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Tragedie Aeree del Calcio 1871-2019
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Tragedie Aeree del Calcio 1871-2019
4.05.1949
Sciagura Aerea del Grande Torino
Superga, Muraglione della Basilica
(Benfica - Torino)
31  Vittime
"Sono le diciassette di una brutta giornata d’inizio maggio. Torino, così come buona parte dell’Italia del Nord, è avvolta in una straordinaria cappa di maltempo. Il muratore Amilcare Rocco, che abita a un tiro di schioppo dalla cima di Superga, sente un rombo divenire via via sempre più forte fino a farsi assordante. Il fragore che gli passa in un lampo sopra la testa si trasforma subito dopo in un tonfo sinistro. L’uomo esce di casa, solcando la cortina di nebbia. Sulla strada incrocia alcuni contadini della zona, tutti usciti per lo stesso motivo. Correndo sgomenti verso la basilica che domina il colle, gli uomini scorgono sempre più nitido il profilo scomposto di una carlinga, sormontata da una colonna di fumo nero. Il cappellano, don Tancredi Ricca, è già lì che si aggira tra miseri resti di corpi umani, sparsi tra lamiere arroventate e focolai di incendio. Capisce ben presto che per quelle povere anime non si può che pregare. Il giardino che sorge ai piedi della basilica è delimitato da un poderoso bastione: proprio contro di esso si era schiantato l’aereo, un Fiat G 212, provocando un foro circolare di quattro metri di diametro e proiettandosi poi sulla spianata. Nel frattempo, poco distante, al campo dell’Aeritalia, ci si comincia a preoccupare: perché ancora non si sente il rumore del G 212 ? E perché dalla radio del velivolo nessuno risponde più ? L’ultimo contatto è avvenuto qualche minuto prima: "Visibilità zero – aveva scandito in Morse il radiotelegrafista del campo – se volete atterrare dovete volare alla cieca". In quel momento l’aereo era già in vista di Torino. In vista si fa per dire, perché in realtà viaggiava sballottato fra nubi nerissime e raffiche di vento. Ma dopo qualche attimo di silenzio, la risposta proveniente dall’aria aveva sciolto ogni dubbio sulle intenzioni del comandante: "Quota duemila, tagliamo su Superga". Il volo sopra il colle era un fatto abituale per chi si preparava all’atterraggio. Erano le 16,58: di lì a poco si sarebbe compreso il tragico errore, causato forse da un guasto delle apparecchiature di bordo: credendosi a duemila metri di altezza, il pilota viaggiava invece a poco più di duecento. Non stava sorvolando la collina di Superga, stava per colpirla in pieno. Contrariamente agli addetti dell’Aeritalia, i clienti del ristorante di Superga hanno invece già percepito i contorni del dramma. Anche loro hanno sentito il rombo e il tonfo, e dopo pochissimo un uomo proveniente in automobile dal luogo della sciagura li ha messi al corrente dell’accaduto. Una decina di minuti dopo le diciassette la notizia corre via telefono dal ristorante a Torino, da dove partono tredici ambulanze, vigili del fuoco e polizia. Sul colle, attorno alle salme, si continua a rovistare. Alcuni dei corpi sono quasi completamente svestiti per l’urto. Alcuni non hanno più volto. Valigie e pacchi regalo sono sparsi d’intorno. A un tratto qualcuno scorge due maglie di colore granata con lo scudetto tricolore e la verità passa davanti alle menti in un baleno: "E’ il Torino ! E’ l’aereo del Torino che tornava da Lisbona !". La stessa verità che viene urlata di lì a poco in tutta Italia. E da tutta Italia risponde un mare di telefonate a giornali, vigili del fuoco, Aeronautica: "Ma è proprio vero ? Sono loro ? Sono morti proprio tutti ?". I quotidiani della sera, usciti poco dopo in edizione straordinaria, vengono letteralmente strappati di mano agli strilloni. Già: al cospetto della Basilica di Superga, quella sera del 4 maggio 1949, si era immolata una squadra leggendaria, capace di dominare il calcio italiano come mai più sarebbe accaduto. Una squadra e una società assurti a modello assoluto e intoccabile. E proprio il grande prestigio internazionale sarebbe stato indiretto motivo della rovina.
La scintilla era scoccata nel febbraio precedente, quando l’Italia marcata Torino vinse facile, 4 a 1, con il Portogallo. Era quella la prima esperienza del dopo-Pozzo: il ciclo del vecchio alpino, straordinario artefice dei massimi successi, era giunto al tramonto. La Nazionale era stata affidata a una commissione tecnica federale presieduta da Ferruccio Novo, vale a dire il presidente del Torino. Proprio in quell’occasione, il capitano del Portogallo, Ferreira, in cerca di un grande partner per la sua partita d’addio, convinse Valentino Mazzola a portare il Torino a Lisbona, per giocare contro il suo Benfica nel maggio successivo. Novo si era subito mostrato in disaccordo con la promessa fatta dal suo capitano. La trasferta lusitana si incrociava infatti con il finale di campionato e, anche se il Toro era in testa per l’ennesimo anno, gli avversari incalzavano e le distrazioni potevano risultare pericolose. "Va bene - aveva detto Mazzola - facciamo così: se a San Siro contro l’Inter non perderemo, andremo in Portogallo". Novo aveva accettato: del resto non perdere a Milano avrebbe significato scudetto pressoché sicuro, con i nerazzurri tenuti a cinque punti con sole quattro partite da giocare. Non erano più di primo pelo le colonne storiche di quella macchina micidiale. Mazzola, Loik, Menti e Grezar avevano toccato la sponda dei trent’anni, Gabetto era già sui trentatré. Gli altri erano più giovani ma sulle loro spalle pesavano quattro campionati consecutivi a far da lepri irraggiungibili. Sicché la minaccia di quell’Inter, che dopo la guerra aveva smesso di chiamarsi "autarchicamente" Ambrosiana per riappropriarsi del suo vecchio nome, era parsa quanto mai fondata. San Siro traboccava per la partita più importante del campionato. Finalmente c’era la possibilità di mettere paura a quegli undici marziani, che l’anno prima avevano vinto il campionato con sedici punti di vantaggio sulla seconda. L’Inter calava il suo tris d’attacco, formato da Nyers, Amadei e Lorenzi (in tre andarono a segno quell’anno 65 volte). Una trazione anteriore formidabile. Il Toro doveva lasciare in tribuna un febbricitante Mazzola e non era certo una prospettiva gradevole fare a meno del superuomo, dell’atleta capace di dispensare saggezza, potenza e meraviglie tecniche in ogni parte del campo. Ma alla fine, la missione fu compiuta: 0 a 0, con qualche patema. La strada era ormai in discesa fino alla fine. "Nell’ora del pericolo - scrisse quel giorno il direttore di Tuttosport, Renato Casalbore - la squadra granata ha svelato una potente freschezza atletica e anche questi sono segni della classe di una squadra; voglio dire: saper essere tempestivamente al momento giusto, sempre aderenti alla situazione. Ed era una situazione difficile per il Torino. Domani i campioni partono per Lisbona".
Partono, annotò Casalbore. In realtà avrebbe dovuto scrivere "partiamo", perché sull’aereo dei granata, il 2 maggio, stava per imbarcarsi anche lui. Intorno a quell’aereo, a dire il vero, si svolse una singolare danza di appuntamenti mancati o centrati in extremis: il giovane granata Giuliano, per esempio, che già da un po’ bazzicava la comitiva dei "grandi", fu bloccato da problemi di passaporto e lasciò il posto proprio a Casalbore. A terra rimase anche Gandolfi, il portiere di riserva che presentatosi all’aeroporto scoprì con dispetto che al suo posto era stato convocato Dino Ballarin, fratello minore di Aldo. Così come restarono in Italia Nicolò Carosio e Ferruccio Novo: la "voce" del calcio italiano era inizialmente della partita, ma la prima Comunione del figlio lo convinse a rinunciare in favore di Renato Tosatti, della Gazzetta del Popolo. Novo, invece, era a letto malato. E infine, non partì uno dei rincalzi, Sauro Toma: qualche giorno prima, vittima di una distorsione, si era fatto visitare insieme con Maroso. Per Lisbona il medico bloccò Toma e diede via libera a Maroso. Peraltro, il fine terzino sinistro, che ad appena 24 anni aveva già le stimmate del fuoriclasse, sarebbe partito solo per ingrossare la schiera dei rincalzi. Neanche Mazzola era ancora del tutto guarito dalla sua influenza, ma come poteva rinunciare a quella trasferta che proprio lui aveva organizzato ? Invano un altro grande giornalista e disegnatore di Tuttosport, Carlin Bergoglio, aveva cercato di persuaderlo: "Non andare, sei ancora malato". "I campioni e lo sport vanno onorati degnamente", sosteneva capitan Valentino. La partita non aveva tradito le attese del pubblico. Del resto, se il Torino era un punto di riferimento internazionale, anche il prestigio del Benfica era molto alto. I granata avevano perduto di misura, anche perché la fatica di San Siro non poteva essere svanita in tre giorni, ma lo spettacolo offerto sul campo era stato divertente e di buon livello. Il giorno dopo, sulla Stampa Sera, Luigi Cavallero, che con Casalbore e Tosatti componeva il terzetto di giornalisti al seguito del Toro, aveva scritto: "Stamane i granata si sono alzati presto per prepararsi al ritorno. Tra poche ore l’aereo, che ha trasportato a Lisbona dirigenti, giocatori e giornalisti, spiccherà il volo per atterrare all’Aeronautica di Torino, tempo permettendo, verso le 17. Che le nubi ed i venti ci siano propizi e non facciano troppo ballare…". La mattina del 4, erano infatti giunte dall’Italia notizie poco rassicuranti. Pioveva a catini, il Po era gonfio come mai negli ultimi 50 anni e tracimava rovinosamente sulla piana. In migliaia abbandonavano le loro case. Il Fiat G 212, velivolo ad elica fabbricato solo due anni prima, era decollato in direzione Milano Malpensa, dove i giocatori avrebbero trovato il celebre "Conte Rosso", il pullman che sempre li accompagnava in trasferta. A Barcellona, dove aveva fatto scalo per il rifornimento, il comandante Meroni era stato avvertito delle critiche condizioni meteorologiche di Torino. Eppure, chissà perché, aveva deciso di ignorare il previsto arrivo a Milano per atterrare proprio nel capoluogo piemontese. Su questa decisione fioriranno poi sospetti romanzeschi. Nell’aeroporto catalano i granata avevano incrociato i giocatori del Milan, diretti a Madrid per affrontare il Real: "Loro erano stravolti - ricorderà il milanista Carapellese - avevano già avuto un brutto trasferimento da Lisbona a Barcellona. Parlammo di cose comuni, della loro partita con il Benfica, della nostra con il Real Madrid, della rabbia che certamente gli spagnoli avrebbero avuto per vendicare il 3-1 che l’Italia aveva inflitto proprio a Madrid alla Spagna qualche tempo prima. Parlammo pochi minuti poi ciascuno si diresse verso il proprio aereo".
A Montecitorio, la notizia della sciagura arriva mentre è in atto una discussione animata. Immediatamente i lavori vengono sospesi in segno di lutto. Il presidente del Consiglio De Gasperi è in Sardegna. Al posto suo, per Torino parte il sottosegretario Andreotti. Intanto, la strada per Superga è ormai preda di un gigantesco ingorgo: centinaia di automobili, migliaia di ciclisti, gente che a piedi sfida la pioggia. Tutti vogliono constatare di persona, ma tutti, compresi i familiari delle vittime, vengono bloccati ai cancelli della Basilica. I vigili del fuoco hanno ormai spento gli ultimi, flebili focolai. E’ arrivato anche Vittorio Pozzo. Antica anima granata, conosce e ama quella squadra che anche lui ha contribuito a formare e che ha trasferito in azzurro quasi in blocco nell’ultima parte della sua epopea azzurra. Dal Torino il vecchio maestro si è distaccato a causa di un dissidio personale con Novo, proprio l’uomo che lo ha sostituito alla guida della Nazionale. Ma i ragazzi no, non c’entrano, per lui sono come figli. Pozzo avanza con passo eretto fra i rottami, incrociando gente che corre, che grida, che piange. "Su un lato del terrazzo - ricorderà dieci anni dopo - spazzando i rottami, qualcuno aveva già disposto quattro o cinque cadaveri. Erano i corpi, non martoriati, di Loik, di Ballarin, di Castigliano… Li riconobbi, e li nominai, sentendo uno dei presenti che aveva dato un’indicazione errata. Li conoscevo, oltre che dal viso, dagli abiti, dalle cravatte, da tutto. Fu allora che mi accorsi di un maresciallo dei carabinieri, che mi seguiva e prendeva nota di quanto dicevo. "Nessuno meglio di lei…", sussurrò, mettendosi sull’attenti. Fu allora, mentre rovistavo fra i resti di un po’ di tutto che giacevano al suolo, che un uomo più alto di me ed avvolto in un impermeabile, mi mise una mano sulla spalla e mi disse in inglese: "Your boys", i suoi ragazzi. Era John Hansen della Juventus, accorso fin lassù. Non so se piangessi, in quel momento. Dopo sì". Pioggia, nebbia e vento, compagni maledetti di quella giornata, non danno tregua: i morti vengono via via raggruppati sul piccolo piazzale dietro la canonica e coperti da un grande telone impermeabile. Quattro di essi sono stati scagliati molto lontano dal luogo dell’impatto. Ai piedi di Renato Tosatti viene trovata una foto del Torino edizione ’46-47. E’ appena bruciacchiata ai margini, solo il viso di Castigliano è stato mangiato. Dopo tre ore l’opera di ricomposizione è compiuta: si decide di trasferire il riconoscimento ufficiale al cimitero di Torino, dove il tragico corteo arriva alle 21. E’ ancora Pozzo, assieme ad altre due persone e a due medici, a farsi carico del triste compito. L’ex commissario azzurro ha un paio di cedimenti, ma procede nell’identificazione. In molti casi si deve riconoscere la salma da un anello, da un documento, da qualche oggetto personale. Martelli e Maroso, riconosciuti solo per eliminazione, mettono a dura prova l’animo e la scorza di Pozzo. Quella sera, in una casa di Torino, il piccolo Sandro nota uno strano via vai di gente. In quella casa vive con una donna che non è sua madre, mentre sua madre è a Cassano d’Adda con il fratellino Ferruccio. A Sandrino nessuno dice quella sera che suo padre, il grande, generoso, infedele Mazzola, non tornerà mai più. Il figlio di Ossola, invece, non può avere di questi problemi, visto che è stato appena concepito. E pensare che suo padre, appresa la lieta novella, era così eccitato che per farlo partire per Lisbona avevano dovuto faticare. A poche ore dall’incidente, l’Italia è già in lutto: il Grande Torino era da tempo al di sopra del tifo di parte e delle beghe di campanile. Era l’orgoglio di tutti; un simbolo della rinascita italiana dopo le piaghe di guerra; un inno alla gioventù, alla forza, alla lealtà. In un attimo era finito tutto, per un guasto, un errore o chissà che altro. L’aereo sembrava ora un’invenzione perversa: Carapellese e Lorenzi, compagni in azzurro dei granata, non vorranno più salirci, per tutta la vita. Boniperti ricorderà le parole che un giorno gli disse Loik, durante una trasferta della Nazionale: "Questa - e si riferiva all’aereo - sarà la nostra bara". Il trauma sarà così forte che un anno più tardi l’Italia partirà per i mondiali brasiliani in nave anziché in aereo. Risultato: durante il viaggio tutti i palloni d’allenamento finiranno in mare e tutti gli atleti arriveranno sballottati e fuori forma. Già, i mondiali: sarebbe stata forse quella la consacrazione del Grande Torino, chiamato a difendere in azzurro il titolo conquistato da Meazza e compagni nell’ormai lontana ultima edizione del 1938. Giocatori che in tempi normali avrebbero partecipato a due o tre edizioni del torneo più prestigioso, non fecero in tempo a viverne una. Prima la guerra, poi la morte. Proprio in Brasile, nel 1947, i granata in tournée avevano lasciato negli occhi della "torcida" riflessi entusiasmanti. Tanto che anni dopo il giovane talento Altafini venne soprannominato "Mazzola". Anche in occasione della trasferta brasiliana, peraltro, l’aereo che portava il Torino a Rio volteggiò pericolosamente per tre ore su un cielo in burrasca alla ricerca dell’atterraggio. Il giorno del funerale, Torino è una città distrutta: al passaggio delle salme in molti si inginocchiano singhiozzando, come se in quelle bare ognuno avesse lasciato un pezzo della propria giovinezza. Carlin, su Tuttosport, riferisce il toccante discorso del presidente federale Barassi: "Egli aveva parlato agli atleti racchiusi tutt’intorno (sorridevano i loro ritratti sulle bare) come se sentissero, e ci era parso veramente che sentissero. Aveva assegnato ad essi, ufficialmente, il quinto scudetto consecutivo, li aveva premiati simbolicamente per nome, uno per uno, chiamando anche i giornalisti, i dirigenti, gli uomini dell’equipaggio, infine aveva ancora chiamato Mazzola: "La vedi questa bella Coppa ? (e disegnava con le braccia aperte una gran coppa nell’aria). La vedi com’è bella ? E’ per te, è per voi. E’ molto grande, è più grande di questa stanza, è grande come il mondo: e dentro ci sono i nostri cuori". Una vicino all’altra, le bare di Bacigalupo, Martelli e Rigamonti, quelli del "trio Nizza", com’erano chiamati dalla via in cui abitavano. "Noi tre dobbiamo morire insieme - diceva Rigamonti - perché siamo troppo amici; e tu Martelli, che sei piccolo, ti porteremo in tasca dal Signore Iddio". "Siamo vecchi torinesi - annota ancora Carlin - ma non ricordiamo di aver mai visto nulla di simile, una unanimità così commossa, una vibrazione così profonda".
Salutato il Grande Torino, il calcio italiano non ritroverà più per anni un modello di squadra così compatta e vincente. Anzi, di lì in poi salirà alla ribalta un ben diverso stereotipo di calciatore italico: il bambino viziato, superpagato, isterico, individualista, refrattario al sacrificio. La gente conserverà la passione per il calcio, ma perderà in buona misura la stima del calciatore. La Nazionale, infarcita di oriundi poco interessati alla causa, passerà da una delusione all’altra. Ci vorrà l’Inter di Moratti ed Herrera per riportare il nostro calcio alla gloria. E nella notte di Vienna, 27 maggio 1964, i nerazzurri vinceranno la loro prima Coppa dei Campioni ai danni del leggendario Real Madrid con due reti di Sandro Mazzola. Al termine della gara, un ormai invecchiato Puskas, che da ragazzino, in un’Italia-Ungheria del 1947, aveva incrociato la sua rotta con gli uomini del Grande Torino, si sfilerà la maglia a la donerà a Sandrino: "Ho conosciuto tuo padre - gli dirà - e oggi ho capito che tu sei degno di lui". La sciagura di Superga, nell’immaginazione popolare, rese eroi immortali i componenti di quella squadra. Si seppe poi che Novo, notando degli scricchiolii nella macchina perfetta che aveva costruito, aveva in mente dei ritocchi sostanziali. Esistevano già trattative per il milanista Annovazzi e per uno scambio fra Castigliano e il centrocampista dell’Inter Campatelli. Inoltre, si ipotizzava un futuro rimpiazzo di Loik, apparso fra i più logori, e dell’anziano Gabetto. Ma chissà con quale rammarico il presidentissimo si sarebbe separato dai suoi ragazzi. Raccontano che da quando il fato glieli strappò d’un colpo, Novo si perse nel dolore. Aveva azzeccato tutto prima, sbagliò tutto dopo. Come se ai piedi della Basilica fosse rimasta anche la sua anima…". Fonte: Storiedicalcio.altervista.org ("Un urto nella nebbia e il grande Torino non c’è più" di Marco Filacchione)
6.02.1958
Sciagura Aerea del Manchester
Monaco di Baviera, Aeroporto "Riem"
(Stella Rossa Belgrado – Manchester United)
23  Vittime
Il disastro aereo di Monaco di Baviera avvenne il 6 febbraio 1958, quando il volo 609 della British European Airways si schiantò al suo terzo tentativo di decollo da una pista ricoperta di neve mista a fango all'aeroporto di Monaco-Riem, nella Germania Ovest. A bordo dell'aereo c'era la squadra di calcio del Manchester United, soprannominata i Busby Babes, insieme ad alcuni sostenitori e giornalisti: morirono 23 dei 44 passeggeri. Il volo charter, destinato all'aeroporto di Manchester, era gestito dalla British European Airways (BEA) utilizzando un velivolo Airspeed Ambassador, precisamente con matricola G-ALZU, intitolato a William Cecil, 1º barone di Burghley. La Coppa dei Campioni fu disputata per la prima volta nel 1955, ma nessuna squadra inglese prese parte al torneo a causa delle regole imposte dalla Football League. Il Manchester United partecipò alla Coppa dei Campioni 1956-1957 giungendo alle semifinali, dove venne sconfitto dai futuri campioni del Real Madrid; era quindi una delle formazioni favorite per l'edizione successiva del 1957-1958. La squadra era conosciuta con nome di Busby Babes per via dell'allenatore Matt Busby e dell'età media dei giocatori, davvero molto giovane.
Il club aveva noleggiato un aereo per fare ritorno dalla partita di Coppa dei Campioni contro la squadra jugoslava della Stella Rossa di Belgrado, terminata con un pareggio per 3-3 (con questo risultato il Manchester United si era qualificato alle semifinali, avendo vinto la gara di andata per 2-1). Il decollo da Belgrado fu ritardato di un'ora perché il giocatore del Manchester United Johnny Berry aveva perso il suo passaporto. Poi l'aereo fece una fermata programmata a Monaco per rifornirsi di carburante. Mancava il "trainer" della squadra, di fatto il vice di Busby, Jimmy Murphy, casualmente assente in quanto impegnato come selezionatore della nazionale gallese nello spareggio per le qualificazioni al campionato mondiale di calcio 1958. Il capitano James Thain, il pilota, tentò di decollare due volte, ma entrambi i tentativi furono infruttuosi per un surriscaldamento del motore sinistro. Al terzo tentativo di decollo si decise di ovviare al surriscaldamento del motore sinistro "ritardandone" l'accelerazione, facendo percorrere all'aereo una lunghezza maggiore di quella usualmente richiesta. Per questo l'aereo fu costretto a utilizzare un tratto di pista non percorso quel giorno dagli altri aerei. In quella zona della pista era presente un sottile strato di neve sciolta, che ostacolò l'accelerazione dell'aereo, impedendo così il decollo. Durante questa operazione l'aereo raggiunse i 117 nodi (217 km/h), ma nel tratto finale calò a 105 nodi (194 km/h), una velocità troppo bassa per poter volare e con troppa poca pista per poter interrompere il decollo. Alle 15:04 l'aeroplano si schiantò sulla recinzione che circondava l'aeroporto e poi su una casa, che in quel momento era vuota. Parte dell'ala e parte della coda vennero strappate. Il velivolo prese fuoco. Il lato sinistro della cabina di pilotaggio colpì un albero, il lato destro della fusoliera un capanno di legno, all'interno del quale c'era un camion pieno di pneumatici e carburante, che esplose.
L'incidente provocò la determinazione dei limiti operativi per l'accumulo di ghiaccio consentito sulle piste. Le autorità aeroportuali tedesche (che erano legalmente responsabili dello stato delle piste, sebbene non conoscessero il pericolo che il ghiaccio sulla pista comporta per aerei come l'Ambassador), intentarono un'azione legale contro il capitano Thain, che sopravvisse allo schianto, sostenendo che era decollato senza sbrinare le ali e che la responsabilità per l'incidente era solo sua, nonostante numerosi testimoni affermassero che ciò non era vero. Le ipotesi delle autorità tedesche erano fondate su una foto del velivolo (pubblicata su diversi giornali) scattata poco prima del decollo, dove è visibile la neve sulla superficie superiore dell'ala. Quando fu esaminato il negativo originale, tuttavia, non venne notato né neve né ghiaccio; la "neve" era dovuta a una copia in negativo delle immagini pubblicate. I testimoni che accorsero subito dopo lo schianto e che esclusero la presenza di ghiaccio, rilevata invece dal responsabile delle indagini, giunto sul luogo solo nella notte inoltrata, non vennero chiamati o presi in considerazione dagli inquirenti tedeschi e il procedimento contro Thain proseguì fino al 1968, quando fu finalmente esclusa - almeno dalle autorità britanniche - ogni sua responsabilità. La causa ufficiale, come riportato dalle autorità britanniche, fu un accumulo di ghiaccio e neve sciolta sulla pista che frenò improvvisamente l'aereo impedendogli di raggiungere la velocità necessaria per il decollo. Thain, che fu licenziato dalla BEA poco dopo l'incidente e non venne mai più reintegrato, andò in pensione tornando a fare l'avicoltore nel suo allevamento situato nel Berkshire. Morì nel 1975 per un attacco di cuore all'età di 53 anni.
Le vittime: (Giocatori Manchester United) Geoff Bent - Roger Byrne - Eddie Colman - Duncan Edwards (sopravvissuto allo schianto - morì 15 giorni dopo in ospedale) - Mark Jones - David Pegg - Tommy Taylor - Liam "Billy" Whelan. Staff Manchester United: Walter Crickmer (Segretario del Club) - Bert Whalley (Preparatore Atletico) - Tom Curry (2° allenatore). Giornalisti: Alf Clarke (Manchester Evening Chronicle) - Don Davies (Manchester Guardian) - George Follows (Daily Herald) - Tom Jackson (Manchester Evening News) - Archie Ledbrooke (Daily Mirror) - Henry Rose (Daily Express) - Eric Thompson (Daily Mail) - Frank Swift (News of the World, oltre che preparatore dei portieri dell'Inghilterra e del Manchester City). Membri dell'equipaggio ed altri passeggeri: Capitano Kenneth Rayment (Copilota inglese sopravvissuto allo schianto, morì 3 settimane dopo a causa di un trauma cerebrale e per le numerose ferite) - Tom Cable (Steward) - Bela Miklos (Agente di viaggi) - Willie Satinoff (Tifoso amico personale di Matt Busby). Fonte: Wikipedia.org
16.07.1960
Sciagura Aerea della Danimarca
Copenaghen, Aeroporto di "Kastrup"
(Incontro di Selezione Olimpica a Herning)
8  Vittime
Una sciagura che ricorda, purtroppo, quelle del Grande Torino e del Manchester United: nel primo pomeriggio, vicino all’aeroporto di Kastrup a Copenaghen, nella fase di decollo cade e s’inabissa in mare un piccolo aereo noleggiato da una comitiva di calciatori della Nazionale Olimpica della Danimarca. Era diretto a Herning, nella penisola dello Jutland, per far disputare loro una gara di selezione in vista del prossimo torneo calcistico delle Olimpiadi. Perdono la vita tutti gli 8 sportivi che erano a bordo.  Unico superstite, gravemente ferito, il pilota. Fonte: Saladellamemoriaheysel.it "Dopo poche centinaia di metri - secondo le prime risultanze delle indagini della polizia - un motore si era spento. Vindeloev (NDR: il pilota) aveva virato di bordo, tentando con una disperata manovra di rientrare alla base. I presenti hanno visto l'aereo perdere gradatamente quota, ma hanno avuto l'impressione che esso riuscisse a posarsi sulla terra che degrada verso il mare. Invece a una quarantina di metri dalla riva l'aereo precipitava nell'acqua. Il fondale in quel punto è assai basso, forse meno di due metri, ma l'urto è stato violento. Agli uomini delle lance di soccorso, subito portatesi sul luogo si è presentato un orribile spettacolo". Fonte: La Stampa
3.04.1961
Sciagura Aerea del Green Cross
Monte Lástima, Nevados de Longaví
(Provincial Osorno – Green Cross)
24  Vittime
"Partito da Temuco, a Osorno si imbarcarono i giocatori del Green Cross, reduci dall'incontro (NDR: terminato 1-1) con il Provincial Osorno, valevole per la Copa Chile. Poiché la rosa era troppo numerosa, la squadra venne divisa in due gruppi e imbarcati su due aerei differenti. (NDR: per il viaggio l'allenatore della squadra aveva diviso gli atleti scegliendoli gettando in aria una monetina) La maggior parte dei componenti del Green Cross scelse il secondo aereo, dato che il primo effettuava troppi scali prima di giungere a Santiago.  Il volo aveva una durata prevista di due ore e trenta minuti. Circa un'ora e un quarto dopo il decollo, l'equipaggio aveva chiesto il permesso di volare ad una altitudine minore, a causa del ghiaccio. Il permesso fu però negato, a causa della possibile sovrapposizione con la rotta di un altro volo. Istruzioni successive della torre di controllo di Santiago indicarono un percorso alternativo all'aereo. Ad esse non seguì più alcun contatto radio.  Alle ore 23:57 il Douglas DC-3 della compagnia aerea LAN siglato CC-CLD si schiantò contro il monte Lástima. Come probabili cause furono avanzate diverse ipotesi tra le quali il danneggiamento di un motore. Oltre ai 4 membri dell'equipaggio perirono nell'incidente 8 calciatori, l'allenatore ed il medico della squadra, la terna arbitrale, due dirigenti della federazione calcistica cilena e altri cinque passeggeri. I resti dell'aereo furono ritrovati da un gruppo di alpinisti ad oltre 3000 metri di altitudine nel febbraio 2015". Fonte: Wikipedia.org
26.09.1969
Sciagura Aerea del "The Strongest"
Ande, Viloco loc. "La Chanca"
(Real Santa Cruz - Strongest)
74  Vittime
"E' la sera del 26 settembre 1969: sono trascorsi vent’anni e poche settimane dalla sciagura che cancellò il Grande Toro. Un DC-6 della compagnia Lloyd Aéreo Boliviano precipita in una regione montuosa denominata "La Chanca", vicino al centro minerario di Viloco, a un centinaio di chilometri dalla capitale La Paz. A bordo del velivolo si trova quasi al completo la rosa dello Strongest di La Paz, uno dei club più blasonati del Paese (16 titoli nazionali). La squadra era al rientro da una trasferta a Santa Cruz, dove ha giocato un'amichevole. Muoiono nell'impatto 69 passeggeri, tra cui 19 "Tigri di La Paz" (questo il soprannome che viene dato ai calciatori in casacca giallonera). In tutto il Paese è dolore immenso. Tra i giocatori scomparsi nella tragedia di "La Chanca" ci sono alcuni argentini e paraguaiani, e ciò contribuisce a creare ondate di commozione anche oltre i confini della Bolivia. Una grande folla sfila per due giorni verso la Cattedrale Metropolitana di La Paz, dove si tiene la veglia funebre, e migliaia di persone accompagnano al cimitero le salme dei giocatori, dell'allenatore e degli assistenti tecnici. Essendo la rosa dello Strongest praticamente radiata, si pensa che, con il disastro, per la società sia giunta la fine. Ma Rafael Mendoza, uno dei dirigenti che fortunatamente non aveva partecipato al viaggio, decide di far risorgere lo Strongest e, insieme a un gruppo di amici attaccatissimi ai colori del club, inizia l'opera di ricostruzione. L'attestato di solidarietà certamente più significativo arriva dai rivali storici del Bolivar. Ma si mettono in moto anche la FIFA, la federazione boliviana e alcune società di calcio estere (soprattutto argentine: River Plate e Boca Juniors). Alberto J. Armando, presidente del Boca Juniors, organizza una partita di beneficenza a Buenos Aires e dà in prestito a Mendoza alcuni giocatori del suo vivaio. Così può risorgere The Strongest, che fu ed è tra i più importanti porta vessilli dello sport boliviano. Sotto la guida di "Don Rafo", The Strongest tornò a trionfare nel campionato nazionale e, dopo che in tempi non lontani è stato costruito il nuovo stadio e un moderno centro per lo sport e il tempo libero, il club delle "Tigras" di La Paz è più vivo e prosperoso che mai". Fonte: Francobrain.com (La "Superga" Boliviana)
11.08.1979
Sciagura Aerea del Pakhtakor
Ucraina, Dniprodzeržyns'k
(Dinamo Minsk - Pakhtakor)
178 Vittime
L'11 agosto 1979 vicino Dniprodzeržyns'k nei cieli di Ucraina si scontrano a oltre seimila metri due Tupolev Tu-134 della compagnia Aeroflot: tra le 178 vittime dei due velivoli anche i 17 calciatori e lo staff tecnico del PFK Pakhtakor di Tashkent, squadra uzbeka della Vyssaja Liga, la massima serie di calcio sovietica del tempo, diretto verso una trasferta del campionato, a Minsk in Bielorussia, contro la Dinamo. Alcuni giocatori si salvarono poichè rimasero a Tashkent infortunati, anche l’allenatore Oleg Bazilevič evitò la tragedia grazie ad un permesso per motivi familiari, si trovava in Crimea."Un controllore di volo aveva segnalato che i due aerei erano in rotta di collisione e aveva ordinato al 65735 di salire a 9000 metri. Il controllore ricevette una risposta smorzata e pensò che fosse una risposta affermativa da parte del 65735, ma in realtà quella comunicazione proveniva da un altro aereo, e i due aerei si scontrarono in uno scenario nuvoloso". La formazione viene "ricostruita" grazie al prestito gratuito di un giocatore da parte di ogni squadra del campionato (Tra questi Andrei Yakubik, della Dinamo Mosca, il quale, dopo un breve ritorno a Mosca nel 1980, terminerà la carriera di nuovo nella squadra di Tashkent, dove realizzerà ben 58 gol in 105 partite e guiderà la squadra allo storico sesto posto del 1982). I clubs chiesero anche alla Federazione il blocco della retrocessione della squadra per tre anni. E’ una delle tragedie peggiori della storia del calcio sovietico. Fonti: Saladellamemoriaheysel.it – Wikipedia.org
5.12.1987
Sciagura Aerea Presidente Fiorentina
Loc. Montagnassa, Piossasco (TO)
Pres. Pier Cesare Baretti  
 Cap. Oreste Puglisi
Il Presidente della Fiorentina, Pier Cesare Baretti, muore sabato 5 dicembre 1987 all'età di 48 anni, in un tragico incidente aereo mentre pilota un "Cessna 172" sorvolando le montagne del Pinerolese. Poiché non volava da diverso tempo e gli era scaduto il brevetto, aveva deciso di macinare alcune ore di volo per rinnovarlo. Per questo aveva voluto al suo fianco, in qualità di esperto co-pilota, un suo vecchio amico, il Comandante Oreste Puglisi, 71 anni, che in carriera aveva fatto parte anche dello stormo della pattuglia acrobatica. Dopo le 11 il decollo dall’Aeroclub di via Briglia al campo Edoardo Agnelli degli stabilimenti Aeritalia. E’ previsto un volo breve intorno a Torino, ma il tempo è molto cattivo, piove a dirotto e ci sono a tratti dei banchi di nebbia. Il veivolo resta sugli schermi radar dell'aeroporto soltanto mezz' ora. Alle 11.34 Baretti avverte via radio la centrale di controllo di trovarsi "sopra None", che "la visibilità è scarsa" e che sta "tornando indietro". "Dirigo per Rivoli, fra due minuti vi do le nuove coordinate". Poi il silenzio. Alle 11.38 dall'Aeroclub viene segnalata la scomparsa e si teme una sciagura: l’aereo, infatti, è precipitato ad una ventina di chilometri da Torino sulla dorsale prealpina, schiantandosi su un costone immerso nella nebbia, in località Montagnassa, a circa 800 metri di altitudine sulle colline di Piossasco. La tremenda notizia sconvolge la Comunità del Calcio. Baretti è stato un ottimo giornalista e direttore di Tuttosport, ma soprattutto un valente dirigente sportivo nazionale. E’ un lutto sentito ed una gravissima perdita per tutto lo Sport Italiano.  Fonte: Saladellamemoriaheysel.it
8.12.1987
Sciagura Aerea dell'Alianza Lima
Sud Oceano Pacifico (A largo di Callao)
(Deportivo Pucallpa - Alianza Lima)
43 Vittime
Il 7 dicembre 1987 l'Alianza Lima, soprannominata Los Potrillos e considerata una delle migliori squadre di calcio del Perù in quel periodo, giunge a Pucallpa per giocare una partita di campionato contro il Deportivo. Nel volo di ritorno, il giorno dopo, la squadra peruviana sale a bordo di un fokker F27 della Marina Militare, affittato dalla società per l’occasione. L'aereo era in cattive condizioni di manutenzione e registrava vari malfunzionamenti nella strumentazione di bordo. Alle 20.05 i piloti contattano la torre di controllo dell'Aeroporto Internazionale "Jorge Chávez" di Lima per chiedere l'autorizzazione ad atterrare: permesso accordato nonostante i problemi con il sistema d’illuminazione della pista. Un guasto a bordo getta nel panico i due piloti, Edilberto Villar e il vice César Morales, i quali sbagliano a consultare il manuale per le situazioni d’emergenza e, durante una manovra per tornare in linea con la pista, colpiscono il mare con l’ala destra. L’aereo si inabissa nel Pacifico, al largo di Callao. Il bilancio è tragico: su 44 passeggeri si salva solamente uno dei piloti, il tenente Villar. Gli altri, invece, muoiono tutti: i 16 giocatori dell'Alianza Lima, i componenti dello staff tecnico, l'altro pilota con l’equipaggio del veivolo, la terna arbitrale della partita disputata ed alcuni giornalisti e tifosi al seguito della squadra. L’unico sopravvissuto fu il tenente Edilberto Villar, protetto in seguito dalla Marina peruviana che non ha mai divulgato informazioni sull’incidente e mai permesso indagini federali o private. Ascoltando fonti vicine ai vertici militari dell'epoca, molti anni dopo si stabilì per certo che la tragedia fu determinata dalla scarsa esperienza di volo notturno dei piloti e dalle condizioni del mezzo che presentava alcuni problemi meccanici già prima del decollo. Fonte: Saladellamemoriaheysel.it
7.06.1989
Sciagura Aerea del Colourful 11
Paramaribo, Volo Surinam Airways 764
(Tournee in Suriname)
176 Vittime
La squadra dell’Het Kleurrijk 11 ("l’undici di colore") fu fondata nel 1986 da un assistente sociale di Amsterdam, Sonny Hasnoe, che lavorava da anni nel ghetto di Bijlmermeer e condivideva le difficoltà sociali dell’enorme quartiere. Credeva al calcio come ad una possibilità di allontanare i ragazzi dalla strada, dalla droga e dalla violenza. Il "Colourful 11" era composto da una selezione di calciatori professionisti surinamesi con un duplice fine: offrire un esempio positivo alla comunità giovanile di Bijlmermeer ed una raccolta di fondi per sviluppare il calcio surinamese, rimasto ad un livello amatoriale. L’iniziativa entusiasmò sia i giocatori che l’opinione pubblica di Olanda e Suriname. Tre anni dopo si organizzò una tournée in Suriname. Ai calciatori di origine surinamese più celebri delle grandi formazioni europee, Gullit, Rijkaard, Winter, Roy, Blinker e Gorré, venne impedita la partecipazione dai rispettivi club. Alle ore 4.27 del 7 giugno 1989 l’aereo che conduceva il team ed altri passeggeri iniziava la sua discesa verso l’aeroporto di Paramaribo-Zanderij. La nebbia ed un errore di manovra del pilota combinarono l’impatto violento di un’ala contro un albero: l’apparecchio capovolgendosi si schiantò al suolo, spezzandosi e prendendo fuoco. Dei 187 a bordo, tra equipaggio e passeggeri, si salvarono appena 11 persone. Tra queste i 3 calciatori: Sigi Lens, Edu Nandlal e Radjin de Haan. Fonte: Saladellamemoriaheysel.it
27.04.1993
Sciagura Aerea dello Zambia
Oceano Atlantico, a largo di Libreville
(Senegal-Zambia)
30 Vittime
"Con disastro aereo dello Zambia si identifica un incidente aereo che si verificò nel tardo pomeriggio del 27 aprile 1993 quando un de Havilland Canada DHC-5 Buffalo marche AF-319 dell'aeronautica militare zambiana si inabissò nell'oceano Atlantico circa 500 metri al largo della vicina Libreville, in Gabon. L'aereo trasportava gran parte della nazionale di calcio zambiana, diretta a Dakar per un incontro con il Senegal valevole per le qualificazioni al campionato mondiale di calcio 1994. Tutti i 25 passeggeri e i 5 membri dell'equipaggio perirono nell'incidente. Un'inchiesta gabonese sull'incidente concluse che il pilota spense il motore sbagliato dopo un incendio. L'indagine scoprì che la stanchezza del pilota e un errore della strumentazione di bordo contribuirono all'incidente. Il volo era stato preparato dalla Zambian Air Force in maniera particolare per la nazionale zambiana. Il viaggio era stato programmato con tre scali tecnici per il rifornimento; il primo a Brazzaville, in Congo, il secondo a Libreville, in Gabon e il terzo ad Abidjan, in Costa d'Avorio. Durante il primo scalo a Brazzaville fu trovato il problema al motore. Nonostante questo, il volo continuò e dopo pochi minuti dall'essere ripartito dal secondo scalo di Libreville il motore sinistro prese fuoco. Il pilota, che aveva già trasportato la squadra da un match alle Mauritius il giorno prima, spense quindi il motore destro, causando la totale perdita di potenza dell'aereo durante il decollo dall'aeroporto di Libreville e la conseguente caduta in mare a 500 metri dalla costa. Un rapporto gabonese sull'accaduto, pubblicato nel 2003, attribuì l'errore del pilota a una luce d'emergenza difettosa e alla stanchezza da parte del pilota stesso. L'aeromobile entrò in servizio nel 1975. Rimase fuori servizio cinque mesi dal tardo 1992 fino al 21 aprile 1993. Voli di prova furono eseguiti il 22 aprile e il 26 aprile. Prima della partenza per il Senegal, dei controlli rilevarono un certo numero di difetti nel motore, ma il volo fu confermato come da programma. Tutti i 30 fra passeggeri e equipaggio, fra cui 18 giocatori, il c.t. della nazionale e lo staff tecnico, perirono nell'incidente. Il capitano dei "Chipolopolo" (NDR: "i proiettili di rame") e successivamente commissario tecnico della nazionale, Kalusha Bwalya, non era a bordo dello sfortunato volo perché era impegnato nei Paesi Bassi per il PSV Eindhoven e aveva stabilito un viaggio differente per raggiungere i compagni in Senegal e partecipare alla gara. Charles Musonda, a quel tempo in Belgio con l'Anderlecht, si era precedentemente infortunato e non era sul volo. Si salvò pure Bennett Mulwanda Simfukwe, che non fu convocato per l'occasione. Una campagna per rendere pubblica l'inchiesta gabonese sul disastro fu portata avanti per tutti gli anni 2000. Nel novembre 2003 un'inchiesta preliminare sull'incidente fu pubblicata dal governo gabonese. Nonostante questo i familiari delle vittime continuarono a pressare il governo zambiano a produrre un rapporto sul perché all'aeromobile fu permesso di lasciare lo Zambia. I membri della nazionale morti nell'incidente furono sepolti in quello che divenne famoso col nome di "Cimitero degli Eroi", subito fuori dall'Independence Stadium, a Lusaka. Una nuova squadra fu prontamente organizzata e, guidata da Bwalya, affrontò il difficile compito di completare le qualificazioni mondiali e preparare la coppa d'Africa che si sarebbe svolta di lì a pochi mesi. La nuova squadra sfidò le probabilità e mostrò uno stile di gioco offensivo, raggiungendo la finale della Coppa d'Africa 1994 contro la Nigeria. Lo Zambia andò in vantaggio nel primo tempo, ma la Nigeria pareggiò velocemente e ribaltò il risultato nella seconda frazione. Nonostante la sconfitta, i giocatori vennero accolti in patria come degli eroi nazionali". Fonte: Wikipedia.org 
3.06.2007
Sciagura Aerea Dirigenti del Togo
Sierra Leone, Freetown - Lungi
(Sierra Leone - Togo)
22 Vittime
E’ il 3 giugno 2007 e si è appena disputata la partita del girone di qualificazione alla Coppa d'Africa di Ghana 2008, vinta 1-0 dal Togo in trasferta contro la Sierra Leone. Alcuni tifosi e funzionari della delegazione sportiva togolese, tra cui il Ministro della Gioventù e dello Sport, Richard Attipoé, salgono su un elicottero-navetta Mi-8 della compagnia Paramount Airlines, utilizzato per il trasporto dei passeggeri sorvolando un braccio di mare che divide Freetown, capitale della Sierra Leone, dall’aeroporto internazionale di Lungi. Nella fase di atterraggio l'elicottero prende fuoco e precipita. Sopravvive al disastro soltanto il pilota di nazionalità russo, ma ferito e ricoverato in gravissime condizioni. Fra le vittime spicca la presenza della giornalista Olive Messan Amouzou, la prima donna ad aver diretto una radio in Togo. Fonte: Saladellamemoriaheysel.it
28.11.2016
Sciagura Aerea della Chapecoense
Medellìn, Finale "Copa Sudamericana"
(Atletico Nacional - Chapecoense)
71 Vittime
Il 28 novembre 2016 la squadra brasiliana della Chapecoense è diretta in Colombia a Medellin dove il giorno dopo dovrà disputare l'andata della finale della "Copa Sudamericana" contro l'Atletico Nacional. A bordo del volo "LaMia Airlines 2933" ci sono 77 passeggeri fra calciatori, dirigenti e membri dello staff tecnico, invitati speciali della squadra, giornalisti e membri dell'equipaggio. Viaggiano sul quadrimotore Avro RJ85, utilizzato come charter della compagnia LaMia fra l'aeroporto Internazionale Viru Viru in Bolivia e quello di Rionegro-José María Córdova in Colombia. L’aereo era decollato alle 18.18 con quasi un'ora di ritardo rispetto al piano di volo che prevedeva uno scalo tecnico all'Aeroporto di Cobija per un rifornimento di carburante. Il comandante, invece, punta direttamente alla destinazione perché aggiungendo il tempo della sosta avrebbe trovato chiuso l'aeroporto di Rionegro. Alle ore 22.00 mancano poche decine di Km alla meta e il velivolo incomincia la discesa, segnalando ai controllori di volo dell'aeroporto di Medellin di avere dei problemi all’impianto elettrico e scarso rifornimento. La torre, però, li mette in circuito di attesa, dando priorità ad un altro volo con sospetta perdita di carburante. Dopo due giri l’aereo comincia a perdere quota notevolmente e scompare dai radar: è precipitato sul fianco di una montagna in zona "Cerro Gordo" nella municipalità di La Unión. I soccorritori cominciavano a scandagliare l'area intorno alla zona sorvolata durante l'ultimo contatto radio con i piloti. Le condizioni di visibilità sono molto precarie a causa di una fitta nebbia e s’imbattono nel relitto soltanto dopo due ore dall’incidente. Lo scenario è veramente spettrale, i particolari si possono immaginare senza bisogno di crude descrizioni, ma dai rottami del velivolo si riescono ad estrarre alcuni sopravvissuti. Fra loro anche il portiere della squadra Danilo Helio Neto che morirà, purtroppo, nel tragitto verso l’ospedale. Fra gli altri calciatori feriti, Alan Luciano Ruschel viene operato d'urgenza per traumi multipli e una frattura alla colonna vertebrale mentre l’altro portiere, Jackson Ragnar Follman, è in prognosi riservata e gli viene amputata una gamba. Per ultimo recuperato il difensore Hélio Hermito Zampier Neto che nonostante le escoriazioni e le tante ferite se la caverà. Al risveglio dalla sedazione gli comunicheranno dell’incidente e lui dirà alla psicologa al suo capezzale di averlo sognato la notte precedente e che la moglie lo sapeva. L'assistente di volo Ximena Suárez resta sotto osservazione mentre il giornalista Rafael Henzel ha un trauma al torace e una frattura alla gamba sinistra.  
Le reazioni in tutto il mondo sono di grande cordoglio per la formazione brasiliana. In Italia fra tutti spicca il messaggio di "fraterna" vicinanza del Torino Football Club che fu segnato nella sua gloriosa storia dalla tragedia di Superga del 4 maggio 1949. In Brasile è proclamato dal Presidente Michel Temer per tre giorni il lutto nazionale e la bandiera viene issata a mezz'asta sul Palazzo del Congresso Nazionale di Brasília. La Confederación sudamericana de Fútbol e la CBF comunicano il rinvio di tutte le attività sportive in calendario. La squadra colombiana dell'Atlético Nacional, avversaria della finale di Medellin, presenta una richiesta ufficiale alla CONMEBOL di assegnazione ad honorem della Coppa Sudamericana alla Chapecoense in memoria delle vittime dell'incidente. Toccante la cerimonia dei funerali solenni per 50 delle 62 vittime alla presenza di 100.000 spettatori il 3 dicembre 2016 sotto una pioggia incessante e a cielo aperto nell’Arena "Condà" di Chapecò, località dello stato di Santa Catarina. I feretri ricevono gli onori militari, davanti al Presidente della Repubblica Temer, portati a spalla da soldati dell’Esercito attraversando il campo tra due ali di lancieri con le insegne della squadra bianco-verde. Straziante l’immagine del figlio di un calciatore seduto a terra davanti alla bara del padre con le spalle coperte dalla bandiera della squadra e la sua foto tenuta stretta al petto. Al termine dell’estremo saluto il rimpatrio dei corpi nei paesi di origine. Sull’incidente indaga l'Aviazione Civile Colombiana che già la mattina seguente ha periziato il luogo del disastro aereo non trovandovi tracce di combustibile e recuperando le scatole nere in buone condizioni. Sembra prevalere da subito fra le varie ipotesi dell’investigazione la tesi della mancanza di carburante come causa principale della caduta, in base anche alla testimonianza dell'assistente di volo sopravvissuta. Una volta chiuse le indagini sull’incidente riferiscono non di un "problema tecnico", ma soltanto di "errori umani": oltre al carburante non sufficiente l’aereo viaggiava con un peso eccessivo. Nell’audio registrazione della cabina i due piloti parlano di uno scalo per rifornimento, ma alla fine decidono di non deviare la rotta e in un altro messaggio audio si sente distintamente la voce del pilota che chiede di atterrare per mancanza di carburante e un "black out elettrico". Fra l’altro, la non esplosione al momento dell'impatto che causa la morte di 71 persone e il ferimento dei 6 sopravvissuti conferma proprio la carenza di carburante a bordo. Gravissime le conseguenze per la compagnia aerea LaMia, cui viene sospeso il 2 dicembre 2017 il certificato di operatore aereo dal ministero dei servizi pubblici boliviani. Il governo boliviano sospende anche Cesar Varela (Direttore dell'autorità per l'aviazione civile boliviana), Tito Gandarillas (Presidente dell'AASANA, equivalente boliviano dell'ENAV) e Gustavo Vargas Villegas (Responsabile del registro aereo della DGAC, e figlio di uno dei fondatori della compagnia aerea). Dopo quasi 2 mesi dalla tragedia Vágner Mancini subentra a Luis Carlos Saroli, perito nel disastro aereo, come nuovo allenatore. I giocatori superstiti assieme ai nuovi calciatori della squadra tornano in campo per un'amichevole contro il Palmeiras. Prima del fischio d'inizio, la Chapecoense riceve in premio la Coppa Sudamericana ed al 71' del secondo tempo la partita viene fermata per la commemorazione delle 71 vittime. Fonti: Saladellamemoriaheysel.it - Wikipedia.org

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