www.saladellamemoriaheysel.it   Sala della Memoria Heysel   Museo Virtuale Multimediale
Viloco 26.09.1969
    Pagine della Memoria     Morire di Calcio     Superga 4.05.1949     Tragedia Stadio "Ballarin"    

 
 
LA TRAGEDIA WIKIPEDIA IL SITO INNO CLUB VIDEO FUNERALI

ALTRE FONTI : Tragedia de Viloco    The Strongest y la Tragedia de Viloco   
A 47 años de la tragedia de Viloco
   48 años del accidente aéreo del Tigre en Viloco
The Strongest, el más fuerte ante la tragedia

The Strongest in tutto e per tutto

di Matteo Maggio

Quante storie può raccontare il fantastico mondo del calcio ? Quante però realmente ne conosciamo o ne abbiamo sentito parlare ? Quante sono belle e quante sono brutte ?

Sono solo 3 domande ma le cui risposte racchiudono una miriade infinita di personaggi, di squadre, di episodi. Ho sempre pensato che dal punto di vista umano ed anche calcistico, il Sudamerica sia il continente più strano e più matto che c'è. I suoi meravigliosi paesaggi fanno contrasto spesso con lotte interne e genocidi che hanno purtroppo regalato alla storia un sostanzioso numero di morti. Purtroppo anche il mondo del calcio è fatto da episodi poco piacevoli e di sicuro sfortunati. E' nella mente di tutti la tragedia di Superga del 1949 oppure quella dello Zambia nel 1993, con la nazione africana che vent'anni più tardi vince la Coppa d'Africa nel Gabon, in quel Gabon dove cadde l'aereo dell'aeronautica zambiana. Nessuno (o quasi) conosce la storia del The Strongest, squadra boliviana della capitale più alta al mondo, La Paz. Il nome stesso richiama alla potenza che hanno le Tigri nel proprio paese. Nati nel 1908, sono l'unica squadra a non essere mai stata retrocessa insieme all'Oriente Petrolero. L'era professionale boliviana nacque nel 1977 ma già negli anni passati lo Strongest aveva vinto qualche campionato in un periodo in cui contendergli il titolo era impresa ardua. Al termine della stagione 1969 i campioni boliviani vennero invitati a Santa Cruz de la Sierra (altra città boliviana) per giocare un quadrangolare amichevole. Il 26 settembre si imbarcarono sull'aereo per tornare a La Paz tutti i giocatori e lo staff tecnico ad eccezione del capitano Rolando Vargas, del paraguaiano Luis Gini e Marco Antonio Velasco, tutti e tre rimasti a casa per problemi legati ad alcuni infortuni post-campionato. La sfortuna era però dietro l'angolo; dopo aver perso i contatti con il Douglas DC-6B alle autorità aeroportuali giunse la notizia che l'aereo era precipitato nella zona di Viloco, territorio boliviano vicino a La Paz. La notizia ovviamente scosse tutto il calcio boliviano e non, in pochi secondi scomparvero 74 persone tra giocatori, staff, equipaggio e persone comuni che avevano preso quello stesso aereo. Tra i giocatori più rappresentativi di quella spedizione c'erano il portiere Armando Angelasio, portiere anche della nazionale. Diogenes Torrico, attaccante in grado di segnare in tutte le maniere. Oscar Guzman, centrocampista in prestito dall'Olympic, squadra di La Paz. Miguel Angel Porta, centrocampista e bandiera dello Strongest anni 60. Julio Alberto Diaz, terzino argentino naturalizzato boliviano, fu anche capitano delle Tigri. Ernesto Villegas, altro centrocampista che era arrivato dagli acerrimi rivali del Bolivar. Hector Marchetti, fantasista argentino e considerato come una delle stelle della squadra. Ed infine il director tecnico Eustaquio Ortuno. Fu un duro colpo per il popolo giallonero, una mazzata terrificante da cui sarebbe stata dura risollevarsi. Ma la notizia non colpì solo la squadra di La Paz. Da tutto il continente arrivarono aiuti di varia natura. Il presidente della federazione calcistica brasiliana Joao Havelange organizzò il clasico Fluminense-Flamengo, il cui incasso venne devoluto alla rifondazione della società tigrata. Il presidente della confederazione sudamericana Teofilo Salinas, contribuì donando 20.000 dollari americani. Il Boca Juniors mandò a giocare in Bolivia due giovani promesse, Romerito e Bastida. Alla rinascita contribuì addirittura anche il Bolivar che cedette qualche giocatore ai rivali cittadini. Insomma, una ricostruzione in grande stile capitanata da una commissione che comprendeva dirigenti provenienti da varie zone del Sudamerica. Nei successivi anni lo Strongest porterà a compimento l'intera ricostruzione, continuando da dove scomparve, vincendo in patria e mantenendo la massima categoria con un ricordo sempre vivo a "los Martires de Viloco".

5 settembre 2014

Fonte: Allafacciadelcalcio.blogspot.it

Tigri, lacrime e cuore: la tragedia del "The Strongest"

Ci sono storie che a volte non meritano memoria ed invece, inspiegabilmente, rimangono, non si sa perché, nella storia e nelle menti di tutti. Ci sono storie meravigliose che, invece, lentamente spariscono per poi spegnersi come lumi sul comodino di una nonna troppo indaffarata. Ci sono storie stupende, che racchiudono in sé paure, emozioni, solidarietà, lacrime e sorriso, soli e lune, albe e tramonti; storie che ovviamente non possano che provenire dal Sud America, il continente che sorge su di un cuore pulsante pieno di emozioni, dove niente è mai banale e piatto, dove la passione ha impregnato la terra così tanto, che persino una zolla di terreno apparentemente insignificante può diventare tema di risse e amore. Questo è il Sudamerica. Questo è il suo tremendo fascino. Come quel maledetto e tremendo giorno. Erano da poco passati venti anni dalla indimenticata strage di Superga, dove il Grande Torino di Valentino Mazzola e soci andò a schiantarsi, regalando per sempre lacrime ai suoi tifosi ed una storia da donare al muro immortale del mondo del calcio. C’era, vent’anni dopo, una squadra boliviana di La Paz, la capitale, che si chiamava "Strongest". Era forte lo "Strongest", la squadra più forte e titolata del proprio paese, proprio come potrebbe essere adesso il Manchester United in Inghilterra o il Real Madrid in Spagna, o il Bayern Monaco in Germania. Non per niente aveva già vinto qualcosa come sedici titoli nazionali all’epoca. Era il 1969 e dentro i propri confini nazionali non c’era squadra che potesse scalfire la potenza degli aurinegri boliviani. Anche quell’anno vinse il campionato. Arrivò agosto, e la stagione finì. Durante la pausa dei campionati continentali, a chilometri di distanza, in Paraguay per l’esattezza, fu organizzato un quadrangolare con le squadre più forti in circolazione, giusto per dare maggior prestigio alle amichevoli. Fu deciso di invitare anche i campioni di La Paz, quei campioni che facevano il bello ed il cattivo tempo in Bolivia. Al torneo avrebbe partecipato anche un’altra squadra molto forte nel proprio paese, il Cerro Porteno, la selecion del popolo per moltissimi paraguaiani. Il torneo si svolse regolarmente, e non vi annoieremo con statistiche o risultati fini a se stessi per un calcio di fine estate che porta con sé sogni e paure. Era il 26 settembre 1969 e le "Tigri" (così sono chiamati in patria i giocatori dello Strongest), salgono sull’aereo che deve riportargli a casa. Ma a volte la vita se ne frega se sei il più forte nel tuo campo o sul campo, se ne frega di chi sei e da dove vieni. A volte la vita arriva sul suo destriero, saluta, saccheggia e se ne va. Come successe quella sera, quando il DC-6 della compagnia boliviana Lloyd Aereo Boliviano precipita in una regione chiamata "La Chanca", piena di monti ed ostacoli, vicina al centro minerario di Viloco, a pressappoco cento chilometri dalla capitale boliviana La Paz. I passeggeri che morirono erano sessantanove, due i membri dell’equipaggio, diciannove i giocatori della squadra boliviana. Shock e morte colpirono anche dall’altra parte del mondo. Il calcio si svegliò la mattina seguente, e capì che niente è immortale, niente è per sempre. Anche i più forti perdono. Anche chi sembra imbattibile prima o poi soccomberà. È la vita. Le tigri erano state vinte. Adesso un continente intero era in lutto, piangeva e si disperava per quei ragazzi di belle speranze che se ne erano andati per sempre nel giro di un battito di ciglia. La Bolivia era sconvolta. Ma non solo. Tra i giocatori che salutarono questo mondo c’erano anche ragazzi argentini e paraguaiani, non solo boliviani. Il dolore che avvolse la terra della "Libertadores" fu così immenso tanto che per due giorni ininterrotti migliaia di persone sfilano commosse verso la Cattedrale Metropolitana di La Paz per regalare l’ultimo sorriso a quei martiri di una guerra mai combattuta, e poi a traghettare quelle giovani salme verso il cimitero, per l’ultimo saluto, come Caronti dei giorni moderni. La ferita era aperta. Ma purtroppo niente è per sempre, e pian piano il tutto si cicatrizzò. Il leone si leccò le ferite causate dalla morte della tigre, e riprese il suo cammino.

Assorbito il dolore, se mai tale dolore si possa assorbire anche minimamente un giorno, prima o poi, arrivò inesorabile un dilemma opprimente quanto inevitabile: che fine avrebbe fatto adesso lo "Strongest" ? Adesso che la rosa dei pluricampioni boliviani è stata praticamente rasa al suolo, a parte il miracoloso caso di tre giocatori che per infortunio non poterono partecipare alla tournée paraguaiana, che ne sarà del club ? Adesso che non c’è più niente da piangere, e la vita presenta il suo conto salato, salato come le milioni di lacrime versate nei giorni precedenti su macerie e lapidi, adesso, proprio adesso, che la folla se ne è ritornata a casa e le altre squadre hanno finito con messaggi di condoglianze e solidarietà, adesso che fine farà quella maglia giallo e nera ? Tutte queste risposte, così pesanti e quasi impossibili anche solo minimamente da ipotizzare, erano invece ben stampate nella testa di Rafael Mendoza, un dirigente che per motivi personali non poté partecipare al viaggio continentale, che decise di rimboccarsi le maniche e andare contro il destino, contro la sfortuna, contro la morte e tutto ciò che aveva distrutto i sogni di un popolo. Lo "Strongest" non era ancora morto del tutto. Non ancora. Fu così che quello stupendo continente che è appunto il Sudamerica, mostrò l’altra sua faccia, non più quella fatta da pistole o cinghiate, urla e minacce, tatuaggi e birra. No, adesso il Sudamerica commosso mostra quel lato emotivo che non ti aspetti, ma che sai che c’è, silenzioso, magari addormentato per anni, ma pronto a svegliarsi se necessario, se il mondo, che ha tolto a simili come te, lo richiede. Fu così che molti club decisero di aiutare Mendoza e lo "Strongest", o almeno ciò che ne rimaneva. La FIFA e la federazione calcistica boliviana si misero in moto per aiutare, con i mezzi a disposizione, quelle tigri ferite. Gli acerrimi nemici del Bolivar decisero di prestare giocatori e soldi a quei cugini sfortunati, per far sì che quella fenice che ardeva sotto le ceneri tornasse a volare, più alta delle sciagure, più alta di qualsiasi maledetto aereo che fa i capricci. Alta. Su nelle stelle, vicina a quelle anime che da lassù sicuramente proteggeranno per sempre quei colori. L’odio per una volta fu messo da parte, per l’onore, per la tenerezza e per ritrovarsi presto sul campo e vincerla là la battaglia, là dove il calcio deve stare, senza sciagure a spianare la strada a trionfi che non sarebbero tali. Si ha bisogno dei nemici per essere grandi. Molti attestati e donazioni arrivarono anche dall’Argentina, patria come abbiamo detto di alcuni dei giocatori scomparsi: Boca Juniors e River Plate (e chi se non loro), anche qua la fecero da padrona; ma stavolta senza scannarsi o litigare, ma prendendosi per mano: dai due mostri sacri argentini arrivarono molti giocatori, giovani e non, per completare quella rosa che piano piano si stava ricomponendo, con fatica, paura e speranza. Piano, ma stava ritornando. Lo Strongest era più vivo che mai. Come se non bastasse, il Boca Juniors, nello specifico nella persona del grandissimo presidente Alberto J. Armando, organizzò una partita amichevole, incassò il tutto è lo spedì in Bolivia a Mendoza. Il Sudamerica, si squarciò il petto e mostrò a tutti il suo cuore. Malato, casinista, povero. Ma leale. Vivo. Vero. Le tigri ricominciarono a correre sul quel prato verde, tornarono a far sognare quel popolo che ne aveva un bisogno immenso, e ben presto tornarono a vincere come sapevano fare. Arrivò poi il periodo di "Don Rafo", e lo Strongest ritornò definitivamente ai fasti passati. Senza dimenticare chi ringraziare. Quel giorno, quel maledetto 16 settembre del 1969, morirono settantuno persone, ma proprio mentre queste perivano per mano del vile destino, nacque immediatamente una coscienza comune che avrebbe fatto invidia anche a continenti che si reputano più industrializzati e civili. Questa altro non è che la storia di un popolo, quello giallo e nero, che si credeva immortale, si svegliò bruscamente con uno schiaffo, fu legato per assistere alla fine, ma ben presto reagì e tornò in Paradiso. È la storia di un continente che molto dà e molto toglie. È la storia di una cultura che non è fatta solo di risse o coltelli, ma anche di lacrime e fratellanza. È la storia di due nemici, Bolivar e Strongest, che di fronte ad una tragedia si sono abbracciati come due amici che non si parlavano da un po’, due amici che capiscano ben presto che le cose davvero gravi, al mondo, sono altre. Due amici che vogliano ritornare a suonarsele, ma solo su di un maledetto campo da calcio. Lo Strongest e le sue tigri ritornarono a vivere e correre, grazie alle costole di persone che troppo spesso etichettiamo come "mostri" e senza cuore. Senza pensare che forse i mostri sono altri, ed i cuori di pietra sono i nostri.

31 ottobre 2013

Fonte: Diotifaboca.wordpress.com
 

Viloco, 26 settembre 1969

 IN MEMORIAM 


www.saladellamemoriaheysel.it  by Domenico Laudadio  ©  Copyrights  22.02.2009  (All rights reserved)