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Superga 4.05.1949 La Memoria
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Miolli, il Grande Torino nel cuore

di Nicola Lavacca

La storia di Vito Sante Miolli, il granata che si salvò per caso dal disastro di Superga. Il figlio Antonio racconta l'amore per il Grande Torino, tra foto, ricordi e nostalgia.

Quando il G212 che riportava in Italia il Grande Torino, dopo la trasferta di Lisbona, si schiantò contro la Basilica di Superga, Vito Sante Miolli era a letto con la febbre alta. Su quell'aereo avrebbe dovuto esserci anche lui, ma un violento attacco di pleurite gli aveva impedito di partire per il Portogallo con la squadra granata di cui faceva parte. Appresa la terribile notizia non seppe trattenere le lacrime. In Italia il mito del Toro invincibile aveva varcato i confini del puro evento sportivo e quella immane sciagura gettò l’intero Paese nello sconforto totale. L’allora 21enne difensore, partito da Valenzano, in provincia di Bari, con una valigia piena di speranza e di entusiasmo, provò un profondo dolore per i suoi compagni di squadra, morti in un pomeriggio grigio e uggioso, nel fiore degli anni e nel momento più esaltante di una carriera calcistica illustre, ricca di trionfi e di vittorie. Il giovane Miolli faceva la riserva nel Grande Torino che aveva strabiliato per i suoi 4 scudetti consecutivi vinti. Purtroppo, qualche settimana fa, il 13 maggio scorso, la morte lo ha sorpreso, all’età di 83 anni. Ma la sua storia singolare ha lasciato una traccia indelebile. Suo figlio Antonio porta con sé il ricordo emozionante di quella incredibile esperienza, fatta di sudore, sacrifici e sano spirito sportivo. Quel tratto di vita, così intenso e suggestivo, che gli è stato spesso raccontato dal papà. Ancora oggi riecheggia nelle sue parole l’incedere di quei momenti indimenticabili e commoventi. "Mio padre giocava nel Castellana, ai tempi della serie C nazionale. Due osservatori del Torino, che lo avevano seguito durante alcune partite, lo segnalarono al presidente Ferruccio Novo. Il passaggio in granata avvenne in pochi giorni". Il signor Antonio, che fa l’odontotecnico, mostra l’album dei ricordi. Foto ingiallite dal tempo, cimeli, trofei e ritagli dei giornali dell’epoca. Nell’ estate del 1947, dopo una decisione molto sofferta, Vito Sante Miolli lasciò la sua terra per indossare la maglia granata, un vanto per chi all’epoca voleva diventare calciatore a certi livelli. Un legame forte e una sorta di riverente rispetto per i campioni più celebrati: Valentino Mazzola, Bacigalupo, Grava, Gabetto, Loik, Maroso, Ossola, Grezar, Aldo e Dino Ballarin, Rigamonti, Castigliano, Menti II. Così, un ragazzo del Sud, cresciuto a pane e pallone, dopo tante battaglie agonistiche sui polverosi campi di periferia, riuscì ad entrare nella più grande squadra del calcio italiano di tutti i tempi. Le gesta del Torino (che nel dopoguerra aveva già vinto due scudetti, demolendo qualsiasi avversario) erano ormai il simbolo della riscossa non solo sportiva dell’Italia. Difensore ambidestro tutto cuore e grinta, bravo nelle acrobazie, l’allora diciannovenne Miolli prese il treno dei sogni per cominciare un’avventura che lo avrebbe portato ad un passo dalla storia. Il primo ingaggio fu abbastanza interessante: circa 500mila lire per una stagione. Alloggiava all’hotel Savoia e si allenava nel mitico stadio Filadelfia insieme ai fuoriclasse: un’esperienza ineguagliabile. "Era considerato una mascotte", racconta il figlio Antonio: "Mio padre mi parlava in particolare di Valentino Mazzola, descrivendolo come una persona di una umanità infinita oltre che un calciatore dotato di tecnica sopraffina e di temperamento. Un capitano vero. Da lui imparò molto. Si divertiva molto quando portava al campo il piccolo Sandro che già allora sapeva palleggiare con disinvoltura". Lo scudetto 1947/48 fu l’ennesimo trionfo. Vito Sante Miolli assaporò il gusto del successo, nonostante il desiderio di fare l’esordio in serie A restasse inappagato (all’epoca non c’erano le sostituzioni durante le partite di campionato). Nella stagione successiva si rimise a correre e a lottare. Ormai il granata aveva colorato la sua vita. Per molti era il degno successore di Maroso, quanto a combattività e intuizione. Il chiodo fisso era sempre quello di debuttare in prima squadra. Anche Mazzola gli disse di avere pazienza. L’occasione si presentò quando fu organizzata un’amichevole con il Benfica a Lisbona per festeggiarne il capitano Josè Ferreira che lasciava il calcio. La partita era in programma il 3 maggio 1949. A quattro giornate dalla fine del campionato (48/49) il quarto scudetto consecutivo era praticamente già cucito sulla maglia granata. Miolli pregustava l’esordio; ma il destino forse aveva deciso che il suo sogno dovesse rimanere tale. Infatti, a Lisbona quella volta non ci andò. "Mio padre quasi certamente sarebbe stato convocato per la gara col Benfica", fa notare il figlio Antonio: "Era considerato tra i giovani più promettenti, il presidente Novo stravedeva per lui. Tuttavia, una fastidiosa pleurite non gli consentì di partire per Lisbona. Lui non ha mai capito se si sia trattato di una fortuna o meno... Quando seppe della sciagura provò un dolore indicibile. E’ una sensazione che ho sempre letto nei suoi occhi tutte le volte che a casa si parlava del Grande Torino. E forse, oggi, sarebbe stato felice di veder tornare il Toro in serie A".  Il cuore e l’animo di Miolli furono pervasi da un’immensa tristezza. E nell’ alternarsi dei sentimenti e delle emozioni forti, si rese conto, col passar del tempo, di essere diventato un sopravvissuto di Superga. La sua carriera, dopo una parentesi nel Bolzano, prese una direzione diversa. Il Torino lo cedette al Cagliari (stagione ‘50-’51) dove disputò 6 campionati in serie B. Giocò anche insieme a Carlo Regalia con il quale ebbe modo di frequentare il corso di allenatore a Coverciano. Venezia (tre anni di B), Barletta e Trani furono le sue ultime squadre. Ma quella gloriosa maglia granata l’ha sempre portata nel cuore, soprattutto dopo aver visto le stelle cadere nel cielo di Superga.

21 maggio 2012

Fonte: Famigliacristiana.it

"Me Grand Turin" 

Ma ‘n fiur l’aviu

Russ cume ‘l sang

fort cume ‘l Barbera

veuj ricurdete adess, me grand Turin.

En cui ani ‘d sagrin

unica e sula la tua blessa jera.

Vnisìu dal gnente, da guera e da fam,

carri bestiame, tessere, galera,

fratej mort en Russia e partigian,

famìe spiantià, sperduva ogni bandiera.

A jeru pover, livid, sbaruvà,

gnanca ‘n sold ‘n sla pel e per ruschè

at duvavi suriè, brighè, preghè,

fina a l’ultima gusa del to fià.

Fumè a vurià dì na cica ‘n quat,

per divertise a duvìu rii ‘d poc,

per mangè a mangiavu fina i gat,

geru gnun: i furb cume i fabioc.

Ma ‘n fiur l’aviu e t’jeri ti, Turin,

taja ‘n tl’asel jera la tua bravura,

giuventù nosta, che tuti i sagrin

purtavi via cunt tua facia dura.

Tua facia d’uveriè, me Valentin!,

me Castian, Riga, Loik e cul pistin

‘d Gabett, ca fasia vni tuti fol

cunt vint dribbling e poi jera già gol.

Filadelfia! Ma chi sarà ‘l vilan

a ciamelu ‘n camp? Jera ne cuna

‘d speranse, ‘d vita, ‘d rinasensa,

jera sugnè, criè, jera la luna,

jera la strà dla nostra chersensa.

T’las vinciù ‘l Mund.

a vintani t’ses mort.

Me Turin grand

me Turin fort.

"Mio Grande Torino"

Ma avevamo un fiore

Rosso come il sangue

forte come il Barbera

voglio ricordarti adesso, mio grande Torino.

In quegli anni di affanni

unica e sola la tua bellezza era.

Venivamo dal niente, da guerra e da fame

Carri bestiame, tessere, galera,

fratelli morti in Russia e partigiani,

famiglie separate, perduta ogni bandiera.

Eravamo poveri, lividi, spaventati,

neanche un soldo sulla pelle e per lavorare

e dovevi sorridere, brigare, pregare

fino all’ultima goccia del tuo fiato.

Fumare voleva dire una cicca in quattro,

per divertirsi dovevamo ridere di poco,

per mangiare mangiavamo perfino i gatti,

non eravamo nessuno: i furbi come gli sciocchi.

Ma avevamo un fiore ed eri tu, Torino,

tagliata nell’acciaio era la tua bravura,

gioventù nostra che tutti i dispiaceri

portavi via con la tua faccia dura.

La tua faccia d’operaio, mio Valentino!

mio Castigliano, Riga, Loik, e quella peste

di Gabetto, che faceva venire tutti matti

con venti dribbling ed era già gol.

Filadelfia! Ma chi sarà il villano

a chiamarla un campo? Era una culla

di speranze, di vita, di rinascita,

era sognare, gridare, era la luna,

era la strada della nostra crescita.

Hai vinto il Mondo,

a vent’anni sei morto.

Mio Torino grande

Mio Torino forte.

(Giovanni Arpino)


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