|
|
RASSEGNA STAMPA HEYSEL
Dal 30/5/1985 Al 2/6/2010
ARTICOLI
Ore 19, cronaca di una strage
Una
colpa che pesa per tutti
Con tanta nostalgia di uno sport nobile
Fuga da Bruxelles nella notte
Una coppa
da restituire
Fascisti del National Front in mezzo
ai tifosi del Liverpool
Chi ha venduto i biglietti "proibiti" ?
Quella inutile riunione in tribuna
E al rientro lacrime e tricolori
Platini e Tacconi visitano i feriti
Solo Soldati grida: "Brava Juve"
L'Uefa stanzia 350 milioni per le vittime
"Dopo tanto dolore finalmente una luce"
Heysel,
l'ultimo morto
Sciocchezze
d'autore
Bruxelles,
un anno dopo
Cabrini:"Fu giusto restare in campo..."
E
vidi l'inferno del settore Z
Per la strage dell'Heysel solo 2 miliardi
di risarcimento
Boniperti e la coppa maledetta
"Nessuna esultanza l'Heysel vive ancora"
Dopo 15 anni il Liverpool ricorda i 39
dell'Heysel
Una corona di fiori per ricordare la
tragedia dell'Heysel
Heysel, un ricordo che imbarazza
Tu dici
«Heysel»…
Heysel, quella ferita aperta
A Matteo Marani
Così all'Heysel esplose la furia hooligan
La notte maledetta del calcio...
Quell'incubo chiamato Heysel
«L'Heysel mi ha rubato la famiglia»
Ci costrinsero a giocare, ma era uno
stadio assurdo
L'orrore dell'Heysel impresso nella mente
I tifosi dell'Heysel ripartono da «memoria
e amicizia»
29 Maggio 1985 ore 19.20 L'Heysel è l'inferno
“E'
il ricordo più brutto della mia carriera”
Heysel, ex hooligan incontra padre della
vittima
Io, un sopravvissuto dell'Heysel...
L'Heysel è una ferita che si riapre
Ma io voglio un'amichevole per le vittime
Un minuto di silenzio per le vittime
Il dolore non prevede l'inciviltà
Un incontro atteso da 20 anni
E a Torino la vendetta ultrà
Riecco Juve-Liverpool con il dolore nel
cuore
Tardelli ricorda l'Heysel «Chiedo scusa
per la festa»
Domani i 20 anni dell' Heysel
La coppa
maledetta
La cura
Thatcher
Il piazzale dello stadio intitolato a
Lorentini
Rossi: dal sacrificio di Giusy uno sport
migliore
Heysel, prova della memoria
Cobolli: Ricordo Heysel è vivo in tutti
noi
Una piazza per i morti dell'Heysel
Cerimonia in ricordo delle vittime dell’Heysel
"Per non dimenticare Heysel"
"Le 39 vittime dell’Heysel nel cuore
della Juventus"
La vecchia Juve non molla
Veltroni e l' Heysel «In Italia ancora
troppa violenza»
Lo scempio dei nostri heysel
“Crollò
una barriera e scoppiò l’inferno...”
Heysel, la notte del calcio perseguita
i sopravvissuti
Heysel, ricordo per sempre
Lorentini amaro «Negli stadi ancora morti»
Gli occhi di quel ragazzo che morì tra le mie braccia
La memoria prigioniera
dell'Heysel

  









Ore
19, cronaca di una strage
di Mario Sconcerti
BRUXELLES - Ho visto la scintilla di un
massacro accendersi improvvisamente quasi per gioco e allargarsi
in modo incredibile, pauroso, fino a travolgere una vita dopo
l' altra. Mentre scrivo sono appena passate le 21. Juventus
e Liverpool avrebbero dovuto finire adesso il primo tempo di
questa tragica notte di Coppa dei Campioni. Dai sotterranei
dello stadio continuano invece a passare soltanto barellieri,
infermieri, medici e poliziotti. Quello che è diventato un improvviso
bollettino di guerra parla adesso di trentotto morti, quasi
tutti italiani, moltissimi con la cassa toracica schiacciata
contro i muri di recinzione, altri con la gola aperta dalle
grandi punte metalliche che chiudono le transenne. Ma c' è una
confusione indescrivibile, soprattutto panico. Lo stadio Heysel
è praticamente assediato dalla polizia. Dovunque piccoli ospedali
da campo improvvisati, gente sanguinante, sconvolta, gente che
si cerca, si chiama. La piccola infermeria dello stadio è letteralmente
scoppiata in pochi minuti. Vi hanno portato un morto dopo l'altro
e uno dopo l'altro veniva fatto scomparire nel fondo di ambulanze
che continuavano ad arrivare da tutta la città. Assurdamente,
con atti di fede e di disperazione, molti morti sono stati portati
via avvolti nelle bandiere bianconere della Juve. Tutto è cominciato
verso le 19. Lo stadio era già pieno, di gente immersa nei soliti
riti di festa che precedono la grande cerimonia della partita.
Non c' erano segnali di paura. Nel pomeriggio era giunta notizia
di un ferito, ma era sembrato quasi un tributo normale per orge
di follia come questa. Allo stadio colpivano comunque subito
i vasti spazi che si aprivano in una curva. Era una specie di
territorio di nessuno che si allargava fra una parte dei tifosi
juventini e il settore dove quasi tutti gli inglesi erano stati
instradati dalla polizia belga. C' era molta paura di questi
tifosi del Liverpool rissosi per tradizione, molto spesso ubriachi.
I belgi li avevano affidati a milleduecento agenti fin dal loro
arrivo ad Ostenda due giorni fa. Li avevano tutti relegati in
un paese nei pressi di Bruxelles e condotti allo stadio con
linee speciali della metropolitana. Stipati nel loro settore
gli inglesi hanno cominciato ad ondeggiare paurosamente poi
hanno cercato il loro spazio vitale al di là delle transenne.
Non un poliziotto presidiava quell' ideale, fragilissima, terra
neutra. Gli inglesi si sono immediatamente allargati a macchia
d'olio entrando in collisione con le prime file dei tifosi juventini.
Sono subito volate botte, anche violente, ma per qualche istante
è sembrata la solita rissa da stadio, malinconica e inevitabile.
La gente indicava e quasi sorrideva. Faceva colore. Poi è successo
qualcosa di tremendo, come lo sfondamento di un fronte. Di colpo
quell' improvvisa linea juventina ha ceduto, la gente è cominciata
a scappare sotto i colpi di giovanissimi energumeni inglesi.
Scagliavano mattoni, bottiglie e colpivano con un' incoscienza
bestiale venendo sempre pi avanti. E' esploso il panico. Gli
italiani sono precipitati l'uno sull'altro travolgendosi a vicenda,
cercando scampo in spazi che si restringevano a vista d' occhio.
Quattro-cinque mila persone in pochi istanti si sono accalcate
contro il muro di recinzione laterale sbandando paurosamente,
continuando a precipitare dalle gradinate. Una fuga tragica
e disperata che si è trasformata in un assalto alle transenne.
L' unica speranza era il campo, il terreno di gioco, e tutti
hanno cercato di passare quella acuminatissima barriera metallica.
Sconvolti, imbottigliati, ancora pressati da assurde avanguardie
inglesi che continuavano a picchiare, i tifosi italiani hanno
cominciato una tremenda corsa al suicidio. Ho visto decine e
decine di persone cadere dall'alto delle transenne e stramazzare
al suolo con il sangue che schizzava violento. E gli altri che
fuggivano come pazzi. E' successo tutto in pochi minuti e senza
che la polizia belga abbia mai mosso un dito. Quando è arrivata
in forze ed ha caricato gli inglesi, le tribune e il campo erano
già un cimitero. Uno spettacolo agghiacciante, indescrivibile,
che ha finito di accendere il resto dei tifosi italiani. Per
un attimo siamo stati ad un passo dalla battaglia generale,
definitiva. Dalla curva opposta gli italiani hanno infatti sfondato
le reti e a decine si sono precipitati dall' altra parte. Per
fortuna stava appena entrando la polizia a cavallo che è riuscita
a tamponare almeno questo assalto. Una fortuna misera che pochissimo
toglie allo sgomento. Sono adesso le 21,40. Dentro lo stadio
è tutto così tornato assurdamente normale che le squadre stanno
perfino entrando in campo. Fuori tre grandi tende allargano
sempre più l' ospedale di questa battaglia del calcio. La verità
è che nessuno sa come far uscire cinquantamila nemici dallo
stesso luogo senza altri incidenti. Si dice che stia arrivando
l'esercito. La partita sarebbe solo un grottesco tentativo per
prendere tempo. Impossibile sapere se avrà una qualche ufficialità.
C'è da augurarsi di no per quello che di umano resta in questa
notte di pazzia. Mentre si gioca, l'altoparlante annuncia messaggi
strazianti. Nomi su nomi che cercano, gente che si dà appuntamenti
disperati immersa nella paura che non verrà nessuno. Nella curva
del massacro sono rimasti adesso soltanto i resti della tragedia.
Documenti, sciarpe, bandiere, vestiti stracciati, scampoli di
vita che non appartengono più a nessuno. Ma intanto si gioca.
Lo stadio è ormai presidiato. Nessuno può muoversi dal proprio
posto, in qualunque settore. Fuori, centinaia di camion e cellulari
continuano a scaricare agenti. Mentre Boniek cade in area e
Platini realizza il rigore, la radio annuncia che tra i morti
ci sarebbero undici bambini, tutta la squadra giovanile dell'
Anderlecht. Avevano appena finito di giocare, una sorta di avanspettacolo
felice che permetteva poi a tutti di vedersi la partita da sotto
le tribune. Sarebbero rimasti schiacciati dalle transenne in
cemento che facevano da base alle reti di recinzione travolte
nel momento della grande fuga. Quando la partita finisce si
scatenano scene di entusiasmo. Fuori centinaia di feriti son
stati portati in dieci ospedali tra la città e la provincia.
Dentro il dubbio è solo se la Coppa sarà valida o no.
(Da "Repubblica"
del 30 maggio 1985)
Sommario Articoli


Una
colpa che pesa per tutti
di Gianni Brera
Ero venuto come tantissimi altri per assistere
e in certo modo prendere parte alla celebrazione di una grande
festa di sport. Sono letteralmente sconvolto dall'orrore. Confesso
che, per un momento, mi sono rampollate dall'animo tutte le
rabbie che a me giovane avevano instillato i politici del nostro
paese, non meno caro che disgraziato (allora). Poi, a mia volta,
mi sono sentito in colpa. Voci spaventose giungevano dall' antistadio,
dove gli impreparatissimi belgi avevano apprestato un pronto
soccorso. Chi riferiva di dieci, poi di diciotto, infine di
trenta, e adesso addirittura di quarantuno morti, e forse non
è finita. Purtroppo, quasi tutti nostri connazionali, che il
terrore aveva spinto a cercare salvezza calpestando chiunque
incontrasse nella disperata fuga. Tra quella parte di tribuna
occupata da una minoranza di italiani e da una folla preponderante
di liverpoolesi, tre sparuti impotenti poliziotti belgi. Eccitati
dall' odio, di cui si conoscono capaci come pochi al mondo,
e ancora dall'alcol, di cui sono tragicamente avidi fino all'incontinenza
più smaccata, non meno di cento mascalzoni si sono scatenati
lanciando mattoni sassi e bottiglie. Il fuggi fuggi è stato
accorante. La polizia belga è giunta sempre più in forze ma,
ahimè, troppo tardi. Ormai l'attesa festa era bruttata da un
eccidio senza precedenti in questa parte civile d' Europa. Mentre
tento di esprimere la mia mortificazione di uomo di sport, i
superstiti dell'immonda mattanza passano ciascuno a raccontare
la propria storia, piena di orrore e degna di umana pietà. Lo
stadio, il caro ma obsoleto Heysel, è come gravato da una cappa
di angoscia. E' inevitabile pensare a quello che incombe su
tutti buoni e malvagi, che si erano illusi di celebrare una
festa: come far sgomberare lo stadio da due moltitudini fra
loro ostili fino all' odio più acre ed esasperato? Gli italiani
hanno a lungo insultato i poliziotti belgi troppo inferiori
al loro compito: il minimo insulto era "buffoni!": ma adesso
mi chiedo in quali disperate ambasce si trovano le autorità
di Bruxelles. Sono presenti almeno quindicimila italiani e altrettanti
inglesi. Cosa sarà di loro, se si troveranno soli ad affrontare
lo sfollamento? Se non ci fosse aria di tragedia, verrebbe fatto
di ricordare come per eccessi di molto inferiori a questo è
stato proibito da noi il gioco del calcio nel secolo XVI… L'
imbarazzo sfiora il rimorso in tutti noi che allo sport credevamo
come all' antidoto più puro e sincero della guerra. Così come
siamo caduti, la voglia è di mandare tutti al diavolo. Se vogliamo
prenderci a calci, stiamo a casa nostra. E si vergognino quei
popoli che, atteggiandosi a civili, mandano per il mondo questi
mascalzoni efferati e ahimè più volte recidivi nei loro eccessi
delittuosi. Alle 21,40 inizia una partita che alcuni bene informati
dicono finta. Questo per consentire alle forze dell' esercito
acquartierate in Bruxelles di preparare due vie di ritirata
e quindi di sfollamento per i gruppi nemici. A quel punto siamo
giunti. Poiché si gioca, mi tocca guardare.
(Da "Repubblica"
del 30 maggio 1985)
v
Sommario Articoli

Con tanta nostalgia di uno sport nobile
di Gianni Brera
POVERO calcio, di noi povera gente:
sport per eccellenza plebeo, proibito per secoli in quanto
a praticarlo erano gli umili, troppo spesso confusi con
i villani! Le plebi hanno preso quota nell' ordine politico-sociale
delle nazioni e anche i loro gusti hanno finito per imporsi.
Giocò a calcio in Italia anche un principe del sangue: e
i suoi compagni erano quasi tutti nobili o grandi borghesi.
Poi si accorsero che pedatare squalificava, nel Paese guida
dello sport moderno e passarono al golf, al tennis, rimanendo
pur sempre alla scherma e all' equitazione. I pedatori furono
allora di schiatta piccolo-borghese, e belli come poteva
essere chi da qualche generazione pappava bistecca. Infine
raggiunsero il plus-calore anche i poveri del quarto e quinto
stato: e decadde la qualità ma crebbe il numero. Noi italiani
siamo a questo punto. Gli inglesi, loro hanno incominciato
a cedere un tantino nei confronti della pedata volgare.
Decaduta la boria imperiale, bisognava consolarsi dov' era
possibile. Il calcio ha preso quota allora anche presso
i non indigenti (come da poco in Svezia e Danimarca), ma
il relativo benessere del singolo cittadino ha consentito
a troppi di spostarsi nelle vesti di pseudo-turisti. Erano
spesso i fanatici a imbrancarsi: e tanto più feroci quanto
peggiori erano le condizioni economiche del loro quartiere
o della loro città. Ora la più decaduta tra le città inglesi
è proprio Liverpool. E le sue due squadre eccellono come
per una rivalsa che in altri campi non è possibile. I belgi
hanno conosciuto l' Everton l'anno scorso e pareva non avessero
altro da apprendere sui seguaci del Liverpool. Purtroppo
hanno fatto penosissima cista. Il loro Heysel, un tempo
onorevolissimo, è ormai insopportabilmente obsoleto. Ha
le due curve in terra battuta con gradini sorretti da pietre
malferme: in queste curve gli spettatori sono costretti
a stare in piedi. Ammassare oggi folte moltitudini sugli
spalti di curve senza posti a sedere significa esporsi a
rischiose calamità pubbliche. Per loro disgrazia, i belgi
hanno ottenuto dalla Uefa l' incarico di organizzare la
Coppa Campioni. Sapevano di aver a che fare con orde di
inglesi avvinazzati e feroci. Non hanno riflettuto però
che gli spiantati liverpooliani non potevano competere con
i ricchi juventini di tutta Italia, e che metà della curva
destinata agli ospiti albionici sarebbe stata accaparrata
- magari a borsa nera - dagli italiani. Così non hanno ritenuto
i belgi di dividere più efficacemente i rappresentanti di
due popoli l' uno all' altro inviso per troppo differenti
destini passati e presenti. Alla tradizionale spocchia degli
inglesi, il visibile benessere degli italiani doveva suonare
come un' offesa patente, uno sberleffo tragico della sorte:
dunque, ai più scalmanati non è parso vero di farla subito
fuori. I pochi sparuti poliziotti belgi sono stati travolti.
Gli italiani, prima sorpresi, poi atterriti, si sono ristretti
fino a soffocarsi. I vecchi spalti interrati dello Heysel
sono divenuti orrendo cimitero. Mortificati e stravolti,
i belgi hanno taciuto lì per lì la tragedia, hanno chiamato
allo Heysel tutta la polizia a disposizione nel regno: non
è bastato. La partita, che pareva giocata per tacitare i
manigoldi, si è risolta a favore della Juventus, il cui
tripudio ha un po' stupito dopo tanti decessi. Gli inglesi
di Liverpool sono tornati alle loro tane, alla loro quotidiana
mortificazione di paria. Gli italiani, fino a ieri sottovalutati
e derisi, hanno meritato la sincera comprensione di tutti.
Giorno verrà - non è affatto lontano - che il calcio perderà
i suoi satanici sapori di transfert dalla degradazione e
dalla miseria. Allora tornerà ad essere per molti quello
che è sempre stato: il gioco forse più bello di tutti. Parola
di un povero fra i tantissimi poveri di questo mondo.
(Da
Repubblica del 31 maggio 1985)
Sommario Articoli

Fuga
da Bruxelles nella notte
di Mario Sconcerti
BRUXELLES - La polizia
di Bruxelles ha capito che sarebbe stato un giorno lunghissimo
quando alle quattro del pomeriggio ha avuto l' ordine di far
evacuare la Grande
Place. Centinaia di tifosi inglesi hanno
cominciato così il loro cammino verso lo stadio inondando rumorosamente
i vicoli della città vecchia e lasciando sulla piazza un' autentica
moquette di lattine di birra. Lungo la strada tre furti e i
primi segni di violenza. Gli inglesi si muovono a ondate, gli
italiani a piccoli gruppi. Un' ora dopo il primo scontro, un
duello all' arma bianca tra due ragazzi, per fortuna appena
accennato. Alle 18,15 però accade qualcosa di molto più serio.
Un hooligan e un tifoso juventino si affrontano a coltellate:
l' inglese stramazza al suolo gravemente ferito. Sarà il primo
dei 375 ricoverati. L' episodio accade in Place Roger e non
ha molti testimoni. Lo stadio è lontano e già quasi tutto pieno.
Difficile pensare che possa aver funzionato da scintilla. Al
Park Heysel i germi della violenza stanno nascendo a frotte
e brillano di luce propria. Lo stadio è davanti all' Atomium.
Le sue nove sfere cadono proprio in faccia alla curva occidentale,
divisa in due settori. Gli organizzatori hanno lasciato tutto
il settore "X" agli inglesi. Gli ultrà juventini sono sistemati
dall' altra parte dello stadio. Le gradinate del settore "Z",
quello di fianco agli inglesi, sono previste per gli spettatori
belgi, tifosi neutrali condannati a funzionare in teoria da
cordone sanitario spontaneo. I biglietti però sono finiti in
gran parte in mano ai bagarini che hanno fatto affari d' oro
riciclandoli in Italia. In pochi minuti scompare così quello
che era stato giudicato dalla polizia l' unico angolo di respiro
e come tale praticamente non presidiato. Dal canto loro i reds
stanno letteralmente invadendo il loro settore. I controlli
sono scarsi, quasi assenti. Polizia e gendarmi sono molti, ma
sembrano tutti occupati a controllare le zone intorno allo stadio.
Decine e decine di inglesi entrano direttamente sulle gradinate
camminando su grandi assi di legno arrivate lì chissà come.
Alle 18,30 il loro settore già scoppia di gente. Cantano, bevono
e guardano con sempre più avidità lo spazio semivuoto che si
allarga sul loro fianco. Pochi minuti ancora e scoppia il primo
grave incidente. Un tifoso italiano con la bandiera neonazista
si scaglia contro un gendarme colpendolo ferocemente: due fratture,
spalla e polso. Ci sono sempre più grida, più tensione e sempre
più lattine di birra che vanno ad ammucchiarsi. Alle 19 un'
altra grave scintilla. Un signore belga si accascia improvvisamente.
Accade in un attimo, forse nessuno vede niente. Si scopre solo
dopo qualche minuto che ha una ferita da coltello sul ventre.
Gli inglesi cominciano ad infiltrarsi sempre più nel settore
"Z". Saltano a piccoli gruppi, sono quasi tutti giovanissimi
e vanno a provocare. La rete di recinzione è sempre più presa
d' assalto. Bande armate di mazze di ferro cominciano a cercare
di abbatterla. E' il segnale della rabbia. In pochi attimi quell'
unica fragilissima barriera viene lettaralmente travolta. Decine
e decine di hooligan si gettano urlando nell' altro settore.
Non c' è battaglia, solo violenza sempre più cieca e sempre
più bestiale. Gli italiani assaliti non reagiscono, nessuno
di loro è un guerriero da stadio. Quei biglietti sono stati
venduti fuori dalla tifoseria ultras. Sono tutte famiglie, ognuno
pensa solo a riparare l' altro. I reds si scatenano, vengono
avanti ad ondate, lanciano sassi, hanno mazze di ferro, pezzi
di bottiglia, soprattutto sono esaltati dalla fuga del nemico.
Alle 19,24 cinquemila tifosi italiani si spingono furiosamente
a vicenda cercando una via di uscita. Le porte d' ingresso sono
due, ma sembra siano chiuse dall' esterno per motivi di sicurezza.
Davanti hanno le reti di recinzione del campo, alle spalle un
muro alto due metri che scende dalla cima della gradinata fino
a terra. Travolgendosi l' uno con l' altro, come una marea autodevastatrice,
si spingono tutti nell' ultimo angolo di stadio possibile. In
cinquemila si ritrovano tra muro e filo spinato, in cinquemila
travolgono tutto. Il muro crolla di schianto, la gente cade
con violenza una sull' altra. Una pila tragica e grottesca di
corpi che non possono respirare mentre gli altri vanno ad uccidersi
sul filo spinato. Alle 19,32 cala su tutto un silenzio lunare,
assoluto, tremendo. Sulle gradinate ci sono centodue persone
che non danno cenni di vita, trentanove moriranno. Succede di
tutto. Panico, orrore, tragedia, perfino farsa. Mentre si organizzano
i soccorsi la polizia arresta uno sciacallo. Stava rubando la
macchina fotografica ad un cadavere. Giovani inglesi intanto
pisciano e fanno smorfie sui corpi senza vita di altri tifosi.
La città finalmente si mobilita. Vengono requisiti tutti i taxi,
si fanno appelli a tutti i medici di Bruxelles disponibili.
Il traffico è bloccato, in una città grande quasi quanto Milano
possono circolare solo le ambulanze e chiunque trasporti feriti.
Alle 21,03 sono ricoverate trecentosettanta persone. Si decide
che la partita deve essere giocata per motivi di ordine pubblico.
In realtà si aspettano i reparti di pronto intervento che sono
stati chiamati da tutto il Belgio. Alle 23,30 quando la partita
finisce, duemilatrecento agenti incanalano la gente lungo tetri
corridoi di camion e li accompagnano guardati a vista fino ai
pullman. Si teme che molto possa ancora succedere. La città
è in stato d' assedio. Per le strade non un' anima viva. Tutta
Bruxelles ha visto il massacro in diretta alla televisione.
Tutti hanno paura che si scateni adesso la caccia all' uomo.
La tragedia sembra però finalmente aver placato tutti. Masse
di tifoserie si ritrovano alla stazione centrale e all' aeroporto.
Qualcuno grida, qualcuno ha ancora la forza della rabbia, ma
quasi dovunque c' è un silenzio sgomento. La notte si chiude
con otto arresti, tutti inglesi. Sono accusati di brutalità
ed atti osceni. Uno è stato chiuso in una camicia di forza e
portato direttamente in manicomio. All' alba i battelli da Ostenda
cominciano a riportare gli inglesi nella loro terra. Pochi minuti
dopo all' ospedale militare sei medici legali iniziano le autopsie
sui cadaveri. Alle 7 il sole è ormai alto. La polizia allenta
la morsa. "La notte è passata senza che sia successo nulla"
segnala. E sembra quasi vero.
(da Repubblica
del 31 maggio 1985)
Sommario Articoli
 
Una coppa
da restituire
di Gianni Rocca
Da dove cominciare per comprendere ciò che
è accaduto a Bruxelles? I dati di fatto e le immagini televisive,
col loro carico di angoscia e di raccapriccio, si mescolano.
Come si fa ad essere lucidi e freddi di fronte alla "morte in
diretta" intrecciata con una gara di calcio? Eppure un' analisi
va tentata, uno sforzo per riportarci alla ragione va compiuto.
Ed a spingerci alla riflessione c' è la sensazione che sentiamo
diffondersi nelle persone civili: difficilmente d' ora in poi
- e chissà per quanto tempo - si potrà fare a meno di coniugare
il gioco del calcio con l' eccidio dello stadio Heysel. Quel
dramma ci ha cambiati. Non potremo più essere quelli di prima.
E allora cominciamo. Dai tifosi inglesi, in primo luogo. Violenze
negli stadi sono segnalate da ogni parte del mondo, Unione Sovietica
compresa. Il "mal sottile" della nostra epoca ha contagiato
ogni parte del globo: dalla "civile Europa" ai paesi del Terzo
mondo. Ma se nessuno può scagliare la prima pietra, è certo
che la tifoseria inglese da molti anni a questa parte ha assunto
un triste primato. C' è, in queste ore, chi tenta di criminalizzare
un intero popolo, quello britannico, per ciò che è accaduto.
La reazione sdegnata del governo di Londra e dei massimi responsabili
contro il teppismo sportivo del loro paese comprova la consapevolezza
della gravità del fenomeno e la precisa volontà di non coprirlo.
Bene, ma che alle parole seguano i fatti. Un paese civile come
l' Inghilterra non può restare fermo a generiche recriminazioni.
Di fronte al massacro di Bruxelles occorre un segnale ben preciso,
una N riparazione verso i morti, i grandi dimenticati della
tragedia. Si proibisca ai tifosi inglesi, fino a quando non
vengano adottate tutte le garanzie necessarie, di seguire le
loro squadre all' estero. Ovunque sono stati hanno lasciato
una scia di lutti, di vandalismi, di ubriachezze di massa, violente
e moleste, uno spettacolo complessivo di inciviltà. La signora
Thatcher è conosciuta nel mondo come la "signora di ferro".
Ecco, lo dimostri, dispieghi per lo meno la stessa energia con
cui ha contrastato lo sciopero dei suoi minatori. Proseguiamo
nell' analisi chiamando in causa gli organizzatori di quella
che doveva essere una serata sportiva. Quali garanzie hanno
richiesto, quali controlli hanno esercitato i dirigenti del
calcio europeo per uno spettacolo sul quale pesava tanta e ben
conosciuta tensione? Era Bruxelles la sede adatta? Era quello
stadio sufficientemente capiente? Quali misure di polizia sono
state sollecitate, ben conoscendo i tristi bilanci di precedenti
manifestazioni? O gli uomini che dirigono l' Uefa credono che
i loro compiti si esauriscano nei sorteggi? Non sanno, essi,
che cos' è diventata, per la posta in gioco, una finale internazionale
di calcio? Oggi, anche i dirigenti dell' Uefa debbono rispondere
di quei morti, i grandi dimenticati della tragedia. Troppo facile,
N dopo, scaricare ogni colpa sulle autorità belghe. Che indubbiamente
esistono, eccome. Chi pagherà a Bruxelles per l' inadeguatezza
delle forze di polizia, incapaci e impotenti? Chi dovrà rispondere
della mancata "strategia" nei compiti dell' ordine pubblico,
priva addirittura di quell' elementare norma di sicurezza, ormai
unanimemente accettata, che impone la divisione "fisica" fra
le due schiere di sostenitori? E' altamente apprezzabile la
visita dei reali del Belgio alle povere salme. Ma perché quel
saluto non resti formale e genericamente pietistico, il governo
belga punisca chi ha dato prova di così patente incapacità professionale.
E veniamo alla tifoseria italiana, duramente brutalizzata e
che ha nelle sue file il maggior numero di vittime. La Tv ha
dimostrato, in modo inoppugnabile, l' aggressione di massa dei
N supporters del Liverpool. Ed a loro è giusto che sia ascritta
la responsabilità principale. Ma davvero nelle schiere juventine
non si annidavano gruppi di teppisti? L' avvio degli incidenti
non è forse avvenuto nel primo pomeriggio a Bruxelles, quando
un tifoso della squadra inglese è stato accoltellato a morte
da un italiano? E che dire di quei drappelli di "fans" juventini
che prima dell' inizio della gara hanno ripetutamente bersagliato
gli agenti di polizia, sfidandoli ad una reazione più che giustificata
che, per fortuna, non c' è stata? Possiamo dimenticare l' austriaco
accoltellato a morte a Milano, il tifoso romano ucciso da un
razzo, le infinite scene di violenza dentro e fuori i nostri
stadi, le carrozze ferroviarie e gli autobus distrutti o saccheggiati
dalle turbe dei tifosi italiani in viaggio per la penisola?
Anche da noi il gioco del calcio è diventato, per i miliardi
investiti e per gli interessi coinvolti, un detonatore di follie
collettive. Possiamo continuare ad attribuire tutte le colpe
a sparute minoranze di facinorosi o non dobbiamo invece porci
il problema di un fenomeno degenerativo che si sta allargando
a macchia d' olio? A Bruxelles si è giocato per motivi di ordine
pubblico - è stato detto - perché si temeva che l' annuncio
della sospensione della gara potesse provocare altri lutti,
altri scontri. Ma allora, che senso hanno avuto le partecipate
telecronache, dopo il gol di Platini, il tripudio finale dei
giocatori bianconeri, lo sventolio delle bandiere del club,
l' assordante carosello di auto fino a tarda notte a Torino
per celebrare il successo? E tutto ciò mentre migliaia di famiglie
impazzite dal dolore cercavano per telefono di aver notizie
dei loro cari presenti a Bruxelles. Questo sdoppiamento tra
il rispetto per la morte, l' antico e profondo patrimonio di
ogni cultura, e la gioia della vittoria non testimonia forse
in modo incontrovertibile che la sfida sportiva è ormai di natura
guerresca? E' contro questa logica che dobbiamo insorgere. A
Bruxelles si è giocata una "finta" partita: gli atleti sono
stati mandati in campo per evitare altri drammi. Quella Coppa
che ieri mattina i calciatori della Juventus agitavano al loro
rientro a Torino è macchiata di sangue. Non può essere esposta,
senza un moto di raccapriccio, nella bacheche dei trofei di
una squadra come la Juventus, che passa per la "signora" del
calcio italiano. Anche pubblicazioni recenti hanno accreditato
la tesi di uno "stile Juventus", anzi di uno "stile Agnelli".
Rifletta il presidente di quel club, così amato e popolare,
quale lezione darebbe al mondo sportivo rinunciando al simbolo
di una vittoria carica solo di dolore. E quale lezione impartirebbe
agli inventori del "fair play" se proponesse di rigiocare la
gara, a tempo debito, in diverse condizioni, come prologo ad
un modo nuovo di fare football. Se su quelle bare allineate
a Bruxelles non c' impegneremo, ciascuno per la sua parte, a
trarre partito da ciò che è accaduto, il calcio non avrà vita
lunga. Altre violenze, altri lutti lo renderanno sempre più
sport inviso, plebeo, incivile. E non resterà che praticarlo
a stadi vuoti, davanti ai freddi occhi delle telecamere.
(Da Repubblica
del 31 maggio 1985)
Sommario Articoli
di Paolo Filo Della Torre
LONDRA – Sono le prime ore di giovedì
mattina, nelle vicinanze delle bianche scogliere di
Dover ci sono soltanto fotografi, operatori e qualche
reporter ad accogliere le navi che trasportano i tifosi
del Liverpool, fatti partire con tutta fretta dal Belgio
dopo il massacro allo stadio di Heysel. Sbarcano alcune
migliaia di giovanotti dall’ aria stralunata, molti
hanno maglioni dello stesso colore, il rosso, della
squadra del cuore. Altri sono avvolti nella Union Jack.
Nessuno ha la giacca o la cravatta, non mostrano alcuna
cura di se stessi: sporchi, barbe non rasate, abiti
sgualciti. Alcuni appaiono tristi, avviliti, scossi
dalla tragedia della sera, tra loro c’ è chi giura che
non metterà più piede in uno stadio ma altri sono polemici
rifiutando ogni responsabilità: danno la colpa ai belgi
e c’ è persino chi afferma: “Gli italiani ci avevano
picchiati lo scorso anno a Roma. Noi avremmo voluto
dare loro una piccola lezione a Bruxelles. Se non si
fossero fatti prendere dal panico e non fossero tutti
scappati nella stessa direzione, il muro non sarebbe
crollato”. I bobbies che in questa occasione sono efficientissimi,
li fanno marciare rapidamente verso i treni speciali
che li riporteranno a Nord. L’ operazione sbarco-partenza
dura pochi minuti. Quattro ore dopo i treni arrivano
a Liverpool. E’ una città piena di orgoglio per i suoi
pochi gioielli residui, più splendenti di tutti le due
formidabili squadre di calcio. I tifosi britannici hanno
una lunga tradizione di violenza. Desmond Morris nel
suo studio sul comportamento degli sportivi inglesi,
li ha definiti un “tribal disaster” ed è risalito agli
inizi del secolo per analizzare gli orrori del loro
comportamento. Ancor di recente, ventitrè anni fa, il
Glasgow Ranger fu squalificato a Barcellona per il comportamento
dei suoi fans. Lo stesso è avvenuto per il Tottenham
nel 1974. Un anno dopo furono quelli del Leeds a seminare
terrore a Parigi. Nel ‘ 77 e nel 1982 fu la volta del
Manchester. Ma le squadre di Liverpool erano sempre
state al disopra di ogni sospetto. Adesso, come ha scritto
oggi un quotidiano popolare, l’ immagine del grande
Liverpool si è macchiata in un pozzo di sangue italiano
in Belgio. I parlamentari della città sono unanimi nel
loro giudizio, malgrado la differenza delle loro etichette:
“Liverpool sente il peso della vergogna”. Afflitti per
la umiliazione subita ad opera dei loro concittadini,
appaiono gli abitanti di Liverpool. I pubs sono vuoti,
la gente cammina a testa bassa, è difficile vedere qualcuno
sorridere. Joe Fagan, l’ allenatore del Liverpool dai
nervi di ferro, intervistato dalla Bbc, ha tentato di
sostenere le domande poi è scoppiato in un pianto di
disperazione. Il sindaco ed il consiglio comunale avevano
preparato una trionfale accoglienzaper la squadra di
ritorno da Bruxelles, ma bandiere e stendardi sono stati
listati a lutto ed il ricevimento cancellato. Il presidente
del Liverpool John Smith, un maturo signore molto stimato,
ha tenuto una conferenza stampa per informare il governo
e l’ opinione pubblica di essere in possesso di prove
sull’ impegno terroristico del National Front, i neo-nazisti
britannici che con la complicità di altri personaggi
dell’ Internazionale nera, si sono infiltrati tra i
tifosi della squadra per alimentare tensioni e per aggravare
gli incidenti. Bandiere e stendardi del National Front
sono stati notati anche da numerosi osservatori allo
stadio belga. Le prove di Smith saranno fatte pervenire
al governo. Gli esponenti del “Fronte” hanno rivendicato
la paternità dell’ azione davanti allo stesso Smith.
La rete televisiva inglese Itv ha mandato in onda ieri
un filmato in cui si vede un tifoso sparare contro la
polizia. Il tifoso secondo la tv britannica veniva dagli
spalti occupati dal pubblico juventino.
(Da Repubblica
del 31 maggio 1985)
Sommario Articoli
Chi ha venduto i biglietti "proibiti" ?
di Salvatore Tropea
TORINO - E' stato il trionfo dei bagarini,
sinistro, disinvolto, brutale. Con la tecnica di sempre,
ma questa volta con un tremendo risultato di morte: 38 vittime
per una manciata maledetta di soldi. La tragedia di Bruxelles,
oltre che nella violenza dei tifosi del Liverpool e nell'
inefficienza della polizia belga, trova la sua amara spiegazione
anche in questo fenomeno che va prendendo corpo man mano
che aumentano le testimonianze dei superstiti. Che ci facevano
gli italiani nel famigerato settore "Z" funesto campo di
battaglia dello stadio Heysel? Chi ve li ha portati e chi
ve li aveva portati? Non era quello lo spazio riservato
agli spettatori belgi? Certo che lo era, soltanto che quei
biglietti erano stati dirottati su Torino e su altre città
italiane attraverso canali misteriosi. Si parla di alcune
centinaia, forse addirittura di qualche migliaio ma è difficile
dirlo. Anche perché a complicare ulteriormente la situazione
non sono mancati i tagliandi falsi. Racconta la titolare
di un' agenzia di viaggi di Rivoli: "Abbiamo acquistato
una cinquantina di biglietti da un signore che li aveva
comprati a Bruxelles per poi organizzare, senza riuscirvi,
un pullman di tifosi. Il resto ce lo ha venduto la Ventana
Viaggi in modo del tutto regolare". Ventana ha organizzato
due voli vendendo il biglietto per la partita compreso nel
viaggio; quasi tutte le tribune ottenute dalla Juventus.
Altre società di viaggi come la FrancoRosso hanno però dovuto
comprare i biglietti a Bruxelles "perché in Italia la Federazione
non ne aveva più". Che fossero in circolazione biglietti
comprati fuori piazza lo si era capito prima ancora dell'
incontro. Lunedì scorso, quando mancavano meno di 48 ore
alla partita su alcuni giornali le compagnie di viaggi pubblicizzavano
i voli charter per la finalissima di Bruxelles. E pensare
che a quella data la disponibilità ufficiale di biglietti
per l' Italia doveva essere esaurita da un bel pezzo. Proviamo
a vedere come ha funzionato questo meccanismo. Ne parliamo
con Francesco Morini, già calciatore della Juve oggi direttore
sportivo dei bianconeri. "Come società" spiega "abbiamo
avuto in tutto 14 mila biglietti di cui 11 mila della curva
opposta a quella degli incidenti e 3 mila di tribuna. Eravamo
disperati per la limitatezza del numero, ma ci siamo accontentati.
Non c' era altro da fare. Abbiamo distribuito meticolosamente
quanto avevamo tra tutti i nostri clubs sparsi per l' Italia
e su precisa prenotazione". A conti fatti, secondo Morini,
la disponibilità in Italia è stata di un biglietto ogni
30 tifosi juventini. "Forse abbiamo scontentato molte persone
ma non avevamo altra scelta. Tant' è che non abbiamo venduto
un solo biglietto al nostro botteghino". Ben diversa era
però la situazione in Belgio. "Quando ci sono queste partite"
osserva infatti il direttore sportivo della Juventus" i
bagarini si scatenano ed è difficile controllarli. A Bruxelles,
per esempio, facendo un po' di coda una persona poteva comprare
fino a tre biglietti. Famiglie intere lo hanno fatto e poi
hanno rivenduto ai bagarini che hanno commerciato i biglietti
in Italia". Anche nella Galleria San Federico, davanti al
portone della F.C. Juventus? "Può darsi" ammette Morini
"ma non sarebbe stata la prima volta. In passato abbiamo
persino provato a chiamare la polizia. Ma se non li si pesca
con le mani nel sacco, e non è sempre facile, è impossibile
intervenire. Sono gruppi organizzati di bagarini, italiani
e stranieri, le facce di sempre, gente senza scrupoli".
E quello che non sono riusciti a fare in Italia lo hanno
fatto direttamente in Belgio. Ecco quanto testimonia Giancarlo
Perruquet, capo storico della tifoseria bianconera torinese,
da molti anni frequentatore instancabile dello stadio e
mai assente nelle trasferte della Juventus: "Dalla Juventus
abbiamo avuto 600 biglietti, non uno in più non uno in meno
di quelli che servivano per organizzare i nostri pullman.
Li abbiamo distribuiti attentamente attraverso i nostri
capi comitiva. Ma quando siamo arrivati a Bruxelles abbiamo
visto gente che vendeva biglietti in tutti gli angoli delle
strade. Evidentemente tutti coloro che, al di fuori delle
nostre organizzazioni, erano partiti senza biglietto l'
hanno potuto comprare sul posto". Anche nel superclub juventino
di via Boggino, il più autorevole nel panorama della tifoseria
torinese, assicurano di non aver portato a Bruxelles persone
prive di regolare biglietto. Ma anche loro confermano che
molta gente è arrivata in Belgio non organizzata. "E' probabile"
dicono "che abbiano comprato il biglietto sul posto finendo
nel settore Z riservato ai locali". Del resto anche i controlli
sugli ingressi devono essere stati alquanto carenti e approssimativi.
Come testimonia il racconto di un ragazzo di Torino. Incontrato
al suo rientro da Bruxelles: "Sono andato fino a Livorno
a comprare un biglietto che mi è costato 160 mila lire e
allo stadio nessuno me lo ha controllato". Come è entrato?
Semplice. "Come molti altri ai quali nessuno prestava attenzione".
E con questi criteri in tanti sono finiti nel settore della
morte.
(Da Repubblica
del 01 giugno 1985)
Sommario Articoli
Quella inutile riunione in tribuna
di Gianni Minà
TRE GIORNI dopo la tragedia,
siamo in grado di ricostruire la grottesca riunione
svoltasi all' interno dello stadio "Heysel", alle spalle
della tribuna d' onore: otterremo il quadro completo
della superficialità, della presunzione delle autorità
belghe addette alla sicurezza dello stadio. Erano circa
le 20.30, più d' un' ora dopo l' inizio della tragedia
e solo allora questi soloni si riunivano per prendere
decisioni. Tutto questo cinico distacco contrastava
invece con l' efficienza del servizio di soccorso civile.
In quel breve lasso di tempo infatti erano già state
organizzate tende da campo, autoambulanze, elicotteri
per il trasporto dei feriti. Vigili del fuoco e Croce
Rossa lavoravano con umanità ed efficienza malgrado
l' angoscia per la portata del dramma, mentre il Borgomastro
di Bruxelles, bicchiere di whisky in mano, era preoccupato
solo di far chiudere bene le tende della vetrata della
sala perché la gente che fuori si affannava fra disperazione,
rabbia, solidarietà e dolore non si accorgesse di loro.
Erano riuniti con il Borgomastro che in Belgio ha funzioni
anche di prefetto, il commissario coordinatore del servizio
allo stadio, Monsieur Poels, il presidente dell' Uefa
Georges (francese), il vicepresidente lo svizzero Braun
Gartner, e, oltre a Boniperti e al presidente del Liverpool,
anche i ministri De Michelis e Nicolazzi, il presidente
della Federcalcio Sordillo con il segretario Borgogno
e i dirigenti della Federazione belga maldestra, per
non dire sciagurata organizzatrice della finale di Coppa
Campioni. Dentro, nella sala della tribuna d' onore
il commissario Poels aveva intanto cercato di difendere
il suo operato sostenendo che il piano per il controllo
allo stadio era stato preparato accuratamente e che
quindi tutto era successo per una tragica fatalità o
una insensata, imprevedibile iniziativa dei tifosi del
Liverpool. Poels mentiva sui controlli, perché gli stessi
scampati dalla carneficina del settore "Z", ci avevano
mostrato un attimo prima feriti, stracciati, o impauriti,
le loro borse o i loro tascapane che nessuno aveva mai
controllato all' entrata, ma almeno lui cercava di essere
preciso, obiettivo. Il Borgomastro di Bruxelles lo smentiva
dicendo che tutto era dovuto all' incontenibile aggressività
di due fazioni esagitate e violente come quelle dei
tifosi del Liverpool e della Juve. Sordillo e Boniperti
si battevano subito, data la tragica situazione venutasi
a creare, per la non effettuazione della partita. Ma
non venivano assecondati. Il comportamento dell' Uefa
e della Federazione belga faceva sorgere il dubbio,
atroce ma legittimo, che più che l' ordine pubblico
o la morale di quello che stava succedendo, interessasse
l' incasso da restituire al pubblico oltre ai contributi
da ridare agli sponsor presenti con i cartelli allo
stadio Heysel. E poi le "querelles" dell' assegnazione
della Coppa a tavolino, e i problemi di stabilire la
responsabilità oggettiva di quelli del Liverpool piuttosto
che di quelli della Juve. Marionette nelle mani di questi
cinici burattini diventavano i giocatori delle due squadre.
Alcuni di quelli della Juve erano andati poco prima,
di loro iniziativa, in mezzo ai loro tifosi, acquartierati
nella curva opposta a quella della tragedia, per coscientizzarli.
Poi si giocava la partita, tra finzione e realtà e al
gol di Platini si capiva che la gente nello stadio,
anche la maggior parte degli italiani non aveva capito
o non era riuscita ad intendere la portata del dramma.
Dieci minuti prima che la rappresentazione finisse tutti
i burattinai, fino in fondo inadeguati alle loro responsabilità,
se la filavano dallo stadio. Un anonimo dirigente belga
consegnava a Scirea una Coppa nello spogliatoio perché
la facesse vedere ai tifosi juventini. Sull' aereo che
la mattina dopo da Bruxelles ci portava a Città del
Messico quattro giocatori della Juventus, Tardelli,
Rossi, Scirea e Cabrini ancora stravolti dalla terribile
esperienza, spiegavano imbarazzati la loro posizione.
"La nostra società e noi non volevamo giocare per rispetto
dei nostri morti. Ce l' hanno imposto i dirigenti dell'
Uefa e della polizia belga per motivi di sicurezza.
Una volta in campo ci siamo resi conto che il pubblico,
anche quello italiano, era completamente all' oscuro
o poco informato delle reali dimensioni della tragedia.
Questa realtà è stata chiara al momento del gol di Platini.
Abbiamo comunque continuato a giocare schiacciati da
una responsabilità enorme per evitare altri possibili
incidenti. La nostra responsabilità era ancora più grande
per la latitanza di coloro che ci avevano imposto di
giocare e che alla fine della partita erano tutti spariti.
Ci hanno consegnato una Coppa e ci hanno detto di mostrarla
ai nostri tifosi". "Non ci rimaneva che terminare la
nostra recita. L' abbiamo fatto. Nessuno è venuto a
dirci niente. Ci hanno solo raccomandato di rimanere
nella metà campo dello stadio dove c' erano i tifosi
della Juventus. Non sapevamo assolutamente che fare,
se dirigerci verso il luogo del disastro e magari eccitare
ulteriormente gli animi oppure recitare soltanto fino
in fondo il ruolo che ci avevano chiesto. Lo abbiamo
fatto con la morte nel cuore e speriamo soltanto che
nessuno ci chieda più una cosa simile, mai più".
(Da Repubblica
del 01 giugno 1985)
Sommario Articoli
E al rientro lacrime e tricolori
MILANO - (C.B.). "Mario, Mario", grida
aggrappandosi al feretro uno dei quattro fratelli di Mario
Spanu, 41 anni, caduto allo stadio Heysel di Bruxelles.
"Non è vero", sussurra tra i singhiozzi un altro parente;
poi si accascia sul cemento della pista. I barellieri lo
caricano su una ambulanza. "Mario, Mario" urla ancora il
fratello di Spanu agitando un fazzoletto bianco mentre la
bara avvolta in un drappo tricolore si allontana sul carro
funebre messo a disposizione dal Ministero degli Interni.
Alle 13,45, novanta minuti di ritardo sul previsto, atterra
sulla pista militare di Linate il primo dei due Hercules
C 130 della 46 Aerobrigata Pisa che trasportano le vittime
di Bruxelles. Una lunga rullata, poi il quadrimotore si
ferma sul piazzale: dal portellone posteriore già aperto
si intravede la prima delle otto bare sistemate a bordo.
E' quella di Domenico Ragazzi, 43 anni, muratore. A Ludriano,
800 abitanti nella provincia Bresciana, allenava la squadra
di calcio dell' oratorio. Celibe, lascia sette sorelle e
due fratelli. Dal paese son venuti in sessanta ad attenderlo:
hanno portato la bandiera con lo stemma, nessuno avrà il
coraggio di aprirla. Un ufficiale dell' Aeronautica chiama
i parenti del secondo feretro mentre lo trasportano fuori
dalla carlinga. Una dopo l' altra, Don Mario, cappellano
della 1 Regione Aerea, benedice le bare di Gianfranco Sarto
(27 anni, di Rovigo), Mario Spanu (di Novara), Amedeo Spolaore
(55 anni, Bassano del Grappa), Mario Ronchi (43 anni, Bassano),
Antonio Ragnanese (29 anni, Brugherio) e Sergio Mazzino
(38 anni, Cogorno). Nella carlinga rimane il corpo di Dionisio
Fabbro (51 anni, Udine) che riparte per Ronchi dei Legionari.
Accanto all' aereo il Prefetto di Milano, Enzo Vicari. Antonio
Ragnanese, dentista, lascia la moglie Carla ed un figlio
di 6 anni, Pierluca. Uno dei tre fratelli, Ciro, era al
suo fianco quando è iniziata la tragedia. Il dolore è troppo
forte per la moglie, una sorella ed un altro fratello: si
lasciano cadere, con l' ultimo grido strozzato in gola.
E' un accorrere di ambulanze: la gente grida, i militari
fanno barriera al di là delle transenne. Alle 14,04 atterra
il secondo Hercules con a bordo altre otto bare. Inizia
l' appello che strazia l' aria di gemiti: Tarcisio Salvi
(45 anni, Brescia), Francesco Galli (25 anni, Calcio), Claudio
Zavaroni (29 anni, Reggio Emilia), Barbara Lusci (58 anni,
Genova), Domenico Russo (26 anni, Moncalieri) e Giovacchino
Landini (50 anni, Torino). Nella carlinga, destinazione
Pisa, i feretri di Bruno Balli (50 anni, Prato) e Giuseppina
Conti (16 anni, Arezzo). Francesco Galli (ultimo di 11 fratelli)
giocava come mediano nell'Amatori Kals di Calcio, nel bergamasco:
era sulla curva Z con altri tre amici, poi è sceso più in
basso perché, piccolo di statura, vedeva a fatica il campo.
Gli altri si sono salvati. Sono tornati in Italia con la
sua Mercedes di seconda mano. Domenico Russo, elettricista,
lascia la moglie Tiziana incinta di 7 mesi: la madre lo
ha riconosciuto cadere e scomparire sotto gli altri durante
la ripresa televisiva, o almeno ne è convinta. Il lento
succedersi dei carri funebri si confonde nel carosello delle
ambulanze. Per i funerali bisognerà prima attendere l' autopsia
disposta dalla Procura romana. L' Hercules C 130 diretto
a Roma atterra a Ciampino attorno alle 15. A bordo, con
i parenti di una delle vittime e il sottosegretario agli
Esteri Susanna Agnelli, sei bare. Subito dopo l' atterraggio
il velivolo viene parcheggiato ai bordi della pista accanto
a due G 222 dell' Aeronautica militare. Qui ricevono la
benedizione del cappellano di Ciampino e l' omaggio di un
picchetto di avieri in alta uniforme. Due salme, quelle
di Andrea e Giovanni Casula, 44 e 11 anni, padre e figlio,
morti abbracciati l' uno all' altro, rimangono nella stiva
dell' aereo da trasporto e ripartono poco dopo per Cagliari.
Le altre quattro, avvolte nel Tricolore sono scaricate e
subito ricaricate sui G 222 in attesa. Due bare, quelle
di Roberto Guarini, un ragazzo di 21 anni il cui padre è
rimasto ferito, e quella di Benito Pistolato, 50 anni, titolare
di un negozio di bigiotteria a Bari decollano pochi minuti
dopo per il capoluogo pugliese; quella di Luciano Papaluca,
residente a Milano ma originario della provincia di Reggio
Calabria, e di Eugenio Gagliano, 35 anni, partono sull'
altro G 222 dirette a Lametia Terme e Catania.
(Da Repubblica
del 02 giugno 1985 )
Sommario Articoli
Platini e Tacconi visitano i feriti
BRUXELLES: I giocatori della Juventus Michel
Platini e Stefano Tacconi, accompagnati dal direttore sportivo
Francesco Morini, ieri hanno visitato ventidue degli italiani
ancora ricoverati negli ospedali di Bruxelles. Per i dodici
più gravi i medici non hanno concesso l' autorizzazione. Delle
persone rimaste ferite mercoledì nello stadio Heysel cinque
sono in coma negli ospedali Saint Pierre, Uvb, Saint Jean, Saint
Luc e Franois. La prognosi è riservata anche per quattro che
si trovano all' ospedale Erasmo. Intorno alla tragedia un altro
mistero: Marco Manfredi, 41 anni, di Moncalieri risulta ancora
disperso. Era allo stadio con un amico che, al momento dell'
attacco dei tifosi del Liverpool, l' ha perso di vista. I familiari
di Manfredi, arrivati a Bruxelles, hanno invano girato per tutti
gli ospedali.
(Da Repubblica
del 02 giugno 1985)
Sommario Articoli
Solo
Soldati grida: "Brava Juve"
di Franco Recanatesi
ROMA - C' era una volta, par di capire da
certe cronache e da certi commenti sulla tragica partita di
Bruxelles, il sussiegoso, signorile, impenetrabile stile - Juventus.
Una società e una squadra che si erano distinte da sempre per
alcune diversità rispetto agli altri club di calcio: lontana
dalle bufere e dalle polemiche di cui il mondo del pallone si
nutre, mai dichiarazioni men che corrette, sportività come parola
d' ordine. Che cosa è successo a Bruxelles? E' successo, a detta
di taluni osservatori, che anche lo stile - Juventus è stato
travolto dalla tragedia. In molti hanno provato imbarazzo o
insofferenza nell' assistere al festoso giro di campo degli
atleti torinesi. E all' immagine di Brio che sorridente brandiva
la Coppa in cima alla scaletta dell' aereo che aveva riportato
la squadra a Torino. E alle parole di Gianni Agnelli prima e
di Giampiero Boniperti poi: "La Coppa è vinta", "un successo
che aspettavamo da anni". Si può gioire per una vittoria conquistata
in così tragica occasione? Ed è stata una vera vittoria? Ecco
la prima risposta. Appartiene a Mario Soldati, scrittore ma
prima di tutto, come egli stesso ha più volte sottolineato,
tifoso juventino. Scalfito lo stile - Juventus? Neanche per
sogno, afferma Soldati. "La Juve si è comportata in maniera
perfetta. Chi condanna il tripudio dei giocatori sul campo dell'
Heysel, dimentica forse che loro non potevano conoscere l' esatta
dimensione del dramma. E non sa che, una volta in campo, una
squadra che abbia orgoglio e carattere gioca con animo, dimentica
ogni condizionamento esterno, pensa a battere l' avversario
e basta". Soldati, non le sembra di esagerare? No, a lui non
sembra. Anzi, aggiunge: "Io sono un crociano, mi piace distinguere.
Da una parte c' è l' orrore per quei morti, dall' altra c' è
l' evento sportivo. Non mi vergogno a dirle di aver gioito per
quella vittoria. Erano anni che noi juventini l' aspettavamo".
Anche se ottenuta malgrado o in coincidenza di quelle atrocità?
"Caro mio, la vita è un' atrocità". Non deflette il super-juventino
Soldati, dalle sue convinzioni. Le pressioni esercitate da più
parti, affinché la società torinese restituisca il trofeo in
segno di lutto, addirittura lo irritano: "Sarebbe come punire
la Juventus. E' assurdo. Bisognerebbe piuttosto ricompensarla
per le condizioni in cui ha saputo ottenerla". Italo Calvino
non professa fede juventina, ma per il calcio nutre una discreta
passione. Ha assistito all'intera telecronaca da Bruxelles,
ricavandone impressioni diametralmente opposte a quelle di Soldati.
Ammette: "Da principio anch' io ho provato una naturale soddisfazione
per lo smacco sportivo - almeno quello - subìto dai tifosi del
Liverpool. La gioiosa scorribanda dei giocatori per il campo,
però, mi è sembrata inopportuna. Di fronte ad una tragedia di
quella portata, ciò è risultato disumano". Calvino avrebbe preferito
che la partita non si giocasse affatto. "Capisco che l' evacuazione
dello stadio costituiva un grosso problema, eppure le squadre
avrebbero dovuto rifiutarsi di giocare. Con quale animo, con
quali forze hanno potuto farlo?". E adesso, Calvino, come si
può rimediare? "Ormai è andata com' è andata. Rifare la partita?
Restituire la Coppa? No, non sono molto sensibile a questi simbolismi".
Un altro letterato, Luigi Malerba, non ce l' ha fatta a seguire
fino in fondo quello "spettacolo agghiacciante". Dopo le notizie
della carneficina, dice, ha visto soltanto qualche spezzone
di partita. "Ancora oggi non mi piace parlarne. L' insieme,
dalla furia omicida dei tifosi del Liverpool al giro di campo
dei giocatori juventini, mi fa orrore". Dalla letteratura alla
politica, l' analisi sullo stile-Juve cambia poco: a Bruxelles
s' è intaccato, della patina di "diversità" son rimaste deboli
tracce. A manifestare la propria delusione son tutti juventini
di antica fede. Come il vice presidente del Consiglio ed ex
calciatore Arnaldo Forlani ("Ho riportato un' impressione pietosa").
Come il dirigente del Pci Walter Veltroni: "In me è rimasta
molta amarezza, ho sperato fino in fondo che la partita non
fosse valida. Ma la cosa che più mi ha addolorato è stato il
festoso carosello di automobili per le strade di Torino. Clacson,
grida e inni di gioia sotto le finestre di decine di persone
attanagliate dall' angoscia". Il rimprovero di Sergio Segre,
piemontese, parlamentare europeo, è secco e tagliente: "Al posto
dei giocatori bianconeri, sarei stato più torinese e asciutto
di fronte al dramma. Quella specie di balletto finale dovevano
proprio risparmiarcelo".
(Da "Repubblica"
del 02 giugno 1985)
Sommario Articoli
L'Uefa stanzia 350 milioni per le vittime
BERNA - L' Uefa verserà 500.000 franchi,
circa 350 milioni di lire, alle famiglie delle 38 vittime
dello stadio Heysel. In un comunicato emesso dall' associazione
del calcio europeo si parla di "contributo spontaneo di
solidarietà". I 500.000 franchi saranno prelevati dal "fondo
speciale di soccorso" e saranno versati direttamente ai
parenti delle vittime "in segno di simpatia".
(Da Repubblica del
06 giugno 1985)
Sommario Articoli
"Dopo tanto dolore finalmente una luce"
PONSACCO - "L' avevo sentita urlare sotto un mucchio di
corpi. Aveva il naso e gli occhi sporchi di terra. L' ho
tirata fuori da lì e le ho fatto la respirazione bocca a
bocca. Quando sono stato sicuro che fosse ancora viva ho
trascinato Carla verso un' autoambulanza: sono andato con
lei all' ospedale". E' arrivato ieri mattina all' aeroporto
di Fiumicino: 27 anni, i capelli tagliati cortissimi, una
maglietta celeste ed un paio di jeans. John Welsh, il tifoso
del Liverpool che il 29 maggio all' Heysel Stadium, ha salvato
la vita a otto italiani rimasti feriti negli incidenti si
è incontrato ieri sera a Ponsacco con Laura Gonnelli, sopravvissuta
miracolosamente a quella lunga e terribile notte. Si sono
abbracciati davanti alle telecamere della televisione. Lui
le ha dato una rosa, un bacio su una guancia, ed una carezza.
Si sono seduti su un divano e John ha cominciato a ricordare
quei momenti. La calca, la paura delle persone. "Ho visto
mucchi di gente morta. Dicevo a tutti di andare indietro;
ma parlavo inglese, nessuno mi capiva. Ho aiutato otto persone:
le ho tirate fuori da lì una dopo l' altra. Poi non ce l'
ho fatta più. Ho accompagnato Carla all' ospedale. Volevo
tornare dai miei amici, ma la ragazza si agitava, muoveva
le braccia, le gambe. Ed allora sono salito anch' io sull'
autoambulanza: l' ho accompagnata fino all' ospedale. Erano
tutti sdraiati in terra, un inferno. Ho aiutato un dottore
a mettere la flebo a Carla: la tenevo per le gambe e per
le braccia. Prima di andare via ho preso la sciarpa della
Juve che avevo al collo e l' ho gettata sul letto. Con quella
le hanno legato i piedi". Carla Gonnelli invece non può
ricordare. Che il padre fosse morto glielo avevano detto
soltanto due giorni dopo quando si risvegliò dal coma all'
ospedale Uvb di Jette. "Non so nulla. Ricordo solo la fuga,
gli incidenti con gli inglesi. Mio padre non l' ho visto
più, non ho visto più nessuno di quelli che conoscevo".
Ha sorriso per la prima volta dopo tanti giorni. "Finalmente
è un giorno felice per me. Grazie, ti debbo la vita". John
Welsh abita a Liverpool, al numero 80 di Wellington Road,
quartiere di Dingle. Ha un piccolo pub, il "Prince of Wales"
che però sta per chiudere. La birra non si vende, il padre
lo ha messo in liquidazione. Sposato, con due figli, tra
pochi giorni si troverà senza un lavoro. A Bruxelles era
andato insieme allo zio Richard, 25 anni: anche lui si è
prodigato per aiutare le centinaia di feriti del settore
Z. "Vorrei incontrare - ha proseguito John - alcune di quelle
persone che ho visto lì due settimane fa. Sono cattolico,
mi piacerebbe anche vedere il papa". Parla senza troppa
voglia, portandosi continuamente il palmo della mano sulla
fronte. "Non sto bene, sono quindici giorni che non dormo,
prendo tranquillanti, ma non servono a nulla. Quando mi
vedo in mezzo alla folla mi vengono i brividi, non posso
più stare in mezzo alla gente. Quando sono tornato a Liverpool
sono stato preso da una crisi di nervi. Mia moglie ha dovuto
chiamare un dottore perché si era messa paura". Lo zio di
John, Richard verrà in Italia lunedì, portando con se anche
la moglie ed i figli del nipote. Si uniranno alla delegazione
del comune di Liverpool, composta da autorità civili, militari,
religiose, sociali e sportive, che andrà a far visita a
Torino. Da giovedì tutta la famiglia Welsh si concederà
una settimana di vacanza sulle spiagge di Rimini.
(Da "Repubblica"
del 15 Giugno 1985)
Sommario Articoli
Heysel, l'ultimo
morto
BRUXELLES - I morti sono ora 39. Ieri mattina all' ospedale
Erasme di Bruxelles è morto Luigi Pidone, 31 anni, di
Nicosia, in coma dal 29 maggio. Da parecchi giorni le
sue condizioni si erano aggravate, i medici belgi non
speravano ormai più di salvarlo. Al settantasettesimo
giorno di coma il suo fisico non ha retto più, sono
insorte complicazioni che gli sono state fatali. Alle
14,49 il dispaccio dell' Ansa ha dato la notizia: 39
le vittime in totale, di cui 32 italiani. Luigi Pidone,
come tutti gli altri tifosi rimasti uccisi quella terribile
notte, si trovava il 29 maggio nel settore Z dello stadio
Heysel. Poco dopo le 19 gli incidenti, la fuga della
gente impazzita. Gli infermieri lo raccolsero che era
già privo di conoscenza: fu portato in ambulanza all'
ospedale dove è stato ricoverato fino a ieri mattina.
Nonostante le cure intensive, non si è mai risvegliato
dal suo stato di incoscienza. Un coma profondo che praticamente
aveva già troncato la sua vita due mesi e mezzo prima.
Adesso la salma sarà fatta rientrare in Italia, accompagnata
da alcuni parenti. Ai familiari dello scomparso il ministro
degli Esteri Giulio Andreotti ha già fatto pervenire
un telegramma di condoglianze. Gli ospedali belgi, il
Militair, l' Uvb di Jette, il Saint Jean, il Francais
cominciano ormai a dimenticare la notte del 29 maggio,
i 39 morti, le centinaia di feriti. Ormai non c' è quasi
più nessuno ricoverato. E' rimasto soltanto un ferito,
Giuseppe Vullo, le condizioni però vanno migliorando
di giorno in giorno. Entro breve tempo i medici che
lo curano dovrebbero consentirgli di tornare in Italia.
Intanto il governo belga è in crisi: la commissione
d' inchiesta ha infatti ritenuto il ministro dell' Interno
Nothomb responsabile politico di quanto accadde quella
notte allo stadio Heysel.
(Da Repubblica
del 15 agosto 1985)
Sommario Articoli
Sciocchezze
d'autore
Nella stupidità altrui, certo
più facile da notare della propria, si possono trarre
motivi di riso, di conforto o d' indignazione. A
tre mesi esatti dalla strage del 29 maggio, ha riaperto
l' Heysel per una riunione di atletica leggera.
Allo stadio, tremila poliziotti pronti a tutto,
quand' era chiaro che non sarebbe successo nulla,
mentre il 29 maggio era chiaro che sarebbe successo
qualcosa e di poliziotti ce n' erano pochissimi.
C' è qualcosa di diabolico, se non di geniale, in
questa perseveranza nell' errore, in quest' ottusità
elevata a regola sociale. Dettaglio: Alberto Cova
e un atleta inglese, Steve Jones, in apertura di
riunione volevano portare un mazzo di fiori sulla
tristemente famosa curva Z: gli organizzatori del
meeting gliel' hanno proibito. Gesto che li qualifica
ampiamente, ma chi vuole dimenticare (anche perché
ha la coda di paglia) non deve aver più diritti
di chi vuole ricordare. Per rimediare alla colpa
di avergli rotto un muretto e sporcato un po' il
prato, non bastava morire? Giusto non andare a correre
in Sudafrica: ma è forse tempo di pensare a come
boicottare, oltre al razzismo, anche la stupidità,
quando si sposa all' arroganza. (g.m.)
(da Repubblica del
01 settembre 1985)
Sommario Articoli
Bruxelles,
un anno dopo
di Licia Granello
Otello Lorentini è il padre di una delle
vittime di Bruxelles. Il figlio, Roberto, medico trentenne,
morì travolto mentre tentava di rianimare Andrea Casula, il
bimbo di 11 anni perito insieme al padre. A Lorentini si deve
la creazione dell' associazione "Familiari delle vittime di
Bruxelles", che da un anno si batte perché vengano perseguiti
e puniti i responsabili del massacro. "Abbiamo lavorato duramente
per poter attivare il procedimento penale, contattando tutti
per corrispondenza. All'associazione hanno aderito 21 famiglie.
Quattro hanno dato la loro adesione morale: è gente anziana,
non ha più voglia di lottare. Gli altri hanno detto, no grazie.
Andare avanti non è facile: ci sono notai che hanno chiesto
200.000 lire per autenticare la firma del mandato. E ci sono
sindaci che a distanza di otto mesi hanno chiesto i soldi del
funerale... Abbiamo trovato degli avvocati comprensivi, il loro
patrocinio non ci costerà tantissimo. E abbiamo trovato un referente
belga, fondamentale per il proseguimento del lavoro a Bruxelles.
Il 12 giugno faremo un convegno a Roma sulla violenza. Il ministero
degli Interni ci ha messo a disposizione Palazzo Barberini,
i soldati ci hanno assicurato la messa a punto della sala e
la stampa dei manifesti". Quante adesioni avete ricevuto finora?
"Nessuna. Ci ha contattato solo la polizia, credo per motivi
legati all' ordine pubblico. Mi ha telefonato Lattarugo, capo
gabinetto del ministro degli Interni. Ah, si è fatto vivo anche
Sordillo, dicendo che non può venire perché sarà in Messico,
sa, i mondiali... Ha detto di non preoccuparci perché i soldi
stanziati dalla Federcalcio arriveranno. Certo, adesso, con
i mondiali... Abbiamo chiesto il patrocinio al Presidente della
Repubblica, non ha risposto. Abbiamo chiesto l' intervento di
Biagi, ci ha fatto scrivere dalla redazione di "Spot" che era
impegnato altrove. Della Juventus non ci sono tracce, dopo il
telegramma e la Corona inviataci per i funerali di Roberto.
Aldo Ratti, direttore della "Fondazione Edoardo Agnelli" ha
declinato cortesemente, forse si vergognava. O forse qualcuno
gli ha suggerito di lasciar perdere". Avete avuto altre
notizie dal Belgio? "L' unica notizia è l' editto-farsa di Baldovino.
I famosi sei miliardi sventolati a suo tempo non sono mai arrivati.
Siamo venuti a sapere che per vittime si intendono coloro che
stavano allo stadio dalle 19.15 in poi. E noi che stavamo dentro
dalle tre, in che categoria stiamo? Dicono che ci rimborseranno
le spese sostenute negli ospedali belgi, e il trasporto delle
salme fino alla partenza dal suolo belga. Il tutto con le fatture
originali allegate alla richiesta...Hanno dimesso feriti che
in Italia sono stati poi ingessati per mesi, hanno stilato certificati
di "morte accidentale" per non dover rendere conto al mondo
della loro inettitudine. E così, malgrado l' indagine della
magistratura italiana sia già chiusa, non si sa quando il processo
potrà essere celebrato. So che per l' anniversario sono in programma
manifestazioni solo da parte italiana, a Bruxelles. Del resto
tutte le autorità sono rimaste al loro posto, perché stupirsi?
La nostra è un' associazione fondata sul dolore: vogliamo andare
avanti. Ci hanno detto che la causa costerà 100 milioni, non
importa. Dalle mie parti si dice aver le spalle tonde, per far
scivolare via le responsabilità. Con noi non attacca. Boniperti
era tanto preoccupato per il suo stadio chiuso. A me m' han
chiuso l' unico figlio in un loculo. Non s' illudano che ceda".
(Da "Repubblica"
del 29 maggio 1986)
Sommario Articoli
Cabrini: "Fu giusto restare in campo
e alla fine esultai per la vittoria"
di Roberto Perrone
Antonio Cabrini non aveva ancora 28 anni
la sera del 29 maggio 1985. Era il terzino sinistro più forte
del mondo, era l'idolo delle ragazzine che tenevano in camera
il suo poster accanto a quello di Simon Le Bon. Mescolava forza
a spensieratezza. La forza gli rimase ancora per molti anni,
la spensieratezza sfiorì quella notte. "Fu una sera difficile
per tutti: la partita fu giocata regolarmente anche se il pensiero
andava a quello che era successo sulle tribune". E ancora dieci
anni dopo ci si domanda: fu giusto andare in campo? "Rilievi
assurdi. Noi, inizialmente, ci eravamo rifiutati di giocare.
Poi l' Uefa decise di far disputare la partita. Fu la scelta
giusta. Se avessero annullato Juve Liverpool sarebbe stato peggio.
Quella notte in città ci sarebbe stata una guerra civile. Invece,
giocando, abbiamo circoscritto la tragedia, abbiamo riportato
la gente a una realtà sportiva, facendola ragionare il meno
possibile". Altra accusa: perché esultare alla fine? Ce n'era
ragione?"Era il modo di dedicare quella Coppa a tutti quelli
che erano venuti lì a vederci facendo grandi sacrifici. Fu un
modo di risarcirli". Vale quella Coppa?"La partita fu regolare,
il valore sportivo c'è tutto. Non vale sotto l'aspetto umano,
che poi e' il più importante". Molte le domande, terribili i
ricordi personali. "Mi restano impressi quegli spogliatoi dove
entravano decine di persone, alcune stravolte, altre insanguinate.
Il padre che cercava il figlio, l' amico che chiedeva dell'
amico. Leggevamo nei loro occhi la disperazione, la speranza
delusa". Dieci anni dopo, oltre il ricordo va ricercato l' insegnamento".
Che cosa ha cambiato l' Heysel? " "Poco. Ma almeno ora certe
finali, certe partite a rischio vengono disputate in stadi sicuri,
protetti. Non disorganizzati come l' Heysel. Però, come fatti
recenti hanno dimostrato, non si debella la violenza nello sport
senza l' educazione civica e sportiva e questa la deve dare
la scuola, fin dalle elementari. Se dieci anni fa avessimo preso
i bambini di 6, 7, 10 anni, li avessimo educati, adesso i ventenni
ragionerebbero in modo diverso. La legge, da sola, non basta".
(Da "Corriere
della Sera" del 28 maggio 1995)
Sommario Articoli
E
vidi l'inferno del settore Z
di Carlo Grandini
A mezzogiorno di quel 29 maggio Jacques
Hereng, collega e amico di "Le Soir", venne a prendermi in albergo
e mi disse: ti porto a vedere che cosa e' successo la notte
scorsa alla Grande Place. Mi trovavo a Bruxelles da un paio
d' ore. La trentesima finale di Coppa dei campioni, fra Liverpool
e Juventus, sarebbe cominciata alle 20,15. Dunque c' era tempo
e andammo alla Grande Place. E lì vedemmo il selciato che, sotto
il sole, sembrava la vetrina d' un gioielliere: lampi e riflessi
che masse di cristalli frantumati sprigionavano. "Vedi? . spiegò
Jacques . Questo hanno fatto gli avamposti degli hooligans:
bar devastati, una rovina, sono sfuggiti ai controlli di Ostenda,
stanno calando in forze, qui si prepara per stasera un rischio
di guerra che le nostre autorità snobbano". Stentavo a credere
all' amico Hereng e ai suoi presentimenti; in fondo davo retta
a certe sensazioni e a certe speranze: le comitive dei tifosi
italiani affluivano festose, la Juventus non aveva mai conquistato
la Coppa dei campioni, gli hooligans già costituivano un fenomeno
di turbolenza preoccupante e però , smascherati dalle prodezze
del giorno prima, allo stadio sarebbero stati respinti o messi
in condizione di non nuocere. Vero che allora l' orda dei barbari
inglesi, frangia secessionista di un' isola civile, tendeva
a trasferire nei campi di calcio l' atmosfera dell' Arancia
meccanica di Burgess e Kubrick. Vero, tuttavia, che ancora non
aveva conseguito una laurea in Violenza di valore internazionale.
E che le forze di polizia belghe, riflettevo, al momento giusto
non si sarebbero lasciate sorprendere. L' Heysel era uno stadio
angusto: meno di sessantamila posti per trecentomila richieste
di biglietti. L' Uefa, cioè l'ente responsabile del football
europeo, aveva sbagliato la scelta della sede per una finalissima
che, anche a livelli di sicurezza, avrebbe preteso ben altri
spazi. Ma l' idea di un massacro imminente non sfiorava nessuno...
A tutto ciò pensavo salendo nella tribuna stampa dell' Heysel,
alle 18.30, e prendendo posto appena a lato del "settore Zeta".
Gli spalti andavano riempiendosi. La curva che appunto si esauriva
nel "settore Zeta" ospitava nel tratto a me più vicino una parte
dei tifosi juventini: il grosso alloggiava nella curva dirimpetto.
Ma, separati appena da una fragile paratia, quasi a contatto
di gomito con le pattuglie bianconere del "settore Zeta", ecco
quindicimila hooligans: ondeggianti, ubriachi di birra, esplosivi,
stipati in una gabbia che, in fondo, una gabbia non era. Alle
18,45 partirono i primi sassi lanciati contro gli italiani Poi.
scoppiò un razzo. Gli hooligans si dichiaravano e io chiamai
la redazione del "Corriere" dal telefono che avevo sul banco
di lavoro: "Attenti, la televisione non si e' collegata, però
qui sta per succedere qualcosa di grave". E all' improvviso
fu la tragedia. A mano a mano l' urto delle bande inglesi si
fece duro, travolgente. "Tenete la linea!", urlavo alla redazione.
Alla mia sinistra era in atto la carica della morte: ora gli
hooligans spaccavano tutto, infuriavano brandendo le aste delle
bandiere come fossero lance, soffocavano contro il muretto che
delimitava il "settore Zeta" e contro la rete sottostante gli
sventurati italiani. Vidi, a venti metri da me, un uomo sventrato.
Vidi, "tenendo la linea" ma incapace di raccontare ciò che stava
accadendo, gente che cadeva dal muretto sbriciolato, che si
abbatteva schiacciata verso la possibile via di fuga del campo,
in un delirio di grida crudeli. Osservavo sgomento il supremo
linciaggio, quasi ipnotizzato da quell' orgia di sangue, quando
mi accorsi che dieci, venti persone s'accalcavano terrorizzate
e ferite sotto di me strappandomi il telefono di mano: mi faccia
chiamare casa,io sono vivo. Morirono in trentanove: trenta dei
nostri. I dieci poliziotti, dico dieci, presenti nel momento
in cui sarebbero dovuti essere centinaia, erano stati spazzati
via. Sul prato, mentre in teoria la partita si sarebbe dovuta
iniziare, ora caracollavano gli agenti a cavallo: presidiavano
chi e che cosa, adesso? Sui fatiscenti gradini arrossati del
"settore Zeta" e ai bordi del campo si raccoglievano cadaveri
e intanto era sbucato un pallone: qualcuno dei "superstiti"
aveva, nonostante tutto, voglia di provarci. Morte e pazzia.
La disputa della partita, affidata all' arbitro svizzero Daina,
rimase a lungo in dubbio: voleva giocarla il Liverpool, era
contraria la Juventus. L' orologio correva sul più incredibile
degli scempi. Calcio d' inizio alle 21,43: per scongiurare il
peggio del peggio. Avrebbe vinto per 1 a 0 la Juventus. E io
dovevo scrivere di quella partita.
(Dal "Corriere
della Sera" del 28 maggio 1995)
Sommario Articoli
Per la strage dell'Heysel solo 2 miliardi di risarcimento
Poco più di due miliardi di lire per 32
morti. Questo il risarcimento complessivo per le vittime italiane
della sciagura dell' Heysel, schiacciate dalla folla il 29 maggio
di dieci anni fa allo stadio di Bruxelles durante la finale
di Coppa Campioni fra Juventus e Liverpool. Le cifre dei vari
risarcimenti alla vittime e alle loro famiglie sono state comunicate
dal sottosegretario agli Esteri, Walter Gardini, nella risposta
ad una interrogazione di Modesto Mario Della Rosa di A N. Il
maggior aiuto è venuto da un organismo privato, la Fondazione
Agnelli di Torino (970 milioni). Il Belgio, ha pagato solo le
spese medico-ospedaliere per i feriti, il trasporto ai luoghi
di residenza e gli oneri funebri. Il governo di Londra, invece,
nel luglio ' 86, ha versato 155 mila sterline (circa 356 milioni
di lire) per le famiglie colpite ed ha istituito un fondo
di 50 mila sterline per i casi "meritevoli di particolare assistenza".
L' Uefa ha raccolto 100 mila marchi (80 milioni di lire); il
ministero degli Interni ha erogato 197 milioni di lire; 34 milioni
sono giunti da donazioni private. In tutto 2 miliardi 52 milioni
di lire.
(Da "Repubblica"
del 30 luglio 1995)
Sommario Articoli
Boniperti
e la coppa maledetta
di Maurizio Crosetti
TORINO - Due anni di silenzio, di lontananza assoluta
dal calcio che è stato tutta la sua vita e pure di più.
Un vuoto di parole che adesso Giampiero Boniperti riempie
con una verità un po' triste: "Per la Juve non soffro
più. Le voglio bene, certo, e talvolta provo una passione
intensa: Ma la sofferenza anche fisica era un' altra
cosa". L' uomo delle mezze partite, delle grandi fughe,
l' uomo delle domande per rispondere ad altre domande
ha ricordi vivi e pensieri dolenti. Il demone del passato
è in agguato, figurarsi se non chiede spazio in attesa
di Juve-Ajax, figurarsi se non fa l' appello delle memorie
lontane: l' altro Ajax, Belgrado e Cruyff, Magath e
Atene, l' Heysel. Con l' orgoglio che non invecchia
e le ferite ancora aperte. Se le dicono Ajax lei penserà
a Johnny Rep, non a Van Gaal. "Ma guardate che non c'
è dolore, nel ' 73 erano i più forti del mondo, la squadra
che cambiò il calcio. Cruyff, Neeskens, Rep, Krol. Gente
così non è nata più. Il nostro fu un sogno, anzi l'
ipotesi di un sogno, una cosa solo da immaginare. Durò
quattro minuti". La Coppa maledetta: per i morti di
Bruxelles, non per le sconfitte. "Ma basta. Non si dica
che quella Coppa è sporca di sangue, non è vero. La
tragedia è una cosa, la partita un' altra. E fu una
gara vera, chiedete a Rush, a quelli del Liverpool.
Andarono in campo per vincere e noi con loro. Bisogna
ringraziare Tacconi per quelle parate". Nel frattempo,
39 cadaveri erano già distesi sull' asfalto. "Non sapevamo
quasi niente. Non i giocatori, almeno. Negli spogliatoi
non c' era mica la tv. Ci riunimmo io, il presidente
del Liverpool, il presidente dell' Uefa e quello della
Figc, il capo della gendarmeria belga e decidemmo di
giocare. All' unanimità. Per ragioni di ordine pubblico
ma anche di ordine sportivo, questo lo ricordo bene
e lo difendo. Non fu uno scandalo, è d' accordo anche
l' Avvocato". Platini disse: è come al circo, quando
muore il trapezista entrano i clown. Non le sembra un
po' troppo? "Proprio non riesco a vergognarmi di quella
Coppa. Il dolore vero lo tengo per me. Ho negli occhi
due immagini: i cadaveri all' ospedale, con la faccia
nera dei soffocati, e un padre e un figlio morti insieme,
si chiamavano Casula, erano sardi". Il calcio quella
sera non ebbe il coraggio di fermarsi. "Per evitare
una strage più grande, e perché lo spettacolo continua.
E' triste ma è così. Incidenti, purtroppo, ne accadono
sempre. Quello fu solo più grave, molto più grave degli
altri. Ma non per colpa del calcio, dello sport: la
responsabilità fu delle forze dell' ordine, degli agenti
che non c' erano, arrivati in pochi e in ritardo". Dicono:
vincere a Roma per dimenticare Bruxelles. "Questo no,
mai. Ricordare significa evitare che accada di nuovo".
Quando l' Amburgo sconfisse la Juve, qualcuno diede
una medaglia a Magath e fondò un club in suo onore.
"Non lo scorderò mai, conservo nomi e cognomi". Perché
perdeste? "Perché il calcio è così. Il calcio è la Juve
che perde contro l' Amburgo, non il contrario. E' la
possibilità di stravolgere un pronostico. Rigiocandola
dieci volte, non perderemmo più. Ma l' unica che contava
l' abbiamo buttata via". A Belgrado, la finale durò
quattro minuti. Ad Atene, sette. "Fu la sconfitta dei
fuoriclasse. Aspettavamo Platini e Platini non venne,
scomparso. I migliori furono Bonini e Brio, i gregari.
Eppure allora il francese era il numero uno al mondo".
Una finale si perde prima nella testa e poi in campo?
"Vero. Forse contro l' Ajax e l' Amburgo facemmo dei
ritiri troppo lunghi. Ci scaricarono". Se il calcio,
come dice lei, è il più debole che batte il più forte,
allora a Roma non ci saranno problemi. "L' Ajax è favorito,
è campione d' Europa e del mondo. Ma i nostri ragazzi
possono farcela, ormai hanno una buona esperienza internazionale.
In Coppa hanno travolto tutti, davvero un cammino magnifico".
Lei lo ha seguito da tifoso o da ex presidente? "Da
tifoso, per carità. E neanche troppo fedele: gli impegni
politici mi tengono lontano". Quanti suoi colleghi al
parlamento europeo le hanno chiesto biglietti per l'
Olimpico? "Veramente, lo sanno tutti che non c' entro
più. Semmai spero di vederla io, questa partita. Il
22 sarò a Strasburgo, dovrò correre per arrivare in
tempo". Sport ed Europa: a che punto siamo? "Inseriremo
questa parola, sport appunto, nel trattato di Maastricht.
Il minimo. E dire che non figura neanche nella Costituzione
italiana". Qual è stata la Juve europea più forte? "Forse
quella di Bilbao ' 77, tutta italiana. E la Coppa Uefa
è più difficile della Coppa dei Campioni, anche oggi".
In Champions League saranno ammessi i non vincitori:
la Coppa dei non campioni... "Ai miei tempi bastava
perdere una volta di brutto e si usciva. Invece il Milan,
l' anno scorso, si è giocato il trofeo dopo due sconfitte
contro l' Ajax". Proprio nessuna nostalgia? "Ho sofferto
e vinto per cinquant' anni. Mi pare che basti".
(Da Repubblica
del 15 maggio 1996)
Sommario Articoli
"Nessuna esultanza l'Heysel vive ancora"
Di Guido Boffo
TORINO - Nereo Ferlat all'Heysel (accanto, una foto
degli incidenti) si salvò due volte. "Sono stato l'
ultimo a saltare giù dal muretto prima del crollo".
A undici anni di distanza, ha assistito a Juve-Ajax
in tv. E allora? "Allora non ho visto un' immagine sull'
Heysel, una sola. Ho girato ogni canale, niente. Credo
che i reduci e i familiari delle vittime non si siano
sentiti rappresentati. So di striscioni, però le telecamere
non li hanno ripresi. Sento dire che con questa vittoria
l' Heysel è stato cancellato. Incredibile. Trentanove
morti sono un prezzo troppo alto". Ha esultato per la
vittoria? "No, non lo faccio più dal maggio dell' 85.
Sono stato contento per la mia squadra, un po' ho anche
sofferto, ma sempre con molta compostezza. Non mi sarei
mai sognato di scendere in strada per la seconda Coppa".
Seconda? "Certo, perché a Bruxelles non è stata una
farsa. Tacconi fu impegnato più di una volta. Dopo quello
che era successo, mi consentirono di guardare la partita
dalla tribuna. Ovviamente lo feci in maniera distaccata".
Non ha pensato di essere capitato nella finale sbagliata?
"A Bruxelles eravamo al centro della Comunità europea.
Ci sentivamo protetti. Juventus e Liverpool rappresentavano
il meglio. Ero convinto di trovarmi nella finale giusta".
E a Roma avrebbe voluto esserci? "Sì, per paragonare
l' ordine pubblico di allora con quello di adesso, per
convincermi che si può disputare una finale di Coppa
Campioni in condizioni di sicurezza. E' da tanto tempo
che inseguo questa certezza". Ha chiesto biglietti alla
Juve? "Personalmente no. Ho letto che altri l' hanno
fatto, ma la società ha risposto picche. Patetico. C'è
gente che è tornata menomata da Bruxelles. Sarebbe stato
come tendergli una mano".
(Da Repubblica
del 24 maggio 1996)
Sommario Articoli
Dopo 15 anni il Liverpool ricorda i 39 dell'Heysel
Dopo 15 anni il Liverpool ricorda i 39 dell'
Heysel LIVERPOOL - Per la prima volta in 15 anni a Liverpool
è stata ricordata la strage allo stadio Heysel di Bruxelles
dove la sera del 29 maggio ' 85, in occasione della finale di
coppa Campioni con la Juventus, violentissimi disordini costarono
la vita a 39 tifosi italiani. Finora la terribile ricorrenza
era stata lasciata passare sotto silenzio, ma d' ora in poi
la commemorazione avrà regolare cadenza annuale. Ieri in città
le campane hanno rintoccato a morte 39 volte, una per ogni vittima
di allora, e l' anno prossimo nel centro cittadino sarà scoperta
una targa di dedica.
(Da Gazzetta
dello Sport del 30/5/2000)
Sommario Articoli
Una corona di fiori per ricordare la tragedia dell'Heysel
di Paolo Condò
Sarà il capitano della nostra nazionale,
Maldini, a compiere il gesto nel posto dove una volta c' era
il maledetto settore Z. Dice il milanista: «Noi non vogliamo
dimenticare, vogliamo ricordare» Anche Antonio Conte depositerà
una corona di fiori a nome della Juve: «Prima della partita
dirò una preghiera per quei nostri poveri tifosi» DAL NOSTRO
INVIATO GEEL (Belgio) - Sono passati quindici anni e molti azzurri,
all' epoca, erano bambini. Hanno ristrutturato lo stadio da
capo a piedi, chi c' era quella notte e poi non è più venuto
stenterà a riconoscerlo. Gli hanno perfino cambiato il nome,
adesso si chiama «Re Baldovino» e suona come se fosse un luogo
allegro nel presente e privo di un passato. Sarebbero molti
gli alibi per recarsi stasera allo stadio di Bruxelles fingendo
che non ci sia mai successo nulla, e pensando soltanto alla
partita, che è pure importantissima. Eppure... Da un milanista
il primo ricordo con parole belle da ascoltare. Sono quelle
di Paolo Maldini, capitano dei rossoneri e della nazionale:
«Heysel, io continuo a chiamarlo così e posare stasera i nostri
fiori dove una volta c' era il settore Z sarà un gesto di civiltà,
perché la tendenza a dimenticare velocemente quella tragedia
è evidente. E questo non è giusto. Già quando venni qui col
Milan, avversario il Malines, portammo una corona sotto alla
curva in modo non ufficiale e senza ricevere la prevista autorizzazione.
Noi non vogliamo dimenticare, noi vogliamo ricordare». Dagli
juventini in nazionale, rappresentanti simbolici di quella squadra
che c' era all' Heysel, le frasi che riportano il cuore e la
mente a un avvenimento terribile. «Trentanove morti per una
partita di calcio - dice Filippo Inzaghi - sono una tragedia
che non ha possibili paragoni. Portare i nostri fiori sotto
alla curva, come juventini e come italiani, è proprio il minimo
che possiamo fare». Molto commosse anche la parole di Antonio
Conte (la Juventus ricorderà a Bruxelles le vittime dell' Heysel.
La società torinese, ringraziando la Federcalcio e gli azzurri
per la sensibilità dimostrata, ha incaricato il suo capitano
di deporre una corona di fiori della società sulla lapide che
ricorda le 39 vittime di quella tragica serata del 1985): «Porterò
anch' io i fiori, e so già che proverò un' emozione intensa,
violenta. Prima della partita dirò una preghiera per quei nostri
poveri tifosi. Ricordo tutto di quella serata maledetta, non
ero un bambino purtroppo, ero già grande, nel 1985». Chi allora
era molto giovane, un bambino di appena undici anni, era Alessandro
Del Piero. «Io ricordo che giocavo a pallone davanti a casa
in attesa della partita, non capivo perché durasse tanto e quando
chiedevo ai miei genitori se fosse sul punto di iniziare loro
mi ripetevano di restare giù, che non era ancora il momento.
Vollero evitarmi la vista di quelle scene di morte. Vidi la
partita senza conoscere i motivi di quel ritardo, che appresi
il giorno dopo dagli amici, restandoci malissimo. Capisco che
i belgi vogliano cancellare il ricordo di quella tragedia, e
che per farlo abbiano addirittura rifatto lo stadio cambiandogli
il nome. Ma noi, l' Heysel, non lo dimenticheremo mai». Certo,
nessuno potrà mai dimenticarlo. Paolo Condò Trentanove morti
e un centinaio di feriti Bruxelles, 29 maggio 1985: allo stadio
Heysel è in programma la finale di coppa dei Campioni tra Juventus
e Liverpool. Quella che dovrebbe essere una serata di festa
si trasforma ben presto in una colossale tragedia. Nella curva
Z, scarsamente presidiata dalle forze di polizia, hooligans
inglesi puntano con violenza gli attigui tifosi della Juve.
Una vera e propria carica militare, che scatena panico e fuggi
fuggi. Sotto la pressione della folla una balaustra cede, decine
di sostenitori italiani cadono nel vuoto o vengono calpestati.
Una strage. Alla fine il bilancio sarà pesantissimo: si contano
trentanove morti italiani e un centinaio di feriti, tutti o
quasi di parte juventina. Gli incidenti si verificano prima
della partita e nel giro di pochi minuti si diffonde la voce
che «ci sarebbero dei morti». Il grande interrogativo è: bisogna
giocare o no? L' Uefa, d' intesa con le autorità locali, decide
che la finale deve essere giocata ugualmente per evitare guai
peggiori. La partita si svolge regolarmente, la Juventus vince
per 1-0 (gol di Platini su calcio di rigore) e conquista la
prima coppa Campioni della sua storia, ma si scatenano le polemiche,
si parla di «trofeo insanguinato». Le squadre inglesi furono
estromesse dalle coppe europee a lungo (5 anni). Nei giorni
scorsi Michel Platini ha dichiarato: «Non metterò mai più piede
in quello stadio: il calcio per me è gioia e il solo pensiero
di quella serata mi procura ancora dolore». Boniperti è ancora
sconvolto «Quella serata sia un monito» TORINO - Dopo 15 anni,
Giampiero Boniperti, nell' 85 presidente della Juventus, non
riesce a dimenticare la tragedia dell' Heysel. Ne parla malvolentieri.
In quello stadio Boniperti non ha più voluto mettere piede,
nemmeno quando, per 5 anni europarlamentare a Bruxelles, si
è trovato più volte nelle vicinanze. «Apprezzo moltissimo -
afferma Boniperti - l' iniziativa della Federcalcio. Quanto
è accaduto serva da monito e insegnamento ai giovani. Una cosa
terribile. Ero con il comandante della gendarmeria, che aveva
lasciato un solo uomo tra i nostri tifosi e quegli stessi inglesi
protagonisti di gravi incidenti già il giorno prima della partita.
I rinforzi arrivarono troppo tardi. Ho ancora negli occhi la
carneficina e poi i cadaveri, alcuni con la sciarpa bianconera
al collo, nella camera mortuaria». Per ricordare quelle vittime,
nel giardino della sede della Juve c' è un monumento: voluto
da Boniperti, è stato realizzato dall' architetto Dante Grassi
e reca un epitaffio dello scrittore Giovanni Arpino.
(Da La Gazzetta
dello Sport del 14/6/2000)
Sommario Articoli
LO STADIO DELLA
STRAGE ABBATTUTO E RICOSTRUITO
Heysel, un ricordo
che imbarazza
L'Italia «sfida» l'Uefa con un mazzo
di fiori
di
Marco Ansaldo
Inviato a GEEL - I belgi rimarranno
a guardare, come quindici anni fa quando i loro poliziotti osservavano
gli hooligans attaccare della brava gente fino a schiacciarla
contro la rete della curva Z. «Ero con il comandante della Gendarmeria
- ricorda Giampiero Boniperti - aveva lasciato un solo uomo
tra i nostri tifosi e quegli inglesi che avevano già creato
gravi incidenti il giorno prima. Quando arrivarono i rinforzi
era troppo tardi: ho ancora negli occhi la carneficina». Ci
furono trentanove morti e trentuno erano italiani quel 29 maggio
all'Heysel, Juventus-Liverpool, finale della Coppa dei Campioni.
I belgi fissarono i cadaveri, poi guardarono anche i loro giudici
comminare lievi pene, quasi un buffetto, a chi aveva permesso
quella strage: non tutti i famigliari delle vittime sono stati
indennizzati. Sono quindici anni che i belgi guardano e non
si sveglieranno neppure per la partita che riporta l'Italia
in quello stadio, che nel '94 si cominciò a distruggere e dal
'98 e' ricresciuto come l'araba fenice con altre tribune e il
nome di un re morto, Baldovino. L'Uefa acchiappasoldi e questi
organizzatori da paese non hanno pensato a un gesto, a un fiore.
Il ricordo li imbarazza: quella tragedia ne ha quasi partorito
un'altra, sabato sera, quando hanno chiuso al pubblico la Grand
Place di Bruxelles e i poliziotti hanno esagerato nella repressione,
picchiando, ferendo, arrestando chi chiedeva di festeggiare
la prima vittoria del Belgio. La chiamano tolleranza zero, figlia
della paura di trovarsi impreparati come all'Heysel, la faccia
oscura della stessa idiozia. «Questo e' un altro stadio e poi
una parte importante dell'organizzazione l'hanno gestita gli
olandesi», spiegano gli autori della gaffe. Anche l'Uefa se
ne lava le mani: se la lapide dei 39 morti potesse interessare
a uno sponsor, qualcuno si muoverebbe ma così, gratis, perché?
Solo Platini ha avuto il coraggio di un gesto forte: «In quello
stadio non entro più, non potrei provare gioia». Ci penseranno
gli azzurri a non far dimenticare. La Juve aveva chiesto che
almeno i suoi giocatori andassero a posare un fiore, l'idea
si e' estesa a tutti. All'arrivo del pullman, Maldini e i compagni
deporranno un mazzo di 39 rose, come fece Franco Baresi nell'unica
occasione in cui una squadra italiana giocò all'Heysel dopo
la tragedia: Malines-Milan di Coppa dei Campioni, 7 marzo del
'90. La domenica successiva il Milan giocò a Torino. Sulla curva
del vecchio Comunale mani juventine posero uno striscione: «Baresi,
trentanove volte grazie». Conte pregherà, gli altri, che erano
bambini quella sera, hanno raccontato ieri l'orrore di quelle
immagini e il disgusto per chi non ha capito l'importanza di
un gesto che richiamasse a una tragedia enorme, in tempi in
cui se ne temono altre. «Anche quando venni con il Milan - ha
detto Maldini - abbiamo onorato i morti contro la volontà di
non si sa chi». L'Uefa, pure allora. «Noi, come Federazione,
non abbiamo mai dimenticato, quella rimarrà per sempre una notte
di dolore. Se gli altri non vogliono ricordare lo facciano,
noi la ricorderemo», ha spiegato Antonello Valentini, il capo
ufficio stampa. E pazienza se l'Uefa e i belgi, vergognandosi
della gaffe, faranno pagare qualcosa all'Italia in questo torneo.
Perché c'e' il rischio: gli stupidi spesso sono vendicativi.
(Da La Stampa
del 14/6/2000)
Sommario Articoli
Tutti sotto
la curva Z,
l'abbraccio azzurro è da pelle d'oca
di Paolo Condò
La nazionale rende omaggio alle 39 vittime
della tragedia dell' Heysel: viene scartata la partecipazione
di una delegazione, si va in gruppo. La cerimonia è toccante,
tanto che coinvolge anche i belgi. Tutti sotto la curva Z, l'abbraccio
azzurro è da pelle d'oca. DAL NOSTRO INVIATO BRUXELLES
- Sono le sette e un quarto quando l' Italia esce dal suo spogliatoio,
entra nello stadio e, invece di dirigersi come al solito sul
prato verde, gira a sinistra e s' incammina sul rosso pallido
della pista di atletica. C' è una parola da prendere alla lettera
questa volta - l' Italia - perché qualcosa di potente ti si
agita nello stomaco mentre segui con lo sguardo la marcia degli
azzurri, e capisci che quel passo lento e visibilmente deciso
contiene i sentimenti di 56 milioni di persone, o quanti diavolo
siamo noi italiani. Paolo Maldini e Antonio Conte aprono la
sfilata perché uno è il capitano della nazionale e l' altro
è il capitano della Juventus, il mazzo di 39 rose bianche lo
porta Paolo, ma di lì a poco, quando sarà il momento, aspetterà
che la mano di Antonio si unisca alla sua per deporre i fiori
insieme. Dietro a loro, allargati su tutte le corsie, giocatori
e dirigenti mescolati camminano col volto serio, molti con gli
occhi bassi. Ci sono tutti: con Zoff, Riva, Nizzola e il resto
dello staff ecco Del Piero e Totti, Cannavaro e Ambrosini, Toldo
e un emozionatissimo Abbiati. Tutti e ventidue: una volta compreso
che l' omaggio della nazionale ai morti dell' Heysel non era
una richiesta della nostra Federcalcio, ma una semplice comunicazione
(nel senso che un «no» non sarebbe stato accettato, e il mazzo
di fiori sarebbe stato deposto ugualmente), l' Uefa aveva suggerito
che ad andare sotto alla curva dove una volta c' era il settore
Z fosse una piccola delegazione, il capitano e un paio di dirigenti.
«Se lo scordano» è stata la risposta compatta degli azzurri,
e questa è un' altra di quelle cose che spiegano perché, nel
vederli camminare verso la lapide (In Memoriam, 29-05-85), la
pelle si è fatta d' oca. Nel minuto che ci mettono ad arrivare
lì, il disc-jockey dello stadio non ha nemmeno la sensibilità
di spegnere gli altoparlanti, dai quali continua a martellare
la disco-music di «American pie», e anche se non la sente nessuno
è proprio una schifezza; prima di dedicare ai belgi un pensiero
di rabbia, però, va detto che dietro a Maldini e Conte, con
un secondo mazzo di fiori incellophanato, camminano il presidente
delle federazione di Bruxelles, Michel D' Hooghe, e il capitano
Lorenzo Staelens, che hanno chiesto di partecipare alla cerimonia
ottenendo l' ovvio abbraccio dei nostri. In molti si fanno il
segno della croce, mentre i fiori vengono appoggiati sotto alla
lapide, e i pochi tifosi belgi già presenti nella curva corrono
ad applaudire la scena. Una breve preghiera, poi il corteo riprende
la strada dello spogliatoio. Quando i giocatori rientreranno
in campo per il riscaldamento, un' ora dopo, troveranno la migliore
(e meritata) delle sorprese: tre interi settori dell' altra
curva riempiti di tifosi azzurri. Dopo l' impressionante latitanza
di una Arnhem consegnata ai turchi, la nostra gente ha deciso
di non lasciarli soli in questo stadio. Se i belgi l' hanno
intitolato alla memoria del loro re Baldovino, per noi italiani
avrà per sempre 39 altri nomi.
(Da La Gazzetta
dello Sport del 15/6/2000)
Sommario Articoli
29/05/1985 Juve-Liverpool
Stadio "Heysel" Bruxelles
L'Heysel
e la coppa maledetta
"Ma quella sera si doveva giocare"
di Maurizio Crosetti
La Juventus si avvicinò alla finale di Bruxelles
ovattata in un'atmosfera svizzera. Sette giorni di ritiro a
Ginevra, gli allenamenti su un prato che sembrava dipinto col
pennarello tanto il verde era netto e nitido, e ogni filo d'erba
sembrava fatto a mano. Un mattino arrivò una comunicazione:
il principe Emanuele Filiberto avrebbe tanto voluto salutare
i giocatori. Il principe era un bambino biondo, rispetto a oggi
non viaggiava, non parlava, non guidava moto d'acqua, non pubblicizzava
cetrioli e nessun comico lo imitava. Ma il contesto parve ugualmente
buffo. Calciatori, dirigenti e giornalisti vennero caricati
sui torpedoni e condotti alla residenza dei Savoia, dove li
attendeva un bambino con zazzera pettinata da un lato e la giacca
blu abbottonata fino al colletto alla coreana. Tutti gli strinsero
la mano, in fila, una manina bianca e fredda. Alla fine, un
funzionario della Real Casa consegnò a tutti i presenti un dono
prezioso: la fotografia autografa del bambinello. L'aria era
fresca e dolce. Attorno al lago di Ginevra piroettavano le papere,
e quello era più o meno il clima mentale della Juventus: gioiosa,
consapevole, rasserenata, niente a che vedere con le due lunghissime
vigilie che precedettero le sconfitte di Belgrado ed Atene.
"Il Liverpool era forte, ma noi sapevamo di poterlo battere",
ricorda Platini. "Ci eravamo già riusciti a Gennaio, al Comunale
di Torino, quando si giocò col pallone rosso dopo un'incredibile
nevicata. Boniek fu magnifico, quella sera. Due a zero per noi
e doppietta di Zibì, così vincemmo la Supercoppa. Alle dieci
di mattina del 29 maggio 1985, la Grande Place di Bruxelles
era già una moquette di vetri spezzati. Gli inglesi bivaccavano,
molti dormivano usando come cuscini i cartoni di birra, scatoloni
ormai mezzi vuoti dopo una lunga notte di bevute e pisciate,
e le bottiglie scolate venivano lanciate in terra come bombe
a mano, oppure in aria, per gioco. "Prima di mezzogiorno facemmo
il sopralluogo allo stadio e ci mettemmo le mani nei capelli:
era vecchio, decrepito, e pareva un cantiere. C'erano legni
dappertutto, sembravano clave", ricorda Giampiero Boniperti.
Non è vero che lui abbia pensato solo alla coppa, alla
vittoria, alla bacheca. "Io li ho visti i
morti, tutti in fila all'obitorio come in guerra. Me li ricordo
i Casula, papà e figlio, uno vicino all'altro. Me
li ricordo tutti. E non volevo giocare: mi dissero che non si
poteva, che altrimenti sarebbe stato un disastro anche peggiore".
Il cielo dietro il settore Z era color aranciata, e pareva il
riverbero del rosso delle bandiere inglesi, delle maglie, delle
canotte, delle pitture sui volti stralunati. Alle 7 di sera
si stava benissimo, c'era un fresco primaverile. La prima onda
sembrò quasi un'illusione ottica, come se L'Heysel fosse un
setaccio e qualcuno lo stesse agitando. I rossi si spostavano
verso i bianconeri, ritmicamente, a orda, dal punto più lontano
a quello più vicino alla tribuna centrale. E nell'aria volavano
clave, aste e persino qualche mattone che la polizia belga non
aveva pensato di rimuovere. "Ci mettemmo un po' di tempo a capire
cosa stesse succedendo: all'inizio sembravano solo spintoni",
dice Boniperti. Invece Boniek la ricorda così : "Eravamo negli
spogliatoi, a un certo punto arrivarono notizie confuse, di
scontri tra la folla, però nessuno parlò di morti. Davvero non
ci fu l'esatta percezione della tragedia, e in quel momento
sarebbe stato impossibile averla". La seconda e la terza ondata
fecero crollare il muretto alla base del settore Z (gli inglesi
attaccavano dal V), e le persone si rotolarono addosso. Tutti
morirono per schiacciamento, soffocando, calpestati. "Ci sono
dei morti" fu la prima frase che cominciò a circolare in tribuna
stampa. Allo stadio arrivò l'Avvocato Agnelli: fermarono l'auto
sotto la tribuna, gli dissero cos'era successo, lui tornò in
macchina e ripartì. Invece suo figlio Edoardo era rimasto sul
prato, come inebetito. "Non riuscivamo a distoglierlo dall'orrore,
alla fine l'ho fatto rientrare negli spogliatoi urlando di non
muoversi di lì", ricorda Boniperti.Poi si udì dall'altoparlante
una specie di sospiro. La voce di Gaetano Scirea "la partita
verrà giocata per consentire alle forze dell'ordine di organizzare
l'evacuazione del terreno. State calmi, non rispondete alle
provocazioni. Giochiamo per voi". Mancavano appena quattro anni
allo schianto di Gaetano su una strada polacca."Io parai tutto,
come in trance", dice Stefano Tacconi. Non ricordo niente, solo
una concentrazione che non era normale, era di più. Dentro avevamo
cose che non si spiegano, non si raccontano e non si conoscono".
Vinse la Juve grazie a un rigore inesistente : fallo su Boniek
fuori area, gol di Platini. Davanti alla tribuna stavano i morti
in fila, i morenti, i feriti. Le transenne vennero usate come
barelle da medici che tentavano tracheotomie. C'era tanto sangue,
e gole aperte. Assurdi gendarmi a cavallo andavano su e giù
roteando i manganelli come in una comica di Ridolini. La tv
diede l'esatta misura della mostruosità, ma sul posto le cose
erano diverse: i tifosi avevano capito, però non potevano sapere
dei 39 cadaveri. Neanche i giocatori lo sapevano, tutto aveva
i contorni sfumati del sogno. Tanta gente metteva bigliettini
con numeri di telefono in mano ai giornalisti, implorando che
chiamassero casa per dire "suo figlio è vivo, suo marito sta
bene". E così andò. Dalla tribuna partirono telefonate in tutta
Italia. Ancora non esistevano i cellulari e le e-mail Alla fine
tutti si sentirono vuoti, sfiniti, perduti. La coppa dei Campioni
venne consegnata alla Juventus negli spogliatoi. Platini e qualche
altro fecero il giro del campo. Potevano evitarlo. Il macabro
trofeo scese dall'aereo, a Torino, sventolato da Sergio Brio.
"Fu una partita vera" disse e ripete Boniperti, e non ha neanche
torto. Perché c'era una lastra di vetro tra le squadre e il
mondo, un vetro imbrattato di sangue e molto molto spesso. Si
stava là dietro come per proteggersi, per illudersi che non
fosse vero. "Quando al circo muore il trapezista, entrano i
clown" disse Michel Platini. Allora sembrò una bestemmia, invece
era qualcosa di assai più orribile e definitivo. Era la verità.
(Da "Repubblica"
del 22 Maggio 2003)
Sommario Articoli
Tu dici
«Heysel»…
di Andrea Danubi
Un nome, una storia, una tragedia. Esistono
parole che ne contengono mille, centomila. Tu dici “Vajont”
, “Hiroshima” , “Chernobyl” e non devi aggiungere altro. Heysel,
appunto. Da allora ho conosciuto tanta gente che odia gli inglesi.
Non ha molto senso. Difficile, in ogni caso, combattere contro
il pregiudizio e l’ignoranza. Ho sentito le più grandi stupidaggini
su quella notte, sulla partita, sugli hooligans. Ovviamente
da parte di chi non c’era, perché è molto facile parlare dalla
poltrona di casa, quando in “prima linea” c’erano gli altri.
La più grande bischerata è quella di sostenere che la partita
non andasse giocata. Io rammento bene il clima che si stava
creando nei settori M/N/O, cioè la curva opposta a quella degli
scontri, quando si sparse la voce – eravamo nel secondo tempo
del match - che “c’era qualche morto”. Ricordo l’appello del
povero Gaetano Scirea ( ...”Stiamo giocando per voi”) e di Phil
Neal, che poi scrisse al capitano bianconero queste parole:
"Caro Scirea, sono un calciatore professionista. Come te. Non
sono un politico, o un diplomatico, o un uomo di legge. Non
so scrivere quei discorsi pieni di delicate parole che esprimono
il dolore ufficiale e la tristezza di una nazione e in questo
caso di una organizzazione come il Liverpool Football Club.
Sono soltanto un uomo comune. Posso assicurarti che ho pianto
spesso da quando sono tornato da Bruxelles. Mia moglie e la
mia famiglia possono dirti che persona triste e sconsolata sia
diventato nell’ultima settimana. Ho persino pensato di ritirarmi
dal calcio e di non avere più nulla a che fare con questo sport.
Molti di noi lo hanno fatto. Mi sono troppo divertito in tanti
anni di attività per poter stare a guardare il calcio inglese
che finisce nella spazzatura. Ho lottato e cacciato e spinto
e avuto da dire con Franco Causio nel nome della Coppa del Mondo.
Gli ho stretto la mano, ci siamo abbracciati e scambiati le
maglie. La sua l’ho portata ai miei amici italiani che vivono
a Liverpool. Non sono più così sicuro che lo spirito col quale
abbiamo giocato quella partita bellissima possa sopravvivere,
resistere al comportamento di una minoranza di spostati che
hanno distrutto la nostra grande notte allo stadio Heysel. Noi
due eravamo nello stesso box, abbiamo usato lo stesso microfono
per invocare la calma, per pregare che la nostra partita e il
nostro calcio avessero un futuro. Oggi sono solo e chiedo a
te e agli italiani di perdonare, di avere pazienza, mentre noi
lavoriamo per salvare il nome del calcio, qui in Inghilterra.”
Nelle frasi del capitano “red” tutto il senso di colpa, di vergogna
di una nazione, di un club, dei suoi tifosi. Prova a spiegare,
oggi, che le bandiere della Juve, gli stemmi bianconeri cuciti
sui giubbotti dei “koppities” non sono trofei di guerra, ma
il segno di un particolarissimo “gemellaggio etico”, se così
possiamo chiamarlo. Come se volessero dirci: lo sappiamo, stiamo
ancora espiando. Ricordo il pudore e l’imbarazzo del mio vicino
di posto, nel mio “debutto” ad Anfield, quando chiacchierando
gli dissi che “I was there...” . Pochi, in Italia, capiscono.
Francesco Caremani, l’autore dell’ultimo libro inchiesta su
quella serata, mi dice: “Vai a raccontarlo a chi ci ha perso
un figlio, o un fratello, o il marito....”Gli hooligans. I teppisti.
La feccia. I supporters britannici in generale, additati al
pubblico ludibrio. Una alluvione di luoghi comuni superficiali
e ingiusti. E tonnellate di demagogia. La “giustizia” dell’UEFA.
Una giustizia pusillanime, vigliacca. Con una lunghissima coda
di paglia dimostrata persino 15 anni dopo, agli Europei del
2000, quando i parrucconi del Comitato Organizzatore osteggiarono
qualsiasi commemorazione proposta dalla nazionale italiana davanti
alla lapide nel nuovo stadio “Re Baldovino”. Poi Antonio Conte
e Paolo Maldini andarono ugualmente a deporre dei fiori. Juventus
a porte chiuse i primi due turni europei dell’anno successivo.
Perché? Me lo spieghino. E niente Supercoppa Europea con l’Everton
per il bando ai club di Sua Maestà. Ma che responsabilità avevano
i “toffees”? La Juve poteva almeno giocare contro il Rapid Vienna,
la finalista sconfitta. Niente. Mah. Prima fanno disputare finali
europee con larghissimo seguito di pubblico in impianti ridicoli,
fatiscenti, pericolosi, con otto poliziotti a cavallo: poi cercano
di lavarsi la coscienza col pugno di ferro.....E nessuno di
loro ha pagato, né pagherà. Vorrei qui trascrivere alcuni passaggi
dell’editoriale di Italo Cucci, dal Guerin Sportivo del 5 giugno
1985. ..Avere negato al calcio inglese il contatto con l’altra
Europa è come aver assegnato a quei fanatici una medaglia. Semmai
dovevano punire soltanto il Liverpool, oggettivamente responsabile
dei suoi “animals”; il ritiro del “passaporto” all’Everton e
agli altri club riporta indietro non solo tutta l’Europa calcistica
ma anche quel grande paese sognato che doveva sorgere sull’abbattimento
dei confini e dei nazionalismi (....) non per mero idealismo
ma per amore di una sicura fratellanza fra i popoli. Le lacrime
dei ragazzi di Fagan nella cattedrale di Liverpool sono vere
come quelle che noi abbiamo versato per le vittime dell’Heysel.
Mi sento anche di respingere il ruolo di giudice assegnatosi
dall’UEFA. Se la mano omicida è stata quella degli “animals”
di Liverpool, la mente idiota che ha favorito il massacro è
senza dubbio quella dell’ente calcistico europeo affidatosi
alla federazione belga senza pretendere il controllo della sua
organizzazione, apparsa colpevole fin dalla lontana vigilia,
quando ha saputo interpretare soltanto un ruolo burocratico,
mancando d’intelligenza e di ogni forma di prudenza. Mentre
il signor Millichip, presidente della federazione inglese, comunicava
la dura decisione di ritirare le proprie squadre dalle competizioni
europee, l’intero gruppo dirigente dell’UEFA doveva dimettersi,
imitato dalle autorità calcistiche e dai responsabili dell’ordine
pubblico del Belgio. Tutti costoro – ripeto – sono più colpevoli
della strage di Bruxelles di quanto lo sia il calcio inglese.
In Italia questo doveva essere preteso, dai governanti del calcio
come da quelli del Palazzo; si è invece preferito moraleggiare
sul piccolo e stupido trionfo improvvisato allo stadio dei giocatori
della Juve, sicuramente stravolti dalla terribile vicenda di
cui erano stati testimoni.(....) Piuttosto che rivolgersi ai
veri colpevoli della strage pretendendo giustizia, si è preferito
infierire su chi era andato a cogliere un trofeo nell’Heysel.
Resti pure, quella Coppa dei Campioni, tra i trofei della Juventus:
certo non le darà nuova gloria o felicità. Speriamo invece che
le dia l’energia, la determinazione sportiva di riconquistarla
fra un anno: solo una coppa così, più vera, potrà essere dedicata
al piccolo Andrea Casula e agli altri trentuno italiani che
non sono più tornati dallo stadio di Bruxelles e sono stati
portati sul freddo marmo di un obitorio coperti di bandiere
e di sciarpe bianconere.” Eppure, io dico che il 29 maggio 1985
non è passato invano. Bianconeri italiani e reds inglesi non
possono, non devono sentirsi nemici. E il popolo di Anfield,
scontato l’embargo e le più pesanti condanne morali, è sempre
lì, a sostenere i suoi undici campioni, a urlare “You’ll never
walk alone” dalla Kop. Perché, come diceva Bill Shankly, “Questa
sciarpa è la vita per qualcuno”.
(Da "UK Football,
please" del 5 Dicembre 2003)
Sommario Articoli
Heysel,
quella ferita aperta
Liverpool-Juventus di Champions
League vent'anni dopo Bruxelles
di Aldo Peinetti
In tanti affrontarono la trasferta della
finale: il ricordo di uno scampato Liverpool-Juventus. Il sorteggio
di Champions League a Ginevra propone un abbinamento che richiama
il ricordo di una tragedia, la strage dell'Heysel, avvenuta
vent'anni or sono. Dopo due decenni esatti, la sera del 29 maggio
1985 resta una dolorosa pagina aperta. Non si chiama più Coppa
dei campioni ma Champions League, il mondo del calcio e soprattutto
quanto gli sta attorno è molto cambiato da quella vergognosa
notte in cui morirono 39 persone. Anche dal Pinerolese si mossero
in tanti, 400 o forse più, alla volta di Bruxelles:«Ricordo
un esodo di persone che volevano vivere una festa. Il calcio
come comunicazione, lo sport come aggregazione, vennero schiacciati
dal peso di un lutto reso ancor più lacerante dall'impunità
dei responsabili. Nessuno ha pagato veramente» commenta Enrico
Pollo, allora 24enne, partito da Bibiana per la capitale belga
in compagnia di cinque amici. Le testimonianze raccolte nei
giorni dopo la tragedia ed il ricordo di queste ore fotografano
la trascuratezza della Polizia, l'inadeguatezza dello stadio,
la violenza inscenata dagli hooligan sotto gli effetti dell'alcool.
Fuori dall'Heysel fu aggredito e ferito gravemente al capo Carlo
Duchene, accompagnato dall'amico Ivo Taverna, anch'egli pinerolese.
«Mi sono chiesto più volte cosa sarebbe successo se non si fosse
giocato e penso che la disputa del match sia stata una scelta
obbligata, dettata da ragioni di ordine pubblico. Ci fu una
pesante sottovalutazione dal punto di vista della sicurezza,
mentre sul piano sportivo quella Coppa rappresenta una memoria
scomoda per la Juve e per tutto il mondo del calcio» continua
Pollo, che era ospite del settore Z, dove avvenne la strage.
Attualmente responsabile di progetti comunitari nei Paesi dell'Est
è tornato a visitare l'Heysel durante gli anni trascorsi al
Parlamento europeo: «Ho ripensato a quando solo per caso io
e i miei amici riuscimmo a raggiungere la pista senza venir
travolti e uccisi dalla calca. Gli spalti col porfido, le divisioni
ridicole ed il muretto poi crollato me li porto negli occhi.
Il prossimo Liverpool-Juve? Vinca il fair play e vengano devoluti
gli incassi ai familiari delle vittime».
(Da "ecodelchisone.it"
2005)
Sommario Articoli
A Matteo Marani

Caro Direttore,
finalmente, nel ventennale dell’Heysel,
Juventus e Liverpool si ritrovano. Credo che una grande giornata
di sport sia la cosa più bella per ricordare quella tragedia.
Io c’ero, e sono stato pure a Liverpool pochi anni fa. Ho visto
giocare i reds all’Anfield Road, ho respirato il clima del loro
stadio-mito, ho incontrato il popolo dei “rossi”. Ci sono bandiere
della Juventus cucite insieme alle loro nella Kop, ci sono stemmi
bianconeri sui loro giubbotti. Non sono trofei di guerra da
ultras, ma il segno di un particolarissimo “gemellaggio”, come
fosse un risarcimento morale, se così possiamo chiamarlo. Come
se volessero dirci: lo sappiamo, stiamo ancora espiando. Ricordo
il pudore e l’imbarazzo del mio vicino di posto, durante Liverpool
- west Ham, quando gli dissi che tifavo Juve e che “I was in
Brussels...” . Gli hooligans. I teppisti. La feccia. I supporters
britannici in generale, additati al pubblico ludibrio. Una alluvione
di luoghi comuni superficiali e ingiusti. E tonnellate di demagogia.
Questo fu detto e scritto vent’anni fa. Ma io ricordo le lacrime
di Fagan e dei suoi ragazzi, in cattedrale, nella messa per
i caduti. E la “giustizia” dell’UEFA? Una giustizia pusillanime,
vigliacca. Con una lunghissima coda di paglia dimostrata persino
15 anni dopo, agli Europei del 2000, quando i parrucconi del
Comitato Organizzatore osteggiarono qualsiasi commemorazione
proposta dalla nazionale italiana davanti alla lapide nel nuovo
stadio “Re Baldovino”. Poi Antonio Conte e Paolo Maldini andarono
ugualmente a deporre dei fiori. Vorrei dire agli juventini che
si recheranno sulla Mersey per la gara d’andata: partite tranquilli,
nessuno vi aggredirà. Visitate il museo dentro lo stadio, andate
agli “Shankly gates” dove c’è la lapide che ricorda le 96 vittime
dell’Hillsbrough, ascoltate “You’ll never walk alone” che verrà
cantato a squarciagola, prima del fischio d’inizio, da 44000
innamorati del football. Sarà una festa. La ringrazio per l’attenzione
concessami, mi auguro vivamente che questa mia testimonianza
possa trovare spazio sul Tuttosport.
Nel rinnovarLe tutta la mia stima, Le porgo i miei cordiali
saluti.
Andrea Danubi
19 marzo 2005
Sommario Articoli
Uno stadio inadeguato scelto dall'Uefa, i biglietti "sbagliati",
la ferocia dei teppisti ubriachi, la polizia belga incapace
di contenerli.
Così all'Heysel esplose la
furia hooligan
di Piero Bianco
Gli assalti inglesi fecero
crollare un muro: 39 morti
DOPO due ore di attesa, la porticina sul
retro si spalancò all'improvviso. E la folla silenziosa finalmente
fu ammessa: uno stanzone spoglio, altra interminabile attesa.
Proteste, lacrime. Non può essere ameno un ospedale militare
adibito a obitorio. Ma quella gente pretendeva almeno rispetto,
non lo ebbe. Chi cercava il figlio, chi un amico, la moglie,
il padre, il fratello. Una folla di disperati, reduci da una
notte di vagabondaggio per tutta Bruxelles, ospedale dopo ospedale,
con il cuore in gola, nella speranza di sentirsi dire: «sì,
e' ricoverato qui». E ricevendo sempre un no. Un viaggio del
dolore tra l'ospedale di Jette e quello francese, il Saint-Pierre,
la clinica Saint-Jean. Il caos era totale, nessuno regalava
identità certe, soltanto il passaparola dei superstiti guidava
quelle penose ricerche. Quando l'ultima speranza era caduta,
i parenti delle 39 vittime dell'Heysel (2 rimasero a lungo senza
nome, 32 gli italiani) erano stati dirottati all'obitorio. Per
il triste rito del riconoscimento. La scena che videro lì, a
meno di ventiquattro ore dall'inferno, rese ancor più insopportabile
la tragedia. Eravamo là con loro quando nel pomeriggio del 30
maggio 1985 re Baldovino e la regina Fabiola entrarono nello
stanzone per abbracciare, una ad una, quelle facce sconvolte,
per stringere quelle mani che tremavano di rabbia. «Mi dispiace,
scusateci, faremo di tutto per aiutarvi». Di tutto? Baldovino
evase i doveri istituzionali senza andare oltre, sebbene i suoi
occhi riflettessero un dolore autentico e non la recita di un
copione. Rimase mezz'ora a consolare gli inconsolabili, poi
appena il re se ne andò si spalancò la porta sull'orrore. Entrate,
sceglietevi pure il vostro morto. I corpi erano allineati sul
pavimento, buttati lì senza pietà, con malagrazia. Ancora sporchi
e insanguinati, come erano stati raccolti la sera prima nello
stadio maledetto. Esplose furibonda l'ira dei parenti: una vergogna,
un insulto. Solo il giorno dopo infermieri pietosi misero una
pezza pietosa.
Prima dell'autopsia
e del mesto rientro in patria delle salme, con un aereo militare.
Mentre i feriti, visitati tre giorni dopo da Platini e da alcuni
dirigenti juventini, continuavano a domandarsi perché fosse
successo. Già, perché? Chi non c'era e ha soltanto sentito parlare
dell'Heysel, fatica a capire. Chi ha visto, non può dimenticare,
anche vent'anni dopo. Quel film dell'orrore ha un prologo, l'assalto
degli hooligans ai pacifici tifosi bianconeri nella Grand Place,
cuore di Bruxelles. Sono le 12 e le eleganti vetrine del centro
vanno in frantumi, i seggiolini dei dehors volano in aria. Gli
inglesi sono già ubriachi fradici. La polizia li disperde, li
sottovaluta, si dirigono allo stadio. Alle 18,15, due ore prima
del fischio d'inizio, l'Heysel, fatiscente e inadeguato a una
finale di Coppa Campioni, e' già stracolmo. Nella curva «Z»
dovrebbero esserci solo belgi, a fare da cuscinetto tra le due
fazioni. Invece i biglietti sono finiti anche a molti juventini.
Gli hooligans sono a pochi metri, separati da pochi agenti.
Mezz'ora dopo comincia il viaggio all'inferno. Lanci di sassi
ai rivali, un razzo che esplode, l'onda barbarica ondeggia minacciosa.
Poi, il finimondo. Centinaia di altri hooligans, senza biglietti,
premono dall'esterno per entrare. Sono le 19,22. Alle 19,24
il secondo assalto: irrompono in un settore già strapieno. Crolla
il muro di sostegno, la folla e' travolta dai calcinacci, schiacciata
dalla furia dei teppisti, sempre più eccitati. Chi cerca riparo
verso il campo viene respinto dalla stupidità dei 120 poliziotti
di servizio, che non percepiscono i contorni della tragedia.
Sembra una guerra. Feriti in cerca di soccorso negli spogliatoi,
dispersi che cercano parenti e amici. I primi morti. Il caos
totale. La Croce Rossa allestisce una tenda davanti alla tribuna
centrale e le salme vengono raggruppate proprio lì. Arriva Gianni
Agnelli e intuisce che non sarà una serata di sport: non scende
nemmeno dalla sua limousine, se ne va. Il figlio Edoardo e'
dentro, negli spogliatoi, dove i giocatori della Juve già sanno,
dicono a Trapattoni e Boniperti che non giocheranno. Tutti d'accordo,
ma il capo della polizia Mahieu e il sindaco di Bruxelles Brouhon
ordinano di scendere in campo «per evitare una guerra civile».
Scirea, il capitano, legge un messaggio alla folla: «Amici,
restate calmi, giocheremo per voi». La partita comincia alle
21,43. Davanti alla tv, in Italia, c'e' Sandro Pertini, con
milioni di tifosi. Molti in ansia per i parenti partiti per
il Belgio convinti di vivere una festa. Fuori, si contano i
morti. Quaranta ambulanze e decine di taxi fanno la spola con
gli ospedali per trasportare i feriti. Non c'è gioia, solo disperazione.
Questo e' stato l'Heysel maledetto.
(Da La Stampa
del 19 marzo 2005)
Sommario Articoli
La
notte maledetta del calcio
tra follia, sangue e disperazione
di Maurizio Crosetti
TORINO - Dopo vent' anni, in testa restano frammenti. La
ragazzina sulla transenna usata come barella, con lo sbuffo
rosso sulle labbra: una bambola immobile frantumata dentro.
L' uomo con la pancia enorme, sdraiato sulla schiena, e
il rianimatore che quasi si arrampicava su di lui per pompargli
il massaggio cardiaco, però scivolava, non ci riusciva,
tutto era fretta e impaccio e assurda morte. Il ragazzo
al quale fecero una tracheotomia inutile, nel piazzale davanti
allo stadio dove intanto avevano allineato i primi cadaveri,
e tutti cercavano tutti e nessuno trovava nessuno. Il fragore,
le urla, i movimenti di massa, si inciampava, si scivolava.
Il silenzio assoluto scese solo verso mezzanotte, quando
Bruxelles apparve come una città disabitata. Oppure i gendarmi
a cavallo, assurdi, una giostra comica nella tragedia, andavano
avanti e indietro roteando i manganelli nell' aria, gridando
cose fiamminghe. E i salvati, quelli che chiedevano ai giornalisti
di chiamare casa per loro, e porgevano bigliettini con i
numeri di telefono, dica a mia madre che sono vivo, per
piacere, spieghi a mio padre che sono salvo, e allora facemmo
proprio così: una telefonata al giornale e un' altra in
qualche palazzo sconosciuto nella notte italiana, lontanissima,
per rassicurare, per non riuscire a rispondere alla domanda
impossibile: perché? E le sciarpe bianconere a terra e sul
prato, le bandiere strappate, le scarpe, una piccola di
bambino, i resti della vita che fino a un' ora prima c'
era, era lì in curva e cantava nel «settore Z», poi aveva
ceduto in uno schianto. Una rete da pollaio divideva gli
italiani dagli inglesi, c' era un tramonto rosso pazzesco,
erano rosse anche le maglie degli hooligans che tiravano
sassi e bastoni contro gli juventini (c'era un cantiere
aperto dietro la curva, niente di più facile che rifornirsi
e poi lanciare), gli italiani indietreggiano, gli inglesi
insistono, incoraggiati, avanti. Dalla tribuna si capiva
e non si capiva, c' era quest' onda umana, un movimento
progressivo verso sinistra. Finché il muro crollò. E sotto
il muro le persone, e ancora persone sopra le prime, addosso,
schiacciando polmoni e bocce spalancate. «Ci sono morti,
tanti, corriamo». La notizia arrivò dopo cinque, dieci minuti.
Andammo fuori, sul piazzale. Gli uomini della Croce Rossa
avevano larghi mantelli. Non c' erano barelle, non c' era
niente, solo i gendarmi a cavallo. Arrivò l' auto dell'
avvocato Agnelli, gli dissero cos'era successo, l' auto
ripartì, guidava lui. Avevano messo le persone sopra i pezzi
di transenna e le rovesciavano a terra, quasi tutte già
morte. Pochi medici si affannavano. Uno di loro, un italiano
a Bruxelles per la partita, Roberto Lorentini, poteva salvarsi
e invece tornò indietro per aiutare e finì soffocato. Suo
padre Otello è il presidente dei parenti delle vittime.
Dice: «Da vent' anni non vedo una partita, dunque non vedrò
neanche Liverpool-Juve, da vent' anni aspetto che qualcuno
della Juventus si faccia vivo». Tornammo in tribuna per
scrivere, per dettare al volo gli articoli e per chiamare
in Italia i numeri dei bigliettini. Non c' erano cellulari,
vent' anni fa. L' altoparlante diffuse una voce pacata e
tremula, quella di Gaetano Scirea: «Restate calmi, giochiamo
per voi». Sapeva dei morti, lui già segnato dal destino,
come loro in fondo. Si giocò per evitare altri scontri.
«Ma fu tutto, tranne che una partita di calcio» dice oggi
Zibì Boniek. Uno a zero con un rigore che non c' era, tirato
da Platini. Il giorno dopo, il francese avrebbe detto: «E'
triste, però è la legge dello spettacolo e si doveva giocare.
Quando al circo cade il trapezista, lo portano via ed entrano
i clown». Il giorno prima, anche lui aveva fatto il giro
d' onore con la Coppa dei Campioni in mano, aveva molto
sorriso sotto la curva, difficile decidere chi fossero davvero
i pagliacci. «E' stata una vittoria legittima» commentò
Boniperti che ora aggiunge faticosamente: «Per favore, non
fatemi ricordare». Il presidente era andato all' obitorio,
aveva visto le trentanove bare in fila, trentadue italiane.
«La ferita è aperta e non potrà chiudersi mai», racconta
invece Paolo Rossi. Dopo vent' anni, la memoria è qualcosa
che brucia e non dà risposte, non dà spiegazioni, proprio
come quella sera all' Heysel. Un giornalista che ne aveva
viste tante, uscì dallo stadio in lacrime. «Non potrà mai
più essere come prima, lo capisci?», diceva al giovane collega
che invece pensava a una bambola con la bocca rossa.
(Da Repubblica
del 19 marzo 2005)
Sommario Articoli
Quell'incubo
chiamato Heysel
di Giancarlo Galavotti
LONDRA (Ing) «Trentanove tifosi della Juventus
persero la vita la sera del 29 maggio 1985 per il crollo di
un muretto allo stadio Heysel di Bruxelles». L' inviato della
Bbc Radio al sorteggio a Nyon va con la corrente. Forse dell'
Heysel ha letto solo la versione ufficiale del sito web del
Liverpool FC. «Dopo un intenso lancio di oggetti contro il settore
dei Red, alcuni tifosi del Liverpool si sono lanciati contro
i tifosi italiani. E' scoppiato il caos, i tifosi della Juve
sono scappati, ma un muro che gli bloccava la fuga è crollato
travolgendoli». Vent' anni dopo i fatti sono confusi e appannati,
nell' Inghilterra che si prepara al primo Liverpool-Juve da
quella «tragedy», temendo che i tifosi bianconeri covino ancora
un rabbioso risentimento. «Come reagiranno i fan a Torino?».
Me lo chiede in diretta l' intervistatore di Bbc Radio, che
almeno mi concede di replicare al suo collega che non si può
raccontare la notte dei 39 morti ammazzati, dei 400 e passa
feriti, come se tutto sia dipeso da un muretto instabile. Il
muretto all' esterno del settore «Z» del fatiscente Heysel non
era all' altezza, come tutto il resto dello stadio. Ma non era
stato costruito per resistere alla disperazione di centinaia
di persone terrorizzate. Terrorizzate dai tifosi del Liverpool.
C' ero anch' io, quella sera, in tribuna stampa, un'ora abbondante
prima del calcio d' inizio, fissato per le 20.15. Guardavo la
massa in maglia rossa stipata all' inverosimile nell' altra
metà della curva contigua al settore «Z». Una banale rete metallica
separava gli inglesi ammucchiati dalle gradinate quasi disabitate,
un' ora prima del calcio d' inizio, dello «Z». Una rete metallica
sorvegliata da normali poliziotti. I reparti celeri erano tutti
fuori dallo stadio, secondo il piano. Secondo i dirigenti delle
forze dell' ordine belghe, dovevano restare fuori fino a 10
minuti prima del calcio d' inizio, per prevenire incidenti tra
le tifoserie che arrivavano allo stadio. Solo dopo le 20 si
sarebbero trasferiti sulle gradinate, per controllare la folla
durante la partita. Alle 19 i settori inglesi dell' Heysel già
straripavano, ma nessun dirigente di polizia ha avuto l' intuito,
il coraggio, di cambiare gli ordini. Abituato agli stadi inglesi
di quegli anni, guardavo angosciato la massa Red agitarsi e
ribollire, e raccontavo ai colleghi accanto a me quello che
prevedevo sarebbe successo. Il settore «Z» era mezzo vuoto,
perché nei piani Uefa doveva essere un settore neutro, riservato
al pubblico belga. In Belgio la comunità italiana è vastissima,
e per molti italo-belgi fu semplice acquistare biglietti «Z».
Anche per i bagarini belgi. Che li passarono ad agenzie e a
clienti pronti a pagare prezzi gonfiati. Nel settore «Z» non
c' erano gli ultra bianconeri, collocati invece nella curva
opposta, dietro l' altra porta, ma gente e famiglie normali.
I pochi poliziotti scapparono come pecore quando gli inglesi
caricarono, abbattendo la rete, e scapparono cercando salvezza
gli italiani e gli altri europei. Davanti, in fondo ai gradini,
la barriera metallica. Di fianco, alla destra, il muretto. Schiacciati
contro la barriera, dalle ondate che fuggivano all' assalto
degli hooligan, con qualche poliziotto testardo che cercava
di impedire l' ingresso in campo ai disperati. Schiacciati contro
il muretto. Che poco dopo crollò. Finalmente gli inglesi si
fermarono, ma era troppo tardi: 39 morti (32 italiani) brutalmente
soffocati nella ressa, oltre 400 feriti, sparsi sul campo, tra
soccorsi improvvisati e lo strazio di parenti e amici. La partita
si giocò alle 21.39. Le autorità belghe avevano bisogno di tempo
per organizzare il controllo dell' uscita delle due tifoserie.
Per evitare altri incidenti, giocare fu necessario. Al 12' della
ripresa l' arbitro Daina fischiò un rigore per il fallo di Gillespie
su Boniek. Un metro fuori dall' area. Platini segnò e celebrò.
Anche alla fine, uscendo con altri bianconeri sul campo per
mostrare la Coppa ai tifosi. «Fu tutto tranne che una partita
vera - dice adesso Boniek - Donai il mio premio ai parenti delle
vittime. Ma la voglia di vincere in quel momento era grande».
Platini sarà in tribuna a Liverpool e al Delle Alpi. «Per rendere
omaggio ai tifosi delle due squadre. Gli dirò che il calcio,
com' è diventato, non mi piace: dev'essere una gioco, una festa».
Un gioco, una festa come in Inghilterra, dopo 20 anni di guerra
totale agli hooligan. I 39 dell' Heysel non sono morti invano,
almeno per il calcio inglese.
(Da la Gazzetta
dello Sport del 19/3/2005)
Sommario Articoli
I ricordi della cagliaritana che
nel crollo perse marito e figlio
di Paolo Carta
"Allo stadio Heysel per vedere la finale
di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool dovevamo andarci tutti
insieme: io, mio marito Cicci e i nostri due figli, Andrea ed
Emanuela. Il nostro programma era quello di abbinare la passione
per lo sport con una vacanza, e proseguire dal Belgio sino a
Parigi per festeggiare il 6 giugno il nostro anniversario di
matrimonio. Due giorni prima della partenza decisi di no, che
saremo rimaste a casa,io e la bambina: Emanuela doveva sostenere
l'esame di licenza media, preferii rimanere a Cagliari per aiutarla
a studiare ed evitare distrazioni. Alla fine partirono solo
gli uomini di famiglia. Questo pensiero mi accompagna da vent'anni:
se avessi preso prima la decisione di non partire con loro,
forse Cicci e Andrea avrebbero potuto prenotare prima il viaggio
e trovare posti migliori in quello stadio. Invece no, finirono
nel settore Z. Insieme agli hooligans inglesi. In quella sera
del 29 maggio 1985 la nostra famiglia fu spezzata". Trentanove
morti per il crollo della tribuna che non ha retto all'avanzata
dei tifosi inglesi contro quelli italiani. Tra le vittime anche
due cagliaritani, Giovanni Cicci Casula, dirigente della Cosmin,
appassionato di calcio e tennista per hobby, e suo figlio di
undici anni, Andrea. Anna Passino oggi ha 55 anni, è un'elegante
signora che abita nella stessa casa, a Monte Urpinu. Vent'anni
dopo «il tempo ha attutito il dolore, perché la vita va comunque
avanti e ho dovuto trovare dentro di me la forza per allevare
l'altra mia figlia, che ora è laureata e vive a Roma. Dentro
di me, soprattutto quando ripenso a mio figlio, il dolore è
sempre lo stesso, straziante. Andrea è presente ancora in ogni
istante della mia giornata. Immagino cosa farebbe adesso. Avrebbe
30 anni, magari sarebbe laureato, gli piacevano tantissimo le
materie scientifiche. Da bambino aveva realizzato un campanello
elettrico alimentato dalla pila, per poter entrare nella sua
stanza chiunque doveva suonarlo. E sapeva usare benissimo il
suo computer, un Vic 20: se fosse stato promosso agli esami
di quinta elementare, se la Juve avesse vinto la Coppa e se
il Cagliari si fosse salvato dalla retrocessione in serie B,
il padre gli avrebbe regalato il Commodore 64». Quel bambino
è rimasto bambino, un angelo volato via da quel prato con la
mano stretta a suo padre nel tentativo di scappare dalla furia
della violenza. Quella giornata è diventata una delle pagine
più tristi della storia del calcio italiano, forse più della
tragedia di Superga, l'incidente aereo in cui morì il Grande
Torino di Valentino Mazzola nel 1949. Perché era una evitabile
se fosse stato scelto uno stadio più sicuro; se la polizia belga
fosse stata più preparata; se l'Uefa avesse saputo prevenire
i più annunciati degli incidenti; se non fossero stati sistemati
insieme nelle tribune, fianco a fianco, i tifosi inglesi ubriachi
e i padri di famiglia italiani con i loro bambini. «Certo, venerdì
quando in tv ho visto che la Juventus dovrà incontrare di nuovo
il Liverpool in Coppa dei Campioni, il pensiero è tornato indietro
a quei giorni, a come sarebbe stata la mia vita se non avessi
perso mio marito e il mio bambino. Probabilmente sarebbero andati
insieme a vedere anche la prossima partita. Padre e figlio.
Forse con me ed Emanuela. La famiglia intera. Unita e felice».
Anna Passino ricorda ogni istante di quella serata. «Di pomeriggio
uscii per qualche commissione, rientrai verso le 20 e mi misi
a preparare la cena per me ed Emanuela. In sottofondo la televisione
era accesa e dava notizie sugli scontri tra tifosi. Immediatamente
mi preoccupai tantissimo, ma sino a un certo punto: non sapevo
con esattezza in quale settore dello stadio i miei avevano trovato
il biglietto. E poi, quando vidi che la partita era iniziata
ugualmente, pensai che forse la situazione non doveva essere
così grave. Le notizie erano poco approfondite e molto vaghe.
Soltanto alla fine della partita ci rendemmo tutti conto di
quel che era successo. Vennero a casa i miei cognati, ci mettemmo
in contatto con il Ministero degli Esteri. In un primo momento
ci dissero che il bambino era soltanto ferito, poi la verità.
Un ragazzo torinese, Roberto Lorentini, cercò di rianimare mio
figlio e anche lui perse la vita: adesso il padre, Otello Lorentini,
è il presidente dell'associazione dei familiari delle vittime.
Non rivendichiamo niente, soltanto la verità». I processi a
13 hooligans, al capitano della gendarmeria belga, al presidente
della Federcalcio belga, al segretario generale dell'Uefa si
conclusero con condanne-burla: un massimo di cinque anni, rigorosamente
con la condizionale. L'Heysel venne demolito, rifatto e dedicato
al Re Baldovino. Ci ha giocato anche l'Italia, negli europei
del 2000. «Ma io - dice Anna Passino - il calcio non lo seguo
più da quel giorno maledetto. Eravamo abituati ad andare all'Amsicora
prima e al Sant'Elia poi tutti insieme. Era una festa. Forse
Cicci e Andrea erano abituati al Sant'Elia, non erano preparati
a quel che trovarono all'Heysel». Quella sera di maggio di vent'anni
fa ci fu anche una partita, un rigore regalato ai bianconeri,
una coppa sollevata, un giro di campo in festa. Tra le barelle,
i feriti, praticamente tra i corpi senza vita. «La Juventus
- dichiara Anna Fassino - ha fatto poco per le vittime di quella
sera, ma non è che ci aspettassimo qualcosa. Se è vero che per
questioni di ordine pubblico le squadre furono obbligate a scendere
in campo, è altrettanto vero che sportivamente non sarebbe stato
giusto assegnare il titolo europeo dopo quella tragedia: la
società bianconera avrebbe dovuto restituire quella Coppa dei
Campioni, per rispetto dei suoi tifosi morti». In quei momenti,
quando si perdono le persone care, si entra quasi in trance.
«Volevo soprattutto l'impossibile: dimenticare. Giorno dopo
giorno mi sono resa conto che è impossibile, e che la vita va
comunque avanti. Nei primi tempi avevo trasformato la stanza
di mio figlio in una sorta di museo: fu mia figlia a rimproverarmi,
a farmi capire che non era giusto farla vivere in tutto quel
dolore. Emanuela probabilmente ha realizzato quel che è successo
soltanto dopo. E ha sofferto tremendamente da adolescente. Per
anni non abbiamo apparecchiato il tavolo da pranzo: sarebbe
stato troppo difficile mangiare davanti a quei due posti vuoti.
Prendevamo qualcosa e la mettevamo su un vassoio, poi sedute
sul divano davanti alla televisione. Fortunatamente non abbiamo
avuto problemi economici, abbiamo continuato a vivere tra Monte
Urpinu e la casa al mare a Costa Rei. La casa delle vacanze
ci ha aiutato psicologicamente: tra parenti e amici di Emanuele
e di Andrea non siamo mai rimaste sole. Ma lo strazio ci accompagnerà
per sempre». Anche adesso che Anna Passino ha un nuovo compagno
conosciuto sulla spiaggia di Monte Nai («un affetto importante»).
Ogni trentenne che incontra per strada potrebbe essere suo figlio.
Quello che gli è stato portato via per una partita di calcio.
«Liverpool e Juventus forse giocheranno tra quindici giorni
con il lutto al braccio? Sarebbe un bel gesto, certo, ma nessuno
mi potrà restituire Cicci, mio figlio Andrea, la mia vita».
(Da "L'Unione
sarda" del 20/3/2005)
Sommario Articoli
Ci costrinsero a giocare, ma era uno stadio assurdo
LIVERPOOL - Phil Neal nell' 85 era il capitano dei "reds":
«Per prima cosa, voglio dire che il 13 aprile sarò a
Torino per porgere le mie condoglianze a tutte le famiglie
che all' Heysel persero qualche persona cara. Ci costrinsero
a giocare, ricordo quando io e Scirea leggemmo il messaggio
diffuso dagli altoparlanti, dicendo "state calmi, giochiamo
per voi". Vent' anni dopo, credo che invece avremmo
fatto meglio a tornarcene subito indietro e andare diritti
a casa. Fino a quella sera, avevo pensato che il calcio
fosse solo uno sport, un gioco: avevo torto. Ricordo
l' ultimo allenamento all' Heysel, il giorno prima della
finale: vedemmo quelle barriere ridicole, che anche
un bambino di dieci anni avrebbe potuto scavalcare,
e ci stupimmo che l' Uefa avesse scelto un impianto
del genere per una gara così importante. Era un cantiere
aperto, c' erano calcinacci dappertutto. Fu una partita
surreale, nessuno protestava con l' arbitro, non sapevamo
con esattezza quanti morti ci fossero, eravamo fantasmi
e a un certo punto guardai Platini: mi rispose alzando
le spalle. Credo che anche a lui, di quella partita
non importasse più niente». (m. cr.)
(Da Repubblica
del 31 marzo 2005)
Sommario Articoli
L'orrore dell'Heysel impresso nella mente
di Ed Vulliamy
Intervista di The Guardian al padre
di Alberto Guarini vittima all'Heysel
Corre l'anno 2005, e dopo ben 20 anni di
distanza, le squadre del Liverpool e della Juventus si rincontrano
dopo la strage dell'Heysel che portò via, tra le 39 vittime
totali, anche il nostro concittadino Alberto Guarini. Proprio
per tale occasione l'inviato Ed Vulliamy, giornalista del The
Guardian (uno dei più importanti giornali inglesi e internazionali),
giunge a Mesagne per stilare l'articolo intervistando il padre
del giovane Alberto. Vi proponiamo l'articolo, quindi, non solo
per il suo interesse, ma soprattutto per onorare la memoria,
nel nostro piccolo, di uno sportivo mesagnese ingiustamente
vittima di una tragedia senza precedenti nel mondo dello sport,
sperando che si impari da quella serata da incubo. Proprio per
questo speriamo anche che la nostra comunità, nel ricordare
decentemente la memoria di questo ragazzo, dedichi il nuovo
stadio in contrada Tagliata proprio a lui.2/04/2005. La primavera
del 1985 coincise anche con la stagione più bella della vita
di Alberto Guarini. Il suo 21° compleanno era passato da una
settimana, aveva da poco vinto un torneo locale di tennis doppio
insieme a sua sorella Paola ed era molto innamorato di Stefania,
la sua ragazza (iniziavano a pensare al matrimonio) che lo aveva
anche seguito a Bari, all'università. Lui studia Odontoiatria
e ha da poco superato i suoi esami. A coronare il tutto la sua
squadra del cuore, la grande Juventus, che è arrivata in finale
di Coppa dei Campioni dove sfiderà il forte Liverpool, squadra
che Alberto rispetta e ammira. Suo padre Bruno ha promesso un
regalo come ricompensa del superamento degli esami, qualsiasi
regalo, e nei suoi pensieri Alberto non ha dubbi: padre e figlio
in viaggio insieme, dalla piccola città di Mesagne, in Puglia,
nel Sud Italia, alla volta di Bruxelles per vedere la partita.
Il fatidico giorno sarebbe stato l'ultimo della vita di Alberto,
e di altri 38 non molto diversi da lui, alcuni giovani, in gran
parte adulti. La terza, letale carica delle bande di sostenitori
ubriachi del Liverpool attraverso le gradinate dell' Heysel
Stadium fino ai terrorizzati e fuggiaschi Italiani, intrappola
Alberto e suo padre contro le recinzioni e il muro ai limiti
del loro settore. “Quando i tifosi inglesi si precipitarono
verso di noi, Alberto rimase fermo” ricorda Bruno Guarini. “Lui
gridò: 'Non so se andare sopra o sotto'. Io gli urlai di andare
sotto. Le sue ultime parole furono: 'Papà, mi stanno schiacciando!'
Ricordo ancora tutto, proprio come un film che arriva alle scene
finali, quando la pellicola finisce e non vedi più nulla. Invece
io di notte, a volte, mi sveglio di soprassalto e vedo di nuovo
tutto.” Il film si ferma perché Bruno Guarini, seriamente ferito,
perde conoscenza. Quando si risvegliò, ricominciò l'incubo:
“La Croce Rossa era arrivata. Io ero ferito e contuso un po'
dappertutto. Insistevo con loro per cercare Alberto prima di
essere portato via, anche a costo eventualmente di ritrovarlo
morto, come effettivamente accadde. La Croce Rossa cercava di
portarmi via ma io non potevo lasciare quel posto. Semplicemente
misi la sua carta d'identità nella tasca, quindi mi condussero
in ospedale. C'eravamo precipitati insieme a Bruxelles cantando
sull'aereo. E al ritorno me ne venivo con il corpo di mio figlio.”
E' strano, alla vigilia del prossimo martedì, giorno di un surreale
ed emotivo incontro all' Anfield Road, camminare per le belle
strade barocche del centro storico di Mesagne insieme a Bruno
e ricordare a me stesso che ho visto, da lontano sebbene non
in dettaglio, la morte del suo figlio e di 38 altri nel fatale
blocco Z dell'Heysel. Ero vicino alla linea di centrocampo,
al di sopra del macello. Questa era la posizione per la quale
Guarini aveva richiesto (e aveva promesso) i biglietti, e nella
quale il suo figlio avrebbe avuto la vita salva, se solo i loro
posti non fossero stati spostati all'ultimo minuto dall'agenzia
di viaggi che li aveva fatti arrivare in volo da Brindisi. E'
strano ricordare l'incubo di quel giorno e di quella notte:
il tappeto di cocci di bottiglie di birra rotte e lattine nel
centro di Bruxelles e tutt'intorno allo stadio; quelle tre cariche
verso il piccolo gruppo di tifosi italiani, il cui gruppo principale
si trovava all'estremità opposta del terreno (e la terza delle
quali attraverso la gradinata scoperta in mezzo alla folla in
fuga), ed il fatale crollo del muro, corpi rotolanti verso il
basso, e i furiosi canti di battaglia che ci furono dopo tra
gli inglesi. Ho incontrato per la prima volta Bruno Guarini
15 anni fa. In quel periodo, cinque anni dopo l'incidente, niente
era stato spostato dalla stanza di Alberto. Posato a lato del
suo letto un giornale della Juventus; appesi nell'armadio i
suoi abiti e lo zainetto bianconero nel quale si trovava il
pranzo al sacco preparato per quel giorno, e che tornò insieme
al suo corpo a casa. Ora quella parte di casa Guarini è per
lo più chiusa, ma i trofei di Alberto rimangono, allineati in
fila, e riconducibili ai suoi successi nei tornei di calcetto
e tennis. I muri della sua stanza da letto ora sono ricoperti
da fotografie, dei suoi sorrisi, delle sue speranze e della
sua bella gioventù. “Tutti dicono che il tempo sana le ferite”
riflette Guarini ora. “Ma il tempo non ha fatto niente. Tutto
quanto rimane davanti ai miei occhi come se fosse successo ieri.
Posso ancora sentire la sua voce. Posso ancora vedere il suo
sguardo. Per tutti quanti voi, anche per i tifosi, il tempo
passa. Ma per un padre che ha perso il suo figlio, tutto rimane
dentro e niente si cancella.” I cambiamenti invece consistono
nel matrimonio della sorella di Alberto, Paola, che tra l'altro
vive nella casa accanto, e che ha avuto un figlio, Gabriele,
che ora ha due anni. “E' la mia gioia” dice il nonno. Un piccolo
Alberto ? “Naturalmente!” Per quanto riguarda la partita di
martedì, Guarini ha deciso di vederla. “Lo farò per Alberto.
Sarà come averlo al mio fianco seduto. In fondo è quello che
avrebbe voluto lui.” Mesagne è uno dei tipici paesi che si trovano
per l'Italia centrale e meridionale, dai quali provenivano parecchi
di quei tifosi che si trovavano nel Blocco Z, quelli impossibilitati
ad avere un biglietto per il settore più adatto dello stadio.
è un luogo ricco di qualsiasi mezzo, si trova su una bassa pianura
dalla terra profondamente rossa che si estende all'interno partire
dal porto di Brindisi, nel cosiddetto "tacco" d'Italia. Molti
abitanti della zona lavorano nei terreni circostanti; e poi
sono presenti poche industrie di trasformazione del pomodoro
in salsa, nonché confezionamento di olive e carciofi. Qui Bruno
Guarini viveva e diventava un fanatico tifoso della Juventus,
con uno zelo ereditato da suo figlio. Bruno lavorava come informatore
scientifico per una casa farmaceutica, Alberto optava per odontoiatria,
mentre Paola faceva pratica come farmacista. A Paola era stato
richiesto di garantire la registrazione della partita in videocassetta
per quel giorno. Alberto non era mai stato così eccitato; chiamava
ripetutamente da Bari per assicurarsi che il padre avesse scelto
dei posti buoni. “E naturalmente Alberto conosceva il Liverpool”
dice Guarini. “Erano famosi ovviamente, una squadra meravigliosa,
e noi presumevamo che i suoi tifosi fossero come noi, semplicemente
persone matte per il calcio”. Alberto conosceva l'Inghilterra,
c 'era stato ben tre volte grazie a dei viaggi studio per conoscere
la lingua, a Londra, e si era sempre trovato bene lì. Sua madre
Lucia comunque era nervosa prima della partenza per Bruxelles,
“non per via degli hooligans, solo perché dovevano andare così
lontano.” Alberto e Bruno presero l'aereo: “Era come un festival,
bandiere e canti”. Paola programmava il videoregistratore e
accendeva la tv. I reportage e servizi riferivano di guai nella
folla; Lucia spense il televisore. “Arrivammo presto allo stadio
e vedemmo gli inglesi ubriachi e già fuori di testa, tutti a
torso nudo nella calura” dice Guarini. “Allora dissi ad Alberto:
Spostiamoci il più lontano possibile da loro, mettiamoci vicino
al muro.” Fu la peggiore decisione possibile, da lì non c'erano
vie di fuga. Si” dice, “conosco tutte le giustificazioni. Era
un pessimo stadio e ancora non riesco a credere come abbia potuto
l' UEFA sceglierlo come luogo per la finale tra due delle più
forti squadre d'Europa, ciascuna con migliaia di tifosi al seguito.
Così come non riesco a capacitarmi di come abbiano permesso
la vendita di biglietti per la stessa curva sia agli inglesi
che a noi italiani, quando gli juventini (compresi gli elementi
peggiori) si trovavano nella curva opposta. E la polizia poi:
semplicemente inesistente. Non esistevano protezioni, nessuna
linea per separarci Ma la mancanza di provvedimenti adeguati
giustifica quello che è successo? Può questo giustificare l'assassino
di tante persone? Hanno chiamato questa una tragedia come un
terremoto o un disastro naturale, ma non è stata una tragedia
come si dice, è stata una carneficina.” "Per 50 anni," dice
Guarini, "ho pensato all' Inghilterra come ad un paese civilizzato.
Un popolo civile. Ma quello che mi ha fatto male è che non abbiamo
sentito mai nulla dalla società del Liverpool o dei suoi sostenitori,
non una scusa o un gesto di solidarietà, niente, come se non
avessero fatto niente di sbagliato ". Qualunque sentimento ci
sia o meno nel Merseyside ora (la contea in cui si trova Liverpool,
n.d.t.) - soprattutto dopo l'orrore di Hillsborough (un'altra
tragedia calcistica avvenuta nel 1989 con 96 vittime) – il ricordo
di Alberto è ancora vivo a Mesagne. Qui esiste la Fondazione
Alberto Guarini,(gestita da Gino Sconosciuto, un impiegato di
banca), che per molti anni ha finanziato gli studi presso la
facoltà di Odontoiatria all' Università di Bari, a studenti
locali altrimenti economicamente non in grado di mantenersi.
Recentemente la Fondazione ha deciso di finanziare un posto
all'Università di Lecce in modo da avere voce in capitolo nelle
ricerche e scavi nel sottosuolo di Mesagne, volti a chiarire
la storia della civiltà pre-romana dei Messapi, una popolazione
che abitava la regione a partire dal 18 ° secolo a.C. Inoltre,
il campo da tennis in cui Alberto e sua sorella erano soliti
giocare è ora chiamato "Campo Alberto Guarini" e ogni anno a
Mesagne la fondazione organizza tornei di tennis e calcio, con
i trofei che portano il nome di Alberto. Il cimitero di Mesagne
si trova adiacente al centro della città. Qui le tombe di famiglia
sono disposte come edifici in miniatura lungo una rete di piccole
strade. Quella della famiglia Guarini è di pietra, rivestita
all'interno di marmo bianco. Il loculo di Alberto è situato
più in basso rispetto a quello dei suoi nonni, entrambi i quali
gli sono sopravvissuti. Su di esso vi è una fotografia, l'ultima
che lo ritrae, insieme alla sua fidanzata Stefania, abbracciati,
che sorridono. Di seguito c’è la lettera greca Alpha accanto
alla sua data di nascita e Omega accanto alla data 29.5.85.
“Questa è la mia seconda casa", spiega Guarini, indicando il
posto vuoto al di sotto di Alberto , “e mi attende". I fiori
vengono sostituiti due volte a settimana. Guarini contempla
l’ immagine di suo figlio con gli occhi che si accendono in
un barlume di animazione; un lontano, straziato sguardo. Al
di fuori, gocce di pioggia sbattono pesantemente contro il ferro
battuto. Quindici anni fa Guarini aveva avvicinato il suo indice
alle tempie e detto: "Heysel, questo mondo mi farà impazzire"
Ora, qui, egli riflette: "Penso per tutto il tempo se solo esso
mi avesse dato un altro dono. Se solo l'aereo non fosse decollato
a causa di cattive condizioni meteorologiche. Se solo ..." E
ripete: "Per un padre avere un figlio e guardarlo morire è il
più grande dolore. Ma per perdere il figlio in questo modo,
ucciso da quella gente, è al di là del dolore. E’ qualcosa che
il tempo non può guarire, nemmeno 20 lunghi anni, e ti lascia
la morte nel cuore ".
2/04/2005
(traduzione di Francesco Arnò )
(Da www.forzamesagne.com
)
Sommario Articoli
I tifosi dell'Heysel ripartono da «memoria e amicizia»
di Filippo Maria Ricci
Nel pomeriggio un'amichevole. Prima
della gara uno striscione con le due parole di pace attraverserà
il campo. Il padre di una vittima: «Sono solo gesti formali.
Meglio una partita per beneficenza» A condurre la marcia da
una curva all' altra sarà l' ex capitano dei Reds Phil Neal.
LONDRA. Memoria e amicizia. Quella di martedì
sera ad Anfield per gli inglesi non è una partita come le altre.
E non solo per i tifosi del Liverpool. Da quando l' urna di
Nyon ha accoppiato Liverpool e Juventus per i quarti di finale
della Champions League la memoria della tragedia dell' Heysel
si è come materializzata e nessuno si è tirato indietro, anche
se non è semplice mostrare equilibrio di fronte a una tragedia
tanto grande. Qui c' è ancora chi racconta quella giornata come
un «pomeriggio in cui 39 persone persero la vita per il crollo
di un muretto». Ma fortunatamente per la maggioranza di tifosi,
giornalisti e addetti ai lavori la sfida di domani sera sarà
l'occasione ideale per ricordare le vittime e onorare la loro
memoria. La partita di vent' anni fa ha mutato il corso del
calcio inglese, espulso dall' Europa per cinque stagioni (sei
per il Liverpool) e costretto a venire a patti con un problema,
quello degli hooligans, che era enorme e che oggi per tanti
versi può definirsi sconfitto. Cosa non altrettanto certa in
Italia. Il Liverpool, in accordo con la Juventus, ha deciso
di puntare sulle parole «memoria» e «amicizia» per segnare il
primo incontro con il club bianconero dalla serata dell' Heysel.
Uno striscione con le due parole e i nomi di battesimo delle
39 vittime sarà portato prima della gara dal Kop, la famigerata
curva dei tifosi dei Reds, al settore occupato dai tifosi juventini.
A condurre il drappello sarà Phil Neal, il capitano del Liverpool
all' Heysel. Durante il minuto di silenzio che sarà osservato
prima del fischio d' inizio, il Kop creerà con dei cartoncini
un mosaico con la parola «amicizia», il simbolo del Liverpool
e i colori delle due squadre. Tutti i tifosi ospiti riceveranno
l' ormai classico braccialetto di gomma con i colori rosso-bianco-nero
e la parola «amicizia» in italiano e in inglese, e una brochure
di quattro pagine scritta in italiano incentrata sull' amicizia
tra le due tifoserie. All' interno ci sarà un messaggio di Ian
Rush, simbolico ex delle due squadre, ritratto sia in maglia
rossa che in maglia bianconera, e sul retro un messaggio che
recita: «We are sorry. You' ll never walk alone». Le scuse,
e le parole di solidarietà che danno il titolo al celebre inno
del Liverpool. Anche il programma della partita è stato completamente
ridisegnato: in copertina il logo scelto nell' occasione per
rappresentare il concetto di amicizia. Sul retro, al posto delle
usuali liste dei giocatori, lo striscione «Memoria e Amicizia»
che attraverserà il campo prima della gara. Domani pomeriggio
ci sarà anche un' amichevole tra rappresentative di tifosi.
Cosa che non ha convinto, insieme a tutto il resto del programma
commemorativo, Otello Lorentini, il presidente dell' associazione
creata dai parenti delle vittime. Lorentini all' Heysel perse
un figlio di trent' anni, un dottore che morì nel tentativo
disperato di salvare altre vite:«L' amichevole è per i tifosi
vivi, ma i nostri cari sono morti, ha detto Lorentini. E per
vent' anni Liverpool e Juventus hanno mantenuto un incomprensibile
silenzio, come se volessero rimuovere quanto accaduto. Ora,
visto che sono stati costretti a ritrovarsi, e non per scelta
ma in una competizione altamente remunerativa, hanno pensato
a una serie di gesti che a me paiono puramente formali. Mi farà
piacere, ha proseguito Lorentini, vedere il nome di mio figlio
Roberto sullo striscione che andrà da una curva all' altra,
ma l'unico gesto veramente significativo sarebbe quello di organizzare
un' amichevole tra le due squadre senza alcuno scopo di lucro,
azzerando il fattore economico dell' incontro donando tutti
i proventi in beneficenza, a gente povera o malata. Ho mandato
una richiesta in tal senso all' ambasciata inglese a Roma e
alla Juventus: si potrebbe giocare quest'estate, magari ad Arezzo,
la città dove è stata fondata la nostra associazione. E in parallelo
si potrebbe organizzare un convegno sulla violenza nello sport.
Il Liverpool non ci ha ancora risposto». Da Anfield hanno fatto
sapere che la lettera di Lorentini è arrivata, e che è stata
passata al direttore generale Rick Parry. Ieri tutti i giornali
domenicali inglesi hanno dato ampio spazio al ricordo dell'
Heysel, e il supplemento sportivo mensile dell' Observer, settimanale
politico londinese, al ricordo ha dedicato 18 pagine raccogliendo
le memorie di persone che erano a Bruxelles vent' anni fa, in
campo o in tribuna. Da Paolo Rossi, a Zibì Boniek, dal portiere
del Liverpool Bruce Grobbelaar a Marco Tardelli, passando per
tifosi, fotografi, giornalisti. Peccato che Phil Neal, l' ex
capitano che martedì condurrà il ricordo organizzato dal Liverpool,
si sia rifiutato di rispondere alle domande del giornalista,
chiedendo di essere pagato.
(Dal "Corriere
della Sera" del 4 aprile 2005)
Sommario Articoli
29 Maggio 1985 ore 19.20
L'Heysel è l'inferno
di Galavotti
Giancarlo
Manca poco più di un'ora a Juve-Liverpool,
finale di coppa Campioni. Un gruppo di tifosi del Liverpool
comincia la guerriglia. Il settore Z della curva nord è un campo
di battaglia. Le forze dell' ordine entrano in azione con ritardo.
Gli italiani scappano: chi corre verso la recinzione che separa
la curva Z dal campo (e così trova la salvezza) e chi preme
contro il muretto di recinzione che crolla. Sono circa duemila
i tifosi inglesi impazziti e ubriachi che scatenano l' inferno.
I morti sono 39 (32 italiani), i feriti circa di 400. Alle 21.39
le due squadre scendono in campo. Vince 1-0 la Juve, gol di
Platini su calcio di rigore. I fatti La designazione dello stadio
Heysel da parte dell'Uefa fu aspramente criticata da entrambi
i club: la struttura era fatiscente, priva di adeguate uscite
di sicurezza e di corridoi di soccorso. Il campo di gioco e
le tribune erano malcurati, assi di legno erano sparse per terra,
i muretti divisori erano vecchi e fragili e da essi si staccavano
pezzi di calcinacci, le tribune di cemento sgretolate. Lo scarico
dei servizi igienici colava dai muri, contribuendo a renderli
ancora più fragili. I tifosi bianconeri erano migliaia: buona
parte proveniva dai club organizzati e venne fatta sistemare
nella tribuna N, nella curva opposta a quella riservata ai tifosi
inglesi; molti altri tifosi, sganciati dal tifo organizzato,
padri di famiglia con bambini e sostenitori tutt'altro che "accesi",
comprarono i biglietti al di fuori dei circuiti ufficiali e
si ritrovarono nella tribuna Z, con due reti metalliche a separarli
dalla curva dei più accesi tifosi del Liverpool.Circa un'ora
prima della partita, i tifosi inglesi cominciarono a spingersi
verso il settore Z. Gli inglesi sostennero la tesi di un lancio
di pietre proveniente dal settore dei tifosi italiani per giustificare
la loro spinta violentissima che divelse in pochi secondi le
reti di protezione. In realtà il lancio di pietre non avvenne
mai, al contrario la carica degli hooligans fu preceduta da
razzi sparati sui bianconeri e da una fitta sassaiola. I tifosi
juventini, impauriti, nella totale assenza delle forze dell'ordine
belghe, completamente colte di sorpresa dall'azione degli inglesi,
si ammassarono contro il muro opposto alla curva dei sostenitori
del Liverpool. Alcuni, disperati, si lanciarono dall'alto nel
vuoto, altri cercarono di scavalcare ed entrare nel settore
adiacente; alcuni di essi finirono sugli spunzoni delle recinzioni.
Il muro su cui erano ammassati i bianconeri crollò per il troppo
peso, moltissime persone vennero travolte, schiacciate e calpestate
nella corsa verso una via d'uscita, per molti rappresentata
da un varco aperto verso il campo da gioco. Dall'altra parte
dello stadio i tifosi juventini del settore N e tutti gli altri
sportivi accorsi allo stadio sentirono le voci dello speaker,
dei capitani delle due squadre che invitavano alla calma e in
pochi capirono quello che stava realmente accadendo. Gli scampati
alla tragedia si rivolsero ai giornalisti in tribuna stampa
perché telefonassero in Italia, per rassicurare i familiari.
I morti furono 39, dei quali 32 italiani, 4 belgi, 2 francesi
e 1 irlandese. Centinaia i feriti. Si decise di giocare ugualmente
la partita: la decisione fu presa dalle forze dell'ordine belghe,
per evitare ulteriori tensioni. L'incontro fu disputato in un'atmosfera
surreale, con le notizie che si susseguivano ed i giocatori
stessi ignari di che proporzione avesse assunto la tragedia.
Nel 2000 lo stadio Heysel fu raso al suolo e ricostruito con
un nuovo nome: Stadio Re Baldovino. Al suo interno una targa
commemorativa ricorda la tragedia del 29 maggio 1985. I parenti
delle vittime hanno fondato un Comitato. In occasione del ventesimo
anniversario della strage (29 maggio 2005) hanno presenziato
alla cerimonia di inaugurazione del monumento di commemorazione
delle vittime a Bruxelles, presieduta dal sindaco della capitale
belga. Negli stessi giorni le squadre giovanili di Juventus
e Liverpool si sono affrontate allo stadio Comunale di Arezzo
(città di Giuseppina Conti e di Roberto Lorentini, due delle
vittime; il padre di Lorentini, Otello, è tra l'altro il fondatore
del suddetto Comitato) in un match amichevole.
(Da la Gazzetta
dello sport del 4 aprile 2005)
Sommario Articoli
“E’ il ricordo più brutto della mia carriera”
di R.S.
Heysel 20 anni dopo. Sembra trascorsa
un’eternità eppure il ricordo di questi istanti drammatici,
così tremendamente surreali e fuori da ogni logica umana
sono però, anche se a distanza di tempo, ancora ben scalfiti
nella memoria di chi quelle ore interminabili le ha vissute
in prima persona allo stadio di Bruxelles, oppure le ha
vissute davanti al piccolo teleschermo tremendamente in
ansia per le sorti dei propri familiari. Quel 29 maggio
1985 una semplice partita di calcio tra Liverpool e Juventus
si trasformò dunque in una tragedia in cui persero la vita
ben 39 persone, quasi tutte italiane. Ma l’appuntamento
con la storia è destinato dunque a ripetersi. Vent’anni
dopo quella maledetta finale di Coppa Campioni vinta per
1 a 0 dai bianconeri con un gol su rigore realizzato da
Platini (fischiato per un fallo al limite dell’area su Boniek),
i destini di Juventus e Liverpool tornano così ad incrociarsi
questa sera per i quarti di finale di Champions League.
E così si torna automaticamente a riflettere su un dramma
che ha segnato letteralmente il calcio, oltre a segnare
per sempre la vita dei protagonisti. Tra questi c’era anche
Massimo Bonini, sammarinese classe 1959, che quella sera
di fine maggio era in campo con la maglia della Vecchia
Signora. Oggi Bonini ha 46 anni ed è diventato tra l’altro
papà per la prima volta di suo figlio Arturo lo scorso venerdì,
ma quegli istanti di morte sono per lui indimenticabili.
Vorrei non pensarci - confida l’ex calciatore - ma quella
tragedia è legata al trionfo più importante di tutti gli
anni in cui ho giocato a calcio, è inevitabile che ogni
tanto mi venga ricordato. Spero che l’incontro tra Juventus
e Liverpool sia una partita di calcio. La Coppa che abbiamo
alzato nel 1985 è come se non l’avessimo mai vinta. Come
si può far festa con 39 morti sugli spalti? Fu assurdo,
allucinante, è il ricordo più brutto della mia carriera
e mi auguro di cuore che un episodio del genere non si verifichi
mai più. Una tragedia di una tale portata, quella che si
consumò sugli spalti dello stadio di Heysel, che non subito
fu compresa. Esattamente compresi quello che stava accadendo
quando tornai in albergo, vedendo le immagini in televisione,
fu agghiacciante. La partita però pur nella tragedia si
disputò regolarmente:Giocai quella gara per vincere esattamente
come i miei compagni e i miei avversari. Alla fine esultai
insieme ai tifosi della curva anche loro all’oscuro di tutto.
Le vere vittime non furono gli ultras, ma le famiglie che
erano andate allo stadio con i bambini e rimasero travolte
dalla massa degli Hooligans ubriachi. E per non dimenticare
le 39 vittime di quel 29 maggio saranno attivate alcune
iniziative. Sarà distribuita ai tifosi della Juve una brochure
con un messaggio di Ian Rush, unico giocatore ad aver militato
in entrambe le squadre. A tutti poi sarà regalato un braccialetto
dell’amicizia. Nella curva del Liverpool comparirà anche
la scritta "“Amicizia” a caratteri cubitali.
(Da La Tribuna Sammarinese
del 5/04/2005)
Sommario
Articoli
Heysel, ex hooligan incontra padre della vittima
AREZZO - Vent'anni dopo, l'ex hooligan tifoso
del Liverpool, Terry Wilson, ha chiesto perdono per quello che
ha fatto al padre e al figlio di una delle vittime dell'Heysel,
Otello e Andrea Lorentini. Molto scossi per l'incontro, i due
non sono parsi ancora pronti a perdonare per la perdita di Roberto,
33 anni, quella tragica sera. E' stato il quotidiano francese
L'Equipe a organizzare, ad Arezzo, l'incontro fra i familiari
della vittima e l'ex hooligan che fu condannato a cinque anni
di carcere anche se ha scontato soltanto 10 mesi in tutto. Terry
Wilson, 38 anni, nel viaggio aereo, aveva persino imparato a
dire in italiano 'Sono qui per chiedere perdono. Poi, di fronte
a Otello (81 anni) e Andrea (23), ha ripetuto soltanto ''I'm
sorry, I'm sorry, I'm so sorry...''. Con traduzione simultanea
del giovane Andrea. Otello chiede al nipote di dire in inglese
a Terry: ''Ho visto i tuoi amici tirare fuori oggetti dalle
tasche dei morti''. ''Vi chiedo ancora perdono - ripete Terry
- ammetto di aver dato pugni, calci, che hanno indirettamente
provocato la morte di vostro figlio e di altre vittime. Ma l'ho
capito soltanto qualche ora dopo, sul traghetto di ritorno,
quando le televisioni a bordo hanno mostrato le immagini dei
cadaveri. Allo stadio non ho visto nemmeno un corpo. Dopo le
cariche sono tornato nel settore Y riservato agli inglesi, e
ho aspettato l'inizio della partita. E' orribile a dirsi, ma
eravamo anche impazienti, non avevamo capito l'ampiezza della
catastrofe''.
(Da "Quotidiano
Nazionale" del 5 Aprile 2005)
Sommario Articoli
Io, un sopravvissuto dell'Heysel
mio figlio credeva fossi morto
di Fernando Pellerano
Il corpo è disteso esanime sulla pista d'
atletica. Immobile, senza scarpe, coi vestiti stracciati, calpestato
da altri spettatori. «Ecco, quello sono io, apparentemente senza
vita, uscito neppure adesso so come da quell' inferno». Leopoldo
Lelio, ex funzionario di banca a Bologna, ora in pensione, grande
tifoso juventino, al seguito della Signora in mille trasferte,
fin dagli anni ' 60,racconta la più indelebile. E' un sopravvissuto
dell' Heysel, vent' anni fa: stasera, quando in tv scatterà
Liverpool-Juve, non potrà non ripensarci. La sua storia parte
da quella tragica foto a colori, pubblicata su uno speciale
di Epoca». E non è una storia 'solitaria' , perché accanto a
lui, in ginocchio nella foto, con una maglia numero dieci della
Juve c' è un ragazzino di 14 anni:suo figlio Vittorio, compagno
di tante trasferte. Gli accarezza la testa, forse pensa «papà
è morto». Più in là grida concitate, lamenti, urla. Momenti
tremendi, la follia inglese si è appena scatenata nel settore
Z del patetico stadio di Bruxelles. Poco dopo la conta dei morti:
39. Momenti che non si possono dimenticare. «Invece, le dirò,
a quella serata non ci pensavo più. Me l' avete fatta tornare
in mente voi, cercandomi. Così ho ritirato fuori gli articoli
e i ritagli d' allora». E con loro ricordi vividi, trasparenti,
pieni di rabbia, ma anche di sollievo. «Al momento del sorteggio,
io invece ci ho ripensato subito», racconta Vittorio, testimone
di una vicenda più grande di lui.«Sì, quando ho ritrovato mio
padre là disteso ho pensato fosse morto». Non lo era. Intorno
a loro c' erano tifosi con lo sguardo perso. Fra questi un ragazzo
inglese, con i baffi e la maglia dei Reds. Sarà lui, insieme
a un suo connazionale, a 'risvegliare' papà Leopoldo. «Per fortuna
non sono tutti ubriaconi impazziti. Una volta vista la foto
sul giornale, riconosciuto il ragazzo, scrissi al sindaco di
Liverpool per chiedergli di rintracciarlo. Lui mi ringraziò
e mi mise in contatto con Jeff Conrad.Volevo invitarlo in Italia
per una vacanza, l' avrei portato a Messina, la mia città, la
mia terra. Stavo organizzando una colletta, come riconoscimento
sincero, visto che se la passava male, ma per un motivo o per
l' altro non siamo riusciti a rivederci e dopo tante lettere
ci siamo persi». I due Lelio non agirono in giudizio. «M' arrivò
a casa un questionario dell'associazione dei familiari delle
vittime:lo compilai, lo rispedii, ma non seppi più nulla». Solo
gratitudine per quel ragazzo inglese e ancora tanta rabbia per
l' inefficienza della polizia belga e per l' idiozia dei tifosi
britannici. «Settore Z, già. Erano gli unici biglietti disponibili.
Già all' entrata, due ore prima, c' era ressa. Iniziai a preoccuparmi
quando vidi la rete di recinzione fra le tifoserie:ridicola,
sembrava quella di un pollaio. Con mio figlio mi piazzai al
centro della curva, poi ci fu il lancio di pietre,di bottiglie
e infine lo sfondamento. Presi per mano Vittorio e scappammo,
non verso il muro,ma giù in fondo alla curva. Vidi pugni, coltellate,
una ragazza sgozzata con una bottiglia rotta che chiedeva pietà.
Polizia? Quattro gendarmi a cavallo, inermi. In fondo alla curva
la rete cedette, feci in tempo a mollare Vittorio che riuscì
a scavalcare la folla e si ritrovò in campo,io invece svenni
nella bolgia e mi risvegliai 30 metri più in là:non so come
ci arrivai. Ero vivo e con me mio figlio. Andai a farmi medicare
sotto la tribuna, ma non volevano farmi entrare con Vittorio,
assurdo. Me ne scappai in tribuna centrale e lì vedemmo la partita».
Nessuno poteva uscire, si doveva giocare e assistere. «Fu strano,
certo, ma non c' era alternativa. Ogni tanto ci abbracciavamo,
per rassicurarci. Mi diede fastidio l' esultanza di Platini».
Intanto la moglie a casa, raggiunta da telefonate di amici e
parenti,rassicurava tutti: «Li ho visti in tv, stanno bene».
Sì, ma erano immagini registrate.«Poi la chiamammo alle due
di notte: va tutto bene».In realtà l' odissea continuò dopo
la partita. «Perdemmo l' autobus, un camper di teatini ci riportò
in città,riconobbi l' albergo per caso, il direttore non voleva
darci da mangiare,era tardi. Chiamai l' ambasciatore, il figlio
di Saragat, ci portarono delle noccioline, come a delle scimmie.
Belgio, Inghilterra. I migliori, con tutti i nostri difetti,
siamo noi». Tornati a Bologna, subito al Rizzoli: 30 giorni
di convalescenza. «Ero giallo, conseguenza di quel soffocamento,
con una gamba cartonata». E Vittorio? Niente di niente. «Ma
per 5 anni non sono più tornato allo stadio. Ora sì, ma per
il mio Messina, lontano dalla ressa e vicino alla polizia. La
Juve la vedo in tv. Da piccolo tifavo Torino, poi ci fu Superga
e passai all' altra squadra della città». E un' altra finale
di Champions? «Eravamo stati anche ad Atene (0-1 con l' Amburgo),
bella gita, brutta partita. Istanbul mi piacerebbe, non ci sono
mai stato,ma non contro una squadra inglese, mai più. Sarebbe
bella una rivincita col Milan. Ecco, allora forse ci andrei».
(Da "Repubblica"
del 05 aprile 2005)
Sommario Articoli
L'Heysel è una ferita che si riapre
di Paolo Forcolin
Tacconi: «Sapevamo che c'erano morti».
Boniperti: «Si giocò soltanto per
evitare altre vittime»
Saranno vent' anni, a maggio. Ma il ricordo
di quella sera è più vivo che mai. Non ombre indistinte, amnesie
offuscate dagli anni. No, graffiti tracciati sul granito, incancellabili.
Chi c' era, all' Heysel, quella sera del 29 maggio ' 85 non
potrà mai dimenticare. Soprattutto non potrà farlo chi, in quella
tiepida sera belga, era tra i protagonisti. Stefano Tacconi
era il portiere titolare della Juve, allora. Un titolare ritrovato,
se vogliamo, perché Trap lo aveva «segato» di brutto all' indomani
del derby d' andata (18 novembre ' 84). Poi, il 5 maggio, trasferta
di Napoli, Trap lo richiamò. E Tacconi si riprese il posto,
a pochi giorni, in pratica, dalla finale di coppa Campioni,
ancora col Liverpool. A tanti anni di distanza, e a poche ore
dalla nuova sfida con i Red Devils, quella sfida lontana e tragica
fa ancora, inevitabilmente, parlare di sé. Una domanda, in particolare,
suscita ancora contrasti: sapevano che cosa era successo i giocatori
della Juve? Sapevano che il settore Z era diventato un immane
mattatoio, che tanti tifosi italiani (32 morti sui 39 totali)
erano stati massacrati dalla furia degli hooligan? La voce di
Stefano è forte e chiara, nessun tentennamento: «Sapevamo. Lo
sapevo io, lo sapevano tutti. Non il numero delle vittime, questo
no. Ma sapevamo che era successo qualcosa di gravissimo, che
c' erano stati dei morti. Lo capimmo subito: da quando, negli
spogliatoi dove stavamo preparandoci alla partita, cominciammo
a veder arrivare i nostri tifosi. Feriti, in stato di choc,
tremanti di paura e di freddo. Molti sanguinavano, erano con
i vestiti a pezzi, senza scarpe. Il povero dottor La Neve si
adoperava per prestare le prime cure, soccorrere chi aveva più
bisogno. Chi arrivava da noi era sconvolto. E raccontava di
quanto era successo fuori, la carica degli inglesi, il muro
che non aveva retto, la gente calpestata. La parola "morti",
al plurale, rimbalzava di frequente. Certo, nessuno poteva conoscere
l' entità della tragedia: ma dalle loro parole capimmo, tutti,
che era successo qualcosa di terribile. So che qualcuno continua
a dire di non aver saputo praticamente nulla: non voglio sapere
perché, non mi interessa. Ma sarebbe bastato sentire i racconti
dei feriti». Sergio Brio era lì, nello spogliatoio. Conferma
la versione di Stefano tranne che in un particolare: «Vero,
c' era tanta gente terrorizzata, ferita. Ricordo che demmo loro
scarpe, k-way, tute, tutto il materiale non indispensabile.
Quanto ai morti, io ricordo solo che si parlava, al singolare,
di una persona probabilmente deceduta». Riattacca Tacconi: «La
Juve non avrebbe voluto giocare. Boniperti e Morini lo dissero
chiaro e tondo all' Uefa. Ma, poi, arrivò un generale belga,
funzionario del ministero degli Interni. Disse a Boniperti che
si sarebbe dovuto assumere la responsabilità di eventuali altri
incidenti, perché l' ordine pubblico non era governabile. E
fu così che accettammo di giocare. A scanso di equivoci, fu
partita vera, anche se noi, a mio parere, giocammo il peggior
match dell' anno. Quanto al rigore, l' arbitro non poteva vedere
il luogo esatto del fallo su Boniek (fuori area, ndr) e il guardalinee
non si prese la responsabilità di fargli cambiare idea. Errore
arbitrale, insomma, non regalo o compensazione per quanto era
successo. Alla fine, molti criticarono il giro con la Coppa
in mano. Io non uscii, molti compagni sì. Ma ricordo che il
giro ci fu richiesto espressamente dai tifosi. Il Liverpool?
Io ebbi l' impressione che avessero preso quanto accaduto con
molta minor partecipazione, rispetto a noi. Magari erano più
abituati alle violenze degli hooligan, magari, più semplicemente,
cercarono di approfittare della nostra condizione psicologica
per vincere la coppa. Non ci riuscirono». Vent' anni dopo la
parola Heysel accende in Giampiero Boniperti ricordi nitidi
e una rabbia difficile da reprimere. «Sono stato in Parlamento
a Bruxelles per 5 anni e non ho mai più voluto passare davanti
a quello stadio. Ancora oggi, confesso, non sono sereno quando
penso al capo della Gendarmeria della città, perché non posso
dimenticare che c' era un poliziotto, uno solo, in quel settore
maledetto a tenere a bada i tifosi inglesi. Eppure la pericolosità
degli hooligan era sotto gli occhi di tutti. La sera prima della
partita, mia moglie che alloggiava in un hotel del centro mi
telefonò sconvolta in ritiro: "Piero, qui sta succedendo un
finimondo, ci sono inglesi ubriachi che stanno spaccando tutto,
ci sono vetri ovunque, vetrine infrante...". E il mattino dopo,
durante il sopralluogo allo stadio, non riuscivo a capacitarmi
di quel che vedevo: l' Heysel sembrava un cantiere, all' esterno
c' era addirittura una catasta di legna, proprio dietro le gradinate
dove si è poi consumata la tragedia. Ricordo tutto di quel giorno,
io conoscevo l' entità del disastro perché nella pancia dello
stadio dove mi trovavo c' era la tv, ma chi stava sugli spalti
in altri settori, lontani dal V e dallo Z, e gli stessi giocatori
che naturalmente non ignoravano l' accaduto - i capitani Scirea
e Neal lessero un messaggio via radio - non avevano la consapevolezza
dell' enormità di quel stava capitando. Proprio la necessità
di evitare una guerra ci indusse a scendere in campo. Io non
volevo giocare e non voleva giocare il presidente del Liverpool:
ma il capo della Gendarmeria e il rappresentante dell' Uefa,
su ordine del ministro degli Interni belga, ci spiegarono che
disputare la partita avrebbe evitato l' esplodere di ulteriore
violenze. E si giocò. E fu partita vera. Ma io quei morti li
ho visti e me li ricordo tutti. E non voglio dimenticarli. Perché
credo che ricordare è l' unico modo per evitare che tragedie
simili si ripetano. Per questo nella vecchia sede bianconera
di piazza Crimea feci posare un cippo con le parole di Giovanni
Arpino: "Qui ricordiamo le 39 vittime di Bruxelles il 29 maggio
1985 trucidate da brutale violenza. Quando onore, lealtà, rispetto
cedono alla follia, è tradita ogni disciplina sportiva. Alla
nostra memoria il compito di tenerla viva"». Paolo Forcolin
Enrica Speroni 29 MAGGIO 1985 IL SETTORE «Z» DIVENTA UN INFERNO
29 maggio 1985, ore 19.20: l' Heysel è un inferno. Manca poco
più di un' ora a Juventus-Liverpool, finale di Coppa dei Campioni,
un gruppo di tifosi del Liverpool comincia la guerriglia. FUGA
Una banale rete metallica separava gli inglesi ammucchiati dalle
gradinate del settore «Z», era sorvegliata da normali poliziotti;
i reparti celeri erano tutti fuori dallo stadio e avevano l'
ordine di restarci fino a 10 minuti prima del calcio d' inizio
per prevenire incidenti tra le tifoserie in arrivo. IN RITARDO
Le forze dell' ordine entrarono in azione in ritardo. Gli italiani
scappavano: chi correva verso la recinzione che separava la
curva «Z» dal campo (e trovò la salvezza) e chi premeva contro
il muretto di recinzione, che crollò. Il muretto all' esterno
del settore «Z» del fatiscente Heysel non era all' altezza,
come il resto dello stadio, ma non era stato costruito per resistere
alla disperazione di centinaia di persone terrorizzate dai tifosi
del Liverpool. Circa 2.000 tifosi inglesi impazziti e ubriachi
scatenarono l' inferno. MORTI I morti furono 39 (32 italiani),
i feriti circa 400. Alle 21.39 le squadre scesero in campo.
Vinse la Juve 1-0, con gol di Michel Platini su calcio di rigore.
(Da La Gazzetta
dello Sport del 5/4/2005)
Sommario Articoli
Ma io voglio un'amichevole per le vittime
di Maurizio
Crosetti
LIVERPOOL - Il signor Otello Lorentini
ha passato vent' anni a battersi e un pomeriggio a rispondere
al telefono. «Sono distrutto». All' Heysel perse il figlio
Roberto, medico, che poteva salvarsi e invece tornò indietro
per aiutare gli altri e morì. «Ho sentito della partita
tra i tifosi, dei braccialetti e dello striscione. Un vecchio
di ottant' anni può dire parolacce? Sì? Allora vi rispondo
che sono cazzate. Della partita non m' importa nulla e non
la guarderò, io voglio organizzare un' amichevole tra Juventus
e Liverpool entro la fine dell' anno, per celebrare i vent'
anni di Bruxelles. Lo voglio fare per i morti, non per i
vivi, per i morti e non per i tifosi, è chiaro?» Come presidente
dell' associazione dei parenti delle vittime, Lorentini
è andato a sbattere contro vent' anni di silenzio. «Mai
riuscito a parlare con nessuno della Juve o del Liverpool,
la verità sembra far paura a tutti. Adesso mi dicono che
in Inghilterra si sta considerando la nostra proposta, ho
ricevuto una lettera, vedremo. Ho appena incontrato un hooligan
pentito, è venuto a trovarmi ad Arezzo dall' Inghilterra,
si chiama Terry Wilson. Mi ha detto di essersi fatto la
prigione e di avere picchiato, quella sera, senza però uccidere
nessuno. L' ho corretto, dicendogli che se aveva buttato
giù la rete, allora era stata colpa anche sua. Ha risposto
sì, ha chiesto perdono e io gli ho detto che non sono ancora
pronto a perdonare. Ma almeno lui ha chiesto scusa e mi
è sembrato sincero, a differenza di altri, anche se io non
odio nessuno». Vent' anni senza un figlio che quando morì
ne aveva due, piccoli. «Così, perdendo Roberto, di figli
ne ho avuti in cambio tre invece che uno: i miei nipoti
e mia nuora. Li ho allevati meglio che ho potuto, oggi Andrea
ha 23 anni e si è appena laureato, mentre Stefano ne ha
21 e va all' Università. Senza di loro non sarei mai arrivato
ai miei ottant' anni, dove avrei trovato la forza? I ragazzi
sono cresciuti serenamente, io ci ho messo passione».
(Da Repubblica del
05 aprile 2005)
Sommario
Articoli
Un minuto di silenzio per le vittime
di Giancarlo Galavotti
LIVERPOOL - (g.c.g.) Ci sarà il minuto di
silenzio per le vittime dell' Heysel. La Uefa ha acconsentito,
alla fine, alla richiesta di Liverpool e Juve. Non è stato facile,
fanno capire i dirigenti di Anfield. La Uefa, condannata dalla
Cassazione belga nel ' 91 come corresponsabile della strage
di Bruxelles, si è mostrata restia ad avallare le iniziative
alla memoria. Il Liverpool e la città di Liverpool non si tirano
indietro. A tutti i tifosi juventini sarà offerto un bracciale
rosso, bianco e nero, i colori delle due squadre, con la scritta
«Friendship-Amicizia». Prima del calcio d' inizio una processione
partirà dal Kop, la tribuna del tifo Red, con uno striscione:
«In memoria e in amicizia» con i nomi delle 39 vittime. La processione
arriverà davanti al settore dei tifosi juventini. Il Liverpool
ha prodotto anche sciarpe congiunte, metà rosse e metà bianconere,
per commemorare la partita. Presenti anche ex giocatori del
Liverpool, guidati dal capitano della squadra finalista nel
1985, Phil Neal.
(Da Gazzetta
dello Sport del 5/4/2005)
Sommario Articoli
Heysel,
la notte del perdono
di Giancarlo Galavotti
Platini e Rush commuovono Anfield,
ma la curva bianconera resta ostile
Dal nostro inviato - LIVERPOOL - L' ultima
pagina è la prima del Liverpool Echo, il giornale del pomeriggio.
La prima pagina, tutta nera con il testo bianco, come un annuncio
funebre. L' ultima pagina, vent' anni dopo, del dramma dell'
Heysel. Liverpool, la città, la gente, il Liverpool, i tifosi,
confessano la colpa e chiedono perdono, per quella sciagurata
notte del 29 maggio 1985. «We' re sorry». «Ci dispiace». Il
Liverpool Echo è la voce di tutta la città: «Dire ci dispiace
è una cosa, dirlo sentitamente è tutt' un' altra cosa. Ma oggi
i tifosi della Juventus che arrivano ad Anfield possono essere
certi che questa parola, "sorry", viene dai cuori,come dalle
labbra di Liverpool». «E così deve essere. La spaventosa fine
di trentanove tifosi della Juventus all' Heysel ha segnato una
delle più tragiche ore nella storia del calcio. I tifosi del
Liverpool che caricarono quei tifosi italiani in Belgio sono
i vergognosi responsabili della strage. Senza se, senza ma,
senza attenuanti». L' ultima pagina sull' Heysel, 20 anni dopo.
Vent' anni di rimorsi, Senza se, senza ma. Non c' è bisogno
di dire altro. Diventa perfino superfluo il cerimoniale di Anfield,
del simbolico abbraccio tra i tifosi. Un abbraccio che muore
contro una muraglia di indifferenza, purtroppo bianconera. Michel
Platini e Ian Rush guidano la piccola processione che avanza
verso il settore dei tifosi juventini. Due simboli della Juve,
in quella notte dell' Heysel avversari. Doveva esserci anche
Phil Neal, che era il capitano del Liverpool nel 1985, ma ha
rinunciato, per una sua personale vergogna. Domenica scorsa
il settimanale Observer ha dedicato uno speciale di 14 pagine
alla cronaca e alle testimonianze dell' Heysel. Ha cercato anche
Neal, che ha rifiutato di collaborare. Per un pugno di sterline.
L' Observer ha pubblicato il testo integrale della telefonata
tra il giornalista e l' ex terzino. «Che vuoi da me, un parere?
E perché mai vuoi che ti aiuti? Vuoi un parere così pubblichi
il tuo servizio e ti aiuto a pagare il mutuo della casa? Io
non aiuto nessuno gratis, caro mio, il mio parere si paga».
Anche Phil Neal dunque è vittima dell' Heysel, a distanza di
vent' anni, vittima della sua meschinità. Una merce che non
resta fuori da Anfield, anche se l' ex capitano non è sceso
in campo. Avanza lo striscione portato dai tifosi del Liverpool:
«In memoria e amicizia». Avanza verso il settore dei bianconeri,
dalla parte opposta al Kop, la tribuna del tifo red. «In memoria
e amicizia» scritto in italiano, sopra i nomi delle 39 vittime
di Bruxelles. Quattro tifosi bianconeri si uniscono alla processione,
fanno parte della delegazione ufficiale, quella che ha collaborato
con il Liverpool e Liverpool. Ma una parte troppo numerosa tra
i duemila sostenitori arrivati dall' Italia, nel settore dietro
l' altra porta, non collabora affatto, nello spirito e nel comportamento.
Le prime file voltano sdegnosamente le spalle all' avanzare
dello striscione, grida ostili, appena soffocate dall' applauso
di Anfield, irridono alla memoria e all' amicizia. Anche quando
s' accende lo spettacolo di You' ll never walk alone, il coro
di 35.000 fans del Liverpool capace di sciogliere una statua
con l' inno del club, dal settore bianconero continua la dissonanza.
Il Kop non desiste: fa scattare il mosaico totale, la scritta
«Amicizia» sboccia gigantesca sui colori del Liverpool e della
Juve. Squadre in campo, finalmente. Squadre in cerchio, al centro.
Un minuto di silenzio. L' annuncio in inglese spiega che è in
ricordo di Papa Giovanni Paolo II, e delle trentanove vittime
dell' Heysel. L' annuncio in italiano viene invece dedicato
solo al Papa. Il silenzio è totale, sugli spalti rossi. Gli
italiani rispondono con l' applauso. Requiem. Si comincia a
giocare. All' applauso per le vittime il settore juventino risponde
con indifferenza I tifosi del Liverpool chiedono scusa 20 anni
dopo la strage.
(Da la Gazzetta
dello Sport del 6/4/2005)
Sommario Articoli
Il dolore non prevede l'inciviltà
di Enrica Speroni
Le schiene rivolte al campo, gli slogan
odiosi, i gesti offensivi a comporre una sceneggiatura della
vergogna pensata e realizzata con una ritualità inquietante.
Un centinaio di ultrà bianconeri ha inteso manifestare così
il dissenso nella giornata in cui Liverpool (e non soltanto
il Liverpool) chiedeva scusa per la vergogna dell' Heysel. Vent'
anni dopo quel maledetto 29 maggio ' 85 dobbiamo fare i conti
con un desiderio di vendetta non sopito, certi peraltro che
molti degli ultrà presenti allo stadio di Anfield la sera di
Bruxelles non erano nati o quasi. C' è un malinteso senso della
memoria che impedisce la pacificazione. «Non vogliamo dimenticare»
hanno gridato e minacciato, già pensando al ritorno di mercoledì
a Torino. E chi ha detto che bisogna dimenticare? Su questo
almeno siamo d' accordo: è giusto ricordare, nulla va cancellato
di certe tragedie. Ma la memoria, il dolore della memoria, non
si nutre di rabbia e di risentimento. Martedì i giocatori di
Liverpool e Juventus sono stati all' altezza della sfida e di
quel che rappresentava nella storia delle due società. Si sono
affrontati con grande vigore, ma senza un gesto o una parola
fuori posto: un messaggio che i tifosi, tutti i tifosi, non
possono non raccogliere. Giorni difficili ci aspettano e nessuno
può consentirsi il ruolo di osservatore. Uscirne bene è un dovere.
Perché Juventus-Liverpool merita di tornare a essere ancora
soltanto una bellissima partita di calcio. Semplicemente con
una dedica in più.
(Da la Gazzetta
dello Sport del 7/4/2005)
Sommario Articoli
Un incontro atteso da 20 anni
Di Emanuele Gamba
Per la prima volta in vent'
anni, i parenti delle vittime dell' Heysel troveranno
cittadinanza nel mondo della Juventus, incontreranno
i responsabili della società bianconera, avranno
un piccolo spazio ufficiale per manifestare il loro
dolore. Torino e la Juventus non si stanno attrezzando
con la stesso garbo e lo stesso pudore con cui Liverpool,
in occasione della partita d' andata, si era mobilitata
(dal sindaco alla popolazione intera, anche perché
loro si sentivano i qualche modo "i colpevoli")
per trasformare la memoria in un gesto di pace,
ma si sta comunque organizzando un incontro a suo
modo storico: domani pomeriggio, infatti, il presidente
del comitato delle vittime di Bruxelles, il toscano
Otello Lorentini, sarà ricevuto nella sede della
Juventus dal presidente Franzo Grande Stevens, che
nei giorni scorsi ha preso contatto con l' uomo
che all' Heysel perse un figlio. Sarà il primo incontro
ufficiale fra il club bianconero e i reduci di quel
massacro, ed è significativo che il primo passo
lo abbia mosso Grande Stevens, la figura più istituzionale
della Juventus. Mercoledì, poi, Lorentini e altri
membri dell' associazione incontreranno Rick Perry,
amministratore delegato del Liverpool, e probabilmente
anche una delegazione di tifosi dei reds. E anche
in questo secondo appuntamento è prevista la presenza
della dirigenza juventina. L' obiettivo di Lorentini,
in ogni caso, resta l' organizzazione di un' amichevole
fra Juve e Liverpool, che si dovrebbe giocare ad
Arezzo il 29 maggio, ventesimo anniversario della
strage dell' Heysel. Per anni s' è sognato di vedere
in campo le due squadre "vere", adesso riunite dal
sorteggio della Champions League. Ora, invece, l'
ultima ipotesi è che la partita venga giocata da
due formazioni giovanili: un evento ritenuto ancora
più carico di significati simbolici.
(Da
Repubblica del 11 aprile 2005)
Sommario Articoli
E a Torino la vendetta ultrà
Di Nicolò Zancan
TORINO - Un' ora a giocare alla
guerra. Con le molotov in mano, i bulloni in tasca,
lanciando bottiglie nel mucchio, sulla testa di chi
scappa e non capisce: «Ma chi sono quelle bestie, inglesi?».
No, sono tutti tifosi della Juventus, ragazzi italiani
con le facce nascoste nelle sciarpe, e un solo striscione
esemplificativo: «Amici di nessuno». Sono venuti a mantenere
le loro promesse terribili: «Vendetta! Quegli infami
che caricarono le nostre famiglie scenderanno a Torino
con due decenni in più sulle spalle ma la stessa puzza
di birra di allora. Vendetta!». Duemila inglesi arrivano
allo stadio alle 18,30. Una fila di venti pullman più
che scortati dalle forze dell' ordine, separati dal
resto della città. Fanno la fila davanti all' ingresso
del settore Est 3, protetti da un cordone di polizia
imponente. Cinquanta di loro sono ubriachi fradici.
Per tutto il pomeriggio hanno corretto bottiglie da
due litri di Coca Cola con superalcolici. Cantano a
torso nudo, mostrano bandiere e tatuaggi. Ma nessuno
li sente. Perché 400 tifosi della Juventus hanno deciso
di sfogarsi contro le forze dell' ordine che impediscono
il contatto. «Non chiamateli tifosi», urla un poliziotto
che si lancia nella bolgia con il casco in testa e la
visiera abbassata. Pugni, manganelli, occhi neri, labbra
insanguinate. Quattro arresti in flagrante. Due elicotteri
volano sopra gli scontri, polizia e carabinieri. Esplodono
botti fortissimi, che non sono petardi e non solo bombe
carta. Sono anche bottiglie incendiarie. E infatti bruciano
tre auto, due della polizia. Qualcuno lancia delle pietre,
oppure pezzi di asfalto sbriciolato. Si avvicinano le
sirene delle autoambulanze, i mezzi dei vigili del fuoco.
E' una colonna sonora che fa paura. Famiglie scappano
via di corsa, un giornalista del London Time guarda
il fumo e dice: «Mai visto niente del genere». Sono
le sette di una sera bellissima, con il sole rosso e
le montagne vicine. «Anche quel giorno all' Heysel era
una bellissima giornata di sole», ricorda un signore
che si chiama Adriano Lazzarini. Era allo stadio anche
il 29 maggio 1985, nel settore Z: «Ma io ero in alto
e mi sono salvato». Non è stata la festa dello sport
che auspicava il sindaco di Torino, Chiamparino. E stata
una giornata vissuta con grande preoccupazione e poi
un' ora di violenza assurda, annunciata. Con i ragazzi
del reparto mobile a schivare i bulloni, a saltare davanti
alle esplosioni che divampavano ai loro piedi. E i tifosi
del Liverpool a intonare i loro cori nello spiazzo blindato
davanti al Delle Alpi. Le forze dell' ordine hanno isolato
i 400 irriducibili. Nei giorni prima avevano scritto
su internet messaggi come questo: «Io non accetto le
loro scuse, io non stringo quelle mani lorde di sangue.
I semi dell' Heysel hanno fatto crescere la pianta del
disprezzo». Alle sette e mezza di sera urla, botte e
facce terrorizzate. Sospetti terribili: «Agente, controlli
quel sacchetto, forse c' è una bomba». Gli ultras della
Juve prima cercano di sfondare il settore Est 4, poi
assaltano il settore Sud. La polizia è costretta a sparare
lacrimogeni, persino da dentro lo stadio verso fuori.
E la gente piange, si tiene gli occhi e il naso. Due
bambini con la sciarpa della Juve scappano a casa. Gli
arrestati non sono nomi sconosciuti alle forze dell'
ordine. Sono facce già fotografate e riprese dalle telecamere
dello Stadio delle Alpi. Alcuni sono estremisti di destra.
Come i sei ragazzi che martedì sera hanno organizzato
la caccia agli inglesi. Sono usciti di casa con le fidanzate
e le mazze di ferro nel bagagliaio. Hanno scelto un
pub di Via Po, in pieno centro. Sono entrati a mezzanotte
con le sciarpe bianconere calate sugli occhi e hanno
preso a bastonate il primo ragazzo venuto da Liverpool.
Sette giorni di prognosi. I ragazzi con i bastoni sono
stati denunciati dalla DIGOS. Poi con la stesse facce
sono andati allo stadio.
(Da
Repubblica del 14 aprile 2005)
Sommario Articoli
Vent'anni fa la tragedia dell'Heysel
con 39 morti
Riecco Juve-Liverpool con il dolore nel cuore
Capello:«Ci sarà un pensiero per
quelle vittime»
di Roberto Perrone
La storia la conosciamo tutti. È la cronaca
che ci sfugge. Liverpool-Juventus vent' anni prima. Mercoledì
29 maggio 1985, a Bruxelles, in una serata molto calda, che
rese bollenti le teste degli inglesi e anche l' asfalto del
circuito di Spa - Francorchamps: il Gran premio, previsto per
il weekend successivo, venne annullato. Si consumò la tragedia
della curva Z dello stadio Heysel: una carica degli hooligans
provocò la fuga dei sostenitori della Juventus, gente normale,
famiglie, non ultrà professionisti. Qualcuno aveva mischiato,
criminalmente, le due tifoserie: agenti di viaggio, capi tifosi,
autorità belghe, dirigenti Uefa, polizia (ce n' era pochissima
nella curva Z). Trentanove esseri umani (32 erano italiani)
persero la vita: nessuno in conseguenza di ferite inferte dai
loro assalitori, ma tutti schiacciati dal tentativo di fuga,
in uno stadio vecchio, senza uscite sufficienti, senza controllo.
La partita si giocò comunque e divenne una farsa. I giocatori
della Juventus fecero addirittura il giro d' onore con la Coppa,
poi dissero che non li avevano informati, che era per calmare
la gente. Forse è vero, forse no. Liverpool-Juventus,
20 anni dopo: il regalo del sorteggio dei quarti di Champions
League. Primo incrocio da allora. I bianconeri di ora sono tutti
contenti di aver pescato i Reds (Del Piero e Capello l' avevano
previsto), quelli di ieri parlano di «ferite ancora aperte»
(P. Rossi), ma col tono di chi sta raccontando una storia. Nick
Parry amministratore delegato del Liverpool, pensa di organizzare
«qualcosa»: «Quella tragedia è molto presente nella memoria
dei nostri tifosi, dobbiamo sfruttare la partita per cercare
di dimenticare». Fabio Capello ha detto la cosa più sincera:
«Ci sarà un pensiero per le vittime». Uno, poi lo show deve
proseguire. L' Équipe, il giorno dopo la strage, fece il più
bel titolo della mazzetta: «Le football assassiné». Bello, ma
ingenuo: da allora il football l' hanno ucciso in mille altri
modi. L' Osservatore Romano scrisse il più bel commento: «L'
uomo è stato tremendamente offeso anche dopo che i tanti Caino
sparsi sulle gradinate lo avevano ammazzato. Per calmare i Caino
non si è rispettato il sangue degli Abele: si è giocato mentre
i morti erano ancora lì scomposti nella violenza appena subita.
Si è tifato, si è gioito in una giornata in cui tutti e tutto
sono stati sconfitti» (dal libro di Caremani) L' Heysel commuove,
ma poi prevale l' interesse di parte. Anche chi chiede alla
Juve la restituzione della Coppa, salvo rare eccezioni, se si
trovasse nella stessa situazione, se la terrebbe stretta. Francesco
Caremani, giornalista di Arezzo, ha scritto un libro irrinunciabile,
(La verità sull' Heysel, Libri di Sport). Tutti l' hanno apprezzato
per la raccolta di documenti e testimonianze, ma quando s'è
azzardato ad affrontare il tema della restituzione della Coppa
Con un difficile equilibrismo si vogliono ricordare i 39 morti,
ma anche accreditare come sportivamente ineccepibile quello
che accadde dopo. Per quelli che pensano che prima c'era lo
stile Juve e adesso non c' è più, ecco la testimonianza di Otello
Lorentini, presidente dell' associazione italiana delle vittime:
«Giampiero Boniperti, tre giorni dopo la strage, disse che si
doveva mettere una pietra sopra l' accaduto. La Juve voleva
stendere un velo sui fatti dell' Heysel». «Questa società non
c' entra nulla, con l'altra» si è sentito rispondere qualche
settimana fa un giornalista straniero che aveva telefonato alla
sede della Juve cercando recapiti dei parenti delle vittime.
Dell' Heysel se ne farebbe a meno, ma per la scocciatura. Alla
fine, comunque, tutti arrivano dal signor Otello, 80 anni, che
quella notte ha perso suo figlio Roberto, giovane medico, padre
di due figli, insignito della medaglia d' argento al valor civile:
poteva salvarsi, si fermò a prestare soccorso e venne travolto.
Proprio ieri Otello Lorentini ha proposto un' amichevole tra
Liverpool e Juventus ad Arezzo a giugno, una specie di festa
del perdono. Dopo questo sorteggio le possibilità stanno a zero,
ma lui va avanti lo stesso. Come fa da vent' anni. Ora è a Bruxelles
a girare un documentario per Sky. Però non guarderà la nuova
Liverpool-Juventus, nemmeno in tv. La cronaca fa male. L' Heysel
chiuse per 11 mesi. Lo riaprirono il 23 aprile 1986 (Belgio
- Bulgaria). Cambiarono nome alla curva Z: Settore Z, poi Curva
Nord, poi Settore Nord I. Infine buttarono giù lo stadio e ne
fecero un altro, intitolato a Re Baldovino. Il 14 giugno 2000,
in occasione di Belgio - Italia agli Europei, Dino Zoff, con
una delegazione azzurra, depose un mazzo di fiori davanti alla
lapide che ricorda la strage: l'altoparlante dello stadio sparava
musica rock. Una certa distrazione resta caratteristica dei
belgi. Tre gradi di giudizio cercarono di attribuire le responsabilità.
Risultato: condannati 13 hooligans (cinque anni con la condizionale),
il capitano della gendarmeria Johan Mahieu (tre mesi con la
condizionale), il presidente della Federcalcio belga Albert
Roosens (sei mesi con la condizionale), il segretario generale
dell' Uefa Hans Bangerter (tre mesi con la condizionale e 30
mila franchi, 500 euro di multa). Neanche sfiorati i principali
responsabili,il presidente dell' Uefa, il sindaco di Bruxelles,
il ministro degli Interni belga. Però almeno la sentenza ha
fatto giurisprudenza: prima l' Uefa arrivava, incassava (l'
83 per cento in quel caso) e spariva: ora è ritenuta responsabile
degli eventi col proprio marchio. Infatti sta più attenta. Il
29 maggio del 1985 la riunione (c'è nei verbali del processo)
si tenne in un ristorante nei pressi della Grand Place. Fuori
gli hooligans s'inciuccavano e razziavano i negozi; dentro,
gli organizzatori pasteggiavano a frutti di mare e vino bianco.
Adesso ci sono dei briefing che non si vedono neanche al Pentagono.
Adesso, a Liverpool-Juventus, non succederà nulla. La storia
ha già dato. È la cronaca che ci perseguita. PAOLO ROSSI : "Fu
una serata infausta. È una ferita ancor aperta, ma quella notte
è servita di lezione a tutto il calcio" MICHEL PLATINI: "Sarò
in tribuna a Liverpool e a Torino per rendere omaggio ai tifosi.
Andrò a dire che il calcio è un gioco di festa e gioia".
(Da "Repubblica"
del Marzo 2005)
Sommario Articoli
Tardelli ricorda l'Heysel «Chiedo scusa per la festa»
A 20 anni dalla tragedia dell' Heysel,
l' ex campione della Juventus, Marco Tardelli chiede
scusa agli italiani: « Era impossibile rifiutarsi di
giocare, quando era stato deciso di giocare non ci potevamo
rifiutare. Non dovevamo andare a festeggiare la vittoria
sotto la curva, l' abbiamo fatto e sinceramente in questo
momento chiedo scusa. I tifosi ci hanno chiamato e siamo
andati. In quel momento sembrava giusto festeggiare
ma, anche se noi non sapevamo il livello della tragedia,
in questo momento chiedo scusa. Non ho mai sentito quella
Coppa come una vittoria » . È un brano dell' intervista,
di cui è stata data una anticipazione, che Marco Tardelli
ha rilasciato a Giovanni Minoli per la serie « La storia
siamo noi » di Rai Educational, dal titolo « Heysel,
la finale maledetta » , e che andrà in onda lunedì 23
maggio su Rai 2 alle ore 22.50. Quel 29 maggio 1985,
nonostante 39 tifosi fossero morti schiacciati calpestati
dalla folla, Juventus e Liverpool su invito dell' Uefa
e del ministro dell' Interno belga scesero in campo.
I bianconeri vinsero 1 0 con un rigore di Platini.
(Da la Gazzetta
dello Sport del 24/5/2005)
Sommario Articoli
Domani
i 20 anni dell' Heysel
TORINO Domani si celebrano i 20 anni dalla
tragedia dell' Heysel. Per ricordare i 39 morti del 29 maggio
1985 a Bruxelles è in programma una cerimonia e l' inaugurazione
di un monumento alla memoria delle vittime. Parteciperanno il
sindaco di Liverpool Alan Dean, quello di Bruxelles Freddy Thielemans,
il comitato vittime dell' Heysel presieduta da Otello Lorentini,
Mario Pescante, l' Assessore allo Sport piemontese Renato Montabone,
il CT dell' Under 21 Gentile e il figlio di Gaetano Scirea,
Riccardo. A Torino non sono previste celebrazioni ufficiali.
Il 29 ci sarà una messa in ricordo delle vittime alla quale
dovrebbero partecipare anche dirigenti e giocatori bianconeri.
(Da la Gazzetta
dello Sport del 28/5/2005)
Sommario Articoli
Un
monumento per l' Heysel 1985
Oggi alle 15, vent' anni dopo la strage
dell' Heysel di Bruxelles, dove persero la vita 39 persone (
32 italiani), grazie al sindaco di Bruxelles Thielemans e al
Comitato italiano « Per non dimenticare » , nello stadio, ribattezzato
Re Baldovino, sarà inaugurato un monumento in ricordo delle
vittime ( realizzato davanti all' impianto): ci saranno tra
gli altri il ministro belga Onkelinx, il sottosegretario Ventucci
e Riccardo Scirea ( figlio dell' ex juventino Gaetano). Intanto
Platini replica alla stampa belga che aveva condannato il suo
comportamento in quella famosa finale di Champions, Juve Liverpool
( 1 0). « Critiche fuori luogo, non tornerò sul teatro di quella
tragedia ».
(Da La Gazzetta
dello Sport del 29/5/2005)
Sommario Articoli
La coppa maledetta
di Simone Ramella
Negli occhi ho ancora le immagini
dell’incredibile finale di Istanbul tra Milan e Liverpool.
Ma nella mente i pensieri sono tutti per un’altra finale
giocata vent’anni prima, quando la Champions League si chiamava
ancora Coppa dei Campioni. Quel maledetto mercoledì 29 maggio
1985 allo stadio Heysel di Bruxelles c’ero anch’io, ma in
questi vent’anni non ho mai scritto nulla in proposito,
quasi a voler rimuovere il brutto ricordo di una bruttissima
giornata, che era iniziata con la trepidazione che accompagna
i grandi appuntamenti sportivi per finire direttamente nelle
pagine di cronaca nera. Vent’anni dopo, però, sento il dovere
di dire qualcosa anch’io, se non altro per contribuire a
mantenere viva la memoria dei 39 morti dell’Heysel, mentre
il calcio sembra ostinarsi a non voler imparare nulla dalle
lezioni del passato. Di quella vicenda, sebbene all’epoca
fossi piuttosto giovane, mi sono rimasti impressi alcuni
ricordi nitidi, ciascuno legato a uno stato d’animo particolare.
A partire dalla gioia mista a incredulità della trasferta
di qualche settimana prima a Torino, direttamente alla sede
della Juventus, dove insieme a mio padre dovevo ritirare
i biglietti della finalissima tra Juventus e Liverpool,
ottenuti grazie alle solite conoscenze “giuste”. Lo stesso
stato d’animo mi aveva accompagnato anche durante il lungo
pellegrinaggio automobilistico verso Bruxelles, affrontato
insieme al nonno Pino, all’amico Lorenzo e, ovviamente,
a papà. Avevamo fatto in modo di arrivare nella capitale
belga il giorno prima della partita, in modo da poter dedicare
un po’ del nostro tempo anche alla città. E tutto, fino
alla sera di mercoledì, era filato liscio. Gli stessi famigerati
hooligans inglesi visti da vicino, a passeggio per le strade
del centro di Bruxelles con le loro sciarpe e bandiere rosse,
così come noi avevamo le nostre sciarpe e bandiere bianconere,
erano sembrati assai meno temibili del previsto, tanto che
non erano mancati i momenti di fraternizzazione. Con il
senno di poi è facile dirlo, ma che qualcosa non stesse
filando esattamente per il verso giusto lo avevamo intuito
già all’arrivo allo stadio, diverse ore prima dell’inizio
della partita. Alla vigilia, infatti, sui giornali si era
fatto un gran parlare delle imponenti misure di sicurezza
che erano state preparate in vista della finale: bevande
alcoliche proibite nella zona dell’Heysel, controllo accurato
dei biglietti per verificare che non fossero stati falsificati,
e mano dura contro chi avesse voglia di menare le mani.
In realtà, a parte qualche folcloristico poliziotto a cavallo,
per il resto la situazione era apparsa desolante. I biglietti
non li controllava nessuno, i tifosi inglesi erano liberi
di accalcarsi davanti ai cancelli di ingresso ai vari settori
con intere casse di bottiglie di birra (in vetro) e decine
di tifosi dell’una e dell’altra fazione erano riusciti a
entrare nello stadio anche senza il prezioso tagliando,
scalando l’esterno della struttura. Il resto è storia. L’inizio
della partita doveva essere preceduto da un match tra due
formazioni giovanili locali, tanto per alleviare un po’
la noia e la tensione del pubblico, ma è stato proprio durante
questa esibizione che dal settore della curva riservato
ai tifosi del Liverpool, il settore X, sono cominciati a
partire i razzi diretti verso i vicini tifosi bianconeri,
quelli assiepati nei settori Y e Z, separati dagli hooligans
soltanto da una gracile rete da pollaio. Quei razzi erano
il preludio alla carica violenta di qualche minuto dopo,
che sarebbe sfociata nel crollo del muro del settore Z,
sotto la pressione dei troppi corpi che cercavano una via
di uscita per sfuggire all’aggressione, sotto gli occhi
dei pochi poliziotti presenti, che osservavano scuotendo
la testa, senza decidersi ad aprire i cancelli che davano
sul terreno di gioco. Una decisione, questa, che se presa
prima per molte vittime avrebbe significato la salvezza.
Per quanto mi riguarda, l’esperienza dell’Heysel si è conclusa
con il crollo di quel muro, osservato dalla tribuna opposta
a quella centrale. La partita tra Liverpool e Juventus,
infatti, non l’ho vista né allora né mai. Mio padre, con
l’occhio clinico del medico e la sensibilità dell’essere
umano, aveva intuito subito la portata della tragedia, optando
per una rapida fuga dallo stadio, prima che la situazione
degenerasse ulteriormente. Lì per lì, pur senza opporre
resistenze, dentro di me non avevo preso molto bene quella
decisione. In fondo avevo aspettato per settimane quella
finale, che ormai era a portata di mano, a pochi metri dal
mio naso. C’è voluto poco, però, per rendermi conto che
quella di mio papà era stata la scelta giusta. Una scelta
di cui gli sarò sempre grato, anche perché mi ha risparmiato
la visione di un’orrenda partita di calcio, seguita da orrende
scene di giubilo, mentre i cadaveri delle 39 vittime erano
ancora allineati sul selciato all’esterno dello stadio.
Nonostante tutto penso anch’io, come molti, che sia stato
giusto disputare quella finale. Solo per motivi di ordine
pubblico, però, giusto per dare il tempo alle forze dell’ordine
di organizzare un cordone di sicurezza degno di questo nome.
Quello che avrebbero dovuto allestire fin dal principio.
Dispiace soltanto che tra chi ha preso sul serio quella
coppa maledetta, vinta tra l’altro grazie a un rigore inesistente,
ci sia anche la Juventus, che invece di fare la cosa giusta,
ovvero rifiutare il trofeo in segno di lutto, ha deciso
di tenerselo stretto. Tanto, si sa, negli almanacchi sportivi
c’è solo spazio per i risultati. Tutto il resto sono dettagli
che la gente prima o poi dimentica. Chi era all’Heysel,
però, non dimenticherà. Mai.
(Dal “Piccolo di Cremona”
del 4 giugno 2005)
Sommario Articoli
La cura Thatcher
Le misure decise dagli inglesi
dopo la strage dell'Heysel
Correva il 1985 quando l'Inghilterra
finì sotto choc per le tragiche conseguenze in patria e
all'estero dei comportamenti dei propri tifosi, costati
centinaia di vittime. La "lady di ferro", allora premier
del paese, Margaret Thatcher, ritirò tutte le squadre del
proprio paese dalle competizioni internazionali. Tuttavia
gli inglesi non fermarono il calcio in casa propria: la
lotta contro i violenti hooligans, che più volte misero
letteralmente a ferro e fuoco le città ospitanti sia in
patria sia all'estero, venne combattuta all'insegna di due
precetti guida: prevenzione e repressione. Da allora il
pubblico anche quello di ceto medio - alto che per paura
dei ripetuti episodi di guerriglia urbana vi aveva rinunciato
è tornato sugli salti. Ma andiamo per gradi nel descrivere
come e dove si sia concentrata nel tempo l'azione delle
autorità inglesi per arginare il "fenomeno hooligans".Fenomeno,
che lo ricordiamo innanzitutto, si radica proprio in Gran
Bretagna, nazione dove tradizione vuole che fin da adolescenti,
in occasione delle sfide calcistiche, sia d'uso bere e fare
a botte con i supporter avversari. Il Taylor Report è stata
l'indagine-ricerca alla base della lotta alla violenza in
Inghilterra come spiega Paolo Piani sul sito del settore
tecnico della FIGC. Indagine che contiene tutta una serie
di suggerimenti e raccomandazioni necessarie per contrastare
la violenza dei tifosi.
Gli interventi decisi per arginare la
violenza
La ricetta inglese per riportare la
gente negli stadi è passata attraverso:
1)La completa ristrutturazione degli
impianti con la eliminazione delle barriere tra il campo
di gioco e la tribuna, seggiolini in tutti i settori, capienza
di almeno 20mila posti e possibilmente dotati di box privati,
uso di telecamere a circuito chiuso;
2)presa di coscienza dei tifosi dopo
il bando europeo;
3)responsabilizzazione delle società
a cui è stata affidata la sorveglianza all'interno degli
impianti attraverso la presenza di stewards privati (pagati
dai club) in collegamento via radio con la polizia presente
solo all'esterno degli impianti;
4)divieto per le società di intrattenere
rapporti con i propri tifosi, fatta eccezione per la collaborazione
finalizzata a prevenire possibili incidenti;
5)creazione di una squadra speciale
di sorveglianza nazionale anti-hooligans: la National Football
Intelligence Unit costituita da Scotland Yard nel 1989.
Un agente è affidato a ognuna delle 92 società professionistiche
e si occupa, viaggiando sempre al seguito della tifoseria,
della schedatura dei tifosi violenti e di azioni di infiltrazione.
Con questo sistema è stato possibile schedare, in un'apposita
banca dati, circa settemila tifosi;
6)sistema "Crimistoppers" (in dieci
anni ha permesso la cattura di oltre 15mila ultras) ideato
da un gruppo di privati: esiste un numero verde a cui si
può telefonare (media di circa 200 al giorno) per segnalare
episodi, persone sospette e/o situazioni pericolose. Le
denunce sono rigorosamente anonime così come la ricompensa
ai cittadini che permettono la cattura degli eventuali teppisti.
Dal lato normativo:
A) Lo Sporting Event Act (1985) vieta
l'introduzione degli alcoolici negli stadi;
B)Il Pubblic Order Act (1986) indica
come reato il comportarsi alle partite in modo "allarmante",
anche se non violento, concedendo ai magistrati il potere
di impedire l'accesso negli stadi a singoli tifosi "violenti"
che devono presentarsi ai rispettivi comandi di polizia
in occasione delle partite;
C) Il Football Offences Act (1991) permette
alla polizia di arrestare e far processare per direttissima
i tifosi anche solo per violenza verbale (linguaggio osceno
e cori razzisti).
Misure queste tutte in vigore in Gran
Bretagna e che il governo Blair, nell'impossibilità di un'applicazione
in occasione delle trasferte all'estero dei tifosi, ha ben
supportato con l'approvazione del Football Disorder Act.
Questa legge conferisce poteri enormi a Scotland Yard che
può sequestrare il passaporto di un sospetto appena cinque
giorni prima di una gara che si disputi all'estero. A tutto
ciò aggiungasi la gogna mediatica che sistematicamente svergogna
gli hooligans. La stampa britannica, con il supporto degli
stessi club e dei privati che spesso forniscono foto, filmati
e indicazioni, è usa additare sui tabloid i facinorosi e
violenti che trasformano in gazzarra le manifestazioni sportive,
e che imbrattano e devastano le città. A testimonianza del
fatto che si è voluto incidere culturalmente su quelli che
con troppa superficialità vengono spesso indicati come fenomeni
di massa, con ciò comprendendo una ineluttabilità che l'esempio
inglese dimostra non avere alcun senso.
(Da Settore
Tecnico FGCC" del 3 febbraio 2007)
Sommario Articoli
Il piazzale dello stadio intitolato a Lorentini
Il medico aretino morto allo
stadio Heysel
Ad inaugurare la lapide saranno
i presidenti di Arezzo e Juventus
Arezzo, 15 maggio
2007- Il piazzale antistante lo stadio di Arezzo sarà intitolato
a una delle 39 vittime della tragedia dello stadio Heysel,
Roberto Lorentini, il medico aretino morto mentre prestava
soccorso a un ferito. Ad inaugurare la lapide, sabato in
occasione della partita Arezzo - Juventus, saranno il sindaco
Giuseppe Fanfani, i presidenti delle due società di calcio,
Giovanni Cobolli Gigli e Piero Mancini e Otello Lorentini,
padre del medico e presidente del comitato ''Lorentini-Conti'',
che richiama nel nome anche quello della seconda vittima
aretina dell'Heysel, Giusy Conti. A quest'ultima sarà dedicato,
a giugno, il piazzale antistante il palasport Le Caselle.
A scoprire la lapide di Giusy Conti sarà invece Paolo Rossi,
uno dei giocatori che disputarono la finale di Champions
tra Juventus e Liverpool nella tragica notte dell'Heysel,
nel maggio 1985, assente però per impegni di lavoro sabato
prossimo. A spiegarlo è stato l'assessore allo sport del
Comune di Arezzo, Lucia De Robertis, che ha motivato la
decisione di intitolare i due piazzali a Lorentini e Conti
''perché vogliamo che non venga dimenticato tutto quello
che avvenne nello stadio belga. E speriamo che chiunque
si prepari ad assistere ad una manifestazione sportiva,
vedendo queste lapidi, ricordi quelli che sono i veri valori
dello sport e rifugga ogni fenomeno di violenza''. Nel piazzale
antistante lo stadio sarà affissa anche una lapide con i
nomi di tutte le vittime dell'Heysel. Sul muro degli spogliatoi
dello stadio è stato infine realizzato un murales a ricordo
della tragedia.
(Da "Lanazione.com"
del 15/05/2007)
Sommario Articoli
Rossi: dal sacrificio di Giusy uno sport migliore
Inaugurata alle Caselle la piazza
dedicata alla ragazza aretina morta all'Heysel
di Federica Guerri
AREZZO - "Spero che questa targa serva
a ricordare che i valori dello sport sono altri e che il
sacrificio di Giusy possa farne crescerne di veri", così
ha parlato ieri l'ex campione del mondo Paolo Rossi alla
cerimonia di intitolazione del piazzale del palazzetto dello
sport Le Caselle a Giusy Conti, la studentessa aretina morta
insieme a Roberto Lorentini nella tragica finale di Coppa
dei Campioni dell'Heysel (39 vittime), ventidue anni fa.
Oltre a Pablito, idolo di Giusy, alla cerimonia erano presenti
I genitori della studentessa, l'assessore comunale allo
sport Lucia De Robertis, quello provinciale Vasai, il prefetto
Francesca Adelaide Garufi e don Paolo De Grandi, sacerdote
ed ex calciatore. C'erano anche i piccoli dello Ut Chimera
con le loro tute blu a simboleggiare lo sport di domani,
lo sport che tutti vogliono pulito. "E' un momento importante
quello che stiamo vivendo - spiega l'assessore De Robertis
– abbiamo scelto proprio questo luogo perché il palazzetto
delle Caselle è l'impianto sporti- vo più importante della
città, quello da cui passano migliaia di atleti. Lo abbiamo
scelto nella speranza che, alzando gli occhi al cielo, tutti
possano leggere il nome di Giusy e ricordare che lo sport
è una cosa diversa". Una cosa diversa da quella che ha strappato
a Giusy la vita. "Ringrazio quanti si sono adoperati perché
venisse intitolato il piazzale a mia figlia - dice con voce
sommessa il padre di Giusy - dopo tanti anni era una cosa
doverosa. Spero che il suo sacrificio serva a prendere lo
sport in un altro modo". "Nel modo più sano e bello - prosegue
il prefetto Garufi - perché i giovani possano imparare cos'è
l'amore per lo sport, augurandomi che non debbano mai vedere
momenti brutti come quello dell' Heysel. Spero che la targa
sia un ricordo e un monito a evitare ciò che si può evitare".
"Chiedo scusa a nome di chi provocò quel gesto ventidue
anni fa", conclude l'assessore De Robertis, prima della
benedizione data da Don Paolo De Grandi. A seguire le note
solenni di una tromba hanno accompagnato il momento della
scopertura della targa nascosta da un panno verde bagnato
dalla pioggia. Un gesto doveroso, un nome per non dimenticare
e per continuare a credere che lo sport buono esiste.
(Da "Corriere
di Arezzo" del 27/10/2007)
Sommario Articoli
Heysel, prova della memoria
L'Heysel, lo stadio della
vergogna,sarà raso al suolo
Cadranno gli spalti di mattoni rossi
e le bianche torri d'acciaio. Qualcuno proverà a salvare
almeno l'algida targa che ricorda la tragedia, un rettangolo
di pietra verzolina su cui sono incise le parole "In
memoriam" e la data maledetta, "29.05.1985". Poi tutto
diventerà macerie e, come vuole la sorda logica immobiliare,
il tempo vedrà spuntare negozi, uffici e palazzine.
L'Heysel, lo stadio della vergogna, sarà raso al suolo
e sparirà per sempre dalla mappa di Bruxelles. Qui si
cercherà di sbianchettare la memoria, ma è chiaro che
nemmeno le ruspe potranno cancellare il ricordo del
dramma di quella finale di Coppa dei Campioni, Juventus-Liverpool,
giorno fatale in cui nel "settore Z" morirono 39 tifosi,
quasi tutti italiani, calpestati dalla foga degli hooligan
sfuggiti al controllo dell'inutile polizia di Sua Maestà
il Re dei Belgi. La decisione è presa, annuncia la stampa
locale. «Deliberemo il 17 ottobre» precisano le autorità
amministrative. Il Comune e la Regione di Bruxelles
si sono intesi sulla distruzione dell'impianto, già
fatiscente all'epoca della strage, ricostruito nel 2000
e oggi utilizzato in rare occasioni, le partite della
nazionale, il memorial d'atletica Van Damme, i concerti
delle grandi rockstar, ultimi i Genesis lo scorso giugno.
La capitale d'Europa avrà un altro stadio che, presumibilmente,
sarà costruito sul sito Schaerbeek-Formation, nel perimetro
della municipalità Bruxelles. Il sindaco Freddy Thielemans
è favorevole all'operazione: il 24 settembre scorso
ha ufficializzato l'apertura della gara per i progetti
della nuova struttura. Per i politici belgi è l'occasione
di una nuova disputa sul controllo del territorio. Per
i tifosi del pallone, non solo di fede bianconera, è
una ferita mai rimarginata che torna a sanguinare. Quella
giornata di vittoria amara è scolpita nelle coscienze
di ama il calcio. Allora si decise di giocare a Bruxelles
nonostante le proteste dei club. L'Heysel era cadente,
privo di adeguate uscite di sicurezza e di corridoi
di soccorso. Il campo era maltenuto, i muretti di divisione
fra i settori cadevano a pezzi; una buona parte delle
struttura grondava umidità per colpa dei tubi dei servizi
igienici corrosi dal tempo. La Federazione, che pure
aveva ben presenti disordini dell'anno prima con Roma
- Liverpool, fece orecchie da mercante. L'organizzazione
mise una ciliegina avariata su quella torta purulenta
distribuendo i tifosi come avrebbe fatto un malato di
mente. Il grosso degli juventini fu collocato dei tre
settori della curva alla destra della tribuna principale.
Una parte meno numerosa finì nella curva opposta, nell'area
Z, a stretto contatto coi britannici che occupavano
due terzi della curva sinistra. Un'ora prima della partita
gli inglesi caricarono gli italiani, sfondando le fragili
reti che dividevano le fazioni. Fu la ressa, il carnaio.
Gente schiacciata, sotto i piedi degli hooligan che
li cacciavano e quelli di chi provava a togliersi dai
guai. Crollò un muro e sotto finirono in tanti. I poliziotti
restarono a guardare, ostacolando anche quanti cercavano
scampo sul terreno di gioco. Morirono in diretta tv
32 italiani, 4 belgi, 2 francesi e un irlandese. Centinaia
furono i feriti. Da ventidue anni si dibatte sull'opportunità
che la partita sia stata disputata: uno a zero, gol
di Michel Platini, su un rigore più che generoso. Da
ventidue anni l'Heysel è piegato sotto la sua maledizione.
Lo hanno rinnovato per Euro2000, ribattezzandolo Re
Baldovino. L'Italia c'ha vinto col Belgio e con la Romania
nei quarti. Erano gli ultimi fasti di un impianto già
settantenne la cui seconda vita è durata poco. Bruxelles
vuole un nuovo terreno perché sogna la finale della
Coppa del Mondo 2018 e un po' di business palazzinaro.
E ancora. Sebbene nessuno voglia ammetterlo, prova a
dimenticare l'indimenticabile: l'Heysel e la tragedia
senza senso di cui è il terribile simulacro.
(Da
"lastampa.it" del 6/10/2007)
Sommario Articoli
Cobolli: Ricordo Heysel è vivo in tutti noi
"Il ricordo della tragedia è presente
in tutti noi ed è un monito a continuare a vivere il calcio
con serenità e nel solco dei valori della lealtà sportiva".
Così il presidente della Juventus, Giovanni Cobolli Gigli,
ricorda i 23 anni dalla tragedia dell'Heysel in cui persero
la vita 39 persone, tifosi juventini e inglesi che erano
all'interno dello stadio di Bruxelles per assistere alla
finale di Coppa dei Campioni tra i bianconeri e il Liverpool.
La Juventus, "con tutti i suoi tifosi, ventitre anni dopo
quella tragedia, ricorda commossa le vittime dell'Heysel",
si legge sul sito ufficiale del club.
(Da "Repubblica.it"
del 29 maggio 2008)
Sommario Articoli
Io,
Juventino, osteggiato
per aver osato scrivere un libro
sull’Heysel
di Francesco Caremani
Aston
Villa-Juventus e Juventus-Bordeaux.
Sono questi i miei ricordi più forti
e più intensi del mio tifo bianconero. Anni Ottanta, io
ragazzino e quella che allora consideravo la mia Juventus,
capace di vincere in Inghilterra contro i campioni d'Europa
in carica e a Torino contro i francesi guidati da Tigana,
stracciati 3-0. Due partite a due anni di distanza, sempre
in Coppa Campioni, per noi la coppa più agognata, ricordo
mio padre quando al gol di Briaschi contro i transalpini
voleva misurarmi la pressione. Poi c'è stato l'Heysel, dovevo
andarci anch'io, dovevo essere lì come premio scolastico,
ma un 5 a latino mi fregò o forse mi regalò un destino diverso.
Sarei andato con la famiglia Lorentini, sarei andato nella
curva Z, Roberto, amico e collega di mio padre, è morto
quel giorno e da allora molte cose sono cambiate. Nel 2003
ho pubblicato "le verità sull'Heysel - cronaca di una strage
annunciata", un libro importante per me, o almeno così speravo,
che raccontava, dopo 18 anni di silenzi, tutto quello che
era accaduto il 29 maggio 1985 e dopo, tra il processo e
le promesse mancate, anche quelle della Juventus. Scoprì
così un primo assioma: lo stile Juve non esiste e non è
mai esistito. I tifosi (?) juventini non l'hanno gradito,
alcune presentazioni sono state disdette perché nessuno
voleva sentir parlare di restituzione della coppa o di vittoria
dimezzata. Ambienti vicini alla società si sono, addirittura,
preoccupati che in un eventuale processo di restituzione
io non figurassi per non darmi ragione, di cosa ?Io ho scritto
un libro per raccontare non per dimostrare. A me bastano
due cose: 1) che la sorella di Andrea Casula, la vittima
più piccola, l'abbia indicato come la sua personale Bibbia;
2) che Paolo Rossi, davanti a Giorgio Porrà e Otello Lorentini,
a "Lo sciagurato Egidio", abbia ammesso che i giocatori
sapevano dei morti prima di scendere in campo. Aggiungo
il silenzio imbarazzato di coloro che si erano riempiti
la bocca con quell'ignobile canzone irridente le vittime
dell'Heysel, d'altra parte come non esiste lo stile Juve
non esiste nemmeno uno stile Milan, Inter, Fiorentina, Roma,
Lazio, Torino, Atalanta, ecc. Dopo tutto questo e dopo Calciopoli
mi sono chiesto più volte che senso avesse tenere per la
Juventus, ma il tifo non è una cosa razionale, si decide
di tifare e non si cambia più, anzi il vero tifoso si vede
nei momenti più difficili, dagli scudetti tolti alla serie
B. Perché la storia di questa squadra l'hanno fatta giocatori
come Scirea e Zoff, mica i Moggi e i Giraudo.La vita è fatta
di scelte e tra essere giornalista o tifoso io ho scelto
la prima, perché bastano a se stessi tutti i giornalisti
tifosi che continuano a creare l'humus dove prosperano i
Luciano Moggi e i suoi eredi e non parlo dei processi in
corso, parlo del modo di pensare e fare calcio che a me
non piace e che Moggi si è portato dietro da altre società
prima di arrivare alla Juventus. A me la vittoria per la
vittoria non piace, mi piace vincere perché si è superiori,
più forti, più belli, più spettacolari, mi piace vincere
soffrendo e dando tutto in quei novanta minuti. Mi piace
pensare a un calcio dove anche il Chievo un giorno possa
vincere lo scudetto, perché se non fosse così e se questo
fosse pacificamente accettato da tutti allora non avrebbe
più senso andare allo stadio. Basta scegliere, o facciamo
un passo in avanti sulla falsariga degli sport americani,
con regole ferree e le franchigie, oppure ci teniamo la
possibilità che anche la Juventus possa finire in B e l'Inter
perdere uno scudetto già vinto. In entrambi i casi non credo
ci sia spazio per dirigenti come Luciano Moggi. In questo
paese ci sono verità processuali e verità contestuali e
ognuno è libero di credere in quella che preferisce, questo
è un paese dove la prescrizione viene venduta come innocenza,
vedi processo doping, facendo un torto anche alla lingua
italiana. In questo paese ci sono diversi modi di essere
juventino e io ho scelto il mio: forza Juve, abbasso Moggi.
(Da "Il
Riformista" del 29/10/2008)
Sommario Articoli
Una piazza per i morti dell'Heysel
di Diego Longhin
Heysel.
Una piazza per ricordare le
vittime della tragedia dell´Heysel a venticinque
anni di distanza dalla notte in cui 39 tifosi bianconeri
persero la vita durante la finale Juventus-Liverpool
di Coppa dei Campioni. Una richiesta trasversale
arrivata sul tavolo del presidente della Sala Rossa,
Beppe Castronovo. Una lettera firmata da Andrea
Tronzano, consigliere di Fi-Pdl, e da Massimo Mauro,
esponente del Pd, noto commentatore televisivo di
Sky ed ex giocatore della Juventus. «Si tratta di
un dramma torinese - spiega Tronzano - che non deve
essere dimenticato. Quale occasione migliore se
non l´anniversario dei venticinque anni, nel 2010.
Per questo sarebbe necessario che l´amministrazione
comunale dedicasse una via, una strada, un impianto
a coloro che sono morti a Bruxelles». Richiesta
che arriva anche dalla circoscrizione VII che ha
approvato un ordine del giorno all´unanimità presentato
da Luca Deri (Pd) e Francesco Poerio (Pdl). Era
il 29 maggio del 1985. Lo stadio dell´Heysel era
stato scelto dalla Uefa, contro il parere delle
due squadre perché vecchio ed inadeguato, anche
dal punto di vista della sicurezza, per ospitare
la finale. Circa un´ora prima del match i tifosi
inglesi iniziarono a sfondare le reti che li dividevano
dal settore «z», quello in cui trovarono posto molti
gruppi juventini organizzati in maniera autonoma.
Di fronte alla rabbia degli hooligans, i tifosi
bianconeri furono costretti ad arretrare ammassandosi
contro il muro opposto alla curva dei sostenitori
del Liverpool: il peso eccessivo causò il crollo
del muro che travolse decine di persone. In totale
furono 39 i morti: oltre a 34 italiani, 4 belgi,
2 francesi e un irlandese. Per ragioni di ordine
pubblico le autorità belghe decisero di far disputare
comunque la partita, vinta dalla Juve, creando non
poche polemiche: il sindaco Giorgio Cardetti biasimò
i festeggiamenti notturni dei bianconeri dopo la
gara. «A Torino non esiste un luogo della memoria
- dice il consigliere circoscrizionale Poerio -
è il momento di rendere omaggio alle vittime, così
come è avvenuto nella capitale belga». Nel 2000
lo stadio Heysel fu abbattuto e ricostruito, all´interno
una targa commemorativa ricorda la tragedia del
1985, mentre in occasione del ventesimo anniversario
della strage è stato realizzato, sempre a Bruxelles,
un monumento per commemorare i trentanove morti.
In Italia la vicenda è stata portata sul grande
schermo dal regista Marco Tullio Giordana che nel
1988 ha diretto il film Appuntamento a Liverpool:
Isabella Ferrari, che interpreta la figlia di una
delle vittime, è alla ricerca dell´assassino del
padre.
(Da
"Repubblica" del 09 febbraio 2009)
Sommario Articoli
Cerimonia in ricordo delle vittime dell’Heysel
REGGIO EMILIA - Il Comitato Heysel,
in collaborazione con l'assessore allo Sport e l'Associazione
allo Sport di Reggio Emilia, ha organizzato per sabato 23
maggio una cerimonia di commemorazione delle vittime della
tragedia davanti al monumento 'Per non dimenticare Heysel'
di recente restaurato da Luigi Franceschi, dopo il benestare
delle autorità locali. La cerimonia è in programma alle
ore 11 nel parco di Viale Matteotti a Reggio Emilia. Ora
la proposta del Comitato Heysel, che si è costituito con
lo scopo di evitare il degrado del monumento e condividere
la memoria delle 39 vittime degli incidenti nello stadio
belga, tra le quali il concittadino Claudio Zavaroni, è
di dotare il monumento di una copertura per evitare che
agenti atmosferici lo danneggino. Gli ideatori dell'opera,
l'artista fiammingo Gido Vanlessen autore delle steli, l'ingegner
Tolmino Menozzi e il designer Ivan Fontanesi del verde pubblico
del Comune di Reggio che ne hanno curato l'inserimento,
si sono resi disponibili per dare suggerimenti.
(Da Tuttosport
del 22 Maggio 2009)
Sommario Articoli
Domani la cerimonia di commemorazione
"Per
non dimenticare Heysel"
Di fronte allo stadio Mirabello, nel parco
di via Matteotti, un monumento ricorda i tragici fatti del 29
maggio 1985 quando, a Bruxelles, in occasione della finale di
Coppa dei Campioni Juventus–Liverpool, persero la vita 39 persone,
tra cui il reggiano Claudio Zavaroni.Per evitare il degrado
del monumento “Per non dimenticare Heysel” e tenere viva la
memoria di quei fatti, che ricorda anche quanto sia importante
la sicurezza delle persone anche negli stadi, nel 2007 si è
costituito il comitato ‘Per non dimenticare Heysel’, che ha
promosso il restauro del monumento, avvenuto nel 2008, la sua
valorizzazione, alla quale si è associata la Fondazione per
lo sport di Reggio Emilia, e la promozione dell’educazione alla
non violenza tra i giovani. In occasione dell’anniversario di
quei tragici fatti, il comitato ‘Per non dimenticare Heysel’,
invita cittadini, sportivi e organizzazioni sportive a partecipare
alla cerimonia di commemorazione e di valorizzazione civile
e culturale del monumento “Per non dimenticare Heysel”, che
si terrà domani, sabato 23 maggio, alle ore 11, nel parco di
via Matteotti. All’incontro, patrocinato da Comune di Reggio
Emilia e Fondazione per lo sport,parteciperanno l’assessore
alla Cultura e Sport del Comune Giovanni Catellani,rappresentanti
del Comitato, famigliari e amici di Claudio Zavaroni.Parteciperanno
inoltre rappresentanti dei club dei sostenitori di Juventus,
Inter, Milan e Reggiana. Il programma dell’iniziativa prevede
un saluto dei promotori, l’esibizione di allievi dell’Istituto
musicale Achille Peri - che, in onore delle vittime dell’Heysel,
eseguiranno brani preparati per l’occasione - e la lettura della
poesia Fermate gli orologi, di P.Rimoux, a cura di Lorena Guidetti,
dell’associazione ‘Nati per leggere’.In caso di maltempo, l’incontro
si svolgerà nelle strutture coperte dello stadio Mirabello,
di fronte al monumento.
(Da comune
di Reggio Emilia 22/05/2009)
Sommario Articoli
(Commemorazione ufficiale sul sito
della F.C.Juventus del 29 maggio 2009)
29
maggio 2009
Le 39 vittime dell’Heysel nel cuore della Juventus
Passano gli anni e il 29 maggio continua
a restare una data indelebile per tutti gli juventini. La sera
del 29 maggio 1985, 39 persone (36 delle quali erano tifosi
juventini) persero la vita allo stadio di Bruxelles, teatro
della finale di Coppa dei Campioni. La Società ricorda la tragedia:
«Dobbiamo avere memoria per costruire il futuro». Trentanove
vittime che vengono ricordate da tutti gli juventini e da tutti
gli sportivi. «Nessuno può e deve dimenticare – ha dichiarato
il presidente Giovanni Cobolli Gigli, interpretando il pensiero
della Società e di tutti i tifosi – e in queste ricorrenze ci
sentiamo vicini alle famiglie che hanno perso i loro cari in
quella tragica sera. Anche nel loro nome, cerchiamo di interpretare
il calcio in modo sereno, educando i giovani al rispetto dei
valori sportivi e del fair play. In questi anni si sono fatti
molti passi avanti, ma dobbiamo fare ancora molta strada per
sconfiggere definitivamente la violenza». Il rispetto dei valori
sportivi è anche alla base dell'impegno del Comitato “Per non
dimenticare Heysel” che sabato 23, a Reggio Emilia, ha ricordato
le vittime in una commemorazione che si è tenuta di fronte al
monumento dello scultore fiammingo Gido Vanlessen, l’unico in
Italia contro la violenza negli stadi.
Per conoscere
e ricordare:
www.saladellamemoriaheysel.it
Sommario Articoli
La vecchia Juve non molla «Caro Trap ci teniamo la coppa»
di Domenico Latagliata
Torino
- Il Trap ha gettato il sasso nello stagno. Ma nessuno
ha apprezzato davvero. Venticinque anni dopo, parlare
della tragedia dello stadio Heysel nella cornice del
Chiambretti Night e affermare che «sotto l'aspetto etico
e umano, l'ipotesi di restituire la Coppa può anche
essere presa in considerazione» non piace a chi ha vissuto
davvero quel giorno lì. Un giorno maledetto, lo sanno
tutti: 29 maggio 1985, 39 morti per una partita di calcio.
Assurdo, ma vero. Juventus e Liverpool giocarono lo
stesso: i bianconeri vinsero 1-0 con un rigore di Platini,
oggi presidente Uefa, per un fallo commesso su Boniek
ai limiti dell'area. La squadra quasi al completo festeggiò
sul campo, quando forse non tutto era ancora chiaro
ma molto già si sapeva: le polemiche si sprecarono e
sono andate avanti per anni. Oggi il dibattito potrebbe
riaccendersi proprio sulla scia delle parole di Trapattoni,
all'epoca allenatore della Juventus. «Dissi ai commissari
di campo che erano matti a farci scendere in campo -
ha spiegato a Chiambretti l'attuale CT dell'Irlanda
-. È una macchia che rimane, anche se la partita fu
comunque vera. Forse però oggi si potrebbe prendere
in considerazione la possibilità di restituire il trofeo».
«Quella Coppa rappresenta un momento particolarmente
drammatico per tutto il calcio - è invece il parere
di Roberto Bettega, oggi vicedirettore generale della
Juventus che, da calciatore, ha inseguito per tutta
la carriera la vittoria della coppa Campioni senza mai
riuscire a centrarla -. Conservarla non significa soltanto
celebrare il valore sportivo della squadra che la vinse,
ma soprattutto ricordare le vittime di quella tragedia
e alimentare un'idea di calcio diversa». Analogo il
parere di Platini: «La partita fu giocata. Gli inglesi
la volevano vincere, noi pure: ci furono anche momenti
aspri di gioco e la coppa è finita a chi ha meritato
la vittoria. Il resto, purtroppo, è una tragedia che
non si può e non si deve dimenticare».Per la serie:
caro Trap, pensiamo ad altro. «Dopo tutti questi anni,
anche il mister comincia a invecchiare - dice Stefano
Tacconi, portiere titolare di quella Juventus -. Ci
sono tante altre cose di cui parlare per provare a migliorare
il calcio». «È tutto ormai molto lontano nei tempi,
la strage c'è stata e non la si potrà mai dimenticare
- spiega Paolo Rossi -. Si può fare di tutto, ma la
storia e gli episodi restano: morti compresi. Se uno
ricorda l'Heysel, lo fa per la tragedia che c'è stata
e per nessun altro motivo. Nessuno di noi si è mai vantato
di avere vinto quella Coppa: è stato tutto troppo devastante
per essere ricordato come un trionfo. Dopo di che, riconsegnare
oggi quel trofeo sarebbe un gesto simbolico e nulla
più». Senza peli sulla lingua, come di consueto, Zibì
Boniek: «Non mi sono mai vantato di quella vittoria
e non ho mai incassato una lira del premio che la società
ci aveva garantito, devolvendo tutto alle famiglie che
sono uscite distrutte da quella serata. Per me si tratta
di una coppa non vinta ed è un peccato che sia andata
così perché, dopo avere già battuto il Liverpool nella
Supercoppa europea, avremmo avuto la meglio sul campo
anche quella sera. La proposta di Trapattoni, dopo tanto
tempo, è fuori luogo: restituire la coppa oggi non sta
né in cielo né in terra. Piuttosto, non si sarebbe dovuto
festeggiare nulla a fine partita e infatti io me ne
tornai negli spogliatoi senza nemmeno toccare il trofeo.
Se oggi si volesse dare un segnale concreto, chi ha
incassato i soldi del premio li potrebbe devolvere con
gli interessi alle associazioni che ricordano la tragedia».
«Non capisco le parole di Trapattoni - commenta Sergio
Brio -. Il rispetto per la sofferenza delle famiglie
è assoluto e non va mai dimenticato che trentanove persone
hanno perso la vita: però fu proprio il Trap a dirci
che la partita sarebbe stata valida e che i disordini
avevano provocato un solo morto. A distanza di tanti
anni non vedo perché lanciarsi in affermazioni del genere.
Io e i miei compagni siamo stati vicini come abbiamo
potuto a chi ha sofferto, ma sportivamente abbiamo giocato
e vinto come ci era stato chiesto da più parti. Si è
trattato indubbiamente del giorno più triste ma anche
più bello della mia carriera, visto che uno sogna fin
da bambino di vincere la coppa Campioni».La proposta
del Trap, insomma, non piace. La Coppa rimarrà dov'è
e la Juventus si prepara a ricordare le 39 vittime non
solo il prossimo 29 maggio: nello stadio che sta sorgendo
al posto del Delle Alpi, ci sarà infatti un luogo per
ricordare la giornata più assurda di tutta la storia
del calcio.
01/04/2010
(Fonte:
www.ilgiornale.it del 12 maggio 2010)
Sommario Articoli
Arriva il Liverpool: Prandelli ricorda
la tragedia dell'Heysel
"Quella notte la lezione più atroce,
il calcio impari a fermarsi"
Prandelli, il Liverpool e la memoria
"Fate vedere l'Heysel nelle scuole"
Cesare Prandelli ha il Liverpool davanti
agli occhi. Quella di domani, per lui e per Firenze, sarà una
notte di calcio a cinque stelle in Champions League. Un grammo
di emozione, tre di tensione e poi una storia da raccontare,
anche se parla dell´altro secolo, anche se la Fiorentina non
c´entra e sembra tutto così lontano. «Ma non è così. Perché
quella è una lezione da imparare a memoria. Perché non deve
più accadere. Ecco perché ne voglio parlare». 25 maggio 1985:
Bruxelles, stadio dell´Heysel, Juventus-Liverpool, finale di
Coppa dei Campioni, 39 morti prima di una partita senza senso
che le due squadre giocheranno lo stesso. Una tragedia. E paura,
ansia, dolore, polemiche, strane esultanze, versioni non sempre
concordi su ciò che accadde prima, durante e dopo. randelli,
cosa ricorda di quel giorno? «Tutto. Sono immagini limpide.
Impossibili da cancellare». Ci porti dentro quello spogliatoio.«Manca
un bel po´ al via. Siamo concentrati. Quella Coppa è importantissima.
E´ ciò che manca alla Juve. C´è silenzio». E poi. «Poi arriva
Boniperti. E´ sconvolto. Urla. Grida che non si gioca, parla
di morti, è fuori di sé. Noi non capiamo cosa stia accadendo.
Boniperti va via chiamato dai dirigenti Uefa. Arriva il suo
autista, uno piccoletto, ci dice di aver visto dei cadaveri
sotto lenzuoli bianchi davanti allo stadio». Voi non vi eravate
accorti di niente? «Dalla porta che dal corridoio dello spogliatoio
dava sul campo vedevamo solo un pezzo di quella curva maledetta.
Avevo visto ondeggiare i tifosi del Liverpool. Ma da lì non
vedevo altro. Dopo si è scatenato l´inferno: abbiamo visto la
gente sul terreno di gioco e quindi centinaia di persone che
scappavano terrorizzate passando davanti al nostro spogliatoio,
l´unica via di fuga. Bambini, uomini, donne: urlavano "ci hanno
massacrati", parlavano di morti, volevano trovare una via d´uscita».
E cosa avete pensato? «C´era confusione. Panico. Non si capiva
bene. Poi arrivò qualcuno a dirci che dovevamo andare in campo
e giocare per motivi di sicurezza. Era un ordine». Non vi siete
opposti? «Nessuno di noi pensava a giocare. Mi ricordo un silenzio
surreale. Occhi bassi. Io nel frattempo ero stato incaricato
di dire a tutti i nostri familiari presenti di tornare assolutamente
in albergo. Giocammo quel primo tempo con la testa altrove.
Eravamo convinti di recitare una parte per evitare ulteriori
tragedie». Poi però avete giocato fino alla fine. «Nell´intervallo
il delegato Uefa entrò nello spogliatoio e ci disse con tono
duro che quella finale non sarebbe stata più rigiocata. Il messaggio
era chiaro». E poi quel gol di Platini, la coppa vinta, l´esultanza.
«Io posso dire che giocai sei minuti nel finale. Giocai e provai
a non pensare. L´istinto di un calciatore. Oggi se ripasso con
la mente quelle immagini sento solo dolore e rabbia per la follia
umana, per la stupidità, per ciò si poteva e doveva evitare.
Non penso a quella Coppa, penso solo ai morti, alle loro famiglie,
alla tragedia». Però si parlò molto dei vostri festeggiamenti
a fine partita. «C´era uno stadio blindato e una possibile caccia
all´uomo. Ci dissero: andate sotto la curva e tenete occupati
i vostri tifosi, qui può accadere di tutto. Quando la sera in
albergo abbiamo rivisto le immagini nella stanza di Tardelli,
siamo sbiancati in faccia e abbiamo smesso di parlare per un
bel po´». Poi siete tornati tra le polemiche. «Sì. C´è anche
chi ha detto e scritto che ci siamo tenuti il premio per quella
Coppa. Una falsità, una cattiveria inutile, abbiamo devoluto
tutto alle famiglie delle vittime». Prandelli, è mai tornato
in quello stadio? «Una volta col Parma. Quando sono sceso negli
spogliatoi ho sentito un vuoto nello stomaco. Una specie di
nausea. Come quando mi capita di vedere una curva che ondeggia.
Ho paura. Sempre paura che accada qualcosa». Anche per questo
la storia di ciò che accadde in quello stadio il 29 maggio del
1985 è sempre bene non dimenticarla.«I filmati dell´Heysel andrebbero
fatti vedere ai ragazzini nelle scuole, insieme ai gesti tecnici
dei grandi campioni. Ecco le due facce del calcio: quale dobbiamo
scegliere secondo voi? Perché una scelta va fatta, una volta
per tutte. Qui a Firenze stiamo togliendo le barriere. A Udine
già si sono mossi. Servono coraggio e decisione». Poi però capita
che gli ultras lanciano bombe carta e in molti stadi fischiano
i giocatori di colore. «Quando sento certi cori provo imbarazzo
a essere lì. Vorrei che un giorno, dopo un coro razzista o comunque
offensivo, i giocatori smettessero di giocare e la partita finisse
lì. Non possiamo svegliarci solo quando muore qualcuno. Altrimenti
diventiamo tutti complici. Piangere dopo non serve a nessuno.
Piangere dopo non cambia niente».
(da Repubblica
del 28/09/2009)
Sommario Articoli
Veltroni e l' Heysel «In Italia ancora troppa violenza»
di Filippo Conticello
Autore di un testo teatrale e di
un libro: «Vicenda emblematica. Qui da noi nulla è cambiato»
MILANO I clown entrarono in campo comunque,
con le maglie rosse, bianche e nere. Dopo 39 morti era solo
un circo, non certo calcio. Lo sapeva Michel Platini, lui per
giustificare l' esultanza juventina nella sera della strage
dell' Heysel disse: «Quando cade l' acrobata, entrano i clown».
Venticinque anni dopo la frase è diventata il titolo del monologo
teatrale edito da Einaudi di Walter Veltroni: «È il racconto
di un uomo e di una bugia raccontata alla moglie, l' unica in
10 anni di matrimonio. Poco prima delle nozze disse che sarebbe
andato a Londra per l' addio al celibato. Invece era a Bruxelles
per Juve-Liverpool: vide la morte». Lunedì al teatro Litta di
Milano un reading dell' opera è stato affidato a Claudio Bisio:
«Bellissima interpretazione, ha emozionato anche me». Onorevole
Veltroni, lei dov' era quel 29 maggio 1985? «A casa, con degli
amici davanti alla tv per tifare Juve. Pensavamo di vincere
e, invece, perdemmo tutti». Cosa è cambiato da allora? «In Inghilterra
i passi avanti ci sono stati. Da noi tutto è fermo: c' è violenza
nella società, nella politica e negli stadi. La coscienza civile
è addormentata». Lei descrive Scirea come un gigante buono e
invece dalla curva che porta il suo nome piovono bombe e cori
razzisti. «Già, una vergogna. Lì e in tanti altri stadi. Per
risolvere il problema non può bastare una tessera come dice
Maroni. Serve educazione, cultura, stadi moderni e sicuri. E
poi certezza della pena, senza sconti. Basta poco: vogliamo
solo un mondo in cui sia almeno consentito giocare».
(Da Archivio
storico Gazzetta.it 12/5/2010)
Sommario Articoli
Lo scempio dei nostri Heysel
di Roberto Beccantini
TORINO - Sabato saranno venticinque
anni. La tragedia dell’Heysel è come l’ombra: ci fugge
e ci insegue da un quarto di secolo. Trentanove tifosi
morti calpestati per Juventus-Liverpool, una partita
di calcio: ecco l’enormità della «notizia», in assoluto
e, soprattutto, in relazione al fato e al fatto, ai
lutti e al movente che li seminò. Gli inglesi, loro,
capirono subito la lezione e adeguarono i provvedimenti
legislativi all’esigenza di cambiare il modo di vivere
«lo» stadio e «nello» stadio. Noi no, noi siamo rimasti
prigionieri dell’ipocrisia e del labirinto. Domani a
Ginevra si assegnano gli Europei del 2016 e l’Italia
rischia di perdere contro Francia e Turchia, non solo
o non tanto perché il presidente dell’Uefa è il francese
Michel Platini, in campo a Bruxelles quel mercoledì
maledetto, ma perché i nostri colossei sono diventati
potenziali Heysel nelle strutture, sempre più giurassiche,
e nella civiltà sportiva degli abitanti, sempre più
selvaggi. Sprecata l’occasione di Italia ‘90, quando
ci abbuffammo di cemento ed edificammo stadi esagerati,
la furia onnivora della televisione ha contribuito a
svuotarne l’anima (e poi le tribune: non viceversa).
L’Heysel rappresenta un’eredità che troppo spesso abbiamo
abbandonato ai familiari delle vittime, se non, addirittura,
ai guizzi degli archivisti. Ci siamo rimpinzati di slogan
- modello inglese, tolleranza zero - e, ammesso che
sia un segno del progresso, si muore meno sulle gradinate
e di più negli autogrill; «il calcio in mano agli ultrà»,
pronunciato da Fabio Capello in tempi non sospetti,
rimane la summa del «disordine nuovo», fra caccia al
razzismo e razzisti a caccia. Con qualche agente, sullo
sfondo, di grilletto facile e manganello sbrigativo.
Non che all’estero siano tutti chierichetti, ma da noi
si vive in uno stato di estrema e perenne emergenza:
nel penultimo turno del campionato scorso, Genoa - Milan
è stata disputata a porte chiuse per la paura che un
fatto di sangue risalente a quindici anni prima potesse
servire, ancora, da miccia per implacabili e odiose
vendette. La morte dell’ispettore Raciti (2 febbraio
2007) portò a una mobilitazione generale, con impegni
solenni dei politici. La montagna della «rivoluzione
culturale» ha partorito tre topolini: i tornelli, i
biglietti nominativi e la tessera del tifoso alla quale
Daniele De Rossi ha replicato con la tessera del poliziotto.
La via italiana alle pari schedature: non proprio il
massimo, nei giorni della memoria.
(Da la Stampa
del 26 maggio 2010)
Sommario Articoli
“Crollò una barriera e scoppiò l’inferno.
Odiavamo gli italiani”
di Tony Evans
Un muro è crollato, tutto qui».
Io queste parole le ho sentite e le ho ripetute tantissime
volte. Ma sono menzogne. C'è un momento di quel giorno
a Bruxelles che più di qualsiasi altro continua a tormentarmi.
Il nostro treno era da poco arrivato alla stazione di
Jette e una lunga colonna di tifosi del Liverpool si
era incamminata giù dalla collina verso il centro. Mi
fermai a guardarli, bandiere a scacchi rossi e bianchi
al vento... Dissi tra me e me: «Oggi possiamo fare tutto
ciò che ci pare. Nessuno può fermarci».Era un giorno
caldo e soleggiato, ma nell'umore generale si captava
un sottofondo oscuro. Quelle bandiere a scacchi le avevamo
preparate per la finale dell’anno precedente, contro
la Roma allo Stadio Olimpico. E nonostante la conquista
della quarta Coppa dei Campioni nessuno, tra quelli
di noi che erano stati a Roma, ricorda con affetto quel
giorno. Prima della gara, gruppi di giovani in motorino
avevano dato la caccia ai nostri tifosi, coltelli in
mano. E, dopo la partita, fummo vittima della rabbia
di Roma, tra sangue, angherie e umiliazioni. Ci eravamo
detti che la storia non si sarebbe ripetuta. La nostra
rabbia non era diretta solo agli italiani. La stampa
britannica aveva praticamente ignorato gli eventi dell'Olimpico
l'anno prima... Liverpool, in quegli anni, era una città
marginalizzata e odiata dal resto del Paese, un anacronismo
che c'entrava poco con l'Inghilterra.Ero con mio fratello
quando, in un vicolo del centro, ci siamo imbattuti
in un gruppo di tifosi juventini, sei o sette, quasi
tutti ventenni. Erano seduti davanti a un bar, atteggiandosi
un po' da duri, un po' da fichi. Il mio sguardo incrociò
uno dei loro. «Dai, brutto stronzo, dimmi qualcosa...»
ringhiai. Lui, niente. Ma ormai il tono, l'umore di
quella giornata era stato fissato. La Grand Place era
relativamente priva di tensione. Noi del Liverpool eravamo
in tanti e ci sentivamo sicuri. Bevevamo e cantavamo
a torso nudo sotto il sole. Era quasi idilliaco. Ma
poi, complice l'effetto dell'alcol, tutto cambiò. I
bar cominciarono a chiudere, forse impauriti da ciò
che avremmo potuto fare...Partimmo a piedi per lo stadio.
Ovunque c'erano tafferugli. In circostanze normali,
tutto ciò non sarebbe avvenuto. Ma quel giorno era diverso...
Eravamo ubriachi ma anche in quello stato capimmo che
lo stadio era fatiscente. Alle entrate non vi erano
praticamente controlli. Tutt'ora, 25 anni dopo, ho ancora
intatto il biglietto di quella serata. Eravamo nel settore
Y, accanto al maledetto settore Z, e si capì subito
che eravamo in troppi. La folla ci spinse avanti, verso
il campo, crollò una prima barriera. La polizia reagì
con i manganelli. Vidi un ragazzo - uno dei nostri -
rimasto imbrigliato nel filo spinato mentre cercava
di scavalcare un muro. E vidi un poliziotto che lo manganellava.
Mi avvicinai e gli diedi un pugno in faccia. Scappò
via. A quel punto, quasi tutta la polizia si era dileguata.
E così noi ci concentrammo sul bar, dove un povero cristo
vendeva patatine e panini. In pochi secondi avevamo
saccheggiato tutto. Tra settore Y e settore Z vi era
un fitto lancio d'oggetti. In realtà, per gli standard
di quegli anni, non era nulla di inusuale. Guardammo
con invidia gli spazi nel settore Z che era mezzo vuoto,
mentre il nostro settore Y, complici i molti tifosi
senza biglietto, era strapieno. Mi assentai per qualche
minuto per fare la pipì. Al ritorno vidi che la rete
che separava i due settori era caduta e che molti dei
nostri erano passati al settore adiacente... Più sotto
e nell'angolo più lontano stavano morendo 39 persone.
Della partita non ricordo nulla. Del dopo-partita ricordo
la paura di essere accoltellato dagli juventini. E ricordo
il poliziotto belga che, preso dall'ira, lanciò un lacrimogeno
dentro un autobus di tifosi del Liverpool. Arrivammo
a Ostenda per prendere il traghetto, tristi e depressi,
ma ancora ignari. Solo dopo, sulla Manica, cominciò
a spargersi la voce. A casa cominciammo a trovare antidoti
per la nostra vergogna,raccontandoci le solite bugie...
Una lunga catena di eventi ha portato all'Heysel. Gli
accoltellamenti e i pestaggi subiti a Roma, l’alcol,
la nostra aggressività, l'inefficienza della polizia
e uno stadio fatiscente. Senza uno di questi anelli
nella catena maledetta forse quel giorno sarebbe passato
senza incidenti. Oggi i tifosi dell'Everton ci dedicano
uno sfottò: «Trentanove italiani non possono avere torto».
Un modo per dire che l'Heysel è colpa di noi del Liverpool.
Hanno ragione. Il torto era nostro. Il torto era mio.
(Da la Stampa
del 26 maggio 2010)
Tony Evans è stato per tanti anni un tifoso militante
del Liverpool, ora è responsabile delle pagine sportive
del Times)
Sommario Articoli
Heysel, la notte del calcio perseguita i sopravvissuti
di Francesco Caremani
Oggi l’anniversario. La Juve invita i familiari, non
tutti risponderanno
Venticinque anni, tanto è lungo
il filo della memoria che si riavvolge ogni 29 maggio,
il giorno in cui allo stadio Heysel di Bruxelles, prima
della finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool
del 1985, muoiono 39 persone, di cui 32 italiani. Muoiono
nel settore Z, schiacciate e soffocate dalla calca,
sotto i colpi degli hooligans inglesi instupiditi dall'alcool,
con la connivenza decisiva delle autorità belghe, della
polizia locale e dell'Uefa, incapaci di prevedere e
d'intervenire. Ieri a Liverpool, sui muri di Anfield,
è stata scoperta una targa alla presenza di Phil Neal
e Sergio Brio, i capitani di quella maledetta finale,
oltre che di Gianluca Pessotto in rappresentanza del
club bianconero. E simbolicamente sono stati piantati
39 alberi, uno per ogni vittima. Ma il clou delle iniziative
è sabato. A Bruxelles una delegazione di tifosi juventini
del Belgio andranno in pellegrinaggio nello stadio della
morte, ribattezzato Re Baldovino. A Torino, davanti
alla lapide nel cortile della sede della Juve, pregheranno
Platini e molti giocatori dell’epoca, nonché una delegazione
del Liverpool. A seguire la messa alla Gran Madre. La
società ha invitato alle cerimonie i familiari delle
vittime: molti hanno sussurrato la parola «finalmente»,
non tutti risponderanno. Mario Ronchi, l'interista La
moglie: "Ogni sera, conto chi c’è e chi non c’è più"
«Mio marito non era tifoso della Juventus - racconta
Maria Teresa Dissegna, di Bassano del Grappa, lui teneva
per l'Inter, ma è andato con gli amici». Parla con diffidenza
Maria, perché non l'aveva mai fatto prima e non vuole
pubblicità. «Il dolore è ancora molto forte, come venticinque
anni fa, ho bisogno di stare tranquilla. È difficile
spiegare il quotidiano, vivere alla giornata e andarsene
a letto facendo la conta di chi è rimasto e chi non
c'è più». Sono parole ruvide che raccontano la dignità
di chi è rimasto senza sogni nel cassetto, dovendo fare
i conti con una vita che non ha scelto: «Mio figlio
oggi ha 27 anni ma non abbiamo mai affrontato l'argomento.
Gli parlo e gli ho parlato di suo padre, di come era,
ma non di quella sera». Mario aveva un'impresa e chi
l'ha portato via ha cancellato il futuro di una famiglia:
«Ho ricevuto l'invito della Juventus, ma non andrò,
ognuno ha la sua coscienza». Giancarlo Gonnelli, padre
e figlia Rosalina: “Lei in coma e su mio marito dicevano:
te l’hanno pagato morto” «Non ho accettato la sua morte
perché non l'ho vissuta, ricorda Rosalina Vannini di
Ponsacco. Ogni tanto vado al cimitero, ma per me è sempre
qui, l'ho sognato anche la notte scorsa». Giancarlo
all'Heysel c'era andato con la figlia Carla, lui è morto,
lei è tornata da quella strage e da un coma, salvata
da mani inglesi, ma una parte di sé è rimasta per sempre
nella curva Z insieme all'adorato babbo. «Finché ci
sarà memoria, i 39 angeli di Bruxelles vivranno con
noi. E allora grazie a tutti coloro che fanno e hanno
fatto qualcosa perché in tutti questi anni non si spegnesse».
Come gli altri familiari, Rosalina parla con forza e
dignità, come se tutta la cattiveria ingoiata per anni
fosse stata digerita: «Mi hanno detto che m'avevano
pagato il marito morto, che la macchina (che avevo anche
prima) me l'ero comprata con quei soldi. Nessuno sa
cosa ha significato andare avanti senza Giancarlo e
con tutti i problemi che ha avuto Carla». La quale,
dell'Heysel, non vuole ancora parlare. Giuseppina Conti,
il premio Antonio: “Era lì per la pagella Non cambio
idea: ho perso mia figlia per l’avidità di qualcuno”
«È dura, sono contento che se ne parli ancora, ma il
dolore non se ne va. Non se ne andrà mai». La voce di
Antonio Conti, di Rigutino, frazione del comune di Arezzo,
perde forza ricordando il 29 maggio dell'85. Lui all'Heysel
c'era con la figlia, premio di una bella stagione scolastica,
ed è impossibile spiegare cosa significhi tornare a
casa senza la propria bambina, da quella che doveva
essere una festa: «È contro natura». Le foto e la racchetta
da tennis sono un memoriale. Raccontano tutto, il dolore
ma anche la rabbia. «Non si possono mettere migliaia
di persone dentro una curva di terra con i gradoni di
graniglia, dopo una fila di quattro ore passando da
una porta di novanta centimetri. Mia figlia è morta
perché qualcuno potesse incassare più soldi». Alla fine,
per Antonio, la famiglia è rimasta l'unico rifugio,
l’unica ragione per andare avanti ma questo è un vuoto
che niente e nessuno può riempire: «Mi hanno invitato
ma non vado a Torino. Sabato c'è il torneo, i ragazzi
lo fanno tutti gli anni, ho scelto di stare con loro».
I Casula, l'uomo e il bambino Emanuela: “Col tempo sono
diventata serena. La polemica non aiuta” Emanuela oggi
vive a Roma, ma appena può torna a Cagliari dalla mamma:
«Non ne abbiamo mai parlato tanto, però sabato andremo
insieme a Torino». L'invito della Juventus è stato un
modo per ricordare la tragedia. Emanuela ha perso il
padre Giovanni e il fratello Andrea in un colpo solo,
però non ha mai cercato colpe e vendetta, ha vissuto
con l'assenza ed è divenuta la donna di oggi, senza
immaginare come poteva essere l'altra: «Con il tempo
sono diventata una persona serena, ma credo che per
la mamma sia completamente diverso». Ha letto, si è
documentata e sorpresa di tante cose: «Ho visto Tardelli
in televisione da Minoli qualche sera fa, era molto
imbarazzato, mi ha fatto piacere ascoltare le sue scuse».
Per tanti anni ha tenuto dentro la sua storia: «La dignità,
la memoria, sono importanti, polemizzare no, perché
si rischia di cadere nell'esibizionismo e di mettere
in cattiva luce tutto il resto». Roberto Lorentini,
la medaglia Il padre: “Abbiamo battuto l’Uefa, ma troppi
se la sono cavata ”Roberto è il medico di Arezzo, medaglia
d'argento al valor civile perché morto tentando di salvare
un connazionale, forse lo stesso Andrea Casula. Ha lasciato
una moglie, due figli piccoli e un padre che ha combattuto
a lungo per la sua memoria e per la giustizia di trentanove
innocenti: «Con qualche parente ci sentiamo ancora»,
dice con orgoglio, lui che ha fondato l'Associazione
dei familiari e che per sei lunghi anni ha assistito
al lungo e faticoso processo contro tutto e tutti. «Abbiamo
sconfitto l'Uefa, abbiamo fatto giurisprudenza, ma in
troppi se la sono cavata». Un rammarico che sposta ogni
giorno il confine della memoria: «Andiamo al cimitero
due, tre volte la settimana perché Roberto è sempre
qui con noi. Andare a Torino? No, ho ricevuto l'invito,
però sabato c’è la messa e poi il torneo». Una medaglia,
un libro, un dvd, un piazzale intitolato a Roberto:
«Abbiamo fatto un viaggio pubblico, quello è finito,
adesso continua quello privato».
(Da
Avvenire del maggio 2010)
Sommario Articoli
Platini e la squadra dell’85 a Torino per commemorare
i 25 anni della tragedia
Heysel, ricordo per sempre
di Guido Vaciago
Oggi la rievocazione, Agnelli annuncerà
la sala della memoria nel nuovo stadio. Nell’impianto
che la Juve sta costruendo la violenza dovrà essere
confinata nel passato. Boniperti: «Quella coppa non
è insanguinata»
TORINO. Venticinque anni fa la finale
di Coppa dei Campioni si trasformava in una delle più
orrende tragedie dello sport. Juventus-Liverpool, a
Bruxelles, venne preceduta da un attacco dei tifosi
inglesi contro quelli italiani che provocò la morte
di 39 persone innocenti, schiacciate, asfissiate, calpestate
in modo atroce nella curva zeta dello stadio Heysel.
LA SALA Oggi, nel giorno della memoria bianconera, Andrea
Agnelli annuncerà che quelle vittime non verranno mai
dimenticate e che il ricordo di quella tragedia servirà
da monito, perché mai si ripeta una simile follia. Nel
nuovo stadio della Juventus ci sarà, infatti, uno spazio
per ricordare i fatti di quel giorno maledetto. LA CERIMONIA
Inizierà alle 10 la commemorazione nel cortile della
sede bianconera, dove è stato posto un cippo alla memoria
delle 39 vittime. Oltre al presidente della Juventus,
ci saranno parecchi giocatori della squadra che giocò
quella partita, a partire da Michel Platini, così come
molti parenti delle vittime e il presidente della Lega
Maurizio Beretta. Sarà una cerimonia breve, alla quale
seguirà una messa alla Gran Madre, dove sarà presente
la prima squadra della Juventus. LA RIFLESSIONE Venticinque
anni dopo è il momento di commemorare, ma anche quello
di riflettere. La tragedia dell’Heysel è stata una ferita
dolorosa e profonda per il popolo bianconero, ora è
una cicatrice che si porta dentro chi ha vissuto quella
notte ( in quello stadio o all’ascolto di quella drammatica
telecronaca di Bruno Pizzul) e un racconto poco conosciuto
per chi era troppo piccolo o non era neppure nato. IL
SIMBOLO E allora l’idea di una sala che nel nuovo stadio
ricordi quella barbarie, come un fatto storico, oltre
che tragico, è un’iniziativa eccellente. Perché a distanza
di 25 anni, tutto quel dolore e quello sgomento devono
servire a qualcosa. Devono servire a ricordare come
quella finale fu organizzata in modo clamorosamente
superficiale, lasciando che i tifosi inglesi e quelli
italiani si trovassero accanto in quella maledetta curva,
separati da una rete da pollaio. E che non c’erano abbastanza
forze dell’ordine per gestire un evento di quella portata.
Che i feriti non furono soccorsi in modo tempestivo
e adeguato. Che odiare, oggi, 25 anni dopo, non serve
a niente, che quello che conta è non ripetere. LA GIOIA
E il fatto che il luogo della memoria dell’Heysel sorga
proprio nel nuovo stadio è significativo. In quello
che sarà l’impianto più moderno del calcio italiano,
la violenza dovrà essere solamente un ricordo, confinato
in quella sala. Quello stadio dovrà accogliere tifosi
veri, appassionati, innamorati della Juventus e del
calcio: sarà un luogo di festa non di morte. IL PRESIDENTE
Giampiero Boniperti, allora presidente della Juventus,
si interrogava: « Cosa ricorderò tra trent’anni di questa
coppa ? Tornerò ogni tanto a osservarla nella vetrinetta,
ma credo che mi apparirà soltanto l’immagine di uno
dei tanti morti che ho visto all’obitorio. L’immagine
di un ragazzo di dieci anni, con un fazzoletto bianconero
al collo». LA COPPA Già, quella coppa è nella sala dei
trofei della Juventus. Pochi metri in linea d’aria con
il cippo intorno al quale ci si raccoglierà stamattina.
Un trofeo scomodo e doloroso, sul quale si è a lungo
dibattuto. Lo stesso Boniperti sostiene: «Non dite che
quella coppa è insanguinata. Non è vero. La tragedia
è una cosa, la partita è un’altra. E fu una partita
vera, chiedete a Rush, a quelli del Liverpool. Andarono
in campo per vincere e noi con loro. Proprio non riesco
a vergognarmi per quella coppa e il dolore lo tengo
per me». I GIUDICI Ma forse questo punto di vista è
proprio quello da dimenticare. Quella coppa è lì, nella
sala più luccicante della sede juventina, e ognuno di
quelli che ci passa davanti può ricordare e pensare
ciò che vuole. Anche perché gli unici che potrebbero
decidere veramente se quella coppa è vera o meno sono
le trentanove vittime della curva zeta. Nessun altro.
(Da Tuttosport
del 29 maggio 2010)
Sommario Articoli
Lorentini amaro «Negli stadi ancora morti»
di Marina Salvetti
Il presidente dell’Associazione
perse il figlio di 31 anni. «Ho combattuto perché ci
fosse giustizia. Sei anni di udienze: molti sono finiti
in galera, troppi se la sono cavata»
OTELLO Lorentini ha 86 anni e un
cuore malconcio. «Non mi regge perché mi chiamano in
tanti in questi giorni per sapere e ricordare, ma ritornare
indietro diventa molto difficile alla mia età». Soprattutto
quando il ricordo privato diventa commemorazione pubblica
e tornare indietro a quel tragico mercoledì 29 maggio
1985 significa far affiorare scene che si vuole accantonare
nella memoria. All’Heysel ha perso il figlio Roberto:
aveva 31 anni, faceva il medico, era sposato e papà
di Andrea e Stefano, di 3 e un anno e mezzo. «Eravamo
accanto, io e Roberto, ma ci siamo persi in mezzo alla
bolgia, sono caduto a terra, una transenna ha evitato
che mi calpestassero, poi sono finito sul campo ». Minuti
carichi di tensione. «Con noi c’erano anche due nipoti,
li ho incrociati a metà scalinata, mentre stavo tornando
indietro. Mi hanno detto che Roberto stava poco bene,
invece era già morto». Morto mentre stava soccorrendo
un altro tifoso ed è per questo che la presidenza della
Repubblica gli ha conferito la medaglia d’argento al
valor civile. BATTAGLIA Da quel giorno Otello Lorentini
ha portato avanti la sua personale battaglia affinché
i morti dell’Heysel non venissero dimenticati e affinché
fosse resa giustizia. «Il processo è durato sei lunghissimi
anni. Ho seguito le udienze passo dopo passo, due, tre
volte al mese andavo a Bruxelles con gli avvocati. Ho
fatto tutto questo non tanto per ottenere il risarcimento,
anche se è stato giusto che ci venissero dati quei pochi
soldi visto che non volevano neppure pagare, ma perché
i colpevoli venissero inchiodati alle loro responsabilità.
E alla fine posso dire che giustizia è stata fatta:
abbiamo sconfitto l’Uefa, le autorità belghe, le forze
dell’ordine e tifosi del Liverpool, abbiamo fatto giurisprudenza,
in molti sono finiti in galera, tanti altri però se
la sono cavata». ASSOCIAZIONE Lorentini ha anche fondato
l’Associazione familiari vittime dell’Heysel. «Ormai
ne sento pochi di parenti, di alcuni non so proprio
più nulla. Beh, il tempo passa, la vita continua, ognuno
col proprio dolore. Abbiamo fatto un percorso comune,
che è finito, adesso continua quello privato». Venticinque
anni dopo però Lorentini è rassegnato: neppure la tragedia
dell’Heysel ha cambiato la testa della gente. «Nonostante
39 morti gli stadi continuano a essere pieni di menefreghisti.
E si continua a morire». COMMEMORAZIONE Oggi però Otello
non sarà a Torino per la commemorazione. «Ho ricevuto
l’invito di Andrea Agnelli, ma qui ad Arezzo c’è la
messa e poi il memorial». Starà con la nuora Arianna,
che aveva 27 anni all’epoca, i nipoti Andrea e Stefano,
ormai cresciuti e diventati uomini senza un papà. «Gli
abbiamo raccontato i fatti e, soltanto quando ce l’hanno
chiesto loro, li abbiamo portati al cimitero: volevano
vedere il loro babbo». Morto in un giorno che avrebbe
dovuto essere di festa, a rincorrere i sogni di un trionfo
bianconero.
(Da Tuttosport
del 29 maggio 2010)
Sommario Articoli
Gli occhi di quel ragazzo che morì tra le mie braccia
di Marco Bernardini
25 anni fa la tragedia all'Heysel: 39 tifosi
morti prima della finale di Coppa dei Campioni tra la
Juventus e il Liverpool. I parenti delle vittime
venete in viaggio verso il Belgio
Partiranno anche da Bassano. Discreti.
In punta di piedi per timore di disturbare chi riposa.
Mario, Gianfranco e Giuseppe meritano il rispetto delle
cose serie. La morte non fa baccano, almeno non quando
per incanto ti afferra la mano e ti accompagna nella
zona del non luogo. Il momento del balzo, quello sì,
può essere segnalato dal rombo del tuono e persino segnato
dal sangue. Dopo no. Il silenzio e la quiete si fanno
padroni. Ronchi, Sarto, Spolaore sono i cognomi scritti
sulle lapidi dei cimiteri. I primi due in quello di
Bassano, appunto. L’altro, a Rovigo. Accanto la rivelazione
anagrafica di una fuga precipitosa e incontrollabile
imposta da un destino travestito da hooligan gonfio
di birra. Rispettivamente 43 anni, 47 e 55 anni. Tutti
e tre viaggiatori senza ritorno, partendo dal medesimo
punto ad un’unica ora dello stesso giorno,quasi si fossero
messi d’accordo prima. Le diciannove e otto minuti del
29 maggio 1985. Luogo fatale uno stadio che si chiamava
Heysel, in compagnia di altri trentatre fratelli di
bandiera sportiva arrivati in Belgio da tutta Italia
per la celebrazione di una festa cominciata con il sorriso
e poi annegata in un oceano di lacrime. Anche la luna,
quella notte, decise di nascondersi dietro le nuvole
per non vedere la tragedia. Massimo Tadolini oggi ha
47 anni e sarà lui, capogruppo di un corteo dolente,
a guidare quelli che partiranno da Bassano per il doloroso
ma necessario viaggio della memoria. Una lettera già
firmata, per il sindaco Chiamparino. Che la città della
Juventus abbia almeno una strada intitolata ai martiri
di un assurdo universo dove finì il pallone, quella
sera, calciato da un orco indecente spuntato dal nulla
per trasformare una favola in tragedia. E’ dall’età
della ragione che Massimo si sta battendo perché la
Spoon River bianconera smetta mai di essere attuale.
Per rispetto della memoria ma soprattutto per ragioni
pedagogiche. Morire è una schifezza. Morire dentro uno
stadio è la mortificazione dell’essere umano. Il buio
della ragione. Eppure accadde, venticinque anni fa.
In Belgio, da tempo, hanno provveduto a resettare completamente
ogni scheggia del passato. L’Heysel si chiama «Stadio
Re Baldovino», la «Curva Z» è una linea architettonica
che si piega dolcemente, il cemento dei parcheggi tutti
intorno è stato ricoperto di erba verde e di fiori.
Un gesto volutamente ipnotico per inibire il ricordo,
mai dovesse per qualcuno rigalleggiare in superficie.
Ma, osservato da lontano, il gioco di prestigio serve
a nulla. Anzi, monta la rabbia come la marea bretone.
Nell’anima e nella testa di coloro che c’erano, sventuratamente.
Alle diciannove e otto minuti in punto, allorché uomini
e donne e ragazzini sotto la pressione di una furia
alcolica squisitamente british vennero catapultati oltre
il muro di cinta più alto nel vuoto. Marionette in volo
a planare, prima di schiantarsi sull’asfalto e mostrare
che invece erano di carne e di ossa, non di legno. I
pupazzi non sanguinano. I cuori neppure, a meno che
non vengano violentati e maciullati nel petto. Difficile
che accada durante o per una partita di pallone. Almeno,
era mai avvenuto prima di allora. Cinico e un poco annoiato
il popolo dei media, arroccato nella tribuna stampa,
chiedeva che cosa si aspettasse per cominciare. Eppure
anche l’Avvocato, insieme con il suo amico Kissinger,
s’era già accomodato nella zona vip. Le urla e la polizia
a cavallo. Che accade, mio dio? Sguardi più stupiti
che preoccupati. I soliti quattro imbecilli, anche qui
fare casino... E’ il pensiero che dilaga, per primo.
Poi le notizie, portate a chi dovrebbe darle. C’è la
morte a passeggio che miete, dannata e senza scrupoli,
nella Curva Z. Ultima lettera dell’alfabeto e, dunque,
segno premonitore per chi pretende di saper leggere
il futuro nei fondi del caffè. Non è possibile! Macché,
tutto vero. Il mondo capovolto, a testa in giù, assurdo
universo. Piero Dardanello, il direttore, ne ha viste
e sentite di tutti i colori in carriera. Questa mai.
Un pallone annegato nel sangue non fa parte della sua
cifra di analisi comprensiva. Sfugge ad ogni logica.
La rigetta. Impossibile da raccontare, lì per lì. E’
una statua di sale, dunque, immobile davanti alla sua
Olivetti portatile. Come ibernato in uno spazio dove
il tempo non ha senso perché inesistente. Come lui quelli
della sua generazione. Allora, forza Claudio Colombo,
collega di cronaca da strada. Siamo in campo, lui ed
io, con la rapidità del fulmine. Io lo tengo per le
gambe, lui gli sorregge il capo. Morirà tra le nostre
braccia quel ragazzo del quale abbiamo mai saputo il
nome. Ma gli occhi sì, quelli li abbiamo visti spalancati
per un istante. Urlavano, per come può essere spaventosamente
decibelico uno sguardo: perché? Già, perché? Continuo
a chiedermelo ancora oggi, venticinque anni dopo. Una
risposta, netta, non esiste anche se, tutto sommato,
la si potrebbe trovare analizzando le scorie quotidiane
lasciate nel setaccio da un mondo (anche quello del
pallone) moralmente sempre più inquinato e comunque
in progressivo degrado. Ma forse è meglio tacere. Almeno
oggi. Per rispetto di tutta quella gente che sta partendo,
anche da Bassano.
Dal Corriere della Sera del
29 maggio 2010
Sommario Articoli
di Francesco Caremani
Un
monumento, tre targhe, un cippo, piazzali intitolati non possono
riempire il vuoto di 25 anni, tra silenzi e meschinità d’ogni
genere, di 39 tifosi morti (32 italiani) prima di una finale
di Coppa dei Campioni. Era il 29 maggio dell’85, era Juventus-Liverpool.
Una strage che ha insegnato poco o niente al calcio europeo,
italiano in particolare, senza dimenticare che ogni volta che
si ripete quell’assurda violenza da stadio i familiari delle
vittime di Bruxelles sentono acuirsi il dolore che non è mai
passato e mai passerà, nutrito dal vuoto di chi non c’è più.
È mancato il magistero, è mancata la memoria, quella della Juventus,
quella delle istituzioni politiche e sportive, in entrambi i
casi sia italiane che europee. Altrimenti oggi tutti saprebbero
del faticoso processo dell’Associazione dei familiari, avrebbero
conosciuto la forza di Otello Lorentini, fondatore e presidente,
che all’Heysel ha perso il figlio Roberto, così come Daniel
Vedovatto, il giovane avvocato italobelga che da solo sì è battuto
contro i migliori principi del Foro inglesi ed europei, che
difendevano gli hooligans e l’Uefa. «Il clima era chiaramente
ostile», dice Paolo Ammirati, avvocato aretino dell’Associazione.
Lo stesso Daniel Vedovatto non ha avuto vita facile nelle prime
fasi del dibattimento. «Quando abbiamo ottenuto, grazie all’opera
di Lorentini, la condanna dell’Uefa - ricorda Vedovatto - nessuno
ne ha parlato e questa è stata un’ingiustizia. Ce ne sono state
tante in questa vicenda, ma questa Otello non se la meritava».
Alla fine pochi hooligans sono stati individuati e condannati,
a pagare restano Roosens, presidente della Federcalcio belga,
Mahieu, capitano della gendarmeria e Bangerter, segretario generale
dell’Uefa: «Non era facile convincere la Corte a condannare
l’Uefa, organismo potente che gestiva da padrone il calcio europeo»,
replica Vedovatto. Una sentenza, quasi sconosciuta, che ha fatto
giurisprudenza e che ha condannato il massimo organismo calcistico
europeo alla corresponsabilità degli eventi che organizza, da
qui maggiore sicurezza per tutti e stadi per le finali scelti
secondo determinate caratteristiche, perché l’Associazione dei
familiari delle vittime non ha combattuto solo per avere giustizia,
ma perché un altro Heysel non accadesse più. Dopo tanti altri
lutti e dopo tanto silenzio, 25 anni dopo, anche la Juventus
ha deciso di ricordare le vittime di Bruxelles. Ha invitato,
per domani, tutti i familiari a Torino per una messa alla quale,
pare, saranno presenti anche Zibi Boniek, che di quella sera
non ha mai voluto parlare, e Michel Platini, il «clown che entrò
in campo dopo l’acrobata» e che oggi, scherzi del destino, è
Presidente Uefa. Non tutti andranno, alcuni per riguardo a chi
la memoria l’ha rispettata ogni 29 di maggio, altri perché impossibilitati,
quasi tutti però intimamente soddisfatti dell’iniziativa. In
questi ultimi giorni sono arrivate le scuse televisive di Marco
Tardelli e Andrea Agnelli, neo presidente bianconero, ha scritto
una lettera a Otello Lorentini. È un primo piccolo passo verso
la memoria. Ma, oggi come ieri, non c’è poesia nel ripercorrere
lo Spoon River dell’Heysel.
28 maggio 2010
Fonte: www.avvenire.it
Sommario Articoli
di Stefano Benzi
Sono già passati venticinque anni: lo ricordo
bene perché cominciai a lavorare proprio quell'anno lì, nel
1985. Anche se quello di cui mi occupavo non erano certo la
Coppa dei Campioni e nemmeno la Serie A. Ricordo la voce di
Bruno Pizzul rotta dall'emozione e forse dal pianto, nel disperato
tentativo di fare chiarezza su quanto ancora non solo non si
sapeva, ma nemmeno si capiva: "Scusate... non vorrei farlo ma
devo..., devo dirlo. Ci sono delle vittime". Mi risuonano così,
più o meno, nella memoria le parole di Pizzul. Fino a quel momento
la regia internazionale aveva inquadrato poco o nulla di quello
che stava accadendo: immagini lontane, non molto nitide. Si
percepiva solo un gran clima di confusione, e di paura. Da quel
momento, da quando Pizzul pronunciò quelle parole, cambiò tutto.
Non era più una partita di calcio, non era più la finale di
Coppa dei Campioni: la tv si era trasformata in un catalizzatore
di emozioni, di rabbia e di angoscia. Stavo rivivendo la stessa
sensazione di quando, qualche anno prima, un bimbo era caduto
in un pozzo al Vermicino, a Roma: si chiamava Alfredino Rampi.
E tutta l'Italia aveva disperatamente seguito in televisione
la cronaca dei soccorsi, sperando nel lieto fine, che non ci
fu. Non sempre la televisione può portare il lieto fine: non
è fiction, non è reality-show, è realtà. E quella sera la realtà
dimostrò quanto l'uomo può diventare brutale, scellerato, bestiale:
anche se si tratta solo di una partita di calcio. C'era un odio
viscerale tra inglesi e italiani per tanti motivi stupidi. I
tifosi del Liverpool, che in Inghilterra erano considerati i
più violenti e aggressivi, volevano vendicarsi degli incidenti
e degli accoltellamenti subiti a Roma l'anno prima, quando vinsero
la finale di Coppa dei Campioni contro la Roma ai rigori. Ma
soprattutto c'era una disorganizzazione assoluta: vergognosa.
Lo stadio prescelto era un cesso, glorioso ma fatiscente, privo
di qualsiasi controllo e per nulla sicuro. I tifosi inglesi,
che entrarono per primi, accolsero i tifosi della Juve con lancio
di calcinacci, pezzi di ferro e lattine di birra. Ma tutto l'accesso
alle tribune fu confuso, disordinato e per nulla adeguato all'importanza
e ai rischi di una partita del genere. Si sono scritti libri,
tesi di laurea, intere documentazioni su quello che è accaduto
quella notte, nel tentativo di trovare un colpevole: di espiare
una colpa. La verità è che ancora oggi sarebbe più opportuno
trovare un sentimento di pentimento o di perdono, da una parte
e dall'altra. Ed è difficile: così come è difficile ancora oggi
capire che cosa sia successo. C'è chi parla di provocazioni,
chi di aggressioni, chi di una disorganizzazione assoluta. L'alcol,
tanti i tifosi inglesi ubriachi fin dal pomeriggio, l'inadeguatezza
della struttura, la totale incapacità della polizia belga nel
governare una folla impazzita, la carenza nei soccorsi.... L'Heysel
è un monumento funebre all'inciviltà: un monumento che purtroppo
verrà demolito. Ma come ci ricordiamo degli orrori che il genere
umano ha saputo provocare, forse sarebbe utile ricordarsi anche
di quello che è accaduto a Bruxelles. E tenerne in vita l'orrore.
Morirono 39 persone, 32 italiani; alcuni schiacciati, altri
travolti, altri soffocati. Uno di quei ragazzi, un medico di
31 anni che si chiamava Roberto Lorentini, morì travolto mentre
stava cercando di rianimare un ragazzo che era rimasto schiacciato
nella calca. Credo sia difficile per chiunque esprimersi su
un argomento così difficile: è una ferita ancora aperta, e che
forse non si rimarginerà mai. Le squadre inglesi vennero escluse
da qualsiasi competizione per cinque anni; gli hooligans arrestati
furono solo venticinque, undici gli assolti, quattordici i condannati
con una pena massima di cinque anni di reclusione. La Uefa,
le cui colpe nella scelta della sede e nell'organizzazione della
partita erano evidentissime, corse ai ripari quando fu troppo
tardi. Tante cose si sono sapute solo più tardi, anche molto
tempo dopo: si seppe che i giocatori erano stati tenuti all'oscuro
di quanto era realmente accaduto e che erano stati quasi costretti
a giocare, sotto la minaccia di pesanti sanzioni, per evitare
disordini ancora più gravi. I tifosi inglesi che rientrarono
in patria il giorno dopo, appresero delle 39 vittime, imbarcandosi
al porto di Ostenda: alcuni di loro tornarono indietro. Altri
tornano nel pressi dell'Heysel ogni anno... "per chiedere scusa,
perché se oggi sono un uomo migliore lo devo al sacrificio di
persone che mi hanno dimostrato che cosa potevo diventare se
continuavo a essere quello che ero" scrive Ian Gilmour, uno
dei tifosi dei reds che si trovò coinvolto negli scontri e che
oggi si occupa di recuperare dalla dipendenza giovani già condannati
all'alcolismo. Persone come Tony Evans, allora tifoso in trasferta,
ora responsabile delle pagine sportive del Times che in questi
giorni in una lunga intervista, lascia spazio a un ricordo amaro
e colmo di sensi di colpa: "I tifosi dell'Everton ci dedicano
uno sfottò che dice che trentanove italiani non possono avere
torto. E' un modo per dire che l'Heysel è colpa di noi del Liverpool.
E hanno ragione. Il torto era nostro, anche mio". Oggi ci si
fa la solita domanda: si doveva giocare? Non si doveva giocare?
Forse davvero la Juve avrebbe dovuto lasciare quella coppa negli
spogliatoi, sotterrarla insieme alle sue vittime. Venticinque
anni sono tanti, ma più ancora del dolore è grande lo sconcerto,
l'incoscienza di fronte a quello che una folla impazzita è in
grado di provocare. La Juve sta costruendo il suo nuovo stadio:
capisco che quelle 39 anime stridono con il ricordo della prima
Coppa dei Campioni, conquistata in quel modo. E che sia più
lenitivo dimenticare piuttosto che ricordare. Perché il ricordo
fa male: ma credo che il ricordo di quanto accaduto debba essere
forte, e vivo. Perché ancora oggi, troppo spesso, andiamo drammaticamente
vicino a quegli eccessi, e ci avviciniamo agli eventi sportivi
esaltando il nostro lato più bestiale. D'altronde che il calcio
dovesse cambiare lo si capì in quel preciso istante: anche se
di vittime isolate e di stragi assurde ce ne sono state tante
altre, come quella di Hillsborough che colpì proprio la tifoseria
del Liverpool: 96 morti e 200 feriti. Avevano venduto troppi
biglietti e la polizia fece aprire un cancello non presidiato.
Il calcio doveva cambiare, e in effetti è cambiato: in qualche
caso troppo lentamente, in altri in modo troppo macchinoso.
Ma è sicuramente cambiato lasciandoci meno gioia, meno divertimento
e soprattutto meno spensieratezza. Dal 29 maggio di venticinque
anni fa il calcio non è più lo stesso, e non solo per le tante
vittime di allora ma anche per quella sensazione che ci pervade,
ogni volta che entriamo in uno stadio. Il senso di insicurezza
che ci fa pensare... "E se succede qualcosa...?
28 maggio 2010
Fonte: eurosport.yahoo.com
Sommario Articoli
di Enrico Sisti
ROMA La sera del 29 maggio 1985
l' orrore colpì il calcio. Due lettere, la Z e la Y,
furono i cromosomi di quella tragedia. In teoria la
zona Z dell' Heysel sarebbe dovuta essere quasi deserta:
«Era destinata ai belgi neutrali», balbettò l' Uefa.
Una specie di cuscino di seggiolini vuoti e aria fra
juventini organizzati e tifosi inglesi del settore Y.
Ci finirono gli ultimi arrivati. «Mi vergogno di essere
inglese», urlò Bobby Charlton. Gli hooligans invasero
la zona Z e schiacciarono gli juventini dei settori
O, N e M. La partita si giocò con i fantasmi intorno.
Morì anche lei. Senza nascere: «E io sono ancora qui
che penso: cosa ci passò per la testa?». Cosa vi passò
per la testa, Ian Rush? «Non conoscevamo l' entità della
tragedia, il che paradossalmente era anche peggio. Qualcuno
di noi voleva scappare, altri incoraggiavano i più spaventati.
C' era anche chi temeva per i suoi cari, con cui era
impossibile comunicare. La tragedia si svolse in una
zona dove non era possibile che ci fossero anche le
nostre famiglie, ma ripeto: noi non sapevamo esattamente
quello che era successo né dove». Dopo vi sentiste un
po' carnefici, con quella teppaglia assassina al seguito?
«No. Credo che quel giorno fummo tutti vittime. Quel
giorno il calcio cambiò per sempre». Per prendere quale
direzione? «Da quel momento fu chiaro che prima viene
il pubblico e poi lo spettacolo. L' Uefa fece una pessima
figura. Sia i nostri che i dirigenti della Juve implorarono
un cambio di sede. L' Heysel era una baracca, privo
di qualunque sbarramento per dividere le tifoserie.
Non poteva reggere alcun peso, figuriamoci una follia
collettiva. Il nostro a.d. spedì missive di fuoco: "È
uno stadio decrepito, inadatto! Non lo ascoltarono».
Aveste la sensazione di una partita "finta"? «Forse
sì, forse no. Ma tutto quello che posso dirle ora, con
tanto spazio in mezzo, è una sorta abuso di potere sulla
verità. Diciamo che ci sentimmo in dovere di continuare
a fare il nostro lavoro». Approvò la sanzione contro
l' intero calcio inglese? «No. Allora anche l' Uefa
avrebbe dovuto sanzionare se stessa. La tragedia fu
anche provocata dalla sconvolgente assenza di strutture
e di controllo». Alcuni tifosi del Liverpool continuano
a dire: "Li odiavamo". Ci sono ancora dei blog in cui
manca sempre l' elemento chiave: il pentimento. «Non
si può sradicare la follia. Anche intorno alla Kop,
come nelle altre curve, c' è chi propaganda l' odio,
il male, teorie devastanti. Estremisti». Lei fu un cardine
della riconciliazione fra Juventus e Liverpool. «Quando
andai alla Juve, nel 1987, i rapporti fra i due club
migliorarono. I tifosi bianconeri mi accolsero comunque
benissimo. Non ricordo alcuna allusione all' Heysel».
Heysel: forse sarebbe stato più corretto lasciarlo in
piedi come monito imperituro. «Forse. O forse basta
ciò che abbiamo vissuto per non tornare al medioevo
del pallone. La speranza di essere migliori, quella
volta, costò tante vite». Ma senza speranza, come recita
l' inno del Liverpool, non si vive ("walk on with hope
in your heart"). «È l' inno del genere umano, You' ll
never walk alone (scritta nel ' 45 da Rodgers & Hammerstein
II, ndr ), non del Liverpool».
Fonte: Repubblica
del 28 maggio 2010
Sommario Articoli
di Timothy
Ormezzano
Per non dimenticare.
Domani ricorre il venticinquennale della tragedia dell’Heysel.
In quella maledetta sera del 1985 a Bruxelles morirono trentanove
tifosi, “colpevoli” di trovarsi nel momento sbagliato nel punto
sbagliato di uno stadio sbagliato, fatiscente, tanto da sbriciolarsi
sotto le cariche degli hooligans inglesi. Le parole di Antonio
Cabrini, uno dei protagonisti di quella tragica finale di Coppa
dei Campioni tra la Juve ed il Liverpool: «Commemoriamo una
tragedia come quella dell’Heysel perché non si ripetano più
certi errori. E’ stato fatto molto in tema di sicurezza degli
stadi e di gestione dei grandi eventi, ma non ancora abbastanza».
Cabrini sarà presente alla messa in suffragio di domani alla
chiesa della Gran Madre, al fianco dei parenti delle vittime
e di tanti ex compagni di squadra, a cominciare dall’attuale
presidente dell’Uefa, Michel Platini. «Sento spesso ripetere
– aggiunge Cabrini – che quella finale non andava giocata, ma
se non fossimo scesi in campo sarebbe scoppiata la guerra. Noi
giocatori, comunque, sapevamo poco o nulla della gravità di
quel che era accaduto. C’erano tante voci incontrollate». Adesso,
però, si guarda avanti. I sostenitori juventini domani marceranno
in ricordo dei caduti dell’Heysel. Sarà l’occasione per chiedere
ufficialmente alle autorità comunali l’intestazione di una strada
per i 39 caduti a Bruxelles e al club l’istallazione di una
targa commemorativa nel nuovo stadio che sorge sulle ceneri
del Delle Alpi. Un atto dovuto, secondo il popolo bianconero.
Da sottolineare che gli innamorati del Torino hanno in Superga
il luogo della memoria, una lapide sulla quale piangere e ricordare.
«E’ giusto che ci sia una via o un monumento dedicato a quel
tragico evento, come hanno recentemente fatto ad Anfield, lo
stadio di Liverpool. Servirà soprattutto a rammentare a tutti
quello che non dovrà mai più succedere per una partita di calcio».
Fonte: Leggo
del 28 maggio 2010
Sommario Articoli
di Marco Bucciantini
Loro videro la corsa ossuta,
veloce di Zibi Boniek, attaccante magro e temprato. Gambe resistenti,
testa alta e fiera. S'involò dritto verso la porta, fu steso
ben prima di giungere in area ma fu rigore, doveva esserlo.
Un rigore assurdo e necessario. Noi vedemmo invece un altra
corsa, disperata, semplice e impaurita. Mossa di moto sghembo,
irrazionale. Guardando a destra, poi a sinistra. Fino a fermarsi,
le braccia abbandonate, gli occhi sgranati e persi. Otello Lorentini
rintracciava qualcosa e non trovò niente, perché cercava la
vita in un camposanto. Il 29 maggio del 1985, dentro lo stadio
Heysel di Bruxelles, Cesare Prandelli e Marco Tardelli e gli
altri giocatori corsero a fianco di Boniek, cercando un gol.
A loro fu negata la verità, e quindi la scelta: giocare o no.
A noi telespettatori la verità arrivò con l'ondeggiare di Lorentini,
che cercava suo figlio Roberto, morto per soccorrere Andrea
Casula, un bambino di 11 anni che stava crepando soffocato e
calpestato dai grandi: fu la vittima più giovane dell’Heysel.
Per attardarsi in quel disperato aiuto, Roberto fu travolto
dal crollo del muro del settore Zeta. Fu medaglia d’argento
al valore civile: Roberto era un medico,e morì cercando di fare
il suo mestiere. Anche ai calciatori fu chiesto di fare il loro
mestiere. Avevano intorno l'orrore, ma dovevano vedere solo
la Coppa dei Campioni. «E io da 25 anni voglio cancellare dalla
mia mente quella Coppa, quella sera. Non dovevamo giocare, non
dovevamo avere qualcosa da festeggiare». Marco Tardelli ride
con gli altri: nelle foto in fondo a quella partita accanto
c'è Cesare Prandelli, che deve recitare la stessa parte: «Ci
dissero: andate a fare il giro di campo, festeggiate dai tifosi
che intanto la polizia provvederà a svuotare il settore dei
tifosi del Liverpool». No, non si doveva giocare. «E io non
giocherei più quella partita. Ci hanno ingannato, nascondendo
la verità. Una volta capito cosa stava succedendo, è diventato
un ordine: giocate. Se non lo fate, non sappiamo come controllare
la gente». Giocarono. Tardelli come sempre, con il numero 8
di quella squadra di campioni, che letta nell'ordine dei vecchi
numeri finiva così:...Tardelli, Rossi, Platini, Boniek. Prima
della partita andò sotto la curva, per una supplica che poi
trovò ridicola: «State calmi, dissi ai nostri tifosi. Ma loro
lo erano: solo che intorno tutti erano impazziti. Se la polizia
avesse fatto defluire la gente in campo, non sarebbe morto nessuno».
Invece ricacciarono indietro la gente, nel settore confinante
con la curva destinata agli inglesi. Li mandarono a morire schiacciati
dal muro dove si erano riparati dall'urto dell'onda bestiale
degli hooligans. Anche Prandelli finì nel tabellino: partendo
dalla panchina, entrò 6’, quando in campo si consumava l'incontro
più surreale e tragico della storia del calcio. Racconta quella
sera, il successo sportivo più importante, e abbassa gli occhi.
«Boniperti aveva visto i morti. Noi eravamo negli spogliatoi,
sentivamo chiasso, ma non sapevamo niente. Scese da noi, prese
Trapattoni da parte e disse: io la squadra non la faccio giocare».
Cominciò il passaparola sui morti. I calciatori – ormai già
vestiti con le divise da gioco e pronti a entrare in campo per
il riscaldamento – cercavano di spiare cosa accadeva. «Ero in
panchina e potevo muovermi con più libertà, ma non capivo niente,
vedevo i tifosi sulla pista d’atletica che scappavano senza
una direzione». Scesero i capi dell’Uefa: si gioca. O almeno
s’inizia, «vediamo come va, ma adesso non possiamo evacuare
lo stadio», ci dissero. Mentre Juventus e Liverpool si sistemavano
in campo, Prandelli dalla panchina faceva «segno agli amici
e ai parenti dei miei compagni di squadra di lasciare le tribune,
andare via, andare lontano. Riuscii così ad avvertire molti
di loro». La partita iniziò. «Ci eravamo convinti che si dovesse
fare il primo tempo, mentre la polizia faceva uscire i tifosi.
E che il secondo tempo non ci sarebbe mai stato». Infatti fu
una prima frazione irreale, giocata con poco ardore, pochissime
occasioni. Alla fine del primo tempo il delegato scese negli
spogliatoi. Ripeté le stesse tre parole: «Continuate a giocare».
La partita non si sarebbe mai più ripetuta. Quindi andava finita,
e il trofeo andava assegnato. Quando era piccolo e scalciava
nella terra dell’oratorio, come molti ragazzi Cesare sognava
questa partita. E giocava «fingendo» di essere in finale di
Coppa dei Campioni. Gli è toccato rimpiangere che sia accaduto:
«Si potevano fare due cose più giuste: non assegnare il trofeo
o inscenare una partita senza valore sportivo, ma solo di ordine
pubblico, e rigiocare la finale più avanti. Però su quanto accadde
quella sera si sono fatte ricostruzioni fantasiose, finimmo
noi nel mirino, come se noi calciatori avessimo potuto rimediare
quella tragedia». 25 anni dopo, Prandelli ne ha sentite troppe
su quella sera, sul tentativo di colpevolizzare i giocatori.
Una cosa gli ha dato fastidio: «Non abbiamo festeggiato, abbiamo
fatto ciò che ci è stato ordinato di fare. Hanno scritto che
avevamo intascato il premio partita: falso. Nessuno prese una
lira, tutto andò alle vittime e alle loro famiglie». 25 anni
dopo Tardelli lavora in Gran Bretagna, insieme all'allenatore
di allora, Giovanni Trapattoni, sulla panchina dell'Irlanda:
«Qui hanno sconfitto la violenza da stadio. Lo hanno voluto,
e l'hanno fatto. Allo stadio vanno i bambini per mano ai genitori.
Controllati da steward che sono rispettati. In Italia non si
può. Gli ultras spesso soggiogano le società e comandano sugli
spalti, dove i poliziotti sono considerati nemici». E lo dice
così, come se quella sera, quel sangue nostro, avesse insegnato
ai colpevoli e non alle vittime.
29 maggio 2010
Fonte: www.unita.it
Sommario Articoli
by Luke Traynor
Chief Reporter Luke Traynor speaks
to the Liverpool man dubbed the Hero of Heysel. And, 25 years
on, he discovers how the tragedy left him a changed man.
THE young Italian girl was slowly dying
as a frantic John Welsh stared into her blackened eyes. Lying
heartbreakingly on top of her already dead father a slight murmur
came from Carla Gonelli’s lips.The man from Dingle quickly leapt
into action, grabbing the helpless 18-year-old and hauling her
out of the Heysel chaos. Because of him 18-year-old Carla Gonelli
survived the terraces of Zone Z and lived to tell the tale.
John’s heroic actions were captured on TV and his face beamed
onto screens across the world – the instantly recognisable yellow-shirted
Liverpool fan who pulled seven Italians out of the crushes.
Touchingly, the barman met Carla in the weeks which followed.
And after an emotional reunion they began a special friendship.
Even today John’s voice cracks with emotion when he recalls
the mayhem he was caught up in a quarter of a century ago. At
home in Liverpool the 52-year-old told the ECHO how the disaster
haunts him every day – not just on anniversaries. The bus driver
said: “I went with six mates over on the boat to France and
then through to Belgium. “We arrived on the day of the final
and I remember having a laugh with the Juve fans in the town
centre, going to different bars, singing songs. “Everything
seemed fine. “As we got to the ground I saw Liverpool lads being
taken out on stretchers with stab wounds in their legs.“Coppers
just had their hands in the air. They were letting supporters
go wherever they wanted to go. “As we walked in people were
saying ‘Be careful when you go in’. “We had tickets for Section
Z, the neutral zone where a lot of Italian fans were. That was
where the chaos happened. “We went to get a match programme
and as we were walking on to the terrace I heard a ‘bang’ –
the crack of a wall collapsing. “Almost as I walked in the wall
came down. Bricks basically fell on me leaving my arm all cut.
“I jumped back and escaped on to the pitch. “Me and my uncle
Richard just started trying to help people. There was a picture
of a fella lying on a wall. I did get to him. But I couldn’t
help him as he was too heavy. “People were just falling on top
of each other shouting to get back. “These two Italian fellas
have since told me I threw my arms into the pile of bodies and
pulled them out. “I met them later at Turin cathedral in the
summer of ‘85. “They wanted answers from me – why it happened,
where they were....but I just had no idea. “I was around the
chaos for several minutes. There were people dragging hold of
my legs.” Possibly the most heartbreaking, yet uplifting memory
recalled by John is that of Carla, from Pisa, who was on the
verge of suffocating when he found her. The south Liverpool
man hauled her out of the carnage as she murmured slightly,
lying prostrate on top of her dead father Giancarlo, a school
caretaker, aged 41. John said: “Her eyes were all black. But
she survived. She was still conscious. But you could tell she
was going.“I don’t remember it. But the paramedic insisted I
carried her to the ambulance. “I went to the hospital in the
same ambulance as I’d injured my arm. I thought she’d died.
She was having fits on the hospital table.“I could have stayed
at hospital. But I said ‘No.’ I wanted to get back. I travelled
back in an ambulance. “I found Richard outside the stadium looking
for me.“After we left Heysel people were just staring at us.
“I went into Brussels and the game was on TV in the bars. But
we weren’t interested in seeing it. We just wandered around
and then made our way back to get the boat in France. “I didn’t
have a passport as it was in a bag with my belongings I took
into the stadium and which I lost. “We were just waved through.
I didn’t meet up with the rest of the lads we went with until
two days later in Liverpool.” After the tragedy John and Carla’s
friendship flourished and they visited each other. The teenager
got the red carpet treatment at Liverpool FC and was given a
seat in the director’s box at Anfield. John added: “Meeting
Carla again was terrible, emotionally. She still had the marks
on her. In 1985 she went to see Juventus beat Liverpool. “But
it was her last game for a long time.” John’s heroics quickly
caught the public imagination and he was included in the Liverpool
delegation which visited Turin, along with Archbishop Derek
Worlock and deputy council leader Derek Hatton, to try to repair
fraught relationships. He has a host of medals and commendations,
including the Freedom of Turin, in recognition of his lifesaving
actions. The memory of Heysel scarred John for life and he stopped
going to the game at Anfield for 12 months. Eventually he returned,
taking up his season ticket in the Main Stand. He said: “Liverpool
as a city should have done more to recognise what happened.
But we didn’t. My mind goes back to that day a lot. I’m always
thinking ‘could I have saved anybody else?’ “Everyone was fighting
to get out. I was pretty fit, so I could move around. “There’s
a photo I’ve seen where I’m right amongst it all. I look at
it and think ‘what am I doing there?’ “Heysel will be with me
for the rest of my life. Accolades are not my style. I’m just
an ordinary fella. I’m not brave. Anybody would have done it.
It’s not just May 29 when I think back, it’s all the time. Sometimes
I’m driving the bus and the memories come flooding back.”
May 29 2010
By www.liverpoolecho.co.uk
Sommario Articoli
di Xavier Jacobelli
Fumogeni, bombe carta e insulti sotto
la sede della Juventus nel giorno del ricordo
Il post l'ha scritto un tifoso su un forum
juventino, nickname Big Boss. "Sono appena tornato a casa. Ero
con mio padre e mia madre. Mia madre alla sesta bomba carta
ha giustamente deciso di andarsene e mio padre, che ha una certa
età, era abbastanza scosso. Peccato per gli ultras, i quali
non vogliono evidentemente capire che dietro una manifestazione
del genere c’è molto di più di un "english animal" o "odio Liverpool".
Eravamo lì per ricordare chi non c’era più e per difendere la
nostra bandiera: il che non significa lanciare bombe carta o
interrompere i discorsi altrui con cori per i diffidati e insulti
vari. Il vero male del calcio è chi va tutte le domeniche allo
stadio, ma evidentemente non lo ama". Se nemmeno 25 anni dopo
la strage, i 39 morti dell'Heysel possono riposare in pace.
Se nemmeno durante la giornata della memoria, a Torino, ci è
stato risparmiato il solito copione di insulti, bombe carta,
fumogeni, petardi. Se nemmeno la sede della Juve viene esclusa
da questa incapacità di rispettare il dolore e il ricordo, significa
che l'abisso d'inciviltà in cui è piombato il nostro calcio
è più profondo di quanto temessimo. Venticinque anni dopo quella
sconvolgente tragedia siamo ancora qui a chiederci come sia
possibile tanta insofferenza; tanto, inaudito e feroce chiasso.
E a domandarci che cosa c'entrino Calciopoli, lo scudetto assegnato
a tavolino all'Inter, i cori sguaiati e tutto il resto nel giorno
in cui i pensieri e le parole dovevano essere solo per i martiri
di Bruxelles. La cui memoria ha diritto a un calcio migliore
di questo, così barbaro da non sembrare vero.
30-05-2010
Fonte: www.datasport.it
Sommario Articoli
|
|