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Giovacchino Landini
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ITALIA   29-11-1935   TORINO   Anni 49

29 maggio 2017: "La voce del cronista Bruno Pizzul è rimasta impressa nelle orecchie di chi, come me, quella maledetta sera era in attesa della finale. E sì, perché sono passati 32 anni, ma sembra ieri. L'attesa e la speranza che crescevano di ora in ora, spezzate da quelle immagini strazianti di corpi ormai abbandonati al loro destino. 29 maggio 1985, come non tornare con la memoria a quanto di peggio lo sport potesse offrire. Laddove la competizione, il sudore per la maglia, la gioia di un gol, dovevano prevalere, furono l'orrore, la tragedia e la morte, a prendere il sopravvento. E noi non possiamo, non dobbiamo dimenticare. Perché pur nella sofferenza, l'essere vicini ai nostri 39 Angeli è l'unica maniera per tenere lontani tutti gli sciacalli che ancora oggi non perdono occasione per mostrare la loro idiozia. Un pensiero, il mio pensiero, e un ricordo indelebile per tutti i nostri cari. Oggi, e per sempre, rispetto per le vittime dell'Heysel, e per tutte quelle morti assurde, che non hanno colore e non hanno squadre". Fabrizio Landini, Nipote di Giovacchino e Consigliere dell' "Associazione fra i Familiari delle Vittime dell'Heysel"

Onorando i nostri morti

Halloween non ci appartiene. Sarà una moda simil-americana, che puzza lontano un miglio di business; sarà una pagliacciata da scuola materna, per scimmiottare laicamente quanto di più cristiano c’è nel ricordo dei propri morti; in nessun caso fa parte delle nostre tradizioni. A meno che qualcuno vada spiegando chi era Guy Fawkes alle moltitudini di "italioti" avvezzi alle americanate. C’è il derby che incombe e non parrà vero a certuni di accomunare le streghe di Halloween con la sconfitta di una squadra o dell’altra. A pareggio acquisito, si parlerà di zucche e di dolcetti. Per JUWELCOME, nulla di tutto questo. Per noi contano ancora le giornate dedicate alla visita dei cimiteri, al rendere onore a coloro che, come si dice tra gli alpini, "sono andati avanti". E per restare in casa juventina, nulla di più sentito e doloroso che rendere un saluto a chi da una finale di Coppa dei Campioni non ha fatto ritorno. Giovacchino Landini, unico torinese che è caduto sotto la furia degli Hooligans, in una tiepida serata di maggio, allo stadio Heysel, ha ricevuto la visita di un redattore del nostro magazine. Non uno qualsiasi, ma Nereo Ferlat, un compagno di sventura nella curva Z, più fortunato di Giovacchino o forse solo non presente nell’elenco, sul libro del destino. Anche questo è 1° novembre, giorno in cui la Juventus ha visto la luce: dare un senso all’eterna rincorsa tra vita e morte, sacro e profano, frivolezza ed austerità. Valori, in altre parole, che se ne fanno un baffo di zucche e streghette, di dolcetti e scherzetti. Saremo banali o noiosi, ma siamo fatti così. "One penny for the old Guy" (T.S. Eliot)

31 ottobre 2015

Fonte: Juwelcome.it

Fonte Fotografie Torino: Ascsport.it e Wikipedia

Oggi è il 30° anniversario della strage

dell'Heysel, morirono 32 italiani, 5 toscani  

di Massimo Stefanini

32 morti italiani, 5 toscani, uno di Capannori. La strage dello stadio Heysel a Bruxelles, (il nome deriva dal quartiere della capitale belga) compie oggi, 29 maggio, tre decenni. In quella maledetta sera del 1985 era in programma la finale di Coppa dei Campioni tra la Juventus e il Liverpool. La furia degli hooligan inglesi fa crollare un settore del fatiscente impianto, la sicurezza è inesistente. Nella calca rimane anche Giovacchino Landini, all’epoca cinquantenne che era partito proprio dal capoluogo della Piana lucchese per recarsi a lavorare a Torino, dove aveva messo su una trattoria in via Spotorno. A Capannori il tifo per la Vecchia Signora è radicato, ancora oggi c’è uno dei club più organizzati d’Italia. Il destino spesso ha un ruolo determinante. Landini, tra il ristorante e la famiglia, non aveva tempo per le trasferte. Amava i suoi idoli, da Cabrini a Tardelli, da Paolo Rossi al mitico Platini, ma andava ad ammirarli solo al Comunale, che all’epoca, prima del "Delle Alpi" e dello "Stadium" attuale era la casa di Madama. Stavolta però, per vedere la sua squadra del cuore alzare per la prima volta la Coppa dalle grandi orecchie, aveva deciso di affrontare il viaggio. Un uomo tranquillo, non iscritto a nessun club ufficiale. Sin da ragazzo a Capannori aveva manifestato la sua passione per il calcio e per la società più titolata d’Italia. Ritornava nel suo paese natio ogni tanto, quando il lavoro glielo permetteva. Giovacchino partì per partecipare ad una festa, lasciò a casa la moglie Carola e i figli, Monica e Andrea che all’epoca aveva 15 anni: "Ti porterò un ricordo" gli aveva detto il padre. Il biglietto gli era costato 50 mila lire perché quelli più economici erano esauriti. Quindi Landini era finito per caso in quello spicchio dello stadio, isolato dal suo gruppo, proprio perché aveva un tagliando diverso. La famiglia seppe degli scontri dalla Tv, meravigliandosi di come la gente andasse a festeggiare senza rispetto per i morti e i feriti. Come non ricordare anche il dottor Lorentini di Arezzo che si era messo in salvo ma la sua generosità lo fece tornare indietro per soccorrere un bambino e questo gli fu fatale.

29 Maggio 2015

Fonte: Radiobrunotoscana.it

La moglie di Giovacchino Landini

"Vedova dello stadio" parte civile al processo

La vedova di Giovacchino Landini, uno dei tifosi torinesi della Juventus ucciso dalla furia dei teppisti inglesi nello stadio di Bruxelles, ha deciso di costituirsi parte civile nel procedimento giudiziario che la magistratura belga ha aperto contro gli organizzatori della manifestazione ed i responsabili materiali del massacro che sarà possibile identificare. Carolina Bandiera vedova Landini ha incaricato questa mattina l'avvocato Aldo Perla di muovere tutti i passi necessari per tutelare i propri interessi e dei suoi due figli minorenni, Andrea e Monica. Il legale ha annunciato d'aver già preso contatto con un collega belga e che si recherà quanto prima in Belgio. L'avvocato Perla ha inoltre fatto sapere che rinuncia ad ogni richiesta a titolo d'onorario. Giovacchino Landini, un tranquillo padre di famiglia con un ristorante in via Genova, non aveva mai seguito la sua squadra in una trasferta all'estero ed aveva deciso di unirsi in via eccezionale agli altri tifosi per l'importanza della posta in palio nella finalissima di Bruxelles.

6 giugno 1985

Fonte: Stampa Sera

 Le indagini torinesi sul massacro di una settimana fa a Bruxelles

L'autopsia conferma: i 2 tifosi sono morti soffocati nella calca

I familiari di Landini si costituiranno parte civile - Parla un tifoso ferito a sassate

Si costituiranno parte civile i parenti di Giovacchino Landini, il ristoratore torinese morto una settimana fa nell'inferno di Bruxelles. Toccherà al legale della famiglia stabilire se seguire l'esempio di alcuni avvocati romani, che hanno già chiesto al procuratore del Re di incriminare per omicidio colposo plurimo il ministro degli Interni, il capo della polizia belga e i dirigenti dell'Uefa, o se limitarsi a un'azione contro i tifosi inglesi. Andranno poi anche chiarite eventuali responsabilità di chi ha distribuito a tifosi italiani, attraverso canali ufficiali, biglietti del "settore Z, nella curva riservata agli inglesi. Autopsie - Ieri mattina, all'Istituto di medicina legale, il prof. Baima Bollone ha eseguito le autopsie di Giovacchino Landini e Domenico Russo. Presenti il sostituto procuratore Marabotto e il dottor Luca della Procura, è stata compiuta un'analisi assai difficile per le cattive condizioni delle salme, non ricomposte né rivestite dalla competente autorità belga. La perizia ha confermato che la morte è sopravvenuta per soffocamento e schiacciamento. Lo scomparso di Moncalieri - Resta, intanto, misteriosa la sorte di Marco Manfredi, l'autista dell'ospedale Santa Croce di Moncalieri scomparso nel nulla durante la partita. Fra oggi e domani torneranno a Bruxelles la moglie Rosita, la cognata Daniela Binelli e alcuni zii e cugini: hanno intenzione di battere palmo a palmo la città. Una tipografia di Moncalieri ha stampato la notte scorsa centinaia di volantini con la fotografia dello scomparso e i suoi dati anagrafici: verranno distribuiti a taxisti, poliziotti e ai connazionali che vivono in Belgio. La speranza è quella di trovare una traccia "anche se la collaborazione delle autorità belghe - puntualizzano i famigliari - è stata molto scarsa. Ci hanno impedito di controllare se Marco fosse fra i morti o i feriti. Oltre all'appello della televisione non ci è stato possibile ottenere molto. Abbiamo la sensazione che anche la polizia non prenda sul serio il nostro caso". I Manfredi hanno protestato contro l'operato del nostro ministero degli Esteri "che deve rivolgere una ferma richiesta al governo belga perché le ricerche vengano svolte con serietà".  Una mano concreta è stata loro offerta "soltanto dal comitato di accoglienza formato dai nostri connazionali: sono stati tutti magnifici". Incidenti - Ancora episodi di intolleranza e di teppismo la scorsa notte in pieno centro. L'ufficio commerciale britannico di corso Massimo d'Azeglio 60, la sede della British Airways, in via Arsenale 14, e il Consolato belga, in via Dellaia, sono stati presi d'assalto da gruppi di facinorosi. Su muri scritte cariche di odio: "Vendicheremo i nostri morti", "inglesi bastardi vi ammazzeremo tutti", "inglesi animali". Dei teppisti nessuna traccia. Indagini - Dopo aver presenziato all'autopsia delle salme il dottor Marabotto ha proseguito, nel pomeriggio, i confronti per accertare l'identità degli ultras juventini coinvolti negli incidenti. Sarebbero stati raccolti elementi per compiere altre due identificazioni che si aggiungono alle sei dei giorni scorsi. I Landini - I famigliari di Giovacchino Landini sono stati ieri a La Stampa per ringraziare, attraverso le colonne del giornale, le tante persone che hanno condiviso il loro dolore, "Soprattutto il Comune di Torino - ha sottolineato la moglie - che ci è stato affettuosamente vicino". "Una sassata in fronte. Mi è rimasta una bolla d'aria nel cervello". Pietro De Ambrogio, 54 anni, via (omissis), dipendente della Regione, senza alzare la voce parla del massacro al quale lui e la figlia Alessandra, di 18 anni, sono scampati. Un volo Lufthansa, partito da Bruxelles alle 18,30, li ha portati a Caselle alle 22,30 di lunedì. Oltre alla moglie, Margherita, c'era ad aspettare un'ambulanza: subito al Cto. L'equipe neurochirurgica ha permesso a De Ambrogio di tornare a casa: "Ma faremo altri controlli costanti, vedremo le cartelle cliniche". De Ambrogio e la figlia rievocano i disordini: "Siamo allo stadio da un'ora partono lanci di petardi e pietre. Una mi colpisce in fronte, continuano gli assalti, c'è il fuggi fuggi. Tenendoci per non essere divisi, ci trasciniamo verso il basso: dall'altra parte ci avrebbero schiacciati". Fuggono sul campo. Uomini della Croce Rossa ("meritano elogi enormi") li portano in infermeria: "C'era una decina di feriti, un bimbo aveva perso i genitori". Le prime medicazioni, poi il ricovero in ospedale ("assistenza perfetta"). Alessandra: "In ospedale non potevo rimanere, non ricordavo il nome dell'albergo. Mi hanno ospitata due infermiere di origine italiana".

5 giugno 1985

Fonte: La Stampa

Stamane si svolgono i funerali di Domenico Russo di Moncalieri; lascia la moglie di 24 anni, incinta di 5 mesi

Ultimo addio alle vittime di Bruxelles, uccise dal fanatismo

Grande commozione, sabato, al rito funebre di Giovacchino Landini - Monsignor Franco Peradotto: "Bisogna stabilire fino a che punto l'agonismo sia accettabile" - Un toccante messaggio di pace, di fratellanza e di riconciliazione del vescovo di Liverpool.

Si svolgono questa mattina i funerali di Domenico Russo, il tifoso juventino di Moncalieri, rimasto ucciso nel massacro di Bruxelles prima dell'inizio della partita di finalissima per la Coppa dei Campioni. La salma, in una bara scura avvolta dal tricolore, è rimasta nel salotto della casa di famiglia in via Deledda 17 e da qui parte alle 9. La Messa in chiesa celebrata dal parroco e poi la tumulazione al cimitero. Alla cerimonia ci saranno tifosi juventini, delegazioni dei club bianconeri, dirigenti e giocatori, le autorità a cominciare dal sindaco. E centinaia di persone: le stesse che, sabato sera, sotto la pioggia, hanno atteso il piccolo corteo di auto dietro il carro funebre in arrivo. Grande pietà e grande tristezza. Domenico Russo era uno sportivo che non perdeva una partita della sua squadra del cuore, ma che, a sua volta, giocava a calcio e faceva parte di una equipe di ping-pong. Lascia la moglie Tiziana Fecchio, 24 anni, incinta di cinque mesi, che dapprima si è aggrappata a un filo di speranza augurandosi che il Domenico Russo morto fosse soltanto un omonimo del marito. Poi è rimasta impietrita dal dolore: due notti senza dormire, sostenuta da tranquillanti e da un'infinita tristezza che le spezza il cuore. Ci sono stati attimi di grande commozione mentre si celebrava il rito funebre per l'altro torinese rimasto ucciso in Belgio: Giovacchino Landini, 50 anni, titolare di un ristorante in via Spotorno, sposato, padre di due figli. La Messa è stata celebrata nella chiesa di Santa Monica, dal parroco don Michele Donadio, ma l'omelia è stata pronunciata da monsignor Franco Peradotto. Poche parole. La tragedia di Bruxelles porta angoscia, lacrime e pietà ma deve insegnare qualche cosa: "bisogna rivedere i criteri con i quali si esprime il tifo per una squadra e stabilire fino a che punto l'agonismo sia accettabile". E' stato letto un messaggio del vescovo di Liverpool che ha scritto parole di pace, di fratellanza e di riconciliazione. Un migliaio di persone ha assistito al rito. Durante la cerimonia grande silenzio appena rotto dai singhiozzi dei familiari. Un lungo applauso quando la bara è comparsa sulla porta della chiesa.

3 giugno 1985

Fonte: Stampa Sera

L'ultimo saluti ai morti con un vessillo bianconero

L'ha sventolato un ragazzo al passaggio della salma di Giovacchino Landini - Il sindaco Cardetti e il presidente della Juve Boniperti ai funerali.

Giovacchino Landini è tornato a Torino ieri, alle 16,30. Chiuso in una bara di legno scuro, ha ricevuto il saluto della città al casello di Settimo dell'autostrada Milano-Torino: una pattuglia di vigili urbani motociclisti l'ha scortato prima presso la sede dell'impresa delle pompe funebri, poi alla parrocchia di Santa Monica, in via Spotorno, a due passi da casa sua. La corsa del corteo nel traffico della città non è passata inosservata. Il carro funebre offriva a tutti la vista della bara avvolta nel tricolore. Il lampeggiare delle auto di scorta e il rombare dei motociclisti ha fatto intuire a tutti che quel corpo "veniva da Bruxelles". Così qualcuno ha accennato in corso Novara a un timido applauso. Un ragazzo, davanti alla Gran Madre, ha sventolato un vessillo bianconero che, chissà come, aveva in quell'istante in mano. In via Vado angolo via Spotorno, a poche decine di metri dal ristorante del Landini, il rito funebre davanti a un migliaio di persone, l'ha celebrato il parroco don Michele Donadio, mentre l'omelia è stata tenuta da monsignor Franco Peradotto che ha portato il messaggio di pace dell'arcivescovo di Liverpool. "E' però necessario - ha aggiunto - rivedere i criteri con i quali si esprime il tifo per una squadra e stabilire anche fino a quando l'agonismo sia accettabile".  Al rito hanno partecipato il sindaco Cardetti, l'onorevole Bodrato, il presidente bianconero Boniperti e delegazioni delle squadre minori di Torino e Juventus. Il clima di assoluta mestizia è stato rotto solo alla fine da un applauso. Tutto il quartiere si è raccolto intorno alla famiglia Landini.

2 giugno 1985

Fonte: La Stampa

Alle 18 i funerali di Giovacchino Landini

Tornati a casa i due torinesi uccisi a Bruxelles

Erano partiti in pullman, allegri e in numerosa compagnia, verso una giornata di festa: comunque si fosse conclusa la partita fra Juventus e Liverpool, il viaggio a Bruxelles sarebbe stato ugualmente una piccola avventura, da ricordare con qualche regalino acquistato in Belgio e con la solita raffica di cartoline. Sono tornati con un mezzo "di lusso", l'aereo, ma chiusi dentro una bara: e di fronte all'assurdità delle loro e delle altre morti, tante, troppe, non c'è spiegazione che tenga, non c'è ricerca di responsabilità e punizione di colpevoli che possa attenuare il dolore, la rabbia. Le salme di Giovacchino Landini e Domenico Russo sono state rimpatriate stamane su un aereo dell'Aeronautica militare atterrato a Linate con a bordo anche altri feretri, diretti in località diverse dell'Italia Settentrionale. Da Milano le due vittime torinesi sono state portate a Torino in furgoni funebri: i funerali si svolgeranno oggi alle 18 per il ristoratore cinquantenne di via Spotorno nella chiesa di Santa Monica (in via Cortemilia angolo via Tirone), presenti il sindaco Giorgio Cardetti e il gonfalone della città, e lunedì mattina alle 9 per l'elettricista ventiseienne di Moncalieri. I due non si conoscevano: in comune avevano una grande passione sportiva per la squadra del cuore e i biglietti di quel maledetto settore Z dello stadio Heysel che il destino ha voluto attribuire loro. Landini in un modo che non può non fare ancora più male, pensando a quella infinitesimale curva della sorte che ha spento la sua vita. L'uomo, sposato con due figli, era infatti partito martedì sera da piazza Castello, su uno dei trenta pullman organizzati dal Juventus Club dì via Bogino, con un biglietto verde dei settori M-N-O, ma a Bruxelles ha incontrato dei conoscenti che avevano posti nella zona Z: "E' venuto da me nel piazzale dei pullman - spiega il presidente del club, Piercarlo Perruquet - e mi ha chiesto di cambiargli il tagliando, per stare con loro. Il biglietto grigio del settore Z gliel'ho dato io". Era uno dei venti tagliandi circa ricevuti dal vicepresidente dell'Anderlecht Club: forse si sarebbe dovuto pensare al pericolo di mandare dei tifosi juventini in una zona in precedenza appositamente riservata a una fascia "neutrale" di spettatori belgi, ma l'errore (se di errore si tratta, dopotutto è assurdo che si debba affrontare uno spettacolo, in un Paese cosiddetto civile, con le cautele necessarie in caso di guerriglia urbana) appare commesso sicuramente in buona fede. I due fratelli di Domenico Russo partiti ieri mattina per Bruxelles hanno avuto la conferma definitiva della sua morte quando si sono trovati davanti alla salma: fino all'ultimo i familiari del giovane di Moncalieri (sposato da quattro anni, sua moglie attende un bimbo) non avevano rinunciato alla speranza, per labile che fosse. Un'omonimia e il fatto che il giovane apparisse vivo in una drammatica fotografia pubblicata dai giornali avevano sostenuto a lungo il rifiuto della realtà: "Non volevamo crederci, non era possibile che il Domenico Russo sull'elenco delle vittime fosse proprio lui. E all'inizio dal Belgio ci hanno detto che era solo ferito, non hanno avuto il coraggio di dirci subito la verità". Ieri sera, all'arrivo a Caselle del C130 che riportava a Torino due feriti (uno è Alberto Moschella, con un braccio spezzato, cui è stato assicurato tutto l'aiuto necessario) e un primo gruppo di parenti delle vittime, era presente anche il sindaco Cardetti. Non ha voluto turbarli ancora di più, in un momento già abbastanza sofferto: solo poche parole di solidarietà, di conforto, prima che parenti e amici sottraessero quei visi contratti dal dolore, ma anche da una sorda rabbia, all'inevitabile raffica di flash dei fotografi, alle domande dei giornalisti e ai riflettori della televisione. Incredibile infine la totale scomparsa (ne parliamo a parte) di un altro tifoso di Moncalieri, Marco Manfredi, 40 anni, che sembra svanito nel nulla, da quando è entrato nello stadio mercoledì. m.sp.

1 giugno 1985

Fonte: La Stampa

Fonte Fotografia: L'Unità

Questa mattina da Caselle un velivolo militare con i parenti delle vittime

Un aereo carico di dolore è partito per Bruxelles

A bordo i congiunti di Domenico Russo e Giovacchino Landini e molti che vogliono visitare i loro cari negli ospedali della capitale belga. Due corpi ancora senza nome.

Con un aereo militare è partito stamane da Caselle per Bruxelles un gruppo di parenti di tifosi juventini rimasti coinvolti nella tragedia dello stadio Heysel. Per due di loro (Salvatore Russo, fratello del ventiseienne Domenico, e un fratello di Giovacchino Landini, 50 anni), un viaggio senza speranza, una triste necessità: si recano infatti nella capitale belga per il riconoscimento ufficiale dei cadaveri dei loro congiunti, la cui identificazione è purtroppo ormai certa. I parenti di Russo, elettricista, sposato da quattro anni (la moglie Tiziana è in attesa d'un figlio), si sono illusi fino all'ultimo che quel nome sull'elenco delle vittime non fosse quello del "loro" Domenico: a vedere la partita era andato infatti anche un omonimo, l'ex assessore comunale "scissionista" dal pli, e per alcune ore la coincidenza è servita a cullare la speranza. Poi la terribile conferma (due fratelli del giovane l'hanno avuta in questura, dopo aver riconosciuto Domenico su una drammatica fotografia pubblicata da "Stampa Sera" ieri), che è stata tenuta per qualche tempo nascosta dal fratello minore Salvatore, il primo ad averla intuita ma che non aveva il coraggio di rivelare la verità, in particolare alla cognata. La moglie di Landini, Carola Bandiera, e i figli Monica e Andrea, hanno invece appreso quasi subito, alle due della notte fra mercoledì e giovedì, che il destino aveva loro portato via in modo così assurdo e feroce il marito e padre. Un destino che ha accomunato anche in un altro commovente modo Domenico Russo e Giovacchino Landini: entrambi infatti si recavano per la prima volta a seguire la squadra del cuore fuori Torino, il desiderio di vedere la Juventus conquistare finalmente la Coppa Campioni era stato troppo forte. Le altre persone che si sono imbarcate sull'aereo militare sono parenti di feriti ancora ricoverati negli ospedali belgi, dove restano ancora diverse persone in coma e anche due corpi senza vita ai quali non è stato possibile dare un nome.

31 maggio 1985

Fonte: Stampa Sera

"Un uomo pacifico, vittima della violenza"

 di Ezio Mascarino

La moglie e il figlio parlano di Giovacchino Landini, il torinese morto nella bolgia di Bruxelles - "Porterò fortuna alla Juve" - Il biglietto da un bagarino: 50 mila lire.

Giovacchino Landini, 50 anni, voleva proprio esserci a Bruxelles: "La Juve insegue da anni quella coppa dannata, io le porterò fortuna". Era sì tifoso, ma la squadre del cuore l'aveva sempre vista solo al Comunale: la famiglia (due figli) e il lavoro (aveva una trattoria in via Spotorno 33) non gli lasciavano molto tempo libero. Ma questa volta non voleva mancare: "Ci vado". Ha dovuto ricorrere a un bagarino per il biglietto: 50 mila lire. Martedì sera, partendo in pullman da piazza Castello, aveva detto ad Andrea, il figlio, 15 anni: "Tu aiuta la mamma, mi raccomando. Ti porterò il biglietto, lo terrai come ricordo". Cinquantamila lire per morire. Quel biglietto lo ha portato, nel vecchio stadio Heysel, in un settore occupato da una minoranza di italiani e da una folta rappresentanza di Liverpool. Li divideva una leggera transenna: quando sono scoppiati gli incidenti è rimasto soffocato nella calca, schiacciato come decine di altre persone, sepolte sotto i corpi e le macerie. La moglie, Carola Bandiera, ripete piangendo: "E' colpa mia, non dovevo lasciarlo andare". L'altra sera era ai fornelli della trattoria: "Per radio ho saputo che stava accadendo qualcosa di grave. Si parlava di scontri, di feriti. Ho avuto un presentimento. Poi le immagini per televisione. Tutti a rincuorarmi: stai tranquilla, a Giovacchino non è accaduto nulla. E io a farmi forza, sorridere ai clienti, far finta che le immagini che arrivavano da Bruxelles appartenessero a un mondo inesistente". Nella notte, la notizia: "Fuori, per le vie della città, cori di clacson, sventolio di bandiere, caroselli di auto. Io da due ore tentavo inutilmente di comporre i numeri che la televisione trasmetteva, per avere notizie di mio marito. Ma come hanno fatto a dimenticare, per una vittoria, quelle immagini, quel massacro, quei morti ?". Andrea, il figlio, ricorda: "Papà aveva deciso di andare a Bruxelles una decina di giorni fa, e si è rivolto al Juventus club di via Bogino. Era tardi, in un primo tempo non c'erano più biglietti. Poi quell'offerta, 50 mila invece di 10 mila, oltre il viaggio in pullman. Ecco perché è finito in quel settore praticamente isolato dal resto della comitiva". La moglie si interroga: "Perché la polizia non è intervenuta ? Sugli spalti si picchiavano, bastoni e spranghe di ferro. Mio marito era là. Ma, ne sono certa, ha cercato di calmare gli animi. Ha sempre detestato la violenza". Giovacchino Landini, immigrato vent'anni fa da un paesino presso Lucca, voleva vedere giocare la sua squadra fuori casa, tornare ai suoi fornelli, alla sua trattoria e mostrare ai clienti, agli amici, quel biglietto. Per dire: "C'ero anch'io".

31 maggio 1985

Fonte: La Stampa

Lo strazio dei famigliari di Domenico Russo

Due morti accertati ma di altri tifosi non si sa nulla 

Da Bruxelles non sono tornati in due a Torino: Giovacchino Landini, 50 anni, titolare di una trattoria toscana in via Spotorno 33 alla barriera di Nizza, abitazione in via (omissis), e Domenico Russo, 26 anni, un elettricista di Moncalieri, dove abitava in via (omissis). Entrambi sono tra le liste ufficiali dei morti; le salme non si sa ancora quando arriveranno. Due famiglie sconvolte dal dolore, per un dramma senza senso, brutale, crudele, imprevedibile. Prima del rimpatrio dei corpi (con aerei militari italiani) devono essere fatte le autopsie di tutte le vittime, quindi ci vorrà ancora qualche giorno. Giovacchino Landini, originario di Capannori in provincia di Lucca, aveva sempre solo frequentato lo Stadio Comunale torinese; tra il lavoro e la famiglia - la moglie Carola Bandiera e due figli, Monica di 22 anni e Andrea di 15 - non aveva tempo e soldi per seguire le trasferte. Lo dipingono come un tifoso tranquillo, di indole pacifica, non iscritto al Club Juventus; tuttavia frequentava il circolo di via Bogino. Per una volta tanto aveva invece deciso di seguire da vicino la mitica partita della Coppa dei Campioni. Il biglietto gli era costato 50 mila lire al mercato nero, dato che gli ingressi normali da diecimila lire erano esauriti. "Ti porterò indietro il biglietto - aveva detto al figlio Andrea di 15 anni - lo terrai per ricordo". La moglie si dispera: "è colpa mia, non dovevo lasciarlo partire. Stavo lavorando nel locale la sera del disastro e ho cominciato a sentire notizie di scontri e disordini per radio. Poi ho visto anche la televisione e mi sentivo morire. I clienti mi rincuoravano, tutti dicevano vedrai che a Giovacchino non è capitato niente. Io mi facevo forza, sorridevo ai clienti, ma avevo un presentimento". "Papà è finito in quel settore, isolato dal suo gruppo proprio perché non aveva trovato il biglietto per tempo: "Quella sera ho cercato per due ore di telefonare a Bruxelles - aggiunge la moglie - ai numeri che diceva la televisione, ma ho trovato sempre occupato. E la gente a Torino ? Come hanno fatto quelli che sono andati in giro di notte con le bandiere e a suonare i claxon, a dimenticarsi dei morti e dei feriti ? Sul massacro continuano ad arrivare testimonianze; molti telefonano al giornale raccontando la propria esperienza, sempre tragica, allucinante. Arnalda Girani, 57 anni, di Scopello in Valsesia telefona: "Ho visto con i miei occhi degli inglesi che hanno aggredito un poveretto che vendeva maglie e bandiere della Juve, e gli hanno rubato la roba, poi sono entrati nel settore degli italiani travestiti da juventini. Noi abbiamo denunciato il fatto subito alla polizia che non ha mosso un dito. Bisogna dirle queste cose. Alla fine gli inglesi se ne sono andati via con cinque pullman e nessuno gli ha detto niente". A Moncalieri, nella casa di Domenico Russo, si stenta ancora a credere alla notizia della morte; la moglie del giovane, Tiziana, incinta di sette mesi, non vuole accettare la verità. Tra l'altro ci sono state lunghe ore di incertezze, informazioni incomplete e non controllate prima di avere la verità. Uno dei fratelli, Salvatore, è stato informato dai carabinieri, ma tutti in famiglia hanno sperato ancora, che si trattasse di un errore, che Domenico tornasse a casa. Russo si era sposato quattro anni fa; lavorava come elettricista in una piccola azienda. "Non era mai andato all'estero in vita sua - racconta il fratello Salvatore - e neanche in altre parti d'Italia. Solo una volta era andato a Cremona a vedere la Roma. Era da tanto, che sognava di andare a vedere la finale della coppa dei campioni. Finalmente era riuscito. E' partito martedì sera col suo amico Alberto "che è rimasto ferito a un braccio. E non è più tornato. Adesso c'è il problema di andare fino a Bruxelles". La tragedia comunque non è ancora finita; parecchi degli spettatori presenti allo stadio Heysel, non sono ancora tornati a casa e le famiglie sono col cuore in gola perché non hanno avuto notizie, né sanno con precisione a chi rivolgersi. Nella capitale belga, non è ancora tutto finito, il grande caos non si è ancora ricomposto, alcune vittime non sono ancora state identificate, né è da escludere che qualcuno sia vagante chissà dove in stato di choc.

31 maggio 1985

Fonte: Stampa Sera

Fonte Fotografia Gonfalone: Comuneditorino.it

"Era la prima volta che seguiva la Juve"

Il torinese morto sugli spalti di Bruxelles era titolare di una trattoria in via Spotorno. Moglie e figli hanno appreso la notizia alle 2.

Nel condominio dove abitava era apprezzato da tutti Giovacchino Landini, 50 anni a novembre, ha pagato con la vita il suo tifo per la Juventus: è morto a Bruxelles, forse travolto nel crollo del "settore Z". La notizia in via Genova (omissis) piano, nell'alloggio dove abitava con la moglie Carola Bandiera e i figli Andrea, 15 anni e Monica, 22, è stata portata dal cronista poco prima delle 2 di, stamane. Nell'alloggio, in un palazzo abbastanza recente, nessuno dormiva. "E' tutta la notte - dice la moglie fra i singhiozzi - che tento di telefonare ai numeri forniti dalla tv. Invano, sempre occupato. Un incubo". E la figlia Monica: "Perché proprio lui ? Non si era mai mosso da Torino. Ma questa volta non c'erano stati santi, voleva vedere la Juve". Giovacchino Landini era molto conosciuto nella zona di via Genova, era il titolare della trattoria Toscana di via Spotorno 33. Gli volevano bene tutti, aveva sempre il sorriso sulle labbra, parlava sovente di sport, della sua Juventus, una passione che aveva contratto nei numerosi anni di permanenza a Torino, dove era arrivato da Capannori, patria di tanti gestori di ristoranti della nostra città. Quando è partito, lunedì, poco prima delle 20 - ricordano i familiari - era tanto contento. Il viaggio era organizzato dal Club di via Bogino, al quale pur non essendo iscritto, si sentiva vicino per fede bianconera. "Adesso non lo vedremo più", affermano fra le lacrime moglie e figli. E mentre smarriti chiedono informazioni, arrivano altri giornalisti, confermano purtroppo la luttuosa notizia. Arriva la televisione, il condominio si sveglia, gli inquilini si affacciano alle porte. Domandano che cosa sia accaduto. Quando sanno, commentano: "Era tanto appassionato della Juventus". Fra le notizie vi è anche quella di un aereo privato con otto persone a bordo, che, arrivate nella capitale belga e saputo della "guerriglia" in atto hanno preferito vedere la partita in televisione. Pier Carlo Perruquet, presidente dello Juventus club, è riuscito a telefonare in via Bogino da Bruxelles alle 22.45. Parole drammatiche: "Non dovrebbero esserci morti tra quelli partiti con noi (una ventina di pullman, due charter). Terribile: è successo di tutto qui". Poi dure accuse: "Le colpe sono del servizio d'ordine inesistente. In campo ci aggredivano e nessuno interveniva". Dalle 21 in poi i telefoni della segreteria dello Juventus club di via Bogino, non hanno smesso un attimo di trillare. "Si sa qualcosa da Bruxelles ? Chi sono i morti ?". Non si è saputo cosa rispondere fino a notte inoltrata, quando si è avuta la sicurezza dell'unico nome certo di Torino. I parenti dei tifosi sono arrivati in massa al termine della partita. Dopo decine di tentativi la titolare di un'agenzia di viaggi è riuscita a mettersi in contatto con l'ospedale militare di Bruxelles, dove si trovano le vittime. Sui tavoli della segreteria è stata compilata una lunga lista di persone partite, che veniva letta al personale dell'ospedale.

30 maggio 1985

Fonte: La Stampa

Giovacchino Landini, titolare di una trattoria, era la prima volta che seguiva la Juve

Ha saputo del marito morto sugli spalti a Bruxelles

mentre i tifosi impazziti festeggiavano in centro

Una notte di disperazione in via Genova (omissis). Da una parte la notizia che Giovacchino Landini era morto durante gli incidenti di Bruxelles travolto da una folla scalmanata di tifosi e dall'altra l'eco dei clacson di altri tifosi che, come se niente fosse, credevano di poter festeggiare ugualmente la vittoria della loro squadra. "Per tutta la notte - racconta la moglie Carola Bandiera - ho cercato di telefonare ai numeri dati dalla televisione. Inutile. Davano occupato. E a ogni tentativo l'angoscia che cresceva con una sorta di presentimento. La notizia che non c'era più nulla da fare l'ha portata un giornalista, pochi minuti prima delle 2 di notte, il palazzo si è svegliato, i vicini di casa si sono affollati sul pianerottolo per portare la loro solidarietà e chiedere se potevano essere utili in qualche cosa. Ma cosa ? I primi comunicati dal Belgio e le successive conferme hanno chiuso gli spiragli di speranza. Giovacchino Landini, 50 anni, titolare della trattoria "Toscana" di via Spotorno 33, è rimasto coinvolto negli incidenti allo stadio di Bruxelles. La moglie in via Spotorno ha appreso la notizia questa notte alle 2. La figlia Monica: "Perché proprio lui ? Non si era mai mosso da Torino, ma questa volta non ci sono stati santi,  voleva a tutti i costi vedere la finalissima". Aveva trovato un posto nel settore "Z": quello dei tifosi italiani ma accanto agli inglesi di Liverpool. E' rimasto travolto dalla folla che, prima dell'inizio della partita, ha abbattuto le transenne. Le impalcature hanno ceduto e centinaia di tifosi sono precipitati facendo un volo di parecchi metri. I soccorsi sono arrivati in ritardo: quando hanno potuto farsi largo fra gente e macerie. Per troppi non c'è stato più nulla da fare. Il bilancio ha le proporzioni di un massacro: decine di morti e decine di feriti. Per tanti le condizioni sono disperate. Landini era arrivato in Piemonte da Capannori (provincia di Lucca) e aveva cominciato a lavorare come ristoratore. Nel suo locale aveva sempre la battuta pronta. I vicini di casa e i suoi clienti in trattoria lo apprezzavano proprio per la sua allegria. A Torino, anno dopo anno, aveva cominciato a tifare per la Juventus: all'inizio in modo abbastanza tiepido ma, con il tempo, con maggiore convinzione. Anche se non era iscritto frequentava il club dei tifosi bianconeri di via Bogino e con loro è partito per vedere la partita di Bruxelles. Spesso parlava di sport: il lunedì c'era da commentare la partita della domenica precedente. Però non aveva mai seguito la squadra: guardava i suoi beniamini alla televisione ma non si era mai mosso di casa per andare allo stadio. Adesso è il tempo dei rimpianti. Aveva due figli: Monica 22 anni e Andrea di 15. "Non si era mai mosso da Torino - dice la ragazza - Niente: da nessuna parte. Questa volta invece aveva voluto andare a tutti i costi. Non ci sono stati santi: voleva vedere la Juventus". Non tornerà più. "Lunedì - ricordano i familiari - quando è partito era contento come un bambino".

30 maggio 1985

Fonte: La Stampa Sera

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