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Vincenzo Paparelli 28.10.1979 La Tragedia
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Roma - L'assurda violenza dei tifosi ha provocato una tragedia

Ucciso allo stadio da un razzo lanciato da una curva all'altra

di Mario Bianchini

La vittima è un meccanico di 33 anni, padre di due figli, tifoso della Lazio - Il proiettile, dopo aver percorso oltre 250 metri, lo ha colpito al viso - Un secondo razzo è addirittura uscito dallo stadio dopo averlo attraversato tutto. Fermati due giovani - Inutili le perquisizioni all'ingresso anche se è stato sequestrato un "arsenale" impressionante.

ROMA - Il derby Roma-Lazio passerà tragicamente alla storia. Uno spettatore di 33 anni, Vincenzo Paparelli, sposato, padre di due figli, è stato ucciso sulle gradinate della curva Nord quasi al limite con la tribuna Monte Mario, da un razzo esploso dalla curva Sud che si trova al lato opposto dello stadio. Era un tifoso della Lazio. Ieri è andato alla partita con la tessera del fratello, tifoso della Roma, con il quale manda avanti una piccola officina nel quartiere di Primavalle. È la prima volta in Italia che un incontro di football viene funestato da un delitto. L'episodio è accaduto verso le ore 13 quando già gli spalti dell'Olimpico erano gremiti di folla. Sulla curva Sud si trovavano, secondo un'antica consuetudine, i tifosi romanisti, mentre il lato Nord era riservato ai sostenitori laziali. Le due fazioni stavano scambiandosi i soliti slogan sfottenti. La scintilla è scattata quando nel settore laziale è apparso un grosso striscione sul quale era scritto a lettere cubitali: "Rocca bavoso, i morti non resuscitano". I romanisti replicavano con bordate di fischi. Improvvisamente dal punto dove giganteggiava un grosso drappo con scritto "commando ultrà curva Sud", è partito un grosso razzo, che dopo aver attraversato sibilando tutto il campo, andava a colpire in pieno volto il Paparelli che si accasciava sanguinante al suolo. In un baleno dilagava il panico. La folla si precipitava verso le uscite mentre un altro proiettile, scagliato dallo stesso punto, oltrepassava addirittura il settore Sud, andando a finire su un albero fuori dello stadio. Intanto accanto al Paparelli era rimasta soltanto la moglie Vanda del Pinto, che gridava disperatamente. È trascorso qualche minuto prima che ci si rendesse conto della gravità dell'episodio. Poi sono arrivati i barellieri. L'ambulanza si faceva largo con la sirena spiegata, diretta verso l'ospedale di S. Spirito. Purtroppo il poveretto ha cessato di vivere lungo il tragitto. Uno spettatore ha raccolto il piccolo razzo insanguinato, che aveva ucciso il giovane e lo ha consegnato alla polizia. Solo dopo un quarto d'ora si spargeva fra il pubblico la notizia della morte del Paparelli. I sostenitori biancoazzurri si abbandonavano ad una reazione rabbiosa. Saltavano fuori bastoni, spranghe di ferro, biglie. Venivano infranti i vetri che dividono i settori delle tribune Tevere e Monte Mario. Alcuni esponenti dei circoli biancoazzurri si portavano davanti agli spogliatoi chiedendo la sospensione della partita. Il presidente della Roma, ing. Viola, pallido in volto, replicava con aria affranta che non si sentiva di assumersi la responsabilità di una decisione che avrebbe rischiato di creare incidenti ancora più gravi. Anche le autorità hanno ritenuto opportuno evitare di prendere iniziative con il pericolo di far precipitare la già precaria situazione. Quando le squadre sono entrate sul terreno di gioco, dalla curva Sud si è levato il coro di "assassini, assassini". La curva Nord presentava larghi vuoti. Molti avevano lasciato lo stadio per paura e altri in segno di protesta aderendo all'invito lanciato dai capo-tifosi. Alcuni scalmanati si sono avvicinati al fossato e hanno cominciato a lanciare oggetti in campo mentre le forze dell'ordine si schieravano con i fucili lanciarazzi puntati. Il capitano della Lazio Wilson e Giordano, si avvicinavano agli spalti cercando di placare l'ira della folla. L'arbitro D'Elia si guardava intorno disorientato. Partiva un razzo di color rosso che lo sfiorava ad una spalla. Nel trambusto generale, il direttore di gara decideva di fischiare l'inizio della partita. Continuava il lancio di proiettili di ogni genere. Il comandante dei carabinieri decideva di far entrare nel recinto della curva Nord drappelli di militi. Si accendeva qualche scontro. Ma fortunatamente non accadevano altri episodi gravi. Più tardi il capo del secondo distretto di polizia, dott. Marinelli, ha dichiarato che era stato effettuato il fermo di quattro giovani. Si sospetta che due di essi abbiano a che fare con l'episodio delittuoso. "Non sappiamo con esattezza quale tipo di arma abbia usato il teppista che ha sparato - ha aggiunto il funzionario - riteniamo che debba trattarsi di un lanciarazzi dotato di una carica di notevole potenza".

29 ottobre 1979

Fonte: Stampa Sera

Fotografie: Lastampa.it - L'Unità

L'agghiacciante testimonianza fornita dalla moglie dell'uomo morto per una giornata di sport

Ho visto il razzo luminoso arrivare

di Giuseppe Fedi

Vincenzo Paparelli, meccanico, romano di fede laziale, aveva 33 anni - Sfilata silenziosa di gente sotto la casa del rione Primavalle dove abitava - Il cordoglio della cittadinanza portato da un rappresentante del sindaco - Quattro fermati: si tratterebbe di testimoni.

ROMA - "Ho visto il razzo arrivare dall'altra parte dello stadio. Era luminoso ed aveva una scia di fumo. Ho fatto appena in tempo a girarmi per dire a Vincenzo di stare attento, ma era già stato colpito". Annientata dal dolore Vanda Del Pinto ricostruisce fra le lacrime gli attimi che hanno preceduto la morte di Vincenzo Paparelli. Sono le 16 e la donna si trova negli uffici della squadra mobile per fornire la sua deposizione. È lì da pochi minuti ed il funzionario di turno fa mettere a verbale il suo racconto. "Eravamo usciti di casa dopo le 12.30. Vincenzo era un patito della Lazio e non voleva mancare al derby. Per vedere la partita si era fatto prestare la tessera dal fratello". Il calcio era l'unico hobby di Vincenzo Paparelli. Romano. 33 anni, terzo di cinque fratelli, lavorava come meccanico in un'officina di Primavalle. "Stasera sarebbe dovuto venire a cena a casa mia - spiega il cognato Otello Del Pinto. Dovevamo festeggiare il compleanno di mio figlio che ha compiuto tre anni. L'ho visto l'ultima volta sabato sera. Sono stanchissimo, mi ha detto, ma domani Roma-Lazio non voglio proprio perderla". Tutta Primavalle si stringe intorno al dolore di una famiglia provata da una tragedia assurda. La gente della borgata sfila silenziosa sotto la casa del meccanico, in via Dronero, in un pellegrinaggio spontaneo e composto. Nel tardo pomeriggio arriva l'aggiunto del sindaco Petroselli. È accompagnato da due vigili urbani e alla sorella di Vincenzo Paparelli porta il cordoglio del primo cittadino e della giunta capitolina. Il dott. Efisio s'informa sulle condizioni economiche della famiglia. "Domani mattina - dice - verrà una assistente sociale. È a vostra disposizione per quanto potrà esservi utile. Oggi all’Olimpico è morto un cittadino romano e vorremmo partecipare al vostro dolore". L'aggiunto e i familiari di Vincenzo Paparelli si appartano in un angolo. Otello Del Pinto ringrazia il funzionario comunale. "Non sappiamo ancora quando potremo fare il funerale - informa. In questura ci hanno detto che per avere il nulla osta occorre l'autorizzazione del magistrato e che questa verrà concessa dopo l'autopsia". Gli adempimenti di legge e il loro lento rituale si scontrano con il dolore di una famiglia. "Vincenzo è morto e nessuno ce lo restituirà - dice singhiozzando la sorella Carla. Lascia due bambini, di sette e tredici anni, una moglie e quattro fratelli che lo adoravano. Lo ha ucciso quella violenza che lui detestava, la stessa che da troppo tempo segna la nostra vita di tutti i giorni. Che senso ha sapere esattamente come è morto quando i responsabili di ciò non verranno mai scoperti ?". "Stiamo facendo il possibile per arrivare all'identificazione dello spettatore che ha esploso dalla curva Sud il razzo che ha ucciso Vincenzo Paparelli - affermano in questura. Abbiamo fermato e denunciato una ventina di persone perché trovate in possesso di armi improprie. Due sono tuttora in stato di fermo al secondo distretto di polizia, mentre i carabinieri ne hanno fermati altrettanti. È difficile dire se fra questi vi sia lo sparatore. Li stiamo interrogando a fondo, nella speranza che dalle loro deposizioni emergano elementi utili". Di più. i funzionari della squadra mobile non vogliono dire. Secondo indiscrezioni trapelate nella tarda serata, tra i quattro fermati non figurerebbero gli autori materiali del fatto. Si tratterebbe comunque di testimoni forse preziosi: tifosi che hanno assistito al derby nei pressi del luogo della curva Sud da dove è partito il proiettile. Intanto, i fedelissimi di numerosi club giallorossi e biancazzurri si sono impegnati a fornire tutta la loro collaborazione agli inquirenti per scoprire i responsabili della morte di Vincenzo Paparelli. il primo spettatore ucciso in Italia all'interno di uno stadio di calcio.

29 ottobre 1979

Fonte: Stampa Sera

Fotografie: Lastampa.it - Roma.corriere.it

I barbari della domenica

di Giovanni Arpino

Ed è così venuta la tragica domenica in cui una famigerata "arma impropria" uccide un tifoso in uno stadio. È accaduto all'Olimpico romano, ridotto per l'ennesima volta, grazie agli incidenti, ad una sorta di grottesco, sanguinante Colosseo. Riconosciamolo a viso aperto: da almeno sette o otto anni abbiamo temuto questo fattaccio. Negli stadi si entra con ogni sorta di suppellettili, oggetti, bastoni, legni per bandiere che servono quali manganelli, chiavi inglesi, persino estintori rubati nelle stazioni ferroviarie (è capitato a Milano, per il derby). Le pistole lanciarazzi sono ormai normali come l'orologio al polso. I disgraziati, giovanissimi o meno, che si mascherano da guerriglieri, invadono settori via via più grandi. Sono arrivati persino a minacciare chi "tifa freddo", chi non ulula come uno sciacallo. E così: il morto. Lo temevamo, abbiamo speso chilometri di parole sulle colonne dei giornali, in questi anni. Tutto inutile: la vittima c'è, ha un nome, suscita pietà infinita. È andato anche lui allo stadio per godersi novanta minuti di pedate e sperandole degne di festa, il giovane e sfortunato spettatore romano. È stato ucciso e non incolpiamo il destino, non tiriamo in ballo il Fato. Così come non si può accusare chi ha la sorveglianza degli stadi, polizia o addetti dei clubs calcistici: come è possibile frugare nelle tasche e sotto gli impermeabili di sessanta, ottantamila persone ? In un Paese qual è l'Italia, dove si muore troppo facilmente, oggi uccide anche lo spettacolo sportivo. Dobbiamo sporgerci su questa rovina civile, curarla, non attenuarla con frasi fatte o con speranze leggere. La colpa è in una certa figura di tifoso, che ignora tutto: il rispetto umano, la liceità agonistica, il valore del divertimento domenicale, e si affida solamente ai propri stimoli di violenza bruta, armandola con ogni sorta di strumenti. Non c'è legge, non c'è prevenzione, non c'è consiglio, non c'è predica, non c'è tutela che valgano. Bisogna riuscire, con decisioni rapide e senza guardare in faccia a nessuno, ad estirpare questa gramigna. Tutti gli "ultras" di tutte le curve vanno levati di peso dai loro posti. Lo sport è un "bene comune" che può e deve essere salvato da chi gli mangia le viscere, da queste frange barbare. O i cancelli resteranno chiusi per sempre.

29 ottobre 1979

Fonte: Stampa Sera

Fotografia: Storiedicalcio.altervista.org

Il razzo acquistato in un’armeria di Roma

Scoperto il giovane assassino dell'Olimpico

Appello delle autorità: "Gli stadi tornino ad essere luoghi di convivenza".

ULTIMA ORA - La polizia ha identificato a Roma l'autore del lancio del razzo che ha colpito a morte il tifoso Vincenzo Paparelli. È un giovane e per ora si sa che si chiama Giovanni Fiorilli. Sono in corso ricerche sia nella sua abitazione, sia sul posto di lavoro. Sarebbe questo giovane (è quasi certo) ad aver lanciato il razzo che, da una curva all'altra dell'Olimpico, è andato a colpire mortalmente Vincenzo Paparelli, 33 anni, che assisteva al derby Roma-Lazio accanto alla moglie…(Omissis).

29 ottobre 1979

Fonte: Stampa Sera

Fotografia: Roma.corriere.it

Lo sgomento dei giocatori nelle frasi dello spogliatoio

ROMA - Gli aspetti tecnici del derby hanno trovato scarsa eco negli spogliatoi dell’Olimpico. Su allenatori, giocatori, dirigenti, giornalisti, gravava l'atmosfera pesante della tragedia avvenuta prima della partita in curva Nord. Il primo a raggiungere la sala stampa è stato Liedholm che aveva un'aria mesta e sconcertata. Ha cercato all'inizio di sviare il discorso dal luttuoso episodio affermando che secondo lui la partita aveva avuto uno svolgimento regolare. "Sulla triste vicenda accaduta sugli spalti - ha dichiarato lo svedese - non avevamo notizie sicure. Si parlava di un ferito grave. Rocca era molto agitato per quel cartello pieno di insulti. Ha giocato male, come del resto tutta la mia squadra. Non avevamo la mente serena per sviluppare un gioco normale. Ognuno cercava l'iniziativa personale". Pensa che possa aver influito la notizia della morte di uno spettatore ? "Abbiamo iniziato la gara quasi inconsciamente - ha replicato Liedholm - ma con il trascorrere dei minuti i giocatori sono riusciti a concentrarsi sulla partita. L'episodio è inconcepibile. È la prima volta, nella mia lunga carriera prima di calciatore e poi di allenatore, che mi capita di assistere ad un fatto così grave". Poi il trainer, anche per sdrammatizzare un po' il clima, ha ripreso a commentare l'incontro con parole piuttosto dure nei confronti dei suoi giocatori: "Tancredi è stato il migliore in campo, non ha potuto far nulla sulla palla del gol deviata da Rocca. Ma nello stesso tempo non esito ad affermare che siamo stati fortunati. La Lazio ha giocato meglio, specialmente nel primo tempo". Il capitano Santarini, mentre si recava nello spogliatoio dei laziali, ha dichiarato: "Quando abbiamo appreso la notizia del gravissimo incidente, noi e i nostri avversari, siamo rimasti frastornati. In questo momento non mi vengono le parole. Siamo vicini ai familiari dello scomparso. Ma so che non basta. Purtroppo si alimenta la violenza da una parte e dall'altra con certe scritte offensive come quella su Rocca. Con questo non voglio giustificare l'accaduto. Ma vorrei dire che purtroppo da scherzi pesanti a volte scaturiscono le tragedie". Il presidente ing. Dino Viola, pallidissimo in volto, ha detto: "Ho parlato con i ragazzi prima e durante l'intervallo della partita. Li ho esortati a rimanere calmi, anche se era difficile per tutti in quei momenti. In settimana avrò dei contatti con i capo-tifosi. Cercheremo insieme di individuare i responsabili. Ciò che è accaduto è inaudito quando si pensa che si dovrebbe andare in uno stadio solo per divertimento". Negli spogliatoi biancazzurri si respirava un clima di doloroso risentimento espresso con parole assai dure. "Quando sono andato verso la curva dei nostri tifosi - ha raccontato il capitano Wilson - ho detto loro di lasciarci giocare. Era il modo migliore per onorare la memoria dello scomparso. In caso contrario penso che si sarebbe rischiata una tragedia ancora più grave anche se il nostro primo istinto è stato quello di non cominciare la gara. È brutto quello che dico ma quello che ha ammazzato merita di morire nella stessa maniera. Finire l'esistenza in uno stadio è davvero sconvolgente". Preso da una crisi di pianto, Wilson si è interrotto bruscamente. Giordano: "Abbiamo saputo della disgrazia poco prima dell'inizio della partita. Ho pregato i tifosi di stare calmi assicurando loro che avremmo fatto di tutto per vincere dedicando il successo alla memoria dello scomparso. Mi sono sentito rispondere: romanisti assassini". Montesi ha duramente rimproverato le autorità che "sarebbero dovute intervenire per sospendere la partita". Lovati appariva distrutto: "E' stato un pomeriggio che non dimenticheremo presto - ha dichiarato il trainer - tuttavia non credo che abbia influito sui miei giocatori la notizia dell'accaduto. Per quanto riguarda la gara dico solo che la Lazio è stata nettamente superiore, meritavamo ampiamente dì vincere". m b.

29 ottobre 1979

Fonte: Stampa Sera

Fotografia: Laziowiki.org

Polizia e carabinieri mobilitati nelle ricerche dell'assassino

I tifosi devono denunciarlo

di Mario Bianchini

ROMA - La capitale si è svegliata sotto l'incubo dell'ennesimo fatto di sangue che stavolta ha colpito maggiormente gli animi della gente perché è avvenuta in uno stadio di calcio. Finora la violenza arricchiva le pagine della cronaca nera per episodi che non avevano nulla da spartire con lo sport, considerato l'ultimo baluardo di relativa tranquillità. I giornali hanno dedicato intere pagine all'episodio con titoli a nove colonne: "Dilagava la violenza negli stadi"; "Assassinio all'Olimpico"; "Delitto allo stadio", e così via. Sono frasi che fanno meditare amaramente. Alle parole di condanna che puntualmente sono giunte da ogni parte, si oppone il grido assai più tragicamente concreto lanciato dalla moglie del povero giovane Paparelli, prima che questi spirasse: "Non morire, abbiamo due figli". Rivisto a distanza di tempo il film del pomeriggio di sangue all'Olimpico si presenta con sequenze allucinanti, consolidando l'assurdità di quanto è accaduto. Sono scattate le indagini della magistratura e della squadra mobile, ma è come cercare l'ago in un pollaio: dell'assassino nessuna traccia. L'unica speranza è che qualche tifoso lo abbia riconosciuto e lo denunci all'autorità. Non si è certi neppure del tipo di arma usato dal teppista anche se va prendendo corpo l'ipotesi che ad uccidere Paparelli sia stato un razzo antigrandine. La moglie dello scomparso, Vanda Del Pinto, ripresasi dal grave stato di prostrazione, ha potuto raccontare nei dettagli gli ultimi attimi di vita del marito: "Ho visto il razzo arrivare dall'altra parte dello stadio - ha detto - era luminoso e aveva una scia di fumo; mi sono girata verso Vincenzo per dirgli di stare attento, ma era già stato colpito e sanguinava. Gli ho strappato il razzo che si era conficcato nella testa vicino all'occhio". Più tardi la donna, ancora sotto choc, è stata portata in questura dove ha parlato con i funzionari. Il medico Alberto Travostini, che ha soccorso per primo lo sventurato all'ospedale di Santo Spirito, non ha potuto fare nemmeno il massaggio cardiaco: "Non ho mai visto - ha dichiarato - una lesione del genere, nemmeno in guerra. Ha mezza faccia carbonizzata, bruciata in profondità". All'ospedale è giunto anche il presidente del Coni dott. Carraro. Appariva sbigottito: "Non ero allo stadio - ha dichiarato - e ho appreso la notizia per radio. Sono qui per esprimere il mio cordoglio per questo fatto inaudito. Non è possibile che le partite di calcio si giochino in questo clima". Intanto il giornale radio stava già dando la notizia di quanto accaduto allo stadio. Si animava la borgata Mazzalupo, dove risiede il povero Paparelli.

Più di un cuore ha sussultato. Il suo nome è passato di bocca in bocca, se lo sono gridato dalle finestre. Poi è stata una corsa folle verso l'ospedale di Santo Spirito per dargli l'ultimo saluto, portare conforto alla moglie, Vanda, di 29 anni, ai suoi figli Mauro di 15 anni e Gabriele di 9. Accanto alla moglie straziata dal dolore, in poco tempo si è radunata una piccola folla. Amici della borgata, non ancora contagiati dal morbo dell'indifferenza di chi vive nelle grandi città. Sui loro volti si leggeva il dolore, ma soprattutto l'angoscia di questo dramma assurdo. Nella saletta d'attesa dell'ospedale, c'era anche Angelo Paparelli, il fratello che con lui conduceva l'officina meccanica di via Cornelia. Diceva: "Ho saputo di quanto era accaduto a Vincenzo da un amico che mi ha telefonato. Proprio io gli ho dato la tessera per la partita. Io sono tifoso della Roma, lui della Lazio, ma tra noi non c'è mai stata una discussione che non fosse più che civile". Sull'episodio c'è anche una presa di posizione del sindaco di Roma: "La discriminante non è il tifo, non è il calcio - ha dichiarato il primo cittadino di Roma - tanto meno è lo sport, ma è piuttosto la barriera contro ogni violenza. Per questa via il rischio è di uccidere lo sport, cioè una delle speranze di una città più giusta, più sicura, più serena. È assurdo che si possa morire così allo stadio: bisogna reagire". Dopo aver espresso il dolore della città ed i sentimenti di cordoglio alla moglie della vittima e ai figli, Petroselli ha rivolto un appello alle autorità sportive romane affinché "in tutti i club, sia laziali che romanisti, possibilmente in assemblee comuni, si discuta e si mediti su questa tragedia per trarne insegnamento e un impegno comune. E lo stesso si faccia in tutte le scuole di Roma". Inquietanti, infine, anche le dichiarazioni rilasciate dal dottor Marinelli, capo del secondo distretto di polizia che soprintende all'ordine pubblico dello stadio Olimpico: "Come al solito avevamo disposto agl'ingressi un accurato controllo - ha dichiarato il funzionario: ci siamo trovati di fronte ad episodi incredibili. Abbiamo sequestrato schiumogeni, bastoni, sassi e soprattutto un enorme quantitativo di bilie d'acciaio. In queste condizioni il lavoro della polizia diventa davvero ingrato e difficile. I nostri uomini hanno rischiato di rimanere feriti gravemente. È un problema che dovrà essere affrontato.

29 ottobre 1979

Fonte: Stampa Sera

Fotografia: Lastampa.it - L'Unità

La violenza negli stadi ha provocato una vittima

Ammazzato all'Olimpico

Spettatore colpito in pieno viso dal razzo sparato da un teppista

Vincenzo Paparelli, un meccanico di 32 anni, è crollato sotto gli occhi della moglie. La tragedia un'ora prima dell'inizio del derby. Si è discussa l'eventualità di non effettuare l'incontro. Numerose persone fermate".

Roma - Doveva essere una giornata di sport. Il derby Roma - Lazio è appuntamento di gran richiamo per gli sportivi della capitale. Invece s'è trasformata in una assurda tragedia, che non trova spiegazione alcuna e che è costata la vita a Vincenzo Paparelli, un meccanico di 33 anni. Erano circa le 13,20 e già migliaia di spettatori avevano preso posto sulle gradinate dell'Olimpico. Nella curva sud si erano sistemati come sempre i tifosi della Roma, nella nord quelli della Lazio. Nonostante mancasse ancora più di un'ora all'inizio della partita il clima era teso come da tempo non accadeva. I tifosi di opposta fazione avevano preparato cartelli, striscioni, come negli altri derby insomma. Proprio uno striscione innalzato improvvisamente dalla curva dei tifosi laziali ha provocato la scintilla; c'era scritto: "Rocca bavoso, i cadaveri non risuscitano". Il giocatore Rocca è un terzino che più volte ha dovuto interrompere l'attività per un infortunio e sottoporsi a interventi chirurgici. La prima reazione dei tifosi romanisti è stata quella di tentare un'invasione di campo per portarsi nell'altra curva. Le forze dell'ordine sono subito intervenute, riuscendo a bloccare gli invasori. Sembrava che tutto dovesse ritornare alla normalità. Invece qualche minuto dopo il drammatico episodio. Dalla curva dei romanisti, dalla parte della tribuna Tevere all'altezza dello striscione Roma club Somalia, è stato sparato un razzo auto esplodente anti-grandine. Poi si saprà che non era un razzo qualsiasi, ma un vero e proprio proiettile. Si tratta di un cilindro lungo 20 centimetri e con un diametro di 4, che può percorrere traiettorie anche di 200-250 metri. Nello stadio si è sentito un sibilo, sinistro, il proiettile ha disegnato una lunga scia fumosa e ha colpito Vincenzo Paparelli in pieno viso, nell'occhio sinistro. L'uomo era seduto nell'ultima fila di panchine nel versante della tribuna M. Mario, dietro una delle uscite del settore. Era in compagnia della moglie Vanda Del Pinto e stava aspettando l'inizio della partita, mangiando il panino che si era portato da casa. Era il suo pranzo. La moglie ha visto arrivare il razzo, ha cercato di avvertire il marito, ma non ha fatto in tempo. Vincenzo Paparelli, colpito in pieno viso, nella parte della regione temporale sinistra, s'è subito portato le mani sul viso diventato una maschera di sangue. I primi soccorsi gli sono stati portati dalla moglie, che gli ha subito estratto il razzo. Poi, non ha resistito, è svenuta. Sono intervenute le forze dell'ordine, Paparelli è stato subito trasportato al pronto soccorso e di lì in ambulanza all'ospedale Santo Spirito, dove però è giunto cadavere. Intanto nello stadio si vivevano attimi di grande tensione, di paura.

Dopo cinque minuti altri due razzi, di identico tipo sparati sempre dallo stesso settore per fortuna sono esplosi fuori dello stadio. Nella curva nord, anche fra le poche centinaia di spettatori rimasti, si diffondeva il panico, con la gente alla ricerca disperata di una via di uscita. Ma non tutti lasciano le gradinate. Un gruppo di tifosi si scatenava contro i cristalli divisori, per crearsi un varco. "Gridavano come ossessi - racconta un brigadiere di pubblica sicurezza - erano fuori di sé. "Toglietevi" ci strillavano. "Dobbiamo andare ad ammazzare gli assassini romanisti". La fermezza degli agenti ha bloccato sul nascere ogni ulteriore reazione sconsiderata. Nel frattempo negli spogliatoi si stava decidendo se giocare o no la partita. Il presidente del centro di coordinamento dei club biancazzurri chiedeva il rinvio della partita per timore di nuovi gravi incidenti. L'arbitro decideva alla fine che si dovesse giocare. Nella curva nord l'atmosfera non si placava. Gruppi di tifosi laziali continuavano a lanciare oggetti di ogni genere in campo. Urlavano verso i giocatori della loro squadra "Fuori, fuori". Un invito ad abbandonare il campo in segno di protesta. Si avvicinavano allora i giocatori Wilson e Giordano per calmare gli animi, mentre numerosi agenti si schieravano ai bordi del campo. La partita ha avuto così inizio in un clima che non prometteva nulla di buono. Ma fortunatamente non accadeva più nulla di grave. Soltanto proteste verbali dei laziali verso i romanisti e più di un pallone sequestrato dai tifosi biancazzurri, quando arrivava dalle loro parti. La partita è sembrata interminabile. Si sono temuti incidenti, scontri fra i tifosi, durante lo sfollamento dallo stadio, ma sono giunti rinforzi di polizia e carabinieri. Un enorme dispiegamento di forze dell'ordine ha presidiato i punti nevralgici dei viali dello stadio. "Non ho mai visto un derby più terribile di questo - ha commentato il vice-questore Marinelli, che sovraintende il servizio d'ordine all'Olimpico - Una cosa incredibile. Stamane quando abbiamo fatto l'abituale giro di perlustrazione abbiamo trovato di tutto, nascosto nei posti più impensati. Abbiamo riempito un camioncino di mazze, spranghe di ferro, pistole giocattolo, sassi, mattoni, e anche 50 razzi dello stesso tipo che hanno ucciso il Paparelli. Abbiamo fermato quattro persone". Due dei fermati sono sospettati di fare parte del gruppo di teppisti che stava sulla curva sud, nel punto da dove è stato esploso il micidiale razzo. Altri fermi sono stati effettuati poi in città: giovani provenienti dallo stadio sono stati trovati armati di spranghe, coltelli e altre armi.

29 Ottobre 1979

Fonte: L’Unità

Fotografie: L'Unità - Il Messaggero

La spaventosa tragedia nel racconto di un testimone

"Il micidiale ordigno lo ha centrato in piena faccia"

La disperata ma inutile prontezza di spirito della moglie dell’ucciso. All’ospedale Santo Spirito, tra i congiunti. "Era un buono", dicono i vicini.  Due sospettati e parecchi fermi.

ROMA - "Ma quale disgrazia, questo è omicidio, non si va allo stadio con le armi". Cambiano le parole ma il commento è sempre lo stesso. È passata un’ora dall'arrivo della salma di Vincenzo Paparelli e la piccola sala d’aspetto dell’ospedale è piena di gente: parenti, amici dell’uomo ucciso; manca la moglie di Paparelli. La donna è stata strappata quasi a forza dal corpo del marito, è stata portata alla "Mobile" per essere interrogata. Un uomo che adesso è qui al Santo Spirito, ha assistito alla scena. "Lei ha visto arrivare il proiettile - dice - si è girata verso il marito per avvisarlo ma era troppo tardi. Centrato. Centrato all’occhio sinistro dal razzo, il volto trasformato in una maschera di sangue, Vincenzo Paparelli è crollato. Lei ha avuto la forza di gettare via quel "tubo" di ferro arroventato, poi è svenuta, mentre intorno si diffondeva lo spavento, l'orrore. Il pubblico della curva nord si precipitava verso le scale, altri si gettavano verso le grandi vetrate abbattendole". Vincenzo Paparelli era padre di due figli, Mauro di otto e Gabriele di undici anni, abitava in via (omissis), a Casalotti, una borgata una decina di chilometri lontano dalla città. Dice Velia Ruggeri, proprietaria di una bottega di dolciumi della circonvallazione Cornelia: "Insieme al fratello Angelo, di poco più giovane, Vincenzo gestiva una officina per la riparazione delle auto, proprio accanto al mio negozio". Ma che tipo era ? "Che vuole che le dica. Uno come me, come lei, uno che la domenica andava allo stadio per distrarsi". Giuseppe Pallotta è un altro amico di Vincenzo Paparelli: "Ho saputo la notizia sentendo una radio privata, alle 13,30 circa. Stavo mangiando ed è stato un colpo. Ho lasciato tutto sul tavolo e sono scappato via. È la prima volta in vita mia che mi sento così male. Che tipo era Vincenzo ? Un uomo d'oro, una persona di una gentilezza e d’una umanità quasi uniche. Impossibile parlare con le sorelle di Vincenzo, impossibile parlare con la madre. Le quattro donne piangono disperatamente, ogni tanto un lamento, ma non una parola. L'unico che riesce a vincere il dolore è il fratello Angelo: "Vincenzo allo stadio ci andava quasi tutte le volte che giocava la Lazio. Ma per lui era un puro divertimento, come per la moglie, per questo ci andavano insieme". E i bambini ? "I bambini li lasciavano a noi, alle mie sorelle, a mia madre. Abitiamo tutti nello stesso palazzo, è come se si vivesse tutti insieme.

Stamattina Vincenzo e Vanda sono usciti un po’ prima del solito. C’era il derby e allora dovevano andare prima per trovare il posto". Dal Santo Spirito alla questura, dove è stata portata la moglie di Vincenzo Paparelli e quella decina di testimoni che la polizia è riuscita a raccogliere allo stadio subito dopo il lancio del razzo micidiale. C’è un’aria insolita, i cronisti vengono bloccati da un piantone. L'episodio dello stadio ha fatto scattare l'allarme anche perché le notizie che arrivano parlano di diffusa tensione. Per esempio in via del Corso. Proprio davanti alla direzione del PSI da un pullman di tifosi è stato lanciato un razzo. L’autista ha bloccato il bus ed ha chiesto l'intervento degli agenti. I passeggeri sono stati perquisiti uno ad uno, e alla fine per terra sono state ritrovate una decina di piccole micce. Un giovane è stato fermato ma poi rilasciato. Ma l’episodio più grave è avvenuto davanti al Civis, a poche centinaia di metri dallo stadio, pochi minuti dopo la fine della partita. Facendo il saluto romano e urlando frasi come "romanisti boia" un gruppo di squadristi fascisti ha raggiunto l’istituto ma è stato respinto dagli studenti che erano dentro. Quello che è accaduto non basta, dunque. Qualcuno soffia sul fuoco per trasformare un fatto luttuoso in un’occasione per seminare caos e paura. Ma le indagini ? Un funzionario della "Mobile", dopo molte insistenze si decide a dire qualcosa. Accenna a due fermi. Si tratta di due uomini bloccati subito dopo lo sparo e portati alla squadra mobile. Secondo alcuni testimoni somiglierebbero entrambi allo sconosciuto che ha sparato. Ma con che cosa ? Certo, dice il funzionario, non con una normale pistola lanciarazzi, del tipo per esempio che viene usata in mare. Con quelle dopo venti, venticinque metri, il razzo ricade in terra. In questo caso, secondo le testimonianze, si tratta di un tragitto di 150-211 metri da una curva all'altra. Probabilmente è stato usato un lanciarazzi di quelli della Marina o roba simile. Comunque qui c'è il perito, il professor Ugolini, e forse lui riuscirà a chiarirci un po’ le idee. Altre venti persone sono state fermate e portate al II distretto. Sono state tutte denunciate per detenzione di armi improprie. Avevano ramazze, catene e bastoni.

29 ottobre 1979

Fonte: L’Unità (Testo e Fotografie)

Emozione e sgomento fra i giocatori

"Il calcio è diventato un affare che non si ferma davanti a nulla"

di Eugenio Bomboni e Sergio Mancori

ROMA - La tensione che ha caratterizzato tutta la partita non si è allentata nemmeno negli spogliatoi. L’ambiente è apparso saturo di nervosismo. Della partita, intesa come fatto tecnico, si è parlato poco. Ci si è invece interrogati sullo stato d’animo con cui la "maledetta partita" è stata giocata e ci si è chiesti se si è riflettuto abbastanza sulla opportunità di giocarla dopo quanto era accaduto un’ora prima dell'inizio, quando era stato ucciso da un razzo Vincenzo Paparelli. Costretto ad uscire prima della conclusione, espulso insieme ad Amenta dall'arbitro D'Elia, uno dei primi ad incontrarsi con i giornalisti è stato Montesi. Il giocatore della Lazio, visibilmente sconvolto, ha cominciato col sentenziare che la sua espulsione è dipesa dal fatto che l'arbitro in quel momento "caldo" del gioco aveva bisogno di un diversivo sul pubblico. Poi, a proposito dello stato d'animo con cui i giocatori hanno disputato la partita è sbottato: "Non so chi sia da biasimare maggiormente, se il pubblico che ha continuato a rumoreggiare dalla curva nord, o coloro che hanno deciso che la partita si doveva ad ogni costo giocare. Gli abbiamo chiesto se 5 giocatori avevano avuto la possibilità di esprimere il loro parere, e lui ha risposto: "Sì, le nostre perplessità le abbiamo dette. Purtroppo l’affare, il business per dirla all'americana, si è fatto grosso e niente riesce più a fermarlo". Per Montesi, insomma, coloro che tirano le fila non hanno più nemmeno la sensibilità di valutare la situazione che li circonda e forse ha anche ragione. Dell'opportunità o meno di giocare la partita in un clima simile, Lovati non avrebbe voluto parlare. "Abbiamo giocato in un clima difficile – ha preso a dire - sotto il profilo agonistico avremmo meritato di vincere; lo stacco di Pruzzo è stato bello, ma ha trovato una risposta ingenua (chiara allusione alla non uscita del portiere Cacciatori, Ndr). Ma all’insistenza delle domande ha poi dovuto rispondere: "Non sapevamo con certezza quali fossero state le conseguenze di quel gesto. In ogni caso una decisione poteva essere presa soltanto dall’arbitro". In realtà le conseguenze del lancio del razzo assassino dovevano essere chiare, se Giordano ha potuto dire: "I giocatori non possono prendere la decisione di giocare o meno una partita. È una decisione che spetta all’arbitro. Visto che siamo stati invitati a giocare e a farlo con senso di responsabilità noi abbiamo pensato che una vittoria poteva essere un omaggio, l'unico purtroppo che a questo punto potevamo fare noi giocatori a quel giovane morto in modo così assurdo". Il capitano dei biancoazzurri, Wilson, ha raccontato del suo intervento verso i tifosi della curva nord. "Ho cercato di far capire a quei ragazzi che insistevano perché non si giocasse la partita che occorreva riportare la calma. Non ho avuto un gran successo: ma se non è tornata la calma, almeno la situazione non è precipitata. Disputare o meno la partita non dipendeva da noi giocatori. In ogni caso la decisione di giocare mi è sembrata quella giusta per evitare il peggio. Abbiamo giocato con la morte nel cuore. Fossimo riusciti a vincere, avremmo potuto dedicare al giovane ucciso il nostro successo. "Sono entrato in campo ha spiegato Rocca - per saggiare le condizioni del terreno. Leggendo quella scritta che mi insultava sono rimasto molto male e ho reagito a parole verso la curva nord. Subito i miei compagni di squadra mi hanno fermato e mentre rientravo nel sottopassaggio dalla curva sud è partito il razzo che avrebbe ucciso il povero spettatore. Ma dopo quanto è successo quegli insulti non contano davvero più niente". Il presidente della Roma Viola ha saputo della uccisione dello spettatore poco prima che la partita iniziasse, quando appunto è arrivato all’Olimpico. "Mi sono subito chiesto - ha detto - se era giusto rinviare la partita, ma la decisione non spettava a me bensì all’arbitro e devo dire che il signor D'Elia ha saggiamente portato a termine la gara con una direzione precisa e sicura.

29 ottobre 1979

Fonte: L’Unità (Testo e Fotografia)
 

L’officina, la casa, lo stadio. Poi questa fine assurda

A Casalotti, tra i familiari di Vincenzo Paparelli. "L’abbiamo saputo dalla radio".

di Valeria Singer

Via Dronero, a Casalotti, è una stradina buia. Al numero (omissis) abitava Vincenzo Paparelli, il tifoso che ha perduto la vita allo stadio, sfigurato dal micidiale razzo. Ieri sera la porta dell'appartamento, quattro stanze, la cucina e il bagno, era aperta; nell'ingresso amici e parenti, in camera da letto, la moglie, Vanda del Pinto. I figli Mauro di 14 anni e Gabriele di 8 non ci sono, forse sono stati portati via da qualche amica. Ci viene incontro il cognato Otello: "Sì è vero - dice - sembra quasi una fatalità; non dovevano andarci ieri alla partita, era il compleanno di mio figlio e avevamo organizzato una festicciola; per giunta era anche brutto tempo, ma poi ha smesso di piovere e si sono decisi. "lo sono rimasto a casa e ho acceso la radio. Ho sentito la tremenda notizia, e, chissà perché, ho pensato immediatamente che potesse essere Vincenzo. La conferma me l'ha data la televisione, qualche attimo dopo. Era un tifoso come tanti altri, ma non era un tipo da rissa, non ha mai cercato guai. Anzi, quando andava allo stadio sceglieva i posti vicino all’uscita così, se c'erano incidenti, diceva, vado via subito; ieri però non è andata così, non si è neppure accorto di quanto stava accadendo. Si interrompe un momento per asciugarsi gli occhi: "Era il migliore di tutti noi, buono, sempre pronto a spaccarsi in quattro per gli altri. Le giornate tranquille: il lavoro, il giornale, la schedina e poi la domenica la partita". Del mondo del calcio, dei giocatori che vedeva correre sul campo così lontani, sapeva tutto. Una volta Manfredonia gli regalò una fotografia con su scritto: "Al mio amico Vincenzo Paparelli"; quella fotografia ha fatto il giro del quartiere e parlava sempre di Lovati con il quale era riuscito a scambiare due parole (solo due parole) all'Holiday Inn. Manfredonia poi si fece vivo con lui: cercava una macchina, una BMW. La voleva di un certo colore. Vincenzo s'è fatto in quattro, mi diceva sempre: "Sta buono che devo trovà sta macchina". Chissà se poi c'era riuscito. Adesso è morto e non c‘è più nulla da fare: lui che era così tranquillo è stato la vittima di una violenza assurda: che senso ha andare allo stadio armati di tutto punto ? La violenza non c'è solo negli stadi basta guardarsi intorno, leggere i giornali; le morti per droga quasi una al giorno e sono tutti giovani. La verità è che la gente non si impegna, ognuno si "gestisce" come vuole. Forse può essere questa la causa di tanta violenza. Bisogno dare a tutti la possibilità di vivere meglio e tutti si comporterebbero in maniera civile". E lo sfogo continua: "Mi ha colpito l’arbitro D’Elia, ha fatto iniziare la partita lo stesso: non è successo niente, forse pensa che lo sport sia al di sopra di tutto. Giocare a tutti i costi: dicono che se non fosse stato così ci sarebbero stati incidenti. Ma se fossi stato io l’avrei fermata. Il derby per un tifoso è un momento decisivo, vale per tutto il campionato, è evidente che c’è tensione e attesa in occasione di questi avvenimenti. Io non credo che i tifosi che vanno la domenica allo stadio siano tutti delinquenti, ma basterebbe un po’ di controllo alle entrate". La conversazione finisce qui: Otello del Pinto non sa ancora quando sarà data l'autorizzazione per i funerali ma la famiglia dice che li vorrebbe in forma privata. Intanto continua ad arrivare gente, parenti, conoscenti ma anche persone che lo conoscevano appena: due giovani con la tuta da meccanico vengono a chiedere se possono essere di aiuto. Hanno saputo dai giornali e vorrebbero fare qualcosa, poi se ne vanno parlando a bassa voce.

29 ottobre 1979

Fonte: L’Unità (Testo e Fotografia)

Arrestato uno studente e ricercato un imbianchino a Roma

Scoperti gli assassini dell'Olimpico sono ragazzi, ma chi li organizzava ?

di Sandra Bonsanti

Diciottenni, appartengono a un circolo chiamato "Ultrà Roma", che ha per simbolo un teschio e la folgore - Chi alimenta con denaro questo fanatismo ? - In una lettera i collegamenti con altri gruppi di Milano e Firenze - Hanno sparato tre razzi nautici da segnalazione: uno ha colpito il meccanico Paparelli.

ROMA - Giovanni Fiorillo, 18 anni compiuti a maggio, imbianchino disoccupato, da due anni membro del circolo "Ultrà Roma" che ha per simbolo un teschio e la folgore: per la polizia è lui l'assassino dello stadio Olimpico. Avrebbe sparato, servendosi di un rudimentale mortaio e coperto dalla complicità di un gruppo di amici, tre razzi nautici da segnalazione a luce bianca la cui gittata è di oltre un chilometro. Il primo razzo ha devastato il viso del meccanico Paparelli: gli altri due sono finiti fra gli alberi che circondano lo stadio. Giovanni Fiorillo, Gianni per tutti gli amici, è scomparso domenica sera dopo esser tornato a casa a cambiarsi i vestiti e aver detto alla madre: "Sta tranquilla, non ero nella zona da cui è partito il razzo. Adesso me ne vado a trovare degli amici a Pescara, Mario Ciriello, ti telefonerò". Enrico Marcioni, 17 anni e mezzo, studente in odontotecnica è stato arrestato all'una di ieri, mentre si sedeva a tavola a mangiare una frittata con le sorelline. La madre, come ogni giorno, era al suo lavoro di domestica; il padre, separato, al cantiere. Enrico è indiziato di concorso nell'omicidio, avrebbe protetto l'amico Gianni mentre innescava i razzi nel tubo di ferro lungo 50 centimetri. Nella sua stanza un cartello con la scritta: "La Roma è una fede, gli ultrà i suoi profeti". Sopra il letto da adolescente, un'immagine di padre Pio: il lampadario che pende in mezzo alla stanza è rosso giallo: su un calendario accanto alla data di domenica 28 ottobre Enrico ha segnato: "Derby: boom !". Gli inquirenti sembrano ottimisti: l'omertà si è rotta nel gruppo dei più fanatici tifosi e i nomi dei giovani sono usciti, uno ad uno, insieme alla terribile constatazione della loro giovane età, della violenza senza senso che ha portato la morte a un padre di due figli. Enrico e Gianni non sono però i soli su cui puntano le indagini. Con loro c'erano altri "romanisti". E dietro a loro spunta l'immagine di personaggi sulla quarantina, gli "organizzatori" del circolo "Ultrà". C'è un certo Fausto, uomo di una certa età, che maneggia i soldi del gruppo, indice le assemblee che si riuniscono in una pizzeria vicino a piazza Vittorio. Domenica mattina, giorno del derby, Enrico Marcioni esce prestissimo di casa. Non sono ancora le otto quando suona al campanello di Gianni Fiorillo: "Mio figlio Gianni non aveva nemmeno fatto coIazione.

Gli ho detto: Enrìchetto, và a morì ammazzato..."", ricorda la madre di Gianni, una donna di cinquant’anni, piccola e spaventata. "E così Gianni è uscito con una banana in mano. Addosso aveva quel maglioncino marrone e giallo, i jeans. Non ha preso la giacca a vento, ha detto: "Mi compro lo spolverino allo stadio". Poi l'ho rivisto la sera, quando è venuto a cambiarsi. Adesso i suoi vestiti se li è portati via la polizia, sono venuti in sette stamani per portarlo via, ma lui non c'era più. Non ho paura, sto tranquilla, mio figlio non si è messo nei guai. Ma vorrei sapere chi ha fatto il suo nome e perché. Di politica non si è occupato mai, ha una sola passione, il calcio, ama la Roma. Ha studiato fino alla quinta elementare e poi ha sempre lavorato. La ragazza ? Si fa per dire... A lui interessa solo lo sport". Sulla scrivania di Enrico c’è un raccoglitore con la corrispondenza e si viene a scoprire che gli "Ultrà" sono collegati strettamente a "Ultrà" di altre squadre. Ci sono gli ultrà "viola" (della Fiorentina) e gli ultrà del Milan che si chiamano "Brigate rosso-nere". Anche loro hanno il teschio per simbolo, si scambiano adesivi e bandiere. Sulle buste delle lettere dei giovani ultrà ci sono spesso grosse stelle nere tracciate a pennarello. In una lettera del 22 ottobre, Alex delle "Furie viola" scrive a Enrico: "A Bologna abbiamo fatto un tifo eccezionale... Cose che voi neppure vi sognate, abbiamo fatto della guerriglia urbana ! Con noi c'erano anche due vostri capi, uno aveva i capelli lunghi da donna, barba e baffi, sono degli amici del Guf...". In un'altra lettera indirizzata a Enrico si legge: "Mi ha molto stupito che tu sei di destra, so infatti che all'interno del Cucs sono quasi tutti di sinistra e credevo che solo i bastardi laziali fossero Fasci. Anche il presunto omicida, Gianni Fiorillo, a sentire i genitori non si è mai occupato di politica: ma porta al collo una medaglietta con la croce celtica, simbolo di tanti ragazzi di destra. Che cosa si nasconde dunque dietro a questi "tifosi" della Roma ? L'elemento politico sembra ancora una volta alla base di questo fanatismo che la domenica, allo stadio, spara per uccidere. Ma indicarne il colore preciso può esser azzardato. Nel passato di Gianni Fiorillo si vengono a scoprire un paio di denunce per furto; e, nel maggio di quest'anno, il giovane presunto omicida era stato fermato dalla Digos di Milano insieme con un gruppo di Autonomia operaia.

30 ottobre 1979

Fonte: La Stampa

Fotografie: Lastampa.it - Corriere dello Sport

La morte su Roma

di Italo Cucci

28 Ottobre 1979: il giovane romano Vincenzo Paparelli viene ucciso all’olimpico. È l’inevitabile risultato di una campagna d’odio scatenata da teppisti incontrastati.

Vincenzo Paparelli, il ragazzo ucciso sugli spalti dell’Olimpico, era uno di noi. Uno di noi. Uno di noi è anche il giovane sciagurato che lo ha assassinato. Questo è il dato più sconvolgente della tragedia all’Olimpico che si è collocata sempre nella storia del calcio italiano e per definir la quale non bastano accenti retorici, parole di rabbia e di vergogna. Ecco la verità, nuda e cruda: ci stiamo ammazzando fra noi, e la morte è entrata nel gioco non di nascosto, accidentalmente, ma per scelta consapevole di tutti coloro che al gioco partecipano: dirigenti, giocatori, spettatori. Lo sapevamo che sarebbe finita così; lo sapevamo tanto bene che all’indomani della tragedia dell’Olimpico la morte di Vincenzo Paparelli è stata registrata come fatto ineluttabile ("la violenza dilaga: chi potrà fermarla ?") che peraltro non avrà seguito alcuno per la tutela del nostro sport più popolare, che mai potrà darsi gli strumenti atti a difendersi da questa incredibile ondata di criminalità: su questo sono d'accordo tutti, magistrati, tutori dell’ordine, politici. Sulla lapide di Vincenzo Paparelli potremmo scrivere: "morto inutilmente". VIOLENZA. Il discorso sul teppismo negli stadi è stato portato avanti da questo giornale con decisione, con veemenza, spesso con rabbia, e non ho quindi bisogno di ricordare al lettore quanto avevo scritto più volte, e addirittura la settimana scorsa, quasi risultando "profeta di sventure". Certo, cercare di aprire gli occhi al prossimo, denunciando le nefandezze di un sistema che ormai ha coinvolto anche lo sport, può risultare fastidioso per chi non ha occhi per vedere né orecchi per intendere. Dibattere sul tema violenza, far tavole rotonde di "tecnici" e tifosi, suggerire provvedimenti, denunciare carenze: tutto risulta inutile quando manca un dato di fondo, ovvero la volontà politica di cambiare, cambiare nella vita di tutti i giorni per potersi garantire la serenità di due ore domenicali. Ecco, pensate pure che da queste parti si invoca la repressione nel Paese per star tranquilli allo stadio; ma se lo pensate siete in malafede: perché non è la passione sfrenata per la Roma o per la Lazio che arma la mano dell’assassino domenicale, è invece l’esempio della criminalità quotidiana - politica e comune - che fa adepti, che manda allo stadio insieme a noi, amanti di un gioco pacifico, anche gli assassini. Quelli che inneggiano al fascismo nella Curva Nord, quelli che si coprono con le ideologie dell’estremismo di sinistra nella Curva Sud sono criminali che fanno adepti fra i giovani, per lo più ragazzini, e li invitano a scannarsi in un derby calcistico all’ombra di bandiere ideologiche che sono soltanto immondi paraventi della disgregazione sociale, dell’impotenza degli educatori, dell’inutilità degli intellettuali predicatori di odio. Saluti romani, pugni chiusi, pitrentotto: quante volte abbiamo scritto di questi gesti, di queste imprese che denotano incultura, maleducazione, idiozia, asservimento a modelli fasulli di rivoluzione. E ogni volta, sconsolati, abbiamo dovuto chinare il capo davanti a una realtà immutabile e dirci: difendiamoci da soli. Ma come ? FRANCHI - Il 26 "febbraio 1975, dopo i "gravi incidenti verificatisi a San Siro in Milan-Juventus, il presidente federale Artemio Franchi scrisse un articolo per il "Guerino", un articolo intitolato appunto "Difendiamoci da soli". "Ci si è resi conto - scriveva Franchi quattro anni fa - che esiste un nuovo tipo di violenza, aggravata da premeditazione: c'è gente che va allo stadio già armata, già munita di oggetti e di un certo spirito aggressivo... È chiaro che quando si parte da casa con sbarre di ferro, biglie d'acciaio, pistole lanciarazzi o altre armi improprie, non si sa se l'arbitro Tizio o Caio darà il calcio di rigore a favore o a sfavore della propria squadra, ma si vuol comunque essere pronti per tale evenienza, o si vuole ad ogni costo sfogare la rabbia, la violenza covata in petto indipendentemente dagli episodi della gara e dal risultato della stessa". Parole sante, alle quali Franchi faceva seguire la valutazione più drammatica: l'impotenza dell’organizzazione calcistica di fronte al "tifo organizzato". I CLUB. "Parliamone - scriveva Franchi - di questi benedetti club: cominciamo col dire che le società calcistiche, a questo riguardo, hanno avuto la vista un po' corta, se è vero che di tal fenomeno hanno considerato solo gli aspetti positivi, trascurando gli aspetti negativi di cui oggi si accorge". Seguiva - in quell'articolo di quattro anni fa - un appello alle varie componenti del calcio, ai dirigenti, ai giocatori, ai tecnici, agli arbitri; anche ai giornalisti. Un appello evidentemente caduto nel vuoto, se è vero che oggi, dopo la tragedia, Franchi è costretto a ripeterlo e a dire, pieno d’amarezza: "Così si corre il rischio di vedere compromessa per sempre la credibilità del calcio. L’episodio è allucinante, inspiegabile. Presidente: allucinante sì, inspiegabile no. Lei che come noi va per gli stadi d’Italia a cercare due ore di svago, di distensione, non può non avere visto, mai, quei cartelli infami, quegli striscioni vergognosi che inneggiano alla violenza, alla morte; lei che legge i giornali, non può non "avere registrato l’escalation di violenza verbale negli scambi di… battute fra i tesserati. Eppure la Federazione e la Lega nulla hanno fatto per bloccare gli intemperanti e spezzare la spirale d’odio che si allarga ogni domenica sul capo di migliaia di innocenti Vincenzo Paparelli. E tutta l’Europa - alla vigilia del torneo dell’Ottanta - ci guarda, forse sbalordita, certo preoccupata. RIMEDI. Neanche questa volta possiamo o pretendiamo dare suggerimenti magicamente efficaci, e tuttavia - certi di non far torto a quegli appassionati che sanno bene quale veste esteriore dare al loro "tifo" - ci permettiamo di chiedere che dagli stadi scompaiano tutte le scritte inneggianti all’odio, tutte le bandiere che di quest’odio sono l’insegna, e che nei limiti del possibile all’ingresso delle arene sportive siano effettuati quei controlli minimi ai quali non potrà sfuggire un’arma come quella che ha ucciso in un pomeriggio di pace Vincenzo Paparelli. Uno di noi.

30 ottobre 1979

Fonte: Il Guerino Sportivo

Fotografie: Roma.corriere.it - Il Guerino Sportivo

Olimpico davvero incontrollabile ?

di Giuseppe Fedi

Le perquisizioni si sono rivelate insufficienti - Il materiale da guerriglia introdotto nello stadio durante la notte.

ROMA - Decine e decine di razzi nascosti sotto striscioni, centinaia di spranghe, mattoni, bottiglie incendiarie e no, fionde con biglie in acciaio infilate sotto le panchine: fanno parte dell'arsenale rimosso da polizia e carabinieri prima di Roma-Lazio. Erano lì da alcuni giorni, nascosti sulle gradinate delle curve Nord e Sud dalla teppaglia che, in nome di una malintesa passione sportiva sempre più spesso pilotata da chi ha interesse a seminare violenza e terrore, ha provocato la tragedia che è costata la vita a Vincenzo Paparelli. Al secondo distretto in via Ruffini, il dott. Marinelli, il dirigente di polizia da cui dipende il servizio d'ordine pubblico dell'Olimpico, spiega che da qualche settimana i sopralluoghi compiuti prima dell'incontro di calcio stanno dando luogo a risultati stupefacenti. Il teppismo organizzato che sconvolge lo stadio può godere di vantaggi non indifferenti. Primo: scavalcare i cancelli e i muri di recinzione che dovrebbero proteggere I’ Olimpico è un gioco da ragazzi. Gli "incursori notturni" che s'infilano nello stadio per deporre il loro materiale da guerriglia non hanno che l'imbarazzo della scelta. Qualsiasi punto, lungo il perimetro di oltre un chilometro del complesso sportivo, non presenta difficoltà in una zona, oltretutto, quella sotto Monte Mario, quasi sempre isolata. Prima di Roma-Torino disputata il 14 ottobre, la polizia ha sequestrato numerose lastre di marmo divelte alla curva Sud. "Sono gli stessi tifosi - spiegano al secondo distretto di ps - che imbrattano di frasi inneggianti all'odio verso l'una o l'altra squadra i muri intorno allo stadio. Gli "ultras Lazio", "Brigate giallorosse", il "Commando ultrà curva Sud"". Nelle ultime settimane sono riapparse, sempre più fitte, scritte e simboli neofascisti, fra cui uno di Avanguardia nazionale. Hanno tracciato persino la stella a cinque punte delle Brigate rosse. Cancellarle non serve. Il Comune giudica antieconomici i lavori di pulizia e poi è inutile: subito dopo riappaiono, come è avvenuto durante il recente incontro di Coppa Davis. E la prevenzione ? Di "oggetti contundenti", come li scheda la questura, agenti e carabinieri in servizio allo stadio per il derby ne hanno sequestrati a centinaia. L'operazione di setacciamento e le perquisizioni disposte davanti ai cancelli dell'Olimpico si sono però rivelate ancora una volta insufficienti ad arginare la violenza. Per controllare uno per uno le migliaia di spettatori che riempiono i settori più popolari dello stadio occorrerebbe adottare le tecniche usate negli aeroporti. Ma il ricorso ai metal detectors, i sofisticati congegni che rivelano la presenza di corpi metallici, viene escluso sia per motivi economici, dato l'alto costo che comporterebbe l'installazione a tutte le entrate del complesso, sia per le difficoltà di afflusso che comporterebbe questa misura di controllo. Negli episodi di violenza che sconvolgono i pomeriggi sportivi della capitale c'è un secondo imputato, l'Olimpico. Lo stadio è stato costruito per le Olimpiadi del 1960 dopo una lunghissima gestazione. Ma il progetto risale a dieci anni prima e risponde alle esigenze di un complesso sportivo realizzato soprattutto per gare di atletica. È uno stadio nato vecchio e del tutto inadeguato alla situazione attuale. I settori sono delimitati da vetrate in materiale resinoso facilmente scavalcabili e le invasioni di massa dalle curve alla tribuna Monte Mario o alla Tevere avvengono quasi ogni domenica. "Dovremmo mettere una guardia ogni metro - confessa il capitano Ferrari, da sei anni responsabile della compagnia dei carabinieri Trionfale. Prima delle partite catechizzo gli uomini del mio reparto disponendoli nei punti nevralgici dello stadio. Di più non possiamo fare". Per Roma-Lazio i militi della Trionfale, cui si sono uniti altri contingenti, hanno lavorato ininterrottamente vuotando buste e tascapani, sequestrando aste di bandiere e di striscioni che in pratica erano pertiche e spranghe. Lo stesso hanno fatto i poliziotti del secondo distretto. Avrebbero potuto chiudere i cancelli della curva Sud dopo lo sparo del razzo che ha ucciso Paparelli ? Non sarebbe stato opportuno impedire lo svolgimento della partita ? La risposta delle forze dell'ordine è negativa. "Rischiavamo di provocare altri scontri ancora più gravi fuori dello stadio e di non poterli controllare. Fra le soluzioni possibili abbiamo scelto quella che ci sembrava meno pericolosa".

30 ottobre 1979

Fonte: La Stampa

Fotografie: L'Unità

Viola: "Lo sport è estraneo al folle gesto di un esaltato"

ROMA - La Roma organizzava la partita e proprio nei settori dove normalmente siedono i tifosi giallorossi era sistemata l'arma micidiale che ha colpito ed ucciso Vincenzo Paparelli. Tocca quindi ai romanisti discutere per primi i fattacci di domenica. Non certo come responsabili, perché nessuno può accusare, ma come interessati a trattare un avvenimento che ha commosso tutta l'Italia sportiva e non sportiva. Il presidente della Roma, ing. Dino Viola, è ancora scosso dal gesto e dalle conseguenze che ne sono derivate. Dice: "Penso al povero caduto ed al terribile dolore che sta sopportando la sua famiglia". Viola continua: "E' un avvenimento che disonora tutti noi sportivi, anche se lo sport è estraneo al gesto inconsulto e riprovevole di un esaltato". Viola ricorda ancora i fatti che precedettero il derby, e discute naturalmente della opportunità della effettuazione della gara, nonostante fosse giunta notizia che un tifoso era stato ucciso. Il presidente dei giallorossi ribatte: "Non spettava a noi prendere una simile decisione. Né poteva prenderla l'arbitro. L'iniziativa doveva venire da parte delle autorità. Ma forse i responsabili dell'ordine pubblico hanno fatto bene a non pretendere la sospensione. Il provvedimento avrebbe acuito una tensione già molto grave". Far sfollare settantamila tifosi in quel clima poteva in effetti essere pericoloso. Chiediamo a Viola cosà dirà ai tifosi della sua squadra. Viola è esplicito: "Non posso credere che lo sparatore sia un tifoso della Roma. Non lo dico soltanto per scarico di responsabilità, ma per reale convinzione. A loro dirò soltanto che se fossi certo che l'episodio è stato determinato da un tifoso della Roma non solo darei le dimissioni da presidente, ma mi rifiuterei di essere ancora uno di loro". Esecrazione logicamente anche da parte dei dirigenti della Lazio. Lenzini non era presente al derby, ma è stato informato subito dal direttore sportivo Franco Janich. Il presidente laziale afferma: "Noi della Lazio siamo coinvolti direttamente perché è stato ucciso un nostro tifoso. Ma io sarei egualmente costernato se fosse successo ad un simpatizzante della Roma. Questo non è più sport, ma teppismo, e noi dobbiamo fare di tutto per buttare fuori dagli stadi i teppisti". Ma gli sportivi si chiedono: gli avvenimenti di domenica avranno un seguito federale ? Probabilmente no, e - se ci saranno - saranno decisioni di proporzioni modeste. Il giudice sportivo non può che deliberare in base al rapporto dell'arbitro, ed il dott. D'Elia non era ancora giunto allo stadio al momento dei fatti. Potrebbe ricordare nel suo scritto le voci raccolte, ma nel calcio i "relata refero" non hanno valore. Piuttosto ci sarà da decidere una sanzione a carico della Roma per il razzo illuminante che ha sfiorato l'arbitro poco prima dell'inizio della gara, ed anche a carico della Lazio per l'ostruzionismo dei tifosi nel non voler ritornare i palloni. g. acc.

30 ottobre 1979

Fonte: La Stampa

Fotografia: Corriere dello Sport

Intervista con i presidenti dei club giallorosso e biancazzurro (37.500 tifosi)

"Non è uno sportivo, ma un provocatore"

di Mario Bianchini

ROMA - Un senso di profondo sbigottimento si è diffuso fra le tifoserie organizzate di Roma e Lazio in seguito al tragico episodio accaduto domenica allo stadio Olimpico. Abbiamo ascoltato Aldo Sbaffo, presidente del centro coordinamento dei club giallorossi e Gino Camiglieri, presidente dei club biancoazzurri, per tentare di mettere maggiormente a fuoco la triste vicenda con persone che vivono a stretto contatto con i tifosi. I due hanno concordato su un aspetto inquietante del tifo all'Olimpico, affermano con sicurezza, attraverso dati in loro possesso, che da tempo, fra gli appassionati del calcio capitolino, si è insinuato un tipo di violenza di colorazione politica. Le due organizzazioni contano migliaia di iscritti (la Roma 130 club con 30 mila associati, la Lazio 75 club con 7500 associati). Ma come mai l'autore del delitto, nonostante la stretta opera di sorveglianza degli incaricati dei club, ha potuto agire senza che nessuno si accorgesse del suo gesto criminoso ? "Noi controlliamo gran parte della curva Sud, che è la più calda - ha dichiarato Sbaffo - ma non possiamo arrivare in ogni angolo del settore. Stiamo tuttavia collaborando con le autorità e penso che si sia già ottenuto qualche risultato concreto". Infatti, pare che si sia giunti all'identificazione del presunto responsabile, Giovanni Fiorillo, e dell'amico che lo avrebbe spalleggiato, Enrico Marcioni, attraverso testimonianze di associati alla organizzazione romanista. "Posso assicurare - ha aggiunto Sbaffo - che i due non sono iscritti in alcuno dei nostri club". Sbaffo ha tenuto anche a chiarire che certe scritte sugli striscioni, spesso offensive o macabre, non appartengono all'associazione di tifosi giallorossi. "Abbiamo tuttavia istituito un dialogo - ha aggiunto - con le frange estremiste, che invitiamo a comportarsi in maniera civile. Li conosciamo. Lo sparatore non è uno di loro". Non avete pensato di farvi promotori per una sospensione della partita ? "A caldo eravamo propensi a suggerire di non far disputare l'incontro, ma ragionando con più calma pensiamo che sia stato meglio così. Si sarebbe corso il pericolo di far entrare in contatto, prima che gli animi si stemperassero, le due fazioni, con tutti i gravissimi rischi che ne sarebbero scaturiti. Siamo tutti vicini alla famiglia dello scomparso". Sull'argomento degli striscioni provocatori (domenica uno di questi, che conteneva una scritta offensiva contro Rocca, ha fatto esplodere l'assurda violenza), è intervenuto pure il presidente dei club biancoazzurri, Camiglieri, declinando ogni responsabilità dell'organizzazione. "Noi esponiamo 75 striscioni - ha detto Camiglieri - di cui assumiamo piena responsabilità. Tutti gli altri non hanno niente in comune con i tifosi organizzati". Secondo lei quale potrebbe essere stata la molla che ha spinto il criminale a sparare ? "Innanzi tutto dico che non si tratta di uno sportivo, ma di un individuo uscito da casa con uno strumento da usare per provocare qualcosa di grave". Camiglieri ha avuto espressioni durissime nei confronti delle persone che avevano l'autorità per non far disputare la gara. "Hanno prevalso gli interessi del Totocalcio, della società, di fronte ai quali la vita umana non vale nulla. Davanti al morto è continuato lo spettacolo come se nulla fosse accaduto. In qualsiasi manifestazione di altre discipline sportive, ci si sarebbe comportati diversamente". Sull'esistenza dei club dei tifosi, è intervenuto ieri Santarini, il capitano della Roma, il quale ha affermato che questi sono utili per togliere, ad esempio, un ragazzo dalla strada, per offrirgli la possibilità di stare insieme con la gente. "Ma se in queste organizzazioni - ha concluso il giocatore - riescono ad introdursi individui che mettono in pericolo la vita del calcio, io penso che sia opportuno procedere al loro scioglimento".

30 ottobre 1979

Fonte: La Stampa

Fotografie: L'Unità

Indagini della squadra mobile

L'arma del crimine un razzo da marina

ROMA - Si può acquistare per 15 mila lire il congegno esplosivo con cui Giovanni Fiorillo avrebbe lanciato ieri pomeriggio, con la complicità di altri tifosi del suo "commando" di "ultras giallorossi", il micidiale razzo della lunghezza di venti centimetri che ha colpito al volto il meccanico Vincenzo Paparelli uccidendolo sul colpo. La vendita, a quanto pare, avviene, quasi senza particolari formalità e in assenza di controlli, in tutti i negozi di articoli per la pesca e per la nautica da diporto. Si tratta, come hanno precisato le indagini della squadra mobile, non del meccanismo lancia-razzi fabbricato da una ditta di Colleferro e che si trova in vendita nelle armerie, ma del "razzo a paracadute" per segnalazioni nautiche, marca "Saturno", costruito da una ditta di Bergamo. Il "razzo a paracadute Saturno" si compone di un cilindro metallico di circa 40 centimetri protetto da una rivestitura isolante alla cui estremità inferiore si trova una manopola contenente una carica esplosiva che si innesca strappando un anello simile a quello delle bombe a mano. La deflagrazione fa esplodere per "simpatia" un'altra piccola carica contenuta nel proiettile, e cioè il razzo vero e proprio collocato nel tubo di lancio, a somiglianza di quanto avviene nel caricamento dei bazooka. La gittata di questi lancia razzi è notevole e sfiora il chilometro e mezzo: regolando "l'alzo", come per un vero e proprio cannoncino, si può indirizzare il lancio nella direzione e all'altezza voluta. Da quanto hanno potuto accertare le indagini, il Fiorillo e i suoi complici avrebbero manovrato proprio il primo lancio orizzontalmente e lungo l'asse del campo con l'intenzione di colpire, sul versante opposto dello stadio, lo striscione che i tifosi laziali avevano innalzato con slogans contro la squadra romanista. Il "commando" di Fiorillo sarebbe riuscito ad introdurre nello stadio quattro di questi micidiali ordigni, nonostante i controlli di sorveglianza della Roma e quelli di polizia e carabinieri. La decisione di portare i lanciarazzi alla partita era scaturita da un piccolo "vertice" che il gruppo di supporters giallorossi capeggiato dal Fiorillo aveva tenuto il sabato mattina nei pressi di piazza Vittorio. Quando, dopo aver lanciato in rapida successione i tre razzi, (uno finito sugli spalti della curva nord, non contro lo striscione biancazzurro ma in mezzo alla gente, e gli altri due oltre il muro di cinta dello stadio), Fiorillo e i suoi amici si sono resi conto, anche se non pienamente, della tragedia che si era compiuta, si sono immediatamente confusi tra la folla dei tifosi giallorossi, allontanandosi dal parterre. I razzi inesplosi e i tubi di lancio sono stati portati via, nascosti sotto gli indumenti. Uno degli ordigni è stato recuperato dalla polizia su indicazione di Enrico Marcioni, lo studente che faceva parte del "commando". Il lanciarazzi, ancora intatto, non quello usato per il lancio mortale, era stato nascosto dietro l'intelaiatura di metallo e legno che sovrasta la curva sud e che sorregge il tabellone delle formazioni e dei risultati parziali dell'incontro. Dall'esame dell'ordigno, la polizia è risalita al negozio che lo ha venduto al Fiorillo o a qualcuno dei suoi amici. Il negoziante è stato rintracciato e interrogato: dovrà, infatti, chiarire con quali garanzie e con quali precauzioni ha fornito a dei ragazzi degli ordigni così pericolosi, in grado di seminare la morte se usati da mani inesperte o peggio ancora criminali.

30 ottobre 1979

Fonte: La Stampa

Fotografia: L'Unità

Mentre proseguono le indagini sui tragici fatti di domenica all'Olimpico

"Vertice" al Viminale si cerca un rimedio alla violenza negli stadi

ROMA - Conclusa la prima fase delle indagini riguardanti l'omicidio dell'Olimpico che ha portato all'incriminazione dei presunti responsabili, il sostituto procuratore della Repubblica dottor PaoIoni, il quale prima di emettere i tre ordini di cattura aveva ricevuto un secondo e più dettagliato rapporto d'indagine dalla Squadra Mobile, si sta occupando degli aspetti collaterali della tragica vicenda. Il magistrato deve stabilire tra l'altro se si debba procedere d'ufficio contro i componenti di gruppi di tifosi violenti, i quali nel pomeriggio di domenica scorsa allo Stadio Olimpico avevano innalzato cartelli e striscioni con i quali si provocava e si incitava alla violenza. Il magistrato, inoltre, svolgerà accertamenti per stabilire se da parte dei servizi d'ordine e di vigilanza agli ingressi dello stadio sia stata commessa qualche omissione che abbia facilitato il passaggio di strumenti o ordigni atti a offendere. Il procuratore capo della Repubblica di Roma, prima che il sostituto procuratore dottor Paoloni firmasse i tre ordini di cattura nei confronti di Fiorillo, Angelini e Marcioni per omicidio volontario in concorso tra loro, aveva affermato a proposito del reato da contestare ai tre ragazzi "tutte le ipotesi di reato sono possibili, ma quella che per il momento viene tenuta presente è quella di omicidio volontario, considerando che il presunto responsabile dell'omicidio era al corrente del potere lesivo dell'ordigno e considerando che volontariamente tale ordigno è stato adoperato. C'è stata la coscienza - ha concluso De Matteo - di adoperare un meccanismo micidiale". Oggi intanto, si svolgerà al ministero degli Interni, convocato dal ministro Rognoni, un vertice per esaminare la situazione e l'entità del fenomeno violenza negli stadi e studiare eventuali misure da adottare. Vi parteciperanno i presidenti del Coni e delle Federazioni sportive, rappresentanti dei ministeri interessati, il comandante dei carabinieri e il capo della polizia. Ieri, infine, è stata eseguita l'autopsia di Vincenzo Paparelli. Nella cavità cerebrale della vittima è stata trovata dal perito settore della carica espulsa dal razzo sparato da Giovanni Fiorillo, nonché lembi di un paracadute delle dimensioni di centimetri 25x25. È stato altresì recuperato materiale bruciacchiato e sono stati trovati residui di plastica. Tutti questi elementi - hanno osservato gli investigatori della Squadra mobile - confermano che l'ordigno che ha colpito Paparelli era un razzo a paracadute per segnalazioni nautiche simile a quelli sequestrati all'armiere Romolo Piccionetti, arrestato l'altra sera e accusato soltanto della vendita abusiva dei razzi. PESCARA - La Questura di Pescara, impegnata da domenica sera nelle indagini sul delitto Paparelli, continua a cercare il diciottenne Giovanni Fiorillo, che secondo voci si sarebbe diretto nella città abruzzese per visitare una ragazza. Alla polizia non è stata fornita, tuttavia, alcuna Indicazione circa l'identità della ragazza, che in passato sarebbe stata fidanzata del ricercato. Le indagini si sono orientate in due direzioni: gli ambienti extraparlamentari di sinistra e l'ambiente dei romanisti, che sono un centinaio in città. Si è appreso che una comitiva di accesi tifosi della Roma si è recata all'Olimpico domenica, per assistere a Roma-Lazio, e che alcuni portavano degli striscioni con scritte. I tifosi sono stati visti alla stazione ferroviaria di Pescara. Le ricerche, comunque, non hanno dato finora alcun esito positivo.

31 ottobre 1979

Fonte: Stampa Sera

Fotografia: L'Unità

Appello di Lovati ai tifosi delle due squadre

"Onorate insieme Paparelli"

ROMA - Lo Stadio Olimpico riapre i cancelli, dopo l'assurda tragedia di domenica che è costata la vita al meccanico Vincenzo Paparelli, in un clima di tristezza. La vendita dei biglietti procede a rilento, ben lontana dalle precedenti edizioni di Lazio-Juventus. Mancano le centinaia di richieste di tifosi bianconeri che in altre circostanze si accumulavano sui tavoli dell'ufficio organizzazione. Anche il tempo, grigio e freddo, sembra essersi allineato alla circostanza. Tuttavia si spera che con le prime battute della partita ritorni, almeno in parte, il clima festoso delle domeniche del campionato. L'allenatore Lovati ha lanciato un appello, rivolto in particolare ai sostenitori della Juventus, invitandoli senza alcun timore a venire numerosi allo stadio: "Sarà un grosso piacere vederli accanto ai nostri tifosi - ha commentato il tecnico - sarà un passo importante verso il ritorno ad una convivenza civile negli stadi". Ci si aspetta una giornata calmissima. Tuttavia la Questura ha ritenuto opportuno predisporre una serie di misure di sicurezza. Il contingente delle forze dell'ordine sarà notevolmente rafforzato. Gli autobus dell'Alar saranno scortati dalle Volanti. Ieri pomeriggio la Lazio ha ricevuto un telegramma della Lega con cui viene invitata la società (come tutte le altre d'Italia) ad impedire l'accesso di striscioni di qualsiasi natura. I cancelli, rigorosamente controllati, verranno aperti alle 11.30, ma prima, verso le 9, verrà effettuato un accurato sopralluogo all'interno e all'esterno dello stadio. Con le forze dell'ordine collaboreranno circa 400 iscritti ai clubs laziali che ieri hanno tenuto una assemblea alla presenza di Lenzini. Sono stati invitati i tifosi laziali e juventini a riunirsi numerosi negli spalti per onorare nel modo migliore la memoria dello scomparso. "La prima reazione sarà profondamente emotiva - ha dichiarato il general manager Franco Janich - come quando, ad esemplo, ci si trova di fronte ad un grave incidente automobilistico. Per I primi venti chilometri tutti procedono con prudenza. Sta a noi trovare il modo di ripristinare un clima di serenità". Come in tutti gli stadi, anche all'Olimpico verrà osservato un minuto di raccoglimento che nello stesso luogo della tragedia avrà un sapore tutto particolare di riflessione. m.b.

4 novembre 1979

Fonte: La Stampa

Fotografie: Sslaziofans.it - Laziowiki.org

Una giornata allo stadio dove è morto Vincenzo Paparelli

Olimpico, fiori e un posto vuoto

di Giorgio Viglino

Nella curva Nord, il punto della tragedia è stato lasciato libero e delimitato da bandiere laziali - La cronaca di una domenica diversa sugli spalti e fuori dell'impianto romano.

ROMA - Da una settimana si parlava di pace e serenità negli stadi, e Roma per solennizzare l'avvenimento non ha trovato di meglio che assistere a un pestaggio in piena regola di un arbitro siciliano nel sabato calcistico che l'Almas concede a settimane alterne con i suoi incontri della serie C2, campionato nazionale quindi con giocatori semiprofessionisti. Il campo di Sant'Anna, nella zona operaia di San Giovanni, non è certo l'Olimpico dei razzi, ma quei coltelli che i tifosi della Casertana brandivano minacciosamente non facevano minor danno. Brutto avvio, brutta vigilia se volete, per Lazio-Juventus che riportava sulle gradinate i tifosi romani colpiti direttamente dalla tragedia scoppiata il giorno del derby, quei laziali che sono mediamente più contenuti dei romanisti, ma che pure hanno frange estremiste ben consistenti e di chiara matrice politica. Nella generale convinzione che nulla sarebbe successo, l'episodio dell'Almas aveva fatto breccia e c'era tensione fra gli addetti ai lavori che dalla prima mattinata presidiavano lo stadio. La Lazio aveva mobilitato un numero quasi doppio rispetto al consueto di controllori e li aveva convocati fin dalle prime ore del mattino quando una tramontana a folate rendeva assai meno tiepido il bel sole autunnale. Le forze dell'ordine arrivavano invece in tempo limite per allestire cordoni di perquisizione a campione all'interno dei cancelli, dopo una corsa ad inseguimento tra il convoglio grigio azzurro della polizia (primo al traguardo) e quello blu scuro dei carabinieri. I cancelli si aprivano con ritardo ma non c'era folla, soltanto gruppetti di ragazzi provenienti dalle zone più lontane della città e preoccupati di assicurarsi un posto buono. Pescavo nel gruppo un paio di giovanissimi, Guglielmo Marrese e Ruggero Crinelli, studenti sedicenni arrivati da Cinecittà. Rendo in sintesi i loro pensieri: "Quello che è morto poverino ? È un peccato, ma c'era bisogno d'arrivare al morto per capire che lo stadio è una polveriera ?

Oggi si sono passati la parola, staranno buoni, ma quanto può durare ? Per questo noi siamo venuti, siamo certi che non si corrono guai. Attorno allo stadio hanno lanciato nei giorni scorsi la campagna pulizia, una mano di bianco sulle scritte e graffiti di tante domeniche calcistiche, che s'erano unite a quelle fasciste di un tempo "Mussolini bandisce la battaglia del grano" e simili. Soltanto che nell'approssimazione di questi giorni passati all'insegna del volemose bene, anche l'opera pittorica è stata lasciata a discrezione dell'autore che quindi a seconda del proprio personale senso della misura ha sbaffato di bianco non solo i marmi ma pure il muro rosso dei palazzi del Coni, oppure ha lasciato intatte frasi del tipo "Abbasso Cordova" (tanto gioca ad Avellino), "Toro Merda" (ma c'è la Juventus). Ed a proposito di legami politici con l'estremismo sportivo, eccoci all'interno dello stadio, al centro della curva nord dove scritte successive, risposte da una domenica all'altra, sono rimaste e testimoniano di reciproche conoscenze. La prima battuta è romanista "Vi abbiamo rotto tutte le bandiere - brigate giallorosse". Quindi la replica laziale: "Se siete veramente fascisti ridateci almeno lo striscione Guerriglieri". Poco più in là sventola una bandierina della Lazio, un'altra è appoggiata sul sedile insieme a qualche mazzo di fiori. È il punto esatto dove s'è accasciato al suolo Vincenzo Paparelli. È mezzogiorno, il vento s'è calmato, e vicino a quelle due bandiere, a quella sorta di altarino, vengono a sedersi una cinquantina di ragazzetti organizzati da un club (indipendente sottolinea l'accompagnatore) di Nettuno. Il biglietto l'ha offerto la Lazio, il viaggio in pullman i dirigenti del club. Hanno tutti l'aria un po' smarrita; uno biondino sui dodici anni dice a voce bassa: "Io mi sento i brividi. Di morire così proprio non ne ho voglia". Torno all'esterno. Di fronte al numero civico 35 del viale dei Discoboli i carabinieri continuano a pescare nel mucchio i "sospetti" da palpare alla meglio. Dice un inserviente della Lazio che vuol solo essere definito Mario: "Quest'oggi hanno deciso di star calmi. Altrimenti entrano senza niente, poi si fanno passar tutto l'armamentario attraverso i buchi delle reti". La gente arriva alla spicciolata, attorno allo stadio dei marmi i patiti del jogging continuano a corricchiare, contro i muri dell'Auditorium Rai qualche ragazzo tenta un'imitazione del tennis. Sono le 14. Gli sportivi seduti stanno quasi tutti al loro posto. Nella curva nord c'è una fettina libera, una striscia delimitata da bandiere bianco-azzurre che scende dal posto del povero Paparelli fino alla balaustra. Fiori dal campo verso l'alto. Il minuto di raccoglimento. Il grido un po' stanco a parti invertite "Lazio" per i tifosi bianconeri, "Juve" per quelli laziali. Tanta retorica, pochi propositi veramente buoni pur nel generale comportamento "esemplare", ma uno slancio vero, quando qualcuno quasi per caso ha scandito "Vincenzo, Vincenzo" subito seguito in coro da tutti. Dopo, incitamenti asettici dagli spalti e comportamento da educande in campo. Ma, come dicevano Guglielmo e Ruggero, fin quando dura ?

5 novembre 1979

Fonte: Stampa Sera

Fotografie: Sslaziomuseum.com - L'Unità

                   

Formula a squadre miste, per evitare incidenti

Sarà un derby mascherato il Roma-Lazio pro Paparelli

ROMA - Roma e Lazio sono decise ad onorare la memoria di Vincenzo Paparelli, vittima della tragedia avvenuta all'Olimpico, con un atto concreto verso la famiglia dello scomparso. Il ventilato derby amichevole fra le due squadre, proposto dal presidente della Roma ing. Viola, si disputerà domenica 18 novembre in occasione della sosta del campionato. L'incasso sarà interamente devoluto alla moglie e ai figli di Paparelli. Raggiunto l'accordo definitivo fra i presidenti dei due clubs Viola e Lenzini, i segretari Moggi e Janich stanno mettendo a punto i dettagli organizzativi della partita. Innanzitutto è stato stabilito il principio che le squadre scenderanno in campo in formazioni miste. Oltre ad accrescere l'interesse del pubblico per la singolare novità, esiste anche un problema di prudenza. Insomma si vuole evitare, a pochi giorni dal luttuoso episodio che i tifosi si ritrovino sugli spalti divisi in due fazioni. Al momento sembra prevalere l'idea di una formula suggestiva, che dovrebbe richiamare l'interesse del grosso pubblico, invitando fra l'altro, a fornire un segno tangibile della sua solidarietà verso la famiglia dell'operaio ucciso. Una squadra dovrebbe essere composta da giocatori di Roma e Lazio nati nella capitale oppure in provincia, che assumerà la denominazione di "Romalazio" e sarà guidata in panchina da Lovati. L'altra, comprendente gli atleti provenienti dalle varie regioni del Paese, si chiamerà "Resto d'Italia" e sarà diretta da Liedholm. Si cominciano già ad abbozzare le formazioni che fra gli esempi più interessanti vedranno lo scambio di ruoli fra i due centravanti Pruzzo e Giordano. Nell'insieme le due squadre risultano bene equilibrate. Potrebbe anche scapparci un discreto spettacolo sul piano tecnico. in. b.

8 novembre 1979

Fonte: La Stampa

Fotografia: Il Guerin Sportivo

Di fronte due "miste" Roma-Lazio con l'incasso che andrà alla vedova di Vincenzo Paparelli

All'Olimpico si gioca per ricordare il tifoso ucciso

di Mario Bianchini

ROMA - Dirigenti, giocatori, tifosi di Roma e Lazio, si ritrovano allo stadio Olimpico dove la tragedia accaduta il 28 ottobre prima del derby, sembra ancora riecheggiare con il suo carico di dolore e di assurdità. Molti ricordano, con una stretta al cuore, la luce sinistra di quel razzo omicida che sibilando andò a conficcarsi nel capo di Vincenzo Paparelli uccidendolo. Il calcio capitolino vuole cancellare, almeno in parte, la macchia di vergogna, che tuttavia non intacca la coscienza dei veri sportivi, con una partecipazione di solidarietà che non abbia solo un significato teorico, ma soprattutto consenta di realizzare un concreto aiuto economico alla famiglia di Vincenzo Paparelli. Si gioca quindi un altro derby, inedito, singolare per certi aspetti sul piano tecnico. Non è questo che conta. Si è cercato di trovare la formula più suggestiva per offrire uno spettacolo interessante, che frutti nello stesso tempo un cospicuo incasso da devolvere alla vedova e ai figli della vittima. Le buone intenzioni ci sono tutte. "Acquistate il biglietto, regalatelo se non volete venire allo stadio". È questo lo slogan del derby che verrà disputato con squadre miste: "Romani" contro "Forestieri". Intorno all'avvenimento sono sorte numerose iniziative sulla spinta emotiva delle cause che l'hanno generato. Gli stessi giocatori pagheranno il biglietto di ingresso. Il Coni ha concesso gratuitamente l'uso del campo; la lega non pretenderà alcuna percentuale. I tre milioni delle tv private per la ripresa dell'incontro, saranno versati alla famiglia Paparelli. Tutto il personale in servizio allo stadio, compresi medici, infermieri, autisti di ambulanze, presteranno la loro opera gratis. È confermato che prima della gara i giocatori delle due squadre, guidati da Liedholm e Lovati, consumeranno insieme la colazione. Migliaia di fiori, distribuiti fra gli spettatori, completeranno la giornata della riconciliazione fra le opposte tifoserie. Il presidente della Roma Viola, ha commentato con poche parole, proprio per sgombrare il campo da una retorica che stonerebbe, il significato di questo derby: "E’ un gesto umanitario, ma deve fornire anche l'esatta interpretazione del senso dello sport". Sul piano tecnico non mancano le curiosità che dovrebbero alimentare l'interesse del pubblico. I "romani", guidati da Lovati, presentano un attacco che vede Giordano accanto a suggeritori come D'Amico, Di Bartolomei e Bruno Conti. Gli "stranieri" di Liedholm replicano con Garlaschelli, Viola e Pruzzo. Pure le retrovie sembrano ben assortite. Potrebbe scapparci anche una bella partita considerando che i giocatori non saranno condizionati dalla battaglia domenicale dei due punti da conquistare. Ad evitare ogni riferimento ai tradizionali colori sociali, le due squadre vestiranno maglie bianche e verdi. I capitani saranno Rocca per "Roma-Lazio" e Viola per il "resto d'Italia". Per l'occasione è stato invitato un arbitro di prestigio: Gianfranco Menegali, anche lui di Roma. A chi ha pronosticato un "risultato già combinato" ha risposto categoricamente Lovati: "Ve ne accorgerete sul campo". Il trainer conta anche sul tifo che probabilmente sarà tutto, per la "sua" squadra "romana de Roma".

18 novembre 1979

Fonte: La Stampa

Fotografie: It.wikipedia.org - Il Messaggero - Sport.sky.it - L'Unità



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