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Mogadiscio 6.07.1990
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Strage a Mogadiscio

 I pretoriani di Siad sparano nello stadio

di Alessandro Oppes

Un incontro di calcio che si trasforma in una violenta contestazione del regime. le forze di sicurezza somale che reagiscono aprendo il fuoco sulla folla. Allo stadio di Mogadiscio è finita in strage una festa dello sport: sette i morti secondo i dati ufficiali, dieci a quanto hanno riferito a Repubblica fonti diplomatiche nella capitale somala, almeno ottanta secondo fonti dell’opposizione a Roma. In programma, venerdì pomeriggio, c'era l’incontro di apertura del XVI torneo annuale interregionale, che è ripreso dopo due anni di interruzione: in campo, le squadre delle province di Jubba e Shabelle. In tribuna, il presidente Mohammed Siad Barre. La contestazione è partita appena Siad ha cominciato a pronunciare il suo breve discorso inaugurale. Dal pubblico sono giunti i primi fischi, poi urla e slogan contro il regime. La protesta è arrivata anche all’esterno, alle porte 4 e 8, dove era schierato un fitto cordone di agenti: dagli insulti si è passati al lancio di pietre, e i berretti rossi hanno reagito sparando i primi colpi in aria per tentare di fermare sul nascere la protesta. Ma il risultato è stato del tutto opposto. Perché il fragore degli spari è rimbalzato ovviamente all’interno dello stadio, che ha una capienza di 45 mila spettatori, creando il panico e provocando un inasprimento della contestazione. La folla si è avvicinata al palco presidenziale dove Siad Barre tentava invano di completare il suo breve discorso di circostanza. La scintilla che ha fatto scattare il massacro è stata il lancio delle prime pietre contro la tribuna di Siad. Mentre il presidente, vedendo i contestatori che tentavano di forzare il cordone di sicurezza, raccoglieva in fretta e furia i suoi fogli allontanandosi precipitosamente dallo stadio, i berretti rossi hanno aperto il fuoco, sparando questa volta ad altezza d'uomo. Il primo bilancio ufficiale diffuso dal governo somalo con una dichiarazione letta alla radio nazionale parlava di tre persone morte dopo che le forze di sicurezza avevano sparato in aria per sedare disordini dovuti all’affollamento dello stadio. Ma già ieri mattina fonti dell’ospedale di Medina riferivano di sette morti e 18 feriti. In realtà, il numero delle vittime potrebbe essere molto più alto: testimoni oculari hanno parlato alla Reuters di decine di morti. E dello stesso avviso è il portavoce di un gruppo dell’opposizione, il Movimento nazionale somalo, secondo il quale i morti sono ottanta e i feriti circa trecento. In un comunicato diffuso a Roma anche a nome di altri gruppi che lottano contro il regime di Siad Barre, il Mns denuncia la nuova palese violazione dei diritti umani, la ferocia e la barbarie del regime di Siad Barre, ricordando che la strage dello stadio avviene quasi in coincidenza con il primo anniversario del massacro di Mogadiscio del 14 luglio '89: i morti in quell’occasione furono 350. Al governo e al Parlamento italiano si chiede solidarietà, ma anche la sospensione degli aiuti al regime di Siad e il blocco della partenza per Mogadiscio, prevista per la prossima settimana, dei docenti e tecnici italiani dell’università somala. Ma, per il momento, non c’è stata nessuna presa di posizione ufficiale da parte della Farnesina. I rapporti tra Roma e Mogadiscio hanno raggiunto nelle ultime settimane un livello di grande tensione dopo l’assassinio, nella cella di una caserma militare nella capitale somala, di Giuseppe Salvo, un ricercatore dell’Istituto superiore di sanità. Le autorità di Mogadiscio avevano tentato di far passare per un suicidio l’impiccagione, il 17 giugno scorso, del biologo italiano. Ma l’autopsia ha dimostrato che si è trattato di un omicidio. E il ministero degli Esteri ha dovuto decidere nei confronti del governo di Mogadiscio un primo passo di protesta che potrebbe preludere a una completa ridefinizione dei rapporti con un regime che negli ultimi tempi si è dimostrato sempre più feroce nella repressione dell’opposizione. Siad Barre ha tradito tutte le promesse di graduale apertura, di evoluzione verso il pluralismo politico, di rinuncia ai metodi repressivi, di rispetto per i diritti umani. Le pressioni internazionali, comprese quelle del governo italiano dal quale Mogadiscio riceve consistenti aiuti economici, avevano portato lo scorso anno il presidente somalo a promettere la convocazione di elezioni libere. Ma non se n'è fatto niente. Anzi, il regime si è ulteriormente irrigidito nei confronti degli oppositori: neppure un mese fa, circa settanta tra intellettuali ed esponenti politici dei gruppi che lottano contro il governo di Siad sono finiti in carcere. E pochi mesi prima, per le critiche al presidente erano stati arrestati artisti e autori di teatro. Per il regime, cresce l’isolamento internazionale: in prima fila, l’amministrazione Bush che ha già deciso una netta riduzione degli aiuti economici e un raffreddamento dei rapporti politici.

8 luglio 1990

Fonte: La Repubblica

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La folla fischia il dittatore somalo in tribuna: secondo l'opposizione i morti sono almeno 80.

Mogadiscio strage alla partita di calcio

Spara la guardia di Barre

MOGADISCIO - A Washington lo hanno definito il "macellaio dell'Africa". E l'altro ieri il presidente somalo Mohammed Siad Barre ha dato un'ennesima conferma della spietatezza sulla quale si regge il suo regime: secondo l'opposizione somala, almeno ottanta persone sono state uccise e circa trecento sono rimaste ferite, quando le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco in modo indiscriminato sulla folla che contestava il leader somalo durante una partita allo stadio di Mogadiscio. Alcuni testimoni della strage hanno raccontato che gli incidenti sono cominciati quando il pubblico dello stadio - che ha una capacità di 45 mila posti ha fischiato e ha scandito slogan contro Barre, impedendogli di pronunciare un discorso per l'inaugurazione di un campionato di calcio regionale. Dopo aver sparato le prime raffiche contro la folla - ha reso noto a Roma il portavoce del Movimento nazionale somalo - i "Berretti rossi" (le guardie del corpo del presidente) hanno "continuato a far fuoco contro le migliaia di persone in fuga verso l'uscita". Fonti dell'ospedale di Medina avevano stilato un primo bilancio di sette morti e di diciotto feriti. Ma successivamente alcuni testimoni hanno riferito all'agenzia "Reuter" che la sparatoria dei pretoriani di Barre ha provocato decine di vittime e il portavoce dell'opposizione somala - in contatto con i dissidenti a Mogadiscio - ha fatto salire il numero dei morti ad almeno ottanta. Di fronte alle dimensioni della strage, Mogadiscio non ha potuto tacere: in una dichiarazione letta alla radio nazionale, il regime ha ammesso l'intervento delle forze di sicurezza, ma ha precisato che i colpi sono stati sparati in aria - a puro titolo di avvertimento - per sedare i disordini causati dall'affollamento dello stadio. I morti, secondo la versione ufficiale, sono tre. In un comunicato diffuso anche a nome delle altre forze d'opposizione, il portavoce del Movimento nazionale somalo ha denunciato ieri "la nuova palese violazione dei diritti umani, la ferocia e la barbarie del regime di Siad Barre" e ha ricordato che "la nuova strage avviene a poco meno di un anno dal "massacro di Mogadiscio" del 14 luglio 1989 che provocò 350 morti". Nell'estremo tentativo di occultare le vere dimensioni di questo nuovo omicidio di massa, il regime, inoltre, impedirebbe ai familiari delle vittime di recuperare i cadaveri, che verrebbero raccolti dai soldati e immediatamente gettati in fosse comuni. L'opposizione somala ha chiesto poi "la solidarietà del governo e del Parlamento italiano", oltre che "la sospensione degli aiuti al regime di Barre e, in particolare, della partenza per Mogadiscio, la prossima settimana dei docenti e dei tecnici italiani dell'Università somala". E' un chiaro riferimento all'assassinio di Giuseppe Salvo, il biologo italiano dell'Istituto superiore di Sanità massacrato nella notte tra il 16 e il 17 giugno nella camera di sicurezza di una caserma di Mogadiscio. Un omicidio dai contorni ancora oscuri e sul quale il regime di Barre ha tentato di montare una clamorosa quanto inconsistente messinscena. Nel tentativo di simulare un suicidio, il cadavere del biologo è stato appeso a una trave della cella e gli è stato messo al collo un rudimentale cappio. Poi è seguita una serie di false notizie fornite alle autorità italiane sullo "strano comportamento del professor Salvo": "Era irrequieto, non sembrava normale". Falsità presto smentite dall'autopsia che ha stabilito che Salvo è morto in seguito a un trauma cranico. Una settimana più tardi il regime si è macchiato di un altro omicidio, quello di un tecnico tedesco della Lufthansa, responsabile della manutenzione dei velivoli ceduti dalla compagnia di bandiera tedesca alla compagnia "Somali-Airlines". A uccidere l'uomo è stato un commando che prima di abbandonare l'appartamento in cui la vittima viveva ha violentato la sua compagna. Orrori e violenze che si trascinano in una situazione di guerra civile: già alla fine dello scorso anno, un gruppo di professori italiani dell'Università nazionale somala aveva tracciato un quadro delle atrocità del regime di Barre. Risale all'ottobre scorso l'ultima denuncia. Il dossier richiamava l'attenzione sul "clima di incertezza, tensione e repressione" in Somalia. Era da poco avvenuta la "sanguinosa repressione di una pacifica dimostrazione studentesca" e l'assassinio del vescovo di Mogadiscio, Pietro Paolo Colombo, e i docenti si ponevano dubbi "sulle motivazioni e i principi che regolano i rapporti tra il governo italiano e il regime somalo". Dubbi che sono esplosi proprio dopo la morte di Salvo e che stanno facendo precipitare i rapporti tra il nostro governo e Mogadiscio. E che stanno orientando Roma alla linea dura contro un regime che è ancora uno dei maggiori beneficiari di aiuti italiani nel quadro della Cooperazione allo sviluppo. (e. st.)

8 luglio 1990

Fonte: La Stampa

Il governo minimizza

"Macché strage. Sono cose che accadono in tutti gli stadi".

MOGADISCIO - Siad Barre, ovviamente, minimizza. Per sottolineare la scarsa importanza del fatto, ha incaricato un rappresentante non di primo piano del governo somalo - il ministro del Lavoro, Sport e Affari Sociali Abdi Warsameh Isaaq - di smentire che a Mogadiscio la polizia abbia sparato sulla folla uccidendo almeno 80 persone. Vari testimoni hanno riferito che la guardia del corpo di Siad Barre avrebbe sparato sulla folla ad altezza d'uomo per proteggere il presidente che era stato bersagliato con pietre. Una valutazione condivisa da alcuni diplomatici in servizio a Mogadiscio: contattati telefonicamente da Nairobi, hanno precisato che, a loro parere, gli spettatori avevano contestato la presenza di Siad Barre che con un breve discorso aveva inaugurato un torneo di calcio locale e la guardia del corpo del presidente, credendolo in pericolo, aveva aperto il fuoco sulla folla. Ebbene, il ministro ha affermato che "non è vero. Cose di questo genere succedono per caso in tutti gli stadi del mondo". E ha aggiunto - citando i dati ufficiali dell'ospedale Medina della capitale somala - che solo tre persone hanno perso la vita e altre tre sono rimaste ferite nella calca prodottasi dopo che i "berretti rossi" della guardia presidenziale avevano sparato in aria "per garantire l'ordine e la calma". Lo stesso Abdi Warsameh Isaaq, ha inviato messaggi di condoglianze ai familiari delle vittime di quello che il governo definisce "incidente" allo stadio. Di parere opposto Fatuma Haji Yassin, presidente della comunità somala in Italia: "Il massacro allo stadio di Mogadiscio costituisce l'ultima sanguinosa risposta di un regime dispotico e corrotto alla insofferenza del popoIo". "Mentre giungono le prime adesioni all'appello che abbiamo rivolto ai partiti e alle forze democratiche italiane nel corso del sit-in di protesta davanti all'ambasciata somala a Roma - ha aggiunto - intendiamo testimoniare la volontà democratica dei somali in Italia con 5 giorni di mobilitazione che si concluderanno giovedì con un voto democratico". Haji Yassin ha preannunciato che nelle principali città italiane la comunità somala organizzerà un referendum contro la dittatura di Siad Barre: "Ai seggi e alle operazioni di scrutinio dei voti - ha detto - saranno invitati esponenti delle comunità straniere e particolarmente dei rifugiati". Sul piano internazionale, è in programma invece un vertice dei Paesi dell'Igad (ente per lo sviluppo a cui aderiscono Etiopia, Sudan, Somalia, Gibuti, Kenya e Uganda) per discutere della pace nel Corno d'Africa. L'incontro si terrà oggi ad Addis Abeba, prima dell'apertura del summit dell'Organizzazione dell'unità africana (Oua). Tutti i capi di Stato dei Paesi membri dell'Igad, tranne quello somalo, hanno confermato la loro presenza alla riunione, organizzata su iniziativa del presidente dell'Etiopia Mengistu Haile Marian. Questo incontro costituisce una risposta all'appello americano-sovietico rivolto da Bush e Gorbaciov per una conferenza internazionale sui problemi del Corno d'Africa sotto la supervisione dell'Onu.

9 luglio 1990

Fonte: Stampa Sera

Strage di Mogadiscio oltre sessanta i morti

di Leopoldo Fabiani

NAIROBI - Gli incidenti di venerdì scorso allo stadio municipale di Mogadiscio, dove la guardia presidenziale ha sparato sulla folla per proteggere il presidente Mohammed Siad Barre, hanno provocato 62 morti e 200 feriti gravi. Lo si è appreso da varie fonti diplomatiche contattate da Nairobi dalla agenzia France Presse. Ma il numero dei morti preciso, secondo altre fonti diplomatiche, non si potrà sapere, perché chi è morto immediatamente è stato portato in fosse comuni. Sabato, un portavoce dell’ospedale di Mogadiscio aveva detto che nello stadio avevano trovato la morte sette persone. Le fonti diplomatiche hanno fornito la seguente versione degli incidenti allo stadio: i 30.000 spettatori presenti nelle tribune hanno cominciato a fischiare quando Siad Barre si è rivolto alla folla. Alla fine del primo tempo, varie centinaia di spettatori hanno tentato di mettersi a pregare sul campo di gioco, dato che era venerdì, giorno di festa religiosa per i musulmani. L’esercito è allora intervenuto, sparando alcune salve in aria per disperdere la folla. Gli spettatori sono corsi verso le uscite 4 e 8 dello stadio. Vari proiettili, pietre e bottiglie, sono volati in direzione della tribuna presidenziale. I Berretti rossi della guardia presidenziale, che erano fuori dallo stadio, sentendo le salve e credendo a un attentato contro Siad Barre, si sono precipitati all’interno e hanno aperto il fuoco sulla folla.

ROMA - Gli ultimi avvenimenti di Mogadiscio, venerdì la strage allo stadio e prima l’uccisione in carcere del ricercatore Giuseppe Salvo, stanno lentamente portando il governo italiano a riconsiderare la propria politica verso il regime somalo. E a interrompere il flusso degli aiuti economici che ancora viaggia da Roma a Mogadiscio a un ritmo di 100 miliardi l’anno. Così assicurano fonti diplomatiche, che si affrettano però a spiegare che la decisione non può che essere politica e che dunque per qualsiasi decisione occorrerà attendere il rientro in Italia di Giulio Andreotti e Gianni De Michelis. Presidente del Consiglio e ministro degli Esteri sono tutti e due a Houston, per il vertice dei Sette paesi più industrializzati, fino a mercoledì. La posizione ufficiale italiana sugli ultimi avvenimenti è stata espressa domenica da un comunicato del ministero degli Esteri. La situazione interna somala dice il comunicato viene da tempo seguita con attenzione e preoccupazione dalla Farnesina, soprattutto dopo il caso Salvo e gli arresti di oppositori firmatari della lettera al presidente Barre. Quest’ultimo è un episodio che ha contribuito non poco a inasprire i rapporti tra il regime di Barre e il governo italiano. Il 2 giugno scorso per la festa della repubblica l’ambasciata italiana ha invitato quasi trecento persone a un ricevimento, tra cui i 114 oppositori che hanno firmato il manifesto del 15 maggio. Una lettera in cui diverse personalità somale (estranee alla guerriglia) chiedevano la transizione alla democrazia senza però pretendere pregiudizialmente la fine del potere di Siad Barre. Il 2 giugno la polizia somala li ha identificati tutti e ha impedito loro di partecipare al ricevimento. E pochi giorni dopo ne ha arrestati una settantina. A seguito degli eventi registratisi a Mogadiscio prosegue il comunicato la situazione viene esaminata in stretto collegamento con i partners comunitari (a loro volta preoccupati per tali sviluppi), anche in vista di una presa di posizione comune a scadenza ravvicinata. Questo significa che molto probabilmente dal Comitato politico della Cee, che si riunirà giovedì prossimo, uscirà un documento di condanna della dittatura somala, reso inevitabile dagli avvenimenti degli ultimi giorni. Ultimi rimasti Per quanto riguarda in particolare conclude il comunicato gli incidenti nello stadio della capitale somala, non risulta, all’attuale stato delle informazioni, che alcun italiano sia stato coinvolto. Informazione confermata ancora ieri sera dall’ambasciata italiana di Mogadiscio. Ma la decisione politica più attesa è quella che riguarda gli aiuti economici italiani, gli unici a essere rimasti in piedi dopo che anche la Germania ha deciso di interromperli a seguito dell’uccisione di un tecnico della Lufthansa pochi giorni dopo l’assassinio di Giuseppe Salvo. Fino a oggi sono circa 1.500 miliardi (poco meno dell’intero prodotto lordo del paese) tra doni e crediti d' aiuto per progetti speciali, a cui bisogna aggiungere poi l’assistenza tecnica dei 23 militari italiani e l’Università nazionale somala finanziata e gestita dal 1973 dal governo italiano. Un flusso di soldi che ha sempre corrisposto a una precisa politica dell’Italia verso la sua ex colonia e che porta affari per le imprese italiane, un rapporto previlegiato che da sempre fa considerare nella comunità internazionale il governo di Roma garante di ciò che accade in Somalia, qualcuno dice l’ultimo puntello di un regime dittatoriale e sanguinario. E che ha un aspetto particolare nel versante della politica interna italiana. Se fino al golpe del 1969 di Siad Barre è la Democrazia cristiana a gestire tutti i rapporti con la Somalia, dopo la rivoluzione sono i comunisti ad avere relazioni speciali con Mogadiscio. Ma alla fine degli anni Settanta Siad Barre attacca l’Etiopia in Ogaden, l’Unione Sovietica difende Addis Abeba e Barre passa armi e bagagli dal campo sovietico a quello degli Stati Uniti. Allora in Italia il suo interlocutore diventa il Psi di Bettino Craxi, primo presidente del Consiglio italiano a compiere, nel 1985, una visita ufficiale in Somalia. Un legame che diventa imbarazzante per tutti quando si comincia a sapere come il regime somalo rispetti poco i diritti umani e quando Amnesty International diffonde il suo rapporto con i dati su torture ed esecuzioni a danno degli oppositori interni. Per non parlare delle accuse di corruzione contro il dittatore e la sua cerchia e le polemiche sugli aiuti italiani, spesso sospettati di finire in progetti poco chiari. Comunque la diplomazia italiana ha continuato a lavorare nella speranza che sia possibile la transizione a un regime interno diverso. Ha premuto perché passi un progetto di revisione costituzionale, steso con la consulenza di giuristi italiani, che assicuri libertà politiche e civili. E perché il regime accetti un dialogo con le forze dell’opposizione, specie dopo che la guerriglia ha conquistato posizioni nel paese a Nord come a Sud, lasciando a Barre solamente il controllo della capitale, tanto che il presidente ormai viene chiamato il sindaco di Mogadiscio. Opposizione divisa. La guerriglia è però ancora troppo divisa e manca di un progetto comune, per poter essere considerata un interlocutore solido. In particolare gli esponenti del Movimento nazionale somalo, attivo nel Nord del paese, non hanno contatti con gli altri gruppi. La diplomazia italiana nell’ultimo anno non ha cessato di invitare al dialogo (tanto fra governo e oppositori, quanto fra i diversi gruppi in cui l’opposizione è divisa) nella speranza di poter finalmente giungere a una transizione morbida verso la democrazia. Ma gli avvenimenti degli ultimi giorni sono venuti a interrompere questo disegno. E forse a portare una svolta nella politica del governo italiano verso la Somalia..

10 luglio 1990

Fonte: La Repubblica

Somalia, bloccati i professori italiani

ROMA - Il ministero degli Esteri italiano ha deciso di sospendere l'invio in Somalia di 120 professori universitari e di liceo che avrebbero dovuto recarsi nei prossimi mesi a Mogadiscio. E' il primo provvedimento italiano dopo il massacro di oppositori avvenuto venerdì scorso nello stadio della capitale somala. Il settore universitario è stato nei decenni passati uno dei punti cardine dell'assistenza italiana alla Somalia. Dall'inizio degli Anni Settanta l'Italia ha organizzato a Mogadiscio facoltà di medicina, veterinaria, agraria, ingegneria, geologia, chimica, matematica e fisica e biologia. I professori inviati dalla Farnesina soggiornano normalmente in Somalia per sei mesi e percepiscono stipendi di 16 milioni al mese (gli insegnanti universitari) o di 10 milioni (gli insegnanti di liceo che curano l'anno propedeutico che dà accesso all'università). Complessivamente gli aiuti italiani alla Somalia sono stati, in questi anni, pari a circa 1.500 miliardi di lire. La sospensione dell'invio degli insegnanti è stata decisa dopo la conferma del massacro allo stadio. Venerdì scorso la guardia presidenziale ha sparato sulla folla che fischiava il presidente Mohammed Siad Barre, provocando 62 morti e 200 feriti gravi. Lo hanno confermato varie fonti diplomatiche. Sabato, un portavoce dell'ospedale di Mogadiscio, diramando notizie in forma ufficiale secondo i voleri di Barre, aveva detto che nello stadio avevano trovato la morte "solo sette persone". Le fonti diplomatiche hanno fornito la seguente versione degli incidenti allo stadio: i 30.000 spettatori presenti nelle tribune hanno cominciato a fischiare quando Siad Barre si è rivolto alla folla, dalla tribuna presidenziale, per fare l'elogio della democrazia nel Paese. La partita tra le squadre di Giuba e Scebeli è poi iniziata, e la situazione si è un po' calmata. Ma alla fine del primo tempo, varie centinaia di spettatori hanno tentato di mettersi a pregare sul campo di gioco, dato che era venerdì, giorno di festa religiosa per i musulmani. L'esercito è allora intervenuto, sparando alcune salve in aria per disperdere la folla. Sempre secondo le fonti contattate da Nairobi, gli spettatori si sono precipitati verso le uscite dello stadio e alcuni sono morti asfissiati dopo essere stati schiacciati vicino alle porte quattro e otto. Pietre e bottiglie sono state allora lanciate verso la tribuna presidenziale. I berretti rossi della guardia presidenziale, che erano fuori dallo stadio, sentendo le salve sparate dai loro commilitoni e pensando ad un attentato contro Siad Barre, si sono precipitati all'interno aprendo il fuoco sulla folla.

10 luglio 1990

Fonte: Stampa Sera

In Somalia ucciso un marine americano

Sono più di cento le vittime della strage allo Stadio

NAIROBI - Un caporale dei marine americani è stato ucciso ieri a Mogadiscio, in piano centro, da una banda armata, come riferisce l’agenzia ufficiale somala Sonna. Secondo la Sonna, il caporale Bernard Mc Leish, è stato ucciso perché aveva cercato di opporsi ai banditi che volevano rapinarlo di una collana d'oro. Uno degli aggressori, aggiunge l’agenzia somala, ha estratto un'arma e sparato a bruciapelo ferendo mortalmente all’addome il soldato americano. Sale così a quattro, dal marzo scorso, il numero delle vittime straniere delle bande di Mogadiscio che, secondo diverse fonti diplomatiche, sono direttamente legate alla guardia presidenziale di Siad Barre, i cosiddetti Berretti rossi. E' salito intanto a centonove il numero delle persone massacrate allo stadio di Mogadiscio dalla guardia personale di Siad Barre. Lo riferiscono fonti diplomatiche di Nairobi. E lo confermano anche fonti dell’opposizione somala. Secondo il portavoce in Italia del movimento nazionale somalo, altre venti persone sarebbero morte negli ultimi due giorni negli ospedali somali per le ferite subite in seguito alla sparatoria nello stadio, dove la guardia presidenziale ha aperto il fuoco venerdì sera. I morti dichiarati dagli ospedali fino a lunedì erano sessantadue, ma la cifra è certamente approssimata per difetto. Infatti le persone rimaste subito uccise nella sparatoria non sono state portate in ospedale, ma seppellite in fosse comuni. E' questo anche il motivo che rende impossibile un calcolo esatto dei morti. Il portavoce del Mns, una delle principali forze di opposizione, cita il racconto di un testimone oculare somalo, fuggito in Tanzania subito dopo la strage, che ha riferito di aver visto a terra nello stadio circa duecento persone, tra morti e feriti. Intanto la Farnesina ha deciso di sospendere la partenza per Mogadiscio delle 120 persone, tra docenti e tecnici, destinate all’università nazionale somala.

11 luglio 1990

Fonte: La Repubblica

Alcuni spettatori rompono il muro di omertà: ricostruita la strage di Mogadiscio.

Il massacro segreto di Siad Barre

Testimoni svelano: allo stadio fu una carneficina.

di Mimmo Candito

MOGADISCIO DAL NOSTRO INVIATO - Se si può apprezzare la differenza tra paura e terrore, si riuscirà allora a capire bene come oggi Mogadiscio sia spaccata in due di netto, due città estranee anche se non nemiche. Una è la città della paura, che è quella di noi bianchi, che andiamo per strada, facciamo il nostro lavoro, chiacchieriamo con la gente, ci lasciamo andare a quest'aria antica, pastorale, di un oltremare da cartolina, ma se di fuori appariamo tranquilli, in realtà dentro abbiamo una buona paura. Il professor Salvo e gli altri tre ammazzati nelle ultime settimane, poi le bombe ogni notte, poi le minacce anonime al telefono, l'altro ieri un'imboscata a quattordici tedeschi finita solo per caso senza un massacro (gli hanno sparato addosso due caricatori di Kalashnikov, ma loro sono riusciti a battersela): la spirale dell'intimidazione non c'è dubbio che ci si stringa addosso, e le ambasciate europee e americana hanno chiamato lo stato d'allerta numero due, invitando i bianchi che stanno in Somalia a uscire di casa "soltanto se strettamente necessario". Ma assai diversa, più angosciata, chiusa, silenziosa ormai per una lunga lezione di repressione, è la città nera, quella del terrore. Come in ogni dittatura che duri più di una generazione, anche qui una sorta di mutazione culturale ha modificato, quasi geneticamente, l'antico costume nomade della comunicazione orale: e vent'anni di regime, e un uso legale della violenza di Stato contro qualsiasi forma di dissenso, hanno sigillato ormai le bocche della gente. Amnesty International ha sempre denunciato questo Stato del terrore; e anzi, le sue denunce non erano che la punta, verificabile, di un infinito iceberg più difficile da accertare. Il nostro governo, però, che qui ha un ruolo e un peso come in nessun'altra parte del mondo, ha preferito ignorare quasi sempre il valore drammatico di questa documentazione e delle denunce dell'opposizione, affidandosi solo alle pratiche della cooperazione come strumento utile a favorire la crescita della società. C'è il sospetto fondato che questa politica privilegiasse, in realtà, scelte di partito e interessi di specifici comparti della nostra economia; ma nell'ultimo mese, comunque, cioè da quando qualcuno ha ammazzato in una caserma il professor Salvo e il governo di Mogadiscio ha cercato di menarci per il naso facendo credere che quel poveretto si era impiccato, il governo italiano ha finalmente assunto un ruolo adeguato all'influenza politica che può esercitare su questo Paese, e la Farnesina ha fatto, una volta tanto, la voce grossa. L'altro ieri sono andato a colloquio col ministro degli Esteri, nel suo bel salottino di velluto a fiori damascati che un uragano di aria condizionata trasformava nell'interno morbido di un frigorifero. Ahmed Jamaal Abdullah, "Jenghelli" per gli amici, era molto gentile ma anche assolutamente indignato. Ce l'aveva anzitutto col governo italiano: "Mi ha comunicato che se entro sette giorni non si mandavano in libertà i 45 prigionieri politici del cosiddetto Comitato di riconciliazione, allora Roma avrebbe rivisto drasticamente i programmi di cooperazione. Ma questa è una violazione della nostra sovranità, un'interferenza negli affari somali: e perciò è inaccettabile". Confortare il signor ministro era doveroso, e così è stato fatto riconoscendo la fondatezza del suo rilievo; ma era altrettanto doveroso ricordargli che le ragioni dell'irrigidimento di Roma ricavavano dagli ultimi drammatici episodi di cronaca politica una giustificazione incontrovertibile anche per lui, e che anzi si arrivava a questo fin troppo tardi.

"Jenghelli" ha sorriso con comprensione, e ha detto: "Ma noi sappiamo perdonare". Grazie, signor ministro. Argomento d'indignazione numero due del ministro erano i giornali italiani, "sì, voi, che avete raccontato storie e notizie senza accertarne l'autenticità". A quel momento, il povero giornalista aveva tra le mani solo il triste episodio di Salvo, e l'unica cosa che poteva ribattere all'indignato funzionario era che, se qualcuno c'era da accusare di scarsa accuratezza, era proprio il governo di Mogadiscio e il suo infelice tentativo di nascondere la realtà dei fatti. Oggi però, dopo giorni e giorni di spossante ricerca, è finalmente possibile aggiungere altro per il signor ministro, dell'altro che quel mattino, in quel frigo-salotto, non era ancora stato possibile avere perché la città del terrore taceva, muta. Voglio dire la strage allo stadio, venerdì 6 luglio. Di quel grave episodio il governo somalo ha detto ufficialmente, e ripetuto, che si tratta di un incidente dovuto alla confusione di un colpo d'arma sparato in aria, e che sono morte schiacciate solo sette persone. Fuori dalla Somalia si è avuto il sospetto che non fosse così; una volta sbarcato a Mogadiscio, si trattava di tentare un'indagine per ricostruire la verità. Mi sono trovato subito di fronte al muro del terrore: in questi giorni ho contattato, direttamente o indirettamente, 149 persone che quel venerdì erano allo stadio, ma questa fragile, impaurita, catena di sant'Antonio mi si spezzava continuamente tra le mani, in una fuga disperata nel buio di chi non osava aprire bocca nemmeno dopo le più referenziate garanzie di segretezza e di anonimato. Con pazienza, con fortuna, con il coraggio dei somali che alla fine hanno saputo battere la mutazione genetica del terrore, sono riuscito alla fine ad avere tre testimonianze oculari, circostanziate, concordanti: altro che incidente e colpo isolato, allo stadio c'è stata una strage. Non è stata una strage voluta, cioè ordinata e programmata in anticipo; è nata da un incidente, ma a provocarla è stato il clima di terrore e di repressione militare che questo regime ha imposto al Paese. E' bastato che un soldato perdesse il sangue freddo, mentre la gente gli premeva addosso e lo ostacolava nel suo tentativo di arrestare un ragazzo, perché dal colpo sparato in aria dal suo fucile partisse poi una sparatoria generale dentro e fuori dello stadio. Sparavano i soldati, sparava la polizia militare, sparavano le mitragliatrici pesanti che fanno sempre da scorta al signor presidente Siad Barre. Le raffiche, folli, cieche, sono andate avanti per quasi mezz'ora, falciando qualsiasi cosa che si muovesse, un ragazzo, una camicia colorata, un vecchio. Alla fine sul terreno c'erano parecchie centinaia di corpi. Il governo di Mogadiscio lo sa ma tace, anzi tenta di coprire con la menzogna quello che qui tutti sanno bene e però hanno paura di dire. Le due Mogadiscio oggi ancora si sfiorano, ma i misteri che la paura e il terrore celano non dovranno forse restar nascosti ancora a lungo. Siamo già dentro la fine di un regno.

27 luglio 1990

Fonte: La Stampa

 Voci dalla fortezza della paura. Le convulsioni di un regime che sente avvicinarsi l'ultimo assalto.

Somalia, la verità sul massacro

Testimonianze sulla strage allo stadio

di Mimmo Candito

Il nostro inviato, di ritorno dalla Somalia, conclude il reportage sul dramma di quel Paese da cui è stato cacciato per i suoi articoli su "La Stampa".

In vetta alla collina di Mogadiscio, è ancora bianca e misteriosa come negli anni imperiali la Villa Somalia, che così continua a chiamarsi anche per i somali e custodisce il potere di questo Paese. Lo custodisce con la riservatezza diffidente che a ogni latitudine protegge i dittatori neri, alti muri di cinta, cannoncini che guardano il cielo tra le foglie immobili delle palme, guardie sbracate ma fedelissime sui cancelli d'entrata. Scorre ancora intatto il tempo del governatorato di Graziani. In questa terra ormai alla fine di un regno, il monsone caldo dell'Africa, gli antichi codici tribali, le scogliosità di una cultura che s'avverte percorsa da transumanze di popoli, appaiono temperati dalla stanca eredità italiana. Il misto di caratteri e di atmosfere che se ne mostra assume però una tragica dimensione pirandelliana, con i somali trascinati a recitare una vogliosa tensione politica di segno decisamente italiano, e i nostri connazionali che vagano nella torpida risonanza di un costume consunto, dove le faccette nere e gli stivali sono una categoria labile ma frequentata della coscienza comune. Nella nostra Africa Orientale, che aveva mobilitato epopee di cartone e retoriche canzonettistiche più che incisioni reali sul terreno sconosciuto di un lontano impero, il tempo ha avuto sempre una sua dimensione fittizia, quasi inesistente. Emanuela, molti anni fa, aveva saputo cogliere il profumo ambiguo di questo mondo alla deriva, e il suo ormai introvabile Settimana Nera può rappresentare ancora oggi la società spossata della Mogadiscio nerobianca, le sue ricche case di vecchie memorie musulmane, le stradine di polvere, i cortili ombrosi di palme giganti e di papaie gialle, i boys che custodiscono come cani muti la porta e passano la notte su una stuoia di paglia col fucile accanto. Lo scorrere del tempo non ha inciso molto sulla fedeltà dello scenario di Emanuelli, anche se, certamente, alcune note oggi ne appaiono ben diverse, con l'ossessione adesso diffusa tra i bianchi di una violenza vendicativa che li minaccia, le nuove e vecchie paure di un assalto inferocito degli uomini di colore, una resa dei conti che comprima nello spazio breve di un'esplosione popolare il lungo itinerario della nostra storia coloniale. Rispetto a un passato sonnacchioso, la sola novità è proprio questa: che oggi il terrore domina Mogadiscio; e tra la paura razziale dei bianchi e il terrore politico dei neri si salda nel silenzio di notti insolitamente vuote e solitarie la storia africana di un regime che finisce. Assediato dietro i suoi muri bianchi, Mohammed Siad Barre lancia dall'interno misterioso di Villa Somalia i proclami che imbellettano l'ultima agonia. Le sue parole ricordano gli annunci che da questa sponda un inacidito quadrumviro De Vecchi inviava a Mussolini per raccontare la realtà che non esisteva, della pacificazione, dell'ordine sovrano, di un Paese felice sotto l'egida di un comando rispettato e perfino amato. Quando Barre racconta le sue favole e parla di giornali (citando La Stampa) che non dicono la verità, anche lui come già De Vecchi sta parlando a Roma, per disegnare una Somalia inesistente.

A pochi giorni dalla rivolta

Se ordine e pace oggi s'incontrano in Somalia, questi sono l'ordine e la pace che solo una violenta repressione può imporre; e sotto la superficie consunta della verità ufficiale, traspare un Paese a pochi giorni dalla rivolta generalizzata. Barre mi ha accusato di "aver raccolto per strada" le informazioni del reportage pubblicato in queste settimane da La Stampa. Ha ragione, e questa raccolta non è stata facile: la gente ha paura, sente dappertutto orecchie indiscrete, vede gli spioni che seguono il giornalista. Immagina anche più di quello che poi in realtà c'è. Il terrore diventa un cerchio infernale che chiude in un'unica stretta società e regime. La strage dello stadio, un mese fa, ne è la tragica verifica. Su quel venerdì di sangue Barre continua a raccontare la sua versione dei 7 morti incidentali, io ho potuto "raccogliere per strada" la verità che lui tace; è la prima ricostruzione che sia stato possibile fare, ma per vincere il muro impaurito delle bocche cucite e avere testimonianze oculari inoppugnabili, ho dovuto contattare quasi 150 persone, tutti spettatori allo stadio. Tutti si tiravano indietro. In tre soltanto, su 149, alla fine hanno accettato di parlare, e in clandestinità e con ogni garanzia di anonimato. Quello che mi hanno detto conferma che i morti dello stadio sono il prodotto della disperata condizione di violenza che è ormai la natura di questo regime alla fine. Il terrore cieco dell'autodifesa, e la paura perfino delle proprie ombre, hanno infatti trascinato i pretoriani di Siad Barre a sparare contro gente inerme e schiacciata dal panico, in un massacro senza motivazioni, una sorta di agghiacciante tiro al bersaglio per il timore che qualcuno avesse attentato contro il presidente. La folla degli spettatori che, vicino al cancello 8, premeva addosso a un Basco Rosso e lo spingeva e lo strattonava per impedirgli di arrestare un ragazzo con un misterioso ordigno in mano (poi si scoprì che era un walkman), è diventata in quel pomeriggio la massa simbolica dei Nemici che assaltavano il Potere: e il soldato ha sparato, angosciato dai fantasmi.

E sulla gente fuoco a volontà

Mossi dall'ossessione contagiosa di un regime assediato, allora tutti gli altri soldati hanno preso anche loro a tirare contro qualsiasi cosa in movimento sulle gradinate. Alla prima scarica dei Baschi Rossi che avevano visto partire il colpo dalla tribuna che sta sotto la torcia olimpica, la gente ha cominciato a scappare terrorizzata verso le uscite, e l'altro centinaio di pretoriani che stava all'esterno dello stadio, con autoblindo e mitragliatrici automontate, gli sparava addosso, immaginando un attentato. Siad Barre si è buttato a terra, ricordando la morte di Sadat, e ha corso per qualche metro carponi, perdendo anche gli occhiali neri. Poi il ministro dello Sport e una guardia del corpo lo hanno preso sotto le ascelle e lo hanno portato via dalla tribuna. Mentre tutti urlavano schiacciandosi e spingendosi verso le uscite, e mentre i Baschi Rossi sparavano all'impazzata per proteggere il loro presidente, Barre usciva dalla scalinata principale, inciampava due volte nei corpi dei morti che stavano già sul terreno, e alla fine veniva infilato dentro un'autoblindo che partiva a razzo, accompagnata dalle raffiche delle Pkm che tagliavano braccia, gambe, i corpi dei disgraziati che non riuscivano a buttarsi a terra. "Laaya kufaarta", Ammazzate questi bastardi, gridava Barre mentre veniva spinto nell'autoblindo, e nemmeno lui, evidentemente, aveva ancora capito che cosa stesse accadendo. La sparatoria è continuata per venti lunghi minuti, mentre le auto dei dignitari e le autoblindo sgommavano via passando sui corpi stesi, travolgendo chi scappava, continuando la loro corsa cieca anche sulla strada fuori dalla cinta dello stadio (un vecchio con un bastone e la figlia che l'accompagnava sono morti così, urtati e schiacciati poi dal corteo delle auto in fuga). Due dei miei tre testimoni oculari - che erano vicini alle porte n. 4 e n. 8 - quando l'altro giorno mi raccontavano questo pomeriggio di un mese fa sono scoppiati ancora in lacrime, a ricordare tutti quei corpi per terra, le urla, il sangue, le raffiche senza fine.

Sepolti dalle ruspe

La verità ufficiale di Barre ignora tutto questo, e costa un'espulsione a chi non se ne accontenta. Ma prima di esser cacciato via dalla Somalia stavo lavorando su un altro aspetto ancora di questa strage: le fosse comuni. A Mogadiscio "ho raccolto per strada" molte voci sull'interramento clandestino dei morti dello stadio, più di 150 cadaveri sepolti da ruspe militari presso Gezira, forse anche presso Afgoi; la mia ricerca di fonti certe e inattaccabili, come per la sparatoria, era già a buon punto quando sono stato mandato via, ma per la partenza improvvisa non ho potuto completare l'inchiesta. Quindi ora non è possibile accusare Barre anche di questo crimine. A Mogadiscio, nei giorni scorsi, avevo chiesto di intervistarlo e mi avevano fatto presentare per scritto le domande che intendevo fargli; erano 12 domande, non vi si parlava ancora delle fosse perché ci stavo investigando. A questo punto, ne vorrei aggiungere una: il presidente è a conoscenza di una fossa comune per i morti dello stadio ? Intende svolgere un'indagine e comunicarne pubblicamente il risultato ? Ma io non ho l'impazienza che oggi invece mostra la gente della Somalia. "E' tutto un Paese che sta per sollevarsi contro il regime", mi dice il generale Mohammad Abshir Mussa. Il generale ha 70 anni, è un vecchio diritto e fiero, tutto ossa, con una chiostra bianca di denti e un gran sorriso aperto. "Io sono rimasto un carabiniere" mi dice, e sembra parlare della leggenda del suo corso alla scuola allievi di Firenze. Era compagno di Barre, s'è fatto 12 anni di galera per non aver voluto appoggiare il golpe del '69; ora guida il cartello di tutte le opposizioni, raccolte nei programmi politici del Manifesto n. 1. "Noi non siamo contro Barre personalmente, siamo contro il regime. Ma se l'Italia aiuta Barre, l'Italia allora aiuta il regime", dice il generale Abshir in un ufficetto pieno d'ombra e di gente che dice di sì con la testa; e tutti mi guardano con riprovazione, perché sono italiano e sto dando una mano a Barre. Tento di spiegare che forse non è così, che se l'Italia tiene ancora un filo col dittatore conserva anche la possibilità di premere su di lui, di influenzarlo. Ma loro, nell'ombra quieta dell'ufficetto vuoto, tutti in piedi, tutti asciutti, tutti severi e uguali, scuotono la testa. Dicono di no. In realtà sanno che già siamo alla resa dei conti. La conferma l'ho avuta in questi giorni di Somalia incontrando, in una località che non posso dire, e in un giorno che non posso dire, una specie di Mazzini somalo. Questo Mazzini nero sono in realtà tre persone, tre leaders del Manifesto mandati a nome di tutta l'opposizione a pacificare le tribù ostili e preparare l'attacco unitario contro il potere: Ali Mahdi, Mali Haji Imam, e Munin Omar, hanno viaggiato per 2 mesi dentro la Somalia in guerra, rimontando la jungla e le savane fino al Mudug e al Nugaal, hanno incontrato ogni tribù, si sono seduti con i capi sotto l'ombra spinosa delle acacie e hanno parlato e spiegato. "E la pace è stata fatta", mi ha detto questo Mazzini triumvirale. L'assalto a Villa Somalia allora è prossime, imminente; forse la risposta sulle fosse comuni arriverà da altri, e non dal presidente Barre.

18 agosto 1990

Fonte: La Stampa

Fonte Fotografie Stadio: Wikipedia.org

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