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Lima 24.05.1964 Tragedia del Estadio Monumental
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Lima, 24 maggio 1964. Il giorno peggiore della storia del calcio

di Giuseppe Ottomano

Per l’inaugurazione di un torneo di calcio studentesco, il 18 febbraio allo Stadio Monumental di Lima, di proprietà del Club Universitario de Deportes, è stata realizzata una tribuna di metallo, alta 15 metri e larga 50. La tribuna avrebbe dovuto ospitare qualche migliaio di persone, soprattutto parenti e amici dei giovani giocatori. La struttura, messa in piedi nello spazio di un mattino, non è stata però dotata delle norme di sicurezza, e per fretta, incuria e una buona dose di faciloneria, i dirigenti dell’Universitario de Deportes hanno omesso di avvisare, come avrebbe disposto la normativa locale, le autorità municipali di Lima. A causa del peso degli spettatori, la tribuna fai da te si è afflosciata improvvisamente, e ha lasciato sotto di sé 117 feriti, la maggior parte lievi, e una decina in condizioni serie. Ma se non fosse stato per l’inusitata efficienza dei soccorsi dei vigili del fuoco e delle ambulanze, il bilancio sarebbe potuto diventare molto più grave. Come immaginabile, i media peruviani hanno dato un grande spazio a questo incidente, e le memorie più fonde sono ritornate al terribile pomeriggio del 24 maggio 1964, quando allo Stadio Nacional di Lima, meglio noto alla gente del posto come El Coloso de José Díaz, si erano affrontate le nazionali under 20 di Perù e Argentina. In palio c’era la qualificazione alle imminenti olimpiadi di Tokyo, e l’Argentina aveva la classifica dalla propria parte; mentre per il Perù era quasi un imperativo vincere, per poi giocarsi la qualificazione nell’ultima partita contro il Brasile. A Lima si preannunciava una domenica pomeriggio all’insegna dello spettacolo sportivo, visto che nel circuito centralissimo di Campo de Marte, a meno di un chilometro dallo stadio si stava disputando Las Seis Horas Peruanas, una gara automobilistica che sarebbe terminata alle tre del pomeriggio: appena mezz’ora prima dell’inizio della partita. In quella mezz’ora i tifosi erano transumati verso il Nacional; e siccome gli organizzatori avevano incoscientemente abbondato sulla stampa dei biglietti, erano entrate quasi quindicimila persone in più rispetto alle 47mila che poteva contenere ufficialmente lo stadio. Il primo tempo terminò a reti inviolate, e il pubblico cominciò a innervosirsi. Avrebbe voluto festeggiare la qualificazione per le strade di Lima, ma con un pareggio la strada verso le olimpiadi si sarebbe fatta più accidentata. A rendere l’impresa proibitiva, avrebbe poi provveduto al 15’ il gol dell’argentino Néstor Manfredi. Per i sessantamila presenti era stata come una doccia gelata, e le speranze olimpiche cominciavano a sciogliersi sotto il sole di quel pomeriggio di maggio. A soli sei minuti dalla fine, però, un tiro angolato dell’attaccante peruviano Victor Lobatón era riuscito a battere il portiere argentino. La torcida del pubblico di Lima si era scatenata. Mancava poco alla fine, era vero, però si poteva ancora sperare. I giocatori in maglia bianca si abbracciarono e proprio mentre stavano per dirigersi verso la propria metà campo, l’arbitro uruguayano, Ángel Eduardo Pazos, alzò il braccio destro e sollevò una gamba mimando un passo dell’oca: gioco pericoloso. Il gol era stato annullato, lasciando sfumare le ultime speranze dei peruviani. Il pubblico sugli spalti scatenò il finimondo, e un afro peruviano di un quintale di peso e dalle generalità incerte (a seconda delle fonti viene indicato come: Víctor Melasio Campos, Melecio Vásquez, o anche Germán Cuenca Arroyo), con il grottesco soprannome di El Negro Bomba, riuscì a scavalcare le recinzioni e ad entrare nel terreno di gioco in direzione dell’arbitro. Appena scorsero la sua sagoma appesantita, i poliziotti di servizio nello stadio lo rincorsero lanciandogli addosso i cani; lo placcarono, lo stesero a terra, estrassero i manganelli, e come loro abitudine, cominciarono a picchiare selvaggiamente. Contemporaneamente, entrò in campo un secondo invasore, che brandendo una bottiglia era arrivato a pochi passi dall’arbitro: un attimo prima di venire acciuffato dalla polizia per subire lo stesso trattamento di El Negro Bomba.

Il pubblico, già invelenito contro l’arbitro, rivolse la propria attenzione all’indirizzo delle forze dell’ordine, e cominciò a inveire, fischiare e bombardare il campo di oggetti di ogni tipo. L’uruguayano Ángel Eduardo Pazos comprendendo che le cose si stavano mettendo male, senza perdere altro tempo, fischiò la fine dell’incontro; ed insieme ai giocatori delle due nazionali, si involò verso gli spogliatoi dalla parte della curva meno turbolenta. Usciti di scena i protagonisti della partita, lo scontro si concentrò tra il centinaio di poliziotti e i sessantamila spettatori inferociti. A quell’epoca la polizia peruviana non conosceva molte varianti alla logica della brutalità. Era la polizia di una nazione che viveva costantemente sotto il tallone di una serie devastante di dittature militari, e che proprio in quell’anno stava vivendo una delle proprie brevissime stagioni di democrazia. L’ufficiale più alto in grado si mise immediatamente in contatto radio con la centrale, e ricevette l’ordine di difendersi con i gas lacrimogeni. Detto fatto. I gas vennero lanciati in forma di granate verso i settori dello stadio più esagitati, e da quel momento i tifosi furono protagonisti di qualcosa di molto simile a un girone dell’inferno dantesco. Sotto la pressione dei gas asfissianti, cercarono vie di fuga, salendo prima verso la parte più alta delle gradinate. Ma neanche lassù l’aria si era rivelata più respirabile, e la massa in fuga aveva imboccato la via dell’uscita. Davanti a quelli più rapidi era però in agguato un’amara sorpresa: le porte erano sbarrate. Le autorità ne avevano deciso la chiusura, per evitare che altre persone si aggiungessero alla calca infernale che loro stessi avevano provocato, vendendo i biglietti in soprannumero. I primi arrivati avevano fatto così marcia indietro, ma si erano trovati di fronte la seconda ondata che scappava dalle tribune avvelenate dai gas della polizia. La massa di persone si era infranta, come un blocco unico, contro i cancelli, che sarebbero poi crollati sotto la spinta di quella forza d’urto. In una calca spaventosa morirono in 318, e quasi mille rimasero feriti, soprattutto per asfissia da schiacciamento, in una dinamica che si sarebbe ripetuta, anche se in misura dieci volte minore, nella tragedia dell’Heysel. Ma negli anni sessanta in America Latina, il quadro sociale era particolarmente disastroso, e le bande di delinquenti si erano avvicinate ai cadaveri per rubare orologi, portafogli, vestiti, e tutto quanto avesse potuto valere più di pochi soldi. I giornalisti in tribuna non avevano compreso immediatamente le dimensioni della catastrofe, e le prime notizie avevano accennato ad alcuni feriti; ma la radio aveva poi fornito aggiornamenti di minuto in minuto, tanto che i parenti delle persone allo stadio, avevano girato disperatamente gli ospedali di Lima alla loro ricerca. Tanti dei giovani che erano sopravvissuti si erano abbandonati alla guerriglia: tre poliziotti, erano stati catturati e linciati, centinaia di vetture parcheggiate erano state distrutte e la fabbrica della Good Year era stata saccheggiata, durante una serie di disordini che erano durati tutta la notte. Il mattino dopo il governo, schiacciato dalla pressione dei militari, veri padri padroni del Perù di quell’epoca, sarebbe stato costretto a decretare lo stato d’emergenza e la sospensione delle libertà costituzionali per trenta giorni.

14 maggio 2011

Fonte: Sportvintage.it

24 maggio 1964: la tragedia dell’Estadio Nacional de Lima

Ma quale mostro abbiamo partorito ? Quale male ? Questa creatura ormai è assolutamente senza controllo. Maledetti gli inglesi che in quel di Sheffield inventarono il calcio, partorendo un qualcosa che ben presto scapperà di mano a tutti quanti noi, ormai completamente incapaci di domarlo e dominarlo. Maledetti gli argentini, un po’ perché gli argentini c’entrano sempre, che lo vogliate o no, ed un po’ perché mai si fanno gli affari loro. Ma soprattutto perché questo sport qua, loro, lo hanno portato in Sudamerica. E poco importa di chi sia stata la colpa: se sia stato il Buenos Aires F.C., il club più antico del Sudamerica, ormai scomparso, nel lontano 1867 (sì perché c’è stato un periodo in cui tutta Buenos Aires era racchiusa sotto due soli colori, il blu ed il bianco), oppure uno tra il Gimnasia La Plata od il Quilmes, in eterna lotta per decidere chi sia il club esistente più vecchio d’Argentina, visto che risalgono al 1887 entrambe ed entrambe rivendicano questo primato che non prevede medaglie. Questo adesso, in questo inferno, però, proprio non ha importanza. Maledetti i brasiliani e la loro allegria, quei maledetti danzatori di samba che di questo sport ne hanno fatto una religione terrena, un’esperienza mistica. Un rituale sacro. Maledetti. Maledetti gli uruguaiani, i primi a creare il mito in questo continente ed a vincere un mondiale, ed anche perché sono coloro che oggi hanno mandato questo incompetente ad arbitrare, tale Angel Eduardo Pazos. Maledetto tutto quanto il Sudamerica, con la sua pazzia. Il suo calore. Il suo carattere. Maledetto il fùtbol, non più sport ormai, ma solo e soltanto un traboccante delirio pagano. Dio abbia pietà, se proprio deve, solo del Perù. Del mio Perù. Sembra impossibile che Chico, il ragazzo della storia, appena un paio d’ore prima felice e sorridente, libero e spensierato per le vie del suo barrio, anche se sarebbe più giusto dire "Distrito", perché è così che chiamano i quartieri a Lima, "Distritos", di "San Miguel", adesso, stia pensando tutto questo. A dieci anni. In mezzo all’inferno. In mezzo ad una marea di persone deliranti, urlanti, feroci, eppure, così incredibilmente solo. 24 maggio 1964. Ore 12:30. Chico ha appena finito di pranzare, si alza dal tavolo di casa sua e come ogni santissimo giorno, che cada una pioggia torrenziale o che il sole più rovente cuocia letteralmente la terrena piena di polvere, apre la porta di casa sua, saluta il suo cane Arajo e corre all’angolo di "Calle 9" e "Calle 12", proprio a ridosso del "Parque de la Leyendas", il parco zoologico che viene inaugurato proprio in quei giorni, per far parte di quei venti bambini che ogni santissimo giorno si sfidano all’ultimo sangue con quella "pelota" di stracci. Chico è felice di tutto questo. Felicissimo. Quello poi è un giorno particolare. Suo padre Alberto, dopo enormi sacrifici, sì perché un manovale, in Perù, negli anni ’60, non è che guadagnasse molto bene, e neanche adesso per dire la verità, è riuscito ad acquistare due biglietti, uno per lui, uno proprio per Chico, per andare a vedere giocare il Perù. A dire la verità Chico avrebbe preferito assistere ad una partita dell’"Alianza de Lima", la squadra del suo cuore e quella della sua famiglia, quella fantastica formazione che si veste di strisce bianche e blu verticali tutto l’anno, tranne che ad ottobre, quando, in onore del "Senor de los Milagros", il patrono della squadra, l’Alianza si veste completamente di viola. Solo in Sudamerica. I prezzi per esaudire questo desiderio sono però eccessivi, ed il padre Alberto nel caso sarebbe costretto a portare con sé anche gli altri quattro suoi figli, tifosi sfegatati del colosso peruviano ma non attratti dall’idea di vedere la nazionale. Sarebbe una spesa troppo importante per la sua famiglia. Il Perù, per fortuna, interessa solo a Chico, contento di entrare per la prima volta ad uno stadio, anche se non si tratta dell’Alianza. Della sua Alianza. Ma non importa. Oggi, per la prima volta, entrerà dentro uno stadio vero, con un campo verde vero, e non di quelli solo visti in qualche rara foto dal barbiere ogni qual volta accompagna il nonno, o di quelli solo immaginati in mezzo a tutte quella polvere di "Calle 9". No signore. Oggi sarà tutto fantasticamente reale. Chico non sta nella pelle, tanto che "obbliga" il padre a presentarsi allo stadio quasi due ore prima della partita.

Lo stadio in questione è "L’Estadio Nacional de Lima", più comunemente chiamato in città "El Coloso de Josè Diaz", lo stadio che di lì a qualche ora diventerà teatro della più grande tragedia calcistica della storia. La partita in programma è Perù U21 contro Argentina U21, match valevole per le qualificazioni alle olimpiadi di Tokyo che si terranno il mese dopo proprio in Giappone. L’Argentina parte favorita. Gli argentini partono sempre favoriti. È nel loro DNA. Che poi non arrivino quasi mai al traguardo, salvo un breve periodo di tempo quando sul campo, con la "camiseta albiceleste", scorrazzava un certo Diego Armando Maradona, beh questa è un’altra storia. All’ "albiceleste" quel giorno a Lima bastava anche un punto per qualificarsi. Al Perù serve invece solo e soltanto la vittoria. L’impresa. Il clima, al "Coloso" è rovente già molto prima dell’inizio del match, non tanto per il calore che i peruviani mettono nell’incitare la loro squadra. No no. Il clima è rovente anche perché quel giorno, alla partita, in uno stadio che può contenere sì o no 50.000 persone circa, in realtà se ne presentano 68.000. Vi potete immaginare l’ambiente. Una polveriera a cielo aperto. Basta una minima scintilla. Chico e suo padre prendono posto nel settore immediatamente alla sinistra del campo, dietro la porta che nel primo tempo assisterà agli attacchi degli argentini. Fanno fatica a farsi spazio tra la folla. La calca è disumana. Un’ora prima del calcio di inizio, se un alieno si fosse voluto divertire ed avesse voluto far cadere uno spillo su dal cielo verso lo stadio "Nacional", questo non avrebbe mai toccato terra, vista la densità di persone concentrate quel giorno, specialmente in rapporto allo spazio effettivo. È il Sudamerica. Ed il Sudamerica, specialmente in quegli anni lì, è un mondo a sé. Mai vista una cosa del genere prima di allora. Anzi sì. Una volta sì a dire la verità. C’è stato un giorno in cui in uno stadio sono state stivate molte più persone di quelle che potevano entrare. Quel giorno fu quattordici anni prima ed è passato alla storia come "Maracanazo". Una tragedia anche quella. Sportiva e non solo… No no, maledetti gli inglesi e quel mostro che ormai vive di vita propria. Il calcio. Non è più controllabile nella mente di ognuno di noi. Non lo si può più affermare prima di andare a letto e metterlo in un cassetto. No. Lui, ormai, è parte di noi. Il match, intanto al "Nacional", inizia.

I peruviani partono forte come da copione, ma gli argentini, nettamente superiori sia tecnicamente sia tatticamente, reggono senza troppi problemi. Il primo tempo finisce a reti bianche. Si va negli spogliatoi sul risultato di 0-0. Lo stadio freme. È una pentola che ha perso la sua valvola di sfogo. Vuole un gol. Chico ricorderà anni dopo che ogni volta che il Perù attaccava durante la prima frazione di gioco, il boato del pubblico era così forte da comprimergli il petto come se si trovasse sopra di un razzo. Spaventoso. La partita riprende. La cantilena però è praticamente la stessa dei primi quarantacinque minuti: il Perù in attacco col cuore, Argentina ordinata e tranquilla che parte di rimessa. Quasi neanche si accorge di quegli undici ragazzi allo sbaraglio e senza logica calcistica che non sanno bene neanche loro cosa stanno cercando. "Ma questi dove hanno imparato a giocare ?" L’Argentina controlla. L’Argentina controlla sempre. Anzi riesce addirittura a trovare il vantaggio dopo un quarto d’ora dal secondo tempo con Nèstor Manfredi, giocatore del Rosario Central che francamente non avrà una superba carriera calcistica, ma che quel giorno, da azione di angolo, si gira e lascia partire un bolide di destro sotto la traversa peruviana. 0-1. Chico racconterà in seguito che per un minuto abbondante al "Coloso" non si sentì volare neanche una mosca. Si potevano percepire soltanto i respiri dei calciatori dell’Argentina che tornavano a centrocampo dopo la rete. Contenti, ma neanche più di tanto. La partita riprende e va avanti ed il Perù tenta l’impresa, ma coi piedi, diciamocelo francamente, sono quel che sono, fino a che, a cinque minuti dalla fine, l’attaccante peruviano Victor Lobatôn, la mette. 1-1. Un gol di una bruttezza inaudita: brutto, di rapina, molto fortunoso, che sembra quasi uscito dalle tattiche del peggior allenatore del mondo. Ma questo ai peruviani proprio non interessa. Adesso il Perù ci crede, ci crede davvero, se non che, l’arbitro, l’uruguaiano che abbiamo citato prima, Angel Eduardo Pazos, inspiegabilmente, anche se in Sudamerica tutto sembra inspiegabile ma realtà tutto ha una sua logica ben definita, fidatevi, annulla la rete. Apriti cielo. È la fine del mondo. La scintilla è arrivata. La polveriera è esplosa. Nel giro di pochi secondi, la storia del calcio sudamericano cambierà per sempre. Un uomo di più di cento chili, di cui non si è mai conosciuta realmente l’identità, ma che passerà alla storia con l’appellativo di "El Negro Bomba", scavalca le recinzioni, entra in campo e tenta di frantumare l’arbitro con le sue mani. "Hijo de puta. Tu es un hijo de puta", urla inveendo contro di lui. Appena la polizia si accorge della sua invasione, lo placca, scioglie i cani ed inizia a picchiarlo selvaggiamente con i manganelli. Sugli spalti succede l’apocalisse. Nessuno gradisce il trattamento riservato al "Negro Bomba". Molti altri tifosi invadono il campo, uno addirittura con un collo di bottiglia rotto e viene fermato ad un paio di metri dall’arbitro.

L’uruguaiano in completo nero fischia la fine della partita e scappa negli spogliatoi, intuendo ciò che stava per accadere, seguito dalle due squadre. Dagli spalti vola di tutto verso il campo. La polizia risponde con i gas lacrimogeni. Il pubblico, nel disperato tentativo di sopravvivere, si lancia verso l’alto per cercare aria respirabile, ma ormai il gas è arrivato anche qui. Le scene a cui si assiste sono allucinanti. Nel caos più completo, con gli occhi devastati dai lacrimogeni, le vie respiratorie completamente bloccate ed una visibilità pari a zero, su quegli spalti succede letteralmente di tutto. Le donne vengono usate come scudo. I bambini vengono calpestati come neanche si fa con le bestie. Gli amici denudati per usare i loro vestiti come filtri antigas. Il pubblico che prima era salito fino agli ultimi posti del Nacional, torna giù in massa schiacciando coloro che tentavano di salire. Chico ricorda benissimo quei momenti "Sono morto e poi risorto. Non so perché sono qua, oggi, a raccontarvi questa storia. Non so perché Dio ha scelto me. So che ci deve essere un prescelto. C’è sempre un prescelto. Forse non è stato il Signore a scegliermi, ma in cambio ha voluto il sacrificio di mio padre. Mi prese, mi portò in un angolo dello stadio e mi coprì col suo corpo filtrando l’aria e prendendosi i calci al posto mio. Ogni figlio ringrazia il padre per avergli dato la vita. Io lo ringrazio per avermela salvata. Non lo scorderò mai. Sarà per sempre il mio eroe". Quel giorno, quel 24 maggio 1964, all’Estadio Nacional de Lima morirono più di 320 persone. Qualcuno parla di 318, altri di 322. Neanche delle guerre, a volte, hanno causato così tante vittime. Come se non bastasse, nell’immediato post partita, e nei giorni seguenti, parte una vera e propria caccia all’uomo: molti agenti di polizia vengono catturati e linciati. Per trenta giorni il governo del Perù sospende le libertà costituzionali e attua il coprifuoco. Fu la fine del mondo. L’immenso filosofo tedesco Friederich Nietzsche diceva "Tutte le grandi cose devono indossare maschere mostruose e terrificanti per potersi imprimere nel cuore dell’umanità". Ecco, molti altri mostri hanno invaso il calcio in seguito, con nomi ben più terribili e famosi: Hillsborough, Heysel, Bradford, Lenin, o Luzniki se preferite (la tragedia russa del 1982 che il governo russo ha sempre cercato di insabbiare) solo per citarne alcuni, ma nessuno, e ripeto nessuno, prima di quel giorno, a parte Ibrox nel 1902, aveva deciso di manifestarsi nel mondo del fùtbol così, e forse, speriamo, non lo farà neanche mai più. Quel giorno, squarciò per sempre il mondo del calcio latino, quel giorno Chico, conosce contemporaneamente il più grande sorriso ed il più grande dolore della sua vita. Si perché quel giorno, quel 24 maggio 1964 cambiò per sempre la sua vita e quella di migliaia di persone, oggi dimenticate. Mai esiste nella mente degli amanti del calcio. Sparite per sempre come un pezzo di carta argentata sospinta dal vento.

E Dio, quasi come se si fosse in seguito sentito in colpa per quella tragedia senza precedenti, come per scusarsi per quel sangue innocente versato assolutamente senza un senso quel giorno, per colpa di quella creatura ormai senza controllo, decise di rimediare il più possibile e di rivedere la fama del 24 di maggio. In parte sembra esserci riuscito. In questo giorno, infatti, nel 2000, fu disputato uno dei più bei "Superclasicos" di sempre, con un 3-0 del Boca leggendario nei quarti di finale di Libertadores, impreziosito da un "tunnel" di Juan Roman Riquelme a Yepes da antologia del calcio e da un gol di Palermo nel recupero da brividi, tornato dopo un lunghissimo stop, che diede la qualificazione agli "xeneizes". Sempre in questo giorno, nel 2014, si disputerà il primo derby storico, con due squadre della stessa città, in finale di Champions League tra Atletico Madrid e Real Madrid. Come se non bastasse, sempre il 24 maggio, del 1966, nascerà un uomo di nome Eric Cantona. La reincarnazione del "Dio calcistico"’. Una leggenda. Uno dei più forti e controversi calciatori di sempre. Il cielo ha cercato proprio un rimedio a quella tragedia ormai passata. Lo ha cercato fortemente, e forse, un po’ c’è riuscito. Sì, perché quel 24 maggio del 1966, a due anni esatti dalla strage dell’"Estadio Nacional de Lima", cambiò anch’esso la storia del football e la vita di molte altre persone. Due su tutte: quella dell’intero popolo del Manchester United, visto come un unico organismo, che conoscerà colui che eleggeranno in seguito "Calciatore del Secolo", e quella di Matthew Simmons, fino alle 9:00 pm ora inglese, del 25 gennaio 1995 un anonimo tifoso del Crystal Palace, sud di Londra. Ma questa, forse, è un’altra storia…

24 maggio 2014

Fonte: Diotifaboca.wordpress.com 

1964-2014. A 50 anni dalla Tragedia di Lima

di Andrea Ridolfi Testori

Quanto sono lunghi 50 anni in tempo umano ? Non poco. E in tempo calcistico ? Tantissimo. Nel 1964 il calcio era profondamente diverso da com’è oggi. I palloni erano duri come sassi, e a colpirli di testa ci si rimediava sempre qualche livido. Gli scarpini erano spesso consunti e sgangherati, anche ad alti livelli, e in special modo nel calcio sudamericano, in cui i soldi non erano certo la ragione principale per cominciare a giocare a calcio. Il 24 maggio 1964 a Lima l’atmosfera è elettrica. Si gioca la 16ª partita del Torneo Preolimpico 1964, una competizione che la CONMEBOL aveva istituito per la qualificazione ai Giochi Olimpici estivi, e che proseguì fino al 2004. L’Argentina è al primo posto (8 punti), mentre il Perù è secondo con 5 lunghezze, a pari merito con il Brasile. I peruviani, forti del sostegno del pubblico di casa che riempie l’Estadio Nacional (47.197 spettatori), mirano ad avvicinarsi agli argentini. La sensazione è che quella squadra, ricca di giocatori che poi vestiranno la maglia della Nazionale maggiore, possa riuscire a raggiungere i Giochi di Tokyo. Tra gli elementi spicca il giovanissimo Héctor Chumpitaz, destinato a diventare il "Capitán de América" simbolo del Perù per moltissimi anni a seguire; altri nomi di peso sono quelli di Enrique Casaretto, prolifico attaccante; Víctor "Kilo" Lobatón, ala veloce e tecnica; Javier Castillo, abile terzino; Luis Zavala, capace interno in grado di fornire assist e gol. La partita è vivace e combattuta fin dal calcio d’inizio. Il primo tempo scorre tra azioni pericolose da entrambe le parti, ma senza nervosismo in campo. Il Perù gioca bene, ma gli argentini non mollano e ci mettono tutta l’intensità di cui sono capaci. A guidarli, Roberto Perfumo, uno dei giocatori più agguerriti (spesso fino all’eccesso) della storia del calcio argentino e uomo simbolo del Racing di Avellaneda. Al 15′ della ripresa, Manfredi segna il gol dell’1-0 argentino, mettendo ancora più pressione sui peruviani, che si riversano in attacco. Al 38′ della ripresa accade il fatto che spezza in due il giorno 24 maggio 1964. La palla arriva in area argentina. Andrés Arturo Bertolotti, 20enne difensore del Chacarita Juniors, vuole allontanare il pericolo e si prepara a effettuare un rinvio: di fronte a lui c’è Víctor Lobatón. Bertolotti calcia la palla, Lobatón alza la gamba e il pallone gli rimbalza addosso, finendo nella rete di Cejas. 1-1 Perù, Lobatón esulta, il pubblico esulta. Lo stadio trema; gli argentini, pensando di aver subito il gol del pareggio, abbassano quasi tutti la testa. Quasi tutti, perché Perfumo non ci sta. L’arbitro Ángel Eduardo Pazos, che si stava dirigendo verso il centro del campo dopo aver convalidato il gol, viene duramente ripreso da Perfumo che protesta: l’argentino sostiene che Lobatón abbia commesso fallo, alzando troppo la gamba. Gioco pericoloso ? Fallo volontario ? Non lo si capisce quel giorno, e non lo sappiamo ancora adesso. Quel che è certo è che Pazos, forse intimorito dal deciso reclamo di Perfumo, annulla il gol. Da lì in avanti, la cronaca calcistica si interrompe: sparisce il fútbol, e inizia la tragedia. Il pubblico s’infuria, convinto d’aver assistito a un’ingiustizia.

Soprattutto nella tribuna Popular Sur serpeggia un malcontento che si prepara a diventare caos incontrollabile. L’arbitro, vedendo che i fatti stavano precipitando, fischia la fine dell’incontro. Il giorno dopo dichiara alla stampa peruviana: "Ordinai che si chiudesse l’incontro perché continuare a giocare poteva essere pericoloso". Se continuare a giocare poteva essere pericoloso, non giocare si rivelò disastroso. Dal pubblico esce un uomo, che si mette a correre verso l’arbitro. Víctor Melasio Campos (citato anche come "Víctor Vásquez" o anche "Matías Rojas" nei giorni immediatamente successivi al disastro), detto "El Negro Bomba", 95 chili e un passato burrascoso, è noto come rissoso delinquente. La polizia lo conosce, e per fermarlo deve usare la forza. Molta forza. Campos è reso inoffensivo. Ma un secondo tifoso entra in campo: è Edilberto Cuenca. Viene aggredito dalla polizia, viene circondato. Secondo Pazos, Cuenca svenne quando si vide accerchiato dagli agenti. Secondo altri, furono gli agenti a picchiarlo e a farlo svenire: questa è la sensazione che hanno i tifosi sulle tribune. Sta di fatto che da lì in avanti la situazione sfugge di mano. Il comandante della polizia presente allo stadio, Jorge de Azambuja, prende una decisione scellerata: disperdere la folla inferocita usando i gas lacrimogeni. Intervistato pochi giorni dopo, dichiara di aver ordinato di gettarli sul campo e non sulle tribune, ma ovviamente Mentre arbitro e giocatori sono scortati fuori dal campo, verso gli spogliatoi, gli agenti iniziano a lanciare le bombe lacrimogene sugli spalti, causando il panico generale. I tifosi fuggono precipitosamente dal fumo dei gas, e corrono verso le uscite. I cancelli di ferro, però, erano stati chiusi a chiave per impedire l’ingresso dei tifosi rimasti fuori dallo stadio, che era già pieno fino al tutto esaurito. I primi arrivati ai cancelli vengono preso raggiunti da una massa incredibile di persone che si accalcano sempre di più, premendo follemente contro le uscite, dimentichi di tutto, dominati dal panico e dal cieco istinto di sopravvivenza che ordina loro di scappare. Moltissimi rimangono soffocati dall’enorme folla di persone. I padri perdono i figli, i figli perdono i padri, i ragazzi perdono gli amici, i fratelli, i cugini. Chi cade viene calpestato, altri soffocano per la pressione degli altri, e i lacrimogeni peggiorano ulteriormente la situazione. Fumo, lacrime, urla, dolore, è il caos totale. I calciatori, chiusi negli spogliatoi, non possono far altro che ascoltare i terribili rumori del disastro. C’è chi prega, chi cerca di vedere qualcosa dalle finestrelle dei bagni, chi non capisce cosa stia succedendo. Ma la tragedia continua anche fuori dallo stadio: chi riesce a uscire aggredisce i poliziotti, per vendetta. 4 agenti muoiono, altri 15 sono feriti. Ci sono saccheggi, risse, furti, viene incendiata la fabbrica Goodyear e anche altri edifici sono dati alle fiamme. Solo nella notte la polizia riesce a ristabilire una parvenza d’ordine a Lima. I calciatori lasciarono lo stadio solo alle 20:30, ora in cui la folla era passata a rivolgere la sua furia distruttrice fuori dallo stadio verso auto, negozi e case. Il giorno seguente, durante le ricerche si continuano a trovare cadaveri su cadaveri. Si raggiunge e si supera quota 100, 200, poi 300. Si arriva ufficialmente a 312 morti, ma il conteggio generalmente sale fino a 328, più 4.000 feriti.

Il 25 maggio i rappresentanti delle federazioni nazionali si riuniscono e decidono di interrompere il torneo con 5 gare ancora da disputare. L’Argentina viene dichiarata campione e si qualifica alle Olimpiadi di Tokyo (anche se la AFA aveva dato la disponibilità a proseguire il torneo), mentre Perù e Brasile, a pari punti, devono effettuare uno spareggio. La partita si tiene il 7 giugno 1964 a Rio de Janeiro, il Brasile vince 4-0 contro un Perù che non può concentrarsi sulla partita, ma solo su quegli attimi terribili di quel 24 maggio a Lima. Con quale animo i calciatori peruviani potevano affrontare un’altra partita ? A che scopo qualificarsi per le Olimpiadi dopo una tragedia così terribile ? La sconfitta è inevitabile e quasi indolore. Ci sono cose più importanti di una qualificazione olimpica. L’Estadio Nacional viene chiuso per effettuare le riparazioni, ma anche per cercare di ritrovare un senso in quelle ore di follia. Impresa vana. Il dolore e la rabbia riempiono l’animo di chi ha assistito al disastro, e chi ha perso i propri amici e familiari è inconsolabile. Vengono puniti "El Negro Bomba" e il comandante Azambuja, ma quasi per forza d’inerzia, i responsabili sono più di due. L’arbitro Pazos è poi tornato sulle sue parole dell’epoca, e ha ammesso che annullare quel gol fu un errore. Un’ammissione tardiva e comunque di secondaria importanza rispetto ai fatti extracalcistici di quel giorno. Le oltre 300 vittime rappresentano il maggior numero di morti durante un evento calcistico. Dimenticare è impossibile, ricordare è un dovere. IL TABELLINO: 24/05/1964 Lima, Estadio Nacional  h. 15:30 Perù 0 - Argentina 1. Perù: Juan Barrantes; Javier Castillo, Armando Lara, Ángel Guerrero; Héctor Chumpitaz, Manuel Sánchez; Enrique Rodríguez, Luis Zavala, Enrique Casaretto, Inocencio La Rosa, Víctor Lobatón. CT: Marinho Rodrigues. Argentina: Agustín Cejas; Andrés Bertolotti, Raúl Pazos; Horacio Morales, Miguel Ángel Mori, Roberto Perfumo; Antonio Cabrera, José Malleo, Juan Carlos Domínguez, Néstor Manfredi, Héctor Ochoa. CT: Ernesto Duchini. Gol: 60’ Manfredi. Arbitro: Ángel Pazos (URU). Spettatori: 47.197.

25 maggio 2014

Fonte: Calciosudamericano.it

 
 
ALTRE FONTI :  ARKIVPERU      Lima 1964: The world's worst stadium disaster (BBC)

Lima, Estadio "Nacional de Perù", 24 maggio 1964
 

La più grande tragedia sportiva di tutti i tempi

Per un goal annullato 400 morti allo stadio di Lima

Ottocento i feriti - La tragedia è esplosa nei minuti finali dell'incontro Perù-Argentina - La decisione arbitrale, che assicurava la vittoria agli ospiti, ha scatenato i tifosi peruviani - Alcune centinaia di scalmanati invadono il campo per aggredire il direttore di gara - La polizia perde la testa e reagisce lanciando bombe lacrimogene (e sparando anche colpi d'arma da fuoco) - Migliaia di persone che erano rimaste sugli spalti si precipitano verso i cancelli d'uscita ancora chiusi, sfondandoli; nella spaventosa mischia centinaia di persone sono travolte, calpestate, uccise - Date alle fiamme le attrezzature dello stadio - A venti ore dalla strage la popolazione dimostra contro la polizia, il governo è costretto a sospendere i diritti costituzionali.

(Nostro servizio particolare) Lima, lunedì sera. Almeno quattrocento persone sono morte e ottocento sono rimaste ferite nell'assurda tragedia avvenuta ieri pomeriggio nello stadio di Lima per l'incontro di calcio fra il Perù e l'Argentina. L'annullamento di un autogoal di un giocatore argentino - la cui squadra stava vincendo per uno a zero nei minuti finali dell'incontro - ha provocato l'invasione del campo da parte di alcune decine di tifosi particolarmente accesi e un nutrito lancio di bottiglie contro l'arbitro dagli spalti. Per frenare l'irruenza dei più scalmanati, che avrebbero voluto raggiungere il direttore di gara, la polizia è stata costretta a lanciare un certo numero di bombe lacrimogene: il gesto ha scatenato il panico fra il pubblico che era rimasto sulle gradinate. Migliaia di persone terrorizzate si sono precipitate tutte assieme verso i cancelli dello stadio ancora chiusi e li hanno sfondati con una pressione furibonda: nella mischia paurosa che è nata nel disperato tentativo di raggiungere il più in fretta possibile l'esterno dello stadio, centinaia di persone, soprattutto donne e bambini, sono rimaste travolte, calpestate, miseramente uccise. A venti ore dalla prima notizia dell'ecatombe, gran parte della capitale è ancora immersa nel caos. Le autorità politiche, militari e sanitarie stanno compiendo strenui sforzi per placare la disperazione dei familiari delle vittime e l'esasperazione che ha travolto non solo gli spettatori della tragica partita, ma buona parte della popolazione. Attorno agli ospedali, al municipio e agli edifici governativi, folle di cittadini dimostrano contro la polizia, ritenuta la principale responsabile del disastro. Tutti gli ospedali sono gremiti di feriti, molti dei quali gravi. Gli obitori non sono in grado di accogliere le salme raccolte nella serata di ieri, dentro e fuori lo stadio. I testimoni oculari della spaventosa tragedia, molti dei quali sono ancora in preda a collasso psichico, sono concordi nel dire di non aver mai immaginato di dovere un giorno assistere ad un così allucinante spettacolo di follia collettiva. I disordini, come abbiamo detto, hanno avuto inizio mentre si stavano disputando i minuti finali dell'incontro fra le nazionali del Perù e dell'Argentina, valido come finale sudamericana per la Qualificazione al torneo olimpico. Gli argentini conducevano per 1-0, quando il loro difensore Morales ha causato un autogoal. Urla frenetiche dei tifosi peruviani hanno accolto l'inatteso punto del pareggio, ma l'arbitro uruguayano, Angel Pazos, non si sa bene perché, lo ha immediatamente annullato. Lo stadio, che per alcune precedenti decisioni dello stesso arbitro era già in ebollizione, si è di colpo trasformato in una bolgia. Dalle gradinate gli spettatori più scalmanati hanno cominciato a lanciare bottiglie contro l'arbitro, mentre parecchi cercavano di scavalcare la rete di protezione del campo. La maggior parte degli invasori del campo sono stati bloccati dai poliziotti di servizio. Due individui, tuttavia, sono riusciti a sgusciare fra gli agenti e ad avventarsi contro l'arbitro per aggredirlo. A Questo punto i poliziotti hanno perso il controllo della situazione: cinquanta di loro si sono precipitati verso il direttore di gara per sottrarlo ad un probabile linciaggio e hanno così lasciato aperto il varco a decine d'invasori. Altri spettatori, intanto, avevano cominciato a demolire le transenne e le altre strutture in legno dello stadio, accatastandole per appiccarvi il fuoco. La confusione era enorme. I poliziotti, non si sa se per averne ricevuto l’ordine o per il timore d'essere sopraffatti, hanno cominciato a lanciare bombe lacrimogene. Secondo alcuni testimoni, sarebbero stati esplosi dai poliziotti anche dei colpi d'arma da fuoco. Sopraffatti dal terrore, gran parte dei H mila spettatori che gremivano lo stadio, si sono precipitati verso le uscite, dando così inizio alla tragedia. Già lungo le scale d'accesso decine di persone, soprattutto donne e bambini, erano travolte e calpestate. Sul campo, intanto, aumentava il numero dei fanatici scatenati contro la polizia. Interveniva la gendarmeria a cavallo coadiuvata da un reparto d'agenti con cani poliziotti. Si susseguivano gli assalti e i lanci di candelotti fumogeni, mentre davanti ai cancelli sprangati si compiva il massacro: centinaia di persone morivano sotto l'impressionante urto della massa che con forza crescente spingeva per trovare un varco. È attorno a queste porte che si sono raccolti quasi tutti i cadaveri che hanno funestato la partita. In preda ad una folle esaltazione, gruppi di individui, fra cui dovevano esserci non pochi malviventi, hanno iniziato una "marcia della distruzione" muovendo verso il centro. Decine d'automobili sono state rovesciate e date alle fiamme. Il ristorante "Cambo", in prossimità dello stadio, è stato completamente saccheggiato. Altri negozi, lungo le vie che portano al centro, hanno subito la stessa sorte. Una fabbrica di pneumatici americana ha avuto tutti i vetri infranti a sassate. È stata rovesciata anche un'automobile sulla quale si trovavano quattro viaggiatori ignari dell'accaduto. I poveretti sono rimasti feriti. Particolare rivoltante: sciacalli in sembianze umane, approfittando dell'oscurità che stava sopraggiungendo, hanno spogliato molti cadaveri di tutti gli oggetti di valore. Solo al cader della notte rinforzi di polizia hanno potuto stabilire una parvenza d'ordine nella zona dello stadio e coadiuvare infermieri e medici nella prima opera di soccorso. Nondimeno la confusione è rimasta tale che solo dopo la mezzanotte si è cominciato ad avere la sensazione della tremenda gravità della tragedia. Le prime notizie ufficiali parlavano di venti morti. A quell'ora, invece, un giornalista aveva già contato 87 cadaveri allineati su un prato a fianco dello stadio. Altri (?) risultavano trasportati all'obitorio comunale. Altri ancora, ed erano i più, erano stati portati nei cortili di case vicine e persino nelle chiese. La Federazione del Calcio peruviana ha reso noto che non ci sono stati feriti fra i giocatori delle due squadre e che l'arbitro uruguayano è rimasto illeso. Mentre in tutti gli ospedali medici ed infermiere si stanno prodigando per assistere i feriti e non è ancora possibile fare un bilancio definitivo della catastrofe, un interrogativo si pone. Perché migliaia di persone, dopo la tragedia, si sono scatenate con tanta violenza contro negozi, fabbriche, uffici e ritrovi ? Si può immaginare che la occasione sia stata sfruttata da elementi della malavita, pronti ad intervenire dovunque ci siano prospettive di bottino. Ma non sempre i saccheggi sono stati compiuti indiscriminatamente. La devastazione del "Jockey Club", poi dato alle fiamme, e l'attacco contro la sede della "Good Year" americana lasciano pensare anche ad una rabbiosa protesta contro i privilegi dei ricchi e dei potenti. Non si deve dimenticare che metà degli abitanti di Lima sono indios, negri e meticci: gente il cui salario medio si aggira sulle seimila lire al mese. Si tratta di un sottoproletariato che, per l'analfabetismo e la miseria, è facilmente soggetto alla dittatura, ma è altrettanta facile alle esplosioni di violenza fanatica. Questa è una delle ragioni per cui la sospensione delle garanzie costituzionali è tanto frequente in Perù. Oltre tutto, la tragedia di ieri ha colpito ancora una volta, in prevalenza, gente di modestissime condizioni. La maggior parte dei morti si è avuta infatti ai cancelli della curva sud dello Stadio, dove si trovano i posti a minor prezzo. n. s.

25 maggio 1964

Fonte: Stampa Sera

La polizia ammette d'aver sparato in aria

LIMA, lunedì sera. Il comando della polizia ha diramato una dichiarazione in cui afferma che gli agenti di servizio allo stadio si sono limitati a sparare in aria. I giornalisti presenti agli incidenti hanno tuttavia riferito di aver scorto alcuni poliziotti sparare contro la folla. Il ministro dell'Interno Juan Languasco ha disposto che le salme delle vittime siano trattenute in attesa di autopsia mentre viene svolta un'inchiesta ufficiale sulla tragedia.

25 maggio 1964

Fonte: Stampa Sera

Un comunicato del governo peruviano

LIMA, lunedì sera. Il governo peruviano ha emesso il seguente comunicato: "L'incontro di calcio che ha avuto luogo ieri fra le squadre dell'Argentina e del Perù ha avuto una conclusione tragica per l'esaltazione di alcuni spettatori che hanno invaso il campo quando l'arbitro ha annullato un goal della squadra peruviana; questo atto ha provocato violente proteste e, nonostante gli sforzi della polizia per ristabilire la calma, la folla ha continuato a protestare contro l'arbitro uruguayano che aveva annullato un goal che avrebbe permesso ai peruviani di pareggiare. "La polizia ha allora fatto uso delle bombe lacrimogene allo scopo di tentare, sfortunatamente senza successo, di evitare più gravi disordini. In effetti, dopo che la partita è stata sospesa, alcune tribune sono state incendiate e nella confusione che è seguita, numerosi spettatori ed alcuni poliziotti sono rimasti contusi. Il governo deplora ugualmente la morte di numerose persone, delle quali si cerca di stabilire il numero, ferite nella calca. La polizia - continua il comunicato - non ha utilizzato le armi di cui dispone e le morti constatate hanno per unica causa la calca verificatasi soprattutto alle porte dello stadio. "Il governo, dolorosamente colpito da questi tragici avvenimenti, provocati da un fatto banale, chiede alla popolazione di mantenere la calma e di collaborare con la forza pubblica affinché questo triste incidente sportivo non venga sfruttato da agitatori e non sia la causa di danni ancora più grandi di quelli che, disgraziatamente, sono stati già fatti. Per queste ragioni, le garanzie costituzionali sono state sospese per una durata di 30 giorni in tutto il paese. Tutti gli ospedali della nazione, civili e militari, collaborano strettamente per curare i feriti, il governo ha chiesto a tutti i medici di collaborare a questo compito".

25 maggio 1964

Fonte: Stampa Sera

Non si conosce ancora il numero dei morti nello stadio

Furore a Lima dopo la tragedia saccheggi e tumulti antigovernativi

Nuovi incidenti ieri sera - Devastate le sedi di alcune organizzazioni sportive - Violento comizio nel quartiere universitario - Scontri fra dimostranti e polizia, che ha fatto uso di candelotti fumogeni - Paralizzati i più elementari servizi di sicurezza: trentuno carcerati sono evasi nel giro di poche ore e si sono aggiunti alla malavita locale in piena effervescenza - Sembra che l'esplosione di collera per il goal annullato sia stata provocata da un fanatico supertifoso, detto "Bomba", noto per le sue turbolenze a ogni partita - I cadaveri già identificati sarebbero 260, ma il bilancio totale della sciagura dovrebbe raggiungere i 500 morti - Assassinati sugli spalti due poliziotti ? - L'arbitro del tragico incontro dice: "Avevo fischiato prima che il pallone entrasse in rete" - Allo studio del governo una pensione per i familiari delle vittime.

Lima, martedì sera. Lo sgomento e il furore per la spaventosa tragedia dello Stadio non si sono ancora placati. Le autorità governativo non riescono a nascondere la loro inquietudine e, praticamente, non si avvalgono degli ampi poteri loro concessi dal virtuale stato d'assedio. La polizia, che ha la chiara sensazione d'essere diventata il capro espiatorio della situazione, manovra con cautela e pensa soprattutto a difendersi. Nuovi incidenti sono accaduti ieri sera in varie parti della città. L'episodio più grave è stato quello dell'invasione dello Stadio da parte di un migliaio di scalmanati i quali sono penetrati in locali adibiti ad ufficio da associazioni sportive e li hanno devastati, rubando numerosi trofei sportivi. Nel quartiere universitario si è svolto un comizio organizzato dalla Federazione studentesca, controllata da elementi d'estrema sinistra. Roventi accuse e feroci invettive sono state lanciate contro le autorità. Gruppi di agenti intervenuti per sciogliere la manifestazione sono stati aggrediti ed hanno dovuto far uso di candelotti lacrimogeni. L'orgasmo che domina le autorità è rivelato anche dal fatto che ordini e contrordini stanno pregiudicando anche le più elementari misure di sicurezza. Basti dire che ieri mattina 25 pericolosi criminali hanno potuto evadere dal carcere del Palazzo di Giustizia e altri sei sono evasi ieri sera. Si tratta di delinquenti della peggior specie i quali non mancheranno certo d'approfittare del difficile momento per compiere losche imprese. Per quanto riguarda il bilancio dell'immane tragedia, l'atteggiamento delle autorità appare inspiegabile. A trentasei ore dalla catastrofe non si sa ancora, neppure con una certa approssimazione, quale sia stato il numero dei morti. L'ultimo comunicato governativo dice che essi sono 276. Negli ambienti della polizia si dà invece il numero di 328. Privatamente, un alto funzionario della Pubblica Sicurezza ha ammesso che sono più di 350. Le stazioni radio locali fanno salire il numero dei morti a circa 500. All'obitorio centrale, i cadaveri allineati in lunghe file sul nudo pavimento sono 290, una trentina dei quali non ancora identificati. Tra le vittime di cui è stato possibile accertare l'identità si trovano cinque persone della stessa famiglia. Una visione agghiacciante è quella di due cadaveri strettamente avvinti: un uomo e il suo figlioletto di quattro o cinque anni. Il governo ha annunciato che entro oggi le spoglie delle vittime identificate saranno restituite alle famiglie. I funerali avranno luogo a spese dello Stato. Nulla è stato deciso per ora riguardo alle esequie. Si teme fortemente che la commozione e l'esasperazione generale possano dar luogo a nuovi e gravi incidenti. Secondo moltissime testimonianze la tragedia è stata originata dal fanatismo di un tifoso assai conosciuto negli stadi di Lima: un mulatto soprannominato "Bomba" per le sue frequenti intemperanze nei confronti degli arbitri. Mentre gli agenti si avventavano sullo scalmanato, che urlava invettive, e stavano trascinandolo fuori del campo, purtroppo altri spettatori lo hanno imitato scavalcando le transenne e correndo verso l'arbitro. Questi, temendo il peggio, è fuggito verso gli spogliatoi, seguito dai giocatori. A questo punto i poliziotti hanno cominciato a lanciare candelotti lacrimogeni ed hanno avuto inizio le risse fra tifosi ed agenti. Quando la nube di gas irritanti ha raggiunto le gradinate, la folla ha cominciato a precipitarsi verso le uscite, in cerca d'aria pura. Davanti ai cancelli chiusi hanno avuto così inizio le scene selvagge che dovevano concludersi con l'ecatombe. Il comandante delle forze di polizia di servizio sul campo ha dichiarato: "Avevo la responsabilità di proteggere la vita dell'arbitro e dei giocatori. Ho fatto tutto il possibile per contenere la valanga di scalmanati che si avventavano contro gli agenti. Ad un certo momento ho dovuto ordinare il lancio dei candelotti lacrimogeni, per disperdere gli invasori del campo. Alla direzione della Pubblica sicurezza si afferma che i due poliziotti trovati morti sugli spalti non erano in servizio e non sono periti perché calpestati, ma assassinati. Uno degli infelici sarebbe stato strangolato e il secondo lapidato. L'arbitro della funesta partita, Eduardo Pazos, giunto ieri a Buenos Aires, ha dichiarato ai giornalisti: "La folla non si è scatenata per l'autogoal argentino annullato. Tutti avevano sentito il mio fischio prima che il pallone entrasse in rete. Sono state le baruffe fra gli invasori del campo e i poliziotti a dare inizio al caos. Io decretai la fine della partita perché continuare il gioco in quelle condizioni sarebbe stato pericoloso". In tutto il Perù si stanno raccogliendo fondi a favore delle famiglie delle vittime. Versamenti assai cospicui sono stati fatti da persone facoltose di Lima e di altre città. Il governo ha annunciato che è allo studio una legge per la concessione di una pensione a favore dei familiari delle vittime della tragedia.

26 maggio 1964

Fonte: Stampa Sera

Si è dimesso il capo della polizia di Lima

LIMA, martedì sera. Il ministro dell'Interno peruviano, Juan Languasco, ha annunciato al Congresso che il capo della polizia di Lima, Ernesto Gomez Cornejo, si è dimesso dalla sua carica e che quaranta poliziotti che erano in servizio domenica allo stadio di Lima sono stati sospesi.

26 maggio 1964

Fonte: Stampa Sera

Un'immane tragedia per fanatismo sportivo

Forse 500 i morti allo stadio di Lima per un goal annullato in Argentina-Perù

Già identificati 315 cadaveri; il governo ammette che il bilancio è provvisorio - I feriti sono più di mille - Alcuni scalmanati invadono il campo dopo la decisione dell'arbitro, quando il Perù perdeva 1-0 - Per trattenerli la polizia spara e lancia bombe lacrimogene sulle gradinate - Pazza di terrore la folla si accalca per fuggire contro i cancelli chiusi: centinaia di persone (fra cui donne e bambini) muoiono calpestate o soffocate - Gruppi di facinorosi si abbandonano in città a gravi violenze: auto e uffici in fiamme, negozi saccheggiati, cadaveri spogliati di ogni oggetto - Il governo impone lo stato d'assedio per un mese.

(Nostro servizio particolare) Lima, 25 maggio. Le garanzie costituzionali sono state sospese per trenta giorni in Perù, domani sarà giornata di lutto in tutto il paese, Lima (la capitale) è in stato d'assedio per i sanguinosi tumulti scoppiati ieri allo stadio durante l'incontro di calcio fra le nazionali peruviana ed argentina, e proseguiti poi in città fino a tarda sera. Quanti siano i morti dell'assurda tragedia scatenata da un goal annullato alla squadra peruviana, non è possibile dire con precisione. Un bilancio definitivo delle vittime non è stato ancora fatto. Ma fonti ufficiali parlano di 350-400 morti (altri dicono 500) e più di mille feriti. È la più grande tragedia della passione sportiva in tutti i tempi. Mai nella storia del calcio si era assistito ad uno spettacolo di follia collettiva più allucinante e doloroso. Stasera non c'è più posto per i morti negli obitori, gli ospedali difettano di letti per i feriti, mancano plasma e sangue per le trasfusioni. La mischia si è accesa sul campo negli ultimi minuti della partita, valevole come finale sudamericana per la qualificazione al Torneo olimpico. L'Argentina conduceva per una rete a zero, e difendeva il vantaggio con caparbia tenacia. La folla rumoreggiava: fischiava di continuo l'arbitro - l'uruguayano Angel Pazos - accusandolo di tollerare il gioco duro degli ospiti e di favorirli con decisioni errate. Mancavano dieci minuti al termine quando il difensore argentino Morales, premuto da un avversario, passava malamente la palla al proprio portiere che non riusciva ad intercettarla. Il pallone si adagiava lemme lemme in fondo alla rete. Era il pareggio inatteso ed insperato per i tifosi peruviani. Lo stadio esplodeva in un urlo di gioia. Ma l'arbitro annullava il punto, per un fallo compiuto in precedenza da un giocatore del Perù. Sugli spalti si scatena il finimondo. Gli spettatori più scalmanati tentano di scavalcare la rete di protezione, altri prendono di mira l'arbitro bersagliandolo con bottiglie di birra, altri ancora cominciano a demolire le transenne in legno accatastandole per appiccarvi il fuoco. C'erano sul recinto di gioco (a detta della polizia) poche decine di agenti con qualche cane-poliziotto. La temuta invasione di campo in un primo momento pare scongiurata. Gli agenti reggono bene all'urto della folla. I tifosi sono ricacciati indietro. La partita sta per riprendere quando due energumeni sgusciano fra gli agenti e si avventano sull'arbitro. L'episodio in sé non avrebbe probabilmente avuto conseguenze serie per il direttore di gara. Gli stessi giocatori peruviani intervengono in difesa del signor Pazos. Ma i poliziotti perdono la testa e abbandonando il controllo della folla inferocita accorrono in massa al centro del campo per proteggere l'arbitro. Dalle reti attorno al rettangolo di gioco si rovescia una valanga di tifosi urlanti, dieci, venti, cento persone. La tragedia precipita. Arbitro e giocatori fuggono negli spogliatoi per sottrarsi al linciaggio. Entrano sul campo gendarmi a cavallo e cani-poliziotti. Ma la marea degli scalmanati preme sempre più minacciosa. Per ricacciarla indietro gli agenti sparano in aria e lanciano sulle gradinate candelotti lacrimogeni. Il gas apre larghi vuoti sugli spalti. Ora la folla preme verso i cancelli, tenta di aprirsi un varco; ma non può, i cancelli sono ancora chiusi perché la partita non è ufficialmente finita. Lo stadio di Lima, uno dei più moderni dell'America Latina, può contenere 45 mila persone e ieri non c'era un posto libero. Le sue numerose cancellate consentono agli spettatori di sfollare in meno di dieci minuti. Presi nella trappola mortale, 45 mila uomini, donne e bambini impazziti dal terrore cercano di raggiungere le uscite bloccate, si accalcano, si schiacciano. Qualcuno si getta dall'alto delle tribune sfracellandosi sulla spianata di cemento. Due donne in stato interessante abortiscono in mezzo alla folla. Quando finalmente i cancelli si aprono, centinaia di corpi senza vita si ammucchiano sulle gradinate e lungo i passaggi che portano alle uscite. I cancelli sono insanguinati. In un angolo un uomo tenta di rianimare, soffiandogli in bocca, il figlio di 10 anni. Mentre tutte le ambulanze disponibili fanno la spola tra lo stadio e gli ospedali per trasportare cadaveri e feriti (sul petto di molti i medici riscontrano, stampate a morte, le impronte delle sbarre di ferro dei cancelli), una folla di esaltati - guidati da un esponente della malavita locale, Matias Rojas - inizia una "marcia della distruzione" verso il centro della città. Decine di auto sono date alle fiamme, il ristorante "Combo" è saccheggiato, parecchi negozi sono distrutti a sassate. Gli atti di vandalismo si ripetono per tre ore senza che la polizia (in una città che ha oltre un milione di abitanti) riesca a controllare la situazione. Incendi divampano in parecchi quartieri: bruciano la sede del "Jockey Club" e la fabbrica americana "Goodyear", che hanno riportato gravi danni. Viene rovesciata persino un'auto con quattro turisti a bordo, che sono rimasti feriti.

Qualche cadavere nelle vicinanze dello stadio è depredato di tutti gli oggetti di valore. Gruppi di teppisti hanno persino assediato gli ospedali la sede della polizia e la residenza del capo dello Stato, Belaunde Terry, gridando "Vendetta". Una delegazione di tifosi pretendeva di essere ricevuta dal presidente della Repubblica. Più di una volta i poliziotti hanno dovuto ricorrere alle armi per disperdere i facinorosi. A sera la calma non era ancora ristabilita. Il governo decideva drastiche misure. Il comunicato ufficiale, dopo aver deplorato i sanguinosi incidenti, annuncia lo stato di assedio: "Dolorosamente colpito dai tragici avvedimenti - dice il comunicato - il governo chiede alla popolazione di mantenere la calma e di collaborare con la forza pubblica affinché questo triste episodio sportivo non sia sfruttato da agitatori e non provochi danni ancora più gravi di quelli che già sono stati fatti. Le garanzie costituzionali sono sospese per la durata di 30 giorni in tutto il paese". Gli incidenti (ma in misura più limitata) si sono ripetuti nella notte e stamane. Non è escluso che agitatori politici si siano infiltrati fra i teppisti per creare difficoltà al governo. Duemila facinorosi (in maggioranza giovanissimi) sono entrati con la forza nello stadio nazionale ed hanno saccheggiato i depositi di bevande. In quel momento il governo era riunito d'urgenza in sessione straordinaria. Il ministro degli Esteri Schwalb ha chiesto che l'arbitro uruguayano Angel Pazos sia fatto partire al più presto, il ministro degli Interni Languasco ha proposto l'interruzione del torneo preolimpico. Ma altri problemi più gravi premono, l'opposizione è decisa a dar battaglia in Parlamento ed a chiedere le dimissioni del ministero. Stasera è stato annunciato un "bilancio provvisorio" delle vittime allo stadio: i morti accertati sono finora 315 e 798 i feriti. a. p.

26 maggio 1964

Fonte: La Stampa

La cieca strage nel campo sportivo di Lima

C'entrano politica ed economia se il calcio

in America Latina può diventare tragedia

di Francesco Rosso

Milioni di sudamericani seguono gli incontri, soprattutto internazionali, con una passionalità accesa e grottesca; il risultato è molto più importante che l'esito delle elezioni - Questo stato d'animo non dipende soltanto dal temperamento, ed ancor meno dal clima - Per le masse analfabete, abbrutite dalla fame, tenute ai margini della vita nazionale, il calcio è una droga necessaria - Le classi dirigenti incoraggiano questo sfogo, alimentano il furore nazionalistico - Qualche volta scoppia il dramma; in altri casi, la partita offre il pretesto per manifestare rancori politici o idee proibite.

(Dal nostro inviato speciale) Lima, 25 maggio. Il massacro nello stadio di Lima riflette le condizioni di vita dei latino-americani, il loro temperamento enfatico, la passionalità con cui seguono le manifestazioni più superficiali dell'esistenza, come il gioco del calcio, essendo esclusi dai problemi più impegnativi. Il sanguinoso episodio è accaduto in Perù, ma poteva avvenire in qualunque paese dell'America Latina, perché le condizioni sono pressoché identiche ovunque. Già nei primi giorni di questo sciagurato torneo eliminatorio per le olimpiadi di Tokio, si erano verificati casi d'intolleranza cieca, benché la nazionale peruviana non fosse ancora direttamente impegnata nella contesa; e lo sport fu soltanto il pretesto per seppellire sotto fiumi di contumelie la squadra brasiliana opposta a quella venezuelana, perché era ancora vivo il ricordo del recentissimo colpo di Stato militare in Brasile, o per minacciare gli atleti cileni, esponenti di un paese considerato nemico dopo le mutilazioni di frontiera subite. Il gioco del calcio assume in America Latina valori che a noi possono sembrare paradossali e grotteschi, ma giunge il momento in cui una gara si trasforma in tragedia, come appunto quella di Lima fra le nazionali di Argentina e Perù, e noi crediamo di dover esprimere un giudizio severo su quel pubblico sanguinario senza tener conto delle cause che rendono possibili simili eccessi. Ricordo gli episodi dei campionati mondiali a Santiago del Cile, l'ostilità con cui furono accolti i giocatori italiani soltanto perché un nostro collega, alcuni giorni prima, aveva espresso giudizi, forse inopportuni in quel momento, ma esattissimi, sulla società cilena. Anche allora il linciaggio pareva certo; fu evitato perché, in un incontro rimasto memorabile per le violenze fisiche e morali, l'Italia fu sconfitta dalla nazionale cilena. Alcuni giorni dopo assistetti al trionfale ritorno a Rio de Janeiro dei brasiliani vincitori per la seconda volta consecutiva della Coppa del mondo. Non dimenticherò le scene di isterismo, i baccanali, le agitate manifestazioni di piazza, più simili a selvaggi assalti che a gioiosa esultanza, cui si abbandonarono i brasiliani in quella notte tropicale. Anziani, corpacciuti messeri quasi ignudi ballavano il samba al ritmo di indemoniati tamburi percossi da giovani negri lucenti di sudore ed invasi dal delirio per una vittoria che a Londra, Parigi e Roma avrebbe richiamato, al massimo, alcune centinaia di sfaticati maniaci del calcio. Non mi meravigliò che De Gaulle e Kennedy, poi tutti i governi del mondo, telegrafassero a Joao Goulart, allora presidente del Brasile, frasi di enfatiche congratulazioni; nell'America Latina il gioco del calcio è una cosa tremendamente seria, più importante delle elezioni, perché le classi dirigenti di quei paesi hanno voluto che così sia. In quel mondo travagliato dai contrasti sociali, il calcio ha sostituito altri valori e, in un certo senso, è diventato una droga che fa dimenticare molte cose. La domenica successiva alla rivoluzione brasiliana, esattamente il 5 aprile scorso, fu una giornata inquieta a Rio de Janeiro non perché guizzassero ancora focolai rivoluzionari; i carioca erano in effervescenza per la presenza delle truppe giunte da Minas Gerais, che si erano accampate nello stadio di Maracanà (il più grande del mondo, 200 mila posti a sedere, 250 mila in piedi) impedendo l'incontro fra Botafogo e Santos. Privi della settimanale dose di droga calcistica, gli abitanti di Rio de Janeiro avrebbero potuto abbandonarsi a qualsiasi intemperanza, compresa la rivoluzione sociale. Ci si può domandare perché simili eccessi avvengano soltanto in America Latina; il clima non è sufficiente giustificazione di uno stato d'animo comune ai paesi afflitti dai calori tropicali ed a quelli con clima temperato. L'estate di Lima è di poco più calda della nostra, ed il massacro è avvenuto in pieno inverno. Le cause non vanno cercate nel clima e nella latitudine, ma nelle condizioni di vita di quei popoli, il cui livello culturale e morale è tra i più bassi del mondo.

Ho dinanzi agli occhi alcune cifre ricavate da statistiche eseguite dall'Onu; in Perù il 68 per cento della popolazione superiore ai 15 anni è analfabeta, in Brasile il 51 per cento, ad Haiti l’89 per cento, in Venezuela il 48, in Guatemala il 71, in Colombia il 38, in Messico il 43 per cento. L'ignoranza in cui sono tenute le masse popolari avrebbe potuto, come sta accadendo, provocare sconvolgimenti sociali profondi; le classi dirigenti hanno saputo canalizzare la passionalità delle folle verso lo sfogo domenicale delle gare di calcio, uno spettacolo cui nessun sudamericano con quattro soldi in tasca saprebbe rinunciare. Nei momenti più opportuni, quando il fermento popolare sembra incontenibile, il gioco del calcio diventa anche efficace strumento del nazionalismo esasperato, addirittura furioso, che contraddistingue i paesi dell'America Latina. Il giorno in cui il presidente della Colombia, in pieno Parlamento, disse che il pareggio imposto dalla squadra, colombiana alla nazionale sovietica dimostrava largamente la superiorità del sistema democratico su quello comunista, nessuno rise, né in Colombia, né fuori; il nazionalismo ha i suoi diritti, anche di essere grottesco. Non saprei dire quanto abbia influito il nazionalismo dei peruviani sul massacro avvenuto nello stadio di Lima, dove la passione sportiva si è trasformata in una selvaggia carica di sanguinari inarrestabili; ma deve aver avuto parte considerevole, a giudicare dagli atteggiamenti che già si notavano nei precedenti incontri. Non credo che sia stata esclusivamente la passione sportiva, l'ira generata dal negato punto del pareggio a scatenare la ferocia dei peruviani, fino a indurli ad incendiare le tribune di legno, un gesto che denuncia la premeditazione perché un falò di quelle proporzioni non si improvvisa. Il nazionalismo ha avuto la sua parte, forse la più cospicua, nella sanguinosa tragedia, ed è fuori di dubbio che gli agitatori di professione hanno fatto il resto. Il provvedimento preso dal presidente Belaunde Terry, il quale ha sospeso per un mese le garanzie costituzionali mettendo praticamente il Perù in stato d'assedio, esponendo la popolazione all'arbitrio della legge marziale, lascia comprendere che l'incontro fra Argentina e Perù è stato un pretesto per scatenare una sommossa popolare in cui lo sport ha un'incidenza minima. Ero presente agli incontri dei campionati mondiali femminili di pallacanestro svoltisi a Lima pochi giorni prima che incominciassero le gare di selezione preolimpica di calcio, e la sera in cui le cestiste russe vinsero il campionato. Lima sembrò avvampare per l'entusiasmo. Mentre la bandiera rossa dell'Unione Sovietica saliva sul pennone più alto e la banda eseguiva l'inno nazionale russo, lo stadio ammutolì, il silenzio era così profondo da sembrare intollerabile; poi avvenne l'esplosione, gli urli deliranti d'entusiasmo riempirono di fragore gli spazi, dilagarono oltre lo stadio, contagiarono l'intera capitale che esultò fino all'alba per la vittoria delle atlete sovietiche. La presenza degli attivisti era evidente, la vittoria russa era considerata anche una vittoria del comunismo peruviano. L'incontro di calcio con l'Argentina è stata un'altra occasione per creare disordini e difficoltà al governo di Belaunde Terry, impegnato in un difficile equilibrio fra la spinta interna delle masse popolari miserabili, e la necessità di mantenere buoni rapporti con gli Stati Uniti. Ad un certo momento, il nazionalismo predicato dalle classi dirigenti per deviare l'attenzione del proletariato dai gravi problemi interni, è diventato uno strumento formidabile nelle mani dell'opposizione politica. Sfruttando la congenita passionalità delle masse sportive, gli agitatori hanno portato al calor bianco l'entusiasmo dei peruviani per la loro squadra, e la presunta ingiustizia dell'arbitro che ha annullato il punto del pareggio ha provocato la tragedia. È difficile comprendere lo stato d'animo di queste masse popolari mentre assistono ad una gara di calcio; abbrutiti dalla coca che masticano in perpetuo per addormentare gli spasimi della fame, ubriachi di chicha, l'acquavite estratta dal granoturco fermentato, sembrano incapaci di ogni reazione, avviliti, supinamente rassegnati al loro destino infelice. Ma dietro l'apparente passività, c'è l'insondabile anima dell'indio, il cui fatalismo esplode improvvisamente in ferocia disumana. Le gare di calcio sono anch'esse una droga, il sudamericano smaltisce con la passione sportiva la carica del suo temperamento esuberante: finché non eccede, com'è accaduto a Lima - e potrebbe accadere in ogni paese dell'America Latina - e la passione sportiva si tramuta in violenza sanguinaria. L'indio peruviano, cioè la grande maggioranza della popolazione, è apparentemente pacifico, mansueto se preso singolarmente; muta radicalmente quando forma massa, si sente forte e spalleggiato dal vicino; allora la sua primordiale violenza si scatena irresistibile, soprattutto se crede di aver ragioni da far valere. È sanguinario nella lotta politica - la storia peruviana lo insegna - e lo diventa anche per difendere i colori della squadra di calcio per la quale parteggia. Anche l'esasperazione sportiva, gli eccessi cui si abbandonano le masse popolari durante una gara (i morti per sincope non si contano) devono essere tenuti in considerazione quando si esprimono giudizi sull'America Latina.

26 maggio 1964

Fonte: La Stampa

I morti sono 350: i funerali a spese dello Stato

Scontri a Lima fra polizia e studenti che protestano per l'eccidio allo stadio

Gli agenti usano i gas inasprendo i dimostranti - Per due volte la folla tenta di assalire l'abitazione del capo delle guardie (subito sospeso dal servizio): respinta dall'esercito - Acceso dibattito alla Camera - Il governo afferma che i torbidi in città furono sobillati da agitatori politici.

(Nostro servizio particolare) Lima, 26 maggio. In un'atmosfera di sbigottita tensione, sono cominciati oggi a Lima - a spese dello Stato - i funerali delle vittime dei tumulti scoppiati domenica allo stadio al termine dell'incontro di calcio Perù-Argentina. La polizia ha comunicato che i morti sono in tutto 350, ma c'è chi dice che l'elenco è destinato ad allungarsi ancora. Decine di cadaveri giacerebbero negli obitori in attesa dell'identificazione; negli ospedali numerosi feriti sono in condizioni disperate, e non si sa se sopravvivranno. Oggi la giornata non registra incidenti. Ma stanotte, malgrado lo stato d'assedio, gruppi di dimostranti (sobillati probabilmente da agitatori politici) si sono riuniti nel parco dell'Università per ascoltare gli infiammati discorsi contro il governo dei dirigenti studenteschi, e la polizia è intervenuta due volte per disperderli con gli idranti e le bombe lacrimogene. L'uso dei gas - autentici responsabili dell'eccidio allo stadio - ha inasprito la folla e ne è nato qualche scontro, senza gravi conseguenze. Ma il nervosismo serpeggia in ogni quartiere. Gendarmi e guardie a cavallo sorvegliano piazze e strade. Stasera i negozi hanno abbassato le saracinesche assai prima che scendessero le tenebre. S'era sparsa la voce, finora incontrollabile, che una trentina di pericolosi detenuti erano evasi dal carcere del Palazzo di Giustizia. Sotto la pressione dell'opinione pubblica (che accusa la polizia di aver provocato l'eccidio nello stadio con il lancio sconsiderato dei lacrimogeni), il governo ha dovuto prendere immediati provvedimenti: il prefetto di Lima, colonnello Gomez Cornejo, è stato costretto a dimettersi, il capo della polizia civile Jorge de Asumbuja e dodici agenti di servizio al campo sono stati sospesi e messi agli arresti In caserma. De Asumbuja ha dichiarato: "Avevo la responsabilità della vita dell'arbitro e dei giocatori argentini. Se uno di essi fosse morto per l'aggressione dei fanatici, sarebbe potuto nascerne un conflitto internazionale". Ed ha aggiunto: "Ho fatto il possibile per contenere la valanga. I miei uomini ed i cani non hanno potuto resistere. Non c'era altro mezzo che lanciare le bombe lacrimogene". Ha concluso affermando che due poliziotti in uniforme i quali si erano recati allo stadio come spettatori sono stati uccisi dalla folla inferocita: uno è stato lapidato, l'altro strangolato con la sua stessa cravatta. Quando è esplosa la tragedia, si trovavano attorno al terreno di gioco 134 poliziotti, 20 gendarmi a cavallo, 9 guardie nazionali con cani ed un idrante: una forza sufficiente (lo ha ammesso alla Camera il ministro degli Interni Languasco) per soffocare sul nascere, se ben manovrato, qualsiasi tentativo di invasione del campo. Languasco ha spiegato che quattro dei sette cancelli della sezione nord dello stadio erano chiusi per impedire l'accesso dall'esterno dei "portoghesi". La sezione nord è il punto in cui si sono raccolti più cadaveri. Pare che gli addetti ai cancelli fossero lontani dal loro posto di lavoro perché volevano assistere alla partita. Un'inchiesta è in corso: se il particolare sarà accertato, i custodi saranno denunciati per omicidio colposo. Il ministro ha detto che la polizia non ha fatto uso delle armi all'interno dello stadio; ha ammesso però che gli agenti sono stati costretti a sparare fuori del recinto sui dimostranti, uccidendone uno e ferendone sei. Languasco ha aggiunto di "avere le prove" che agitatori politici sobillarono la folla durante i torbidi che infiammarono la città subito dopo l'incontro di calcio. È probabile invece che gli atti di vandalismo attorno allo stadio siano soltanto l'esplosione di una protesta violenta contro la forza pubblica. La polizia è dovuta intervenire ieri due volte contro la folla che voleva assalire l'abitazione del comandante de Asumbuja. In entrambi i casi il governo, che ha sospeso per trenta giorni le garanzie costituzionali, ha temuto che la reazione per i tragici fatti allo stadio potesse trasformarsi in una sommossa politica. Centinaia di feriti continuano ad affollare le corsie degli ospedali di Lima. Il presidente Belaunde Terry ha detto che le spese per la degenza saranno sostenute per intero dal governo. Lo stadio è stato chiuso per sessanta giorni, quanto durerà il lutto ufficiale degli sportivi peruviani per la carneficina di domenica. a. p.

27 maggio 1964

Fonte: La Stampa

La calma sembra tornata nella capitale peruviana

Censurate le notizie sulla strage per "pacificare gli animi" a Lima

Il nuovo prefetto di polizia ha fatto sapere che sono stati arrestati alcuni "agitatori" - Essi avrebbero approfittato della tragedia per dare il via alle sommosse e ai saccheggi - Agli arresti il responsabile del servizio d'ordine allo stadio e il fanatico supertifoso che per primo irruppe sul campo.

(Nostro servizio particolare) Lima, mercoledì sera. Le misure prese ieri dal governo sono servite a riportare almeno apparentemente la calma nella capitale, dopo la tragedia di domenica allo "Stadio Nacional" e i torbidi che ne sono seguiti. Il governo non ha avuto la mano pesante nel valersi della sospensione delle garanzie costituzionali; tuttavia, per ogni evenienza, ha fatto affluire a Lima trentamila uomini dell'esercito e della guardia civile, per prevenire altri disordini. Al "Cementerio de San Angelo" si sono susseguiti ieri, fino al tramonto, i funerali delle vittime già identificate: circa 300. La decisione delle autorità di evitare un rito collettivo ha contribuito ad evitare un nuovo aggravamento della tensione. Alla Camera il ministro dell'Interno, Juan Langasco, ha fatto brevi dichiarazioni sulla "domenica di sangue", annunciando che il procuratore generale della Repubblica ha già aperto un'inchiesta per l’accertamento delle responsabilità. Il ministro ha poi confermato che, nell'attesa dei risultati delle indagini dell'autorità giudiziaria, sono stati sospesi dalle loro funzioni il prefetto di polizia, colonnello Ernesto Cornea Cornejo, il responsabile del mantenimento dell'ordine allo stadio, Jorge de Asambuja, e altri dodici ufficiali di polizia. Egli ha ammesso che alcuni agenti hanno fatto uso delle armi, ma ha dichiarato che, per ora, deve attenersi alla versione fornitagli dal prefetto di polizia secondo la quale le sparatorie hanno avuto luogo fuori delio stadio, quando gruppi di forsennati hanno cominciato ad incendiare le auto parcheggiate e a saccheggiare bar e negozi. La censura particolarmente rigorosa sui giornali e sui dispacci stampa non consente la diffusione di altri particolari sulla strage. Negli ambienti governativi si sottolinea che altri resoconti e polemiche sull'eccidio non servirebbero ad altro che ad inasprire gli animi e a turbare il corso della Giustizia. La magistratura non dovrebbe incontrare serie difficoltà nella ricerca dei responsabili, poiché dell'invasione del campo e dei tumulti che sono seguiti si ha un'ampia documentazione fotografica e cinematografica. Sono già stati fermati il mulatto soprannominato "Bomba" che per primo si avventò sull'arbitro, e il capo dei custodi dello stadio, responsabile della chiusura dei cancelli contro i quali si avventò la folla impazzita. Le dichiarazioni fatte dall'arbitro uruguayano secondo cui la generale invasione del campo ebbe inizio solo quando cominciarono le baruffe tra i tifosi più scalmanati e gli agenti, sembra avvalorare la tesi di coloro i quali affermano che i poliziotti, ad un certo momento, hanno perduto la testa. Che questa tesi sia presa in seria considerazione dalle autorità lo proverebbe il fatto, certo anche se non, comunicato ufficialmente, che il comandante Asambuja, responsabile del servizio d'ordine allo Stadio, è agli arresti in caserma. Ovviamente, la polizia si difende dalle accuse e il nuovo prefetto, colonnello Sanguinetti, sostiene d'aver accertato tra la folla degli sportivi la presenza di agitatori che hanno spinto la massa alla sommossa e alle distruzioni perpetrate per ore nei dintorni dello stadio e anche nel centro della capitale. A sostegno di questa versione, un comunicato del governo informa che "un certo numero di agitatori, compresi elementi trotzkisti, sono stati tratti in arresto, in relazione coi disordini". Si ha però l'impressione che queste misure si riferiscano più ai disordini accaduti dopo la strage, che alle circostanze. Il governo intanto, seguendo le direttive del presidente della Repubblica, Belaunde Terry, ha lanciato un appello a tutte le organizzazioni politiche e sindacali perché venga stabilita una tregua per la pacificazione degli animi. A quanto sembra, la maggior parte dei partiti e dei sindacati hanno dato la loro adesione all'iniziativa. Vi si sono dichiarate contrarie solamente talune organizzazioni operaie e studentesche d'estrema sinistra. Stamane sono proseguite le inumazioni delle salme al camposanto. Ma tuttora non si conosce il numero esatto dei morti. La polizia, interrogata dai giornalisti, ha dichiarato che, nella confusione del momento, è possibile che alcuni corpi siano stati rimossi privatamente, da imprese di pompe funebri, come non è da escludere che ci siano stati errori. La cifra, tuttavia, sarebbe notevolmente superiore alla realtà, almeno nell'opinione dei dirigenti della polizia. Pare che il bilancio finale debba fermarsi alla cifra di 550. n. s.

27 maggio 1964

Fonte: Stampa Sera

Pazos è ritornato nella sua casa di Montevideo

Piangendo l'arbitro di Lima racconta la tragica partita

"Non riesco a dimenticare i 350 morti causati dalla mia decisione. Resterò qualche giorno in casa, poi desidero vedere un prete. Voglio sentirmi dire che la mia coscienza è a posto" - Il goal annullato non poteva essere convalidato: l'arbitro aveva fischiato prima del tocco finale.

(Nostro servizio particolare) Montevideo, 27 maggio. Angel Eduardo Pazos, l'arbitro della tragica partita di Lima, è rientrato nella sua abitazione di Montevideo in Uruguay, ma appare ancora sconvolto per le drammatiche vicende vissute. Egli ha ricevuto oggi alcuni giornalisti, più che altro per difendersi dalle accuse di incompetenza piovute contro di lui. Prima però di parlare del fatto calcistico ha esclamato commosso: "E' incredibile quello che è accaduto ! Non riesco a pensarci. Rimarrò ancora in casa per almeno una settimana, poi voglio vedere un prete. Desidero sentirmi dire da lui che la mia coscienza è a posto". Pazos è un operaio metallurgico, abita con la moglie e le due figlie in una modesta ma ordinata casetta alla periferia di Montevideo. In passato il suo nome non era apparso di frequente nelle cronache sportive internazionali. Aveva diretto qualche confronto di rilievo, in patria, ma mai nessun incontro di primissimo piano. L'eliminatoria del torneo olimpico tra Perù e Argentina gli era apparsa come l'occasione sognata per una definitiva affermazione. Egli ha dichiarato di voler continuare ad arbitrare, ma prima dovrà dimenticare di essere stato involontario protagonista della più grave tragedia mai registratasi in un campo di calcio. "Non ho alcuna colpa dei 350 morti verificatisi allo Stadio Nacional - ha detto piangendo - ma non è certo causa mia se la folla è impazzita dal terrore". L'arbitro ha precisato che fino al 41° minuto della ripresa l'incontro era stato vivace ma non più duro di tanti altri da lui diretti. "Non è affatto vero - ha spiegato Pazos - che io abbia annullato l'autorete del difensore argentino, autorete che avrebbe dato il pareggio ai peruviani: io avevo già fischiato una irregolarità prima che la palla entrasse in porta.

I giocatori del Perù, infatti, neppure hanno protestato; il clamore ha invece impedito al pubblico di percepire il mio fischio, ed hanno pensato all'annullamento del goal. In quanto ad aver sospeso l'incontro prima del termine, non ho fatto che applicare i regolamenti internazionali: non si poteva continuare a giocare in quelle condizioni". "Quello che più mi addolora - ha continuato l'arbitro uruguayano - è che i giornali peruviani hanno fatto di me la causa unica della tragedia, quando io non ho fatto altro che il mio dovere di arbitro di calcio. Non merito di certo una accusa del genere, mi sento innocente anche se non riuscirò più a dimenticare i 350 morti di Lima, quel tremendo pomeriggio". Angel Pazos ha poi cercato di ricostruire le fasi della tragedia. "Un quarto d'ora prima della fine - ha dichiarato - mi è parso di vedere che i cancelli esterni dello stadio fossero aperti; quando ho chiuso la gara, a cinque minuti dal termine, la folla che ha cercato di uscire dallo stadio ha trovato sbarrate le sette porte della gradinata nord. Non so cosa sia accaduto, ma è contro quelle porte che molti tifosi hanno perso la vita". L'arbitro ha raccontato che l'inizio dei subbugli è stato dato da un tifoso isolato, entrato in campo con una bottiglia rotta in mano, che si diresse verso di lui, minacciandolo. Un agente! - ha proseguito Pazos - ha gettato a terra l’energumeno con un pugno ed uno sgambetto, poi è iniziato il lancio dei candelotti lacrimogeni verso il pubblico che premeva contro la rete di protezione. A questo punto, io ed i ventidue atleti siamo rientrati negli spogliatoi protetti dalla polizia. Dall'interno si sentivano clamori, urla, boati e latrati dei cani degli agenti: avevamo paura, ma non immaginavamo di certo quello che stava realmente accadendo. Neppure uscendo dallo stadio, due ore dopo, ci capacitammo della misura della tragedia. Io l'ho saputo dai poliziotti, sotto la cui protezione sono rimasto sino al momento di lasciare Lima. Ora sono qua, ma non so quanto mi ci vorrà per ritrovare, se la troverò, la serenità di prima". Da Lima si apprende intanto che la notizia del linciaggio dei tre agenti, durante i tumulti, è stata confermata. Secondo il quotidiano El Correo il sergente della polizia Asencio Vasquez fu strangolato con la sua stessa cravatta, mentre Manuel Alvarez, accorso in aiuto del collega, venne gettato giù dalle gradinate. Il terzo agente ucciso dai tifosi inferociti, sempre secondo El Correo, è un certo Alberto Gallardo, cugino di quel Gallardo, centravanti, che la squadra italiana del Milan ha assunto in vista della prossima stagione. Sarebbero stati arrestati sia il capo degli agenti in servizio allo stadio che gli addetti ai cancelli, i quali avevano abbandonato i loro posti per assistere alla gara, invece di restare presso le uscite. r.b.

28 maggio 1964

Fonte: La Stampa
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