39 Angeli all'Heysel     In arte, Heysel     Monologo Teatrale      Spettacolo Teatrale

Teatro

 

 

 

 

Lo spettacolo di Grammichele del 29 maggio 2011

 

Musica: Riccardo Panfili
Testo originale: Walter Veltroni
Voce recitante e drammaturgia: Daniele Formica
Ensemble InCanto diretto da Fabio Maestri

In collaborazione con Edizioni Musicali Rai Trade

“Purtroppo una notizia che debbo dare. È ufficiale, viene dall’Uefa. Ci sono trentasei morti. È una cosa rabbrividente, inaudita. E per una partita di calcio”. Così, la sera del 29 maggio 1985 la voce del telecronista Bruno Pizzul entrò nelle case degli italiani ad offrire l’immagine di una tragedia tanto più spaventosa perché inimmaginabile. Quel giorno il calcio perse la sua verginità, la sua aura - cioè - di gioco, per diventare cronaca e basta. Quel giorno, in diretta tv, la follia si impossessò del gioco più bello del mondo, forse definitivamente. Si disputò la partita, comunque. Come dei clown - sottolineò Platini - i calciatori entrarono in campo a spazzar via lo sgomento provocato dalla caduta dell’acrobata. Di trentanove acrobati. Sullo schermo, a fine serata, si videro le immagini dei giocatori festanti, con la coppa sollevata al cielo. Mentre in sovrimpressione scorrevano i numeri telefonici messi a disposizione dei parenti o degli amici delle vittime: il gioco era finito. A venticinque anni dalla strage dell’Heysel, Ravello Festival ha commissionato a Walter Veltroni un testo che rievocasse quella vicenda, ed a Riccardo Panfili la musica per accompagnare il ricordo.

On the evening of 29 May 1985 the commentator Bruno Pizzul informed viewers throughout Italy of the fearful, unimaginable tragedy which was being enacted on the terraces of the Heysel stadium. On that day football lost its identity as a game and became a crude news item. On live television madness took over, once and for all. The game went ahead all the same. Like clowns – as Platini pointed out – the players went out onto the pitch to dispel the shock of the acrobat’s fall. Thirty nine acrobats. At the close the screen showed the jubilant winners hoisting the cup aloft, and along the bottom  the telephone numbers enabling relatives and friends of the victims to call in: the game was over. 25 years on, the Ravello Festival has commissioned Walter Veltroni to write a text recalling that event, with music by Riccardo Panfili to accompany the gestures, memories and words: a sort of modern day oratorio, so as not to forget. 

La storia È notte. Un uomo è sul terrazzo di una stanza d’albergo sul mare; è qui per festeggiare il suo decimo anniversario di matrimonio. La donna dorme. Lui ritorna con il pensiero agli anni trascorsi insieme e a un’unica bugia: un viaggio tenuto celato. Aveva mentito per vedere una partita di calcio: la finale di Coppa dei Campioni Juventus - Liverpool, a Bruxelles. L’uomo ripensa a quella partita in uno stadio malandato, l’Heysel. Ritorna al dramma di una vicenda che doveva essere allegra e giocosa, e che invece sarebbe diventata una battaglia, un insensato perdersi della ragione nella cecità della violenza. La parola Heysel avrebbe da allora significato morte: trentanove morti (tre si aggiunsero alla lista di Pizzul, purtroppo) e seicento feriti innocenti. Una strage immane per una partita di calcio, una ferita aperta e non più rimarginata.

At night, a man on the balcony of a hotel room overlooking the sea; he’s here to celebrate his tenth wedding anniversary, his wife is sleeping. His mind goes back over all the time spent together, and just once when he had not been completely truthful. He had lied about a trip he had been on, actually to watch a football match: Juventus Liverpool, in an old, decrepit stadium in Brussels. An event that was supposed to be a pleasure trip, but which turned into a battle, a senseless denial of reason in the blindness of violence. An enormous loss of life for a game of football, an open wound which has never closed.

Walter Veltroni è stato direttore de «l'Unità», vicepresidente del Consiglio nel governo di Romano Prodi, segretario nazionale dei Democratici di sinistra, sindaco di Roma e segretario nazionale del Partito democratico. Tra i suoi ultimi libri ricordiamo Il disco del mondo – Vita breve di Luca Flores, musicista (2003), Senza Patricio (2004), La scoperta dell'alba (2006) e Noi (2009). Il testo Quando cade l’acrobata, entrano i clown (2010) è pubblicato da Einaudi.

Former editor of «l'Unità», deputy prime minister to Romano Prodi, national secretary of the Democratici di Sinistra, mayor of Rome and national secretary of the Partito Democratico. Among several books published since 2003, Quando cade l’acrobata, entrano i clown by Einaudi in 2010.

Riccardo Panfili è nato a Terni nel 1979. A guidarlo nella stesura dei primi lavori è stato Vieri Tosatti. Dal 2003 al 2006 ha seguito i corsi di Azio Corghi presso l’Accademia Chigiana di Siena. Nel 2006 ha vinto il Primo premio del Concorso Internazionale di Composizione “Santa Cecilia” con il pezzo per orchestra Danzario, eseguito al Parco della Musica sotto la direzione di Antonio Pappano. Nel 2008 si è aggiudicato il secondo premio, tra 219 partecipanti, nel Concorso di Composizione “Henri Dutilleux”. Il Teatro alla Scala di Milano gli ha commissionato un lavoro per orchestra che sarà eseguito nella stagione 2011-2012 per la direzione di Pappano. Nel 2010 RadioRai ha selezionato il suo pezzo Le Roi Bombance per il prestigioso International Rostrum of Composers di Lisbona. I suoi lavori sono stati eseguiti dall’Orchestra Nazionale di S. Cecilia, Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai di Torino, Orchestra della Fondazione Toscanini di Parma. L’acrobata e il clown - musica di scena per lo spettacolo Quando cade l’acrobata, entrano i clown - è edito da Rai Trade.

Born in Terni nel 1979, he studied composition with Azio Corghi at the Accademia Chigiana di Siena. In 2006 he won first prize in the Concorso Internazionale di Composizione Santa Cecilia di Roma with Danzario. In 2008 he came second, out of 219 participants, in the “Henri Dutilleux” Competition. An orchestral work will be premiered at la Scala in 2011-2012. In 2010 RadioRai selected his piece Le Roi Bombance for the International Rostrum of Composers, Lisbon.

Daniele Formica è attore con esperienze in cinema, televisione e teatro, doppiatore, conduttore televisivo,regista ed autore teatrale. Nasce a Dublino nel 1949. Figlio di un musicista, cresce tra le note e decide quindi di fare tutto tranne l’attore che reputa un mestiere non serio. Alla morte del padre, la paura della morte lo chiude in una solitudine ancora più drastica della sua condizione di figlio unico. Si rifugia nei supereroi dei comics dove scopre una straordinaria rassomiglianza con Batman (tranne per il fatto che non è bello, né ricco e nemmeno atletico) non sa il sanscrito (Batman sì) ma i compagni di scuola lo prendono per il Joker! Per la paura della morte non riesce ad entrare nel cimitero per portare una rosa sulla tomba del padre, ma una sera buia e tempestosa entra in un cinema dove danno “Il caro estinto” commedia noir per la regia di Tony Richardson (allora marito di Vanessa Redgrave della quale il Formica s’innamorerà perdutamente). La visione di quel film (e più in là negli anni anche quella di Vanessa) creano nel nostro eroe una sorta di cortocircuito: non solo può entrare nei cimiteri per onorare il padre ma inizia una collezione di teschi (che venderà a peso d’oro negli anni ’90 a Bill Gates, potendo comprarsi in seguito svariati Macintosh) e infine scopre che con una risata si può mettere nel sacco la paura e la stessa morte. Da allora fa seriamente il Comico e la sua missione è far ridere più persone possibile parlando di cose serie.

Born in Dublin in 1949, one early certainty was that being an actor was no sort of a job. The death of his father led him, an only child, to shut himself up in the world of comics, discovering himself as Batman, only to be treated by his classmates as the Joker. The classic film “The Loved One” contributed to bringing him to his senses, not least for the figure of Vanessa Redgrave. He began to collect skulls, which he sold for their weight in gold to Bill Gates in the nineties, buying himself a succession of Macs. Since then he has made a serious job of being a comedian.

Fabio Maestri si è diplomato in Pianoforte nel 1975. E’ stato allievo di Donatoni, per la Composizione, all’Accademia Nazionale di S. Cecilia, e di Ferrara, per la Direzione d’orchestra, presso l’Accademia Chigiana di Siena. Sue composizioni sono state eseguite da Fabbriciani, Ancillotti, Scarponi. Tra il 1981 e il 1990 ha collaborato con Luciano Berio. Ha diretto al Lirico Sperimentale di Spoleto, alla Sagra Musicale Umbra, al Maggio Musicale Fiorentino, al Massimo di Palermo, al San Carlo di Napoli, al Comunale di Bologna, al Ravenna Festival. Molto attivo come esecutore di musica contemporanea, è stato ospite della Biennale di Venezia, del Festival di Nuova Consonanza, dell’Accademia Filarmonica Romana, del Sinopoli Festival, proponendo prime esecuzioni di Giani-Luporini, Betta, Cardi, D’Amico, Dall’Ongaro, Galante, Panni, Ambrosini, Pennisi, Donatoni.

Gained his diploma in piano in 1975. Studied composition with Donatoni and conducting with Ferrara. He has had compositions performed by Fabbriciani, Ancillotti, Scarponi. Between 1981 and 1990 he collaborated with Luciano Berio. He is active as both performer and conductor in contemporary music, giving first performances of works by Giani-Luporini, Betta, Cardi, D’Amico, Dall’Ongaro, Galante, Panni, Ambrosini, Pennisi, Donatoni.

Ensemble In Canto Roberto Petrocchi, clarinetto, clarinetto basso e sax; Silvia Paparelli, pianoforte; Gianluca Saveri, percussioni Vincenzo Bolognese, violino I; Anna Chulkina, violino II; Gianluca Saggini, viola; Valeriano Taddeo, violoncello.

Eventi Speciali

Giovedì 8 luglio
Belvedere di Villa Rufolo, ore 21.45

a seguire / followed by

Belvedere di Villa Rufolo

Fuori (dal) gioco

Incontro con Antonio Cabrini, Daniele Formica, Riccardo Panfili, Walter Veltroni

Ravello, successo per la prima di Veltroni

I tagli alla cultura uccidono il nostro paese. L’Italia è in primo luogo la sua bellezza, l’Italia è anche questo festival, Villa Rufolo, ed una località come Ravello”. Walter Veltroni chiude con queste parole il dibattito che si è svolto al termine della prima assoluta  di “Quando cade l’acrobata entrano i clown”, l’opera teatral musicale scritta su commissione del Ravello Festival, la quale segna il suo debutto nella drammaturgia. Applauditi dal pubblico l’attore Daniele Formica, accompagnato dalle musiche originali composte dal trentenne Riccardo Panfili ed eseguite dal vivo dall’Ensemble InCanto diretta da Fabio Maestri. Il testo, in scena sul palco della Sala dei Cavalieri di Villa Rufolo, prende ispirazione dalla tragedia dello stadio Heysel del 29 maggio 1985 (39 morti e 600 feriti), ed il calcio (antica e confessata passione di Veltroni) è la metafora per riflettere su alcuni dei mali e delle contraddizioni della nostra società. “Quando il direttore generale del Ravello Festival, Stefano Valanzuolo, – dichiara Veltroni – mi ha contattato per scrivere un testo sul tema della follia, ho pensato alla storia dell’Heysel. Di quell’episodio, vivo nella memoria di molti italiani, mi ha sempre colpito il contrasto tra il sangue ed il gioco, tra la tragedia e la festa dei giocatori della Juventus a fine partita”. Testimone diretto di quelli attimi drammatici fu Antonio Cabrini, ieri invitato dal Festival per raccontare la verità su di una storia “sulla quale si è scritto e detto tanto, forse troppo”. “Venimmo a conoscenza di qualche disordine nel settore Z – afferma Cabrini – e poi, a poco a poco, la gente arrivava nel nostro spogliatoio chiedendo aiuto e riparo. Capimmo che si trattava di qualcosa di molto grave, ma quella partita si doveva giocare: se avessero fatto evacuare lo stadio, i morti sarebbero sati molti di più”. Quella partita, afferma l’ex giocatore, ha però segnato per sempre tutti i protagonisti. “Un campione – dice Cabrini – è un vincente che non smette mai di sognare, ma quella sera, molti di noi smisero di farlo”. L’Heysel, nell’opera di Veltroni, diventa perciò il punto di rottura tra il calcio come divertimento e gioco, ed il calcio esasperato di oggi. “Ci sono state tante vicende come quella dell’Heysel, con bilancio anche più grave”, sottolinea Veltroni. “La diretta televisiva ha amplificato la dimensione drammatica della storia, ma da venti anni in Italia succedono incidenti negli stadi”. “In Sudafrica – conclude – si parlava di mondiale a rischio. Ci sono stati soltanto due furti in albergo. Peggiore è quanto accade nel nostro paese (50 morti negli stadi dal 1963, ndr), dove non si finiscono gli stadi, e quando si finiscono, non sono utilizzati. E questo, ahinoi, non riguarda solo gli stadi, ma anche gli Auditorium…” (allusione all’opera di Niemeyer e al caso Ravello).

Da www.cronachesalerno.it 

 

Al Ravello Festival Walter Veltroni e Antonio Cabrini ricordano la tragedia dell’Heysel

di Umberto Gallucci 

“Entrano le squadre in campo, che magnifica allegria. Quando cade l’acrobata, entrano in scena i clown”. Questa sera a Ravello, nella splendida cornice della sala dei Cavalieri di Villa Rufolo è andata in scena la prima assoluta “Quando cade l’acrobata, entrano i clown” scritto da Walter Veltroni e musicato da Riccardo Panfili. A venticinque anni dalla strage dell’Heysel, il Ravello Festival ha commissionato a Walter Veltroni un testo che rievocasse quella vicenda, e a Riccardo Panfili la musica per accompagnare il ricordo. Una serata nel ricordo di uno dei giorni più brutti della storia del calcio mondiale, quando per una partita di calcio persero la vita trentasei persone, trentasei tifosi, trentasei anime innocenti. Persero la vita uomini che percorsero tantissimi chilometri per andare a seguire la propria squadra del cuore, sognando di diventare Campioni d’Europa. “È una cosa rabbrividente, inaudita. E per una partita di calcio” così commentò durate la telecronaca Bruno Pizzul, entrando nelle case degli italiani. Il 29 maggio 1985 il calcio perse la sua verginità, la sua aura – cioè – di gioco, per diventare cronaca e basta. Quel giorno, in diretta tv, la follia si impossessò del gioco più bello del mondo, forse definitivamente. Si disputò la partita, comunque. Come dei clown – sottolineò Platini – i calciatori entrarono in campo a spazzar via lo sgomento provocato dalla caduta dell’acrobata. Di trentanove acrobati. Sullo schermo, a fine serata, si videro le immagini dei giocatori festanti, con la coppa sollevata al cielo. Mentre in sovrimpressione scorrevano i numeri telefonici messi a disposizione dei parenti o degli amici delle vittime: il gioco era finito. “Qualcuno ascolta. Aspetta. Trattiene il fiato, proprio qui, accanto. E dice: quello lì che parla sono io. Mai più dice, sarà tutto così quieto…”. Così Daniele Formica inizia a raccontare la sera più brutta del calcio mondiale, da quella sera il calcio non è stato più quieto, perché quella è stata solo la prima delle tante tragedie. Gli Hooligan avevano colpito, lasciando il segno, troncando in un giorno di “festa” la vita di trentasei tifosi. Accompagnato dalle melodie scritte per l’occasione da Riccardo Panfili, suonate dal gruppo diretto dal M° Fabio Maestri, Formica ha ricordato quella tragica giornata. Una serata particolare, un evento unico al mondo, voluto dal Ravello Festival nell’anno della “Follia” perché quella fu pura follia. Un racconto sospeso tra opera e teatro, tra reading letterario e melologo moderno. Attraverso un lungo, malinconico flashback, Veltroni esplora il lato folle di quello che una volta era considerato solo un gioco, evocando una delle più assurde tragedie consumatesi, nel 1985 a Bruxelles, intorno ad un campo di calcio. Dopo la rappresentazione, si è tenuto un dibattito con l’autore dell’opera, Walter Veltroni e uno dei protagonisti di quella partita, il Campione del Mondo Antonio Cabrini. “Il sangue delle guerre e prevedibile, in una festa come il gioco del calcio il sangue non è prevedibile – così Veltroni ha aperto il dibattito – per raccontare tutto questo bisognava seguire lo stesso schema prendendo il momento più dolce, una notte d’amore in un anniversario di matrimonio ma riempirlo della sensazione di quella tragedia, del racconto di quella tragedia”. Attraverso la musica il racconto è stato più emozionante, e Veltroni ringrazia il Maestro Panfili per essere “riuscito a realizzare un lavoro splendido” in più aggiunge “mi fa molto piacere che sia stato un giovane compositore italiano a realizzare una produzione della quale Ravello e Rai Rade hanno il merito”. Nel corso del dibattito l’ex segretario del Partito Democratico torna a sottolineare che una festa non può essere macchiata di sangue, “festa e sangue è un binomio agghiacciante, spero che il racconto di questa sera sia riuscito a ricostruire la dimensione di quella follia. Veltroni nel corso della serata non ha parlato solo della tragedia dell’Heysel, ma anche del Mondiale 2010, senza mettere in mezzo la “tragedia” azzurra. L’ex direttore de “L’Unità” ha aggiunto “da appassionato dell’africa sono orgoglioso di quello che gli africani hanno dimostrato in questo mondiale, tutti si aspettavano ‘gli stadi non finiranno!!!’, loro li hanno finiti, siamo noi che di solito non finiamo gli stadi”. In Italia gli stadi ora sono più vecchi rispetto a quelli del Sudafrica, è vero è in Italia che gli stadi non vengono ristrutturati. Veltroni parlando di stadi e ristrutturazione degli impianti, lancia una frecciatina e si unisce alle critiche che in questi ultimi mesi riempiono i giornali d’Italia, in riferimento all’Auditorium Oscar Niemeyer di Ravello dicendo “oppure quando finiamo gli auditorium non li apriamo”. Così Walter Veltroni commenta la situazione non positiva, per una struttura costata miliardi e che per ora è ancora “chiusa”. La follia è il tema del Festival 2010, così Veltroni tira in ballo nuovamente la follia dicendo “Si diceva che il mondiale sarebbe stato caratterizzato dalla violenza, è successo nulla solo qualche furto che succede ovunque”. Il Mondiale che sta per terminare con una finale tutta europea, quest’anno al Festival non sarà proiettata la finale, nel 2006 portò lo schermo sul Belvedere di Villa Rufolo portò fortuna agli azzurri, è stato un grande evento e Veltroni ci tiene a sottolineare che “Grazie alla TV tutti hanno potuto vedere la grandezza di questo evento”. L’ex Vicepresidente del consiglio distaccandosi dal tema della serata, si sofferma anche sulla capacità di una modella Paraguayana, Larissa Riquelme “una ragazza del Paraguay geniale dal suo punto di vista, che evidentemente orchestrando un rapporto con fotografi e cameraman è riuscita a diventare una star mondiale, era molto bella, si è fatta inquadrare con un attillato costume con i colori del Paraguay e, con un cellulare collocato strategicamente”. La bella tifosa del Paraguay che aveva promesso anche uno spogliarello in caso di semifinali, è diventata una star grazie alla TV, “questo è un tipico caso di un nulla che diventa improvvisamente tutto” ma aggiunge Veltroni “tutto che però poi torna ad essere nulla come il Grande Fratello. La tv ha è una gigantesca potenza, e non bisogna demonizzarla, ma bisogna usarla per la sua parte positiva, cioè quella di aiutare tutti a conoscere il dubbio, la fantasia. La tv che abbiamo conosciuto noi era una tv che aiutava il dubbio, ora spara certezze terribili e ogni dubbio viene considerato quasi eversivo, invece il dubbio è l’anima dei mezzi di comunicazione”. Dopo aver parlato di belle ragazze diventate star grazie ad un decolleté usato come porta cellulare, Veltroni torna ad elogiare l’”Ensemble InCanto” diretto da Fabio Maestri, “Erano in sette ma sembravano un orchestra sinfonica. Tutto molto bello, questa è l’Italia, Ravello l’Italia, questo Festival è l’Italia. – commenta Veltroni – Il ruolo dell’Italia in primo luogo è la bellezza il talento, questo è l’Italia, se smettiamo di investire su questo e passione su questo, noi contribuiremo a rendere questo paese diverso da come è stato storicamente”. Veltroni chiude il suo interveto dicendo “Torni un tempo, che non ha colore politico, un tempo in cui si coltivi l’amore e la passione per la creazione artistica, per il bello per la possibilità di portare il bello che ha dentro di se il dubbio e la ricerca anche nella TV e probabilmente domani nella rete”. Dopo l’autore del testo da cui è stata tratto l’evento, ha preso la parola un campione che ha vissuto la tragica partita dell’Heysel da vicino, uno dei bianconeri che quella sera alzò al cielo la Coppa del Campioni. “Che impressione ti ha fatto risentire attraverso la voce di un attore, fatti di cui tu sei stato testimone in una maniera surreale?” – con questa domanda il direttore del Festival, Stefano Valanzuolo introduce Antonio Cabrini nel dibattito – “Potrei definirla sconcertante, per la prima volta ho immaginato cosa ha provato una persona che si trovava nella curva Z in quella partita.”. Seguendo la rappresentazione, il “fidanzato d’Italia”, ha ricordato quella sera, quella finale “Mi sono reso conto che la morte della vita, è stata la sconfitta del calcio e dello sport, ed è impensabile che in un momento di gioia, un momento in cui lo sport è sinonimo di aggregazione e amicizia si trasformi in una tragedia come quella avvenuta in quel campo”. Nonostante la tragedia la partita non si è fermata, il motivo di questa decisione lo spiega direttamente Cabrini “si doveva giocare perché non posso immaginare cosa fosse successo in modo contrario. La gazzella si sarebbe trasformata in leone e ci sarebbe stata una notte di follia nella città”. Dopo quella partita il concetto di gioco si è un po' perso, il divertimento legato alle partite è andato degenerando e oggi andare a vedere una partita è diventato molto difficile e pericoloso. “Probabilmente negli ultimi 10 anni il concetto di calcio è cambiato”, questo il commento di Antonio Cabrini che aggiunge “Spesso mi chiedono cos’è un campione? Io rispondo dicendo, un campione è un vincente che non smette mai di sognare. Da quella sera molta gente e molti di noi hanno smesso di sognare, perché il sogno di un calciatore è quello di svolgere la sua attività divertendosi, e quando questo non avviene più il calcio non è più un gioco. Molti hanno smesso di sognare perché si è persa la voglia di vedere lo sport in maniera pulita”. Attraverso lo spettacolo, attraverso la musica, ma sopratutto tramite le parole di un protagonista di quella tragedia, avvenuta 25 anni fa, il Ravello Festival ha voluto far capire che il calcio è un gioco, uno sport ricco di follia. Follia che può incoraggiare un campione ha segnare un goal impossibile. Follia che aiuta un portiere a volare, il più lontano possibile per evitare il goal della sconfitta. Follia che spinge l’allenatore a fare scelte impossibili. Follia che spinge i veri amanti del calcio ad andare allo stadio per supportare la propria squadra del cuore. Ma non la follia che rende cechi i tifosi che negli anni stanno “ammazzando” lo sport più bello del mondo, uno sport ricco di follia positiva e non di violenza e odio.

09/07/2010

Fonte : www.partenopress.com

 

 

 

La commedia di Manfridi dal 14 ai Filodrammatici

Quella partita maledetta e noi tre piccoli "Teppisti!"

Di Luca Dondoni

MILANO. Luca Catanzaro, Roberto Recchia e Raffaella Russo sono gli interpreti di "Teppisti!", una pièce di Giuseppe Manfridi, al Teatro Filodrammatici da mercoledì 14 aprile fino al 2 maggio prossimo. La regia dello spettacolo è di Sergio Maifredi e l'autore ha pensato e realizzato un testo di questo genere dopo aver visto le drammatiche immagini della strage dello stadio Heysel. "Sono un tifoso anche io - ha detto Manfridi parlando - e amo profondamente il calcio. Ho scritto "Teppisti!" mentre stavo traducendo una commedia di Barry Keefe intitolata "Dio salvi la regina" composta da vari episodi. In uno di questi si racconta di uno di questi ragazzini tifosi del Manchester United e, mentre stavo raccontandone le gesta, sul mio televisore sono apparse le immagini dello stadio della strage. La mia penna ha cominciato a scrivere altro. Ho partorito una storia usando il linguaggio giovanile. Appena ho terminato di scrivere Teppisti!", ho voluto farlo leggere proprio a Keefe che si è detto entusiasta". La storia è quella di una giovane coppia, Nando e Giovanna, che si aggira per l'Italia in compagnia di un amico chiamato Cico. Le rotte sono quelle della squadra del cuore perennemente in trasferta per tutto il campionato. Da Torino a Milano, da Napoli a Genova. Da questi viaggi i resoconti delle "battaglie" cruente, degli scontri avventurosi e spesso "gonfiati" con la polizia, i carabinieri e gli avversari. In tutto ciò non bisogna dimenticare le terribili arrabbiature per il gol subito e la gioia per quello segnato. In quel legame violento ad una bandiera che sembra aver sostituito la madre, e all'idolo del cuore che sostituisce Dio, c'è tutta l'incongruenza di una generazione spesso disattesa, disillusa e fondamentalmente triste. Dice ancora Manfridi: "Gli attori che rappresentano lo spettacolo riescono a dare il meglio di se stessi quando, recitando gli slogan classici dello stadio, trasmettono al pubblico quella sensazione di vuoto che comprende tutto ciò che è inerente a molti movimenti di massa e alla logica insulsa di quei gruppi dove le tensioni, feroci, sono in verità il risultato di altrettante solitudini".

Fonte: La Stampa del 11 aprile 1993


"Teppisti!", un atto tragicomico

Allo stadio si urla in versi

Stasera alle 21 al teatro Filodrammatici la commedia in un atto "Teppisti!" di Giuseppe Manfridi, con Luca Catanzaro, Roberto Recchia e Raffaella Russo. Regia di Sergio Maifredi.

Furore allo stadio in versi. Dal Teatro Garage di Genova al Filodrammatici: stasera, alle 21, va in scena "Teppisti!", tragicommedia in un atto di Giuseppe Manfridi, con Luca Catanzaro, Roberto Recchia e Raffaella Russo. Regia di Sergio Maifredi. Repliche sino al 2 maggio. E' una storia di grande attualità. Presenta tre ragazzi dei nostri giorni (Nando, Giovanna e Cico), "guerrieri metropolitani" che aspettano la domenica per stordirsi, colmare il loro disagio di vivere e lasciarsi trascinare dalla violenza allo stadio. Tre sbandati si ritrovano davanti allo stadio, in attesa d' un amico che dovrebbe portar loro i biglietti. Attesa inutile. Comincia a montare, allora, una sorta di violenza verbale, espressa in un continuo, incessante turpiloquio (per questo, lo spettacolo è vietato ai minori di 18 anni). D'altronde il linguaggio scurrile è l' unico modo di manifestare rabbia, malessere e aggressività da parte dei tre teppisti. Indossano stivaloni, giubbotti neri di pelle con borchie; quasi in assetto di guerra. Sulla scena stanno dietro una rete metallica (metafora d' una gabbia che li separa dagli spalti e dalla società): si muovono nervosamente, saltano, gesticolano. Mentre i tifosi entrano nello stadio, Nando, Giovanna e Cico diventano sempre più impazienti. E l'impazienza si muta in furore, quando i cancelli si chiudono ed essi sono costretti a sentire da fuori urla e ovazioni dei tifosi. Finale tragico. I tre teppisti hanno così tanta voglia di partecipare alla partita e di manifestare la loro violenza che, prima di unirsi ad uno dei gruppi che escono dallo stadio per dare battaglia, sfogano l'aggressività fra di loro. A farne le spese sarà Cico, il più debole dei tre, pestato a sangue. In endecasillabi. S. Gr.

Fonte : Corriere della Sera del 14 aprile 1993

 

Al «Garage» andrà in scena un singolare testo di Giuseppe Manfridi ispirato a Keeffe

Lo sport e i tamburi di guerra

Di Mauro Boccaccio

Dalla tragedia dello stadio Heysel di Bruxelles all'odissea di un gruppo di ultrà attraverso la penisola. Una satira amara sulla violenza che accompagna il tifo. Il lavoro sarà a Genova alla fine di gennaio.

GENOVA NOSTRO SERVIZIO - Ha suscitato molta curiosità l'annuncio del Teatro Garage che a gennaio porterà in scena un testo di Giuseppe Manfridi sul tema della violenza negli stadi. Il testo, intitolato «Teppisti!», la cui regia è affidata al giovane regista genovese Sergio Maifredi, andrà in scena a gennaio alla sala Diana di San Fruttuoso. Il programma della piccola struttura di via Paggi aveva raccontato, per sommi capi, la trama dello spettacolo. Ora è lo stesso Giuseppe Manfridi, uno degli autori più in vista del teatro italiano, a spiegare i motivi di questa scelta. Vediamoli. «Stavo traducendo una commedia di Barry Keeffe intitolata "Dio salvi la Regina" e composta di vari episodi, uno dei quali racconta di alcuni ragazzini tifosi del Manchester United quando, come tutti in Europa e nel mondo, rimasi agghiacciato davanti al video che trasmetteva le paurose immagini dello stadio di Heysel: la tragica mischia che insanguinò l'inizio della partita di Coppa dei Campioni Liverpool-Juventus. «Pure io sono tifoso, intensamente tifoso (della Roma, perché non dirlo?) - prosegue Manfridi e amo profondamente il calcio. Per farla breve, la penna che volevo mantenere al servizio di un'opera altrui cominciò a mutare direzione; a scrivere un'altra storia, a modellare altri personaggi, altri destini, altro linguaggio». Non appena terminato l'imprevisto lavoro, nato da una radicale e censurabile diserzione, la prima persona a cui Giuseppe Manfridi lo fece leggere fu lo stesso Keeffe che si complimentò, pregando però il collega italiano di presentare la commedia senza far cenno al suo nome. «Dall'84 a oggi - spiega Manfridi - sono passati molti anni. "God save the Queen" ha già conosciuto da tempo le nostre scene e io mi sento finalmente in diritto di sdebitarmi con il suo autore per avermi offerto lo spunto che, attraverso tradimenti progressivi, mi ha condotto alla stesura di uno dei miei testi preferiti, "Teppisti!", appunto». La storia. Una giovane coppia, Nando e Giovanna, si aggira per l'Italia, insieme ad un mal tollerato compagno di fede calcistica, Cico, seguendo le rotte della propria squadra in trasferta. Da Napoli a Torino, da Milano a Genova e in altre città. Da questa «geografia della predazione» i tre riportano infiniti resoconti di battaglie cruente, di avventurose sfide con la polizia e con gli ultrà avversari, di gol segnati e subiti. Tutta la loro esperienza di vita sembra essere lì e non altro che lì: in quel legame violento con una bandiera, in quell'estremo e mortale spirito di corpo che ce li mostra come tre monadi impazzite al momento in cui li vediamo, come accade, separati da quel tutt'uno, da quella folla che è l'unico vero elemento in cui, paradossalmente, riescono a sfiorare un'idea di se stessi. Come se per diventare individui dovessero confondersi, come se per parlare dovessero usare parole collettive, slogan, cori e grida di guerra scanditi da rulli di tamburi. «Teppisti!» è scritto in endecasillabi, per dar vita a una sorta di gabbia ritmica di recitazione, all'interno della quale i personaggi sono costretti ad una congestione crescente. La violenza, piuttosto che venirne attutita, si fa così più sensibile, sino ad esplodere oltre il linguaggio, nella sola alternativa consentita, cioè nell'azione fisica e brutale. «Teppisti!», di cui l'autore ha fornito oggi queste anticipazioni, andrà in scena al Teatro Garage dal 21 al 31 gennaio prossimi, per la regia di Sergio Maifredi. Lo spettacolo, vietato ai minori di anni 18, è interpretato da Luca Catanzaro, Roberto Recchia e Raffaella Russo.

Fonte: La Stampa del 3 novembre 1992

 


 

 


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