www.saladellamemoriaheysel.it   Sala della Memoria Heysel   Museo Virtuale Multimediale
Superga 4.05.1949
    Pagine della Memoria     Morire di Calcio     Tragedie Sorelle     Tragedia Stadio "Ballarin"    

 
 
LA TRAGEDIA LA MEMORIA IL MUSEO IL SITO AUDIOVISIVI
"La parabola del Torino ha ospitato ferite crudeli e successi epici. Il destino lo ha accarezzato come un fiore e trafitto con una lama saracena" Sandro Ciotti  
   

Superga, nel dolore il calcio cambiò

di Gianni Brera

La storia attiva e passiva d’Italia è piena di date orrende: questa del 4 maggio 1949 riguarda lo sport e deve considerarsi una macabra tragedia, non immune come tutte le nostre vere tragedie da un mortificante grottesco. A Superga è perito il Torino, che giustamente venne poi ricordato come grande. Era importante, agli occhi degli italiani, come Bartali e Coppi, Nuvolari, Varzi, Ascari, Farina e Villoresi, Tenni e tutti coloro che li aiutavano a uscire dalle mortificazioni di una guerra gratuitamente perduta. Il Torino aveva scremato il vivaio calcistico italiano con mezzi di persuasione davvero irresistibili. Il C.T. della nazionale Vittorio Pozzo, vecchio militante della squadra granata, sollecitava i migliori della nazionale giovanile ad accettare le offerte del Torino, quali che fossero, perché giocando sotto la Mole sarebbero sempre stati alla sua portata: li avrebbe seguiti e consigliati per il meglio, così da maturare al più presto per la maglia dei moschettieri azzurri. Dal canto suo il presidente Ferruccio Novo, industriale medio torinese, esercitava il proprio compito assicurando ai firmatari del cartellino granata (disemm inscì) i vantaggi indubitabili dell’esenzione dal servizio militare bellico: magari sarebbero stati chiamati alle armi, però destinati a Corpi non direttamente impegnati sui fronti di operazione: ed ecco perché il campionato del ’44 toccò ai misteriosi pompieri del nucleo spezzino… Ferruccio Novo aveva assunto prima delle inique leggi razziali l’ungherese israelita Egri Erbstein, intelligente come pochi e come pochissimi informato di calcio. Erbstein era stato nascosto da Novo con tutta la sua famiglia. Alla fine del conflitto, il tecnico tornò fuori e trovò di avere a disposizione il meglio della pedata italica. Per quanto riguarda il modulo, il Torino applicava un tantino pedissequamente il WM inglese. Pareva a Erbstein di essere all’avanguardia, ma già incominciava ad accorgersi che il modulo faceva acqua in fase difensiva. Non ne ho le prove certe, ma mi fa testimonianza lo scrittore pavese (e torinista) Folco Portinari, che ebbe modo di consultare i preziosi appunti di Egri: ad affidarglieli era stata la signorina Erbstein, di professione ballerina. Egri incominciava a parlare di geometria (cosa che feci anch’io in altra sede) e sono certo che bastasse questa intuizione a portarlo prestissimo alla scoperta degli spazi e alla più conveniente copertura dei medesimi. Il Torino aveva tutto il meglio o quasi del prosperoso (allora) vivaio italiano e poteva consentirsi tutte le licenze tattiche di questo mondo. Io però lo vidi beccare 6-2 dall’Inter di Carcano, il vecchio marpione che aveva guidato anche la Juventus del quinquennio 1931-35. Carcano aveva evoluto il metodo a W chiamandolo, come tutti, mezzo sistema. Applicando quel modulo, improntato al difensivismo uruguagio-argentino, la Triestina e il Modena avevano conquistato il secondo posto in campionato dietro al Torino, troppo potente perché i poveri cirenei della critica italiana si potessero accorgere di nulla. Il WM era di moda e perfino Pozzo, che lo aveva osteggiato, ebbe a dirmi dopo un clamoroso Doria-Torino, finito 0-5, che secondo lui la granata dii Erbstein avrebbero tranquillamente battuto anche la famosa Juventus del quinquennio, proprio quella che aveva innervato la nostra prima nazionale campione del mondo. Ripensando alla poderosa formazione di Erbstein verrebbe spontaneo definirla una delle più forti del mondo: il giudizio è comunque induttivo, sebbene i contatti internazionali deponessero per la sua fondatezza: era però deficitaria l’impostazione tattica, se è vero che la nazionale innervata dal Torino aveva subito un mortificante 0-4 dagli inglesi nel ’48, proprio a Torino, e che gli stessi inglesi non irresistibili avevano perso 0-1 con gli USA due anni dopo ai mondiali brasiliani.

"La tragedia non è morire, ma dimenticare"
Associazione Memoria Storica Granata

Il grande Torino perì a Superga perché così era scritto che finisse quella magnifica e insieme astuta creazione di Novo e di Pozzo. Le circostanze sono note (purtroppo) nel mondo intero. Dopo un certo Italia-Portogallo giocato a Genova, il vecchio Pereira chiede al collega capitano Valentino Mazzola che il Torino si presti a giocare in Lisbona la partita che il Benfica dedica al suo più valido atleta, ormai giunto al commiato dallo sport. Il generoso Mazzola promette e Ferruccio Novo pone come condizione che il Torino pareggi l’incontro decisivo di San Siro con l’Inter, che insegue a 4 punti e non è ancora rassegnata alla sconfitta. Il capitano Mazzola accetta a nome di tutti. L’incontro finisce 0-0: il Torino è matematicamente campione. Può dunque prepararsi per l’involo di Lisbona. La trasferta in Portogallo viene considerata alla stregua d’una gita turistica. Vi prendono parte i tecnici Erbstein e Livesley, il coach inglese, i giornalisti Renato Casalbore, fondatore di Tuttosport, Renato Tosatti, capo dei servizi sportivi della Gazzetta del Popolo, e Luigi Cavallero, che è capo dei servizi della Stampa e deve farla fuori con Vittorio Pozzo per non venir lasciato in redazione dal collega più vecchio e famoso. L’amichevole di Lisbona (pase de adios del buon Pereira) finisce 1-0 per il Benfica. La comitiva torinese si affretta a raggiungere l’aeroporto dove l’attende, pronto all’involo, il Charter G 212. Tutti i gitanti sono pieni di doni per familiari ed amici. La rotta del G 212 è stabilita da tempo: l’atterraggio è previsto per l’aeroporto internazionale della Malpensa, nei pressi di Milano: qui aspetta, come stabilito, il pullman sociale chiamato Conte Rosso… Come è già accaduto qualche altra volta, l’aereo dribbla la Malpensa, e con quella i finanzieri delegati a fare dogana, per atterrare, inatteso, a Torino. Il cielo è coperto. Sono le ore 17,05. Il G 212 s’immerge sobbalzando in una gran nube che sovrasta le colline torinesi. Pochi istanti trascorrono ricorda la mia Storia critica del calcio italiano ed è un orribile schianto. Tradito dagli strumenti di bordo, il pilota non si accorge di volare diritto contro la scarpata della Basilica di Superga. Nell’urto immane, l’aereo esplode come una bomba. Ai primi soccorritori si presenta uno spettacolo orripilante. Membra umane sono sparse all’intorno con i resti sconciati dell’apparecchio. Identificare i cadaveri è quasi impossibile. Il solo impavido Vittorio Pozzo ha cuore di prendersi questo compito pietoso e orrendo. La notizia della sciagura si abbatte sull’Italia e sul mondo. Per tutti è cordoglio e pena. Non era mai accaduto che un’intera squadra perisse a quel tragico modo. Il bilancio è terribile. La città di Torino e l’Italia perdono diciotto fra i migliori atleti che vantasse il nostro calcio. Il vuoto appare subito incolmabile. Un’intera generazione viene decapitata… Il Torino stava sostituendosi alla Juventus nel tifo degli italiani. In Valentino Mazzola vedevano tutti il meglio del nostro calcio sopravvissuto alla guerra. Con lui sono periti almeno altri undici elementi di valore internazionale certo: il portiere Bacigalupo, i terzini d’ala Ballarin e Maroso, il centromediano Rigamonti, i centrocampisti Castigliano, Grezar, Martelli e Loick, le punte Menti II, Gabetto e Ossola, la riserva e già nazionale di Francia Bongiorni. Il lutto è atroce. La tragedia ci appare come una maledizione biblica, non meritata dal Torino né dall’Italia. Poi, com’è fatale, se ne ricercano le cause al di fuori del tragico destino che ha consentito la sciagura. Affiorano le miserie più vili, le astuzie torbide, i sotterfugi illegali. Vi è chi parla di contrabbando di valuta e persino di droga, di un cambio di rotta improvviso per ingannare i finanzieri comandati alla Malpensa. Ahimè, nella tragedia stona qualsiasi rilievo, foss’anche ragionevole e doveroso. La realtà è tale che lo sdegno aiuta a superare la desolazione. Ma intanto quei meravigliosi ragazzi non sono più con noi. E l’acerbo rimpianto non ha fine.

4 maggio 1989

Fonte: La Repubblica


 

Angeli di Superga 4.05.1949

Calciatori

Valerio Bacigalupo    Aldo Ballarin     Dino Ballarin    Émile Bongiorni

Eusebio Castigliano    Rubens Fadini    Guglielmo Gabetto    Ruggero Grava

Giuseppe Grezar   Ezio Loik   Virgilio Maroso    Danilo Martelli

Valentino Mazzola    Romeo Menti    Piero Operto    Franco Ossola

Mario Rigamonti    Julius Schubert

Dirigenti

Arnaldo Agnisetta    Ippolito Civalleri   Andrea Bonaiuti

Allenatori

Egri Erbstein    Leslie Lievesley

Massaggiatore

Ottavio Cortina

Giornalisti

Renato Casalbore    Renato Tosatti   Luigi Cavallero

Equipaggio

Pierluigi Meroni    Celeste D’Inca

Cesare Biancardi    Antonio Pangrazi

Memoria... Onore... Silenzio...

Quanto è verde l’erba del "Fila"

di Domenico Laudadio

25.05.2017 la rinascita dello Stadio "Filadelfia" in bianco e nero.

Quante volte in questi ultimi anni ho visto untori di mestiere appestare il pensiero degli sportivi italiani, giornalisti al soldo, presidenti delle squadre privi di remore e stile, calciatori viziati e sgrammaticati con bamboline plastificate al seguito e via, via, schifandomi sempre di più. Per me il calcio è veramente altro e non riesco proprio più a pensarlo come il padre che incita all’entrata sulle gambe del pulcino di un’altra scuola calcio, come il barbiere che "simpaticamente" mi annette alla categoria dei ladri e non mi fa lo scontrino quando pago, come mio figlio che teme la legge razziale del parco giochi se calcia una palla indossando le strisce zebrate. Invidio tanto le altre discipline e vorrei abiurare questo calcio con i suoi derivati, veleno subdolo inoculato dalla società. Si abusa troppo spesso della parola valori per riempire un vuoto che ci scaviamo dentro da soli tutte le volte che non abbiamo imparato ad accettare chi è completamente diverso da noi e persino da chi sventola all’opposto una bandiera che per contro non ci aggrega. Il fulcro della sportività è qui. Amare è l’azione più sacra dell’essere umano in ogni latitudine, scevra dal computo dei titoli, dal denaro, dalla maniacale ostentazione e ricerca della perfezione in se stessi e negli altri. Amare è un colore, un sussulto che ti fa battere il cuore e non sai spiegarti come e neanche il perché… Si fa più grande e si prende un posto fisso nel cuore. Cambia tutto vorticosamente intorno a te, ma non quel pezzo di stoffa che ancora ti terge il sudore al traguardo della vittoria o ti asciuga le lacrime nella più amara delle sconfitte. Amore è una squadra. Ha soltanto un nome, non ha sesso e con lei scavalli sognante lo spazio e il tempo, tralasci la materia cibandoti di pure emozioni. Potremmo applicare queste medesime sensazioni agli amanti di quella che colleziona trofei prestigiosi nelle sue bacheche come di quella che a breve vedrà portare i suoi libri in tribunale e ripartirà dal purgatorio delle serie inferiori. Mi vengono in mente proprio questi pensieri a poche ore dalla rinascita dello Stadio Filadelfia a Torino.

Mi sfilano nella mente le sagome ed i volti di quegli uomini in granata che sono ritornati sulla terra in due file di folla mentre battono le mani a destra ed a sinistra dirigendosi verso la lunetta del centrocampo. Anche io sono lì e quando mi tocca il palmo della mano Valentino Mazzola mi sento d’un tratto migliore. Più uomo, più giusto. Non ha fatto caso alla mia sciarpa bianconera, mi ha sorriso come agli altri ed in più mi ha strizzato l’occhio. Nel frastuono della festa non faccio troppo caso a chi saltando mi esclude, ho i piedi ben piantati per terra e in fondo dovrò convincermi che resto soltanto un ospite nel santuario di altri, ma non rinnegherò di sentirmi loro fratello perché apparteniamo alla stessa religione. Quanto è bella e com’è verde l’erba del Filadelfia, ancora tenera prima della partita quando la falceranno di nuovo gli scarpini chiodati con i lunghi lacci avvolti sotto le suole degli "Invincibili". Si schierano ordinati in mezzo al campo, sono belli pettinati anni ’40, gelatine profumate gli hanno accarezzato quei capelli scuri fra le mani delicate di compagne inconsolabili. Ma oggi Superga è lontana. Resta sul colle a dominare la scena, questa sacra rappresentazione che chiunque ami il calcio venera. Penso con affetto e gratitudine a chi ha lavorato sodo per farli tornare dalla eterna trasferta, a Mecu e Giampaolo (Domenico Beccaria e Giampaolo Muliari ndr), a tutti i volontari che li raccontano in quel museo di Grugliasco. Oggi è il giorno della fiesta per il Toro, ma finalmente senza toreri e mattanza. Il Grande Torino ha vinto un altro scudetto perché continua a esistere. Nel cuore di ogni sportivo, in barba a chi lo dileggia senza cuore. Onore ai suoi martiri e alla loro leggenda. L’amore è l’unica parola che sfida la morte e non decade mai. L’amore ci abita nonostante tutto dentro. Ci chiede per cambio soltanto un tozzo di speranza e la memoria… Quanto è verde l’erba del "Fila"... Quanto è bella questa festa di gente… Com’ è verde l’erba del "Fila"… Come sa essere bella la gente quando è in festa… E l’erba verde e la gente in festa saranno sempre anche casa mia.

25 Maggio 2017

Fonte: Associazionegiulemanidallajuve.com 

 

Avevamo detto cugini...

di Domenico Laudadio

Salire verso Superga è come parafrasare la vita nel moto perpetuo di un andare faticosamente verso il cielo. E' come un viaggio all'incontrario di quello che si avrebbe in mente di fare, magari su un comodo scivolo verso facili mete terrene. Farò mia la scalata pellegrina, celebrando la leggenda di quegli uomini integri e veri di ieri, e giammai lo farei per recenti effimeri semidei della sfera, fra polveri bianche e veline. Però, sappiatelo bene tutti che ad un gobbo salire non spaventa, ripensando ai solchi d'aratro tracciati nell'erba da Gentile e da Cabrini, sventando le sortite di Pulici e Claudio Sala in quei duelli rusticani fra campioni senza eguali. In un gobbo il sudore della fronte distilla un balsamo di tigre, ripensando agli artigli di Capitan Furia, ai suoi incroci di tibie e di spade contro il baffuto Zaccarelli. Il derby. Un toro e una zebra a rincorrersi perennemente, a mordere, ad incornare, alternando l'aritmetica e il dispetto. Centinaia di battaglie all'ultimo respiro e di metri di garza per le bende, di punti smarriti all'istante e di sutura. Il derby. Cugini, quindi parenti, qualcuno più maligno a suggerirmi "serpenti"... Ricordi d'infanzia, appena sbiaditi, di certe domeniche a cotolette, insalata e patatine, imitando Sandro Ciotti ed Enrico Ameri dal Comunale, facendo ridere mio fratello e mio padre. Il cuore che batteva, in attesa del parziale dei primi tempi. Intanto si sale. La mia vita è ancora qui e sale, lassù verso la cima ed in mezzo a questa fitta nebbia di memorie da cui spunta una cupola aitante, a far l'amore con le nuvole, in barba ai frati del santuario. Sale verso quella croce nera incisa sulla pietra che strapperebbe onori persino ai demoni.

Com'è che la vista s'affioca e vedo tutto granata, forse è il peso della mia coscienza, di quei grugniti contro gli angeli che udii dai miei animali... Forse, anzi, certamente, è proprio il colore del loro sangue che si sparse ad innaffiare Superga, tramutando un piccolo orto sotto il muraglione, in paradiso. Il silenzio si è fatto più greve e si avvinghia ai calcagni come anime in pena e mi stritola all'ultimo passo il cuore... Odo il rombo di un aereo che vola basso mentre scorgo a pochi metri quella lapide cui muovere trentuno carezze lievi come folate di vento. Ma cosa succede ? Questa volta l'aereo non cade, punta dritto verso Caselle. Ma cosa mi succede, sento distintamente la voce di mia madre, alle spalle, dolce come quando mi veniva a svegliare... Mi sembra di scorgere da lontano figure umane, ombre filiformi che avanzano ridendo, contendendosi tra i piedi una palla di cuoio... D'improvviso si ode un fischio prolungato. Io resto qui mentre il mio treno riparte... Sono arrivato. Tutti loro si fermano, disponendosi in due gruppi. Valentino e Gaetano s'incontrano al centro, abbracciandosi a lungo come due fratelli. Mi mordo la lingua per non chiedergli: "Mah, siete sicuri ? Avevamo detto cugini...".

4 Maggio 2011

Fonte: Saladellamemoriaheysel.it

NDR: Si ringrazia per la foto della Basilica quotidianopiemontese.it e per quella del derby Salvatore Giglio


www.saladellamemoriaheysel.it  by Domenico Laudadio  ©  Copyrights  22.02.2009  (All rights reserved)