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Vincenzo Paparelli 28.10.1979 La Tragedia
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Roma - L'assurda violenza dei tifosi ha provocato una tragedia

Ucciso allo stadio da un razzo lanciato da una curva all'altra

di Mario Bianchini

La vittima è un meccanico di 33 anni, padre di due figli, tifoso della Lazio - Il proiettile, dopo aver percorso oltre 250 metri, lo ha colpito al viso - Un secondo razzo è addirittura uscito dallo stadio dopo averlo attraversato tutto. Fermati due giovani - Inutili le perquisizioni all'ingresso anche se è stato sequestrato un "arsenale" impressionante.

ROMA - Il derby Roma-Lazio passerà tragicamente alla storia. Uno spettatore di 33 anni, Vincenzo Paparelli, sposato, padre di due figli, è stato ucciso sulle gradinate della curva Nord quasi al limite con la tribuna Monte Mario, da un razzo esploso dalla curva Sud che si trova al lato opposto dello stadio. Era un tifoso della Lazio. Ieri è andato alla partita con la tessera del fratello, tifoso della Roma, con il quale manda avanti una piccola officina nel quartiere di Primavalle. E' la prima volta in Italia che un incontro di football viene funestato da un delitto. L'episodio è accaduto verso le ore 13 quando già gli spalti dell'Olimpico erano gremiti di folla. Sulla curva Sud si trovavano, secondo un'antica consuetudine, i tifosi romanisti, mentre il lato Nord era riservato ai sostenitori laziali. Le due fazioni stavano scambiandosi i soliti slogan sfottenti. La scintilla è scattata quando nel settore laziale è apparso un grosso striscione sul quale era scritto a lettere cubitali: "Rocca bavoso, i morti non resuscitano". I romanisti replicavano con bordate di fischi. Improvvisamente dal punto dove giganteggiava un grosso drappo con scritto "commando ultrà curva Sud", è partito un grosso razzo, che dopo aver attraversato sibilando tutto il campo, andava a colpire in pieno volto il Paparelli che si accasciava sanguinante al suolo. In un baleno dilagava il panico. La folla si precipitava verso le uscite mentre un altro proiettile, scagliato dallo stesso punto, oltrepassava addirittura il settore Sud, andando a finire su un albero fuori dello stadio. Intanto accanto al Paparelli era rimasta soltanto la moglie Vanda del Pinto, che gridava disperatamente. E' trascorso qualche minuto prima che ci si rendesse conto della gravità dell'episodio. Poi sono arrivati i barellieri. L'ambulanza si faceva largo con la sirena spiegata, diretta verso l'ospedale di S. Spirito. Purtroppo il poveretto ha cessato di vivere lungo il tragitto. Uno spettatore ha raccolto il piccolo razzo insanguinato, che aveva ucciso il giovane e lo ha consegnato alla polizia. Solo dopo un quarto d'ora si spargeva fra il pubblico la notizia della morte del Paparelli. I sostenitori biancoazzurri si abbandonavano ad una reazione rabbiosa. Saltavano fuori bastoni, spranghe di ferro, biglie. Venivano infranti i vetri che dividono i settori delle tribune Tevere e Monte Mario. Alcuni esponenti dei circoli biancoazzurri si portavano davanti agli spogliatoi chiedendo la sospensione della partita. Il presidente della Roma, ing. Viola, pallido in volto, replicava con aria affranta che non si sentiva di assumersi la responsabilità di una decisione che avrebbe rischiato di creare incidenti ancora più gravi. Anche le autorità hanno ritenuto opportuno evitare di prendere iniziative con il pericolo di far precipitare la già precaria situazione. Quando le squadre sono entrate sul terreno di gioco, dalla curva Sud si è levato il coro di "assassini, assassini". La curva Nord presentava larghi vuoti. Molti avevano lasciato lo stadio per paura e altri in segno di protesta aderendo all'invito lanciato dai capo-tifosi. Alcuni scalmanati si sono avvicinati al fossato e hanno cominciato a lanciare oggetti in campo mentre le forze dell'ordine si schieravano con i fucili lanciarazzi puntati. Il capitano della Lazio Wilson e Giordano, si avvicinavano agli spalti cercando di placare l'ira della folla. L'arbitro D'Elia si guardava intorno disorientato. Partiva un razzo di color rosso che lo sfiorava ad una spalla. Nel trambusto generale, il direttore di gara decideva di fischiare l'inizio della partita. Continuava il lancio di proiettili di ogni genere. Il comandante dei carabinieri decideva di far entrare nel recinto della curva Nord drappelli di militi. Si accendeva qualche scontro. Ma fortunatamente non accadevano altri episodi gravi. Più tardi il capo del secondo distretto di polizia, dott. Marinelli, ha dichiarato che era stato effettuato il fermo di quattro giovani. Si sospetta che due di essi abbiano a che fare con l'episodio delittuoso. "Non sappiamo con esattezza quale tipo di arma abbia usato il teppista che ha sparato - ha aggiunto il funzionario - riteniamo che debba trattarsi di un lanciarazzi dotato di una carica di notevole potenza".

29 ottobre 1979

Fonte: Stampa Sera

L'agghiacciante testimonianza fornita dalla moglie dell'uomo morto per una giornata di sport

Ho visto il razzo luminoso arrivare

di Giuseppe Fedi

Vincenzo Paparelli, meccanico, romano di fede laziale, aveva 33 anni - Sfilata silenziosa di gente sotto la casa del rione Primavalle dove abitava - Il cordoglio della cittadinanza portato da un rappresentante del sindaco - Quattro fermati: si tratterebbe di testimoni.

ROMA - "Ho visto il razzo arrivare dall'altra parte dello stadio. Era luminoso ed aveva una scia di fumo. Ho fatto appena in tempo a girarmi per dire a Vincenzo di stare attento, ma era già stato colpito". Annientata dal dolore Vanda Del Pinto ricostruisce fra le lacrime gli attimi che hanno preceduto la morte di Vincenzo Paparelli. Sono le 16 e la donna si trova negli uffici della squadra mobile per fornire la sua deposizione. E' lì da pochi minuti ed il funzionario di turno fa mettere a verbale il suo racconto. "Eravamo usciti di casa dopo le 12.30. Vincenzo era un patito della Lazio e non voleva mancare al derby. Per vedere la partita si era fatto prestare la tessera dal fratello". Il calcio era l'unico hobby di Vincenzo Paparelli. Romano. 33 anni, terzo di cinque fratelli, lavorava come meccanico in un'officina di Primavalle. "Stasera sarebbe dovuto venire a cena a casa mia - spiega il cognato Otello Del Pinto. Dovevamo festeggiare il compleanno di mio figlio che ha compiuto tre anni. L'ho visto l'ultima volta sabato sera. Sono stanchissimo, mi ha detto, ma domani Roma-Lazio non voglio proprio perderla". Tutta Primavalle si stringe intorno al dolore di una famiglia provata da una tragedia assurda. La gente della borgata sfila silenziosa sotto la casa del meccanico, in via Dronero, in un pellegrinaggio spontaneo e composto. Nel tardo pomeriggio arriva l'aggiunto del sindaco Petroselli. E' accompagnato da due vigili urbani e alla sorella di Vincenzo Paparelli porta il cordoglio del primo cittadino e della giunta capitolina. Il dott. Efisio s'informa sulle condizioni economiche della famiglia. "Domani mattina - dice - verrà una assistente sociale. E' a vostra disposizione per quanto potrà esservi utile. Oggi all’Olimpico è morto un cittadino romano e vorremmo partecipare al vostro dolore". L'aggiunto e i familiari di Vincenzo Paparelli si appartano in un angolo. Otello Del Pinto ringrazia il funzionario comunale. "Non sappiamo ancora quando potremo fare il funerale - informa. In questura ci hanno detto che per avere il nulla osta occorre l'autorizzazione del magistrato e che questa verrà concessa dopo l'autopsia". Gli adempimenti di legge e il loro lento rituale si scontrano con il dolore di una famiglia. "Vincenzo è morto e nessuno ce lo restituirà - dice singhiozzando la sorella Carla. Lascia due bambini, di sette e tredici anni, una moglie e quattro fratelli che lo adoravano. Lo ha ucciso quella violenza che lui detestava, la stessa che da troppo tempo segna la nostra vita di tutti i giorni. Che senso ha sapere esattamente come è morto quando i responsabili di ciò non verranno mai scoperti ?". "Stiamo facendo il possibile per arrivare all'identificazione dello spettatore che ha esploso dalla curva Sud il razzo che ha ucciso Vincenzo Paparelli - affermano in questura. Abbiamo fermato e denunciato una ventina di persone perché trovate in possesso di armi improprie. Due sono tuttora in stato di fermo al secondo distretto di polizia, mentre i carabinieri ne hanno fermati altrettanti. E' difficile dire se fra questi vi sia lo sparatore. Li stiamo interrogando a fondo, nella speranza che dalle loro deposizioni emergano elementi utili". Di più. i funzionari della squadra mobile non vogliono dire. Secondo indiscrezioni trapelate nella tarda serata, tra i quattro fermati non figurerebbero gli autori materiali del fatto. Si tratterebbe comunque di testimoni forse preziosi: tifosi che hanno assistito al derby nei pressi del luogo della curva Sud da dove è partito il proiettile. Intanto, i fedelissimi di numerosi club giallorossi e biancazzurri si sono impegnati a fornire tutta la loro collaborazione agli inquirenti per scoprire i responsabili della morte di Vincenzo Paparelli. il primo spettatore ucciso in Italia all'interno di uno stadio di calcio.

29 ottobre 1979

Fonte: Stampa Sera

I barbari della domenica

di Giovanni Arpino

Ed è così venuta la tragica domenica in cui una famigerata "arma impropria" uccide un tifoso in uno stadio. E' accaduto all'Olimpico romano, ridotto per l'ennesima volta, grazie agli incidenti, ad una sorta di grottesco, sanguinante Colosseo. Riconosciamolo a viso aperto: da almeno sette o otto anni abbiamo temuto questo fattaccio. Negli stadi si entra con ogni sorta di suppellettili, oggetti, bastoni, legni per bandiere che servono quali manganelli, chiavi inglesi, persino estintori rubati nelle stazioni ferroviarie (è capitato a Milano, per il derby). Le pistole lanciarazzi sono ormai normali come l'orologio al polso. I disgraziati, giovanissimi o meno, che si mascherano da guerriglieri, invadono settori via via più grandi. Sono arrivati persino a minacciare chi "tifa freddo", chi non ulula come uno sciacallo. E così: il morto. Lo temevamo, abbiamo speso chilometri di parole sulle colonne dei giornali, in questi anni. Tutto inutile: la vittima c'è, ha un nome, suscita pietà infinita. E' andato anche lui allo stadio per godersi novanta minuti di pedate e sperandole degne di festa, il giovane e sfortunato spettatore romano. E' stato ucciso e non incolpiamo il destino, non tiriamo in ballo il Fato. Così come non si può accusare chi ha la sorveglianza degli stadi, polizia o addetti dei clubs calcistici: come è possibile frugare nelle tasche e sotto gli impermeabili di sessanta, ottantamila persone ? In un Paese qual è l'Italia, dove si muore troppo facilmente, oggi uccide anche lo spettacolo sportivo. Dobbiamo sporgerci su questa rovina civile, curarla, non attenuarla con frasi fatte o con speranze leggere. La colpa è in una certa figura di tifoso, che ignora tutto: il rispetto umano, la liceità agonistica, il valore del divertimento domenicale, e si affida solamente ai propri stimoli di violenza bruta, armandola con ogni sorta di strumenti. Non c'è legge, non c'è prevenzione, non c'è consiglio, non c'è predica, non c'è tutela che valgano. Bisogna riuscire, con decisioni rapide e senza guardare in faccia a nessuno, ad estirpare questa gramigna. Tutti gli "ultras" di tutte le curve vanno levati di peso dai loro posti. Lo sport è un "bene comune" che può e deve essere salvato da chi gli mangia le viscere, da queste frange barbare. O i cancelli resteranno chiusi per sempre.

29 ottobre 1979

Fonte: Stampa Sera

Il razzo acquistato in un’armeria di Roma

Scoperto il giovane assassino dell'Olimpico

Appello delle autorità: "Gli stadi tornino ad essere luoghi di convivenza".

ULTIMA ORA - La polizia ha identificato a Roma l'autore del lancio del razzo che ha colpito a morte il tifoso Vincenzo Paparelli. E' un giovane e per ora si sa che si chiama Giovanni Fiorilli. Sono in corso ricerche sia nella sua abitazione, sia sul posto di lavoro. Sarebbe questo giovane (è quasi certo) ad aver lanciato il razzo che, da una curva all'altra dell'Olimpico, è andato a colpire mortalmente Vincenzo Paparelli, 33 anni, che assisteva al derby Roma-Lazio accanto alla moglie…(Omissis).

29 ottobre 1979

Fonte: Stampa Sera

Lo sgomento dei giocatori nelle frasi dello spogliatoio

ROMA - Gli aspetti tecnici del derby hanno trovato scarsa eco negli spogliatoi dell’ Olimpico. Su allenatori, giocatori, dirigenti, giornalisti, gravava l'atmosfera pesante della tragedia avvenuta prima della partita in curva Nord. Il primo a raggiungere la sala stampa è stato Liedholm che aveva un'aria mesta e sconcertata. Ha cercato all'inizio di sviare il discorso dal luttuoso episodio affermando che secondo lui la partita aveva avuto uno svolgimento regolare. "Sulla triste vicenda accaduta sugli spalti - ha dichiarato lo svedese - non avevamo notizie sicure. Si parlava di un ferito grave. Rocca era molto agitato per quel cartello pieno di insulti. Ha giocato male, come del resto tutta la mia squadra. Non avevamo la mente serena per sviluppare un gioco normale. Ognuno cercava l'iniziativa personale". Pensa che possa aver influito la notizia della morte di uno spettatore ? "Abbiamo iniziato la gara quasi inconsciamente - ha replicato Liedholm - ma con il trascorrere dei minuti i giocatori sono riusciti a concentrarsi sulla partita. L'episodio è inconcepibile. E' la prima volta, nella mia lunga carriera prima di calciatore e poi di allenatore, che mi capita di assistere ad un fatto così grave". Poi il trainer, anche per sdrammatizzare un po' il clima, ha ripreso a commentare l'incontro con parole piuttosto dure nei confronti dei suoi giocatori: "Tancredi è stato il migliore in campo, non ha potuto far nulla sulla palla del gol deviata da Rocca. Ma nello stesso tempo non esito ad affermare che siamo stati fortunati. La Lazio ha giocato meglio, specialmente nel primo tempo". Il capitano Santarini, mentre si recava nello spogliatoio dei laziali, ha dichiarato: "Quando abbiamo appreso la notizia del gravissimo incidente, noi e i nostri avversari, siamo rimasti frastornati. In questo momento non mi vengono le parole. Siamo vicini ai familiari dello scomparso. Ma so che non basta. Purtroppo si alimenta la violenza da una parte e dall'altra con certe scritte offensive come quella su Rocca. Con questo non voglio giustificare l'accaduto. Ma vorrei dire che purtroppo da scherzi pesanti a volte scaturiscono le tragedie". Il presidente ing. Dino Viola, pallidissimo in volto, ha detto: "Ho parlato con i ragazzi prima e durante l'intervallo della partita. Li ho esortati a rimanere calmi, anche se era difficile per tutti in quei momenti. In settimana avrò dei contatti con i capo-tifosi. Cercheremo insieme di individuare i responsabili. Ciò che è accaduto è inaudito quando si pensa che si dovrebbe andare in uno stadio solo per divertimento". Negli spogliatoi biancazzurri si respirava un clima di doloroso risentimento espresso con parole assai dure. "Quando sono andato verso la curva dei nostri tifosi - ha raccontato il capitano Wilson - ho detto loro di lasciarci giocare. Era il modo migliore per onorare la memoria dello scomparso. In caso contrario penso che si sarebbe rischiata una tragedia ancora più grave anche se il nostro primo istinto è stato quello di non cominciare la gara. E' brutto quello che dico ma quello che ha ammazzato merita di morire nella stessa maniera. Finire l'esistenza in uno stadio è davvero sconvolgente". Preso da una crisi di pianto, Wilson si è interrotto bruscamente. Giordano: "Abbiamo saputo della disgrazia poco prima dell'inizio della partita. Ho pregato i tifosi di stare calmi assicurando loro che avremmo fatto di tutto per vincere dedicando il successo alla memoria dello scomparso. Mi sono sentito rispondere: romanisti assassini". Montesi ha duramente rimproverato le autorità che "sarebbero dovute intervenire per sospendere la partita". Lovati appariva distrutto: "E' stato un pomeriggio che non dimenticheremo presto - ha dichiarato il trainer - tuttavia non credo che abbia influito sui miei giocatori la notizia dell'accaduto. Per quanto riguarda la gara dico solo che la Lazio è stata nettamente superiore, meritavamo ampiamente dì vincere". m b.

29 ottobre 1979

Fonte: Stampa Sera

Polizia e carabinieri mobilitati nelle ricerche dell'assassino

I tifosi devono denunciarlo

di Mario Bianchini

ROMA - La capitale si è svegliata sotto l'incubo dell'ennesimo fatto di sangue che stavolta ha colpito maggiormente gli animi della gente perché è avvenuta in uno stadio di calcio. Finora la violenza arricchiva le pagine della cronaca nera per episodi che non avevano nulla da spartire con lo sport, considerato l'ultimo baluardo di relativa tranquillità. I giornali hanno dedicato intere pagine all'episodio con titoli a nove colonne: "Dilagava la violenza negli stadi"; "Assassinio all'Olimpico"; "Delitto allo stadio", e così via. Sono frasi che fanno meditare amaramente. Alle parole di condanna che puntualmente sono giunte da ogni parte, si oppone il grido assai più tragicamente concreto lanciato dalla moglie del povero giovane Paparelli, prima che questi spirasse: "Non morire, abbiamo due figli". Rivisto a distanza di tempo il film del pomeriggio di sangue all'Olimpico si presenta con sequenze allucinanti, consolidando l'assurdità di quanto è accaduto. Sono scattate le indagini della magistratura e della squadra mobile, ma è come cercare l'ago in un pollaio: dell'assassino nessuna traccia. L'unica speranza è che qualche tifoso lo abbia riconosciuto e lo denunci all'autorità. Non si è certi neppure del tipo di arma usato dal teppista anche se va prendendo corpo l'ipotesi che ad uccidere Paparelli sia stato un razzo antigrandine. La moglie dello scomparso, Vanda Del Pinto, ripresasi dal grave stato di prostrazione, ha potuto raccontare nei dettagli gli ultimi attimi di vita del marito: "Ho visto il razzo arrivare dall'altra parte dello stadio - ha detto - era luminoso e aveva una scia di fumo; mi sono girata verso Vincenzo per dirgli di stare attento, ma era già stato colpito e sanguinava. Gli ho strappato il razzo che si era conficcato nella testa vicino all'occhio". Più tardi la donna, ancora sotto choc, è stata portata in questura dove ha parlato con i funzionari. Il medico Alberto Travostini, che ha soccorso per primo lo sventurato all'ospedale di Santo Spirito, non ha potuto fare nemmeno il massaggio cardiaco: "Non ho mai visto - ha dichiarato - una lesione del genere, nemmeno in guerra. Ha mezza faccia carbonizzata, bruciata in profondità". All'ospedale è giunto anche il presidente del Coni dott. Carraro. Appariva sbigottito: "Non ero allo stadio - ha dichiarato - e ho appreso la notizia per radio. Sono qui per esprimere il mio cordoglio per questo fatto inaudito. Non è possibile che le partite di calcio si giochino in questo clima". Intanto il giornale radio stava già dando la notizia di quanto accaduto allo stadio. Si animava la borgata Mazzalupo, dove risiede il povero Paparelli.

Più di un cuore ha sussultato. Il suo nome è passato di bocca in bocca, se lo sono gridato dalle finestre. Poi è stata una corsa folle verso l'ospedale di Santo Spirito per dargli l'ultimo saluto, portare conforto alla moglie, Vanda, di 29 anni, ai suoi figli Mauro di 15 anni e Gabriele di 9. Accanto alla moglie straziata dal dolore, in poco tempo si è radunata una piccola folla. Amici della borgata, non ancora contagiati dal morbo dell'indifferenza di chi vive nelle grandi città. Sui loro volti si leggeva il dolore, ma soprattutto l'angoscia di questo dramma assurdo. Nella saletta d'attesa dell'ospedale, c'era anche Angelo Paparelli, il fratello che con lui conduceva l'officina meccanica di via Cornelia. Diceva: "Ho saputo di quanto era accaduto a Vincenzo da un amico che mi ha telefonato. Proprio io gli ho dato la tessera per la partita. Io sono tifoso della Roma, lui della Lazio, ma tra noi non c'è mai stata una discussione che non fosse più che civile". Sull'episodio c'è anche una presa di posizione del sindaco di Roma: "La discriminante non è il tifo, non è il calcio - ha dichiarato il primo cittadino di Roma - tanto meno è lo sport, ma è piuttosto la barriera contro ogni violenza. Per questa via il rischio è di uccidere lo sport, cioè una delle speranze di una città più giusta, più sicura, più serena. E' assurdo che si possa morire così allo stadio: bisogna reagire". Dopo aver espresso il dolore della città ed i sentimenti di cordoglio alla moglie della vittima e ai figli, Petroselli ha rivolto un appello alle autorità sportive romane affinché "in tutti i club, sia laziali che romanisti, possibilmente in assemblee comuni, si discuta e si mediti su questa tragedia per trarne insegnamento e un impegno comune. E lo stesso si faccia in tutte le scuole di Roma". Inquietanti, infine, anche le dichiarazioni rilasciate dal dottor Marinelli, capo del secondo distretto di polizia che soprintende all'ordine pubblico dello stadio Olimpico: "Come al solito avevamo disposto agl'ingressi un accurato controllo - ha dichiarato il funzionario: ci siamo trovati di fronte ad episodi incredibili. Abbiamo sequestrato schiumogeni, bastoni, sassi e soprattutto un'enorme quantitativo di bilie d'acciaio. In queste condizioni il lavoro della polizia diventa davvero ingrato e difficile. I nostri uomini hanno rischiato di rimanere feriti gravemente. E' un problema che dovrà essere affrontato.

29 ottobre 1979

Fonte: Stampa Sera

La violenza negli stadi ha provocato una vittima

Ammazzato all'Olimpico

Spettatore colpito in pieno viso dal razzo sparato da un teppista

Vincenzo Paparelli, un meccanico di 32 anni, è crollato sotto gli occhi della moglie. La tragedia un'ora prima dell'inizio del derby. Si è discussa l'eventualità di non effettuare l'incontro. Numerose persone fermate".

Roma - Doveva essere una giornata di sport. Il derby Roma - Lazio è appuntamento di gran richiamo per gli sportivi della capitale. Invece s'è trasformata in una assurda tragedia, che non trova spiegazione alcuna e che è costata la vita a Vincenzo Paparelli, un meccanico di 33 anni. Erano circa le 13,20 e già migliaia di spettatori avevano preso posto sulle gradinate dell'Olimpico. Nella curva sud si erano sistemati come sempre i tifosi della Roma, nella nord quelli della Lazio. Nonostante mancasse ancora più di un'ora all'inizio della partita il clima era teso come da tempo non accadeva. I tifosi di opposta fazione avevano preparato cartelli, striscioni, come negli altri derby insomma. Proprio uno striscione innalzato improvvisamente dalla curva dei tifosi laziali ha provocato la scintilla; c'era scritto: "Rocca bavoso, i cadaveri non risuscitano". Il giocatore Rocca è un terzino che più volte ha dovuto interrompere l'attività per un infortunio e sottoporsi a interventi chirurgici. La prima reazione dei tifosi romanisti è stata quella di tentare un'invasione di campo per portarsi nell'altra curva. Le forze dell'ordine sono subito intervenute, riuscendo a bloccare gli invasori. Sembrava che tutto dovesse ritornare alla normalità. Invece qualche minuto dopo il drammatico episodio. Dalla curva dei romanisti, dalla parte della tribuna Tevere all'altezza dello striscione Roma club Somalia, è stato sparato un razzo auto esplodente anti-grandine. Poi si saprà che non era un razzo qualsiasi, ma un vero e proprio proiettile. Si tratta di un cilindro lungo 20 centimetri e con un diametro di 4, che può percorrere traiettorie anche di 200-250 metri. Nello stadio si è sentito un sibilo, sinistro, il proiettile ha disegnato una lunga scia fumosa e ha colpito Vincenzo Paparelli in pieno viso, nell'occhio sinistro. L'uomo era seduto nell'ultima fila di panchine nel versante della tribuna M. Mario, dietro una delle uscite del settore. Era in compagnia della moglie Vanda Del Pinto e stava aspettando l'inizio della partita, mangiando il panino che si era portato da casa. Era il suo pranzo. La moglie ha visto arrivare il razzo, ha cercato di avvertire il marito, ma non ha fatto in tempo. Vincenzo Paparelli, colpito in pieno viso, nella parte della regione temporale sinistra, s'è subito portato le mani sul viso diventato una maschera di sangue. I primi soccorsi gli sono stati portati dalla moglie, che gli ha subito estratto il razzo. Poi, non ha resistito, è svenuta. Sono intervenute le forze dell'ordine, Paparelli è stato subito trasportato al pronto soccorso e di lì in ambulanza all'ospedale Santo Spirito, dove però è giunto cadavere. Intanto nello stadio si vivevano attimi di grande tensione, di paura.

Dopo cinque minuti altri due razzi, di identico tipo sparati sempre dallo stesso settore per fortuna sono esplosi fuori dello stadio. Nella curva nord, anche fra le poche centinaia di spettatori rimasti, si diffondeva il panico, con la gente alla ricerca disperata di una via di uscita. Ma non tutti lasciano le gradinate. Un gruppo di tifosi si scatenava contro i cristalli divisori, per crearsi un varco. "Gridavano come ossessi - racconta un brigadiere di pubblica sicurezza - erano fuori di sé. "Toglietevi" ci strillavano. "Dobbiamo andare ad ammazzare gli assassini romanisti". La fermezza degli agenti ha bloccato sul nascere ogni ulteriore reazione sconsiderata. Nel frattempo negli spogliatoi si stava decidendo se giocare o no la partita. Il presidente del centro di coordinamento dei club biancazzurri chiedeva il rinvio della partita per timore di nuovi gravi incidenti. L'arbitro decideva alla fine che si dovesse giocare. Nella curva nord l'atmosfera non si placava. Gruppi di tifosi laziali continuavano a lanciare oggetti di ogni genere in campo. Urlavano verso i giocatori della loro squadra "Fuori, fuori". Un invito ad abbandonare il campo in segno di protesta. Si avvicinavano allora i giocatori Wilson e Giordano per calmare gli animi, mentre numerosi agenti si schieravano ai bordi del campo. La partita ha avuto così inizio in un clima che non prometteva nulla di buono. Ma fortunatamente non accadeva più nulla di grave. Soltanto proteste verbali dei laziali verso i romanisti e più di un pallone sequestrato dai tifosi biancazzurri, quando arrivava dalle loro parti. La partita è sembrata interminabile. Si sono temuti incidenti, scontri fra i tifosi, durante lo sfollamento dallo stadio, ma sono giunti rinforzi di polizia e carabinieri. Un enorme dispiegamento di forze dell'ordine ha presidiato i punti nevralgici dei viali dello stadio. "Non ho mai visto un derby più terribile di questo - ha commentato il vice-questore Marinelli, che sovraintende il servizio d'ordine all'Olimpico - Una cosa incredibile. Stamane quando abbiamo fatto l'abituale giro di perlustrazione abbiamo trovato di tutto, nascosto nei posti più impensati. Abbiamo riempito un camioncino di mazze, spranghe di ferro, pistole giocattolo, sassi, mattoni, e anche 50 razzi dello stesso tipo che hanno ucciso il Paparelli. Abbiamo fermato quattro persone". Due dei fermati sono sospettati di fare parte del gruppo di teppisti che stava sulla curva sud, nel punto da dove è stato esploso il micidiale razzo. Altri fermi sono stati effettuati poi in città: giovani provenienti dallo stadio sono stati trovati armati di spranghe, coltelli e altre armi.

29 Ottobre 1979

Fonte: L’Unità

La spaventosa tragedia nel racconto di un testimone

"Il micidiale ordigno lo ha centrato in piena faccia"

La disperata ma inutile prontezza di spirito della moglie dell’ucciso. All’ospedale Santo Spirito, tra i congiunti. "Era un buono", dicono i vicini.  Due sospettati e parecchi fermi.

ROMA - "Ma quale disgrazia, questo è omicidio, non si va allo stadio con le armi". Cambiano le parole ma il commento è sempre lo stesso. E’ passata un’ora dall'arrivo della salma di Vincenzo Paparelli e la piccola sala d’aspetto dell’ospedale è piena di gente: parenti, amici dell’uomo ucciso; manca la moglie di Paparelli. La donna è stata strappata quasi a forza dal corpo del marito, è stata portata alla "Mobile" per essere interrogata. Un uomo che adesso è qui al Santo Spirito, ha assistito alla scena. "Lei ha visto arrivare il proiettile - dice - si è girata verso il marito per avvisarlo ma era troppo tardi. Centrato. Centrato all’occhio sinistro dal razzo, il volto trasformato in una maschera di sangue, Vincenzo Paparelli è crollato. Lei ha avuto la forza di gettare via quel "tubo" di ferro arroventato, poi è svenuta, mentre intorno si diffondeva lo spavento, l'orrore. Il pubblico della curva nord si precipitava verso le scale, altri si gettavano verso le grandi vetrate abbattendole". Vincenzo Paparelli era padre di due figli, Mauro di otto e Gabriele di undici anni, abitava in via (omissis), a Casalotti, una borgata una decina di chilometri lontano dalla città. Dice Velia Ruggeri, proprietaria di una bottega di dolciumi della circonvallazione Cornelia: "Insieme al fratello Angelo, di poco più giovane, Vincenzo gestiva una officina per la riparazione delle auto, proprio accanto al mio negozio". Ma che tipo era ? "Che vuole che le dica. Uno come me, come lei, uno che la domenica andava allo stadio per distrarsi". Giuseppe Pallotta è un altro amico di Vincenzo Paparelli: "Ho saputo la notizia sentendo una radio privata, alle 13,30 circa. Stavo mangiando ed è stato un colpo. Ho lasciato tutto sul tavolo e sono scappato via. E' la prima volta in vita mia che mi sento così male. Che tipo era Vincenzo ? Un uomo d'oro, una persona di una gentilezza e d’una umanità quasi uniche. Impossibile parlare con le sorelle di Vincenzo, impossibile parlare con la madre. Le quattro donne piangono disperatamente, ogni tanto un lamento, ma non una parola. L'unico che riesce a vincere il dolore è il fratello Angelo: "Vincenzo allo stadio ci andava quasi tutte le volte che giocava la Lazio. Ma per lui era un puro divertimento, come per la moglie, per questo ci andavano insieme". E i bambini ? "I bambini li lasciavano a noi, alle mie sorelle, a mia madre. Abitiamo tutti nello stesso palazzo, è come se si vivesse tutti insieme. Stamattina Vincenzo e Vanda sono usciti un po’ prima del solito. C’era il derby e allora dovevano andare prima per trovare il posto". Dal Santo Spirito alla questura, dove è stata portata la moglie di Vincenzo Paparelli e quella decina di testimoni che la polizia è riuscita a raccogliere allo stadio subito dopo il lancio del razzo micidiale. C’è un’aria insolita, i cronisti vengono bloccati da un piantone. L'episodio dello stadio ha fatto scattare l'allarme anche perché le notizie che arrivano parlano di diffusa tensione. Per esempio in via del Corso. Proprio davanti alla direzione del PSI da un pullman di tifosi è stato lanciato un razzo. L’autista ha bloccato il bus ed ha chiesto l'intervento degli agenti. I passeggeri sono stati perquisiti uno ad uno, e alla fine per terra sono state ritrovate una decina di piccole micce. Un giovane è stato fermato ma poi rilasciato. Ma l’episodio più grave è avvenuto davanti al Civis, a poche centinaia di metri dallo stadio, pochi minuti dopo la fine della partita. Facendo il saluto romano e urlando frasi come "romanisti boia" un gruppo di squadristi fascisti ha raggiunto l’istituto ma è stato respinto dagli studenti che erano dentro. Quello che è accaduto non basta, dunque. Qualcuno soffia sul fuoco per trasformare un fatto luttuoso in un’occasione per seminare caos e paura. Ma le indagini ? Un funzionario della "Mobile", dopo molte insistenze si decide a dire qualcosa. Accenna a due fermi. Si tratta di due uomini bloccati subito dopo lo sparo e portati alla squadra mobile. Secondo alcuni testimoni somiglierebbero entrambi allo sconosciuto che ha sparato. Ma con che cosa ? Certo, dice il funzionario, non con una normale pistola lanciarazzi, del tipo per esempio che viene usata in mare. Con quelle dopo venti, venticinque metri, il razzo ricade in terra. In questo caso, secondo le testimonianze, si tratta di un tragitto di 150-211 metri da una curva all'altra. Probabilmente è stato usato un lanciarazzi di quelli della Marina o roba simile. Comunque qui c'è il perito, il professor Ugolini, e forse lui riuscirà a chiarirci un po’ le idee. Altre venti persone sono state fermate e portate al II distretto. Sono state tutte denunciate per detenzione di armi improprie. Avevano ramazze, catene e bastoni.

29 ottobre 1979

Fonte: L’Unità

Emozione e sgomento fra i giocatori

"Il calcio è diventato un affare che non si ferma davanti a nulla"

di Eugenio Bomboni e Sergio Mancori

ROMA - La tensione che ha caratterizzato tutta la partita non si è allentata nemmeno negli spogliatoi. L’ambiente è apparso saturo di nervosismo. Della partita, intesa come fatto tecnico, si è parlato poco. Ci si è invece interrogati sullo stato d’animo con cui la "maledetta partita" è stata giocata e ci si è chiesti se si è riflettuto abbastanza sulla opportunità di giocarla dopo quanto era accaduto un’ora prima dell'inizio, quando era stato ucciso da un razzo Vincenzo Paparelli. Costretto ad uscire prima della conclusione, espulso insieme ad Amenta dall'arbitro D'Elia, uno dei primi ad incontrarsi con i giornalisti è stato Montesi. Il giocatore della Lazio, visibilmente sconvolto, ha cominciato col sentenziare che la sua espulsione è dipesa dal fatto che l'arbitro in quel momento "caldo" del gioco aveva bisogno di un diversivo sul pubblico. Poi, a proposito dello stato d'animo con cui i giocatori hanno disputato la partita è sbottato: "Non so chi sia da biasimare maggiormente, se il pubblico che ha continuato a rumoreggiare dalla curva nord, o coloro che hanno deciso che la partita si doveva ad ogni costo giocare. Gli abbiamo chiesto se 5 giocatori avevano avuto la possibilità di esprimere il loro parere, e lui ha risposto: "Sì, le nostre perplessità le abbiamo dette. Purtroppo l’affare, il business per dirla all'americana, si è fatto grosso e niente riesce più a fermarlo". Per Montesi, insomma, coloro che tirano le fila non hanno più nemmeno la sensibilità di valutare la situazione che li circonda e forse ha anche ragione. Dell'opportunità o meno di giocare la partita in un clima simile, Lovati non avrebbe voluto parlare. "Abbiamo giocato in un clima difficile – ha preso a dire - sotto il profilo agonistico avremmo meritato di vincere; lo stacco di Pruzzo è stato bello, ma ha trovato una risposta ingenua (chiara allusione alla non uscita del portiere Cacciatori, Ndr). Ma all’insistenza delle domande ha poi dovuto rispondere: "Non sapevamo con certezza quali fossero state le conseguenze di quel gesto. In ogni caso una decisione poteva essere presa soltanto dall’arbitro". In realtà le conseguenze del lancio del razzo assassino dovevano essere chiare, se Giordano ha potuto dire: "I giocatori non possono prendere la decisione di giocare o meno una partita. E' una decisione che spetta all’arbitro. Visto che siamo stati invitati a giocare e a farlo con senso di responsabilità noi abbiamo pensato che una vittoria poteva essere un omaggio, l'unico purtroppo che a questo punto potevamo fare noi giocatori a quel giovane morto in modo così assurdo". Il capitano dei biancoazzurri, Wilson, ha raccontato del suo intervento verso i tifosi della curva nord. "Ho cercato di far capire a quei ragazzi che insistevano perché non si giocasse la partita che occorreva riportare la calma. Non ho avuto un gran successo: ma se non è tornata la calma, almeno la situazione non è precipitata. Disputare o meno la partita non dipendeva da noi giocatori. In ogni caso la decisione di giocare mi è sembrata quella giusta per evitare il peggio. Abbiamo giocato con la morte nel cuore. Fossimo riusciti a vincere, avremmo potuto dedicare al giovane ucciso il nostro successo. "Sono entrato in campo ha spiegato Rocca - per saggiare le condizioni del terreno. Leggendo quella scritta che mi insultava sono rimasto molto male e ho reagito a parole verso la curva nord. Subito i miei compagni di squadra mi hanno fermato e mentre rientravo nel sottopassaggio dalla curva sud è partito il razzo che avrebbe ucciso il povero spettatore. Ma dopo quanto è successo quegli insulti non contano davvero più niente". Il presidente della Roma Viola ha saputo della uccisione dello spettatore poco prima che la partita iniziasse, quando appunto è arrivato all’Olimpico. "Mi sono subito chiesto - ha detto - se era giusto rinviare la partita, ma la decisione non spettava a me bensì all’arbitro e devo dire che il signor D'Elia ha saggiamente portato a termine la gara con una direzione precisa e sicura.

29 ottobre 1979

Fonte: L’Unità

L’officina, la casa, lo stadio. Poi questa fine assurda

A Casalotti, tra i familiari di Vincenzo Paparelli.  "L’abbiamo saputo dalla radio".

di Valeria Singer

Via Dronero, a Casalotti, è una stradina buia. Al numero (omissis) abitava Vincenzo Paparelli, il tifoso che ha perduto la vita allo stadio, sfigurato dal micidiale razzo. Ieri sera la porta dell'appartamento, quattro stanze, la cucina e il bagno, era aperta; nell'ingresso amici e parenti, in camera da letto, la moglie, Vanda del Pinto. I figli Mauro di 14 anni e Gabriele di 8 non ci sono, forse sono stati portati via da qualche amica. Ci viene incontro il cognato Otello: "Sì è vero - dice - sembra quasi una fatalità; non dovevano andarci ieri alla partita, era il compleanno di mio figlio e avevamo organizzato una festicciola; per giunta era anche brutto tempo, ma poi ha smesso di piovere e si sono decisi. "lo sono rimasto a casa e ho acceso la radio. Ho sentito la tremenda notizia, e, chissà perché, ho pensato immediatamente che potesse essere Vincenzo. La conferma me l'ha data la televisione, qualche attimo dopo. Era un tifoso come tanti altri, ma non era un tipo da rissa, non ha mai cercato guai. Anzi, quando andava allo stadio sceglieva i posti vicino all’uscita così, se c'erano incidenti, diceva, vado via subito; ieri però non è andata così, non si è neppure accorto di quanto stava accadendo. Si interrompe un momento per asciugarsi gli occhi: "Era il migliore di tutti noi, buono, sempre pronto a spaccarsi in quattro per gli altri. Le giornate tranquille: il lavoro, il giornale, la schedina e poi la domenica la partita". Del mondo del calcio, dei giocatori che vedeva correre sul campo così lontani, sapeva tutto. Una volta Manfredonia gli regalò una fotografia con su scritto: "Al mio amico Vincenzo Paparelli"; quella fotografia ha fatto il giro del quartiere e parlava sempre di Lovati con il quale era riuscito a scambiare due parole (solo due parole) all'Holiday Inn. Manfredonia poi si fece vivo con lui: cercava una macchina, una BMW. La voleva di un certo colore. Vincenzo s'è fatto in quattro, mi diceva sempre: "Sta buono che devo trovà sta macchina". Chissà se poi c'era riuscito. Adesso è morto e non c‘è più nulla da fare: lui che era così tranquillo è stato la vittima di una violenza assurda: che senso ha andare allo stadio armati di tutto punto ? La violenza non c'è solo negli stadi basta guardarsi intorno, leggere i giornali; le morti per droga quasi una al giorno e sono tutti giovani. La verità è che la gente non si impegna, ognuno si "gestisce" come vuole. Forse può essere questa la causa di tanta violenza. Bisogno dare a tutti la possibilità di vivere meglio e tutti si comporterebbero in maniera civile". E lo sfogo continua: "Mi ha colpito l’arbitro D’Elia, ha fatto iniziare la partita lo stesso: non è successo niente, forse pensa che lo sport sia al di sopra di tutto. Giocare a tutti i costi: dicono che se non fosse stato così ci sarebbero stati incidenti. Ma se fossi stato io l’avrei fermata. Il derby per un tifoso è un momento decisivo, vale per tutto il campionato, è evidente che c’è tensione e attesa in occasione di questi avvenimenti. Io non credo che i tifosi che vanno la domenica allo stadio siano tutti delinquenti, ma basterebbe un po’ di controllo alle entrate". La conversazione finisce qui: Otello del Pinto non sa ancora quando sarà data l'autorizzazione per i funerali ma la famiglia dice che li vorrebbe in forma privata. Intanto continua ad arrivare gente, parenti, conoscenti ma anche persone che lo conoscevano appena: due giovani con la tuta da meccanico vengono a chiedere se possono essere di aiuto. Hanno saputo dai giornali e vorrebbero fare qualcosa, poi se ne vanno parlando a bassa voce.

29 ottobre 1979

Fonte: L’Unità

Arrestato uno studente e ricercato un imbianchino a Roma

Scoperti gli assassini dell'Olimpico sono ragazzi, ma chi li organizzava ?

di Sandra Bonsanti

Diciottenni, appartengono a un circolo chiamato "Ultrà Roma", che ha per simbolo un teschio e la folgore - Chi alimenta con denaro questo fanatismo ? - In una lettera i collegamenti con altri gruppi di Milano e Firenze - Hanno sparato tre razzi nautici da segnalazione: uno ha colpito il meccanico Paparelli.

ROMA - Giovanni Fiorillo, 18 anni compiuti a maggio, imbianchino disoccupato, da due anni membro del circolo "Ultrà Roma" che ha per simbolo un teschio e la folgore: per la polizia è lui l'assassino dello stadio Olimpico. Avrebbe sparato, servendosi di un rudimentale mortaio e coperto dalla complicità di un gruppo di amici, tre razzi nautici da segnalazione a luce bianca la cui gittata è di oltre un chilometro. Il primo razzo ha devastato il viso del meccanico Paparelli: gli altri due sono finiti fra gli alberi che circondano lo stadio. Giovanni Fiorillo, Gianni per tutti gli amici, è scomparso domenica sera dopo esser tornato a casa a cambiarsi i vestiti e aver detto alla madre: "Sta tranquilla, non ero nella zona da cui è partito il razzo. Adesso me ne vado a trovare degli amici a Pescara, Mario Ciriello, ti telefonerò". Enrico Marcioni, 17 anni e mezzo, studente in odontotecnica è stato arrestato all'una di ieri, mentre si sedeva a tavola a mangiare una frittata con le sorelline. La madre, come ogni giorno, era al suo lavoro di domestica; il padre, separato, al cantiere. Enrico è indiziato di concorso nell'omicidio, avrebbe protetto l'amico Gianni mentre innescava i razzi nel tubo di ferro lungo 50 centimetri. Nella sua stanza un cartello con la scritta: "La Roma è una fede, gli ultrà i suoi profeti". Sopra il letto da adolescente, un'immagine di padre Pio: il lampadario che pende in mezzo alla stanza è rosso giallo: su un calendario accanto alla data di domenica 28 ottobre Enrico ha segnato: "Derby: boom !". Gli inquirenti sembrano ottimisti: l'omertà si è rotta nel gruppo dei più fanatici tifosi e i nomi dei giovani sono usciti, uno ad uno, insieme alla terribile constatazione della loro giovane età, della violenza senza senso che ha portato la morte a un padre di due figli. Enrico e Gianni non sono però i soli su cui puntano le indagini. Con loro c'erano altri "romanisti". E dietro a loro spunta l'immagine di personaggi sulla quarantina, gli "organizzatori" del circolo "Ultrà". C'è un certo Fausto, uomo di una certa età, che maneggia i soldi del gruppo, indice le assemblee che si riuniscono in una pizzeria vicino a piazza Vittorio. Domenica mattina, giorno del derby, Enrico Marcioni esce prestissimo di casa. Non sono ancora le otto quando suona al campanello di Gianni Fiorillo: "Mio figlio Gianni non aveva nemmeno fatto coIazione.

Gli ho detto: Enrìchetto, và a morì ammazzato..."", ricorda la madre di Gianni, una donna di cinquant’anni, piccola e spaventata. "E così Gianni è uscito con una banana in mano. Addosso aveva quel maglioncino marrone e giallo, i jeans. Non ha preso la giacca a vento, ha detto: "Mi compro lo spolverino allo stadio". Poi l'ho rivisto la sera, quando è venuto a cambiarsi. Adesso i suoi vestiti se li è portati via la polizia, sono venuti in sette stamani per portarlo via, ma lui non c'era più. Non ho paura, sto tranquilla, mio figlio non si è messo nei guai. Ma vorrei sapere chi ha fatto il suo nome e perché. Di politica non si è occupato mai, ha una sola passione, il calcio, ama la Roma. Ha studiato fino alla quinta elementare e poi ha sempre lavorato. La ragazza ? Si fa per dire... A lui interessa solo lo sport". Sulla scrivania di Enrico c’è un raccoglitore con la corrispondenza e si viene a scoprire che gli "Ultrà" sono collegati strettamente a "Ultrà" di altre squadre. Ci sono gli ultrà "viola" (della Fiorentina) e gli ultrà del Milan che si chiamano "Brigate rosso-nere". Anche loro hanno il teschio per simbolo, si scambiano adesivi e bandiere. Sulle buste delle lettere dei giovani ultrà ci sono spesso grosse stelle nere tracciate a pennarello. In una lettera del 22 ottobre, Alex delle "Furie viola" scrive a Enrico: "A Bologna abbiamo fatto un tifo eccezionale... Cose che voi neppure vi sognate, abbiamo fatto della guerriglia urbana ! Con noi c'erano anche due vostri capi, uno aveva i capelli lunghi da donna, barba e baffi, sono degli amici del Guf...". In un'altra lettera indirizzata a Enrico si legge: "Mi ha molto stupito che tu sei di destra, so infatti che all'interno del Cucs sono quasi tutti di sinistra e credevo che solo i bastardi laziali fossero Fasci. Anche il presunto omicida, Gianni Fiorillo, a sentire i genitori non si è mai occupato di politica: ma porta al collo una medaglietta con la croce celtica, simbolo di tanti ragazzi di destra. Che cosa si nasconde dunque dietro a questi "tifosi" della Roma ? L'elemento politico sembra ancora una volta alla base di questo fanatismo che la domenica, allo stadio, spara per uccidere. Ma indicarne il colore preciso può esser azzardato. Nel passato di Gianni Fiorillo si vengono a scoprire un paio di denunce per furto; e, nel maggio di quest'anno, il giovane presunto omicida era stato fermato dalla Digos di Milano insieme con un gruppo di Autonomia operaia.

30 ottobre 1979

Fonte: La Stampa

La morte su Roma

di Italo Cucci

28 Ottobre 1979: il giovane romano Vincenzo Paparelli viene ucciso all’olimpico. E’ l’inevitabile risultato di una campagna d’odio scatenata da teppisti incontrastati.

Vincenzo Paparelli, il ragazzo ucciso sugli spalti dell’Olimpico, era uno di noi. Uno di noi. Uno di noi è anche il giovane sciagurato che lo ha assassinato. Questo è il dato più sconvolgente della tragedia all’Olimpico che si è collocata sempre nella storia del calcio italiano e per definir la quale non bastano accenti retorici, parole di rabbia e di vergogna. Ecco la verità, nuda e cruda: ci stiamo ammazzando fra noi, e la morte è entrata nel gioco non di nascosto, accidentalmente, ma per scelta consapevole di tutti coloro che al gioco partecipano: dirigenti, giocatori, spettatori. Lo sapevamo che sarebbe finita così; lo sapevamo tanto bene che all’indomani della tragedia dell’Olimpico la morte di Vincenzo Paparelli è stata registrata come fatto ineluttabile ("la violenza dilaga: chi potrà fermarla ?") che peraltro non avrà seguito alcuno per la tutela del nostro sport più popolare, che mai potrà darsi gli strumenti atti a difendersi da questa incredibile ondata di criminalità: su questo sono d'accordo tutti, magistrati, tutori dell’ordine, politici. Sulla lapide di Vincenzo Paparelli potremmo scrivere: "morto inutilmente". VIOLENZA. Il discorso sul teppismo negli stadi è stato portato avanti da questo giornale con decisione, con veemenza, spesso con rabbia, e non ho quindi bisogno di ricordare al lettore quanto avevo scritto più volte, e addirittura la settimana scorsa, quasi risultando "profeta di sventure". Certo, cercare di aprire gli occhi al prossimo, denunciando le nefandezze di un sistema che ormai ha coinvolto anche lo sport, può risultare fastidioso per chi non ha occhi per vedere né orecchi per intendere. Dibattere sul tema violenza, far tavole rotonde di "tecnici" e tifosi, suggerire provvedimenti, denunciare carenze: tutto risulta inutile quando manca un dato di fondo, ovvero la volontà politica di cambiare, cambiare nella vita di tutti i giorni per potersi garantire la serenità di due ore domenicali. Ecco, pensate pure che da queste parti si invoca la repressione nel Paese per star tranquilli allo stadio; ma se lo pensate siete in malafede: perché non è la passione sfrenata per la Roma o per la Lazio che arma la mano dell’assassino domenicale, è invece l’esempio della criminalità quotidiana - politica e comune - che fa adepti, che manda allo stadio insieme a noi, amanti di un gioco pacifico, anche gli assassini. Quelli che inneggiano al fascismo nella Curva Nord, quelli che si coprono con le ideologie dell’estremismo di sinistra nella Curva Sud sono criminali che fanno adepti fra i giovani, per lo più ragazzini, e li invitano a scannarsi in un derby calcistico all’ombra di bandiere ideologiche che sono soltanto immondi paraventi della disgregazione sociale, dell’impotenza degli educatori, dell’inutilità degli intellettuali predicatori di odio. Saluti romani, pugni chiusi, pitrentotto: quante volte abbiamo scritto di questi gesti, di queste imprese che denotano incultura, maleducazione, idiozia, asservimento a modelli fasulli di rivoluzione. E ogni volta, sconsolati, abbiamo dovuto chinare il capo davanti a una realtà immutabile e dirci: difendiamoci da soli. Ma come ? FRANCHI - Il 26 "febbraio 1975, dopo i "gravi incidenti verificatisi a San Siro in Milan-Juventus, il presidente federale Artemio Franchi scrisse un articolo per il "Guerino", un articolo intitolato appunto "Difendiamoci da soli". "Ci si è resi conto - scriveva Franchi quattro anni fa - che esiste un nuovo tipo di violenza, aggravata da premeditazione: c'è gente che va allo stadio già armata, già munita di oggetti e di un certo spirito aggressivo... E’ chiaro che quando si parte da casa con sbarre di ferro, biglie d'acciaio, pistole lanciarazzi o altre armi improprie, non si sa se l'arbitro Tizio o Caio darà il calcio di rigore a favore o a sfavore della propria squadra, ma si vuol comunque essere pronti per tale evenienza, o si vuole ad ogni costo sfogare la rabbia, la violenza covata in petto indipendentemente dagli episodi della gara e dal risultato della stessa". Parole sante, alle quali Franchi faceva seguire la valutazione più drammatica: l'impotenza dell’organizzazione calcistica di fronte al "tifo organizzato". I CLUB. "Parliamone - scriveva Franchi - di questi benedetti club: cominciamo col dire che le società calcistiche, a questo riguardo, hanno avuto la vista un po' corta, se è vero che di tal fenomeno hanno considerato solo gli aspetti positivi, trascurando gli aspetti negativi di cui oggi si accorge". Seguiva - in quell'articolo di quattro anni fa - un appello alle varie componenti del calcio, ai dirigenti, ai giocatori, ai tecnici, agli arbitri; anche ai giornalisti. Un appello evidentemente caduto nel vuoto, se è vero che oggi, dopo la tragedia, Franchi è costretto a ripeterlo e a dire, pieno d’amarezza: "Così si corre il rischio di vedere compromessa per sempre la credibilità del calcio. L’episodio è allucinante, inspiegabile. Presidente: allucinante sì, inspiegabile no. Lei che come noi va per gli stadi d’Italia a cercare due ore di svago, di distensione, non può non avere visto, mai, quei cartelli infami, quegli striscioni vergognosi che inneggiano alla violenza, alla morte; lei che legge i giornali, non può non "avere registrato l’escalation di violenza verbale negli scambi di… battute fra i tesserati. Eppure la Federazione e la Lega nulla hanno fatto per bloccare gli intemperanti e spezzare la spirale d’odio che si allarga ogni domenica sul capo di migliaia di innocenti Vincenzo Paparelli. E tutta l’Europa - alla vigilia del torneo dell’Ottanta - ci guarda, forse sbalordita, certo preoccupata. RIMEDI. Neanche questa volta possiamo o pretendiamo dare suggerimenti magicamente efficaci, e tuttavia - certi di non far torto a quegli appassionati che sanno bene quale veste esteriore dare al loro "tifo" - ci permettiamo di chiedere che dagli stadi scompaiano tutte le scritte inneggianti all’odio, tutte le bandiere che di quest’odio sono l’insegna, e che nei limiti del possibile all’ingresso delle arene sportive siano effettuati quei controlli minimi ai quali non potrà sfuggire un’arma come quella che ha ucciso in un pomeriggio di pace Vincenzo Paparelli. Uno di noi.

30 ottobre 1979

Fonte: Il Guerino Sportivo

Olimpico davvero incontrollabile ?

di Giuseppe Fedi

Le perquisizioni si sono rivelate insufficienti - Il materiale da guerriglia introdotto nello stadio durante la notte.

ROMA - Decine e decine di razzi nascosti sotto striscioni, centinaia di spranghe, mattoni, bottiglie incendiarie e no, fionde con biglie in acciaio infilate sotto le panchine: fanno parte dell'arsenale rimosso da polizia e carabinieri prima di Roma-Lazio. Erano lì da alcuni giorni, nascosti sulle gradinate delle curve Nord e Sud dalla teppaglia che, in nome di una malintesa passione sportiva sempre più spesso pilotata da chi ha interesse a seminare violenza e terrore, ha provocato la tragedia che è costata la vita a Vincenzo Paparelli. Al secondo distretto in via Ruffini, il dott. Marinelli, il dirigente di polizia da cui dipende il servizio d'ordine pubblico dell'Olimpico, spiega che da qualche settimana i sopralluoghi compiuti prima dell'incontro di calcio stanno dando luogo a risultati stupefacenti. Il teppismo organizzato che sconvolge lo stadio può godere di vantaggi non indifferenti. Primo: scavalcare i cancelli e i muri di recinzione che dovrebbero proteggere I’ Olimpico è un gioco da ragazzi. Gli "incursori notturni" che s'infilano nello stadio per deporre il loro materiale da guerriglia non hanno che l'imbarazzo della scelta. Qualsiasi punto, lungo il perimetro di oltre un chilometro del complesso sportivo, non presenta difficoltà in una zona, oltretutto, quella sotto Monte Mario, quasi sempre isolata. Prima di Roma-Torino disputata il 14 ottobre, la polizia ha sequestrato numerose lastre di marmo divelte alla curva Sud. "Sono gli stessi tifosi - spiegano al secondo distretto di ps - che imbrattano di frasi inneggianti all'odio verso l'una o l'altra squadra i muri intorno allo stadio. Gli "ultras Lazio", "Brigate giallorosse", il "Commando ultrà curva Sud"". Nelle ultime settimane sono riapparse, sempre più fitte, scritte e simboli neofascisti, fra cui uno di Avanguardia nazionale. Hanno tracciato persino la stella a cinque punte delle Brigate rosse. Cancellarle non serve. Il Comune giudica antieconomici i lavori di pulizia e poi è inutile: subito dopo riappaiono, come è avvenuto durante il recente incontro di Coppa Davis. E la prevenzione ? Di "oggetti contundenti", come li scheda la questura, agenti e carabinieri in servizio allo stadio per il derby ne hanno sequestrati a centinaia. L'operazione di setacciamento e le perquisizioni disposte davanti ai cancelli dell'Olimpico si sono però rivelate ancora una volta insufficienti ad arginare la violenza. Per controllare uno per uno le migliaia di spettatori che riempiono i settori più popolari dello stadio occorrerebbe adottare le tecniche usate negli aeroporti. Ma il ricorso ai metal detectors, i sofisticati congegni che rivelano la presenza di corpi metallici, viene escluso sia per motivi economici, dato l'alto costo che comporterebbe l'installazione a tutte le entrate del complesso, sia per le difficoltà di afflusso che comporterebbe questa misura di controllo. Negli episodi di violenza che sconvolgono i pomeriggi sportivi della capitale c'è un secondo imputato, l'Olimpico. Lo stadio è stato costruito per le Olimpiadi del 1960 dopo una lunghissima gestazione. Ma il progetto risale a dieci anni prima e risponde alle esigenze di un complesso sportivo realizzato soprattutto per gare di atletica. E' uno stadio nato vecchio e del tutto inadeguato alla situazione attuale. I settori sono delimitati da vetrate in materiale resinoso facilmente scavalcabili e le invasioni di massa dalle curve alla tribuna Monte Mario o alla Tevere avvengono quasi ogni domenica. "Dovremmo mettere una guardia ogni metro - confessa il capitano Ferrari, da sei anni responsabile della compagnia dei carabinieri Trionfale. Prima delle partite catechizzo gli uomini del mio reparto disponendoli nei punti nevralgici dello stadio. Di più non possiamo fare". Per Roma-Lazio i militi della Trionfale, cui si sono uniti altri contingenti, hanno lavorato ininterrottamente vuotando buste e tascapani, sequestrando aste di bandiere e di striscioni che in pratica erano pertiche e spranghe. Lo stesso hanno fatto i poliziotti del secondo distretto. Avrebbero potuto chiudere i cancelli della curva Sud dopo lo sparo del razzo che ha ucciso Paparelli ? Non sarebbe stato opportuno impedire lo svolgimento della partita ? La risposta delle forze dell'ordine è negativa. "Rischiavamo di provocare altri scontri ancora più gravi fuori dello stadio e di non poterli controllare. Fra le soluzioni possibili abbiamo scelto quella che ci sembrava meno pericolosa".

30 ottobre 1979

Fonte: La Stampa

Viola: "Lo sport è estraneo al folle gesto di un esaltato"

ROMA - La Roma organizzava la partita e proprio nei settori dove normalmente siedono i tifosi giallorossi era sistemata l'arma micidiale che ha colpito ed ucciso Vincenzo Paparelli. Tocca quindi ai romanisti discutere per primi i fattacci di domenica. Non certo come responsabili, perché nessuno può accusare, ma come interessati a trattare un avvenimento che ha commosso tutta l'Italia sportiva e non sportiva. Il presidente della Roma, ing. Dino Viola, è ancora scosso dal gesto e dalle conseguenze che ne sono derivate. Dice: "Penso al povero caduto ed al terribile dolore che sta sopportando la sua famiglia". Viola continua: "E' un avvenimento che disonora tutti noi sportivi, anche se lo sport è estraneo al gesto inconsulto e riprovevole di un esaltato". Viola ricorda ancora i fatti che precedettero il derby, e discute naturalmente della opportunità della effettuazione della gara, nonostante fosse giunta notizia che un tifoso era stato ucciso. Il presidente dei giallorossi ribatte: "Non spettava a noi prendere una simile decisione. Né poteva prenderla l'arbitro. L'iniziativa doveva venire da parte delle autorità. Ma forse i responsabili dell'ordine pubblico hanno fatto bene a non pretendere la sospensione. Il provvedimento avrebbe acuito una tensione già molto grave". Far sfollare settantamila tifosi in quel clima poteva in effetti essere pericoloso. Chiediamo a Viola cosà dirà ai tifosi della sua squadra. Viola è esplicito: "Non posso credere che lo sparatore sia un tifoso della Roma. Non lo dico soltanto per scarico di responsabilità, ma per reale convinzione. A loro dirò soltanto che se fossi certo che l'episodio è stato determinato da un tifoso della Roma non solo darei le dimissioni da presidente, ma mi rifiuterei di essere ancora uno di loro". Esecrazione logicamente anche da parte dei dirigenti della Lazio. Lenzini non era presente al derby, ma è stato informato subito dal direttore sportivo Franco Janich. Il presidente laziale afferma: "Noi della Lazio siamo coinvolti direttamente perché è stato ucciso un nostro tifoso. Ma io sarei egualmente costernato se fosse successo ad un simpatizzante della Roma. Questo non è più sport, ma teppismo, e noi dobbiamo fare di tutto per buttare fuori dagli stadi i teppisti". Ma gli sportivi si chiedono: gli avvenimenti di domenica avranno un seguito federale ? Probabilmente no, e - se ci saranno - saranno decisioni di proporzioni modeste. Il giudice sportivo non può che deliberare in base al rapporto dell'arbitro, ed il dott. D'Elia non era ancora giunto allo stadio al momento dei fatti. Potrebbe ricordare nel suo scritto le voci raccolte, ma nel calcio i "relata refero" non hanno valore. Piuttosto ci sarà da decidere una sanzione a carico della Roma per il razzo illuminante che ha sfiorato l'arbitro poco prima dell'inizio della gara, ed anche a carico della Lazio per l'ostruzionismo dei tifosi nel non voler ritornare i palloni. g. acc..

30 ottobre 1979

La Stampa

Intervista con i presidenti dei club giallorosso e biancazzurro (37.500 tifosi)

"Non è uno sportivo, ma un provocatore"

di Mario Bianchini

ROMA - Un senso di profondo sbigottimento si è diffuso fra le tifoserie organizzate di Roma e Lazio in seguito al tragico episodio accaduto domenica allo stadio Olimpico. Abbiamo ascoltato Aldo Sbaffo, presidente del centro coordinamento dei club giallorossi e Gino Camiglieri, presidente dei club biancoazzurri, per tentare di mettere maggiormente a fuoco la triste vicenda con persone che vivono a stretto contatto con i tifosi. I due hanno concordato su un aspetto inquietante del tifo all'Olimpico, affermano con sicurezza, attraverso dati in loro possesso, che da tempo, fra gli appassionati del calcio capitolino, si è insinuato un tipo di violenza di colorazione politica. Le due organizzazioni contano migliaia di iscritti (la Roma 130 club con 30 mila associati, la Lazio 75 club con 7500 associati). Ma come mai l'autore del delitto, nonostante la stretta opera di sorveglianza degli incaricati dei club, ha potuto agire senza che nessuno si accorgesse del suo gesto criminoso ? "Noi controlliamo gran parte della curva Sud, che è la più calda - ha dichiarato Sbaffo - ma non possiamo arrivare in ogni angolo del settore. Stiamo tuttavia collaborando con le autorità e penso che si sia già ottenuto qualche risultato concreto". Infatti, pare che si sia giunti all'identificazione del presunto responsabile, Giovanni Fiorillo, e dell'amico che lo avrebbe spalleggiato, Enrico Marcioni, attraverso testimonianze di associati alla organizzazione romanista. "Posso assicurare - ha aggiunto Sbaffo - che i due non sono iscritti in alcuno dei nostri club". Sbaffo ha tenuto anche a chiarire che certe scritte sugli striscioni, spesso offensive o macabre, non appartengono all'associazione di tifosi giallorossi. "Abbiamo tuttavia istituito un dialogo - ha aggiunto - con le frange estremiste, che invitiamo a comportarsi in maniera civile. Li conosciamo. Lo sparatore non è uno di loro". Non avete pensato di farvi promotori per una sospensione della partita ? "A caldo eravamo propensi a suggerire di non far disputare l'incontro, ma ragionando con più calma pensiamo che sia stato meglio cosi. Si sarebbe corso il pericolo di far entrare in contatto, prima che gli animi si stemperassero, le due fazioni, con tutti i gravissimi rischi che ne sarebbero scaturiti. Siamo tutti vicini alla famiglia dello scomparso". Sull'argomento degli striscioni provocatori (domenica uno di questi, che conteneva una scritta offensiva contro Rocca, ha fatto esplodere l'assurda violenza), è intervenuto pure il presidente dei club biancoazzurri, Camiglieri, declinando ogni responsabilità dell'organizzazione. "Noi esponiamo 75 striscioni - ha detto Camiglieri - di cui assumiamo piena responsabilità. Tutti gli altri non hanno niente in comune con i tifosi organizzati". Secondo lei quale potrebbe essere stata la molla che ha spinto il criminale a sparare ? "Innanzi tutto dico che non si tratta di uno sportivo, ma di un individuo uscito da casa con uno strumento da usare per provocare qualcosa di grave". Camiglieri ha avuto espressioni durissime nei confronti delle persone che avevano l'autorità per non far disputare la gara. "Hanno prevalso gli interessi del Totocalcio, della società, di fronte ai quali la vita umana non vale nulla. Davanti al morto è continuato lo spettacolo come se nulla fosse accaduto. In qualsiasi manifestazione di altre discipline sportive, ci si sarebbe comportati diversamente". Sull'esistenza dei club dei tifosi, è intervenuto ieri Santarini, il capitano della Roma, il quale ha affermato che questi sono utili per togliere, ad esempio, un ragazzo dalla strada, per offrirgli la possibilità di stare insieme con la gente. "Ma se in queste organizzazioni - ha concluso il giocatore - riescono ad introdursi individui che mettono in pericolo la vita del calcio, io penso che sia opportuno procedere al loro scioglimento".

30 ottobre 1979

Fonte: La Stampa

Indagini della squadra mobile

L'arma del crimine un razzo da marina

ROMA - Si può acquistare per 15 mila lire il congegno esplosivo con cui Giovanni Fiorillo avrebbe lanciato ieri pomeriggio, con la complicità di altri tifosi del suo "commando" di "ultras giallorossi", il micidiale razzo della lunghezza di venti centimetri che ha colpito al volto il meccanico Vincenzo Paparelli uccidendolo sul colpo. La vendita, a quanto pare, avviene, quasi senza particolari formalità e in assenza di controlli, in tutti i negozi di articoli per la pesca e per la nautica da diporto. Si tratta, come hanno precisato le indagini della squadra mobile, non del meccanismo lancia-razzi fabbricato da una ditta di Colleferro e che si trova in vendita nelle armerie, ma del "razzo a paracadute" per segnalazioni nautiche, marca "Saturno", costruito da una ditta di Bergamo. Il "razzo a paracadute Saturno" si compone di un cilindro metallico di circa 40 centimetri protetto da una rivestitura isolante alla cui estremità inferiore si trova una manopola contenente una carica esplosiva che si innesca strappando un anello simile a quello delle bombe a mano. La deflagrazione fa esplodere per "simpatia" un'altra piccola carica contenuta nel proiettile, e cioè il razzo vero e proprio collocato nel tubo di lancio, a somiglianza di quanto avviene nel caricamento dei bazooka. La gittata di questi lancia razzi è notevole e sfiora il chilometro e mezzo: regolando "l'alzo", come per un vero e proprio cannoncino, si può indirizzare il lancio nella direzione e all'altezza voluta. Da quanto hanno potuto accertare le indagini, il Fiorillo e i suoi complici avrebbero manovrato proprio il primo lancio orizzontalmente e lungo l'asse del campo con l'intenzione di colpire, sul versante opposto dello stadio, lo striscione che i tifosi laziali avevano innalzato con slogans contro la squadra romanista. Il "commando" di Fiorillo sarebbe riuscito ad introdurre nello stadio quattro di questi micidiali ordigni, nonostante i controlli di sorveglianza della Roma e quelli di polizia e carabinieri. La decisione di portare i lanciarazzi alla partita era scaturita da un piccolo "vertice" che il gruppo di supporters giallorossi capeggiato dal Fiorillo aveva tenuto il sabato mattina nei pressi di piazza Vittorio. Quando, dopo aver lanciato in rapida successione i tre razzi, (uno finito sugli spalti della curva nord, non contro lo striscione biancazzurro ma in mezzo alla gente, e gli altri due oltre il muro di cinta dello stadio), Fiorillo e i suoi amici si sono resi conto, anche se non pienamente, della tragedia che si era compiuta, si sono immediatamente confusi tra la folla dei tifosi giallorossi, allontanandosi dal parterre. I razzi inesplosi e i tubi di lancio sono stati portati via, nascosti sotto gli indumenti. Uno degli ordigni è stato recuperato dalla polizia su indicazione di Enrico Marcioni, lo studente che faceva parte del "commando". Il lanciarazzi, ancora intatto, non quello usato per il lancio mortale, era stato nascosto dietro l'intelaiatura di metallo e legno che sovrasta la curva sud e che sorregge il tabellone delle formazioni e dei risultati parziali dell'incontro. Dall'esame dell'ordigno, la polizia è risalita al negozio che lo ha venduto al Fiorillo o a qualcuno dei suoi amici. Il negoziante è stato rintracciato e interrogato: dovrà, infatti, chiarire con quali garanzie e con quali precauzioni ha fornito a dei ragazzi degli ordigni così pericolosi, in grado di seminare la morte se usati da mani inesperte o peggio ancora criminali.

30 ottobre 1979

Fonte: La Stampa

I razzi, di tipo Saturno, acquistati dagli ultras con una colletta

Fiorillo, cattura imminente

di Mario Bianchini

ROMA - Lo sgomento di una intera città per la tragedia dell'Olimpico, è stato in parte attenuato dall'individuazione del presunto assassino, Giovanni Fiorillo, e dall'arresto di uno dei complici, Enrico Marcioni. Nella gente, anche quella che non partecipa attivamente alla vita sportiva, non ci sono sentimenti di vendetta o di rancore. Ma solo un senso di sollievo in una società angustiata da violenze di ogni genere che spesso, nonostante il prodigarsi delle autorità di polizia, rimangono impunite. All'annuncio che era stata fatta piena luce sul delitto, la signora Vanda Del Pinto, consorte del giovane ucciso, Vincenzo Paparelli, è scoppiata in lacrime. Ripeteva tra i singhiozzi: "Mi ha distrutto la vita. Non è possibile che si arrivi a tanta malvagità. Io capisco quella povera madre. Le nostre pene si uniscono, sono uguali. Io e Vincenzo eravamo felici, non facevamo del male a nessuno. Siamo andati insieme allo stadio per trascorrere un pomeriggio diverso. Non deve succedere più una tragedia così grande". Il fratello del povero Vincenzo ha saputo solo dire con voce rauca di pianto: "Non mi importa più niente. Non metterò più piede in uno stadio di calcio, un luogo che solo in teoria assicura poche ore di svago". Intanto il capo della squadra mobile dottor Ciccone, oltre ad aver scoperto con i suoi uomini il presunto sparatore e il suo amico, sta proseguendo le indagini che tendono a far luce sulla posizione di altri teppisti. "E' stato un lavoro lungo e metodico - ha dichiarato il funzionario - attraverso la testimonianza di molte persone siamo riusciti a ricomporre il mosaico che in un primo tempo sembrava impossibile". Intanto le questure di tutta Italia stanno cercando Giovanni Fiorillo. La sua cattura dovrebbe essere imminente. A meno che non trovi compiacevoli ripari presso l’organizzazione che si fregia allo stadio di un sinistro cartello con la scritta "Ultrà Roma" accanto a un teschio e la folgore. Forse, come hanno affermato escludendo ogni ombra di dubbio i capi dei tifosi organizzati, l’estremismo politico si è insinuato fra gli sportivi. E' un inquietante quesito che dovrebbe indurre le autorità a rivedere completamente i programmi di ordine pubblico concertati per fronteggiare folle di appassionati, che magari si sfogano fra loro con qualche ceffone, mai arrivato però al delitto feroce, come avvenuto domenica scorsa. La ricostruzione dell'assurdo episodio è ormai abbastanza circostanziata. Subito dopo la vicenda drammatica di domenica pomeriggio il capo della Mobile Ciccone, in collaborazione con il dirigente del secondo distretto di polizia e con altri funzionari, ha dato via alle indagini coordinate dal magistrato inquirente dott. Paoloni. Circa 200 tifosi della curva sud sono stati rintracciati a tempo di record (altri erano stati fermati nel corso degli incidenti). Tre fermati erano sottoposti alla prova del guanto di paraffina. Con il trascorrere delle ore le ricerche sono state accentrate su alcuni giovani facenti parte del "commando ultrà giallorosso", che solitamente durante le partite della Roma si attesta alla balconata della curva sud. Sono ragazzi che per lo più abitano tra piazza Vittorio e colle Oppio, con tanto di tessera (come l'aveva Enrico Marcioni) del "Commando ultrà curva sud". Due di questi, come si è detto, sono stati subito identificati: Giovanni Fiorillo, di cui non si è trovata traccia ed Enrico Marcioni, che è stato fermato. Lo stesso Marcioni, dopo un primo tentativo di respingere le accuse, ha raccontato tutto e anzi ha collaborato con gli investigatori. Così si è appreso che il gruppo di giovani tifosi si era riunito sabato mattina per organizzare i "festeggiamenti" da fare all'indomani allo stadio. Con una colletta è stata raccolta una certa somma necessaria per l'acquisto di quattro razzi tipo "Saturno" che costano 15 mila lire ciascuno. Il ragazzo ha ricostruito le sequenze drammatiche del pomeriggio di sangue. Dopo le ingiurie a Rocca gridate dagli spalti laziali e lo striscione con la scritta contro il giocatore, è stato deciso di sparare i razzi. Il primo è partito con traiettoria orizzontale: quello che ha poi raggiunto al viso Vincenzo Paparelli. Gli altri due sono stati esplosi a parabola per cui sono finiti fuori dell'Olimpico, un quarto ordigno, dopo gli incidenti, è stato buttato nella intercapedine esterna della curva sud dove ieri è stato trovato dalla polizia nel corso di una ricerca effettuata alla presenza dello stesso Marcioni. Il venditore degli ordigni è stato rintracciato dalla polizia: è Romolo Piccionetti, di 52 anni, con negozio di armi e articoli per la pesca, in piazza dell'Emporio. Qui la polizia ha trovato altri sei razzi uguali e quelli acquistati dai ragazzi. L'uomo è stato arrestato per irregolarità nella licenza. L'accusa precisa è di "detenzione di articoli esplodenti", il che significa o che il Piccionetti non aveva proprio la licenza per vendere quei razzi o che ne teneva in numero superiore a quello previsto dalla licenza stessa. In serata l'uomo è stato tradotto a Regina Coeli. Mentre le autorità sportive si preparano ad un convegno annunciato dal presidente della Federcalcio Franchi di tutte le forze interessate a salvaguardare la vita del calcio e il ministro dell'Interno Rognoni promuove una analoga iniziativa, le tifoserie di Roma e Lazio si accingono alla grande rappacificazione nel clima giusto, fra veri sportivi. Domenica 18 novembre, in occasione della sosta del campionato, verrà disputato all'Olimpico un derby fra le due squadre. L'incasso sarà devoluto alla famiglia Paparelli. L'idea è partita dal presidente della Roma, Viola. Il sindaco di Roma, Petroselli, l'ha proposta ufficialmente ieri sera ai massimi esponenti di Roma e Lazio che hanno accettato. E' stato già deciso che per l'occasione (e forse per sempre) verranno eliminati tutti gli striscioni di sapore provocatorio.

30 ottobre 1979

Fonte: Stampa Sera

Mentre proseguono le indagini sui tragici fatti di domenica all'Olimpico

"Vertice" al Viminale si cerca un rimedio alla violenza negli stadi

ROMA - Conclusa la prima fase delle indagini riguardanti l'omicidio dell'Olimpico che ha portato all'incriminazione dei presunti responsabili, il sostituto procuratore della Repubblica dottor PaoIoni, il quale prima di emettere i tre ordini di cattura aveva ricevuto un secondo e più dettagliato rapporto d'indagine dalla Squadra Mobile, si sta occupando degli aspetti collaterali della tragica vicenda. Il magistrato deve stabilire tra l'altro se si debba procedere d'ufficio contro i componenti di gruppi di tifosi violenti, i quali nel pomeriggio di domenica scorsa allo Stadio Olimpico avevano innalzato cartelli e striscioni con i quali si provocava e si incitava alla violenza. Il magistrato, inoltre, svolgerà accertamenti per stabilire se da parte dei servizi d'ordine e di vigilanza agli ingressi dello stadio sia stata commessa qualche omissione che abbia facilitato il passaggio di strumenti o ordigni atti a offendere. Il procuratore capo della Repubblica di Roma, prima che il sostituto procuratore dottor Paoloni firmasse i tre ordini di cattura nei confronti di Fiorillo, Angelini e Marcioni per omicidio volontario in concorso tra loro, aveva affermato a proposito del reato da contestare ai tre ragazzi "tutte le ipotesi di reato sono possibili, ma quella che per il momento viene tenuta presente è quella di omicidio volontario, considerando che il presunto responsabile dell'omicidio era al corrente del potere lesivo dell'ordigno e considerando che volontariamente tale ordigno è stato adoperato. C'è stata la coscienza - ha concluso De Matteo - di adoperare un meccanismo micidiale". Oggi intanto, si svolgerà al ministero degli Interni, convocato dal ministro Rognoni, un vertice per esaminare la situazione e l'entità del fenomeno violenza negli stadi e studiare eventuali misure da adottare. Vi parteciperanno i presidenti del Coni e delle Federazioni sportive, rappresentanti dei ministeri interessati, il comandante dei carabinieri e il capo della polizia. Ieri, infine, è stata eseguita l'autopsia di Vincenzo Paparelli. Nella cavità cerebrale della vittima è stata trovata dal perito settore della carica espulsa dal razzo sparato da Giovanni Fiorillo, nonché lembi di un paracadute delle dimensioni di centimetri 25x25. E' stato altresì recuperato materiale bruciacchiato e sono stati trovati residui di plastica. Tutti questi elementi - hanno osservato gli investigatori della Squadra mobile - confermano che l'ordigno che ha colpito Paparelli era un razzo a paracadute per segnalazioni nautiche simile a quelli sequestrati all'armiere Romolo Piccionetti, arrestato l'altra sera e accusato soltanto della vendita abusiva dei razzi. PESCARA - La Questura di Pescara, impegnata da domenica sera nelle indagini sul delitto Paparelli, continua a cercare il diciottenne Giovanni Fiorillo, che secondo voci si sarebbe diretto nella città abruzzese per visitare una ragazza. Alla polizia non è stata fornita, tuttavia, alcuna Indicazione circa l'identità della ragazza, che in passato sarebbe stata fidanzata del ricercato. Le indagini si sono orientate in due direzioni: gli ambienti extraparlamentari di sinistra e l'ambiente dei romanisti, che sono un centinaio in città. Si è appreso che una comitiva di accesi tifosi della Roma si è recata all'Olimpico domenica, per assistere a Roma-Lazio, e che alcuni portavano degli striscioni con scritte. I tifosi sono stati visti alla stazione ferroviaria di Pescara. Le ricerche, comunque, non hanno dato finora alcun esito positivo.

31 ottobre 1979

Fonte: Stampa Sera

Appello di Lovati ai tifosi delle due squadre

"Onorate insieme Paparelli"

ROMA - Lo Stadio Olimpico riapre i cancelli, dopo l'assurda tragedia di domenica che è costata la vita al meccanico Vincenzo Paparelli, in un clima di tristezza. La vendita dei biglietti procede a rilento, ben lontana dalle precedenti edizioni di Lazio-Juventus. Mancano le centinaia di richieste di tifosi bianconeri che in altre circostanze si accumulavano sui tavoli dell'ufficio organizzazione. Anche iI tempo, grigio e freddo, sembra essersi allineato alla circostanza. Tuttavia si spera che con le prime battute della partita ritorni, almeno in parte, il clima festoso delle domeniche del campionato. L'allenatore Lovati ha lanciato un appello, rivolto in particolare ai sostenitori della Juventus, invitandoli senza alcun timore a venire numerosi allo stadio: "Sarà un grosso piacere vederli accanto ai nostri tifosi - ha commentato il tecnico - sarà un passo importante verso il ritorno ad una convivenza civile negli stadi". Ci si aspetta una giornata calmissima. Tuttavia la Questura ha ritenuto opportuno predisporre una serie di misure di sicurezza. Il contingente delle forze dell'ordine sarà notevolmente rafforzato. Gli autobus dell'Alar saranno scortati dalle Volanti. Ieri pomeriggio la Lazio ha ricevuto un telegramma della Lega con cui viene invitata la società (come tutte le altre d'Italia) ad impedire l'accesso di striscioni di qualsiasi natura. I cancelli, rigorosamente controllati, verranno aperti alle 11.30, ma prima, verso le 9, verrà effettuato un accurato sopralluogo all'interno e all'esterno dello stadio. Con le forze dell'ordine collaboreranno circa 400 iscritti ai clubs laziali che ieri hanno tenuto una assemblea alla presenza di Lenzini. Sono stati invitati i tifosi laziali e juventini a riunirsi numerosi negli spalti per onorare nel modo migliore la memoria dello scomparso. "La prima reazione sarà profondamente emotiva - ha dichiarato il general manager Franco Janich - come quando, ad esemplo, ci si trova di fronte ad un grave incidente automobilistico. Per I primi venti chilometri tutti procedono con prudenza. Sta a noi trovare il modo di ripristinare un clima di serenità". Come in tutti gli stadi, anche all'Olimpico verrà osservato un minuto di raccoglimento che nello stesso luogo della tragedia avrà un sapore tutto particolare di riflessione. m.b.

4 novembre 1979

Fonte: La Stampa


Una giornata allo stadio dove è morto Vincenzo Paparelli

Olimpico, fiori e un posto vuoto

di Giorgio Viglino

Nella curva Nord, il punto della tragedia è stato lasciato libero e delimitato da bandiere laziali - La cronaca di una domenica diversa sugli spalti e fuori dell'impianto romano.

ROMA - Da una settimana si parlava di pace e serenità negli stadi, e Roma per solennizzare l'avvenimento non ha trovato di meglio che assistere a un pestaggio in piena regola di un arbitro siciliano nel sabato calcistico che l'Almas concede a settimane alterne con i suoi incontri della serie C2, campionato nazionale quindi con giocatori semiprofessionisti. Il campo di Sant'Anna, nella zona operaia di San Giovanni, non è certo l'Olimpico dei razzi, ma quei coltelli che i tifosi della Casertana brandivano minacciosamente non facevano minor danno. Brutto avvio, brutta vigilia se volete, per Lazio-Juventus che riportava sulle gradinate i tifosi romani colpiti direttamente dalla tragedia scoppiata il giorno del derby, quei laziali che sono mediamente più contenuti dei romanisti, ma che pure hanno frange estremiste ben consistenti e di chiara matrice politica. Nella generale convinzione che nulla sarebbe successo, l'episodio dell'Almas aveva fatto breccia e c'era tensione fra gli addetti ai lavori che dalla prima mattinata presidiavano lo stadio. La Lazio aveva mobilitato un numero quasi doppio rispetto al consueto di controllori e li aveva convocati fin dalle prime ore del mattino quando una tramontana a folate rendeva assai meno tiepido il bel sole autunnale. Le forze dell'ordine arrivavano invece in tempo limite per allestire cordoni di perquisizione a campione all'interno dei cancelli, dopo una corsa ad inseguimento tra il convoglio grigio azzurro della polizia (primo al traguardo) e quello blu scuro dei carabinieri. I cancelli si aprivano con ritardo ma non c'era folla, soltanto gruppetti di ragazzi provenienti dalle zone più lontane della città e preoccupati di assicurarsi un posto buono. Pescavo nel gruppo un paio di giovanissimi, Guglielmo Marrese e Ruggero Crinelli, studenti sedicenni arrivati da Cinecittà. Rendo in sintesi i loro pensieri: "Quello che è morto poverino ? E' un peccato, ma c'era bisogno d'arrivare al morto per capire che lo stadio è una polveriera ?

Oggi si sono passati la parola, staranno buoni, ma quanto può durare ? Per questo noi siamo venuti, siamo certi che non si corrono guai. Attorno allo stadio hanno lanciato nei giorni scorsi la campagna pulizia, una mano di bianco sulle scritte e  graffiti di tante domeniche calcistiche, che s'erano unite a quelle fasciste di un tempo "Mussolini bandisce la battaglia del grano" e simili. Soltanto che nell'approssimazione di questi giorni passati all'insegna del volemose bene, anche l'opera pittorica è stata lasciata a discrezione dell'autore che quindi a seconda del proprio personale senso della misura ha sbaffato di bianco non solo i marmi ma pure il muro rosso dei palazzi del Coni, oppure ha lasciato intatte frasi del tipo "Abbasso Cordova" (tanto gioca ad Avellino), "Toro Merda" (ma c'è la Juventus). Ed a proposito di legami politici con l'estremismo sportivo, eccoci all'interno dello stadio, al centro della curva nord dove scritte successive, risposte da una domenica all'altra, sono rimaste e testimoniano di reciproche conoscenze. La prima battuta è romanista "Vi abbiamo rotto tutte le bandiere - brigate giallorosse". Quindi la replica laziale: "Se siete veramente fascisti ridateci almeno lo striscione Guerriglieri". Poco più in là sventola una bandierina della Lazio, un'altra è appoggiata sul sedile insieme a qualche mazzo di fiori. E' il punto esatto dove s'è accasciato al suolo Vincenzo Paparelli. E' mezzogiorno, il vento s'è calmato, e vicino a quelle due bandiere, a quella sorta di altarino, vengono a sedersi una cinquantina di ragazzetti organizzati da un club (indipendente sottolinea l'accompagnatore) di Nettuno. Il biglietto l'ha offerto la Lazio, il viaggio in pullman i dirigenti del club. Hanno tutti l'aria un po' smarrita; uno biondino sui dodici anni dice a voce bassa: "Io mi sento i brividi. Di morire così proprio non ne ho voglia". Torno all'esterno. Di fronte al numero civico 35 del viale dei Discoboli i carabinieri continuano a pescare nel mucchio i "sospetti" da palpare alla meglio. Dice un inserviente della Lazio che vuol solo essere definito Mario: "Quest'oggi hanno deciso di star calmi. Altrimenti entrano senza niente, poi si fanno passar tutto l'armamentario attraverso i buchi delle reti". La gente arriva alla spicciolata, attorno allo stadio dei marmi i patiti del jogging continuano a corricchiare, contro i muri dell'Auditorium Rai qualche ragazzo tenta un'imitazione del tennis. Sono le 14. Gli sportivi seduti stanno quasi tutti al loro posto. Nella curva nord c'è una fettina libera, una striscia delimitata da bandiere bianco-azzurre che scende dal posto del povero Paparelli fino alla balaustra. Fiori dal campo verso l'alto. Il minuto di raccoglimento. Il grido un po' stanco a parti invertite "Lazio" per i tifosi bianconeri, "Juve" per quelli laziali. Tanta retorica, pochi propositi veramente buoni pur nel generale comportamento "esemplare", ma uno slancio vero, quando qualcuno quasi per caso ha scandito "Vincenzo, Vincenzo" subito seguito in coro da tutti. Dopo, incitamenti asettici dagli spalti e comportamento da educande in campo. Ma, come dicevano Guglielmo e Ruggero, fin quando dura ?

5 novembre 1979

Fonte: Stampa Sera

L'inchiesta per i tragici fatti di Roma

Una perizia balistica

ROMA - La magistratura romana che prosegue nell'inchiesta sull'uccisione di Vincenzo Paparelli, avvenuta domenica scorsa allo stadio Olimpico, ha affidato una perizia balistica ed una medico legale rispettivamente al dott. Antonio Ugolini ed al prof. Marcello Meriggi. Il sostituto procuratore Giacomo Paoloni chiede loro di compiere una indagine tecnica tutt'altro che facile: ricostruire con precisione la traiettoria del razzo da segnalazione nautica, tenendo presenti le reciproche posizioni dello sparatore, che si trovava nella "curva sud" occupata dai tifosi romanisti e della vittima, che se ne stava con la moglie nella "curva nord" tra i sostenitori laziali. I periti dovranno inoltre stabilire con esattezza quali erano le condizioni atmosferiche al momento della tragedia oltre a fornire in dettaglio tutte le caratteristiche del razzo. Dovranno spiegarne la natura e la potenzialità, ma soprattutto la distanza raggiungibile con una particolare inclinazione di tiro e la forza viva residua che può sprigionare al culmine della sua traiettoria. I tecnici designati hanno chiesto ed ottenuto 60 giorni di tempo per presentare al giudice le loro relazioni conclusive. Senza esito, ancora, le ricerche di Gianni Fiorillo e di Marco Angelini, i due "ultrà" della "curva sud".

5 novembre 1979

Fonte: Stampa Sera

Si fa vivo il ragazzo dell’Olimpico

"Non ho sparato io il razzo omicida"

ROMA - Giovanni Fiorilli, il diciottenne tifoso della Roma, ricercato dalla polizia per l'uccisione di Vincenzo Paparelli, due domeniche or sono all'Olimpico, si è fatto vivo con una lettera pubblicata da "Il Tempo" e indirizzata ai genitori.

Il ragazzo del "derby" ammette d'aver assistito alla partita in curva Sud, ma nega di aver lanciato il razzo omicida: "Sto vivendo un'esperienza che non auguro nemmeno a un laziale", dice. "Sono fuggito perché troppi restano in galera prima di essere dichiarati innocenti". E' una lettera chiusa in una busta affrancata e che reca solo il timbro di "Roma-Ferrovia". La polizia sta indagando per accertare la provenienza. Il padre del Fiorilli ritiene autentico il messaggio. "Sì, la lettera è stata scritta da lui ma sotto dettatura. Questa roba non è farina sua. Giovanni non scriverebbe mai così come si legge qui: "Mi sono deciso ha scrivere questa lettera, più per un senso di responsabilità teso a cercare di stabilire la verità, che per un tentativo di discolpa, di cui la mia coscienza non ha bisogno, in quanto totalmente estraneo all'episodio addebitatomi". Suo è il pensiero, certo, suo è quell’ "ha" ma quelle frasi, quei termini assolutamente no. Sono di qualcuno che lo ha aiutato a scrivere".

7 novembre 1979

Fonte: Stampa Sera

Dopo la sentenza del tribunale di Roma è stato subito scarcerato

Sei mesi al negoziante che vendeva i razzi cerne quelli dell' "Olimpico"

Il diciottenne ricercato per il tragico episodio ha scritto a un giornale: "Sono tifoso romanista ma non sono stato io. Quello che soffro adesso non lo auguro neppure a un laziale".

ROMA - Il tribunale di Roma ha condannato a sei mesi di reclusione Romolo Piccinetti, proprietario di un negozio di caccia e pesca in cui furono sequestrati, durante le indagini sul delitto dell'"Olimpico", sei razzi per segnalazioni nautiche simili a quello che il 28 ottobre, prima del derby Roma-Lazio, uccise Vincenzo Paparelli il quale si trovava sulle gradinate della curva Nord dello stadio. Piccinetti, rinviato a giudizio per direttissima, sotto l'accusa di vendita illegale di armi comuni da sparo, ha ottenuto la sospensione condizionale della pena ed è stato scarcerato dopo dieci giorni di detenzione. Ai giudici ha detto di non aver mai sospettato che fosse necessaria una specifica autorizzazione per la vendita dei razzi, custoditi per oltre un anno nel suo negozio. "Non sapevo che fossero illegali: - ha aggiunto Piccinetti - per chiunque possieda una barca da pesca, anche di piccole dimensioni, sono obbligatori. Li ho consegnati spontaneamente agli agenti. Spesso li ho regalati a molti dei miei clienti". Il pubblico ministero, Roberto Vecchioni, al termine della sua breve requisitoria, aveva chiesto la condanna dell'imputato a dieci mesi di reclusione. Gli avvocati della difesa, Giffoni e Aricò, hanno sollecitato l'assoluzione del commerciante perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, mettendo inoltre in risalto la buona fede e la indubbia ambiguità delle disposizioni legislative sul commercio di strumenti per segnalazioni nautiche. Il tribunale, dopo una lunga permanenza in camera di consiglio, ha accolto parzialmente le tesi della difesa. Ha derubricato l'originaria imputazione e ha ritenuto il commerciante responsabile di vendita abusiva di materiale esplodente, un reato contravvenzionale per il quale ha inflitto a Piccinetti sei mesi di arresto. Il negoziante ha sempre negato di aver venduto quei tipi di razzi nei giorni che precedettero la partita di calcio. Si registra nel frattempo, un fatto nuovo nella tragica vicenda che precedette il derby capitolino. Il presunto lanciatore del razzo mortale, Giovanni Fiorillo, 18 anni, si è fatto vivo inviando una lettera al quotidiano romano II Tempo. Si tratta di un foglietto scritto in carattere stampatello, chiuso in una busta affrancata che reca il timbro postale di Roma-Ferrovia. La lettera è piena di correzioni e di grossolani errori di ortografia che contrastano in maniera sconcertante con il suo contenuto, in cui si tirano in ballo gli ideali traditi dei giovani e spunti filosofici sul futuro incerto delle nuove generazioni. Ma Fiorillo, soprattutto, respinge le accuse che gli vengono mosse: "Sono innocente - afferma fra l'altro il ragazzo - sono un acceso romanista perché nella passione per lo sport trovo l'unico ideale che è possibile trovare in questa Italia che nulla offre ai giovani. Sono fuggito perché troppi sono rimasti in galera per mesi prima che fossero dichiarati innocenti. Non sono un assassino anche se la stampa sì è scatenata contro di me. Ero in curva Sud dove tanti razzi, fumogeni, petardi furono lanciati quel giorno. Ma io non so neppure da che parte si lancino. Sono solo, braccato come un criminale, la vita mi sta mostrando un suo nuovo volto. Evitare di mostrarsi in pubblico, non parlare con nessuno, dormire dove capita, mangiare quello che si trova, è una esperienza che non auguro neppure ad un laziale". Questa frase, che rivela un assurdo sistema di valori, sembra indicare che i concetti sono di Fiorillo, espressi però sotto dettatura di qualcuno. Anche i genitori del ragazzo non hanno il minimo dubbio. Fanno capire che probabilmente il loro figlio sa chi ha sparato ma "piuttosto che parlare - aggiunge la madre signora Candida - è capace di farsi vent’anni". L'ipotesi dell'omertà sembra assai fragile. La polizia e il magistrato sono certi di aver accumulato le prove sufficienti. E' stato spiccato il mandato di cattura con la pesante accusa di omicidio volontario per Fiorillo, i due presunti complici Marco Angelini ed Enrico Marcioni. quest'ultimo in stato di detenzione. Sulla vicenda pesa una serie di inquietanti interrogativi. Chi protegge il ragazzo, lo nasconde e gli suggerisce di scrivere una lettera "culturale", costellata di errori che sembrano costruiti ad arte per apparire credibili ?

8 novembre 1979

Fonte: La Stampa

                    

Formula a squadre miste, per evitare incidenti

Sarà un derby mascherato il Roma-Lazio pro Paparelli

ROMA - Roma e Lazio sono decise ad onorare la memoria di Vincenzo Paparelli, vittima della tragedia avvenuta all'Olimpico, con un atto concreto verso la famiglia dello scomparso. Il ventilato derby amichevole fra le due squadre, proposto dal presidente della Roma ing. Viola, si disputerà domenica 18 novembre in occasione della sosta del campionato. L'incasso sarà interamente devoluto alla moglie e ai figli di Paparelli. Raggiunto l'accordo definitivo fra i presidenti dei due clubs Viola e Lenzini, i segretari Moggi e Janich stanno mettendo a punto i dettagli organizzativi della partita. Innanzitutto è stato stabilito il principio che le squadre scenderanno in campo in formazioni miste. Oltre ad accrescere l'interesse del pubblico per la singolare novità, esiste anche un problema di prudenza. Insomma si vuole evitare, a pochi giorni dal luttuoso episodio che i tifosi si ritrovino sugli spalti divisi in due fazioni. Al momento sembra prevalere l'idea di una formula suggestiva, che dovrebbe richiamare l'interesse del grosso pubblico, invitando fra l'altro, a fornire un segno tangibile della sua solidarietà verso la famiglia dell'operaio ucciso. Una squadra dovrebbe essere composta da giocatori di Roma e Lazio nati nella capitale oppure in provincia, che assumerà la denominazione di "Romalazio" e sarà guidata in panchina da Lovati. L'altra, comprendente gli atleti provenienti dalle varie regioni del Paese, si chiamerà "Resto d'Italia" e sarà diretta da Liedholm. Si cominciano già ad abbozzare le formazioni che fra gli esempi più interessanti vedranno lo scambio di ruoli fra i due centravanti Pruzzo e Giordano. Nell'insieme le due squadre risultano bene equilibrate. Potrebbe anche scapparci un discreto spettacolo sul piano tecnico. in. b.

8 novembre 1979

Fonte: La Stampa

Di fronte due "miste" Roma-Lazio con l'incasso che andrà alla vedova di Vincenzo Paparelli

All'Olimpico si gioca per ricordare il tifoso ucciso

di Mario Bianchini

ROMA - Dirigenti, giocatori, tifosi di Roma e Lazio, si ritrovano allo stadio Olimpico dove la tragedia accaduta il 28 ottobre prima del derby, sembra ancora riecheggiare con il suo carico di dolore e di assurdità. Molti ricordano, con una stretta al cuore, la luce sinistra di quel razzo omicida che sibilando andò a conficcarsi nel capo di Vincenzo Paparelli uccidendolo. Il calcio capitolino vuole cancellare, almeno in parte, la macchia di vergogna, che tuttavia non intacca la coscienza dei veri sportivi, con una partecipazione di solidarietà che non abbia solo un significato teorico, ma soprattutto consenta di realizzare un concreto aiuto economico alla famiglia di Vincenzo Paparelli. Si gioca quindi un altro derby, inedito, singolare per certi aspetti sul piano tecnico. Non è questo che conta. Si è cercato di trovare la formula più suggestiva per offrire uno spettacolo interessante, che frutti nello stesso tempo un cospicuo incasso da devolvere alla vedova e ai figli della vittima. Le buone intenzioni ci sono tutte. "Acquistate il biglietto, regalatelo se non volete venire allo stadio". E' questo lo slogan del derby che verrà disputato con squadre miste: "Romani" contro "Forestieri". Intorno all'avvenimento sono sorte numerose iniziative sulla spinta emotiva delle cause che l'hanno generato. Gli stessi giocatori pagheranno il biglietto di ingresso. Il Coni ha concesso gratuitamente l'uso del campo; la lega non pretenderà alcuna percentuale. I tre milioni delle tv private per la ripresa dell'incontro, saranno versati alla famiglia Paparelli. Tutto il personale in servizio allo stadio, compresi medici, infermieri, autisti di ambulanze, presteranno la loro opera gratis. E' confermato che prima della gara i giocatori delle due squadre, guidati da Liedholm e Lovati, consumeranno insieme la colazione. Migliaia di fiori, distribuiti fra gli spettatori, completeranno la giornata della riconciliazione fra le opposte tifoserie. Il presidente della Roma Viola, ha commentato con poche parole, proprio per sgombrare il campo da una retorica che stonerebbe, il significato di questo derby: "E’ un gesto umanitario, ma deve fornire anche l'esatta interpretazione del senso dello sport". Sul piano tecnico non mancano le curiosità che dovrebbero alimentare l'interesse del pubblico. I "romani", guidati da Lovati, presentano un attacco che vede Giordano accanto a suggeritori come D'Amico, Di Bartolomei e Bruno Conti. Gli "stranieri" di Liedholm replicano con Garlaschelli, Viola e Pruzzo. Pure le retrovie sembrano ben assortite. Potrebbe scapparci anche una bella partita considerando che i giocatori non saranno condizionati dalla battaglia domenicale dei due punti da conquistare. Ad evitare ogni riferimento ai tradizionali colori sociali, le due squadre vestiranno maglie bianche e verdi. I capitani saranno Rocca per "Roma-Lazio" e Viola per il "resto d'Italia". Per l'occasione è stato invitato un arbitro di prestigio: Gianfranco Menegali, anche lui di Roma. A chi ha pronosticato un "risultato già combinato" ha risposto categoricamente Lovati: "Ve ne accorgerete sul campo". Il trainer conta anche sul tifo che probabilmente sarà tutto, per la "sua" squadra "romana de Roma".

18 novembre 1979

Fonte: La Stampa

Richiamava la tragedia avvenuta nel derby Roma-Lazio

Striscione "scagiona" il giovane accusato della morte di Paparelli

di Mario Bianchini

ROMA - Dal giorno della tragedia dell'Olimpico, che costò la vita a Vincenzo Paparelli prima del derby Roma-Lazio, è tornata ieri a riaffacciarsi per la prima volta fra la folla dello stadio romano, l'ombra inquietante di quell'episodio. E' accaduto prima del confronto con il Napoli, quando sullo stesso settore della curva Sud da dove fu lanciato il razzo mortale, è apparso un enorme striscione: a lettere cubitali di color rosso c'era scritto: "Enrico è innocente". "La frase si riferiva al giovane Enrico Marcioni tuttora in carcere perché sospettato di aver partecipato all'azione criminosa. Il presunto lanciatore del proiettile Giovanni Fiorillo e l'altro presunto complice Marco Angelini, sono ancora latitanti. Il capo del secondo distretto di polizia, dott. Marinelli, ha spiegato più tardi i motivi che hanno indotto le forze dell'ordine a non intervenire per rimuovere lo striscione: "Intorno a quella scritta poco opportuna, ma che tuttavia non presentava estremi di reato - ha dichiarato il funzionario di polizia - c'era un gruppo consistente di alcune centinaia di giovani. L'intera curva era molto affollata. Una nostra iniziativa, con impiego massiccio di uomini, avrebbe rischiato di creare gravi incidenti. Abbiamo preferito scegliere un'altra via, cioè avviare una indagine per l'identificazione degli autori del gesto. Riferirò tutto al magistrato". L'occasione ha fornito lo spunto per chiedere al dott. Marinelli notizie sulle ricerche dei latitanti. La gente spesso si chiede dove si nascondono Fiorillo e Angelini, probabilmente protetti dal cerchio dell'omertà e di amici compiacenti. Nel clima emotivo che si creò subito dopo la tragedia, era convinzione generale che i due giovani sarebbero caduti assai presto nella rete della polizia. Invece non se ne è saputo più nulla: "Si sono volatizzati - è stata la risposta del dirigente del secondo distretto - noi continuiamo a cercarli". In occasione del derby Roma-Napoli, sono stati notevolmente rafforzati i servizi d'ordine e di prevenzione. Tre napoletani sono stati arrestati perché trovati in possesso di biglietti da diecimila lire falsificati. Sono stati sequestrati un coltello e un certo quantitativo di fuochi d'artificio. In curva Nord dove era assiepato un gruppo di tifosi partenopei con bandiere e striscioni, verso la fine della gara è stato inviato un contingente di carabinieri per evitare che le due parti venissero a contatto. Si è notato un grosso sbandamento. Si temeva che fossero accaduti incidenti. Invece lo stesso dott. Marinelli ha tenuto a sottolineare la maturità del pubblico che si era allontanato in perfetta calma, collaborando e rendendo più agevole il compito delle forze dell'ordine.

4 febbraio 1980

Fonte: Stampa Sera

Fonte Fotografia: Almanaccogiallorosso.it

Da quel giorno la mia vita è stata un inferno

di Gian Paolo Rossetti

(Lugano, Svizzera, Novembre 1980) - L'appuntamento con il latitante è per le cinque del pomeriggio, in piazza del municipio. Quando arrivo, accompagnato dal collega Mario Biasciucci dell'Occhio, lui è già lì. "Come stai ?", gli chiedo. "Male, grazie", risponde. Però non ha l'aria dell'individuo braccato, anche se le polizie di tutta Europa, in questo stesso momento, gli stanno dando la caccia. Lui, G.F., è l'ultrà romanista che il 28 ottobre del 1979, allo stadio Olimpico, uccise con un razzo per le segnalazioni marine il tifoso laziale Vincenzo Paparelli. È sereno, disteso, quasi disinvolto. "Andiamoci a bere un caffè", dice. "Poi vi racconterò tutto". Indossa un paio di jeans sdruciti, stivaletti a punta scalcagnati e un maglione che fanno a pugni con la camicia rossa della Cerrel, elegantissima e acquistata a Roma, in una boutique, quando ancora non doveva nascondersi. "Adesso non potrei permettermela" aggiunge guardandomi con gli occhi socchiusi per il fumo della sigaretta. "Non ho una lira".

E’ duro vivere da latitante ? "Altro che se è duro. Devi sempre correre, scappare, diffidare di tutti e di tutto. Ogni persona che incontri può essere un poliziotto. Per questo, ho deciso di farla finita. Tra venti giorni, un mese al massimo, mi costituirò, tornerò in Italia e affronterò il processo. Non ce la faccio più a tirare avanti così, sono a tocchi. Ho già contattato i miei avvocati, G.A. e P.V., per farmi consigliare. In fondo ho solo 19 anni e, anche se mi condanneranno, potrò ancora rifarmi una vita".

L'uomo che hai ammazzato ne aveva 33. Ci hai mai pensato ? "Cristo, se ci ho pensato. Non ho dormito la notte per il rimorso, questo è stato un anno d'inferno, il peggiore anno della mia vita".

Parlando, siamo arrivati davanti a un bar che tutti, qui a Lugano, chiamano "Caffè del Federale" perché tra la sua clientela, un tempo, c'erano parecchi neofascisti italiani in fuga. Proprio lì, a quel tavolo d'angolo, Marco Pozzan (notoriamente amico di Freda e Ventura) rilasciò la prima intervista dalla clandestinità e Angelo Angeli, detto "golosone" per la sua passione per i Baci Perugina e il tritolo, riceveva gli amici sanbabilini e i "colleghi" della S.A.M, Squadre d'Azione Mussolini. La domanda è inevitabile.

Come mai ci hai dato appuntamento in questo posto ? Chi te l'ha suggerito ? "Nessuno, non sforzarti per capire, perché tanto arriveresti a conclusioni sbagliate. Non sapevo che i fascisti pascolavano qui, insomma non sono un "nero" se è questo che vuoi sapere, non ho alcun interesse per la politica. Caso mai sono giallorosso, la mia unica fede è la Roma".

Anche adesso, dopo tutto quello che è successo ? "Sì !".

Dove hai trascorso questo anno di latitanza ? "In giro, facendo una vita infame e modesta. Ho tirato a campare".

Chi ti ha dato i soldi per sopravvivere ? Sì, insomma, chi ti ha aiutato ? La vedova di Vincenzo Paparelli ha detto in un'intervista che c'è qualcuno che ti protegge, che finanzia la tua fuga."No, io so' disgraziato, non ho santi in paradiso. Per mantenermi ho dovuto lavorare a giornata. Ho fatto il lavapiatti, l'idraulico, il meccanico".

Come facevi a farti assumere ? "Dicevo di avere fame"

Hai mai temuto di venire scoperto ? "Un'infinità di volte. La prima mi capitò subito dopo la disgrazia. Ero alla macchia da una decina di giorni. Presi un treno per tornare a Roma e mi trovai in uno scompartimento di seconda classe con diversi viaggiatori. Uno di loro era un poliziotto in borghese, lo capii dai discorsi. A un certo punto si mise a leggere il giornale. Con la coda dell'occhio vidi che stava guardando la mia fotografia e lo sentii esclamare: "Se mi capitasse tra le mani questo tipo qui, gli metterei la pistola in bocca e lo menerei pure". Per paura che mi riconoscesse, mi buttai una rivista in faccia e rimasi così per tutto il viaggio, facendo finta di dormire. Non ho mai pregato come quella volta. Anche di recente per poco non mi è venuto un colpo. Stavo rientrando nel mio rifugio, quando ho sentito una voce che diceva: "Givanotto...". Mi sono girato e ho visto un gendarme che correva verso di me. "Stavolta è proprio finita" ho mormorato. Invece voleva solo un fiammifero. Gli ho regalato l'accendino dalla gioia quando me ne sono reso conto".

I vecchi amici ti sono rimasti vicino ? "No, mi hanno abbandonato. Non c'è stato un cane che sia andato da mia madre a chiedere notizie. Perfino la ragazza mi ha piantato. Ha 18 anni. Non ho più avuto il coraggio di cercarla da quello stramaledetto giorno".

Che cosa rammenti di quel pomeriggio ? "Tutto. Le grida della folla, il rumore del razzo...".

Come te lo eri procurato ? "In un negozio, dove sennò ? Il giorno prima del derby, approfittando del fatto che ero di riposo, mi sono trovato con i soliti amici. C'erano M.A., E.M. e altri".

Tutti tifosi della Roma ? "Bè, dire tifosi è poco. Noi ciavemo er core giallorosso, Pruzzo è il nostro Dio e Liedholm il suo profeta...".

Che cosa avete fatto ? "Abbiamo studiato un programma per sostenere la squadra l'indomani".

Risultato ? "Siamo andati a comprare dei botti per fare un po’ di casino. Nel primo negozio non c'era niente che facesse al caso nostro, ma nel secondo ci hanno fatto vedere dei razzi a luce rossa. "Sono pericolosi ?" abbiamo chiesto. "No", ci ha risposto il proprietario. "Se li sparate orizzontali, a 50 metri si apre il paracadute e potete raccoglierli con una mano". Se non ci avesse detto così non li avremmo presi, siamo stati truffati, insomma. Oltretutto le istruzioni erano scritte in inglese e nessuno di noi capisce questa lingua. Soltanto dopo abbiamo saputo che si trattava di residuati di magazzino, che non si trovavano neppure più in commercio. Con 50mila lire ne abbiamo presi tre".

Chi vi ha dato quei soldi ? La Roma ? "Tutto sudore nostro. Ce li siamo procurati da soli. Noi del Commando Ultrà Curva Sud siamo sempre stati autosufficienti".

Che cos'è il "commando ultrà curva sud" ? "È il fior fiore dei tifosi romanisti...".

Dei più scatenati, visto che il vostro stemma è un teschio con una folgore ? "Macché scatenati, noi ci agitavamo solo per rincuorare la Roma. Sono i "trascinatori" quelli che fanno casino. Loro sono dei delinquenti, armano anche i bambini. Noi abbiamo sempre usato bengala innocui".

La società favoriva la vostra attività ? "Non ci ha mai aiutato più di tanto. Ci dava i biglietti omaggio del servizio d'ordine e ci metteva a disposizione il magazzino".

Bel servizio d'ordine ! Nel magazzino custodivate i razzi. Allora sono le società a favorire la violenza… "No, la Società non c'entra. Il magazzino ce lo dava per le bandiere. Certo che ogni tanto qualcuno ci nascondeva anche i botti. Con i biglietti del servizio d'ordine, difatti, si passava dallo stesso cancello "E" da cui entrava il personale dello stadio. Non c'erano controlli. Quel giorno, ad esempio, i razzi me li ha portati dentro uno della Roma due ore prima dell'inizio. Io ero fuori con quelli del controllo".

Poi che cos'è accaduto ? "I laziali si davano un gran daffare e così abbiamo pensato di controbatterli. Mi sono ritrovato in mano il primo razzo e l'ho acceso, ma ho dovuto agitarlo perché non partiva. A forza di muoverlo mi è sfuggito di mano, era la prima volta che lanciavo un ordigno simile. Subito dopo ho cercato di accenderne un altro, ma si è sprigionato un fumo densissimo. Nella nebbia ho visto la folla ondeggiare dalla parte dei laziali, nient'altro".

Non ti sei accorto di aver ucciso un uomo ? "No, l'ho saputo dalla radio e dagli altoparlanti del campo".

Allora che hai fatto ? "Sono rimasto al mio posto a vedere la partita. Speravo che non fosse il mio, quel razzo maledetto. Verso la fine del primo tempo, però ho notato che i compagni mi guardavano in modo strano e ho cominciato ad allarmarmi. Appena hanno aperto i cancelli dello stadio me la sono squagliata. Mica poteva restare lì con scritto assassino in fronte".

Questa è la prima volta che ammetti di aver lanciato il razzo omicida. Se non sbaglio, in passato hai scritto una lettera a un giornale negando tutto. "Non sapevo più cosa fare per discolparmi, avevo perso la testa. Quel giorno non volevo fare del male a nessuno, tanto è vero che giravo a viso scoperto, senza fazzoletto sul volto come fanno gli ultrà quando decidono di menare le mani. Non sono mai stato violento. Certo, qualche volta mi sono picchiato con i laziali, ma tutto è finito lì. Ho sempre avuto paura di prenderle. Anche da bambino ero sottomesso a tutti. Nella mia zona mi chiamavano "pollacchione" e non mi rispettava nessuno".

Eri già romanista a quell'epoca ? "Tifavo per la prima in classifica che era la Juventus. Poi ho scoperto la Roma e me ne sono innamorato. Ho cominciato ad andare allo stadio ad otto anni con mia sorella N. A 13 anni ho cominciato a lavorare perché non avevo più voglia di studiare. Con i primi guadagni mi sono comprato un abbonamento per la Curva Sud".

Torniamo alla tua fuga. "C'è poco da dire. Quando i compagni, che sono rimasti allo stadio fino all'ultimo, mi hanno confermato che la polizia mi cercava per l'assassinio di quel tizio me la sono squagliata. Prima però ho telefonato a casa, a mia madre, dicendole che partivo per Pescara".

Non le hai detto altro ? "E che so' scemo ? Mica potevo dirle "ho ammazzato uno". Sarebbe svenuta al telefono".

Avevi molto denaro con te ? "Duecentomila lire, tanto è vero che ho dovuto chiedere ospitalità a un amico. La sera dopo mi sono spostato, poi ho cominciato a vagare da un paese all'altro. Sono stato anche all'estero...".

Come viaggiavi ? "In treno o con l'autostop. La polizia trascura gli autostoppisti, ha altro da fare".

Adesso come trascorri le tue giornate ? "Lavorando qua e là. La sera non esco mai, non vado neppure al cinema per paura che mi fermino per chiedere i documenti".

Hai più visto i tuoi genitori ? "No, ed è questa la cosa che mi dispiace di più. Oltretutto io contribuivo al bilancio familiare. Prendevo 50mila lire alla settimana e le versavo quasi tutte in casa. Papà è un saldatore disoccupato, da solo non ce la fa a mandare avanti la famiglia".

Davi tutto a lui ? "Sì. Pensa che gli amici mi avevano soprannominato "Tzigano" perché, per non sporcare il vestito buono, andavo allo stadio conciato come uno straccione".

Sei più tornato a vedere una partita ? "No, mi è sempre mancato il coraggio. Ho paura di tradirmi per l'emozione. Ma un giorno ci ritornerò. Magari andrò in tribuna, non nella curva sud".

Ti sei pentito di quello che hai fatto ? "Se vedessi un ragazzo con dei razzi in mano glieli farei ingoiare. Mi sono rovinato la vita per quella robaccia".

A dire il vero te l'eri già rovinata prima. Avevi già avuto altri guai con la giustizia. "Quali guai ? Le mie sono sempre state stupidaggini. Ho preso 4 mesi per uno scippo, ma non avevo una lira. E da piccolo mi sono fatto pescare mentre giocavo dentro una macchina rubata da altri. Tutto qui".

Cosa farai dopo esserti costituito ? "Scriverò una bella lettera alla moglie e ai figli di Paparelli per chiedere il loro perdono".

Speri che te lo riconoscano ? "Sì. Quel disgraziato è morto, ma sono disgraziato anch'io che continuo a vivere con questo peso sulla coscienza".

Hai paura di andare in galera ? "No. Ho paura di uscire. Sono sicuro che i laziali non dimenticheranno ciò che è accaduto e, prima o poi, verranno a cercarmi per pareggiare il conto. Si è trattato di una disgrazia, maledizione, non di un delitto".

L'intervista è finita, prima di andarsene G.F. si dà una spolverata agli stivaletti a punta, da bullo di periferia che balla il liscio. "Presto ci rivediamo a Roma", dice. "Sto preparandomi per "L'ultimo Tango".

Novembre 1980

Fonte: Oggi (Settimanale)

NDR: Si ringrazia Asromaultras.it per questo articolo di repertorio pubblicato da "Giallorossi" nel dicembre 1980.

Fuggito un anno fa dopo aver ucciso con un razzo uno spettatore

Il ragazzo omicida dell'Olimpico a Lugano: "Voglio costituirmi"

LUGANO - "Ho lanciato io il razzo, ma non sono un assassino. Sono stufo di scappare e di nascondermi: tra un mese mi costituirò. Non ho mai dormito per il rimorso". Giovanni Fiorillo, il giovane tifoso romanista ricercato per l'omicidio di Vincenzo Paparelli colpito da un razzo sparato dalla "curva Sud" dell'Olimpico durante il derby Roma-Lazio del 28 ottobre dell'anno scorso, ha ammesso per la prima volta la sua responsabilità, in una intervista al settimanale "Oggi". Ha aggiunto che si costituirà in vista del processo, in programma per la primavera prossima, che lo vede imputato insieme a Marco Angelini e Enrico Marcioni. Fiorillo ha "vuotato il sacco" a Lugano, dove si è rifugiato dopo lunghe peregrinazioni, negando di essere stato aiutato nella sua latitanza da tifosi romanisti. "I primi mesi sono stati duri - ha raccontato. Sono state giornate piene di angoscia. Di notte viaggiavo sui treni, di giorno facevo l'autostop. Sono stato a Milano, Genova, mi sono sempre e continuamente spostato, anche all'estero. Poi, ho trovato un lavoro e una casa". "Qualche volta - continua - quando sentivo alle spalle il rumore di una macchina che "sgommava" sull'asfalto, mi dicevo: ecco è la polizia, sono i carabinieri, mi arrestano". Di quel tragico sabato, la prima "partita col morto", Giovanni Fiorillo racconta che, dopo aver acquistato con Enrico Marcioni e Marco Angelini i tre razzi da segnalazione nautica per 50 mila lire, li introdussero allo stadio con l'aiuto di un addetto della Roma, attraverso il cancello riservato al personale. Il negoziante gli aveva assicurato che i razzi non erano pericolosi. "Dopo aver sparato il primo colpo - ha detto - ho visto un movimento della folla; non potevo però immaginare di aver colpito un uomo. Le persone che si trovavano vicino a me hanno visto che avevo difficoltà a far partire il razzo che puntavo in alto e fui costretto ad agitarlo. Seppi dagli altoparlanti e poi dalla radio quello che era successo e rimasi tremante sul posto fino alla fine". Era una partita che si annunciava calda, in una stagione di scontri e violenze che aveva investito i maggiori stadi italiani. Ad un'ora dall'inizio del derby, l'Olimpico contava già 60 mila spettatori e la "curva Sud" ribolliva di tifosi romanisti. Da qui, improvviso, partì il razzo che dopo una traiettoria di 300 metri raggiunse il lato opposto, colpendo in pieno viso Vincenzo Paparelli, 33 anni, due figli. Invano soccorso dalla moglie Vanda che gli sedeva accanto, morì poco dopo sull'ambulanza.

18 novembre 1980

Fonte: Stampa Sera

Lo spettatore morto all'Olimpico durante la partita Roma Lazio

Si è costituito il giovane tifoso che uccise con un razzo allo stadio

ROMA - Si è costituito ieri mattina il giovane tifoso della Roma che nell'ottobre del 79 provocò, con un razzo, la morte di un altro spettatore poco prima dell'inizio del derby Roma-Lazio. Giovanni Fiorillo, 19 anni, si è consegnato nelle mani degli agenti della squadra mobile accompagnato dai genitori, Giacomo e Candida Capriotti, e da tre legali, gli avvocati Arcangeli, Vitale e Traldi. Davanti ai funzionari, che lo hanno interrogato per diverse ore, il giovane ha ricostruito la storia della sua latitanza. Per quattordici mesi, ha raccontato, è stato costretto a vivere di espedienti accettando vari ed umili mestieri, costretto continuamente a nascondere la propria identità. Per questo motivo, conversando successivamente con alcuni cronisti, Fiorillo ha anche inviato le sue scuse ai datori di lavoro che inconsapevolmente lo aiutarono durante i mesi della lunga latitanza. All'identificazione di quello che le cronache dell’epoca definirono il "killer dell'Olimpico", si giunse in brevissimo tempo grazie alla testimonianza di alcuni spettatori. Tutto accadde pochi minuti prima dell'inizio della partita. Con l'aiuto di due compagni, Fiorillo sparò uno dei quattro razzi antigrandine che aveva portato con sé allo stadio. Ma quello che voleva essere un pur discutibile atto di tifoseria verso la propria squadra si risolse in un'irreparabile tragedia. Il razzo, micidiale e di dimensioni notevoli, si diresse verso la curva opposta, tradizionalmente occupata dai tifosi laziali, e colpì in pieno un giovane meccanico, Vincenzo Paparelli, di 38 anni, che quel giorno era andato allo stadio con la moglie. Fu la stessa donna a soccorrere per prima il marito ma ormai non c'era più nulla da fare: il razzo lo aveva colpito in un occhio e nello scoppio gli aveva devastato il volto. L'arbitro D'Elia fu subito avvertito e - secondo quanto dichiarò in seguito - decise di far iniziare lo stesso l'incontro per evitare ulteriori incidenti. Ignari e all'oscuro di tutto vennero invece tenuti i calciatori: solo alla fine dell'incontro qualcuno disse loro che un tifoso della Lazio era rimasto ucciso. La gara era terminata 1-1. Nei giorni seguenti l'incidente dell'Olimpico scatenò molte polemiche e ripropose in termini tragici il problema della violenza negli stadi. Sull'argomento vi fu anche una severa presa di posizione da parte delle autorità politiche: dal ministro dell'Interno, Rognoni, a quello del turismo, D'Arezzo: dell'episodio parlarono anche Evangelisti, Valitutti ed il sindaco di Roma, Petroselli. Le indagini portarono ai primi accertamenti. Pochi giorni dopo venne arrestato uno studente di 18 anni, Enrico Marcioni, con l'accusa di "concorso in omicidio". Con lui finì in carcere anche l'armiere che fornì i micidiali razzi. Dalle loro testimonianze la polizia risalì all'identificazione di Fiorillo, ma quando gli agenti si recarono nella sua abitazione di piazza Vittorio per arrestarlo, si accorsero che aveva fatto perdere le proprie tracce. Su di lui, in Questura, c'era però un fascicolo abbastanza consistente: nel settembre 75 fu arrestato per furto aggravato, nell'ottobre 76 finì in galera per scippo, nel maggio del '79 fu fermato nei pressi di Milano mentre si trovava in compagnia di alcuni extraparlamentari di sinistra. Ora Giovanni Fiorillo dovrà rispondere dinanzi ai giudici di omicidio preterintenzionale, r. c.

26 gennaio 1981

Fonte: Stampa Sera

Si è costituito l'altro giorno a Roma dopo 14 mesi di latitanza

Altre aggravanti per il giovane che uccise col razzo all'Olimpico

Il giudice gli contesta di aver agito "per faziosità sportiva" - Con Fiorillo, 19 anni, alcuni imputati debbono rispondere, come lui, di omicidio preterintenzionale.

ROMA - La scelta di Giovanni Fiorillo, 19 anni, il presunto uccisore (allo stadio Olimpico) di Vincenzo Paparelli costituitosi domenica dopo 14 mesi di latitanza, aveva finora evitato una lunga carcerazione preventiva. Adesso, essendosi presentato spontaneamente, presenzierà al processo, che si svolgerà al più presto dinanzi alla prima sezione della corte d'assise di Roma. In più Fiorillo si è premunito anche contro una nuova, possibile accusa, quella di renitenza alla leva: in questi giorni, infatti, tutti i suoi coetanei riceveranno le cartoline-precetto, ed è ovvio che il presunto omicida dell'Olimpico non potrà rispondere alla chiamata perché detenuto. Con la sua scelta, il giovane ha ottenuto anche un altro risultato: poiché da tempo si è conclusa l'istruttoria (con la revoca del primo ordine di cattura per omicidio volontario, e il rinvio a giudizio con un'accusa meno grave, quella di omicidio preterintenzionale che è rivolta a chi colpisce per ferire e, senza volerlo, uccide), Fiorillo eviterà gli interrogatori da parte del pubblico ministero: è lo stesso che, all'indomani della tragedia dell'Olimpico, aveva formulato nei suoi confronti un'imputazione da tutti ritenuta eccessivamente dura. Con l'inizio del processo il giovane potrà dunque spiegare direttamente al presidente della corte d'assise, il dottor Severino Santiapichi, come andarono le cose quel pomeriggio di ottobre di due anni fa, poco prima dell'inizio del "derby" Roma-Lazio. Con lui compariranno come imputati altre otto persone. Due, Enrico Marcioni e Marco Angelini (il primo in libertà provvisoria ed il secondo latitante) devono rispondere della stessa imputazione, poiché avevano aiutato quel pomeriggio Giovanni Fiorillo a far partire il micidiale razzo. Dice infatti l'ordinanza di rinvio a giudizio, depositata il 6 dicembre scorso dal giudice istruttore Enzo Rivellese, che i giovani "con atto diretto a percuotere e procurare lesioni personali", fecero esplodere "dalla curva sud in direzione degli spettatori occupanti l'opposto settore della curva nord, un razzo esplodente di forma cilindrica e della lunghezza di circa 30 cm. cagionando la morte di Paparelli Vincenzo". All'omicidio, secondo il giudice, va aggiunta un'aggravante: quella di avere "agito per futili motivi, determinati da faziosità inerente a passione sportiva".

Vale a dire, in caso di condanna, che la pena potrebbe arrivare fino a 24 anni di reclusione. I giovani, inoltre, devono rispondere di detenzione e porto illegale di ordigni esplosivi. Imputato di concorso nell'omicidio è anche Pericle Gigli, gestore di un negozio di motonautica, il quale secondo il giudice istruttore avrebbe "cooperato a cagionare la morte del tifoso laziale per colpa: cioè per imprudenza, negligenza e inosservanza di norme di legge consistita nell'aver venduto ai tre alcuni razzi da segnalazione nautica, strumenti compresi. Oggetti che sono considerati tra le armi da sparo". Ma il processo d'assise avrà anche altri risvolti di notevole interesse. Il giudice istruttore, infatti, non si è limitato ai presunti responsabili diretti dell'omicidio. Con la sua ordinanza, ha rinviato a giudizio anche tre impiegati dello stadio Olimpico, accusati di "abuso di ufficio". La loro colpa, secondo il giudice, consiste nel fatto di "aver consentito a privati e ad associazioni sportive calcistiche della Roma e della Lazio, l'uso di locali - per il deposito di striscioni, sbarre ed altri oggetti che, nel corso delle partite, potevano trasformarsi in armi improprie. Gli accusati, tutti dipendenti dello stadio, sono Sergio Patriarca, Francesco Simone e Giorgio Besi. Gli ultimi due imputati dovranno rispondere invece di accuse minori: Gino Camiglieri, altro "ultrà" romanista, di possesso e trasporto di sei lanciarazzi, e Franco Belleggia, di minacce e porto d'armi improprie. Quest'ultimo, secondo alcune testimonianze, impedì a Maurizio Marzoni, un componente del servizio d'ordine della Roma, di avvicinarsi al luogo da cui il razzo era partito e di identificare, dunque, il gruppo degli sparatori. Belleggia arrivò perfino a minacciare Marzoni con una spranga di ferro. In attesa che tutto questo abbia inizio. Fiorillo è in carcere: la sua deposizione, al processo, sarà interessante anche per chiarire come il giovane, disoccupato e figlio di un fruttivendolo, ha trascorso questi lunghi mesi di latitanza, dove ha trovato rifugio, di quali aiuti ha potuto avvantaggiarsi. Ai funzionari di polizia, finora, ha detto solo di aver vagato di città in città, lavorando come lavapiatti in alcuni ristoranti. Ma un giornalista, pochi mesi fa, lo aveva intervistato a Lugano: fu in quell'occasione che per la prima volta, dopo tante lettere scritte ai giornali per proclamare la sua innocenza, Fiorillo ammise di aver sparato quel razzo, sia pure senza alcuna intenzione di uccidere. r. con.

27 gennaio 1981

Fonte: La Stampa

Ricercato per omicidio era militare da 10 mesi

"Latitante" con stellette. E' Marco Angelini coinvolto nella tragedia dello stadio Olimpico dove un tifoso morì colpito da un razzo - Si è costituito.

ROMA - Secondo la questura di Roma era "irreperibile su tutto il territorio della Repubblica". Invece Marco Angelini, 20 anni, ricercato perché coinvolto nell'omicidio del tifoso Vincenzo Paparelli allo Stadio Olimpico nell'ottobre 1979, in questi ultimi dieci mesi faceva indisturbato il servizio militare. Ieri, in licenza a Roma, si è costituito alla stazione dei carabinieri dell' Eur, raccontando a un maresciallo stupefatto la sua sorprendente vicenda. Angelini era l'unico dei tre giovani accusati per la morte di Paparelli (ucciso da un razzo sparato da una curva all'altra dello stadio) ad essere ancora in libertà. Da tempo in carcere sono gli altri due: il "tiratore" Giovanni Fiorillo ed Enrico Marcioni. Angelini fu il finanziatore dell'operazione. Per alcuni mesi il giovane rimase in latitanza. Poi scattò la precettazione per il servizio di leva e Marco, per evitare il reato di diserzione, si presentò regolarmente a Caserta dov'era destinato. Per dieci mesi ha vissuto con il cuore in gola, aspettandosi l'arresto da un momento all'altro. Fu trasferito a Trani, al Genio Pionieri, e in novembre si offerse volontario nelle zone terremotate. Nei giorni scorsi ha saputo che il processo contro i suoi compagni e lui stesso è stato fissato per il 15 giugno. Ha consultato un avvocato e ha deciso di costituirsi: "Conoscendo le lungaggini dell'istruttoria - ha spiegato - non volevo essere privato della libertà".

28 maggio 1981

Fonte: Stampa Sera

Morì, colpito da un razzo, il tifoso Vincenzo Paparelli, 30 anni, due figli

Roma: tre giovani sul banco d'accusa per l'omicidio allo stadio Olimpico

di Giorgio Viglino

Il tragico episodio accadde il 27 ottobre 79, durante l'incontro di calcio Roma-Lazio - Dalla curva Sud fu sparato il micidiale ordigno che colpì la vittima alla testa.

ROMA - Tre ragazzi poco più che ventenni sono comparsi ieri, davanti alla prima sezione della Corte d'assise, per rispondere dell'omicidio di Vincenzo Paparelli, ucciso il 28 ottobre del '79, da un razzo sparato dalla gradinata opposta dello stadio Olimpico. Paparelli, 30 anni, padre di due figli, era un tifoso laziale, ma non apparteneva ai club organizzati né tantomeno ai cosiddetti "ultrà", autentiche squadracce d'assalto che in quell'autunno vantavano le proprie gesta. Dalla curva Sud, quella riservata per tradizione ai romanisti, e proprio dal settore dove campeggiava uno striscione "Commandos", partì il micidiale razzo lungo 30 cm che andò a conficcarsi nell'occhio sinistro di Vincenzo Paparelli. Al panico che subito si diffuse nella curva Nord, fece riscontro, dalla parte opposta, una serie di baruffe: erano gli amici dello sparatore che impedivano al servizio d'ordine della Roma di trovare il responsabile. Dopo il luttuoso fatto, scomparvero da tutti gli stadi d'Italia le insegne di questi tifosi irresponsabili, e per un certo periodo di tempo vennero intensificati i controlli in modo da impedire l'introduzione, all'interno dei campi calcistici, di armi improprie, ma anche di armi quali erano appunto i razzi del tipo usato per commettere l'omicidio. L'opera di bonifica è durata assai poco, e proprio sabato - alla vigilia dell'apertura di questo processo - è morta una ragazza rimasta ustionata a S. Benedetto del Tronto la domenica precedente, in seguito all'incendio sviluppatosi sulle gradinate dopo la caduta di un razzo. A giudizio per la morte di Vincenzo Paparelli sono stati rinviati tre giovani accusati di omicidio preterintenzionale, e altri sei ai quali vengono imputati reati minori. Il sostituto procuratore Paoloni aveva chiesto il rinvio a giudizio di Enrico Marcioni, Marco Angelini e Giovanni Fiorillo con la ben più grave imputazione di omicidio volontario, ma il giudice istruttore Rivellese l'aveva derubricata in preterintenzionale. Ieri mattina, in apertura di udienza, il dott. Paoloni, che svolge pure il ruolo di pubblico ministero, ha riproposto alla Corte la mutazione del capo d'accusa, chiedendo in via subordinata il rinvio degli atti alla Corte Costituzionale, al fine di dirimere il contrasto. La richiesta è stata respinta in entrambe le formulazioni, e il processo è iniziato regolarmente. Ai tre ragazzi viene imputato l'omicidio, anche se ovviamente uno solo è stato lo sparatore. Marcioni venne arrestato dopo pochi giorni dal fatto, fece il nome dei due compagni e venne rilasciato in libertà provvisoria. Fiorillo, indicato come l'autore materiale del fatto, rimase latitante fino al dicembre scorso, dopo aver vissuto in diversi Paesi europei. Angelini si è costituito ad aprile: era militare, ma alla polizia giudiziaria risultava irreperibile. Tanto Fiorillo che Angelini compaiono in giudizio in stato di detenzione. Marcioni, che è stato interrogato per tutta la durata della prima udienza, dopo che erano state esaurite le formalità, è considerato teste molto importante da parte della pubblica accusa. Ieri mattina ha confermato l'interrogatorio reso in istruttoria, ma il presidente Santiapichi ha voluto approfondire il ruolo di favoreggiamento operato dall'esterno: in primo luogo il club definito "Commandos", e in secondo luogo la Roma Calcio, che questi club favoriva non soltanto con biglietti di ingresso gratuiti. Dall'interrogatorio dell'imputato si è appreso infatti che lui e i suoi compagni potevano entrare allo stadio alle 9, quando non era ancora in atto il controllo di polizia. Tra timidezza e reticenza, l'imputato è stato più volte ripreso dal presidente Santiapichi che ha mostrato di non gradire affatto le troppe lacune nella memoria del ragazzo. I tre imputati maggiori si sono presentati in aula con un atteggiamento mite e remissivo; ma assai meno quieti di loro erano una dozzina di amici che seguivano il dibattimento. Hanno resistito per un paio d'ore sul filo dell'espulsione, poi sono stati allontanati.

16 giugno 1981

Fonte: La Stampa

Processo Paparelli: agli atti un singolare documento

La società sportiva Roma rimborsò un artificiere ?

di Giorgio Viglino

(Dal nostro inviato speciale) ROMA - C'è molto caldo a Roma, ma a Palazzo di giustizia, per la particolare conformazione della costruzione, la temperatura è veramente insopportabile nelle aule. Deciso ad accelerare i tempi, pronto a sacrificare i pomeriggi, il presidente Santiapichi. della prima sezione della corte d'assise che giudica gli imputati del processo Paparelli, s'è visto costretto ieri ad alcune sospensioni fuori programma. L'impianto di aria condizionata, guastatosi la scorsa estate tanto da determinare un arresto anticipato del servizio, viene riparato in questi giorni e forse riprenderà a funzionare la settimana prossima. Il programma del processo Paparelli si allunga e prevede per questa mattina nuovi interrogatori dei testi (ne restano una quindicina), quindi il rinvio alla prossima settimana dopo la pausa elettorale collegata alle amministrative in programma a Roma. Ieri è stato ultimato l'interrogatorio degli imputati minori ed è iniziato quello dei testi, ma l'elemento di maggiore importanza è un documento presentato dall'avvocato Manzo, difensore di Marco Angelini, che è stato allegato agli atti. Si tratta di una singolare nota spese globale sottoscritta da vari presidenti dei club di sostenitori romanisti ed indirizzata alla associazione sportiva Roma. Insieme con numerose altre voci figurano le seguenti: "...mano d'opera artificiere, compreso biglietto partita, lire 42.000; - numero 60 fumogeni lire 60.000". La nota è riferita al derby precedente a quello in cui accadde il fatto, e porta la data del 19 marzo 1979. Questo nuovo elemento di prova aggrava fortemente !a posizione della società sportiva, ma né i dirigenti, né il direttore sportivo, avvocato Raule, hanno voluto dare la versione della società circa i rapporti intercorrenti con i club di tifosi, compresi i più fanatici. L'avvocato Raule si è limitato a dichiarare: "Noi seguiamo il processo con piena fiducia negli organi giudicanti e non vogliamo in alcun modo interferire. D'altro canto vorrei che non si dimenticasse come per nostra iniziativa si sia giocata una partita e l'incasso di 60 milioni sia stato interamente versato alla vedova". La parte civile rappresentata dall'avvocato Pietro d'Ovidio, che tutela gli interessi di tutti i familiari di Paparelli, non ha nascosto fin dall'inizio l'intenzione di procedere, a giudizio penale concluso, sul piano civile nei confronti della "Roma" stessa. In sede processuale sono stati ascoltati i tre imputati dipendenti del Coni, Besi, Patriarca e Simone. Concordemente hanno affermato d'aver consegnato come d'uso le chiavi dei locali ai capi della tifoseria delle due squadre trattandosi di un derby. A loro dire era perfettamente normale questa procedura e non toccava a nessuno di essi ispezionare i magazzini per vedere che cosa contenessero. La vedova di Vincenzo Paparelli, Vanda del Pinto, ha deposto per circa un'ora. Dopo aver riepilogato con evidente sofferenza i fatti, la signora Vanda ha spiegato con dettagli precisi il particolare dello striscione provocatorio che potrebbe aver dato origine al tiro al bersaglio dalla parte opposta. I tifosi laziali facevano comparire ogni tanto uno striscione. "Roma Olocausta", e, pochi attimi prima dell'arrivo del proiettile mortale, la scritta sovrastava proprio Paparelli. Se il proiettile fosse stato sparato in direzione di quel bersaglio, verrebbero a cadere le confuse giustificazioni del Fiorillo che ha sostenuto di non aver saputo bene indirizzare il tubo lanciarazzi. Citato dalla difesa di Marcioni è comparso però un altro testimone che asserisce d'aver visto quello stesso striscione a parecchi metri di distanza dal punto in cui sedeva Paparelli.

18 giugno 1981

Fonte: La Stampa

Entro oggi la sentenza di Roma sul razzo mortale all'Olimpico

Il tribunale deve decidere sulle richieste del p.m. da 12 a 15 anni.

ROMA - Con le repliche del Pubblico Ministero e dei difensori si conclude oggi a Roma il processo contro i tre giovani che un anno fa, esplodendo un razzo dalle gradinate dello stadio Olimpico durante il derby Roma-Lazio, provocarono l'atroce morte di un tifoso, Vincenzo Paparelli. Le ultime udienze sono state interamente dedicate alle arringhe della difesa: gli avvocati hanno tutti insistito sull'elemento di accidentalità che, a loro giudizio, è stato determinante nella tragedia dello stadio romano. Dei tre maggiori imputati, Giovanni Fiorillo (rimasto a lungo latitante), Marco Angelini ed Enrico Marcioni nessuno - hanno sottolineato i difensori - aveva l'intenzione di uccidere: ai tre giovani, soprattutto, sarebbe mancata una esatta nozione della pericolosità del razzo di segnalazione che erano riusciti a portare fin sulle gradinate. Analoghe le tesi degli avvocati di altri imputati, che sono rimasti coinvolti nella vicenda per aver venduto il razzo o per aver consentito che l'ordigno venisse nascosto per alcuni giorni in magazzini di proprietà della società sportiva "Roma". Per questi reati, che resero possibile l'omicidio, sono imputati Pericle Giglio, il commerciante che vendette i razzi: due funzionari del Coni, Patriarca e Simone, il presidente dei club laziali, Camiglieri, e Franco Belleca, un tifoso romanista più volte al centro di disordini. Per tutti gli imputati, le richieste del Pubblico Ministero sono state particolarmente dure: quindici anni e sei mesi di reclusione a Giovanni Fiorillo e Marco Angelini: dodici a Marcioni (e solo perché quest'ultimo all'epoca dei fatti era minorenne). Partendo dalla convinzione che nella vicenda è risultata determinante la comune volontà di colpire gli "avversari", nata nel clima di violenza degli stadi, il magistrato ha chiesto cinque anni di reclusione anche per il commerciante, un anno ciascuno per i funzionari del Coni, tre per il tifoso romanista e un anno e mezzo per il presidente del clubs laziali. La sentenza è attesa oggi.

3 luglio 1981

Fonte: La Stampa

Sul dramma del "derby" all'Olimpico l'attesa sentenza del tribunale

Roma: tre condanne a 4 e 5 anni per il tifoso ucciso da un razzo

I principali imputati (Fiorillo, Angelini e Marcioni) riconosciuti colpevoli di omicidio colposo - Il Pm, sostenendo la tesi dell'omicidio preterintenzionale, aveva chiesto 15 e 12 anni.

(Dalla redazione romana) ROMA - Colpevoli di omicidio colposo. Così ha deciso il tribunale di Roma, dopo cinque ore di camera di consiglio, per i tre principali imputati del dramma avvenuto all'Olimpico, il 27 ottobre '79, quando durante il derby Roma-Lazio un tifoso, Vincenzo Paparelli, venne ucciso da un razzo rudimentale. I giudici hanno inflitto cinque anni e quattro mesi ciascuno a Fiorillo e Angelini, e quattro anni e sei mesi a Marcioni, disattendendo la tesi dell'omicidio preterintenzionale sostenuta dalla pubblica accusa. Ecco le altre condanne: Gigli, due anni e quattro mesi (uno per concorso in omicidio colposo e un anno e quattro mesi per la vendita dei razzi), Belleca un anno e sei mesi; Camiglieri un anno. Sironi, Besi e Patriarca sono stati assolti perché il fatto non sussiste. Le richieste del p.m. erano state dure: il Sostituto Procuratore Paoloni, che guidò le indagini fin dal primo momento, aveva chiesto 15 anni e sei mesi per Giovanni Fiorillo e Marco Angelini, accusato di aver esploso il razzo micidiale; 12 per Enrico Marcioni, che al momento della tragedia non era ancora maggiorenne. Per una serie di imputati minori erano state chieste pene altrettanto severe, allo scopo di "punire" con una sentenza esemplare il clima di violenza che vige ormai da anni negli stadi, soprattutto quando si svolgono partite attese e determinanti. "La borsa contenente i tre razzi venne depositata davanti a un cancello dello stadio la domenica mattina. Facevamo sempre così: il materiale da impiegare per il tifo veniva accumulato presso un cancello, dove sarebbero passati a ritirarlo quelli che avevano il permesso di entrare liberamente nello stadio, senza sottoporsi a controlli". Così aveva detto, nella seconda udienza del processo, Giovanni Fiorillo, l'imputato che per lunghi mesi era riuscito a evitare l'arresto, anche grazie a complicità che le indagini non sono riuscite a chiarire. I motivi che indussero i tre ragazzi a procurarsi i razzi furono spiegati da un altro imputato, Enrico Marcioni: "Correva voce che i laziali si preparavano a lanciare nel corso della partita alcuni razzi potentissimi e noi non volevamo essere da meno". Certo è che per quel derby Roma-Lazio si erano dati appuntamento allo stadio tutte le componenti più facinorose e violente. Nel corso delle udienze i giovani imputati spesso si sono contraddetti fra loro. Ci sono stati momenti di profonda tensione, soprattutto quando sono stati ricordati i minuti che seguirono la tragica sparatoria. "Fu un fatto molto drammatico - ha detto Marcioni - e quando capimmo che era avvenuto qualcosa di grave cercammo di fare sparire il materiale, il tubo usato per il lancio, la pistola lanciarazzi e un altro ordigno rimasto. Buttammo tutto dentro una toilette dello stadio". In quel momento Vincenzo Paparelli, trent'anni, padre di due figli, era ormai moribondo. Il razzo, lungo 30 centimetri, gli si era conficcato nell'occhio sinistro. Nella curva Nord, la folla in preda al panico rendeva quasi impossibili i primi soccorsi. In quella Sud, invece, un gruppo di amici dei tre sparatori impediva al servizio d'ordine di individuarli e arrestarli. Dopo il fatto, in tutti gli stadi furono proibiti le insegne e gli slogans più estremistici. I controlli vennero rafforzati. Ma le precauzioni durarono poco: alla vigilia dell'apertura del processo per l'uccisione di Paparelli, morì a San Benedetto del Tronto una ragazza ustionata da un razzo su una gradinata. Dopo la fuga dall'Olimpico, Fiorillo e i suoi amici fecero perdere le tracce. Marcioni però, arrestato pochi giorni dopo e portato in questura, confessò pur cercando di addossare agli altri le colpe principali. Fu rilasciato in libertà provvisoria. Fiorillo invece rimase latitante fino al dicembre scorso: quindici mesi vissuti in diverse città. "Ho lavorato - disse allora ai cronisti - ho fatto i mestieri più umili, lavavo i piatti, facevo il ragazzo di bottega. Sono stato anche in Svizzera, dove mi intervistarono e dissi che volevo costituirmi. Ero terrorizzato, avevo paura che mi scoprissero". Parlò anche di quella domenica allo stadio. Sostenne, come ha fatto durante tutto il processo, che si trattò di una "disgrazia" : "Il razzo è partito all'improvviso in orizzontale mentre lo stavo innescando. Non volevo colpire nessuno. Quando ho saputo che era morta una persona mi sono disperato". Per costituirsi, Fiorillo, ben consigliato, aveva aspettato che il suo reato venisse derubricato da omicidio volontario in preterintenzionale.

4 luglio 1981

Fonte: La Stampa

Due condanne per il tifoso ucciso allo stadio

ROMA - Riconosciuti responsabili di omicidio preterintenzionale sono stati condannati a sei anni e dieci mesi di carcere Giovanni Fiorillo e Marco Angelini, i due giovani tifosi della "Roma" che, il 28 ottobre di cinque anni fa, allo stadio Olimpico, poco prima dell'incontro tra le due squadre romane, spararono un razzo che uccise il meccanico Vincenzo Paparelli. I giudici della corte d'assise d'appello hanno totalmente riformato la sentenza di primo grado grazie alla quale i due imputati, considerati responsabili di omicidio colposo, tornarono in libertà, perché condannati a pene lievi.

31 marzo 1984

Fonte: La Stampa

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