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Ciro Esposito 3.05.2014 Daniele De Santis (L'omicida)
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L’ULTRA’ ACCUSATO DI TENTATO OMICIDIO

Il giallorosso De Santis: la militanza a destra, le arti marziali e la Roma

di Fabrizio Caccia

Agli amici della Sud diceva: "Le armi ? Da vigliacchi". Erano almeno dieci anni che non andava allo stadio, secondo gli amici della curva.

Lui ha sempre detto: "Io mi difendo da solo, perché sono forte, sono un karateka, e chi usa le armi è un vigliacco...". Perciò adesso i suoi vecchi amici di Curva Sud, "Boys", "Opposta Fazione", "Tradizione e Distinzione" - quando la Curva Sud della Roma era un’orgia di croci celtiche e denti di lupo, parliamo soprattutto degli anni Novanta e dei primi Duemila - restano perplessi all’idea che Daniele De Santis sabato pomeriggio abbia usato quella Beretta. "È sempre stato un attaccabrighe ma pistole mai", tagliano corto i capi tifosi giallorossi di un tempo, oggi navi da guerra in disarmo, pescecani spiaggiati anche per ragioni d’età. In fondo come lui, ormai vicino ai 50. Perseguitato da un soprannome, "Gastone", che non è mai stato il suo ma di un altro tifoso romanista quasi omonimo, in realtà per tutti De Santis era "Danielino" malgrado la stazza e la consuetudine con la boxe e le arti marziali: suo padre Ivo, 73 anni, è maestro storico di karate e il suo regno era la palestra "Power Temple", vicino alla Piramide Cestia e al vecchio covo degli "Irriducibili" della Lazio. Fu proprio suo padre, ormai nel lontano maggio 1999, a finire gambizzato da ignoti mentre viaggiava in motorino. Una storia mai chiarita. E quella era stata l’unica volta che in casa De Santis si era parlato di spari e rivoltelle. Fino a due giorni fa. Ora dicono tutti: "Con lo stadio Daniele aveva chiuso almeno da dieci anni, mai più visto in curva da allora, la partita se la vedeva alla pay tv del baretto del circolo sportivo di Tor di Quinto dove lavorava come custode dalla mattina alla sera". "Daspato" e diffidato com’era, in effetti, non poteva più entrare all’Olimpico. Tifoso indesiderato. L’ultima volta fu il derby del 2004, quello famigerato interrotto dagli ultrà che andarono a parlare con Francesco Totti dopo che si era sparsa la voce (infondata) che un ragazzino era morto negli incidenti del prepartita. Ma "Gastone" non era tra tutte quelle facce poi immortalate dai giornali e dalle tv. Un altro equivoco che lo ha seguito fin qui: "Stava con loro, ma non in prima fila. Tutti ragazzi che all’alba degli anni Novanta avevano militato con me nel Movimento Politico Occidentale..." - ricorda Maurizio Boccacci, pluricondannato leader dell’estrema destra romana, oggi a capo di Militia. E proprio con Boccacci, che oggi ha 56 anni, De Santis fece il suo debutto nella cronaca nera nel novembre del ‘94, quando un gruppo di ultrà giallorossi finì in manette per l’accoltellamento a Brescia del vicequestore Selmin: "Io mi beccai 5 anni di condanna - racconta Boccacci - Ma Daniele non c’entrava e infatti poi fu assolto". E anche risarcito dallo Stato italiano: 2 milioni e 900 mila lire per quasi due mesi di ingiusta detenzione, ricorda il suo avvocato d’allora, Gianni Dell’Aiuto. Due anni dopo, 1996, fu coinvolto (e in seguito ancora assolto) nell’inchiesta sui presunti ricatti della tifoseria ai danni del presidente Franco Sensi: biglietti gratis in cambio di pace allo stadio. "Finimmo sotto processo in sette - ricorda Giuliano Castellino - Io, Danielino, Marione, Peppone, il Mortadella, il Mafia e Guglielmo il Farmacista. Tutti assolti. Ma Mortadella e Mafia purtroppo non ci sono più, sono morti da tempo". Già. Ma forse è tutto un mondo che non c’è più, un mondo che è sparito, insieme a una certa idea del calcio e della curva: "Hanno introdotto la tessera del tifoso, i tornelli, i controlli e che hanno ottenuto ? Hanno forse sconfitto la violenza ?" - s’interroga amaro Guido Zappavigna, un tempo capo dei temutissimi "Boys" (di cui De Santis faceva parte) e oggi cinquantasettenne gestore di un’amena trattoria in zona Castel Sant’Angelo. "La Curva Sud della Roma oggi è diventata anarcoide, la destra rispetto a dieci anni fa non comanda più niente, oggi ci trovi perfino le bandiere No Tav e la cosa in fondo manco mi dispiace, perché i No Tav per me hanno ragione", dice Boccacci. E poi la politica che pensava di far proseliti allo stadio ha sempre regolarmente fallito: lo stesso De Santis, alle amministrative del 2008, si candidò con una lista civica, "Il Popolo della Vita". Daniele prese 44 voti. Non lo votarono manco tutti gli amici della palestra.

5 maggio 2014

Fonte: Corriere.it

Fotografie: Gazzetta.it - Corriere.it

Parla la madre di "Gastone": "Mio figlio vittima dell'agguato dei tifosi napoletani"

di Lorenzo D'albergo

Nel cortile c'è una bandiera del Movimento sociale italiano, un busto di Mussolini. E un'altra donna che sventola carte e quelli che sembrano essere assegni. Litiga con la madre di "Gastone". "Non è vero. Mio figlio non andava in giro a chiedere soldi - urla Franca - è un ragazzo che lavora". Poi il cellulare squilla: "Hanno arrestato Ciro Esposito ?" E certo, è lui che ha aggredito mio figlio".

Signora, lei è davvero convinta che Daniele sia stato costretto a difendersi ? "Sono venuti fino da Napoli per beccarlo. Lo conoscevano e gli hanno fatto un agguato. Purtroppo non posso ricostruire l'esatta dinamica, non c'ero mentre lo picchiavano. Ma una cosa è sicura. Mio figlio non va all'Olimpico da tanti anni ormai, non va più in curva Sud. È diffidato e ormai ha rinunciato allo stadio".

E perché, secondo lei, i tifosi del Napoli sarebbero venuti a prenderlo ? "Io so che prima della partita lui si deve essere messo in mezzo a una lite tra ultrà, tra un gruppo di romanisti e un gruppo di napoletani. Non so cosa sia successo durante quell'incontro. Ma lui deve aver detto qualcosa… Non lo so, giuro. Ma i napoletani sapevano che lui stava qui, ne sono sicura".

La polizia ha spiegato che suo figlio aveva bombe carta e diversi petardi. Li avrebbe tirati contro i supporter napoletani. "Non lo so, non lo so che ha fatto o cosa aveva in casa. Ma loro lo hanno massacrato, me l'hanno quasi ammazzato. Erano in 50 e mio figlio era da solo".

E la pistola ? "Non lo so. Se ha sparato davvero, deve averla trovata da qualche parte proprio mentre lo aggredivano. Può anche averla trovata a terra".

Il racconto si interrompe. Dal chiosco all'improvviso esce un uomo, forse il padre di Daniele, Ivo. Alle spalle ha una lunga carriera da karateka e in mano un martello. Con lui ci sono i cani del figlio, un pitbull e un rottweiler.

6 maggio 2014

Fonte: La Repubblica

Daniele "Gastone" De Santis, ecco chi è l’uomo

accusato di aver sparato al tifoso del Napoli

Estremista di destra, sul suo profilo Facebook ha postato diverse foto sotto il motto "Boia chi molla". È l’unico indagato per tentato omicidio. E sui social network nascono gruppi che inneggiano alla sua liberazione.

Daniele "Gastone" De Santis è indagato con l’accusa di aver sparato al tifoso del Napoli Ciro Esposito. E ora, spuntano le immagini del suo bunker. Che riflette chiaramente la sua personalità da estremista di destra. BOIA CHI MOLLA - Lo chiamano Gastone. E sul suo profilo di Facebook, sotto al nickname c’è la dicitura "Boia chi molla". Al secolo è invece Daniele De Santis, o Danielino, ed è l’unico indagato per tentato omicidio negli scontri fuori dallo stadio Olimpico di Roma, prima che si svolgesse la finale Napoli-Fiorentina. LA TRATTATIVA - Una partita che si è potuto giocare, pare, solo dopo che è stato interpellato il capo dei Mastiffs, gli ultras del Napoli, ossia Genny ‘a Carogna. Un fatto che ha suscitato innumerevoli polemiche e molta ironia su twitter, quanto al ruolo interpretato dal tifoso partenopeo. IDENTIKIT DI GASTONE - Ma se sul capo ultras del Napoli, colpito da Daspo per cinque anni, sappiamo ormai tutto, ecco che Facebook regala un identikit eloquente sulla personalità da estremista di destra di Gastone, con le foto - che lui stesso ha pubblicato- che lo vedono ritratto nel suo "bunker". LA PROVA DELLO STUB - Secondo gli inquirenti sarebbe stato lui a sparare e ferire gravemente il tifoso napoletano Ciro Esposito. De Santis si proclama innocente. La prova dello stub non lo inchioda, perché non ci sono tracce sufficienti a dire che abbia premuto il grilletto della pistola. TESTIMONE OCULARE - Ci sarebbe però un testimone oculare che si è presentato spontaneamente alla polizia: R.P, tifoso del Napoli. Ha raccontato che, mentre stava dirigendosi allo stadio con due amici "la mia attenzione è stata attratta da una persona che urlava inveendo nei confronti di passeggeri di un autobus di colore bianco con a bordo tifosi del Napoli, tra i quali vi erano anche donne e bambini". Una persona che, durante la sosta dell’autobus, aveva preso il mezzo a calci e pugni, terrorizzando gli occupanti. È a quel punto che i sostenitori del Napoli, una cinquantina, gli sarebbero andati incontro minacciosi. E tra gli inseguitori c’era pure lui, R.P. LA SPARATORIA - Il teste ha detto di aver visto De Santis e altre tre persone. Poi De Santis è caduto e "improvvisamente si è rialzato girandosi verso di noi, puntandoci contro una pistola e facendo fuoco ad altezza uomo, esplodendo alcuni colpi. In tale contesto ho notato un mio amico, che so chiamarsi Ciro, accusare un forte malore al petto e accasciarsi al suolo; ho prestato soccorso a Ciro rivolgendomi ad alcuni appartenenti alle forze dell’ordine perché chiamassero i soccorsi". IL FERIMENTO DI CIRO ESPOSITO - "Mentre stavo soccorrendo Ciro ho visto che altri tifosi napoletani hanno iniziato a picchiare la persona che aveva sparato, riuscendo a raggiungerla in quanto aveva smesso di sparare. Io ho atteso vicino a Ciro l’arrivo dell’ambulanza, che è giunta dopo circa venti-trenta minuti. Mentre attendevo, ho constatato che alcuni miei conterranei, quando si sono accorti che Ciro era stato colpito, sono tornati nella stradina con l’intento di picchiare nuovamente lo sparatore". RICOSTRUZIONE ATTENDIBILE - La ricostruzione coincide, per gli inquirenti, con quello della doppia aggressione a De Santis e con il racconto della donna che, durante il pestaggio del tifoso romanista, aveva visto a terra e nascosto l’arma in un secchio dell’immondizia per evitare il peggio. UNA SOLA PISTOLA - Intanto, mentre le condizioni di Ciro Esposito restano gravi, ma stazionarie, la Procura di Roma smentisce voci di stampa secondo cui era apparsa, nel corso della sparatoria, una seconda pistola: "La notizia di una seconda pistola è destituita di fondamento e rischia di interferire negativamente sulle indagini in corso e sulle delicate determinazioni che dovranno essere assunte in giornata". UN GRUPPO INNEGGIA A DE SANTIS - De Santis è sotto interrogatorio. Nel frattempo su Facebook è già nato un folto gruppo dal titolo "De Santis libero", che, dopo la prova negativa dello stub difende il tifoso romanista e che fa il verso alla maglietta indossata da Genny ‘a Carogna, "Speziale libero", costata al capo dei Mastiffs il Daspo per cinque anni. (E. M.)

7 maggio 2014

Fonte: Oggi.it

Minacce all'ultrà Gastone e un manichino impiccato

di Irene de Arcangelis

"Ciro, non faremo festa finché di Gastone non avremo la testa. Romano infame". E poi: "Gastone, sarà il giorno più bello della tua vita". Tre striscioni che compaiono sulla facciata di un palazzo in via Fontanelle. E poi c'è un manichino giallorosso impiccato tra i lenzuoli con le scritte offensive. Omaggio della Sanità a Gastone, al secolo Daniele De Santis, l'ultrà romanista coinvolto della sparatoria in cui è rimasto gravemente ferito il tifoso del Napoli Ciro Esposito prima della finale di Coppa Italia a Roma del 3 maggio scorso. Striscioni inattesi, dopo tanto tempo, che poco dopo gli uomini della Digos diretta dal vice questore Luigi Bonagura vanno a sequestrare. Con inevitabile apertura di un fascicolo da inviare in Procura con l'ipotesi di reato di minacce. Non tanto per le frasi scritte con il pennarello rosso, quanto per quel manchino di stoffa imbottita impiccato con una corda alla derivazione di un tubo del gas dell'edificio. La polizia ora indaga anche sui residenti dell'edificio di via Fontanelle che dovrebbero sapere chi ha attaccato quegli striscioni tardivi. Ma intanto è certa che si tratta di un episodio sporadico, per distogliere l'attenzione da Genny ‘a Carogna - il tifoso napoletano protagonista sugli spalti della serata di tensione all'Olimpico - qualche giorno fa chiamato in causa da un pentito nei panni di spacciatore. Intanto il tifoso Ciro non migliora, è ancora sedato e intubato. Il 6 giugno prossimo incidente probatorio a Roma sull'arma che lo ha ferito.

30 maggio 2014

Fonte: La Repubblica

"Gastone", l’ultras solitario con la pistola tra politica e fede giallorossa

di Katia Andreoletti

Roma, 25 Giu. -  Da leader indiscusso della curva sud romanista, sempre in gruppi di estrema destra, capace di interrompere un derby della Capitale o di ricattare l’allora presidente della Roma Sensi, fino alla scelta, forse obbligata dai tanti Daspo, di stare lontano dagli stadi. Daniele De Santis da ieri è in carcere con l’accusa di aver sparato ai tifosi napoletani oltre che di aver ferito gravemente Ciro Esposito. Daniele De Santis chi è ? Non ha una moglie, non ha figli, l’unica passione, tatuata ripetutamente sul suo corpo, la "magica Roma". Da alcuni anni faceva il custode di un campo sportivo con annesso chiosco proprio a poca distanza dallo stadio Olimpico. Una parabola discendente quella di Daniele De Santis, 48 anni, che da candidato nel 2008 nella lista "Il Popolo della Vita per Alemanno" nel XX municipio, ideata da Luciano Castellino, (ma l’ufficio stampa di Gianni Alemanno precisa: "Daniele De Santis non era un candidato della lista civica di Alemanno. Nelle elezioni del 2008 era un candidato della lista "Il popolo della vita". Questa non era la lista civica di Alemanno, ma una lista promossa da diversi movimenti di ispirazione cattolica") lo ha portato a sparare cinque colpi di pistola all’indirizzo di tre tifosi napoletani, quattro dei quali sono andati a segno. Se, come sostiene la ricostruzione ufficiale, De Santis ha fatto tutto da solo: dal lanciare decine di petardi contro i pullman dei tifosi napoletani che passavano vicino al suo chiosco fino a sparare, dopo essere scivolato e per evitare di essere "pestato" da coloro che per primo, aveva aggredito, la dice lunga su come era finito "Gastone": da leader indiscusso a "cane sciolto", ormai isolato ma sempre violento. Lui è uno dei tifosi arrestati per estorsione in danno dell’ex presidente della Roma, il mitico Sensi. Con altri ultrà chiedeva, con pesanti minacce, i biglietti per l’ingresso all’Olimpico. Un’altra finale di Coppa Italia funestata dalle gesta di Daniele De Santis, fu quella del maggio del 2008, quando sul campo i giallorossi si fronteggiarono con l’Inter. Poco prima del calcio di inizio 5 supporter giallorossi furono arrestati per gli scontri che avvennero con le forze dell’ordine, tra le cui fila rimasero feriti in sei. Fu sempre De Santis uno degli indagati per la violazione della legge sulla sicurezza degli stadi perché il 21 marzo del 2004 scavalcò il recinto e invase il campo di gioco, insieme ad altri sei romanisti e di fatto fece sospendere il secondo tempo del derby capitolino. Ma il reato cadde in prescrizione e non fu mai processato. Fu accusato anche di aver fatto parte del commando che il 20 novembre ’94, all’esterno dello stadio "Rigamonti" prima della partita Brescia-Roma, accoltellò l’allora vice questore di Brescia Giovanni Selmin, mentre una quindicina di agenti di polizia vennero ricoverati perché aggrediti con asce, bastoni e bombe carta. Secondo l’accusa, la spedizione dei romanisti a Brescia aveva il duplice scopo di far recuperare prestigio e nuovi elementi al gruppo neonazista di Maurizio Boccacci, ex leader del Movimento Politico Occidentale, in crisi dopo lo scioglimento per incitamento all’odio razziale. Ma alla fine De Santis fu assolto per non aver commesso il fatto e ottenne anche un risarcimento di due milioni e 900 mila lire dopo aver trascorso 30 giorni nel carcere di Brescia e altri 20 ai "domiciliari". De Santis fu arrestato anche il 22 marzo del ’98 nei pressi dello stadio Romeno Menti, al termine della partita Vicenza-Roma. (Fonte: PositanoNews)

25 giugno 2014

Fonte: Sostenitori.info

"Dovevo morire io invece è toccato a Ciro Ma non ho sparato"

di Federica Angeli

"Dovevo morire io, invece è morto lui. Non ci posso pensare che è morto. Più che altro non ci voglio credere". Daniele De Santis, il tifoso della Roma accusato di omicidio (non più di tentato omicidio), affida il suo commento per la morte di Ciro Esposito ai propri genitori, Ivo e Franca. Dal reparto di ortopedia del Policlinico Umberto I, dove era ricoverato dopo il pestaggio subìto, ieri, a metà mattinata, è stato trasferito al carcere di Viterbo, portato via su una sedia a rotelle e un pigiama indosso. Alle 14 gli inquirenti hanno ripetuto su di lui la prova dello stub che, la prima volta, aveva dato esito negativo. Malgrado questo, il tifoso giallorosso è l'uomo che la procura di Roma vede come il solo indagato per la morte di Esposito. Un supertestimone, tifoso del Napoli, in incidente probatorio lo avrebbe identificato come la persona che ha impugnato una pistola facendo fuoco fino a esaurire tutti i proiettili quel sabato 3 maggio nel prepartita di Coppa Italia Fiorentina-Napoli.

26 giugno 2014

Fonte: La Repubblica

Le lacrime, la rabbia, i cani sulla porta dentro la casa blindata dei De Santis

Quando ci presentiamo al palazzo dove vive la famiglia De Santis - i genitori, il fratello Alessandro e, fino a 12 anni fa, anche Daniele - l'accoglienza non è di quelle da tappeto rosso. Al citofono ci liquidano con un: "ai giornalisti non abbiamo niente da dire". Insistiamo. E ci presentiamo al primo piano della palazzina del quartiere Monteverde che fa parte di un comprensorio enorme. A partire da ieri pomeriggio hanno garantito alla famiglia che ci sarà una vigilanza sotto casa per evitare rappresaglie contro di loro. Ad aprirci la porta, con diffidenza, è la mamma di Daniele, la signora Franca. Che non smette di piangere un solo momento, dall'inizio alla fine del colloquio con noi. "Mio marito stava sul letto, si sta infilando i pantaloni e arriva". Prende un mazzo di chiavi e si chiude alle spalle la porta di casa. Dentro ci sono due molossi ed è meglio parlare sul pianerottolo. Qualche minuto e ci raggiunge Ivo De Santis. Sono da poco tornati dal Policlinico Umberto I, hanno parlato con Daniele che da lì, dopo la morte di Ciro Esposito, è stato trasferito in carcere con un capo d'imputazione che da tentato omicidio è diventato omicidio. "Adesso noi, dopo quello che è successo, assolutamente non vogliamo parlare coi giornalisti", dice Ivo, per 50 anni istruttore di Karate, sguardo puntato dritto negli occhi del suo interlocutore, come a dire, "non ce n'è, state solo perdendo tempo". Prosegue la moglie, Franca, mentre lui continua a scrutarci dalla testa ai piedi. "Qui sotto ci metteranno le guardie a controllare che non ci succeda nulla. Siamo stati all'ospedale da mio figlio e c'erano 20 poliziotti a piantonare la sua stanza. Non rilasciamo nemmeno mezza dichiarazione perché bisogna vedere prima quello che è successo".

Andiamo con ordine. Chi è Daniele De Santis ? "E' un ragazzo buono", dice la madre. Ma subito Ivo le ruba la parola: "Ma quale buono, quello è uno stronzo, che ha preso le botte da tutto il mondo... Fosse venuto una volta a dimme "papà m'hanno menato". Che poi ce pensavo io, invece no. Se l'è prese sempre tutte".

Ma Daniele cosa vi ha raccontato di quel pomeriggio di follia ? "Lui ha detto che gli hanno menato, poi non se ricorda più niente... Poi quel taglio che c'ha qui (indicando il sopracciglio, ndr), il giudice ha detto che è stato il calcio di una pistola che gliel'hanno sfonnato in testa. La pistola ce l'avevano in mano l'artri. Non Daniele".

Quando arrivarono al Ciak i tifosi del Napoli, Daniele dov'era ? "Lui c'ha le chiavi del cancello del centro Ciak, dove l'hanno picchiato. Quando ha visto che stavano arrivando, s'è fatto accompagnare per un pezzo da uno che lui non riesce a camminare perché è zoppo dopo un incidente col motorino, ha cercato di chiudere il cancello col lucchetto, c'erano due squadre di bambini che giocavano al campo di pallone lì. Ha visto e capito quello che stava succedendo e che ci sarebbero state le botte e allora ha cercato di chiudere coi lucchetti per non fare entrare quei tifosi lì dentro. Ha capito ?".

Lui ha sostenuto con gli inquirenti di non aver sparato. A voi cosa ha detto ? "Lui ha sempre detto a noi che non c'entra niente e che non ha mai sparato. L'abbiamo spinto a parlare che crede che la passava così senza darci spiegazioni a noi ? E lui ha detto: "A pa' quanno m'hanno acchiappato io non ho visto più niente". Mio figlio non aveva la pistola. E se voleva fa' una cazzata di rissa se sarebbe messo una scialletta in faccia quantomeno, non pensa ? Invece no, a volto scoperto era. Un jeans e ‘na maglietta, così tutto sbracciato".

E se suo figlio, signor Ivo, le avesse mentito ? L'uomo prima di rispondere dà un pugno contro la porta di casa. "Io ve dico la verità: se mio figlio l'ha ammazzato facesse 30 anni di carcere. Mio figlio ha detto: "Io non sono stato papà". E basta. E io ce credo. Poi tireranno fuori le prove e vediamo ‘ste prove e se mi fijo m'ha detto una cavolata... Quanto è vero Dio ce penso io a lui. Ma non è mai successo da quando è nato. A me quando lo guardo me parla, pure co l'occhi me parla".

Un pensiero ora da genitori a genitori. Alla mamma di Ciro, cosa volete dire ? Scoppiano in lacrime entrambi. "Quello è come se fosse mio figlio, me sta a capì ?", dice Ivo. Ora è Franca che gli parla sopra: "Non ci stanno parole per quella donna. È da ieri che piango per quella donna e per quel ragazzo che non doveva morì. Spero che trovino il colpevole al più presto".

26 giugno 2014

Fonte: La Repubblica

Gli ultrà della Roma "Solidali con De Santis addolorati per Ciro"

ROMA - I tifosi della Roma prendono la parola sulla morte di Ciro Esposito. Con un comunicato, firmato da "gli Ultras della Roma", tornano sulla vicenda esprimendo solidarietà al presunto assassino Daniele "Gastone" De Santis, noto ultrà romanista, ma anche cordoglio per la scomparsa del tifoso del Napoli: "La Curva Sud rimane e rimarrà sempre al fianco di un suo figlio. Non rinnegheremo mai un nostro fratello, giusto o sbagliato che sia, questo ci ha insegnato la vita, questo ci ha insegnato la strada. Rimaniamo comunque colpiti e addolorati dal tragico epilogo di questa brutta vicenda e ci stringiamo al dolore della famiglia di Ciro Esposito. La morte non ha colori né bandiere". Il testo, comparso sul sito Asromaultras.org, è stato accolto con rassegnazione dalla mamma di Ciro, Antonella Leardi: "Se hanno deciso di non prendere le distanze da De Santis si vede che io non posso cambiare la loro mentalità, le loro dinamiche".

2 luglio 2014

Fonte: La Repubblica

De Santis ammette "Sì, ho sparato io perché avevo paura"

ROMA - "Sono stato coinvolto in una rissa e ho temuto per la mia vita, dunque ho avuto paura e ho sparato". Così Daniele De Santis, l'ultrà romanista accusato dell'omicidio di Ciro Esposito il 3 maggio scorso in viale di Tor di Quinto a Roma, prima della finale di Coppa Italia Napoli-Fiorentina, ammette per la prima volta di aver fatto fuoco verso un gruppo di tifosi del Napoli. Lo scrive di suo pugno, in una lettera di due pagine in stampatello inviata lunedì via fax ai pm e con la quale annuncia di non sentirsi pronto a sostenere l'interrogatorio fissato per il 9 ottobre. Finora aveva sempre detto di non aver sparato. Nella perizia del Ris i tecnici sostengono che De Santis fu prima "sopraffatto dagli aggressori" e poi sparò.

8 ottobre 2014

Fonte: La Repubblica

Omicidio Esposito, De Santis confessa "Mi hanno assalito, ho sparato per paura"

di Francesco Salvatore

"Sono stato preso alle spalle, presumibilmente da Ciro Esposito, e sono caduto. Poi sono da terra mi sono girato e ho sparato". Parla per la prima volta Daniele De Santis e confessa. A distanza di mesi dagli scontri nel prepartita della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina, che hanno portato alla morte del 29enne di Scampia Ciro Esposito, l'uomo accusato di omicidio volontario ha fornito la sua versione con una lettera indirizzata ai pm Eugenio Albamonte e Antonino Di Maio. Nella missiva inviata via fax in procura, il 48enne romano ha ammesso di "essere stato coinvolto nella rissa" e di aver fatto fuoco con la pistola per "paura". L'uomo, inoltre, ha aggiunto di voler posticipare l'interrogatorio del 9 ottobre a causa della sua condizione fisica, di recente ha avuto un'ischemia e soprattutto rischia di perdere la gamba. Inoltre ha dichiarato di essere "preoccupato" dal clima di tensione che si è creato intorno alla vicenda e dal fatto che "girano su Internet l'indirizzo di casa dei miei genitori e la foto di mio padre". Una lettera scritta di suo pugno, quella arrivata in procura ieri, in cui De Santis ha spiegato perché ha sparato e perché non è ancora pronto per un faccia a faccia con i magistrati. I pm, però, giovedì saranno all'ospedale Belcolle di Viterbo, dove l'ultrà è ricoverato, per far scrivere a verbale anche solo ciò che l'uomo, accusato di omicidio volontario, ha messo nero su bianco. "La lettera è una spiegazione abbastanza articolata di quello che in questo momento sta vivendo il nostro assistito" hanno detto i legali di De Santis, Michele D'Urso e Tommaso Politi. De Santis, nel descrivere la sua condizione ha sottolineato di "non essere un mostro" e di essere sicuro che "la verità su quanto accaduto stia emergendo". Nel memoriale De Santis ha raccontato il pomeriggio del 3 maggio scorso in via Tor di Quinto. "Sono stato coinvolto in una rissa e ho temuto per la mia vita dunque ho avuto paura". Poi alcune righe più avanti "Gastone" entra più nello specifico: "Sono stato preso da dietro, presumibilmente da Ciro Esposito. Sono caduto a terra, mi sono girato e ho sparato". Per quanto riguarda i motivi che lo hanno spinto a scrivere ai pm per posticipare la sua audizione De Santis ha sottolineato di non essere ancora pronto: "Voglio prima risolvere i miei problemi di salute. La mia gamba rischia di essere amputata per le lesioni subite". Prossima tappa dell'inchiesta l'interrogatorio di giovedì all'ospedale di Viterbo, in cui De Santis potrà ripetere quello scritto nella lettera o fornire ulteriori spiegazioni. Poi il 13 ottobre proseguirà l'incidente probatorio sulla perizia dei tecnici del Racis dei carabinieri.

8 ottobre 2014

Fonte: La Repubblica

De Santis ai pm "Sono disperato". E su Facebook mostra le ferite.

L'assassino del tifoso: "mi hanno messo contro un'intera città"

Daniele De Santis, l'ultrà della Roma che il 3 maggio scorso, alla vigilia della finale di Coppa Italia, sparò a un gruppo di tifosi napoletani uccidendo Ciro Esposito, ha consegnato una lettera ai pm di Roma, in cui sostiene di sentirsi "disperato" per l'accaduto, ma di aver sparato per paura. "Alla fine i colpi l'ho esplosi io, ma senza mirare. Ero pieno di sangue dappertutto. Mi stavano ammazzando punto e basta". Poi aggiunge: "Mi hanno messo l'intera città contro". Su Facebook girano le sue foto con i pantaloni abbassati, mentre mostra le coltellate fra addome e gluteo e una cicatrice sul volto. Agli arresti in ospedale, ma evidentemente in grado di farsi fotografare in posa. "Hanno detto che volevo aggredire donne e bambini, mai fatto in vita mia. Mi stanno mettendo contro un'intera città come una guerra", scrive ai pm di Roma Daniele De Santis, l'ultrà della Roma che il 3 maggio scorso, alla vigilia della finale di Coppa Italia, sparò all'indirizzo di un gruppo di tifosi napoletani uccidendo Ciro Esposito. De Santis ha consegnato una lettera di due pagine dove sostiene di sentirsi "disperato" per l'accaduto, ma di aver sparato per paura. Con i pm, De Santis si è avvalso della facoltà di non rispondere, riportandosi alla missiva. "Alla fine i colpi l'ho esplosi io - ammette - ma senza mirare. Ero pieno di sangue dappertutto. Mi stavano ammazzando punto e basta". De Santis nega di aver lanciato bombe: "Ho solo raccolto un fumogeno che stava per terra e l'ho tirato". Quindi aggiunge: "Sono davvero disperato per quello che è successo. Mi porto dentro tutto il dolore per la morte di Ciro. Non volevo uccidere proprio nessuno, però purtroppo alla fine un ragazzo è morto". Scuote il capo la mamma di Ciro, Antonella Leardi: "Dice di essere disperato ? Allora ha una coscienza. Ma non credo che abbia sparato per paura, è una bugia". Gli avvocati Angelo e Sergio Pisani, legali della famiglia Esposito parlano di "ricostruzione strumentale, in contrasto con le risultanze delle indagini". (d. d. p.)

10 ottobre 2014

Fonte: La Repubblica

Omicidio Esposito la verità di De Santis

"Sparai senza mirare sono disperato"

di Francesco Salvatore

Voglio dire che è vero, alla fine i colpi li ho esplosi io, ma senza mirare. Ero pieno di sangue dappertutto, mi stavano ammazzando, punto e basta. Sennò non sarei qui vivo, anche se posso perdere la gamba". Ammette le sue responsabilità e si giustifica Daniele De Santis. Fornisce spiegazioni, ma non indica nessuna delle persone che nel pomeriggio del 3 maggio scorso, in via Tor di Quinto, hanno preso parte alla rissa culminata nella morte del 29enne di Scampia Ciro Esposito, ucciso proprio per mano sua. La versione di "Gastone" è tutta nella lettera spedita tre giorni fa in procura e ribadita ieri, nel suo contenuto, ai pm Eugenio Albamonte e Antonino Di Maio all'ospedale Belcolle di Viterbo. "Danielino", accompagnato dai legali Tommaso Politi e Michele D'Urso, ha riferito ai magistrati di non essere ancora pronto a sottoporsi all'interrogatorio, ma ha fatto dichiarazioni spontanee sui drammatici momenti del pre-partita della finale di Coppa Italia Napoli-Fiorentina. Ha spiegato di avere paura per sé e per i suoi familiari, di non voler accusare chi l'ha ferito "a coltellate e bastonate" perché le sue parole potrebbero essere strumentalizzate e qualcuno potrebbe prendersela con loro. Tutte cose già spiegate nella lettera: "Le mie parole verrebbero usate per far crescere odio. Fin quando non si scatena qualche pazzo. Hanno detto che volevo aggredire donne e bambini. Mai fatto in vita mia. Mi stanno mettendo contro un'intera città (Napoli, ndr) come una guerra". "Sto ancora male - scrive De Santis in due fogli in stampatello - non solo fisicamente. Mi devono rioperare, ho avuto un'ischemia, forse perdo la gamba e di certo rimarrò zoppo. Ma soprattutto ho paura per me e i miei familiari. In questi mesi ho sentito di tutto, come se fossi un mostro. I giornali hanno pubblicato la foto di mio padre e su internet hanno messo l'indirizzo di casa dei miei". Il 48enne accusato di omicidio volontario nel ricostruire gli scontri si giustifica dicendo che non "voleva uccidere proprio nessuno, però purtroppo alla fine un ragazzo è morto". Questo il racconto: "Sono uscito dalla Boreale (dove vivo) per chiudere il cancello, perché si sentiva un casino di bomboni e fumogeni e dentro stavano giocando i ragazzi. Non ho tirato nessuna bomba. Quando sono uscito ho solo raccolto un fumogeno che stava per terra e l'ho ritirato e ho strillato al conducente del pullman di levarsi da là, quando ho visto che c'erano dei casini. A quel punto mi hanno rincorso in trenta o forse più. Ho provato a scappare e già di spalle mi hanno preso a bastonate, mi hanno dato le tre prime coltellate e le bastonate. Poi ho provato a chiudere il primo cancello ma non ci sono riuscito e mi sono rotto la gamba lì sotto. Comunque non volevo uccidere proprio nessuno però purtroppo un ragazzo è morto". Nell'ultima parte del memoriale, il mea culpa: "Vi prego di credermi che sono davvero disperato per quello che è successo. E mi porto dentro tutto il dolore per la morte di Ciro Esposito. Spero che continuerete le indagini perché quello che ho detto è la verità". La mamma di Ciro, Antonella Leardi, però non gli crede: "Lui dice che è disperato per la morte di mio figlio ? Mi fa piacere, significa che allora ha una coscienza. Però non credo che ha sparato perché aveva paura, è una bugia. È uscito attrezzato per fare del male".

10 ottobre 2014

Fonte: La Repubblica

Daniele De Santis: "Ho sparato a Ciro Esposito solo per salvarmi"

di Giovanna Gueci

L'intervista all'ultrà della Roma, condannato a 26 anni, pubblicata da Panorama un anno fa.

I giudici della Terza Corte d'assise di Roma hanno condannato a 26 anni di carcere Daniele De Santis, l'ultrà romanista accusato della morte di Ciro Esposito, avvenuta nel 2014 a Roma. Il giovane tifoso del Napoli venne ferito gravemente il 3 maggio di due anni fa, poco prima della finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Napoli e morì dopo un'agonia durata 53 giorni. Il 3 maggio 2014 allo stadio Olimpico di Roma è in programma la finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Napoli. Mentre i tifosi affluiscono verso lo stadio, su viale di Tor di Quinto si verificano violenti scontri durante i quali Daniele De Santis, 48 anni, ex ultrà romanista, ferisce il tifoso napoletano Ciro Esposito, 30 anni, che muore 50 giorni dopo, il 25 giugno. Per la prima volta De Santis accetta di parlare e, in questa intervista esclusiva a Panorama, racconta la sua versione dei fatti (che si basa sulla legittima difesa) riguardo alla morte del giovane napoletano. Nei mesi scorsi ha rilasciato una dichiarazione spontanea ai pubblici ministeri, ammettendo di aver esploso il colpo che ha portato alla morte di Esposito. "Nelle intenzioni di De Santis" spiega il suo avvocato, Tommaso Politi, "la notizia doveva rimanere riservata. Invece è filtrata, come al solito in maniera distorta. È vero, la dichiarazione non spiega come quella pistola sia finita in mano sua. Su questo l’unico a poter dire qualcosa è lui stesso. Di certo il processo mediatico non ha aiutato: il pregiudizio è tale che molti faticano a credere alla stessa perizia del Ris, che è assolutamente favorevole alla difesa". La chiusura delle indagini è attesa tra gennaio e febbraio, il processo dovrebbe cominciare entro tre mesi.

Daniele De Santis, come ha vissuto i mesi trascorsi dalla morte di Ciro Esposito ? Che cosa ricorda di quel giorno ? "Penso sempre a quel maledetto giorno. Sono passati otto lunghi mesi durante i quali, immobile in un letto, non ho fatto altro che pensare. Questa è e rimane una tragedia per tutti. Per la famiglia di Ciro e anche per la mia famiglia. A volte mi domando: se per salvarmi la vita, oltre alle sofferenze fisiche, devo veder soffrire tanto, non era meglio che mi avessero ammazzato ?".

Si può dire qualcosa a chi è rimasto colpito da quell’episodio ? La famiglia di Ciro, innanzitutto, ma anche le persone che seguono il calcio con passione ? "Non mi sono mai rivolto alla famiglia di Ciro non perché non abbia provato sofferenza, l’ho provata eccome ! E ho provato a immaginare se, anziché a quei genitori, fosse toccato ai miei: proprio per questo qualsiasi parola avrebbe provocato solo rabbia perché, per quanto potessi esprimere rammarico, avrei dovuto comunque chiedere scusa per essermi salvato la vita. Cosa gli avrei detto ? Riguardo all’opinione pubblica, purtroppo conosco bene il modo vergognoso in cui verrebbe strumentalizzata ogni mia frase, vista come qualcosa di utile solo alla mia difesa. Troppe logiche evidenze sono state ignorate palesemente, quindi volutamente. Per cui, a me interessa solo che siano i giudici a valutarle. Del circo mediatico a me non è mai fregato niente, a gente che guadagna speculando sulle disgrazie non do altra legna da ardere. Non sarò un chierichetto, ma ritengo che la sofferenza non sia merce da vendere in tv".

Lei non era lì per caso quel giorno. Perché aveva scelto di vivere in quel posto "occupato" ? "Vivo lì perché, oltre alle spese per la sopravvivenza, devo accudire i miei cinque cani e con lo stipendio delle Poste, di cui sono dipendente, non ce l’ho più fatta a pagare il mutuo di casa. In cambio, mi occupavo della manutenzione degli spazi e di fare da guardiano".

Lei era a casa sua, dunque. Poi che cosa è successo ? "Stava succedendo il finimondo. Sono uscito a vedere, anche perché sui campi occupati stavano giocando a calcio alcuni ragazzini. Si vedevano i fumogeni e si sentivano esplodere i "bomboni". Da casa mia al viale di Tor di Quinto ci sono 150 metri, lungo i quali si passa davanti a un gabbiotto dei Carabinieri. La cosa che ricordo di aver fatto, l’unica che non avrei dovuto fare, è stata raccogliere un fumogeno e rilanciarlo verso un pullman parcheggiato sul controviale che chiudeva completamente l’accesso. C’era già casino, ma non si vedeva bene, un po’ per il pullman, un po’ per i fumogeni. Improvvisamente, sono spuntate almeno 30 persone. Se fosse andata come sostiene chi mi accusa, avrei dovuto sparare al primo che mi capitava, no ?".

Invece ? "Sono stato aggredito, ho cominciato a fuggire e ho preso bastonate e le prime coltellate. Ho provato anche a chiudere il cancello che divide i campi dal viale, dove si trovava la mia abitazione, provando a bloccarlo con le braccia e con una gamba che è rimasta sotto e che, per questo, si è quasi staccata completamente dal corpo, come dicono i referti, rimanendo attaccata solo con qualche brandello di muscoli e pelle. Ho arrancato ancora per qualche metro, poi li ho avuti ancora addosso. Ero convinto di vivere gli ultimi momenti della mia vita".

E subito dopo, lo sparo. "Sì. E se non avessi premuto quel grilletto, sarei morto. Credo che in quel momento nessuno al mondo avrebbe potuto fare altrimenti. Parlare ora, a freddo, non è semplice. E non per strategia. Ho pensato e ripensato a quegli attimi, anche se ricordare tutto in maniera fotografica non è semplice. Ciò che ricordo di più è il dolore violento, un dolore assurdo, e poi il frastuono e l’orda di gente su di me. Comunque l’ho detto ai magistrati, non ho mirato, non volevo uccidere nessuno".

Un passo indietro. In che modo ha iniziato a far parte del mondo degli ultrà ? "Se avesse due giorni di tempo glielo racconterei. È un mondo che ho frequentato per oltre trent’anni. Sono abbonato dal 1978 con la Roma, da quando avevo 13 anni. Mi affascinava il fatto che il calcio fosse uno sport così diverso da quello che praticavo io, il karate. Allo stadio conosco tutti e tutti mi conoscono, ma non sono mai stato un leader né ho mai capeggiato un gruppo. Non c’ho mai nemmeno provato. Tra le tante sorprese, dai giornali ho saputo che avrei un soprannome, Gastone. Nessuno mi ha mai chiamato così. Mi chiamano Danielino dai tempi in cui pesavo 50 chili di meno".

Quello degli ultrà è un ambiente libero oppure è condizionato da fattori esterni ? "In curva c’è di tutto. E poi negli anni ho visto tendenze politiche diverse, a seconda delle mode. Le mie simpatie politiche le ho sempre tenute al di fuori del mio grande amore per la Roma e chi mi conosce può confermarlo".

È però di pochi giorni fa il riferimento a suoi collegamenti con l’inchiesta Mafia Capitale in base a intercettazioni telefoniche. "Ci mancava solo la mafia. Se non stessi vivendo una tragedia mi verrebbe da ridere. Perché finora ho sentito di tutto: che ero il braccio destro di Gianni Alemanno, che non ho neanche mai visto; che farei parte dei servizi segreti deviati e adesso la mafia. Cose che mi provocano più dolore delle ferite fisiche. Forse chi dice queste cose ci crede o comunque, a forza di dirle, qualcuno ci crederà. Risponderle mi sembra quasi assurdo: lo faccio comunque per chiarezza, specificando che delle persone coinvolte in Mafia Capitale non ne conosco nemmeno una e di quei fatti non so proprio nulla. Ma avete visto dove vivevo ? Torniamo alla realtà, per cortesia: vivevo in una specie di casa occupata, facevo il guardiano a dei campi di calcio, conoscevo tutti i ragazzi e i genitori dei ragazzi che andavano a giocarci. Le somme tiratele voi".

È d’accordo sul fatto che le violenze commesse dagli ultrà siano il male principale del calcio italiano ?  "Di certo non faccio il santo, per cui non negherò che mi sia capitato di fare a pugni allo stadio. Ma la violenza non è prerogativa solo dello stadio. Gli episodi più gravi successi in passato, l’accoltellamento di un tifoso o altri incidenti mortali, sono sembrate sempre cose assurde anche a me. Chi mi conosce bene sa che io, se proprio devo, affronto lealmente le persone e che in vita mia non ho mai usato un’arma, nemmeno un taglierino. Figuriamoci un’arma da fuoco. Diversamente, non avrei aspettato di arrivare a 48 anni per usarla".

Colpisce che lei abbia avuto un passato importante da sportivo. Che esperienza è stata ? "Quasi mi dispiace di smontare il mostro a cui la gente si è abituata. Il mio percorso sportivo forse stupirà chi di me conosce soltanto ciò che è stato conveniente dipingere. Sono stato campione italiano di karate, ho anche avuto il diploma al merito sportivo in questa disciplina che ti forma non solo sportivamente, ma anche umanamente, un percorso iniziato da bambino e che ho seguitato a insegnare ai bambini. Uno sport di autodifesa e non di attacco. Sono figlio di un maestro di karate, che mi ha trasferito i valori di questa disciplina come la lealtà, l’autocontrollo, il rispetto dell’avversario, considerando l’uso delle armi uno sminuimento della dignità. Tutto questo è ciò che ho cercato di portare con me non solo nelle gare, ma anche nella vita".

Quali sono le sue attuali condizioni ? "Sono cosciente di non poter tornare più a camminare normalmente, anche se non ho mai smesso di lottare per cercare di evitare almeno l’amputazione della gamba. In seguito agli scontri di quel giorno, ho un’osteomielite cronicizzata per la quale, secondo i medici del carcere di Regina Coeli prima e di Belcolle di Viterbo ora, devo essere rioperato. In Italia esistono solo tre centri specializzati in grado di potermi accogliere: a Savona, al Rizzoli di Bologna e a Cortina. Cortina si era resa disponibile anche con il posto letto. Invece, nonostante il Gip mi abbia autorizzato per qualunque ospedale sia in grado di accogliermi, per motivi burocratici il trasferimento dal carcere non è ancora possibile: assurdo, mentre si gioca con la burocrazia lo si sta facendo anche con la mia vita. La mia situazione non è trattata come altre analoghe: il mio fisico è ormai a pezzi a causa dei farmaci assunti senza sosta da quasi nove mesi".

Ha qualche paura ? "Certo. La mia prima preoccupazione è stata che alcune mie dichiarazioni avrebbero messo in pericolo l’incolumità soprattutto della mia famiglia anche perché la stampa, molto coscienziosamente, ha pensato bene di rendere pubblici i loro nomi, cognomi e indirizzi. E ancora vi chiedete perché non voglio parlare ? Mi hanno messo un’intera città contro, compresi i suoi ambienti più pericolosi. Quindi, prima di mettere a rischio i miei cari con dichiarazioni che verrebbero solo strumentalizzate, ho preferito rimanere in silenzio, almeno fino al processo. Penso che se fossi morto anch’io, oggi probabilmente l’avversario non sarebbe il pregiudizio, ma soltanto chi ha tentato di uccidermi. A volte, quando vengo ferito dalle parole di chi parla senza sapere la verità, vorrei anche solo per un secondo che si fossero trovati nella mia situazione".

Lei parla di pregiudizio. "Sì, il pregiudizio che non ti affronta mai ad armi pari. Specie quando hai la sfortuna di incarnare mediaticamente il perfetto stereotipo di mostro da sbattere in prima pagina. Lì combatti contro la soluzione più comoda per tutti. Non devi stupirti che non ci sia più nessuna logica, che di colpo scompaia anche la più ovvia delle evidenze, come le coltellate che ho preso, fino a quando almeno questa verità non è emersa dalle perizie. Si è dato spazio a qualsiasi ipotesi, anche la più assurda, pur di mantenere il punto. Partendo dal folle gesto di un pazzo scatenato arrivando con disinvoltura all’esatto opposto: l’agguato studiato e premeditato per motivi misteriosi, passando per i servizi segreti e arrivando addirittura a Mafia Capitale. Quando il tuo nemico è il pregiudizio, tutto può accadere e la verità diventa un pessimo affare".

Le indagini, però, hanno messo in evidenza anche elementi diversi da questo. "Per fortuna c’è ancora chi non ha voglia di soluzioni di comodo. Ci sono organi investigativi come il Racis che si fermano solo davanti alla verità (secondo i carabinieri del Racis, De Santis avrebbe fatto fuoco su tre tifosi del Napoli mentre veniva aggredito e ferito, ndr) ed è solo grazie a loro che tutti sono ora obbligati a farsi domande logiche, a cercare formule diverse, meno frettolose, dal definirmi un mostro. Per ora la verità, oltre a chi c’era, la sa solo Dio. Le mie parole servono a poco. Spero davvero che chi avrà l’autorità di giudicarmi non sarà condizionato e che, nel frattempo, gli ulteriori accertamenti della procura chiariscano definitivamente quei momenti".

9 gennaio 2015

Fonte: Panorama.it

Violenza, De Santis: ''Ho sparato a Ciro solo per salvarmi''

Per la prima volta dopo gli incidenti di Coppa Italia durante i quali ha perso la vita Esposito, parla l'ultrà giallorosso arrestato con l'accusa di omicidio: "Penso sempre a quei momenti e forse era meglio che mi avessero ammazzato. Quando ho avuto addosso tutte quelle persone pensavo di morire e ho dovuto premere il grilletto".

ROMA - "Se non avessi premuto quel grilletto sarei morto". Sono le parole di Daniele De Santis, l’ultrà della Roma accusato dell’omicidio del tifoso napoletano Ciro Esposito, in una lunga intervista esclusiva che il settimanale Panorama pubblica sul numero in edicola da domani, mercoledì 14 gennaio.

"MEGLIO SE MI AVESSERO AMMAZZATO" - De Santis parla per la prima volta degli incidenti avvenuti il 3 maggio 2014 prima della finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Napoli a Roma: "Penso sempre a quel giorno e questa è e rimane una tragedia per tutti - afferma a Panorama - Per la famiglia di Ciro e anche per la mia. A volte mi domando: se per salvarmi la vita, oltre alle sofferenze fisiche, devo veder soffrire tanto, non era meglio che mi avessero ammazzato ?".

"MIO ERRORE LANCIARE UN FUMOGENO" - "L’unica cosa che non avrei dovuto fare" - prosegue il racconto di De Santis a Panorama - "è stata raccogliere un fumogeno e rilanciarlo verso un pullman parcheggiato sul controviale che chiudeva completamente l’accesso. Improvvisamente sono spuntate almeno 30 persone. Se fosse andata come sostiene chi mi accusa, avrei dovuto sparare al primo che mi capitava, no ?". De Santis, invece, racconta di essere fuggito e raggiunto da quelle persone; di avere preso "le prime bastonate e coltellate" e, mentre tentava di chiudere il cancello di accesso all’area dove abitava, "una gamba è rimasta sotto e si è staccata quasi completamente dal corpo. Ho arrancato per qualche metro e li ho avuti ancora addosso. Ero convinto di vivere gli ultimi momenti della vita. Se non avessi premuto quel grilletto sarei morto".

13 gennaio 2015

Fonte: Repubblica.it

Ciro Esposito: l'intervista a De Santis e la posizione di Panorama

L'ultrà della Roma parla in esclusiva nel magazine in edicola e scatena la reazione del legale della famiglia. Ma perché non dare la sua versione ?

Com'era lecito attendersi, l'intervista esclusiva a Daniele De Santis (l'ultrà della Roma in carcere per l'omicidio del tifoso napoletano Ciro Esposito) pubblicata sul numero 3 di Panorama ora in edicola ha provocato numerose reazioni. In particolare l'avvocato Angelo Pisani, legale della famiglia Esposito, in un'intervista a Radio Crc di Napoli ha detto che "è vergognoso come il De Santis possa rilasciare dichiarazioni per fuorviare l'opinione pubblica raccontando una tesi non solo infondata, ma anche insostenibile. Chiederei al De Santis che cosa ci faceva armato con una pistola detenuta illegalmente a lanciare fumogeni che non erano per terra. Ha rischiato di incendiare un pullman composto da donne e bambini, non con l'intenzione di esercitare il diritto del tifoso. Purtroppo le parole del De Santis hanno un'eco importante, più del dolore della famiglia Esposito". Nell'intervista De Santis fornisce la sua versione dei fatti ripetendo quello che aveva già detto ai magistrati, ai quali spetterà l'accertamento della verità. "Ho sparato per salvarmi", afferma De Santis, sostenendo di aver lanciato un fumogeno in direzione di un pullman e di essere stato aggredito subito dopo da molte persone con pugni e coltellate, restando bloccato sotto un cancello che tentava di chiudere e che gli ha quasi staccato una gamba. Secondo una perizia del Ris dei Carabinieri, De Santis ha sparato mentre veniva aggredito. "Abbiamo deciso di chiamare in campo il ministro della Giustizia per chiedere come sia possibile mandare foto o parlare attraverso Panorama senza rispettare i tempi e le modalità di diritto" - aggiunge l'avvocato Pisani. "Il Ministro ce lo deve spiegare perché la violazione delle norme c'è tutta. Un soggetto in stato detentivo non può rilasciare dichiarazioni, non è ipotizzabile, è illegittimo. Solo il magistrato può autorizzare una dichiarazione del genere, ma non penso sia andata così. Dobbiamo renderci conto che queste entrate a gamba tesa possono essere pericolose anche per il prosieguo del campionato perché la gente si aspetta una verità processuale".

Panorama, invece, ha esercitato semplicemente il diritto di cronaca realizzando l'intervista attraverso domande scritte consegnate all'avvocato di De Santis, Tommaso Politi, che ha incontrato il suo assistito in carcere e ne ha ottenuto le risposte. È fuori luogo, dunque, chiedere l'intervento del ministro della Giustizia perché, naturalmente, non c'è stato nessun contatto diretto tra il giornale e il detenuto. Non si tratta di entrate a gamba tesa ed è grave giudicare un'intervista (che molti altri giornali hanno inutilmente cercato di ottenere nei mesi scorsi) "pericolosa" per il prosieguo del Campionato e addirittura "illegale": non si può sostenere, come fa l'avvocato Pisani, che Panorama "avrebbe dovuto dedicare la stessa attenzione e quindi le stesse pagine alle famiglie della vittima ed invece tutto ciò non è stato fatto. C'è una disparità di trattamento e un'intervista illegale". Nei confronti della vittima e del dolore della sua famiglia abbiamo espresso e scritto parole chiarissime com'era giusto e ovvio. Ma la prima intervista a De Santis è di per sé un fatto giornalisticamente rilevante, ascoltare la sua versione dei fatti è addirittura un dovere per chi fa giornalismo e ha l'obbligo di sentire tutte le parti in causa. Panorama non ha sposato le tesi di De Santis, non ha condotto un'operazione di disinformazione. Al contrario: ha correttamente interpretato la missione che ogni giornalista deve avere riportando fedelmente il pensiero di una delle parti in causa. Se la magistratura riterrà di approfondire le modalità di concessione dell'intervista, troverà come sempre in Panorama un interlocutore disponibile a fornire tutti gli elementi necessari. Ciò che non sarà mai accettato da Panorama è la censura o, peggio, l'autocensura.

16 gennaio 2015

Fonte: Panorama.it

Fotografia: Corriere.it
 
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