RASSEGNA STAMPA HEYSEL

Dal 30/5/1985 Al 2/6/2010

ARTICOLI

Ore 19, cronaca di una strage

Una colpa che pesa per tutti

Con tanta nostalgia di uno sport nobile

Fuga da Bruxelles nella notte

Una coppa da restituire

Fascisti del National Front in mezzo ai tifosi del Liverpool

Chi ha venduto i biglietti "proibiti" ?

Quella inutile riunione in tribuna

E al rientro lacrime e tricolori

Platini e Tacconi visitano i feriti

Solo Soldati grida: "Brava Juve"

L'Uefa stanzia 350 milioni per le vittime

"Dopo tanto dolore finalmente una luce"

Heysel, l'ultimo morto

Sciocchezze d'autore

Bruxelles, un anno dopo

Cabrini:"Fu giusto restare in campo..."

E vidi l'inferno del settore Z

Per la strage dell'Heysel solo 2 miliardi di risarcimento

Boniperti e la coppa maledetta

"Nessuna esultanza l'Heysel vive ancora"

Dopo 15 anni il Liverpool ricorda i 39 dell'Heysel

Una corona di fiori per ricordare la tragedia dell'Heysel

Heysel, un ricordo che imbarazza

Tutti sotto la curva Z, l'abbraccio azzurro...

L'Heysel e la coppa maledetta

Tu dici «Heysel»…

Heysel, quella ferita aperta

A Matteo Marani

Così all'Heysel esplose la furia hooligan

La notte maledetta del calcio...

Quell'incubo chiamato Heysel

«L'Heysel mi ha rubato la famiglia»

Ci costrinsero a giocare, ma era uno stadio assurdo

L'orrore dell'Heysel impresso nella mente

I tifosi dell'Heysel ripartono da «memoria e amicizia»

29 Maggio 1985 ore 19.20 L'Heysel è l'inferno

E' il ricordo più brutto della mia carriera”

Heysel, ex hooligan incontra padre della vittima

Io, un sopravvissuto dell'Heysel...

L'Heysel è una ferita che si riapre 

Ma io voglio un'amichevole per le vittime

Un minuto di silenzio per le vittime

Heysel, la notte del perdono

Il dolore non prevede l'inciviltà

Un incontro atteso da 20 anni

E a Torino la vendetta ultrà

Riecco Juve-Liverpool con il dolore nel cuore

Tardelli ricorda l'Heysel «Chiedo scusa per la festa»

Domani i 20 anni dell' Heysel

Un monumento per l' Heysel 1985

La coppa maledetta

La cura Thatcher

Il piazzale dello stadio intitolato a Lorentini

Rossi: dal sacrificio di Giusy uno sport migliore

Heysel, prova della memoria

Cobolli: Ricordo Heysel è vivo in tutti noi

Io, Juventino, osteggiato per aver osato scrivere...

Una piazza per i morti dell'Heysel

Cerimonia in ricordo delle vittime dell’Heysel

"Per non dimenticare Heysel"

"Le 39 vittime dell’Heysel nel cuore della Juventus"

La vecchia Juve non molla

Veltroni e l' Heysel «In Italia ancora troppa violenza»

Lo scempio dei nostri heysel

Crollò una barriera e scoppiò l’inferno...”

Heysel, la notte del calcio perseguita i sopravvissuti

Heysel, ricordo per sempre

Lorentini amaro «Negli stadi ancora morti»

Gli occhi di quel ragazzo che morì tra le mie braccia

La memoria prigioniera dell'Heysel

Heysel, un orrendo monumento all'inciviltà...

«Quella sera all'Heysel ci hanno ingannato... »

Torino ricorda la tragedia dell’Heysel, una via in memoria

Heysel, venticinque anni dopo Il calcio cambiò per sempre

Liverpool man who was dubbed Hero of Heysel recalls the tragedy

La memoria offesa dei 39 morti dell'Heysel

 


Ore 19, cronaca di una strage

di Mario Sconcerti

BRUXELLES - Ho visto la scintilla di un massacro accendersi improvvisamente quasi per gioco e allargarsi in modo incredibile, pauroso, fino a travolgere una vita dopo l' altra. Mentre scrivo sono appena passate le 21. Juventus e Liverpool avrebbero dovuto finire adesso il primo tempo di questa tragica notte di Coppa dei Campioni. Dai sotterranei dello stadio continuano invece a passare soltanto barellieri, infermieri, medici e poliziotti. Quello che è diventato un improvviso bollettino di guerra parla adesso di trentotto morti, quasi tutti italiani, moltissimi con la cassa toracica schiacciata contro i muri di recinzione, altri con la gola aperta dalle grandi punte metalliche che chiudono le transenne. Ma c' è una confusione indescrivibile, soprattutto panico. Lo stadio Heysel è praticamente assediato dalla polizia. Dovunque piccoli ospedali da campo improvvisati, gente sanguinante, sconvolta, gente che si cerca, si chiama. La piccola infermeria dello stadio è letteralmente scoppiata in pochi minuti. Vi hanno portato un morto dopo l'altro e uno dopo l'altro veniva fatto scomparire nel fondo di ambulanze che continuavano ad arrivare da tutta la città. Assurdamente, con atti di fede e di disperazione, molti morti sono stati portati via avvolti nelle bandiere bianconere della Juve. Tutto è cominciato verso le 19. Lo stadio era già pieno, di gente immersa nei soliti riti di festa che precedono la grande cerimonia della partita. Non c' erano segnali di paura. Nel pomeriggio era giunta notizia di un ferito, ma era sembrato quasi un tributo normale per orge di follia come questa. Allo stadio colpivano comunque subito i vasti spazi che si aprivano in una curva. Era una specie di territorio di nessuno che si allargava fra una parte dei tifosi juventini e il settore dove quasi tutti gli inglesi erano stati instradati dalla polizia belga. C' era molta paura di questi tifosi del Liverpool rissosi per tradizione, molto spesso ubriachi. I belgi li avevano affidati a milleduecento agenti fin dal loro arrivo ad Ostenda due giorni fa. Li avevano tutti relegati in un paese nei pressi di Bruxelles e condotti allo stadio con linee speciali della metropolitana. Stipati nel loro settore gli inglesi hanno cominciato ad ondeggiare paurosamente poi hanno cercato il loro spazio vitale al di là delle transenne. Non un poliziotto presidiava quell' ideale, fragilissima, terra neutra. Gli inglesi si sono immediatamente allargati a macchia d'olio entrando in collisione con le prime file dei tifosi juventini. Sono subito volate botte, anche violente, ma per qualche istante è sembrata la solita rissa da stadio, malinconica e inevitabile. La gente indicava e quasi sorrideva. Faceva colore. Poi è successo qualcosa di tremendo, come lo sfondamento di un fronte. Di colpo quell' improvvisa linea juventina ha ceduto, la gente è cominciata a scappare sotto i colpi di giovanissimi energumeni inglesi. Scagliavano mattoni, bottiglie e colpivano con un' incoscienza bestiale venendo sempre pi avanti. E' esploso il panico. Gli italiani sono precipitati l'uno sull'altro travolgendosi a vicenda, cercando scampo in spazi che si restringevano a vista d' occhio. Quattro-cinque mila persone in pochi istanti si sono accalcate contro il muro di recinzione laterale sbandando paurosamente, continuando a precipitare dalle gradinate. Una fuga tragica e disperata che si è trasformata in un assalto alle transenne. L' unica speranza era il campo, il terreno di gioco, e tutti hanno cercato di passare quella acuminatissima barriera metallica. Sconvolti, imbottigliati, ancora pressati da assurde avanguardie inglesi che continuavano a picchiare, i tifosi italiani hanno cominciato una tremenda corsa al suicidio. Ho visto decine e decine di persone cadere dall'alto delle transenne e stramazzare al suolo con il sangue che schizzava violento. E gli altri che fuggivano come pazzi. E' successo tutto in pochi minuti e senza che la polizia belga abbia mai mosso un dito. Quando è arrivata in forze ed ha caricato gli inglesi, le tribune e il campo erano già un cimitero. Uno spettacolo agghiacciante, indescrivibile, che ha finito di accendere il resto dei tifosi italiani. Per un attimo siamo stati ad un passo dalla battaglia generale, definitiva. Dalla curva opposta gli italiani hanno infatti sfondato le reti e a decine si sono precipitati dall' altra parte. Per fortuna stava appena entrando la polizia a cavallo che è riuscita a tamponare almeno questo assalto. Una fortuna misera che pochissimo toglie allo sgomento. Sono adesso le 21,40. Dentro lo stadio è tutto così tornato assurdamente normale che le squadre stanno perfino entrando in campo. Fuori tre grandi tende allargano sempre più l' ospedale di questa battaglia del calcio. La verità è che nessuno sa come far uscire cinquantamila nemici dallo stesso luogo senza altri incidenti. Si dice che stia arrivando l'esercito. La partita sarebbe solo un grottesco tentativo per prendere tempo. Impossibile sapere se avrà una qualche ufficialità. C'è da augurarsi di no per quello che di umano resta in questa notte di pazzia. Mentre si gioca, l'altoparlante annuncia messaggi strazianti. Nomi su nomi che cercano, gente che si dà appuntamenti disperati immersa nella paura che non verrà nessuno. Nella curva del massacro sono rimasti adesso soltanto i resti della tragedia. Documenti, sciarpe, bandiere, vestiti stracciati, scampoli di vita che non appartengono più a nessuno. Ma intanto si gioca. Lo stadio è ormai presidiato. Nessuno può muoversi dal proprio posto, in qualunque settore. Fuori, centinaia di camion e cellulari continuano a scaricare agenti. Mentre Boniek cade in area e Platini realizza il rigore, la radio annuncia che tra i morti ci sarebbero undici bambini, tutta la squadra giovanile dell' Anderlecht. Avevano appena finito di giocare, una sorta di avanspettacolo felice che permetteva poi a tutti di vedersi la partita da sotto le tribune. Sarebbero rimasti schiacciati dalle transenne in cemento che facevano da base alle reti di recinzione travolte nel momento della grande fuga. Quando la partita finisce si scatenano scene di entusiasmo. Fuori centinaia di feriti son stati portati in dieci ospedali tra la città e la provincia. Dentro il dubbio è solo se la Coppa sarà valida o no.

(Da "Repubblica" del 30 maggio 1985)    Sommario Articoli

 

 

Una colpa che pesa per tutti

di Gianni Brera

Ero venuto come tantissimi altri per assistere e in certo modo prendere parte alla celebrazione di una grande festa di sport. Sono letteralmente sconvolto dall'orrore. Confesso che, per un momento, mi sono rampollate dall'animo tutte le rabbie che a me giovane avevano instillato i politici del nostro paese, non meno caro che disgraziato (allora). Poi, a mia volta, mi sono sentito in colpa. Voci spaventose giungevano dall' antistadio, dove gli impreparatissimi belgi avevano apprestato un pronto soccorso. Chi riferiva di dieci, poi di diciotto, infine di trenta, e adesso addirittura di quarantuno morti, e forse non è finita. Purtroppo, quasi tutti nostri connazionali, che il terrore aveva spinto a cercare salvezza calpestando chiunque incontrasse nella disperata fuga. Tra quella parte di tribuna occupata da una minoranza di italiani e da una folla preponderante di liverpoolesi, tre sparuti impotenti poliziotti belgi. Eccitati dall' odio, di cui si conoscono capaci come pochi al mondo, e ancora dall'alcol, di cui sono tragicamente avidi fino all'incontinenza più smaccata, non meno di cento mascalzoni si sono scatenati lanciando mattoni sassi e bottiglie. Il fuggi fuggi è stato accorante. La polizia belga è giunta sempre più in forze ma, ahimè, troppo tardi. Ormai l'attesa festa era bruttata da un eccidio senza precedenti in questa parte civile d' Europa. Mentre tento di esprimere la mia mortificazione di uomo di sport, i superstiti dell'immonda mattanza passano ciascuno a raccontare la propria storia, piena di orrore e degna di umana pietà. Lo stadio, il caro ma obsoleto Heysel, è come gravato da una cappa di angoscia. E' inevitabile pensare a quello che incombe su tutti buoni e malvagi, che si erano illusi di celebrare una festa: come far sgomberare lo stadio da due moltitudini fra loro ostili fino all' odio più acre ed esasperato? Gli italiani hanno a lungo insultato i poliziotti belgi troppo inferiori al loro compito: il minimo insulto era "buffoni!": ma adesso mi chiedo in quali disperate ambasce si trovano le autorità di Bruxelles. Sono presenti almeno quindicimila italiani e altrettanti inglesi. Cosa sarà di loro, se si troveranno soli ad affrontare lo sfollamento? Se non ci fosse aria di tragedia, verrebbe fatto di ricordare come per eccessi di molto inferiori a questo è stato proibito da noi il gioco del calcio nel secolo XVI… L' imbarazzo sfiora il rimorso in tutti noi che allo sport credevamo come all' antidoto più puro e sincero della guerra. Così come siamo caduti, la voglia è di mandare tutti al diavolo. Se vogliamo prenderci a calci, stiamo a casa nostra. E si vergognino quei popoli che, atteggiandosi a civili, mandano per il mondo questi mascalzoni efferati e ahimè più volte recidivi nei loro eccessi delittuosi. Alle 21,40 inizia una partita che alcuni bene informati dicono finta. Questo per consentire alle forze dell' esercito acquartierate in Bruxelles di preparare due vie di ritirata e quindi di sfollamento per i gruppi nemici. A quel punto siamo giunti. Poiché si gioca, mi tocca guardare.

(Da "Repubblica" del 30 maggio 1985) v Sommario Articoli

 

 

 

Con tanta nostalgia di uno sport nobile

di Gianni Brera

POVERO calcio, di noi povera gente: sport per eccellenza plebeo, proibito per secoli in quanto a praticarlo erano gli umili, troppo spesso confusi con i villani! Le plebi hanno preso quota nell' ordine politico-sociale delle nazioni e anche i loro gusti hanno finito per imporsi. Giocò a calcio in Italia anche un principe del sangue: e i suoi compagni erano quasi tutti nobili o grandi borghesi. Poi si accorsero che pedatare squalificava, nel Paese guida dello sport moderno e passarono al golf, al tennis, rimanendo pur sempre alla scherma e all' equitazione. I pedatori furono allora di schiatta piccolo-borghese, e belli come poteva essere chi da qualche generazione pappava bistecca. Infine raggiunsero il plus-calore anche i poveri del quarto e quinto stato: e decadde la qualità ma crebbe il numero. Noi italiani siamo a questo punto. Gli inglesi, loro hanno incominciato a cedere un tantino nei confronti della pedata volgare. Decaduta la boria imperiale, bisognava consolarsi dov' era possibile. Il calcio ha preso quota allora anche presso i non indigenti (come da poco in Svezia e Danimarca), ma il relativo benessere del singolo cittadino ha consentito a troppi di spostarsi nelle vesti di pseudo-turisti. Erano spesso i fanatici a imbrancarsi: e tanto più feroci quanto peggiori erano le condizioni economiche del loro quartiere o della loro città. Ora la più decaduta tra le città inglesi è proprio Liverpool. E le sue due squadre eccellono come per una rivalsa che in altri campi non è possibile. I belgi hanno conosciuto l' Everton l'anno scorso e pareva non avessero altro da apprendere sui seguaci del Liverpool. Purtroppo hanno fatto penosissima cista. Il loro Heysel, un tempo onorevolissimo, è ormai insopportabilmente obsoleto. Ha le due curve in terra battuta con gradini sorretti da pietre malferme: in queste curve gli spettatori sono costretti a stare in piedi. Ammassare oggi folte moltitudini sugli spalti di curve senza posti a sedere significa esporsi a rischiose calamità pubbliche. Per loro disgrazia, i belgi hanno ottenuto dalla Uefa l' incarico di organizzare la Coppa Campioni. Sapevano di aver a che fare con orde di inglesi avvinazzati e feroci. Non hanno riflettuto però che gli spiantati liverpooliani non potevano competere con i ricchi juventini di tutta Italia, e che metà della curva destinata agli ospiti albionici sarebbe stata accaparrata - magari a borsa nera - dagli italiani. Così non hanno ritenuto i belgi di dividere più efficacemente i rappresentanti di due popoli l' uno all' altro inviso per troppo differenti destini passati e presenti. Alla tradizionale spocchia degli inglesi, il visibile benessere degli italiani doveva suonare come un' offesa patente, uno sberleffo tragico della sorte: dunque, ai più scalmanati non è parso vero di farla subito fuori. I pochi sparuti poliziotti belgi sono stati travolti. Gli italiani, prima sorpresi, poi atterriti, si sono ristretti fino a soffocarsi. I vecchi spalti interrati dello Heysel sono divenuti orrendo cimitero. Mortificati e stravolti, i belgi hanno taciuto lì per lì la tragedia, hanno chiamato allo Heysel tutta la polizia a disposizione nel regno: non è bastato. La partita, che pareva giocata per tacitare i manigoldi, si è risolta a favore della Juventus, il cui tripudio ha un po' stupito dopo tanti decessi. Gli inglesi di Liverpool sono tornati alle loro tane, alla loro quotidiana mortificazione di paria. Gli italiani, fino a ieri sottovalutati e derisi, hanno meritato la sincera comprensione di tutti. Giorno verrà - non è affatto lontano - che il calcio perderà i suoi satanici sapori di transfert dalla degradazione e dalla miseria. Allora tornerà ad essere per molti quello che è sempre stato: il gioco forse più bello di tutti. Parola di un povero fra i tantissimi poveri di questo mondo.

(Da Repubblica del 31 maggio 1985)   Sommario Articoli

 

 

 Fuga da Bruxelles nella notte

di Mario Sconcerti

BRUXELLES - La polizia di Bruxelles ha capito che sarebbe stato un giorno lunghissimo quando alle quattro del pomeriggio ha avuto l' ordine di far evacuare la Grande Place. Centinaia di tifosi inglesi hanno cominciato così il loro cammino verso lo stadio inondando rumorosamente i vicoli della città vecchia e lasciando sulla piazza un' autentica moquette di lattine di birra. Lungo la strada tre furti e i primi segni di violenza. Gli inglesi si muovono a ondate, gli italiani a piccoli gruppi. Un' ora dopo il primo scontro, un duello all' arma bianca tra due ragazzi, per fortuna appena accennato. Alle 18,15 però accade qualcosa di molto più serio. Un hooligan e un tifoso juventino si affrontano a coltellate: l' inglese stramazza al suolo gravemente ferito. Sarà il primo dei 375 ricoverati. L' episodio accade in Place Roger e non ha molti testimoni. Lo stadio è lontano e già quasi tutto pieno. Difficile pensare che possa aver funzionato da scintilla. Al Park Heysel i germi della violenza stanno nascendo a frotte e brillano di luce propria. Lo stadio è davanti all' Atomium. Le sue nove sfere cadono proprio in faccia alla curva occidentale, divisa in due settori. Gli organizzatori hanno lasciato tutto il settore "X" agli inglesi. Gli ultrà juventini sono sistemati dall' altra parte dello stadio. Le gradinate del settore "Z", quello di fianco agli inglesi, sono previste per gli spettatori belgi, tifosi neutrali condannati a funzionare in teoria da cordone sanitario spontaneo. I biglietti però sono finiti in gran parte in mano ai bagarini che hanno fatto affari d' oro riciclandoli in Italia. In pochi minuti scompare così quello che era stato giudicato dalla polizia l' unico angolo di respiro e come tale praticamente non presidiato. Dal canto loro i reds stanno letteralmente invadendo il loro settore. I controlli sono scarsi, quasi assenti. Polizia e gendarmi sono molti, ma sembrano tutti occupati a controllare le zone intorno allo stadio. Decine e decine di inglesi entrano direttamente sulle gradinate camminando su grandi assi di legno arrivate lì chissà come. Alle 18,30 il loro settore già scoppia di gente. Cantano, bevono e guardano con sempre più avidità lo spazio semivuoto che si allarga sul loro fianco. Pochi minuti ancora e scoppia il primo grave incidente. Un tifoso italiano con la bandiera neonazista si scaglia contro un gendarme colpendolo ferocemente: due fratture, spalla e polso. Ci sono sempre più grida, più tensione e sempre più lattine di birra che vanno ad ammucchiarsi. Alle 19 un' altra grave scintilla. Un signore belga si accascia improvvisamente. Accade in un attimo, forse nessuno vede niente. Si scopre solo dopo qualche minuto che ha una ferita da coltello sul ventre. Gli inglesi cominciano ad infiltrarsi sempre più nel settore "Z". Saltano a piccoli gruppi, sono quasi tutti giovanissimi e vanno a provocare. La rete di recinzione è sempre più presa d' assalto. Bande armate di mazze di ferro cominciano a cercare di abbatterla. E' il segnale della rabbia. In pochi attimi quell' unica fragilissima barriera viene lettaralmente travolta. Decine e decine di hooligan si gettano urlando nell' altro settore. Non c' è battaglia, solo violenza sempre più cieca e sempre più bestiale. Gli italiani assaliti non reagiscono, nessuno di loro è un guerriero da stadio. Quei biglietti sono stati venduti fuori dalla tifoseria ultras. Sono tutte famiglie, ognuno pensa solo a riparare l' altro. I reds si scatenano, vengono avanti ad ondate, lanciano sassi, hanno mazze di ferro, pezzi di bottiglia, soprattutto sono esaltati dalla fuga del nemico. Alle 19,24 cinquemila tifosi italiani si spingono furiosamente a vicenda cercando una via di uscita. Le porte d' ingresso sono due, ma sembra siano chiuse dall' esterno per motivi di sicurezza. Davanti hanno le reti di recinzione del campo, alle spalle un muro alto due metri che scende dalla cima della gradinata fino a terra. Travolgendosi l' uno con l' altro, come una marea autodevastatrice, si spingono tutti nell' ultimo angolo di stadio possibile. In cinquemila si ritrovano tra muro e filo spinato, in cinquemila travolgono tutto. Il muro crolla di schianto, la gente cade con violenza una sull' altra. Una pila tragica e grottesca di corpi che non possono respirare mentre gli altri vanno ad uccidersi sul filo spinato. Alle 19,32 cala su tutto un silenzio lunare, assoluto, tremendo. Sulle gradinate ci sono centodue persone che non danno cenni di vita, trentanove moriranno. Succede di tutto. Panico, orrore, tragedia, perfino farsa. Mentre si organizzano i soccorsi la polizia arresta uno sciacallo. Stava rubando la macchina fotografica ad un cadavere. Giovani inglesi intanto pisciano e fanno smorfie sui corpi senza vita di altri tifosi. La città finalmente si mobilita. Vengono requisiti tutti i taxi, si fanno appelli a tutti i medici di Bruxelles disponibili. Il traffico è bloccato, in una città grande quasi quanto Milano possono circolare solo le ambulanze e chiunque trasporti feriti. Alle 21,03 sono ricoverate trecentosettanta persone. Si decide che la partita deve essere giocata per motivi di ordine pubblico. In realtà si aspettano i reparti di pronto intervento che sono stati chiamati da tutto il Belgio. Alle 23,30 quando la partita finisce, duemilatrecento agenti incanalano la gente lungo tetri corridoi di camion e li accompagnano guardati a vista fino ai pullman. Si teme che molto possa ancora succedere. La città è in stato d' assedio. Per le strade non un' anima viva. Tutta Bruxelles ha visto il massacro in diretta alla televisione. Tutti hanno paura che si scateni adesso la caccia all' uomo. La tragedia sembra però finalmente aver placato tutti. Masse di tifoserie si ritrovano alla stazione centrale e all' aeroporto. Qualcuno grida, qualcuno ha ancora la forza della rabbia, ma quasi dovunque c' è un silenzio sgomento. La notte si chiude con otto arresti, tutti inglesi. Sono accusati di brutalità ed atti osceni. Uno è stato chiuso in una camicia di forza e portato direttamente in manicomio. All' alba i battelli da Ostenda cominciano a riportare gli inglesi nella loro terra. Pochi minuti dopo all' ospedale militare sei medici legali iniziano le autopsie sui cadaveri. Alle 7 il sole è ormai alto. La polizia allenta la morsa. "La notte è passata senza che sia successo nulla" segnala. E sembra quasi vero.

(da R
epubblica del 31 maggio 1985)   Sommario Articoli

 

 

Una coppa da restituire

di Gianni Rocca

Da dove cominciare per comprendere ciò che è accaduto a Bruxelles? I dati di fatto e le immagini televisive, col loro carico di angoscia e di raccapriccio, si mescolano. Come si fa ad essere lucidi e freddi di fronte alla "morte in diretta" intrecciata con una gara di calcio? Eppure un' analisi va tentata, uno sforzo per riportarci alla ragione va compiuto. Ed a spingerci alla riflessione c' è la sensazione che sentiamo diffondersi nelle persone civili: difficilmente d' ora in poi - e chissà per quanto tempo - si potrà fare a meno di coniugare il gioco del calcio con l' eccidio dello stadio Heysel. Quel dramma ci ha cambiati. Non potremo più essere quelli di prima. E allora cominciamo. Dai tifosi inglesi, in primo luogo. Violenze negli stadi sono segnalate da ogni parte del mondo, Unione Sovietica compresa. Il "mal sottile" della nostra epoca ha contagiato ogni parte del globo: dalla "civile Europa" ai paesi del Terzo mondo. Ma se nessuno può scagliare la prima pietra, è certo che la tifoseria inglese da molti anni a questa parte ha assunto un triste primato. C' è, in queste ore, chi tenta di criminalizzare un intero popolo, quello britannico, per ciò che è accaduto. La reazione sdegnata del governo di Londra e dei massimi responsabili contro il teppismo sportivo del loro paese comprova la consapevolezza della gravità del fenomeno e la precisa volontà di non coprirlo. Bene, ma che alle parole seguano i fatti. Un paese civile come l' Inghilterra non può restare fermo a generiche recriminazioni. Di fronte al massacro di Bruxelles occorre un segnale ben preciso, una N riparazione verso i morti, i grandi dimenticati della tragedia. Si proibisca ai tifosi inglesi, fino a quando non vengano adottate tutte le garanzie necessarie, di seguire le loro squadre all' estero. Ovunque sono stati hanno lasciato una scia di lutti, di vandalismi, di ubriachezze di massa, violente e moleste, uno spettacolo complessivo di inciviltà. La signora Thatcher è conosciuta nel mondo come la "signora di ferro". Ecco, lo dimostri, dispieghi per lo meno la stessa energia con cui ha contrastato lo sciopero dei suoi minatori. Proseguiamo nell' analisi chiamando in causa gli organizzatori di quella che doveva essere una serata sportiva. Quali garanzie hanno richiesto, quali controlli hanno esercitato i dirigenti del calcio europeo per uno spettacolo sul quale pesava tanta e ben conosciuta tensione? Era Bruxelles la sede adatta? Era quello stadio sufficientemente capiente? Quali misure di polizia sono state sollecitate, ben conoscendo i tristi bilanci di precedenti manifestazioni? O gli uomini che dirigono l' Uefa credono che i loro compiti si esauriscano nei sorteggi? Non sanno, essi, che cos' è diventata, per la posta in gioco, una finale internazionale di calcio? Oggi, anche i dirigenti dell' Uefa debbono rispondere di quei morti, i grandi dimenticati della tragedia. Troppo facile, N dopo, scaricare ogni colpa sulle autorità belghe. Che indubbiamente esistono, eccome. Chi pagherà a Bruxelles per l' inadeguatezza delle forze di polizia, incapaci e impotenti? Chi dovrà rispondere della mancata "strategia" nei compiti dell' ordine pubblico, priva addirittura di quell' elementare norma di sicurezza, ormai unanimemente accettata, che impone la divisione "fisica" fra le due schiere di sostenitori? E' altamente apprezzabile la visita dei reali del Belgio alle povere salme. Ma perché quel saluto non resti formale e genericamente pietistico, il governo belga punisca chi ha dato prova di così patente incapacità professionale. E veniamo alla tifoseria italiana, duramente brutalizzata e che ha nelle sue file il maggior numero di vittime. La Tv ha dimostrato, in modo inoppugnabile, l' aggressione di massa dei N supporters del Liverpool. Ed a loro è giusto che sia ascritta la responsabilità principale. Ma davvero nelle schiere juventine non si annidavano gruppi di teppisti? L' avvio degli incidenti non è forse avvenuto nel primo pomeriggio a Bruxelles, quando un tifoso della squadra inglese è stato accoltellato a morte da un italiano? E che dire di quei drappelli di "fans" juventini che prima dell' inizio della gara hanno ripetutamente bersagliato gli agenti di polizia, sfidandoli ad una reazione più che giustificata che, per fortuna, non c' è stata? Possiamo dimenticare l' austriaco accoltellato a morte a Milano, il tifoso romano ucciso da un razzo, le infinite scene di violenza dentro e fuori i nostri stadi, le carrozze ferroviarie e gli autobus distrutti o saccheggiati dalle turbe dei tifosi italiani in viaggio per la penisola? Anche da noi il gioco del calcio è diventato, per i miliardi investiti e per gli interessi coinvolti, un detonatore di follie collettive. Possiamo continuare ad attribuire tutte le colpe a sparute minoranze di facinorosi o non dobbiamo invece porci il problema di un fenomeno degenerativo che si sta allargando a macchia d' olio? A Bruxelles si è giocato per motivi di ordine pubblico - è stato detto - perché si temeva che l' annuncio della sospensione della gara potesse provocare altri lutti, altri scontri. Ma allora, che senso hanno avuto le partecipate telecronache, dopo il gol di Platini, il tripudio finale dei giocatori bianconeri, lo sventolio delle bandiere del club, l' assordante carosello di auto fino a tarda notte a Torino per celebrare il successo? E tutto ciò mentre migliaia di famiglie impazzite dal dolore cercavano per telefono di aver notizie dei loro cari presenti a Bruxelles. Questo sdoppiamento tra il rispetto per la morte, l' antico e profondo patrimonio di ogni cultura, e la gioia della vittoria non testimonia forse in modo incontrovertibile che la sfida sportiva è ormai di natura guerresca? E' contro questa logica che dobbiamo insorgere. A Bruxelles si è giocata una "finta" partita: gli atleti sono stati mandati in campo per evitare altri drammi. Quella Coppa che ieri mattina i calciatori della Juventus agitavano al loro rientro a Torino è macchiata di sangue. Non può essere esposta, senza un moto di raccapriccio, nella bacheche dei trofei di una squadra come la Juventus, che passa per la "signora" del calcio italiano. Anche pubblicazioni recenti hanno accreditato la tesi di uno "stile Juventus", anzi di uno "stile Agnelli". Rifletta il presidente di quel club, così amato e popolare, quale lezione darebbe al mondo sportivo rinunciando al simbolo di una vittoria carica solo di dolore. E quale lezione impartirebbe agli inventori del "fair play" se proponesse di rigiocare la gara, a tempo debito, in diverse condizioni, come prologo ad un modo nuovo di fare football. Se su quelle bare allineate a Bruxelles non c' impegneremo, ciascuno per la sua parte, a trarre partito da ciò che è accaduto, il calcio non avrà vita lunga. Altre violenze, altri lutti lo renderanno sempre più sport inviso, plebeo, incivile. E non resterà che praticarlo a stadi vuoti, davanti ai freddi occhi delle telecamere.

(Da Repubblica del 31 maggio 1985)   Sommario Articoli

 

 

 

Fascisti del National Front

in mezzo ai tifosi del Liverpool

di Paolo Filo Della Torre

LONDRA – Sono le prime ore di giovedì mattina, nelle vicinanze delle bianche scogliere di Dover ci sono soltanto fotografi, operatori e qualche reporter ad accogliere le navi che trasportano i tifosi del Liverpool, fatti partire con tutta fretta dal Belgio dopo il massacro allo stadio di Heysel. Sbarcano alcune migliaia di giovanotti dall’ aria stralunata, molti hanno maglioni dello stesso colore, il rosso, della squadra del cuore. Altri sono avvolti nella Union Jack. Nessuno ha la giacca o la cravatta, non mostrano alcuna cura di se stessi: sporchi, barbe non rasate, abiti sgualciti. Alcuni appaiono tristi, avviliti, scossi dalla tragedia della sera, tra loro c’ è chi giura che non metterà più piede in uno stadio ma altri sono polemici rifiutando ogni responsabilità: danno la colpa ai belgi e c’ è persino chi afferma: “Gli italiani ci avevano picchiati lo scorso anno a Roma. Noi avremmo voluto dare loro una piccola lezione a Bruxelles. Se non si fossero fatti prendere dal panico e non fossero tutti scappati nella stessa direzione, il muro non sarebbe crollato”. I bobbies che in questa occasione sono efficientissimi, li fanno marciare rapidamente verso i treni speciali che li riporteranno a Nord. L’ operazione sbarco-partenza dura pochi minuti. Quattro ore dopo i treni arrivano a Liverpool. E’ una città piena di orgoglio per i suoi pochi gioielli residui, più splendenti di tutti le due formidabili squadre di calcio. I tifosi britannici hanno una lunga tradizione di violenza. Desmond Morris nel suo studio sul comportamento degli sportivi inglesi, li ha definiti un “tribal disaster” ed è risalito agli inizi del secolo per analizzare gli orrori del loro comportamento. Ancor di recente, ventitrè anni fa, il Glasgow Ranger fu squalificato a Barcellona per il comportamento dei suoi fans. Lo stesso è avvenuto per il Tottenham nel 1974. Un anno dopo furono quelli del Leeds a seminare terrore a Parigi. Nel ‘ 77 e nel 1982 fu la volta del Manchester. Ma le squadre di Liverpool erano sempre state al disopra di ogni sospetto. Adesso, come ha scritto oggi un quotidiano popolare, l’ immagine del grande Liverpool si è macchiata in un pozzo di sangue italiano in Belgio. I parlamentari della città sono unanimi nel loro giudizio, malgrado la differenza delle loro etichette: “Liverpool sente il peso della vergogna”. Afflitti per la umiliazione subita ad opera dei loro concittadini, appaiono gli abitanti di Liverpool. I pubs sono vuoti, la gente cammina a testa bassa, è difficile vedere qualcuno sorridere. Joe Fagan, l’ allenatore del Liverpool dai nervi di ferro, intervistato dalla Bbc, ha tentato di sostenere le domande poi è scoppiato in un pianto di disperazione. Il sindaco ed il consiglio comunale avevano preparato una trionfale accoglienzaper la squadra di ritorno da Bruxelles, ma bandiere e stendardi sono stati listati a lutto ed il ricevimento cancellato. Il presidente del Liverpool John Smith, un maturo signore molto stimato, ha tenuto una conferenza stampa per informare il governo e l’ opinione pubblica di essere in possesso di prove sull’ impegno terroristico del National Front, i neo-nazisti britannici che con la complicità di altri personaggi dell’ Internazionale nera, si sono infiltrati tra i tifosi della squadra per alimentare tensioni e per aggravare gli incidenti. Bandiere e stendardi del National Front sono stati notati anche da numerosi osservatori allo stadio belga. Le prove di Smith saranno fatte pervenire al governo. Gli esponenti del “Fronte” hanno rivendicato la paternità dell’ azione davanti allo stesso Smith. La rete televisiva inglese Itv ha mandato in onda ieri un filmato in cui si vede un tifoso sparare contro la polizia. Il tifoso secondo la tv britannica veniva dagli spalti occupati dal pubblico juventino.

(Da Repubblica del 31 maggio 1985)   Sommario Articoli

 

 

 

 

Chi ha venduto i biglietti "proibiti" ?

di Salvatore Tropea

TORINO - E' stato il trionfo dei bagarini, sinistro, disinvolto, brutale. Con la tecnica di sempre, ma questa volta con un tremendo risultato di morte: 38 vittime per una manciata maledetta di soldi. La tragedia di Bruxelles, oltre che nella violenza dei tifosi del Liverpool e nell' inefficienza della polizia belga, trova la sua amara spiegazione anche in questo fenomeno che va prendendo corpo man mano che aumentano le testimonianze dei superstiti. Che ci facevano gli italiani nel famigerato settore "Z" funesto campo di battaglia dello stadio Heysel? Chi ve li ha portati e chi ve li aveva portati? Non era quello lo spazio riservato agli spettatori belgi? Certo che lo era, soltanto che quei biglietti erano stati dirottati su Torino e su altre città italiane attraverso canali misteriosi. Si parla di alcune centinaia, forse addirittura di qualche migliaio ma è difficile dirlo. Anche perché a complicare ulteriormente la situazione non sono mancati i tagliandi falsi. Racconta la titolare di un' agenzia di viaggi di Rivoli: "Abbiamo acquistato una cinquantina di biglietti da un signore che li aveva comprati a Bruxelles per poi organizzare, senza riuscirvi, un pullman di tifosi. Il resto ce lo ha venduto la Ventana Viaggi in modo del tutto regolare". Ventana ha organizzato due voli vendendo il biglietto per la partita compreso nel viaggio; quasi tutte le tribune ottenute dalla Juventus. Altre società di viaggi come la FrancoRosso hanno però dovuto comprare i biglietti a Bruxelles "perché in Italia la Federazione non ne aveva più". Che fossero in circolazione biglietti comprati fuori piazza lo si era capito prima ancora dell' incontro. Lunedì scorso, quando mancavano meno di 48 ore alla partita su alcuni giornali le compagnie di viaggi pubblicizzavano i voli charter per la finalissima di Bruxelles. E pensare che a quella data la disponibilità ufficiale di biglietti per l' Italia doveva essere esaurita da un bel pezzo. Proviamo a vedere come ha funzionato questo meccanismo. Ne parliamo con Francesco Morini, già calciatore della Juve oggi direttore sportivo dei bianconeri. "Come società" spiega "abbiamo avuto in tutto 14 mila biglietti di cui 11 mila della curva opposta a quella degli incidenti e 3 mila di tribuna. Eravamo disperati per la limitatezza del numero, ma ci siamo accontentati. Non c' era altro da fare. Abbiamo distribuito meticolosamente quanto avevamo tra tutti i nostri clubs sparsi per l' Italia e su precisa prenotazione". A conti fatti, secondo Morini, la disponibilità in Italia è stata di un biglietto ogni 30 tifosi juventini. "Forse abbiamo scontentato molte persone ma non avevamo altra scelta. Tant' è che non abbiamo venduto un solo biglietto al nostro botteghino". Ben diversa era però la situazione in Belgio. "Quando ci sono queste partite" osserva infatti il direttore sportivo della Juventus" i bagarini si scatenano ed è difficile controllarli. A Bruxelles, per esempio, facendo un po' di coda una persona poteva comprare fino a tre biglietti. Famiglie intere lo hanno fatto e poi hanno rivenduto ai bagarini che hanno commerciato i biglietti in Italia". Anche nella Galleria San Federico, davanti al portone della F.C. Juventus? "Può darsi" ammette Morini "ma non sarebbe stata la prima volta. In passato abbiamo persino provato a chiamare la polizia. Ma se non li si pesca con le mani nel sacco, e non è sempre facile, è impossibile intervenire. Sono gruppi organizzati di bagarini, italiani e stranieri, le facce di sempre, gente senza scrupoli". E quello che non sono riusciti a fare in Italia lo hanno fatto direttamente in Belgio. Ecco quanto testimonia Giancarlo Perruquet, capo storico della tifoseria bianconera torinese, da molti anni frequentatore instancabile dello stadio e mai assente nelle trasferte della Juventus: "Dalla Juventus abbiamo avuto 600 biglietti, non uno in più non uno in meno di quelli che servivano per organizzare i nostri pullman. Li abbiamo distribuiti attentamente attraverso i nostri capi comitiva. Ma quando siamo arrivati a Bruxelles abbiamo visto gente che vendeva biglietti in tutti gli angoli delle strade. Evidentemente tutti coloro che, al di fuori delle nostre organizzazioni, erano partiti senza biglietto l' hanno potuto comprare sul posto". Anche nel superclub juventino di via Boggino, il più autorevole nel panorama della tifoseria torinese, assicurano di non aver portato a Bruxelles persone prive di regolare biglietto. Ma anche loro confermano che molta gente è arrivata in Belgio non organizzata. "E' probabile" dicono "che abbiano comprato il biglietto sul posto finendo nel settore Z riservato ai locali". Del resto anche i controlli sugli ingressi devono essere stati alquanto carenti e approssimativi. Come testimonia il racconto di un ragazzo di Torino. Incontrato al suo rientro da Bruxelles: "Sono andato fino a Livorno a comprare un biglietto che mi è costato 160 mila lire e allo stadio nessuno me lo ha controllato". Come è entrato? Semplice. "Come molti altri ai quali nessuno prestava attenzione". E con questi criteri in tanti sono finiti nel settore della morte.

(Da Repubblica del 01 giugno 1985)   Sommario Articoli

 

 

Quella inutile riunione in tribuna

di Gianni Minà

TRE GIORNI dopo la tragedia, siamo in grado di ricostruire la grottesca riunione svoltasi all' interno dello stadio "Heysel", alle spalle della tribuna d' onore: otterremo il quadro completo della superficialità, della presunzione delle autorità belghe addette alla sicurezza dello stadio. Erano circa le 20.30, più d' un' ora dopo l' inizio della tragedia e solo allora questi soloni si riunivano per prendere decisioni. Tutto questo cinico distacco contrastava invece con l' efficienza del servizio di soccorso civile. In quel breve lasso di tempo infatti erano già state organizzate tende da campo, autoambulanze, elicotteri per il trasporto dei feriti. Vigili del fuoco e Croce Rossa lavoravano con umanità ed efficienza malgrado l' angoscia per la portata del dramma, mentre il Borgomastro di Bruxelles, bicchiere di whisky in mano, era preoccupato solo di far chiudere bene le tende della vetrata della sala perché la gente che fuori si affannava fra disperazione, rabbia, solidarietà e dolore non si accorgesse di loro. Erano riuniti con il Borgomastro che in Belgio ha funzioni anche di prefetto, il commissario coordinatore del servizio allo stadio, Monsieur Poels, il presidente dell' Uefa Georges (francese), il vicepresidente lo svizzero Braun Gartner, e, oltre a Boniperti e al presidente del Liverpool, anche i ministri De Michelis e Nicolazzi, il presidente della Federcalcio Sordillo con il segretario Borgogno e i dirigenti della Federazione belga maldestra, per non dire sciagurata organizzatrice della finale di Coppa Campioni. Dentro, nella sala della tribuna d' onore il commissario Poels aveva intanto cercato di difendere il suo operato sostenendo che il piano per il controllo allo stadio era stato preparato accuratamente e che quindi tutto era successo per una tragica fatalità o una insensata, imprevedibile iniziativa dei tifosi del Liverpool. Poels mentiva sui controlli, perché gli stessi scampati dalla carneficina del settore "Z", ci avevano mostrato un attimo prima feriti, stracciati, o impauriti, le loro borse o i loro tascapane che nessuno aveva mai controllato all' entrata, ma almeno lui cercava di essere preciso, obiettivo. Il Borgomastro di Bruxelles lo smentiva dicendo che tutto era dovuto all' incontenibile aggressività di due fazioni esagitate e violente come quelle dei tifosi del Liverpool e della Juve. Sordillo e Boniperti si battevano subito, data la tragica situazione venutasi a creare, per la non effettuazione della partita. Ma non venivano assecondati. Il comportamento dell' Uefa e della Federazione belga faceva sorgere il dubbio, atroce ma legittimo, che più che l' ordine pubblico o la morale di quello che stava succedendo, interessasse l' incasso da restituire al pubblico oltre ai contributi da ridare agli sponsor presenti con i cartelli allo stadio Heysel. E poi le "querelles" dell' assegnazione della Coppa a tavolino, e i problemi di stabilire la responsabilità oggettiva di quelli del Liverpool piuttosto che di quelli della Juve. Marionette nelle mani di questi cinici burattini diventavano i giocatori delle due squadre. Alcuni di quelli della Juve erano andati poco prima, di loro iniziativa, in mezzo ai loro tifosi, acquartierati nella curva opposta a quella della tragedia, per coscientizzarli. Poi si giocava la partita, tra finzione e realtà e al gol di Platini si capiva che la gente nello stadio, anche la maggior parte degli italiani non aveva capito o non era riuscita ad intendere la portata del dramma. Dieci minuti prima che la rappresentazione finisse tutti i burattinai, fino in fondo inadeguati alle loro responsabilità, se la filavano dallo stadio. Un anonimo dirigente belga consegnava a Scirea una Coppa nello spogliatoio perché la facesse vedere ai tifosi juventini. Sull' aereo che la mattina dopo da Bruxelles ci portava a Città del Messico quattro giocatori della Juventus, Tardelli, Rossi, Scirea e Cabrini ancora stravolti dalla terribile esperienza, spiegavano imbarazzati la loro posizione. "La nostra società e noi non volevamo giocare per rispetto dei nostri morti. Ce l' hanno imposto i dirigenti dell' Uefa e della polizia belga per motivi di sicurezza. Una volta in campo ci siamo resi conto che il pubblico, anche quello italiano, era completamente all' oscuro o poco informato delle reali dimensioni della tragedia. Questa realtà è stata chiara al momento del gol di Platini. Abbiamo comunque continuato a giocare schiacciati da una responsabilità enorme per evitare altri possibili incidenti. La nostra responsabilità era ancora più grande per la latitanza di coloro che ci avevano imposto di giocare e che alla fine della partita erano tutti spariti. Ci hanno consegnato una Coppa e ci hanno detto di mostrarla ai nostri tifosi". "Non ci rimaneva che terminare la nostra recita. L' abbiamo fatto. Nessuno è venuto a dirci niente. Ci hanno solo raccomandato di rimanere nella metà campo dello stadio dove c' erano i tifosi della Juventus. Non sapevamo assolutamente che fare, se dirigerci verso il luogo del disastro e magari eccitare ulteriormente gli animi oppure recitare soltanto fino in fondo il ruolo che ci avevano chiesto. Lo abbiamo fatto con la morte nel cuore e speriamo soltanto che nessuno ci chieda più una cosa simile, mai più".

(Da Repubblica del 01 giugno 1985)   Sommario Articoli

 

 

E al rientro lacrime e tricolori

MILANO - (C.B.). "Mario, Mario", grida aggrappandosi al feretro uno dei quattro fratelli di Mario Spanu, 41 anni, caduto allo stadio Heysel di Bruxelles. "Non è vero", sussurra tra i singhiozzi un altro parente; poi si accascia sul cemento della pista. I barellieri lo caricano su una ambulanza. "Mario, Mario" urla ancora il fratello di Spanu agitando un fazzoletto bianco mentre la bara avvolta in un drappo tricolore si allontana sul carro funebre messo a disposizione dal Ministero degli Interni. Alle 13,45, novanta minuti di ritardo sul previsto, atterra sulla pista militare di Linate il primo dei due Hercules C 130 della 46 Aerobrigata Pisa che trasportano le vittime di Bruxelles. Una lunga rullata, poi il quadrimotore si ferma sul piazzale: dal portellone posteriore già aperto si intravede la prima delle otto bare sistemate a bordo. E' quella di Domenico Ragazzi, 43 anni, muratore. A Ludriano, 800 abitanti nella provincia Bresciana, allenava la squadra di calcio dell' oratorio. Celibe, lascia sette sorelle e due fratelli. Dal paese son venuti in sessanta ad attenderlo: hanno portato la bandiera con lo stemma, nessuno avrà il coraggio di aprirla. Un ufficiale dell' Aeronautica chiama i parenti del secondo feretro mentre lo trasportano fuori dalla carlinga. Una dopo l' altra, Don Mario, cappellano della 1 Regione Aerea, benedice le bare di Gianfranco Sarto (27 anni, di Rovigo), Mario Spanu (di Novara), Amedeo Spolaore (55 anni, Bassano del Grappa), Mario Ronchi (43 anni, Bassano), Antonio Ragnanese (29 anni, Brugherio) e Sergio Mazzino (38 anni, Cogorno). Nella carlinga rimane il corpo di Dionisio Fabbro (51 anni, Udine) che riparte per Ronchi dei Legionari. Accanto all' aereo il Prefetto di Milano, Enzo Vicari. Antonio Ragnanese, dentista, lascia la moglie Carla ed un figlio di 6 anni, Pierluca. Uno dei tre fratelli, Ciro, era al suo fianco quando è iniziata la tragedia. Il dolore è troppo forte per la moglie, una sorella ed un altro fratello: si lasciano cadere, con l' ultimo grido strozzato in gola. E' un accorrere di ambulanze: la gente grida, i militari fanno barriera al di là delle transenne. Alle 14,04 atterra il secondo Hercules con a bordo altre otto bare. Inizia l' appello che strazia l' aria di gemiti: Tarcisio Salvi (45 anni, Brescia), Francesco Galli (25 anni, Calcio), Claudio Zavaroni (29 anni, Reggio Emilia), Barbara Lusci (58 anni, Genova), Domenico Russo (26 anni, Moncalieri) e Giovacchino Landini (50 anni, Torino). Nella carlinga, destinazione Pisa, i feretri di Bruno Balli (50 anni, Prato) e Giuseppina Conti (16 anni, Arezzo). Francesco Galli (ultimo di 11 fratelli) giocava come mediano nell'Amatori Kals di Calcio, nel bergamasco: era sulla curva Z con altri tre amici, poi è sceso più in basso perché, piccolo di statura, vedeva a fatica il campo. Gli altri si sono salvati. Sono tornati in Italia con la sua Mercedes di seconda mano. Domenico Russo, elettricista, lascia la moglie Tiziana incinta di 7 mesi: la madre lo ha riconosciuto cadere e scomparire sotto gli altri durante la ripresa televisiva, o almeno ne è convinta. Il lento succedersi dei carri funebri si confonde nel carosello delle ambulanze. Per i funerali bisognerà prima attendere l' autopsia disposta dalla Procura romana. L' Hercules C 130 diretto a Roma atterra a Ciampino attorno alle 15. A bordo, con i parenti di una delle vittime e il sottosegretario agli Esteri Susanna Agnelli, sei bare. Subito dopo l' atterraggio il velivolo viene parcheggiato ai bordi della pista accanto a due G 222 dell' Aeronautica militare. Qui ricevono la benedizione del cappellano di Ciampino e l' omaggio di un picchetto di avieri in alta uniforme. Due salme, quelle di Andrea e Giovanni Casula, 44 e 11 anni, padre e figlio, morti abbracciati l' uno all' altro, rimangono nella stiva dell' aereo da trasporto e ripartono poco dopo per Cagliari. Le altre quattro, avvolte nel Tricolore sono scaricate e subito ricaricate sui G 222 in attesa. Due bare, quelle di Roberto Guarini, un ragazzo di 21 anni il cui padre è rimasto ferito, e quella di Benito Pistolato, 50 anni, titolare di un negozio di bigiotteria a Bari decollano pochi minuti dopo per il capoluogo pugliese; quella di Luciano Papaluca, residente a Milano ma originario della provincia di Reggio Calabria, e di Eugenio Gagliano, 35 anni, partono sull' altro G 222 dirette a Lametia Terme e Catania.

(Da Repubblica del 02 giugno 1985 )   Sommario Articoli

 

 

Platini e Tacconi visitano i feriti

BRUXELLES: I giocatori della Juventus Michel Platini e Stefano Tacconi, accompagnati dal direttore sportivo Francesco Morini, ieri hanno visitato ventidue degli italiani ancora ricoverati negli ospedali di Bruxelles. Per i dodici più gravi i medici non hanno concesso l' autorizzazione. Delle persone rimaste ferite mercoledì nello stadio Heysel cinque sono in coma negli ospedali Saint Pierre, Uvb, Saint Jean, Saint Luc e Franois. La prognosi è riservata anche per quattro che si trovano all' ospedale Erasmo. Intorno alla tragedia un altro mistero: Marco Manfredi, 41 anni, di Moncalieri risulta ancora disperso. Era allo stadio con un amico che, al momento dell' attacco dei tifosi del Liverpool, l' ha perso di vista. I familiari di Manfredi, arrivati a Bruxelles, hanno invano girato per tutti gli ospedali.

(Da Repubblica del 02 giugno 1985)   Sommario Articoli

 

 

 

Solo Soldati grida: "Brava Juve"

di Franco Recanatesi

ROMA - C' era una volta, par di capire da certe cronache e da certi commenti sulla tragica partita di Bruxelles, il sussiegoso, signorile, impenetrabile stile - Juventus. Una società e una squadra che si erano distinte da sempre per alcune diversità rispetto agli altri club di calcio: lontana dalle bufere e dalle polemiche di cui il mondo del pallone si nutre, mai dichiarazioni men che corrette, sportività come parola d' ordine. Che cosa è successo a Bruxelles? E' successo, a detta di taluni osservatori, che anche lo stile - Juventus è stato travolto dalla tragedia. In molti hanno provato imbarazzo o insofferenza nell' assistere al festoso giro di campo degli atleti torinesi. E all' immagine di Brio che sorridente brandiva la Coppa in cima alla scaletta dell' aereo che aveva riportato la squadra a Torino. E alle parole di Gianni Agnelli prima e di Giampiero Boniperti poi: "La Coppa è vinta", "un successo che aspettavamo da anni". Si può gioire per una vittoria conquistata in così tragica occasione? Ed è stata una vera vittoria? Ecco la prima risposta. Appartiene a Mario Soldati, scrittore ma prima di tutto, come egli stesso ha più volte sottolineato, tifoso juventino. Scalfito lo stile - Juventus? Neanche per sogno, afferma Soldati. "La Juve si è comportata in maniera perfetta. Chi condanna il tripudio dei giocatori sul campo dell' Heysel, dimentica forse che loro non potevano conoscere l' esatta dimensione del dramma. E non sa che, una volta in campo, una squadra che abbia orgoglio e carattere gioca con animo, dimentica ogni condizionamento esterno, pensa a battere l' avversario e basta". Soldati, non le sembra di esagerare? No, a lui non sembra. Anzi, aggiunge: "Io sono un crociano, mi piace distinguere. Da una parte c' è l' orrore per quei morti, dall' altra c' è l' evento sportivo. Non mi vergogno a dirle di aver gioito per quella vittoria. Erano anni che noi juventini l' aspettavamo". Anche se ottenuta malgrado o in coincidenza di quelle atrocità? "Caro mio, la vita è un' atrocità". Non deflette il super-juventino Soldati, dalle sue convinzioni. Le pressioni esercitate da più parti, affinché la società torinese restituisca il trofeo in segno di lutto, addirittura lo irritano: "Sarebbe come punire la Juventus. E' assurdo. Bisognerebbe piuttosto ricompensarla per le condizioni in cui ha saputo ottenerla". Italo Calvino non professa fede juventina, ma per il calcio nutre una discreta passione. Ha assistito all'intera telecronaca da Bruxelles, ricavandone impressioni diametralmente opposte a quelle di Soldati. Ammette: "Da principio anch' io ho provato una naturale soddisfazione per lo smacco sportivo - almeno quello - subìto dai tifosi del Liverpool. La gioiosa scorribanda dei giocatori per il campo, però, mi è sembrata inopportuna. Di fronte ad una tragedia di quella portata, ciò è risultato disumano". Calvino avrebbe preferito che la partita non si giocasse affatto. "Capisco che l' evacuazione dello stadio costituiva un grosso problema, eppure le squadre avrebbero dovuto rifiutarsi di giocare. Con quale animo, con quali forze hanno potuto farlo?". E adesso, Calvino, come si può rimediare? "Ormai è andata com' è andata. Rifare la partita? Restituire la Coppa? No, non sono molto sensibile a questi simbolismi". Un altro letterato, Luigi Malerba, non ce l' ha fatta a seguire fino in fondo quello "spettacolo agghiacciante". Dopo le notizie della carneficina, dice, ha visto soltanto qualche spezzone di partita. "Ancora oggi non mi piace parlarne. L' insieme, dalla furia omicida dei tifosi del Liverpool al giro di campo dei giocatori juventini, mi fa orrore". Dalla letteratura alla politica, l' analisi sullo stile-Juve cambia poco: a Bruxelles s' è intaccato, della patina di "diversità" son rimaste deboli tracce. A manifestare la propria delusione son tutti juventini di antica fede. Come il vice presidente del Consiglio ed ex calciatore Arnaldo Forlani ("Ho riportato un' impressione pietosa"). Come il dirigente del Pci Walter Veltroni: "In me è rimasta molta amarezza, ho sperato fino in fondo che la partita non fosse valida. Ma la cosa che più mi ha addolorato è stato il festoso carosello di automobili per le strade di Torino. Clacson, grida e inni di gioia sotto le finestre di decine di persone attanagliate dall' angoscia". Il rimprovero di Sergio Segre, piemontese, parlamentare europeo, è secco e tagliente: "Al posto dei giocatori bianconeri, sarei stato più torinese e asciutto di fronte al dramma. Quella specie di balletto finale dovevano proprio risparmiarcelo".

(Da "Repubblica" del 02 giugno 1985)   Sommario Articoli

 

 

L'Uefa stanzia 350 milioni per le vittime

BERNA - L' Uefa verserà 500.000 franchi, circa 350 milioni di lire, alle famiglie delle 38 vittime dello stadio Heysel. In un comunicato emesso dall' associazione del calcio europeo si parla di "contributo spontaneo di solidarietà". I 500.000 franchi saranno prelevati dal "fondo speciale di soccorso" e saranno versati direttamente ai parenti delle vittime "in segno di simpatia".

(Da Repubblica del 06 giugno 1985)   Sommario Articoli

 

 

"Dopo tanto dolore finalmente una luce"

PONSACCO - "L' avevo sentita urlare sotto un mucchio di corpi. Aveva il naso e gli occhi sporchi di terra. L' ho tirata fuori da lì e le ho fatto la respirazione bocca a bocca. Quando sono stato sicuro che fosse ancora viva ho trascinato Carla verso un' autoambulanza: sono andato con lei all' ospedale". E' arrivato ieri mattina all' aeroporto di Fiumicino: 27 anni, i capelli tagliati cortissimi, una maglietta celeste ed un paio di jeans. John Welsh, il tifoso del Liverpool che il 29 maggio all' Heysel Stadium, ha salvato la vita a otto italiani rimasti feriti negli incidenti si è incontrato ieri sera a Ponsacco con Laura Gonnelli, sopravvissuta miracolosamente a quella lunga e terribile notte. Si sono abbracciati davanti alle telecamere della televisione. Lui le ha dato una rosa, un bacio su una guancia, ed una carezza. Si sono seduti su un divano e John ha cominciato a ricordare quei momenti. La calca, la paura delle persone. "Ho visto mucchi di gente morta. Dicevo a tutti di andare indietro; ma parlavo inglese, nessuno mi capiva. Ho aiutato otto persone: le ho tirate fuori da lì una dopo l' altra. Poi non ce l' ho fatta più. Ho accompagnato Carla all' ospedale. Volevo tornare dai miei amici, ma la ragazza si agitava, muoveva le braccia, le gambe. Ed allora sono salito anch' io sull' autoambulanza: l' ho accompagnata fino all' ospedale. Erano tutti sdraiati in terra, un inferno. Ho aiutato un dottore a mettere la flebo a Carla: la tenevo per le gambe e per le braccia. Prima di andare via ho preso la sciarpa della Juve che avevo al collo e l' ho gettata sul letto. Con quella le hanno legato i piedi". Carla Gonnelli invece non può ricordare. Che il padre fosse morto glielo avevano detto soltanto due giorni dopo quando si risvegliò dal coma all' ospedale Uvb di Jette. "Non so nulla. Ricordo solo la fuga, gli incidenti con gli inglesi. Mio padre non l' ho visto più, non ho visto più nessuno di quelli che conoscevo". Ha sorriso per la prima volta dopo tanti giorni. "Finalmente è un giorno felice per me. Grazie, ti debbo la vita". John Welsh abita a Liverpool, al numero 80 di Wellington Road, quartiere di Dingle. Ha un piccolo pub, il "Prince of Wales" che però sta per chiudere. La birra non si vende, il padre lo ha messo in liquidazione. Sposato, con due figli, tra pochi giorni si troverà senza un lavoro. A Bruxelles era andato insieme allo zio Richard, 25 anni: anche lui si è prodigato per aiutare le centinaia di feriti del settore Z. "Vorrei incontrare - ha proseguito John - alcune di quelle persone che ho visto lì due settimane fa. Sono cattolico, mi piacerebbe anche vedere il papa". Parla senza troppa voglia, portandosi continuamente il palmo della mano sulla fronte. "Non sto bene, sono quindici giorni che non dormo, prendo tranquillanti, ma non servono a nulla. Quando mi vedo in mezzo alla folla mi vengono i brividi, non posso più stare in mezzo alla gente. Quando sono tornato a Liverpool sono stato preso da una crisi di nervi. Mia moglie ha dovuto chiamare un dottore perché si era messa paura". Lo zio di John, Richard verrà in Italia lunedì, portando con se anche la moglie ed i figli del nipote. Si uniranno alla delegazione del comune di Liverpool, composta da autorità civili, militari, religiose, sociali e sportive, che andrà a far visita a Torino. Da giovedì tutta la famiglia Welsh si concederà una settimana di vacanza sulle spiagge di Rimini.

(Da "Repubblica" del 15 Giugno 1985)   Sommario Articoli

 

 

 

Heysel, l'ultimo morto

BRUXELLES - I morti sono ora 39. Ieri mattina all' ospedale Erasme di Bruxelles è morto Luigi Pidone, 31 anni, di Nicosia, in coma dal 29 maggio. Da parecchi giorni le sue condizioni si erano aggravate, i medici belgi non speravano ormai più di salvarlo. Al settantasettesimo giorno di coma il suo fisico non ha retto più, sono insorte complicazioni che gli sono state fatali. Alle 14,49 il dispaccio dell' Ansa ha dato la notizia: 39 le vittime in totale, di cui 32 italiani. Luigi Pidone, come tutti gli altri tifosi rimasti uccisi quella terribile notte, si trovava il 29 maggio nel settore Z dello stadio Heysel. Poco dopo le 19 gli incidenti, la fuga della gente impazzita. Gli infermieri lo raccolsero che era già privo di conoscenza: fu portato in ambulanza all' ospedale dove è stato ricoverato fino a ieri mattina. Nonostante le cure intensive, non si è mai risvegliato dal suo stato di incoscienza. Un coma profondo che praticamente aveva già troncato la sua vita due mesi e mezzo prima. Adesso la salma sarà fatta rientrare in Italia, accompagnata da alcuni parenti. Ai familiari dello scomparso il ministro degli Esteri Giulio Andreotti ha già fatto pervenire un telegramma di condoglianze. Gli ospedali belgi, il Militair, l' Uvb di Jette, il Saint Jean, il Francais cominciano ormai a dimenticare la notte del 29 maggio, i 39 morti, le centinaia di feriti. Ormai non c' è quasi più nessuno ricoverato. E' rimasto soltanto un ferito, Giuseppe Vullo, le condizioni però vanno migliorando di giorno in giorno. Entro breve tempo i medici che lo curano dovrebbero consentirgli di tornare in Italia. Intanto il governo belga è in crisi: la commissione d' inchiesta ha infatti ritenuto il ministro dell' Interno Nothomb responsabile politico di quanto accadde quella notte allo stadio Heysel.

(Da Repubblica del 15 agosto 1985)   Sommario Articoli






Sciocchezze d'autore

Nella stupidità altrui, certo più facile da notare della propria, si possono trarre motivi di riso, di conforto o d' indignazione. A tre mesi esatti dalla strage del 29 maggio, ha riaperto l' Heysel per una riunione di atletica leggera. Allo stadio, tremila poliziotti pronti a tutto, quand' era chiaro che non sarebbe successo nulla, mentre il 29 maggio era chiaro che sarebbe successo qualcosa e di poliziotti ce n' erano pochissimi. C' è qualcosa di diabolico, se non di geniale, in questa perseveranza nell' errore, in quest' ottusità elevata a regola sociale. Dettaglio: Alberto Cova e un atleta inglese, Steve Jones, in apertura di riunione volevano portare un mazzo di fiori sulla tristemente famosa curva Z: gli organizzatori del meeting gliel' hanno proibito. Gesto che li qualifica ampiamente, ma chi vuole dimenticare (anche perché ha la coda di paglia) non deve aver più diritti di chi vuole ricordare. Per rimediare alla colpa di avergli rotto un muretto e sporcato un po' il prato, non bastava morire? Giusto non andare a correre in Sudafrica: ma è forse tempo di pensare a come boicottare, oltre al razzismo, anche la stupidità, quando si sposa all' arroganza.  (g.m.)

(da Repubblica del 01 settembre 1985)   Sommario Articoli

 

 

Bruxelles, un anno dopo

di Licia Granello

Otello Lorentini è il padre di una delle vittime di Bruxelles. Il figlio, Roberto, medico trentenne, morì travolto mentre tentava di rianimare Andrea Casula, il bimbo di 11 anni perito insieme al padre. A Lorentini si deve la creazione dell' associazione "Familiari delle vittime di Bruxelles", che da un anno si batte perché vengano perseguiti e puniti i responsabili del massacro. "Abbiamo lavorato duramente per poter attivare il procedimento penale, contattando tutti per corrispondenza. All'associazione hanno aderito 21 famiglie. Quattro hanno dato la loro adesione morale: è gente anziana, non ha più voglia di lottare. Gli altri hanno detto, no grazie. Andare avanti non è facile: ci sono notai che hanno chiesto 200.000 lire per autenticare la firma del mandato. E ci sono sindaci che a distanza di otto mesi hanno chiesto i soldi del funerale... Abbiamo trovato degli avvocati comprensivi, il loro patrocinio non ci costerà tantissimo. E abbiamo trovato un referente belga, fondamentale per il proseguimento del lavoro a Bruxelles. Il 12 giugno faremo un convegno a Roma sulla violenza. Il ministero degli Interni ci ha messo a disposizione Palazzo Barberini, i soldati ci hanno assicurato la messa a punto della sala e la stampa dei manifesti". Quante adesioni avete ricevuto finora? "Nessuna. Ci ha contattato solo la polizia, credo per motivi legati all' ordine pubblico. Mi ha telefonato Lattarugo, capo gabinetto del ministro degli Interni. Ah, si è fatto vivo anche Sordillo, dicendo che non può venire perché sarà in Messico, sa, i mondiali... Ha detto di non preoccuparci perché i soldi stanziati dalla Federcalcio arriveranno. Certo, adesso, con i mondiali... Abbiamo chiesto il patrocinio al Presidente della Repubblica, non ha risposto. Abbiamo chiesto l' intervento di Biagi, ci ha fatto scrivere dalla redazione di "Spot" che era impegnato altrove. Della Juventus non ci sono tracce, dopo il telegramma e la Corona inviataci per i funerali di Roberto. Aldo Ratti, direttore della "Fondazione Edoardo Agnelli" ha declinato cortesemente, forse si vergognava. O forse qualcuno gli ha suggerito di lasciar perdere".  Avete avuto altre notizie dal Belgio? "L' unica notizia è l' editto-farsa di Baldovino. I famosi sei miliardi sventolati a suo tempo non sono mai arrivati. Siamo venuti a sapere che per vittime si intendono coloro che stavano allo stadio dalle 19.15 in poi. E noi che stavamo dentro dalle tre, in che categoria stiamo? Dicono che ci rimborseranno le spese sostenute negli ospedali belgi, e il trasporto delle salme fino alla partenza dal suolo belga. Il tutto con le fatture originali allegate alla richiesta...Hanno dimesso feriti che in Italia sono stati poi ingessati per mesi, hanno stilato certificati di "morte accidentale" per non dover rendere conto al mondo della loro inettitudine. E così, malgrado l' indagine della magistratura italiana sia già chiusa, non si sa quando il processo potrà essere celebrato. So che per l' anniversario sono in programma manifestazioni solo da parte italiana, a Bruxelles. Del resto tutte le autorità sono rimaste al loro posto, perché stupirsi? La nostra è un' associazione fondata sul dolore: vogliamo andare avanti. Ci hanno detto che la causa costerà 100 milioni, non importa. Dalle mie parti si dice aver le spalle tonde, per far scivolare via le responsabilità. Con noi non attacca. Boniperti era tanto preoccupato per il suo stadio chiuso. A me m' han chiuso l' unico figlio in un loculo. Non s' illudano che ceda".

(Da "Repubblica" del 29 maggio 1986)  Sommario Articoli

 

 

Cabrini: "Fu giusto restare in campo

e alla fine esultai per la vittoria"

 di Roberto Perrone

Antonio Cabrini non aveva ancora 28 anni la sera del 29 maggio 1985. Era il terzino sinistro più forte del mondo, era l'idolo delle ragazzine che tenevano in camera il suo poster accanto a quello di Simon Le Bon. Mescolava forza a spensieratezza. La forza gli rimase ancora per molti anni, la spensieratezza sfiorì quella notte. "Fu una sera difficile per tutti: la partita fu giocata regolarmente anche se il pensiero andava a quello che era successo sulle tribune". E ancora dieci anni dopo ci si domanda: fu giusto andare in campo? "Rilievi assurdi. Noi, inizialmente, ci eravamo rifiutati di giocare. Poi l' Uefa decise di far disputare la partita. Fu la scelta giusta. Se avessero annullato Juve Liverpool sarebbe stato peggio. Quella notte in città ci sarebbe stata una guerra civile. Invece, giocando, abbiamo circoscritto la tragedia, abbiamo riportato la gente a una realtà sportiva, facendola ragionare il meno possibile". Altra accusa: perché esultare alla fine? Ce n'era ragione?"Era il modo di dedicare quella Coppa a tutti quelli che erano venuti lì a vederci facendo grandi sacrifici. Fu un modo di risarcirli". Vale quella Coppa?"La partita fu regolare, il valore sportivo c'è tutto. Non vale sotto l'aspetto umano, che poi e' il più importante". Molte le domande, terribili i ricordi personali. "Mi restano impressi quegli spogliatoi dove entravano decine di persone, alcune stravolte, altre insanguinate. Il padre che cercava il figlio, l' amico che chiedeva dell' amico. Leggevamo nei loro occhi la disperazione, la speranza delusa". Dieci anni dopo, oltre il ricordo va ricercato l' insegnamento". Che cosa ha cambiato l' Heysel? " "Poco. Ma almeno ora certe finali, certe partite a rischio vengono disputate in stadi sicuri, protetti. Non disorganizzati come l' Heysel. Però, come fatti recenti hanno dimostrato, non si debella la violenza nello sport senza l' educazione civica e sportiva e questa la deve dare la scuola, fin dalle elementari. Se dieci anni fa avessimo preso i bambini di 6, 7, 10 anni, li avessimo educati, adesso i ventenni ragionerebbero in modo diverso. La legge, da sola, non basta".

(Da "Corriere della Sera" del 28 maggio 1995)  Sommario Articoli

 

 

E vidi l'inferno del settore Z

di Carlo Grandini 

A mezzogiorno di quel 29 maggio Jacques Hereng, collega e amico di "Le Soir", venne a prendermi in albergo e mi disse: ti porto a vedere che cosa e' successo la notte scorsa alla Grande Place. Mi trovavo a Bruxelles da un paio d' ore. La trentesima finale di Coppa dei campioni, fra Liverpool e Juventus, sarebbe cominciata alle 20,15. Dunque c' era tempo e andammo alla Grande Place. E lì vedemmo il selciato che, sotto il sole, sembrava la vetrina d' un gioielliere: lampi e riflessi che masse di cristalli frantumati sprigionavano. "Vedi? . spiegò Jacques . Questo hanno fatto gli avamposti degli hooligans: bar devastati, una rovina, sono sfuggiti ai controlli di Ostenda, stanno calando in forze, qui si prepara per stasera un rischio di guerra che le nostre autorità snobbano". Stentavo a credere all' amico Hereng e ai suoi presentimenti; in fondo davo retta a certe sensazioni e a certe speranze: le comitive dei tifosi italiani affluivano festose, la Juventus non aveva mai conquistato la Coppa dei campioni, gli hooligans già costituivano un fenomeno di turbolenza preoccupante e però , smascherati dalle prodezze del giorno prima, allo stadio sarebbero stati respinti o messi in condizione di non nuocere. Vero che allora l' orda dei barbari inglesi, frangia secessionista di un' isola civile, tendeva a trasferire nei campi di calcio l' atmosfera dell' Arancia meccanica di Burgess e Kubrick. Vero, tuttavia, che ancora non aveva conseguito una laurea in Violenza di valore internazionale. E che le forze di polizia belghe, riflettevo, al momento giusto non si sarebbero lasciate sorprendere. L' Heysel era uno stadio angusto: meno di sessantamila posti per trecentomila richieste di biglietti. L' Uefa, cioè l'ente responsabile del football europeo, aveva sbagliato la scelta della sede per una finalissima che, anche a livelli di sicurezza, avrebbe preteso ben altri spazi. Ma l' idea di un massacro imminente non sfiorava nessuno... A tutto ciò pensavo salendo nella tribuna stampa dell' Heysel, alle 18.30, e prendendo posto appena a lato del "settore Zeta". Gli spalti andavano riempiendosi. La curva che appunto si esauriva nel "settore Zeta" ospitava nel tratto a me più vicino una parte dei tifosi juventini: il grosso alloggiava nella curva dirimpetto. Ma, separati appena da una fragile paratia, quasi a contatto di gomito con le pattuglie bianconere del "settore Zeta", ecco quindicimila hooligans: ondeggianti, ubriachi di birra, esplosivi, stipati in una gabbia che, in fondo, una gabbia non era. Alle 18,45 partirono i primi sassi lanciati contro gli italiani Poi. scoppiò un razzo. Gli hooligans si dichiaravano e io chiamai la redazione del "Corriere" dal telefono che avevo sul banco di lavoro: "Attenti, la televisione non si e' collegata, però qui sta per succedere qualcosa di grave". E all' improvviso fu la tragedia. A mano a mano l' urto delle bande inglesi si fece duro, travolgente. "Tenete la linea!", urlavo alla redazione. Alla mia sinistra era in atto la carica della morte: ora gli hooligans spaccavano tutto, infuriavano brandendo le aste delle bandiere come fossero lance, soffocavano contro il muretto che delimitava il "settore Zeta" e contro la rete sottostante gli sventurati italiani. Vidi, a venti metri da me, un uomo sventrato. Vidi, "tenendo la linea" ma incapace di raccontare ciò che stava accadendo, gente che cadeva dal muretto sbriciolato, che si abbatteva schiacciata verso la possibile via di fuga del campo, in un delirio di grida crudeli. Osservavo sgomento il supremo linciaggio, quasi ipnotizzato da quell' orgia di sangue, quando mi accorsi che dieci, venti persone s'accalcavano terrorizzate e ferite sotto di me strappandomi il telefono di mano: mi faccia chiamare casa,io sono vivo. Morirono in trentanove: trenta dei nostri. I dieci poliziotti, dico dieci, presenti nel momento in cui sarebbero dovuti essere centinaia, erano stati spazzati via. Sul prato, mentre in teoria la partita si sarebbe dovuta iniziare, ora caracollavano gli agenti a cavallo: presidiavano chi e che cosa, adesso? Sui fatiscenti gradini arrossati del "settore Zeta" e ai bordi del campo si raccoglievano cadaveri e intanto era sbucato un pallone: qualcuno dei "superstiti" aveva, nonostante tutto, voglia di provarci. Morte e pazzia. La disputa della partita, affidata all' arbitro svizzero Daina, rimase a lungo in dubbio: voleva giocarla il Liverpool, era contraria la Juventus.  L' orologio correva sul più incredibile degli scempi. Calcio d' inizio alle 21,43: per scongiurare il peggio del peggio. Avrebbe vinto per 1 a 0 la Juventus. E io dovevo scrivere di quella partita.

(Dal "Corriere della Sera" del 28 maggio 1995)  Sommario Articoli

 

 

Per la strage dell'Heysel solo 2 miliardi di risarcimento

Poco più di due miliardi di lire per 32 morti. Questo il risarcimento complessivo per le vittime italiane della sciagura dell' Heysel, schiacciate dalla folla il 29 maggio di dieci anni fa allo stadio di Bruxelles durante la finale di Coppa Campioni fra Juventus e Liverpool. Le cifre dei vari risarcimenti alla vittime e alle loro famiglie sono state comunicate dal sottosegretario agli Esteri, Walter Gardini, nella risposta ad una interrogazione di Modesto Mario Della Rosa di A N. Il maggior aiuto è venuto da un organismo privato, la Fondazione Agnelli di Torino (970 milioni). Il Belgio, ha pagato solo le spese medico-ospedaliere per i feriti, il trasporto ai luoghi di residenza e gli oneri funebri. Il governo di Londra, invece, nel luglio ' 86, ha versato 155 mila sterline (circa 356 milioni di lire) per le famiglie  colpite ed ha istituito un fondo di 50 mila sterline per i casi "meritevoli di particolare assistenza".  L' Uefa ha raccolto 100 mila marchi (80 milioni di lire); il ministero degli Interni ha erogato 197 milioni di lire; 34 milioni sono giunti da donazioni private. In tutto 2 miliardi 52 milioni di lire.

(Da "Repubblica" del 30 luglio 1995)  Sommario Articoli

 

 

Boniperti e la coppa maledetta

di Maurizio Crosetti

TORINO - Due anni di silenzio, di lontananza assoluta dal calcio che è stato tutta la sua vita e pure di più. Un vuoto di parole che adesso Giampiero Boniperti riempie con una verità un po' triste: "Per la Juve non soffro più. Le voglio bene, certo, e talvolta provo una passione intensa: Ma la sofferenza anche fisica era un' altra cosa". L' uomo delle mezze partite, delle grandi fughe, l' uomo delle domande per rispondere ad altre domande ha ricordi vivi e pensieri dolenti. Il demone del passato è in agguato, figurarsi se non chiede spazio in attesa di Juve-Ajax, figurarsi se non fa l' appello delle memorie lontane: l' altro Ajax, Belgrado e Cruyff, Magath e Atene, l' Heysel. Con l' orgoglio che non invecchia e le ferite ancora aperte. Se le dicono Ajax lei penserà a Johnny Rep, non a Van Gaal. "Ma guardate che non c' è dolore, nel ' 73 erano i più forti del mondo, la squadra che cambiò il calcio. Cruyff, Neeskens, Rep, Krol. Gente così non è nata più. Il nostro fu un sogno, anzi l' ipotesi di un sogno, una cosa solo da immaginare. Durò quattro minuti". La Coppa maledetta: per i morti di Bruxelles, non per le sconfitte. "Ma basta. Non si dica che quella Coppa è sporca di sangue, non è vero. La tragedia è una cosa, la partita un' altra. E fu una gara vera, chiedete a Rush, a quelli del Liverpool. Andarono in campo per vincere e noi con loro. Bisogna ringraziare Tacconi per quelle parate". Nel frattempo, 39 cadaveri erano già distesi sull' asfalto. "Non sapevamo quasi niente. Non i giocatori, almeno. Negli spogliatoi non c' era mica la tv. Ci riunimmo io, il presidente del Liverpool, il presidente dell' Uefa e quello della Figc, il capo della gendarmeria belga e decidemmo di giocare. All' unanimità. Per ragioni di ordine pubblico ma anche di ordine sportivo, questo lo ricordo bene e lo difendo. Non fu uno scandalo, è d' accordo anche l' Avvocato". Platini disse: è come al circo, quando muore il trapezista entrano i clown. Non le sembra un po' troppo? "Proprio non riesco a vergognarmi di quella Coppa. Il dolore vero lo tengo per me. Ho negli occhi due immagini: i cadaveri all' ospedale, con la faccia nera dei soffocati, e un padre e un figlio morti insieme, si chiamavano Casula, erano sardi". Il calcio quella sera non ebbe il coraggio di fermarsi. "Per evitare una strage più grande, e perché lo spettacolo continua. E' triste ma è così. Incidenti, purtroppo, ne accadono sempre. Quello fu solo più grave, molto più grave degli altri. Ma non per colpa del calcio, dello sport: la responsabilità fu delle forze dell' ordine, degli agenti che non c' erano, arrivati in pochi e in ritardo". Dicono: vincere a Roma per dimenticare Bruxelles. "Questo no, mai. Ricordare significa evitare che accada di nuovo". Quando l' Amburgo sconfisse la Juve, qualcuno diede una medaglia a Magath e fondò un club in suo onore. "Non lo scorderò mai, conservo nomi e cognomi". Perché perdeste? "Perché il calcio è così. Il calcio è la Juve che perde contro l' Amburgo, non il contrario. E' la possibilità di stravolgere un pronostico. Rigiocandola dieci volte, non perderemmo più. Ma l' unica che contava l' abbiamo buttata via". A Belgrado, la finale durò quattro minuti. Ad Atene, sette. "Fu la sconfitta dei fuoriclasse. Aspettavamo Platini e Platini non venne, scomparso. I migliori furono Bonini e Brio, i gregari. Eppure allora il francese era il numero uno al mondo". Una finale si perde prima nella testa e poi in campo? "Vero. Forse contro l' Ajax e l' Amburgo facemmo dei ritiri troppo lunghi. Ci scaricarono". Se il calcio, come dice lei, è il più debole che batte il più forte, allora a Roma non ci saranno problemi. "L' Ajax è favorito, è campione d' Europa e del mondo. Ma i nostri ragazzi possono farcela, ormai hanno una buona esperienza internazionale. In Coppa hanno travolto tutti, davvero un cammino magnifico". Lei lo ha seguito da tifoso o da ex presidente? "Da tifoso, per carità. E neanche troppo fedele: gli impegni politici mi tengono lontano". Quanti suoi colleghi al parlamento europeo le hanno chiesto biglietti per l' Olimpico? "Veramente, lo sanno tutti che non c' entro più. Semmai spero di vederla io, questa partita. Il 22 sarò a Strasburgo, dovrò correre per arrivare in tempo". Sport ed Europa: a che punto siamo? "Inseriremo questa parola, sport appunto, nel trattato di Maastricht. Il minimo. E dire che non figura neanche nella Costituzione italiana". Qual è stata la Juve europea più forte? "Forse quella di Bilbao ' 77, tutta italiana. E la Coppa Uefa è più difficile della Coppa dei Campioni, anche oggi". In Champions League saranno ammessi i non vincitori: la Coppa dei non campioni... "Ai miei tempi bastava perdere una volta di brutto e si usciva. Invece il Milan, l' anno scorso, si è giocato il trofeo dopo due sconfitte contro l' Ajax". Proprio nessuna nostalgia? "Ho sofferto e vinto per cinquant' anni. Mi pare che basti".

(Da Repubblica del 15 maggio 1996)   Sommario Articoli

 

 

"Nessuna esultanza l'Heysel vive ancora"

Di Guido Boffo

TORINO - Nereo Ferlat all'Heysel (accanto, una foto degli incidenti) si salvò due volte. "Sono stato l' ultimo a saltare giù dal muretto prima del crollo". A undici anni di distanza, ha assistito a Juve-Ajax in tv. E allora? "Allora non ho visto un' immagine sull' Heysel, una sola. Ho girato ogni canale, niente. Credo che i reduci e i familiari delle vittime non si siano sentiti rappresentati. So di striscioni, però le telecamere non li hanno ripresi. Sento dire che con questa vittoria l' Heysel è stato cancellato. Incredibile. Trentanove morti sono un prezzo troppo alto". Ha esultato per la vittoria? "No, non lo faccio più dal maggio dell' 85. Sono stato contento per la mia squadra, un po' ho anche sofferto, ma sempre con molta compostezza. Non mi sarei mai sognato di scendere in strada per la seconda Coppa". Seconda? "Certo, perché a Bruxelles non è stata una farsa. Tacconi fu impegnato più di una volta. Dopo quello che era successo, mi consentirono di guardare la partita dalla tribuna. Ovviamente lo feci in maniera distaccata". Non ha pensato di essere capitato nella finale sbagliata? "A Bruxelles eravamo al centro della Comunità europea. Ci sentivamo protetti. Juventus e Liverpool rappresentavano il meglio. Ero convinto di trovarmi nella finale giusta". E a Roma avrebbe voluto esserci? "Sì, per paragonare l' ordine pubblico di allora con quello di adesso, per convincermi che si può disputare una finale di Coppa Campioni in condizioni di sicurezza. E' da tanto tempo che inseguo questa certezza". Ha chiesto biglietti alla Juve? "Personalmente no. Ho letto che altri l' hanno fatto, ma la società ha risposto picche. Patetico. C'è gente che è tornata menomata da Bruxelles. Sarebbe stato come tendergli una mano".

(Da Repubblica del 24 maggio 1996)   Sommario Articoli

 

 

Dopo 15 anni il Liverpool ricorda i 39 dell'Heysel

Dopo 15 anni il Liverpool ricorda i 39 dell' Heysel LIVERPOOL - Per la prima volta in 15 anni a Liverpool è stata ricordata la strage allo stadio Heysel di Bruxelles dove la sera del 29 maggio ' 85, in occasione della finale di coppa Campioni con la Juventus, violentissimi disordini costarono la vita a 39 tifosi italiani. Finora la terribile ricorrenza era stata lasciata passare sotto silenzio, ma d' ora in poi la commemorazione avrà regolare cadenza annuale. Ieri in città le campane hanno rintoccato a morte 39 volte, una per ogni vittima di allora, e l' anno prossimo nel centro cittadino sarà scoperta una targa di dedica.

(Da Gazzetta dello Sport del 30/5/2000)   Sommario Articoli

 

 

 

Una corona di fiori per ricordare la tragedia dell'Heysel

di Paolo Condò

Sarà il capitano della nostra nazionale, Maldini, a compiere il gesto nel posto dove una volta c' era il maledetto settore Z. Dice il milanista: «Noi non vogliamo dimenticare, vogliamo ricordare» Anche Antonio Conte depositerà una corona di fiori a nome della Juve: «Prima della partita dirò una preghiera per quei nostri poveri tifosi» DAL NOSTRO INVIATO GEEL (Belgio) - Sono passati quindici anni e molti azzurri, all' epoca, erano bambini. Hanno ristrutturato lo stadio da capo a piedi, chi c' era quella notte e poi non è più venuto stenterà a riconoscerlo. Gli hanno perfino cambiato il nome, adesso si chiama «Re Baldovino» e suona come se fosse un luogo allegro nel presente e privo di un passato. Sarebbero molti gli alibi per recarsi stasera allo stadio di Bruxelles fingendo che non ci sia mai successo nulla, e pensando soltanto alla partita, che è pure importantissima. Eppure... Da un milanista il primo ricordo con parole belle da ascoltare. Sono quelle di Paolo Maldini, capitano dei rossoneri e della nazionale: «Heysel, io continuo a chiamarlo così e posare stasera i nostri fiori dove una volta c' era il settore Z sarà un gesto di civiltà, perché la tendenza a dimenticare velocemente quella tragedia è evidente. E questo non è giusto. Già quando venni qui col Milan, avversario il Malines, portammo una corona sotto alla curva in modo non ufficiale e senza ricevere la prevista autorizzazione. Noi non vogliamo dimenticare, noi vogliamo ricordare». Dagli juventini in nazionale, rappresentanti simbolici di quella squadra che c' era all' Heysel, le frasi che riportano il cuore e la mente a un avvenimento terribile. «Trentanove morti per una partita di calcio - dice Filippo Inzaghi - sono una tragedia che non ha possibili paragoni. Portare i nostri fiori sotto alla curva, come juventini e come italiani, è proprio il minimo che possiamo fare». Molto commosse anche la parole di Antonio Conte (la Juventus ricorderà a Bruxelles le vittime dell' Heysel. La società torinese, ringraziando la Federcalcio e gli azzurri per la sensibilità dimostrata, ha incaricato il suo capitano di deporre una corona di fiori della società sulla lapide che ricorda le 39 vittime di quella tragica serata del 1985): «Porterò anch' io i fiori, e so già che proverò un' emozione intensa, violenta. Prima della partita dirò una preghiera per quei nostri poveri tifosi. Ricordo tutto di quella serata maledetta, non ero un bambino purtroppo, ero già grande, nel 1985». Chi allora era molto giovane, un bambino di appena undici anni, era Alessandro Del Piero. «Io ricordo che giocavo a pallone davanti a casa in attesa della partita, non capivo perché durasse tanto e quando chiedevo ai miei genitori se fosse sul punto di iniziare loro mi ripetevano di restare giù, che non era ancora il momento. Vollero evitarmi la vista di quelle scene di morte. Vidi la partita senza conoscere i motivi di quel ritardo, che appresi il giorno dopo dagli amici, restandoci malissimo. Capisco che i belgi vogliano cancellare il ricordo di quella tragedia, e che per farlo abbiano addirittura rifatto lo stadio cambiandogli il nome. Ma noi, l' Heysel, non lo dimenticheremo mai». Certo, nessuno potrà mai dimenticarlo. Paolo Condò Trentanove morti e un centinaio di feriti Bruxelles, 29 maggio 1985: allo stadio Heysel è in programma la finale di coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Quella che dovrebbe essere una serata di festa si trasforma ben presto in una colossale tragedia. Nella curva Z, scarsamente presidiata dalle forze di polizia, hooligans inglesi puntano con violenza gli attigui tifosi della Juve. Una vera e propria carica militare, che scatena panico e fuggi fuggi. Sotto la pressione della folla una balaustra cede, decine di sostenitori italiani cadono nel vuoto o vengono calpestati. Una strage. Alla fine il bilancio sarà pesantissimo: si contano trentanove morti italiani e un centinaio di feriti, tutti o quasi di parte juventina. Gli incidenti si verificano prima della partita e nel giro di pochi minuti si diffonde la voce che «ci sarebbero dei morti». Il grande interrogativo è: bisogna giocare o no? L' Uefa, d' intesa con le autorità locali, decide che la finale deve essere giocata ugualmente per evitare guai peggiori. La partita si svolge regolarmente, la Juventus vince per 1-0 (gol di Platini su calcio di rigore) e conquista la prima coppa Campioni della sua storia, ma si scatenano le polemiche, si parla di «trofeo insanguinato». Le squadre inglesi furono estromesse dalle coppe europee a lungo (5 anni). Nei giorni scorsi Michel Platini ha dichiarato: «Non metterò mai più piede in quello stadio: il calcio per me è gioia e il solo pensiero di quella serata mi procura ancora dolore». Boniperti è ancora sconvolto «Quella serata sia un monito» TORINO - Dopo 15 anni, Giampiero Boniperti, nell' 85 presidente della Juventus, non riesce a dimenticare la tragedia dell' Heysel. Ne parla malvolentieri. In quello stadio Boniperti non ha più voluto mettere piede, nemmeno quando, per 5 anni europarlamentare a Bruxelles, si è trovato più volte nelle vicinanze. «Apprezzo moltissimo - afferma Boniperti - l' iniziativa della Federcalcio. Quanto è accaduto serva da monito e insegnamento ai giovani. Una cosa terribile. Ero con il comandante della gendarmeria, che aveva lasciato un solo uomo tra i nostri tifosi e quegli stessi inglesi protagonisti di gravi incidenti già il giorno prima della partita. I rinforzi arrivarono troppo tardi. Ho ancora negli occhi la carneficina e poi i cadaveri, alcuni con la sciarpa bianconera al collo, nella camera mortuaria». Per ricordare quelle vittime, nel giardino della sede della Juve c' è un monumento: voluto da Boniperti, è stato realizzato dall' architetto Dante Grassi e reca un epitaffio dello scrittore Giovanni Arpino.

(Da La Gazzetta dello Sport del 14/6/2000)   Sommario Articoli

 

 

LO STADIO DELLA STRAGE ABBATTUTO E RICOSTRUITO

Heysel, un ricordo che imbarazza

L'Italia «sfida» l'Uefa con un mazzo di fiori

di Marco Ansaldo

Inviato a GEEL - I belgi rimarranno a guardare, come quindici anni fa quando i loro poliziotti osservavano gli hooligans attaccare della brava gente fino a schiacciarla contro la rete della curva Z. «Ero con il comandante della Gendarmeria - ricorda Giampiero Boniperti - aveva lasciato un solo uomo tra i nostri tifosi e quegli inglesi che avevano già creato gravi incidenti il giorno prima. Quando arrivarono i rinforzi era troppo tardi: ho ancora negli occhi la carneficina». Ci furono trentanove morti e trentuno erano italiani quel 29 maggio all'Heysel, Juventus-Liverpool, finale della Coppa dei Campioni. I belgi fissarono i cadaveri, poi guardarono anche i loro giudici comminare lievi pene, quasi un buffetto, a chi aveva permesso quella strage: non tutti i famigliari delle vittime sono stati indennizzati. Sono quindici anni che i belgi guardano e non si sveglieranno neppure per la partita che riporta l'Italia in quello stadio, che nel '94 si cominciò a distruggere e dal '98 e' ricresciuto come l'araba fenice con altre tribune e il nome di un re morto, Baldovino. L'Uefa acchiappasoldi e questi organizzatori da paese non hanno pensato a un gesto, a un fiore. Il ricordo li imbarazza: quella tragedia ne ha quasi partorito un'altra, sabato sera, quando hanno chiuso al pubblico la Grand Place di Bruxelles e i poliziotti hanno esagerato nella repressione, picchiando, ferendo, arrestando chi chiedeva di festeggiare la prima vittoria del Belgio. La chiamano tolleranza zero, figlia della paura di trovarsi impreparati come all'Heysel, la faccia oscura della stessa idiozia. «Questo e' un altro stadio e poi una parte importante dell'organizzazione l'hanno gestita gli olandesi», spiegano gli autori della gaffe. Anche l'Uefa se ne lava le mani: se la lapide dei 39 morti potesse interessare a uno sponsor, qualcuno si muoverebbe ma così, gratis, perché? Solo Platini ha avuto il coraggio di un gesto forte: «In quello stadio non entro più, non potrei provare gioia». Ci penseranno gli azzurri a non far dimenticare. La Juve aveva chiesto che almeno i suoi giocatori andassero a posare un fiore, l'idea si e' estesa a tutti. All'arrivo del pullman, Maldini e i compagni deporranno un mazzo di 39 rose, come fece Franco Baresi nell'unica occasione in cui una squadra italiana giocò all'Heysel dopo la tragedia: Malines-Milan di Coppa dei Campioni, 7 marzo del '90. La domenica successiva il Milan giocò a Torino. Sulla curva del vecchio Comunale mani juventine posero uno striscione: «Baresi, trentanove volte grazie». Conte pregherà, gli altri, che erano bambini quella sera, hanno raccontato ieri l'orrore di quelle immagini e il disgusto per chi non ha capito l'importanza di un gesto che richiamasse a una tragedia enorme, in tempi in cui se ne temono altre. «Anche quando venni con il Milan - ha detto Maldini - abbiamo onorato i morti contro la volontà di non si sa chi». L'Uefa, pure allora. «Noi, come Federazione, non abbiamo mai dimenticato, quella rimarrà per sempre una notte di dolore. Se gli altri non vogliono ricordare lo facciano, noi la ricorderemo», ha spiegato Antonello Valentini, il capo ufficio stampa. E pazienza se l'Uefa e i belgi, vergognandosi della gaffe, faranno pagare qualcosa all'Italia in questo torneo. Perché c'e' il rischio: gli stupidi spesso sono vendicativi.

(Da La Stampa del 14/6/2000)   Sommario Articoli

 

 

 

Tutti sotto la curva Z,

l'abbraccio azzurro è da pelle d'oca

di Paolo Condò

La nazionale rende omaggio alle 39 vittime della tragedia dell' Heysel: viene scartata la partecipazione di una delegazione, si va in gruppo. La cerimonia è toccante, tanto che coinvolge anche i belgi. Tutti sotto la curva Z, l'abbraccio azzurro è da pelle d'oca.  DAL NOSTRO INVIATO BRUXELLES - Sono le sette e un quarto quando l' Italia esce dal suo spogliatoio, entra nello stadio e, invece di dirigersi come al solito sul prato verde, gira a sinistra e s' incammina sul rosso pallido della pista di atletica. C' è una parola da prendere alla lettera questa volta - l' Italia - perché qualcosa di potente ti si agita nello stomaco mentre segui con lo sguardo la marcia degli azzurri, e capisci che quel passo lento e visibilmente deciso contiene i sentimenti di 56 milioni di persone, o quanti diavolo siamo noi italiani. Paolo Maldini e Antonio Conte aprono la sfilata perché uno è il capitano della nazionale e l' altro è il capitano della Juventus, il mazzo di 39 rose bianche lo porta Paolo, ma di lì a poco, quando sarà il momento, aspetterà che la mano di Antonio si unisca alla sua per deporre i fiori insieme. Dietro a loro, allargati su tutte le corsie, giocatori e dirigenti mescolati camminano col volto serio, molti con gli occhi bassi. Ci sono tutti: con Zoff, Riva, Nizzola e il resto dello staff ecco Del Piero e Totti, Cannavaro e Ambrosini, Toldo e un emozionatissimo Abbiati. Tutti e ventidue: una volta compreso che l' omaggio della nazionale ai morti dell' Heysel non era una richiesta della nostra Federcalcio, ma una semplice comunicazione (nel senso che un «no» non sarebbe stato accettato, e il mazzo di fiori sarebbe stato deposto ugualmente), l' Uefa aveva suggerito che ad andare sotto alla curva dove una volta c' era il settore Z fosse una piccola delegazione, il capitano e un paio di dirigenti. «Se lo scordano» è stata la risposta compatta degli azzurri, e questa è un' altra di quelle cose che spiegano perché, nel vederli camminare verso la lapide (In Memoriam, 29-05-85), la pelle si è fatta d' oca. Nel minuto che ci mettono ad arrivare lì, il disc-jockey dello stadio non ha nemmeno la sensibilità di spegnere gli altoparlanti, dai quali continua a martellare la disco-music di «American pie», e anche se non la sente nessuno è proprio una schifezza; prima di dedicare ai belgi un pensiero di rabbia, però, va detto che dietro a Maldini e Conte, con un secondo mazzo di fiori incellophanato, camminano il presidente delle federazione di Bruxelles, Michel D' Hooghe, e il capitano Lorenzo Staelens, che hanno chiesto di partecipare alla cerimonia ottenendo l' ovvio abbraccio dei nostri. In molti si fanno il segno della croce, mentre i fiori vengono appoggiati sotto alla lapide, e i pochi tifosi belgi già presenti nella curva corrono ad applaudire la scena. Una breve preghiera, poi il corteo riprende la strada dello spogliatoio. Quando i giocatori rientreranno in campo per il riscaldamento, un' ora dopo, troveranno la migliore (e meritata) delle sorprese: tre interi settori dell' altra curva riempiti di tifosi azzurri. Dopo l' impressionante latitanza di una Arnhem consegnata ai turchi, la nostra gente ha deciso di non lasciarli soli in questo stadio. Se i belgi l' hanno intitolato alla memoria del loro re Baldovino, per noi italiani avrà per sempre 39 altri nomi.

(Da La Gazzetta dello Sport del 15/6/2000)   Sommario Articoli

 

 

 

29/05/1985  Juve-Liverpool Stadio "Heysel"  Bruxelles

L'Heysel e la coppa maledetta

"Ma quella sera si doveva giocare"

di Maurizio Crosetti

La Juventus si avvicinò alla finale di Bruxelles ovattata in un'atmosfera svizzera. Sette giorni di ritiro a Ginevra, gli allenamenti su un prato che sembrava dipinto col pennarello tanto il verde era netto e nitido, e ogni filo d'erba sembrava fatto a mano. Un mattino arrivò una comunicazione: il principe Emanuele Filiberto avrebbe tanto voluto salutare i giocatori. Il principe era un bambino biondo, rispetto a oggi non viaggiava, non parlava, non guidava moto d'acqua, non pubblicizzava cetrioli e nessun comico lo imitava. Ma il contesto parve ugualmente buffo. Calciatori, dirigenti e giornalisti vennero caricati sui torpedoni e condotti alla residenza dei Savoia, dove li attendeva un bambino con zazzera pettinata da un lato e la giacca blu abbottonata fino al colletto alla coreana. Tutti gli strinsero la mano, in fila, una manina bianca e fredda. Alla fine, un funzionario della Real Casa consegnò a tutti i presenti un dono prezioso: la fotografia autografa del bambinello. L'aria era fresca e dolce. Attorno al lago di Ginevra piroettavano le papere, e quello era più o meno il clima mentale della Juventus: gioiosa, consapevole, rasserenata, niente a che vedere con le due lunghissime vigilie che precedettero le sconfitte di Belgrado ed Atene. "Il Liverpool era forte, ma noi sapevamo di poterlo battere", ricorda Platini. "Ci eravamo già riusciti a Gennaio, al Comunale di Torino, quando si giocò col pallone rosso dopo un'incredibile nevicata. Boniek fu magnifico, quella sera. Due a zero per noi e doppietta di Zibì, così vincemmo la Supercoppa. Alle dieci di mattina del 29 maggio 1985, la Grande Place di Bruxelles era già una moquette di vetri spezzati. Gli inglesi bivaccavano, molti dormivano usando come cuscini i cartoni di birra, scatoloni ormai mezzi vuoti dopo una lunga notte di bevute e pisciate, e le bottiglie scolate venivano lanciate in terra come bombe a mano, oppure in aria, per gioco. "Prima di mezzogiorno facemmo il sopralluogo allo stadio e ci mettemmo le mani nei capelli: era vecchio, decrepito, e pareva un cantiere. C'erano legni dappertutto, sembravano clave", ricorda Giampiero Boniperti. Non è vero che lui abbia pensato solo alla  coppa, alla vittoria, alla    bacheca. "Io li ho visti i morti, tutti in fila all'obitorio come in guerra. Me li ricordo i Casula, papà e figlio, uno vicino   all'altro. Me li ricordo tutti. E non volevo giocare: mi dissero che non si poteva, che altrimenti sarebbe stato un disastro anche peggiore". Il cielo dietro il settore Z era color aranciata, e pareva il riverbero del rosso delle bandiere inglesi, delle maglie, delle canotte, delle pitture sui volti stralunati. Alle 7 di sera si stava benissimo, c'era un fresco primaverile. La prima onda sembrò quasi un'illusione ottica, come se L'Heysel fosse un setaccio e qualcuno lo stesse agitando. I rossi si spostavano verso i bianconeri, ritmicamente, a orda, dal punto più lontano a quello più vicino alla tribuna centrale. E nell'aria volavano clave, aste e persino qualche mattone che la polizia belga non aveva pensato di rimuovere. "Ci mettemmo un po' di tempo a capire cosa stesse succedendo: all'inizio sembravano solo spintoni", dice Boniperti. Invece Boniek la ricorda così : "Eravamo negli spogliatoi, a un certo punto arrivarono notizie confuse, di scontri tra la folla, però nessuno parlò di morti. Davvero non ci fu l'esatta percezione della tragedia, e in quel momento sarebbe stato impossibile averla". La seconda e la terza ondata fecero crollare il muretto alla base del settore Z (gli inglesi attaccavano dal V), e le persone si rotolarono addosso. Tutti morirono per schiacciamento, soffocando, calpestati. "Ci sono dei morti" fu la prima frase che cominciò a circolare in tribuna stampa. Allo stadio arrivò l'Avvocato Agnelli: fermarono l'auto sotto la tribuna, gli dissero cos'era successo, lui tornò in macchina e ripartì. Invece suo figlio Edoardo era rimasto sul prato, come inebetito. "Non riuscivamo a distoglierlo dall'orrore, alla fine l'ho fatto rientrare negli spogliatoi urlando di non muoversi di lì", ricorda Boniperti.Poi si udì dall'altoparlante una specie di sospiro. La voce di Gaetano Scirea "la partita verrà giocata per consentire alle forze dell'ordine di organizzare l'evacuazione del terreno. State calmi, non rispondete alle provocazioni. Giochiamo per voi". Mancavano appena quattro anni allo schianto di Gaetano su una strada polacca."Io parai tutto, come in trance", dice Stefano Tacconi. Non ricordo niente, solo una concentrazione che non era normale, era di più. Dentro avevamo cose che non si spiegano, non si raccontano e non si conoscono". Vinse la Juve grazie a un rigore inesistente : fallo su Boniek fuori area, gol di Platini. Davanti alla tribuna stavano i morti in fila, i morenti, i feriti. Le transenne vennero usate come barelle da medici che tentavano tracheotomie. C'era tanto sangue, e gole aperte. Assurdi gendarmi a cavallo andavano su e giù roteando i manganelli come in una comica di Ridolini. La tv diede l'esatta misura della mostruosità, ma sul posto le cose erano diverse: i tifosi avevano capito, però non potevano sapere dei 39 cadaveri. Neanche i giocatori lo sapevano, tutto aveva i contorni sfumati del sogno. Tanta gente metteva bigliettini con numeri di telefono in mano ai giornalisti, implorando che chiamassero casa per dire "suo figlio è vivo, suo marito sta bene". E così andò. Dalla tribuna partirono telefonate in tutta Italia. Ancora non esistevano i cellulari e le e-mail Alla fine tutti si sentirono vuoti, sfiniti, perduti. La coppa dei Campioni venne consegnata alla Juventus negli spogliatoi. Platini e qualche altro fecero il giro del campo. Potevano evitarlo. Il macabro trofeo scese dall'aereo, a Torino, sventolato da Sergio Brio. "Fu una partita vera" disse e ripete Boniperti, e non ha neanche torto. Perché c'era una lastra di vetro tra le squadre e il mondo, un vetro imbrattato di sangue e molto molto spesso. Si stava là dietro come per proteggersi, per illudersi che non fosse vero. "Quando al circo muore il trapezista, entrano i clown" disse Michel Platini. Allora sembrò una bestemmia, invece era qualcosa di assai più orribile e definitivo. Era la verità.

(Da "Repubblica" del 22 Maggio 2003)   Sommario Articoli

 

 

Tu dici «Heysel»…

di Andrea Danubi

Un nome, una storia, una tragedia. Esistono parole che ne contengono mille, centomila. Tu dici “Vajont” , “Hiroshima” , “Chernobyl” e non devi aggiungere altro. Heysel, appunto. Da allora ho conosciuto tanta gente che odia gli inglesi. Non ha molto senso. Difficile, in ogni caso, combattere contro il pregiudizio e l’ignoranza. Ho sentito le più grandi stupidaggini su quella notte, sulla partita, sugli hooligans. Ovviamente da parte di chi non c’era, perché è molto facile parlare dalla poltrona di casa, quando in “prima linea” c’erano gli altri. La più grande bischerata è quella di sostenere che la partita non andasse giocata. Io rammento bene il clima che si stava creando nei settori M/N/O, cioè la curva opposta a quella degli scontri, quando si sparse la voce – eravamo nel secondo tempo del match - che “c’era qualche morto”. Ricordo l’appello del povero Gaetano Scirea ( ...”Stiamo giocando per voi”) e di Phil Neal, che poi scrisse al capitano bianconero queste parole: "Caro Scirea, sono un calciatore professionista. Come te. Non sono un politico, o un diplomatico, o un uomo di legge. Non so scrivere quei discorsi pieni di delicate parole che esprimono il dolore ufficiale e la tristezza di una nazione e in questo caso di una organizzazione come il Liverpool Football Club. Sono soltanto un uomo comune. Posso assicurarti che ho pianto spesso da quando sono tornato da Bruxelles. Mia moglie e la mia famiglia possono dirti che persona triste e sconsolata sia diventato nell’ultima settimana. Ho persino pensato di ritirarmi dal calcio e di non avere più nulla a che fare con questo sport. Molti di noi lo hanno fatto. Mi sono troppo divertito in tanti anni di attività per poter stare a guardare il calcio inglese che finisce nella spazzatura. Ho lottato e cacciato e spinto e avuto da dire con Franco Causio nel nome della Coppa del Mondo. Gli ho stretto la mano, ci siamo abbracciati e scambiati le maglie. La sua l’ho portata ai miei amici italiani che vivono a Liverpool. Non sono più così sicuro che lo spirito col quale abbiamo giocato quella partita bellissima possa sopravvivere, resistere al comportamento di una minoranza di spostati che hanno distrutto la nostra grande notte allo stadio Heysel. Noi due eravamo nello stesso box, abbiamo usato lo stesso microfono per invocare la calma, per pregare che la nostra partita e il nostro calcio avessero un futuro. Oggi sono solo e chiedo a te e agli italiani di perdonare, di avere pazienza, mentre noi lavoriamo per salvare il nome del calcio, qui in Inghilterra.” Nelle frasi del capitano “red” tutto il senso di colpa, di vergogna di una nazione, di un club, dei suoi tifosi. Prova a spiegare, oggi, che le bandiere della Juve, gli stemmi bianconeri cuciti sui giubbotti dei “koppities” non sono trofei di guerra, ma il segno di un particolarissimo “gemellaggio etico”, se così possiamo chiamarlo. Come se volessero dirci: lo sappiamo, stiamo ancora espiando. Ricordo il pudore e l’imbarazzo del mio vicino di posto, nel mio “debutto” ad Anfield, quando chiacchierando gli dissi che “I was there...” . Pochi, in Italia, capiscono. Francesco Caremani, l’autore dell’ultimo libro inchiesta su quella serata, mi dice: “Vai a raccontarlo a chi ci ha perso un figlio, o un fratello, o il marito....”Gli hooligans. I teppisti. La feccia. I supporters britannici in generale, additati al pubblico ludibrio. Una alluvione di luoghi comuni superficiali e ingiusti. E tonnellate di demagogia. La “giustizia” dell’UEFA. Una giustizia pusillanime, vigliacca. Con una lunghissima coda di paglia dimostrata persino 15 anni dopo, agli Europei del 2000, quando i parrucconi del Comitato Organizzatore osteggiarono qualsiasi commemorazione proposta dalla nazionale italiana davanti alla lapide nel nuovo stadio “Re Baldovino”. Poi Antonio Conte e Paolo Maldini andarono ugualmente a deporre dei fiori. Juventus a porte chiuse i primi due turni europei dell’anno successivo. Perché? Me lo spieghino. E niente Supercoppa Europea con l’Everton per il bando ai club di Sua Maestà. Ma che responsabilità avevano i “toffees”? La Juve poteva almeno giocare contro il Rapid Vienna, la finalista sconfitta. Niente. Mah. Prima fanno disputare finali europee con larghissimo seguito di pubblico in impianti ridicoli, fatiscenti, pericolosi, con otto poliziotti a cavallo: poi cercano di lavarsi la coscienza col pugno di ferro.....E nessuno di loro ha pagato, né pagherà. Vorrei qui trascrivere alcuni passaggi dell’editoriale di Italo Cucci, dal Guerin Sportivo del 5 giugno 1985. ..Avere negato al calcio inglese il contatto con l’altra Europa è come aver assegnato a quei fanatici una medaglia. Semmai dovevano punire soltanto il Liverpool, oggettivamente responsabile dei suoi “animals”; il ritiro del “passaporto” all’Everton e agli altri club riporta indietro non solo tutta l’Europa calcistica ma anche quel grande paese sognato che doveva sorgere sull’abbattimento dei confini e dei nazionalismi (....) non per mero idealismo ma per amore di una sicura fratellanza fra i popoli. Le lacrime dei ragazzi di Fagan nella cattedrale di Liverpool sono vere come quelle che noi abbiamo versato per le vittime dell’Heysel. Mi sento anche di respingere il ruolo di giudice assegnatosi dall’UEFA. Se la mano omicida è stata quella degli “animals” di Liverpool, la mente idiota che ha favorito il massacro è senza dubbio quella dell’ente calcistico europeo affidatosi alla federazione belga senza pretendere il controllo della sua organizzazione, apparsa colpevole fin dalla lontana vigilia, quando ha saputo interpretare soltanto un ruolo burocratico, mancando d’intelligenza e di ogni forma di prudenza. Mentre il signor Millichip, presidente della federazione inglese, comunicava la dura decisione di ritirare le proprie squadre dalle competizioni europee, l’intero gruppo dirigente dell’UEFA doveva dimettersi, imitato dalle autorità calcistiche e dai responsabili dell’ordine pubblico del Belgio. Tutti costoro – ripeto – sono più colpevoli della strage di Bruxelles di quanto lo sia il calcio inglese. In Italia questo doveva essere preteso, dai governanti del calcio come da quelli del Palazzo; si è invece preferito moraleggiare sul piccolo e stupido trionfo improvvisato allo stadio dei giocatori della Juve, sicuramente stravolti dalla terribile vicenda di cui erano stati testimoni.(....) Piuttosto che rivolgersi ai veri colpevoli della strage pretendendo giustizia, si è preferito infierire su chi era andato a cogliere un trofeo nell’Heysel. Resti pure, quella Coppa dei Campioni, tra i trofei della Juventus: certo non le darà nuova gloria o felicità. Speriamo invece che le dia l’energia, la determinazione sportiva di riconquistarla fra un anno: solo una coppa così, più vera, potrà essere dedicata al piccolo Andrea Casula e agli altri trentuno italiani che non sono più tornati dallo stadio di Bruxelles e sono stati portati sul freddo marmo di un obitorio coperti di bandiere e di sciarpe bianconere.” Eppure, io dico che il 29 maggio 1985 non è passato invano. Bianconeri italiani e reds inglesi non possono, non devono sentirsi nemici. E il popolo di Anfield, scontato l’embargo e le più pesanti condanne morali, è sempre lì, a sostenere i suoi undici campioni, a urlare “You’ll never walk alone” dalla Kop. Perché, come diceva Bill Shankly, “Questa sciarpa è la vita per qualcuno”.

(Da "UK Football, please" del 5 Dicembre 2003)  Sommario Articoli

 

 

 

Heysel, quella ferita aperta

Liverpool-Juventus di Champions League vent'anni dopo Bruxelles

di Aldo Peinetti

In tanti affrontarono la trasferta della finale: il ricordo di uno scampato Liverpool-Juventus. Il sorteggio di Champions League a Ginevra propone un abbinamento che richiama il ricordo di una tragedia, la strage dell'Heysel, avvenuta vent'anni or sono. Dopo due decenni esatti, la sera del 29 maggio 1985 resta una dolorosa pagina aperta. Non si chiama più Coppa dei campioni ma Champions League, il mondo del calcio e soprattutto quanto gli sta attorno è molto cambiato da quella vergognosa notte in cui morirono 39 persone. Anche dal Pinerolese si mossero in tanti, 400 o forse più, alla volta di Bruxelles:«Ricordo un esodo di persone che volevano vivere una festa. Il calcio come comunicazione, lo sport come aggregazione, vennero schiacciati dal peso di un lutto reso ancor più lacerante dall'impunità dei responsabili. Nessuno ha pagato veramente» commenta Enrico Pollo, allora 24enne, partito da Bibiana per la capitale belga in compagnia di cinque amici. Le testimonianze raccolte nei giorni dopo la tragedia ed il ricordo di queste ore fotografano la trascuratezza della Polizia, l'inadeguatezza dello stadio, la violenza inscenata dagli hooligan sotto gli effetti dell'alcool. Fuori dall'Heysel fu aggredito e ferito gravemente al capo Carlo Duchene, accompagnato dall'amico Ivo Taverna, anch'egli pinerolese. «Mi sono chiesto più volte cosa sarebbe successo se non si fosse giocato e penso che la disputa del match sia stata una scelta obbligata, dettata da ragioni di ordine pubblico. Ci fu una pesante sottovalutazione dal punto di vista della sicurezza, mentre sul piano sportivo quella Coppa rappresenta una memoria scomoda per la Juve e per tutto il mondo del calcio» continua Pollo, che era ospite del settore Z, dove avvenne la strage. Attualmente responsabile di progetti comunitari nei Paesi dell'Est è tornato a visitare l'Heysel durante gli anni trascorsi al Parlamento europeo: «Ho ripensato a quando solo per caso io e i miei amici riuscimmo a raggiungere la pista senza venir travolti e uccisi dalla calca. Gli spalti col porfido, le divisioni ridicole ed il muretto poi crollato me li porto negli occhi. Il prossimo Liverpool-Juve? Vinca il fair play e vengano devoluti gli incassi ai familiari delle vittime».

(Da "ecodelchisone.it" 2005)   Sommario Articoli

 

 

A Matteo Marani 

Caro Direttore,

finalmente, nel ventennale dell’Heysel, Juventus e Liverpool si ritrovano. Credo che una grande giornata di sport sia la cosa più bella per ricordare quella tragedia. Io c’ero, e sono stato pure a Liverpool pochi anni fa. Ho visto giocare i reds all’Anfield Road, ho respirato il clima del loro stadio-mito, ho incontrato il popolo dei “rossi”. Ci sono bandiere della Juventus cucite insieme alle loro nella Kop, ci sono stemmi bianconeri sui loro giubbotti. Non sono trofei di guerra da ultras, ma il segno di un particolarissimo “gemellaggio”, come fosse un risarcimento morale, se così possiamo chiamarlo. Come se volessero dirci: lo sappiamo, stiamo ancora espiando. Ricordo il pudore e l’imbarazzo del mio vicino di posto, durante Liverpool - west Ham, quando gli dissi che tifavo Juve e che “I was in Brussels...” . Gli hooligans. I teppisti. La feccia. I supporters britannici in generale, additati al pubblico ludibrio. Una alluvione di luoghi comuni superficiali e ingiusti. E tonnellate di demagogia. Questo fu detto e scritto vent’anni fa. Ma io ricordo le lacrime di Fagan e dei suoi ragazzi, in cattedrale, nella messa per i caduti. E la “giustizia” dell’UEFA? Una giustizia pusillanime, vigliacca. Con una lunghissima coda di paglia dimostrata persino 15 anni dopo, agli Europei del 2000, quando i parrucconi del Comitato Organizzatore osteggiarono qualsiasi commemorazione proposta dalla nazionale italiana davanti alla lapide nel nuovo stadio “Re Baldovino”. Poi Antonio Conte e Paolo Maldini andarono ugualmente a deporre dei fiori. Vorrei dire agli juventini che si recheranno sulla Mersey per la gara d’andata: partite tranquilli, nessuno vi aggredirà. Visitate il museo dentro lo stadio, andate agli “Shankly gates” dove c’è la lapide che ricorda le 96 vittime dell’Hillsbrough, ascoltate “You’ll never walk alone” che verrà cantato a squarciagola, prima del fischio d’inizio, da 44000 innamorati del football. Sarà una festa. La ringrazio per l’attenzione concessami, mi auguro vivamente che questa mia testimonianza possa trovare spazio sul Tuttosport.
Nel rinnovarLe tutta la mia stima, Le porgo i miei cordiali saluti.

Andrea Danubi 19 marzo 2005   Sommario Articoli

 

 

Uno stadio inadeguato scelto dall'Uefa, i biglietti "sbagliati", la ferocia dei teppisti ubriachi, la polizia belga incapace di contenerli.

Così all'Heysel esplose la furia hooligan

di Piero Bianco

Gli assalti inglesi fecero crollare un muro: 39 morti

DOPO due ore di attesa, la porticina sul retro si spalancò all'improvviso. E la folla silenziosa finalmente fu ammessa: uno stanzone spoglio, altra interminabile attesa. Proteste, lacrime. Non può essere ameno un ospedale militare adibito a obitorio. Ma quella gente pretendeva almeno rispetto, non lo ebbe. Chi cercava il figlio, chi un amico, la moglie, il padre, il fratello. Una folla di disperati, reduci da una notte di vagabondaggio per tutta Bruxelles, ospedale dopo ospedale, con il cuore in gola, nella speranza di sentirsi dire: «sì, e' ricoverato qui». E ricevendo sempre un no. Un viaggio del dolore tra l'ospedale di Jette e quello francese, il Saint-Pierre, la clinica Saint-Jean. Il caos era totale, nessuno regalava identità certe, soltanto il passaparola dei superstiti guidava quelle penose ricerche. Quando l'ultima speranza era caduta, i parenti delle 39 vittime dell'Heysel (2 rimasero a lungo senza nome, 32 gli italiani) erano stati dirottati all'obitorio. Per il triste rito del riconoscimento. La scena che videro lì, a meno di ventiquattro ore dall'inferno, rese ancor più insopportabile la tragedia. Eravamo là con loro quando nel pomeriggio del 30 maggio 1985 re Baldovino e la regina Fabiola entrarono nello stanzone per abbracciare, una ad una, quelle facce sconvolte, per stringere quelle mani che tremavano di rabbia. «Mi dispiace, scusateci, faremo di tutto per aiutarvi». Di tutto? Baldovino evase i doveri istituzionali senza andare oltre, sebbene i suoi occhi riflettessero un dolore autentico e non la recita di un copione. Rimase mezz'ora a consolare gli inconsolabili, poi appena il re se ne andò si spalancò la porta sull'orrore. Entrate, sceglietevi pure il vostro morto. I corpi erano allineati sul pavimento, buttati lì senza pietà, con malagrazia. Ancora sporchi e insanguinati, come erano stati raccolti la sera prima nello stadio maledetto. Esplose furibonda l'ira dei parenti: una vergogna, un insulto. Solo il giorno dopo infermieri pietosi misero una pezza pietosa. Prima dell'autopsia e del mesto rientro in patria delle salme, con un aereo militare. Mentre i feriti, visitati tre giorni dopo da Platini e da alcuni dirigenti juventini, continuavano a domandarsi perché fosse successo. Già, perché? Chi non c'era e ha soltanto sentito parlare dell'Heysel, fatica a capire. Chi ha visto, non può dimenticare, anche vent'anni dopo. Quel film dell'orrore ha un prologo, l'assalto degli hooligans ai pacifici tifosi bianconeri nella Grand Place, cuore di Bruxelles. Sono le 12 e le eleganti vetrine del centro vanno in frantumi, i seggiolini dei dehors volano in aria. Gli inglesi sono già ubriachi fradici. La polizia li disperde, li sottovaluta, si dirigono allo stadio. Alle 18,15, due ore prima del fischio d'inizio, l'Heysel, fatiscente e inadeguato a una finale di Coppa Campioni, e' già stracolmo. Nella curva «Z» dovrebbero esserci solo belgi, a fare da cuscinetto tra le due fazioni. Invece i biglietti sono finiti anche a molti juventini. Gli hooligans sono a pochi metri, separati da pochi agenti. Mezz'ora dopo comincia il viaggio all'inferno. Lanci di sassi ai rivali, un razzo che esplode, l'onda barbarica ondeggia minacciosa. Poi, il finimondo. Centinaia di altri hooligans, senza biglietti, premono dall'esterno per entrare. Sono le 19,22. Alle 19,24 il secondo assalto: irrompono in un settore già strapieno. Crolla il muro di sostegno, la folla e' travolta dai calcinacci, schiacciata dalla furia dei teppisti, sempre più eccitati. Chi cerca riparo verso il campo viene respinto dalla stupidità dei 120 poliziotti di servizio, che non percepiscono i contorni della tragedia. Sembra una guerra. Feriti in cerca di soccorso negli spogliatoi, dispersi che cercano parenti e amici. I primi morti. Il caos totale. La Croce Rossa allestisce una tenda davanti alla tribuna centrale e le salme vengono raggruppate proprio lì. Arriva Gianni Agnelli e intuisce che non sarà una serata di sport: non scende nemmeno dalla sua limousine, se ne va. Il figlio Edoardo e' dentro, negli spogliatoi, dove i giocatori della Juve già sanno, dicono a Trapattoni e Boniperti che non giocheranno. Tutti d'accordo, ma il capo della polizia Mahieu e il sindaco di Bruxelles Brouhon ordinano di scendere in campo «per evitare una guerra civile». Scirea, il capitano, legge un messaggio alla folla: «Amici, restate calmi, giocheremo per voi». La partita comincia alle 21,43. Davanti alla tv, in Italia, c'e' Sandro Pertini, con milioni di tifosi. Molti in ansia per i parenti partiti per il Belgio convinti di vivere una festa. Fuori, si contano i morti. Quaranta ambulanze e decine di taxi fanno la spola con gli ospedali per trasportare i feriti. Non c'è gioia, solo disperazione. Questo e' stato l'Heysel maledetto.

(Da La Stampa del 19 marzo 2005)   Sommario Articoli

 

 

 

La notte maledetta del calcio

tra follia, sangue e disperazione

 di Maurizio Crosetti

TORINO - Dopo vent' anni, in testa restano frammenti. La ragazzina sulla transenna usata come barella, con lo sbuffo rosso sulle labbra: una bambola immobile frantumata dentro.   L' uomo con la pancia enorme, sdraiato sulla schiena, e il rianimatore che quasi si arrampicava su di lui per pompargli il massaggio cardiaco, però scivolava, non ci riusciva, tutto era fretta e impaccio e assurda morte. Il ragazzo al quale fecero una tracheotomia inutile, nel piazzale davanti allo stadio dove intanto avevano allineato i primi cadaveri, e tutti cercavano tutti e nessuno trovava nessuno. Il fragore, le urla, i movimenti di massa, si inciampava, si scivolava. Il silenzio assoluto scese solo verso mezzanotte, quando Bruxelles apparve come una città disabitata. Oppure i gendarmi a cavallo, assurdi, una giostra comica nella tragedia, andavano avanti e indietro roteando i manganelli nell' aria, gridando cose fiamminghe. E i salvati, quelli che chiedevano ai giornalisti di chiamare casa per loro, e porgevano bigliettini con i numeri di telefono, dica a mia madre che sono vivo, per piacere, spieghi a mio padre che sono salvo, e allora facemmo proprio così: una telefonata al giornale e un' altra in qualche palazzo sconosciuto nella notte italiana, lontanissima, per rassicurare, per non riuscire a rispondere alla domanda impossibile: perché? E le sciarpe bianconere a terra e sul prato, le bandiere strappate, le scarpe, una piccola di bambino, i resti della vita che fino a un' ora prima c' era, era lì in curva e cantava nel «settore Z», poi aveva ceduto in uno schianto. Una rete da pollaio divideva gli italiani dagli inglesi, c' era un tramonto rosso pazzesco, erano rosse anche le maglie degli hooligans che tiravano sassi e bastoni contro gli juventini (c'era un cantiere aperto dietro la curva, niente di più facile che rifornirsi e poi lanciare), gli italiani indietreggiano, gli inglesi insistono, incoraggiati, avanti. Dalla tribuna si capiva e non si capiva, c' era quest' onda umana, un movimento progressivo verso sinistra. Finché il muro crollò. E sotto il muro le persone, e ancora persone sopra le prime, addosso, schiacciando polmoni e bocce spalancate. «Ci sono morti, tanti, corriamo». La notizia arrivò dopo cinque, dieci minuti. Andammo fuori, sul piazzale. Gli uomini della Croce Rossa avevano larghi mantelli. Non c' erano barelle, non c' era niente, solo i gendarmi a cavallo. Arrivò l' auto dell' avvocato Agnelli, gli dissero cos'era successo, l' auto ripartì, guidava lui. Avevano messo le persone sopra i pezzi di transenna e le rovesciavano a terra, quasi tutte già morte. Pochi medici si affannavano. Uno di loro, un italiano a Bruxelles per la partita, Roberto Lorentini, poteva salvarsi e invece tornò indietro per aiutare e finì soffocato. Suo padre Otello è il presidente dei parenti delle vittime. Dice: «Da vent' anni non vedo una partita, dunque non vedrò neanche Liverpool-Juve, da vent' anni aspetto che qualcuno della Juventus si faccia vivo». Tornammo in tribuna per scrivere, per dettare al volo gli articoli e per chiamare in Italia i numeri dei bigliettini. Non c' erano cellulari, vent' anni fa. L' altoparlante diffuse una voce pacata e tremula, quella di Gaetano Scirea: «Restate calmi, giochiamo per voi». Sapeva dei morti, lui già segnato dal destino, come loro in fondo. Si giocò per evitare altri scontri. «Ma fu tutto, tranne che una partita di calcio» dice oggi Zibì Boniek. Uno a zero con un rigore che non c' era, tirato da Platini. Il giorno dopo, il francese avrebbe detto: «E' triste, però è la legge dello spettacolo e si doveva giocare. Quando al circo cade il trapezista, lo portano via ed entrano i clown». Il giorno prima, anche lui aveva fatto il giro d' onore con la Coppa dei Campioni in mano, aveva molto sorriso sotto la curva, difficile decidere chi fossero davvero i pagliacci. «E' stata una vittoria legittima» commentò Boniperti che ora aggiunge faticosamente: «Per favore, non fatemi ricordare». Il presidente era andato all' obitorio, aveva visto le trentanove bare in fila, trentadue italiane. «La ferita è aperta e non potrà chiudersi mai», racconta invece Paolo Rossi. Dopo vent' anni, la memoria è qualcosa che brucia e non dà risposte, non dà spiegazioni, proprio come quella sera all' Heysel. Un giornalista che ne aveva viste tante, uscì dallo stadio in lacrime. «Non potrà mai più essere come prima, lo capisci?», diceva al giovane collega che invece pensava a una bambola con la bocca rossa.

(Da Repubblica del 19 marzo 2005)   Sommario Articoli

 

 

Quell'incubo chiamato Heysel

 di Giancarlo Galavotti

LONDRA (Ing) «Trentanove tifosi della Juventus persero la vita la sera del 29 maggio 1985 per il crollo di un muretto allo stadio Heysel di Bruxelles». L' inviato della Bbc Radio al sorteggio a Nyon va con la corrente. Forse dell' Heysel ha letto solo la versione ufficiale del sito web del Liverpool FC. «Dopo un intenso lancio di oggetti contro il settore dei Red, alcuni tifosi del Liverpool si sono lanciati contro i tifosi italiani. E' scoppiato il caos, i tifosi della Juve sono scappati, ma un muro che gli bloccava la fuga è crollato travolgendoli». Vent' anni dopo i fatti sono confusi e appannati, nell' Inghilterra che si prepara al primo Liverpool-Juve da quella «tragedy», temendo che i tifosi bianconeri covino ancora un rabbioso risentimento. «Come reagiranno i fan a Torino?». Me lo chiede in diretta l' intervistatore di Bbc Radio, che almeno mi concede di replicare al suo collega che non si può raccontare la notte dei 39 morti ammazzati, dei 400 e passa feriti, come se tutto sia dipeso da un muretto instabile. Il muretto all' esterno del settore «Z» del fatiscente Heysel non era all' altezza, come tutto il resto dello stadio. Ma non era stato costruito per resistere alla disperazione di centinaia di persone terrorizzate. Terrorizzate dai tifosi del Liverpool. C' ero anch' io, quella sera, in tribuna stampa, un'ora abbondante prima del calcio d' inizio, fissato per le 20.15. Guardavo la massa in maglia rossa stipata all' inverosimile nell' altra metà della curva contigua al settore «Z». Una banale rete metallica separava gli inglesi ammucchiati dalle gradinate quasi disabitate, un' ora prima del calcio d' inizio, dello «Z». Una rete metallica sorvegliata da normali poliziotti. I reparti celeri erano tutti fuori dallo stadio, secondo il piano. Secondo i dirigenti delle forze dell' ordine belghe, dovevano restare fuori fino a 10 minuti prima del calcio d' inizio, per prevenire incidenti tra le tifoserie che arrivavano allo stadio. Solo dopo le 20 si sarebbero trasferiti sulle gradinate, per controllare la folla durante la partita. Alle 19 i settori inglesi dell' Heysel già straripavano, ma nessun dirigente di polizia ha avuto l' intuito, il coraggio, di cambiare gli ordini. Abituato agli stadi inglesi di quegli anni, guardavo angosciato la massa Red agitarsi e ribollire, e raccontavo ai colleghi accanto a me quello che prevedevo sarebbe successo. Il settore «Z» era mezzo vuoto, perché nei piani Uefa doveva essere un settore neutro, riservato al pubblico belga. In Belgio la comunità italiana è vastissima, e per molti italo-belgi fu semplice acquistare biglietti «Z». Anche per i bagarini belgi. Che li passarono ad agenzie e a clienti pronti a pagare prezzi gonfiati. Nel settore «Z» non c' erano gli ultra bianconeri, collocati invece nella curva opposta, dietro l' altra porta, ma gente e famiglie normali. I pochi poliziotti scapparono come pecore quando gli inglesi caricarono, abbattendo la rete, e scapparono cercando salvezza gli italiani e gli altri europei. Davanti, in fondo ai gradini, la barriera metallica. Di fianco, alla destra, il muretto. Schiacciati contro la barriera, dalle ondate che fuggivano all' assalto degli hooligan, con qualche poliziotto testardo che cercava di impedire l' ingresso in campo ai disperati. Schiacciati contro il muretto. Che poco dopo crollò. Finalmente gli inglesi si fermarono, ma era troppo tardi: 39 morti (32 italiani) brutalmente soffocati nella ressa, oltre 400 feriti, sparsi sul campo, tra soccorsi improvvisati e lo strazio di parenti e amici. La partita si giocò alle 21.39. Le autorità belghe avevano bisogno di tempo per organizzare il controllo dell' uscita delle due tifoserie. Per evitare altri incidenti, giocare fu necessario. Al 12' della ripresa l' arbitro Daina fischiò un rigore per il fallo di Gillespie su Boniek. Un metro fuori dall' area. Platini segnò e celebrò. Anche alla fine, uscendo con altri bianconeri sul campo per mostrare la Coppa ai tifosi. «Fu tutto tranne che una partita vera - dice adesso Boniek - Donai il mio premio ai parenti delle vittime. Ma la voglia di vincere in quel momento era grande». Platini sarà in tribuna a Liverpool e al Delle Alpi. «Per rendere omaggio ai tifosi delle due squadre. Gli dirò che il calcio, com' è diventato, non mi piace: dev'essere una gioco, una festa». Un gioco, una festa come in Inghilterra, dopo 20 anni di guerra totale agli hooligan. I 39 dell' Heysel non sono morti invano, almeno per il calcio inglese.

(Da la Gazzetta dello Sport del 19/3/2005)   Sommario Articoli

 

 

I ricordi della cagliaritana che nel crollo perse marito e figlio

di Paolo Carta

"Allo stadio Heysel per vedere la finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool dovevamo andarci tutti insieme: io, mio marito Cicci e i nostri due figli, Andrea ed Emanuela. Il nostro programma era quello di abbinare la passione per lo sport con una vacanza, e proseguire dal Belgio sino a Parigi per festeggiare il 6 giugno il nostro anniversario di matrimonio. Due giorni prima della partenza decisi di no, che saremo rimaste a casa,io e la bambina: Emanuela doveva sostenere l'esame di licenza media, preferii rimanere a Cagliari per aiutarla a studiare ed evitare distrazioni. Alla fine partirono solo gli uomini di famiglia. Questo pensiero mi accompagna da vent'anni: se avessi preso prima la decisione di non partire con loro, forse Cicci e Andrea avrebbero potuto prenotare prima il viaggio e trovare posti migliori in quello stadio. Invece no, finirono nel settore Z. Insieme agli hooligans inglesi. In quella sera del 29 maggio 1985 la nostra famiglia fu spezzata". Trentanove morti per il crollo della tribuna che non ha retto all'avanzata dei tifosi inglesi contro quelli italiani. Tra le vittime anche due cagliaritani, Giovanni Cicci Casula, dirigente della Cosmin, appassionato di calcio e tennista per hobby, e suo figlio di undici anni, Andrea. Anna Passino oggi ha 55 anni, è un'elegante signora che abita nella stessa casa, a Monte Urpinu. Vent'anni dopo «il tempo ha attutito il dolore, perché la vita va comunque avanti e ho dovuto trovare dentro di me la forza per allevare l'altra mia figlia, che ora è laureata e vive a Roma. Dentro di me, soprattutto quando ripenso a mio figlio, il dolore è sempre lo stesso, straziante. Andrea è presente ancora in ogni istante della mia giornata. Immagino cosa farebbe adesso. Avrebbe 30 anni, magari sarebbe laureato, gli piacevano tantissimo le materie scientifiche. Da bambino aveva realizzato un campanello elettrico alimentato dalla pila, per poter entrare nella sua stanza chiunque doveva suonarlo. E sapeva usare benissimo il suo computer, un Vic 20: se fosse stato promosso agli esami di quinta elementare, se la Juve avesse vinto la Coppa e se il Cagliari si fosse salvato dalla retrocessione in serie B, il padre gli avrebbe regalato il Commodore 64». Quel bambino è rimasto bambino, un angelo volato via da quel prato con la mano stretta a suo padre nel tentativo di scappare dalla furia della violenza. Quella giornata è diventata una delle pagine più tristi della storia del calcio italiano, forse più della tragedia di Superga, l'incidente aereo in cui morì il Grande Torino di Valentino Mazzola nel 1949. Perché era una evitabile se fosse stato scelto uno stadio più sicuro; se la polizia belga fosse stata più preparata; se l'Uefa avesse saputo prevenire i più annunciati degli incidenti; se non fossero stati sistemati insieme nelle tribune, fianco a fianco, i tifosi inglesi ubriachi e i padri di famiglia italiani con i loro bambini. «Certo, venerdì quando in tv ho visto che la Juventus dovrà incontrare di nuovo il Liverpool in Coppa dei Campioni, il pensiero è tornato indietro a quei giorni, a come sarebbe stata la mia vita se non avessi perso mio marito e il mio bambino. Probabilmente sarebbero andati insieme a vedere anche la prossima partita. Padre e figlio. Forse con me ed Emanuela. La famiglia intera. Unita e felice». Anna Passino ricorda ogni istante di quella serata. «Di pomeriggio uscii per qualche commissione, rientrai verso le 20 e mi misi a preparare la cena per me ed Emanuela. In sottofondo la televisione era accesa e dava notizie sugli scontri tra tifosi. Immediatamente mi preoccupai tantissimo, ma sino a un certo punto: non sapevo con esattezza in quale settore dello stadio i miei avevano trovato il biglietto. E poi, quando vidi che la partita era iniziata ugualmente, pensai che forse la situazione non doveva essere così grave. Le notizie erano poco approfondite e molto vaghe. Soltanto alla fine della partita ci rendemmo tutti conto di quel che era successo. Vennero a casa i miei cognati, ci mettemmo in contatto con il Ministero degli Esteri. In un primo momento ci dissero che il bambino era soltanto ferito, poi la verità. Un ragazzo torinese, Roberto Lorentini, cercò di rianimare mio figlio e anche lui perse la vita: adesso il padre, Otello Lorentini, è il presidente dell'associazione dei familiari delle vittime. Non rivendichiamo niente, soltanto la verità». I processi a 13 hooligans, al capitano della gendarmeria belga, al presidente della Federcalcio belga, al segretario generale dell'Uefa si conclusero con condanne-burla: un massimo di cinque anni, rigorosamente con la condizionale. L'Heysel venne demolito, rifatto e dedicato al Re Baldovino. Ci ha giocato anche l'Italia, negli europei del 2000. «Ma io - dice Anna Passino - il calcio non lo seguo più da quel giorno maledetto. Eravamo abituati ad andare all'Amsicora prima e al Sant'Elia poi tutti insieme. Era una festa. Forse Cicci e Andrea erano abituati al Sant'Elia, non erano preparati a quel che trovarono all'Heysel». Quella sera di maggio di vent'anni fa ci fu anche una partita, un rigore regalato ai bianconeri, una coppa sollevata, un giro di campo in festa. Tra le barelle, i feriti, praticamente tra i corpi senza vita. «La Juventus - dichiara Anna Fassino - ha fatto poco per le vittime di quella sera, ma non è che ci aspettassimo qualcosa. Se è vero che per questioni di ordine pubblico le squadre furono obbligate a scendere in campo, è altrettanto vero che sportivamente non sarebbe stato giusto assegnare il titolo europeo dopo quella tragedia: la società bianconera avrebbe dovuto restituire quella Coppa dei Campioni, per rispetto dei suoi tifosi morti». In quei momenti, quando si perdono le persone care, si entra quasi in trance. «Volevo soprattutto l'impossibile: dimenticare. Giorno dopo giorno mi sono resa conto che è impossibile, e che la vita va comunque avanti. Nei primi tempi avevo trasformato la stanza di mio figlio in una sorta di museo: fu mia figlia a rimproverarmi, a farmi capire che non era giusto farla vivere in tutto quel dolore. Emanuela probabilmente ha realizzato quel che è successo soltanto dopo. E ha sofferto tremendamente da adolescente. Per anni non abbiamo apparecchiato il tavolo da pranzo: sarebbe stato troppo difficile mangiare davanti a quei due posti vuoti. Prendevamo qualcosa e la mettevamo su un vassoio, poi sedute sul divano davanti alla televisione. Fortunatamente non abbiamo avuto problemi economici, abbiamo continuato a vivere tra Monte Urpinu e la casa al mare a Costa Rei. La casa delle vacanze ci ha aiutato psicologicamente: tra parenti e amici di Emanuele e di Andrea non siamo mai rimaste sole. Ma lo strazio ci accompagnerà per sempre». Anche adesso che Anna Passino ha un nuovo compagno conosciuto sulla spiaggia di Monte Nai («un affetto importante»). Ogni trentenne che incontra per strada potrebbe essere suo figlio. Quello che gli è stato portato via per una partita di calcio. «Liverpool e Juventus forse giocheranno tra quindici giorni con il lutto al braccio? Sarebbe un bel gesto, certo, ma nessuno mi potrà restituire Cicci, mio figlio Andrea, la mia vita».

(Da "L'Unione sarda" del 20/3/2005)   Sommario Articoli

 

 

Ci costrinsero a giocare, ma era uno stadio assurdo

LIVERPOOL - Phil Neal nell' 85 era il capitano dei "reds": «Per prima cosa, voglio dire che il 13 aprile sarò a Torino per porgere le mie condoglianze a tutte le famiglie che all' Heysel persero qualche persona cara. Ci costrinsero a giocare, ricordo quando io e Scirea leggemmo il messaggio diffuso dagli altoparlanti, dicendo "state calmi, giochiamo per voi". Vent' anni dopo, credo che invece avremmo fatto meglio a tornarcene subito indietro e andare diritti a casa. Fino a quella sera, avevo pensato che il calcio fosse solo uno sport, un gioco: avevo torto. Ricordo l' ultimo allenamento all' Heysel, il giorno prima della finale: vedemmo quelle barriere ridicole, che anche un bambino di dieci anni avrebbe potuto scavalcare, e ci stupimmo che l' Uefa avesse scelto un impianto del genere per una gara così importante. Era un cantiere aperto, c' erano calcinacci dappertutto. Fu una partita surreale, nessuno protestava con l' arbitro, non sapevamo con esattezza quanti morti ci fossero, eravamo fantasmi e a un certo punto guardai Platini: mi rispose alzando le spalle. Credo che anche a lui, di quella partita non importasse più niente». (m. cr.)

(Da Repubblica del 31 marzo 2005)   Sommario Articoli

 

 

 

L'orrore dell'Heysel impresso nella mente

di Ed Vulliamy

Intervista di The Guardian al padre di Alberto Guarini vittima all'Heysel

Corre l'anno 2005, e dopo ben 20 anni di distanza, le squadre del Liverpool e della Juventus si rincontrano dopo la strage dell'Heysel che portò via, tra le 39 vittime totali, anche il nostro concittadino Alberto Guarini. Proprio per tale occasione l'inviato Ed Vulliamy, giornalista del The Guardian (uno dei più importanti giornali inglesi e internazionali), giunge a Mesagne per stilare l'articolo intervistando il padre del giovane Alberto. Vi proponiamo l'articolo, quindi, non solo per il suo interesse, ma soprattutto per onorare la memoria, nel nostro piccolo, di uno sportivo mesagnese ingiustamente vittima di una tragedia senza precedenti nel mondo dello sport, sperando che si impari da quella serata da incubo. Proprio per questo speriamo anche che la nostra comunità, nel ricordare decentemente la memoria di questo ragazzo, dedichi il nuovo stadio in contrada Tagliata proprio a lui.2/04/2005. La primavera del 1985 coincise anche con la stagione più bella della vita di Alberto Guarini. Il suo 21° compleanno era passato da una settimana, aveva da poco vinto un torneo locale di tennis doppio insieme a sua sorella Paola ed era molto innamorato di Stefania, la sua ragazza (iniziavano a pensare al matrimonio) che lo aveva anche seguito a Bari, all'università. Lui studia Odontoiatria e ha da poco superato i suoi esami. A coronare il tutto la sua squadra del cuore, la grande Juventus, che è arrivata in finale di Coppa dei Campioni dove sfiderà il forte Liverpool, squadra che Alberto rispetta e ammira. Suo padre Bruno ha promesso un regalo come ricompensa del superamento degli esami, qualsiasi regalo, e nei suoi pensieri Alberto non ha dubbi: padre e figlio in viaggio insieme, dalla piccola città di Mesagne, in Puglia, nel Sud Italia, alla volta di Bruxelles per vedere la partita. Il fatidico giorno sarebbe stato l'ultimo della vita di Alberto, e di altri 38 non molto diversi da lui, alcuni giovani, in gran parte adulti. La terza, letale carica delle bande di sostenitori ubriachi del Liverpool attraverso le gradinate dell' Heysel Stadium fino ai terrorizzati e fuggiaschi Italiani, intrappola Alberto e suo padre contro le recinzioni e il muro ai limiti del loro settore. “Quando i tifosi inglesi si precipitarono verso di noi, Alberto rimase fermo” ricorda Bruno Guarini. “Lui gridò: 'Non so se andare sopra o sotto'. Io gli urlai di andare sotto. Le sue ultime parole furono: 'Papà, mi stanno schiacciando!' Ricordo ancora tutto, proprio come un film che arriva alle scene finali, quando la pellicola finisce e non vedi più nulla. Invece io di notte, a volte, mi sveglio di soprassalto e vedo di nuovo tutto.” Il film si ferma perché Bruno Guarini, seriamente ferito, perde conoscenza. Quando si risvegliò, ricominciò l'incubo: “La Croce Rossa era arrivata. Io ero ferito e contuso un po' dappertutto. Insistevo con loro per cercare Alberto prima di essere portato via, anche a costo eventualmente di ritrovarlo morto, come effettivamente accadde. La Croce Rossa cercava di portarmi via ma io non potevo lasciare quel posto. Semplicemente misi la sua carta d'identità nella tasca, quindi mi condussero in ospedale. C'eravamo precipitati insieme a Bruxelles cantando sull'aereo. E al ritorno me ne venivo con il corpo di mio figlio.” E' strano, alla vigilia del prossimo martedì, giorno di un surreale ed emotivo incontro all' Anfield Road, camminare per le belle strade barocche del centro storico di Mesagne insieme a Bruno e ricordare a me stesso che ho visto, da lontano sebbene non in dettaglio, la morte del suo figlio e di 38 altri nel fatale blocco Z dell'Heysel. Ero vicino alla linea di centrocampo, al di sopra del macello. Questa era la posizione per la quale Guarini aveva richiesto (e aveva promesso) i biglietti, e nella quale il suo figlio avrebbe avuto la vita salva, se solo i loro posti non fossero stati spostati all'ultimo minuto dall'agenzia di viaggi che li aveva fatti arrivare in volo da Brindisi. E' strano ricordare l'incubo di quel giorno e di quella notte: il tappeto di cocci di bottiglie di birra rotte e lattine nel centro di Bruxelles e tutt'intorno allo stadio; quelle tre cariche verso il piccolo gruppo di tifosi italiani, il cui gruppo principale si trovava all'estremità opposta del terreno (e la terza delle quali attraverso la gradinata scoperta in mezzo alla folla in fuga), ed il fatale crollo del muro, corpi rotolanti verso il basso, e i furiosi canti di battaglia che ci furono dopo tra gli inglesi. Ho incontrato per la prima volta Bruno Guarini 15 anni fa. In quel periodo, cinque anni dopo l'incidente, niente era stato spostato dalla stanza di Alberto. Posato a lato del suo letto un giornale della Juventus; appesi nell'armadio i suoi abiti e lo zainetto bianconero nel quale si trovava il pranzo al sacco preparato per quel giorno, e che tornò insieme al suo corpo a casa. Ora quella parte di casa Guarini è per lo più chiusa, ma i trofei di Alberto rimangono, allineati in fila, e riconducibili ai suoi successi nei tornei di calcetto e tennis. I muri della sua stanza da letto ora sono ricoperti da fotografie, dei suoi sorrisi, delle sue speranze e della sua bella gioventù. “Tutti dicono che il tempo sana le ferite” riflette Guarini ora. “Ma il tempo non ha fatto niente. Tutto quanto rimane davanti ai miei occhi come se fosse successo ieri. Posso ancora sentire la sua voce. Posso ancora vedere il suo sguardo. Per tutti quanti voi, anche per i tifosi, il tempo passa. Ma per un padre che ha perso il suo figlio, tutto rimane dentro e niente si cancella.” I cambiamenti invece consistono nel matrimonio della sorella di Alberto, Paola, che tra l'altro vive nella casa accanto, e che ha avuto un figlio, Gabriele, che ora ha due anni. “E' la mia gioia” dice il nonno. Un piccolo Alberto ? “Naturalmente!” Per quanto riguarda la partita di martedì, Guarini ha deciso di vederla. “Lo farò per Alberto. Sarà come averlo al mio fianco seduto. In fondo è quello che avrebbe voluto lui.” Mesagne è uno dei tipici paesi che si trovano per l'Italia centrale e meridionale, dai quali provenivano parecchi di quei tifosi che si trovavano nel Blocco Z, quelli impossibilitati ad avere un biglietto per il settore più adatto dello stadio.  è un luogo ricco di qualsiasi mezzo, si trova su una bassa pianura dalla terra profondamente rossa che si estende all'interno partire dal porto di Brindisi, nel cosiddetto "tacco" d'Italia. Molti abitanti della zona lavorano nei terreni circostanti; e poi sono presenti poche industrie di trasformazione del pomodoro in salsa, nonché confezionamento di olive e carciofi. Qui Bruno Guarini viveva e diventava un fanatico tifoso della Juventus, con uno zelo ereditato da suo figlio. Bruno lavorava come informatore scientifico per una casa farmaceutica, Alberto optava per odontoiatria, mentre Paola faceva pratica come farmacista. A Paola era stato richiesto di garantire la registrazione della partita in videocassetta per quel giorno. Alberto non era mai stato così eccitato; chiamava ripetutamente da Bari per assicurarsi che il padre avesse scelto dei posti buoni. “E naturalmente Alberto conosceva il Liverpool” dice Guarini. “Erano famosi ovviamente, una squadra meravigliosa, e noi presumevamo che i suoi tifosi fossero come noi, semplicemente persone matte per il calcio”. Alberto conosceva l'Inghilterra, c 'era stato ben tre volte grazie a dei viaggi studio per conoscere la lingua, a Londra, e si era sempre trovato bene lì. Sua madre Lucia comunque era nervosa prima della partenza per Bruxelles, “non per via degli hooligans, solo perché dovevano andare così lontano.” Alberto e Bruno presero l'aereo: “Era come un festival, bandiere e canti”. Paola programmava il videoregistratore e accendeva la tv. I reportage e servizi riferivano di guai nella folla; Lucia spense il televisore. “Arrivammo presto allo stadio e vedemmo gli inglesi ubriachi e già fuori di testa, tutti a torso nudo nella calura” dice Guarini. “Allora dissi ad Alberto: Spostiamoci il più lontano possibile da loro, mettiamoci vicino al muro.” Fu la peggiore decisione possibile, da lì non c'erano vie di fuga. Si” dice, “conosco tutte le giustificazioni. Era un pessimo stadio e ancora non riesco a credere come abbia potuto l' UEFA sceglierlo come luogo per la finale tra due delle più forti squadre d'Europa, ciascuna con migliaia di tifosi al seguito. Così come non riesco a capacitarmi di come abbiano permesso la vendita di biglietti per la stessa curva sia agli inglesi che a noi italiani, quando gli juventini (compresi gli elementi peggiori) si trovavano nella curva opposta. E la polizia poi: semplicemente inesistente. Non esistevano protezioni, nessuna linea per separarci Ma la mancanza di provvedimenti adeguati giustifica quello che è successo? Può questo giustificare l'assassino di tante persone? Hanno chiamato questa una tragedia come un terremoto o un disastro naturale, ma non è stata una tragedia come si dice, è stata una carneficina.” "Per 50 anni," dice Guarini, "ho pensato all' Inghilterra come ad un paese civilizzato. Un popolo civile. Ma quello che mi ha fatto male è che non abbiamo sentito mai nulla dalla società del Liverpool o dei suoi sostenitori, non una scusa o un gesto di solidarietà, niente, come se non avessero fatto niente di sbagliato ". Qualunque sentimento ci sia o meno nel Merseyside ora (la contea in cui si trova Liverpool, n.d.t.) - soprattutto dopo l'orrore di Hillsborough (un'altra tragedia calcistica avvenuta nel 1989 con 96 vittime) – il ricordo di Alberto è ancora vivo a Mesagne. Qui esiste la Fondazione Alberto Guarini,(gestita da Gino Sconosciuto, un impiegato di banca), che per molti anni ha finanziato gli studi presso la facoltà di Odontoiatria all' Università di Bari, a studenti locali altrimenti economicamente non in grado di mantenersi. Recentemente la Fondazione ha deciso di finanziare un posto all'Università di Lecce in modo da avere voce in capitolo nelle ricerche e scavi nel sottosuolo di Mesagne, volti a chiarire la storia della civiltà pre-romana dei Messapi, una popolazione che abitava la regione a partire dal 18 ° secolo a.C. Inoltre, il campo da tennis in cui Alberto e sua sorella erano soliti giocare è ora chiamato "Campo Alberto Guarini" e ogni anno a Mesagne la fondazione organizza tornei di tennis e calcio, con i trofei che portano il nome di Alberto. Il cimitero di Mesagne si trova adiacente al centro della città. Qui le tombe di famiglia sono disposte come edifici in miniatura lungo una rete di piccole strade. Quella della famiglia Guarini è di pietra, rivestita all'interno di marmo bianco. Il loculo di Alberto è situato più in basso rispetto a quello dei suoi nonni, entrambi i quali gli sono sopravvissuti. Su di esso vi è una fotografia, l'ultima che lo ritrae, insieme alla sua fidanzata Stefania, abbracciati, che sorridono. Di seguito c’è la lettera greca Alpha accanto alla sua data di nascita e Omega accanto alla data 29.5.85. “Questa è la mia seconda casa", spiega Guarini, indicando il posto vuoto al di sotto di Alberto , “e mi attende". I fiori vengono sostituiti due volte a settimana. Guarini contempla l’ immagine di suo figlio con gli occhi che si accendono in un barlume di animazione; un lontano, straziato sguardo. Al di fuori, gocce di pioggia sbattono pesantemente contro il ferro battuto. Quindici anni fa Guarini aveva avvicinato il suo indice alle tempie e detto: "Heysel, questo mondo mi farà impazzire" Ora, qui, egli riflette: "Penso per tutto il tempo se solo esso mi avesse dato un altro dono. Se solo l'aereo non fosse decollato a causa di cattive condizioni meteorologiche. Se solo ..." E ripete: "Per un padre avere un figlio e guardarlo morire è il più grande dolore. Ma per perdere il figlio in questo modo, ucciso da quella gente, è al di là del dolore. E’ qualcosa che il tempo non può guarire, nemmeno 20 lunghi anni, e ti lascia la morte nel cuore ".

2/04/2005 (traduzione di Francesco Arnò )

(Da www.forzamesagne.com )  Sommario Articoli

 

 

 

I tifosi dell'Heysel ripartono da «memoria e amicizia»

di Filippo Maria Ricci 

Nel pomeriggio un'amichevole. Prima della gara uno striscione con le due parole di pace attraverserà il campo. Il padre di una vittima: «Sono solo gesti formali. Meglio una partita per beneficenza» A condurre la marcia da una curva all' altra sarà l' ex capitano dei Reds Phil Neal.

LONDRA. Memoria e amicizia. Quella di martedì sera ad Anfield per gli inglesi non è una partita come le altre. E non solo per i tifosi del Liverpool. Da quando l' urna di Nyon ha accoppiato Liverpool e Juventus per i quarti di finale della Champions League la memoria della tragedia dell' Heysel si è come materializzata e nessuno si è tirato indietro, anche se non è semplice mostrare equilibrio di fronte a una tragedia tanto grande. Qui c' è ancora chi racconta quella giornata come un «pomeriggio in cui 39 persone persero la vita per il crollo di un muretto». Ma fortunatamente per la maggioranza di tifosi, giornalisti e addetti ai lavori la sfida di domani sera sarà l'occasione ideale per ricordare le vittime e onorare la loro memoria. La partita di vent' anni fa ha mutato il corso del calcio inglese, espulso dall' Europa per cinque stagioni (sei per il Liverpool) e costretto a venire a patti con un problema, quello degli hooligans, che era enorme e che oggi per tanti versi può definirsi sconfitto. Cosa non altrettanto certa in Italia. Il Liverpool, in accordo con la Juventus, ha deciso di puntare sulle parole «memoria» e «amicizia» per segnare il primo incontro con il club bianconero dalla serata dell' Heysel. Uno striscione con le due parole e i nomi di battesimo delle 39 vittime sarà portato prima della gara dal Kop, la famigerata curva dei tifosi dei Reds, al settore occupato dai tifosi juventini. A condurre il drappello sarà Phil Neal, il capitano del Liverpool all' Heysel. Durante il minuto di silenzio che sarà osservato prima del fischio d' inizio, il Kop creerà con dei cartoncini un mosaico con la parola «amicizia», il simbolo del Liverpool e i colori delle due squadre. Tutti i tifosi ospiti riceveranno l' ormai classico braccialetto di gomma con i colori rosso-bianco-nero e la parola «amicizia» in italiano e in inglese, e una brochure di quattro pagine scritta in italiano incentrata sull' amicizia tra le due tifoserie. All' interno ci sarà un messaggio di Ian Rush, simbolico ex delle due squadre, ritratto sia in maglia rossa che in maglia bianconera, e sul retro un messaggio che recita: «We are sorry. You' ll never walk alone». Le scuse, e le parole di solidarietà che danno il titolo al celebre inno del Liverpool. Anche il programma della partita è stato completamente ridisegnato: in copertina il logo scelto nell' occasione per rappresentare il concetto di amicizia. Sul retro, al posto delle usuali liste dei giocatori, lo striscione «Memoria e Amicizia» che attraverserà il campo prima della gara. Domani pomeriggio ci sarà anche un' amichevole tra rappresentative di tifosi. Cosa che non ha convinto, insieme a tutto il resto del programma commemorativo, Otello Lorentini, il presidente dell' associazione creata dai parenti delle vittime. Lorentini all' Heysel perse un figlio di trent' anni, un dottore che morì nel tentativo disperato di salvare altre vite:«L' amichevole è per i tifosi vivi, ma i nostri cari sono morti, ha detto Lorentini. E per vent' anni Liverpool e Juventus hanno mantenuto un incomprensibile silenzio, come se volessero rimuovere quanto accaduto. Ora, visto che sono stati costretti a ritrovarsi, e non per scelta ma in una competizione altamente remunerativa, hanno pensato a una serie di gesti che a me paiono puramente formali. Mi farà piacere, ha proseguito Lorentini, vedere il nome di mio figlio Roberto sullo striscione che andrà da una curva all' altra, ma l'unico gesto veramente significativo sarebbe quello di organizzare un' amichevole tra le due squadre senza alcuno scopo di lucro, azzerando il fattore economico dell' incontro donando tutti i proventi in beneficenza, a gente povera o malata. Ho mandato una richiesta in tal senso all' ambasciata inglese a Roma e alla Juventus: si potrebbe giocare quest'estate, magari ad Arezzo, la città dove è stata fondata la nostra associazione. E in parallelo si potrebbe organizzare un convegno sulla violenza nello sport. Il Liverpool non ci ha ancora risposto». Da Anfield hanno fatto sapere che la lettera di Lorentini è arrivata, e che è stata passata al direttore generale Rick Parry. Ieri tutti i giornali domenicali inglesi hanno dato ampio spazio al ricordo dell' Heysel, e il supplemento sportivo mensile dell' Observer, settimanale politico londinese, al ricordo ha dedicato 18 pagine raccogliendo le memorie di persone che erano a Bruxelles vent' anni fa, in campo o in tribuna. Da Paolo Rossi, a Zibì Boniek, dal portiere del Liverpool Bruce Grobbelaar a Marco Tardelli, passando per tifosi, fotografi, giornalisti. Peccato che Phil Neal, l' ex capitano che martedì condurrà il ricordo organizzato dal Liverpool, si sia rifiutato di rispondere alle domande del giornalista, chiedendo di essere pagato.

(Dal "Corriere della Sera" del 4 aprile 2005)  Sommario Articoli

 

 

 

29 Maggio 1985 ore 19.20 L'Heysel è l'inferno

di Galavotti Giancarlo

Manca poco più di un'ora a Juve-Liverpool, finale di coppa Campioni. Un gruppo di tifosi del Liverpool comincia la guerriglia. Il settore Z della curva nord è un campo di battaglia. Le forze dell' ordine entrano in azione con ritardo. Gli italiani scappano: chi corre verso la recinzione che separa la curva Z dal campo (e così trova la salvezza) e chi preme contro il muretto di recinzione che crolla. Sono circa duemila i tifosi inglesi impazziti e ubriachi che scatenano l' inferno. I morti sono 39 (32 italiani), i feriti circa di 400. Alle 21.39 le due squadre scendono in campo. Vince 1-0 la Juve, gol di Platini su calcio di rigore. I fatti La designazione dello stadio Heysel da parte dell'Uefa fu aspramente criticata da entrambi i club: la struttura era fatiscente, priva di adeguate uscite di sicurezza e di corridoi di soccorso. Il campo di gioco e le tribune erano malcurati, assi di legno erano sparse per terra, i muretti divisori erano vecchi e fragili e da essi si staccavano pezzi di calcinacci, le tribune di cemento sgretolate. Lo scarico dei servizi igienici colava dai muri, contribuendo a renderli ancora più fragili. I tifosi bianconeri erano migliaia: buona parte proveniva dai club organizzati e venne fatta sistemare nella tribuna N, nella curva opposta a quella riservata ai tifosi inglesi; molti altri tifosi, sganciati dal tifo organizzato, padri di famiglia con bambini e sostenitori tutt'altro che "accesi", comprarono i biglietti al di fuori dei circuiti ufficiali e si ritrovarono nella tribuna Z, con due reti metalliche a separarli dalla curva dei più accesi tifosi del Liverpool.Circa un'ora prima della partita, i tifosi inglesi cominciarono a spingersi verso il settore Z. Gli inglesi sostennero la tesi di un lancio di pietre proveniente dal settore dei tifosi italiani per giustificare la loro spinta violentissima che divelse in pochi secondi le reti di protezione. In realtà il lancio di pietre non avvenne mai, al contrario la carica degli hooligans fu preceduta da razzi sparati sui bianconeri e da una fitta sassaiola. I tifosi juventini, impauriti, nella totale assenza delle forze dell'ordine belghe, completamente colte di sorpresa dall'azione degli inglesi, si ammassarono contro il muro opposto alla curva dei sostenitori del Liverpool. Alcuni, disperati, si lanciarono dall'alto nel vuoto, altri cercarono di scavalcare ed entrare nel settore adiacente; alcuni di essi finirono sugli spunzoni delle recinzioni. Il muro su cui erano ammassati i bianconeri crollò per il troppo peso, moltissime persone vennero travolte, schiacciate e calpestate nella corsa verso una via d'uscita, per molti rappresentata da un varco aperto verso il campo da gioco. Dall'altra parte dello stadio i tifosi juventini del settore N e tutti gli altri sportivi accorsi allo stadio sentirono le voci dello speaker, dei capitani delle due squadre che invitavano alla calma e in pochi capirono quello che stava realmente accadendo. Gli scampati alla tragedia si rivolsero ai giornalisti in tribuna stampa perché telefonassero in Italia, per rassicurare i familiari. I morti furono 39, dei quali 32 italiani, 4 belgi, 2 francesi e 1 irlandese. Centinaia i feriti. Si decise di giocare ugualmente la partita: la decisione fu presa dalle forze dell'ordine belghe, per evitare ulteriori tensioni. L'incontro fu disputato in un'atmosfera surreale, con le notizie che si susseguivano ed i giocatori stessi ignari di che proporzione avesse assunto la tragedia. Nel 2000 lo stadio Heysel fu raso al suolo e ricostruito con un nuovo nome: Stadio Re Baldovino. Al suo interno una targa commemorativa ricorda la tragedia del 29 maggio 1985. I parenti delle vittime hanno fondato un Comitato. In occasione del ventesimo anniversario della strage (29 maggio 2005) hanno presenziato alla cerimonia di inaugurazione del monumento di commemorazione delle vittime a Bruxelles, presieduta dal sindaco della capitale belga. Negli stessi giorni le squadre giovanili di Juventus e Liverpool si sono affrontate allo stadio Comunale di Arezzo (città di Giuseppina Conti e di Roberto Lorentini, due delle vittime; il padre di Lorentini, Otello, è tra l'altro il fondatore del suddetto Comitato) in un match amichevole.

(Da la Gazzetta dello sport del 4 aprile 2005)  Sommario Articoli

 

 

 

“E’ il ricordo più brutto della mia carriera”

di R.S.

Heysel 20 anni dopo. Sembra trascorsa un’eternità eppure il ricordo di questi istanti drammatici, così tremendamente surreali e fuori da ogni logica umana sono però, anche se a distanza di tempo, ancora ben scalfiti nella memoria di chi quelle ore interminabili le ha vissute in prima persona allo stadio di Bruxelles, oppure le ha vissute davanti al piccolo teleschermo tremendamente in ansia per le sorti dei propri familiari. Quel 29 maggio 1985 una semplice partita di calcio tra Liverpool e Juventus si trasformò dunque in una tragedia in cui persero la vita ben 39 persone, quasi tutte italiane. Ma l’appuntamento con la storia è destinato dunque a ripetersi. Vent’anni dopo quella maledetta finale di Coppa Campioni vinta per 1 a 0 dai bianconeri con un gol su rigore realizzato da Platini (fischiato per un fallo al limite dell’area su Boniek), i destini di Juventus e Liverpool tornano così ad incrociarsi questa sera per i quarti di finale di Champions League. E così si torna automaticamente a riflettere su un dramma che ha segnato letteralmente il calcio, oltre a segnare per sempre la vita dei protagonisti. Tra questi c’era anche Massimo Bonini, sammarinese classe 1959, che quella sera di fine maggio era in campo con la maglia della Vecchia Signora. Oggi Bonini ha 46 anni ed è diventato tra l’altro papà per la prima volta di suo figlio Arturo lo scorso venerdì, ma quegli istanti di morte sono per lui indimenticabili. Vorrei non pensarci - confida l’ex calciatore - ma quella tragedia è legata al trionfo più importante di tutti gli anni in cui ho giocato a calcio, è inevitabile che ogni tanto mi venga ricordato. Spero che l’incontro tra Juventus e Liverpool sia una partita di calcio. La Coppa che abbiamo alzato nel 1985 è come se non l’avessimo mai vinta. Come si può far festa con 39 morti sugli spalti? Fu assurdo, allucinante, è il ricordo più brutto della mia carriera e mi auguro di cuore che un episodio del genere non si verifichi mai più. Una tragedia di una tale portata, quella che si consumò sugli spalti dello stadio di Heysel, che non subito fu compresa. Esattamente compresi quello che stava accadendo quando tornai in albergo, vedendo le immagini in televisione, fu agghiacciante. La partita però pur nella tragedia si disputò regolarmente:Giocai quella gara per vincere esattamente come i miei compagni e i miei avversari. Alla fine esultai insieme ai tifosi della curva anche loro all’oscuro di tutto. Le vere vittime non furono gli ultras, ma le famiglie che erano andate allo stadio con i bambini e rimasero travolte dalla massa degli Hooligans ubriachi. E per non dimenticare le 39 vittime di quel 29 maggio saranno attivate alcune iniziative. Sarà distribuita ai tifosi della Juve una brochure con un messaggio di Ian Rush, unico giocatore ad aver militato in entrambe le squadre. A tutti poi sarà regalato un braccialetto dell’amicizia. Nella curva del Liverpool comparirà anche la scritta "“Amicizia” a caratteri cubitali.

(Da La Tribuna Sammarinese del 5/04/2005)   Sommario Articoli





Heysel, ex hooligan incontra padre della vittima

AREZZO - Vent'anni dopo, l'ex hooligan tifoso del Liverpool, Terry Wilson, ha chiesto perdono per quello che ha fatto al padre e al figlio di una delle vittime dell'Heysel, Otello e Andrea Lorentini. Molto scossi per l'incontro, i due non sono parsi ancora pronti a perdonare per la perdita di Roberto, 33 anni, quella tragica sera. E' stato il quotidiano francese L'Equipe a organizzare, ad Arezzo, l'incontro fra i familiari della vittima e l'ex hooligan che fu condannato a cinque anni di carcere anche se ha scontato soltanto 10 mesi in tutto. Terry Wilson, 38 anni, nel viaggio aereo, aveva persino imparato a dire in italiano 'Sono qui per chiedere perdono. Poi, di fronte a Otello (81 anni) e Andrea (23), ha ripetuto soltanto ''I'm sorry, I'm sorry, I'm so sorry...''. Con traduzione simultanea del giovane Andrea. Otello chiede al nipote di dire in inglese a Terry: ''Ho visto i tuoi amici tirare fuori oggetti dalle tasche dei morti''. ''Vi chiedo ancora perdono - ripete Terry - ammetto di aver dato pugni, calci, che hanno indirettamente provocato la morte di vostro figlio e di altre vittime. Ma l'ho capito soltanto qualche ora dopo, sul traghetto di ritorno, quando le televisioni a bordo hanno mostrato le immagini dei cadaveri. Allo stadio non ho visto nemmeno un corpo. Dopo le cariche sono tornato nel settore Y riservato agli inglesi, e ho aspettato l'inizio della partita. E' orribile a dirsi, ma eravamo anche impazienti, non avevamo capito l'ampiezza della catastrofe''.

(Da "Quotidiano Nazionale" del 5 Aprile 2005)  Sommario Articoli

 

 

 

Io, un sopravvissuto dell'Heysel

mio figlio credeva fossi morto

di Fernando Pellerano

Il corpo è disteso esanime sulla pista d' atletica. Immobile, senza scarpe, coi vestiti stracciati, calpestato da altri spettatori. «Ecco, quello sono io, apparentemente senza vita, uscito neppure adesso so come da quell' inferno». Leopoldo Lelio, ex funzionario di banca a Bologna, ora in pensione, grande tifoso juventino, al seguito della Signora in mille trasferte, fin dagli anni ' 60,racconta la più indelebile. E' un sopravvissuto dell' Heysel, vent' anni fa: stasera, quando in tv scatterà Liverpool-Juve, non potrà non ripensarci. La sua storia parte da quella tragica foto a colori, pubblicata su uno speciale di Epoca». E non è una storia 'solitaria' , perché accanto a lui, in ginocchio nella foto, con una maglia numero dieci della Juve c' è un ragazzino di 14 anni:suo figlio Vittorio, compagno di tante trasferte. Gli accarezza la testa, forse pensa «papà è morto». Più in là grida concitate, lamenti, urla. Momenti tremendi, la follia inglese si è appena scatenata nel settore Z del patetico stadio di Bruxelles. Poco dopo la conta dei morti: 39. Momenti che non si possono dimenticare. «Invece, le dirò, a quella serata non ci pensavo più. Me l' avete fatta tornare in mente voi, cercandomi. Così ho ritirato fuori gli articoli e i ritagli d' allora». E con loro ricordi vividi, trasparenti, pieni di rabbia, ma anche di sollievo. «Al momento del sorteggio, io invece ci ho ripensato subito», racconta Vittorio, testimone di una vicenda più grande di lui.«Sì, quando ho ritrovato mio padre là disteso ho pensato fosse morto». Non lo era. Intorno a loro c' erano tifosi con lo sguardo perso. Fra questi un ragazzo inglese, con i baffi e la maglia dei Reds. Sarà lui, insieme a un suo connazionale, a 'risvegliare' papà Leopoldo. «Per fortuna non sono tutti ubriaconi impazziti. Una volta vista la foto sul giornale, riconosciuto il ragazzo, scrissi al sindaco di Liverpool per chiedergli di rintracciarlo. Lui mi ringraziò e mi mise in contatto con Jeff Conrad.Volevo invitarlo in Italia per una vacanza, l' avrei portato a Messina, la mia città, la mia terra. Stavo organizzando una colletta, come riconoscimento sincero, visto che se la passava male, ma per un motivo o per l' altro non siamo riusciti a rivederci e dopo tante lettere ci siamo persi». I due Lelio non agirono in giudizio. «M' arrivò a casa un questionario dell'associazione dei familiari delle vittime:lo compilai, lo rispedii, ma non seppi più nulla». Solo gratitudine per quel ragazzo inglese e ancora tanta rabbia per l' inefficienza della polizia belga e per l' idiozia dei tifosi britannici. «Settore Z, già. Erano gli unici biglietti disponibili. Già all' entrata, due ore prima, c' era ressa. Iniziai a preoccuparmi quando vidi la rete di recinzione fra le tifoserie:ridicola, sembrava quella di un pollaio. Con mio figlio mi piazzai al centro della curva, poi ci fu il lancio di pietre,di bottiglie e infine lo sfondamento. Presi per mano Vittorio e scappammo, non verso il muro,ma giù in fondo alla curva. Vidi pugni, coltellate, una ragazza sgozzata con una bottiglia rotta che chiedeva pietà. Polizia? Quattro gendarmi a cavallo, inermi. In fondo alla curva la rete cedette, feci in tempo a mollare Vittorio che riuscì a scavalcare la folla e si ritrovò in campo,io invece svenni nella bolgia e mi risvegliai 30 metri più in là:non so come ci arrivai. Ero vivo e con me mio figlio. Andai a farmi medicare sotto la tribuna, ma non volevano farmi entrare con Vittorio, assurdo. Me ne scappai in tribuna centrale e lì vedemmo la partita». Nessuno poteva uscire, si doveva giocare e assistere. «Fu strano, certo, ma non c' era alternativa. Ogni tanto ci abbracciavamo, per rassicurarci. Mi diede fastidio l' esultanza di Platini». Intanto la moglie a casa, raggiunta da telefonate di amici e parenti,rassicurava tutti: «Li ho visti in tv, stanno bene». Sì, ma erano immagini registrate.«Poi la chiamammo alle due di notte: va tutto bene».In realtà l' odissea continuò dopo la partita. «Perdemmo l' autobus, un camper di teatini ci riportò in città,riconobbi l' albergo per caso, il direttore non voleva darci da mangiare,era tardi. Chiamai l' ambasciatore, il figlio di Saragat, ci portarono delle noccioline, come a delle scimmie. Belgio, Inghilterra. I migliori, con tutti i nostri difetti, siamo noi». Tornati a Bologna, subito al Rizzoli: 30 giorni di convalescenza. «Ero giallo, conseguenza di quel soffocamento, con una gamba cartonata». E Vittorio? Niente di niente. «Ma per 5 anni non sono più tornato allo stadio. Ora sì, ma per il mio Messina, lontano dalla ressa e vicino alla polizia. La Juve la vedo in tv. Da piccolo tifavo Torino, poi ci fu Superga e passai all' altra squadra della città». E un' altra finale di Champions? «Eravamo stati anche ad Atene (0-1 con l' Amburgo), bella gita, brutta partita. Istanbul mi piacerebbe, non ci sono mai stato,ma non contro una squadra inglese, mai più. Sarebbe bella una rivincita col Milan. Ecco, allora forse ci andrei».

(Da "Repubblica" del 05 aprile 2005)   Sommario Articoli

 

 


L'Heysel è una ferita che si riapre

di Paolo Forcolin

Tacconi: «Sapevamo che c'erano morti».

Boniperti: «Si giocò soltanto per evitare altre vittime»

Saranno vent' anni, a maggio. Ma il ricordo di quella sera è più vivo che mai. Non ombre indistinte, amnesie offuscate dagli anni. No, graffiti tracciati sul granito, incancellabili. Chi c' era, all' Heysel, quella sera del 29 maggio ' 85 non potrà mai dimenticare. Soprattutto non potrà farlo chi, in quella tiepida sera belga, era tra i protagonisti. Stefano Tacconi era il portiere titolare della Juve, allora. Un titolare ritrovato, se vogliamo, perché Trap lo aveva «segato» di brutto all' indomani del derby d' andata (18 novembre ' 84). Poi, il 5 maggio, trasferta di Napoli, Trap lo richiamò. E Tacconi si riprese il posto, a pochi giorni, in pratica, dalla finale di coppa Campioni, ancora col Liverpool. A tanti anni di distanza, e a poche ore dalla nuova sfida con i Red Devils, quella sfida lontana e tragica fa ancora, inevitabilmente, parlare di sé. Una domanda, in particolare, suscita ancora contrasti: sapevano che cosa era successo i giocatori della Juve? Sapevano che il settore Z era diventato un immane mattatoio, che tanti tifosi italiani (32 morti sui 39 totali) erano stati massacrati dalla furia degli hooligan? La voce di Stefano è forte e chiara, nessun tentennamento: «Sapevamo. Lo sapevo io, lo sapevano tutti. Non il numero delle vittime, questo no. Ma sapevamo che era successo qualcosa di gravissimo, che c' erano stati dei morti. Lo capimmo subito: da quando, negli spogliatoi dove stavamo preparandoci alla partita, cominciammo a veder arrivare i nostri tifosi. Feriti, in stato di choc, tremanti di paura e di freddo. Molti sanguinavano, erano con i vestiti a pezzi, senza scarpe. Il povero dottor La Neve si adoperava per prestare le prime cure, soccorrere chi aveva più bisogno. Chi arrivava da noi era sconvolto. E raccontava di quanto era successo fuori, la carica degli inglesi, il muro che non aveva retto, la gente calpestata. La parola "morti", al plurale, rimbalzava di frequente. Certo, nessuno poteva conoscere l' entità della tragedia: ma dalle loro parole capimmo, tutti, che era successo qualcosa di terribile. So che qualcuno continua a dire di non aver saputo praticamente nulla: non voglio sapere perché, non mi interessa. Ma sarebbe bastato sentire i racconti dei feriti». Sergio Brio era lì, nello spogliatoio. Conferma la versione di Stefano tranne che in un particolare: «Vero, c' era tanta gente terrorizzata, ferita. Ricordo che demmo loro scarpe, k-way, tute, tutto il materiale non indispensabile. Quanto ai morti, io ricordo solo che si parlava, al singolare, di una persona probabilmente deceduta». Riattacca Tacconi: «La Juve non avrebbe voluto giocare. Boniperti e Morini lo dissero chiaro e tondo all' Uefa. Ma, poi, arrivò un generale belga, funzionario del ministero degli Interni. Disse a Boniperti che si sarebbe dovuto assumere la responsabilità di eventuali altri incidenti, perché l' ordine pubblico non era governabile. E fu così che accettammo di giocare. A scanso di equivoci, fu partita vera, anche se noi, a mio parere, giocammo il peggior match dell' anno. Quanto al rigore, l' arbitro non poteva vedere il luogo esatto del fallo su Boniek (fuori area, ndr) e il guardalinee non si prese la responsabilità di fargli cambiare idea. Errore arbitrale, insomma, non regalo o compensazione per quanto era successo. Alla fine, molti criticarono il giro con la Coppa in mano. Io non uscii, molti compagni sì. Ma ricordo che il giro ci fu richiesto espressamente dai tifosi. Il Liverpool? Io ebbi l' impressione che avessero preso quanto accaduto con molta minor partecipazione, rispetto a noi. Magari erano più abituati alle violenze degli hooligan, magari, più semplicemente, cercarono di approfittare della nostra condizione psicologica per vincere la coppa. Non ci riuscirono». Vent' anni dopo la parola Heysel accende in Giampiero Boniperti ricordi nitidi e una rabbia difficile da reprimere. «Sono stato in Parlamento a Bruxelles per 5 anni e non ho mai più voluto passare davanti a quello stadio. Ancora oggi, confesso, non sono sereno quando penso al capo della Gendarmeria della città, perché non posso dimenticare che c' era un poliziotto, uno solo, in quel settore maledetto a tenere a bada i tifosi inglesi. Eppure la pericolosità degli hooligan era sotto gli occhi di tutti. La sera prima della partita, mia moglie che alloggiava in un hotel del centro mi telefonò sconvolta in ritiro: "Piero, qui sta succedendo un finimondo, ci sono inglesi ubriachi che stanno spaccando tutto, ci sono vetri ovunque, vetrine infrante...". E il mattino dopo, durante il sopralluogo allo stadio, non riuscivo a capacitarmi di quel che vedevo: l' Heysel sembrava un cantiere, all' esterno c' era addirittura una catasta di legna, proprio dietro le gradinate dove si è poi consumata la tragedia. Ricordo tutto di quel giorno, io conoscevo l' entità del disastro perché nella pancia dello stadio dove mi trovavo c' era la tv, ma chi stava sugli spalti in altri settori, lontani dal V e dallo Z, e gli stessi giocatori che naturalmente non ignoravano l' accaduto - i capitani Scirea e Neal lessero un messaggio via radio - non avevano la consapevolezza dell' enormità di quel stava capitando. Proprio la necessità di evitare una guerra ci indusse a scendere in campo. Io non volevo giocare e non voleva giocare il presidente del Liverpool: ma il capo della Gendarmeria e il rappresentante dell' Uefa, su ordine del ministro degli Interni belga, ci spiegarono che disputare la partita avrebbe evitato l' esplodere di ulteriore violenze. E si giocò. E fu partita vera. Ma io quei morti li ho visti e me li ricordo tutti. E non voglio dimenticarli. Perché credo che ricordare è l' unico modo per evitare che tragedie simili si ripetano. Per questo nella vecchia sede bianconera di piazza Crimea feci posare un cippo con le parole di Giovanni Arpino: "Qui ricordiamo le 39 vittime di Bruxelles il 29 maggio 1985 trucidate da brutale violenza. Quando onore, lealtà, rispetto cedono alla follia, è tradita ogni disciplina sportiva. Alla nostra memoria il compito di tenerla viva"». Paolo Forcolin Enrica Speroni 29 MAGGIO 1985 IL SETTORE «Z» DIVENTA UN INFERNO 29 maggio 1985, ore 19.20: l' Heysel è un inferno. Manca poco più di un' ora a Juventus-Liverpool, finale di Coppa dei Campioni, un gruppo di tifosi del Liverpool comincia la guerriglia. FUGA Una banale rete metallica separava gli inglesi ammucchiati dalle gradinate del settore «Z», era sorvegliata da normali poliziotti; i reparti celeri erano tutti fuori dallo stadio e avevano l' ordine di restarci fino a 10 minuti prima del calcio d' inizio per prevenire incidenti tra le tifoserie in arrivo. IN RITARDO Le forze dell' ordine entrarono in azione in ritardo. Gli italiani scappavano: chi correva verso la recinzione che separava la curva «Z» dal campo (e trovò la salvezza) e chi premeva contro il muretto di recinzione, che crollò. Il muretto all' esterno del settore «Z» del fatiscente Heysel non era all' altezza, come il resto dello stadio, ma non era stato costruito per resistere alla disperazione di centinaia di persone terrorizzate dai tifosi del Liverpool. Circa 2.000 tifosi inglesi impazziti e ubriachi scatenarono l' inferno. MORTI I morti furono 39 (32 italiani), i feriti circa 400. Alle 21.39 le squadre scesero in campo. Vinse la Juve 1-0, con gol di Michel Platini su calcio di rigore.

(Da La Gazzetta dello Sport del 5/4/2005)  Sommario Articoli

 

 

 

Ma io voglio un'amichevole per le vittime

di Maurizio Crosetti

LIVERPOOL - Il signor Otello Lorentini ha passato vent' anni a battersi e un pomeriggio a rispondere al telefono. «Sono distrutto». All' Heysel perse il figlio Roberto, medico, che poteva salvarsi e invece tornò indietro per aiutare gli altri e morì. «Ho sentito della partita tra i tifosi, dei braccialetti e dello striscione. Un vecchio di ottant' anni può dire parolacce? Sì? Allora vi rispondo che sono cazzate. Della partita non m' importa nulla e non la guarderò, io voglio organizzare un' amichevole tra Juventus e Liverpool entro la fine dell' anno, per celebrare i vent' anni di Bruxelles. Lo voglio fare per i morti, non per i vivi, per i morti e non per i tifosi, è chiaro?» Come presidente dell' associazione dei parenti delle vittime, Lorentini è andato a sbattere contro vent' anni di silenzio. «Mai riuscito a parlare con nessuno della Juve o del Liverpool, la verità sembra far paura a tutti. Adesso mi dicono che in Inghilterra si sta considerando la nostra proposta, ho ricevuto una lettera, vedremo. Ho appena incontrato un hooligan pentito, è venuto a trovarmi ad Arezzo dall' Inghilterra, si chiama Terry Wilson. Mi ha detto di essersi fatto la prigione e di avere picchiato, quella sera, senza però uccidere nessuno. L' ho corretto, dicendogli che se aveva buttato giù la rete, allora era stata colpa anche sua. Ha risposto sì, ha chiesto perdono e io gli ho detto che non sono ancora pronto a perdonare. Ma almeno lui ha chiesto scusa e mi è sembrato sincero, a differenza di altri, anche se io non odio nessuno». Vent' anni senza un figlio che quando morì ne aveva due, piccoli. «Così, perdendo Roberto, di figli ne ho avuti in cambio tre invece che uno: i miei nipoti e mia nuora. Li ho allevati meglio che ho potuto, oggi Andrea ha 23 anni e si è appena laureato, mentre Stefano ne ha 21 e va all' Università. Senza di loro non sarei mai arrivato ai miei ottant' anni, dove avrei trovato la forza? I ragazzi sono cresciuti serenamente, io ci ho messo passione». 

(Da Repubblica del 05 aprile 2005)   Sommario Articoli


 

Un minuto di silenzio per le vittime

di Giancarlo Galavotti

LIVERPOOL - (g.c.g.) Ci sarà il minuto di silenzio per le vittime dell' Heysel. La Uefa ha acconsentito, alla fine, alla richiesta di Liverpool e Juve. Non è stato facile, fanno capire i dirigenti di Anfield. La Uefa, condannata dalla Cassazione belga nel ' 91 come corresponsabile della strage di Bruxelles, si è mostrata restia ad avallare le iniziative alla memoria. Il Liverpool e la città di Liverpool non si tirano indietro. A tutti i tifosi juventini sarà offerto un bracciale rosso, bianco e nero, i colori delle due squadre, con la scritta «Friendship-Amicizia». Prima del calcio d' inizio una processione partirà dal Kop, la tribuna del tifo Red, con uno striscione: «In memoria e in amicizia» con i nomi delle 39 vittime. La processione arriverà davanti al settore dei tifosi juventini. Il Liverpool ha prodotto anche sciarpe congiunte, metà rosse e metà bianconere, per commemorare la partita. Presenti anche ex giocatori del Liverpool, guidati dal capitano della squadra finalista nel 1985, Phil Neal.

(Da Gazzetta dello Sport del 5/4/2005)   Sommario Articoli

 

 

 

Heysel, la notte del perdono

di Giancarlo Galavotti

Platini e Rush commuovono Anfield, ma la curva bianconera resta ostile

Dal nostro inviato - LIVERPOOL - L' ultima pagina è la prima del Liverpool Echo, il giornale del pomeriggio. La prima pagina, tutta nera con il testo bianco, come un annuncio funebre. L' ultima pagina, vent' anni dopo, del dramma dell' Heysel. Liverpool, la città, la gente, il Liverpool, i tifosi, confessano la colpa e chiedono perdono, per quella sciagurata notte del 29 maggio 1985. «We' re sorry». «Ci dispiace». Il Liverpool Echo è la voce di tutta la città: «Dire ci dispiace è una cosa, dirlo sentitamente è tutt' un' altra cosa. Ma oggi i tifosi della Juventus che arrivano ad Anfield possono essere certi che questa parola, "sorry", viene dai cuori,come dalle labbra di Liverpool». «E così deve essere. La spaventosa fine di trentanove tifosi della Juventus all' Heysel ha segnato una delle più tragiche ore nella storia del calcio. I tifosi del Liverpool che caricarono quei tifosi italiani in Belgio sono i vergognosi responsabili della strage. Senza se, senza ma, senza attenuanti». L' ultima pagina sull' Heysel, 20 anni dopo. Vent' anni di rimorsi, Senza se, senza ma. Non c' è bisogno di dire altro. Diventa perfino superfluo il cerimoniale di Anfield, del simbolico abbraccio tra i tifosi. Un abbraccio che muore contro una muraglia di indifferenza, purtroppo bianconera. Michel Platini e Ian Rush guidano la piccola processione che avanza verso il settore dei tifosi juventini. Due simboli della Juve, in quella notte dell' Heysel avversari. Doveva esserci anche Phil Neal, che era il capitano del Liverpool nel 1985, ma ha rinunciato, per una sua personale vergogna. Domenica scorsa il settimanale Observer ha dedicato uno speciale di 14 pagine alla cronaca e alle testimonianze dell' Heysel. Ha cercato anche Neal, che ha rifiutato di collaborare. Per un pugno di sterline. L' Observer ha pubblicato il testo integrale della telefonata tra il giornalista e l' ex terzino. «Che vuoi da me, un parere? E perché mai vuoi che ti aiuti? Vuoi un parere così pubblichi il tuo servizio e ti aiuto a pagare il mutuo della casa? Io non aiuto nessuno gratis, caro mio, il mio parere si paga». Anche Phil Neal dunque è vittima dell' Heysel, a distanza di vent' anni, vittima della sua meschinità. Una merce che non resta fuori da Anfield, anche se l' ex capitano non è sceso in campo. Avanza lo striscione portato dai tifosi del Liverpool: «In memoria e amicizia». Avanza verso il settore dei bianconeri, dalla parte opposta al Kop, la tribuna del tifo red. «In memoria e amicizia» scritto in italiano, sopra i nomi delle 39 vittime di Bruxelles. Quattro tifosi bianconeri si uniscono alla processione, fanno parte della delegazione ufficiale, quella che ha collaborato con il Liverpool e Liverpool. Ma una parte troppo numerosa tra i duemila sostenitori arrivati dall' Italia, nel settore dietro l' altra porta, non collabora affatto, nello spirito e nel comportamento. Le prime file voltano sdegnosamente le spalle all' avanzare dello striscione, grida ostili, appena soffocate dall' applauso di Anfield, irridono alla memoria e all' amicizia. Anche quando s' accende lo spettacolo di You' ll never walk alone, il coro di 35.000 fans del Liverpool capace di sciogliere una statua con l' inno del club, dal settore bianconero continua la dissonanza. Il Kop non desiste: fa scattare il mosaico totale, la scritta «Amicizia» sboccia gigantesca sui colori del Liverpool e della Juve. Squadre in campo, finalmente. Squadre in cerchio, al centro. Un minuto di silenzio. L' annuncio in inglese spiega che è in ricordo di Papa Giovanni Paolo II, e delle trentanove vittime dell' Heysel. L' annuncio in italiano viene invece dedicato solo al Papa. Il silenzio è totale, sugli spalti rossi. Gli italiani rispondono con l' applauso. Requiem. Si comincia a giocare. All' applauso per le vittime il settore juventino risponde con indifferenza I tifosi del Liverpool chiedono scusa 20 anni dopo la strage.

(Da la Gazzetta dello Sport del 6/4/2005)   Sommario Articoli

 

 

Il dolore non prevede l'inciviltà

di Enrica Speroni

Le schiene rivolte al campo, gli slogan odiosi, i gesti offensivi a comporre una sceneggiatura della vergogna pensata e realizzata con una ritualità inquietante. Un centinaio di ultrà bianconeri ha inteso manifestare così il dissenso nella giornata in cui Liverpool (e non soltanto il Liverpool) chiedeva scusa per la vergogna dell' Heysel. Vent' anni dopo quel maledetto 29 maggio ' 85 dobbiamo fare i conti con un desiderio di vendetta non sopito, certi peraltro che molti degli ultrà presenti allo stadio di Anfield la sera di Bruxelles non erano nati o quasi. C' è un malinteso senso della memoria che impedisce la pacificazione. «Non vogliamo dimenticare» hanno gridato e minacciato, già pensando al ritorno di mercoledì a Torino. E chi ha detto che bisogna dimenticare? Su questo almeno siamo d' accordo: è giusto ricordare, nulla va cancellato di certe tragedie. Ma la memoria, il dolore della memoria, non si nutre di rabbia e di risentimento. Martedì i giocatori di Liverpool e Juventus sono stati all' altezza della sfida e di quel che rappresentava nella storia delle due società. Si sono affrontati con grande vigore, ma senza un gesto o una parola fuori posto: un messaggio che i tifosi, tutti i tifosi, non possono non raccogliere. Giorni difficili ci aspettano e nessuno può consentirsi il ruolo di osservatore. Uscirne bene è un dovere. Perché Juventus-Liverpool merita di tornare a essere ancora soltanto una bellissima partita di calcio. Semplicemente con una dedica in più.

(Da la Gazzetta dello Sport del 7/4/2005)   Sommario Articoli

 

 

Un incontro atteso da 20 anni

Di Emanuele Gamba

Per la prima volta in vent' anni, i parenti delle vittime dell' Heysel troveranno cittadinanza nel mondo della Juventus, incontreranno i responsabili della società bianconera, avranno un piccolo spazio ufficiale per manifestare il loro dolore. Torino e la Juventus non si stanno attrezzando con la stesso garbo e lo stesso pudore con cui Liverpool, in occasione della partita d' andata, si era mobilitata (dal sindaco alla popolazione intera, anche perché loro si sentivano i qualche modo "i colpevoli") per trasformare la memoria in un gesto di pace, ma si sta comunque organizzando un incontro a suo modo storico: domani pomeriggio, infatti, il presidente del comitato delle vittime di Bruxelles, il toscano Otello Lorentini, sarà ricevuto nella sede della Juventus dal presidente Franzo Grande Stevens, che nei giorni scorsi ha preso contatto con l' uomo che all' Heysel perse un figlio. Sarà il primo incontro ufficiale fra il club bianconero e i reduci di quel massacro, ed è significativo che il primo passo lo abbia mosso Grande Stevens, la figura più istituzionale della Juventus. Mercoledì, poi, Lorentini e altri membri dell' associazione incontreranno Rick Perry, amministratore delegato del Liverpool, e probabilmente anche una delegazione di tifosi dei reds. E anche in questo secondo appuntamento è prevista la presenza della dirigenza juventina. L' obiettivo di Lorentini, in ogni caso, resta l' organizzazione di un' amichevole fra Juve e Liverpool, che si dovrebbe giocare ad Arezzo il 29 maggio, ventesimo anniversario della strage dell' Heysel. Per anni s' è sognato di vedere in campo le due squadre "vere", adesso riunite dal sorteggio della Champions League. Ora, invece, l' ultima ipotesi è che la partita venga giocata da due formazioni giovanili: un evento ritenuto ancora più carico di significati simbolici.

(Da Repubblica del 11 aprile 2005)   Sommario Articoli

 

 

E a Torino la vendetta ultrà

Di Nicolò Zancan

TORINO - Un' ora a giocare alla guerra. Con le molotov in mano, i bulloni in tasca, lanciando bottiglie nel mucchio, sulla testa di chi scappa e non capisce: «Ma chi sono quelle bestie, inglesi?». No, sono tutti tifosi della Juventus, ragazzi italiani con le facce nascoste nelle sciarpe, e un solo striscione esemplificativo: «Amici di nessuno». Sono venuti a mantenere le loro promesse terribili: «Vendetta! Quegli infami che caricarono le nostre famiglie scenderanno a Torino con due decenni in più sulle spalle ma la stessa puzza di birra di allora. Vendetta!». Duemila inglesi arrivano allo stadio alle 18,30. Una fila di venti pullman più che scortati dalle forze dell' ordine, separati dal resto della città. Fanno la fila davanti all' ingresso del settore Est 3, protetti da un cordone di polizia imponente. Cinquanta di loro sono ubriachi fradici. Per tutto il pomeriggio hanno corretto bottiglie da due litri di Coca Cola con superalcolici. Cantano a torso nudo, mostrano bandiere e tatuaggi. Ma nessuno li sente. Perché 400 tifosi della Juventus hanno deciso di sfogarsi contro le forze dell' ordine che impediscono il contatto. «Non chiamateli tifosi», urla un poliziotto che si lancia nella bolgia con il casco in testa e la visiera abbassata. Pugni, manganelli, occhi neri, labbra insanguinate. Quattro arresti in flagrante. Due elicotteri volano sopra gli scontri, polizia e carabinieri. Esplodono botti fortissimi, che non sono petardi e non solo bombe carta. Sono anche bottiglie incendiarie. E infatti bruciano tre auto, due della polizia. Qualcuno lancia delle pietre, oppure pezzi di asfalto sbriciolato. Si avvicinano le sirene delle autoambulanze, i mezzi dei vigili del fuoco. E' una colonna sonora che fa paura. Famiglie scappano via di corsa, un giornalista del London Time guarda il fumo e dice: «Mai visto niente del genere». Sono le sette di una sera bellissima, con il sole rosso e le montagne vicine. «Anche quel giorno all' Heysel era una bellissima giornata di sole», ricorda un signore che si chiama Adriano Lazzarini. Era allo stadio anche il 29 maggio 1985, nel settore Z: «Ma io ero in alto e mi sono salvato». Non è stata la festa dello sport che auspicava il sindaco di Torino, Chiamparino. E stata una giornata vissuta con grande preoccupazione e poi un' ora di violenza assurda, annunciata. Con i ragazzi del reparto mobile a schivare i bulloni, a saltare davanti alle esplosioni che divampavano ai loro piedi. E i tifosi del Liverpool a intonare i loro cori nello spiazzo blindato davanti al Delle Alpi. Le forze dell' ordine hanno isolato i 400 irriducibili. Nei giorni prima avevano scritto su internet messaggi come questo: «Io non accetto le loro scuse, io non stringo quelle mani lorde di sangue. I semi dell' Heysel hanno fatto crescere la pianta del disprezzo». Alle sette e mezza di sera urla, botte e facce terrorizzate. Sospetti terribili: «Agente, controlli quel sacchetto, forse c' è una bomba». Gli ultras della Juve prima cercano di sfondare il settore Est 4, poi assaltano il settore Sud. La polizia è costretta a sparare lacrimogeni, persino da dentro lo stadio verso fuori. E la gente piange, si tiene gli occhi e il naso. Due bambini con la sciarpa della Juve scappano a casa. Gli arrestati non sono nomi sconosciuti alle forze dell' ordine. Sono facce già fotografate e riprese dalle telecamere dello Stadio delle Alpi. Alcuni sono estremisti di destra. Come i sei ragazzi che martedì sera hanno organizzato la caccia agli inglesi. Sono usciti di casa con le fidanzate e le mazze di ferro nel bagagliaio. Hanno scelto un pub di Via Po, in pieno centro. Sono entrati a mezzanotte con le sciarpe bianconere calate sugli occhi e hanno preso a bastonate il primo ragazzo venuto da Liverpool. Sette giorni di prognosi. I ragazzi con i bastoni sono stati denunciati dalla DIGOS. Poi con la stesse facce sono andati allo stadio.

(Da Repubblica del 14 aprile 2005)   Sommario Articoli

 

 

Vent'anni fa la tragedia dell'Heysel con 39 morti

Riecco Juve-Liverpool con il dolore nel cuore

Capello:«Ci sarà un pensiero per quelle vittime»

di Roberto Perrone

La storia la conosciamo tutti. È la cronaca che ci sfugge. Liverpool-Juventus vent' anni prima. Mercoledì 29 maggio 1985, a Bruxelles, in una serata molto calda, che rese bollenti le teste degli inglesi e anche l' asfalto del circuito di Spa - Francorchamps: il Gran premio, previsto per il weekend successivo, venne annullato. Si consumò la tragedia della curva Z dello stadio Heysel: una carica degli hooligans provocò la fuga dei sostenitori della Juventus, gente normale, famiglie, non ultrà professionisti. Qualcuno aveva mischiato, criminalmente, le due tifoserie: agenti di viaggio, capi tifosi, autorità belghe, dirigenti Uefa, polizia (ce n' era pochissima nella curva Z). Trentanove esseri umani (32 erano italiani) persero la vita: nessuno in conseguenza di ferite inferte dai loro assalitori, ma tutti schiacciati dal tentativo di fuga, in uno stadio vecchio, senza uscite sufficienti, senza controllo. La partita si giocò comunque e divenne una farsa. I giocatori della Juventus fecero addirittura il giro d' onore con la Coppa, poi dissero che non li avevano informati, che era per calmare la gente. Forse è vero, forse no.  Liverpool-Juventus, 20 anni dopo: il regalo del sorteggio dei quarti di Champions League. Primo incrocio da allora. I bianconeri di ora sono tutti contenti di aver pescato i Reds (Del Piero e Capello l' avevano previsto), quelli di ieri parlano di «ferite ancora aperte» (P. Rossi), ma col tono di chi sta raccontando una storia. Nick Parry amministratore delegato del Liverpool, pensa di organizzare «qualcosa»: «Quella tragedia è molto presente nella memoria dei nostri tifosi, dobbiamo sfruttare la partita per cercare di dimenticare». Fabio Capello ha detto la cosa più sincera: «Ci sarà un pensiero per le vittime». Uno, poi lo show deve proseguire. L' Équipe, il giorno dopo la strage, fece il più bel titolo della mazzetta: «Le football assassiné». Bello, ma ingenuo: da allora il football l' hanno ucciso in mille altri modi. L' Osservatore Romano scrisse il più bel commento: «L' uomo è stato tremendamente offeso anche dopo che i tanti Caino sparsi sulle gradinate lo avevano ammazzato. Per calmare i Caino non si è rispettato il sangue degli Abele: si è giocato mentre i morti erano ancora lì scomposti nella violenza appena subita. Si è tifato, si è gioito in una giornata in cui tutti e tutto sono stati sconfitti» (dal libro di Caremani) L' Heysel commuove, ma poi prevale l' interesse di parte. Anche chi chiede alla Juve la restituzione della Coppa, salvo rare eccezioni, se si trovasse nella stessa situazione, se la terrebbe stretta. Francesco Caremani, giornalista di Arezzo, ha scritto un libro irrinunciabile, (La verità sull' Heysel, Libri di Sport). Tutti l' hanno apprezzato per la raccolta di documenti e testimonianze, ma quando s'è azzardato ad affrontare il tema della restituzione della Coppa Con un difficile equilibrismo si vogliono ricordare i 39 morti, ma anche accreditare come sportivamente ineccepibile quello che accadde dopo. Per quelli che pensano che prima c'era lo stile Juve e adesso non c' è più, ecco la testimonianza di Otello Lorentini, presidente dell' associazione italiana delle vittime: «Giampiero Boniperti, tre giorni dopo la strage, disse che si doveva mettere una pietra sopra l' accaduto. La Juve voleva stendere un velo sui fatti dell' Heysel». «Questa società non c' entra nulla, con l'altra» si è sentito rispondere qualche settimana fa un giornalista straniero che aveva telefonato alla sede della Juve cercando recapiti dei parenti delle vittime. Dell' Heysel se ne farebbe a meno, ma per la scocciatura. Alla fine, comunque, tutti arrivano dal signor Otello, 80 anni, che quella notte ha perso suo figlio Roberto, giovane medico, padre di due figli, insignito della medaglia d' argento al valor civile: poteva salvarsi, si fermò a prestare soccorso e venne travolto. Proprio ieri Otello Lorentini ha proposto un' amichevole tra Liverpool e Juventus ad Arezzo a giugno, una specie di festa del perdono. Dopo questo sorteggio le possibilità stanno a zero, ma lui va avanti lo stesso. Come fa da vent' anni. Ora è a Bruxelles a girare un documentario per Sky. Però non guarderà la nuova Liverpool-Juventus, nemmeno in tv. La cronaca fa male. L' Heysel chiuse per 11 mesi. Lo riaprirono il 23 aprile 1986 (Belgio - Bulgaria). Cambiarono nome alla curva Z: Settore Z, poi Curva Nord, poi Settore Nord I. Infine buttarono giù lo stadio e ne fecero un altro, intitolato a Re Baldovino. Il 14 giugno 2000, in occasione di Belgio - Italia agli Europei, Dino Zoff, con una delegazione azzurra, depose un mazzo di fiori davanti alla lapide che ricorda la strage: l'altoparlante dello stadio sparava musica rock. Una certa distrazione resta caratteristica dei belgi. Tre gradi di giudizio cercarono di attribuire le responsabilità. Risultato: condannati 13 hooligans (cinque anni con la condizionale), il capitano della gendarmeria Johan Mahieu (tre mesi con la condizionale), il presidente della Federcalcio belga Albert Roosens (sei mesi con la condizionale), il segretario generale dell' Uefa Hans Bangerter (tre mesi con la condizionale e 30 mila franchi, 500 euro di multa). Neanche sfiorati i principali responsabili,il presidente dell' Uefa, il sindaco di Bruxelles, il ministro degli Interni belga. Però almeno la sentenza ha fatto giurisprudenza: prima l' Uefa arrivava, incassava (l' 83 per cento in quel caso) e spariva: ora è ritenuta responsabile degli eventi col proprio marchio. Infatti sta più attenta. Il 29 maggio del 1985 la riunione (c'è nei verbali del processo) si tenne in un ristorante nei pressi della Grand Place. Fuori gli hooligans s'inciuccavano e razziavano i negozi; dentro, gli organizzatori pasteggiavano a frutti di mare e vino bianco. Adesso ci sono dei briefing che non si vedono neanche al Pentagono. Adesso, a Liverpool-Juventus, non succederà nulla. La storia ha già dato. È la cronaca che ci perseguita. PAOLO ROSSI : "Fu una serata infausta. È una ferita ancor aperta, ma quella notte è servita di lezione a tutto il calcio" MICHEL PLATINI: "Sarò in tribuna a Liverpool e a Torino per rendere omaggio ai tifosi. Andrò a dire che il calcio è un gioco di festa e gioia".

(Da "Repubblica" del Marzo 2005)   Sommario Articoli

 

 

Tardelli ricorda l'Heysel «Chiedo scusa per la festa»

A 20 anni dalla tragedia dell' Heysel, l' ex campione della Juventus, Marco Tardelli chiede scusa agli italiani: « Era impossibile rifiutarsi di giocare, quando era stato deciso di giocare non ci potevamo rifiutare. Non dovevamo andare a festeggiare la vittoria sotto la curva, l' abbiamo fatto e sinceramente in questo momento chiedo scusa. I tifosi ci hanno chiamato e siamo andati. In quel momento sembrava giusto festeggiare ma, anche se noi non sapevamo il livello della tragedia, in questo momento chiedo scusa. Non ho mai sentito quella Coppa come una vittoria » . È un brano dell' intervista, di cui è stata data una anticipazione, che Marco Tardelli ha rilasciato a Giovanni Minoli per la serie « La storia siamo noi » di Rai Educational, dal titolo « Heysel, la finale maledetta » , e che andrà in onda lunedì 23 maggio su Rai 2 alle ore 22.50. Quel 29 maggio 1985, nonostante 39 tifosi fossero morti schiacciati calpestati dalla folla, Juventus e Liverpool su invito dell' Uefa e del ministro dell' Interno belga scesero in campo. I bianconeri vinsero 1 0 con un rigore di Platini.

(Da la Gazzetta dello Sport del 24/5/2005)   Sommario Articoli

 

 

Domani i 20 anni dell' Heysel

TORINO Domani si celebrano i 20 anni dalla tragedia dell' Heysel. Per ricordare i 39 morti del 29 maggio 1985 a Bruxelles è in programma una cerimonia e l' inaugurazione di un monumento alla memoria delle vittime. Parteciperanno il sindaco di Liverpool Alan Dean, quello di Bruxelles Freddy Thielemans, il comitato vittime dell' Heysel presieduta da Otello Lorentini, Mario Pescante, l' Assessore allo Sport piemontese Renato Montabone, il CT dell' Under 21 Gentile e il figlio di Gaetano Scirea, Riccardo. A Torino non sono previste celebrazioni ufficiali. Il 29 ci sarà una messa in ricordo delle vittime alla quale dovrebbero partecipare anche dirigenti e giocatori bianconeri.

(Da la Gazzetta dello Sport del 28/5/2005)   Sommario Articoli

 

 

Un monumento per l' Heysel 1985

Oggi alle 15, vent' anni dopo la strage dell' Heysel di Bruxelles, dove persero la vita 39 persone ( 32 italiani), grazie al sindaco di Bruxelles Thielemans e al Comitato italiano « Per non dimenticare » , nello stadio, ribattezzato Re Baldovino, sarà inaugurato un monumento in ricordo delle vittime ( realizzato davanti all' impianto): ci saranno tra gli altri il ministro belga Onkelinx, il sottosegretario Ventucci e Riccardo Scirea ( figlio dell' ex juventino Gaetano). Intanto Platini replica alla stampa belga che aveva condannato il suo comportamento in quella famosa finale di Champions, Juve Liverpool ( 1 0). « Critiche fuori luogo, non tornerò sul teatro di quella tragedia ».

(Da La Gazzetta dello Sport del 29/5/2005)   Sommario Articoli

 

 

La coppa maledetta

di Simone Ramella

Negli occhi ho ancora le immagini dell’incredibile finale di Istanbul tra Milan e Liverpool. Ma nella mente i pensieri sono tutti per un’altra finale giocata vent’anni prima, quando la Champions League si chiamava ancora Coppa dei Campioni. Quel maledetto mercoledì 29 maggio 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles c’ero anch’io, ma in questi vent’anni non ho mai scritto nulla in proposito, quasi a voler rimuovere il brutto ricordo di una bruttissima giornata, che era iniziata con la trepidazione che accompagna i grandi appuntamenti sportivi per finire direttamente nelle pagine di cronaca nera. Vent’anni dopo, però, sento il dovere di dire qualcosa anch’io, se non altro per contribuire a mantenere viva la memoria dei 39 morti dell’Heysel, mentre il calcio sembra ostinarsi a non voler imparare nulla dalle lezioni del passato. Di quella vicenda, sebbene all’epoca fossi piuttosto giovane, mi sono rimasti impressi alcuni ricordi nitidi, ciascuno legato a uno stato d’animo particolare. A partire dalla gioia mista a incredulità della trasferta di qualche settimana prima a Torino, direttamente alla sede della Juventus, dove insieme a mio padre dovevo ritirare i biglietti della finalissima tra Juventus e Liverpool, ottenuti grazie alle solite conoscenze “giuste”. Lo stesso stato d’animo mi aveva accompagnato anche durante il lungo pellegrinaggio automobilistico verso Bruxelles, affrontato insieme al nonno Pino, all’amico Lorenzo e, ovviamente, a papà. Avevamo fatto in modo di arrivare nella capitale belga il giorno prima della partita, in modo da poter dedicare un po’ del nostro tempo anche alla città. E tutto, fino alla sera di mercoledì, era filato liscio. Gli stessi famigerati hooligans inglesi visti da vicino, a passeggio per le strade del centro di Bruxelles con le loro sciarpe e bandiere rosse, così come noi avevamo le nostre sciarpe e bandiere bianconere, erano sembrati assai meno temibili del previsto, tanto che non erano mancati i momenti di fraternizzazione. Con il senno di poi è facile dirlo, ma che qualcosa non stesse filando esattamente per il verso giusto lo avevamo intuito già all’arrivo allo stadio, diverse ore prima dell’inizio della partita. Alla vigilia, infatti, sui giornali si era fatto un gran parlare delle imponenti misure di sicurezza che erano state preparate in vista della finale: bevande alcoliche proibite nella zona dell’Heysel, controllo accurato dei biglietti per verificare che non fossero stati falsificati, e mano dura contro chi avesse voglia di menare le mani. In realtà, a parte qualche folcloristico poliziotto a cavallo, per il resto la situazione era apparsa desolante. I biglietti non li controllava nessuno, i tifosi inglesi erano liberi di accalcarsi davanti ai cancelli di ingresso ai vari settori con intere casse di bottiglie di birra (in vetro) e decine di tifosi dell’una e dell’altra fazione erano riusciti a entrare nello stadio anche senza il prezioso tagliando, scalando l’esterno della struttura. Il resto è storia. L’inizio della partita doveva essere preceduto da un match tra due formazioni giovanili locali, tanto per alleviare un po’ la noia e la tensione del pubblico, ma è stato proprio durante questa esibizione che dal settore della curva riservato ai tifosi del Liverpool, il settore X, sono cominciati a partire i razzi diretti verso i vicini tifosi bianconeri, quelli assiepati nei settori Y e Z, separati dagli hooligans soltanto da una gracile rete da pollaio. Quei razzi erano il preludio alla carica violenta di qualche minuto dopo, che sarebbe sfociata nel crollo del muro del settore Z, sotto la pressione dei troppi corpi che cercavano una via di uscita per sfuggire all’aggressione, sotto gli occhi dei pochi poliziotti presenti, che osservavano scuotendo la testa, senza decidersi ad aprire i cancelli che davano sul terreno di gioco. Una decisione, questa, che se presa prima per molte vittime avrebbe significato la salvezza. Per quanto mi riguarda, l’esperienza dell’Heysel si è conclusa con il crollo di quel muro, osservato dalla tribuna opposta a quella centrale. La partita tra Liverpool e Juventus, infatti, non l’ho vista né allora né mai. Mio padre, con l’occhio clinico del medico e la sensibilità dell’essere umano, aveva intuito subito la portata della tragedia, optando per una rapida fuga dallo stadio, prima che la situazione degenerasse ulteriormente. Lì per lì, pur senza opporre resistenze, dentro di me non avevo preso molto bene quella decisione. In fondo avevo aspettato per settimane quella finale, che ormai era a portata di mano, a pochi metri dal mio naso. C’è voluto poco, però, per rendermi conto che quella di mio papà era stata la scelta giusta. Una scelta di cui gli sarò sempre grato, anche perché mi ha risparmiato la visione di un’orrenda partita di calcio, seguita da orrende scene di giubilo, mentre i cadaveri delle 39 vittime erano ancora allineati sul selciato all’esterno dello stadio. Nonostante tutto penso anch’io, come molti, che sia stato giusto disputare quella finale. Solo per motivi di ordine pubblico, però, giusto per dare il tempo alle forze dell’ordine di organizzare un cordone di sicurezza degno di questo nome. Quello che avrebbero dovuto allestire fin dal principio. Dispiace soltanto che tra chi ha preso sul serio quella coppa maledetta, vinta tra l’altro grazie a un rigore inesistente, ci sia anche la Juventus, che invece di fare la cosa giusta, ovvero rifiutare il trofeo in segno di lutto, ha deciso di tenerselo stretto. Tanto, si sa, negli almanacchi sportivi c’è solo spazio per i risultati. Tutto il resto sono dettagli che la gente prima o poi dimentica. Chi era all’Heysel, però, non dimenticherà. Mai.

(Dal “Piccolo di Cremona” del 4 giugno 2005)  Sommario Articoli

 

La cura Thatcher

Le misure decise dagli inglesi dopo la strage dell'Heysel

Correva il 1985 quando l'Inghilterra finì sotto choc per le tragiche conseguenze in patria e all'estero dei comportamenti dei propri tifosi, costati centinaia di vittime. La "lady di ferro", allora premier del paese, Margaret Thatcher, ritirò tutte le squadre del proprio paese dalle competizioni internazionali. Tuttavia gli inglesi non fermarono il calcio in casa propria: la lotta contro i violenti hooligans, che più volte misero letteralmente a ferro e fuoco le città ospitanti sia in patria sia all'estero, venne combattuta all'insegna di due precetti guida: prevenzione e repressione. Da allora il pubblico anche quello di ceto medio - alto che per paura dei ripetuti episodi di guerriglia urbana vi aveva rinunciato è tornato sugli salti. Ma andiamo per gradi nel descrivere come e dove si sia concentrata nel tempo l'azione delle autorità inglesi per arginare il "fenomeno hooligans".Fenomeno, che lo ricordiamo innanzitutto, si radica proprio in Gran Bretagna, nazione dove tradizione vuole che fin da adolescenti, in occasione delle sfide calcistiche, sia d'uso bere e fare a botte con i supporter avversari. Il Taylor Report è stata l'indagine-ricerca alla base della lotta alla violenza in Inghilterra come spiega Paolo Piani sul sito del settore tecnico della FIGC. Indagine che contiene tutta una serie di suggerimenti e raccomandazioni necessarie per contrastare la violenza dei tifosi.

Gli interventi decisi per arginare la violenza

La ricetta inglese per riportare la gente negli stadi è passata attraverso:

1)La completa ristrutturazione degli impianti con la eliminazione delle barriere tra il campo di gioco e la tribuna, seggiolini in tutti i settori, capienza di almeno 20mila posti e possibilmente dotati di box privati, uso di telecamere a circuito chiuso;

2)presa di coscienza dei tifosi dopo il bando europeo;

3)responsabilizzazione delle società a cui è stata affidata la sorveglianza all'interno degli impianti attraverso la presenza di stewards privati (pagati dai club) in collegamento via radio con la polizia presente solo all'esterno degli impianti;

4)divieto per le società di intrattenere rapporti con i propri tifosi, fatta eccezione per la collaborazione finalizzata a prevenire possibili incidenti;

5)creazione di una squadra speciale di sorveglianza nazionale anti-hooligans: la National Football Intelligence Unit costituita da Scotland Yard nel 1989. Un agente è affidato a ognuna delle 92 società professionistiche e si occupa, viaggiando sempre al seguito della tifoseria, della schedatura dei tifosi violenti e di azioni di infiltrazione. Con questo sistema è stato possibile schedare, in un'apposita banca dati, circa settemila tifosi;

6)sistema "Crimistoppers" (in dieci anni ha permesso la cattura di oltre 15mila ultras) ideato da un gruppo di privati: esiste un numero verde a cui si può telefonare (media di circa 200 al giorno) per segnalare episodi, persone sospette e/o situazioni pericolose. Le denunce sono rigorosamente anonime così come la ricompensa ai cittadini che permettono la cattura degli eventuali teppisti.

Dal lato normativo:

A) Lo Sporting Event Act (1985) vieta l'introduzione degli alcoolici negli stadi;

B)Il Pubblic Order Act (1986) indica come reato il comportarsi alle partite in modo "allarmante", anche se non violento, concedendo ai magistrati il potere di impedire l'accesso negli stadi a singoli tifosi "violenti" che devono presentarsi ai rispettivi comandi di polizia in occasione delle partite;

C) Il Football Offences Act (1991) permette alla polizia di arrestare e far processare per direttissima i tifosi anche solo per violenza verbale (linguaggio osceno e cori razzisti).

Misure queste tutte in vigore in Gran Bretagna e che il governo Blair, nell'impossibilità di un'applicazione in occasione delle trasferte all'estero dei tifosi, ha ben supportato con l'approvazione del Football Disorder Act. Questa legge conferisce poteri enormi a Scotland Yard che può sequestrare il passaporto di un sospetto appena cinque giorni prima di una gara che si disputi all'estero. A tutto ciò aggiungasi la gogna mediatica che sistematicamente svergogna gli hooligans. La stampa britannica, con il supporto degli stessi club e dei privati che spesso forniscono foto, filmati e indicazioni, è usa additare sui tabloid i facinorosi e violenti che trasformano in gazzarra le manifestazioni sportive, e che imbrattano e devastano le città. A testimonianza del fatto che si è voluto incidere culturalmente su quelli che con troppa superficialità vengono spesso indicati come fenomeni di massa, con ciò comprendendo una ineluttabilità che l'esempio inglese dimostra non avere alcun senso.

(Da Settore Tecnico FGCC" del 3 febbraio 2007)  Sommario Articoli  

 

 

Il piazzale dello stadio intitolato a Lorentini

Il medico aretino morto allo stadio Heysel

Ad inaugurare la lapide saranno i presidenti di Arezzo e Juventus

Arezzo, 15 maggio 2007- Il piazzale antistante lo stadio di Arezzo sarà intitolato a una delle 39 vittime della tragedia dello stadio Heysel, Roberto Lorentini, il medico aretino morto mentre prestava soccorso a un ferito. Ad inaugurare la lapide, sabato in occasione della partita Arezzo - Juventus, saranno il sindaco Giuseppe Fanfani, i presidenti delle due società di calcio, Giovanni Cobolli Gigli e Piero Mancini e Otello Lorentini, padre del medico e presidente del comitato ''Lorentini-Conti'', che richiama nel nome anche quello della seconda vittima aretina dell'Heysel, Giusy Conti. A quest'ultima sarà dedicato, a giugno, il piazzale antistante il palasport Le Caselle. A scoprire la lapide di Giusy Conti sarà invece Paolo Rossi, uno dei giocatori che disputarono la finale di Champions tra Juventus e Liverpool nella tragica notte dell'Heysel, nel maggio 1985, assente però per impegni di lavoro sabato prossimo. A spiegarlo è stato l'assessore allo sport del Comune di Arezzo, Lucia De Robertis, che ha motivato la decisione di intitolare i due piazzali a Lorentini e Conti ''perché vogliamo che non venga dimenticato tutto quello che avvenne nello stadio belga. E speriamo che chiunque si prepari ad assistere ad una manifestazione sportiva, vedendo queste lapidi, ricordi quelli che sono i veri valori dello sport e rifugga ogni fenomeno di violenza''. Nel piazzale antistante lo stadio sarà affissa anche una lapide con i nomi di tutte le vittime dell'Heysel. Sul muro degli spogliatoi dello stadio è stato infine realizzato un murales a ricordo della tragedia.

(Da "Lanazione.com" del 15/05/2007)  Sommario Articoli

 

 

Rossi: dal sacrificio di Giusy uno sport migliore

Inaugurata alle Caselle la piazza dedicata alla ragazza aretina morta all'Heysel

di Federica Guerri

AREZZO - "Spero che questa targa serva a ricordare che i valori dello sport sono altri e che il sacrificio di Giusy possa farne crescerne di veri", così ha parlato ieri l'ex campione del mondo Paolo Rossi alla cerimonia di intitolazione del piazzale del palazzetto dello sport Le Caselle a Giusy Conti, la studentessa aretina morta insieme a Roberto Lorentini nella tragica finale di Coppa dei Campioni dell'Heysel (39 vittime), ventidue anni fa. Oltre a Pablito, idolo di Giusy, alla cerimonia erano presenti I genitori della studentessa, l'assessore comunale allo sport Lucia De Robertis, quello provinciale Vasai, il prefetto Francesca Adelaide Garufi e don Paolo De Grandi, sacerdote ed ex calciatore. C'erano anche i piccoli dello Ut Chimera con le loro tute blu a simboleggiare lo sport di domani, lo sport che tutti vogliono pulito. "E' un momento importante quello che stiamo vivendo - spiega l'assessore De Robertis – abbiamo scelto proprio questo luogo perché il palazzetto delle Caselle è l'impianto sporti- vo più importante della città, quello da cui passano migliaia di atleti. Lo abbiamo scelto nella speranza che, alzando gli occhi al cielo, tutti possano leggere il nome di Giusy e ricordare che lo sport è una cosa diversa". Una cosa diversa da quella che ha strappato a Giusy la vita. "Ringrazio quanti si sono adoperati perché venisse intitolato il piazzale a mia figlia - dice con voce sommessa il padre di Giusy - dopo tanti anni era una cosa doverosa. Spero che il suo sacrificio serva a prendere lo sport in un altro modo". "Nel modo più sano e bello - prosegue il prefetto Garufi - perché i giovani possano imparare cos'è l'amore per lo sport, augurandomi che non debbano mai vedere momenti brutti come quello dell' Heysel. Spero che la targa sia un ricordo e un monito a evitare ciò che si può evitare". "Chiedo scusa a nome di chi provocò quel gesto ventidue anni fa", conclude l'assessore De Robertis, prima della benedizione data da Don Paolo De Grandi. A seguire le note solenni di una tromba hanno accompagnato il momento della scopertura della targa nascosta da un panno verde bagnato dalla pioggia. Un gesto doveroso, un nome per non dimenticare e per continuare a credere che lo sport buono esiste.

(Da "Corriere di Arezzo" del 27/10/2007)   Sommario Articoli




Heysel, prova della memoria

L'Heysel, lo stadio della vergogna,sarà raso al suolo

Cadranno gli spalti di mattoni rossi e le bianche torri d'acciaio. Qualcuno proverà a salvare almeno l'algida targa che ricorda la tragedia, un rettangolo di pietra verzolina su cui sono incise le parole "In memoriam" e la data maledetta, "29.05.1985". Poi tutto diventerà macerie e, come vuole la sorda logica immobiliare, il tempo vedrà spuntare negozi, uffici e palazzine. L'Heysel, lo stadio della vergogna, sarà raso al suolo e sparirà per sempre dalla mappa di Bruxelles. Qui si cercherà di sbianchettare la memoria, ma è chiaro che nemmeno le ruspe potranno cancellare il ricordo del dramma di quella finale di Coppa dei Campioni, Juventus-Liverpool, giorno fatale in cui nel "settore Z" morirono 39 tifosi, quasi tutti italiani, calpestati dalla foga degli hooligan sfuggiti al controllo dell'inutile polizia di Sua Maestà il Re dei Belgi. La decisione è presa, annuncia la stampa locale. «Deliberemo il 17 ottobre» precisano le autorità amministrative. Il Comune e la Regione di Bruxelles si sono intesi sulla distruzione dell'impianto, già fatiscente all'epoca della strage, ricostruito nel 2000 e oggi utilizzato in rare occasioni, le partite della nazionale, il memorial d'atletica Van Damme, i concerti delle grandi rockstar, ultimi i Genesis lo scorso giugno. La capitale d'Europa avrà un altro stadio che, presumibilmente, sarà costruito sul sito Schaerbeek-Formation, nel perimetro della municipalità Bruxelles. Il sindaco Freddy Thielemans è favorevole all'operazione: il 24 settembre scorso ha ufficializzato l'apertura della gara per i progetti della nuova struttura. Per i politici belgi è l'occasione di una nuova disputa sul controllo del territorio. Per i tifosi del pallone, non solo di fede bianconera, è una ferita mai rimarginata che torna a sanguinare. Quella giornata di vittoria amara è scolpita nelle coscienze di ama il calcio. Allora si decise di giocare a Bruxelles nonostante le proteste dei club. L'Heysel era cadente, privo di adeguate uscite di sicurezza e di corridoi di soccorso. Il campo era maltenuto, i muretti di divisione fra i settori cadevano a pezzi; una buona parte delle struttura grondava umidità per colpa dei tubi dei servizi igienici corrosi dal tempo. La Federazione, che pure aveva ben presenti disordini dell'anno prima con Roma - Liverpool, fece orecchie da mercante. L'organizzazione mise una ciliegina avariata su quella torta purulenta distribuendo i tifosi come avrebbe fatto un malato di mente. Il grosso degli juventini fu collocato dei tre settori della curva alla destra della tribuna principale. Una parte meno numerosa finì nella curva opposta, nell'area Z, a stretto contatto coi britannici che occupavano due terzi della curva sinistra. Un'ora prima della partita gli inglesi caricarono gli italiani, sfondando le fragili reti che dividevano le fazioni. Fu la ressa, il carnaio. Gente schiacciata, sotto i piedi degli hooligan che li cacciavano e quelli di chi provava a togliersi dai guai. Crollò un muro e sotto finirono in tanti. I poliziotti restarono a guardare, ostacolando anche quanti cercavano scampo sul terreno di gioco. Morirono in diretta tv 32 italiani, 4 belgi, 2 francesi e un irlandese. Centinaia furono i feriti. Da ventidue anni si dibatte sull'opportunità che la partita sia stata disputata: uno a zero, gol di Michel Platini, su un rigore più che generoso. Da ventidue anni l'Heysel è piegato sotto la sua maledizione. Lo hanno rinnovato per Euro2000, ribattezzandolo Re Baldovino. L'Italia c'ha vinto col Belgio e con la Romania nei quarti. Erano gli ultimi fasti di un impianto già settantenne la cui seconda vita è durata poco. Bruxelles vuole un nuovo terreno perché sogna la finale della Coppa del Mondo 2018 e un po' di business palazzinaro. E ancora. Sebbene nessuno voglia ammetterlo, prova a dimenticare l'indimenticabile: l'Heysel e la tragedia senza senso di cui è il terribile simulacro.

(Da "lastampa.it" del 6/10/2007)    Sommario Articoli  

 

 

Cobolli: Ricordo Heysel è vivo in tutti noi

"Il ricordo della tragedia è presente in tutti noi ed è un monito a continuare a vivere il calcio con serenità e nel solco dei valori della lealtà sportiva". Così il presidente della Juventus, Giovanni Cobolli Gigli, ricorda i 23 anni dalla tragedia dell'Heysel in cui persero la vita 39 persone, tifosi juventini e inglesi che erano all'interno dello stadio di Bruxelles per assistere alla finale di Coppa dei Campioni tra i bianconeri e il Liverpool. La Juventus, "con tutti i suoi tifosi, ventitre anni dopo quella tragedia, ricorda commossa le vittime dell'Heysel", si legge sul sito ufficiale del club.

(Da "Repubblica.it" del 29 maggio 2008)   Sommario Articoli




Io, Juventino, osteggiato

per aver osato scrivere un libro sull’Heysel

di Francesco Caremani

Aston Villa-Juventus e Juventus-Bordeaux. Sono questi i miei ricordi più forti e più intensi del mio tifo bianconero. Anni Ottanta, io ragazzino e quella che allora consideravo la mia Juventus, capace di vincere in Inghilterra contro i campioni d'Europa in carica e a Torino contro i francesi guidati da Tigana, stracciati 3-0. Due partite a due anni di distanza, sempre in Coppa Campioni, per noi la coppa più agognata, ricordo mio padre quando al gol di Briaschi contro i transalpini voleva misurarmi la pressione. Poi c'è stato l'Heysel, dovevo andarci anch'io, dovevo essere lì come premio scolastico, ma un 5 a latino mi fregò o forse mi regalò un destino diverso. Sarei andato con la famiglia Lorentini, sarei andato nella curva Z, Roberto, amico e collega di mio padre, è morto quel giorno e da allora molte cose sono cambiate. Nel 2003 ho pubblicato "le verità sull'Heysel - cronaca di una strage annunciata", un libro importante per me, o almeno così speravo, che raccontava, dopo 18 anni di silenzi, tutto quello che era accaduto il 29 maggio 1985 e dopo, tra il processo e le promesse mancate, anche quelle della Juventus. Scoprì così un primo assioma: lo stile Juve non esiste e non è mai esistito. I tifosi (?) juventini non l'hanno gradito, alcune presentazioni sono state disdette perché nessuno voleva sentir parlare di restituzione della coppa o di vittoria dimezzata. Ambienti vicini alla società si sono, addirittura, preoccupati che in un eventuale processo di restituzione io non figurassi per non darmi ragione, di cosa ?Io ho scritto un libro per raccontare non per dimostrare. A me bastano due cose: 1) che la sorella di Andrea Casula, la vittima più piccola, l'abbia indicato come la sua personale Bibbia; 2) che Paolo Rossi, davanti a Giorgio Porrà e Otello Lorentini, a "Lo sciagurato Egidio", abbia ammesso che i giocatori sapevano dei morti prima di scendere in campo. Aggiungo il silenzio imbarazzato di coloro che si erano riempiti la bocca con quell'ignobile canzone irridente le vittime dell'Heysel, d'altra parte come non esiste lo stile Juve non esiste nemmeno uno stile Milan, Inter, Fiorentina, Roma, Lazio, Torino, Atalanta, ecc. Dopo tutto questo e dopo Calciopoli mi sono chiesto più volte che senso avesse tenere per la Juventus, ma il tifo non è una cosa razionale, si decide di tifare e non si cambia più, anzi il vero tifoso si vede nei momenti più difficili, dagli scudetti tolti alla serie B. Perché la storia di questa squadra l'hanno fatta giocatori come Scirea e Zoff, mica i Moggi e i Giraudo.La vita è fatta di scelte e tra essere giornalista o tifoso io ho scelto la prima, perché bastano a se stessi tutti i giornalisti tifosi che continuano a creare l'humus dove prosperano i Luciano Moggi e i suoi eredi e non parlo dei processi in corso, parlo del modo di pensare e fare calcio che a me non piace e che Moggi si è portato dietro da altre società prima di arrivare alla Juventus. A me la vittoria per la vittoria non piace, mi piace vincere perché si è superiori, più forti, più belli, più spettacolari, mi piace vincere soffrendo e dando tutto in quei novanta minuti. Mi piace pensare a un calcio dove anche il Chievo un giorno possa vincere lo scudetto, perché se non fosse così e se questo fosse pacificamente accettato da tutti allora non avrebbe più senso andare allo stadio. Basta scegliere, o facciamo un passo in avanti sulla falsariga degli sport americani, con regole ferree e le franchigie, oppure ci teniamo la possibilità che anche la Juventus possa finire in B e l'Inter perdere uno scudetto già vinto. In entrambi i casi non credo ci sia spazio per dirigenti come Luciano Moggi. In questo paese ci sono verità processuali e verità contestuali e ognuno è libero di credere in quella che preferisce, questo è un paese dove la prescrizione viene venduta come innocenza, vedi processo doping, facendo un torto anche alla lingua italiana. In questo paese ci sono diversi modi di essere juventino e io ho scelto il mio: forza Juve, abbasso Moggi.

(Da "Il Riformista" del 29/10/2008)   Sommario Articoli

 

 

Una piazza per i morti dell'Heysel

di Diego Longhin

Heysel. Una piazza per ricordare le vittime della tragedia dell´Heysel a venticinque anni di distanza dalla notte in cui 39 tifosi bianconeri persero la vita durante la finale Juventus-Liverpool di Coppa dei Campioni. Una richiesta trasversale arrivata sul tavolo del presidente della Sala Rossa, Beppe Castronovo. Una lettera firmata da Andrea Tronzano, consigliere di Fi-Pdl, e da Massimo Mauro, esponente del Pd, noto commentatore televisivo di Sky ed ex giocatore della Juventus. «Si tratta di un dramma torinese - spiega Tronzano - che non deve essere dimenticato. Quale occasione migliore se non l´anniversario dei venticinque anni, nel 2010. Per questo sarebbe necessario che l´amministrazione comunale dedicasse una via, una strada, un impianto a coloro che sono morti a Bruxelles». Richiesta che arriva anche dalla circoscrizione VII che ha approvato un ordine del giorno all´unanimità presentato da Luca Deri (Pd) e Francesco Poerio (Pdl). Era il 29 maggio del 1985. Lo stadio dell´Heysel era stato scelto dalla Uefa, contro il parere delle due squadre perché vecchio ed inadeguato, anche dal punto di vista della sicurezza, per ospitare la finale. Circa un´ora prima del match i tifosi inglesi iniziarono a sfondare le reti che li dividevano dal settore «z», quello in cui trovarono posto molti gruppi juventini organizzati in maniera autonoma. Di fronte alla rabbia degli hooligans, i tifosi bianconeri furono costretti ad arretrare ammassandosi contro il muro opposto alla curva dei sostenitori del Liverpool: il peso eccessivo causò il crollo del muro che travolse decine di persone. In totale furono 39 i morti: oltre a 34 italiani, 4 belgi, 2 francesi e un irlandese. Per ragioni di ordine pubblico le autorità belghe decisero di far disputare comunque la partita, vinta dalla Juve, creando non poche polemiche: il sindaco Giorgio Cardetti biasimò i festeggiamenti notturni dei bianconeri dopo la gara. «A Torino non esiste un luogo della memoria - dice il consigliere circoscrizionale Poerio - è il momento di rendere omaggio alle vittime, così come è avvenuto nella capitale belga». Nel 2000 lo stadio Heysel fu abbattuto e ricostruito, all´interno una targa commemorativa ricorda la tragedia del 1985, mentre in occasione del ventesimo anniversario della strage è stato realizzato, sempre a Bruxelles, un monumento per commemorare i trentanove morti. In Italia la vicenda è stata portata sul grande schermo dal regista Marco Tullio Giordana che nel 1988 ha diretto il film Appuntamento a Liverpool: Isabella Ferrari, che interpreta la figlia di una delle vittime, è alla ricerca dell´assassino del padre.

(Da "Repubblica" del 09 febbraio 2009)   Sommario Articoli

 

 

Cerimonia in ricordo delle vittime dell’Heysel

REGGIO EMILIA - Il Comitato Heysel, in collaborazione con l'assessore allo Sport e l'Associazione allo Sport di Reggio Emilia, ha organizzato per sabato 23 maggio una cerimonia di commemorazione delle vittime della tragedia davanti al monumento 'Per non dimenticare Heysel' di recente restaurato da Luigi Franceschi, dopo il benestare delle autorità locali. La cerimonia è in programma alle ore 11 nel parco di Viale Matteotti a Reggio Emilia. Ora la proposta del Comitato Heysel, che si è costituito con lo scopo di evitare il degrado del monumento e condividere la memoria delle 39 vittime degli incidenti nello stadio belga, tra le quali il concittadino Claudio Zavaroni, è di dotare il monumento di una copertura per evitare che agenti atmosferici lo danneggino. Gli ideatori dell'opera, l'artista fiammingo Gido Vanlessen autore delle steli, l'ingegner Tolmino Menozzi e il designer Ivan Fontanesi del verde pubblico del Comune di Reggio che ne hanno curato l'inserimento, si sono resi disponibili per dare suggerimenti.

(Da Tuttosport del 22 Maggio 2009)   Sommario Articoli

 

 

Domani la cerimonia di commemorazione

"Per non dimenticare Heysel"

Di fronte allo stadio Mirabello, nel parco di via Matteotti, un monumento ricorda i tragici fatti del 29 maggio 1985 quando, a Bruxelles, in occasione della finale di Coppa dei Campioni Juventus–Liverpool, persero la vita 39 persone, tra cui il reggiano Claudio Zavaroni.Per evitare il degrado del monumento “Per non dimenticare Heysel” e tenere viva la memoria di quei fatti, che ricorda anche quanto sia importante la sicurezza delle persone anche negli stadi, nel 2007 si è costituito il comitato ‘Per non dimenticare Heysel’, che ha promosso il restauro del monumento, avvenuto nel 2008, la sua valorizzazione, alla quale si è associata la Fondazione per lo sport di Reggio Emilia, e la promozione dell’educazione alla non violenza tra i giovani. In occasione dell’anniversario di quei tragici fatti, il comitato ‘Per non dimenticare Heysel’, invita cittadini, sportivi e organizzazioni sportive a partecipare alla cerimonia di commemorazione e di valorizzazione civile e culturale del monumento “Per non dimenticare Heysel”, che si terrà domani, sabato 23 maggio, alle ore 11, nel parco di via Matteotti. All’incontro, patrocinato da Comune di Reggio Emilia e Fondazione per lo sport,parteciperanno l’assessore alla Cultura e Sport del Comune Giovanni Catellani,rappresentanti del Comitato, famigliari e amici di Claudio Zavaroni.Parteciperanno inoltre rappresentanti dei club dei sostenitori di Juventus, Inter, Milan e Reggiana. Il programma dell’iniziativa prevede un saluto dei promotori, l’esibizione di allievi dell’Istituto musicale Achille Peri - che, in onore delle vittime dell’Heysel, eseguiranno brani preparati per l’occasione - e la lettura della poesia Fermate gli orologi, di P.Rimoux, a cura di Lorena Guidetti, dell’associazione ‘Nati per leggere’.In caso di maltempo, l’incontro si svolgerà nelle strutture coperte dello stadio Mirabello, di fronte al monumento.

(Da comune di Reggio Emilia 22/05/2009)  Sommario Articoli

 

 

(Commemorazione ufficiale sul sito della F.C.Juventus del 29 maggio 2009)

 29 maggio 2009

Le 39 vittime dell’Heysel nel cuore della Juventus

Passano gli anni e il 29 maggio continua a restare una data indelebile per tutti gli juventini. La sera del 29 maggio 1985, 39 persone (36 delle quali erano tifosi juventini) persero la vita allo stadio di Bruxelles, teatro della finale di Coppa dei Campioni. La Società ricorda la tragedia: «Dobbiamo avere memoria per costruire il futuro». Trentanove vittime che vengono ricordate da tutti gli juventini e da tutti gli sportivi. «Nessuno può e deve dimenticare – ha dichiarato il presidente Giovanni Cobolli Gigli, interpretando il pensiero della Società e di tutti i tifosi – e in queste ricorrenze ci sentiamo vicini alle famiglie che hanno perso i loro cari in quella tragica sera. Anche nel loro nome, cerchiamo di interpretare il calcio in modo sereno, educando i giovani al rispetto dei valori sportivi e del fair play. In questi anni si sono fatti molti passi avanti, ma dobbiamo fare ancora molta strada per sconfiggere definitivamente la violenza». Il rispetto dei valori sportivi è anche alla base dell'impegno del Comitato “Per non dimenticare Heysel” che sabato 23, a Reggio Emilia, ha ricordato le vittime in una commemorazione che si è tenuta di fronte al monumento dello scultore fiammingo Gido Vanlessen, l’unico in Italia contro la violenza negli stadi.

Per conoscere e ricordare: www.saladellamemoriaheysel.it   Sommario Articoli


 

La vecchia Juve non molla «Caro Trap ci teniamo la coppa»

di Domenico Latagliata

Torino - Il Trap ha gettato il sasso nello stagno. Ma nessuno ha apprezzato davvero. Venticinque anni dopo, parlare della tragedia dello stadio Heysel nella cornice del Chiambretti Night e affermare che «sotto l'aspetto etico e umano, l'ipotesi di restituire la Coppa può anche essere presa in considerazione» non piace a chi ha vissuto davvero quel giorno lì. Un giorno maledetto, lo sanno tutti: 29 maggio 1985, 39 morti per una partita di calcio. Assurdo, ma vero. Juventus e Liverpool giocarono lo stesso: i bianconeri vinsero 1-0 con un rigore di Platini, oggi presidente Uefa, per un fallo commesso su Boniek ai limiti dell'area. La squadra quasi al completo festeggiò sul campo, quando forse non tutto era ancora chiaro ma molto già si sapeva: le polemiche si sprecarono e sono andate avanti per anni. Oggi il dibattito potrebbe riaccendersi proprio sulla scia delle parole di Trapattoni, all'epoca allenatore della Juventus. «Dissi ai commissari di campo che erano matti a farci scendere in campo - ha spiegato a Chiambretti l'attuale CT dell'Irlanda -. È una macchia che rimane, anche se la partita fu comunque vera. Forse però oggi si potrebbe prendere in considerazione la possibilità di restituire il trofeo». «Quella Coppa rappresenta un momento particolarmente drammatico per tutto il calcio - è invece il parere di Roberto Bettega, oggi vicedirettore generale della Juventus che, da calciatore, ha inseguito per tutta la carriera la vittoria della coppa Campioni senza mai riuscire a centrarla -. Conservarla non significa soltanto celebrare il valore sportivo della squadra che la vinse, ma soprattutto ricordare le vittime di quella tragedia e alimentare un'idea di calcio diversa». Analogo il parere di Platini: «La partita fu giocata. Gli inglesi la volevano vincere, noi pure: ci furono anche momenti aspri di gioco e la coppa è finita a chi ha meritato la vittoria. Il resto, purtroppo, è una tragedia che non si può e non si deve dimenticare».Per la serie: caro Trap, pensiamo ad altro. «Dopo tutti questi anni, anche il mister comincia a invecchiare - dice Stefano Tacconi, portiere titolare di quella Juventus -. Ci sono tante altre cose di cui parlare per provare a migliorare il calcio». «È tutto ormai molto lontano nei tempi, la strage c'è stata e non la si potrà mai dimenticare - spiega Paolo Rossi -. Si può fare di tutto, ma la storia e gli episodi restano: morti compresi. Se uno ricorda l'Heysel, lo fa per la tragedia che c'è stata e per nessun altro motivo. Nessuno di noi si è mai vantato di avere vinto quella Coppa: è stato tutto troppo devastante per essere ricordato come un trionfo. Dopo di che, riconsegnare oggi quel trofeo sarebbe un gesto simbolico e nulla più». Senza peli sulla lingua, come di consueto, Zibì Boniek: «Non mi sono mai vantato di quella vittoria e non ho mai incassato una lira del premio che la società ci aveva garantito, devolvendo tutto alle famiglie che sono uscite distrutte da quella serata. Per me si tratta di una coppa non vinta ed è un peccato che sia andata così perché, dopo avere già battuto il Liverpool nella Supercoppa europea, avremmo avuto la meglio sul campo anche quella sera. La proposta di Trapattoni, dopo tanto tempo, è fuori luogo: restituire la coppa oggi non sta né in cielo né in terra. Piuttosto, non si sarebbe dovuto festeggiare nulla a fine partita e infatti io me ne tornai negli spogliatoi senza nemmeno toccare il trofeo. Se oggi si volesse dare un segnale concreto, chi ha incassato i soldi del premio li potrebbe devolvere con gli interessi alle associazioni che ricordano la tragedia». «Non capisco le parole di Trapattoni - commenta Sergio Brio -. Il rispetto per la sofferenza delle famiglie è assoluto e non va mai dimenticato che trentanove persone hanno perso la vita: però fu proprio il Trap a dirci che la partita sarebbe stata valida e che i disordini avevano provocato un solo morto. A distanza di tanti anni non vedo perché lanciarsi in affermazioni del genere. Io e i miei compagni siamo stati vicini come abbiamo potuto a chi ha sofferto, ma sportivamente abbiamo giocato e vinto come ci era stato chiesto da più parti. Si è trattato indubbiamente del giorno più triste ma anche più bello della mia carriera, visto che uno sogna fin da bambino di vincere la coppa Campioni».La proposta del Trap, insomma, non piace. La Coppa rimarrà dov'è e la Juventus si prepara a ricordare le 39 vittime non solo il prossimo 29 maggio: nello stadio che sta sorgendo al posto del Delle Alpi, ci sarà infatti un luogo per ricordare la giornata più assurda di tutta la storia del calcio.

01/04/2010

(Fonte: www.ilgiornale.it del 12 maggio 2010)   Sommario Articoli

 

 

Arriva il Liverpool: Prandelli ricorda la tragedia dell'Heysel

"Quella notte la lezione più atroce,

il calcio impari a fermarsi"

Prandelli, il Liverpool e la memoria "Fate vedere l'Heysel nelle scuole"

Cesare Prandelli ha il Liverpool davanti agli occhi. Quella di domani, per lui e per Firenze, sarà una notte di calcio a cinque stelle in Champions League. Un grammo di emozione, tre di tensione e poi una storia da raccontare, anche se parla dell´altro secolo, anche se la Fiorentina non c´entra e sembra tutto così lontano. «Ma non è così. Perché quella è una lezione da imparare a memoria. Perché non deve più accadere. Ecco perché ne voglio parlare». 25 maggio 1985: Bruxelles, stadio dell´Heysel, Juventus-Liverpool, finale di Coppa dei Campioni, 39 morti prima di una partita senza senso che le due squadre giocheranno lo stesso. Una tragedia. E paura, ansia, dolore, polemiche, strane esultanze, versioni non sempre concordi su ciò che accadde prima, durante e dopo. randelli, cosa ricorda di quel giorno? «Tutto. Sono immagini limpide. Impossibili da cancellare». Ci porti dentro quello spogliatoio.«Manca un bel po´ al via. Siamo concentrati. Quella Coppa è importantissima. E´ ciò che manca alla Juve. C´è silenzio». E poi. «Poi arriva Boniperti. E´ sconvolto. Urla. Grida che non si gioca, parla di morti, è fuori di sé. Noi non capiamo cosa stia accadendo. Boniperti va via chiamato dai dirigenti Uefa. Arriva il suo autista, uno piccoletto, ci dice di aver visto dei cadaveri sotto lenzuoli bianchi davanti allo stadio». Voi non vi eravate accorti di niente? «Dalla porta che dal corridoio dello spogliatoio dava sul campo vedevamo solo un pezzo di quella curva maledetta. Avevo visto ondeggiare i tifosi del Liverpool. Ma da lì non vedevo altro. Dopo si è scatenato l´inferno: abbiamo visto la gente sul terreno di gioco e quindi centinaia di persone che scappavano terrorizzate passando davanti al nostro spogliatoio, l´unica via di fuga. Bambini, uomini, donne: urlavano "ci hanno massacrati", parlavano di morti, volevano trovare una via d´uscita». E cosa avete pensato? «C´era confusione. Panico. Non si capiva bene. Poi arrivò qualcuno a dirci che dovevamo andare in campo e giocare per motivi di sicurezza. Era un ordine». Non vi siete opposti? «Nessuno di noi pensava a giocare. Mi ricordo un silenzio surreale. Occhi bassi. Io nel frattempo ero stato incaricato di dire a tutti i nostri familiari presenti di tornare assolutamente in albergo. Giocammo quel primo tempo con la testa altrove. Eravamo convinti di recitare una parte per evitare ulteriori tragedie». Poi però avete giocato fino alla fine. «Nell´intervallo il delegato Uefa entrò nello spogliatoio e ci disse con tono duro che quella finale non sarebbe stata più rigiocata. Il messaggio era chiaro». E poi quel gol di Platini, la coppa vinta, l´esultanza. «Io posso dire che giocai sei minuti nel finale. Giocai e provai a non pensare. L´istinto di un calciatore. Oggi se ripasso con la mente quelle immagini sento solo dolore e rabbia per la follia umana, per la stupidità, per ciò si poteva e doveva evitare. Non penso a quella Coppa, penso solo ai morti, alle loro famiglie, alla tragedia». Però si parlò molto dei vostri festeggiamenti a fine partita. «C´era uno stadio blindato e una possibile caccia all´uomo. Ci dissero: andate sotto la curva e tenete occupati i vostri tifosi, qui può accadere di tutto. Quando la sera in albergo abbiamo rivisto le immagini nella stanza di Tardelli, siamo sbiancati in faccia e abbiamo smesso di parlare per un bel po´». Poi siete tornati tra le polemiche. «Sì. C´è anche chi ha detto e scritto che ci siamo tenuti il premio per quella Coppa. Una falsità, una cattiveria inutile, abbiamo devoluto tutto alle famiglie delle vittime». Prandelli, è mai tornato in quello stadio? «Una volta col Parma. Quando sono sceso negli spogliatoi ho sentito un vuoto nello stomaco. Una specie di nausea. Come quando mi capita di vedere una curva che ondeggia. Ho paura. Sempre paura che accada qualcosa». Anche per questo la storia di ciò che accadde in quello stadio il 29 maggio del 1985 è sempre bene non dimenticarla.«I filmati dell´Heysel andrebbero fatti vedere ai ragazzini nelle scuole, insieme ai gesti tecnici dei grandi campioni. Ecco le due facce del calcio: quale dobbiamo scegliere secondo voi? Perché una scelta va fatta, una volta per tutte. Qui a Firenze stiamo togliendo le barriere. A Udine già si sono mossi. Servono coraggio e decisione». Poi però capita che gli ultras lanciano bombe carta e in molti stadi fischiano i giocatori di colore. «Quando sento certi cori provo imbarazzo a essere lì. Vorrei che un giorno, dopo un coro razzista o comunque offensivo, i giocatori smettessero di giocare e la partita finisse lì. Non possiamo svegliarci solo quando muore qualcuno. Altrimenti diventiamo tutti complici. Piangere dopo non serve a nessuno. Piangere dopo non cambia niente».

(da Repubblica del 28/09/2009)   Sommario Articoli

 

 

Veltroni e l' Heysel «In Italia ancora troppa violenza»

di Filippo Conticello

Autore di un testo teatrale e di un libro: «Vicenda emblematica. Qui da noi nulla è cambiato»

MILANO I clown entrarono in campo comunque, con le maglie rosse, bianche e nere. Dopo 39 morti era solo un circo, non certo calcio. Lo sapeva Michel Platini, lui per giustificare l' esultanza juventina nella sera della strage dell' Heysel disse: «Quando cade l' acrobata, entrano i clown». Venticinque anni dopo la frase è diventata il titolo del monologo teatrale edito da Einaudi di Walter Veltroni: «È il racconto di un uomo e di una bugia raccontata alla moglie, l' unica in 10 anni di matrimonio. Poco prima delle nozze disse che sarebbe andato a Londra per l' addio al celibato. Invece era a Bruxelles per Juve-Liverpool: vide la morte». Lunedì al teatro Litta di Milano un reading dell' opera è stato affidato a Claudio Bisio: «Bellissima interpretazione, ha emozionato anche me». Onorevole Veltroni, lei dov' era quel 29 maggio 1985? «A casa, con degli amici davanti alla tv per tifare Juve. Pensavamo di vincere e, invece, perdemmo tutti». Cosa è cambiato da allora? «In Inghilterra i passi avanti ci sono stati. Da noi tutto è fermo: c' è violenza nella società, nella politica e negli stadi. La coscienza civile è addormentata». Lei descrive Scirea come un gigante buono e invece dalla curva che porta il suo nome piovono bombe e cori razzisti. «Già, una vergogna. Lì e in tanti altri stadi. Per risolvere il problema non può bastare una tessera come dice Maroni. Serve educazione, cultura, stadi moderni e sicuri. E poi certezza della pena, senza sconti. Basta poco: vogliamo solo un mondo in cui sia almeno consentito giocare».

(Da Archivio storico Gazzetta.it 12/5/2010)   Sommario Articoli




Lo scempio dei nostri Heysel

di Roberto Beccantini

TORINO - Sabato saranno venticinque anni. La tragedia dell’Heysel è come l’ombra: ci fugge e ci insegue da un quarto di secolo. Trentanove tifosi morti calpestati per Juventus-Liverpool, una partita di calcio: ecco l’enormità della «notizia», in assoluto e, soprattutto, in relazione al fato e al fatto, ai lutti e al movente che li seminò. Gli inglesi, loro, capirono subito la lezione e adeguarono i provvedimenti legislativi all’esigenza di cambiare il modo di vivere «lo» stadio e «nello» stadio. Noi no, noi siamo rimasti prigionieri dell’ipocrisia e del labirinto. Domani a Ginevra si assegnano gli Europei del 2016 e l’Italia rischia di perdere contro Francia e Turchia, non solo o non tanto perché il presidente dell’Uefa è il francese Michel Platini, in campo a Bruxelles quel mercoledì maledetto, ma perché i nostri colossei sono diventati potenziali Heysel nelle strutture, sempre più giurassiche, e nella civiltà sportiva degli abitanti, sempre più selvaggi. Sprecata l’occasione di Italia ‘90, quando ci abbuffammo di cemento ed edificammo stadi esagerati, la furia onnivora della televisione ha contribuito a svuotarne l’anima (e poi le tribune: non viceversa). L’Heysel rappresenta un’eredità che troppo spesso abbiamo abbandonato ai familiari delle vittime, se non, addirittura, ai guizzi degli archivisti. Ci siamo rimpinzati di slogan - modello inglese, tolleranza zero - e, ammesso che sia un segno del progresso, si muore meno sulle gradinate e di più negli autogrill; «il calcio in mano agli ultrà», pronunciato da Fabio Capello in tempi non sospetti, rimane la summa del «disordine nuovo», fra caccia al razzismo e razzisti a caccia. Con qualche agente, sullo sfondo, di grilletto facile e manganello sbrigativo. Non che all’estero siano tutti chierichetti, ma da noi si vive in uno stato di estrema e perenne emergenza: nel penultimo turno del campionato scorso, Genoa - Milan è stata disputata a porte chiuse per la paura che un fatto di sangue risalente a quindici anni prima potesse servire, ancora, da miccia per implacabili e odiose vendette. La morte dell’ispettore Raciti (2 febbraio 2007) portò a una mobilitazione generale, con impegni solenni dei politici. La montagna della «rivoluzione culturale» ha partorito tre topolini: i tornelli, i biglietti nominativi e la tessera del tifoso alla quale Daniele De Rossi ha replicato con la tessera del poliziotto. La via italiana alle pari schedature: non proprio il massimo, nei giorni della memoria.

(Da la Stampa del 26 maggio 2010)  Sommario Articoli

 

 

“Crollò una barriera e scoppiò l’inferno.

Odiavamo gli italiani”

di Tony Evans

Un muro è crollato, tutto qui». Io queste parole le ho sentite e le ho ripetute tantissime volte. Ma sono menzogne. C'è un momento di quel giorno a Bruxelles che più di qualsiasi altro continua a tormentarmi. Il nostro treno era da poco arrivato alla stazione di Jette e una lunga colonna di tifosi del Liverpool si era incamminata giù dalla collina verso il centro. Mi fermai a guardarli, bandiere a scacchi rossi e bianchi al vento... Dissi tra me e me: «Oggi possiamo fare tutto ciò che ci pare. Nessuno può fermarci».Era un giorno caldo e soleggiato, ma nell'umore generale si captava un sottofondo oscuro. Quelle bandiere a scacchi le avevamo preparate per la finale dell’anno precedente, contro la Roma allo Stadio Olimpico. E nonostante la conquista della quarta Coppa dei Campioni nessuno, tra quelli di noi che erano stati a Roma, ricorda con affetto quel giorno. Prima della gara, gruppi di giovani in motorino avevano dato la caccia ai nostri tifosi, coltelli in mano. E, dopo la partita, fummo vittima della rabbia di Roma, tra sangue, angherie e umiliazioni. Ci eravamo detti che la storia non si sarebbe ripetuta. La nostra rabbia non era diretta solo agli italiani. La stampa britannica aveva praticamente ignorato gli eventi dell'Olimpico l'anno prima... Liverpool, in quegli anni, era una città marginalizzata e odiata dal resto del Paese, un anacronismo che c'entrava poco con l'Inghilterra.Ero con mio fratello quando, in un vicolo del centro, ci siamo imbattuti in un gruppo di tifosi juventini, sei o sette, quasi tutti ventenni. Erano seduti davanti a un bar, atteggiandosi un po' da duri, un po' da fichi. Il mio sguardo incrociò uno dei loro. «Dai, brutto stronzo, dimmi qualcosa...» ringhiai. Lui, niente. Ma ormai il tono, l'umore di quella giornata era stato fissato. La Grand Place era relativamente priva di tensione. Noi del Liverpool eravamo in tanti e ci sentivamo sicuri. Bevevamo e cantavamo a torso nudo sotto il sole. Era quasi idilliaco. Ma poi, complice l'effetto dell'alcol, tutto cambiò. I bar cominciarono a chiudere, forse impauriti da ciò che avremmo potuto fare...Partimmo a piedi per lo stadio. Ovunque c'erano tafferugli. In circostanze normali, tutto ciò non sarebbe avvenuto. Ma quel giorno era diverso... Eravamo ubriachi ma anche in quello stato capimmo che lo stadio era fatiscente. Alle entrate non vi erano praticamente controlli. Tutt'ora, 25 anni dopo, ho ancora intatto il biglietto di quella serata. Eravamo nel settore Y, accanto al maledetto settore Z, e si capì subito che eravamo in troppi. La folla ci spinse avanti, verso il campo, crollò una prima barriera. La polizia reagì con i manganelli. Vidi un ragazzo - uno dei nostri - rimasto imbrigliato nel filo spinato mentre cercava di scavalcare un muro. E vidi un poliziotto che lo manganellava. Mi avvicinai e gli diedi un pugno in faccia. Scappò via. A quel punto, quasi tutta la polizia si era dileguata. E così noi ci concentrammo sul bar, dove un povero cristo vendeva patatine e panini. In pochi secondi avevamo saccheggiato tutto. Tra settore Y e settore Z vi era un fitto lancio d'oggetti. In realtà, per gli standard di quegli anni, non era nulla di inusuale. Guardammo con invidia gli spazi nel settore Z che era mezzo vuoto, mentre il nostro settore Y, complici i molti tifosi senza biglietto, era strapieno. Mi assentai per qualche minuto per fare la pipì. Al ritorno vidi che la rete che separava i due settori era caduta e che molti dei nostri erano passati al settore adiacente... Più sotto e nell'angolo più lontano stavano morendo 39 persone. Della partita non ricordo nulla. Del dopo-partita ricordo la paura di essere accoltellato dagli juventini. E ricordo il poliziotto belga che, preso dall'ira, lanciò un lacrimogeno dentro un autobus di tifosi del Liverpool. Arrivammo a Ostenda per prendere il traghetto, tristi e depressi, ma ancora ignari. Solo dopo, sulla Manica, cominciò a spargersi la voce. A casa cominciammo a trovare antidoti per la nostra vergogna,raccontandoci le solite bugie... Una lunga catena di eventi ha portato all'Heysel. Gli accoltellamenti e i pestaggi subiti a Roma, l’alcol, la nostra aggressività, l'inefficienza della polizia e uno stadio fatiscente. Senza uno di questi anelli nella catena maledetta forse quel giorno sarebbe passato senza incidenti. Oggi i tifosi dell'Everton ci dedicano uno sfottò: «Trentanove italiani non possono avere torto». Un modo per dire che l'Heysel è colpa di noi del Liverpool. Hanno ragione. Il torto era nostro. Il torto era mio.

(Da la Stampa del 26 maggio 2010)

Tony Evans è stato per tanti anni un tifoso militante del Liverpool, ora è responsabile delle pagine sportive del Times)  
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Heysel, la notte del calcio perseguita i sopravvissuti

di Francesco Caremani

Oggi l’anniversario. La Juve invita i familiari, non tutti risponderanno

Venticinque anni, tanto è lungo il filo della memoria che si riavvolge ogni 29 maggio, il giorno in cui allo stadio Heysel di Bruxelles, prima della finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool del 1985, muoiono 39 persone, di cui 32 italiani. Muoiono nel settore Z, schiacciate e soffocate dalla calca, sotto i colpi degli hooligans inglesi instupiditi dall'alcool, con la connivenza decisiva delle autorità belghe, della polizia locale e dell'Uefa, incapaci di prevedere e d'intervenire. Ieri a Liverpool, sui muri di Anfield, è stata scoperta una targa alla presenza di Phil Neal e Sergio Brio, i capitani di quella maledetta finale, oltre che di Gianluca Pessotto in rappresentanza del club bianconero. E simbolicamente sono stati piantati 39 alberi, uno per ogni vittima. Ma il clou delle iniziative è sabato. A Bruxelles una delegazione di tifosi juventini del Belgio andranno in pellegrinaggio nello stadio della morte, ribattezzato Re Baldovino. A Torino, davanti alla lapide nel cortile della sede della Juve, pregheranno Platini e molti giocatori dell’epoca, nonché una delegazione del Liverpool. A seguire la messa alla Gran Madre. La società ha invitato alle cerimonie i familiari delle vittime: molti hanno sussurrato la parola «finalmente», non tutti risponderanno. Mario Ronchi, l'interista La moglie: "Ogni sera, conto chi c’è e chi non c’è più" «Mio marito non era tifoso della Juventus - racconta Maria Teresa Dissegna, di Bassano del Grappa, lui teneva per l'Inter, ma è andato con gli amici». Parla con diffidenza Maria, perché non l'aveva mai fatto prima e non vuole pubblicità. «Il dolore è ancora molto forte, come venticinque anni fa, ho bisogno di stare tranquilla. È difficile spiegare il quotidiano, vivere alla giornata e andarsene a letto facendo la conta di chi è rimasto e chi non c'è più». Sono parole ruvide che raccontano la dignità di chi è rimasto senza sogni nel cassetto, dovendo fare i conti con una vita che non ha scelto: «Mio figlio oggi ha 27 anni ma non abbiamo mai affrontato l'argomento. Gli parlo e gli ho parlato di suo padre, di come era, ma non di quella sera». Mario aveva un'impresa e chi l'ha portato via ha cancellato il futuro di una famiglia: «Ho ricevuto l'invito della Juventus, ma non andrò, ognuno ha la sua coscienza». Giancarlo Gonnelli, padre e figlia Rosalina: “Lei in coma e su mio marito dicevano: te l’hanno pagato morto” «Non ho accettato la sua morte perché non l'ho vissuta, ricorda Rosalina Vannini di Ponsacco. Ogni tanto vado al cimitero, ma per me è sempre qui, l'ho sognato anche la notte scorsa». Giancarlo all'Heysel c'era andato con la figlia Carla, lui è morto, lei è tornata da quella strage e da un coma, salvata da mani inglesi, ma una parte di sé è rimasta per sempre nella curva Z insieme all'adorato babbo. «Finché ci sarà memoria, i 39 angeli di Bruxelles vivranno con noi. E allora grazie a tutti coloro che fanno e hanno fatto qualcosa perché in tutti questi anni non si spegnesse». Come gli altri familiari, Rosalina parla con forza e dignità, come se tutta la cattiveria ingoiata per anni fosse stata digerita: «Mi hanno detto che m'avevano pagato il marito morto, che la macchina (che avevo anche prima) me l'ero comprata con quei soldi. Nessuno sa cosa ha significato andare avanti senza Giancarlo e con tutti i problemi che ha avuto Carla». La quale, dell'Heysel, non vuole ancora parlare. Giuseppina Conti, il premio Antonio: “Era lì per la pagella Non cambio idea: ho perso mia figlia per l’avidità di qualcuno” «È dura, sono contento che se ne parli ancora, ma il dolore non se ne va. Non se ne andrà mai». La voce di Antonio Conti, di Rigutino, frazione del comune di Arezzo, perde forza ricordando il 29 maggio dell'85. Lui all'Heysel c'era con la figlia, premio di una bella stagione scolastica, ed è impossibile spiegare cosa significhi tornare a casa senza la propria bambina, da quella che doveva essere una festa: «È contro natura». Le foto e la racchetta da tennis sono un memoriale. Raccontano tutto, il dolore ma anche la rabbia. «Non si possono mettere migliaia di persone dentro una curva di terra con i gradoni di graniglia, dopo una fila di quattro ore passando da una porta di novanta centimetri. Mia figlia è morta perché qualcuno potesse incassare più soldi». Alla fine, per Antonio, la famiglia è rimasta l'unico rifugio, l’unica ragione per andare avanti ma questo è un vuoto che niente e nessuno può riempire: «Mi hanno invitato ma non vado a Torino. Sabato c'è il torneo, i ragazzi lo fanno tutti gli anni, ho scelto di stare con loro». I Casula, l'uomo e il bambino Emanuela: “Col tempo sono diventata serena. La polemica non aiuta” Emanuela oggi vive a Roma, ma appena può torna a Cagliari dalla mamma: «Non ne abbiamo mai parlato tanto, però sabato andremo insieme a Torino». L'invito della Juventus è stato un modo per ricordare la tragedia. Emanuela ha perso il padre Giovanni e il fratello Andrea in un colpo solo, però non ha mai cercato colpe e vendetta, ha vissuto con l'assenza ed è divenuta la donna di oggi, senza immaginare come poteva essere l'altra: «Con il tempo sono diventata una persona serena, ma credo che per la mamma sia completamente diverso». Ha letto, si è documentata e sorpresa di tante cose: «Ho visto Tardelli in televisione da Minoli qualche sera fa, era molto imbarazzato, mi ha fatto piacere ascoltare le sue scuse». Per tanti anni ha tenuto dentro la sua storia: «La dignità, la memoria, sono importanti, polemizzare no, perché si rischia di cadere nell'esibizionismo e di mettere in cattiva luce tutto il resto». Roberto Lorentini, la medaglia Il padre: “Abbiamo battuto l’Uefa, ma troppi se la sono cavata ”Roberto è il medico di Arezzo, medaglia d'argento al valor civile perché morto tentando di salvare un connazionale, forse lo stesso Andrea Casula. Ha lasciato una moglie, due figli piccoli e un padre che ha combattuto a lungo per la sua memoria e per la giustizia di trentanove innocenti: «Con qualche parente ci sentiamo ancora», dice con orgoglio, lui che ha fondato l'Associazione dei familiari e che per sei lunghi anni ha assistito al lungo e faticoso processo contro tutto e tutti. «Abbiamo sconfitto l'Uefa, abbiamo fatto giurisprudenza, ma in troppi se la sono cavata». Un rammarico che sposta ogni giorno il confine della memoria: «Andiamo al cimitero due, tre volte la settimana perché Roberto è sempre qui con noi. Andare a Torino? No, ho ricevuto l'invito, però sabato c’è la messa e poi il torneo». Una medaglia, un libro, un dvd, un piazzale intitolato a Roberto: «Abbiamo fatto un viaggio pubblico, quello è finito, adesso continua quello privato».

(Da  Avvenire del maggio 2010)   Sommario Articoli

 

 

Platini e la squadra dell’85 a Torino per commemorare i 25 anni della tragedia

Heysel, ricordo per sempre

di Guido Vaciago

Oggi la rievocazione, Agnelli annuncerà la sala della memoria nel nuovo stadio. Nell’impianto che la Juve sta costruendo la violenza dovrà essere confinata nel passato. Boniperti: «Quella coppa non è insanguinata»

TORINO. Venticinque anni fa la finale di Coppa dei Campioni si trasformava in una delle più orrende tragedie dello sport. Juventus-Liverpool, a Bruxelles, venne preceduta da un attacco dei tifosi inglesi contro quelli italiani che provocò la morte di 39 persone innocenti, schiacciate, asfissiate, calpestate in modo atroce nella curva zeta dello stadio Heysel. LA SALA Oggi, nel giorno della memoria bianconera, Andrea Agnelli annuncerà che quelle vittime non verranno mai dimenticate e che il ricordo di quella tragedia servirà da monito, perché mai si ripeta una simile follia. Nel nuovo stadio della Juventus ci sarà, infatti, uno spazio per ricordare i fatti di quel giorno maledetto. LA CERIMONIA Inizierà alle 10 la commemorazione nel cortile della sede bianconera, dove è stato posto un cippo alla memoria delle 39 vittime. Oltre al presidente della Juventus, ci saranno parecchi giocatori della squadra che giocò quella partita, a partire da Michel Platini, così come molti parenti delle vittime e il presidente della Lega Maurizio Beretta. Sarà una cerimonia breve, alla quale seguirà una messa alla Gran Madre, dove sarà presente la prima squadra della Juventus. LA RIFLESSIONE Venticinque anni dopo è il momento di commemorare, ma anche quello di riflettere. La tragedia dell’Heysel è stata una ferita dolorosa e profonda per il popolo bianconero, ora è una cicatrice che si porta dentro chi ha vissuto quella notte ( in quello stadio o all’ascolto di quella drammatica telecronaca di Bruno Pizzul) e un racconto poco conosciuto per chi era troppo piccolo o non era neppure nato. IL SIMBOLO E allora l’idea di una sala che nel nuovo stadio ricordi quella barbarie, come un fatto storico, oltre che tragico, è un’iniziativa eccellente. Perché a distanza di 25 anni, tutto quel dolore e quello sgomento devono servire a qualcosa. Devono servire a ricordare come quella finale fu organizzata in modo clamorosamente superficiale, lasciando che i tifosi inglesi e quelli italiani si trovassero accanto in quella maledetta curva, separati da una rete da pollaio. E che non c’erano abbastanza forze dell’ordine per gestire un evento di quella portata. Che i feriti non furono soccorsi in modo tempestivo e adeguato. Che odiare, oggi, 25 anni dopo, non serve a niente, che quello che conta è non ripetere. LA GIOIA E il fatto che il luogo della memoria dell’Heysel sorga proprio nel nuovo stadio è significativo. In quello che sarà l’impianto più moderno del calcio italiano, la violenza dovrà essere solamente un ricordo, confinato in quella sala. Quello stadio dovrà accogliere tifosi veri, appassionati, innamorati della Juventus e del calcio: sarà un luogo di festa non di morte. IL PRESIDENTE Giampiero Boniperti, allora presidente della Juventus, si interrogava: « Cosa ricorderò tra trent’anni di questa coppa ? Tornerò ogni tanto a osservarla nella vetrinetta, ma credo che mi apparirà soltanto l’immagine di uno dei tanti morti che ho visto all’obitorio. L’immagine di un ragazzo di dieci anni, con un fazzoletto bianconero al collo». LA COPPA Già, quella coppa è nella sala dei trofei della Juventus. Pochi metri in linea d’aria con il cippo intorno al quale ci si raccoglierà stamattina. Un trofeo scomodo e doloroso, sul quale si è a lungo dibattuto. Lo stesso Boniperti sostiene: «Non dite che quella coppa è insanguinata. Non è vero. La tragedia è una cosa, la partita è un’altra. E fu una partita vera, chiedete a Rush, a quelli del Liverpool. Andarono in campo per vincere e noi con loro. Proprio non riesco a vergognarmi per quella coppa e il dolore lo tengo per me». I GIUDICI Ma forse questo punto di vista è proprio quello da dimenticare. Quella coppa è lì, nella sala più luccicante della sede juventina, e ognuno di quelli che ci passa davanti può ricordare e pensare ciò che vuole. Anche perché gli unici che potrebbero decidere veramente se quella coppa è vera o meno sono le trentanove vittime della curva zeta. Nessun altro.

(Da Tuttosport del 29 maggio 2010)   Sommario Articoli


Lorentini amaro «Negli stadi ancora morti»

di Marina Salvetti

Il presidente dell’Associazione perse il figlio di 31 anni. «Ho combattuto perché ci fosse giustizia. Sei anni di udienze: molti sono finiti in galera, troppi se la sono cavata»

OTELLO Lorentini ha 86 anni e un cuore malconcio. «Non mi regge perché mi chiamano in tanti in questi giorni per sapere e ricordare, ma ritornare indietro diventa molto difficile alla mia età». Soprattutto quando il ricordo privato diventa commemorazione pubblica e tornare indietro a quel tragico mercoledì 29 maggio 1985 significa far affiorare scene che si vuole accantonare nella memoria. All’Heysel ha perso il figlio Roberto: aveva 31 anni, faceva il medico, era sposato e papà di Andrea e Stefano, di 3 e un anno e mezzo. «Eravamo accanto, io e Roberto, ma ci siamo persi in mezzo alla bolgia, sono caduto a terra, una transenna ha evitato che mi calpestassero, poi sono finito sul campo ». Minuti carichi di tensione. «Con noi c’erano anche due nipoti, li ho incrociati a metà scalinata, mentre stavo tornando indietro. Mi hanno detto che Roberto stava poco bene, invece era già morto». Morto mentre stava soccorrendo un altro tifoso ed è per questo che la presidenza della Repubblica gli ha conferito la medaglia d’argento al valor civile. BATTAGLIA Da quel giorno Otello Lorentini ha portato avanti la sua personale battaglia affinché i morti dell’Heysel non venissero dimenticati e affinché fosse resa giustizia. «Il processo è durato sei lunghissimi anni. Ho seguito le udienze passo dopo passo, due, tre volte al mese andavo a Bruxelles con gli avvocati. Ho fatto tutto questo non tanto per ottenere il risarcimento, anche se è stato giusto che ci venissero dati quei pochi soldi visto che non volevano neppure pagare, ma perché i colpevoli venissero inchiodati alle loro responsabilità. E alla fine posso dire che giustizia è stata fatta: abbiamo sconfitto l’Uefa, le autorità belghe, le forze dell’ordine e tifosi del Liverpool, abbiamo fatto giurisprudenza, in molti sono finiti in galera, tanti altri però se la sono cavata». ASSOCIAZIONE Lorentini ha anche fondato l’Associazione familiari vittime dell’Heysel. «Ormai ne sento pochi di parenti, di alcuni non so proprio più nulla. Beh, il tempo passa, la vita continua, ognuno col proprio dolore. Abbiamo fatto un percorso comune, che è finito, adesso continua quello privato». Venticinque anni dopo però Lorentini è rassegnato: neppure la tragedia dell’Heysel ha cambiato la testa della gente. «Nonostante 39 morti gli stadi continuano a essere pieni di menefreghisti. E si continua a morire». COMMEMORAZIONE Oggi però Otello non sarà a Torino per la commemorazione. «Ho ricevuto l’invito di Andrea Agnelli, ma qui ad Arezzo c’è la messa e poi il memorial». Starà con la nuora Arianna, che aveva 27 anni all’epoca, i nipoti Andrea e Stefano, ormai cresciuti e diventati uomini senza un papà. «Gli abbiamo raccontato i fatti e, soltanto quando ce l’hanno chiesto loro, li abbiamo portati al cimitero: volevano vedere il loro babbo». Morto in un giorno che avrebbe dovuto essere di festa, a rincorrere i sogni di un trionfo bianconero.

(Da Tuttosport del 29 maggio 2010)   Sommario Articoli

 

 

 

Gli occhi di quel ragazzo che morì tra le mie braccia

di Marco Bernardini

25 anni fa la tragedia all'Heysel: 39 tifosi morti prima della finale di Coppa dei Campioni tra la Juventus e il Liverpool. I parenti delle vittime venete in viaggio verso il Belgio

Partiranno anche da Bassano. Discreti. In punta di piedi per timore di disturbare chi riposa. Mario, Gianfranco e Giuseppe meritano il rispetto delle cose serie. La morte non fa baccano, almeno non quando per incanto ti afferra la mano e ti accompagna nella zona del non luogo. Il momento del balzo, quello sì, può essere segnalato dal rombo del tuono e persino segnato dal sangue. Dopo no. Il silenzio e la quiete si fanno padroni. Ronchi, Sarto, Spolaore sono i cognomi scritti sulle lapidi dei cimiteri. I primi due in quello di Bassano, appunto. L’altro, a Rovigo. Accanto la rivelazione anagrafica di una fuga precipitosa e incontrollabile imposta da un destino travestito da hooligan gonfio di birra. Rispettivamente 43 anni, 47 e 55 anni. Tutti e tre viaggiatori senza ritorno, partendo dal medesimo punto ad un’unica ora dello stesso giorno,quasi si fossero messi d’accordo prima. Le diciannove e otto minuti del 29 maggio 1985. Luogo fatale uno stadio che si chiamava Heysel, in compagnia di altri trentatre fratelli di bandiera sportiva arrivati in Belgio da tutta Italia per la celebrazione di una festa cominciata con il sorriso e poi annegata in un oceano di lacrime. Anche la luna, quella notte, decise di nascondersi dietro le nuvole per non vedere la tragedia. Massimo Tadolini oggi ha 47 anni e sarà lui, capogruppo di un corteo dolente, a guidare quelli che partiranno da Bassano per il doloroso ma necessario viaggio della memoria. Una lettera già firmata, per il sindaco Chiamparino. Che la città della Juventus abbia almeno una strada intitolata ai martiri di un assurdo universo dove finì il pallone, quella sera, calciato da un orco indecente spuntato dal nulla per trasformare una favola in tragedia. E’ dall’età della ragione che Massimo si sta battendo perché la Spoon River bianconera smetta mai di essere attuale. Per rispetto della memoria ma soprattutto per ragioni pedagogiche. Morire è una schifezza. Morire dentro uno stadio è la mortificazione dell’essere umano. Il buio della ragione. Eppure accadde, venticinque anni fa. In Belgio, da tempo, hanno provveduto a resettare completamente ogni scheggia del passato. L’Heysel si chiama «Stadio Re Baldovino», la «Curva Z» è una linea architettonica che si piega dolcemente, il cemento dei parcheggi tutti intorno è stato ricoperto di erba verde e di fiori. Un gesto volutamente ipnotico per inibire il ricordo, mai dovesse per qualcuno rigalleggiare in superficie. Ma, osservato da lontano, il gioco di prestigio serve a nulla. Anzi, monta la rabbia come la marea bretone. Nell’anima e nella testa di coloro che c’erano, sventuratamente. Alle diciannove e otto minuti in punto, allorché uomini e donne e ragazzini sotto la pressione di una furia alcolica squisitamente british vennero catapultati oltre il muro di cinta più alto nel vuoto. Marionette in volo a planare, prima di schiantarsi sull’asfalto e mostrare che invece erano di carne e di ossa, non di legno. I pupazzi non sanguinano. I cuori neppure, a meno che  non vengano violentati e maciullati nel petto. Difficile che accada durante o per una partita di pallone. Almeno, era mai avvenuto prima di allora. Cinico e un poco annoiato il popolo dei media, arroccato nella tribuna stampa, chiedeva che cosa si aspettasse per cominciare. Eppure anche l’Avvocato, insieme con il suo amico Kissinger, s’era già accomodato nella zona vip. Le urla e la polizia a cavallo. Che accade, mio dio? Sguardi più stupiti che preoccupati. I soliti quattro imbecilli, anche qui fare casino... E’ il pensiero che dilaga, per primo. Poi le notizie, portate a chi dovrebbe darle. C’è la morte a passeggio che miete, dannata e senza scrupoli, nella Curva Z. Ultima lettera dell’alfabeto e, dunque, segno premonitore per chi pretende di saper leggere il futuro nei fondi del caffè. Non è possibile! Macché, tutto vero. Il mondo capovolto, a testa in giù, assurdo universo. Piero Dardanello, il direttore, ne ha viste e sentite di tutti i colori in carriera. Questa mai. Un pallone annegato nel sangue non fa parte della sua cifra di analisi comprensiva. Sfugge ad ogni logica. La rigetta. Impossibile da raccontare, lì per lì. E’ una statua di sale, dunque, immobile davanti alla sua Olivetti portatile. Come ibernato in uno spazio dove il tempo non ha senso perché inesistente. Come lui quelli della sua generazione. Allora, forza Claudio Colombo, collega di cronaca da strada. Siamo in campo, lui ed io, con la rapidità del fulmine. Io lo tengo per le gambe, lui gli sorregge il capo. Morirà tra le nostre braccia quel ragazzo del quale abbiamo mai saputo il nome. Ma gli occhi sì, quelli li abbiamo visti spalancati per un istante. Urlavano, per come può essere spaventosamente decibelico uno sguardo: perché? Già, perché? Continuo a chiedermelo ancora oggi, venticinque anni dopo. Una risposta, netta, non esiste anche se, tutto sommato, la si potrebbe trovare analizzando le scorie quotidiane lasciate nel setaccio da un mondo (anche quello del pallone) moralmente sempre più inquinato e comunque in progressivo degrado. Ma forse è meglio tacere. Almeno oggi. Per rispetto di tutta quella gente che sta partendo, anche da Bassano.

Dal Corriere della Sera del 29 maggio 2010     Sommario Articoli


 

La memoria prigioniera dell’Heysel

di Francesco Caremani

Un monumento, tre targhe, un cippo, piazzali intitolati non possono riempire il vuoto di 25 anni, tra silenzi e meschinità d’ogni genere, di 39 tifosi morti (32 italiani) prima di una finale di Coppa dei Campioni. Era il 29 maggio dell’85, era Juventus-Liverpool. Una strage che ha insegnato poco o niente al calcio europeo, italiano in particolare, senza dimenticare che ogni volta che si ripete quell’assurda violenza da stadio i familiari delle vittime di Bruxelles sentono acuirsi il dolore che non è mai passato e mai passerà, nutrito dal vuoto di chi non c’è più. È mancato il magistero, è mancata la memoria, quella della Juventus, quella delle istituzioni politiche e sportive, in entrambi i casi sia italiane che europee. Altrimenti oggi tutti saprebbero del faticoso processo dell’Associazione dei familiari, avrebbero conosciuto la forza di Otello Lorentini, fondatore e presidente, che all’Heysel ha perso il figlio Roberto, così come Daniel Vedovatto, il giovane avvocato italobelga che da solo sì è battuto contro i migliori principi del Foro inglesi ed europei, che difendevano gli hooligans e l’Uefa. «Il clima era chiaramente ostile», dice Paolo Ammirati, avvocato aretino dell’Associazione. Lo stesso Daniel Vedovatto non ha avuto vita facile nelle prime fasi del dibattimento. «Quando abbiamo ottenuto, grazie all’opera di Lorentini, la condanna dell’Uefa - ricorda Vedovatto - nessuno ne ha parlato e questa è stata un’ingiustizia. Ce ne sono state tante in questa vicenda, ma questa Otello non se la meritava». Alla fine pochi hooligans sono stati individuati e condannati, a pagare restano Roosens, presidente della Federcalcio belga, Mahieu, capitano della gendarmeria e Bangerter, segretario generale dell’Uefa: «Non era facile convincere la Corte a condannare l’Uefa, organismo potente che gestiva da padrone il calcio europeo», replica Vedovatto. Una sentenza, quasi sconosciuta, che ha fatto giurisprudenza e che ha condannato il massimo organismo calcistico europeo alla corresponsabilità degli eventi che organizza, da qui maggiore sicurezza per tutti e stadi per le finali scelti secondo determinate caratteristiche, perché l’Associazione dei familiari delle vittime non ha combattuto solo per avere giustizia, ma perché un altro Heysel non accadesse più. Dopo tanti altri lutti e dopo tanto silenzio, 25 anni dopo, anche la Juventus ha deciso di ricordare le vittime di Bruxelles. Ha invitato, per domani, tutti i familiari a Torino per una messa alla quale, pare, saranno presenti anche Zibi Boniek, che di quella sera non ha mai voluto parlare, e Michel Platini, il «clown che entrò in campo dopo l’acrobata» e che oggi, scherzi del destino, è Presidente Uefa. Non tutti andranno, alcuni per riguardo a chi la memoria l’ha rispettata ogni 29 di maggio, altri perché impossibilitati, quasi tutti però intimamente soddisfatti dell’iniziativa. In questi ultimi giorni sono arrivate le scuse televisive di Marco Tardelli e Andrea Agnelli, neo presidente bianconero, ha scritto una lettera a Otello Lorentini. È un primo piccolo passo verso la memoria. Ma, oggi come ieri, non c’è poesia nel ripercorrere lo Spoon River dell’Heysel.

28 maggio 2010

Fonte: www.avvenire.it    Sommario Articoli

 

 

 

Heysel,un orrendo monumento all'inciviltà da tenere in vita

di Stefano Benzi

Sono già passati venticinque anni: lo ricordo bene perché cominciai a lavorare proprio quell'anno lì, nel 1985. Anche se quello di cui mi occupavo non erano certo la Coppa dei Campioni e nemmeno la Serie A. Ricordo la voce di Bruno Pizzul rotta dall'emozione e forse dal pianto, nel disperato tentativo di fare chiarezza su quanto ancora non solo non si sapeva, ma nemmeno si capiva: "Scusate... non vorrei farlo ma devo..., devo dirlo. Ci sono delle vittime". Mi risuonano così, più o meno, nella memoria le parole di Pizzul. Fino a quel momento la regia internazionale aveva inquadrato poco o nulla di quello che stava accadendo: immagini lontane, non molto nitide. Si percepiva solo un gran clima di confusione, e di paura. Da quel momento, da quando Pizzul pronunciò quelle parole, cambiò tutto. Non era più una partita di calcio, non era più la finale di Coppa dei Campioni: la tv si era trasformata in un catalizzatore di emozioni, di rabbia e di angoscia. Stavo rivivendo la stessa sensazione di quando, qualche anno prima, un bimbo era caduto in un pozzo al Vermicino, a Roma: si chiamava Alfredino Rampi. E tutta l'Italia aveva disperatamente seguito in televisione la cronaca dei soccorsi, sperando nel lieto fine, che non ci fu. Non sempre la televisione può portare il lieto fine: non è fiction, non è reality-show, è realtà. E quella sera la realtà dimostrò quanto l'uomo può diventare brutale, scellerato, bestiale: anche se si tratta solo di una partita di calcio. C'era un odio viscerale tra inglesi e italiani per tanti motivi stupidi. I tifosi del Liverpool, che in Inghilterra erano considerati i più violenti e aggressivi, volevano vendicarsi degli incidenti e degli accoltellamenti subiti a Roma l'anno prima, quando vinsero la finale di Coppa dei Campioni contro la Roma ai rigori. Ma soprattutto c'era una disorganizzazione assoluta: vergognosa. Lo stadio prescelto era un cesso, glorioso ma fatiscente, privo di qualsiasi controllo e per nulla sicuro. I tifosi inglesi, che entrarono per primi, accolsero i tifosi della Juve con lancio di calcinacci, pezzi di ferro e lattine di birra. Ma tutto l'accesso alle tribune fu confuso, disordinato e per nulla adeguato all'importanza e ai rischi di una partita del genere. Si sono scritti libri, tesi di laurea, intere documentazioni su quello che è accaduto quella notte, nel tentativo di trovare un colpevole: di espiare una colpa. La verità è che ancora oggi sarebbe più opportuno trovare un sentimento di pentimento o di perdono, da una parte e dall'altra. Ed è difficile: così come è difficile ancora oggi capire che cosa sia successo. C'è chi parla di provocazioni, chi di aggressioni, chi di una disorganizzazione assoluta. L'alcol, tanti i tifosi inglesi ubriachi fin dal pomeriggio, l'inadeguatezza della struttura, la totale incapacità della polizia belga nel governare una folla impazzita, la carenza nei soccorsi.... L'Heysel è un monumento funebre all'inciviltà: un monumento che purtroppo verrà demolito. Ma come ci ricordiamo degli orrori che il genere umano ha saputo provocare, forse sarebbe utile ricordarsi anche di quello che è accaduto a Bruxelles. E tenerne in vita l'orrore. Morirono 39 persone, 32 italiani; alcuni schiacciati, altri travolti, altri soffocati. Uno di quei ragazzi, un medico di 31 anni che si chiamava Roberto Lorentini, morì travolto mentre stava cercando di rianimare un ragazzo che era rimasto schiacciato nella calca. Credo sia difficile per chiunque esprimersi su un argomento così difficile: è una ferita ancora aperta, e che forse non si rimarginerà mai. Le squadre inglesi vennero escluse da qualsiasi competizione per cinque anni; gli hooligans arrestati furono solo venticinque, undici gli assolti, quattordici i condannati con una pena massima di cinque anni di reclusione. La Uefa, le cui colpe nella scelta della sede e nell'organizzazione della partita erano evidentissime, corse ai ripari quando fu troppo tardi. Tante cose si sono sapute solo più tardi, anche molto tempo dopo: si seppe che i giocatori erano stati tenuti all'oscuro di quanto era realmente accaduto e che erano stati quasi costretti a giocare, sotto la minaccia di pesanti sanzioni, per evitare disordini ancora più gravi. I tifosi inglesi che rientrarono in patria il giorno dopo, appresero delle 39 vittime, imbarcandosi al porto di Ostenda: alcuni di loro tornarono indietro. Altri tornano nel pressi dell'Heysel ogni anno... "per chiedere scusa, perché se oggi sono un uomo migliore lo devo al sacrificio di persone che mi hanno dimostrato che cosa potevo diventare se continuavo a essere quello che ero" scrive Ian Gilmour, uno dei tifosi dei reds che si trovò coinvolto negli scontri e che oggi si occupa di recuperare dalla dipendenza giovani già condannati all'alcolismo. Persone come Tony Evans, allora tifoso in trasferta, ora responsabile delle pagine sportive del Times che in questi giorni in una lunga intervista, lascia spazio a un ricordo amaro e colmo di sensi di colpa: "I tifosi dell'Everton ci dedicano uno sfottò che dice che trentanove italiani non possono avere torto. E' un modo per dire che l'Heysel è colpa di noi del Liverpool. E hanno ragione. Il torto era nostro, anche mio". Oggi ci si fa la solita domanda: si doveva giocare? Non si doveva giocare? Forse davvero la Juve avrebbe dovuto lasciare quella coppa negli spogliatoi, sotterrarla insieme alle sue vittime. Venticinque anni sono tanti, ma più ancora del dolore è grande lo sconcerto, l'incoscienza di fronte a quello che una folla impazzita è in grado di provocare. La Juve sta costruendo il suo nuovo stadio: capisco che quelle 39 anime stridono con il ricordo della prima Coppa dei Campioni, conquistata in quel modo. E che sia più lenitivo dimenticare piuttosto che ricordare. Perché il ricordo fa male: ma credo che il ricordo di quanto accaduto debba essere forte, e vivo. Perché ancora oggi, troppo spesso, andiamo drammaticamente vicino a quegli eccessi, e ci avviciniamo agli eventi sportivi esaltando il nostro lato più bestiale. D'altronde che il calcio dovesse cambiare lo si capì in quel preciso istante: anche se di vittime isolate e di stragi assurde ce ne sono state tante altre, come quella di Hillsborough che colpì proprio la tifoseria del Liverpool: 96 morti e 200 feriti. Avevano venduto troppi biglietti e la polizia fece aprire un cancello non presidiato. Il calcio doveva cambiare, e in effetti è cambiato: in qualche caso troppo lentamente, in altri in modo troppo macchinoso. Ma è sicuramente cambiato lasciandoci meno gioia, meno divertimento e soprattutto meno spensieratezza. Dal 29 maggio di venticinque anni fa il calcio non è più lo stesso, e non solo per le tante vittime di allora ma anche per quella sensazione che ci pervade, ogni volta che entriamo in uno stadio. Il senso di insicurezza che ci fa pensare... "E se succede qualcosa...?

28 maggio 2010

Fonte: eurosport.yahoo.com    Sommario Articoli

 

 

 

 

 

Heysel, venticinque anni dopo Il calcio cambiò per sempre

di Enrico Sisti

ROMA La sera del 29 maggio 1985 l' orrore colpì il calcio. Due lettere, la Z e la Y, furono i cromosomi di quella tragedia. In teoria la zona Z dell' Heysel sarebbe dovuta essere quasi deserta: «Era destinata ai belgi neutrali», balbettò l' Uefa. Una specie di cuscino di seggiolini vuoti e aria fra juventini organizzati e tifosi inglesi del settore Y. Ci finirono gli ultimi arrivati. «Mi vergogno di essere inglese», urlò Bobby Charlton. Gli hooligans invasero la zona Z e schiacciarono gli juventini dei settori O, N e M. La partita si giocò con i fantasmi intorno. Morì anche lei. Senza nascere: «E io sono ancora qui che penso: cosa ci passò per la testa?». Cosa vi passò per la testa, Ian Rush? «Non conoscevamo l' entità della tragedia, il che paradossalmente era anche peggio. Qualcuno di noi voleva scappare, altri incoraggiavano i più spaventati. C' era anche chi temeva per i suoi cari, con cui era impossibile comunicare. La tragedia si svolse in una zona dove non era possibile che ci fossero anche le nostre famiglie, ma ripeto: noi non sapevamo esattamente quello che era successo né dove». Dopo vi sentiste un po' carnefici, con quella teppaglia assassina al seguito? «No. Credo che quel giorno fummo tutti vittime. Quel giorno il calcio cambiò per sempre». Per prendere quale direzione? «Da quel momento fu chiaro che prima viene il pubblico e poi lo spettacolo. L' Uefa fece una pessima figura. Sia i nostri che i dirigenti della Juve implorarono un cambio di sede. L' Heysel era una baracca, privo di qualunque sbarramento per dividere le tifoserie. Non poteva reggere alcun peso, figuriamoci una follia collettiva. Il nostro a.d. spedì missive di fuoco: "È uno stadio decrepito, inadatto! Non lo ascoltarono». Aveste la sensazione di una partita "finta"? «Forse sì, forse no. Ma tutto quello che posso dirle ora, con tanto spazio in mezzo, è una sorta abuso di potere sulla verità. Diciamo che ci sentimmo in dovere di continuare a fare il nostro lavoro». Approvò la sanzione contro l' intero calcio inglese? «No. Allora anche l' Uefa avrebbe dovuto sanzionare se stessa. La tragedia fu anche provocata dalla sconvolgente assenza di strutture e di controllo». Alcuni tifosi del Liverpool continuano a dire: "Li odiavamo". Ci sono ancora dei blog in cui manca sempre l' elemento chiave: il pentimento. «Non si può sradicare la follia. Anche intorno alla Kop, come nelle altre curve, c' è chi propaganda l' odio, il male, teorie devastanti. Estremisti». Lei fu un cardine della riconciliazione fra Juventus e Liverpool. «Quando andai alla Juve, nel 1987, i rapporti fra i due club migliorarono. I tifosi bianconeri mi accolsero comunque benissimo. Non ricordo alcuna allusione all' Heysel». Heysel: forse sarebbe stato più corretto lasciarlo in piedi come monito imperituro. «Forse. O forse basta ciò che abbiamo vissuto per non tornare al medioevo del pallone. La speranza di essere migliori, quella volta, costò tante vite». Ma senza speranza, come recita l' inno del Liverpool, non si vive ("walk on with hope in your heart"). «È l' inno del genere umano, You' ll never walk alone (scritta nel ' 45 da Rodgers & Hammerstein II, ndr ), non del Liverpool».

Fonte: Repubblica del 28 maggio 2010   Sommario Articoli





 

Torino ricorda la tragedia dell’Heysel, una via in memoria

di Timothy Ormezzano

Per non dimenticare. Domani ricorre il venticinquennale della tragedia dell’Heysel. In quella maledetta sera del 1985 a Bruxelles morirono trentanove tifosi, “colpevoli” di trovarsi nel momento sbagliato nel punto sbagliato di uno stadio sbagliato, fatiscente, tanto da sbriciolarsi sotto le cariche degli hooligans inglesi. Le parole di Antonio Cabrini, uno dei protagonisti di quella tragica finale di Coppa dei Campioni tra la Juve ed il Liverpool: «Commemoriamo una tragedia come quella dell’Heysel perché non si ripetano più certi errori. E’ stato fatto molto in tema di sicurezza degli stadi e di gestione dei grandi eventi, ma non ancora abbastanza». Cabrini sarà presente alla messa in suffragio di domani alla chiesa della Gran Madre, al fianco dei parenti delle vittime e di tanti ex compagni di squadra, a cominciare dall’attuale presidente dell’Uefa, Michel Platini. «Sento spesso ripetere – aggiunge Cabrini – che quella finale non andava giocata, ma se non fossimo scesi in campo sarebbe scoppiata la guerra. Noi giocatori, comunque, sapevamo poco o nulla della gravità di quel che era accaduto. C’erano tante voci incontrollate». Adesso, però, si guarda avanti. I sostenitori juventini domani marceranno in ricordo dei caduti dell’Heysel. Sarà l’occasione per chiedere ufficialmente alle autorità comunali l’intestazione di una strada per i 39 caduti a Bruxelles e al club l’istallazione di una targa commemorativa nel nuovo stadio che sorge sulle ceneri del Delle Alpi. Un atto dovuto, secondo il popolo bianconero. Da sottolineare che gli innamorati del Torino hanno in Superga il luogo della memoria, una lapide sulla quale piangere e ricordare. «E’ giusto che ci sia una via o un monumento dedicato a quel tragico evento, come hanno recentemente fatto ad Anfield, lo stadio di Liverpool. Servirà soprattutto a rammentare a tutti quello che non dovrà mai più succedere per una partita di calcio».

Fonte: Leggo del 28 maggio 2010   Sommario Articoli

 

 

 

 

«Quella sera all'Heysel

ci hanno ingannato nascondendo la verità»

di Marco Bucciantini

Loro videro la corsa ossuta, veloce di Zibi Boniek, attaccante magro e temprato. Gambe resistenti, testa alta e fiera. S'involò dritto verso la porta, fu steso ben prima di giungere in area ma fu rigore, doveva esserlo. Un rigore assurdo e necessario. Noi vedemmo invece un altra corsa, disperata, semplice e impaurita. Mossa di moto sghembo, irrazionale. Guardando a destra, poi a sinistra. Fino a fermarsi, le braccia abbandonate, gli occhi sgranati e persi. Otello Lorentini rintracciava qualcosa e non trovò niente, perché cercava la vita in un camposanto. Il 29 maggio del 1985, dentro lo stadio Heysel di Bruxelles, Cesare Prandelli e Marco Tardelli e gli altri giocatori corsero a fianco di Boniek, cercando un gol. A loro fu negata la verità, e quindi la scelta: giocare o no. A noi telespettatori la verità arrivò con l'ondeggiare di Lorentini, che cercava suo figlio Roberto, morto per soccorrere Andrea Casula, un bambino di 11 anni che stava crepando soffocato e calpestato dai grandi: fu la vittima più giovane dell’Heysel. Per attardarsi in quel disperato aiuto, Roberto fu travolto dal crollo del muro del settore Zeta. Fu medaglia d’argento al valore civile: Roberto era un medico,e morì cercando di fare il suo mestiere. Anche ai calciatori fu chiesto di fare il loro mestiere. Avevano intorno l'orrore, ma dovevano vedere solo la Coppa dei Campioni. «E io da 25 anni voglio cancellare dalla mia mente quella Coppa, quella sera. Non dovevamo giocare, non dovevamo avere qualcosa da festeggiare». Marco Tardelli ride con gli altri: nelle foto in fondo a quella partita accanto c'è Cesare Prandelli, che deve recitare la stessa parte: «Ci dissero: andate a fare il giro di campo, festeggiate dai tifosi che intanto la polizia provvederà a svuotare il settore dei tifosi del Liverpool». No, non si doveva giocare. «E io non giocherei più quella partita. Ci hanno ingannato, nascondendo la verità. Una volta capito cosa stava succedendo, è diventato un ordine: giocate. Se non lo fate, non sappiamo come controllare la gente». Giocarono. Tardelli come sempre, con il numero 8 di quella squadra di campioni, che letta nell'ordine dei vecchi numeri finiva così:...Tardelli, Rossi, Platini, Boniek. Prima della partita andò sotto la curva, per una supplica che poi trovò ridicola: «State calmi, dissi ai nostri tifosi. Ma loro lo erano: solo che intorno tutti erano impazziti. Se la polizia avesse fatto defluire la gente in campo, non sarebbe morto nessuno». Invece ricacciarono indietro la gente, nel settore confinante con la curva destinata agli inglesi. Li mandarono a morire schiacciati dal muro dove si erano riparati dall'urto dell'onda bestiale degli hooligans. Anche Prandelli finì nel tabellino: partendo dalla panchina, entrò 6’, quando in campo si consumava l'incontro più surreale e tragico della storia del calcio. Racconta quella sera, il successo sportivo più importante, e abbassa gli occhi. «Boniperti aveva visto i morti. Noi eravamo negli spogliatoi, sentivamo chiasso, ma non sapevamo niente. Scese da noi, prese Trapattoni da parte e disse: io la squadra non la faccio giocare». Cominciò il passaparola sui morti. I calciatori – ormai già vestiti con le divise da gioco e pronti a entrare in campo per il riscaldamento – cercavano di spiare cosa accadeva. «Ero in panchina e potevo muovermi con più libertà, ma non capivo niente, vedevo i tifosi sulla pista d’atletica che scappavano senza una direzione». Scesero i capi dell’Uefa: si gioca. O almeno s’inizia, «vediamo come va, ma adesso non possiamo evacuare lo stadio», ci dissero. Mentre Juventus e Liverpool si sistemavano in campo, Prandelli dalla panchina faceva «segno agli amici e ai parenti dei miei compagni di squadra di lasciare le tribune, andare via, andare lontano. Riuscii così ad avvertire molti di loro». La partita iniziò. «Ci eravamo convinti che si dovesse fare il primo tempo, mentre la polizia faceva uscire i tifosi. E che il secondo tempo non ci sarebbe mai stato». Infatti fu una prima frazione irreale, giocata con poco ardore, pochissime occasioni. Alla fine del primo tempo il delegato scese negli spogliatoi. Ripeté le stesse tre parole: «Continuate a giocare». La partita non si sarebbe mai più ripetuta. Quindi andava finita, e il trofeo andava assegnato. Quando era piccolo e scalciava nella terra dell’oratorio, come molti ragazzi Cesare sognava questa partita. E giocava «fingendo» di essere in finale di Coppa dei Campioni. Gli è toccato rimpiangere che sia accaduto: «Si potevano fare due cose più giuste: non assegnare il trofeo o inscenare una partita senza valore sportivo, ma solo di ordine pubblico, e rigiocare la finale più avanti. Però su quanto accadde quella sera si sono fatte ricostruzioni fantasiose, finimmo noi nel mirino, come se noi calciatori avessimo potuto rimediare quella tragedia». 25 anni dopo, Prandelli ne ha sentite troppe su quella sera, sul tentativo di colpevolizzare i giocatori. Una cosa gli ha dato fastidio: «Non abbiamo festeggiato, abbiamo fatto ciò che ci è stato ordinato di fare. Hanno scritto che avevamo intascato il premio partita: falso. Nessuno prese una lira, tutto andò alle vittime e alle loro famiglie». 25 anni dopo Tardelli lavora in Gran Bretagna, insieme all'allenatore di allora, Giovanni Trapattoni, sulla panchina dell'Irlanda: «Qui hanno sconfitto la violenza da stadio. Lo hanno voluto, e l'hanno fatto. Allo stadio vanno i bambini per mano ai genitori. Controllati da steward che sono rispettati. In Italia non si può. Gli ultras spesso soggiogano le società e comandano sugli spalti, dove i poliziotti sono considerati nemici». E lo dice così, come se quella sera, quel sangue nostro, avesse insegnato ai colpevoli e non alle vittime.

29 maggio 2010

Fonte: www.unita.it      Sommario Articoli

 

 

 

Liverpool man who was dubbed Hero of Heysel recalls the tragedy

by Luke Traynor

Chief Reporter Luke Traynor speaks to the Liverpool man dubbed the Hero of Heysel. And, 25 years on, he discovers how the tragedy left him a changed man.

THE young Italian girl was slowly dying as a frantic John Welsh stared into her blackened eyes. Lying heartbreakingly on top of her already dead father a slight murmur came from Carla Gonelli’s lips.The man from Dingle quickly leapt into action, grabbing the helpless 18-year-old and hauling her out of the Heysel chaos. Because of him 18-year-old Carla Gonelli survived the terraces of Zone Z and lived to tell the tale. John’s heroic actions were captured on TV and his face beamed onto screens across the world – the instantly recognisable yellow-shirted Liverpool fan who pulled seven Italians out of the crushes. Touchingly, the barman met Carla in the weeks which followed. And after an emotional reunion they began a special friendship. Even today John’s voice cracks with emotion when he recalls the mayhem he was caught up in a quarter of a century ago. At home in Liverpool the 52-year-old told the ECHO how the disaster haunts him every day – not just on anniversaries. The bus driver said: “I went with six mates over on the boat to France and then through to Belgium. “We arrived on the day of the final and I remember having a laugh with the Juve fans in the town centre, going to different bars, singing songs. “Everything seemed fine. “As we got to the ground I saw Liverpool lads being taken out on stretchers with stab wounds in their legs.“Coppers just had their hands in the air. They were letting supporters go wherever they wanted to go. “As we walked in people were saying ‘Be careful when you go in’. “We had tickets for Section Z, the neutral zone where a lot of Italian fans were. That was where the chaos happened. “We went to get a match programme and as we were walking on to the terrace I heard a ‘bang’ – the crack of a wall collapsing. “Almost as I walked in the wall came down. Bricks basically fell on me leaving my arm all cut. “I jumped back and escaped on to the pitch. “Me and my uncle Richard just started trying to help people. There was a picture of a fella lying on a wall. I did get to him. But I couldn’t help him as he was too heavy. “People were just falling on top of each other shouting to get back. “These two Italian fellas have since told me I threw my arms into the pile of bodies and pulled them out. “I met them later at Turin cathedral in the summer of ‘85. “They wanted answers from me – why it happened, where they were....but I just had no idea. “I was around the chaos for several minutes. There were people dragging hold of my legs.” Possibly the most heartbreaking, yet uplifting memory recalled by John is that of Carla, from Pisa, who was on the verge of suffocating when he found her. The south Liverpool man hauled her out of the carnage as she murmured slightly, lying prostrate on top of her dead father Giancarlo, a school caretaker, aged 41. John said: “Her eyes were all black. But she survived. She was still conscious. But you could tell she was going.“I don’t remember it. But the paramedic insisted I carried her to the ambulance. “I went to the hospital in the same ambulance as I’d injured my arm. I thought she’d died. She was having fits on the hospital table.“I could have stayed at hospital. But I said ‘No.’ I wanted to get back. I travelled back in an ambulance. “I found Richard outside the stadium looking for me.“After we left Heysel people were just staring at us. “I went into Brussels and the game was on TV in the bars. But we weren’t interested in seeing it. We just wandered around and then made our way back to get the boat in France. “I didn’t have a passport as it was in a bag with my belongings I took into the stadium and which I lost. “We were just waved through. I didn’t meet up with the rest of the lads we went with until two days later in Liverpool.” After the tragedy John and Carla’s friendship flourished and they visited each other. The teenager got the red carpet treatment at Liverpool FC and was given a seat in the director’s box at Anfield. John added: “Meeting Carla again was terrible, emotionally. She still had the marks on her. In 1985 she went to see Juventus beat Liverpool. “But it was her last game for a long time.” John’s heroics quickly caught the public imagination and he was included in the Liverpool delegation which visited Turin, along with Archbishop Derek Worlock and deputy council leader Derek Hatton, to try to repair fraught relationships. He has a host of medals and commendations, including the Freedom of Turin, in recognition of his lifesaving actions. The memory of Heysel scarred John for life and he stopped going to the game at Anfield for 12 months. Eventually he returned, taking up his season ticket in the Main Stand. He said: “Liverpool as a city should have done more to recognise what happened. But we didn’t. My mind goes back to that day a lot. I’m always thinking ‘could I have saved anybody else?’ “Everyone was fighting to get out. I was pretty fit, so I could move around. “There’s a photo I’ve seen where I’m right amongst it all. I look at it and think ‘what am I doing there?’ “Heysel will be with me for the rest of my life. Accolades are not my style. I’m just an ordinary fella. I’m not brave. Anybody would have done it. It’s not just May 29 when I think back, it’s all the time. Sometimes I’m driving the bus and the memories come flooding back.”

May 29 2010

By www.liverpoolecho.co.uk    Sommario Articoli

 

 

 

 

La memoria offesa dei 39 morti dell'Heysel

di Xavier Jacobelli

Fumogeni, bombe carta e insulti sotto la sede della Juventus nel giorno del ricordo

Il post l'ha scritto un tifoso su un forum juventino, nickname Big Boss. "Sono appena tornato a casa. Ero con mio padre e mia madre. Mia madre alla sesta bomba carta ha giustamente deciso di andarsene e mio padre, che ha una certa età, era abbastanza scosso. Peccato per gli ultras, i quali non vogliono evidentemente capire che dietro una manifestazione del genere c’è molto di più di un "english animal" o "odio Liverpool". Eravamo lì per ricordare chi non c’era più e per difendere la nostra bandiera: il che non significa lanciare bombe carta o interrompere i discorsi altrui con cori per i diffidati e insulti vari. Il vero male del calcio è chi va tutte le domeniche allo stadio, ma evidentemente non lo ama". Se nemmeno 25 anni dopo la strage, i 39 morti dell'Heysel possono riposare in pace. Se nemmeno durante la giornata della memoria, a Torino, ci è stato risparmiato il solito copione di insulti, bombe carta, fumogeni, petardi. Se nemmeno la sede della Juve viene esclusa da questa incapacità di rispettare il dolore e il ricordo, significa che l'abisso d'inciviltà in cui è piombato il nostro calcio è più profondo di quanto temessimo. Venticinque anni dopo quella sconvolgente tragedia siamo ancora qui a chiederci come sia possibile tanta insofferenza; tanto, inaudito e feroce chiasso. E a domandarci che cosa c'entrino Calciopoli, lo scudetto assegnato a tavolino all'Inter, i cori sguaiati e tutto il resto nel giorno in cui i pensieri e le parole dovevano essere solo per i martiri di Bruxelles. La cui memoria ha diritto a un calcio migliore di questo, così barbaro da non sembrare vero.

30-05-2010

Fonte: www.datasport.it    Sommario Articoli



 

 

 

 

 

 

 

 





39 Angeli all'Heysel