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Salerno 24.05.1999 Ciro Peppe Enzo Simone La Tragedia
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CIRO ALFIERI (15) GIUSEPPE DIODATO (23) VINCENZO LIOI (16) SIMONE VITALE (21)

Tragedia a Salerno

Morire di calcio

Un treno carico di tifosi prende fuoco in galleria. 20 feriti e 4 morti di cui tre minorenni.

Salerno, 24 maggio 1999 - Lutto cittadino a Salerno per il rogo divampato sul treno speciale che riportava i tifosi della Salernitana a casa dopo la partita contro il Piacenza. Quattro morti, tre minorenni e un solo maggiorenne, e venti feriti, di cui nove ricoverati in ospedale in gravi condizioni. Il vagone numero 5 del treno ha preso fuoco nella lunga galleria che collega Salerno con Nocera Inferiore, tra le 6 e le 7 di questa mattina. Il treno era stato fermato tre volte dopo aver passato la stazione di Nocera perché era stato azionato più volte il freno d'emergenza, e sembra che un fumogeno lanciato da un treno antistante durante una di queste soste, attraverso un finestrino rotto o aperto, sia stata la causa dell'incendio. Alcuni dei 1500 tifosi che si trovavano a bordo del treno speciale hanno abbandonato le carrozze lanciandosi fuori dai finestrini nella galleria, mentre il macchinista procedeva lentamente verso la stazione di Salerno dove sono stati soccorsi. Nulla da fare per quattro giovani che si trovavano nel quinto vagone del treno. Le vittime avevano una 15 anni, due diciassette e il solo maggiorenne era Simone Vitale, 22 anni, portiere della squadra di serie A2 di pallanuoto di Salerno, figlio del corrispondente dal capoluogo campano della Gazzetta dello Sport Giovanni Vitale. Scartata l'ipotesi di una sassaiola tra opposte tifoserie nella stazione di Nocera. Su quanto accaduto a Salerno è intervenuto anche il presidente della Lega Calcio Franco Carraro, che ha richiamato ad una maggiore responsabilità e collaborazione con le forze dell'ordine per evitare che episodi del genere si ripetano. Galliani fa riferimento alle responsabilità di tutti. Anche se non c'è collegamento tra l'incendio del treno di Salerno con la rissa scoppiata in campo a Piacenza e continuata nel tunnel che porta agli spogliatoi, le immagini di ieri mettono in evidenza che eccessi e mancanza di responsabilità coinvolgono anche quelli che per primi dovrebbero essere da esempio. Un ferito anche a Roma; un tifoso romanista di 27 anni ricoverato in ospedale per ferite da coltello ad una coscia, al torace e ad un braccio.

24 maggio 1999

Fonte: 2.raisport.rai.it

Rogo sul treno per tifo scatenato, quattro morti

Le fiamme divampate all'uscita dell'ultima galleria sul convoglio che trasportava i tifosi della Salernitana.

SALERNO - Tifosi scatenati tra le fiamme: potrebbe essere stato l'ennesimo atto vandalico degli ultras della Salernitana a provocare l'incendio e la morte di quattro giovani, sul treno speciale che riportava a casa 1.500 sostenitori, dopo l'ultimo incontro giocato ieri pomeriggio a Piacenza, che ha decretato la retrocessione della squadra campana in serie B. Un viaggio che si è concluso tragicamente. Solo nel pomeriggio sono stati identificati i corpi, carbonizzati nel rogo: due delle vittime avevano appena quindici anni, Vincenzo Lioi e Ciro Alfieri. Gli altri due ragazzi sono Simone Vitale, 21 anni, giocatore della squadra di A2 di pallanuoto Rai Nantes Salerno, ex vigile del fuoco e Giuseppe Diodato, 23 anni, riconosciuto anche lui attraverso l'esame dei vestiti e delle scarpe. L'incendio, di cui ancora non si conoscono le cause, sarebbe stato provocato dagli stessi tifosi che viaggiavano sul treno speciale di ritorno partito ieri sera alle otto da Piacenza, in prossimità della stazione di Salerno, per evitare di essere identificati dalla polizia al loro arrivo. Il bilancio è purtroppo provvisorio: le fiamme sono divampate all'interno di una galleria, scatenando il panico tra i passeggeri che, probabilmente hanno tentato la fuga gettandosi dai finestrini mentre il treno era in corsa. Il treno è uscito dalla galleria in condizioni disastrate, non solo per le fiamme. L'intero viaggio del treno speciale Piacenza-Salerno, con circa 1.500 tifosi a bordo, che sarebbe dovuto arrivare a destinazione alle sette di questa mattina, è stato infatti accompagnato da disordini dei fan della Salernitana, agitati per la retrocessione in serie B. Viaggiatori scatenati che hanno provocato ritardi nel tragitto, l'ultimo dei quali alla stazione di Nocera Inferiore, quando hanno tirato il freno e sono scesi dal convoglio, cercando invano ulteriori scontri con gli storici rivali della Nocerina. Dalle testimonianze di alcuni tifosi e del personale delle Ferrovie in servizio a Nocera Inferiore emerge che gli atti di vandalismo sono avvenuti esclusivamente sul treno. Alcuni tifosi della Salernitana hanno divelto sediolini, rotto vetri e hanno scagliato pietre raccolte sulla massicciata anche contro un treno fermo sul terzo binario, in attesa di partire, e nel quale vi erano viaggiatori che si sono riparati all'interno del convoglio per evitare danni. Dopo essere stato fermo per un'ora, il treno speciale è ripartito ma, mentre percorreva la lunghissima galleria di Santa Lucia, ha preso fuoco. L'incendio, secondo quanto è stato accertato, si è sviluppato per cause non ancora precisate, all'interno della carrozza numero cinque mentre il treno imboccava il tunnel, lungo una decina di chilometri. Dalla carrozza sono stati estratti i quattro corpi completamente carbonizzati, mentre numerosi passeggeri si sono fatti assistere dai sanitari per intossicazioni e ferite varie riportate mentre cercavano di raggiungere l'uscita della galleria. Una ventina i feriti: sette tifosi e due agenti di polizia in servizio di scorta al convoglio sono ricoverati in ospedale, a Salerno. La maggior parte dei feriti presenta segni di intossicazione da ossido di carbonio, alcune lesioni provocate dalla caduta dal treno dal quale si erano lanciati per sfuggire alle fiamme ed al fumo. Per due degli intossicati si è resa necessaria la terapia in camera iperbarica. Le condizioni di uno di loro sarebbero molto gravi. Le fiamme, stando a quanto hanno raccontato alcuni testimoni, si sarebbero sviluppate proprio quando il convoglio ha imboccato la lunga galleria ferroviaria. Secondo alcuni testimoni, uno dei viaggiatori, che si trovava nella seconda carrozza, avrebbe azionato il segnale d'allarme e il macchinista, per evitare che il treno rimanesse bloccato tra le fiamme all'interno della galleria, avrebbe proseguito lentamente fino all'uscita del tunnel. Una volta fuori dalla galleria si è riusciti a staccare la motrice con le prime carrozze dal resto del convoglio che, però, è rimasto all'interno. Il treno ha quasi tutti i finestrini rotti: non si sa se per atti vandalici o se distrutti dai passeggeri in preda al panico che hanno tentato di raggiungere correndo, nel fumo intenso, l'uscita del tunnel. Alle scene di panico tra i viaggiatori si sono aggiunte, poi, quelle drammatiche della disperazione dei parenti dei tifosi giunti nella stazione di Salerno appena si è diffusa la notizia dell'incendio. Sul posto, oltre ai vigili del fuoco, si sono recati il Prefetto e il Questore.

24 maggio 1999

Fonte: Repubblica.it

"Ho visto il fuoco e sono saltato giù"

di Mimmo Malfitano

Gli scampati: "In quella galleria un’orda di selvaggi ha scatenato l’inferno". Fabio si è salvato gettandosi dal finestrino e spaccandosi una gamba: "Se fosse arrivato un altro treno mi avrebbe travolto". Luca: "Erano impazziti, pieni di droga e di alcool: un’orda di barbari, volevano distruggere tutto". Vanni Vignes, un giornalista: "Ho visto la morte in faccia. I poliziotti avevano paura".

DAL NOSTRO INVIATO SALERNO - All’ospedale di San Leonardo l’emergenza scatta poco prima delle 8,30. Il personale viene allertato al completo: non si conosce ancora l’entità della tragedia. Al pronto soccorso arrivano le prime ambulanze con il loro carico di sventurati. Le diagnosi non fanno temere il peggio. "Quattro giovani sono stati ricoverati con segni di intossicazione da ossido di carbonio", spiega il dottor Pasquale Grimaldi della Direzione Sanitaria. "Gli altri hanno lesioni guaribili con prognosi fino a trenta giorni". Su una barella è disteso Fabio De Crescenzo, 15 anni, che è scampato alla morte per essersi gettato dal vagone in fiamme. Nella caduta, però, il giovane ha riportato la frattura scomposta di tibia e perone della gamba destra. Nei suoi occhi c’è il terrore e lo sconforto per l’esperienza vissuta. Il suo è un racconto confuso e omertoso. "Quando abbiamo imboccato la galleria che porta da Nocera a Salerno, il treno aveva già tutti i vetri rotti. No, non ho visto come si è verificato l’incendio. So solo che quando ho notato le fiamme mi sono buttato già dal finestrino col treno ancora all’interno della galleria. Ho rischiato di morire lo stesso, perché se fosse passato un altro convoglio nella direzione opposta, m’avrebbe schiacciato sotto le rotaie. Ho provato a andare avanti, lentamente, nonostante avessi la gamba rotta. Credo, comunque, che mancassero poche centinaia di metri alla fine del tunnel. Ad un certo punto, ho sentito la voce di una persona che mi diceva di stare tranquillo che l’incubo era finito. Allora ho perso conoscenza e mi sono risvegliato qui, in ospedale". Il racconto di Fabio è sconvolgente. Il ragazzo, ancora sotto shock, non ha voluto aggiungere altro. Dice di non ricordare più niente: ci vorrà del tempo per smaltire il trauma. Le parole di Luca, un altro giovane passeggero del treno della morte, cadono come macigni. Le sue accuse sono gravissime: "Erano impazziti, volevano distruggere tutto. Erano riempiti di droga, ubriachi da non poter più controllare le loro azioni. Insomma, un’orda di barbari che ha seminato terrore e violenza". In ospedale c’è anche un altro giovanissimo. Di lui non vengono fornite le generalità, però si sa che ha avuto lo sfacelo traumatico alla mano sinistra. Tra i millecinquecento tifosi c’era anche Vanni Vignes, un giovane collaboratore di Cronache del Mezzogiorno, uno dei quotidiani di Salerno. Anche lui è vivo per miracolo. "Soltanto venti metri mi hanno separato dalla morte. Quel treno avrebbe dovuto riportare indietro i nostri sogni, invece è stato teatro di morte - dice. L’amarezza per la retrocessione ha scatenato la violenza di questi scalmanati. Già alla partenza c’erano stati tafferugli con le forze dell’ordine. Inutile sottolineare l’inefficienza del servizio di scorta. A ogni fermata, raccoglievano sassi che venivano usati per infrangere i vetri dei treni in sosta o per colpire i viaggiatori in attesa nelle stazioni. Il momento più concitato, comunque, è stato quando siamo giunti nella stazione di Nocera. Lì, qualcuno ha tirato il freno d'emergenza. Il rumore dei vetri infranti con pietre e calci accompagnava le proteste di quanti chiedevano spiegazioni agli agenti di scorta e al personale delle FF.SS. Dalle parole si è passati ai fatti. Gli scalmanati hanno iniziato a distruggere le poltrone del treno. Poi, finalmente, dopo 30 minuti di attesa, siamo ripartiti per fermarci subito, bloccati ancora una volta dal freno d’emergenza. A quel punto alcuni agenti di polizia - continua il suo racconto il giovane scampato alla morte - ci hanno invitati a raggiungere Salerno a piedi. Effettivamente, in molti hanno pensato di provvedere da soli, salendo sulla Circumsalernitana in partenza da lì a qualche minuto. Altri, invece, rifiutandosi di abbandonare il treno, hanno chiesto spiegazioni. "Siamo in 12 - si difendevano i poliziotti - e voi in 2.000, abbiamo paura". Alla fine siamo risaliti tutti sul treno. All’ingresso in galleria un sussulto ha scosso tutti quanti. Mancavano un paio di chilometri all’uscita del tunnel, quando mi sono accorto che da un finestrino uscivano delle fiamme. Ho avuto paura, ho pensato di morire. Gli occupanti dei vagoni vicini invadevano gli altri in cerca della salvezza. Ho visto chiaramente che la quinta carrozza era avvolta dal fumo e dalle fiamme. Contemporaneamente ho visto anche una quindicina di ragazzi gettarsi dai finestrini con il treno in movimento. Poi, finalmente la luce, ma anche la scoperta di quella che sarà una brutta storia che difficilmente cancellerò dai miei ricordi". Non riusciranno a cancellarla nemmeno i responsabili, se saranno individuati: per loro si ipotizzano i reati di strage, omicidio e danneggiamento.

25 maggio 1999

Fonte: La Gazzetta dello Sport

Le vittime

Quattro giovani vite spezzate. La Gazzetta in lutto per Simone. Era il figlio di Giovanni Vitale, nostro corrispondente da Salerno. Aveva 22 anni, giocava a pallanuoto in A2. Il papà: "Bisogna sconfiggere chi non ama la vita".

SALERNO - Quattro ragazzi morti. Tragicamente. Uno di essi, Simone Vitale, era uno sportivo praticante, una delle giovani promesse della Rari Nantes Salerno di pallanuoto, società nella quale era cresciuto e con la quale aveva esordito in A1. Quest'anno, era uno dei punti di forza della squadra che gioca in A2. Simone, 22 anni, era un ragazzo pieno di vita, che amava lo sport come null'altro. La sua presenza all’Arechi era un appuntamento fisso, alla domenica. E qualche volta, si avventurava anche lontano da Salerno pur di seguire da vicino la squadra del suo cuore. L’ultima, quella di Piacenza, gli è stata fatale. Ma Simone era qualcosa in più per noi della Gazzetta. Simone era il figlio di Giovanni, il nostro corrispondente da Salerno, che con grande scrupolo professionale racconta tutti i giorni le vicende granata. "È impensabile descrivere lo strazio che ho provato quando ho visto il corpo di mio figlio e degli altri tre ragazzi ridotti in quel modo - racconta Giovanni tra le lacrime - se il calcio è questo, allora è meglio abolirlo. Ma io sono convinto che non è questo. Spero soltanto che queste morti servano a cambiare qualcosa. Simone era un ragazzo di sport, amava la vita. Mi auguro che venga sconfitto chi la vita non la ama". Parole struggenti che racchiudono il dolore di un padre a cui la morte ha sottratto un figlio in acerba età. E come lui, oggi piangono anche altre tre famiglie, quelle di Giuseppe Diodato (15 anni), di Ciro Alfieri (15) e di Vincenzo Lioi (16). Quest'ultimo, giovane calciatore del Vietri Raito, una delle migliori società della provincia salernitana in fatto di calcio giovanile.

25 maggio 1999

Fonte: La Gazzetta dello Sport

Al cimitero come in un incubo

di Gennaro Bozza

Il dolore dei parenti e degli amici: "Sono morti proprio i più tranquilli". Un uomo accusa: "Un manipolo di delinquenti ha dato fuoco al vagone per imitare la "prodezza" già riuscita ai tifosi della Lazio e guardate cos'è successo". La commovente processione di un 15enne che ha perso il cugino.

DAL NOSTRO INVIATO SALERNO - Quando entri nel cimitero e ti avvicini alla camera mortuaria, dove ci sono quattro bare, ti sembra di vedere un burattino che ha perso i fili che lo sostengono. Un giubbotto bianco, magrissimo, il braccio di un gigante che lo sorregge, anzi, lo trasporta. Un corpo senza vita, o senza più voglia di vivere. La poliziotta che, insieme a un collega, sta di guardia, per non far entrare gli estranei, si impietosisce: "È tornato un’altra volta ? Mio Dio, sta uscendo pazzo". È il cugino di uno dei quattro morti, un ragazzo di appena 15 anni. Da un’ora entra ed esce dalla camera dove i parenti hanno provveduto al riconoscimento dei cadaveri, sempre portato a braccia da quell’omone. E ogni volta è un pezzo di vita che se ne va. Proprio il suo accompagnatore racconta cosa ha visto lì dentro: "Qualcuno di loro non si può riconoscere, è completamente bruciato". Si cerca di attenuare il suo dolore dicendogli che quei quattro ragazzi erano già morti per asfissia prima che le fiamme li prendessero, ma cosa vuoi alleviare ? I parenti arrivano, fanno il riconoscimento e se ne vanno, nessuno ha il coraggio di restare. Restano gli amici, giovani tifosi, i compagni di Simone Vitale, che giocava a pallanuoto, come portiere, nella Rari Nantes. Uno di loro non vuole crederci: "Sono venuti da me e mi hanno detto che era morto Simone. Li ho pregati di non scherzare, ma loro hanno insistito: è vero, Simone è morto. Ma cosa significa che è morto ? Era vivo, l’avevo visto l’altro giorno. Non può essere morto. Poi, l’ho saputo anch’io che era morto". La disperazione e la rabbia. Un uomo accusa: "Sono morti proprio quelli che non se lo meritavano, i più tranquilli. Lo so cosa è successo. Qualcuno ha voluto fare la stessa "prodezza" dei tifosi della Lazio, incendiare un vagone, ma è stato un deficiente, perché ha acceso il fuoco quando il treno era nella galleria, non quando stava fermo. Ecco perché è successa questa tragedia. E chi ha acceso il fuoco se n'è subito scappato. Proprio lui sapeva che si correva il rischio di morire. Quelli che sono morti, non sapevano niente di cosa stava accadendo". E un altro aggiunge: "Qualcuno di loro addirittura stava dormendo, non è possibile che non avesse la forza e la prontezza di scappare". Poco alla volta, tutti escono dal cimitero. La cancellata dell’ingresso viene chiusa lentamente. La tensione dei primi momenti lascia il posto al dolore. Quando, nella tarda mattinata, in città si era sparsa la voce dei quattro morti, un centinaio di persone è subito corsa al cimitero, per cercare di capire se qualche figlio, parente o semplice conoscente era tra le vittime. La polizia ha impedito l’ingresso a chi cercava notizie, è volata qualche parola di troppo. Per entrare al cimitero occorreva aspettare il magistrato per espletare le formalità del caso, ma la tensione è salita alle stelle. C’è voluto l’intervento del direttore del cimitero Massimo Romanelli, che ha chiamato il magistrato, ricevendo l’ordine di far entrare solo genitori e fratelli delle vittime. Da quel momento la rabbia ha lasciato il posto alla rassegnazione, alle lacrime. Adesso odi l’ultimo rumore metallico e credi che lo strazio sia finito, almeno lì. Ti accorgi subito che non è così. Vedi allontanarsi quel giovane-burattino che ti ha colpito all’inizio. Stavolta cammina da solo, sembra che si sia ripreso. Ma un suo amico stravolge tutto con una frase: "Adesso, deve pensare ad avvisare i genitori". I genitori ? "Sì, non sanno ancora che il loro figlio di 15 anni è morto. Nessuno ha avuto il coraggio di dirglielo". E lo stanno ancora aspettando ? "Lo stanno ancora aspettando". E pensi a due figure curve, come se il dolore le avesse già colpite, vecchie, come se la vita fosse già finita, che, di sera, si ostinano ad aspettare il figlio, a rinviare una tragedia che si è già insinuata nei loro cuori.

25 maggio 1999

Fonte: La Gazzetta dello Sport

La rabbia della folla al cimitero: Fateci vedere i nostri ragazzi

di Ottavio Ragone

SALERNO - "Che la morte di mio figlio sia un monito per chi vuole trasformare lo sport in barbarie...". Il dolore ha due facce, nella città tramortita. La sofferenza dignitosa del padre di Simone Vitale, il campione di pallanuoto, il giovane portiere della Rari Nantes di Salerno, e l’ira dei familiari di Ciro Alfieri, Vincenzo Lioi e Giuseppe Diodato, gli altri ragazzi morti nel vagone incendiato. Due di essi, Ciro e Vincenzo, garzone di macelleria, avevano appena quindici anni, abitavano nel centro storico, nei quartieri poveri. Giuseppe, il più grande, ne aveva 23. I parenti al cimitero forzano il cordone di poliziotti, entrano nella cappella in cui sono composti i resti delle vittime e urlano, piangono, imprecano, qualcuno per sfogarsi prende a schiaffi un infermiere della croce rossa che voleva solo soccorrere una donna, una madre svenuta sulle scale della chiesa, schiantata, inerme. "Figlio mio, figlio mio", "Vincenzino perché il Signore ti ha chiamato", "Ciro, Ciruzzo, eri il mio migliore amico e adesso non ti riconosco più, di te non resta più niente". Duecento persone si accalcano davanti al cimitero, molti sono ultrà della Salernitana, con i capelli rasati, le magliette granata, gli occhi lucidi di pianto. Insultano gli agenti che cercano di trattenerli, non vogliono aspettare l’autorizzazione del magistrato per vedere per l’ultima volta i ragazzi. "Maledetti, fateci entrare, adesso siete qui, ma sul treno non c’eravate", grida un uomo, minaccioso, agli agenti. Accorrono altre volanti di rinforzo, le ambulanze. Poi, d’improvviso, torna la calma. Mentre in municipio il sindaco, Vincenzo De Luca, si dice "attonito, sconvolto con l’intera cittadinanza, per questa gravissima tragedia". Sul suo volto si leggono delusione, sbigottimento. Da quando la Salernitana è stata promossa in A, sembra che una sorte malefica si sia accanita contro la città che adesso si chiude in una giornata di lutto. Simone Vitale aveva 22 anni, il corpo alto e slanciato di un atleta, l’entusiasmo di uno che amava lo sport non solo da tifoso. Da quando era ragazzino giocava con la Rari Nantes, prima nelle giovanili, fino all’esordio in A1, come secondo portiere. In piscina trascorreva gran parte della giornata. Dal padre Giovanni, giornalista sportivo, Gazzetta dello Sport, aveva ereditato la passione per la Salernitana. Seguiva tutte le partite in casa, qualche volta andava in trasferta, con gli amici. Anche sabato scorso, a Piacenza. "Avevo cercato fino all’ultimo di convincerlo a saltare quella maledetta partita", racconta il padre. "Sentivo una premonizione, ma di fronte alla gioia e alla serenità di mio figlio non ho saputo dire di no. Mi rassicurava dicendomi che si sarebbe allontanato dai più facinorosi, che avrebbe badato a stare lontano dagli incidenti. L’ultima volta l’ho sentito al telefono di sera, abbiamo parlato della partita sfortunata della Salernitana, ho tratto un sospiro di sollievo. Tutto era andato bene, aspettavo il ritorno di Simone. Invece il destino ha voluto che morisse a pochi metri da casa". Giovanni Vitale abita in un palazzo a poca distanza dalla ferrovia. "Stavo uscendo quando ho visto una nuvola di fumo. Ho capito che era successo qualcosa e mi sono diretto verso i binari. Ho atteso per cinque ore con il cuore in tumulto. Poi ho riconosciuto il corpo senza vita di mio figlio e il mondo mi è crollato addosso. Nel mio cuore c’è solo distruzione". Giovanni Vitale raccoglie le forze, lancia un appello: "Non può essere questo il vero volto del calcio. E se lo sport deve essere sinonimo di brutalità, allora è meglio cancellarlo. Mio figlio se n’è andato via senza una ragione, la sua morte dev'essere un esempio per chi vuole trasformare lo sport in violenza". Davanti al cimitero gli ultrà gridano: "Fateci vedere i ragazzi, per l’ultima volta". Dopo, il silenzio.

25 maggio 1999

Fonte: Repubblica.it

Vittime della follia

di Mimmo Malfitano

Salerno piange i quattro ragazzi morti carbonizzati sul treno dei tifosi. La tragedia è avvenuta nel tunnel che da Nocera Inferiore porta a Salerno. Un gruppo di tifosi, probabilmente con l’intenzione di distrarre polizia e carabinieri che li attendevano alla stazione di Salerno, ha appiccato il fuoco nella quinta carrozza del treno. L’incendio si è sviluppato rapidamente e solo la prontezza del macchinista ha impedito che le vittime fossero di più. Scene di panico all’arrivo, immediati i soccorsi. Ma per quattro giovani era ormai tardi. Nove i feriti.

DAL NOSTRO INVIATO SALERNO - Questa volta conta i morti, Salerno. Il bilancio dell’ultima follia è tremendo: quattro le vite spezzate dalla violenza. Sono quelle di Simone Vitale (22 anni), Giuseppe Diodato (15), Vincenzo Lioi (16) e Ciro Alfieri (15), ragazzi poco più che adolescenti, con in comune un’unica passione: la Salernitana. Hanno pagato il prezzo più alto sul treno della morte: li hanno estratti carbonizzati, irriconoscibili, da quelle lamiere roventi, annerite dal fumo dell’incendio che un gruppo di criminali ha appiccato a pochi chilometri dalla fine della corsa. Salerno è in ginocchio, distrutta da quest'ennesimo episodio di violenza che ha chiuso una stagione che spesso l’ha vista protagonista in negativo. Questa volta, però, tutto è andato oltre, fino alla morte. Spietata. La cronaca di questa notte inquietante è un insieme di tormenti. Domenica sera, ore 20. Il treno della morte è fermo nella stazione di Piacenza. Da un’ora circa, continuano ad affluire i tifosi della Salernitana. L’atmosfera è grigia. Il pareggio rimediato contro gli emiliani non è servito a evitare la retrocessione. I criminali sono in agguato, compiono qualche atto di vandalismo, ma non vanno oltre. Sono 13 le carrozze quando il treno si mette in movimento. La gente è stipata alla meno peggio. Quel convoglio predisposto per 800 viaggiatori ne conta, invece, 1.500, quasi il doppio. Molte persone trovano alloggiamento sulle grate porta-bagagli. Poco meno di un’ora di viaggio e il treno entra nella stazione di Bologna. C’è caos, una ventina di scalmanati approfitta della sosta per assaltare il bar. Possono ben poco i 12 agenti di scorta sistemati sul convoglio dalla Questura di Piacenza, tra cui 6 donne. È qui che iniziano le prime sassaiole. Un delinquente viene bloccato dalle forze dell’ordine: lo arrestano per oltraggio e violenza. Prima di riprendere il viaggio, altri tre vagoni vengono aggiunti ai 13 partiti da Piacenza. Ma non bastano per assicurare un posto a tutti i passeggeri. Dormire è quasi impossibile, c'è troppa confusione. Qualcuno confesserà dopo che in quei vagoni sono girati alcool e droga, a volontà. In piena notte, tra Prato e Firenze, alcuni passeggeri lanciano un estintore verso un treno che procede in direzione opposta: il bersaglio non viene centrato. Si va avanti tra tensioni e paure. I più pacati colgono negli occhi degli esagitati una voglia di violenza, di distruzione. A Roma Tiburtina il convoglio si ferma per uno scalo tecnico. Ripartono le sassaiole al punto che il treno viene fatto ripartire subito. È inquietante come questi criminali distribuiscano violenza senza che nessuna delle Questure interessate dal passaggio del convoglio sia intervenuta per fermare lo scempio. Sono quasi le 7, quando una brusca frenata blocca il treno a pochi metri dalla stazione di Nocera Inferiore, centro a 15 chilometri da Salerno. Qualcuno ha tirato il freno d’emergenza. Il sospetto che si stia preparando un assalto agli odiati "cugini" diventa realtà quando dai convogli parte un’altra fitta sassaiola verso i pendolari che sono in attesa del diretto proveniente da Sapri e in proseguimento per Napoli. La gente scappa, mentre il treno che trasporta i 1.500 tifosi della Salernitana è del tutto devastato. Suppellettili distrutte, vetri rotti, sedili divelti. A fatica si riesce a riportare l’ordine. I tifosi scesi dal treno prendono sassi dalla massicciata, li tirano contro gli appartamenti dei palazzi di via Grimaldi, rompendo i vetri di sei di essi e di due auto. Una signora di 64 anni viene colpita da una sbarra di ferro al gomito destro (prognosi 5 giorni). Una ragazza di 16 anni, molestata, resiste e riceve un calcio all’inguine (10 giorni di prognosi). Dopo l’intervento di polizia e carabinieri i tifosi risalgono sul treno, che riparte alle 8 circa per percorrere gli ultimi 13 chilometri, di cui 12 in galleria. Il treno, tuttavia, riesce a percorrere pochi metri: il freno d’emergenza viene nuovamente attivato. A questo punto, secondo il racconto degli inquirenti, un gruppo di criminali appicca il fuoco nella quinta carrozza di testa, utilizzando rotoli di carta igienica. Il loro è un disegno ben studiato. Sanno bene che una volta arrivati a Salerno troveranno le forze dell’ordine ad attenderli per identificarli. E decidono per l’incendio in modo da spostare la loro attenzione su altro. Le fiamme, tuttavia, avvolgono in fretta anche il quarto e il sesto vagone. E qui entrano in gioco il coraggio e la prontezza del capo macchinista, Mauro Argenti, di Roma-San Lorenzo, che nonostante il freno d’emergenza azionato continua la sua corsa fino a portare il treno fuori dalla galleria e, quindi, nella stazione di Salerno. I soccorsi partono immediati. Tutto intorno al convoglio è il caos. Ragazzi che si gettano dai finestrini, altri che vengono feriti nella calca. Le ambulanze iniziano la spola tra la stazione e il vicino ospedale di San Leonardo. L’intervento dei vigili del fuoco è rapido, l’incendio viene domato in una ventina di minuti. Non tutti gli occupanti della quinta carrozza, comunque, riescono a fuggire. Restano intrappolati in quattro. Nel giro di un’ora arriva il magistrato, Vincenzo De Florio. Dopo i primi accertamenti, il pm è già in grado di dare un giudizio: "Di sicuro non si può parlare di un incendio accidentale". Sul posto arrivano anche il presidente dell’Ente Ferrovie, Giancarlo Cimoli, e il sottosegretario ai Trasporti, Stefano Angelini. Prima delle 13 viene comunicato il bilancio definitivo: 4 morti e 9 feriti, di cui due tra le forze dell’ordine che verranno dimessi in serata. I ragazzi ricoverati sono tutti al di sotto dei trent'anni: Antonio Di Domenico (19), Stefano Etere (19), Fabio De Crescenzo (15), che ha riportato la frattura scomposta di tibia e perone, Andrea De Marino (27), Gianluca Aliberti (23), Dante Palmieri (21), Oreste Pacifico (20). Le prognosi vanno dai 10 ai 20 giorni. Le indagini, subito avviate, non hanno dato finora alcun esito. Per tutta la giornata, il pm Vincenzo Di Florio ha ascoltato circa 200 persone che hanno viaggiato sul treno della morte. Ma sulle deposizioni c’è il più stretto riserbo. Intanto, stamattina verrà effettuata l’autopsia sulle quattro vittime, dopo di che il magistrato darà l’autorizzazione per lo svolgimento dei funerali, in programma oggi stesso, alle 16, nel Duomo di Salerno. Ma fin dalle 12 le salme dei quattro ragazzi saranno esposte nella cattedrale.

25 maggio 1999

Fonte: La Gazzetta dello Sport

A NOCERA

di Gennaro Bozza

"Volevano incendiare il treno ma il flusso d’aria li ha traditi". Il vicequestore di Nocera, Tedesco: "In galleria le fiamme si sviluppano rapidamente. Quei ragazzi sono morti asfissiati". Il racconto dei momenti di terrore alla stazione.

DAL NOSTRO INVIATO NOCERA INFERIORE - "L’ipotesi più probabile è che volessero incendiare il treno. Non si aspettavano che il fuoco si espandesse così rapidamente". Il vicequestore Vincenzo Tedesco, responsabile del Commissariato di Nocera Inferiore, presenta lo scenario più verosimile della tragedia. Nessun provocatore, solo la totale stupidità. L’evoluzione degli incidenti spiega anche il finale. "Sono andato a vedere i binari prima della galleria - dice Tedesco: era stato gettato di tutto, seggiolini, estintori, plafoniere. Insomma, stavano cercando di distruggere la carrozza, fino a incendiarla. Non credo si sia trattato di un fumogeno a scatenare l’incendio. Penso che, come è accaduto altre volte per questi treni speciali dei tifosi, abbiano accumulato tutte le carte trovate nelle toilette e abbiano appiccato il fuoco. Non hanno tenuto conto, però, che si trovavano dentro la galleria. Il flusso d’aria è più veloce e violento, c’è maggiore ossigenazione: succede che non solo le fiamme si sviluppano con rapidità incredibile, ma si crea anche una cappa di fumo molto denso, che è una specie di "muro". E in quel momento c’è stata la tragedia". La ricostruzione di quello che è accaduto, da parte del dottor Tedesco, si basa su una esperienza personale. "Una volta, dovetti salire su un treno in fiamme, per tentare di salvare una persona. Per un attimo, aspirai il fumo, stavo per svenire. Quei poveri ragazzi che sono morti, quasi sicuramente sono rimasti storditi dal fumo e hanno perso i sensi entro 30 secondi al massimo. Poi sono morti per asfissia. Quando sono arrivate le fiamme, già non c’era più niente da fare". A Nocera, insomma, c’è stato il prologo fin troppo chiaro di quello che sarebbe successo. Il fatto stesso che siano stati rotti i vetri di sei appartamenti nei palazzi vicino alla stazione, di due auto e di una carrozza di un altro treno, che ci sia stato un clima di terrore per circa un’ora, fa capire che si è trattato della bravata di un centinaio di delinquenti. Il capostazione di Nocera, Ciro De Martino, li descrive così: "Aggredivano tutti, erano impazziti, avevano in mano spranghe di ferro e pezzi di legno divelti dalla carrozza ferroviaria". Uno studente di 19 anni, Alfonso De Caro, in attesa del treno per andare a scuola, è un altro testimone: "Hanno cominciato a insultare tutti e a spintonarli. C’erano quattro celerini che cercavano di soccorrere la gente". L’assessore comunale allo sport Pietro Paolo De Prisco fa una precisazione: "Nessun tifoso nocerino era presente, non criminalizziamo la città". E il presidente della Nocerina, Mario Gambardella, ha espresso al sindaco di Salerno e al presidente della Salernitana Aliberti il cordoglio del suo sodalizio, chiedendo inoltre che si accertino al più presto le responsabilità, condannando però le strumentalizzazioni che sono fiorite intorno all’evento. Incidenti previsti ? È ancora il dottor Tedesco a chiarire: "Anche se non era previsto che il treno si fermasse, abbiamo mandato alcuni poliziotti e carabinieri a controllare. Ma ce ne volevano almeno 150 per fermare quei tifosi".

25 maggio 1999

Fonte: La Gazzetta dello Sport

Brucia treno degli ultrà: 4 morti

di Enzo D’Errico

Ubriachi hanno dato fuoco ai vagoni in galleria. A bordo solo dodici poliziotti. Volevano far arrivare il convoglio in fiamme dentro la stazione.

Hanno attraversato l’Italia per una notte intera, devastando stazioni e bersagliando tutto quel che capitava a tiro. Ma nessuno li ha fermati. Sul treno maledetto, che da Piacenza riportava a casa 1500 tifosi della Salernitana imbestialiti per la retrocessione in B della loro squadra, c'era soltanto una "scorta tecnica": vale a dire dodici poliziotti emiliani, sei uomini e sei donne, che avevano il compito di segnalare eventuali problemi. L’hanno fatto, ma senza alcun risultato. E così, alle 8.27 di ieri mattina, la tragedia annunciata per ore ed ore s'è consumata nella galleria Santa Lucia, un tunnel lungo più di dieci chilometri che collega Nocera Inferiore a Salerno. La quinta carrozza di testa del convoglio speciale, organizzato dalle Ferrovie dello Stato, s'è incendiata all'improvviso. Qualcuno dall’interno ha appiccato il fuoco. Il bilancio della sciagura fa accapponare la pelle. Quattro giovani tifosi sono morti nel rogo ed altre nove persone (fra loro due poliziotti intossicati dal fumo) sono rimaste ferite: una di queste è in gravi condizioni. Hanno perso la vita per asfissia Vincenzo Lioi e Ciro Alfieri, due cugini di 15 anni: li hanno ritrovati stretti l'uno all’altro sul pavimento. Quando i soccorritori sono riusciti ad entrare nello scompartimento, i telefonini che i due ragazzi avevano in tasca squillavano all'impazzata. Erano i genitori che cercavano notizie dei loro figli. Ed è toccato ai poliziotti rispondere. I cadaveri delle altre due vittime, Simone Vitale e Giuseppe Diodato, entrambi ventitreenni, erano invece completamente carbonizzati. Cosa è accaduto ? Sarebbe più facile raccontare cosa "non" è accaduto sulle 16 carrozze che, dalle 20 di domenica fino alle 8.27 di ieri mattina, hanno seminato il terrore lungo la dorsale ferroviaria che corre fra Piacenza e Salerno. Ubriachi, con la mente annebbiata dal fumo degli spinelli, cento e più balordi si sono praticamente impadroniti del convoglio riducendolo a una carcassa. La sequenza degli incidenti è scandita dalle stazioni in cui il treno s’è fermato o è stato costretto a fermarsi: Bologna, Prato, Firenze, Roma, Napoli, Nocera e infine Salerno. Dove, però, i 1500 tifosi sono stati avvolti da una nuvola di fumo e fiamme. L’ipotesi più probabile è che la banda di teppisti abbia appiccato il fuoco per far arrivare il treno in fiamme in stazione, sperando così di farla franca. Sapevano, infatti, che ad attenderli sulle banchine ci sarebbero state le forze dell’ordine e che difficilmente sarebbero riusciti a scappare. Per questo, una volta imboccata la lunga galleria che collega gli scali di Nocera e Salerno, avrebbero scatenato l’inferno. Forse incendiando le tendine degli scompartimenti, forse lanciando un paio di fumogeni nei corridoi. Non immaginavano, però, che il tunnel avrebbe innescato "l'effetto camino", facendo propagare in un attimo le fiamme. Ci sono state scene di panico e terrore: molti hanno mandato in frantumi i finestrini e si sono lanciati sulla massicciata, altri si sono scaraventati dal convoglio forzando le serrature dei portelli. Il bilancio della tragedia, però, sarebbe stato ancora più pesante se i due macchinisti non avessero trascinato metà del treno fuori dalla galleria, forzando il blocco imposto dal freno d'emergenza. "Ho ridotto la manopola che ferma le ruote - racconta Mauro Argenti - e il convoglio è andato avanti per inerzia. Se fossimo rimasti imprigionati lì dentro, adesso parleremmo d'una strage". Gli investigatori, dopo aver ascoltato decine e decine di testimoni, avrebbero già messo a punto una lista di sospetti. Ma quel che regna oggi a Salerno è il dolore. Mescolato a una rabbia che allunga ombre inquietanti sui giorni a venire.

25 maggio 1999

Fonte: Il Corriere della Sera

A fuoco i vagoni dei tifosi salernitani: 4 morti

di Angelo Di Marino

Da Piacenza un viaggio di dieci ore tra violenze e vandalismi, numerosi feriti.

SALERNO - Uccisi dai loro compagni. Quattro ragazzi salernitani sono le ultime vittime della follia che accompagna il calcio. Una notte di orrore, snodatasi lungo tutta l'Italia e culminata con una strage, firmata nel cuore di una galleria che per molti è rimasta senza uscita. Si è conclusa così l'avventura tragica della Salernitana in serie A: un anno fa era stata promossa mentre a Sarno si contavano le vittime dell'alluvione, ora retrocede tra i cadaveri bruciati di quattro ragazzi. Il viaggio dei 1500 forzati del pallone ha inizio domenica sera, poco dopo le 20. Probabilmente nelle menti di qualcuno c'è già un orrido piano: incendiare tutto il treno a pochi metri dalla stazione di Salerno, per emulare i teppisti romani, autori di un simile attentato una settimana fa. Alla stazione di Piacenza c'è ressa. La polizia riesce a dirottare duecento esagitati su un treno verso il Sud, gli altri però restano sui marciapiedi. Viene allestito un treno speciale con undici vagoni. A bordo salgono tutti, nessuno ha il biglietto. Fa caldo, c'è chi spinge e cerca di sedersi. In molti sono costretti a viaggiare nel corridoio, pressati dagli altri. Si parte con una dozzina di poliziotti a fare da scorta armata. Dagli zaini iniziano a spuntare pietre, razzi, qualche spinello. È la dotazione di chi va in trasferta per trasgredire, prima ancora che per tifare. L'età media è sui diciotto anni, ma c'è chi non raggiunge i sedici. Tra i teppisti, però, ci sono molti studenti ed anche qualcuno che lavora già. Sgranano gli occhi quando capiscono le intenzioni della maggioranza. È per questo che iniziano a dormire, anzi a far finta di dormire. A Bologna ci si ferma per venti minuti, vengono aggiunti altri cinque vagoni per evitare il sovraffollamento. Poi il viaggio, il convoglio si tuffa verso il Sud seminando terrore in quasi tutte le stazioni. Pietre contro i treni in transito, stazioni (come quelle di Firenze e Prato) devastate dai teppisti. Ad ogni fermata scattano i controlli della Polfer, ma si continua così per tutta la notte. All'alba si contano i danni e si arriva in Campania. Ancora scaramucce a Napoli, nella stazione dei Campi Flegrei, e quindi a Torre Annunziata. Poi l'arrivo a Nocera Inferiore, intorno alle 6,50. Qui succede di tutto, con due donne che vengono ferite mentre si trovano a bordo delle proprie auto, ferme ad un passaggio a livello. Volano pietre, bottiglie e anche qualche sciacquone, divelto dai wc delle carrozze. I poliziotti tentano di far scendere dal treno i più facinorosi per identificarli. Vengono "protetti" dai compagni e ogni tentativo di stanarli diventa impossibile. Dopo un'ora di nuovo tutti a bordo, si entra nel tunnel della morte. Dalla quinta carrozza si sprigiona una fiamma. Il fumo acre avvolge tutto il convoglio, c'è chi tira il freno d'emergenza. Il macchinista capisce il dramma e riesce a portare il treno fuori dalla galleria. Ma per Simone Vitale, di 21 anni, giocatore della squadra di A2 di pallanuoto Rari Nantes Salerno, Vincenzo Lioi di 15 anni, Giuseppe Diodato, di 23 anni, e Ciro Alfieri, 16 anni, è già troppo tardi. I loro corpi sono già carbonizzati, li ha soffocati il fumo mentre dormivano rannicchiati in uno scompartimento zeppo di gente. Scatta l'allarme lungo tutta la linea, le fiamme sono alte cinque metri: le lingue di fuoco avvolgono i 1500 ragazzi che fuggono, arrancando tra i binari. Ora è caccia ai responsabili: l'accusa è di omicidio.

25 maggio 1999

Fonte: Il Tirreno

Una città nel dolore

Salerno e la paura di restare soli

di Massimo Cecchini

La solidarietà verso le famiglie delle vittime e l’appello alle istituzioni.

Il Comune di Salerno chiede l’aiuto del Coni e del ministero dell’Interno per cercare di arginare i fenomeni di violenza. La lettera di scuse a Nocera. Oggi i funerali. Deciso il lutto cittadino. Il sindaco De Luca: "Ora dovremo difenderci dalla criminalizzazione. Per far ragionare i giovani si fermino i campionati".

DAL NOSTRO INVIATO SALERNO - La morte bussa forte e la città si ferma ad ascoltare. Chi parla per tutti è il sindaco. Vincenzo De Luca ha il passo rapido e l’aria cupa di chi si sente ferito dalla sorte. Per questo, forse, le frasi sono un conto aperto col destino. Cerchi in un lago in cui affogano spesso i buoni propositi. "Da domani saremo più soli - afferma guardando lontano - rimarremo in trincea a difendere le buone ragioni di una Salerno che, per pochi delinquenti, corre il rischio di essere criminalizzata. Spero che alla tragedia non si aggiunga l’ingiustizia". La solidarietà delle istituzioni, al di là della forma, lo conforta relativamente. "Voglio decisioni - tuona nell’aula del palazzo comunale. Federazioni, Coni, società sportive, ministero dell’Interno: tutti coloro preposti alle iniziative hanno il dovere di muoversi. Le forme non sta a me deciderle. Potrebbe essere utile, per far riflettere, interrompere i campionati, perché lo sport non serve a nulla se deve essere a rischio la vita di giovani. Potrebbe essere un modo per ritrovare responsabilità. In ogni caso spero che sia una tragica fatalità e non un assassinio - scandisce con enfasi - e poiché è certo vi siano delle colpe, confido che qualcuno finisca per pagare. Per parte nostra viviamo dolore, sconcerto, trauma. I quattro morti sono figli nostri e quello che è successo spero serva per una crescita collettiva della città. Dobbiamo essere chiamati a dare alle cose il valore più giusto. Lo sport non può essere confrontato con delle vite stroncate. Basta parlare di complotti, arbitri, destino - con chiaro riferimento alla retrocessione della Salernitana - facciamo tutti autocritica, sperando che questi morti non siano inutili e magari cancellino le asprezze assurde che esistono nella nostra società. E per questo voglio esprimere rispetto e amicizia alla comunità di Nocera, che le prime voci accusavano ingiustamente". Il sasso nel lago, comunque, fa cerchi larghi. "Non si dimentichi - continua De Luca - che tragedie come quelle di oggi sono state sfiorate più volte in questa stagione a Roma, Bologna, Firenze, Milano. L’irresponsabile follia omicida non ha niente a che fare con i giovani che vivono il fenomeno sportivo. Ma la delinquenza sempre più si accompagna con la tifoseria organizzata e gli atti prescindono persino dai risultati sportivi. Basta, perciò, con l’ambiguità, la connivenza, la tolleranza. È un dovere rispetto ai morti. Tocca allo Stato muoversi: i delinquenti devono essere messi in condizione di non nuocere. Tanti bravi ragazzi sono messi a contatto, forse anche in questa occasione, con persone che non avevano il controllo di sé a causa di droga e alcool". Poi parlando quasi da solo. "Non voglio fare polemiche, non so se si poteva fare di più - lasciando intendere una risposta affermativa. Le dimissioni del Questore (Marazzita, ndr.) ? Non voglio rispondere. Mi stringo solo alle famiglie". I funerali si terranno oggi, e nei casi in cui le famiglie acconsentiranno, le spese saranno a carico del Comune. Il sindaco ha poi concluso: "Sarà una giornata di lutto cittadino. Niente lacrime né uffici chiusi. Magari sarebbe bello fare un paio d’ore di riflessioni nelle scuole, perché il futuro va costruito adesso".

25 maggio 1999

Fonte: La Gazzetta dello Sport

Lasciati soli tra i teppisti scatenati

SALERNO - "E’ stato come quel film, Cassandra Crossing, quel treno precipitava da un ponte con i passeggeri. Ci hanno abbandonato: 12 agenti di polizia a fronteggiare 1500 belve scatenate". All’esterno degli uffici della Polfer della stazione di Salerno, chiacchierano tra di loro per darsi forza i dodici-poliziotti-dodici (4 donne), che dalle 20 di domenica a Piacenza alle 8.30 di ieri mattina hanno scortato da ostaggi i tifosi della Salernitana che tornavano dall’Emilia. "Abbiamo segnalato incidenti a Bologna, a Prato, a Firenze, anche a Roma. Non è venuto nessuno a darci una mano...", dicono quasi a cercare conferma di aver fatto il possibile. Poi ricordano il viaggio. "Qualcuno di noi ha vissuto la tragedia del Pendolino alla stazione di Piacenza il 12 gennaio di due anni fa. Non c’è paragone. Dicono che alla stazione di Nocera il treno sia stato aggredito da tifosi locali: è falso. Alle 7 del mattino c’erano solo i pendolari, una ventina, sulla pensilina", aggiungono. "Hanno azionato il freno d’emergenza e quando il treno si è fermato si è scatenata la sassaiola contro tutto quello che era intero sulla stazione. Compreso pendolari in attesa e personale della Polfer. Da Piacenza, ad ogni stazione, hanno bersagliato vetri, passeggeri in attesa. Hanno letteralmente devastato i vagoni, sedili, posacenere e impianti elettrici, tutto quello che è capitato a tiro". E tra i poliziotti c’è chi ha visto subito il fuoco. "C’è stato prima il fumo, poi il fuggi fuggi. Abbiamo incrociato un altro convoglio; lo spostamento d’aria ha alimentato il fuoco e c’è stata una grande fiammata. Un inferno".

25 maggio 1999

Fonte: La Repubblica

I tifosi granata negano ogni responsabilità

"Su quel treno sono saliti 200 delinquenti"

di Massimo Cecchini

DAL NOSTRO INVIATO SALERNO - Salvatore Orilia muove le mani tagliando aria e parole. Il responsabile del Centro Coordinamento dei tifosi della Salernitana ha fretta di cancellare qualsiasi responsabilità con la tragedia. "Noi non abbiamo organizzato nessun treno. La trasferta di Piacenza è stata preparata solo con 56 pullman e tanti pullmini - racconta. Su quel convoglio c’erano 100-200 delinquenti che chi viene sempre con noi fuori casa ha raccontato di non avere mai visto. Gente dell’entroterra, che con Salerno non ha niente in comune". Le responsabilità secondo Orilia, che trova comprensione presso il sindaco De Luca, sono anche della gestione del viaggio fatta dalla polizia. "I tifosi che erano su quel treno all’andata si erano mossi per loro conto, con normali viaggi di linea. Al ritorno, invece, sono state aggregate altre carrozze (a Bologna, ndr.) che hanno trasformato il tutto in un convoglio ingestibile da parte dei pochi poliziotti a bordo. Millecinquecento persone non potevano viaggiare in quelle condizioni. Per fare un treno speciale occorre organizzazione, senza improvvisare così su due piedi. Per questo quei bastardi delinquenti - conclude - hanno potuto causare una simile tragedia". E si capisce che gli piacerebbe averli fra le mani.

25 maggio 1999

Fonte: La Gazzetta dello Sport

La reazione della squadra

di Gennaro Bozza

Oddo: "Tutti noi dobbiamo essere più responsabili". L’allenatore: "Dobbiamo ricordarci di dare il buon esempio ai giovani, anche nella sconfitta". La condanna del presidente Aliberti: "Sono personaggi da galera".

DAL NOSTRO INVIATO SALERNO - Pensavano che il "dramma" fosse solo sportivo, che si dovesse piangere per la retrocessione in B. Presidente, allenatore e giocatori della Salernitana si sono ritrovati storditi e increduli in un attimo, il tempo di sapere che quattro tifosi sono morti. Il presidente Nello Aliberti, in Francia per lavoro, non riesce a farsene una ragione: "È assurdo il contrasto fra quello che è accaduto e la calma che c’era stata fra i tifosi dopo la retrocessione. Qualche incidente c’era stato prima della gara, ma, alla fine, dopo la retrocessione, nessun problema. Magari, in campo, capita che si ecceda, perché c’è l’agonismo, ma fuori deve restare la serenità. Poi, invece, si trovano 3-4 personaggi che provocano queste tragedie. Bisogna metterli in galera: il governo emani delle leggi speciali". Riguardo alla rissa scoppiata alla fine della partita di Piacenza, Aliberti ha poi detto che "se verrà accertata la responsabilità dei giocatori salernitani, questi ultimi verranno multati perché il loro comportamento è stato antisportivo". Il tecnico Francesco Oddo, che ha annunciato domenica sera il suo addio alla Salernitana, è scioccato: "Pensavo che ci fosse stato un epilogo amaro del nostro campionato, ma non c’è assolutamente paragone con quello che è accaduto dopo. Tutto questo mi lascia sgomento, sbigottito. Provo a immaginare i genitori di quei poveri ragazzi e mi immedesimo in loro: vederli partire per una partita di calcio e non vederli tornare. È terribile". Oddo fa una riflessione sulle responsabilità di tutti, non solo dei tifosi. "Questa tragedia fa pensare - mette in evidenza. Tutti noi addetti ai lavori dobbiamo avere più responsabilità, fare le cose con maggiore discrezione. Ricordiamoci che siamo un esempio per i giovani, che possiamo contribuire a dare loro un’educazione sportiva che oggi, in alcuni gruppi di tifosi, non c’è. Ricordiamoci che bisogna accettare la vittoria e la sconfitta nella stessa maniera". Tra le voci dei giocatori, spicca quella di capitan Breda, che ricorda anche Simone Vitale, figlio del nostro collega Giovanni: "Mi viene da piangere. Sono tragedie così grandi che non riesco a esprimere cosa provo. Magari, finirei per usare i termini sbagliati. Sono padre anch’io e mi vengono i brividi a immaginare a quello che stanno passando le famiglie dei ragazzi morti. Vorrei rivolgere un pensiero a Simone Vitale. Lo conoscevo. Tutte le estati, suo padre era con noi in ritiro e Simone lo accompagnava. Passavamo le sere a parlare. In quei momenti, ho imparato ad apprezzare l’educazione, la riservatezza e la timidezza di Simone. Lui e suo padre sono entrambi amanti dello sport pulito, sincero. Non riesco a esprimere la tristezza che provo in questo momento"... (Omissis)

25 maggio 1999

Fonte: La Gazzetta dello Sport

IL RACCONTO Uno dei fan della Salernitana: "Fare i nomi degli incendiari ? Non servirebbe a resuscitare i morti".

"Il mio viaggio nella notte d'inferno"

di Fulvio Milone

Uno dei superstiti: la guerriglia è cominciata a Bologna.

Inviato a SALERNO - Anche lui è in divisa: pantaloni larghi di stoffa militare, maglietta bianca che fascia i muscoli bene allenati, capelli "scolpiti" con il gel e occhiali da sole di quelli cattivi, con le lenti nere e sottili che nascondono lo sguardo al mondo nemico. Come gli altri, proprio come tutti gli altri ragazzi dalla faccia incattivita che in questo pomeriggio afoso assediano il cimitero di Salerno e premono contro il cancello presidiato dalla polizia per salutare per l'ultima volta "e cumpagne nuosto", "i nostri compagni morti". Giovanni, 20 anni, nome di battaglia Maraglione, cioè mare in tempesta, si agita come un'onda impazzita fra la folla che sgomita. Anche lui era sul treno della morte, e come gli altri 1500 tifosi che stipavano il convoglio partito domenica sera da Piacenza è un "cane sciolto", uno che non ha mai aderito ai club dei supporter della Salernitana né ai gruppi degli ultras più anziani. "Vuoi sapere che cosa è successo nel treno ? Te lo dico, ma voglio mettere in chiaro una cosa: io non c'entro niente con i casini che hanno combinato quei bastardi che hanno incendiato il treno. Conoscevo i ragazzi che sono morti, mi dispiace molto per loro. Erano bravi guaglioni: Simone Vitale giocava in una squadra di pallanuoto, era figlio di un giornalista sportivo. Uno dei ragazzini, Vincenzino Lioi, campava facendo il garzone. L'altro quindicenne, Ciro Alfieri, era suo cugino. Sono morti come cani, a 15 anni. Ti rendi conto ? "Torniamo su quel fottutissimo treno. Eravamo poco meno di duemila, a Piacenza. Molti di noi erano incazzati. Anch'io, non lo nego: ce l'avevo con l'arbitro che in un secondo ci ha ricacciato in gola la gioia di poter vedere la squadra in A. La rabbia in corpo gioca brutti scherzi, soprattutto quando si mescola con la birra e con le canne, gli spinelli. E di roba, come di alcol, ce n’era quanta ne volevi, sul treno. Quei bastardi hanno cominciato subito a scassare i sedili e i vetri. Se qualcuno si metteva in mezzo e tentava di portare un po’ di calma in tutto quel casino, rischiava grosso: quelli erano come pazzi, pazzi di rabbia, di birra e di canne. Ho visto uno di loro prendere un estintore e spruzzare la schiuma tutt'intorno nello scompartimento. Poi ha guardato l'estintore vuoto e l'ha lanciato fuori dal finestrino proprio mentre incrociavamo un altro treno. Come si fa a ragionare con un tipo così ? I guai seri sono cominciati a Bologna. Qualcuno ha bloccato i vagoni con il freno di emergenza, e siamo saltati giù. Ti dico la verità, per un momento mi sono detto: Maragliò, è meglio se ti togli dai guai e te ne torni a Salerno con un altro treno, che qui finisce male. Ma in tasca non avevo più una lira, e senza danari non potevo muovere un passo. Così mi sono infilato di nuovo sul treno, mentre gli altri andavano a gruppetti a lanciare sassi contro le vetrate della stazione. Poi sono tornati tutti negli scompartimenti. Ho tentato di calmarli, ma quelli mi hanno risposto: "Maragliò", chi se ne fotte di te e di tutto il mondo ? Ci hanno mandato in B e devono pagare per quello che ci hanno fatto". Credimi, quelli ce l'avevano davvero con tutto il mondo. Non li avrebbe fermati neanche un esercito di soldati armati, figuriamoci una dozzina di sbirri che parlavano con l'accento emiliano.

E poi di divise io non ne ho viste nei vagoni dove si trovavano quei pazzi. Ad un certo punto, mi pare poco prima di Prato, un gruppo si è messo a cantare mentre le bottiglie di birra e gli spinelli passavano di mano. Uno si è alzato e ha gridato: "Voglio pazzià col freno a mano". Da allora ci siamo fermati a ogni stazione che abbiamo incontrato. "Prato, Firenze, Roma... Sempre la stessa storia, con il treno che doveva fermarsi e i sassi che volavano contro vetrate e macchine parcheggiate, mentre i passanti scappavano. A un certo punto ho visto Giovannino rannicchiato in un sedile: era pallido, aveva paura e non sapeva che fare. Io ho fatto marcia indietro e me ne sono andato verso la testa del treno, per evitare guai. "Il peggio è successo a Nocera Inferiore. Devi sapere che per noi i tifosi della Nocerina sono peggio della merda. Ci odiamo da sempre. Devo dire che non esistono bastardi più bastardi degli ultras della Nocerina: ce l'hanno a morte con noi perché siamo andati in A, mentre loro sono in C. Quando ci siamo fermati loro non c'erano, ma sono comunque volate mazze, sedili tolti dagli scompartimenti e pietre. Un gruppo è sceso da un vagone e ha cominciato a tirare sassi contro un altro treno in partenza: ho visto i viaggiatori morti di paura, che si tenevano lontano dai finestrini. E poi... E poi siamo entrati in galleria, prima della stazione di Salerno. Ho visto il fumo, ho sentito la puzza di plastica bruciata e le urla di chi è rimasto nel quinto vagone. Me la sono cavata perché sono scappato nel primo vagone, che era già fuori dal tunnel. La polizia dice che l'incendio è doloso ? Può anche darsi che qualcuno con troppa birra in corpo abbia voluto fare una bravata. Se so chi è stato ? Vuoi scherzare ? Non lo so e anche se lo sapessi non lo direi né a te né alla polizia. Non sono un infame, io. Parlare non servirebbe a risuscitare i morti".

25 maggio 1999

Fonte: La Stampa

Quei 13 chilometri di paura

di Emanuela Audisio

Salerno la vera fine del campionato è qua, in questo binario morto dove giace il bruciatissimo treno speciale 1837. Il treno della follia che con millecinquecento persone ha fatto nella notte ottocento chilometri da ubriaco prima di suicidarsi con il fuoco sotto una galleria che è diventata un’agonia. Tredici chilometri di buio, di paura, di fumo che non ti faceva respirare, che ti tappava la bocca, di asfissia, terribili invocazioni: "Ciro, buttiamoci dal finestrino". I quattro tronchi umani anneriti, deformati, raggomitolati sono qui, dopo la galleria che porta a Salerno. Italy, non Belgrado. Si somiglia tutta la carne bruciata, i cadaveri sembrano pezzi di cose, anche se fino a ieri avevano sedici anni, anche se erano tuo figlio a cui per sicurezza avevi dato il telefonino, anche se non ti aspetti che dal finestrino tirano giù a fatica proprio il suo corpo. Il giornalista Giovanni Vitale non lo sapeva che quello era proprio di Simone, 22 anni, un ragazzone che giocava a pallanuoto nella Rari Nantes e che faceva anche il volontario nei vigili del fuoco. Ma se ne è accorto subito. Ha detto: "è Simone". E a chi gli offriva una sedia per ripararsi dall’emozione ha risposto con dignità "Non facciamo sceneggiate". Ha solo avuto una reazione quando lo hanno allontanato dalla bara per impedirgli di vedere cosa facevano a quei resti umani che nella loro rigidità non ne volevano sapere di entrare nelle casse. "Voi non capite che per me ogni particolare è importante", ha urlato, e allora tutti si sono pietosamente tirati indietro. Nemmeno la zia di Vincenzo Lioi e Ciro Alfieri, due cugini di sedici anni, sapeva che i ragazzi erano cadaveri uno sopra l’altro, e che i loro corpi avevano protetto il cellulare che si è messo a suonare proprio mentre il medico legale faceva il suo triste lavoro. Ha risposto un poliziotto e così la zia e Salerno hanno saputo i nomi di quei due figli minorenni, morti abbracciati, non per salvare una patria, ma per una trasferta di campionato. L’ultimo è stato identificato dalle scarpe da ginnastica, bianche e nere. Le ha riconosciute il fratello, nell’obitorio del cimitero. Tutti e tre venivano dai quartieri popolari. La strage è qui, nei resti di una domenica bestiale che riporta da Piacenza a Salerno millecinquecento tifosi, ultrà e ragazzi normali, tutti mescolati, e controllati solo da una scorta di dodici agenti che non hanno potuto fare niente. Né far pagare il biglietto, né controllare documenti, né fermare il vandalismo che è iniziato subito e si è esercitato ad ogni fermata: Bologna, Firenze, Roma Tiburtina, Napoli piazza Garibaldi, con due ore di stop, Nocera Inferiore, con lancio di pietre sui pendolari che andavano a lavorare.

Ci sembrava di essere sul treno del film Cassandra Crossing. Soli e abbandonati. Abbiamo chiesto rinforzi e aiuto ad ogni stazione per tutta la notte. Nessuno si è degnato di aiutarci", dichiarano ora gli agenti. Già, vorrai mica prendere sul serio un treno, anzi un carro bestiame di dannati, di scoppiati, di frustrati da serie B che torna a casa ubriaco di birra, di sonno, di spinelli, di pasticche (il solito immancabile Roipnol), di vino, di pocket-whisky, di tutto quello che si può tracannare quando sono 48 ore che fai la bestia nervosa in gabbia, pronta ad azzannare chiunque ti capiti a tiro, così tanto per far pagare a qualcuno la tua disperazione. Inutile guardare i documentari su come è incenerita e smozzicata la Jugoslavia, guardate qui, da questa parte, la carrozza numero cinque, questa Moby Prince su rotaia, con le ganasce dei freni che ancora fumano perché il divertimento delle belve è stato quello non solo di spaccare tutto, ma anche di tirare il freno d’emergenza cinque volte, così per scherzo, e se non ci fosse stata la bravura del macchinista, Carmelo Amico, che ha deciso di tirare fuori il treno dal tunnel e di percorrere anche lentamente quei quattro chilometri che mancavano alla luce, ora il macello sarebbe più tremendo e più grave. C’erano più di cento persone assiepate in quella carrozza, ora a parte i quattro morti ci sono dieci feriti con fratture, bruciature, tagli ovunque, botte in testa. Si sono calpestati, tagliati, ustionati. Sono stati portati via con la carta argentata, come polli allo spiedo. Ma loro almeno si sono salvati. Bella maniera di festeggiare l’anniversario. Dieci anni fa, il 18 giugno '89, il treno speciale 1594 che portava i tifosi del Bologna a Firenze si fermò alla stazione di Rifredi. L’accoglienza fu speciale: un agguato a base di sassate e di bombe molotov. Bruciarono due vagoni. Ivan Dall’Olio, 14 anni, sfegatato del Bologna, si prende la bottiglia incendiaria in faccia, è il più grave dei dieci ustionati. Il settanta per cento del suo corpo non c’è più. Il ragazzo viene coperto di bende, operato e rioperato, è orribilmente ustionato, si sente un mostro, non esce più di casa, dorme tutto il giorno e sta sveglio di notte, quando il buio nasconde tutto, anche la sua faccia. Tra parentesi al ritorno sullo stesso treno capitano altri incidenti, sono raid punitivi di rivincita. Ivan oggi ha 23 anni, gioca a pallone, e continua a fare il tifoso, a seguire il Bologna in curva, anche se dice che essere scortati come bestie è brutto. Se gli chiedete che cosa prova davanti a queste nuove morti, con la voce devastata e parlando a monosillabi vi risponderà che è assurdo. "Assurdo che ne siano morti altri". I suoi tre aggressori, hanno evitato l’accusa di strage. Due sono liberi, uno soprannominato "Pitone" è morto di Aids. Quando Ivan l’ha saputo il suo commento è stato: "Giusto, lo trovo giusto". Dieci anni dopo siamo ancora a cercare di spegnere con le nostre inutili e giuste lacrime le fiamme dei treni speciali. Salerno è in lutto cittadino, le autorità stanno interrogando i feriti e i sopravvissuti, l’accusa non sarà comunque di strage, ma di omicidio plurimo. Sotto accusa è soprattutto una banda di dieci terribili balordi. Il sindaco Vincenzo De Luca ha parlato dei quattro morti come figli delle nostre famiglie, ha negato che il treno della follia sia stato attaccato dagli ultrà della Nocerina, tradizionale nemica della Salernitana, e ha detto che se il prezzo dello sport è questo è meglio non pagarlo. E non giocare più. Tutto giusto, tutto vero, ma il treno speciale 1837 strafatto di droga, di sfinimento, di violenza ordinaria, ha corso per ottocento chilometri mentre i viaggiatori si scannavano e violentavano la notte. E mentre la gloriosa scorta di dodici poliziotti chiamava aiuto all’Italia e pregava di chiamare assassini quelli che vogliono così bene alla squadra..

25 maggio 1999

Fonte: La Repubblica

Due avevano 15 e 16 anni, la sciagura nel tunnel a poche centinaia di metri dalla stazione di Salerno.

Morte sul treno incendiato dagli ultrà

di Fulvio Milone

Rogo per distrarre la polizia, quattro vittime e nove feriti.

Inviato a SALERNO - I telefonini che continuavano a squillare, in tasca a quei due ragazzini morti asfissiati. Quando hanno trovato i cadaveri i poliziotti hanno dovuto rispondere alle chiamate. Erano le mamme di Vincenzo Lioi e Ciro Alfieri, 15 e 16 anni. Da ore cercavano notizie dei figli. Gli agenti hanno risposto "Ci dispiace, signora. C'è stato un incidente". Vincenzo e Ciro sono morti tra il fumo, le fiamme, le urla, le crisi di tosse, mentre il treno proseguiva verso la luce, fuori dalla galleria della morte: un tunnel lungo dieci chilometri trasformato in una camera a gas. Sono le ultime immagini del lungo film del terrore durato una notte intera, con millecinquecento ultras della Salernitana scatenati come furie in un treno che ha attraversato buona parte della penisola seminando panico e violenza nelle stazioni che incontrava. Paura e morte, perché il fuoco divampato alla fine di quel viaggio allucinante ha ucciso quattro ragazzi. Oltre a Vincenzo e Ciro, Giuseppe Diodato e Simone Vitale, di 23 anni. Nove i feriti ricoverati, due sono agenti intossicati dal fumo. Decine i contusi che non si sono rivolti al pronto soccorso per evitare grane con la polizia. Gli inquirenti hanno un sospetto: probabilmente l'incendio era doloso, chi l'ha appiccato voleva creare un diversivo per distogliere l'attenzione di polizia e carabinieri che nello scalo di Salerno aspettavano i tifosi più violenti per arrestarli. Rimane in piedi un'altra ipotesi, anche se meno accreditata della prima: il fuoco potrebbe essere stato innescato da un fumogeno lanciato nel vagone da un tifoso ubriaco. Comunque dai primi interrogatori del pm Di Florio si è arrivati ad una rosa di nomi di possibili responsabili dell'incendio. Gli agenti di scorta sul convoglio speciale partito ieri sera alle 20.04 da Piacenza hanno dovuto assistere impotenti alle scene da incubo che si sono ripetute per tutta la notte. Erano solo dodici, sei donne e altrettanti uomini contro millecinquecento ultras stipati in sedici carrozze e infuriati per la retrocessione in B della Salernitana, che a Piacenza ha strappato un inutile pareggio. "Durante il viaggio abbiamo dato l'allarme via radio - ha detto un agente. Speravamo che mandassero rinforzi o che facessero sgomberare il treno in una stazione intermedia, invece ci è stato detto che il convoglio doveva proseguire il suo viaggio fino a destinazione". Ma vediamolo, il film di questa folle corsa sui binari lunga mezza Italia. Comincia alle 20.04, quando dopo oltre un'ora di tensione e scaramucce con la polizia i tifosi vengono fatti salire sul treno speciale in attesa nella stazione di Piacenza. Quando i vagoni cominciano a muoversi, negli scompartimenti si scatena il caos, con gli ultras inferociti per il pareggio che gridano slogan contro l'arbitro e fracassano suppellettili, strappano l'imbottitura dei sedili, fracassano i vetri dei finestrini. Si divertono afferrando gli estintori, vuotandoli negli scompartimenti e poi lanciandoli contro altri treni. Comincia così, sotto gli occhi dei dodici poliziotti che nulla possono fare, una guerriglia che finirà solo dopo dodici ore, alle 8.30 del mattino, con la morte di quattro ragazzi. Gruppi di teppisti azionano il freno a mano ad ogni stazione che incontrano, costringendo il treno a fermarsi. Scendono a Bologna, dove fanno rifornimento di sassi che scagliano contro le vetrine, e la scena si ripete sempre uguale a Grisana Morandi, a Prato, a Firenze Campo di Marte, a Roma, a Napoli. Il convoglio, nella sua folle corsa notturna, lascia dietro di sé devastazioni e paura. L'ultimo atto ha come scenario Nocera Inferiore, a una decina di chilometri da Salerno. Gli ultras azionano per l'ennesima volta il freno a mano e lanciano sassi contro le vetrate e le auto. Il treno riparte e imbocca la Galleria Santa Lucia lunga dieci chilometri. È qui che scoppia l'incendio, appiccato nella quinta carrozza. Chi ha dato fuoco alle tendine e ai sedili è probabilmente convinto che le fiamme divamperanno solo all'uscita del tunnel, e che ci sarà tutto il tempo per mettersi in salvo. Ma non è così: il vagone è avvolto subito in un rogo alimentato dall' "effetto camino" provocato dalla volta della galleria. Qualcuno tira il freno a mano, ma uno dei due macchinisti, Mauro Argenti, ha la prontezza di spingere al massimo il motore per guadagnare qualche metro: "La speranza era di uscire da quella maledetta galleria prima di morire tutti asfissiati - racconterà. Ci siamo riusciti solo in parte". Il treno è solo per metà fuori dal tunnel che termina a poche centinaia di metri dalla stazione di Salerno. La carrozza in fiamme è rimasta dentro, e i vigili del fuoco faticano a domare l'incendio. Quando entrano nel vagone trovano i corpi di Giuseppe Diodato e Simone Vitale completamente carbonizzati. Vincenzo Lioi e Ciro Alfieri, stretti in un abbraccio, come per farsi coraggio. L'ira degli agenti: "In 20 contro 1500 Abbiamo chiesto rinforzi, ci hanno detto di proseguire".

25 maggio 1999

Fonte: La Stampa

Salerno, tornavano da Piacenza dopo un viaggio segnato da violenze. Il Coni: basta trasferte per seguire le squadre.

Morte fra le fiamme sul treno dei tifosi

Le vittime sono 4 ragazzi, il rogo appiccato dagli ultrà.

SALERNO - Il fumo, le fiamme, le urla seguite da crisi di tosse convulsa, mentre il treno prosegue nella sua corsa verso la luce, fuori dalla galleria della morte: un lunghissimo tunnel di 10 chilometri trasformato in una camera a gas. Sono le ultime immagini del film del terrore durato una notte, con 1500 ultras della Salernitana scatenati come furie in un treno che ha attraversato buona parte della penisola seminando panico e violenza nelle stazioni che incontrava. Paura e morte, perché il fuoco divampato alla fine di quel viaggio ha ucciso quattro ragazzi. Due, Giuseppe Diodato e Simone Vitale, avevano 23 anni; gli altri, Vincenzo Lioi e Ciro Alfieri, di 15, e 16 anni, erano poco più che bambini. I feriti ricoverati in ospedale sono nove, fra cui due agenti della questura intossicati dal fumo. Si contano però a decine i contusi che non si sono rivolti ai medici del pronto soccorso per evitare grane con la polizia. Gli inquirenti hanno un sospetto: probabilmente l'incendio era doloso, chi l'ha appiccato voleva creare un diversivo per distogliere l'attenzione di polizia e carabinieri che nello scalo di Salerno aspettavano i tifosi più violenti per arrestarli. Rimane in piedi un'altra ipotesi, anche se meno accreditata della prima: il fuoco potrebbe essere stato innescato da un fumogeno lanciato nel vagone da un tifoso ubriaco.

25 maggio 1999

Fonte: La Stampa

Momenti di tensione durante la cerimonia nel Duomo di Salerno. Intanto proseguono le indagini.

Incendio treno, i funerali dei quattro giovani

SALERNO - Centinaia di tifosi hanno partecipato oggi pomeriggio ai funerali dei quattro giovani, i 15enni Vincenzo Lioi e Ciro Alfieri, il 21enne Simone Vitale e il 23enne Giuseppe Donadio, morti sul treno speciale che ieri riportava a casa i supporter della Salernitana da Piacenza, dove si era giocata l'ultima giornata di campionato. In una giornata che il sindaco di Salerno, Vincenzo de Luca, ha dichiarato di lutto cittadino, non sono mancati momenti di tensione. Poco prima della celebrazione del rito funebre la polizia ha rimosso uno striscione appoggiato sul muro del Duomo dai sostenitori della squadra, dove erano state dipinte quattro croci nere accompagnate dalla scritta: "Vergogna, solo 12 poliziotti per 1.500 tifosi". Malgrado la rimozione, i tifosi presenti hanno ripreso lo striscione e lo hanno di nuovo esposto, tenendolo stretto tra le mani. Inoltre, durante il rito religioso, la tifoseria ha insultato operatori televisivi e fotografi. Mentre proseguono i dibattiti sulle trasferte, sui treni speciali e sul comportamento di alcuni tifosi, si cercano le cause che hanno provocato la tragedia. Per tutta la notte sono proseguiti gli interrogatori di gran parte dei 1.500 tifosi che viaggiavano sul convoglio speciale. Gli investigatori, che già nella giornata di ieri avevano ascoltato il capotreno e i due macchinisti, stanno mettendo assieme tutti gli elementi per capire se l'incendio sia stato innanzitutto commesso per "depistare" le forze dell'ordine dagli autori degli atti di teppismo avvenuti in varie stazioni da Piacenza a Salerno o, invece, si sia trattato di una bravata che si è poi trasformata in una tragedia". Ma gli inquirenti denunciano una situazione di omertà tra i tifosi. "Allo stato non c'è alcun fermo né abbiamo identificato nessuno. Purtroppo le indagini sono difficili perché non abbiamo trovato la minima collaborazione. Nessuno di coloro che viaggiavano sul treno sostiene ha visto niente e non è possibile che davanti a quattro morti tutti tacciano" - ha dichiarato il procuratore Gelsomino Cornetta, capo della Procura di Salerno che con il sostituto Vincenzo Di Florio, è titolare dell'inchiesta del rogo sul Piacenza-Salerno. "Abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti" ha aggiunto il procuratore "parlando o offrendo una collaborazione fattiva alle indagini. Se qualche persona ha degli elementi, una fotografia, una videocassetta, li faccia pervenire agli inquirenti. I padri, i genitori spingano i figli a parlare e a rompere il clima di omertà". Le imputazioni di cui dovranno rispondere gli ignoti responsabili sono omicidio plurimo colposo, disastro ferroviario e incendio. Ma il pm Di Florio ha dichiarato di non sapere neanche quanti fossero i tifosi che viaggiavano sul treno. L'ipotesi era che ognuno dei 16 vagoni potesse ospitare cento passeggeri, ma visto che nessuno ha pagato il biglietto, la cifra non è definitiva. Sono stati ascoltati ieri anche i feriti ricoverati nell'ospedale San Leonardo, ma senza successo. Si cerca di capire se le fiamme nel quinto vagone si siano propagate in seguito all'incendio di carta nei bagni o nella carrozza, oppure se sia stato fatto esplodere un candelotto fumogeno o un petardo. A tale proposito sono in corso i rilievi, da parte della scientifica, sulla carrozza devastata dalle fiamme, parcheggiata su un binario morto della stazione di Salerno. Al momento, si è potuto apprendere che oltre all'incendio principale, i vigili del fuoco si dono dovuti occupare di altri tre piccoli focolai scoppiati in varie parti del treno e subito domati. In mattinata il medico legale ha eseguito l'autopsia delle quattro salme nell'obitorio del cimitero di Brignano, nel cui responso si riferisce di morte sopravvenuta in seguito ad inalazione di ossido di carbonio e di altri gas venefici, non per ustioni. Intanto sono in costante miglioramento le condizioni dei giovani feriti. La direzione sanitaria dell'ospedale "San Giovanni di Dio" ha reso noto che sei persone sono ancora ricoverate, delle nove giunte ieri. Sono stati dimessi i due agenti e uno dei tifosi, mentre altri cinque dovrebbero fare ritorno a casa in serata, dopo il trattamento in camera iperbarica. È invece stato operato alla gamba destra il 14enne Fabio De Crescenzo, che per sfuggire alle fiamme si è lanciato dal treno in corsa, rischiando di finire travolto da un altro convoglio proveniente in direzione opposta.

25 maggio 1999

Fonte: Repubblica.it

Salerno tra rabbia e dolore

di Mimmo Malfitano

La città si stringe attorno alle famiglie dei ragazzi morti nel treno. Tutta la squadra ai funerali. Cinquemila persone hanno salutato per l’ultima volta Simone, Giuseppe, Vincenzo e Ciro. Tensione in chiesa per la distribuzione dei posti, sfiorato lo scontro tra tifosi e celerini per uno striscione. C’era anche Song, venuto da Liverpool per abbracciare Giovanni Vitale. Non sono mancati i momenti di tensione alle esequie delle giovani vittime della strage di lunedì.

DAL NOSTRO INVIATO SALERNO - Uno strazio quelle quattro bare allineate sul sagrato del Duomo. Rappresentano la tragedia. Salerno è in lacrime, piange quattro giovani innocenti, vittime di un disegno criminale. Cinquemila persone hanno partecipato ai loro funerali, mentre un’intera città si è chiusa nel proprio dolore. Da ieri, Simone Vitale, Giuseppe Diodato, Vincenzo Lioi e Ciro Alfieri riposano nel cimitero di Brignano, dopo aver pagato con la vita la passione per la Salernitana. La giornata si annuncia ricca di tensione. Salerno è illuminata da un sole caldo, estivo. Sui muri della città si contano centinaia di manifesti listati a lutto che ricordano il sacrificio dei quattro ragazzi. Il programma prevede il trasferimento delle bare, dall’obitorio al Duomo, entro mezzogiorno. A quell’ora, all’esterno della chiesa si sono già radunate 200 persone, per lo più ragazzi tra i 15 e i 20 anni. Dei carri funebri, comunque, non si vede nemmeno l’ombra. C’è qualcosa che ne ritarda l’arrivo. Fuori dall’obitorio, infatti, si vivono momenti di grande tensione. I parenti delle vittime sono impazienti, vogliono che l’autorità giudiziaria restituisca loro quei corpi martoriati. Si va avanti per qualche ora (sui corpi deve essere effettuata l’autopsia). E alle 15, le quattro bare varcano il portone del Duomo. Le scene sono strazianti. Piangono tutti, parenti, amici, semplici cittadini che nemmeno conoscevano i morti. Ma l’atmosfera di dolore è troppo coinvolgente per non farsi sopraffare dall’emozione. A due ore dall’inizio della celebrazione, un migliaio di persone è già sistemato dentro e fuori la chiesa. La tensione sale altissima quando per motivi di sistemazione nei banchi, una semplice discussione si trasforma in una rissa che coinvolge gli stessi parenti delle vittime. Il caos è totale, il Duomo diventa teatro di contesa. C’è chi urla, mentre volano le sedie. Qualche signora sviene, soccorsa immediatamente dal servizio predisposto dalla Croce Rossa. Lo spettacolo è inquietante, alcuni fotoreporter vengono spintonati e invitati con decisione a non far scattare i loro flash. C’è bisogno dell’intervento dei celerini per rimettere a posto le cose, mentre la chiesa è quasi gremita. All’esterno, le forze dell’ordine sono predisposte in maniera da evitare ulteriori situazioni di tensione.

Sono le 16 quando arrivano i giocatori della Salernitana con in testa Francesco Oddo, l’allenatore. Tra essi c’è anche Rigobert Song, l’ex salernitano, attualmente al Liverpool, amico di Giovanni Vitale, il papà di Simone. Il camerunense ha voluto stargli vicino in questo momento di grande strazio. Vengono sistemati alla destra dell’altare, dove ha preso posto anche il sindaco, Vincenzo De Luca. Sono sconvolti, i granata. Luca Fusco è il giovane difensore nato nel quartiere di Mariconda, tra quelli più ad alta tensione in fatto di tifo. È l’unico che esce dal gruppo e sosta dinanzi alle bare, mentre le lacrime gli rigano il volto. Prima che diventasse un protagonista delle domeniche calcistiche, Luca era uno di loro, che tifava in curva sud. Qualcosa, però, scuote ancora una volta questo pomeriggio di lutto e pianti. Fuori dal Duomo una frangia del tifo organizzato piazza uno striscione provocatorio per le forze dell’ordine: "Vergogna, 10 poliziotti per 1.500 tifosi". Il riferimento è alla presenza degli agenti di polizia sul treno della morte. Un dirigente della Questura ordina la rimozione immediata di quel drappo bianco. Ma la reazione dei tifosi è istantanea. Sono circa 300 quelli che si lanciano contro i celerini costringendoli alla ritirata. Sono momenti di paura. Poi, il buonsenso prevale e lo striscione viene riesposto dov'era. L’Arcivescovo di Salerno Gerardo Pierro inizia la celebrazione della messa. La sua omelia si limita a un discorso di fede. "Questa è una tragedia che si è abbattuta su tutta la città e che ci fa stringere costernati e amareggiati intorno a queste quattro bare. Le vite spezzate di questi ragazzi dovranno essere un monito per tutti", dice Pierro. Si saprà, dopo, che i toni morbidi gli erano stati consigliati dal Prefetto, Efisio Orrù, preoccupato che eventuali riferimenti alla violenza e alle responsabilità altrui avrebbero potuto riscaldare ulteriormente gli animi già provati dei parenti e dei tifosi. Nel settore destinato alla Salernitana trova posto anche una rappresentanza di sostenitori del Bari e del Barletta, mentre da Brescia sono arrivati un fascio di fiori e una sciarpa. Il Napoli è presente col suo direttore sportivo, Franco Grillo, e con tre ragazzi del settore giovanile. La benedizione delle bare chiude una giornata di lacrime e sofferenza. Un lunghissimo applauso saluta l’ultimo viaggio di Simone, Giuseppe, Vincenzo e Ciro, mentre la città si ferma in segno di cordoglio. Quattro morti che Salerno non potrà lasciare impuniti. Le loro vite spezzate da un gesto criminale chiedono giustizia.

26 maggio 1999

Fonte: La Gazzetta dello Sport

Morire per altruismo

di Massimo Cecchini

Simone era riuscito a salvarsi ma ha voluto aiutare gli altri. Racconta chi c’era che il giovane pallanuotista aveva già lasciato il treno: è risalito per soccorrere i compagni e non è più sceso.

DAL NOSTRO INVIATO SALERNO - Il dolore ha un volto solo, che non ammette sfumature. Eppure negli occhi di Giovanni Vitale, il nostro corrispondente da Salerno, c’era una luce diversa, che pareva quasi voler dare un senso all’assurdo rappresentato dalla morte di un figlio. Non c’era bisogno che il padre raccontasse nulla, perché le notizie, riportate da testimoni e verificate nell’autopsia, correvano di bocca in bocca. Simone Vitale, 22 anni, era morto com'era vissuto: generosamente. Il giovane portiere della Rari Nantes Salerno (A-2 maschile di pallanuoto), forte anche della sua esperienza come ausiliare dei Vigili del Fuoco, è morto aiutando altri a uscire dall’inferno che era divenuto il suo vagone. Simone, hanno raccontato in diversi, era riuscito già a scendere dal treno incolume. Poi alcune invocazioni d’aiuto lo hanno distratto mentre stava per allontanarsi ed è tornato indietro, risalendo su quella carrozza piena di fumo. Era la sua parata più difficile: un tuffo senza ritorno. "È morto da eroe - conferma Salvatore Orilia, presidente del Centro Coordinamento dei tifosi della Salernitana. Ho due ragazzi che erano con lui sul treno che mi hanno confermato quello che hanno detto anche i medici: ha provato ad aiutare gli altri a scappare". Un amore davvero fatale quello per la sua squadra, da parte di Simone. Il portiere, infatti, aveva rinunciato ad andare in trasferta a Catania con la Rari pur di non perdere la partita decisiva dei granata a Piacenza. Il rimpianto di molti dirigenti, ieri, era quello di non averlo costretto al viaggio in Sicilia. La sua bara ieri era coperta dal drappo granata e da quello giallorosso della Rari, che aveva anche affidato lo stendardo ufficiale a un compagno di squadra. Qualcuno si avvicinava e deponeva sopra il legno tiepido un costume da bagno ed una calottina. Non era finita: i Vigili del Fuoco donavano un berretto da ausiliario ad accompagnare le insegne dei suoi grandi amori sportivi. Simone, ne siamo certi, sarebbe stato contento di uscire di scena con una parata così bella.

26 maggio 1999

Fonte: La Gazzetta dello Sport

Anche Enzo ha soccorso il cugino Ciro

"Non lasciarmi", e sono morti abbracciati

di Gennaro Bozza

Soffrivano entrambi di asma. Enzo stava scappando quando si è sentito chiamare da Ciro. È tornato indietro per aiutarlo, sono caduti insieme nel corridoio.

DAL NOSTRO INVIATO SALERNO - Era "Maradona" per gli amici che giocavano con lui a calcio, anche se i capelli erano quasi biondi. "Si', ma anche ricci, quando lui era piccolo. E poi, faceva i giochetti proprio come Diego". I compagni di strada ricordano così Vincenzo Lioi, uno dei quattro giovani morti nel treno dei tifosi. Aveva appena 16 anni e, insieme a lui, cugino e compagno di giochi, c’era Ciro Alfieri, 15 anni, chiamato "ò puorco" per affetto, a causa della sua stazza fisica, e non per dileggio. Due ragazzi che avevano già cominciato ad affrontare la vita: Enzo lavorava in un chiosco di gelati, dove era stato prima di lui Ciro, poi diventato apprendista idraulico. Una vita insieme, una morte abbracciati. Con particolari che lasciano sgomenti. Tutti e due soffrivano di asma. Enzo stava riuscendo a scappare dal treno maledetto, quando si è sentito chiamare da Ciro. "Non lasciarmi, non ce la faccio". È tornato indietro per aiutarlo, sono caduti insieme nel corridoio. E, come se non bastasse, un’altra beffa. Ciro non doveva andare a Piacenza perché i genitori lo avevano messo in punizione. "Ci aveva pregato di convincerli a farlo andare, siamo andati e, alla fine, loro hanno permesso che andasse a seguire la Salernitana". Il viaggio insieme a un amico, Franco Finizio, che racconta: "All’andata, eravamo insieme. Al ritorno, a Bologna, quando hanno attaccato quattro carrozze, mi sono spostato lì per trovare un posto e li ho lasciati. Così mi sono salvato e loro sono morti". Entusiasti della vita. "Ciro era nu' bravo guaglione" - racconta Franko ("col kappa, mi raccomando", dice), 16 anni - "Gli piaceva fà burdello". Che è come dire: il tipo che scherza, non quello cattivo. E anche lui giocava a calcio, attaccante. Non bravo come Enzo, però, che ha giocato in tante squadre, dalla Nuova Salerno al Vietri Raito. Gli amici lo conoscevano come Enzo Tettella. "Non sappiamo nemmeno noi perché. Quando abbiamo sentito che era morto Vincenzo Lioi, non ci siamo preoccupati. Poi, abbiamo saputo che era lui". Anche lui, un tipo allegro, con una specialità: i pernacchi. Attenzione, non le pernacchie, proprio come spiegava Eduardo De Filippo nel film "L’oro di Napoli". Faceva i pernacchi lui ? "Molto meglio, Eduardo non era niente al confronto. Enzo era un vero artista".

26 maggio 1999

Fonte: La Gazzetta dello Sport

Il macchinista del treno: "Ma non chiamatemi eroe"

Con la sua prontezza Mauro Argenti ha evitato altre vittime: "Era il mio dovere".

NAPOLI - Si schermisce, dice che ha fatto solo il suo dovere e che non si sente affatto un eroe. Ma resta il fatto che Mauro Argenti, 48 anni, macchinista del treno della tragedia, lunedì mattina con la sua prontezza ha salvato centinaia di persone. Ed è lui stesso ad ammetterlo: "Se non portavo fuori quel treno ci restavano 800 persone là dentro, in quella galleria". Argenti, in ferrovia dall’età di 19 anni e macchinista dalla tempra di Pietro Germi ne "Il Ferroviere", "non ama la pubblicità": "Ma quale eroe, non ho fatto nulla di speciale, d’altronde in ferrovia dobbiamo essere abituati a certe cose". Ieri il macchinista ha partecipato a una riunione tecnica con i dirigenti del compartimento di Roma, convocata proprio per la tragedia di Salerno. Lunedì è stato interrogato dal magistrato, al quale ha raccontato quel viaggio da incubo da Piacenza a Salerno, quella via crucis culminata nella tragedia. "Ci siamo accorti del fumo e del fuoco in galleria, quando quel tunnel lo avevamo percorso per oltre due terzi - dice Argenti -. Si sentivano rumori fortissimi e ho pensato che fosse necessario portare il treno fuori, altrimenti ci sarebbero state altre vittime. Lì era veramente rischioso".

26 maggio 1999

Fonte: La Gazzetta dello Sport

I funerali della vergogna

di Emanuela Audisio

SALERNO - Nessuno ha voluto guardare più in là. Nessuno ha cercato veramente di capire. Non è stato un funerale di ragazzi per ragazzi questo dei quattro morti del treno speciale, ma solo una grande, enorme rimozione collettiva. Sono arrivati in duemila al Duomo di Salerno per il primo baby funerale del calcio, quasi tutti adolescenti diversi e uguali nei tatuaggi irrinunciabili della loro generazione, come se anche quella fosse una trasferta di tifosi dove fare casino. Brache corte, al ginocchio, lunghissime, scarpe da ginnastica, scarponi, scarpe con la zeppa, occhiali neri, anellini al naso, alle orecchie, sulle sopracciglia, tute da ginnastica, capelli arancioni, gialli, verdi, straunti di gel, di erezione da lacca, molti che si tenevano sottobraccio, in formazioni da clan. E subito hanno delirato. Si sono messi a litigare, a piangere, a maledire. Si sono accapigliati, come bestie che non sanno fare altro. Hanno urlato: "Anna appiccià tutti i poliziotti", devono bruciare tutti i poliziotti. Hanno esibito uno striscione polemico che diceva: "Vergogna. Dieci agenti per 1.500 tifosi". E poi si sono messi a dare spintoni alle forze dell’ordine. Proprio fuori dal Duomo. Dentro invece si sono sdraiati a terra, sono montati coi piedi sul tavolo che serviva alla celebrazione, hanno fatto una scenata per un posto, hanno picchiato teatralmente con i pugni sui muri e sull’altare. E al cimitero hanno nuovamente acceso una rissa, con spinte e cazzotti, tanto che ci sono stati due fermati. Come se il funerale fosse per la Salernitana che era andata in B e non per dei loro compagni carbonizzati da una scemenza violenta e bestiale. Quattro morti che insieme fanno una vita di 76 anni meritavano altro. E avevano diritto a qualcosa di più, che non c’è stato. Ciro, Giuseppe, Vincenzo e Simone sono stati più disonorati che onorati. I loro compagni, quelli che stavano sul treno con loro, quelli che erano andati a tifare con loro, almeno davanti alle bare avrebbero dovuto un po’ riflettere e provare a crescere. Il Duomo invece è stato invaso da un branco, pronto a ripartire per un’altra trasferta, a invocare l’omertà, pronto a chiedere vendetta. Ma contro chi se è stato proprio qualcuno del branco a devastare e ad appicciare il fuoco al vagone ? Ci sarebbe voluta una sana, energica presa di coscienza. Un’ammissione magari anche tacita e simbolica dei propri peccati. E invece si è fatto finta che i cattivi e il male fossero altrove. Ma chi ha ucciso era lì, vicinissimo, seduto tra i banchi, appollaiato su qualche colonna, pronto a porgere le condoglianze, a piangere per delle vittime a cui aveva appena dato fuoco. È vero, Salerno per i suoi figli ha generosamente abbassato le saracinesche in segno di lutto. Anche se non tutti erano suoi figli prediletti: tre ragazzi avevano solo la licenza media, non andavano più a scuola, si arrangiavano con dei lavoretti e provenivano dai quartieri delle case popolari. Uno, Vincenzo, ha il padre in carcere e lo zio agli arresti domiciliari per spaccio di droga. È vero, la squadra della Salernitana con l’allenatore Oddo, ma senza il presidente Aliberti, era presente. È vero, Luca Fusco, l’unico giocatore di Salerno, ha deposto con commozione la maglia granata sulle bare. È vero, lo sport della città con la Rari Nantes ha dato il suo tributo. È vero, la tensione era così insopportabile, anche perché alle famiglie non è stato permesso vedere i cadaveri, molti genitori e parenti sono svenuti. È vero, il corteo che ha accompagnato le bare sul lungomare è stato lunghissimo, sincero e molto sentito e tutti hanno seguito sullo schermo la diretta della cerimonia trasmessa da Telediocesi, l’emittente della curia. Il fratello più grande, il Napoli calcio aveva mandato con sensibilità un dirigente e alcuni atleti della squadra giovanile, e c’erano anche dei rappresentanti della Nocerina. Ma per il resto tutto è servito a rimuovere. È mancata anche qualsiasi autorità morale. L’arcivescovo Gerardo Pierro nella sua omelia dopo il preludio della Traviata ha parlato di "fiori recisi" e non ha mai minimamente accennato alle responsabilità individuali e collettive. Il grande calcio era assente. Nessuno si è sentito in dovere di mandare un rappresentante conosciuto. Lega e federazione non erano presenti. Forse perché questi erano morti retrocessi, di serie B. E con la sfortuna di bruciare il giorno dopo l’ultima giornata di campionato, quando tutti hanno la testa da altre parti. L’unico calciatore che si aggirava angosciato nel Duomo senza parole era Song, del Camerun, paese che noi giudichiamo terzo mondo, ma che ha più cuore di altri quando si tratta di piangere i morti. Song che ora gioca in Inghilterra nel Liverpool, ma che aveva iniziato la stagione con la Salernitana, ha sentito il bisogno di esprimere la sua solidarietà. I giocatori del campionato più bello del mondo invece no. E alla fine del funerale non ha fatto paura l’insensatezza dei quattro morti, ma quella di molte vite.

26 maggio 1999

Fonte: La Repubblica

Esequie con tensione a Salerno. Migliaia di supporters, clima da stadio

Ai funerali esplode la rabbia degli ultrà

di Fulvio Milone

Urla e spintoni anche in cattedrale, interviene la polizia.

SALERNO - Il rosso granata dei drappi e delle magliette della Salernitana spicca sul mogano delle quattro bare allineate nel Duomo. Invade anche le navate, dove i ragazzi con le sciarpe colorate sfilano a centinaia per salutare ancora una volta Vincenzo Lioi, Ciro Alfieri, Simone Vitali e Giuseppe Diodato, ridotti come tizzoni da un branco di hooligans che lunedì mattina hanno incendiato un treno. E così, più che in una chiesa, sembra di essere in uno stadio, con i poliziotti (pochi) che oppongono una debole resistenza agli ultras (molti) lasciati liberi di sciamare ovunque e perfino di arrampicarsi accanto all'altare prima che cominci la messa funebre. La tensione e il clima di violenza sono palpabili nell'aria resa torrida e irrespirabile da un migliaio di corpi che si agitano senza sosta, come presi da un'inspiegabile frenesia. A muoverli è il dolore per la morte di quei quattro ragazzi. Ma è un dolore che non serve a nulla, che non insegna niente: non scalfisce il silenzio omertoso di chi sicuramente conosce nomi e cognomi degli assassini ed è venuto qui a piangere pur sapendo che mai e poi mai darà una mano alla polizia; non provoca vergogna fra i supporter incapaci di riflettere su quello che è successo, e di isolare i teppisti. E poi, su questi morti, incombe come un'ossessione il rosso di una tifoseria che non si ferma neanche davanti al pianto delle madri vestite di nero. Ha perso il senso della misura ed è accecato dalla fede granata perfino Antonio Guariglia, il titolare dell'impresa di pompe funebri: ha voluto mettersi al volante della prima delle quattro Mercedes che portano le bare, e quando è arrivato davanti alla cattedrale non ha resistito alla tentazione di sventolare la sciarpa con le insegne della squadra. E i ragazzi e le ragazze che l'hanno visto si sono messi ad applaudire, come se fosse normale alzare pugni contro il cielo e scandire slogan da stadio ad un funerale. Poco prima che cominci la messa un silenzio carico di rispetto cala fra le navate. Sono arrivati i calciatori, eleganti nei loro blazer. Uno di loro, Luca Fusco, unico salernitano della squadra, depone una maglia granata su ciascuna bara e torna fra i compagni senza trattenere le lacrime. Intanto, dalla strada, giunge l'eco delle urla degli ultras. Poco lontano dal sagrato gli agenti della questura e un gruppetto di tifosi si stanno affrontando a muso duro: i primi vogliono srotolare uno striscione di protesta contro la polizia accusata di non aver saputo evitare le violenze sul treno, gli altri vogliono sequestrarlo. Volano calci e pugni, anche un fotografo viene aggredito fino a quando i poliziotti, circondati da un migliaio di scalmanati, decidono di arretrare. Ma prima del rito funebre la tensione supera i livelli di guardia anche dentro la cattedrale, fra i parenti delle vittime che non riescono a trovare posto davanti alle bare. Scoppia una rissa breve ma violenta fra un uomo e una donna che vogliono occupare la stessa sedia, mentre le urla dei vigili urbani che intervengono nel riportare la calma rimbombano fra le navate e eccitano ancora di più gli animi. Un sacerdote si precipita al microfono invitando alla preghiera e intona una litania, mentre gli altoparlanti diffondono le note della marcia funebre di Chopin. Trascorrono pochi minuti prima che il vescovo di Salerno, Gerardo Pierro, si avvii verso l'altare per la messa. C'è molta attesa per la sua omelia, ma si illude chi spera che il presule inviti alla mobilitazione delle coscienze, ad isolare i violenti, a riflettere sulle cause della morte di quei quattro ragazzi. Monsignor Pierro definisce "inopinata" la tragedia di lunedì scorso, invita i parenti delle vittime a trovare sostegno nella fede e dice che la città "sta reagendo con compostezza e dignità". "Salerno - dice ancora il vescovo Pierro - risplende per queste manifestazioni di pura solidarietà". I ragazzi arsi vivi nel treno della morte sono, secondo il prelato, "quattro fiori recisi dal Signore e da Lui trasferiti nel giardino dei cieli". Fuori dalla cattedrale, sul sagrato e nella piazza gremita, duemila ragazzi aspettano che la messa finisca e le bare vengano portate fuori. E quando compare la prima cassa di mogano coperta di fiori scoppia un applauso prolungato. Ma sono pochi coloro che gridano contro gli assassini, "quei pazzi che hanno sporcato di sangue Salerno". Un gruppo di ultras vuole portare i feretri in corteo nei vicoli del centro storico, ma la polizia non ha alcuna intenzione di innescare altra tensione, e impone che le bare vengano caricate sui furgoni che stentano ad avanzare fra la folla. Sulla strada che porta al cimitero le quattro Mercedes nere dell'impresa di pompe funebri sono seguite da una scia di motorini e di ragazzi che scandiscono gli slogan della tifoseria più estrema. Sono gli stessi che più tardi, davanti al camposanto, tenteranno inutilmente di impedire agli agenti della questura di chiudere il cancello d'accesso ai viali: "Vogliamo vegliare i nostri compagni", grideranno. E forse, fra loro, c’è anche chi conosce i nomi degli assassini. Rissa tra i parenti di due ragazzi morti. Pochi agenti cercano di fermare i tifosi vicino all'altare. Ma il vescovo: la città sta reagendo con compostezza e manifestazioni di solidarietà.

26 maggio 1999

Fonte: La Stampa

Scontri e cori da stadio per l’ultimo addio ai 4 ragazzi della curva

di Enzo D'Errico

Rissa in chiesa per un posto in prima fila. Un fotografo inseguito e picchiato.

L’addio è un applauso da stadio, un coro da curva, un pianto di sconfitti in cerca di rivincite. Perfino nel dolore, che straccia l’anima e inumidisce gli occhi, puoi riconoscere il virus di una passione cieca, con le maglie granata adagiate sulle bare vicino ai gagliardetti, le sciarpe, gli stendardi e la gente che urla, piange, alza i pugni al cielo e impreca, stende striscioni sulle gradinate e lotta con la polizia per difenderli. Eppure quei quattro ragazzi, imprigionati per sempre nelle casse di rovere, non sono morti in nome della Salernitana: li hanno uccisi. E non serve trasformarli in martiri per tenere lontana la verità e fabbricare nuovi nemici. Anche se è questo che vuole il copione allestito dagli ultrà fra le navate del Duomo per una cerimonia funebre che sa di rabbia e rimpianti, di violenza e mestizia. Dove nessuno, compreso il vescovo Gerardo Pierro, fa cenno agli assassini. E dove tutti, invece, maledicono il nulla, come se Ciro Alfieri, Vincenzo Lioi, Giuseppe Diodato e Simone Vitale fossero scomparsi nel buio per un arcano maleficio. Le corone di orchidee bianche e margherite che fanno da cornice sul sagrato della cattedrale sono l’unica nota d’innocenza in un funerale che, a tratti, muta in bolgia o addirittura in rissa. Come quando nella basilica, per uno scranno di prima fila, volano schiaffi e spintoni fra i parenti delle vittime. O come capita fuori, in piazza, appena le forze dell’ordine provano a togliere uno striscione con su scritto: "Vergogna, 10 poliziotti per 1.500 tifosi". Nel giro di qualche istante, si scatena il putiferio: un commando di hooligans si lancia contro gli agenti, costringendoli a mollare la preda. Poi tocca a un fotografo, che ha ripreso la scena, trasformarsi in un animale braccato nelle stradine del centro storico. Su di lui piovono calci, pugni e insulti, finché la banda non s'impadronisce del rullino. I singhiozzi disperati delle famiglie, le lacrime infinite degli amici, le urla convulse delle donne, scandiscono l’estenuante attesa della cerimonia. Per quasi tre ore, migliaia di persone s’ammucchiano sui feretri allineati dinanzi all’altare, li sfiorano, li accarezzano, li abbracciano. E sono per lo più ragazzi, una marea di adolescenti vestiti tutti allo stesso modo, con lo stesso taglio di capelli, gli stessi occhi venati di pianto. Scorgi qualche maglietta della Salernitana, qualche sciarpa granata annodata al collo, un paio di bandiere. Col passare dei minuti, i ragazzi si disperdono nel Duomo accucciandosi dove capita: nei confessionali, dentro le cappelle delle navate laterali, sul pavimento, nel loggione che circonda il sagrato. Sembrano quel che rimane d’una curva di tifosi dopo una terribile sconfitta. I parenti di Simone Vitale, il portierone della Rari Nantes, sono gli unici a starsene in disparte, rapiti da un dolore che non ha bisogno di strepiti per torturare il cuore. Alle cinque in punto i furgoni con le quattro bare fendono la folla assiepata dinanzi alla basilica. Nella macchina che guida il corteo c’è Antonio Guariglia, il titolare dell’impresa di pompe funebri. Accanto al suo nome, sull’elenco telefonico, c’è scritto: tifoso della Salernitana. E infatti sventola un drappo granata che accende il primo applauso. Gli ultrà s’accalcano per trasportare a spalla i feretri, soltanto quello di Simone Vitale viene affidato ai compagni della Rari Nantes. In chiesa, alla destra dell’altare, sono schierati i giocatori della Salernitana. Luca Fusco, l’unico della squadra che qui è nato e cresciuto, ripone sulle casse quattro maglie granata. Ha gli occhi inondati di pianto per quella che, poco dopo, il vescovo Pierro definirà "una tragedia inopinata", senza accennare una sola volta alla violenza che "ha reciso questi quattro fiori trapiantandoli nel giardino dei cieli". Eppure Ciro, Vincenzo, Giuseppe e Simone non sono morti per un accidente del destino. Li hanno uccisi. Come sanno bene i ragazzi che, confusi nella folla, hanno un braccio o un polso ingabbiato dentro una doccia di gesso immacolata. Con loro la sorte è stata amica: sono riusciti a fuggire dal treno maledetto e a riportare a casa la vita. Non basterà, però, un applauso e un altro ancora a mascherare il silenzio dietro il quale si sono rifugiati. Tifando per gli assassini.

26 maggio 1999

Fonte: Corriere della Sera

Vincenzo, eroe di bontà

Si è sacrificato per non lasciare solo il cugino malato d'asma.

di Enzo La Penna

SALERNO - "Ti prego, ho paura, non abbandonarmi", mormora Ciro che soffre di asma e ha ormai i polmoni pieni di fumo. E Vincenzo, che potrebbe mettersi in salvo, non se la sente di lasciarlo solo e torna sui suoi passi. Li troveranno abbracciati sul treno della morte. La fine di Ciro Alfieri e Vincenzo Lioi, di 15 e 16 anni, le più giovani vittime dell'incendio che ha devastato il treno dei tifosi salernitani, nel racconto dei loro amici più cari si trasfigura in un esempio unico di amicizia e altruismo. Gli ultimi istanti dei due ragazzi sono descritti da Diego e Alessandro, gli amici del cuore. Che non erano sul treno perché a loro il calcio non interessa. Ma hanno saputo com'è andata da Fabio, un sedicenne che si è salvato lanciandosi dal finestrino e trascinandosi, con una gamba fratturata, lungo la galleria. "Ciro - raccontano - era un tipo che aveva paura anche della sua ombra. Se si faceva un taglietto ad un dito era una tragedia. Soffriva di asma, poverino. Così, quando il fumo ha invaso lo scompartimento, è restato paralizzato, in preda all'asfissia. Ha implorato Vincenzo di non lasciarlo solo a morire. E sono morti insieme...". Diego e Alessandro replicano con durezza a chiunque avanzi l'ipotesi che i loro amici possano avere avuto qualche responsabilità negli incidenti sfociati nell'incendio del treno. "Quella di Piacenza - affermano - era la seconda trasferta. Prima erano stati soltanto a Milano. Ma non erano tifosi sfegatati. Di sicuro andavano allo stadio per vedere la partita e tifare Salernitana ma mai per fare a botte". Un'altra amichetta di Vincenzo Lioi, Sara, piange in silenzio seduta sulla scalinata della cattedrale. "Vincenzo - ricorda - era un ragazzo fantastico. Lo chiamavano tutti Tette, non ho mai capito per quale motivo. Negli ultimi tempi avevamo un po’ litigato per un motivo assai banale in una sala giochi sul lungomare di Salerno. E da allora quasi non ci salutavamo più. "Poi, venerdì scorso, lo incontro a un distributore di benzina: lui mi sorride come per dire "Dai non tenermi il broncio", e sgrana i suoi occhi verdi. È l'ultimo ricordo che mi resta di lui". Anche Simone Vitale, il pallanuotista di ventuno anni della Rari Nantes di Salerno, è morto per avere tentato di aiutare i ragazzi che erano in difficoltà. "Lunedì mattina si trovava nella quinta carrozza, quella in cui è divampato l'incendio - racconta Paolo, un suo amico. Ci siamo chiesti come mai lui, un ragazzo così prestante e agile, non sia riuscito a buttarsi fuori dal finestrino e salvarsi come hanno fatto tanti altri. La risposta è semplice: Simone ha aiutato molti ragazzi terrorizzati a salvarsi uscendo dal vagone. Troppo tardi ha pensato a sé stesso. Quando il più era fatto è rimasto intrappolato nello scompartimento trasformato in una camera a gas: il fumo lo ha ucciso".

26 maggio 1999

Fonte: La Stampa

Incendio treno, i funerali dei quattro giovani

Momenti di tensione durante la cerimonia nel Duomo di Salerno. Intanto proseguono le indagini.

SALERNO - Centinaia di tifosi hanno partecipato oggi pomeriggio ai funerali dei quattro giovani, i 15enni Vincenzo Lioi e Ciro Alfieri, il 21enne Simone Vitale e il 23enne Giuseppe Donadio, morti sul treno speciale che ieri riportava a casa i supporter della Salernitana da Piacenza, dove si era giocata l'ultima giornata di campionato. In una giornata che il sindaco di Salerno, Vincenzo de Luca, ha dichiarato di lutto cittadino, non sono mancati momenti di tensione. Poco prima della celebrazione del rito funebre la polizia ha rimosso uno striscione appoggiato sul muro del Duomo dai sostenitori della squadra, dove erano state dipinte quattro croci nere accompagnate dalla scritta: "Vergogna, solo 12 poliziotti per 1.500 tifosi". Malgrado la rimozione, i tifosi presenti hanno ripreso lo striscione e lo hanno di nuovo esposto, tenendolo stretto tra le mani. Inoltre, durante il rito religioso, la tifoseria ha insultato operatori televisivi e fotografi. Mentre proseguono i dibattiti sulle trasferte, sui treni speciali e sul comportamento di alcuni tifosi, si cercano le cause che hanno provocato la tragedia. Per tutta la notte sono proseguiti gli interrogatori di gran parte dei 1.500 tifosi che viaggiavano sul convoglio speciale. Gli investigatori, che già nella giornata di ieri avevano ascoltato il capotreno e i due macchinisti, stanno mettendo assieme tutti gli elementi per capire se l'incendio sia stato innanzitutto commesso per "depistare" le forze dell'ordine dagli autori degli atti di teppismo avvenuti in varie stazioni da Piacenza a Salerno o, invece, si sia trattato di una bravata che si è poi trasformata in una tragedia". Ma gli inquirenti denunciano una situazione di omertà tra i tifosi. "Allo stato non c'è alcun fermo né abbiamo identificato nessuno. Purtroppo le indagini sono difficili perché non abbiamo trovato la minima collaborazione. Nessuno di coloro che viaggiavano sul treno sostiene ha visto niente e non è possibile che davanti a quattro morti tutti tacciano" ha dichiarato il procuratore Gelsomino Cornetta, capo della Procura di Salerno che con il sostituto Vincenzo Di Florio, è titolare dell'inchiesta del rogo sul Piacenza-Salerno. "Abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti" ha aggiunto il procuratore "parlando o offrendo una collaborazione fattiva alle indagini. Se qualche persona ha degli elementi, una fotografia, una videocassetta, li faccia pervenire agli inquirenti. I padri, i genitori spingano i figli a parlare e a rompere il clima di omertà". Le imputazioni di cui dovranno rispondere gli ignoti responsabili sono omicidio plurimo colposo, disastro ferroviario e incendio. Ma il pm Di Florio ha dichiarato di non sapere neanche quanti fossero i tifosi che viaggiavano sul treno. L'ipotesi era che ognuno dei 16 vagoni potesse ospitare cento passeggeri, ma visto che nessuno ha pagato il biglietto, la cifra non è definitiva. Sono stati ascoltati ieri anche i feriti ricoverati nell'ospedale San Leonardo, ma senza successo. Si cerca di capire se le fiamme nel quinto vagone si siano propagate in seguito all'incendio di carta nei bagni o nella carrozza, oppure se sia stato fatto esplodere un candelotto fumogeno o un petardo. A tale proposito sono in corso i rilievi, da parte della scientifica, sulla carrozza devastata dalle fiamme, parcheggiata su un binario morto della stazione di Salerno. Al momento, si è potuto apprendere che oltre all'incendio principale, i vigili del fuoco si sono dovuti occupare di altri tre piccoli focolai scoppiati in varie parti del treno e subito domati. In mattinata il medico legale ha eseguito l'autopsia delle quattro salme nell'obitorio del cimitero di Brignano, nel cui responso si riferisce di morte sopravvenuta in seguito ad inalazione di ossido di carbonio e di altri gas venefici, non per ustioni. Intanto sono in costante miglioramento le condizioni dei giovani feriti. La direzione sanitaria dell'ospedale "San Giovanni di Dio", ha reso noto che sei persone sono ancora ricoverate, delle nove giunte ieri. Sono stati dimessi i due agenti e uno dei tifosi, mentre altri cinque dovrebbero fare ritorno a casa in serata, dopo il trattamento in camera iperbarica. È invece stato operato alla gamba destra il 14enne Fabio De Crescenzo, che per sfuggire alle fiamme si è lanciato dal treno in corsa, rischiando di finire travolto da un altro convoglio proveniente in direzione opposta.

26 maggio 1999

Fonte: Repubblica.it

LE VITTIME / Tra i morti un giovane campione di pallanuoto, figlio di un giornalista sportivo, e un pescatore ventitreenne.

Ciro e Vincenzo, i due cugini di quindici anni uniti anche nell’ultimo abbraccio

di Fabrizio Roncone

La mamma di Ciro dice che devono cercare meglio. "È impossibile che mio figlio sia morto bruciato". Poi sviene. La fanno sdraiare sul letto. È un appartamento piccolo e ordinato. Ci sono molte donne che piangono, c’è fumo di sigarette. La camera di Ciro è la prima a sinistra. A quindici anni, la stanza gli piaceva arredata così: con il poster di Delio Rossi, l’ex allenatore della Salernitana, dietro la porta. Con una sciarpa granata appesa a un chiodo. Poi l’armadio e il tavolo con sopra vecchi giornali sportivi. Sul comodino, una foto: lui e Vincenzo, il cuginetto coetaneo. Stavano sempre insieme. Si volevano bene. Stanno abbracciati. Li hanno trovati così anche sul treno. Dalla finestra si vede piazza San Martino, rione Pastena. Palazzine popolari di 3 piani. Sui muri scrostati, enormi murales raffigurano i calciatori della Salernitana. "Qui siamo tutti tifosi", spiega il padre di Ciro, Matteo Alfieri, che fa il manovale giù al porto. Parla e tiene per mano i due figli che gli restano, Andrea di 12 anni e Lucia di 7. "La trasferta di Piacenza, per Ciro, era un premio". Superati gli esami di terza media, Ciro si era messo a lavorare. Prima al bar "Messico", poi al "Giamaica". Da tre settimane aveva però deciso di diventare idraulico. Così, la mattina entrava nella bottega che sta in fondo al corso, mentre il pomeriggio si metteva dietro il bancone del chiosco che sta di fronte al "Giamaica". Lo conoscevano tutti. La gente del rione sale in pellegrinaggio le scalette che portano a questa piazza. Chi stringe i pugni e guarda a terra. Chi bestemmia. Chi maledice il Piacenza, la retrocessione e le ingiustizie arbitrali. Tre ragazzini arrivano con una grande bandiera granata e cominciano a sventolarla. Vincenzo Lioi, il cuginetto di Ciro, è meno conosciuto. Abita con la madre in via Tasso, centro storico. Un tipo tranquillo, educato, sempre il primo a dire buongiorno, "che ricordo bene quando, da bimbetto, veniva, con Ciro a lezioni di judo". L’insegnante di judo si chiama Lucia Criscuoli: adesso però collabora con la locale redazione del quotidiano Il Mattino di Napoli, e hanno incaricato proprio lei di scrivere, di raccontare chi erano quei due piccoli tifosi. Nella storia di questa tragedia si sommano strane, struggenti coincidenze. Il corrispondente della Gazzetta dello Sport da Salerno, Giovanni Vitale, è infatti il padre di Simone, 23 anni, la terza vittima del treno. È penoso per i cronisti andare a intervistare un collega. Ma lui è un uomo forte e dice: "Simone amava la vita. Spero che il suo sacrificio serva da esempio. Lui era solo un appassionato di calcio che tifava per la Salernitana. Non si può morire per una squadra di calcio". Simone aveva fatto il vigile del fuoco e poi era diventato un bravo giocatore di pallanuoto: giocava in porta, con la Rari Nantes, serie A2. Giocava in porta perché era forte fisicamente, "alto e bello", come dice la sorella Sara. La ragazza singhiozza con compostezza. "Mio fratello un ultras ? No. Era un grande tifoso. Questa non era nemmeno la prima trasferta. Era stato a Bari, a Roma, a Milano, ed era sempre tornato". Anche Giuseppe Diodato, pure lui 23enne, aveva seguito la Salernitana a Bari, a Roma e a Milano. "Per ragioni diverse, sono un po’ trasferte mitiche, per noi del Sud", spiegano nel rione Europa. I ragazzi che trascorrono il pomeriggio seduti sul motorino parlano del calcio di rigore non concesso a Piacenza, mica del treno in fiamme. Giuseppe faceva il pescatore. Viveva con i genitori, aveva due fratelli e tre sorelle. La più giovane sono costretti a trasportarla al pronto soccorso dell’ospedale. Stava cercando di spiegare alla madre cosa le hanno fatto vedere, all’obitorio.

28 maggio 1999

Fonte: Il Corriere della Sera

Poveri, ignoranti, emarginati ? Eppure

Ultrà, il treno dei desideri

di Luciano Gallino

Notte tra il 23 e il 24 maggio. Millecinquecento tifosi della Salernitana viaggiano in treno da Piacenza verso casa, stipati in 14 vagoni che solo dopo qualche ora diventeranno venti. Sono amareggiati perché la loro squadra è retrocessa in serie B; retrocessione forse immeritata, scriverà qualcuno. A Prato buon numero di loro fanno un carico di pietre che stivano nelle toilette. Verso Roma le pietre cominciano a volare nelle stazioni, spazzando segnali e vetrate. Dopo Napoli comincia nella maggior parte dei vagoni la distruzione sistematica di quanto, unendo esuberanti forze giovanili, si può spaccare, svellere o fracassare: cioè quasi tutto. Tra Nocera e Salerno vengono attivati focolai d'incendio in diversi vagoni. In uno di essi le fiamme divampano, forse al di là dell'intento degli incendiari, e quattro ragazzi perdono la vita. Impresa di bande di ragazzini imberbi, come si è letto ? Opera d'una trentina di giovanissimi tra i 15 e i 20 anni ? Se davvero fossero stati così pochi, non sarebbero riusciti a vandalizzare buona parte del treno: ci vogliono forze ingenti e ben coordinate per strappare dalle loro sedi lavandini e tazzoni dei wc, rastrelliere portabagagli e porte di scompartimento. Né avrebbero potuto appiccare simultaneamente il fuoco in diversi punti del treno, sotto lo sguardo indifferente di 1470 compagni. Senza contare che la dozzina di poliziotti presenti sul treno avrebbero avuto facilmente ragione di simili gruppetti - a meno che qualche centinaio di altri ragazzi non avessero fatto scudo a quelli di loro dotati di maggior spirito di iniziativa. Premesso, come d'obbligo, che tra i 1500 vi erano sicuramente anche molti bravi ragazzi, è quindi giocoforza concludere che si è trattato d'un movimento di massa nel quale con diversi gradi di intenzionalità e partecipazione sono rimasti coinvolti, in forza degli infernali meccanismi della psicologia delle folle, la maggior parte dei passeggeri di quel treno letale. Ma se tanti erano, la psicologia delle folle può bastare per spiegare le ultime 13 ore di attività della massa, non il modo in cui questa si è formata attraverso diversi rivoli nelle settimane e mesi precedenti. È chiaro che nelle ultime ore gli ingredienti utili per far perdere il controllo di sé a buona parte dei partecipanti c'erano tutti: frustrazione, affollamento eccessivo, stanchezza, la spirale della reciproca eccitazione, infine la presenza inadeguata delle forze dell'ordine - poiché ci saranno pur voluti tempo e attività ben visibili per portare a bordo parecchi miria di pietre. Ma quegli stessi ingredienti non sarebbero stati sufficienti se la composizione di quella massa fosse stata diversa, se non avesse recato entro di sé le disposizioni per trasformarsi in violenza a fronte d'un innesco appropriato. Constatazione in fondo formulata, con differenti parole, da vari commentatori. Molti dei quali hanno scorto nell'accaduto una prova del disagio sociale del Meridione, degli effetti nocivi del permanente sottosviluppo di questa parte del Paese. L'inconveniente è che, almeno nel caso di Salerno, tale diagnosi non ha basi su cui fondarsi. Il disagio giovanile non dovrebbe forse tradursi in un tasso particolarmente alto di minorenni che hanno guai con la giustizia ? Ora, stando a dati dell'Istat (rielaborati e pubblicati pochi mesi fa da Il sole - 24 Ore), i minorenni oggetto di denuncia giudiziaria per 100.000 abitanti sono a Salerno e provincia il 50% in meno rispetto a Piacenza, la metà rispetto a Venezia, un terzo rispetto a Lucca. I borseggi e gli scippi denunciati sono a Salerno la metà di quelli denunciati a Varese, e giusto un quarto (dicesi un quarto) a confronto di Lucca. Ci sono meno rapinatori in servizio attivo a Salerno che non a Brescia, Forlì o Padova, per non parlare di Milano o di Torino. Anche i suicidi - indicatore preferenziale di disagio sociale - vedono Salerno in posizione assai migliore che non Ancona, Verona, o Alessandria.

Indicatori sociali a parte, si sa che Salerno e dintorni sono sede di impianti agro-industriali di tutto rispetto. Nella provincia, la produttività delle colture agricole batte quella di molte altre regioni italiane. Vi sono fabbriche di elettronica e aziende di informatica, moderne imprese chimiche e tessili. Esiste un'Università articolata in molte Facoltà e un'attività culturale che poggia su gran numero di associazioni; un numero non inferiore a quello di Milano, tanto per dire, sempre in rapporto alla popolazione. Nonché sulla memoria d'uno straordinario retaggio: nell'11-12 secolo la Scuola salernitana era considerata il più importante centro di cultura medica dell'Occidente, e da essa sarebbe più tardi gemmata l'Università locale, per secoli in sofferta competizione con quella di Napoli, istituita nel 1224 da Federico II. Siamo dunque dinnanzi, guardando a Salerno senza occhiali stereotipici, a un contesto urbano spiccatamente moderno e ricco di caratteri civili, assimilabile a quello di molte altre cittadine italiane di analoghe dimensioni, nel Sud, nel Centro e nel Nord. Non sembra neppure lontanamente un contesto dal quale un brutto giorno affiorano, tutti insieme, parecchie centinaia di giovanissimi impegnati a trasformare una gita sportiva in un incubo - perfino per molti di loro. Nondimeno è proprio questo ciò che è successo. Il che porta ad alcune provvisorie quanto sgradevoli inferenze. La prima è che le truppe di tifosi predisposti alla violenza - oggi tifosi di calcio, domani chissà - potrebbero essere non il prodotto di situazioni d'arretratezza economica e di ritardo culturale, bensì la figliazione dello sviluppo economico e della modernizzazione dei costumi quali sono attualmente in corso. L'una e l'altra tendono a generare forme inedite di disuguaglianza, di divaricazione entro il tessuto sociale. Non è tanto, o non solo, questione di reddito relativo o assoluto. È questione della formazione d'una città di professioni, di codici di comportamento, di meccanismi di compenso e di privazioni, la quale è naturale come l'aria per chi arriva a starvi dentro, ma è incomprensibile e ostile per chi vi sta fuori, come le muraglie d'una fortezza neo-medievale quali sono descritte in film tipo 2019 - Fuga da New York o nei racconti di Robert Silverberg. (Incipit: "Le mura che circondano Los Angeles sono spesse fra i 30 e i 50 metri..."). L'inferenza numero due avverte che se la predisposizione alla violenza non è un frutto dell'arretratezza o di un mancato incivilimento, bensì un prodotto endemico della tarda modernità, una forma di controcultura che prende stimolo specifico dallo sport per esprimere il proprio generalizzato antagonismo, allora dobbiamo attenderci che si avverino, dovunque nel Paese, altri scenari tipo il treno straordinario Piacenza-Salerno del 23 maggio scorso. Purtroppo costruire una modernità che non appaia ai giovani chiudersi entro muraglie materiali e simboliche, dove le seconde sono forse più spesse e robuste delle prime, è compito più arduo che non regolamentare i viaggi delle tifoserie. Poscritto. Nel pomeriggio di sabato 29 maggio, a Torino, una cinquantina di ultrà devastano allo stadio la sala stampa della Juventus. Giornalisti e giocatori fuggono. Gli agenti arrivano a cose fatte. Non si sa se i protagonisti del raid siano arrivati o ripartiti in treno.

3 giugno 1999

Fonte: La Stampa

A Salerno messa per ricordare i tifosi morti a Maggio

Un migliaio di persone ha assistito ieri mattina alla messa in memoria dei quattro giovani tifosi morti nel rogo del treno Piacenza-Salerno del 24 maggio scorso. Al rito, celebrato nel cimitero cittadino da don Enzo Rizzo, parroco della chiesa di S. Agostino, erano presenti i familiari di Vincenzo Lioi, Ciro Alfieri, Giuseppe Diodato e Simone Vitale, che hanno voluto lanciare - in concomitanza con la prima partita casalinga della Salernitana - un messaggio contro la violenza nello sport e nella società. La rappresentanza della Salernitana era guidata dal calciatore Luca Fusco, che non figura tra i convocati della gara con il Cesena perché' infortunato. Don Rizzo ha rivolto un nuovo appello ai responsabili, ancora sconosciuti, del rogo affinché' si facciano avanti: "Se qualcuno conosce gli autori ancora senza volto e senza nome del gesto si avvicini a questi fratelli e li aiuti a trovare un momento di sincero pentimento, che li induca ad assumersi le proprie responsabilità davanti a Dio e agli uomini".

6 settembre 1999

Fonte: La Gazzetta dello Sport

Salerno ha ricordato il tragico rogo di un anno fa

SALERNO - Un anno fa, il 24 maggio 1999, quattro ragazzi perdevano la vita nel rogo di una carrozza ferroviaria. Vincenzo Lioi, Simone Vitale, Ciro Alfieri e Giuseppe Diodato tornavano da Piacenza, dove la Salernitana era stata sconfitta in un drammatico spareggio salvezza. Per ricordare quella tragedia assurda, sulla quale pende una richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura di Salerno a carico di un gruppo di tifosi accusati dell’incendio del treno e di alcuni poliziotti cui viene imputata negligenza nei controlli, il Comune di Salerno, in collaborazione con l’Ussi, ha organizzato la giornata del ricordo. "Testimonianze" il tema del confronto a più voci svoltosi nel teatro Augusteo di Salerno. "Nessuno di noi - ha detto il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca - ha vissuto più lo sport come prima di quel tragico rogo".

23 maggio 2000

Fonte: La Gazzetta dello Sport

Fiori e silenzio un anno dopo

di Franco Esposito

SALERNO - Ieri i tifosi salernitani hanno voluto ricordare Ciro Alfieri, Giuseppe Diodato, Vincenzo Lioi e Simone Vitale, i quattro ragazzi morti un anno fa nel rogo del treno Piacenza-Salerno. Una delle pagine più tragico dello sport salernitano e italiano. Prima della partita è stato osservato un minuto di raccoglimento. Il match si è poi svolto nel silenzio totale (sugli spalti c'erano almeno dodicimila spettatori) e in tribuna sono stati esposti solo striscioni che si riferivano al tragico episodio. Niente polemiche, e tifo molto moderato. Per una volta il mondo del calcio si è quasi fermato per ricordare quei ragazzi uccisi dalla stupidità. Al termine dell'incontro, prima di rientrare negli spogliatoi, tutti i giocatori della Salernitana hanno voluto rendere omaggio ai quattro giovani scomparsi baciando un drappo di tela su cui erano scritti i loro nomi. Gesto salutato da un lungo applauso.

22 maggio 2000

Fonte: La Repubblica

Salerno e quel treno maledetto: un ricordo che non si cancella

di Davide Tondi

Ciro, Giuseppe, Simone, Vincenzo: nomi che non dimenticheremo più. Quattro segni indelebili di una follia. Quattro giovani martiri di una partita di pallone. Quattro vittime di un incendio. Quasi due anni dopo torna Piacenza-Salernitana e non c' è bisogno di pensare a quel 24 maggio del ' 99 per farci prendere dall' angoscia del dolore. Quelle storie, quelle immagini, quelle morti ripassano nella mente di chi ha vissuto da vicino una terribile vicenda come fotogrammi proiettati a velocità pazzesca dalla nostra memoria. La notizia ci assalì di prima mattina. Un treno di tifosi, un incendio, alcuni feriti, quattro dispersi. In quest' ultima parola che dovrebbe offrire una speranza a chi aspetta di sapere era nascosta la verità più agghiacciante. Noi fummo avvolti da quella speranza e per saperne di più, per svolgere il nostro lavoro, chiamammo il corrispondente di Salerno della "Gazzetta", Giovanni Vitale. E scoprimmo che lui, più di noi, più di tutti, si aggrappava proprio in quei momenti a quella fatidica parola: "Disperso". Suo figlio, Simone era disperso. Suo figlio Simone, poco dopo, apparì nell' elenco ufficiale delle vittime insieme con altri tre giovani tifosi della Salernitana. Apprendemmo poi che proprio Simone fece di tutto per salvare la vita ai suoi amici ma che fu vinto dalle fiamme. Quel treno maledetto aveva annientato quattro giovani vite. Simone, con i suoi 22 anni, era il più grande; Vincenzo Lioi di anni ne aveva 16, Giuseppe Diodato e Ciro Alfieri 15. Quattro ragazzi, un’unica passione: la Salernitana. Il treno avrebbe dovuto accompagnare la realizzazione di un sogno, la permanenza in serie A della squadra granata. Il pareggio di Piacenza annullò ogni speranza. Non rimaneva altro che tornare a casa, con la tristezza e la delusione nella valigia. Millecinquecento tifosi, per lo più ragazzi, ripresero quel treno per il viaggio di ritorno; assieme a loro un gruppo di teppisti (e non potevano essere tenuti a bada da pochissimi poliziotti) che a pochi chilometri da Salerno chissà perché appiccarono il fuoco: secondo gli inquirenti fu il tentativo di spostare l’attenzione dalle loro barbarie e potersi dileguare restando impuniti. Polizia e carabinieri erano già pronti ad accogliere quei delinquenti per identificarli. Fu l’ultima azione di una notte di violenze e deliri, coincisi con gli ultimi sospiri di Ciro, Giuseppe, Vincenzo e Simone. Il fuoco, la morte, il silenzio. E poi le lacrime, i cortei funebri, le indagini, il processo che proprio in questi giorni viene documentato in tv. Gli imputati sono dieci giovani salernitani. Quattro, fra cui un reo confesso, sono accusati di strage, gli altri sei di concorso. Imputati anche due funzionari di polizia. Il processo è lungo e difficile e continuerà a lungo. Quel treno invece si è fermato. E Piacenza-Salernitana no, non può essere una partita come tante. È nel nostro cuore per sempre. Ma ne avremmo fatto volentieri a meno.

24 marzo 2001

Fonte: La Gazzetta dello Sport
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