Interviste
Zbigniew BonieK
1
Zbigniew BonieK
2
Giampiero Boniperti
Sergio
Brio
Francesco
Caremani *
Andrea Lorentini
Michela
Mazzino
Michel Platini
Ian Rush
Giuseppe Spolaore
Stefano Tacconi
Rogan Taylor
Walter Veltroni
* Intervista esclusiva per www.saladellamemoriaheysel.it
Boniperti
ricorda Heysel: "Tenemmo la coppa, il sangue era nostro"
di Roberto Beccantini
TORINO - Venticinque anni e trentanove morti
dopo, l’Heysel continua a «vivere» con noi e, spesso, contro la pigrizia della
nostra memoria. Presidente Boniperti, è così ?
«Io c’ero, e chi c’era, non potrà mai dimenticare. Ripeto: mai. Qualche
volta, lo confesso, vorrei vigliaccamente rimuoverlo ma come si fa ? E poi non
sarebbe nemmeno giusto».
Un’immagine, una sola.
«Le bare in ospedale, la mattina dopo. L’una vicina all’altra, molte
con sciarpe bianconere. Erano tutti dei nostri. Uomini, donne, bambini: non
è possibile crepare per una partita di calcio».
Non si doveva giocare.
«Non si doveva giocare all’Heysel. È diverso. Uno stadio così vecchio,
e così mal presidiato. Di poliziotti in campo, o comunque dentro, ne ricordo
uno. E poi...».
E poi ?
«E poi chi fossero gli hooligans, e come si comportassero in trasferta,
era di dominio pubblico. La gendarmeria belga sbagliò su tutta la linea. Per
tacere delle agenzie che vendettero biglietti “promiscui”, affiancando le famigliole
dei nostri tifosi ai teppisti del Liverpool, ubriachi fradici e cotti dal sole.
Una vergogna. Fu une vera e propria caccia allo juventino, il muretto del settore
Z crollò alla prima pedata».
D’accordo, la scelta dell’Heysel fu sbagliatissima: e la volontà di scendere
in campo comunque, no ?
«La Juventus non voleva giocare. Il Liverpool neppure. Ci obbligarono
l’Uefa e le autorità belghe. Temevano che l’effetto rinuncia avrebbe spinto
alla rivolta gli altri settori. Nel 1985, non c’erano ancora i telefonini. Chi
era dall’altra parte dello stadio, non poteva percepire l’entità del dramma.
Lo avrebbe capito da un improvviso ritiro delle squadre, dalla cancellazione
della finale. E allora, dissero per convincerci, sarebbe stato non più un inferno,
ma l’apocalisse».
I giocatori però sapevano.
«Può immaginare la confusione, il caos. Barelle, sirene, urla strazianti.
Cercammo in tutti i modi di non far entrare la notizia nello spogliatoio. Per
questo, impedii fisicamente a Edoardo, il figlio dell’Avvocato, di parlare con
i ragazzi. Edoardo lo ricordo vagare per il campo: non riuscivano a portarlo
via. Lo trascinai in uno stanzone e gli intimai di non muoversi da lì. Suo padre,
non appena arrivò e venne informato, disse all’autista di tornare indietro».
E la gioia di Platini, allora ?
«Da fuori è facile parlare. Io ero là, travolto dalle emozioni. Cercavo
mia moglie, in tribuna con mio figlio Giampaolo, che a sua volta cercava Alessandro,
l’altro figlio che si era spinto verso la curva maledetta. A Platini dicemmo
di non fare il giro d’onore, di portare la coppa solo dalla parte dei nostri».
Perché non informaste i giocatori ?
«Perché, in caso contrario, credo che molti non avrebbero giocato, mentre
ci era stato imposto di farlo. Ricordo che l’avvocato Chiusano mi disse che
non si doveva giocare, assolutamente. Se non mi avessero tenuto, gli avrei dato
un pugno. Proprio a me, veniva a dirlo».
La Coppa, almeno quella, avreste dovuto riconsegnarla. Lo ha ammesso anche il
Trap.
«Per cinico che possa sembrare, la partita fu vera. Falso, solo il rigore:
Boniek venne falciato nettamente fuori area ma l’arbitro era nell’altra metà
campo, sorpreso dal lancio di Michel, non molto lontano da lui. E poi il sangue
era nostro. Litigai con Candido Cannavò che non aveva gradito quella coppa così
esposta a Caselle; col senno di poi può essere che non avesse tutti i torti,
ma in quei momenti eravamo travolti da un dramma immane, da pulsioni fortissime».
Con i parenti delle vittime ci sono state delle incomprensioni.
«Ho fatto il possibile, in tutti questi anni. Il tasto è molto delicato,
preferirei non parlarne».
Boniek ha sempre dichiarato che non ritirò il premio partita.
Zibì fece come gli altri. Nessuno avrebbe voluto giocare, noi per primi:
quante volte devo ripeterglielo ? Ma ci fu ordinato, e giocammo. E il Liverpool
non giocò per finta, anzi».
La lezione dell’Heysel ?
«Molto semplice, molto amara: gli inglesi sono stati più bravi di noi.
Fra l’Heysel e la tragedia di Hillsborough (1989, semifinale di coppa d’Inghilterra
fra Liverpool e Nottingham Forest, 96 tifosi dei Reds morti per soffocamento),
hanno fatto punto e sono andati a capo. La svolta coinvolse tutti, dal governo
alle autorità sportive alla gente comune: guerra sistematica agli hooligans,
rifondazione degli stadi e del concetto-stadio, certezza delle pene. Noi, viceversa,
siamo rimasti, come ci capita spesso, a metà del guado».
Parole, parole, parole.
« Appunto. Le chiedo: com’è possibile
che Genoa-Milan del 9 maggio 2010 sia stata disputata a porte chiuse per l’uccisione
di un tifoso genoano (Claudio Vincenzo Spagnolo, accoltellato dall’ultrà milanista
Simone Barbaglia) avvenuta il 29 gennaio 1995, cioè più di quindici anni prima
? ».
Da La Stampa del 29 maggio 2010
Sommario
Interviste
Il fuoriclasse polacco
conquistò il rigore che decise la sfida
Boniek: giocammo
solo per evitare una guerra civile
di Roberto Beccantini
«Noi sapevamo tutto e non volevamo scendere in
campo. Ce lo ordinò l'Uefa. Ci disse: molti sugli spalti non hanno idea di quanto
e' successo, se vi rifiutate lo capiranno e sarà peggio. Poi fu una gara triste
ma vera»
ZIBI' Boniek, prima o poi doveva succedere. Cosa
ricorda?
«Ricordo che, col Liverpool, ho giocato due volte.
A Torino, nella neve, per la Supercoppa d'Europa: e fu un trionfo, 2-0, doppietta
del sottoscritto. All'Heysel, in finale, e fu una tragedia». Il 29 maggio saranno
vent'anni. «Per rispetto delle vittime, mi sforzo di non pensarci più. Io, quella
coppa, non l'ho mai sollevata». Boniperti avrebbe dovuto restituirla... «Restituirla
a chi? Forse all'Uefa, dopo tutto quello che, sul piano organizzativo, aveva
combinato? Non scherziamo».
Non mi dirai che la partita e'
stata vera?
«E' stata una partita di cui nessuno può e deve
vantarsi».
Eravate al corrente?
«Non dar retta a chi finge che, in quel casino, orientarsi
fosse difficile, e conoscere l'esatta entità del dramma ancora di più. Al 99,9
per cento sapevamo tutto: dei morti, della dinamica, della cappa esplosiva che
gravava sullo stadio. Ripeto: tutto». Era proprio indispensabile giocare? «Noi
non volevamo. E il Liverpool neppure. Ce lo ordinarono. Ci dissero che, se non
fossimo scesi in campo, sarebbe stato peggio. I telefonini non esistevano, e
molti degli juventini sugli spalti, loro sì, non avevano idea di quante fossero
le persone morte ammazzate nel settore Z. Uno dell'Uefa mi fece: se vi
rifiutate, lo impareranno».
Con
che spirito hai giocato?
«Per vincere. Se uno ti dice: se non giochi, e' peggio, tu, che sei
un uomo, giochi. E una volta dentro, ti dai da fare. Quelli del Liverpool si
comportarono esattamente come noi. Non a caso, il migliore fu Tacconi».
Fallo di Gillespie su di te: due metri buoni fuori area, eppure Daina diede
il rigore.
«Un abbaglio clamoroso, lo so. L'arbitro
avrebbe dovuto fischiare la punizione dal limite. Con uno come Michel, sarebbe
stato comunque un mezzo rigore».
Al suo posto avresti esultato?
«E' facile suggerire, adesso, quello che avremmo dovuto fare, allora. Siamo
uomini, ognuno reagì come gli dettavano i suoi sentimenti. Osceno e tragico
fu il ''prima'', non il ''dopo''».
Mettiti per un attimo dalla parte
dei parenti delle vittime: per loro, non si doveva giocare e il trofeo andava
riconsegnato.
«Nel mio
piccolo, rinunciai al premio partita e lo girai proprio ai parenti. Non sono
un santo, e tanto meno lo fui all'Heysel, però rivendico le attenuanti che si
devono a colui e a coloro che, precettati per contendersi ''semplicemente ''
una coppa, non importa se dei Campioni, si ritrovano, all'improvviso, al centro
di una guerra».
Che si poteva
evitare.
«Molto di
più: si doveva. Ecco, a questo sì che penso spesso, al fatto che scatenò l'apocalisse.
Mica ultras contro ultras, o scontri omicidi nei paraggi dello stadio. Mai,
una carneficina così devastante ebbe origine da cause così banali e così facilmente
aggirabili, gli hooligans finiti nella curva sbagliata, le strutture vecchie
e fatiscenti dello stadio, gli juventini che, spaventati, scappano e trovano
muri di cemento, la polizia belga del tutto inadeguata a gestire e sbrogliare
una simile emergenza».
Quella sera,
morì anche il calcio.
«Quella sera, sono morte trentanove persone. Il calcio no, non poteva
morire e, anzi, rinacque proprio da li', da quel sangue. Hai presente Anfield
o Old Trafford? Sono gioielli, e chi sgarra, finisce dentro. L'Heysel era una
schifezza, ma in tutto il mondo avrebbero evitato, comunque, la tragedia. In
tutto il mondo, tranne che a Bruxelles».
Da La Stampa del 19 marzo 2005
Sommario
Interviste
Di Elisa Chiari
Doveva essere una finale di
Coppa dei campioni. Fu una notte di follia e incuria che costò la vita a 39
persone nello stadio di Bruxelles. I ricordi dell'ex campione Zibi Boniek.
Quella di Zibi Boniek
non è un'intervista, è una lapide scolpita a voce. I conti con l'idea che si
possa morire di calcio, in una sera in cui si vorrebbe vincere ed esultare,
sono ancora difficili 25 anni dopo.
Doveva essere una finale di Coppa dei campioni (si chiamava
ancora così), fu una notte di follia, incuria e imprevidenza, che costò la vita
a 39 persone schiacciate contro il muro di uno stadio belga che non esiste più
ma ha lasciato macerie dentro moltissime persone.
«Mi dispiace molto»,
spiega Boniek, colonna di quella Juventus, «su quello che è successo all'Heysel
ho parlato già diverse volte, ho rilasciato diverse interviste e ho deciso per
conto mio di non parlarne più. Per me è stata una cosa tristissima al limite
della sopportazione umana. Noi siamo stati coinvolti e in un certo senso costretti
a partecipare a una gara che secondo me non aveva senso. Ma, una volta entrati
in campo, abbiamo cercato anche di vincerla perché è normale che, se a quel
punto sei costretto a fare una cosa, la devi fare al meglio. Alla fine non ho
preso il premio partita, perché mi sembrava giusto devolverlo a favore delle
vittime. Mi dispiace profondamente perché noi parliamo ogni tanto, facciamo
belle interviste, invece c'è ancora gente che vive senza i figli e senza i mariti
che hanno perso la vita là. Per questo preferisco non parlarne. Mi spiace anche
di non poter andare a Torino a partecipare alla Messa di commemorazione. Sto
vicino a tutti quelli cui si è spezzata la vita là e a quelli che sono rimasti
a casa con la vita non meno spezzata. Di più non mi sento di aggiungere».
Era il 29 maggio 1985, la Juventus andava a giocare
a Bruxelles la finale contro il Liverpool. Lo stadio era vecchio e mal pensato,
pensata peggio la distribuzione del pubblico, con una parte dei tifosi italiani
finiti in un angolo della curva del Liverpool, la curva degli Hooligans. Subito
dietro le macerie di un cantiere, perfetto per chi volesse rifornirsi di armi
improprie casomai non bastassero le aste delle bandiere. E così andò.
Cominciarono a
caricare prima della partita, schiacciando in tanti i pochi nell'angolo, il
settore Z, che per molti è stato la fine per niente simbolica dell'alfabeto
dei giorni. In 39 non sono tornati, 32 erano italiani. A distanza di 25 anni,
il calcio ha rimosso molte cose, non ne ha imparata quasi nessuna. La polvere
della memoria però fluttua in parte ancora nell'aria, ciascuno a seconda di
dove si trovava, ha un pezzo diverso del puzzle da apporre, nessuno l'insieme.
Anche per questo è interessante leggere
Heysel 29 maggio 1985. Prove di memoria (Reality
book, 16 euro), un libro che ha pochi giorni di vita e prova a rimettere insieme
i pezzi, chiedendo un mare di testimonianze a chi c'era. L'autore anche c'era,
ma non tira direttamente i fili conclusivi del puzzle intero, lascia a chi legge
il compito di ricomporlo, sapendo che per quanti pezzi si riescano a collocare,
ne mancheranno sempre 39.
Non è l'unico libro recente
su quel tema doloroso (se ne leggono una versione letteraria nel monologo Quando
cade l'acrobata entrano i clown, Heysel l'ultima partita di Walter Veltroni
e una giornalistica in Heysel, la verità di una strage annunciata, di Francesco
Caremani), ma il racconto di Targia, raccolto coordinando molte penne diverse
anche prestigiose, ha di diverso la coralità. Il punto di vista dell'autore
potete sentirlo a voce in uno dei video allegati.
Da Famiglia Cristiana
del 29/05/2010
Sommario
Interviste
Il
dramma negli occhi del campione
Platini: "Per me
è stata la notte dello strappo
Ho giocato per
2 anni quasi in anestesia
di Gian Piero Ormezzano
MICHEL Platini, l'Heysel
e' di dieci anni fa, il suo addio al calcio di otto anni fa. Quel giorno, in
una stanzetta dello stadio comunale di Torino, l'Heysel fu messo da lei fra
le ragioni di un ritiro precoce. Ma fra la tragedia e l'addio c'erano stati
due anni...
"E due anni di campionato
italiano, cioè una faccenda tesa, dura, da affrontare con tutto di se stesso,
e intanto assorbente,
anestetizzante. Ma sono anche stati due anni in cui ho pensato eccome
a quel che era accaduto quella sera a Bruxelles. Dentro lo stadio, dentro il
mondo del calcio e dentro di me. Ho messo l'Heysel con la sua tragedia immensa
accanto al mio se vogliamo piccolo problema personale, che in quei due anni
si era acuito, e ho trovato non tanto la forza, quanto l'ispirazione per dire
basta".
L'Heysel più cosa?
"Più
voi con le vostre pretese di giornalisti, di tifosi, e il calcio italiano, e
il calcio tutto, e insomma la fine del ragazzo che si divertiva a giocare e
che, cominciando a fare il professionista nel Nancy, non si era mai immaginato
che il giocattolo portasse con sé così tanti problemi, tante complicazioni,
anche tante angosce".
Parliamo ancora dell'Heysel.
"Abbiamo saputo abbastanza presto,
nello spogliatoio, che era successo qualcosa di grave, di tragico, ma non abbiamo
avuto subito tutte le informazioni, anzi. E si poteva anche pensare ad un crollo,
a un incidente vasto. Ci hanno detto che la partita si sarebbe giocata comunque.
E ci siamo lasciati prendere da essa. Chiamatela legittima difesa, ecco. Abbiamo
corso, io ho segnato, abbiamo vinto, abbiamo persino festeggiato la coppa, che
ci mancava, e in mezzo a gente che la voleva e che era felice di averla".
Qualcosa da non rifare, pensandoci
su?
"Facile parlare dopo, facile parlare
adesso. E' andata come doveva andare, in fondo quando e' stato deciso di farci
giocare egualmente proprio a certe magie del calcio si pensava, per calmare,
o meglio per distrarre. Abbiamo cercato di parlare molto della partita, quando
si e' capito che si sarebbe giocato, di farci prendere tutti da quei pensieri.
Idem in campo. E lì, subito dopo la vittoria pensare alla partita e' stato facile.
Ma poi...
Ma poi?
"Ognuno
ha sentito dentro di sé il pensiero che esplodeva, i punti interrogativi che
crescevano. Io a Bruxelles sono andato a vedere i morti, a parlare con i parenti,
gli amici dei morti. E come altri ho recuperato il prima, la tragedia. E due
ulteriori anni di calcio sono stati un anestetico, ma non si va avanti troppo
con l'anestetico>. Mai pensato, comodamente ma lecitamente, che in fondo la
partita era stata proprio un omaggio, quasi un regalo a quei morti? <Sarebbe
stato appunto lecito, oltre che facile e comodo. Ma invece la partita e' stata
un fatto molto semplice, direi automatico. Casomai ho capito, giocandola e vivendola,
che il calcio possiede davvero una forza mostruosa, se ti permette di fare certe
cose, quasi ti costringe a farle".
Va bene parlare di strappo per l'Heysel,
di stiramento per il progressivo disamoramento di fronte ad un gioco del calcio
sempre più esigente, sempre più lontano da quello della gioventù?
"Può
andar bene. Strappo e stiramento insieme, a un certo punto devi smettere, anche
se sei giovane, anche se ce la faresti a fare ancora bene quel lavoro, quel
mestiere".
Da La Stampa
del 28 maggio 1995
Sommario
Interviste
In occasione del 25 ° anniversario della
tragedia dello stadio Heysel, il Liverpool Football Club ricorda i 39 tifosi
di calcio che perdettero la vita nel disastro. Come segno di rispetto, la bandiera
del club volerà a mezz’asta per tutta la durata del giorno nella sede del prestigioso
club inglese. Una commovente funzione commemorativa si è svolta oggi a Torino
a cui hanno partecipato dirigenti e calciatori di entrambi i club Liverpool
e Juventus. Gli ex giocatori Phil Neal e Sergio Brio hanno scoperto la targa
con la scritta ‘In Memoria e Amicizia’ e posto una corona di fiori. Lo studioso
Dott. Rogan Taylor (docente presso l’Università di Liverpool ed autore di numerosi
libri di sociologia sul calcio) in un’intervista valuta l’impatto dell’Heysel
e spiega come il disastro abbia favorito la creazione della Premier League.
Quanto è
importante oggi, ricordare l’Heysel?
È tremendamente
importante. I tifosi del Liverpool non dovrebbero mai dimenticare Heysel e i
suoi 39 morti. Il disastro di Hillsborough, avvenuto quattro anni dopo, ha talvolta
messo in ombra il fatto che su un campo straniero qualcosa di altrettanto terribile
per 39 famiglie è successo.
Quali erano
le implicazioni dell'Heysel?
Le lezioni
che abbiamo tratto dall’Heysel non sono state lezioni sui nostri stadi e sulla
nostra polizia, perché era in Belgio. C’è voluto Hillsborough per imparare queste
lezioni. Dopo l’Heysel è stato covato l’uovo della Premier League. Tante persone
non si rendono conto che dopo l’Heysel era morto il calcio europeo. Il Liverpool
aveva partecipato per 20 anni consecutivi in Europa dal 1965. Allora, cosa si
doveva fare? I cinque grandi, del momento, Everton, Manchester United, Tottenham,
Arsenal e Liverpool, si sono riuniti e hanno iniziato a parlare di quello che
dovevano fare. E allora Heysel più Hillsborough su Sky TV è uguale a Premier
League e calcio moderno.
Questo è
un bel lascito …
Sì, lo è.
La tragedia dell' Heysel ha iniziato la seconda rivoluzione del grande calcio.
La prima fu l’inizio del calcio professionistico, avvenuto 100 anni prima di
Heysel e Hillsborough, nel 1887.
Lei ha giocato
un ruolo enorme nel raccogliere i pezzi dopo l'Heysel istituendo la “Football
Supporters Association”. Ci racconti…
All’epoca
dei fatti, stavo facendo un dottorato e sono stato tremendamente colpito dalla
tragedia dell’Heysel e dall’impatto che ha avuto su questa città. Liverpool
era devastata. Tragedia, venuta in un momento molto brutto per la città. Coloro
che ricordano il 1980 ed il governo della signora Thatcher si ricorderanno di
come eravamo in forte recessione. Il calcio era il solo settore di eccellenza
di questa città. Ho raccolto tutta la documentazione in seguito, dai giornali
e dalla televisione. Mentre leggevo e guardavo, mi sentivo sempre più come se
dovessi scrivere qualcosa di me stesso, perché nessuno si era rivolto a ciò
che realmente significa Heysel. Il dibattito, molto appassionato, era su individuare
le colpe, perché giovani volevano combattere tra di loro e perché eravamo in
quello stadio. Ma nessuno si era soffermato per affrontare il significato. La
mia sensazione è che il disastro ha segnato un crollo completo del rapporto
tra i tifosi di calcio e il gioco. Così ho deciso di scrivere un brano e inviarlo
ad un giornale. Sono andato a casa di un mio amico Pete Garrett con pochi altri
tifosi del Liverpool. Uno di questi, Maggie Reid, propose di istituire un organismo,
una sorta di “unione tifosi” e allegare il suo nome al testo che inviai al giornale.
Così fondammo il “Football Supporters Association ‘.
E qual è
stata la risposta?
Abbiamo inviato
la lettera, il Lunedì, era stata pubblicata sul giornale e il Giovedì all’ora
di pranzo la BBC Newsnight ci aveva telefonato. Hanno detto che l’intero programma
del giorno successivo sarebbe stata stato dedicato alla domanda: ‘Dove va il
calcio inglese dopo l'Heysel e il divieto ai club inglesi dell’Europa? Non avevano
fan da mandare in studio e chiamarono noi.
Ed ha continuato
a trasformarsi in una grande organizzazione …
Abbiamo avuto
tre o quattro mila lettere nelle prime due o tre settimane. Negli ultimi 25
anni abbiamo raggiunto una quantità enorme. All’organizzazione i tifosi potevano
aderire singolamente. Abbiamo colmato un vuoto ed i media ci hanno riconosciuto.
Siamo stati coinvolti in una situazione altamente significativa e politica.
Che impatto
ha avuto sulla violenza negli stadi in questo Paese?
È difficile
da raccontare. La “Football Supporters Association” non è stata formata come
un organizzazione anti-violenza negli stadi. La nostra tesi era che il teppismo
era un aspetto di una relazione fallita. Abbiamo voluto iniziare questo rapporto
di smistamento e sapevamo il teppismo avrebbe iniziato a regredire automaticamente,
anche se c’è sempre qualche idiota in giro.
Fonte: Liverpoolfc.tv (Traduzione di S.
Romano)
Video intervista sul
sito ufficiale del Liverpool
The
impact of Heysel
Sommario
Interviste
Heysel, venticinque
anni dopo
di Enrico Sisti
Il ricordo di Ian Rush: "Noi del Liverpool volevamo
scappare. Quella sera non giocamo: facemmo solo il, nostro lavoro. Non so se
fu una gara vera. Dovevano punire l' Uefa che ci fece giocare in uno baracca
decrepita"
ROMA - La sera del 29 maggio 1985 l'orrore
colpì il calcio. Due lettere, la Z e la Y, furono i cromosomi di quella tragedia.
In teoria la zona Z dell'Heysel sarebbe dovuta essere quasi deserta: "Era destinata
ai belgi neutrali", balbettò l'Uefa. Una specie di cuscino di seggiolini vuoti
e aria fra juventini organizzati e tifosi inglesi del settore Y. Ci finirono
gli ultimi arrivati. "Mi vergogno di essere inglese", urlò Bobby Charlton. Gli
hooligans invasero la zona Z e schiacciarono gli juventini dei settori O, N
e M. La partita si giocò con i fantasmi intorno. Morì anche lei. Senza nascere:
"E io sono ancora qui che penso: cosa ci passò per la testa?".
Cosa vi passò per la testa, Ian Rush?
"Non conoscevamo l'entità della tragedia, il che paradossalmente era anche peggio.
Qualcuno di noi voleva scappare, altri incoraggiavano i più spaventati. C'era
anche chi temeva per i suoi cari, con cui era impossibile comunicare. La tragedia
si svolse in una zona dove non era possibile che ci fossero anche le nostre
famiglie, ma ripeto: noi non sapevamo esattamente quello che era successo né
dove".
Dopo vi sentiste un po' carnefici,
con quella teppaglia assassina al seguito?
"No. Credo che quel giorno fummo tutti vittime. Quel giorno il calcio cambiò
per sempre".
Per prendere quale direzione?
"Da quel momento fu chiaro che prima viene il pubblico e poi lo spettacolo.
L'Uefa fece una pessima figura. Sia i nostri che i dirigenti della Juve implorarono
un cambio di sede. L'Heysel era una baracca, privo di qualunque sbarramento
per dividere le tifoserie. Non poteva reggere alcun peso, figuriamoci una follia
collettiva. Il nostro a. d. spedì missive di fuoco: "È uno stadio decrepito,
inadatto! Non lo ascoltarono".
Aveste la sensazione di una partita "finta"?
"Forse sì, forse no. Ma tutto quello che posso dirle ora, con tanto spazio in
mezzo, è una sorta abuso di potere sulla verità. Diciamo che ci sentimmo in
dovere di continuare a fare il nostro lavoro".
Approvò la sanzione contro
l'intero calcio inglese?
"No. Allora anche l'Uefa avrebbe dovuto sanzionare se stessa. La tragedia fu
anche provocata dalla sconvolgente assenza di strutture e di controllo".
Alcuni tifosi del Liverpool continuano a dire:
"Li odiavamo". Ci sono ancora dei blog in cui manca sempre l'elemento chiave:
il pentimento.
"Non si può sradicare la follia. Anche intorno alla Kop, come nelle altre curve,
c'è chi propaganda l'odio, il male, teorie devastanti. Estremisti".
Lei fu un cardine della riconciliazione fra Juventus
e Liverpool.
"Quando andai alla Juve, nel 1987, i rapporti fra i due club migliorarono. I
tifosi bianconeri mi accolsero comunque benissimo. Non ricordo alcuna allusione
all'Heysel".
Heysel: forse sarebbe stato più corretto lasciarlo
in piedi come monito imperituro.
"Forse. O forse basta ciò che abbiamo vissuto per non tornare al medioevo del
pallone. La speranza di essere migliori, quella volta, costò tante vite".
Ma senza speranza, come recita l'inno del Liverpool,
non si vive ("walk on with hope in your heart").
"È l'inno del genere umano, You'll never walk alone (scritta nel '45 da Rodgers
& Hammerstein II, ndr), non del Liverpool".
Da Repubblica.it
del 28 maggio 2010
Sommario
Interviste
Tacconi
«Regole ferree per non scordare i morti dell’Heysel»
di Filippo Cornacchia
Il portiere ricorda la tragica finale del 1985:
«Fu l’Uefa a imporci di scendere in campo, noi avevamo già fatto la doccia.
Quel trofeo l’ho vinto e lo sento mio»
Il 29 maggio 1985 Stefano Tacconi era il “numero
uno” della Juventus, nella finale di coppa Campioni contro il Liverpool. Quella
notte era all’Heysel, sabato sarà alla messa commemorativa alla Gran Madre di
Torino. E la prossima settimana ricorderà le 39 vittime a Bruxelles. Sabato
ricorrono i 25 anni dalla tragedia dell’Heysel.
La prima immagine che le viene in mente riavvolgendo
il nastro ?
«Se chiudo gli occhi ricordo tutto, ogni minimo particolare. Il caos
totale, il via vai di feriti che venivano a curarsi nei nostri spogliatoi. E
poi quel generale gigante che ci ordinò di scendere in campo».
Come ha detto Sergio Brio, suo compagno,
fu l’Uefa a decidere di giocare per motivi di ordine pubblico.
«Certo. Noi quando arrivò il generale avevamo già fatto la doccia...».
Poi subito in campo.
« In corpo avevo una rabbia incredibile. Non sapevo dei 39 morti, ma
di uno era circolata la voce. Io, come i miei compagni, abbiamo giocato soprattutto
per quel tifoso. Sono sincero: contro il Liverpool ho disputato la mia migliore
partita di sempre, per giunta nella serata delle serate. Però non posso mai
raccontarla. E’ giusto così, le 39 vite spente vengono prima di ogni cosa ».
La cattiveria peggiore sentita in questi
25 anni ?
«Di cretinate ne ho sentite un’infinità. Troppe volte ci siamo sentiti dire
che abbiamo rubato quella coppa. Assurdo».
Anche sulla possibile restituzione del
trofeo si è discusso parecchio.
«Un’altra cretinata. Non c’era nessun motivo per farlo ».
Spieghi pure.
«Io la coppa l’ho vinta e la sento mia. E’ un trofeo nostro, della Juventus,
e delle 39 vittime. Erano venuti tutti allo stadio per assistere a uno spettacolo,
cancellarlo sarebbe stato un danno anche a quelle persone».
Una delle cause della tragedia fu l’inadeguatezza
dell’impianto. In Italia, quello degli stadi, continua a essere un bel problema.
«C’è solo una via: copiare gli inglesi. Partiamo togliendo tutte le barriere
e facendo rispettare le regole. Non se ne può più di vedere le tribune vuote».
Qual è il modo migliore per non dimenticare i
39 morti.
«Gli organi competenti devono avere le “palle” di far rispettare in modo ferreo
le regole. Bisogna mandare in galera chi infrange la legge prima, durante e
dopo le partite. Sempre. Questo sarebbe il modo migliore per far sì che quella
notte non sia mai dimenticata anche dai più giovani».
Da Tuttosport del 27 Maggio 2010
Sommario
Interviste
L’ex difensore juventino, in campo il 29 maggio
1985, ricorda la tragica finale di Coppa dei Campioni
Ora basta polemiche, costruiamo stadi nuovi»
di Filippo Cornacchia
Il 29 maggio 1985, Sergio
Brio, era in campo, sul prato dell’Heysel, nella tragica finale di Coppa Campioni
contro il Liverpool. Venticinque anni dopo il ricordo è indelebile, l’ex difensore
juventino ripercorre la serata con grande coinvolgimento, il tono della voce
evidenzia la grande emozione. Brio è in aeroporto, si sta imbarcando per Liverpool,
dove oggi prenderà parte alla commemorazione delle 39 vittime di allora. "Vado
in Inghilterra e sabato sarò a Torino per la messa alla Gran Madre. Nessuno
di noi ha dimenticato, le 39 vite spezzate sono sempre nei nostri pensieri »
.
Facciamo un passo indietro, torniamo al prepartita
del 29 maggio 1985.
«Ricordo tutto come fosse
adesso, un mix di gioia e dolore. La partita non cominciava, vedevamo la gente
venir giù dalla curva scalza, con le scarpe in mano. Edoardo Agnelli passeggiava
innervosito, Trapattoni ci invitava a mangiare frutta per riacquistare energie.
Poi arrivò l’ordine di scendere in campo. Ci venne detto che c’erano dei feriti
e un morto. Ma nessuno prima di iniziare sapeva che le vittime erano 39».
Qualche suo compagno, negli anni
successivi, ha invece dichiarato che eravate a conoscenza di tutto.
«Mi sembra strano che
qualcuno prima della partita sapesse tutto. Noi i 39 morti li abbiamo scoperti
dopo la partita, giunti in albergo».
Ancora oggi si polemizza
sul fatto che si sia giocato.
«Noi giocammo una partita
vera, per vincerla. Volevamo onorare al meglio il tifoso morto. In giro sento
tante falsità su quella serata. La verità è che Boniperti e la società avrebbero
preferito non giocare, fu l’Uefa a prendere la decisione per motivi di ordine
pubblico».
Tante critiche sono arrivate
pure per l’uscita dall’aereo con la coppa in mano.
«Io ero vicecapitano e
scesi con la coppa. Come allora, penso che non abbiamo fatto nulla di male.
La società voleva che la mostrassimo per onorare i nostri tifosi morti. La verità
è che in quel momento qualsiasi cosa avessimo fatto sarebbe stata sbagliata.
Un pretesto per attaccarci sarebbe stato trovato comunque».
Con i sue ex compagni
capita mai di parlare dell’Heysel?
«E’ successo, ma non troppe
volte. La ferita è sempre aperta. Quel mix di gioia e dolore non lo auguro a
nessuno. Sei in finale di coppa campioni, il sogno di tutti i bambini, ma non
riesci a gioire perché 39 vite si sono spente. Mi vengono ancora i brividi».
Lei nel 2003-04 ha allenato il
Mons, in Belgio. E’ più tornato nello stadio della tragedia ?
«Più di una volta. Negli
anni è stato modernizzato, è tutto un altro impianto. Le sensazioni però sono
le stesse. Appena entro in quello stadio mi inizia a battere il cuore e il pensiero
dei 39 morti prevale su tutto».
E in Belgio come vivono quella
tragedia a distanza di anni ?
«Mi hanno fatto tante
interviste sull’Heysel, una addirittura sul terreno di gioco. Anche per loro
il ricordo è indelebile, si sentono sempre un po’ responsabili».
Il problema stadi però è ancora
attualissimo, in Italia.
«Bisognerebbe ricostruirli
tutti, sul modello di quelli inglesi. Mi fa piacere che la Juventus si sia attivata
in modo importante. La gente va riportata allo stadio, come ai miei tempi, quando
erano stracolmi. Adesso le immagini sono imbarazzanti, si vedono interi settori
vuoti».
E
il secondo passo per riempire gli stadi?
«Trovare una soluzione
al problema ultrà. Le leggi ci sarebbero anche, il problema è che in Italia
vengono rispettate solo ogni tanto. In Inghilterra appena uno sbaglia finisce
in galera».
Capello ha detto: il calcio italiano
è in mano agli ultrà.
«Fabio non è ipocrita,
ha detto una cosa verissima».
Nell’ultimo campionato anche
la Juve ha vissuto momenti di tensione durante le partite casalinghe.
«Ho visto cose incredibili
al Comunale. Quando giocavo io la gente si arrabbiava nei momenti difficili,
ma non arrivava mai a tanto».
Da Tuttosport del 26 maggio
2010
Sommario
Interviste
di Simone Traverso
«Ricordo l’auto ferma davanti alla nostra
casa di Cogorno. Erano le 6 di un giovedì mattina, credevo fosse papà che tornava
a casa. Erano i nonni e gli zii che venivano a dirmi che mio padre era morto,
ucciso sugli spalti dello stadio Heysel di Bruxelles».
Michela Mazzino oggi ha 36 anni ed è madre di
due bambini, Simone, 9 anni, e Nicolò, 5 anni. Due bimbi che conoscono solo
in parte la tragedia che costò la vita al loro nonno, Sergio Mazzino, tifoso
juventino deceduto in quel disastro che segnò indelebilmente la finale di Coppa
dei campioni tra Liverpool e Juventus.
Cosa rammenta di quella sera che cambiò
la sua vita ?
«Era il 29 maggio 1985, avrei dovuto vedere
la partita in televisione, con mia mamma e la nonna. Accendemmo la tv e vedemmo
subito immagini degli scontri. Mia madre mi disse di andare in camera da letto,
a giocare. No so cosa compresi davvero di quei momenti».
Di quella tragedia restano il dolore,
i ricordi ma anche il “modello inglese” di lotta alle componenti violente del
tifo. Crede che quel sistema si sia rivelato efficace ?
«Per anni ho sentito parlare di “Modello inglese”,
ancora oggi in occasione di nuove tragedie, incidenti, scontri il primo esempio
è proprio quello britannico. Mi chiedo, perché non hanno adottato quelle misure
di prevenzione 25 anni fa ?».
E i suoi figli sono già stati spettatori
di una partita ?
«Nicolò non ha ancora compiuto 5 anni, Simone
invece ha già 9 anni ed è andato a seguire un paio di partite del Genoa assieme
a mio cognato. Certo scegliamo le sfide meno a rischio...».
E quando i suoi figli le chiederanno di
seguire la loro squadra del cuore in trasferta ?
«Oddio»...
Tratta da Levante del
Secolo XIX del
26 maggio 2010
Sommario
Interviste
“Ero all'Heysel
quella sera di venticinque anni fa”
di Marco Guggiari

Aldo Ferraris, segretario dello Juventus Club
di Maslianico: «Vidi portare via i morti»
È trascorso un quarto di secolo, ma il 29 maggio 1985 è una ferita sempre
aperta nella mente e nel cuore di Aldo Ferraris. Sessantotto anni ben portati,
sposato e con due figli, residente a Cernobbio, era allo stadio Heysel di Bruxelles
la sera della strage. Segretario da una vita dello Juventus Club di Maslianico,
ha assistito a quella che doveva essere una festa di tifo e di sport, la finale
di Coppa dei Campioni tra i bianconeri di Torino e il Liverpool, e si è invece
trasformata in una tragedia senza precedenti. Alla fine si contarono 39 morti,
32 dei quali italiani, e quasi 600 feriti. Fu questo l’orrendo bilancio della
furia manifestata da orde di ultras inglesi ubriachi. Le vittime, tutte nel
settore “Zeta” dello stadio belga divenuto sinistramente famoso, furono calpestate
e schiacciate sugli spalti di quell’impianto fatiscente e privo di adeguate
misure di sicurezza, ancor prima che iniziasse la partita.
«Mi dà fastidio parlarne...»,
è l’esordio, confermato durante il nostro colloquio da un passaggio difficile
in cui prevale la commozione.
Signor Ferraris, quanti
eravate all’Heysel dal Comasco ?
«Come Juventus Club avevamo
organizzato due pullman, quindi un centinaio di persone. Avevamo viaggiato di
notte. Tutto era bello e all’insegna dell’allegria. Avevamo prenotato il pernottamento
in un hotel fuori Bruxelles. All’ingresso in città le prime avvisaglie. Gli
inglesi, già ubriachi, avevano compiuto vandalismi. Avevamo rinunciato a visitare
la capitale proprio per evitare situazioni spiacevoli».
Ma avevate sentore che
potesse accadere qualcosa di grave ?
«Sarebbe stato strano
se non fosse accaduto. Il percorso che ci hanno fatto compiere era in mezzo
a ultras inglesi che sputavano e davano calci e pugni ai pullman. La stessa
polizia belga ne era intimidita. Fuori dal settore “Zeta” c’erano cumuli di
terra utilizzati dai sostenitori del Liverpool per agevolare il passaggio di
casse di birra... Si entrava allo stadio da una porticina e si veniva affrontati
dai cavalli aizzati dai poliziotti belgi».
Quando avete avuto la
piena consapevolezza di quanto avveniva ?
«Eravamo nella curva di
fronte; io e qualcun altro in tribuna. C’era continuo afflusso di persone, una
massa enorme. Si vedevano paurosi ondeggiamenti tra la folla. Quando è crollato
il muro sono intervenute truppe a cavallo, protagoniste di una “parata” del
tutto fuori luogo sotto la tribuna per schierarsi. Poi è uscito un nostro giocatore,
Nicola Caricola. Ha indicato “4” con una mano, facendo con l’altra la croce.
Capimmo che c’erano dei morti, che vedemmo poi portare via issati su improvvisate
barelle».
Fu giusto o sbagliato
giocare quella partita ?
«Per certi versi fu giusto
perché si era in una situazione di guerra. È stato il male minore. Non sarebbe
stato possibile fronteggiare ulteriori disordini. Intanto erano iniziati gli
appelli. Diedero un microfono a Gaetano Scirea, che proprio oggi, 25 maggio,
avrebbe compiuto gli anni se non fosse morto in un tragico incidente d’auto
in Polonia. Ero suo amico. Vado ogni anno a fargli visita al cimitero...».
Come tranquillizzaste
i vostri familiari ?
«Non esistevano i telefoni
cellulari. Io volli uscire dallo stadio per comunicare in Italia che noi stavamo
tutti bene. La zona tutt’intorno allo stadio era deserta, immersa in un clima
surreale. Non c’era un locale aperto, una persona per strada. Non c’erano cabine
del telefono. Dopo un chilometro vidi una signora affacciata a una finestra.
Chiesi se mi faceva la cortesia di poter usare il suo telefono. Mi fece salire
in casa e lì, davanti alla tv, compresi le vere dimensioni del disastro. Avvisai
la sede dello Juventus Club di Maslianico. Poi tornai indietro dal nostro presidente
che avevo lasciato in tribuna. Insieme abbandonammo lo stadio e raggiungemmo
il nostro pullman. Non abbiamo visto la partita, né mai in seguito io l’ho vista...».
Com’è stato il ritorno
?
«A Maslianico venne ad
accoglierci il parroco e ci ringraziò perché avevamo portato a casa tutti. Per
anni celebrammo una messa in ricordo di quei poveri morti».
Cosa è mancato perché
si evitasse quella tragedia ?
«Gli organizzatori non
avrebbero dovuto assegnare la finale a una struttura così inadeguata. Dal canto
loro, le forze della polizia belga si sono mostrate assolutamente impreparate.
C’è stata una sottovalutazione totale dell’evento».
Dal www.corrierecomo.it del 25 maggio 2010
Sommario
Interviste


di Roberto
Beccantini
Parla Walter Veltroni,
l'ex leader del Pd che ha scritto un monologo teatrale sulla tragedia di
Bruxelles costata la vita a 39 tifosi juventini
Il 29 maggio saranno
venticinque anni. I compleanni dell’Heysel hanno bisogno di cifre tonde,
perché il ricordo di trentanove morti torni vivo. Trentanove morti per una
partita di calcio, la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool.
Tranne il rigore che la decise, avvenuto fuori area, tutto tragicamente
vero. Così vero e così folle. Quella sera, lo juventino Walter Veltroni
era a Roma, da amici. Vide e inorridì, grato a Bruno Pizzul per l’umanità
della telecronaca. Dopodiché, ognuno per la sua strada, Veltroni in politica
e l’Heysel ai margini della memoria, fino a oggi, fino a Quando cade l’acrobata,
entrano i clown.
Da «pocologo» a «tuttologo»: come nasce?
«Prima di tutto, è
la frase che disse Platini per giustificare l’esultanza del rigore e il
giro di campo. Poi è un monologo che ho scritto su commissione. Perché sì,
di solito le idee mi nascono dentro - che so, l’ispirazione di un romanzo
o di un saggio -, questa volta invece mi è arrivata da fuori, dal direttore
del Ravello Festival, Stefano Valanzuolo. Mi confidò di aver dedicato l’edizione
2010 al tema della follia, e quale esempio più concreto e appropriato della
mattanza di Bruxelles?».
La sua reazione?
«Da essere umano;
da essere umano appassionato di sport; da essere umano appassionato di sport
e tifoso della Juventus. Ne è scaturito il parlato di un’ora, diviso in
blocchi a cinque frasi: sarà rappresentato l’8 luglio, a Ravello, da Daniele
Formica, con musica di Riccardo Panfili. La Einaudi, alla quale il testo
era piaciuto, ha deciso di farne un libro, in uscita il 27 aprile. Titolo,
appunto, Quando cade l’acrobata, entrano i clown».
L’aggancio, la trama?
«Siamo nel 1995: dunque,
dieci anni dopo. Siamo in Sicilia, nella camera di un albergo, con il mare
davanti al balcone e il vento che muove le tende. Una coppia di notte: lei
dorme, lui no. Lui le confessa, per la prima volta, che il 29 maggio del
1985 non aveva viaggiato per lavoro, ma era stato all’Heysel. La moglie
non lo saprà mai, perché continua a dormire. Il marito, però, si è tolto
un peso: si vergognava di quella bugia, di quella impresa “bambinesca”».
E poi?
«Il racconto della
carneficina, naturalmente. Come cresce, come esplode. La guerra applicata
alla gioia, perché non penso di essere retorico se dico che la gente era
lì, a Bruxelles, quasi in gita, per trepidare e godere di uno spettacolo».
Le sue fonti?
«Ho girato un sacco di siti, ho letto molte
carte e molti libri, come Le verità sull’Heysel di Francesco Caremani. Ho
trovato la storia di una donna che si era spinta fino al settore Z senza
dirlo al marito, un po’ come la mia coppia rovesciata».
Siamo un Paese che allena poco la memoria.
«Vero. La nostra è una società bulimica,
molto disturbata, che tende a mettere “pietre sopra” a troppe cose. L’Heysel
ne è l’esempio classico: lo stadio fatiscente, le famiglie di tifosi italiani
con l’abito buono vicino agli hooligans del Liverpool, colpa di agenzie
senza scrupoli che avevano venduto i biglietti fregandosene delle mani in
cui finivano; l’attesa febbrile e battuta da un sole cocente; il contrasto
con la partita dei bambini organizzata per distrarre il pubblico».
Gli hooligans, d’accordo: ma le raccomando quello che «non» fece
la polizia belga.
«Cinque gendarmi a presidiare la curva maledetta.
Cinque, non uno di più. E, per giunta, con i walkie-talkie scassati. In
pratica, nessuno si oppose al lancio di oggetti che introdusse le cariche
mortali».
E poi la strage.
«Schiacciati contro
il muro divisorio. Morti ammazzati per soffocamento, o perché calpestati
da altri fuggiaschi in cerca di aria, di miracolo. Trentanove persone. Per
una partita di calcio. Ci furono atti di eroismo grande, eroismo vero, come
la morte di Roberto Lorentini, all’Heysel con il padre Otello. Roberto era
un medico, e mentre stava praticando la respirazione bocca a bocca a un
tifoso atterrato venne a sua volta travolto dall’onda. I Lorentini sono
di Arezzo, e proprio ad Arezzo sarò con il libro il 29 aprile».
Lei era davanti alla tv: come reagì?
«Con un grido: basta!». C’è il partito del
«bisognava giocare comunque» e c’è il partito del «si sarebbe dovuto non
giocare». Lei a quale appartiene? «Al primo: se le squadre non avessero
giocato, sarebbe scoppiato l’inferno».
Boniperti non ha mai rinnegato la coppa dell’Heysel.
«Lo capisco, e capisco la società. Ci tenevano
troppo, a quel trofeo. Ma per me la vera coppa rimane quella vinta a Roma,
ai rigori, contro l’Ajax».
Cosa ha insegnato l’Heysel?
«Poco, purtroppo. E comunque, più agli inglesi
che a noi. L’Heysel risale al 1985. Quattro anni dopo, le nemesi storica
avrebbe preso di mira proprio i tifosi del Liverpool, novantasei dei quali
morirono schiacciati allo stadio di Hillsborough (Sheffield) durante la
semifinale di Coppa d’Inghilterra con il Nottingham Forest: a partita appena
iniziata e a gradinate strapiene, aprirono di botto i cancelli e si creò
un ingorgo spaventoso, letale».
Da Paparelli a Raciti...
«Oggi gli stadi sono più sorvegliati. La
violenza si è spostata fuori, nelle strade, agli autogrill. Rimane un quoziente
di teppismo che rispecchia l’odio sparato dalla società».
Domanda fuori tema e fuori libro: più difficile
rifondare il Pd o la Juventus?
«Servirebbero due
imprese... Scherzi a parte: la Juventus ha perso l’identità. Non sarà facile
venirne fuori. Urge una dose massiccia di competenza. A questo proposito,
mi auguro un impegno più diretto della famiglia, John Elkann o Andrea Agnelli
presidente, con un vice molto “tecnico”. Come ha ribadito il 4-1 del Fulham,
siamo di fronte a un fallimento strutturale. Ripeto: della struttura, non
di un reparto o di un comparto. Di tutto, di tutti».
Fonte: La Stampa
Walter Veltroni oggi ad Arezzo - L'intervista
tratta dal Corriere di Arezzo
Questo pomeriggio alle 18.00 presso il teatro
Pietro Aretino, Walter Veltroni presenta in anteprima il suo ultimo libro
"Quando cade l'acrobato, entrano i clown - Heysel, l'ultima partita" Einaudi.
L'opera andrà in scena il prossimo 8 luglio al Ravello Festival. Il monologo,
ricorda la tragedia attraverso una storia d'amore. Segue l'intervista di
Andrea Niccolini tratta dal Corriere di Arezzo.
Gli occhi non volevano
credere a quel che vedevano, e quel che vedevano era niente, dallo schermo
della tv, la sera del 29 maggio 1985, rispetto a quello che realmente stava
accadendo; i corpi delle vittime furono messi al riparo dalle telecamere,
e solo alla fine di quella maledetta partita di calcio Juve-Liverpool si
poté vedere nitidamente l'inferno. Tra poche settimane ricorrerà il venticinquennale
della strage dell'Heysel, 39 morti travolti da una violenza cieca, tra i
quali gli aretini Giuseppina Conti e Roberto Lorentini, e proprio in vista
di questa ricorrenza domani arriverà ad Arezzo Walter Veltroni a presentare
la sua ultima creatura letteraria, un monologo teatrale dedicato proprio
alla tragedia del 29 maggio '85. L'appuntamento è per le ore 18 al teatro
Pietro Aretino. L'opera, dal titolo "Quando cade l'acrobata, entrano i clown"
(che riprende la frase pronunciata da Platini per giustificare l'esultanza
dopo il calcio di rigore e il giro di campo) è stata appena pubblicata da
Einaudi e sarà da domani nelle librerie. Spiega Veltroni in esclusiva al
Corriere di Arezzo:
"Ho pensato che fosse
giusto che la prima lettura del libro fosse fatta nella città che è stata
protagonista della battaglia civile per vedere riconosciute le ragioni delle
vittime dell'Heysel: la famiglia Lorentini, la famiglia Conti, l'amministrazione...
mi sembrava giusto fosse Arezzo il primo luogo. E poi c'è anche un fatto
affettivo, le mie radici sono lì, mi fa sempre piacere tornare".
E' un'opera particolare,
rispetto alle sue precedenti: per l'argomento ma anche per la forma; anche
la presentazione sarà al di fuori dell'ordinario
?
"Sì, perché non faremo una presentazione canonica:
parlerà il sindaco e poi io leggerò il testo, un monologo che mi è stato
chiesto dal Festival di musica e teatro di Ravello; mi hanno chiesto alla
fine dell'anno scorso se avevo voglia di scrivere un monologo sulla tragedia
dell'Heysel; ci ho pensato un po' perché non avevo mai scritto, prima, in
quella forma letteraria e anche questo mi interessava. Ho provato a scriverlo
ed è venuta una cosa che coloro che l'hanno letta e l'Einaudi che l'ha pubblicata
hanno trovato emozionante. C'è questo rapporto tra il gioco e la tragedia,
tra la gioia e il sangue, che in questa forma, in questa violenza, raramente
si è manifestato nella storia; per cui l'Heysel in qualche misura è anche
una metafora del tempo storico nel quale viviamo".
Una metafora terribile...
"Terribile, perché c'è
il sangue degli esseri umani, e l'autentica follia di chi è andato allo
stadio per uccidere e non per vedere una partita, di chi ritiene che la
vita umana sia meno importante della conquista di una sciarpa, di un mondo
a testa in giù, diciamo così. Lì c'erano famniglie, c'erano bambini, non
c'erano ‘tifosi di professione', solo gente comune che aveva comprato all'ultimo
momento i biglietti; il tutto nella totale inadeguatezza della struttura
e delle forze di polizia. E' un concentrato di tante cose, narrativamente
molto intenso".
Un concentrato di elementi che avrebbe dovuto
trasformare l'Heysel in un simbolo, uno spartiacque; invece pare che ben
pochi siano intenzionati a coltivare questa memoria.
"E' stata molto rimossa, e anche per questo
ci tenevo a scrivere questo lavoro. Un po' perché sono convinto che la memoria
sia il nostro serbatoio fondamentale per il futuro, che solo la memoria
ci può mettere al riparo dal rischio di ripetere tragedie ed errori compiuti,
ma la rimozione è stata molto forte e in diverse direzioni; certo, quando
si dice Heysel per una generazione è una pagina micidiale, però bisogna
che continui ad esserlo, anche per le generazioni successive; quando si
vedono le asce sequestrate ai tifosi prima dell'ultimo derby romano, si
ha la sensazione che quel monito, che viene da quei trentanove morti, non
possa essere sprecato".
Insomma,
in questi venticinque anni non si è stati capaci di trarre un insegnamento
dalla tragedia dell'Heysel.
"Sì, ma è la naturale conseguenza della perdita
di memoria: quando si rimuove, questo è l'effetto. Per evitare che ciò accada
è necessaria la partecipazione di coloro che gestiscono il mondo dello sport,
ma anche degli operatori dell'informazione, della scuola... di tutti coloro
che dovrebbero produrre memoria, come un dovere istituzionale".
C'è una certa tendenza all'amnesia, in Italia,
soprattutto negli ultimi anni.
"Eh,sì, soffriamo come di un Alzheimer collettivo.
Ma non solo in Italia, è una cosa forse data anche dalla pluralità dei mezzi
di comunicazione, dalla loro diffusione: c'è come un accesso alle informazioni
al quale corrisponde una sorta di rimozione della memoria. E invece bisogna
tornare lì, tornare e ritornare, passare e ripassare nei luoghi e nei momenti
più tragici, e questo vale per il 25 aprile, vale per le foibe, vale per
l'Heysel, per il terrorismo... se si vuole evitare il ripetersi dei drammi
bisogna portare con sé gli anticorpi che solo la memoria fornisce".
In altri Paesi d'Europa, in Gran Bretagna in
primis, l'Heysel rappresenta uno spartiacque: lì qualche insegnamento dalla
tragedia lo hanno tratto.
"Sì, anche se devo dire, così come ho scritto
anche nel monologo, pochi anni dopo l'Heysel ci fu Hillsborough, con 93
morti, una specie di tragica nemesi storica. Esattamente con la stessa modalità
finale dell'Heysel, cioè tifosi del Liverpool che muoiono non perché c'è
qualcuno che li aggredisce ma perché c'è ressa e disorganizzazione: muoiono
schiacciati come morirono i trentanove dell'Heysel".
Tuttavia, se si guarda uno stadio inglese e
uno italiano oggi, la differenza salta all'occhio. Secondo molti, un passo
verso l'evoluzione in questo senso potrebbe realizzarsi con le società proprietarie
degli stadi.
"Su questo sono sempre stato d'accordo: bisogna
dare gli stadi alle società; però non penso sia la soluzione del problema;
alla fine c'è qualcosa che riguarda complessivamente la società: un clima
civile nella società, il rifiuto della violenza, di ogni forma di intolleranza.
Altrimenti la violenza che sta sottopelle nella società tende a scaricarsi
dentro gli stadi con forme agghiaccianti"
Andrea Niccolini - Corriere di
Arezzo
Fonte: www.mattesinidonella.it
A 25 anni
dalla strage di Bruxelles un libro per ricordare la follia di quella notte
«Non dimenticate
l’Heysel»
di Guido
Vaciago
VELTRONI
«Stadi e cultura: quella lezione non è stata imparata» «Da quel momento
l’Inghilterrà cambiò, noi no. Le polemiche sulla coppa da restituire sono
sterili e stupide. Il problema è riportare la civiltà nel calcio, l’Italia
è indietro»
TORINO.
Il 29 maggio 1985, Walter Veltroni era davanti alla televisione, con
il cuore da tifoso juventino in subbuglio: c’era la tensione di una
finale che via via si mischiava con l’angoscia e l’orrore per la strage
sugli spalti, c’erano sentimenti confusi e devastanti che hanno aperto
una ferita profonda. La cicatrice è ancora lì, simile a quella che da
quella folle notte portano milioni di appassionati di calcio (non necessariamente
juventini). Quella cicatrice sta per compiere venticinque anni, insieme
ad essa restano delle domande ancora senza risposta e l’urgenza di non
dimenticare, per imparare e non ripetere, sentita fortemente da chi
ha vissuto quei momenti, prima della finale Juventus-Liverpool, quando
morirono 39 persone nell’assalto dei tifosi inglesi a quelli italiani.
Veltroni ha tradotto questo sentimento in un libro uscito in questi
giorni (Quando cade l’acrobata entrano i clown, Einaudi, 68 pagine,
9 euro): è un monologo teatrale, nato da un’idea di Stefano Valenzuolo,
direttore del Ravello festival, quest’anno dedicato proprio al tema
della “follia”.
Come rivive nel suo testo la follia del 29
maggio 1985 ?
«La narrazione cresce, partendo
da una situazione quasi sensuale: una stanza d’albergo sul marere, di notte,
un uomo e una donna. L’uomo inizia a parlare, la sua è una confessione.
La confessione di una piccola bugia, detta tanti anni prima, quando raccontò
alla sua compagna che andava a Londra con degli amici. Invece andò a Bruxelles
per coronare il suo sogno: vedere la finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool.
Ma il sogno si trasforma presto in incubo e lui diventa testimone dell’immane
tragedia. A quel punto cambia il clima emotivo, arriva l’angoscia, il terrore
e l’orrore di vedere una partita di calcio trasformarsi in guerra, di vedere
la morte accanto. Proprio questo gli impedisce di parlarne, di tenere il
segreto. E’ ispirato alla storia vera di una donna che non aveva detto alla
sua famiglia della sua trasferta a Bruxelles per la finale e non ebbe mai
il coraggio di parlare di quella folle serata ».
A distanza di 25 anni qual
è il messaggio che ci manda ancora la tragedia dello stadio Heysel ?
«E’ importante ricostruire la memoria,
perché quella notte impartì una lezione dalla quale gli inglesi impararono
e noi italiani no. Loro, gli assassini dell’Heysel, sono migliorati e hanno
riportato la civiltà nel loro calcio. Noi stiamo progresssivamente allontanando
le famiglie dagli stadi che sono stati trasformati in bunker, abbiamo visto
il tifo diventare professionale e sempre più pericoloso. In Inghilterra,
da una parte hanno tolto le recinzioni dagli stadi, responsabilizzando i
tifosi, dall’altra hanno inasprito le pene, dando la certezza che se qualcuno
compiva atti violenti in uno stadio se ne stava 3/4 anni in galera. E’ una
strada che noi italiani non siamo riusciti a intraprendere, divisi fra il
lassismo nei confronti degli ultrà e l’atteggiamento prussiano di chiedere
anche il gruppo sanguigno a chi vuole comprare un biglietto per la partita».
Nel frattempo, l’Heysel ha vissuto nella
polemica: la Juventus deve/non deve restituire quella coppa.
«Una modo molto italiano di porre il problema, buttandola in polemica che,
in questo caso è sterile e stupida. Il problema non è quella coppa, ma il
ricordo che bisogna conservare di quella notte per evitare che si ripeta.
In quella notte il calcio ha vissuto la sua Prima Guerra mondiale, perché
39 morti in uno stadio sono un’oscena enormità. Poi una certezza è che la
partita si doveva giocare per una questione di ordine pubblico e un’altra
certezza è che alzare la coppa scendendo dall’aereo il giorno dopo non fu
un gesto di buon gusto. A freddo era consigliabile un altro profilo, ma
questa è un’altra storia, meno importante di quello che Bruxelles deve lasciarci».
E proprio qualche mese fa, Capello
ha detto: il calcio italiano è in mano agli ultrà.
«Una triste verità. Un tecnico, di cui non farò il nome, mi ha confidato:
“Durante la settimana i tifosi mi vogliono dettare la formazione. Io faccio
di testa mia e la domenica loro mi contestano a prescindere”. E’ un racconto
di ordinaria follia, ma di grande attualità».
C’è una via di uscita ?
«Deve esserci la volontà di spezzare il legame con il mondo ultrà.
E poi devono cambiare gli stadi: la prima riunione per la privatizzazione
degli stadi la tenni io da Ministro della cultura e dello sport nel 1996.
A mio parere i nuovi impianti non devono avere la pista d’atletica per avvicinare
il campo alla gente e poi assistere alla partita deve essere un’esperienza
più coinvolgente. La tv negli ultimi vent’anni non ha fatto che “aggiungere”
nella sua offerta: ha sempre più telecamere, l’alta definizione, inquadrature
spettacolari e un contorno ben confezionato. La partita dal vivo dovrebbe
offrire un pacchetto analogo: comodità, spettacolo, possibilità di vivere
in modo più forte l’evento. Ora gli stadi italiani sono elefanti nei centri
delle città, grigi e vecchi, che vivono due ore alla settimana».
Ma la lezione di Bruxelles e i 25
anni che sono seguiti danno una speranza ?
«La speranza c’è. Io ci credo, anche se resto preoccupato. Perché se da
una parte spero che ci si renda conto di quanto sia folle rischiare di morire
per il calcio, come accadde 25 anni fa, dall’altra temo che nella crisi
di valori, a partire dalla legalità, si faccia strada la disperazione e
la violenza. E’ per questo che dobbiamo conservare la memoria».
Da Tuttosport del
maggio 2010

Altre interviste a Walter
Veltroni
©
RIPRODUZIONE RISERVATA
Sommario
Interviste
Intervista esclusiva a
Francesco Caremani
Autore del libro "Le verità sull'Heysel"
di Domenico Laudadio


Carissimo Francesco,
innanzi tutto, grazie per avermi concesso in esclusiva per il museo virtuale
multimediale “39 Angeli all’Heysel” questo prezioso estratto dei tuoi sentimenti.
La casa degli Angeli è anche casa tua.
Hai intitolato il tuo libro “Le verità sull’Heysel”... Allora io,
un po’ maliziosamente, proprio come Pilato fece con Gesù, ti domando: “Che cos’è
la verità ?”
«Un titolo è un titolo,
necessità di sintesi e di forza contemporaneamente e questo n’è stato il risultato.
Personalmente rifuggo le categorie assolute, giusto-sbagliato, vero-falso, ma
ho enorme rispetto per il dolore altrui, rispetto come uomo, che può tradursi
anche nel silenzio, rispetto come giornalista, che può tradursi, si è tradotto,
in un libro scritto in punta di dita e con la supervisione di Otello Lorentini,
il presidente dell’Associazione tra le famiglie delle vittime di Bruxelles (che
da ogni parte si è cercato di mettere a tacere per quasi vent’anni), colui che,
da solo, ha sconfitto l’Uefa in tribunale, facendo giurisprudenza e rendendola
responsabile degli eventi che organizza, colui, l’unico, che ha seguito ogni
udienza del processo e che quel 29 maggio 1985 era nella curva Z e ha perso
Roberto, l’unico figlio, medaglia d’argento al valor civile per essere morto
mentre tentava di salvare un connazionale, d’argento e non d’oro per evitargli
la diaria, tristezze tutte italiche…».
Se c’è una verità chi invece ci ha raccontato tante bugie sull’Heysel
?
«Su tutti le istituzioni belghe e gli inglesi, le prime per rifuggire
le evidenti responsabilità organizzative prima e legali poi, i secondi per evitare,
così com’è successo, di andare in galera. L’Uefa sull’agibilità di uno stadio
che oggi non sarebbe omologato nemmeno per una gara di Terza categoria. In parte
i giocatori della Juventus, con una premessa che rende il loro ostracismo, per
me che nasco tifoso bianconero, per me che li vedevo come degli eroi moderni,
ancora più grave. L’ovvia premessa è che i giocatori e la società non hanno
mai avuto alcuna responsabilità per ciò che è accaduto, allora perché raccontare
solo in parte quello che era successo nei momenti precedenti la partita? Perché
raccontare che non sapevano dei morti, quando i feriti si erano fatti curare
dal medico sociale? Perché continuare a stare in silenzio per tutti questi anni?
Per non parlare poi del premio partita, ancora non è dato sapere, dei 100 milioni
che la Juventus consegnò alla Fondazione Umberto Agnelli, chi li ha dati e in
quale percentuale, alla luce anche della promessa di Boniek di donarlo in toto…».
Francesco, tu hai sempre paragonato al diavolo in persona l’Heysel,
in che senso ?
«Non mi riconosco in
questa definizione, ma dopo averne parlato per anni non nego che possa anche
averlo detto. Di certo, se Juventus-Liverpool, sportivamente parlando, era la
partita del secolo, per i valori in campo allora, quello che è accaduto è stata
la tragedia del secolo, non solo per il numero dei morti (altri stadi, purtroppo,
ne hanno contati molti di più) ma soprattutto per le modalità…».
Si poteva non giocare
quella partita ?
«Non credo, così come ho scritto nel libro e come, a freddo, ha anche
pienamente affermato Otello Lorentini. Ogni uomo che possa chiamarsi tale può
solo immaginare cosa può aver provato chi aveva un figlio, un genitore, un amico
o un parente morto, accatastato in un angolo dello stadio, veder iniziare la
partita. Con il senno di poi, ma solo con il senno di poi, possiamo dire che
fu l’unica scelta decente di quella maledetta notte di follia per evitare ulteriori
scontri e, forse, morti. Ma dopo aver saputo tutto quello che era successo,
mi chiedo come si potesse esultare e partecipare ai caroselli per strada. Ognuno
è libero di pensarla come vuole, ma è da queste cose, per me, che s’inizia a
discriminare l’uomo dalla bestia. Esultare sui corpi ancora caldi di 39 tifosi
della Juventus, è bene ricordarlo per gli smemorati, falsi e ipocriti, rappresenta,
secondo il mio umile parere, un punto di non ritorno».
Secondo te, comunque,
la partita fu una partita vera o l’arbitro, per volontà della UEFA, ne pilotò
l’esito dell’incontro, così da risarcire con la vittoria sportiva la Juventus
che non avrebbe voluto giocarla ?
«Troppa dietrologia alla fine stanca. Il distinguo
è sempre la premessa: è possibile considerare una partita di calcio quello che
accadde dopo la strage? Secondo me no. Se, invece, si afferma che quella era,
comunque, una partita di calcio allora dobbiamo ammettere che fu vera, con grandi
parate di Tacconi e, purtroppo per la Juventus, con una vittoria arrivata con
un rigore che non c’era, il che ha reso il racconto “sportivo”, per chi aveva/ha
ancora orecchie e voglia di ascoltarlo, ancora più triste, volgare e pieno di
inutili dietrologie. D’altra parte, in anni più recenti, l’Uefa ha fatto giocare
un turno di Champions lo stesso giorno dell’attacco alle Twin Towers, di cosa
meravigliarsi quindi, il punto di non ritorno, anche in questo caso, ha sempre
la stessa data: 29 maggio 1985».
Hai mai parlato con qualcuno
dei calciatori della Juventus di quella finale? Cosa ti hanno detto ?
«Con Paolo Rossi allo
“Sciagurato Egidio” su Sky Sport, con Marco Tardelli ad Arezzo quando ha allenato
la squadra locale e io stavo preparando un dvd commemorativo. Paolo Rossi, incalzato
da Porrà (ho ancora la registrazione) ammise che i giocatori sapevano dei morti
prima di scendere in campo, anche se poi in successive uscite pubbliche ha detto
il contrario. Marco Tardelli è stato ermetico e ha detto che certe cose nel
calcio non dovrebbero accadere… Ogni commento è ovviamente superfluo e non sto
parlando di due giocatori della Primavera o di due panchinari, ma di due campioni
del mondo, di due colonne portanti di quella squadra, quindi ognuno può tirare
le proprie somme».
Secondo te cosa sarà
mai scattato nella mente di Platini quando, ricevuta informalmente in una scatola
di legno la Coppa negli spogliatoi, dopo che già si era consumato l’iter concordato
dei festeggiamenti della squadra, è ritornato in campo con due o tre compagni
a mostrarla ai tifosi ?
«Be’, penso che oggi
Platini è presidente dell’Uefa e che per diventarlo ha certamente messo l’Hyesel
nel dimenticatoio. Per il resto non sono così presuntuoso, come quasi sempre
chi mi attacca lo è con me, di sapere chi è Michel Platini come uomo e di sapere
cosa poteva scattare nella sua testa in quel momento. Ma la tesi dei due-tre
compagni è una falso storico e a dimostrare il contrario ci sono le foto, mi
dispiace, ma nel mio libro ce n’è una con Marco Tardelli, Antonio Cabrini, Paolo
Rossi e un quarto accanto, credo Sergio Brio, ma non ne sono sicuro, che esultano
circondati dai tifosi. E siamo già a quattro, ma ci sono altre immagini video
dove i giocatori della Juventus sono molti di più, questi sono documenti, poi
siamo in Italia e ognuno la storia se la racconta come vuole».
Cosa pensi quando vedi
due coppe dei campioni nella sala dei trofei della Juventus ?
«Che la finale di Roma
con l’Ajax è stata stupenda e quella squadra meritava di vincere 3-1, dopo una
magistrale lezione di calcio agli olandesi, peccato per tutti gli errori di
Gianluca Vialli sotto rete. La mia memoria sportiva si ferma qui…».
Esiste ancora uno stile Juventus, o mai è esistito prima e dopo l’Heysel
?
«Credo di no, così
come non esiste uno stile Milan, Inter, Fiorentina, Roma, Lazio, ecc. Basterebbe
citare i cori sui 39 morti juventini per capire la bassezza di certi frequentatori
di stadi. Ogni società farebbe e fa di tutto pur di riempire la propria bacheca,
evidentemente questo è il tipo di dirigente e di calcio che piace, visto che
in molti hanno continuato e continuano a seguirlo nel peggiore dei modi».
Tu eri un grandissimo
tifoso della Juventus da bambino. Cosa pensi quando vedi una maglia della Juventus
oggi ?
«Penso che è bella,
ma io sono uno sportivo vero, non partecipo all’italico sport del tifare contro
o dei club anti qualcosa o qualcuno, se vedo un errore dell’arbitro a favore
dei bianconeri e quando mi rendo conto che non meritiamo la vittoria non ci
provo gusto. Se poi c’è un disegno naturale per alimentare le trasmissioni degli
urlatori post moderni e dei movioloni non m’importa, quello non è giornalismo,
così come parlare di arbitri non è parlare di calcio».
Ian Rush era in borghese, durante la ricognizione del campo, insieme
a altri due o tre giocatori del Liverpool ad aizzare la folla ruggente mentre
già inveiva violentemente con lanci di oggetti e cori aggressivi contro gli
inermi tifosi juventini del settore Z. Lo sapevano, secondo te, i dirigenti
della Juventus quando lo acquistarono tre anni dopo dal Liverpool ?
«Spero di no, inoltre le stagioni alla Juventus dell’attaccante gallese
sono state assolutamente indecorose. La cosa peggiore, però, è che quell’acquisto
l’abbiano digerito i tifosi e gli ultrà, ma tant’è…».
Sempre Ian Rush, ventitrè anni dopo ad Anfield Road, nel giro di campo
insieme a Platini, invocava “l’amicizia”. Si può perdonare? Chi ? Come ?
«Perdonare? Questo
lo possono fare solo i parenti delle vittime, i feriti gravi e chi ancora ha
gli incubi per quanto accadde quel 29 maggio del 1985. Non spetta a noi perdonare.
D’altra parte quello che è accaduto nel 2005 è il risultato di tutti gli equivoci
e i silenzi durati vent’anni e nati subito dopo la tragedia, per mettere a tacere
i parenti delle vittime ed evitare, addirittura, che potessero chiedere giustizia».
Tu eri presente all’incontro tra Otello Lorentini e uno di quei Reds
condannati, qualche tempo fa. Ce lo racconti ?
«Quell’incontro è stato
organizzato da un giornalista de “l’Equipe”, Jean-Philippe Leclaire, che per
quel servizio ha vinto un importante premio giornalistico francese. È stato
per certi aspetti surreale, ma la forza di Otello Lorentini è venuta fuori ancora
una volta. Non so cosa cercasse l’ex hooligan dopo vent’anni, dopo tutto quello
che gli inglesi hanno detto e scritto di quella sera, bugie su bugie, era fortemente
imbarazzato e continuava a chiedere scusa e ancora scusa, ma Otello Lorentini
pur ascoltandolo e parlandoci non ha mai pronunciato la parola perdono».
Nel libro parli del tuo rimorso, di un ragazzino
che giocava a pallone, nonostante sapesse della morte del collega amico di tuo
padre, Roberto Lorentini. Pensi che proprio il calcio possa rimarginare certe
ferite ed eventualmente in che modo ?
«Una volta ci credevo,
o forse ci volevo credere, oggi sono sicuro di no».
Quando sei stato a Bruxelles
la prima volta sul luogo della tragedia? Puoi cercare di trovare qualche parola
che rievochi le tue emozioni e i tuoi ricordi ?
«è stata un’emozione fortissima,
mi sono seduto nel punto in cui una volta finiva la curva Z e c’era la rete
che separava i tifosi della Juventus da quelli del Liverpool, mi guardavo intorno,
cercavo d’immaginare, cercavo di capire, sentivo il dolore dentro di me e mi
sono perso negli occhi di Otello e Andrea Lorentini, primogenito di Roberto».
Con tutto il suo fardello di dolore, misto a rabbia e impotenza, per
una giustizia invocata, ma lenta, frammentaria e non imparziale, a tratti beffarda,
secondo te da uno a dieci quanta giustizia è stata fatta agli angeli dell’Heysel
?
«Da un punto di vista
processuale direi 6, per tutta la fatica fatta in un paese straniero ostile,
in quanto messo sotto processo, e con un diritto diverso dal nostro. Da un punto
di vista umano 0, per tutte le umiliazioni che i parenti delle vittime hanno
dovuto subire e per la mancata memoria che dura ancora oggi, al di là del libro
di Nereo Ferlat, “L’ultima curva”, del mio e di quello di Jean-Philippe Leclaire
».
Si può ancora fare qualcosa
legalmente per onorarne la memoria ?
«Non so cosa tu intenda per legalmente, basterebbe
farlo umanamente. Comunque una giornata bianconera della memoria non guasterebbe,
ogni 29 maggio, una giornata al Lingotto di Torino in cui parlare di violenza
negli stadi, fair play e cultura dello sport, parlando soprattutto di calcio
come difficilmente accade in questo paese con istruttori e personaggi qualificati,
pagata dalla Juventus e organizzata dal tuo sito in collaborazione con tutte
quelle intelligenze e sensibilità che vogliono partecipare».
C’è ancora tempo, e in
che modo, di riparare moralmente all’oblio di questi ventiquattro anni di silenzio
da parte della società F.C. Juventus per quei 39 caduti, ricoperti dalle sue
stesse bandiere?
«Forse in molti non si rendono conto che quando
una persona perde un proprio caro in modo così cruento e ingiusto, quando alla
fine nessuno, o quasi, paga con la galera per 39 morti, quando le autorità cercano
di dimenticare è come se quei morti, nei cuori di chi li ha amati veramente,
morissero una seconda volta. Riparare, oramai, è impossibile, troppi silenzi,
troppi errori, troppe offese. Più che riparare direi che bisognerebbe ripartire
da zero, anche se dopo ventiquattro anni molti gesti non avrebbero più il senso
che potevano avere allora, si sono perse e sprecate tante occasioni».
Il Liverpool ha una pagina commemorativa con i 39 nomi e cognomi delle
vittime nel suo sito ufficiale, la Juventus no. Inserendo la parola Heysel nel
motore di ricerca non si trova nulla. Ti sembra mai possibile ?
«è uno dei motivi per cui ho
scritto il libro, trovo e trovavo assurdo che una tragedia così grande potesse
essere dimenticata, cancellata dalla memoria sportiva italiana. Anche se non
dobbiamo dimenticare che in Inghilterra continuano a raccontarsi le bugie sui
perché di quella tragedia».
Due grandi lampade accese nel simbolo del Liverpool, dopo la tragedia
di Hillsborough. Quale sarebbe, invece, il segno più efficace e tangibile per
le vecchie e le nuove generazioni nel logo della Juventus per legarlo alla memoria
perenne dell’Heysel ?
«Non saprei, non ci ho mai pensato e nemmeno sperato…».
Sei favorevole a un museo
della memoria nel nuovo stadio in costruzione ?
«Sì, ma credo che
nessuno avrà mai la forza e il coraggio per farlo».
Potrebbe avere senso
spostare quella Coppa dei Campioni dalla bacheca in una sala alla memoria con
una sciarpa appesa a una delle grandi orecchie accerchiata dalle foto dei 39
caduti ?
«Non credo, di fronte
a 39 morti, dimenticati e mai commemorati come meritavano e meritano servono
gesti, per chi ci crede, più netti».
Ho conosciuto in un forum
di tifosi juventini un ferito scampato alla morte nel settore Z, pur apprezzando
la mia iniziativa, avrebbe preferito rispettassi il dolore di quel giorno con
il silenzio... Cosa rispondergli ?
«Rispetto il suo dolore, come ho rispettato la voglia di Otello Lorentini,
che all’Heysel ha perso l’unico figlio, di ricordare, raccontare, non far dimenticare,
accompagnandolo in questo cammino».
Secondo te c’è qualcosa che ancora non è stato scritto e detto che riguardi
la mattanza dell’Heysel ?
«è stato detto e scritto molto,
forse tutto, ma sui biglietti della Curva Z arrivati in Italia credo ci sarebbe
ancora da dire e scrivere, perché le responsabilità non furono mai del tutto
accertate».
C’è qualcosa ancora che
vorresti dire o scrivere tu e a chi ? Prenditi tutto lo spazio che vuoi.
«Credo di avere detto e scritto molto anch’io sull’Heysel. La sorella
di Andrea e figlia di Giovanni Casula, due delle trentanove vittime, ha definito
il mio libro la sua personale Bibbia, molti tifosi juventini invece non hanno
apprezzato il mio lavoro e la mia battaglia a fianco di Otello Lorentini. Be’
con chi pensa che quella coppa sia vera, che sia stato comunque giusto festeggiarla
e fregiarsene non ho assolutamente niente da spartire, né ora né mai».
Stilando un bilancio conclusivo, dal punto di vista umano e professionale,
quanto ti ha arricchito e quanto invece ti è costato l’Heysel ?
«Dal punto di vista
umano tantissimo, l’amicizia di Otello e Andrea Lorentini su tutto insieme con
la stima e il rispetto di tante persone che non mi conoscevano come uomo e come
giornalista. Dal punto di vista professionale, invece, mi è costato molto e
preferisco non dilungarmi, diciamo che ho pagato e sto pagando con gli interessi
un atto di civiltà».
Ad Arezzo è sorta da anni un’associazione di volontariato contro la
violenza nello sport, intitolata a Roberto Lorentini e Giuseppina Conti. Ce
ne parli un po’ più dettagliatamente ?
«Il “Comitato Lorentini-Conti contro la violenza nello sport” si batte
per veicolare attraverso manifestazioni sportive e culturali i valori più sani
delle e nelle discipline sportive. Tra le altre cose si è battuto perché, dopo
vent’anni, ad Arezzo fossero intitolati il piazzale davanti allo stadio a Roberto
Lorentini e quello davanti al palasport a Giuseppina Conti».
Un tempo nelle arene perivano innocenti sbranati dalle fiere per il
sollazzo di paganti. A Bruxelles sono morti paganti innocenti fra gli spalti
a causa del sollazzo delle fiere. Dai martiri cristiani sappiamo bene cosa è
nato, quale fiore spunterà dal seme di sangue dei nostri angeli all’Heysel ?
O sono morti invano ?
«A ben guardare quello che è accaduto negli
stadi italiani negli ultimi ventiquattro anni direi che sono morti invano. Io,
però, continuo a nutrire un barlume di speranza e a pensare che se degnamente
ricordati e commemorati ogni anno, quei 39 angeli possono ancora insegnarci
molto, soprattutto ai tifosi della Juventus, che sembrano i primi ad averli
dimenticati».
Francesco tu sei credente come me. Pensi mai al momento in cui riabbraccerai
Roberto Lorentini magari nell’altra dimensione oltre la vita ?
«Purtroppo non possiedo
una visione così ampia della mia vita terrena ed extra, però mi piacerebbe sapere
che ne pensa del lavoro che ho fatto insieme con suo padre e suo figlio per
recuperare una memoria che in troppi hanno cercato di cancellare».
Ammesso tu ne voglia fare menzione pubblica, hai mai ricevuto segnali
medianici occupandoti dell’Heysel ?
«No, mai».
Carissimo Francesco, ti ringrazio ancora di cuore e ti abbraccio per
il privilegio di questa intervista. Ti prego di portare un mio affettuoso saluto
alla famiglia Lorentini. Hai tutto lo spazio che vuoi per le tue conclusioni
finali.
«Il privilegio è stato mio e grazie a te per quello che stai facendo,
con la speranza che nessuno possa ancora infangare il tuo lavoro e la memoria
dell’Heysel».
Grazie di cuore, Francesco, da parte di tutti
quelli che non hanno dimenticato i caduti dell'Heysel
16 Maggio 2009
Intervista
amichevolmente concessa da Francesco Caremani a Domenico Laudadio
Si prega chiunque voglia utilizzarne
i contenuti di citarne cortesemente in ogni caso la fonte
Per approfondimenti
il blog di Francesco Caremani :
www.fangoenuvole.blogspot.com
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