|
Interviste Esclusive Esclusiva
www.saladellamemoriaheysel.it
Intervista esclusiva di Domenico Laudadio a Francesco Caremani "Le verità sull'Heysel"
Carissimo Francesco, innanzi tutto, grazie per avermi concesso in esclusiva per il museo virtuale multimediale “39 Angeli all’Heysel” questo prezioso estratto dei tuoi sentimenti. La casa degli Angeli è anche casa tua. Hai intitolato il tuo libro “Le verità sull’Heysel”... Allora io, un po’ maliziosamente, proprio come Pilato fece con Gesù, ti domando: “Che cos’è la verità ?” «Un titolo è un titolo, necessità di sintesi e di forza contemporaneamente e questo n’è stato il risultato. Personalmente rifuggo le categorie assolute, giusto-sbagliato, vero-falso, ma ho enorme rispetto per il dolore altrui, rispetto come uomo, che può tradursi anche nel silenzio, rispetto come giornalista, che può tradursi, si è tradotto, in un libro scritto in punta di dita e con la supervisione di Otello Lorentini, il presidente dell’Associazione tra le famiglie delle vittime di Bruxelles (che da ogni parte si è cercato di mettere a tacere per quasi vent’anni), colui che, da solo, ha sconfitto l’Uefa in tribunale, facendo giurisprudenza e rendendola responsabile degli eventi che organizza, colui, l’unico, che ha seguito ogni udienza del processo e che quel 29 maggio 1985 era nella curva Z e ha perso Roberto, l’unico figlio, medaglia d’argento al valor civile per essere morto mentre tentava di salvare un connazionale, d’argento e non d’oro per evitargli la diaria, tristezze tutte italiche…». Se c’è una verità chi invece ci ha raccontato tante bugie sull’Heysel ? «Su tutti le istituzioni belghe e gli inglesi, le prime per rifuggire le evidenti responsabilità organizzative prima e legali poi, i secondi per evitare, così com’è successo, di andare in galera. L’Uefa sull’agibilità di uno stadio che oggi non sarebbe omologato nemmeno per una gara di Terza categoria. In parte i giocatori della Juventus, con una premessa che rende il loro ostracismo, per me che nasco tifoso bianconero, per me che li vedevo come degli eroi moderni, ancora più grave. L’ovvia premessa è che i giocatori e la società non hanno mai avuto alcuna responsabilità per ciò che è accaduto, allora perché raccontare solo in parte quello che era successo nei momenti precedenti la partita? Perché raccontare che non sapevano dei morti, quando i feriti si erano fatti curare dal medico sociale? Perché continuare a stare in silenzio per tutti questi anni? Per non parlare poi del premio partita, ancora non è dato sapere, dei 100 milioni che la Juventus consegnò alla Fondazione Umberto Agnelli, chi li ha dati e in quale percentuale, alla luce anche della promessa di Boniek di donarlo in toto…». Francesco, tu hai sempre paragonato al diavolo in persona l’Heysel, in che senso ? «Non mi riconosco in questa definizione, ma dopo averne parlato per anni non nego che possa anche averlo detto. Di certo, se Juventus-Liverpool, sportivamente parlando, era la partita del secolo, per i valori in campo allora, quello che è accaduto è stata la tragedia del secolo, non solo per il numero dei morti (altri stadi, purtroppo, ne hanno contati molti di più) ma soprattutto per le modalità…». Si poteva non giocare quella partita ? «Non credo, così come ho scritto nel libro e come, a freddo, ha anche pienamente affermato Otello Lorentini. Ogni uomo che possa chiamarsi tale può solo immaginare cosa può aver provato chi aveva un figlio, un genitore, un amico o un parente morto, accatastato in un angolo dello stadio, veder iniziare la partita. Con il senno di poi, ma solo con il senno di poi, possiamo dire che fu l’unica scelta decente di quella maledetta notte di follia per evitare ulteriori scontri e, forse, morti. Ma dopo aver saputo tutto quello che era successo, mi chiedo come si potesse esultare e partecipare ai caroselli per strada. Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma è da queste cose, per me, che s’inizia a discriminare l’uomo dalla bestia. Esultare sui corpi ancora caldi di 39 tifosi della Juventus, è bene ricordarlo per gli smemorati, falsi e ipocriti, rappresenta, secondo il mio umile parere, un punto di non ritorno». Secondo te, comunque, la partita fu una partita vera o l’arbitro, per volontà della UEFA, ne pilotò l’esito dell’incontro, così da risarcire con la vittoria sportiva la Juventus che non avrebbe voluto giocarla ? «Troppa dietrologia alla fine stanca. Il distinguo è sempre la premessa: è possibile considerare una partita di calcio quello che accadde dopo la strage? Secondo me no. Se, invece, si afferma che quella era, comunque, una partita di calcio allora dobbiamo ammettere che fu vera, con grandi parate di Tacconi e, purtroppo per la Juventus, con una vittoria arrivata con un rigore che non c’era, il che ha reso il racconto “sportivo”, per chi aveva/ha ancora orecchie e voglia di ascoltarlo, ancora più triste, volgare e pieno di inutili dietrologie. D’altra parte, in anni più recenti, l’Uefa ha fatto giocare un turno di Champions lo stesso giorno dell’attacco alle Twin Towers, di cosa meravigliarsi quindi, il punto di non ritorno, anche in questo caso, ha sempre la stessa data: 29 maggio 1985». Hai mai parlato con qualcuno dei calciatori della Juventus di quella finale? Cosa ti hanno detto ? «Con Paolo Rossi allo “Sciagurato Egidio” su Sky Sport, con Marco Tardelli ad Arezzo quando ha allenato la squadra locale e io stavo preparando un dvd commemorativo. Paolo Rossi, incalzato da Porrà (ho ancora la registrazione) ammise che i giocatori sapevano dei morti prima di scendere in campo, anche se poi in successive uscite pubbliche ha detto il contrario. Marco Tardelli è stato ermetico e ha detto che certe cose nel calcio non dovrebbero accadere… Ogni commento è ovviamente superfluo e non sto parlando di due giocatori della Primavera o di due panchinari, ma di due campioni del mondo, di due colonne portanti di quella squadra, quindi ognuno può tirare le proprie somme». Secondo te cosa sarà mai scattato nella mente di Platini quando, ricevuta informalmente in una scatola di legno la Coppa negli spogliatoi, dopo che già si era consumato l’iter concordato dei festeggiamenti della squadra, è ritornato in campo con due o tre compagni a mostrarla ai tifosi ? «Be’, penso che oggi Platini è presidente dell’Uefa e che per diventarlo ha certamente messo l’Heysel nel dimenticatoio. Per il resto non sono così presuntuoso, come quasi sempre chi mi attacca lo è con me, di sapere chi è Michel Platini come uomo e di sapere cosa poteva scattare nella sua testa in quel momento. Ma la tesi dei due-tre compagni è una falso storico e a dimostrare il contrario ci sono le foto, mi dispiace, ma nel mio libro ce n’è una con Marco Tardelli, Antonio Cabrini, Paolo Rossi e un quarto accanto, credo Sergio Brio, ma non ne sono sicuro, che esultano circondati dai tifosi. E siamo già a quattro, ma ci sono altre immagini video dove i giocatori della Juventus sono molti di più, questi sono documenti, poi siamo in Italia e ognuno la storia se la racconta come vuole». Cosa pensi quando vedi due coppe dei campioni nella sala dei trofei della Juventus ? «Che la finale di Roma con l’Ajax è stata stupenda e quella squadra meritava di vincere 3-1, dopo una magistrale lezione di calcio agli olandesi, peccato per tutti gli errori di Gianluca Vialli sotto rete. La mia memoria sportiva si ferma qui…». Esiste ancora uno stile Juventus, o mai è esistito prima e dopo l’Heysel ? «Credo di no, così come non esiste uno stile Milan, Inter, Fiorentina, Roma, Lazio, ecc. Basterebbe citare i cori sui 39 morti juventini per capire la bassezza di certi frequentatori di stadi. Ogni società farebbe e fa di tutto pur di riempire la propria bacheca, evidentemente questo è il tipo di dirigente e di calcio che piace, visto che in molti hanno continuato e continuano a seguirlo nel peggiore dei modi». Tu eri un grandissimo tifoso della Juventus da bambino. Cosa pensi quando vedi una maglia della Juventus oggi ? «Penso che è bella, ma io sono uno sportivo vero, non partecipo all’italico sport del tifare contro o dei club anti qualcosa o qualcuno, se vedo un errore dell’arbitro a favore dei bianconeri e quando mi rendo conto che non meritiamo la vittoria non ci provo gusto. Se poi c’è un disegno naturale per alimentare le trasmissioni degli urlatori post moderni e dei movioloni non m’importa, quello non è giornalismo, così come parlare di arbitri non è parlare di calcio». Ian Rush era in borghese, durante la ricognizione del campo, insieme a altri due o tre giocatori del Liverpool ad aizzare la folla ruggente mentre già inveiva violentemente con lanci di oggetti e cori aggressivi contro gli inermi tifosi juventini del settore Z. Lo sapevano, secondo te, i dirigenti della Juventus quando lo acquistarono tre anni dopo dal Liverpool ? «Spero di no, inoltre le stagioni alla Juventus dell’attaccante gallese sono state assolutamente indecorose. La cosa peggiore, però, è che quell’acquisto l’abbiano digerito i tifosi e gli ultrà, ma tant’è…». Sempre Ian Rush, ventitré anni dopo ad Anfield Road, nel giro di campo insieme a Platini, invocava “l’amicizia”. Si può perdonare? Chi ? Come ? «Perdonare? Questo lo possono fare solo i parenti delle vittime, i feriti gravi e chi ancora ha gli incubi per quanto accadde quel 29 maggio del 1985. Non spetta a noi perdonare. D’altra parte quello che è accaduto nel 2005 è il risultato di tutti gli equivoci e i silenzi durati vent’anni e nati subito dopo la tragedia, per mettere a tacere i parenti delle vittime ed evitare, addirittura, che potessero chiedere giustizia». Tu eri presente all’incontro tra Otello Lorentini e uno di quei Reds condannati, qualche tempo fa. Ce lo racconti ? «Quell’incontro è stato organizzato da un giornalista de “l’Equipe”, Jean-Philippe Leclaire, che per quel servizio ha vinto un importante premio giornalistico francese. È stato per certi aspetti surreale, ma la forza di Otello Lorentini è venuta fuori ancora una volta. Non so cosa cercasse l’ex hooligan dopo vent’anni, dopo tutto quello che gli inglesi hanno detto e scritto di quella sera, bugie su bugie, era fortemente imbarazzato e continuava a chiedere scusa e ancora scusa, ma Otello Lorentini pur ascoltandolo e parlandoci non ha mai pronunciato la parola perdono». Nel libro parli del tuo rimorso, di un ragazzino che giocava a pallone, nonostante sapesse della morte del collega amico di tuo padre, Roberto Lorentini. Pensi che proprio il calcio possa rimarginare certe ferite ed eventualmente in che modo? «Una volta ci credevo, o forse ci volevo credere, oggi sono sicuro di no». Quando sei stato a Bruxelles la prima volta sul luogo della tragedia? Puoi cercare di trovare qualche parola che rievochi le tue emozioni e i tuoi ricordi ? «E' stata un’emozione fortissima, mi sono seduto nel punto in cui una volta finiva la curva Z e c’era la rete che separava i tifosi della Juventus da quelli del Liverpool, mi guardavo intorno, cercavo d’immaginare, cercavo di capire, sentivo il dolore dentro di me e mi sono perso negli occhi di Otello e Andrea Lorentini, primogenito di Roberto». Con tutto il suo fardello di dolore, misto a rabbia e impotenza, per una giustizia invocata, ma lenta, frammentaria e non imparziale, a tratti beffarda, secondo te da uno a dieci quanta giustizia è stata fatta agli angeli dell’Heysel ? «Da un punto di vista processuale direi 6, per tutta la fatica fatta in un paese straniero ostile, in quanto messo sotto processo, e con un diritto diverso dal nostro. Da un punto di vista umano 0, per tutte le umiliazioni che i parenti delle vittime hanno dovuto subire e per la mancata memoria che dura ancora oggi, al di là del libro di Nereo Ferlat, “L’ultima curva”, del mio e di quello di Jean-Philippe Leclaire ».Si può ancora fare qualcosa legalmente per onorarne la memoria ? «Non so cosa tu intenda per legalmente, basterebbe farlo umanamente. Comunque una giornata bianconera della memoria non guasterebbe, ogni 29 maggio, una giornata al Lingotto di Torino in cui parlare di violenza negli stadi, fair play e cultura dello sport, parlando soprattutto di calcio come difficilmente accade in questo paese con istruttori e personaggi qualificati, pagata dalla Juventus e organizzata dal tuo sito in collaborazione con tutte quelle intelligenze e sensibilità che vogliono partecipare». C’è ancora tempo, e in che modo, di riparare moralmente all’oblio di questi ventiquattro anni di silenzio da parte della società F.C. Juventus per quei 39 caduti, ricoperti dalle sue stesse bandiere? «Forse in molti non si rendono conto che quando una persona perde un proprio caro in modo così cruento e ingiusto, quando alla fine nessuno, o quasi, paga con la galera per 39 morti, quando le autorità cercano di dimenticare è come se quei morti, nei cuori di chi li ha amati veramente, morissero una seconda volta. Riparare, oramai, è impossibile, troppi silenzi, troppi errori, troppe offese. Più che riparare direi che bisognerebbe ripartire da zero, anche se dopo ventiquattro anni molti gesti non avrebbero più il senso che potevano avere allora, si sono perse e sprecate tante occasioni». Il Liverpool ha una pagina commemorativa con i 39 nomi e cognomi delle vittime nel suo sito ufficiale, la Juventus no. Inserendo la parola Heysel nel motore di ricerca non si trova nulla. Ti sembra mai possibile ? «è uno dei motivi per cui ho scritto il libro, trovo e trovavo assurdo che una tragedia così grande potesse essere dimenticata, cancellata dalla memoria sportiva italiana. Anche se non dobbiamo dimenticare che in Inghilterra continuano a raccontarsi le bugie sui perché di quella tragedia». Due grandi lampade accese nel simbolo del Liverpool, dopo la tragedia di Hillsborough. Quale sarebbe, invece, il segno più efficace e tangibile per le vecchie e le nuove generazioni nel logo della Juventus per legarlo alla memoria perenne dell’Heysel ? «Non saprei, non ci ho mai pensato e nemmeno sperato…». Sei favorevole a un museo della memoria nel nuovo stadio in costruzione ? «Sì, ma credo che nessuno avrà mai la forza e il coraggio per farlo». Potrebbe avere senso spostare quella Coppa dei Campioni dalla bacheca in una sala alla memoria con una sciarpa appesa a una delle grandi orecchie accerchiata dalle foto dei 39 caduti ? «Non credo, di fronte a 39 morti, dimenticati e mai commemorati come meritavano e meritano servono gesti, per chi ci crede, più netti». Ho conosciuto in un forum di tifosi juventini un ferito scampato alla morte nel settore Z, pur apprezzando la mia iniziativa, avrebbe preferito rispettassi il dolore di quel giorno con il silenzio... Cosa rispondergli ? «Rispetto il suo dolore, come ho rispettato la voglia di Otello Lorentini, che all’Heysel ha perso l’unico figlio, di ricordare, raccontare, non far dimenticare, accompagnandolo in questo cammino». Secondo te c’è qualcosa che ancora non è stato scritto e detto che riguardi la mattanza dell’Heysel ? «è stato detto e scritto molto, forse tutto, ma sui biglietti della Curva Z arrivati in Italia credo ci sarebbe ancora da dire e scrivere, perché le responsabilità non furono mai del tutto accertate». C’è qualcosa ancora che vorresti dire o scrivere tu e a chi ? Prenditi tutto lo spazio che vuoi. «Credo di avere detto e scritto molto anch’io sull’Heysel. La sorella di Andrea e figlia di Giovanni Casula, due delle trentanove vittime, ha definito il mio libro la sua personale Bibbia, molti tifosi juventini invece non hanno apprezzato il mio lavoro e la mia battaglia a fianco di Otello Lorentini. Be’ con chi pensa che quella coppa sia vera, che sia stato comunque giusto festeggiarla e fregiarsene non ho assolutamente niente da spartire, né ora né mai». Stilando un bilancio conclusivo, dal punto di vista umano e professionale, quanto t' ha arricchito e quanto invece ti è costato l’Heysel ? «Dal punto di vista umano tantissimo, l’amicizia di Otello e Andrea Lorentini su tutto insieme con la stima e il rispetto di tante persone che non mi conoscevano come uomo e come giornalista. Dal punto di vista professionale, invece, mi è costato molto e preferisco non dilungarmi, diciamo che ho pagato e sto pagando con gli interessi un atto di civiltà». Ad Arezzo è sorta da anni un’associazione di volontariato contro la violenza nello sport, intitolata a Roberto Lorentini e Giuseppina Conti. Ce ne parli un po’ più dettagliatamente ? «Il “Comitato Lorentini-Conti contro la violenza nello sport” si batte per veicolare attraverso manifestazioni sportive e culturali i valori più sani delle e nelle discipline sportive. Tra le altre cose si è battuto perché, dopo vent’anni, ad Arezzo fossero intitolati il piazzale davanti allo stadio a Roberto Lorentini e quello davanti al palasport a Giuseppina Conti». Un tempo nelle arene perivano innocenti sbranati dalle fiere per il sollazzo di paganti. A Bruxelles sono morti paganti innocenti fra gli spalti a causa del sollazzo delle fiere. Dai martiri cristiani sappiamo bene cosa è nato, quale fiore spunterà dal seme di sangue dei nostri angeli all’Heysel ? O sono morti invano ? «A ben guardare quello che è accaduto negli stadi italiani negli ultimi ventiquattro anni direi che sono morti invano. Io, però, continuo a nutrire un barlume di speranza e a pensare che se degnamente ricordati e commemorati ogni anno, quei 39 angeli possono ancora insegnarci molto, soprattutto ai tifosi della Juventus, che sembrano i primi ad averli dimenticati». Francesco tu sei credente come me. Pensi mai al momento in cui riabbraccerai Roberto Lorentini magari nell’altra dimensione oltre la vita ? «Purtroppo non possiedo una visione così ampia della mia vita terrena ed extra, però mi piacerebbe sapere che ne pensa del lavoro che ho fatto insieme con suo padre e suo figlio per recuperare una memoria che in troppi hanno cercato di cancellare». Ammesso tu ne voglia fare menzione pubblica, hai mai ricevuto segnali medianici occupandoti dell’Heysel ? «No, mai». Carissimo Francesco, ti ringrazio ancora di cuore e ti abbraccio per il privilegio di questa intervista. Ti prego di portare un mio affettuoso saluto alla famiglia Lorentini. Hai tutto lo spazio che vuoi per le tue conclusioni finali. «Il privilegio è stato mio e grazie a te per quello che stai facendo, con la speranza che nessuno possa ancora infangare il tuo lavoro e la memoria dell’Heysel». Grazie di cuore, Francesco, da parte di tutti quelli che non hanno dimenticato i caduti dell'Heysel. 16 Maggio 2009 Intervista amichevolmente concessa da Francesco Caremani a Domenico Laudadio Si prega chiunque voglia utilizzarne i contenuti di citarne cortesemente in ogni caso la fonte Per approfondimenti il blog di Francesco Caremani : www.fangoenuvole.blogspot.com
Intervista esclusiva di Domenico Laudadio a Beppe Franzo "Un silenzio che pesa come un macigno" Intervista ad un capo ultrà bianconero presente allo stadio Heysel ed autore del libro edito nel 2011 “Via Filadelfia 88 : una storia, una curva” dedicato alla Generazione Ultras degli anni ’70-’80 a Torino.
Ti ringrazio di cuore, Beppe, per la tua cortese disponibilità all'intervista. Come ti dicevo telefonicamente nessuna censura, solo la tua verità su quella mattanza annunciata... Quindi, a questo punto, incamminiamoci insieme verso lo stadio dell'infamia... Liverpool - Juventus era la madre di tutte le finali, le due regine dell'Europa calcistica che si sfidavano a Bruxelles, salotto buono dell'Europa civile. Ci racconti le tue sensazioni ed i tuoi preparativi nei giorni precedenti la partita ? "Per un tifoso la finale è la regina di tutte le partite; per un giovane tifoso l’evento è enfatizzato, non si vede l’ora di partire, l’attesa diviene spasmodica, tutto ruota attorno ad esso. In più, essendo allora tra gli organizzatori del tifo bianconero, ero sommerso da impegni di vario genere finalizzati alla buona riuscita della trasferta." Avevi il sentore che qualcosa di molto grave potesse accadere contro gli hooligans ? Immagino foste preparati bene psicologicamente, e non solo, alla possibilità di qualche scontro, data la loro famigerata violenza... "Se affermassi che ero/eravamo preoccupati per gli hooligans, direi una menzogna. Sapevamo, come ogni volta in cui s’incontravano gli inglesi, che si sarebbero potuti verificare degli scontri. Era inevitabile, tanto più che l’abitudine di sfogare oltre oceano le loro velleità era cosa risaputa al mondo intero. Dall’altro lato, proprio per la loro nomea, quando ce li si trovava davanti, la gente si caricava, si ringalluzziva. Nella dimensione del mondo ultras s’innescava un ‘perverso’ ragionamento per cui, se ti scontravi con qualcuno considerato da tutti il più terribile e ne uscivi vincitore, avresti ridimensionato l’altrui fama e saresti diventato tu il più ‘terribile’. Una logica, giusta o sbagliata che fosse, ma condivisa da tutti." Nella fase di avvicinamento allo stadio vi avevano segnalato che inglesi ubriachi a torso nudo molestavano “la gente normale”. Eravate già pronti al contrattacco per difendere “gli italiani”, ma a patto di non “toccare donne e bambini”, poi avete incrociato la polizia belga a separarvi. Ti è sembrata da subito così debole ed impreparata tatticamente e logisticamente rispetto alla celere che incontravi negli stadi italiani la domenica? "Ti correggo. Lo scontro c’è stato, con inglesi ubriachi da un lato e italiani dall’altro. Con il nesso di poi, quello scontro permette, a distanza di anni, di fare delle importanti considerazioni. In quel breve, ma intenso scambio di colpi, un gruppo di hooligans affrontò degli ultras italiani, uscendone sconfitto. Non lo evidenzio per enfatizzare l’episodio o ammantarmi di ‘eroismo’ (per altro effimero), ma per evidenziare l’aspetto importante: grandi nel dar libero sfogo al loro odio contro famiglie inermi nel settore Z, non riuscirono a spadroneggiare con chi era solito affrontare degli scontri. Per cui mi viene lecito chiedermi: se in quel maledetto settore Z ci fossero stati gli ultrà della Juve, l’epilogo sarebbe stato diverso ?" Si fosse vietata o almeno osteggiata la vendita di alcolici, “ad ogni angolo di strada” come denunci nel tuo racconto autobiografico, si sarebbe potuto evitare la tragedia ? "Con i "se" e con i "ma" sai quanti palazzi si potrebbero costruire ? Chi può dirlo. Bisognerebbe sapere e capire quanto alcool sia stato assimilato lungo il viaggio dall’Inghilterra al Belgio, quanto se n’è bevuto sui traghetti, le quantità che si erano portati appresso. È logico che più alcool si beve, più l’ubriacatura sale e se è di tipo molesto, non può che peggiorare la situazione. È altrettanto vero che senza la vendita di alcoolici, molti di loro sarebbero caduti in uno stato di sonnolenza e smaltimento della sbornia, presentandosi sulle gradinate forse inebetiti e claudicanti, anziché elettrizzati grazie alla birra bevuta fino a pochi attimi prima." Il tifoso juventino che vi raggiunse dall'Inghilterra viaggiando in traghetto con i reds testimoniò la presenza non soltanto di tifosi del Liverpool, ma anche di hooligans di altre squadre, Chelsea soprattutto, punk, skins, mods. Una sorta di crociata albionica contro gli italiani. L'anno prima all'Olimpico di Roma ci furono accoltellamenti di inglesi fuori allo stadio e la polizia italiana resse all'orda rossa con cariche preventive. Vendetta annunciata e prevedibile, no ? "Il tifoso juventino di cui parli, ci raggiunse arrivando in traghetto dalla Francia (non dall’Inghilterra). Giunto in Belgio, il suo sbarco fu ritardato e ostacolato dal gran casino creatosi, con poliziotti inglesi e belgi impegnati, secondo le sue parole, a contenere tifosi ubriachi che discutevano tra loro, che creavano caos con le autorità adibite al controllo. Lui, essendo nato a Londra, vide e raccontò di varie tifoserie (quindi non solo supporters del Liverpool), di bande giovanili tra loro storicamente rivali quali skin, punk e mods. Il fatto è sintomatico: divisi in patria per beghe calcistiche, per stili di vita diversificati, per appartenenza politica, si trovarono tutti uniti ad affrontare il comune e odiato nemico. L’episodio dell’anno precedente a Roma, come hai sottolineato, a mio avviso non è che uno dei tanti precedentemente avvenuti. Pensare che si trattasse di una ritorsione o vendetta legata a quell’evento, sarebbe a mio avviso fuorviante." Dal racconto, nel tuo libro “Via Filadelfia 88”, vi aspettavate la polizia belga ben più preparata, addirittura lo schieramento dell'esercito nel prepartita. Invece la polizia belga caricando a cavallo se la prendeva più con i padri di famiglia italiani che con i reds molesti e ubriachi fradici... Controllava minuziosamente all'ingresso i biglietti dei nostri tifosi, mentre gli inglesi sgretolavano il muro di cinta dello stadio per introdurvisi senza. Secondo te era a causa di una sorta di prevenzione razzista nei confronti degli italiani o per debolezza e timore nei confronti degli Inglesi ? "L’aspettativa di trovarsi di fronte un servizio di sicurezza ben organizzato ed agguerrito era l’ipotesi che davamo quasi per certa prima della partenza. Si pensava che una finale di coppa che vedeva come protagonisti gli inglesi, per di più anteposti ai loro nemici di sempre, gli italiani, avrebbe dovuto mettere sul chi va là gli alti vertici del Belgio (e non solo). Così non è stato e il risultato è tristemente noto. Penso che la polizia belga si sia trovata ad un certo punto nell’incapacità oggettiva di gestire il servizio pubblico (cosa del resto che risulta palese dalla lettura degli atti processuali) e l’assenza di un capillare coordinamento abbia lasciato spazio all’inventiva e intraprendenza (per altro poca) dei singoli responsabili. Non so se il comportamento adottato dai poliziotti belgi sotto la nostra curva sia stato viziato da una sorta di "prevenzione razzista", può essere, ma ciò non è dimostrabile con certezza ed è pertanto una delle tante interpretazioni possibili. Ciò che invece è dimostrabile a priori, attraverso le testimonianze degli allora presenti, è l’immotivato accanimento, con cariche a cavallo e manganellate insulse, avvenuto nei confronti di gente il cui unico "torto" era quello di cercare di guadagnare il posto in gradinata in uno stadio totalmente inadeguato, a cominciare dalle strutture esterne. La disparità di trattamento a cui fai riferimento, fu dovuta ad un diverso atteggiamento delle due tifoserie: più paciosa e propensa a vivere una giornata di festa quella italiana, più bellicosa e in cerca dello scontro quella inglese. Nel vedere i "figli di Albione" più astiosi e meno collaborativi, ha fatto scattare forse nella mente della polizia la falsa idea che "assecondare e sopportare" sarebbero state le armi migliori per evitare il peggio." Il primo impatto davanti allo stadio Heysel ? Ed entrato all'interno ? "Penso di averlo descritto senza mezzi termini nel mio libro, dove ho usato l’espressione più consona per definirlo: "insieme di pietre cementate". L’idea è stata, al primo impatto, di ritrovarsi davanti ad uno di quei vecchi stadi di provincia italiani. Belli, perché molti di essi racchiudono la memoria storica del nostro calcio, ma decisamente inadeguati se avessero dovuto ospitare, per usare le tue parole, una finale fra "le due regine dell’Europa calcistica che si sfidavano nel salotto buono dell’Europa civile". L’interno era peggio dell’esterno, con cancellate che sembravano recinti per polli, gradinate che si sbriciolavano sotto i tacchi degli stivali o ai colpi delle aste di bandiera." Durante i primi disordini in curva Z la prima reazione emotiva e verbale nel vostro settore opposto, quello del tifo bianconero militante, quale fu ? "Devo dire che la visibilità tra le due curve era pessima e all’inizio non ci si rese conto di quanto avveniva. Sembrava il classico duellare a suon di insulti e lancio d’oggetti tra due tifoserie separate dalla rete divisoria. Solo dopo, vedendo una delle cariche degli inglesi, si capì che gli italiani erano in difficoltà e stavano per soccombere. Nessuno immaginava però che i nostri connazionali in fuga correvano verso la morte. L’odio verso gli inglesi da parte della nostra tifoseria risale a ben prima dell’Heysel, fatto che ha precluso ogni possibilità di vera (e sentita) riappacificazione. Per cui alla vista di quegli scontri la gente inveiva, insultava gli inglesi e molti, prima ancora di conoscere l’evolversi degli eventi, cercavano di sfondare le cancellate per correre in difesa degli italiani." Secondo te perché era stata schierata più polizia davanti al vostro settore che lungo la posticcia rete “da pollaio” del settore Z che separava gli Inglesi dal pubblico “neutrale” ? Un errore imperdonabile... "Totale incompetenza, oltre a imbecillità organizzativa. Una cosa che vista con il senno del poi ha dell’incredibile anche per chi non ha esperienza nella gestione dell’ordine pubblico." Nel tentativo disperato di andare in soccorso dei tifosi terrorizzati del settore Z cosa hai visto avvicinandoti alle gradinate ? C'è qualcosa in particolare che non avresti mai voluto guardare ? Ovviamente, Beppe, puoi non rispondermi, lo comprendo... "Sfondata la recinzione che dava sulla pista di atletica, ci fu un momento in cui tra la confusione, lo sconcerto delle forze dell’ordine e quant’altro, separatamente, io ed altri, riuscimmo ad arrivare sotto il settore Z passando adiacenti le cancellate. Rimasi sconcertato e subito attonito perché non riuscivo a capire cosa stesse accadendo. Poi la vista di alcuni corpi riversi sulla pista, coperti dalle bandiere bianconere, mi fece comprendere la drammaticità dell’evento dinanzi al quale mi trovavo. Cosa non avrei voluto vedere? I piedi di un uomo che spuntavano da una bandiera, un ragazzo che piangeva asciugando le lacrime con una sciarpa che ricordo bianconera con bande tricolori. Vidi molto altro ancora, ma quelle sono le immagini che mi sono rimaste, a distanza di anni, scolpite nella memoria." Poi, sei tornato di corsa sotto la tua curva ed hai usato il megafono per raccontare quello che avevi visto agli altri... Moltissimi aspettavano soltanto l'inizio della partita e non volevano crederti... Poi, lo scontro con la polizia belga... A farne le spese anche un fotografo che si trovava là in mezzo, per lavoro... Raccontaci... "Fui tra i primi, se non il primo, a raccontare quello che vidi dall’altra parte e, in quel momento, la rabbia prevalse sulla pietà, sulla commozione. Una rabbia che indusse molti di noi a scontrarsi con le forze dell’ordine, che cercavano in tutti i modi di contrapporsi al nostro avanzare. L’ira si scatenò quindi contro di loro, considerati corresponsabili di quanto avvenuto. Inconsciamente quei giovani, a torto o a ragione, non entro nel merito, contrapponendosi alla violenza con altrettanta violenza, estremizzavano la rabbia di un popolo. Il fotografo, soffermatosi troppo a lungo nei suoi scatti e scambiato, a ragion della sua carnagione, per un reporter inglese, venne colpito prima dai tifosi, poi dagli stessi poliziotti. Quello che infastidiva penso, era il suo voler carpire a tutti i costi l’attimo e questo era per noi un atteggiamento ignobile, intollerabile, di sciacallaggio. Immortalare le disgrazie altrui, il sangue versato da altri, per renderlo scoop da prima pagina è cosa che, pur nel rispetto del lavoro altrui, considero tutt'ora un atto ripugnante. Capisco il mestiere dei fotoreporter, senza i cui scatti tanti momenti storici non avrebbero volto, ma in certi frangenti sono più indirizzato verso l’aiuto al prossimo che non il documentarne l’agonia." Dopo il messaggio all'altoparlante di Gaetano Scirea, l'incontro con Cabrini e Tardelli a cui avete urlato chiaramente delle vittime e di non giocare. Sapevano tutto, quindi... Perché, secondo te, per vent'anni, quasi tutti i calciatori della Juventus si sono nascosti dietro la menzogna di non conoscere l'entità reale della tragedia ? "Sapevano tutto ? Sì. Forse non sapevano l’esatta entità del massacro, ma che c’erano dei morti l’hanno saputo. Quando due di loro arrivarono sotto la curva, lo stato d’eccitazione era tale che centinaia di persone gli si strinsero attorno, circondandoli, e centinaia di voci si sovrapponevano, proferendo accuse, facendo domande d’ogni genere. Noi dicemmo chiaramente che c’erano dei morti e che la partita non si doveva giocare, non volevamo si giocasse. Loro sembravano frastornati, annuivano, si guardavano tra loro, stringevano le mani ai tifosi. Era una situazione che oserei definire surreale. Penso siano rientrati negli spogliatoi ancor più frastornati." La decisione di giocare la partita per l'ordine pubblico fu l'anestetico più rapido ed efficace per scongiurare una guerra totale dentro e fuori lo stadio fra italiani e inglesi o quella partita possedeva in sé il crisma diabolico di un rituale antropologico superiore al valore stesso della vita umana ? "A mio avviso la totale incapacità di gestione dell’ordine pubblico fece propendere per "l’anestetico più rapido", per prendere tempo, per cercare di organizzare alla meno peggio la fase di sgombero dello stadio. Nel marasma generale, nessuno volle assumersi la responsabilità di annullare lo svolgimento della partita e far evacuare la gente dallo stadio." Dimmi se sbaglio, Beppe, ma dalle immagini di repertorio sembra che dopo l'incontro con i calciatori della Juventus l'ira e la sete di vendetta straripata in altri scontri con i reparti di rinforzo della polizia belga sia stata condivisa solo da un gruppetto di ultras bianconeri, il grosso è rimasto in curva. Perché questa spaccatura evidente nel tifo in quel frangente? A non muoversi sono stati gli stessi che hanno esultato alla fine... "Appena ritornato dal settore Z, cosa di cui ho già detto, cominciai a divulgare la notizia di quanto stesse accadendo. Lo feci con un megafono camminando in campo su e giù sotto la curva e ricevendo in cambio di tutto sulla testa, fino quasi a sfiorare la rissa in un paio di circostanze. La gente urlava inviperita, intimandoci di uscire dal campo, per far iniziare l’incontro. Dinanzi alle mie, nostre repliche, che parlavano di cadaveri, di italiani morti ammazzati, la gente replicava gridando "teppisti". Si possono anche condannare gli allora ultras juventini che ad un certo punto sfondarono il blocco poliziesco e raggiunsero l’altra curva alla ricerca di vendetta, ma, senza scusanti e retorica (parlo almeno per me), fu un atteggiamento forse troppo "passionale" e focoso, ma del tutto spontaneo. Sicuramente esasperato, fanatico e violento, ma che in quel preciso frangente rispecchiava lo stato d’animo del momento, frutto di una grande tensione che si stava in quell’istante vivendo: una rabbia impulsiva, incontrollabile, un odio profondo verso quei barbari che con il loro agire tribale non rispettavano nemmeno il codice "di guerra" base di ogni società civilizzata: non attaccare vecchi, donne, bambini. Dall’altro lato, parte della tifoseria juventina (dire tutta sarebbe ingiusto nei confronti di quanti effettivamente non sapevano e non avevano effettivamente captato quanto stesse accedendo), con il loro atteggiamento di falso perbenismo, di finto pacifismo, mascheravano il loro assoluto egoismo rifiutandosi di vedere, di sentire, di ragionare, in virtù dell’unica cosa che gl’interessasse veramente: riuscire a vedere la partita." Nei capitoli del libro riguardanti l'Heysel non c'è alcun riferimento a te ed ai tuoi compagni più stretti durante la partita e durante i festeggiamenti per la vittoria. Puoi colmare questa lacuna, ora ? Se vuoi... "Cessati gli scontri, con l’inizio dell’incontro, io ed altri ci sedemmo in alto sugli spalti. Non guardai la partita e rimasi seduto anche quando attorno a me vidi gente esultare dopo il goal. Ti posso anche dire, con estrema franchezza, che nonostante abbia a casa il filmato integrale di quella serata, la partita non l’ho mai vista, non ho mai voluto vederla. E penso non lo farò nemmeno in futuro. Usciti dallo stadio eravamo stremati, e non solo fisicamente. Un senso di nausea, di voglia di non ritornare mai più allo stadio mi avvolse ancor di più quando seppi, da qualcuno che riuscì a telefonare, che a Torino c’era gente che festeggiava. Ma come si fa a gioire quando vedi certi immagini, quando sai di quei morti?" Secondo te i calciatori hanno festeggiato spontaneamente, per rimuovere l'enorme peso dalla coscienza o perché erano in trance agonistica anche al termine della partita ? "Secondo me è stata una concomitanza di cose, per cui con quei gesti sfogavano l’enorme tensione accumulata e questo ci può stare, quello che non è invece accettabile e l’atteggiamento di alcuni nel post-partita." Vedere alzare a Brio quella Coppa scendendo le scalette dell'aereo all'aeroporto di Caselle fu una pugnalata al cuore per le famiglie delle vittime. Purtroppo, una macchia indelebile della storia leggendaria della Juventus. Per te ? "Quando leggo nel nuovo sito online della Juventus che quella coppa è considerata "la coppa più bella nella serata più tragica", penso che molti non abbiano ancora oggi capito, a distanza di anni, la drammaticità di quel gesto di Sergio Brio. Drammatico, perché da quel trofeo colava sangue; immorale, perché alzarla verso quel cielo che aveva appena accolto 39 uomini, era un gesto dissacratorio. Vincerla si doveva, a tutti i costi. Lasciarla in mano agli inglesi sarebbe stata un’ulteriore beffa, ma se la scelta della Società è stata allora di non restituirla, la si doveva portare in patria celandola agli occhi dei più, per farla poi riapparire, magari agghindata a lutto, in un luogo dedicato a quelle vittime." Hai mai incontrato qualcuna di loro in questi ventisei anni ? "Non l’ho fatto, per rispetto. Forse ho sbagliato, non posso escluderlo, ma mi sembrava di voler riaprire in qualcuno di loro vecchie ferite (che forse avranno già riaperto in tanti). Dall’altro lato, avendo il timore di non poter spiegare alcune cose di cui ho in parte parlato in questa intervista, non avrei voluto che alcuni di loro s’indispettissero, perché immagino che per alcuni di loro la parola "ultras" è equiparabile a quella di hooligans. Oggi, che pur frequentando la curva e avendo ancora molti amici che popolano le balconate, non sono più parte di nessun gruppo, posso con obiettività fare le giuste ed equilibrate riflessioni. Per questo a breve farò quest’incontro sperando di non soffrirne troppo, perché anche per me è purtroppo una ferita mai chiusa." Boniperti ha dichiarato pubblicamente “Tenemmo la coppa, il sangue era nostro”. Ha ragione ? Fra l'altro, non tutti i caduti erano tifosi della Juventus, uno di loro, Mario Ronchi, era un tifoso dell'Inter ed era andato all'Heysel con i suoi amici bianconeri... "L’ho detto prima e penso non sia il caso ripetersi, la coppa si poteva anche tenere, ma per farla diventare un simbolo all’interno di una sala, un mausoleo o quant’altro, a ricordo di quanto avvenuto." Pensi sarebbe stato giusto restituire la Coppa all'Uefa ? Farlo oggi avrebbe ancora un senso ? O si dovrebbe listare a lutto per sempre ? Oppure ? "Allora avrebbe forse avuto un senso, sicuramente molto di più che non alzarla in trionfo sulla passerella di un aereo. Adesso non più, molto meglio listarla a lutto." Al tuo ritorno, a Torino, sei stato interrogato dai carabinieri sulla ridicola congettura fantapolitica di aver organizzato insieme al tuo gruppo il massacro dell'Heysel insieme ai componenti del National Front Inglese per ragioni politiche. Ripensando all'assurdità di quell'accusa ricordi di averla vissuta più come un incubo nell'incubo o come una farsa ? "Oggi appare una farsa, ma per comprendere appieno le ragioni che giustificarono un operato così "eclatante", occorre immedesimarsi nel contesto politico di allora. La criminalizzazione dell’ambiente della destra (extra parlamentare o meno), era all’ordine del giorno e giovani che militavano anche semplicemente all’interno delle associazioni giovanili del MSI, finivano per essere al centro di interrogatori e perquisizioni per cose alle quali erano del tutto estranei e che erano ben più grandi di loro. Tale episodio s’inserisce in questa prospettiva." Due mesi dopo la strage, sei tornato all'Heysel. Nel settore transennato c'erano ancora i feticci del massacro, le scarpe, le sciarpe, le bandiere. In curva Z hai anche pregato. Un atto d'amore, Beppe... Il mio sito nasce per chiedere perdono a quelle vittime di aver alzato un pugno in cielo per strada in segno di vittoria, rispondendo allo strombazzamento di un'automobile di tifosi festanti, nonostante la mia bandiera fosse riavvolta nel mio ritorno dimesso verso casa, rinunciando al corteo in centro... Forse un gesto rabbioso, come l'esultanza di Michel al goal su rigore... Ancora oggi nella tua anima quali macerie hai da rimuovere per fare pace con la tua coscienza ? "Hai detto bene, ho pregato. Cosa che allora mi era inusuale e mi venne spontanea. Non è così oggi, dove la meditazione e la preghiera accompagnano spesso momenti della mia vita. Lo considero l’epilogo di un cammino, l’approdo al susseguirsi di fasi differenti e controverse della mia esistenza. Ci sono momenti della vita in cui ti guardi indietro e pensi a cose che vorresti non fossero accadute o che si fossero potute svolgere in maniera diversa. Ma quel che è stato è stato e non è attraverso la falsa retorica che si cambia l’epilogo di quelle esperienze, ma semmai ragionando e impegnandosi a far sì che se si dovessero riproporre, occorrerebbe viverle in maniera differente. In merito a quella serata potrei dire che se potessi tornare indietro accetterei sicuramente i tagliandi di quel settore Z che diversamente restituimmo. La rabbia e l’ira di quei momenti sulla pista d’atletica cercherei sicuramente di vincerli, ma un conto è farlo adesso a quasi cinquanta anni, un altro è pretenderlo che lo allora lo facesse un ragazzo di poco più di diciotto. A quel ragazzo non rimprovero niente perché, giusto o sbagliato che fosse, nel suo "modus vivendi" di allora fece una scelta di coerenza." Secondo, te, Beppe, perché la Juventus ha seppellito la memoria di quelle vittime, limitandosi in tutti questi anni a qualche messa in suffragio, ad un monumento bonsai nel giardinetto della sede ? Sul sito ufficiale della società non c'è un riferimento visibile alla tragedia, né una pagina commemorativa dedicata alle 39 vittime. Su quello del Liverpool, invece, sì: www.liverpoolfc.tv/history/heysel "Perché il loro è un percorso intriso di ipocrisia, una condotta poco lineare fin da subito che è proseguita in tutti questi anni. Peccato che in momenti come questi, quando un’intera tifoseria (familiari delle vittime, siti web, gruppi ultras e semplici tifosi) chiede che costruendo una nuova casa si faccia posto ad una, anche se piccola, sala della memoria, l’atteggiamento sia sempre quello di allora e non sia mai mutato: assoluto silenzio, segno di poco rispetto per chi quei colori li ama e li segue da una vita. Un silenzio che pesa come un macigno." Con l'acquisizione storica dei fatti in quali percentuali suddividi le responsabilità della tragedia fra Uefa, bagarinaggio, Hooligans, Governo e Polizia Belga? "In primis la responsabilità è d’attribuire, a mio avviso, all’Uefa, che ha scelto lo stadio per la disputa della finale. Segue quella delle autorità e del governo belga, che con il loro lassismo e superficialità organizzativa hanno avuto un ruolo preponderante nella vicenda. Quindi gli hooligans e da ultimi i bagarini. Spesso si vende qualcosa incuranti delle possibili conseguenze dell’atto, con questo non assolvo, ma anzi manifesto il mio più assoluto disprezzo nei confronti dei bagarini e del bagarinaggio." Le immagini drammatiche dell'Hillsbrough Stadium nel 1989, quei volti dei tifosi del Liverpool schiacciati sui reticolati dello stadio di Sheffield, hanno riaperto una ferita o rappresentato una vera e propria nemesi ? "La storia è beffarda e in certe situazioni le considerazioni spesso si sprecano. Personalmente non saprei risponderti e preferisco non farlo, piuttosto che dire la prima cosa che mi passa per la testa." La cerimonia di Anfield Road del 2005, organizzata dall'Uefa in occasione della partita di Champions League, fu boicottata dalla tifoseria juventina che mostrò le natiche e il dito medio. Pensi che il pubblico del Liverpool possa riuscire davvero a chiedere perdono credibilmente ed in quale modo solenne ? Il perdono è di esclusiva dei familiari delle vittime ? "L’ho scritto nel mio libro: "Perdono? Non so se potrò mai accettarlo, almeno in cuor mio, ma accetterò le decisioni di coloro che hanno perso i propri cari in quell’assurda notte belga. Sono loro che hanno il diritto di parola, cui spetta in primis ogni decisione". L’atteggiamento della tifoseria juventina con le spalle al campo e il dito medio alzato è legittimo, condivisibile. Io non andai all’Anfield Road, vado ormai molto di rado in trasferta visti gli impegni e la famiglia, ma anche se avessi potuto non ci sarei andato. La sola vista di quei colori mi fa male, è una pugnalata al cuore. Devo però dire che accettai, un paio di settimane prima dell’incontro, un’intervista con la BBC Radio che mandò a Torino una sua troupe. L’accordo preventivo tra me e la giornalista inglese fu che le risposte dovessero essere lasciate integrali, diversamente sarebbe saltato tutto. A margine la promessa che mi avrebbe consegnato una copia su cd dell’intervista che sarebbe andata in onda un’ora prima della partita. L’unica volta che mi fidai di un inglese dopo l’Heysel venni prontamente disatteso, in quanto la sua promessa di inviarmi il cd venne disattesa. Si rafforza il mio convincimento che per quel popolo l’onore, ovvero il mantener fede alla parola data, è un concetto del tutto estraneo alla loro cultura." Cosa ne pensi del tentativo di gemellaggio del 2009 fra la Fiorentina e il Liverpool ? Per rispetto dei nostri morti all'Anfield Road i reds hanno cancellato la coreografia... "Un tentativo ignobile da parte della tifoseria viola di strumentalizzare l’evento, mascherando sotto la veste di un’amicizia ipocrita, l’odio e il rancore profondo nei confronti della tifoseria juventina, senza il neppur minimo e umano rispetto dei morti. Rispetto in quanto italiani, non perché juventini. Quello che più mi ripugna è però l’opinione pubblica fiorentina che, senza il gesto di rifiuto dei reds, avrebbe avallato l’iniziativa senza alcuna dissociazione. Da parte loro, i tifosi del Liverpool hanno dimostrato un senso di responsabilità e di coerenza nella ricerca ostinata della riappacificazione." Per dovere di cronaca, ho visto in questi anni immagini anche nella nostra curva di striscioni offensivi contro Superga, Baretti, l'alluvione di Firenze. Quale differenza, ammesso che ci sia, rispetto alle maglie rosse del “meno 39” ed agli striscioni ed ai cori di scherno verso le vittime dell'Heysel a Firenze o nei campi delle tifoserie nemiche storiche della Juventus ? "Purtroppo l’attacco ai morti, indipendentemente da parte di chi avviene, è sempre una forma disdicevole. C’è da dire che spesso partono cori avallati da buona parte della tifoseria, che si unisce agli stessi senza per altro pensare molto su quanto canta. Prevale la logica dell’insulto all’avversario, dell’offesa nei loro confronti, ben consci che "punzecchiando" il nemico su certi fatti o episodi, lo si tocca nel vivo. L’Heysel è una cosa a sé: se ci fosse stata un’altra squadra italiana quella sera a Bruxelles, l’odio e il rancore degli inglesi verso quei tifosi sarebbe stato identico. Il loro odio era verso gli italiani, senza differenza tra juventini, milanisti, fiorentini o sampdoriani. Ricordo con piacere poco dopo Bruxelles uno striscione aperto in campo dai tifosi milanisti a ricordo di quei morti italiani. Loro avevano, fin da subito, perfettamente inteso. L’ottusità e l’ignoranza di chi a distanza di anni non l’ha ancora capito, non merita commenti." La Juventus, in questi anni, nonostante varie lettere ed appelli mediatici in trasmissioni televisive e radiofoniche, non mi ha mai degnato di una risposta formale alla proposta di una sala della memoria all'interno del nuovo stadio di Torino. Blanc ha parlato l'anno scorso di un monumento, Andrea Agnelli di un “luogo della memoria”... Al momento tutto misteriosamente tace... Tu, invece, come la immagineresti una sala della memoria per i nostri 39 angeli ? "Una sala con luce soffusa alle cui pareti vi siano apposte le foto in bianco e nero dei volti di quelle vittime. Nella parete centrale, solo una scritta in rosso con data e luogo dell’eccidio. A centro sala una teca contenente la coppa, con un nastro nero al centro, in segno di lutto." Se la Juventus Football Club alla fine dei lavori del nuovo stadio non la farà, la potremmo realizzare noi tifosi raccogliendo fondi con un'associazione no profit ? "Penso che sia un dovere morale, prima ancora che da tifosi, battersi affinché la Juventus dedichi nel nuovo stadio una sala della memoria a quei 39 caduti. Se poi alla fine la Società Juventus non risponderà all’appello incurante delle richieste delle famiglie delle vittime (a cui si associano migliaia di altri tifosi), potrà prendere strada l’idea di realizzare uno spazio non molto distante dal nuovo stadio, raccogliendo i fondi con un’associazione "no profit". Se però ciò avvenisse, la Società dovrà sapere che qualsiasi tipo di ricorrenza in ricordo di quell’evento da lei organizzata e/o patrocinata, sarà boicottato da tutti noi. L’ipocrisia non merita rispetto." Noi siamo juventini, giochiamo sempre per vincere, quante Coppe dei Campioni abbiamo vinto, secondo te ? "Noi abbiamo vinto quella del 1995-96, altre non ne conosco." Caro Beppe, buona fortuna per il tuo recente libro, “Via Filadelfia 88”, sugli indimenticabili anni di curva, vissuti, come scrivi testualmente, “al di là di bandiere e stendardi, ideologie politiche, differenti posizioni sociali. Per ricordare, per riflettere, per stilare le dovute considerazioni e conclusioni. Un’esperienza che odi o ami, ma di cui ti ricorderai. Per sempre.” Per il resto, 39 volte, grazie... "Grazie a te per aver voluto ascoltare le mie considerazioni, quello che avevo da dire. Perché queste cose non le ho mai dette prima ? Semplicemente perché mai nessuno me le aveva chieste, prima di Domenico Laudadio." 3 maggio 2011 Intervista amichevolmente concessa da Beppe Franzo a Domenico LaudadioSi prega chiunque voglia utilizzarne i contenuti di citarne cortesemente in ogni caso la fonte
"Via Filadelfia: una storia, una curva" di Beppe Franzo Per me e molti altri, davanti al numero civico 88 di via Filadelfia, ci siamo dati appuntamento per lunghi anni quando la nostra squadra del cuore giocava in casa. Questo libro narra, in forma autobiografica, l’arco di tempo da fine anni Settanta ai primi anni Novanta del secolo scorso, da me vissuto tra i gruppi ultras della tifoseria juventina. Per i protagonisti di allora, spesso identici tra loro al di là di bandiere e stendardi, ideologie politiche, differenti posizioni sociali, potrà essere un salto a ritroso nel tempo. Per ricordare, per riflettere, per stilare le dovute considerazioni e conclusioni. Un’esperienza che odi o ami, ma di cui ti ricorderai. Per sempre. Mi è stato chiesto "per chi hai scritto il libro?" (a tal proposito, chi volesse fare delle domande in merito le pubblichi pure nel Gruppo, in modo che le risposte saranno visibili a tutti). Rispondo dicendo che l’ho scritto per me e per quelli che insieme a me hanno vissuto quei momenti; per i più giovani che spesso in curva, birreria o altri posti, ogni tanto chiedono di raccontare della Generazione Ultras degli anni ’70-’80. Spero che possa aiutarli a comprendere, a ‘capirci’. Senza vena di retorica, l’ho scritto anche per quelli che a volte ricordo con nostalgia e che non sono più con noi. L’ho apposto nella dedica ad inizio libro: "Dedico questo libro a quanti affollano le gradinate del cielo, in particolare: Beppe Rossi, Claudio Ardito, Roberto Balducci, Marco Brocchi, Antonio del Ponente, i fratelli Candela, Mario Onorato, i 39 Angeli dell’Heysel, mio padre". La seconda domanda è una risposta
indiretta ai tanti che mi chiedono "Io ci sono, mi hai menzionato?"
Nel testo sono omessi nomi e cognomi, chi c’era allora, leggendo
il testo e ritornando indietro con la memoria, saprà che è lui il
personaggio descritto. Spero possa piacervi o quanto meno
di non deludervi troppo. Scrivere un testo, un romanzo del genere
non è facile: occorre cercare di ovviare alle banalità, eludere
la retorica. Il linguaggio è a volte grezzo: ho voluto fedelmente
riprodurre il gergo del mio/nostro mondo. Beppe Franzo "VIA FILADELFIA 88 - una
Storia, una Curva"
VIA FILADELFIA 88 Appunti dell'autore alla seconda edizione di Beppe Franzo Le più rosee previsioni sono state abbondantemente superate, sia in termini di vendite che di consensi. Non credevo che un romanzo sugli ultras degli anni Ottanta potesse riscuotere così tanto interesse, partecipazione, nostalgia. La cosa più commovente è stata però il riabbracciare vecchi amici di gradinata di cui avevo negli anni perso i contatti, vederci cambiati nei lineamenti, conoscere i figli che spesso condividono identiche passioni e interessi. Le presentazioni sono state accolte con entusiasmo, con partecipazione, incontrando persone che spesso conoscevano meglio del protagonista quegli avvenimenti e decorsi storici narrati nel testo. La cosa ancor più stupefacente è dovuta al fatto che molti di loro in quegli anni non erano ancora nati o erano per lo più in fasce. Motivo questo che fa comprendere come il fenomeno ultras stia divenendo storicizzato, con i pro e i contro che ne derivano e con la conseguente prospettiva che ne deriva, di un’interpretazione fittizia e di parte. L’altro aspetto che mi ha incuriosito è stato il gioco enigmistico nato dalla lettura del libro, con una sorta di ‘indovina chi’ tendente a risalire alla paternità dei dialoghi. Spesso differenti personaggi si sono identificati nel protagonista del capitolo, in un ‘uno, nessuno, centomila’ pirandelliano che trova comunanza nei ragazzi di allora per modi d’essere e d’agire.
L’aggiunta di nuovo materiale fotografico inedito, è doveroso omaggio ai protagonisti di quegli anni e di quelle avventure. Beppe Franzo "VIA FILADELFIA 88 - una
Storia, una Curva"
Intervista esclusiva per il nuovo libro di Peter Grønlund sul fenomeno hooligans 6 domande sull'Heysel a Domenico Laudadio Peter Grønlund è un autore danese specializzato in sottoculture, sito web www.petergronlund.dk. Questa intervista, rilasciata da Domenico Laudadio, ideatore e custode dal febbraio 2008 del sito museo virtuale multimediale www.saladellamemoriaheysel.it, è stata realizzata per un libro sul teppismo inglese che sarà pubblicato all’inizio del 2013 in Danimarca.
What is your opinion on the match not being called off ?
A detta di tutti quelli che erano all’Heysel,
ed anche secondo il mio parere, la partita era da disputare assolutamente.
In caso contrario sarebbe scoppiata una guerra senza quartiere fra
le tifoserie dentro e fuori lo stadio di Bruxelles. Andava giocata
a qualunque costo e con qualunque spirito, agonistico o amichevole
non aveva importanza, ma si doveva giocare soltanto per ragioni
di ordine pubblico. Non c’erano alternative, per il bene di tutti.
Quello che si doveva invece evitare è avvenuto soltanto al termine
dell’incontro, non durante. Mi riferisco all’esultanza irriverente
della squadra con e senza la Coppa in mostra.
There was fighting and stabbings in the city before the match. Did
you see any of the violence? Some of the english people I have talked
to didn’t know about the tragedy untill next day. Were you aware
that a lot of people had died when the match was played
?
Scontri violenti fra alcuni gruppetti di tifosi avversari erano
già avvenuti nelle ore precedenti il match in vari punti della capitale
belga. Anche nella ”Grand Place” erano state infrante molte vetrine
dei negozi. Pare fosse stato accoltellato un tifoso inglese che
le cronache avevano subito dato erroneamente per morto. Quindi,
le avvisaglie per la polizia c’erano state tutte, ma a dividere
i tifosi, presunti ”neutrali”, del blocco Z dagli Inglesi erano
al massimo 7, 8, poliziotti, muniti di radio con le batterie scariche.
Io non ero presente allo stadio Heysel, ma in Italia, davanti alla
televisione. Ovviamente conoscevo i numeri e la verità. Chi era
allo stadio, non poteva sapere i dettagli precisi, ma neanche ignorare
che qualcosa di grave fosse veramente successo. Gli inglesi che
erano in curva Z non potevano non aver visto i cadaveri portati
via sulle transenne di ferro, improvvisate come barelle di fortuna.
Gli spettatori nei settori più distanti dello stadio, invece, possono
aver misconosciuto la realtà rimuovendo il dramma per paura, per
l’assurdità dell’evento, per ignoranza dei particolari, o per l’attesa
prioritaria dell’imminente incontro calcistico.
Do you think the players knew what had happened when they played
?
Per anni lo hanno negato in tanti. Alcuni di loro ancora lo fanno
dopo 27 anni da quella sera. Sapevano tutti, nessuno escluso, dei
morti, magari non bene di quanti fossero, ma lo sapevano. Glielo
avevano detto i tifosi scappati dalla curva ed incontrati sul campo,
quelli che erano scesi negli spogliatoi a farsi medicare anche dal
medico sociale della Juventus. Sapevano tutto e non volevano più
giocare quella finale. Si erano persino fatti la doccia e si erano
cambiati d’abito. Boniperti, il Presidente della Juventus, voleva
ritirare la squadra, portarla via da lì, ma furono costretti a scendere
in campo dalle autorità politiche e militari belghe e naturalmente
dall’Uefa. Allora, Trapattoni, l’allenatore, negli spogliatoi prima
della partita li ricaricò psicologicamente alla meglio spronandoli
a vincere per ”vendicare i caduti”.
Quindi...
Is there today in the Juventus/Italian fanbase a feeling of forgiveness
towards Liverpool
?
Il perdono è impossibile da parte della tifoseria juventina, perchè
appartiene soltanto ai familiari delle vittime ed ai feriti. Spesso
vengono dimenticati, ma ci sono persone che portano danni permanenti
nel corpo e nello spirito a causa della barbarie della tifoseria
dei reds. Io credo sia una ferita molto profonda ed ancora infetta.
Nel 2005, ad Anfield Road, in occasione dell’andata dei quarti di
finale della Champions League fra Juventus e Liverpool, di nuovo
avversarie in campo a vent’anni dalla finale di Bruxelles, fu organizzata
una manifestazione di accoglienza alla tifoseria bianconera e in
”Kop” apparve gigantesca la parola ”Amicizia”, all’ingresso delle
squadre in campo. Il sito del Liverpool ha da qualche anno una pagina
commemorativa dedicata alle 39 vittime, con i loro nomi e cognomi,
a differenza di quello della Juventus che non ha nulla di simile
sul suo... Ci sono due targhe commemorative a Liverpool, una dentro
il museo dello stadio e l’altra fuori, sul muro di Anfield, inaugurata
per il 25° anniversario della strage, alla presenza di Neal e Brio.
Ma ciò non è bastato a riconciliare i tifosi. Secondo me, comunque,
resta l’ombra di un grave vizio di fondo, nonostante tutte queste
lodevoli iniziative: la società e la tifoseria del Liverpool non
hanno mai ammesso la responsabilità diretta per il reato di omicidio
dei loro infami hooligans. Hanno scaricato tutte le colpe sul muretto
caduto, dimenticando l’aggressione vile consumata
da parte loro, attraverso cariche di stampo
militare, il lancio di pietre, bulloni, mazze, bottiglie di vetro,
gli accoltellamenti, i ”pugni di ferro” scagliati sui tifosi inermi,
il vilipendio dei cadaveri, derubati e derisi... La tifoseria juventina
non può dimenticare queste cose... ”L’amicizia” è impossibile, si
può condividere insieme soltanto la memoria e la preghiera, ma senza
ipocrisie. Ognuno a casa sua.
Tickets for block
Z
were sold to neutrals which ment a lot of italien people got them.
Were bad planning by football authorities part of the disaster
?
Chi ha ”bagarinato” singolarmente o come azienda i biglietti del
settore Z ai tifosi juventini è moralmente colpevole. Nessuno è
stato penalmente condannato per questo nei tre procedimenti giudiziari,
ma resta sulla coscienza di queste persone la colpa di un’azione
irresponsabile. Certo, l’Uefa aveva pensato a vendere ogni centimetro
dello stadio per lucrare sull’incasso più alto possibile. E’ certamente
la prima responsabile anche su questo aspetto. Conosceva perfettamente
il pericolo di quella tifoseria a livello internazionale. C’erano
stati già precedenti di violenza e scontri nella finale di Coppa
dei Campioni a Roma, l’anno precedente, contro i tifosi romanisti
e la polizia italiana. Quello spicchio di curva andava assegnato
soltanto alla tifoseria inglese, fra l’altro, numerosissima. Infatti,
il fine dello sfondamento da parte degli hooligans era proprio quello
di prendersi tutta la curva, tipico rituale nella cultura ultrà
inglese degli anni ’80.
How did and do fans from rival clubs in Italy react? Respect, abussive
?
Ci sono state tifoserie che hanno taciuto davanti ai morti dell’Heysel
per rispetto o per indifferenza, altre che hanno invece profanato
spesso la memoria dei caduti e delle loro famiglie. Molti non sanno
e non immaginano che all’Heysel i morti non erano tutti tifosi accaniti
della Juventus... Ad esempio, c’erano certamente due tifosi interisti
fra di loro, in vacanza al seguito dei loro amici bianconeri. La
tifoseria italiana che ha perpetuato l’uso di cori e canzoncine
ignobili da subito fino all’ultima domenica del campionato scorso
è sempre stata quella della Fiorentina. Addirittura hanno cercato
un gemellaggio con i tifosi del Liverpool, mascherandolo per nobili
ragioni sportive, ma è stato smascherato e interrotto proprio dai
reds su accorata segnalazione via web della tifoseria ”nemica” di
Torino. E’ stato l’unico contatto ufficiale dall’Heysel ad oggi
fra loro, ma la strada della riconciliazione è davvero impraticabile,
penso che dovranno passare alcune generazioni...
Proprietà intellettuale dell'intervista: Peter Grønlund
![]() Intervista esclusiva di Benedetto Croce per il "Blog di Alessandro Magno" Intervista a Domenico Laudadio Oggi intervistiamo per il BLOG DI ALESSANDRO MAGNO Domenico Laudadio tifoso Juventino conosciuto soprattutto per essere il creatore della ‘’sala della memoria Heysel’’ un vero museo virtuale e multimediale sulla tragedia che il 25 maggio 1985 si verificò allo stadio Heysel in occasione della finale di Coppa dei Campioni fra Liverpool e Juventus.
Non è facile rispondere seriamente a questa domanda, soprattutto se hai già 47 anni ed il primo tempo della vita alle spalle. Facciamo così: un uomo sensibilmente creativo, di professione libraio, con un decennio di teatro amatoriale alle spalle, come autore, regista e attore, padre di un meraviglioso cucciolo. La parte oscura la lasciamo all'oscuro...
Certamente, ma con moltissimo più disincanto per i suoi protagonisti. Questa generazione di calciatori è lontana dalle Juventus e dagli uomini che mi hanno cresciuto... Mi è rimasto il batticuore quando vedo la maglia esposta in un negozio, quando sento gli inni e leggo le poesie che la riguardano o rivedo i vecchi filmati di repertorio. L'emozione più grande resta sempre quella del goal abbracciando forte mio figlio che mi cerca puntualmente e mi butta le braccia al collo appena mi sente esultare.
Una scelta “politica” di Andrea Agnelli, ma condivisibile. Conte è un allenatore giusto per la Juventus in questo momento storico. Perché senza il recupero della mentalità juventina non si può diventare una grande squadra neanche acquistando i grandi giocatori. Farà benissimo, perché ha il crisma della Signora sul cuore... L'ho amato molto da giocatore. Da allenatore ha vinto in serie B due campionati e non è affatto semplice, da sempre. Ha idee, gioco, e sta dimostrando anche una discreta duttilità sugli schemi. Certo, la squadra è una incompiuta... Bisognerà lavorare molto tatticamente, ma soprattutto sulla testa dei giocatori. Bisogna innestare in futuro altri tre o quattro giocatori di spessore internazionale superiore. Nella mediocrità di fondo del campionato nazionale e senza le coppe la Juventus potrebbe anche lottare per lo scudetto. Purtroppo, penso che la difesa così sguarnita ed insicura ci costerà carissima fino a Gennaio. E' il tallone d'Achille della squadra. Ci vogliono subito due grandi difensori centrali per ritornare competitivi ai massimi livelli e Chiellini deve tornare alle sue origini tattiche...
E' una vera meraviglia, davvero. Commovente la cerimonia d'inaugurazione. Indimenticabile. Balich ha fatto un capolavoro, pur in qualche fraseggio della manifestazione rasentando l'ermetismo a scanso della retorica nella rappresentazione dei simboli. In primavera conto di fare un salto su a vederlo. A Torino ho tanti amici...
Assolutamente no, ma tu dimmi in cosa siamo veramente pronti in Italia ? Viviamo una situazione economica, ma soprattutto sociale e politica deleteria. Non mi è più tanto difficile essere d'accordo con la parte sana degli ultras. Abbiamo bisogno di esempi, non di prediche. E da chi, poi ? Quella ipocrita tessera del tifoso, per carità... Viviamo uno dei periodi etici più squallidi della società civile di questo meraviglioso paese. Ed il mio è un discorso politico a 360°... Non partitico. Viene in mente quella canzone di Franco Battiato: “Povera patria ! Schiacciata dagli abusi del potere... Di gente infame, che non sa cos'è il pudore... Si credono potenti e gli va bene... Quello che fanno; e tutto gli appartiene... Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni ! Questo paese è devastato dal dolore...”
Calciopoli è stato lo stupro scientifico della vecchia Signora, altro che farsa. Lacrime amarissime, non risa. Sinceramente, io non mi sono mai sentito rappresentato nella mia juventinità da Luciano Moggi. E non l'ho mai ritenuto un modello di stile per i suoi comportamenti in tal senso. Farsopoli, però me lo ha reso addirittura più simpatico, quasi subito... Lo ritengo un grandissimo dirigente calcistico e gli riconosco senza dubbio il merito di aver reso imperiale la rosa della Juventus durante la sua gestione, ma allo stesso tempo non condivido questo “processo” di beatificazione al quale lo stiamo elevando un po' tutti. Alcuni suoi atteggiamenti pubblici e nei confronti della nostra tifoseria, in passato, mi hanno anche molto irritato. Ne' santo, né demone, un uomo di calcio... La Juventus può imparare a vincere anche senza Luciano Moggi, a condizione che recuperi la cattiveria e la fame della tigre a digiuno. In campo ci vanno calciatori e allenatore... Per quanto riguarda la vicenda giudiziaria mi sembra veramente una barzelletta il procedimento penale a suo carico. Auguro al direttore di essere assolto con formula piena e di tornare ad una scrivania di un club prestigioso. Se fosse la Juventus, nessun problema. Sarà il benvenuto e, nonostante la sua bella età, sarebbe ancora in grado di fare la differenza... Bene Domenico, veniamo alle domande che più mi incuriosiscono su di te e che penso incuriosiscano i nostri lettori.
Non in quella partita, ma già tre anni prima, nel 1982 sono rimasto orfano di mia madre, stroncata a 53 anni da un tumore maligno in quattro mesi. Questa esperienza mi ha reso particolarmente sensibile al tema della morte, al distacco e alla memoria come forma d'amore perpetuato attraverso la rievocazione dei ricordi. Il sito nasce per chiedere perdono ai caduti ed alle loro famiglie di aver esultato anche solo con un pugno al cielo, incrociando una macchina con la bandiera fuori dal finestrino che strombazzava per Bari, come se nulla fosse successo. Non me lo sono mai perdonato. L'idea è venuta impellentemente davanti al muro di gomma che mi si è presentato negli ultimi cinque anni proponendo alla società una Sala della Memoria nel nuovo stadio di Torino e rivendicando una pagina in memoria sul sito ufficiale della Juventus. Ho pensato, allora: “La faccio io !.” La capa tosta e l'orgoglio pugliese hanno fatto il resto. Conte viene dalla terra degli ulivi come me...
A digiuno di conoscenze di linguaggi di programmazione, ho chiesto aiuto alla mia compagna che ha realizzato la pagina sommario. Da quel momento in poi è nata una operazione forsennata di artigianato informatico individuale. Un lavoro non difficile di per sé, ma esigente in termini di tempo e attenzioni. Il sito museo ha subito due ristrutturazioni. La prima nel 2010. Ora è in completamento la seconda, quella probabilmente definitiva. Le famiglie delle vittime non hanno mai ispirato questa iniziativa. Ovviamente nel tempo, scoprendola, se ne sono compiaciuti.
Sono tutti buoni e utili i libri che sono stati scritti sulla tragedia dello stadio Heysel. Ognuno ha un taglio diverso nella narrazione. La verità non è mai stata lontana dal campo, ma non si è voluta guardarla con gli occhi. Troppo dolore e troppa vergogna. Francesco Caremani oltre ad essere un valente giornalista è coinvolto direttamente nel dramma. Roberto Lorentini, il medico morto a Bruxelles nel tentativo di rianimare un bambino, era un caro amico della sua famiglia. Credo fosse costretto a dare emotivamente un tributo più umano alla causa. Francesco ha raccontato le vicende scomode prima, durante e dopo il processo, ma il suo merito più grande è quello di aver diluito nell'inchiostro la prorompente energia e il grido orgoglioso di giustizia di Otello Lorentini, il Presidente fondatore dell'”Associazione fra i familiari delle vittime”, sciolta al termine dell'ultimo processo nel 1991. Per questo il libro di Francesco resterà sempre “La Bibbia dell'Heysel” come lo ha definito Emanuela Casùla, sorella di Andrea e figlia di Giovanni, caduti insieme a Bruxelles. Francesco ci ha anche molto pianto scrivendolo. Sono quelle lacrime a fare la differenza e si avverte nel sottotesto, leggendolo...
I miei rapporti con alcune di loro sono rigorosamente e volontariamente ispirati al rispetto e ad un sano e consapevole pudore. Non ho mai varcato questo confine e credo sia giusto così... C'è molta dolcezza, sicuramente...
Ci sarà certamente un “angolo della memoria” nelle sale del museo del club attualmente in allestimento. Penso sia pronto per la primavera del 2012. E' l'unica certezza di cui dispongo al momento. Sento di dividere con altri il successo dell'iniziativa. Il forum vecchiasignora.com che è stata l'incubatrice della petizione popolare e del mio sogno sin da subito. La spinta affettuosamente mediatica dell'amico Nicola De Bonis e della sua trasmissione “Stile Juventus” ha costruito virtualmente molti dei mattoni necessari a erigere quella benedetta “Sala”. Ma senza la discesa in campo di Beppe Franzo e di Annamaria, la cara Miss RadioJuveWeb del gruppo Orgogliogobbo, senza il loro aiuto concreto, disinteressato e appassionato alla causa, compattando nella medesima lettera inviata alla società tutti i gruppi Ultras delle due Curve, i principali Siti e forum bianconeri sul web, senza il prezioso aiuto dietro le quinte di Claudio “Il Rosso”, e di alcuni familiari delle vittime, non credo ci sarei mai riuscito. Un soldato senza esercito non vince mai le battaglie da solo, ma anche i comandanti sono importanti... A onor del vero è risaputo che la Juventus Football Club a me personalmente non ha mai risposto in privato, neanche formalmente, alla proposta della Sala, dal 2008 ad oggi... Ma va benissimo anche così...
Il Presidente Andrea fino ad ora sta mantenendo tutte le promesse riguardanti l'Heysel. Per il 25° ha scritto ai familiari delle vittime ed ha officiato una cerimonia di commemorazione in sede a Torino, purtroppo parallela a quella della tifoseria. Mi aspetto da lui che si mescoli al popolo bianconero in futuro e che ci sia “un unico giorno della memoria” da celebrare insieme, familiari delle vittime, tifosi, ultras e società. Certo, dopo 25 anni di semi indifferenza e irritante distacco e silenzi della Juventus, di tutte le dirigenze da Boniperti a Blanc, non è poco... Sta crescendo insieme alla sua Signora. Lasciamolo lavorare serenamente. Ha il sangue giusto per impalmare la Signora e farla felice...
Una volta è entrato in libreria, dove lavoro. Qualche settimana prima dell'elezione a Presidente. Si aggirava da solo a curiosare fra gli espositori, non l'ho disturbato... Il suo sguardo durante la cerimonia d'inaugurazione del nuovo stadio, mentre i 39 palloncini bianchi salivano in cielo, era specchio fedele del suo animo sensibile. Ho saputo dell'incontro con i familiari in tribuna. Gesto bello perché lontano dalle telecamere, ma indubbiamente doveroso... Gli inviti sono stati generosi nelle intenzioni, ma purtroppo la macchina organizzativa dello staff ha commesso degli errori, per dirla alla Moratti “antippatici”, ma certamente in buona fede... Un errore simile, a sensazione, non credo che il Presidente Andrea lo permetterà mai più in futuro, ma è un argomento troppo delicato e non sono io la persona giusta per affrontarlo. Il passato colpevolmente “manchevole” della società nei rapporti con le famiglie dei caduti ha alimentato in alcuni casi specifici molta diffidenza e rancore... 14. C'è stato un lungo processo dopo l’Heysel, forse più di uno, puoi dirmi come sono andati a finire, se ci sono state delle condanne ? 6 anni e 3 gradi di giudizio. Molto in sintesi, in cassazione questo il verdetto finale: 9 hooligans condannati a 4 anni, con la condizionale e 60.000 franchi di ammenda. Altri 3 condannati a 5 anni con la condizionale e 60.000 franchi d'ammenda. Ad Hans Bangerter, Segretario dell' Uefa, 3 mesi con la condizionale e 30.000 franchi di ammenda. Assolto il Presidente Jaques Georges. 3 mesi con la condizionale e 500 franchi di multa al maggiore Michel Kensier della Gendarmeria. Assoluzione per il capitano Mahieu della Gendarmeria, Hervè Brouhon, Sindaco di Bruxelles, Vivianne Baro, Assessore allo sport, Albert Roosens, Segretario dell'Unione Calcio Belga. Secondo il reddito dichiarato le somme di risarcimento delle famiglie delle vittime dei feriti variarono da 14 a 400 milioni in lire, ripartite fra Stato e Federazione Belga e Uefa. L'aspetto più eclatante è l'inaspettata condanna della UEFA, in cassazione. Per merito di un anziano signore aretino, che risponde al nome di Otello Lorentini, ferito nel cuore dalla morte precoce e assurda di un figlio, dal 1991 l'Uefa è responsabile della sicurezza degli impianti sportivi durante le competizioni internazionali di calcio... Per la sicurezza degli stadi la comunità europea ed il calcio devono questo alla tenacia ed alla disperazione di un piccolo grande uomo, così...
Boniek dice sempre tante cose, a volte anche troppe. Non ci sono affatto prove documentali a riguardo e comunque sia ciò non toglie e non aggiunge nulla al fatto che lui come tutti i suoi compagni ha festeggiato indecorosamente in campo una coppa dei campioni che rispetto alle vite dei poveri tifosi caduti valeva in quel momento quanto un portaombrelli... I calciatori di quella Juventus sono sempre restati a debita distanza e hanno rimosso, chi prima, chi dopo, l'evento. Un lutto mai elaborato, si direbbe in psicologia. Bisogna allo stesso modo menzionare il gesto molto bello di Michel Platini e di Stefano Tacconi, ritornati a Bruxelles due giorni dopo la finale a trovare i feriti in ospedale. Rosalina Vannini, vedova di Giancarlo Gonnelli, morto all'Heysel, quel giorno era a Bruxelles al capezzale della figlia Carla, salvata miracolosamente dalla morte dalla respirazione artificiale di un tifoso del Liverpool. Mi ha scritto di “abbracciarli” da parte sua, nel caso li avessi incontrati al 25° a Torino...
In un primo momento ci fu subito una raccolta di denaro dei calciatori e della Fiat. Poi è calato il lungo inverno. Qualche messa in suffragio, qua e là. Una stele “bonsai” in sede, voluta da Giampiero Boniperti con un epitaffio di Giovanni Arpino. A parte il 2005, per la partita con il Liverpool, il ritorno della Juventus ad una cerimonia di commemorazione pubblica lo si deve al presidente Giovanni Cobolli Gigli, intervenuto ad Arezzo durante l'intitolazione del Piazzale antistante lo stadio comunale alla memoria di Roberto Lorentini. Pensa che al ventennale di Bruxelles la Juventus inviò a rappresentarla Riccardo, il figlio di Gaetano Scirea, ma dimenticò d'inviare una corona di fiori... Per quanto riguarda il Liverpool, solo cose positive. Il sito ufficiale del Liverpool ha una pagina di commemorazione con i 39 nomi delle vittime mentre quello della Juve no... Due targhe ad Anfield Road, una dentro al museo, l'altra sul muro dello stadio. Un tentativo di riappacificazione nel 2005, in occasione della partita di andata dei quarti di finale di Champions League fra Liverpool e Juventus, a vent'anni esatti dalla tragedia, con la cerimonia voluta sottobanco dall'Uefa e con la consegna di una targa in memoria che ora è integrata al monumentino in sede. Ricordiamo nella medesima sera la scritta “Amicizia” composta da tasselli bianchi e rossi apparsa in Kop prima del minuto di raccoglimento. Ricordiamo la rinuncia al gemellaggio con la Fiorentina ad Anfield per “rispetto” della tifoseria bianconera... C'è, però, un grande equivoco di fondo. Il Liverpool, società e tifosi, ha sempre dato la colpa al muro che è crollato. Non ha mai riconosciuto la causa reale della tragedia nell'aggressione criminosa degli hooligans. Qualcuno timidamente sostiene che vi furono provocazioni prima dello sfondamento, si parla di accoltellamenti fuori allo stadio, di un bambino inglese picchiato a cui fu sottratta una bandiera. Leggende metropolitane e realtà si mescolano da ventisei anni. Ad ogni modo la verità inconfutabile è che la tecnica adottata dalla massa dei reds per occupare il settore Z fu di tipo militare e comandata da un ufficiale reduce dalla guerra delle Falkland... Di cos'altro dobbiamo parlare ? Hanno aggredito selvaggiamente persone innocenti, deboli ed inermi, questa è l'unica verità storica incontrovertibile. E non ci sarà mai pace e amicizia con loro se non lo vorranno prima i familiari delle vittime che sono gli unici a poterli perdonare. E secondo me loro dovrebbero chiedere perdono, in modo solenne. Magari, in ginocchio, o faccia a terra, davanti a loro. Ovviamente, nel mio sito, mi farò garante sempre del dialogo con vecchi e nuovi reds, ma senza ipocrisia...
Dai testi che ho consultato risulterebbero: 6 milioni di contributo CEE, 5000 sterline dal governo britannico, 3 milioni dal Governo Italiano e altri milioni dalla fondazione “Edoardo Agnelli” che raccolse 18.078.000 lire dalla Juventus Football Club. 100 milioni a testa versati alle vittime dalla Fiat e dall'Ifil. 7 milioni a testa da ciascuno dei calciatori della Juventus. 639 milioni da privati e gruppi juventini. 0 lire dalla Lega e 0 lire dalla Federcalcio Italiana.
Io sono molto legato a Giampiero Boniperti e gli voglio bene. Devo purtroppo lamentare che avrebbe dovuto ritirare la squadra negli spogliatoi al termine della partita ed impedire quei festeggiamenti prolungati. Vietare il rientro in campo e sotto gli spalti con la coppa in mano a Michel Platini. Lui non aveva giocato, doveva mantenere lucidità... Quella coppa poteva restare in quella cassetta di legno nella quale giaceva al momento della consegna alla chetichella da parte di un dirigente Uefa alla Juventus negli spogliatoi. Per sempre nella sua bara di legno. Come i nostri poveri angeli dell'Heysel. E l'errore più imperdonabile fu commesso dal Presidente a Caselle. La coppa non andava mostrata alla discesa dall'aereo in segno di lutto. Cannavò aveva ragione... A mio parere, la macchia più grave della nostra cara storia juventina fu scritta proprio quella mattina infausta. Altro che calciopoli... In seguito, con l'avanzare dell'età, Boniperti ha rilasciato sempre dichiarazioni lievemente farneticanti sul significato di quel trofeo. “Quel sangue” appartiene solo ai familiari delle vittime, caro Presidente... Bisogna comunque concedergli come attenuante l'assurdità e la drammaticità di quanto vissuto in meno di un giorno.
Certe storie di solidarietà non le metto certo in piazza. L'unica verità è che effettivamente gli Ultras sono stati d'esempio sull'Heysel, gli unici a non tradire mai la memoria delle vittime e la solidarietà alle loro famiglie.
Amore. 21. C’è qualcosa che non sai che ti sfugge e che vorresti assolutamente sapere su quella tragedia ? E' un mosaico di cui abbiamo recuperato oramai quasi tutte le tessere, qualcuna magari è un pochino scheggiata... L'immagine che ne risulta è inequivocabile. Quelle poche mancanti sono irrecuperabili perché giacciono in fondo alla coscienza degli uomini di quel 29 maggio 1985. Solo Dio conosce tutta la verità. Che vuoi che ne sappia, io, sono solo il custode di un museo...
No, va benissimo così... Sull'Heysel bisogna imparare a parlarne mai a vanvera e sempre nelle occasioni giuste. Tutto il resto è memoria, preghiera e silenzio... Grazie Domenico alla prossima allora. Di nulla, un onore per me. Grazie a te e onore ai 39 angeli dell'Heysel. 5/10/2011 Fonte: www.ilblogdialessandromagno.it
Alessandro Magno si chiama in realtà Benedetto Croceclasse 72, vive a Torino ed e' un blogger e tifoso juventino, titolare del Sito ilblogdialessandromagno.it.
Intervista amichevolmente concessa da Domenico Laudadio a Benedetto Croce Si prega chiunque voglia utilizzarne i contenuti di citarne cortesemente in ogni caso la fonte
Intervista esclusiva di Giacomo Aricò a Domenico Laudadio "Juventus: dalla Z alla Arena" Intervista per la stesura della sua tesi di laurea all' ideatore e custode del museo virtuale multimediale dedicato alle 39 vittime dello stadio Heysel di Bruxelles.
Giacomo Aricò : La memoria è un atto etico, un legame che ci unisce ai morti. C’è il pericolo di attribuire troppo valore alla memoria e poco al pensiero? Domenico Laudadio : "La memoria nel nostro paese spesso è come un involucro di plastica, svuotato della spontaneità e del sentimento, osservata come un precetto da chi vuole lavarsi la coscienza di perbenista ipocrita, avulsa acriticamente dal giudizio impietoso della storia. Come se davvero la morte cancelli le responsabilità dei carnefici assieme alla presenza fisica delle loro vittime. Assistiamo tante volte durante l'anno a cerimoniali spenti, a fredde recite di parole disincantate. Mi viene in mente, ad esempio, la giornata del 25 Aprile che divide gli Italiani, anziché riunirli, nel rispetto delle ragioni storiche, da vincitori e vinti. Il ricordo serve più ai vivi che ai morti. In questa visione tutt'altro che passivamente vittim1istica si colloca il mio personale modo di celebrare la memoria, una palestra per i pensieri coraggiosi, non il loro annichilimento di fronte al dolore rivisitato con slogan scimmiottati dai media, privandola della verità dei fatti. I pensieri sull'Heysel, a circa ventisei anni dalla tragedia, non leniscono la rabbia verso i responsabili della strage, non restituiscono i loro cari ai familiari delle vittime, ma dovrebbero coagularsi in un sentimento comune, all'interno di un luogo fisico, una sala della memoria nel nuovo stadio di Torino, come accade nel mio sito museo virtuale multimediale. In questo modo la memoria è la madre dei pensieri attivi che nutriranno la verità nella testimonianza ai posteri." Giacomo Aricò : Sei d’accordo con quanto afferma Susan Sontang in “Davanti al dolore degli altri” sul fatto che il problema non è che ricordiamo grazie alle fotografie ma che ricordiamo solo quelle ? Il ricordo attraverso la fotografia può eclissare altre forme di comprensione e di ricordo ? Domenico Laudadio : "Penso che siamo dal primo vagito abili fotografi della realtà circostante. Le fotografie che ci portiamo dentro sono leve del motore delle emozioni. Ho fatto teatro per dieci anni. Conosco le potenzialità evocative delle voci dell'anima... Le fotografie sono attimi di vita imbalsamati, le muoviamo noi nella immaginazione esattamente come un attore rigurgita il personaggio sulla scena, facendo verità nella finzione. In realtà certe fotografie sono come le icone religiose, possono dire tutto e il contrario di tutto, è una questione di fede. La memoria delle cose s'incarna nei lineamenti delle immagini, vive nello sciame delle nostre passioni consce ed inconsce, nel turbinio che le ammanta di simboli." Giacomo Aricò : Nel libro di Emilio Targia racconti quella tua esultanza dopo la partita, istintiva e rabbiosa: “aggiunse vergogna alla vergogna”. Eri però un tifoso. Cosa ne pensi delle esultanze dei giocatori? Quanto è credibile spiegare certe esultanze, giocatori e tifosi, come espressioni di disperazione e rabbia profonda ? Domenico Laudadio : "Penso sia l'unica vera macchia indelebile della storia della Juventus. Non li condanno per il dopo partita perché credo abbiano vissuto, in una sorta di trance collettiva assieme ai loro tifosi, una situazione paradossale nella quale la vita e la morte si contraddicevano a vicenda, autogiustificandosi. Trovo molto più vergognoso aver alzato il trofeo all'aeroporto di Caselle, la mattina dopo, un pugno al cuore per i familiari delle vittime. Non credo ci possano essere giustificazioni per questo da parte della Juventus. La vergogna è un dato, inconfutabile, la memoria affettiva verso le vittime ed i loro familiari la sublimi. Io chiedo perdono alle vittime ed ai loro familiari attraverso il mio sito soprattutto da juventino." Giacomo Aricò : Dopo anni di silenzi e di commemorazioni molto formali quasi obbligate esclusivamente dal calendario, la Juventus costruisce il suo stadio e all’interno dedica un luogo (Blanc parla di un monumento) alle vittime dell’Heysel. Nemmeno nel sito ufficiale c’è uno spazio ben visibile (solo una sottosezione in ‘Storia’ che comunque carica un file esterno in cui c’è giusto l’elenco dei morti e la frase “La Juventus e i tifosi non dimenticheranno mai”). Quanto è importante che la Juventus ricordi questo fatto nella sua nuova “casa”, rendendolo parte portante delle proprie mura accendendo il ricordo ogni giorno (tenendo conto che sarà uno stadio che "vive’ sette giorni su sette)? Domenico Laudadio : "E' un atto dovuto, colpevolmente tardivo, ma tengo a precisare che i migliori in campo in tutti questi anni sono stati soltanto gli Ultras della Juventus e pochissimi altri. La loro memoria è stata sempre puntuale e sinceramente affettuosa. La maggior parte di essi rinnegano quel trofeo e mi sono stati sempre vicini e solidali nella costruzione del sito, fornendomi reperti, ringraziandomi, pur non militando in gruppi del loro tifo organizzato. La Juventus Football Club, invece, mi ha sempre snobbato, mai mi ha degnato di una lettera di risposta formale alla mia ripetuta proposta di intitolare una sala della memoria all'interno della nuova struttura di Torino. Nessuno dei tre Presidenti che si sono succeduti dal 2006 ad oggi. Nessuno degli addetti alla comunicazione. Trovo questo atteggiamento nei miei confronti una mancanza del proverbiale “stile” e più concretamente di buona educazione, ma è praticamente nulla rispetto all'indifferenza verso le famiglie delle vittime dei decenni trascorsi. Io vorrei che il monumento ai caduti fosse vivo, non di bronzo. E' un fatto di cuore, non di materia." Giacomo Aricò : Il tema della stella regna nel nuovo impianto: 50 campioni-stelle della Juve e le stelline riservate ai tifosi. Sembra che la Juventus dopo Calciopoli voglia ricordare il passato per scrivere il futuro e farlo insieme ai suoi tifosi, sempre più stakeholder attivi nella crescita (anche e soprattutto economica) della società. Fare un passo indietro per farne due avanti. Il ricordo dell’Heysel, dopo 26 anni, come si può leggere? Una sconfitta o una vittoria? Vale la frase “non è mai troppo tardi”? Trovi che sia un tentativo per pulirsi un po’ la coscienza? Domenico Laudadio : "La memoria non è mai una sconfitta, anche se postuma, ed è la vittoria di tutti, vincitori e vinti, vittime e carnefici che possono espiare la colpa solo attraverso il riconoscimento del proprio misfatto nel ricordo. Apprezzo molto la volontà della nuova dirigenza ed in particolare del Dottor Andrea Agnelli di rielaborare finalmente in un modo visibile il lutto della società per i caduti. Resta amaro, ad ogni modo, il disappunto per le omissioni societarie dei decenni precedenti." Giacomo Aricò : L’Heysel, su cui si è scritto e parlato molto, è un simbolo, una lezione. Qual’era e quale può essere ancora oggi la forma e il modo giusto per ricordarlo e per insegnarlo alle generazioni future? Un monumento pubblico ha una forma e un significato maggiore rispetto alla lapide nascosta e più intima fatta mettere da Boniperti nel cortile interno della sede della società ? Domenico Laudadio : "L'Heysel è un fatto storico unico nel suo genere. Non il primo caso in cui si muore di calca in uno stadio. Ma è la prima ed unica volta in cui si assiste ad una serie di cariche armate di tipo militare su spettatori avversari inermi, indisturbate dall'impreparazione non solo tattica, ma mentale dalla polizia belga. Un'aggressione omicida dal sapore etnico e barbarico che non è paragonabile a nessuno scontro fra ultrà avversari dentro e fuori gli stadi. Il monumento è un'opera d'arte, l'Heysel ha bisogno di spazio nel cuore di un giovane che si accosta allo sport. L'idea di una sala museo nel nuovo stadio potrebbe didascalicamente fornire un corredo di nozioni ed emozioni maggiormente consoni alla dignità di questa dolorosa memoria rispetto ad un pachiderma di pietra o di ferro. Non è tanto una questione di visibilità, ma di profondità del messaggio contro la violenza nello sport di ogni ordine e grado." Giacomo Aricò : Provando a fantasticare, come la faresti tu la “Sala della memoria” nel nuovo stadio ? Quale significato avrebbe, quale valore, quale simbolo dovrebbe rappresentare ? Domenico Laudadio : "Immagino un salone molto ampio, semibuio, in sottofondo l'audio della diretta del pre-partita di Bruno Pizzul, un enorme schermo panoramico su cui proiettare le immagini dell'evento, un corredo multimediale di fotografie ed articoli di stampa sui muri perimetrali ed una grande bacheca a forma di numero trentanove con cimeli e reperti della partita. Un museo della memoria a tutti gli effetti. Sarebbe fortemente simbolico porre il monumento commemorativo al centro di questa sala, circondato in un fossato, ove deporre fiori, dalle foto dei trentanove “angeli”. Riposta in una cassetta di legno, imballata così come era stata consegnata furtivamente alla Juventus negli spogliatoi, la Coppa dei Campioni ai suoi piedi. Si potrebbe rimettere le cose a posto moralmente. Quella coppa ai piedi di chi è morto innocentemente senza poterla festeggiare e nel legno di una cassa come le bare che hanno accolto i loro corpi violati. Qualcuno vorrebbe restituirla. Questo sarebbe un modo di ridimensionarla allo stato dell'acciaio, di ristabilire un po' le cose eticamente. Nella sala dei trofei della Juventus Football Club accanto alla meravigliosa Champions League vinta in Italia allo stadio Olimpico di Roma, sarebbe più giusto posare una targa dorata con i 39 nomi delle vittime. Possiamo anche conteggiarla come vinta, ma sappiamo molto bene che quella Coppa di fronte ai trentanove tifosi morti non può contare niente." Giacomo Aricò e Domenico Laudadio
" Juventus, dalla Z all'Arena. La memoria del futuro " Video presentazione della tesi di Laurea di Giacomo Aricò
Per editori interessati alla pubblicazione: postmaster@saladellamemoriaheysel.it - giacomo.arico01@universitadipavia.it
Intervista amichevolmente concessa da Domenico Laudadio a Giacomo Aricò Si prega chiunque voglia utilizzarne i contenuti di citarne cortesemente in ogni caso la fonte
39 Angeli all'eysel by
Domenico Laudadio
is licensed under
a
Creative Commons
Se volete donare una vostra testimonianza potete scrivermi e la pubblicherò in questa pagina If you want to give a testimonial you can write and publish on this page Si vous voulez donner un témoignage, vous pouvez écrire et de publier sur cette page Wenn Sie möchten, schreiben Sie ein Zeugnis und veröffentlichen können auf dieser Seite geben Si desea donar puede escribir su propio testimonio y publicar en esta página Eğer yazabilir ve bu sayfada yayımlamak bir referans vermek istiyorsanız Dacă doriţi să donaţi puteţi scrie mărturia propriul dvs. şi publică pe această pagină Ha azt szeretnénk, hogy egy ajánlót írhatunk, és közzéteszi ezen az oldalon Se você quiser dar um depoimento que você pode escrever e publicar nesta página Если вы хотите пожертвовать Вы можете написать отзыв и опубликовать его на этой странице
|