piedi in quel settore; l’ingresso da lì, era dall’alto, cioè, entrando, vedevi lo stadio verso il basso; noi eravamo vicinissimi alla rete che divideva dai tifosi del Liverpool; la polizia faceva togliere a noi, le aste delle bandiere, ma faceva entrare gli inglesi già ubriachi e con le casse di birra piene…” Arriviamo al momento che gli incidenti
sono cominciati dentro lo stadio. Hai visto qualcosa te ? “Si,
vedevo gli inglesi che tiravano oggetti verso di noi e noi cercavamo
di spostarci; si vedeva che ormai erano ubriachi… Urlavano contro
di noi e insultavano… finché intorno alle 19.15, la situazione
era più grave e noi con molti altri siamo usciti dallo stesso
punto d’entrata… Non era il punto del muretto crollato, quello
era nello stesso settore, ma in basso a destra rispetto a noi;
qualcuno leggermente ferito lo abbiamo visto uscire anche da
lì, ma feriti lievi; siamo rientrati nello stadio al momento
dell’inizio partita.” Prima che i due capitani uscissero e vi parlassero vi eravate accorti delle dimensioni del disastro? “No, assolutamente e nemmeno dopo che parlarono i capitani…. Sicuramente in TV si è avuta di più la sensazione di tragedia, ma noi che siamo usciti da sopra, non ci siamo resi conto della gravità. Siccome
le notizie ci hanno confuso. Alla fine voi, prima che la partita
cominciasse, sapevate esattamente cos'era successo ? Sapevate
la verità ? “No, non sapevamo la verità, credevamo solo che
ci fossero stati alcuni feriti, ma non morti… Una volta rientrati,
il settore era semivuoto di persone e pieno di oggetti lasciati
per terra, ci ha avvicinato un ragazzo del nostro gruppo e ci
ha detto piangendo che c’erano alcuni morti, ma noi pensavamo
che non fosse vero, ma che magari c’erano solo feriti… Dietro
le porte, sul campo, c’erano i poliziotti a cavallo e con caschi
e scudi da guerra, noi rimanemmo dentro, a quel punto potevamo
solo aspettare perché uscire fuori senza il pullman pronto sarebbe
stato più pericoloso; all’uscita, dopo la fine della partita,
andammo subito al parcheggio pullman, fuori lo stadio c’erano
auto bruciate, cassonetti dell’immondizia rovesciati, vetri
per terra dappertutto… Maggio 2009 Ringrazio fraternamente Adriano Lazzarini e "Gruppo Greco Juventus" per la gentile concessione del pezzo.
39 Angeli all'Heysel
by
Domenico
Laudadio
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