|
Prima Pagina News

29 maggio 1985
- 29 maggio 2013
28° Anniversario
della Strage allo Stadio Heysel di
Bruxelles

Intervista a Francesco Caremani
di Benedetto Croce
Fra le persone meravigliose
che posso annoverare fra le mie amicizie un posto speciale spetta sicuramente
a Giulia Iuliana Bodnari, per me semplicemente Giulia. Ci siamo conosciuti
grazie alla nostra passione per la Juventus e ne è nata un’intesa e
una stima reciproca veramente notevole. E' cosi che un giorno in previsione
della commemorazione annuale delle vittime dell'Heysel, che quest'anno
si terra il 1 Giugno, Giulia mi ha chiesto testuale: ''Ale tu che scrivi
così bene scrivi qualcosa per me per la commemorazione''. Ho preso subito
alla lettera ''l'ordine'' di Giulia. Potevo scrivere sicuramente dei
ricordi di bambino di quel brutto giorno. Avevo 12 anni ed ero davanti
alla tv con mio fratello e mio papà. Ricordo tutto. Un giorno forse
racconterò anche questa storia. Questa volta, per Giulia ho deciso invece
di realizzare questa intervista. Di lasciare la parola a chi sicuramente
sull'Heysel è più informato di me e ha cose più interessanti da far
conoscere al pubblico.
Questa intervista è
per Giulia e suo marito Rossano, per Carla e Giancarlo, per Mimmo che
se vorrà metterla nel suo museo ne sarò onorato.
Alessandro Magno
Francesco Caremani giornalista, scrittore,
noto tifoso juventino, conosciuto al pubblico soprattutto per il suo
impegno: la ricerca della verità sulla triste vicenda dell’Heysel.
1. Ciao Francesco cercherò di farti
delle domande diverse dalle consuete, intanto ti ho presentato bene?
“Noto
tifoso juventino” ? “Non direi, per vari motivi (e non per colpa mia).
Il primo e più semplice è che da ragazzo tifavo Juventus, nel senso
più appassionato del termine, ma oggi non mi riconosco affatto nella
parola “tifoso” dietro la quale si nascondono in troppi dopo aver detto
e fatto le peggio cose. Il secondo, banale, è che sono un giornalista,
ho fatto tanta fatica per diventarlo e secondo me un giornalista tifoso
non è un buon giornalista; un giornalista deve essere credibile piuttosto
che tifoso e le due cose spesso (nel calcio italiano) sono l’una contraria
dell’altra. Il terzo risale a qualche tempo fa, dopo una bellissima
presentazione del libro sull’Heysel a Mantova con Bruno Pizzul su Facebook
arriva un commento che augura la morte all’ex telecronista Rai accusato
di essere antijuventino, cosa per me inaccettabile, così controbatto
in maniera forte e decisa, la risposta? Guai a me se mi consideravo
juventino (e non era la prima volta). Oggi c’è tanta voglia di rilasciare
patenti, di mettere le persone in un contenitore (forse perché chi ha
un pensiero indipendente, non catalogabile, crea diffidenza, paura,
panico, crisi d’ansia, come una figurina fuori posto, ma per fortuna
siamo uomini), con me o contro di me. Ho 43 anni e “vengo” da un altro
calcio, un calcio in cui gli avversari si ammiravano, dove s’imparavano
ad amare quando vestivano tutti insieme la maglia della Nazionale, l’odio
verso la quale per me è pura blasfemia, quindi puoi ben capire quanto
le ragioni (se di ragione si tratta) del tifo siano lontane dal mio
modo di pensare, intendere e raccontare il calcio, lo sport più in generale.
Se penso a me come tifoso penso a me come tifoso della Nazionale. Però,
c’è un però, c’è stato un momento in cui molti giornalisti che fino
al momento prima avevano beatificato la Juventus le si sono rivoltati
contro per mera sopravvivenza (gli stessi che adesso le si stanno riavvicinando),
per contingenza e puro calcolo personale. Ecco, quando non conveniva
non ho nascosto la mia passione giovanile e la squadra per cui facevo
il tifo (che poi ti resta attaccata addosso per sempre), sono fatto
così, sono un giornalista nel bene e nel male, quello che conviene lo
lascio agli altri, tifosi compresi, come dimostra il libro sull’Heysel:
se una cosa è accaduta, quindi vera, lo è a prescindere dai colori sociali.
A pensarci bene sono anch’io un ultrà: del giornalismo e delle cose
in cui credo, come il fair play, per esempio. Poi siamo in democrazia
e ognuno può affibbiarmi le patenti che vuole, questo non cambierà quello
che sono, tanto meno le mie idee. Ovviamente grazie per il “noto”, troppo
buono”.
2. Sinceramente, ti spiace essere conosciuto
più che altro per i tuoi scritti sull’Heysel, dato che è una vicenda
triste e in fondo hai scritto tanti altri libri, o è un qualcosa che
non ti pesa affatto?
“Il mio nome è legato indissolubilmente all’Heysel
(grazie a Otello Lorentini, già presidente dell’Associazione fra le
famiglie delle vittime di Bruxelles, voce narrante del libro) e in un
Paese dove si cerca di dimenticare, soprattutto le tragedie con precise
responsabilità, capisci quanto abbia pesato e pesi dal punto di vista
professionale. A me non interessano le mode (complimenti a chi sa cavalcarle;
oggi, per esempio, va a ruba il giornalista schierato) a me interessa
fare le cose giuste e l’Heysel lo è stata. Questa domanda mi ha fatto
molto piacere perché quando uno fa il giornalista sportivo si occupa
di tanti argomenti diversi, è un cammino con tante tappe, alcune più
corte altre più lunghe, alcune sono delle semplici gare in linea, altre
parte di un tour, alcuni di questi hanno una conclusione, altri no,
ci accompagnano nel nostro cammino professionale. Se c’è una cosa che
amo del mio lavoro sono le persone, quelle che racconti, quelle che
incontri per caso, ognuna ti resta attaccata addosso in maniera diversa,
come nella vita di tutti i giorni. Otello Lorentini è una di queste,
una di quelle persone che porterò sempre con me, perché mi ha insegnato
tante cose, come la dignità, la voglia di giustizia e verità, l’amore
incondizionato per i figli (lui al suo, morto all’Heysel, ha dedicato
tutta una vita), l’umiltà e l’orgoglio di chi ha tutto da perdere e
scende ugualmente sul campo di battaglia con le poche certezze che possiede:
se lo dovrebbero ricordare soprattutto quelli (troppi) che parlano (troppo
spesso) a vanvera di ciò che è accaduto il 29 maggio 1985 e dopo. Io
ho scritto altri libri, alcuni più belli dal punto di vista squisitamente
narrativo, ma per tutti i motivi che ho elencato quello sull’Heysel
resta il più importante".
3. A distanza di molti anni per chi
vuole cercare e informarsi c’è direi abbastanza materiale, ritieni sia
stato scritto tutto sull’argomento, c’è ancora qualche zona d’ombra?
"Io ritengo che sull’Heysel sia stato scritto
tutto, per chi vuole sapere e per chi vuole informarsi decentemente,
ma non solo grazie a me, anzi credo sia opportuno citare altri autori,
quattro in particolare: Nereo Ferlat, Jean-Philippe Leclaire, Domenico
Laudadio e Riccardo Gambelli. In verità, una zona d’ombra è rimasta,
difficile da illuminare dopo tanti anni. Il settore Z era destinato
a un pubblico neutrale o a chi accaparrava per primo i biglietti? Vista
la divisione dello stadio è facile pensare alla prima ipotesi e allora
cos’è accaduto? Da qui il secondo quesito: chi ha spacciato in Italia
i tagliandi della curva Z? Quanto ci ha guadagnato? Poi basta leggere
i racconti di chi per avere un biglietto all’ultimo minuto si è ritrovato
nella famigerata curva, chi invece è riuscito a cambiarlo perché non
voleva portare il figlio in quel posto così vicino agli inglesi e così
via. Dopo quasi 28 anni capisco che può sembrare come discutere del
sesso degli angeli, ma alla fine è iniziato tutto da lì, nonostante
nello stadio ci fossero altri posti disponibili, come dimostrato da
chi è riuscito a scappare dopo la tragedia".
4. Un fatto che mi ha sempre incuriosito
e credo nessuno ti abbia mai chiesto se non io privatamente. Chi è quell’uomo
sulla copertina di: "Heysel, le verità di una strage annunciata". Cosa
sta facendo e se ti è mai venuto in mente di cercarlo o se lui si è
mai riconosciuto in quella foto?
"La foto è di Salvatore Giglio, come tutte
le altre nel libro, ed è storica: chi non ricorda la copertina del Guerin
Sportivo diretto da Italo Cucci col titolo “Olocausto”, a me ne hanno
regalata una copia e quando con Bradipolibri abbiamo ripubblicato il
libro nel 2010 l’abbiamo scelta per la copertina, anche se meno cruda
dell’originale. L’uomo disperato esprime tutta la follia dell’Heysel:
morire per assistere a una partita di calcio, inaccettabile, ieri come
oggi. Una foto che racconta tutto prim’ancora di leggere il testo. L’uomo
con lo sguardo rivolto al cielo e che, presumibilmente, si chiede perché,
com’è potuto accadere, tiene la testa di un altro tifoso sulle ginocchia,
in mezzo alla calca e ai soccorsi. Non so se si sia mai fatto vivo con
Giglio o il Guerin Sportivo e senza le fonti è stato impossibile sapere
chi fosse".
5. Il tuo libro che sopra abbiamo citato
è stato definito “La Bibbia sull’Heysel”, vorrei sapere se sai chi ha
coniato questa definizione, se ti lusinga come credo di sì e perché
è considerato tale?
"È
stata Emanuela Casùla, che a Bruxelles ha perso il padre, Giovanni,
e il fratello, Andrea, la vittima più piccola. Nel 2005 Sky produsse
un documentario sui vent’anni dell’Heysel e in quell’occasione, dopo
essere stati ad Arezzo dalla famiglia Lorentini e da me, riuscirono
a contattare Emanuela che viveva vicino Roma. Parlando col giornalista
di Sky lei pronunciò quelle parole riferite al mio libro, il collega
fu poi così corretto da riportarmele. Per me valgono più di qualsiasi
recensione o classifica di vendite, sono la consapevolezza che ho fatto
la cosa giusta e che l’ho fatta nel migliore dei modi, da giornalista,
appassionato, arrabbiato, di parte (come spiega bene Roberto Beccantini
nell’introduzione), e da uomo. Con Emanuela ci siamo sentiti più avanti,
sono rimasto molto colpito dalla sua lucidità e dall’elaborazione di
quella tragedia, da come era rimasta sorpresa dalle scuse di Marco Tardelli
che da Giovanni Minoli vedeva per la prima volta certe immagini. Senza
dimenticare che Otello Lorentini, il quale in curva Z ha perso l’unico
figlio Roberto (medaglia d’argento al valore civile per essere morto
tentando di salvare un connazionale, forse lo stesso Andrea), già presidente
dell’Associazione fra le famiglie delle vittime di Bruxelles, quando
abbiamo dato il ‘visto si stampi’ mi ha detto: “Ecco, questa è la verità”.
Troppo spesso ci si dimentica, infatti, che i familiari delle vittime
sono stati ‘silenziati’ per diciotto lunghi anni e che il mio libro,
volenti o nolenti, è stato il primo ad aprire uno squarcio sul velo
di omertà che ha sempre coperto la tragedia dell’Heysel, mi sono chiesto
spesso cos’abbia fermato penne ben più importanti e famose della mia,
chissà. Il loro riconoscimento per me è la cosa più importante, anche
se per onestà intellettuale devo dire che c’è chi, tra i familiari,
mi ha rimproverato per essere stato troppo crudo e diretto nel racconto".
6. Hai letto altre cose sull’Heysel
se puoi dirmi un altro libro che mi consiglieresti e consiglieresti
ai nostri lettori?
"“L’ultima curva” di Nereo Ferlat, “Heysel.
La tragedia che la Juventus ha cercato di dimenticare” di Jean-Philippe
Leclaire e “Coriandoli bianconeri” di Riccardo Gambelli; poi consiglio
la lettura del sito di Domenico Laudadio saladellamemoriaheysel.it".
7. Ogni tanto noto che hai degli scontri
verbali, specie su Facebook, con degli ultras, soprattutto Juventini.
Il tuo rapporto con loro mi pare sia stato sempre molto severo nei loro
confronti, nonostante molti ultras bianconeri oggi hanno mitizzato questa
cosa dell’Heysel, non hai fatto mai loro nessuno sconto. Mi spieghi
perché?
"Be’ quando si parla di Heysel io non faccio
sconti a nessuno, nemmeno a me, e poi dipende sempre dall’approccio
e dall’educazione. In troppi, in generale, pensano che sui social o
per mail si possa aggredire senza pagare dazio, per giunta con tanta,
troppa, disinformazione alle spalle. Ma la cosa che più mi da fastidio
sono coloro che parlano della tragedia di Bruxelles bypassando i familiari
delle vittime, come se non contassero, come se non dovessero dire la
loro, come se non fossero il fulcro di tutto: dove ci sono i morti,
c’è un dolore enorme che il tempo ha acuito, lì ci sono famiglie e familiari
che meritano memoria e rispetto, se non altro per l’enorme dignità dimostrata
in tutti questi anni, soprattutto verso chi ha cercato di dimenticarli.
Hai detto bene “hanno mitizzato”, innalzato, messo su un piedistallo
senza però farci i conti veramente, perché è dura, perché è difficile,
perché significherebbe fare i conti fino in fondo anche con la storia
della Juventus e con una coppa che per me non ha alcun valore sportivo.
Dopo di ché, per correttezza, devo sottolineare come ci siano familiari
che la pensano nello stesso modo e altri che invece considerano quella
coppa un trofeo da tenere nello scranno più alto della bacheca, questa
libertà di pensiero loro se la sono conquistata col sangue quindi merita
il massimo rispetto, gli altri no. Comunque, è vero, i problemi più
grandi li ho incontrati con i tifosi juventini, da una parte dimostrando
quanto non sia per niente banale o capziosa la mia prima risposta, dall’altra,
però, andrebbe chiesto a loro il perché. Un morto non è un vessillo,
una sciarpa, un trofeo, non si può sbandierare, si può solo rispettare,
se ne siamo capaci, come Claudio “Il Rosso” che porta allo stadio il
solito striscione in onore dei 39 morti. Anche lui è un ultrà, anche
lui è un tifoso della Juventus, ne difende i colori, la memoria, così
come quella della curva che ha vissuto in pieno, eppure ci siamo sempre
confrontati con grande civiltà, stima e rispetto. Allora la domanda
la faccio io agli altri, perché?".
8. In passato mi sono occupato anche
io di questo argomento, sono amico di Carla Gonnelli che ha perso suo
papà e che ha rischiato lei stessa di perdere la vita all'Heysel, e
sono amico di Giulia Bodnari che con suo marito Rossano si occupano
del monumento ai caduti dell’Heysel di Reggio Emilia. Occupandomi di
questo argomento ho trovato spesso che le stesse famiglie delle vittime
forse con un grande senso di pudore e di dignità hanno rinunciato forse
un poco troppo a raccontare le loro storie. Non so se tu hai questa
sensazione? È forse accaduto che il dolore le ha fatte chiudere esageratamente
a riccio. Perché è avvenuto questo?
"Giulia in questi ultimi anni sta facendo un
lavoro enorme che non potrò mai smettere di ammirare e ringraziare.
In merito ai familiari delle vittime credo di aver già risposto approfonditamente
sui tanti perché. Alla fine mi rendo conto della fortuna che ho avuto
con Otello Lorentini, lui che aveva assistito a tutte le udienze del
processo in vece delle altre famiglie, lui che aveva conservato tutto
il materiale di quegli anni, ha permesso di addentrarmi in quella tragedia
dalla porta principale senza dover disturbare (troppo) il dolore degli
altri familiari, non sarebbe stato facile, non sarebbe stata la stessa
cosa, al contempo ho rischiato molto, sia da uomo che da giornalista,
ma Otello è una persona speciale. Ci sono mogli che non hanno più rivisto
il marito e mi hanno detto che dopo 28 anni il vuoto è ancora più profondo,
un gorgo impossibile da colmare, ecco basterebbe questo, basterebbero
le vite stravolte di tante persone per capire che l’Heysel è innanzi
tutto la loro storia e solo in un secondo momento lo è anche della Juventus.
Poteva essere diverso, invece... Ergo, senza rispetto di modi e parole
meglio tacere, tanto nessuno potrà mai cambiare la storia di quella
tragedia e le sue verità".
9.
Con enorme mia sorpresa il tuo libro anche a distanza di tantissimi
anni dall’accaduto è uno dei libri ancora più venduti, perché questa
necessità della gente di leggere di questo argomento?
"Non ho una spiegazione precisa, voglio solo
sperare che il mio libro piaccia e che ci sia la volontà di saperne
di più su una tragedia troppo spesso e troppo in fretta dimenticata.
Più venduto, però, non vuol dire automaticamente più successo, per tutto
ciò che ci siamo detti fino ad ora affermerei che così aumentano i miei
estimatori ma anche i miei detrattori (permettimi la battuta)".
10. I responsabili dell’accaduto hanno
pagato tutti o c’è chi l’ha fatta franca?
"In primo grado furono tutti assolti, ma alla
fine possiamo dire che c’è stata una giustizia. Era, però, impossibile
pensare che il Belgio riuscisse a condannare le proprie istituzioni,
che l’hanno fatta letteralmente franca, così ha pagato il capitano della
polizia, Mahieu, per tutti. In compenso la condanna dell’Uefa è stata
storica e ha fatto giurisprudenza, cosa anche questa mal raccontata
e buttata troppo presto nella soffitta dei ricordi; grazie al coraggio
di Otello Lorentini e dell’avvocato italobelga Daniel Vedovatto che
l’hanno citata in giudizio. Anche gli hooligans l’hanno fatta franca,
in relazione a quello che era accaduto, ma la condanna dell’Uefa andrebbe
studiata ancora oggi (soprattutto da Platini e soci), in questo senso
l’appendice dell’avvocato Vedovatto è illuminante".
11. Hai avuto problemi che so di querele,
minacce, o quant’altro, da qualcuno che magari non ha gradito come hai
riportato i fatti? Se puoi dirmi anche chi se è possibile, mi piacerebbe.
"C’è stata una querela ma solo per colpa del
vecchio editore e dei suoi collaboratori, subito ritirata nei miei confronti
quando è stato chiaro l’errore. Per il resto non avevo nulla da temere
con due certificazioni di qualità come quelle di Otello Lorentini e
Daniel Vedovatto. Questo non toglie che il libro abbia dato fastidio
a molti, ma una cosa mi ha letteralmente scioccato. Ero insieme ad altri
colleghi a una trasmissione televisiva dedicata all’Heysel e in un momento
di pausa uno si avvicina e mi fa: “Ma tu sei matto?”. “Perché?”, rispondo
io. “Dare contro alla Juventus” chiosa. Non so come devo averlo guardato.
Una cosa è chiara, il libro non fa sconti a nessuno e ognuno sa come
si è comportato, chi ha fatto e detto cosa, ci sono immagini e foto
che raccontano più di ogni libro, ci sono famiglie che aspettano ancora
le scuse, dopo 28 anni. Mi dispiace ma io non faccio sconti a nessuno,
troppo dolore e poca memoria. Poi ci sarebbe una mail… che ho promesso
di non rivelare a chi me l’ha girata, sono un uomo di parola e non tradisco".
12. La Juventus del Presidente Andrea
Agnelli che rapporto ha con questa tragedia è cambiato qualcosa rispetto
al passato? Trovi che la Juventus come giocatori e come squadra dovrebbe
ricordare ogni anno questa ricorrenza magari anche con dei fiori allo
stadio o qualcos’altro?
"Andrea Agnelli ha il merito, enorme, di aver
riaperto il libro dell’Heysel dopo 25 anni in casa Juventus, un atto
di coraggio con la messa e con una parte del museo dedicata alla tragedia
di Bruxelles (spero che abbiano corretto un cognome di una delle vittime,
inizialmente sbagliato). Mi piacerebbe che continuasse, non so se hai
visto come a Liverpool (già, proprio loro) ricordano Hillsborough ogni
anno, l’Heysel è la Superga della Juventus, dovrebbero ricordarla con
identico onore e rispetto".
13. I giocatori della Juventus attuale
non mi sembrano granché coinvolti nella cosa è giusto cosi o andrebbero
maggiormente informati? In fondo anche i più anziani come Buffon e Pirlo
all’epoca dei fatti erano piccolissimi, figuriamoci gli altri.
"Loro non c’erano, ma Pioli c’era e pare essersene
completamente dimenticato, come Prandelli d’altronde, peccato li stimo
molto come tecnici. A questi giocatori, a questa nuova Juventus possiamo
chiedere solo il rispetto della memoria, quello che una grande società
deve a una tragedia del genere, basta imparare da chi ha saputo fare
meglio in tutti questi anni. Il post più emozionante lo ha scritto Del
Piero quando era ancora a Torino, un ricordo di quella notte da bambino,
uno dei suoi ‘gol’ più belli in maglia bianconera".
14. Ti vedremo a Reggio Emilia quest’anno?
"Sono un freelance in balia della professione,
quindi non posso fare promesse: se il lavoro me lo permette ci sarò".
Grazie a Francesco Caremani
22 maggio 2013
Fonte: www.ilblogdialessandromagno.it

  
"Senza memoria non c'è speranza,
senza speranza non c'è futuro" (Primo Levi )

39 Angeli all'Heysel by Domenico Laudadio is licensed
under a Creative Commons
Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate
2.5 Italia License
Based on a work at www.saladellamemoriaheysel.it
Permissions beyond the scope of this license may
be available at postmaster@saladellamemoriaheysel.it
|