www.saladellamemoriaheysel.it   Sala della Memoria Heysel   Museo Virtuale Multimediale
Sergio Ercolano 20.09.2003 Altri Articoli
   SERGIO   Pagine della Memoria    Morire di Calcio    Superga 1949    Tragedia Stadio Ballarin 1981  

Sergio Ercolano, tifoso azzurro

di Romeo Castiglione

Il 20 settembre 2003 non andai allo Stadio Partenio. Eppure avrei voluto vedere il Napoli. Aspettavo il derby da sempre. Mi bloccò una voce interna, un rumore funesto. Adesso guardo il calcio con un leggero distacco. Non è giusto morire così. No. Poi a vent’anni non è possibile. C’è tutta una vita da scoprire; tutto un mondo da vedere. Sergio Ercolano non tornò più a San Giorgio a Cremano: rimase lì, sul cemento crudele. Ricordalo oggi è doveroso. Sono passati dodici anni. Troppe cose sono cambiate. Penso che meriti l’intitolazione della Curva Nord. Quando percorro con l’automobile via Zoccolari guardo la Nord, le reti metalliche, i cancelli. Istintivamente penso a Sergio e a quella nefasta sera di dodici anni fa. Si affastella un corteo tragico. Non scompare dalla mente quell’ambulanza. Il ragazzo sembrava un eroe tragico. E il suo popolo non l’ha più dimenticato. Salvatore Mercogliano gli ha dedicato a una bellissima poesia. "Ti ricordo ancora, – scrive Mercogliano – dannato / venti settembre, quel maledetto giorno non volle / più sentire il mio respiro, non volle / più ascoltare nemmeno un mio / sussulto, un filo d’aria, assaggiare una briciola / d’emozione per la strepitante maglia / azzurra che d’amore sparpagliava il mio / cuore. / Squarci di ricordi dominavano la / mia mente, squarci di incubi sognavo / di notte - quando ero ragazzo - un fanciullesco / amore cullava le notti di piena luna, oh luna che / splendevi !? La tua smagliante luce brillava su / reazionarie azioni di sapienti usignoli. / Vedo e rivedo quelle tragiche / visioni, in quella curva riappaiono / gli azzurri serpenti che gettano / sanguinanti veleni e a spegnersi fu / Io ! Cariche, cariche, cariche, / fuggi, fuggi, fuggi, / plexiglas, plexiglas, plexiglas / morte, morte, morte !".

È davvero bella questa lirica. La luce brillava sulle azioni reazionarie dei sapienti usignoli. Sembra che il ragazzo racconti la propria storia al mondo. Riappaiono, quindi, le visioni. I serpenti sono il simbolo della morte. I termini "cariche", "fuggi", "plexiglas" e "morte" annunciano il buio. Avverto l’eco di Spoon River tra le pieghe dei versi. Intravedo con la mente un quadro immaginario. Innumerevoli uomini con la testa di cobra liberano la loro potenza sulla Terra: hanno risvegliato Kundalini. Formano un unico cobra gigante simile a quello che coprì Buddha. È uno scenario apocalittico, tremendo. I fatti di Avellino - Napoli sono notti a tutti. Credo che sia impossibile dimenticarli. La Curva Nord avrebbe potuto ospitare 6000 persone; ciò nonostante furono venduti a Napoli soltanto 1800 tagliandi. Molti tifosi partenopei non acquistarono il biglietto per un semplice motivo: per comprarlo avrebbero dovuto esibire un documento di riconoscimento. Per il viaggio verso Avellino, comunque, si mise in moto il cuore del tifo azzurro. A un’ora dal fischio d’inizio la Nord era colma di napoletani; ben 5000 tifosi riempirono le gradinate. Ma rimasero fuori circa 2000 partenopei sprovvisti di biglietti; questi ultimi tentarono di sfondare. In poco tempo scoppiò la guerriglia: gli scontri iniziarono intorno alle ore 19.30 tra la Nord e la Terminio. I reparti della mobile, in tenuta antisommossa, cerarono vanamente di arginare l’onda d’urto degli ultras e risposero alla sassaiola con le cariche, le manganellate, i lacrimogeni. Gli Ultras e i regolari si accalcarono agli ingressi. "Le cariche - riporta il sito progettoultrà.it - si intensificano e l’unico modo per non restarne coinvolti è riuscire ad entrare nello stadio. Ressa, calca, spinte, ma finalmente, dopo aver oltrepassato il cancello, non ci saranno più problemi. Il biglietto è stato strappato regolarmente e non resta che cercarsi un posto sui gradoni, ma proprio sulle scale le forze dell’ordine caricano, colpiscono la gente che sta salendo e per evitare quelle scale l’unica via di uscita è saltare giù, su di una copertura in plexiglas. Lasciarsi scivolare di là dal muretto, per superare il vuoto di dodici metri e raggiungere un posto sicuro, ma di sicuro al Partenio non c’è nulla". Anche Sergio Ercolano tentò la via di fuga.

"Intorno alle 20, - scrive Maurizio Martucci nel libro Cuori Tifosi - dopo una mezz’ora decisamente tormentata, Sergio viene assalito dal panico, dal timore degli incidenti e della foga generale. Non è un ultras, ma solo un tifoso del Napoli, uno come tanti. Per non restare imprigionato nella morsa degli scontri (al processo verrà prodotto il suo biglietto d’ingresso acquistato dai bagarini: era di curva Nord, con sopra il timbro della tribuna Terminio), Ercolano tenta un’improvvisata via di fuga dai corpo a corpo saltando sopra un muretto e poi su una pensilina di plexiglas, che fa da tettoia alla palestra del Partenio. Una mossa rivelatasi letale. Perché la copertura in plastica, sulla quale sono saliti in precedenza anche altri ragazzi, non regge il peso e si apre all’improvviso come una botola. Scaraventando di sotto il ragazzo da un’altezza di meno di venti metri. Un impatto terribile". Il corpo rimase a terra, in una pozza di sangue. L’ambulanza entrò nello stadio venti minuti dopo l’orribile episodio. Tale ritardo scatenò l’ira degli ultras partenopei. "Venti minuti, - prosegue Martucci - meno di mezz’ora per ricevere le prime manovre di soccorso praticate poi all’ospedale San Giuseppe Moscati di Avellino, dove viene trasferito d’urgenza nel reparto di anestesia e rianimazione. […] Nella testa di Sergio c’è un vasto ematoma, cioè sangue attorno alla superficie del cervello, un evento che solitamente precede al vasospasmo, ovvero la riduzione delle arterie che limitano l’afflusso di sangue al cervello". Sergio morì lunedì 22 settembre 2003 alle ore 15.45. Maurizio Martucci è sicuro: la vita di Ercolano è una "vita archiviata". Arrivò nel 2005 la richiesta di archiviazione avanzata dal PM Marcello Rotondi e successivamente accolta dalla Procura della Repubblica di Avellino. Arrivò, infine, nel 2009 un’altra archiviazione, disposta dal giudice monocratico Gaetano Gatto della XII sezione civile del tribunale di Napoli. Ercolano nacque nel 1984, nell’anno dell’arrivo di Diego Armando Maradona. Aveva soltanto tre anni nel 1987 e sei nel 1990. Era un bambino. Il Napoli vinceva gli scudetti e dominava in Italia e in Europa. Anch’io ero un bambino: quando venni al mondo mio nonno regalò a me una maglia azzurra con il numero dieci. Era l’anno della vittoria in casa contro la Juve di Platini, del terzo posto. Era, insomma, l’alba di un periodo ricco di successi. Non ho visto il Napoli di Diego. Ho visto però la retrocessione in serie B del 1998, il purgatorio, l’inferno e la risalita. Ed ho visto i trionfi recenti, la Coppa Italia e la Supercoppa italiana. Sergio Ercolano avrebbe gioito più che mai per le vittorie della sua squadra. Non l’ho mai conosciuto. Avrei voluto parlargli. Forse ci incontreremo in cielo un domani.

11 ottobre 2015

Fonte: Romeocastiglione.wordpress.com (Testo e Foto di Sergio)

Fotografie: Ilmattino.it

Dodici anni fa la morte di Sergio Ercolano

di Carlo Porcaro

Scoprii una guerra che non voglio combattere: perciò non vado più allo stadio.

L’atmosfera era tesa. Come si misura il grado di tensione ? Con il termometro dell’esperienza personale ma anche col filtro delle proprie emozioni e sensazioni. Ebbene, quel sabato sera del 20 settembre 2003, cioè 12 anni fa, l’atmosfera che precedeva il derby di serie B Avellino-Napoli era tesa eccome. Lo era perché i tifosi irpini attendevano quella partita da anni: la provincia contro il capoluogo di regione avverte la gara sportiva come occasione di riscatto, ipocrita negarlo. Lo era perché per me era la prima trasferta giornalistica: l’allora capo dello sport del "Roma" Raffaele Auriemma mi aveva chiesto di dare una mano a seguire la partita dal vivo. Lo spirito orgoglioso degli avellinesi si fondeva insomma con la mia adrenalina da "prima volta" lontano dallo stadio San Paolo, seppur per pochi chilometri. Neanche il tempo di salire sulla tribuna (a forma di veranda) del Partenio e dare uno sguardo alla distinta dei calciatori, compresi che ogni possibile emozione doveva essere accantonata in un secondo. Professionalmente per me, si trattava della prova del fuoco al circo o dell’acqua per un bambino che non sa ancora nuotare. In quei minuti non si capì nulla. Alcuni giornalisti napoletani cominciarono a sentirsi minacciati dai tifosi irpini. Furono lanciati fumogeni, si udirono cori contro Napoli. Poi la scena drammatica: un folto gruppo di tifosi azzurri che rincorrevano i carabinieri presenti sul campo brandendo mazze e cinture costringendoli alla fuga negli spogliatoi. Un’immagine scioccante per chi come me, classe 1976, è cresciuto dinanzi alla tv a guardare sgomento la tragedia dell’Heysel raccontato da un attonito Bruno Pizzul. Noi giornalisti scendemmo direttamente negli spogliatoi per provare a comprendere che cosa fosse accaduto, che cosa avesse scatenato l’ira degli ultras del Napoli. Una volta nel ventre del Partenio, dove poi trascorsi praticamente tutta la serata, appresi la notizia di "due morti" tra i tifosi azzurri. Addirittura due. Per la carica della polizia all’esterno dello stadio e i soccorsi in ritardo, erano le accuse. Da qui la reazione violenta, violentissima, contro le forze dell’ordine. I morti dopo un’oretta si ridussero a uno. La tragedia restava tale. Enorme. Un morto per una partita di calcio: un’assurdità a cui non ci si abitua mai. Le notizie erano frammentarie e imprecise. I cellulari dopo pochi minuti andarono in tilt: non c’era più linea. Giocatori e arbitri vagavano per il corridoio ancora in pantaloncini come se, di lì a poco, si sarebbe potuto tornare in campo. Oggi, con i social network, le informazioni sarebbero state senz’altro di più. Confuse, sovrapposte, cariche di odio e retorica, ma almeno qualcuno presente in loco avrebbe potuto testimoniare in tempo reale sull’accaduto. Invece, brancolammo nel buio fino all’amara certezza della morte del giovane Sergio Ercolano. Precipitato da una tettoia in plexiglass. Aveva il biglietto ? Non lo aveva e voleva scavalcare ? Dubbi rimasti irrisolti sul piano giudiziario. L’avvocato della famiglia ha sempre sostenuto che avesse il biglietto e che stesse fuggendo da una carica dei celerini per respingere tifosi senza ticket che facevano pressioni per far aprire i cancelli: nella concitazione non si sarebbe reso conto di essere in una zona prossima ad una copertura di plexiglass che poi cedette. Nel processo, il Comune di Avellino è stato prosciolto da ogni accusa. "Il caso è stato archiviato come fosse una pratica. Ma lui era un ragazzo con in tasca i soldi e il biglietto, che non sono stati trovati, e stava fuggendo perché voleva tirarsi fuori dai disordini. Non ho mai chiesto vendetta, solo giustizia. Ho trovato conforto nella fede, forza negli altri miei due figli, ma è brutto riconoscere che per gente come noi non c’è giustizia. Ed è brutto riconoscere che i morti non sono tutti uguali", ha detto la mamma di Sergio l’anno scorso ai quotidiani. Come dire: un morto in più, si va avanti lo stesso. Titoloni sulle prime nazionali, inchieste della magistratura, annunci di norme speciali e poi tutto come prima. Gli ultras trattati come ghetto, bestie in gabbia. State lì, che conviene a tutti: è il messaggio dello Stato. E troppo spesso gli stessi ultras sembrano crogiolarsi di ciò. La politica è "corrotta", i giornalisti "infami". Fino a quando non ne muore un altro e d’improvviso il calcio ci appare solo una cattiva "scusa", una tragica "occasione", un "non-luogo" dove le regole non esistono. E la morte di Ciro Esposito, maturata con la negligenza colpevole delle forze dell’ordine che avrebbero dovuto e potuto prevenire, lo ha confermato. Gli ultras contestano il "calcio moderno", ma questo gioco divenuto un business non è più compatibile con la "fede", le emozioni, il semplice divertimento. Non può essere amato a tutti i costi. Se lo spettacolo non è di grande livello e il teatro in cui si recita è sporco e disagevole, perdonatemi: resto a casa. Non è la stessa cosa, lo so bene. Non si sentono gli odori del campo, non si ascoltano le imprecazioni del vicino, non si colgono le finezze calcistiche. Non si viene avvolti dall’atmosfera, quella che precede una partita tesa e non una guerra che - almeno io - non voglio combattere.

8 settembre 2015

Fonte: Ilnapolista.com

Fotografie: I.ytimg - Ultra-style.weebly.it

A dieci anni dalla morte

La mamma di Sergio non si dà pace

Ma ringrazia l’Avellino che non dimentica

di Luigi Salvati

Carmela Ercolano: "Non saprò mai come è morto mio figlio. Non voglio vendetta ma solo giustizia".

"Non me l’aspettavo che dopo 10 anni la città di Avellino si ricordasse di mio figlio Sergio. Grazie di cuore". Voce ferma e fiera. Si interrompe e trema in alcuni frangenti, solo quando i ricordi di quella maledetta sera riaffiorano in tutta la loro tragicità. A parlare è la signora Carmela, la mamma di Sergio Ercolano, il giovane ventenne precipitato in un fossato profondo venti metri nella Curva Nord dello Stadio Partenio di Avellino. Morì due giorni dopo all’ospedale Moscati a causa delle gravi lesioni riportate in seguito alla caduta. Da quel giorno Sergio è diventato un simbolo. Non lo hanno dimenticato i parenti e gli amici. Non lo hanno dimenticato i tifosi del Napoli che mercoledì sera, nel corso della partita di Champions contro il Borussia, hanno riproposto lo striscione "Il nostro cammino nel tuo ricordo… Solo per Sergio". Non lo ha dimenticato Avellino che reagì con compostezza ed incredulità a quanto era avvenuto e si strinse nel dolore della famiglia e dell’intera comunità di San Giorgio a Cremano. Ricordare Sergio era un obbligo morale a cui la città non si è sottratta. Ci ha pensato il sindaco di Avellino, Paolo Foti, che ha scritto di proprio pugno una lettera ai genitori di Sergio, il cui contenuto sarà reso pubblico lunedì. Una sorpresa per mamma Carmela e papà Maurizio che si apprestano a celebrare il decennale presso la Chiesa madre di San Giorgio a Cremano. Non è stato facile contattare la famiglia Ercolano. Dopo la tragedia che li ha colpiti hanno cambiato casa e numero di telefono. Si sono trincerati in un dolore che solo chi perde prematuramente un figlio può comprendere. Una volta contattata, però, la signora Carmela non si è sottratta alla chiacchierata e con grande gentilezza ha risposto alle nostre domande.

Che effetto vi ha fatto sapere che il sindaco di Avellino ha scritto una lettera per ricordare la memoria di suo figlio ?

"Tra le tante telefonate che stiamo ricevendo in questi giorni è stata, forse, quella più inaspettata. Da un lato, tutte le telefonate sono laceranti. Riaprono una ferita mai rimarginata. Dall’altro fa piacere sapere che anche la città di Avellino non ha dimenticato cosa è capitato a mio figlio. Sergio era venuto ad Avellino per vedere una partita, non per prendere parte ad un combattimento. Purtroppo nessuno ce lo restituirà ma gli attestati di stima ci danno coraggio".

Si dice che un genitore non dovrebbe mai assistere al funerale del proprio figlio. Quando accade come si reagisce ?

"La forza te la danno gli altri figli. Abbiamo un maschio che all’epoca dei fatti aveva tre anni ed una femmina che allora ne aveva 21. Sono loro che ci hanno dato la forza di guardare avanti. Poi c’è la fede nel Signore. Solo così si può riprovare a vivere una vita che non sarà mai più quella di prima. Sergio non c’è più fisicamente ma spiritualmente è sempre con noi".

Cosa ricorda di quella sera. Chi vi diede la notizia ?

"Conoscevamo nostro figlio e non eravamo per niente preoccupati, tant’è che eravamo al compleanno di un nostro amico. Ricevemmo la telefonata di nostra figlia la quale ci disse che Sergio aveva avuto un incidente e si trovava all’ospedale di Avellino".

Cosa faceste ?

"Corremmo immediatamente ad Avellino. Nel tragitto ti passano in mente mille pensieri ma mai avremmo immaginato di trovarci di fronte a quello che è successo. Ma quello che fa più rabbia, da genitore, è non sapere ancora, a distanza di dieci anni, cosa è successo, come è successo e perché è successo".

Sergio non ha mai avuto giustizia ?

"Mai. Sei anni dopo, prima in sede penale, poi in quella civile è morto un’altra volta. Il suo caso non è stato nemmeno esaminato. È stato direttamente archiviato come se fosse una pratica. Forse perché era solo un povero ventenne morto in una situazione come quella. Ma Sergio aveva sia il biglietto che i soldi in tasca. E nemmeno quelli sono stati trovati. Stava provando a tirarsi fuori da quella situazione. Da genitori non abbiamo mai chiesto vendetta ma solo giustizia".

Sono trascorsi dieci anni ma la memoria di suo figlio è ancora viva…

"Questo ti fa capire che persona bella era mio figlio. Era un ragazzo con sani principi e valori. Era amico di tutti e sono felice che sia diventato un simbolo. Ringrazio chi lo ricorda e chi ci sta vicino".

20 settembre 2013

Fonte: Orticalab.it

Fotografie: Sportavellino.it - Avellino-calcio.it

L’intervista

Avellino non dimentica, Foti: scriverò alla famiglia Ercolano

di Luigi Salvati

Il sindaco: "Nulla lo riporterà in vita, ma non possiamo dimenticare quanto accaduto quella sera".

Il 22 settembre di dieci anni fa moriva Sergio Ercolano, il giovane tifoso del Napoli precipitato, due giorni prima, da un’altezza di 20 metri nel settore Curva Nord dell’allora Stadio Partenio, oggi Partenio-Lombardi. Gli eventi tragici di quella notte li conosce l’Italia intera. Li abbiamo anche sintetizzati in un altro articolo. Nella tragica sera del 20 settembre 2003 al Partenio di Avellino si scrisse una delle pagine più nere del calcio italiano. Sergio, morto per seguire la sua squadra del cuore in un sabato di fine estate, non è stato mai dimenticato. I tifosi biancoazzurri ne ricordano costantemente la memoria in giro per lo Stivale, i tifosi biancoverdi hanno fatto altrettanto nel corso dei derby giocati con il Napoli negli anni a venire e, di certo, non hanno dimenticato nessun particolare di quella notte. La Sud piena fin dalle prime ore del pomeriggio. Quell’adrenalina che non si provava da tempo. Poi il fumo proveniente da via Annarumma. La consapevolezza che lì stesse succedendo qualcosa di importante. I movimenti strani dei tifosi del Napoli già entrati allo stadio. Quel cancello aperto all’apparenza senza alcun motivo. La rimozione degli striscioni. Gli attimi convulsi del trasporto di Sergio in ambulanza. Quel cancello ancora aperto. La rabbia dei tifosi partenopei sfociata in un’invasione folle. Lo sconcerto nel volto dei tifosi biancoverdi. Le notizie alla radio. Il passaparola via telefono. L’incredulo ritorno a casa in quella che doveva essere una giornata storica per l’Avellino di Zeman. Brividi al solo pensiero, rabbia mai sopita, consapevolezza che, da quell’episodio in poi, il calcio sarebbe cambiato. Sono passati 10 lunghi anni. Venerdì sarà l’anniversario di quella partita che non si giocò mai, domenica quello del decesso del giovane Ercolano presso l’ospedale Moscati di Avellino che divenne meta di pellegrinaggio dei tifosi napoletani. Non vorremmo far passare in silenzio una data così importante e così abbiamo pensato di invitare sindaco di Avellino e presidente dell’attuale squadra di calcio a contattare la famiglia Ercolano per un abbraccio, un gesto simbolico per far capire loro che Avellino non ha dimenticato. Il sindaco di Avellino, Paolo Foti, è il primo che abbiamo contattato.

Sindaco, ricorda cosa successe quella sera ?

"Chi non lo ricorda. Non ero allo Stadio ma ricordo, come se fosse oggi, l’ansia di un padre che non riesce a contattare il proprio figlio".

Suo figlio era lì ?

"Sì era lì e quella sera non si riusciva a prendere la linea. Era impossibile telefonare ed io vedevo in tv la furia dei tifosi del Napoli verso le forze dell’ordine. Conoscevo personalmente il dirigente della Mobile che fu aggredito a calci. Scene allucinanti che addirittura non sembravano vere".

Eppure pochi minuti prima si era consumata una tragedia che non era prevedibile…

"Impensabile. Qualcosa di veramente tragico che indirettamente nei giorni successivi mi coinvolse in prima persona".

In che senso ?

"Ero il presidente della squadra di volley che si allenava e giocava nella Palestra Comunale costruita sotto la Curva Nord. Sergio precipitò in un corridoio che portava verso altri ambienti che percorrevamo regolarmente. Per diversi giorni tutta l’area fu sequestrata per le indagini. Ti posso garantire che vengono ancora i brividi se penso al volo di quel povero ragazzo".

Ricorderà bene anche le polemiche su quelle chiavi che tardarono ad aprire quei locali ?

"Come no. L’ansia a volte può giocare brutti scherzi. Le chiavi erano sicuramente in possesso dei dipendenti comunali che aprivano e chiudevano la palestra e del custode dello stadio. Si poteva accedere sia dall’ingresso della palestra che, come poi si è fatto, dalla pista d’atletica. Non sta a me esprimere un giudizio sulla tempistica".

Il calcio è cambiato, forse proprio da quella sera, non pensa ?

"Grazie a Dio, situazioni del genere non se ne vedono più, anche se non si può dire che la violenza sia stata debellata. Chi frequenta gli stadi deve capire che il calcio è uno spettacolo e deve essere uno strumento per aggregare e far divertire tutti. Sono un uomo di sport e sono convinto di quello che dico".

Sei anni dopo quel tragico evento, sia in sede civile che penale, la famiglia Ercolano ha visto archiviarsi il caso. È come se glielo avessero ammazzato un’altra volta...

"Cominciamo col dire che nessun atto sostanziale o risarcitorio può compensare la perdita di un figlio. Nessuna condanna o somma di denaro avrebbe mai riportato in vita Sergio. Non posso entrare nel merito delle decisioni dei giudici ma posso dire, come sindaco di Avellino, di essere vicino al dolore incancellabile della famiglia. Parlo da sindaco ma sento di interpretare il sentimento di tutta la città di Avellino".

Sono trascorsi dieci anni. Sarebbe bello che lei e il presidente dell’A.S. Avellino incontraste la famiglia Ercolano per un abbraccio simbolico ?

"Penso che le dimostrazioni pubbliche lascino il tempo che trovino. Ritengo, dunque, che una lettera privata, scritta a nome della città di Avellino, abbia più valore. È qualcosa che rimane nel tempo".

16 settembre 2013

Fonte: Orticalab.it

Fotografie: Mandamentonotizie.it - Irpinianews (sopra) - Corrieredellosport.it (sotto)

www.saladellamemoriaheysel.it  Domenico Laudadio  ©  Copyrights  22.02.2009  (All rights reserved)