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Vincenzo Paparelli 28.10.1979 La Giustizia
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I razzi, di tipo Saturno, acquistati dagli ultras con una colletta

Fiorillo, cattura imminente

di Mario Bianchini

ROMA - Lo sgomento di una intera città per la tragedia dell'Olimpico, è stato in parte attenuato dall'individuazione del presunto assassino, Giovanni Fiorillo, e dall'arresto di uno dei complici, Enrico Marcioni. Nella gente, anche quella che non partecipa attivamente alla vita sportiva, non ci sono sentimenti di vendetta o di rancore. Ma solo un senso di sollievo in una società angustiata da violenze di ogni genere che spesso, nonostante il prodigarsi delle autorità di polizia, rimangono impunite. All'annuncio che era stata fatta piena luce sul delitto, la signora Vanda Del Pinto, consorte del giovane ucciso, Vincenzo Paparelli, è scoppiata in lacrime. Ripeteva tra i singhiozzi: "Mi ha distrutto la vita. Non è possibile che si arrivi a tanta malvagità. Io capisco quella povera madre. Le nostre pene si uniscono, sono uguali. Io e Vincenzo eravamo felici, non facevamo del male a nessuno. Siamo andati insieme allo stadio per trascorrere un pomeriggio diverso. Non deve succedere più una tragedia così grande". Il fratello del povero Vincenzo ha saputo solo dire con voce rauca di pianto: "Non mi importa più niente. Non metterò più piede in uno stadio di calcio, un luogo che solo in teoria assicura poche ore di svago". Intanto il capo della squadra mobile dottor Ciccone, oltre ad aver scoperto con i suoi uomini il presunto sparatore e il suo amico, sta proseguendo le indagini che tendono a far luce sulla posizione di altri teppisti. "È stato un lavoro lungo e metodico - ha dichiarato il funzionario - attraverso la testimonianza di molte persone siamo riusciti a ricomporre il mosaico che in un primo tempo sembrava impossibile". Intanto le questure di tutta Italia stanno cercando Giovanni Fiorillo. La sua cattura dovrebbe essere imminente. A meno che non trovi compiacevoli ripari presso l’organizzazione che si fregia allo stadio di un sinistro cartello con la scritta "Ultrà Roma" accanto a un teschio e la folgore. Forse, come hanno affermato escludendo ogni ombra di dubbio i capi dei tifosi organizzati, l’estremismo politico si è insinuato fra gli sportivi. È un inquietante quesito che dovrebbe indurre le autorità a rivedere completamente i programmi di ordine pubblico concertati per fronteggiare folle di appassionati, che magari si sfogano fra loro con qualche ceffone, mai arrivato però al delitto feroce, come avvenuto domenica scorsa. La ricostruzione dell'assurdo episodio è ormai abbastanza circostanziata. Subito dopo la vicenda drammatica di domenica pomeriggio il capo della Mobile Ciccone, in collaborazione con il dirigente del secondo distretto di polizia e con altri funzionari, ha dato via alle indagini coordinate dal magistrato inquirente dott. Paoloni. Circa 200 tifosi della curva sud sono stati rintracciati a tempo di record (altri erano stati fermati nel corso degli incidenti). Tre fermati erano sottoposti alla prova del guanto di paraffina. Con il trascorrere delle ore le ricerche sono state accentrate su alcuni giovani facenti parte del "commando ultrà giallorosso", che solitamente durante le partite della Roma si attesta alla balconata della curva sud. Sono ragazzi che per lo più abitano tra piazza Vittorio e colle Oppio, con tanto di tessera (come l'aveva Enrico Marcioni) del "Commando ultrà curva sud". Due di questi, come si è detto, sono stati subito identificati: Giovanni Fiorillo, di cui non si è trovata traccia ed Enrico Marcioni, che è stato fermato. Lo stesso Marcioni, dopo un primo tentativo di respingere le accuse, ha raccontato tutto e anzi ha collaborato con gli investigatori. Così si è appreso che il gruppo di giovani tifosi si era riunito sabato mattina per organizzare i "festeggiamenti" da fare all'indomani allo stadio. Con una colletta è stata raccolta una certa somma necessaria per l'acquisto di quattro razzi tipo "Saturno" che costano 15 mila lire ciascuno. Il ragazzo ha ricostruito le sequenze drammatiche del pomeriggio di sangue. Dopo le ingiurie a Rocca gridate dagli spalti laziali e lo striscione con la scritta contro il giocatore, è stato deciso di sparare i razzi. Il primo è partito con traiettoria orizzontale: quello che ha poi raggiunto al viso Vincenzo Paparelli. Gli altri due sono stati esplosi a parabola per cui sono finiti fuori dell'Olimpico, un quarto ordigno, dopo gli incidenti, è stato buttato nella intercapedine esterna della curva sud dove ieri è stato trovato dalla polizia nel corso di una ricerca effettuata alla presenza dello stesso Marcioni. Il venditore degli ordigni è stato rintracciato dalla polizia: è Romolo Piccionetti, di 52 anni, con negozio di armi e articoli per la pesca, in piazza dell'Emporio. Qui la polizia ha trovato altri sei razzi uguali e quelli acquistati dai ragazzi. L'uomo è stato arrestato per irregolarità nella licenza. L'accusa precisa è di "detenzione di articoli esplodenti", il che significa o che il Piccionetti non aveva proprio la licenza per vendere quei razzi o che ne teneva in numero superiore a quello previsto dalla licenza stessa. In serata l'uomo è stato tradotto a Regina Coeli. Mentre le autorità sportive si preparano ad un convegno annunciato dal presidente della Federcalcio Franchi di tutte le forze interessate a salvaguardare la vita del calcio e il ministro dell'Interno Rognoni promuove una analoga iniziativa, le tifoserie di Roma e Lazio si accingono alla grande rappacificazione nel clima giusto, fra veri sportivi. Domenica 18 novembre, in occasione della sosta del campionato, verrà disputato all'Olimpico un derby fra le due squadre. L'incasso sarà devoluto alla famiglia Paparelli. L'idea è partita dal presidente della Roma, Viola. Il sindaco di Roma, Petroselli, l'ha proposta ufficialmente ieri sera ai massimi esponenti di Roma e Lazio che hanno accettato. È stato già deciso che per l'occasione (e forse per sempre) verranno eliminati tutti gli striscioni di sapore provocatorio.

30 ottobre 1979

Fonte: Stampa Sera

Fotografia: L'Unità

L'inchiesta per i tragici fatti di Roma

Una perizia balistica

ROMA - La magistratura romana che prosegue nell'inchiesta sull'uccisione di Vincenzo Paparelli, avvenuta domenica scorsa allo stadio Olimpico, ha affidato una perizia balistica ed una medico legale rispettivamente al dott. Antonio Ugolini ed al prof. Marcello Meriggi. Il sostituto procuratore Giacomo Paoloni chiede loro di compiere una indagine tecnica tutt'altro che facile: ricostruire con precisione la traiettoria del razzo da segnalazione nautica, tenendo presenti le reciproche posizioni dello sparatore, che si trovava nella "curva sud" occupata dai tifosi romanisti e della vittima, che se ne stava con la moglie nella "curva nord" tra i sostenitori laziali. I periti dovranno inoltre stabilire con esattezza quali erano le condizioni atmosferiche al momento della tragedia oltre a fornire in dettaglio tutte le caratteristiche del razzo. Dovranno spiegarne la natura e la potenzialità, ma soprattutto la distanza raggiungibile con una particolare inclinazione di tiro e la forza viva residua che può sprigionare al culmine della sua traiettoria. I tecnici designati hanno chiesto ed ottenuto 60 giorni di tempo per presentare al giudice le loro relazioni conclusive. Senza esito, ancora, le ricerche di Gianni Fiorillo e di Marco Angelini, i due "ultrà" della "curva sud".

5 novembre 1979

Fonte: Stampa Sera

Fotografia: Sport.sky.it

Si fa vivo il ragazzo dell’Olimpico

"Non ho sparato io il razzo omicida"

ROMA - Giovanni Fiorilli, il diciottenne tifoso della Roma, ricercato dalla polizia per l'uccisione di Vincenzo Paparelli, due domeniche or sono all'Olimpico, si è fatto vivo con una lettera pubblicata da "Il Tempo" e indirizzata ai genitori.

Il ragazzo del "derby" ammette d'aver assistito alla partita in curva Sud, ma nega di aver lanciato il razzo omicida: "Sto vivendo un'esperienza che non auguro nemmeno a un laziale", dice. "Sono fuggito perché troppi restano in galera prima di essere dichiarati innocenti". E' una lettera chiusa in una busta affrancata e che reca solo il timbro di "Roma-Ferrovia". La polizia sta indagando per accertare la provenienza. Il padre del Fiorilli ritiene autentico il messaggio. "Sì, la lettera è stata scritta da lui ma sotto dettatura. Questa roba non è farina sua. Giovanni non scriverebbe mai così come si legge qui: "Mi sono deciso ha scrivere questa lettera, più per un senso di responsabilità teso a cercare di stabilire la verità, che per un tentativo di discolpa, di cui la mia coscienza non ha bisogno, in quanto totalmente estraneo all'episodio addebitatomi". Suo è il pensiero, certo, suo è quell’ "ha" ma quelle frasi, quei termini assolutamente no. Sono di qualcuno che lo ha aiutato a scrivere".

7 novembre 1979

Fonte: Stampa Sera (Testo e Fotografia)

Sei mesi al negoziante che vendeva i razzi cerne quelli dell’Olimpico

Il diciottenne ricercato per il tragico episodio ha scritto a un giornale: "Sono tifoso romanista ma non sono stato io. Quello che soffro adesso non lo auguro neppure a un laziale".

ROMA - Il tribunale di Roma ha condannato a sei mesi di reclusione Romolo Piccinetti, proprietario di un negozio di caccia e pesca in cui furono sequestrati, durante le indagini sul delitto dell'"Olimpico", sei razzi per segnalazioni nautiche simili a quello che il 28 ottobre, prima del derby Roma-Lazio, uccise Vincenzo Paparelli il quale si trovava sulle gradinate della curva Nord dello stadio. Piccinetti, rinviato a giudizio per direttissima, sotto l'accusa di vendita illegale di armi comuni da sparo, ha ottenuto la sospensione condizionale della pena ed è stato scarcerato dopo dieci giorni di detenzione. Ai giudici ha detto di non aver mai sospettato che fosse necessaria una specifica autorizzazione per la vendita dei razzi, custoditi per oltre un anno nel suo negozio. "Non sapevo che fossero illegali: - ha aggiunto Piccinetti - per chiunque possieda una barca da pesca, anche di piccole dimensioni, sono obbligatori. Li ho consegnati spontaneamente agli agenti. Spesso li ho regalati a molti dei miei clienti". Il pubblico ministero, Roberto Vecchioni, al termine della sua breve requisitoria, aveva chiesto la condanna dell'imputato a dieci mesi di reclusione. Gli avvocati della difesa, Giffoni e Aricò, hanno sollecitato l'assoluzione del commerciante perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, mettendo inoltre in risalto la buona fede e la indubbia ambiguità delle disposizioni legislative sul commercio di strumenti per segnalazioni nautiche. Il tribunale, dopo una lunga permanenza in camera di consiglio, ha accolto parzialmente le tesi della difesa. Ha derubricato l'originaria imputazione e ha ritenuto il commerciante responsabile di vendita abusiva di materiale esplodente, un reato contravvenzionale per il quale ha inflitto a Piccinetti sei mesi di arresto. Il negoziante ha sempre negato di aver venduto quei tipi di razzi nei giorni che precedettero la partita di calcio. Si registra nel frattempo, un fatto nuovo nella tragica vicenda che precedette il derby capitolino. Il presunto lanciatore del razzo mortale, Giovanni Fiorillo, 18 anni, si è fatto vivo inviando una lettera al quotidiano romano II Tempo. Si tratta di un foglietto scritto in carattere stampatello, chiuso in una busta affrancata che reca il timbro postale di Roma-Ferrovia. La lettera è piena di correzioni e di grossolani errori di ortografia che contrastano in maniera sconcertante con il suo contenuto, in cui si tirano in ballo gli ideali traditi dei giovani e spunti filosofici sul futuro incerto delle nuove generazioni. Ma Fiorillo, soprattutto, respinge le accuse che gli vengono mosse: "Sono innocente - afferma fra l'altro il ragazzo - sono un acceso romanista perché nella passione per lo sport trovo l'unico ideale che è possibile trovare in questa Italia che nulla offre ai giovani. Sono fuggito perché troppi sono rimasti in galera per mesi prima che fossero dichiarati innocenti. Non sono un assassino anche se la stampa sì è scatenata contro di me. Ero in curva Sud dove tanti razzi, fumogeni, petardi furono lanciati quel giorno. Ma io non so neppure da che parte si lancino. Sono solo, braccato come un criminale, la vita mi sta mostrando un suo nuovo volto. Evitare di mostrarsi in pubblico, non parlare con nessuno, dormire dove capita, mangiare quello che si trova, è una esperienza che non auguro neppure ad un laziale". Questa frase, che rivela un assurdo sistema di valori, sembra indicare che i concetti sono di Fiorillo, espressi però sotto dettatura di qualcuno. Anche i genitori del ragazzo non hanno il minimo dubbio. Fanno capire che probabilmente il loro figlio sa chi ha sparato ma "piuttosto che parlare - aggiunge la madre signora Candida - è capace di farsi vent’anni". L'ipotesi dell'omertà sembra assai fragile. La polizia e il magistrato sono certi di aver accumulato le prove sufficienti. È stato spiccato il mandato di cattura con la pesante accusa di omicidio volontario per Fiorillo, i due presunti complici Marco Angelini ed Enrico Marcioni. quest'ultimo in stato di detenzione. Sulla vicenda pesa una serie di inquietanti interrogativi. Chi protegge il ragazzo, lo nasconde e gli suggerisce di scrivere una lettera "culturale", costellata di errori che sembrano costruiti ad arte per apparire credibili ?

8 novembre 1979

Fonte: La Stampa

Richiamava la tragedia avvenuta nel derby Roma-Lazio

Striscione "scagiona" il giovane accusato della morte di Paparelli

di Mario Bianchini

ROMA - Dal giorno della tragedia dell'Olimpico, che costò la vita a Vincenzo Paparelli prima del derby Roma-Lazio, è tornata ieri a riaffacciarsi per la prima volta fra la folla dello stadio romano, l'ombra inquietante di quell'episodio. È accaduto prima del confronto con il Napoli, quando sullo stesso settore della curva Sud da dove fu lanciato il razzo mortale, è apparso un enorme striscione: a lettere cubitali di color rosso c'era scritto: "Enrico è innocente". "La frase si riferiva al giovane Enrico Marcioni tuttora in carcere perché sospettato di aver partecipato all'azione criminosa. Il presunto lanciatore del proiettile Giovanni Fiorillo e l'altro presunto complice Marco Angelini, sono ancora latitanti. Il capo del secondo distretto di polizia, dott. Marinelli, ha spiegato più tardi i motivi che hanno indotto le forze dell'ordine a non intervenire per rimuovere lo striscione: "Intorno a quella scritta poco opportuna, ma che tuttavia non presentava estremi di reato - ha dichiarato il funzionario di polizia - c'era un gruppo consistente di alcune centinaia di giovani. L'intera curva era molto affollata. Una nostra iniziativa, con impiego massiccio di uomini, avrebbe rischiato di creare gravi incidenti. Abbiamo preferito scegliere un'altra via, cioè avviare una indagine per l'identificazione degli autori del gesto. Riferirò tutto al magistrato". L'occasione ha fornito lo spunto per chiedere al dott. Marinelli notizie sulle ricerche dei latitanti. La gente spesso si chiede dove si nascondono Fiorillo e Angelini, probabilmente protetti dal cerchio dell'omertà e di amici compiacenti. Nel clima emotivo che si creò subito dopo la tragedia, era convinzione generale che i due giovani sarebbero caduti assai presto nella rete della polizia. Invece non se ne è saputo più nulla: "Si sono volatizzati - è stata la risposta del dirigente del secondo distretto - noi continuiamo a cercarli". In occasione del derby Roma-Napoli, sono stati notevolmente rafforzati i servizi d'ordine e di prevenzione. Tre napoletani sono stati arrestati perché trovati in possesso di biglietti da diecimila lire falsificati. Sono stati sequestrati un coltello e un certo quantitativo di fuochi d'artificio. In curva Nord dove era assiepato un gruppo di tifosi partenopei con bandiere e striscioni, verso la fine della gara è stato inviato un contingente di carabinieri per evitare che le due parti venissero a contatto. Si è notato un grosso sbandamento. Si temeva che fossero accaduti incidenti. Invece lo stesso dott. Marinelli ha tenuto a sottolineare la maturità del pubblico che si era allontanato in perfetta calma, collaborando e rendendo più agevole il compito delle forze dell'ordine.

4 febbraio 1980

Fonte: Stampa Sera

Fotografia: Almanaccogiallorosso.it

Da quel giorno la mia vita è stata un inferno

di Gian Paolo Rossetti

(Lugano, Svizzera, Novembre 1980) - L'appuntamento con il latitante è per le cinque del pomeriggio, in piazza del municipio. Quando arrivo, accompagnato dal collega Mario Biasciucci dell'Occhio, lui è già lì. "Come stai ?", gli chiedo. "Male, grazie", risponde. Però non ha l'aria dell'individuo braccato, anche se le polizie di tutta Europa, in questo stesso momento, gli stanno dando la caccia. Lui, G.F., è l'ultrà romanista che il 28 ottobre del 1979, allo stadio Olimpico, uccise con un razzo per le segnalazioni marine il tifoso laziale Vincenzo Paparelli. È sereno, disteso, quasi disinvolto. "Andiamoci a bere un caffè", dice. "Poi vi racconterò tutto". Indossa un paio di jeans sdruciti, stivaletti a punta scalcagnati e un maglione che fanno a pugni con la camicia rossa della Cerrel, elegantissima e acquistata a Roma, in una boutique, quando ancora non doveva nascondersi. "Adesso non potrei permettermela" aggiunge guardandomi con gli occhi socchiusi per il fumo della sigaretta. "Non ho una lira".

È duro vivere da latitante ? "Altro che se è duro. Devi sempre correre, scappare, diffidare di tutti e di tutto. Ogni persona che incontri può essere un poliziotto. Per questo, ho deciso di farla finita. Tra venti giorni, un mese al massimo, mi costituirò, tornerò in Italia e affronterò il processo. Non ce la faccio più a tirare avanti così, sono a tocchi. Ho già contattato i miei avvocati, G.A. e P.V., per farmi consigliare. In fondo ho solo 19 anni e, anche se mi condanneranno, potrò ancora rifarmi una vita".

L'uomo che hai ammazzato ne aveva 33. Ci hai mai pensato ? "Cristo, se ci ho pensato. Non ho dormito la notte per il rimorso, questo è stato un anno d'inferno, il peggiore anno della mia vita".

Parlando, siamo arrivati davanti a un bar che tutti, qui a Lugano, chiamano "Caffè del Federale" perché tra la sua clientela, un tempo, c'erano parecchi neofascisti italiani in fuga. Proprio lì, a quel tavolo d'angolo, Marco Pozzan (notoriamente amico di Freda e Ventura) rilasciò la prima intervista dalla clandestinità e Angelo Angeli, detto "golosone" per la sua passione per i Baci Perugina e il tritolo, riceveva gli amici sanbabilini e i "colleghi" della S.A.M, Squadre d'Azione Mussolini. La domanda è inevitabile. Come mai ci hai dato appuntamento in questo posto ? Chi te l'ha suggerito ? "Nessuno, non sforzarti per capire, perché tanto arriveresti a conclusioni sbagliate. Non sapevo che i fascisti pascolavano qui, insomma non sono un "nero" se è questo che vuoi sapere, non ho alcun interesse per la politica. Caso mai sono giallorosso, la mia unica fede è la Roma".

Anche adesso, dopo tutto quello che è successo ? "Sì !".

Dove hai trascorso questo anno di latitanza ? "In giro, facendo una vita infame e modesta. Ho tirato a campare".

Chi ti ha dato i soldi per sopravvivere ? Sì, insomma, chi ti ha aiutato ? La vedova di Vincenzo Paparelli ha detto in un'intervista che c'è qualcuno che ti protegge, che finanzia la tua fuga. "No, io so' disgraziato, non ho santi in paradiso. Per mantenermi ho dovuto lavorare a giornata. Ho fatto il lavapiatti, l'idraulico, il meccanico".

Come facevi a farti assumere ? "Dicevo di avere fame".

Hai mai temuto di venire scoperto ? "Un'infinità di volte. La prima mi capitò subito dopo la disgrazia. Ero alla macchia da una decina di giorni. Presi un treno per tornare a Roma e mi trovai in uno scompartimento di seconda classe con diversi viaggiatori. Uno di loro era un poliziotto in borghese, lo capii dai discorsi. A un certo punto si mise a leggere il giornale. Con la coda dell'occhio vidi che stava guardando la mia fotografia e lo sentii esclamare: "Se mi capitasse tra le mani questo tipo qui, gli metterei la pistola in bocca e lo menerei pure". Per paura che mi riconoscesse, mi buttai una rivista in faccia e rimasi così per tutto il viaggio, facendo finta di dormire. Non ho mai pregato come quella volta. Anche di recente per poco non mi è venuto un colpo. Stavo rientrando nel mio rifugio, quando ho sentito una voce che diceva: "Givanotto...". Mi sono girato e ho visto un gendarme che correva verso di me. "Stavolta è proprio finita" ho mormorato. Invece voleva solo un fiammifero. Gli ho regalato l'accendino dalla gioia quando me ne sono reso conto".

I vecchi amici ti sono rimasti vicino ? "No, mi hanno abbandonato. Non c'è stato un cane che sia andato da mia madre a chiedere notizie. Perfino la ragazza mi ha piantato. Ha 18 anni. Non ho più avuto il coraggio di cercarla da quello stramaledetto giorno".

Che cosa rammenti di quel pomeriggio ? "Tutto. Le grida della folla, il rumore del razzo...".

Come te lo eri procurato ? "In un negozio, dove sennò ? Il giorno prima del derby, approfittando del fatto che ero di riposo, mi sono trovato con i soliti amici. C'erano M.A., E.M. e altri".

Tutti tifosi della Roma ? "Bè, dire tifosi è poco. Noi ciavemo er core giallorosso, Pruzzo è il nostro Dio e Liedholm il suo profeta...".

Che cosa avete fatto ? "Abbiamo studiato un programma per sostenere la squadra l'indomani".

Risultato ? "Siamo andati a comprare dei botti per fare un po’ di casino. Nel primo negozio non c'era niente che facesse al caso nostro, ma nel secondo ci hanno fatto vedere dei razzi a luce rossa. "Sono pericolosi ?" abbiamo chiesto. "No", ci ha risposto il proprietario. "Se li sparate orizzontali, a 50 metri si apre il paracadute e potete raccoglierli con una mano". Se non ci avesse detto così non li avremmo presi, siamo stati truffati, insomma. Oltretutto le istruzioni erano scritte in inglese e nessuno di noi capisce questa lingua. Soltanto dopo abbiamo saputo che si trattava di residuati di magazzino, che non si trovavano neppure più in commercio. Con 50mila lire ne abbiamo presi tre".

Chi vi ha dato quei soldi ? La Roma ? "Tutto sudore nostro. Ce li siamo procurati da soli. Noi del Commando Ultrà Curva Sud siamo sempre stati autosufficienti".

Che cos'è il "commando ultrà curva sud" ? "È il fior fiore dei tifosi romanisti...".

Dei più scatenati, visto che il vostro stemma è un teschio con una folgore ? "Macché scatenati, noi ci agitavamo solo per rincuorare la Roma. Sono i "trascinatori" quelli che fanno casino. Loro sono dei delinquenti, armano anche i bambini. Noi abbiamo sempre usato bengala innocui".

La società favoriva la vostra attività ? "Non ci ha mai aiutato più di tanto. Ci dava i biglietti omaggio del servizio d'ordine e ci metteva a disposizione il magazzino".

Bel servizio d'ordine ! Nel magazzino custodivate i razzi. Allora sono le società a favorire la violenza… "No, la Società non c'entra. Il magazzino ce lo dava per le bandiere. Certo che ogni tanto qualcuno ci nascondeva anche i botti. Con i biglietti del servizio d'ordine, difatti, si passava dallo stesso cancello "E" da cui entrava il personale dello stadio. Non c'erano controlli. Quel giorno, ad esempio, i razzi me li ha portati dentro uno della Roma due ore prima dell'inizio. Io ero fuori con quelli del controllo".

Poi che cos'è accaduto ? "I laziali si davano un gran daffare e così abbiamo pensato di controbatterli. Mi sono ritrovato in mano il primo razzo e l'ho acceso, ma ho dovuto agitarlo perché non partiva. A forza di muoverlo mi è sfuggito di mano, era la prima volta che lanciavo un ordigno simile. Subito dopo ho cercato di accenderne un altro, ma si è sprigionato un fumo densissimo. Nella nebbia ho visto la folla ondeggiare dalla parte dei laziali, nient'altro".

Non ti sei accorto di aver ucciso un uomo ? "No, l'ho saputo dalla radio e dagli altoparlanti del campo".

Allora che hai fatto ? "Sono rimasto al mio posto a vedere la partita. Speravo che non fosse il mio, quel razzo maledetto. Verso la fine del primo tempo, però ho notato che i compagni mi guardavano in modo strano e ho cominciato ad allarmarmi. Appena hanno aperto i cancelli dello stadio me la sono squagliata. Mica poteva restare lì con scritto assassino in fronte".

Questa è la prima volta che ammetti di aver lanciato il razzo omicida. Se non sbaglio, in passato hai scritto una lettera a un giornale negando tutto. "Non sapevo più cosa fare per discolparmi, avevo perso la testa. Quel giorno non volevo fare del male a nessuno, tanto è vero che giravo a viso scoperto, senza fazzoletto sul volto come fanno gli ultrà quando decidono di menare le mani. Non sono mai stato violento. Certo, qualche volta mi sono picchiato con i laziali, ma tutto è finito lì. Ho sempre avuto paura di prenderle. Anche da bambino ero sottomesso a tutti. Nella mia zona mi chiamavano "pollacchione" e non mi rispettava nessuno".

Eri già romanista a quell'epoca ? "Tifavo per la prima in classifica che era la Juventus. Poi ho scoperto la Roma e me ne sono innamorato. Ho cominciato ad andare allo stadio ad otto anni con mia sorella N. A 13 anni ho cominciato a lavorare perché non avevo più voglia di studiare. Con i primi guadagni mi sono comprato un abbonamento per la Curva Sud".

Torniamo alla tua fuga. "C'è poco da dire. Quando i compagni, che sono rimasti allo stadio fino all'ultimo, mi hanno confermato che la polizia mi cercava per l'assassinio di quel tizio me la sono squagliata. Prima però ho telefonato a casa, a mia madre, dicendole che partivo per Pescara".

Non le hai detto altro ? "E che so' scemo ? Mica potevo dirle "ho ammazzato uno". Sarebbe svenuta al telefono".

Avevi molto denaro con te ? "Duecentomila lire, tanto è vero che ho dovuto chiedere ospitalità a un amico. La sera dopo mi sono spostato, poi ho cominciato a vagare da un paese all'altro. Sono stato anche all'estero...".

Come viaggiavi ? "In treno o con l'autostop. La polizia trascura gli autostoppisti, ha altro da fare".

Adesso come trascorri le tue giornate ? "Lavorando qua e là. La sera non esco mai, non vado neppure al cinema per paura che mi fermino per chiedere i documenti".

Hai più visto i tuoi genitori ? "No, ed è questa la cosa che mi dispiace di più. Oltretutto io contribuivo al bilancio familiare. Prendevo 50mila lire alla settimana e le versavo quasi tutte in casa. Papà è un saldatore disoccupato, da solo non ce la fa a mandare avanti la famiglia".

Davi tutto a lui ? "Sì. Pensa che gli amici mi avevano soprannominato "Tzigano" perché, per non sporcare il vestito buono, andavo allo stadio conciato come uno straccione".

Sei più tornato a vedere una partita ? "No, mi è sempre mancato il coraggio. Ho paura di tradirmi per l'emozione. Ma un giorno ci ritornerò. Magari andrò in tribuna, non nella curva sud".

Ti sei pentito di quello che hai fatto ? "Se vedessi un ragazzo con dei razzi in mano glieli farei ingoiare. Mi sono rovinato la vita per quella robaccia".

A dire il vero te l'eri già rovinata prima. Avevi già avuto altri guai con la giustizia. "Quali guai ? Le mie sono sempre state stupidaggini. Ho preso 4 mesi per uno scippo, ma non avevo una lira. E da piccolo mi sono fatto pescare mentre giocavo dentro una macchina rubata da altri. Tutto qui".

Cosa farai dopo esserti costituito ? "Scriverò una bella lettera alla moglie e ai figli di Paparelli per chiedere il loro perdono".

Speri che te lo riconoscano ? "Sì. Quel disgraziato è morto, ma sono disgraziato anch'io che continuo a vivere con questo peso sulla coscienza".

Hai paura di andare in galera ? "No. Ho paura di uscire. Sono sicuro che i laziali non dimenticheranno ciò che è accaduto e, prima o poi, verranno a cercarmi per pareggiare il conto. Si è trattato di una disgrazia, maledizione, non di un delitto".

L'intervista è finita, prima di andarsene G.F. si dà una spolverata agli stivaletti a punta, da bullo di periferia che balla il liscio. "Presto ci rivediamo a Roma", dice. "Sto preparandomi per "L'ultimo Tango".

Novembre 1980

Fonte: Oggi (Settimanale)

Fotografie: L'Unità - Lastampa.it - Sport.sky.it

NDR: Si ringrazia Asromaultras.it per l'articolo di repertorio ("Giallorossi" - dicembre 1980).

Fuggito un anno fa dopo aver ucciso con un razzo uno spettatore

Il ragazzo omicida dell'Olimpico a Lugano: "Voglio costituirmi"

LUGANO - "Ho lanciato io il razzo, ma non sono un assassino. Sono stufo di scappare e di nascondermi: tra un mese mi costituirò. Non ho mai dormito per il rimorso". Giovanni Fiorillo, il giovane tifoso romanista ricercato per l'omicidio di Vincenzo Paparelli colpito da un razzo sparato dalla "curva Sud" dell'Olimpico durante il derby Roma-Lazio del 28 ottobre dell'anno scorso, ha ammesso per la prima volta la sua responsabilità, in una intervista al settimanale "Oggi". Ha aggiunto che si costituirà in vista del processo, in programma per la primavera prossima, che lo vede imputato insieme a Marco Angelini e Enrico Marcioni. Fiorillo ha "vuotato il sacco" a Lugano, dove si è rifugiato dopo lunghe peregrinazioni, negando di essere stato aiutato nella sua latitanza da tifosi romanisti. "I primi mesi sono stati duri - ha raccontato. Sono state giornate piene di angoscia. Di notte viaggiavo sui treni, di giorno facevo l'autostop. Sono stato a Milano, Genova, mi sono sempre e continuamente spostato, anche all'estero. Poi, ho trovato un lavoro e una casa". "Qualche volta - continua - quando sentivo alle spalle il rumore di una macchina che "sgommava" sull'asfalto, mi dicevo: ecco è la polizia, sono i carabinieri, mi arrestano". Di quel tragico sabato, la prima "partita col morto", Giovanni Fiorillo racconta che, dopo aver acquistato con Enrico Marcioni e Marco Angelini i tre razzi da segnalazione nautica per 50 mila lire, li introdussero allo stadio con l'aiuto di un addetto della Roma, attraverso il cancello riservato al personale. Il negoziante gli aveva assicurato che i razzi non erano pericolosi. "Dopo aver sparato il primo colpo - ha detto - ho visto un movimento della folla; non potevo però immaginare di aver colpito un uomo. Le persone che si trovavano vicino a me hanno visto che avevo difficoltà a far partire il razzo che puntavo in alto e fui costretto ad agitarlo. Seppi dagli altoparlanti e poi dalla radio quello che era successo e rimasi tremante sul posto fino alla fine". Era una partita che si annunciava calda, in una stagione di scontri e violenze che aveva investito i maggiori stadi italiani. Ad un'ora dall'inizio del derby, l'Olimpico contava già 60 mila spettatori e la "curva Sud" ribolliva di tifosi romanisti. Da qui, improvviso, partì il razzo che dopo una traiettoria di 300 metri raggiunse il lato opposto, colpendo in pieno viso Vincenzo Paparelli, 33 anni, due figli. Invano soccorso dalla moglie Vanda che gli sedeva accanto, morì poco dopo sull'ambulanza.

18 novembre 1980

Fonte: Stampa Sera

 Lo spettatore morto all'Olimpico durante la partita Roma Lazio

Si è costituito il giovane tifoso che uccise con un razzo allo stadio

ROMA - Si è costituito ieri mattina il giovane tifoso della Roma che nell'ottobre del 79 provocò, con un razzo, la morte di un altro spettatore poco prima dell'inizio del derby Roma-Lazio. Giovanni Fiorillo, 19 anni, si è consegnato nelle mani degli agenti della squadra mobile accompagnato dai genitori, Giacomo e Candida Capriotti, e da tre legali, gli avvocati Arcangeli, Vitale e Traldi. Davanti ai funzionari, che lo hanno interrogato per diverse ore, il giovane ha ricostruito la storia della sua latitanza. Per quattordici mesi, ha raccontato, è stato costretto a vivere di espedienti accettando vari ed umili mestieri, costretto continuamente a nascondere la propria identità. Per questo motivo, conversando successivamente con alcuni cronisti, Fiorillo ha anche inviato le sue scuse ai datori di lavoro che inconsapevolmente lo aiutarono durante i mesi della lunga latitanza. All'identificazione di quello che le cronache dell’epoca definirono il "killer dell'Olimpico", si giunse in brevissimo tempo grazie alla testimonianza di alcuni spettatori. Tutto accadde pochi minuti prima dell'inizio della partita. Con l'aiuto di due compagni, Fiorillo sparò uno dei quattro razzi antigrandine che aveva portato con sé allo stadio. Ma quello che voleva essere un pur discutibile atto di tifoseria verso la propria squadra si risolse in un'irreparabile tragedia. Il razzo, micidiale e di dimensioni notevoli, si diresse verso la curva opposta, tradizionalmente occupata dai tifosi laziali, e colpì in pieno un giovane meccanico, Vincenzo Paparelli, di 38 anni, che quel giorno era andato allo stadio con la moglie. Fu la stessa donna a soccorrere per prima il marito ma ormai non c'era più nulla da fare: il razzo lo aveva colpito in un occhio e nello scoppio gli aveva devastato il volto. L'arbitro D'Elia fu subito avvertito e - secondo quanto dichiarò in seguito - decise di far iniziare lo stesso l'incontro per evitare ulteriori incidenti. Ignari e all'oscuro di tutto vennero invece tenuti i calciatori: solo alla fine dell'incontro qualcuno disse loro che un tifoso della Lazio era rimasto ucciso. La gara era terminata 1-1. Nei giorni seguenti l'incidente dell'Olimpico scatenò molte polemiche e ripropose in termini tragici il problema della violenza negli stadi. Sull'argomento vi fu anche una severa presa di posizione da parte delle autorità politiche: dal ministro dell'Interno, Rognoni, a quello del turismo, D'Arezzo: dell'episodio parlarono anche Evangelisti, Valitutti ed il sindaco di Roma, Petroselli. Le indagini portarono ai primi accertamenti. Pochi giorni dopo venne arrestato uno studente di 18 anni, Enrico Marcioni, con l'accusa di "concorso in omicidio". Con lui finì in carcere anche l'armiere che fornì i micidiali razzi. Dalle loro testimonianze la polizia risalì all'identificazione di Fiorillo, ma quando gli agenti si recarono nella sua abitazione di piazza Vittorio per arrestarlo, si accorsero che aveva fatto perdere le proprie tracce. Su di lui, in Questura, c'era però un fascicolo abbastanza consistente: nel settembre 75 fu arrestato per furto aggravato, nell'ottobre 76 finì in galera per scippo, nel maggio del '79 fu fermato nei pressi di Milano mentre si trovava in compagnia di alcuni extraparlamentari di sinistra. Ora Giovanni Fiorillo dovrà rispondere dinanzi ai giudici di omicidio preterintenzionale, r. c.

26 gennaio 1981

Fonte: Stampa Sera

Fotografia: Lastampa.it

Si è costituito l'altro giorno a Roma dopo 14 mesi di latitanza

Altre aggravanti per il giovane che uccise col razzo all'Olimpico

Il giudice gli contesta di aver agito "per faziosità sportiva" - Con Fiorillo, 19 anni, alcuni imputati debbono rispondere, come lui, di omicidio preterintenzionale.

ROMA - La scelta di Giovanni Fiorillo, 19 anni, il presunto uccisore (allo stadio Olimpico) di Vincenzo Paparelli costituitosi domenica dopo 14 mesi di latitanza, aveva finora evitato una lunga carcerazione preventiva. Adesso, essendosi presentato spontaneamente, presenzierà al processo, che si svolgerà al più presto dinanzi alla prima sezione della corte d'assise di Roma. In più Fiorillo si è premunito anche contro una nuova, possibile accusa, quella di renitenza alla leva: in questi giorni, infatti, tutti i suoi coetanei riceveranno le cartoline-precetto, ed è ovvio che il presunto omicida dell'Olimpico non potrà rispondere alla chiamata perché detenuto. Con la sua scelta, il giovane ha ottenuto anche un altro risultato: poiché da tempo si è conclusa l'istruttoria (con la revoca del primo ordine di cattura per omicidio volontario, e il rinvio a giudizio con un'accusa meno grave, quella di omicidio preterintenzionale che è rivolta a chi colpisce per ferire e, senza volerlo, uccide), Fiorillo eviterà gli interrogatori da parte del pubblico ministero: è lo stesso che, all'indomani della tragedia dell'Olimpico, aveva formulato nei suoi confronti un'imputazione da tutti ritenuta eccessivamente dura. Con l'inizio del processo il giovane potrà dunque spiegare direttamente al presidente della corte d'assise, il dottor Severino Santiapichi, come andarono le cose quel pomeriggio di ottobre di due anni fa, poco prima dell'inizio del "derby" Roma-Lazio. Con lui compariranno come imputati altre otto persone. Due, Enrico Marcioni e Marco Angelini (il primo in libertà provvisoria ed il secondo latitante) devono rispondere della stessa imputazione, poiché avevano aiutato quel pomeriggio Giovanni Fiorillo a far partire il micidiale razzo. Dice infatti l'ordinanza di rinvio a giudizio, depositata il 6 dicembre scorso dal giudice istruttore Enzo Rivellese, che i giovani "con atto diretto a percuotere e procurare lesioni personali", fecero esplodere "dalla curva sud in direzione degli spettatori occupanti l'opposto settore della curva nord, un razzo esplodente di forma cilindrica e della lunghezza di circa 30 cm. cagionando la morte di Paparelli Vincenzo". All'omicidio, secondo il giudice, va aggiunta un'aggravante: quella di avere "agito per futili motivi, determinati da faziosità inerente a passione sportiva".

Vale a dire, in caso di condanna, che la pena potrebbe arrivare fino a 24 anni di reclusione. I giovani, inoltre, devono rispondere di detenzione e porto illegale di ordigni esplosivi. Imputato di concorso nell'omicidio è anche Pericle Gigli, gestore di un negozio di motonautica, il quale secondo il giudice istruttore avrebbe "cooperato a cagionare la morte del tifoso laziale per colpa: cioè per imprudenza, negligenza e inosservanza di norme di legge consistita nell'aver venduto ai tre alcuni razzi da segnalazione nautica, strumenti compresi. Oggetti che sono considerati tra le armi da sparo". Ma il processo d'assise avrà anche altri risvolti di notevole interesse. Il giudice istruttore, infatti, non si è limitato ai presunti responsabili diretti dell'omicidio. Con la sua ordinanza, ha rinviato a giudizio anche tre impiegati dello stadio Olimpico, accusati di "abuso di ufficio". La loro colpa, secondo il giudice, consiste nel fatto di "aver consentito a privati e ad associazioni sportive calcistiche della Roma e della Lazio, l'uso di locali - per il deposito di striscioni, sbarre ed altri oggetti che, nel corso delle partite, potevano trasformarsi in armi improprie. Gli accusati, tutti dipendenti dello stadio, sono Sergio Patriarca, Francesco Simone e Giorgio Besi. Gli ultimi due imputati dovranno rispondere invece di accuse minori: Gino Camiglieri, altro "ultrà" romanista, di possesso e trasporto di sei lanciarazzi, e Franco Belleggia, di minacce e porto d'armi improprie. Quest'ultimo, secondo alcune testimonianze, impedì a Maurizio Marzoni, un componente del servizio d'ordine della Roma, di avvicinarsi al luogo da cui il razzo era partito e di identificare, dunque, il gruppo degli sparatori. Belleggia arrivò perfino a minacciare Marzoni con una spranga di ferro. In attesa che tutto questo abbia inizio. Fiorillo è in carcere: la sua deposizione, al processo, sarà interessante anche per chiarire come il giovane, disoccupato e figlio di un fruttivendolo, ha trascorso questi lunghi mesi di latitanza, dove ha trovato rifugio, di quali aiuti ha potuto avvantaggiarsi. Ai funzionari di polizia, finora, ha detto solo di aver vagato di città in città, lavorando come lavapiatti in alcuni ristoranti. Ma un giornalista, pochi mesi fa, lo aveva intervistato a Lugano: fu in quell'occasione che per la prima volta, dopo tante lettere scritte ai giornali per proclamare la sua innocenza, Fiorillo ammise di aver sparato quel razzo, sia pure senza alcuna intenzione di uccidere. r. con.

27 gennaio 1981

Fonte: La Stampa

Fotografia: Storiedicalcio.altervista.org - Il Messaggero

Ricercato per omicidio era militare da 10 mesi

"Latitante" con stellette. È Marco Angelini coinvolto nella tragedia dello stadio Olimpico dove un tifoso morì colpito da un razzo - Si è costituito.

ROMA - Secondo la questura di Roma era "irreperibile su tutto il territorio della Repubblica". Invece Marco Angelini, 20 anni, ricercato perché coinvolto nell'omicidio del tifoso Vincenzo Paparelli allo Stadio Olimpico nell'ottobre 1979, in questi ultimi dieci mesi faceva indisturbato il servizio militare. Ieri, in licenza a Roma, si è costituito alla stazione dei carabinieri dell’Eur, raccontando a un maresciallo stupefatto la sua sorprendente vicenda. Angelini era l'unico dei tre giovani accusati per la morte di Paparelli (ucciso da un razzo sparato da una curva all'altra dello stadio) ad essere ancora in libertà. Da tempo in carcere sono gli altri due: il "tiratore" Giovanni Fiorillo ed Enrico Marcioni. Angelini fu il finanziatore dell'operazione. Per alcuni mesi il giovane rimase in latitanza. Poi scattò la precettazione per il servizio di leva e Marco, per evitare il reato di diserzione, si presentò regolarmente a Caserta dov'era destinato. Per dieci mesi ha vissuto con il cuore in gola, aspettandosi l'arresto da un momento all'altro. Fu trasferito a Trani, al Genio Pionieri, e in novembre si offerse volontario nelle zone terremotate. Nei giorni scorsi ha saputo che il processo contro i suoi compagni e lui stesso è stato fissato per il 15 giugno. Ha consultato un avvocato e ha deciso di costituirsi: "Conoscendo le lungaggini dell'istruttoria - ha spiegato - non volevo essere privato della libertà".

28 maggio 1981

Fonte: Stampa Sera

Fotografia: Sport.sky.it

Morì, colpito da un razzo, il tifoso Vincenzo Paparelli, 30 anni, due figli

Roma: tre giovani sul banco d'accusa per l'omicidio allo stadio Olimpico

di Giorgio Viglino

Il tragico episodio accadde il 27 ottobre 79, durante l'incontro di calcio Roma-Lazio - Dalla curva Sud fu sparato il micidiale ordigno che colpì la vittima alla testa.

ROMA - Tre ragazzi poco più che ventenni sono comparsi ieri, davanti alla prima sezione della Corte d'assise, per rispondere dell'omicidio di Vincenzo Paparelli, ucciso il 28 ottobre del '79, da un razzo sparato dalla gradinata opposta dello stadio Olimpico. Paparelli, 30 anni, padre di due figli, era un tifoso laziale, ma non apparteneva ai club organizzati né tantomeno ai cosiddetti "ultrà", autentiche squadracce d'assalto che in quell'autunno vantavano le proprie gesta. Dalla curva Sud, quella riservata per tradizione ai romanisti, e proprio dal settore dove campeggiava uno striscione "Commandos", partì il micidiale razzo lungo 30 cm che andò a conficcarsi nell'occhio sinistro di Vincenzo Paparelli. Al panico che subito si diffuse nella curva Nord, fece riscontro, dalla parte opposta, una serie di baruffe: erano gli amici dello sparatore che impedivano al servizio d'ordine della Roma di trovare il responsabile. Dopo il luttuoso fatto, scomparvero da tutti gli stadi d'Italia le insegne di questi tifosi irresponsabili, e per un certo periodo di tempo vennero intensificati i controlli in modo da impedire l'introduzione, all'interno dei campi calcistici, di armi improprie, ma anche di armi quali erano appunto i razzi del tipo usato per commettere l'omicidio. L'opera di bonifica è durata assai poco, e proprio sabato - alla vigilia dell'apertura di questo processo - è morta una ragazza rimasta ustionata a S. Benedetto del Tronto la domenica precedente, in seguito all'incendio sviluppatosi sulle gradinate dopo la caduta di un razzo. A giudizio per la morte di Vincenzo Paparelli sono stati rinviati tre giovani accusati di omicidio preterintenzionale, e altri sei ai quali vengono imputati reati minori. Il sostituto procuratore Paoloni aveva chiesto il rinvio a giudizio di Enrico Marcioni, Marco Angelini e Giovanni Fiorillo con la ben più grave imputazione di omicidio volontario, ma il giudice istruttore Rivellese l'aveva derubricata in preterintenzionale. Ieri mattina, in apertura di udienza, il dott. Paoloni, che svolge pure il ruolo di pubblico ministero, ha riproposto alla Corte la mutazione del capo d'accusa, chiedendo in via subordinata il rinvio degli atti alla Corte Costituzionale, al fine di dirimere il contrasto. La richiesta è stata respinta in entrambe le formulazioni, e il processo è iniziato regolarmente. Ai tre ragazzi viene imputato l'omicidio, anche se ovviamente uno solo è stato lo sparatore. Marcioni venne arrestato dopo pochi giorni dal fatto, fece il nome dei due compagni e venne rilasciato in libertà provvisoria. Fiorillo, indicato come l'autore materiale del fatto, rimase latitante fino al dicembre scorso, dopo aver vissuto in diversi Paesi europei. Angelini si è costituito ad aprile: era militare, ma alla polizia giudiziaria risultava irreperibile. Tanto Fiorillo che Angelini compaiono in giudizio in stato di detenzione. Marcioni, che è stato interrogato per tutta la durata della prima udienza, dopo che erano state esaurite le formalità, è considerato teste molto importante da parte della pubblica accusa. Ieri mattina ha confermato l'interrogatorio reso in istruttoria, ma il presidente Santiapichi ha voluto approfondire il ruolo di favoreggiamento operato dall'esterno: in primo luogo il club definito "Commandos", e in secondo luogo la Roma Calcio, che questi club favoriva non soltanto con biglietti di ingresso gratuiti. Dall'interrogatorio dell'imputato si è appreso infatti che lui e i suoi compagni potevano entrare allo stadio alle 9, quando non era ancora in atto il controllo di polizia. Tra timidezza e reticenza, l'imputato è stato più volte ripreso dal presidente Santiapichi che ha mostrato di non gradire affatto le troppe lacune nella memoria del ragazzo. I tre imputati maggiori si sono presentati in aula con un atteggiamento mite e remissivo; ma assai meno quieti di loro erano una dozzina di amici che seguivano il dibattimento. Hanno resistito per un paio d'ore sul filo dell'espulsione, poi sono stati allontanati.

16 giugno 1981

Fonte: La Stampa

Fotografia: L'Unità

Processo Paparelli: agli atti un singolare documento

La società sportiva Roma rimborsò un artificiere ?

di Giorgio Viglino

(Dal nostro inviato speciale) ROMA - C'è molto caldo a Roma, ma a Palazzo di giustizia, per la particolare conformazione della costruzione, la temperatura è veramente insopportabile nelle aule. Deciso ad accelerare i tempi, pronto a sacrificare i pomeriggi, il presidente Santiapichi. della prima sezione della corte d'assise che giudica gli imputati del processo Paparelli, s'è visto costretto ieri ad alcune sospensioni fuori programma. L'impianto di aria condizionata, guastatosi la scorsa estate tanto da determinare un arresto anticipato del servizio, viene riparato in questi giorni e forse riprenderà a funzionare la settimana prossima. Il programma del processo Paparelli si allunga e prevede per questa mattina nuovi interrogatori dei testi (ne restano una quindicina), quindi il rinvio alla prossima settimana dopo la pausa elettorale collegata alle amministrative in programma a Roma. Ieri è stato ultimato l'interrogatorio degli imputati minori ed è iniziato quello dei testi, ma l'elemento di maggiore importanza è un documento presentato dall'avvocato Manzo, difensore di Marco Angelini, che è stato allegato agli atti. Si tratta di una singolare nota spese globale sottoscritta da vari presidenti dei club di sostenitori romanisti ed indirizzata alla associazione sportiva Roma. Insieme con numerose altre voci figurano le seguenti: "...mano d'opera artificiere, compreso biglietto partita, lire 42.000; - numero 60 fumogeni lire 60.000". La nota è riferita al derby precedente a quello in cui accadde il fatto, e porta la data del 19 marzo 1979. Questo nuovo elemento di prova aggrava fortemente la posizione della società sportiva, ma né i dirigenti, né il direttore sportivo, avvocato Raule, hanno voluto dare la versione della società circa i rapporti intercorrenti con i club di tifosi, compresi i più fanatici. L'avvocato Raule si è limitato a dichiarare: "Noi seguiamo il processo con piena fiducia negli organi giudicanti e non vogliamo in alcun modo interferire. D'altro canto vorrei che non si dimenticasse come per nostra iniziativa si sia giocata una partita e l'incasso di 60 milioni sia stato interamente versato alla vedova". La parte civile rappresentata dall'avvocato Pietro d'Ovidio, che tutela gli interessi di tutti i familiari di Paparelli, non ha nascosto fin dall'inizio l'intenzione di procedere, a giudizio penale concluso, sul piano civile nei confronti della "Roma" stessa. In sede processuale sono stati ascoltati i tre imputati dipendenti del Coni, Besi, Patriarca e Simone. Concordemente hanno affermato d'aver consegnato come d'uso le chiavi dei locali ai capi della tifoseria delle due squadre trattandosi di un derby. A loro dire era perfettamente normale questa procedura e non toccava a nessuno di essi ispezionare i magazzini per vedere che cosa contenessero. La vedova di Vincenzo Paparelli, Vanda del Pinto, ha deposto per circa un'ora. Dopo aver riepilogato con evidente sofferenza i fatti, la signora Vanda ha spiegato con dettagli precisi il particolare dello striscione provocatorio che potrebbe aver dato origine al tiro al bersaglio dalla parte opposta. I tifosi laziali facevano comparire ogni tanto uno striscione. "Roma Olocausta", e, pochi attimi prima dell'arrivo del proiettile mortale, la scritta sovrastava proprio Paparelli. Se il proiettile fosse stato sparato in direzione di quel bersaglio, verrebbero a cadere le confuse giustificazioni del Fiorillo che ha sostenuto di non aver saputo bene indirizzare il tubo lanciarazzi. Citato dalla difesa di Marcioni è comparso però un altro testimone che asserisce d'aver visto quello stesso striscione a parecchi metri di distanza dal punto in cui sedeva Paparelli.

18 giugno 1981

Fonte: La Stampa

Fotografia: Sport.sky.it

Entro oggi la sentenza di Roma sul razzo mortale all'Olimpico

Il tribunale deve decidere sulle richieste del p.m. da 12 a 15 anni.

ROMA - Con le repliche del Pubblico Ministero e dei difensori si conclude oggi a Roma il processo contro i tre giovani che un anno fa, esplodendo un razzo dalle gradinate dello stadio Olimpico durante il derby Roma-Lazio, provocarono l'atroce morte di un tifoso, Vincenzo Paparelli. Le ultime udienze sono state interamente dedicate alle arringhe della difesa: gli avvocati hanno tutti insistito sull'elemento di accidentalità che, a loro giudizio, è stato determinante nella tragedia dello stadio romano. Dei tre maggiori imputati, Giovanni Fiorillo (rimasto a lungo latitante), Marco Angelini ed Enrico Marcioni nessuno - hanno sottolineato i difensori - aveva l'intenzione di uccidere: ai tre giovani, soprattutto, sarebbe mancata una esatta nozione della pericolosità del razzo di segnalazione che erano riusciti a portare fin sulle gradinate. Analoghe le tesi degli avvocati di altri imputati, che sono rimasti coinvolti nella vicenda per aver venduto il razzo o per aver consentito che l'ordigno venisse nascosto per alcuni giorni in magazzini di proprietà della società sportiva "Roma". Per questi reati, che resero possibile l'omicidio, sono imputati Pericle Giglio, il commerciante che vendette i razzi: due funzionari del Coni, Patriarca e Simone, il presidente dei club laziali, Camiglieri, e Franco Belleca, un tifoso romanista più volte al centro di disordini. Per tutti gli imputati, le richieste del Pubblico Ministero sono state particolarmente dure: quindici anni e sei mesi di reclusione a Giovanni Fiorillo e Marco Angelini: dodici a Marcioni (e solo perché quest'ultimo all'epoca dei fatti era minorenne). Partendo dalla convinzione che nella vicenda è risultata determinante la comune volontà di colpire gli "avversari", nata nel clima di violenza degli stadi, il magistrato ha chiesto cinque anni di reclusione anche per il commerciante, un anno ciascuno per i funzionari del Coni, tre per il tifoso romanista e un anno e mezzo per il presidente dei clubs laziali. La sentenza è attesa oggi.

3 luglio 1981

Fonte: La Stampa

Fotografia: L'Unità

Sul dramma del "derby" all'Olimpico l'attesa sentenza del tribunale

Roma: tre condanne a 4 e 5 anni per il tifoso ucciso da un razzo

I principali imputati (Fiorillo, Angelini e Marcioni) riconosciuti colpevoli di omicidio colposo - Il Pm, sostenendo la tesi dell'omicidio preterintenzionale, aveva chiesto 15 e 12 anni.

(Dalla redazione romana) ROMA - Colpevoli di omicidio colposo. Così ha deciso il tribunale di Roma, dopo cinque ore di camera di consiglio, per i tre principali imputati del dramma avvenuto all'Olimpico, il 27 ottobre '79, quando durante il derby Roma-Lazio un tifoso, Vincenzo Paparelli, venne ucciso da un razzo rudimentale. I giudici hanno inflitto cinque anni e quattro mesi ciascuno a Fiorillo e Angelini, e quattro anni e sei mesi a Marcioni, disattendendo la tesi dell'omicidio preterintenzionale sostenuta dalla pubblica accusa. Ecco le altre condanne: Gigli, due anni e quattro mesi (uno per concorso in omicidio colposo e un anno e quattro mesi per la vendita dei razzi), Belleca un anno e sei mesi; Camiglieri un anno. Sironi, Besi e Patriarca sono stati assolti perché il fatto non sussiste. Le richieste del p.m. erano state dure: il Sostituto Procuratore Paoloni, che guidò le indagini fin dal primo momento, aveva chiesto 15 anni e sei mesi per Giovanni Fiorillo e Marco Angelini, accusato di aver esploso il razzo micidiale; 12 per Enrico Marcioni, che al momento della tragedia non era ancora maggiorenne. Per una serie di imputati minori erano state chieste pene altrettanto severe, allo scopo di "punire" con una sentenza esemplare il clima di violenza che vige ormai da anni negli stadi, soprattutto quando si svolgono partite attese e determinanti. "La borsa contenente i tre razzi venne depositata davanti a un cancello dello stadio la domenica mattina. Facevamo sempre così: il materiale da impiegare per il tifo veniva accumulato presso un cancello, dove sarebbero passati a ritirarlo quelli che avevano il permesso di entrare liberamente nello stadio, senza sottoporsi a controlli". Così aveva detto, nella seconda udienza del processo, Giovanni Fiorillo, l'imputato che per lunghi mesi era riuscito a evitare l'arresto, anche grazie a complicità che le indagini non sono riuscite a chiarire. I motivi che indussero i tre ragazzi a procurarsi i razzi furono spiegati da un altro imputato, Enrico Marcioni: "Correva voce che i laziali si preparavano a lanciare nel corso della partita alcuni razzi potentissimi e noi non volevamo essere da meno". Certo è che per quel derby Roma-Lazio si erano dati appuntamento allo stadio tutte le componenti più facinorose e violente. Nel corso delle udienze i giovani imputati spesso si sono contraddetti fra loro. Ci sono stati momenti di profonda tensione, soprattutto quando sono stati ricordati i minuti che seguirono la tragica sparatoria. "Fu un fatto molto drammatico - ha detto Marcioni - e quando capimmo che era avvenuto qualcosa di grave cercammo di fare sparire il materiale, il tubo usato per il lancio, la pistola lanciarazzi e un altro ordigno rimasto. Buttammo tutto dentro una toilette dello stadio". In quel momento Vincenzo Paparelli, trent'anni, padre di due figli, era ormai moribondo. Il razzo, lungo 30 centimetri, gli si era conficcato nell'occhio sinistro. Nella curva Nord, la folla in preda al panico rendeva quasi impossibili i primi soccorsi. In quella Sud, invece, un gruppo di amici dei tre sparatori impediva al servizio d'ordine di individuarli e arrestarli. Dopo il fatto, in tutti gli stadi furono proibiti le insegne e gli slogans più estremistici. I controlli vennero rafforzati. Ma le precauzioni durarono poco: alla vigilia dell'apertura del processo per l'uccisione di Paparelli, morì a San Benedetto del Tronto una ragazza ustionata da un razzo su una gradinata. Dopo la fuga dall'Olimpico, Fiorillo e i suoi amici fecero perdere le tracce. Marcioni però, arrestato pochi giorni dopo e portato in questura, confessò pur cercando di addossare agli altri le colpe principali. Fu rilasciato in libertà provvisoria. Fiorillo invece rimase latitante fino al dicembre scorso: quindici mesi vissuti in diverse città. "Ho lavorato - disse allora ai cronisti - ho fatto i mestieri più umili, lavavo i piatti, facevo il ragazzo di bottega. Sono stato anche in Svizzera, dove mi intervistarono e dissi che volevo costituirmi. Ero terrorizzato, avevo paura che mi scoprissero". Parlò anche di quella domenica allo stadio. Sostenne, come ha fatto durante tutto il processo, che si trattò di una "disgrazia" : "Il razzo è partito all'improvviso in orizzontale mentre lo stavo innescando. Non volevo colpire nessuno. Quando ho saputo che era morta una persona mi sono disperato". Per costituirsi, Fiorillo, ben consigliato, aveva aspettato che il suo reato venisse derubricato da omicidio volontario in preterintenzionale.

4 luglio 1981

Fonte: La Stampa

Fotografia: L'Unità

Due condanne per il tifoso ucciso allo stadio

ROMA - Riconosciuti responsabili di omicidio preterintenzionale sono stati condannati a sei anni e dieci mesi di carcere Giovanni Fiorillo e Marco Angelini, i due giovani tifosi della "Roma" che, il 28 ottobre di cinque anni fa, allo stadio Olimpico, poco prima dell'incontro tra le due squadre romane, spararono un razzo che uccise il meccanico Vincenzo Paparelli. I giudici della corte d'assise d'appello hanno totalmente riformato la sentenza di primo grado grazie alla quale i due imputati, considerati responsabili di omicidio colposo, tornarono in libertà, perché condannati a pene lievi.

31 marzo 1984

Fonte: La Stampa

Fotografie: Ultraslazio.it - Sport.sky.it


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