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19 luglio 1969: il conflitto vero nato dalla

"Guerra del calcio" tra Honduras ed El Salvador

di Fiorenzo Radogna

Uno spareggio ad altissimo contenuto politico vinto dai salvadoregni ma sfociato nel suicidio di una 18enne diventata eroina nazionale e in uno scontro tra militari costato 6.000 vittime.

"Guerra del Calcio" - Diceva lo statista francese Georges Clemenceau "La guerra è una cosa troppo seria per essere lasciata ai militari...". Non sapeva che quell’aforisma ironico un giorno sarebbe stato preso alla lettera anche dal mondo dello sport. E che quello stesso giorno, a scatenare una guerra vera concretizzando un odio radicale e una convivenza inaccettabili, sarebbe stata una serie di partite di calcio. Coi rispettivi tifosi inferociti e le due squadre in campo a "darsele di brutto"; prima che la disfida passasse, il 19 luglio 1970, dai civili ai militari. Con migliaia di morti da una parte e dell’altra, il mondo della politica internazionale spiazzato e quello dello sport che si ritraeva inorridito. Qualcuno disse che fosse un "fatto centroamericano", altri che "c’era da aspettarselo" e che tutta quell’instabilità prima o poi avrebbe trovato un pretesto (il calcio) per esplodere. Sociologi, infine, rilanciarono (in negativo) il ruolo tragico che ebbe quella tripla sfida di pallone. Fra due piccole e modeste Nazionali, espressione di due stati confinanti e che, prima ancora che vincere e accedere a un Mondiale, anelavano sopraffare l’avversario. Vendicarsi. È lo scenario che portò alla dimenticata "Guerra del Calcio" fra Honduras ed El Salvador che, giusto in questi giorni di metà luglio (ma del 1969), infiammò quel lembo di terra che salda Nordamerica e Sudamerica. Poco più che un "fazzoletto" fra Guatemala e Nicaragua, crocevia di tanti umani traffici e via di passaggio di tante cristiane speranze. "Casus belli" un maledetto spareggio per accedere a quella che (per l’Italia) sarebbe stata l’indimenticabile kermesse di Mexico ‘70. Uno spareggio "triplo", perché nessuna delle due Nazionali voleva perdere in quella che sarebbe diventata una "brutta storia". Di calcio e calcioni, di occhi iniettati di odio e scorrettezze in campo e poi via: in un’escalation militare. Una vicenda di eserciti e carri armati, cannoni e napalm. Pianti, feriti e morti ammazzati. Una storia in cui, purtroppo, il calcio e i suoi padroni hanno gravi responsabilità...

Le premesse politico-sociali - L’odio fra Honduras e El Salvador covava già da un paio d’anni, prima di quell’estate 1969. Negli anni ‘40 e ‘50 del secolo scorso l’El Salvador si era consolidato come uno dei riferimenti per le coltivazioni Usa e attraversava un momento felice della propria storia. C’era molto lavoro, aumentava il Pil e lo stato registrava un boom demografico. Lo stesso che però, negli anni ‘60, sarebbe diventato un vero problema. La popolazione divenne infatti troppo numerosa e i mezzi di sostentamento troppo scarsi. El Salvador è piccolo e la disoccupazione esplose. Così nel 1967 con l’Honduras fu stipulata una convenzione bilaterale che permise ai contadini salvadoregni di varcare il confine e trasferirsi in Honduras. Un grave errore: anche l’Honduras restava un piccolo stato e gli oltre 250mila nuovi arrivi da El Salvador diventarono ben presto insostenibili. Nel 1969, il dittatore honduregno Oswaldo Lopez Arellano decise, infine, di chiudere le frontiere ed espellere (espropriandone anche le terre) tutti i contadini salvadoregni. La decisione fu presa nel mese di maggio. Il momento sbagliato per giocare fra le due squadre uno "stupido" spareggio calcistico...

Le premesse calcistiche - Da quando la Fifa aveva assegnato il Mondiale 1970 al Messico in tutto il centroamerica si vivevano mesi di fibrillazione. È l’appuntamento a cui tutti gli stati di quella parte di mondo volevano accedere; e il fatto che la Selección Tricolor si fosse qualificata di diritto come paese ospitante, spalancava le porte a un’altra qualificata della Concacaf (la "Uefa centro-nordamericana"). Sia Honduras che El Salvador ci speravano e con loro le (ancor più) modeste Nazionali di Usa e Haiti. Tutte e quattro queste nazionali avevano vinto i loro rispettivi giorni fra l’ottobre e il gennaio precedenti. E qui ecco la "miopia" dei vertici di Concacaf e Fifa: invece di considerare il clima di pesante tensione che si viveva fra le due nazioni ed evitare un confronto diretto fra le due, i "puristi" delle due federazioni diedero luogo a un sorteggio "non pilotato". Talmente fuori controllo che... Dall’urna usci beffardo l’accoppiamento di semifinale "Honduras-El Salvador". Una cosa impensabile al giorno d’oggi fra palline scaldate nell’urna e bende da cui si vede benissimo.

La prima sfida di Tegucigalpa - Partita di andata e ritorno, con eventuale "bella" in campo neutro. Come dire: tripla occasione di confronto fra nazionalità e tifoserie che si odiano. Pericolo triplicato. L’8 giugno 1969 semifinale di andata all’Estadio Nacional di Tegucigalpa, capitale dell’Honduras. Le premesse furono subito drammatiche: nei giorni precedenti il paese fu dilaniato da scioperi e manifestazioni e non solo. La notte prima dell’incontro per i giocatori salvadoregni fu un inferno. Sassi e uova contro le finestre dell’albergo (circondato) che li ospitava; e si sentì pure qualche colpo di pistola. Poi il giorno dopo: le gomme dell’autobus per arrivare allo stadio furono tagliate. La partita risultò brutta, lenta e violenta. Più che una sfida di calcio, una gara alla "pedata meglio assestata". Alla fine vinse l’Honduras 1-0, grazie al gol del difensore Leonard Wells all’89’.

Amelia "l’eroina" - Era solo la sfida di andata, ma si trattò di una partita in cui c’era in ballo ben più che una semplice qualificazione al Mondiale: addirittura l’orgoglio e la dignità nazionali. Fra i più giovani abbondarono gli episodi di fanatismo al limite della pazzia. Fu in questo clima di pathos nazionalista (subito dopo la sconfitta) che una ragazza nemmeno ventenne, Amelia Bolaños (figlia di un generale dell’esercito salvadoregno) al triplice fischio finale si sparò al cuore con la pistola del padre. Per il popolo salvadoregno sarebbe diventata un’eroina a cui sarebbero stati tributati funerali di stato. Un’altra tragica premessa per la gara di ritorno...

Il ritorno a San Salvador - Il 15 giugno 1969 per la gara di ritorno a San Salvador, l’Estadio de la Flor Blanca era gremito con oltre 37mila spettatori. La notte prima i salvadoregni avevano "reso la pariglia" agli ospiti: albergo circondato, mentre uno dei membri salvadoregni del comitato d’accoglienza per le squadre ospiti veniva ucciso a sassate nel tentativo di riportare la calma, una volta affacciatosi alla finestra. Il giorno dopo ci vorrà l’esercito coi carri armati per scortare il pullman dell’Honduras allo stadio. Lì, sugli spalti, verranno bruciate bandiere ospiti e fischiato l’inno honduregno. Ai margini del campo i militari col mitra in mano. El Salvador vinse 3-0 coi gol di Martinez al 27’ su (generoso) rigore; al 30’ di Acevedo, e al 40’ ancora di Martínez. Nei tafferugli fuori dallo stadio dopo la partita morirono poi altri due tifosi ospiti. Disfida in archivio ? Per nulla. In quegli anni non esisteva regola della differenza reti, era previsto uno (sciagurato) spareggio in campo neutro...

Lo spareggio all’Azteca - Sarà l’enorme stadio Azteca di Città del Messico, il 27 giugno del 1969 a ospitare lo spareggio fra le due nazionali. Dentro e fuori quasi 5mila soldati messicani in assetto anti-sommossa. Ma non sarebbero serviti a molto, nonostante lo stadio risultasse semivuoto (nemmeno 16mila paganti sui 115mila di capienza). Sarà proprio questa gara la più bella (e la più tragica) delle tre. Finirà 3-2 per El Salvador, passata in vantaggio al 10’ con Martínez, raggiunta una prima volta al 19’ da Cardona, poi di nuovo avanti ancora con 29’ Martínez, e ri-raggiunta al 50’ da Gómez. Al 101’ sarà tale Mauricio Rodríguez a siglare la rete della definitiva vittoria salvadoregna ai supplementari. Un botta e risposta quasi violento nella sua bellezza, mentre prima durante e dopo, fuori e dentro lo stadio, volavano "botte da orbi" fra le due tifoserie. Al fischio finale, mega rissa in campo che l’esercito non poté fermare, mentre le strade intorno all’Azteca diventarono un ring. Subito (e definitivamente) si sciolsero le relazioni diplomatiche tra i due stati...

L’escalation e la guerra: 19 luglio 1969 - Ormai era partita la "spirale" che avrebbe portato alla guerra vera. Quella che avrebbe fatto morti e feriti fra due piccoli stati confinanti. Il 14 luglio si sarebbe mosso l’esercito salvadoregno con 12mila uomini di fanteria, si sarebbe difeso quello Honduregno con 20mila effettivi complessivamente. Bombardamenti e piogge di napalm da una parte e dall’altra, con limitate conquiste territoriali salvadoregne e una controffensiva finale honduregna. I mezzi a disposizione ? Vecchi e ormai superati (come i carri Sherman e i caccia Mustang della Seconda Guerra Mondiale) che non impediranno un’ecatombe. Alla fine saranno circa 6mila complessivamente le vittime e oltre 45mila gli sfollati. I combattimenti, brevi ma tremendamente feroci, dureranno fino al 19 luglio. Il giorno dopo un "cessate il fuoco" ottenuto grazie all’intervento dell’Osa (Organizzazione Stati Americani) che lo imporrà soprattutto a un governo salvadoregno che, fino alla mattina di quel 19 luglio, avrebbe ancora sperato di poter ottenere una vittoria militare sul campo.

Conseguenze politiche - Il 5 agosto le truppe salvadoregne si ritirarono nei propri confini, rinunciando ad occupare il territorio conquistato. Tra i loro soldati erano rimasti uccisi un centinaio di uomini e circa 2mila honduregni; mentre tra i civili avevano perso la vita almeno 3mila honduregni e 600 salvadoregni. Con gli accordi di pace sarebbe stato poi riaffermato il diritto dei contadini salvadoregni di andare in Honduras per lavoro, anche se da allora in avanti ben pochi di loro avrebbero approfittato di questa opportunità. La pace fu sancita con un trattato solo nell’ottobre del 1980.

Conseguenze sportive - El Salvador, vincitore del sanguinoso spareggio dell’Azteca nel 1970 avrebbe poi partecipato ai Mondiali del Messico, rimediando però tre "scoppole" (0-3 dal Belgio, 0-4 dal Messico; 0-2 dall’Urss). Entrambe le nazionali si sarebbero quindi qualificate per il Mundial di Spagna ‘82, dove a sfiorare la qualificazione ai quarti sarebbe stato il grande Honduras del portiere Arzu (1-1 con la Spagna; 1-1 con l’Irlanda del Nord e 0-1 nei minuti finali con la Jugoslavia). Malissimo invece El Salvador, capace di beccarne "10" (a 1) da una pur deludente Ungheria.

19 luglio 2017

Fonte: Corriere.it

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