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SUPERGA 1949
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Superga 4.05.1949 Tragedia Aerea del Grande Torino
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"La parabola del Torino ha ospitato ferite crudeli e successi epici. Il destino lo ha accarezzato come un fiore e trafitto con una lama saracena" Sandro Ciotti

Superga, nel dolore il calcio cambiò

di Gianni Brera

La storia attiva e passiva d’Italia è piena di date orrende: questa del 4 maggio 1949 riguarda lo sport e deve considerarsi una macabra tragedia, non immune come tutte le nostre vere tragedie da un mortificante grottesco. A Superga è perito il Torino, che giustamente venne poi ricordato come grande. Era importante, agli occhi degli italiani, come Bartali e Coppi, Nuvolari, Varzi, Ascari, Farina e Villoresi, Tenni e tutti coloro che li aiutavano a uscire dalle mortificazioni di una guerra gratuitamente perduta. Il Torino aveva scremato il vivaio calcistico italiano con mezzi di persuasione davvero irresistibili. Il C.T. della nazionale Vittorio Pozzo, vecchio militante della squadra granata, sollecitava i migliori della nazionale giovanile ad accettare le offerte del Torino, quali che fossero, perché giocando sotto la Mole sarebbero sempre stati alla sua portata: li avrebbe seguiti e consigliati per il meglio, così da maturare al più presto per la maglia dei moschettieri azzurri. Dal canto suo il presidente Ferruccio Novo, industriale medio torinese, esercitava il proprio compito assicurando ai firmatari del cartellino granata (disemm inscì) i vantaggi indubitabili dell’esenzione dal servizio militare bellico: magari sarebbero stati chiamati alle armi, però destinati a Corpi non direttamente impegnati sui fronti di operazione: ed ecco perché il campionato del ’44 toccò ai misteriosi pompieri del nucleo spezzino… Ferruccio Novo aveva assunto prima delle inique leggi razziali l’ungherese israelita Egri Erbstein, intelligente come pochi e come pochissimi informato di calcio. Erbstein era stato nascosto da Novo con tutta la sua famiglia. Alla fine del conflitto, il tecnico tornò fuori e trovò di avere a disposizione il meglio della pedata italica. Per quanto riguarda il modulo, il Torino applicava un tantino pedissequamente il WM inglese. Pareva a Erbstein di essere all’avanguardia, ma già incominciava ad accorgersi che il modulo faceva acqua in fase difensiva. Non ne ho le prove certe, ma mi fa testimonianza lo scrittore pavese (e torinista) Folco Portinari, che ebbe modo di consultare i preziosi appunti di Egri: ad affidarglieli era stata la signorina Erbstein, di professione ballerina. Egri incominciava a parlare di geometria (cosa che feci anch’io in altra sede) e sono certo che bastasse questa intuizione a portarlo prestissimo alla scoperta degli spazi e alla più conveniente copertura dei medesimi. Il Torino aveva tutto il meglio o quasi del prosperoso (allora) vivaio italiano e poteva consentirsi tutte le licenze tattiche di questo mondo. Io però lo vidi beccare 6-2 dall’Inter di Carcano, il vecchio marpione che aveva guidato anche la Juventus del quinquennio 1931-35. Carcano aveva evoluto il metodo a W chiamandolo, come tutti, mezzo sistema. Applicando quel modulo, improntato al difensivismo uruguagio-argentino, la Triestina e il Modena avevano conquistato il secondo posto in campionato dietro al Torino, troppo potente perché i poveri cirenei della critica italiana si potessero accorgere di nulla. Il WM era di moda e perfino Pozzo, che lo aveva osteggiato, ebbe a dirmi dopo un clamoroso Doria-Torino, finito 0-5, che secondo lui la granata dii Erbstein avrebbero tranquillamente battuto anche la famosa Juventus del quinquennio, proprio quella che aveva innervato la nostra prima nazionale campione del mondo. Ripensando alla poderosa formazione di Erbstein verrebbe spontaneo definirla una delle più forti del mondo: il giudizio è comunque induttivo, sebbene i contatti internazionali deponessero per la sua fondatezza: era però deficitaria l’impostazione tattica, se è vero che la nazionale innervata dal Torino aveva subito un mortificante 0-4 dagli inglesi nel ’48, proprio a Torino, e che gli stessi inglesi non irresistibili avevano perso 0-1 con gli USA due anni dopo ai mondiali brasiliani.

Superga 4-5-1949
"La tragedia non è morire, ma dimenticare"

Associazione Memoria Storica Granata

Il grande Torino perì a Superga perché così era scritto che finisse quella magnifica e insieme astuta creazione di Novo e di Pozzo. Le circostanze sono note (purtroppo) nel mondo intero. Dopo un certo Italia-Portogallo giocato a Genova, il vecchio Pereira chiede al collega capitano Valentino Mazzola che il Torino si presti a giocare in Lisbona la partita che il Benfica dedica al suo più valido atleta, ormai giunto al commiato dallo sport. Il generoso Mazzola promette e Ferruccio Novo pone come condizione che il Torino pareggi l’incontro decisivo di San Siro con l’Inter, che insegue a 4 punti e non è ancora rassegnata alla sconfitta. Il capitano Mazzola accetta a nome di tutti. L’incontro finisce 0-0: il Torino è matematicamente campione. Può dunque prepararsi per l’involo di Lisbona. La trasferta in Portogallo viene considerata alla stregua d’una gita turistica. Vi prendono parte i tecnici Erbstein e Livesley, il coach inglese, i giornalisti Renato Casalbore, fondatore di Tuttosport, Renato Tosatti, capo dei servizi sportivi della Gazzetta del Popolo, e Luigi Cavallero, che è capo dei servizi della Stampa e deve farla fuori con Vittorio Pozzo per non venir lasciato in redazione dal collega più vecchio e famoso. L’amichevole di Lisbona (pase de adios del buon Pereira) finisce 1-0 per il Benfica. La comitiva torinese si affretta a raggiungere l’aeroporto dove l’attende, pronto all’involo, il Charter G 212. Tutti i gitanti sono pieni di doni per familiari ed amici. La rotta del G 212 è stabilita da tempo: l’atterraggio è previsto per l’aeroporto internazionale della Malpensa, nei pressi di Milano: qui aspetta, come stabilito, il pullman sociale chiamato Conte Rosso… Come è già accaduto qualche altra volta, l’aereo dribbla la Malpensa, e con quella i finanzieri delegati a fare dogana, per atterrare, inatteso, a Torino. Il cielo è coperto. Sono le ore 17,05. Il G 212 s’immerge sobbalzando in una gran nube che sovrasta le colline torinesi. Pochi istanti trascorrono ricorda la mia Storia critica del calcio italiano ed è un orribile schianto. Tradito dagli strumenti di bordo, il pilota non si accorge di volare diritto contro la scarpata della Basilica di Superga. Nell’urto immane, l’aereo esplode come una bomba. Ai primi soccorritori si presenta uno spettacolo orripilante. Membra umane sono sparse all’intorno con i resti sconciati dell’apparecchio. Identificare i cadaveri è quasi impossibile. Il solo impavido Vittorio Pozzo ha cuore di prendersi questo compito pietoso e orrendo. La notizia della sciagura si abbatte sull’Italia e sul mondo. Per tutti è cordoglio e pena. Non era mai accaduto che un’intera squadra perisse a quel tragico modo. Il bilancio è terribile. La città di Torino e l’Italia perdono diciotto fra i migliori atleti che vantasse il nostro calcio. Il vuoto appare subito incolmabile. Un’intera generazione viene decapitata… Il Torino stava sostituendosi alla Juventus nel tifo degli italiani. In Valentino Mazzola vedevano tutti il meglio del nostro calcio sopravvissuto alla guerra. Con lui sono periti almeno altri undici elementi di valore internazionale certo: il portiere Bacigalupo, i terzini d’ala Ballarin e Maroso, il centromediano Rigamonti, i centrocampisti Castigliano, Grezar, Martelli e Loick, le punte Menti II, Gabetto e Ossola, la riserva e già nazionale di Francia Bongiorni. Il lutto è atroce. La tragedia ci appare come una maledizione biblica, non meritata dal Torino né dall’Italia. Poi, com’è fatale, se ne ricercano le cause al di fuori del tragico destino che ha consentito la sciagura. Affiorano le miserie più vili, le astuzie torbide, i sotterfugi illegali. Vi è chi parla di contrabbando di valuta e persino di droga, di un cambio di rotta improvviso per ingannare i finanzieri comandati alla Malpensa. Ahimè, nella tragedia stona qualsiasi rilievo, foss’anche ragionevole e doveroso. La realtà è tale che lo sdegno aiuta a superare la desolazione. Ma intanto quei meravigliosi ragazzi non sono più con noi. E l’acerbo rimpianto non ha fine.

4 maggio 1989

Fonte: La Repubblica

© Fotografie: Salvatore Giglio - Museo Grande Torino - Quotidianopiemontese.it

Quanto è verde l’erba del "Fila"

di Domenico Laudadio

25.05.2017 la rinascita dello Stadio "Filadelfia" in bianco e nero

Quante volte in questi ultimi anni ho visto untori di mestiere appestare il pensiero degli sportivi italiani, giornalisti al soldo, presidenti delle squadre privi di remore e stile, calciatori viziati e sgrammaticati con bamboline plastificate al seguito e via, via, schifandomi sempre di più. Per me il calcio è veramente altro e non riesco proprio più a pensarlo come il padre che incita all’entrata sulle gambe del pulcino di un’altra scuola calcio, come il barbiere che "simpaticamente" mi annette alla categoria dei ladri e non mi fa lo scontrino quando pago, come mio figlio che teme la legge razziale del parco giochi se calcia una palla indossando le strisce zebrate. Invidio tanto le altre discipline e vorrei abiurare questo calcio con i suoi derivati, veleno subdolo inoculato dalla società. Si abusa troppo spesso della parola valori per riempire un vuoto che ci scaviamo dentro da soli tutte le volte che non abbiamo imparato ad accettare chi è completamente diverso da noi e persino da chi sventola all’opposto una bandiera che per contro non ci aggrega. Il fulcro della sportività è qui. Amare è l’azione più sacra dell’essere umano in ogni latitudine, scevra dal computo dei titoli, dal denaro, dalla maniacale ostentazione e ricerca della perfezione in sé stessi e negli altri. Amare è un colore, un sussulto che ti fa battere il cuore e non sai spiegarti come e neanche il perché… Si fa più grande e si prende un posto fisso nel cuore. Cambia tutto vorticosamente intorno a te, ma non quel pezzo di stoffa che ancora ti terge il sudore al traguardo della vittoria o ti asciuga le lacrime nella più amara delle sconfitte. Amore è una squadra. Ha soltanto un nome, non ha sesso e con lei scavalli sognante lo spazio e il tempo, tralasci la materia cibandoti di pure emozioni. Potremmo applicare queste medesime sensazioni agli amanti di quella che colleziona trofei prestigiosi nelle sue bacheche come di quella che a breve vedrà portare i suoi libri in tribunale e ripartirà dal purgatorio delle serie inferiori. Mi vengono in mente proprio questi pensieri a poche ore dalla rinascita dello Stadio Filadelfia a Torino. Mi sfilano nella mente le sagome ed i volti di quegli uomini in granata che sono ritornati sulla terra in due file di folla mentre battono le mani a destra ed a sinistra dirigendosi verso la lunetta del centrocampo. Anche io sono lì e quando mi tocca il palmo della mano Valentino Mazzola mi sento d’un tratto migliore. Più uomo, più giusto. Non ha fatto caso alla mia sciarpa bianconera, mi ha sorriso come agli altri ed in più mi ha strizzato l’occhio. Nel frastuono della festa non faccio troppo caso a chi saltando mi esclude, ho i piedi ben piantati per terra e in fondo dovrò convincermi che resto soltanto un ospite nel santuario di altri, ma non rinnegherò di sentirmi loro fratello perché apparteniamo alla stessa religione. Quanto è bella e com’è verde l’erba del Filadelfia, ancora tenera prima della partita quando la falceranno di nuovo gli scarpini chiodati con i lunghi lacci avvolti sotto le suole degli "Invincibili". Si schierano ordinati in mezzo al campo, sono belli pettinati anni ’40, gelatine profumate gli hanno accarezzato quei capelli scuri fra le mani delicate di compagne inconsolabili. Ma oggi Superga è lontana. Resta sul colle a dominare la scena, questa sacra rappresentazione che chiunque ami il calcio venera. Penso con affetto e gratitudine a chi ha lavorato sodo per farli tornare dalla eterna trasferta, a Mecu e Giampaolo (Domenico Beccaria e Giampaolo Muliari ndr), a tutti i volontari che li raccontano in quel museo di Grugliasco. Oggi è il giorno della fiesta per il Toro, ma finalmente senza toreri e mattanza. Il Grande Torino ha vinto un altro scudetto perché continua a esistere. Nel cuore di ogni sportivo, in barba a chi lo dileggia senza cuore. Onore ai suoi martiri e alla loro leggenda. L’amore è l’unica parola che sfida la morte e non decade mai. L’amore ci abita nonostante tutto dentro. Ci chiede per cambio soltanto un tozzo di speranza e la memoria… Quanto è verde l’erba del "Fila"... Quanto è bella questa festa di gente… Com’ è verde l’erba del "Fila"… Come sa essere bella la gente quando è in festa… E l’erba verde e la gente in festa saranno sempre anche casa mia.

25 Maggio 2017

Fonte: Associazionegiulemanidallajuve.com

© Fotografia: Salvatore Giglio

Avevamo detto cugini...

di Domenico Laudadio

Salire verso Superga è come parafrasare la vita nel moto perpetuo di un andare faticosamente verso il cielo. È come un viaggio all'incontrario di quello che si avrebbe in mente di fare, magari su un comodo scivolo verso facili mete terrene. Farò mia la scalata pellegrina, celebrando la leggenda di quegli uomini integri e veri di ieri, e giammai lo farei per recenti effimeri semidei della sfera, fra polveri bianche e veline. Però, sappiatelo bene tutti che ad un gobbo salire non spaventa, ripensando ai solchi d'aratro tracciati nell'erba da Gentile e da Cabrini, sventando le sortite di Pulici e Claudio Sala in quei duelli rusticani fra campioni senza eguali. In un gobbo il sudore della fronte distilla un balsamo di tigre, ripensando agli artigli di Capitan Furia, ai suoi incroci di tibie e di spade contro il baffuto Zaccarelli. Il derby. Un toro e una zebra a rincorrersi perennemente, a mordere, ad incornare, alternando l'aritmetica e il dispetto. Centinaia di battaglie all'ultimo respiro e di metri di garza per le bende, di punti smarriti all'istante e di sutura. Il derby. Cugini, quindi parenti, qualcuno più maligno a suggerirmi "serpenti"... Ricordi d'infanzia, appena sbiaditi, di certe domeniche a cotolette, insalata e patatine, imitando Sandro Ciotti ed Enrico Ameri dal Comunale, facendo ridere mio fratello e mio padre. Il cuore che batteva, in attesa del parziale dei primi tempi. Intanto si sale. La mia vita è ancora qui e sale, lassù verso la cima ed in mezzo a questa fitta nebbia di memorie da cui spunta una cupola aitante, a far l'amore con le nuvole, in barba ai frati del santuario. Sale verso quella croce nera incisa sulla pietra che strapperebbe onori persino ai demoni. Com'è che la vista s'affioca e vedo tutto granata, forse è il peso della mia coscienza, di quei grugniti contro gli angeli che udii dai miei animali... Forse, anzi, certamente, è proprio il colore del loro sangue che si sparse ad innaffiare Superga, tramutando un piccolo orto sotto il muraglione, in paradiso. Il silenzio si è fatto più greve e si avvinghia ai calcagni come anime in pena e mi stritola all'ultimo passo il cuore... Odo il rombo di un aereo che vola basso mentre scorgo a pochi metri quella lapide cui muovere trentuno carezze lievi come folate di vento. Ma cosa succede ? Questa volta l'aereo non cade, punta dritto verso Caselle. Ma cosa mi succede, sento distintamente la voce di mia madre, alle spalle, dolce come quando mi veniva a svegliare... Mi sembra di scorgere da lontano figure umane, ombre filiformi che avanzano ridendo, contendendosi tra i piedi una palla di cuoio... D'improvviso si ode un fischio prolungato. Io resto qui mentre il mio treno riparte... Sono arrivato. Tutti loro si fermano, disponendosi in due gruppi. Valentino e Gaetano s'incontrano al centro, abbracciandosi a lungo come due fratelli. Mi mordo la lingua per non chiedergli: "Mah, siete sicuri ? Avevamo detto cugini...".

4 Maggio 2011

Fonte: Saladellamemoriaheysel.it

© Fotografia: Salvatore Giglio

Angeli di Superga 4.05.1949

Allenatori: Egri Erbstein - Leslie Lievesley  Massaggiatore: Ottavio Cortina

Calciatori: Valerio Bacigalupo - Aldo Ballarin - Dino Ballarin - Émile Bongiorni - Eusebio Castigliano - Rubens Fadini - Guglielmo Gabetto - Ruggero Grava -Giuseppe Grezar - Ezio Loik - Virgilio Maroso - Danilo Martelli - Valentino - Mazzola - Romeo Menti - Piero Operto - Franco Ossola - Mario Rigamonti - Julius Schubert

Dirigenti: Arnaldo Agnisetta - Ippolito Civalleri - Andrea Bonaiuti

Giornalisti: Renato Casalbore - Renato Tosatti - Luigi Cavallero

Crew: Pierluigi Meroni - Celeste D’Inca - Cesare Biancardi - Antonio Pangrazi

Memoria... Onore... Silenzio...
 

Il Torino non c'è più

di Vittorio Pozzo

Scomparso, bruciato, polverizzato. Una squadra che muore, tutta assieme, al completo, con tutti i titolari, con le sue riserve, col suo massaggiatore, coi suoi tecnici, coi suoi dirigenti, coi suoi commentatori. Come uno di quei plotoni di arditi che, nella guerra, uscivano dalla trincea, coi loro ufficiali, al completo, e non ritornava nessuno, al completo. È morto in azione. Tornava da una delle sue solite spedizioni all'estero, dove si era recato in rappresentanza del nome dello sport italiano. Aveva presa la via del cielo per tornare più presto, per far fronte agli impegni di campionato. Un urto terribile, uno schianto - ai piedi di una chiesa, di una basilica addirittura - una gran fiammata. E poi più nulla. Il silenzio della morte. Era la squadra Campione d'Italia. Era, quasi al completo, la squadra che rappresentava i colori del nostro Paese nelle competizioni internazionali. Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola - appellò in ordine di squadra i dieci azzurri - Bongiorni, italiano d'origine, nazionale di Francia; Schubert, nazionale della Cecoslovacchia; Martelli, Ossola. Operto, Fadini, Ballarin, Grava, nazionali di riserva o dell'avvenire. Erano con loro: Cortina, il massaggiatore di quest’anno della Nazionale; Erbstein, l'ungherese; l'allenatore Lievesley, uno dei migliori tecnici che avessimo in Italia al momento attuale; Civalleri ed Agnisetta, dirigenti della vecchia guardia, e Cavallero, Tosatti e Casalbore, tre giornalisti, tre compagni di lavoro. Se non fosse che li abbiamo visti noi, morti, aiutando nelle operazioni ufficiali di identificazione dei cadaveri, ci rifiuteremmo di credere a quanto avvenuto. Giocatori che erano l'orgoglio della nostra città e dell'Italia sportiva tutta, ragazzi sani, pieni di salute, sprizzanti energia da ogni poro, uomini che erano le speranze nostre per le lotte con gli stranieri, ridotti in quelle condizioni ! A farsi forza per allontanare il pensiero da quella spaventosa visione, si viene presi, afferrati da un senso di vuoto. Amici, famiglie, squadra granata, squadra nazionale: più nulla. Per Torino che amava la squadra che porta il suo nome come sua, per il mondo calcistico tutto, è una tragedia dalle proporzioni terribili ! Menti, che venivi a confidarti con me ogni tanto, Ballarin che tanta paura avevi di perdere il posto in Nazionale dopo la partita di Zurigo, Rigamonti che t'ho fatto piangere l'anno scorso a Parigi prima della partita colla Francia, Grezar che mi corresti dietro la settimana scorsa per offrirmi una birra e per chiedermi se in realtà anch'io ti ritenessi diventato "vecio". Maroso, tu il vero puro sangue dell'ultima generazione, Valentino Mazzola che facevi i capricci, mi davi dei grattacapi e poi mi scrivevi per chiedermi scusa, Loik che a gare finite amavi un bicchiere di vino buono, Voi tutti che mi foste compagni nelle lotte per 11 buon nomi, e che mi rimproveraste quando Vi lasciai, pochi mesi fa, ora siete Voi a lasciare me, e che può anche essere poco, a lasciare l'ambiente e la vita, ed è tutto. Permettetemi che non scriva più, che Vi saluti, in nome di tutto il grande esercito degli sportivi, ritto sull'attenti, in silenzio. Dicevo sovente con Voi, scherzando, che io ero un po' come il portinaio di San Pietro, per cui cose nuove, belle o brutte, in senso assoluto più non esistono. Me l'avete procurata Voi, colla Vostra scomparsa collettiva e fulminea, la sensazione nuova: sotto forma di uno strazio che non ha nome.

5 maggio 1949

Fonte: La Stampa

© Fotografie: Salvatore Giglio

 

Un grave lutto ha colpito la nazione

L'aereo del Torino reduce da Lisbona urta e precipita sulla collina di Superga.

Trentun vittime: diciotto calciatori, dirigenti e tecnici del sodalizio, il pilota e tre membri dell'equipaggio e i giornalisti: Cavaliere de "La Stampa", Casalbore di "Tuttosport" e Tosatti della "Gazzetta dei Popolo". Sulla soglia di casa erano come soldati che tornano all'accampamento, i giovanotti del Torino che erano stati a battersi sul campo di Lisbona; e si erano battuti con impegno sul terreno sconosciuto, alcuni di loro superando il malessere suscitato dal clima diverso e dalla rapidità del trasferimento; e avevano perduto con onore, come soldati che hanno fatto il loro dovere, anche se la fortuna non li ha premiati. Avevano tenuto alto il nome della Patria, fatto gridare il nome della Patria alla folla forestiera; avevano mostrato a gente che per anni ha conosciuto di noi solo le cose più tristi, che per anni ci ha immaginati avviliti, prostrati, umiliati, un fresco sorriso di giovani, un alacre impegno di far bene. Si erano presentati come eletta ed esempio della nuova generazione, che riprende con coraggio la sua vita dal fondo ove, non per sua colpa, si è ritrovata dopo la guerra. Perché con quest'animo noi vediamo partire le nostre squadre ginnastiche, sportive, atletiche, ogni volta che vanno all'estero; chiediamo ad essi qualcosa di più e di diverso che una emozione, di tifosi o un'esaltazione di spettatori. Con che gratitudine li vedemmo uscire per la prima volta dai confini, questi giovani, dopo la buia pausa della guerra; come benedicemmo quelle loro prime affermazioni, quelle loro prime vittorie, ciclisti, atleti, calciatori; raccoglievano intorno al loro gioco pacifico i primi consensi degli stranieri; si facevano ammirare per noi, amare per noi. E ad essi abbiamo continuato ad affidare, come a una bandiera, le sorti nuove, la riconquista delle simpatie smarrite; li abbiamo mandati fuori perché dicano alla gente straniera che siamo diversi da come ci hanno creduto; queste squadre elastiche, agili, brave, sono il simbolo della lotta di tutta la Nazione per rimettere in sesto la Patria, per farla risalire dal cupo, riconquistare amicizie dove ancora prevalgono sospetti o gelosie o rancori. Li mandiamo fuori pacifici campioni perché siano gli araldi di una fraternità sportiva, i primi a buttar giù le frontiere di odi o di malintesi; e siano magari gli arditi, i pionieri di una più vasta solidarietà umana da cui ci venga comprensione e giustizia. E come soldati caduti li piangiamo questi giovani fulminati sulla porta di casa; né la parola ci pare troppo retorica, sappiamo di quanta disciplina, di quanti sacrifici, di quante rinunce alle facili gioie della giovinezza era fatto il loro compito che pareva ai nostri occhi di spettatori nulla più di un gioco gaio ed agevole. Li piange Torino, percossa e stordita dalla prima notizia come dall'annuncio di una sventura collettiva; e lo sbigottimento e il dolore entrarono in ogni casa come se di ogni famiglia fosse scomparso il figlio diletto. E li piange la nazione che li amava, ne conosceva i nomi urlati tante volte nel calore di un incontro; e anche chi di calcio e di squadre non si è mai occupato, chi non ha mai assistito a una partita è sbalordito e commosso; sente oscuramente che qualche cosa di tutti noi è arso nel rogo sulla collina avvolta di fatale caligine insieme alla giovane vita dei campioni; ognuno di noi era loro debitore per qualche cosa, la gioia di vedere la bella squadra in cima alla classifica, l'orgoglio con cui la vedevamo partire per gli incontri internazionali, la nostra gratitudine di sedentari, di inerti, di sfiduciati per la gioconda volontà di vincere che ci offriva. Poveri ragazzi, loro certo a questo non pensavano. Erano contenti di tornare a casa, portavano nelle valigette il regaluccio per la mamma, le sorelle, l'innamorata e nella memoria il ricordo di qualche bella ragazza che aveva sorriso alla loro spavalda giovinezza; preparavano le parole con cui si sarebbero scusati con i compagni e i dirigenti per non avere strappato la vittoria, se la promettevano brillante per la prossima volta. Erano spensierati e semplici anche se si sentivano avvolti dall'ammirazione e dall'affetto della gente; e ricambiavano quell'affetto, quell'aspettazione di grandi cose con una disciplina severa e volonterosa. Come soldati sono caduti, spensierati, semplici, colti a tradimento sulla soglia dell’accampamento. E ci suonano spontanee nella memoria le parole con cui i soldati ricordano i loro caduti "tutti giovani sui vent'anni, la sua vita non torna più".

5 maggio 1949

Fonte: La Stampa

© Fotografia: Salvatore Giglio

 

L'attimo dell'immane sciagura

Cielo tempestoso raffiche di vento - Attesa ansiosa sul campo dell'Aeritalia - Schianto contro il muro posteriore della Basilica - Autorità e soccorritori sul posto - Il compianto della folla. Ieri sera stavamo scrivendo questa cronaca dolorosissima, la più, dolorosa che certo, da anni, ci toccava di mettere sulla carta, il telefono nella sala della nostra redazione, continuava a trillare. Parliamo di telefono, ma in realtà erano quattro o cinque, sei, dieci telefoni, che trillavano all'unisono formando una sola voce: come fosse rima disperata, pressante invocazione. Si sapeva che cosa voleva apprendere la persona che stava dall'altra parte del filo. Non occorrevano molte frasi, molte spiegazioni. Appena, alzato il ricevitore, udivamo una voce di uomo o di donna, non importa, ci pareva sempre la stessa, la quale tremante ci chiedeva È vero ?". Noi non rispondevamo che con un monosillabo: "Sì". L'interlocutore non domandava di più. Riferire di un fatto di questa gravità, di un fatto che ha sconvolto l'intera città di Torino, che colpirà tutta l'Italia e che risuonerà ovunque, non è facile. Troppi sono i sentimenti che s'affollano nella nostra mente, troppe notizie si accavallano, troppi visi noti e cari ci appaiono in un solo momento i cari nomi. Ieri pomeriggio, sul campo dell'Aeritalia, si attendeva l'apparecchio che doveva giungere verso le 16,30 portando la squadra di calcio del Torino, reduce dal Portogallo ove, come è noto, aveva sostenuto l'incontro con il "Benfica". Si attendevano i nostri cari campioni, i più noti, quelli che ad ogni avvenimento sportivo erano sulla bocca di tutti, seguiti da una specie di commovente devozione, dall'ammirazione per le loro imprese. Giocatori del "Torino", figure popolari, erano: Bacigalupo, Martelli, Castigliano, Grezar, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola, Ballarin I, Ballarin II, Operto, Maroso, Fadini, Bongiorni, Grava, e Schubert. Li accompagnavano i dirigenti: Agnisetta, Civalleri. Egri; l'allenatore inglese Lievesley e il massaggiatore Cortina, e i fedeli giornalisti e cronisti della loro attività: Cavallero, Casalbore e Tosatti. Pilotava l'aereo il comandante Meroni. Nella palazzina del campo assieme al personale di volo si trovavano i soliti affezionati che vanno puntualmente a ricevere i "granata" al ritorno da ogni loro trasferta. Qualcuno, guardando fuori dalle finestre si mostrava preoccupato: dopo un fugace accenno di schiarita, avvenuto nel primo pomeriggio, le nubi si erano più rinserrate e fatte fosche: dalle 15,15 circa la pioggia scendeva copiosamente. Tuttavia non c'era nessuna vera e propria apprensione. Quasi tutti leggevano, per ingannare l'attesa i giornali della sera, Stampa Sera. Nell'ultima pagina, il nostro Luigi Cavallero dopo le considerazioni sulla partita, dichiarava: "Stamane i granata si sono alzati presto per prepararsi al ritorno. Tra poche ore l'aereo, che ha trasportato a Lisbona, dirigenti, giocatori e giornalisti, spiccherà il volo per atterrare all'Aeronautica di Torino, tempo permettendo, verso le 17. Che le nubi ed i venti ci siano propizi e non facciano troppo ballare...". Frattanto, l'Ufficio radiotelegrafico del campo, aveva preso contatto con il collega sull'aereo. Si veniva così a stabilire un legame fra quel gruppo di persone che attendeva nella palazzina e coloro che in quell'attimo si trovavano a grande altezza, in un mare di nubi, sballottati dai venti sotto le raffiche della pioggia. Tenue legame che però bastava a dissipare quelle preoccupazioni che potevano essere sorte nel frattempo. L'apparecchio dunque stava approssimandosi a Torino e manteneva la rotta nonostante il cattivo tempo. Tuttavia, nell'ufficio radiotelegrafico tale ottimismo non era completamente condiviso non che si pensasse minimamente ad una sciagura orrenda, quale doveva accadere, ma si pensava che l'atterraggio si presentasse piuttosto laborioso. Le segnalazioni infatti provenienti dall'apparecchio non erano del tutto confortanti. Le nubi gonfie di pioggia, formavano attorno all'apparecchio una cortina spessissima e la visibilità era ridotta al minimo. Il vento poi, violento, ostacolava la marcia. Un minuto prima delle 17, una comunicazione segnalava che l'aereo navigava a quota duemila. La trasmissione continuava. Ormai ai avvicinava il momento in cui non solo il radiotelegrafista del campo avrebbe potuto avere legame con il velivolo, ma tutti, tutti, avrebbero potuto percepire il rombo possente dei suoi motori, l'annuncio fragoroso del suo arrivo. Invece quei motori più nessuno, al campo dell'Aeritalia, li avrebbe sentiti. L'ora di un atroce destino stava per scoccare. Una frazione di secondo. Alle 17,05 precise, improvvisamente il ricevitore del campo taceva. Il radiotelegrafista, impressionato, sollecitava più e più volte. Silenzio. Tuttavia non era quello ancora il momento in cui si pensava alla catastrofe: si pensava piuttosto ad un guasto della radio di bordo. Il pilota avrebbe cercato di "arrangiarsi" senza l'ausilio delle segnalazioni da terra. Ormai l'aereo era su Torino. Si trovava a quota duemila... Ma perché non si sentiva il rumore dei motori ? Perché il velivolo ritardava ad arrivare sulla città ? E far sentire con la sua voce che era lì, che era giunto sano e salvo, che stava per riposarsi finalmente dopo la lunga corsa in mezzo alla tempesta da Lisbona a Barcellona e poi in un sol balzo fino a Torino ? Nessuno al campo immaginava che cosa fosse successo nell'attimo subito dopo il silenzio. Un attimo, un soffio, la frazione di un secondo: in quel brevissimo spazio di tempo era accaduta la catastrofe. Il terrapieno era alto quattro metri circa. L'apparecchio aveva picchiato lì, si era schiacciato, incassato, contorto, frantumato. I rottami erano ricaduti sulla spianata del giardino: le fiamme ancora li avvolgevano e al bagliore delle fiamme gli accorsi potevano vedere numerosi corpi straziati. Nessuna parte del velivolo, nell'urto tremendo era volata lontana come spesso accade. I motori, le ruote, il timone, i pezzi di ala, erano tutti raccolti, compressi nel terreno, in una area ristretta. Ma l'attenzione dei carabinieri e delle persone portatesi sul posto non veniva più a lunga, attratta dalla massa informe dell'aereo. Tutti avevano un solo pensiero: correre presso quei miseri corpi che si vedevano accanto ai rottami arroventati, recare, se possibile, un soccorso. Strappare, se possibile, alla morte qualcuno dei passeggeri. Ma quando i più animosi si avvicinavano ai resti fumanti, si accorgevano che ormai non c'era più nulla da fare. La sciagura aveva coinvolto tutti, non aveva risparmiato nessuno. Gli uomini che pochi istanti prima erano vivi, respiravano, parlavano sull'apparecchio, giacevano su quel terreno riarso dall'incendio con le carni straziate, martoriate. Le vittime tra i rottami "Chi sono ? Da dove verranno ?" erano queste le domande che rimbalzavano di bocca in bocca. Sotto la pioggia, al riverbero degli ultimi guizzi delle fiamme, tra il fumo, carabinieri ed abitanti di Superga si aggiravano smarriti. Ad un tratto qualcuno scorgeva sul terreno accanto ai resti dei corpi, due magliette granata con lo scudetto tricolore. Era una folgore che passava nella mente di chi aveva scorto quei due indumenti. "E' l'apparecchio del Torino ! Sono i giocatori del Torino che vengono da Lisbona !". La notizia subito si diffondeva a Superga, correva giù per frazioni e casolari in tutta la collina. E attraverso il telefono arrivava in città.

Frattanto, come abbiamo detto, era giunta alle 17,12 alla caserma delle Fontane l'angoscioso appello ed i vigili del fuoco erano partiti immediatamente con un distaccamento e una auto barella. Sulla scia dei pompieri salivano al colle barelle della Croce Rossa, della Croce Verde, alcune jeeps della Celere, della Polizia stradale, funzionari e agenti di Polizia, reparti di carabinieri e subito dopo le autorità: il Prefetto, il Sindaco, il Questore, numerosi consiglieri, e tanti e tanti altri: il rag. Giusti, segretario del Torino, che era ad attendere la squadra sul campo, assieme al direttore del campo dell'Aeronautica, Ing. Catella, l'avv. Giovanni Agnelli, presidente della Juventus, alcuni giocatori della squadra bianconera fra cui Hansen, Depetrini e Rava. I primi a giungere a folle velocità erano i pompieri, i quali innestata una conduttura ad una "bocca" sul piazzale, si prodigavano a spegnere i residui di incendio. La loro opera veniva condotta a termine in pochi minuti. Si poteva così avvicinarsi meglio ai rottami, ed estrarre i primi resti umani. Triste opera sotto la pioggia, con gli "uomini curvi sui tronconi carbonizzati, gli impermeabili lucidi, i visi rigati di gocce e di pianto. Indicibile commozione. La folla che in un primo tempo era penetrata nel giardino, veniva respinta sul piazzale dalla forza pubblica. Si tentava di identificare i corpi (o meglio quel che ne rimaneva) pietosamente composti su barelle. Ma tale tentativo risultava subito vano, dato che non sussisteva più nessun volto. L'identificazione era legata a piccole cose, a tenui prove: una cosa di estrema gravità, di estrema delicatezza che non si poteva evidentemente compiere in quel luogo ed in quelle condizioni. Perciò si veniva nella determinazione di trasportare i cadaveri alla camera mortuaria del Cimitero generale e là procedere con maggiore calma alla identificazione, presente l'autorità giudiziaria. Tuttavia già sul momento si poteva conoscere il nome di qualcuno fra i periti. Un carabiniere trovava il passaporto del direttore di Tuttosport: un piccolo rettangolo di carta bruciacchiata in cui si riusciva ancora a leggere un nome noto agli sportivi di tutta Italia: Renato Casalbore. Quasi contemporaneamente veniva ritrovata la carta di identità di Aldo Ballarin, il terzino destro che tante volte difese con valore i colori azzurri della nostra Nazionale. Valigie sconquassate, cappelli, indumenti, carte, portafogli, borse, scarpe, tutto rovinato, bruciacchiato, sformato; e tutto veniva accuratamente, amorosamente raccolto per essere trasportato in città. Tre ore durava questo pietoso compito. Sulla cima di Superga la nebbia filtrava tra la pioggia con un fumo tra sbarre: sbarre di pioggia, zampilli, che scendevano sferzanti, inesorabili. Il vento era cresciuto di intensità ed arruffava i capelli di tutti quegli uomini che si aggiravano oppressi dalla sciagura, in quel fango, in quel grigiore, sotto la grande Basilica muta. Se straziante era lo spettacolo, sulla cima del colle, lungo la strada che sale serpeggiando da Sassi, lo spettacolo era commovente. L'aggettivo non è fuori posto. Spettacolo commovente. Parliamo delle automobili, dei camioncini, delle motociclette che si arrampicavano per l'aspra strada: sopra v'erano appassionati sportivi, amici, conoscenti: o semplicemente delle persone che avendo appreso della sciagura, correvano incredule, angosciate per accertarsi con i loro stessi occhi. Parliamo soprattutto di coloro che abbiamo visto sotto il rovescio dell'acqua, andare a piedi, sulla strada per Superga: andare a piedi e camminare lentamente lungo bordo: riparandosi alla meglio, spesso con la giacca gettata sulla testa. Sull'ultimo tratto di strada sotto il piazzale, l'ingorgo delle macchine era addirittura pauroso: parafango contro parafango, camion a ridosso, di piccole vetture, motociclette e micromotori che s'insinuavano in stretti corridoi. Tutti coloro che arrivavano in prossimità del luogo della sciagura chiedevano subito: "Qualcuno è vivo ?" Questa domanda non aveva risposta. O meglio: chi se la sentiva rivolgere e "sapeva", allargava le braccia in un gesto sconsolato o abbassava il capo senza dire nulla. Nel vasto piazzale s'erano andate adunando via, via, centinaia e centinaia di persone. E quello che colpiva di più era che questa folla, questa grande folla, era silenziosa. Le notizie erano già purtroppo risapute. Tutti rimanevano immobili attendendo non si sa bene che cosa. Molti piangevano sommessamente, tutti erano annichiliti. "Ora so che purtroppo è vero" diceva un signore "ma a me sembra di non potermene mai convincere. Continuo a ripetermi che sono morti, che sono tutti morti, eppure mi ribello, non voglio crederci". Verso le 19,30, mentre le ombre della sera calavano rapidamente la folla si apriva per lasciare passare le autoambulanze su cui erano state deposte le misere salme. Al termine della discesa, accanto alla stazione di Sassi, sostavano tre o quattrocento persone: ogni macchina che appariva proveniente da Superga veniva fermata, si chiedevano notizie. Si seppe che le autoambulanze stavano arrivando. Quando passarono, il brusìo cessò. Tutti tacquero e si scoprirono. Le donne dicevano: "Ci sono i ragazzi del Torino". E piangevano. Appena la tremenda notizia ha avuto conferma, una domanda è sorta immediata: "Quali sono state le cause della sciagura ?" Diciamo subito che a tale domanda non si può per ora rispondere. Soltanto una inchiesta che immaginiamo verrà aperta sollecitamente, chiarirà queste cause. Le supposizioni sono molte: si ritiene di poter escludere un guasto all'apparecchio: tutte le persone che si trovavano a Superga nel momento della catastrofe sono concordi nell'affermare che il battito dei tre motori del G.212, era regolarissimo fino all'istante dell'urto. E allora ? Sei minuti prima, ricordiamo, dall'apparecchio era stata segnalata la quota: 2000 metri. Sei minuti dopo il velivolo si trovava a quota 650 circa e sbatteva contro il terrapieno. Come mai è avvenuta questa rapida discesa ? Forse il pilota era sicuro di trovarsi già sulla città, in prossimità del campo ? Potremmo riferire altre ipotesi che ieri sera circolavano: ma è ancora troppo presto, mancando nel modo più assoluto gli elementi per formulare un giudizio.

5 maggio 1949

Fonte: La Stampa

© Fotografia: Salvatore Giglio

 

L'inchiesta delle autorità sulle cause della catastrofe

Il racconto del priore della Basilica - Una fiammella s'accende nella notte tra i rottami e si spegne all'alba.

Nella mattinata di Ieri una commissione di tecnici aeronautici ha oltrepassato il cancello del giardino ove cadde il trimotore, e ha sostato, a lungo, sulla spianata che accoglie i rottami. La commissione, aiutata dai carabinieri della stazione di Superga, ha compiuto un minuzioso esame dei vari pezzi, rimovendone la maggior parte. Tale operazione ha provocato, purtroppo, macabri ritrovamenti: spostando il carrello, è venuto alla luce un braccio: altri resti sono stati via via scoperti fra le lamiere contorte e annerite. I resti, pietosamente composti, sono stati più tardi sistemati su di un'autoambulanza e trasportati al Cimitero Generale. Inoltre i carabinieri rinvenivano nuovi indumenti, pezzi di valigie, oggetti personali, frammenti più o meno ampi di fotografie o di carte d'identità: il tutto andava a raggiungere l'altro materiale già ritrovato e depositato, per ora, nella caserma dei militi. Non si sa se la commissione dei tecnici abbia potuto trarre delle conclusioni: ma, ciò, tuttavia, appare alquanto improbabile. L'urto deve essere stato spaventoso: la vedetta dell'apparecchio che ha picchiato per prima contro il muro è completamente scomparsa: come pure sono scomparsi i posti dei due piloti e in rottami minuti è finita la cabina ove erano i passeggeri: invano si è cercato una traccia di poltrone o suppellettili. L'unica rimasta intatta (in senso lato) risultava la coda, con un mozzicone di fusoliera. Il resto - ripetiamo - era o un ammasso informe di lamiere o un tritume irriconoscibile che strideva sotto i piedi di coloro che s'avventuravano sul posto. Durante la preghiera Don Tancredi Riesa, priore della Basilica ci ha narrato come sia stato un altro sacerdote ad intendere l'approssimarsi dell'aereo: il sacerdote stava pregando in una cameretta che è posta appunto nella parte posteriore della basilica, sul lato sinistro, quando la sua attenzione veniva attratta da un rumore possente che s'ingigantiva sempre più. "Un velivolo ? Con questo tempo ? Così basso ? ". Con un certo sgomento il prete, chiuso il libro delle preghiere usciva dalla stanza e faceva per portarsi ad una finestra del corridoio. In quello stesso istante rintronava un colpo orrendo, seguito da altri rumori simili a quelli prodotti da un asse che si spacca, scricchiolando, in più pezzi. La catastrofe era avvenuta. Don Ricca e questo sacerdote accorrevano nel giardino e non potevano far altro che tentare di estrarre - con i carabinieri e alcuni animosi - i corpi straziati degli infelici. - Uno spettacolo atroce, indimenticabile - ha dichiarato il reverendo - sono ancora stravolto... che Dio accolga tutti i trentun morti. Noi tutti sacerdoti della Basilica di Superga abbiamo pregato tanto per loro. Ieri sera abbiamo sostato a lungo dinanzi ai resti del trimotore: e abbiamo pregato, abbiamo invocato il Signore per le loro anime. Io confido che mercoledì prossimo, quando celebrerò una prima Messa di suffragio, molte persone salgano qui, nella chiesa, per unirsi alle nostre preghiere. Lo strazio provocato dalla sciagura ha percosso in modo particolare tutti gli abitanti di Superga. Uno diceva: "Proprio la cima del nostro colle doveva essere la tomba per tanti ragazzi...". Anche i carabinieri della locale stazione si mostravano agitati, aggrondati, impressionati. Durante tutta la notte essi, oltre il cancello, avevano vegliato. Una lanterna, all'entrata del giardino mandava una bieca luce: il luogo del disastro era completamente immerso nel buio. Ma ad un tratto si verificava uno strano fatto, che, lì per lì, sbigottiva i militi, dinanzi ai cui occhi assumeva un significato prodigioso, quasi soprannaturale: fra i rottami, improvvisamente, si accendeva un debole bagliore rossastro, che andava man mano aumentando d'Intensità.

Sembrava che fra i relitti dell'aereo qualcuno, scivolato senza dire niente nel giardino, senza che i carabinieri se ne accorgessero, avesse acceso una lampada votiva. Per qualche minuto gli uomini di guardia restarono come impietriti fissando quella luce rossa. Infine un brigadiere si scuoteva, avanzava: il bagliore era causato dalla gomma di una delle ruote che, non si sa come, aveva preso (o ripreso) a bruciare. Nessuno - per un sentimento confuso e inspiegabile - osava calpestare e spegnere la tenue fiammella: che per tutta la notte guizzava tremolando e che, poco dopo il grigio albeggiare s'estingueva. Il dolore dei ragazzi e il dolore della città apparve più straziante, com'è naturale, alla sede dell'associazione Calcio Torino, in via Alfieri. Qui era il luogo più frequentato dai giocatori granata: e qui la loro assenza veniva maggiormente sentita, il senso della loro tragica scomparsa era più vivo, più opprimente. In permanenza, da 24 ore, senza concedersi riposo o toccar cibo, stava in segreteria uno dei dirigenti, il signor Bachmann, vecchio giocatore del "Torino": con lui era un addetto alla segreteria, il signor Comba: tutti e due con gli occhi gonfi e rossi di pianto. Attorno a loro v'erano alcuni giovani delle squadre "riserve" e "ragazzi". C'era Toma, uno dei superstiti, con l'impermeabile scuro e il viso stirato, pallido. Nella mattinata erano giunti alla sede diversi parenti delle vittime: una catena ininterrotta, dolorosissima, di spalle scosse dai singhiozzi, di grida, di parole affannose, di invocazioni disperate. Erano giunte la mamma e le sorelle di Martelli; e la mamma e i fratelli di Valentino Mazzola; e poi era giunto il padre di Bongiorni che aveva detto semplicemente: "Sono venuto a riprendere mio figlio: lo voglio sepolto nella terra ove abito, vicino a me". E lo stesso desiderio hanno espresso i parenti di Bagigalupo, fratello e cognato: "Ce lo vogliamo portare a Savona, il nostro ragazzo... Tutti gli sportivi della città lo attendono: e lo attende il suo mare...". E poi è giunto, affranto, sperduto, spaurito, il terzo dei fratelli Ballarin: e i congiunti di Rigamontl: ed è giunta la sorella di Gabetto, la quale, soffocando il pianto, con voce sommessa, è riuscita a pronunciare una frase, una sola frase: " Mi piacerebbe tanto che vicino a Guglielmo venisse sepolto il suo caro amico, il suo amico inseparabile: Ossola...". Lo strazio per la catastrofe, ripetiamo, ha sconvolto chiunque: ma vorremmo dire che ha addirittura schiacciato, sotto il suo peso, i "ragazzi". Il disastro ha causato, per loro, l'inabissamento d'un mondo: di un mondo che, vorremmo dire, era una parte viva, onnipresente, della loro vita. Il "Toro", le grandi partite, le folgoranti vittorie della "loro" squadra, l'ansia di una battaglia sportiva: e le parate di Bacigalupo e le "staffilate" di Mazzola e le discese di Menti e l'irruenza di Castigliano e i rimandi di Ballarin e Maroso - tutto questo erano parole, frasi, gesti, raffigurazioni quasi eroiche, quasi mitiche per i ragazzi. E di colpo, per loro, è stato, sotto un certo aspetto, ancora più duro e crudele. Perché il Torino riviva all'entrata della sede del "Torino" era stato posto un grosso libro per raccogliere firme di adesione al lutto. Centinaia e centinaia di persone salivano lo scalone per apporre la propria firma: molti gli anziani, ma moltissimi i ragazzi - bimbi addirittura di otto, dieci anni che vergavano nome e cognome, con scrittura incerta, facendo scricchiolare forte la penna e sporcando il foglio d'inchiostro. Poi si guardavano attorno e chiedevano timidamente, a voce bassa: "E' qui che veniva Mazzola ? E Loik ? ". Sì, per molti è stato un colpo duro: e non solo moralmente. Ci consta che numerosi ragazzi (conosciamo anche il nome di uno di essi: Beppe Dondona, studente ginnasiale di 14 anni, abitante in via S. Francesco d'Assisi (omissis) sono stati colti da fortissimo choc nervoso, subito dopo il tragico annuncio ed è stato necessario metterli a letto. Molti e molti episodi stanno a testimoniare l'angoscia dei più giovani: alla scuola "Pacchiotti" la maestra signora Zucca, che fu già insegnante di uno degli scomparsi, Gabetto, mentre entrava in classe, veniva circondata dagli scolari che la supplicavano di ricordare qualcosa della vita dei giocatori morti. La maestra li accontentava: e dopo poche sue parole, tutti piangevano. Un bambinello di sei anni si alzava ed esclamava: "Bisogna portare fiori, tanti fiori, bisogna coprirli di fiori...". E un altro di sette anni: "Io pregherò il buon Signore che li tenga tutti insieme in cielo e permetta loro di giocare ancora, lassù, partite di calcio...". La signora Zucca singhiozzava e diceva di sì. Al "Cavour" un gruppo di studenti stavano giocando a pallacanestro: giunse, trafelato, un ragazzo e diede l'annuncio. Fu un solo grido, tutti accorsero: "C'era anche Casalbore ? C'era anche lui ? ". Renato Casalbore si recava spesso ad assistere agli incontri degli studenti e li incoraggiava nel loro sforzo di rendere popolare ed accetto il gioco della pallacanestro. "Si - rispondeva chi era al corrente della catastrofe - è morto anche Renato Casalbore: è stato trovato il suo passaporto...". Tutti uscirono dal campo, a capo chino, in silenzio. E dallo stesso "Cavour" è partita una lettera di altri giovanissimi studenti, diretta al commendator Ferruccio Novo. La lettera dice: "Il Torino, il glorioso Torino dovrà risorgere: non può essere morto sul terrapieno della Basilica di Superga. Il Torino rivivrà: e noi supplichiamo coloro che sono in piedi di adoperarsi per questa resurrezione. Che il Torino risorga: questo è il nostro voto ardente. Attendiamo quel giorno di cui vedremo "ancora delle maglie granata sul campo - come uno dei giorni più belli della nostra vita".

6 maggio 1949

Fonte: La Stampa

© Fotografia: Salvatore Giglio

 

I trentun feretri nella camera ardente

Due stanze squallide, sporche, con i muri rosi dall'umidità, accolsero nella notte i poveri resti dei giocatori, dei dirigenti, dei giornalisti e dell'equipaggio periti nella catastrofe di Superga. Sin dalle prime ore del mattino, lungo tutto il viale di corso Novara prospiciente il muro del Cimitero si aggrupparono uomini e donne giunti da ogni parte della città - a piedi, in bicicletta, in tram e restarono immobili, per ore e ore, il volto teso da un'angoscia profonda, gli occhi fissi sul cancello. Qualcuno si staccava dal gruppo allineatosi spontaneamente sul margine del viale e si avvicinava agli agenti di servizio a lato, li interrogava a bassa voce, quasi temesse di turbare la quiete del luogo (un corso larghissimo, aperto al traffico, in cui regnava il silenzio, come dentro una chiesa). Dall'altra parte, sul marciapiede fangoso sotto il muro si facevano avanti di quando in quando uomini e donne oppressi da un dolore più straziante. Erano i padri, le madri, le mogli, i parenti delle vittime. Agli agenti che vigilavano di fuori del cancello per impedire a chiunque l'ingresso, non dicevano nulla. Bastava loro uno sguardo, e la disperata insistenza di un gesto. Gli agenti socchiudevano un poco il cancello, chiamavano i dirigenti del Torino che c'erano tutti, il conte Lara, Vilberti, il rag. Giusti, Colombo, avevano passato la notte in veglia e li facevano accompagnare. Dentro si ripetevano, ogni volta, le scene di dolore. Vennero i parenti di Grezar, di Aldo e Dino Ballarin con i vestiti che avevano portato da casa, e vollero compiere da soli il pietoso bisogno. Venne nel pomeriggio, la madre del ventiduenne Rubens Fadini, accompagnata dalla sorella e dalla figlia. Vestita di nero, un piccolo velo le copriva i capelli. "Voi vederlo, voi vederlo" ripeteva nel suo dialetto e tentava di svincolarsi dalla stretta delle due donne che "sapevano" di non poterla lasciar entrare. Se ne andò via, trascinata a forza, balbettando sempre con una voce che straziava il cuore: "Voi vederlo, voi vederlo". Scrosciava nuovamente la pioggia sul corso, quando i sei autocarri Fiat che avrebbero trasportato le salme a Palazzo Madama varcarono la porta. Ebbe inizio un nuovo appello. Il primo nome fu quello del nostro Cavaliere. I presenti si strinsero intorno al camion, verso la porta, di commozione in un impeto che nessuna forza avrebbe potuto frenare. Uscì la bara recata a spalle, passò in quel piccolo corridoio, alta sopra gli uomini che rivolgevano l'estremo saluto al giornalista e all'amico. Erano le 17,30. La pioggia era cessata, il cielo si andava rasserenando. "Casalbore" disse ancora la voce, ed un'altra salma uscì e fu deposta sull'autocarro, a fianco di Cavallero. "Tosatti", e la terza bara si unì alle altre, sul primo autocarro. I tre colleghi si ritrovarono insieme, come lo furono prima, molte volte, inviati "Al seguito dei campioni" che ancora attendevano nell'obitorio. Una corona di rose rosse - l'aveva portata la moglie di Casalbore - fu deposta sulle tre bare e le ricoprì tutte. Uscirono le altre bare, a mano a mano che la voce chiamava. I dirigenti Agnisetta e Civalleri e l'ungherese Egri Erbstein, direttore tecnico della squadra, e furono deposti sullo stesso autocarro dove aspettavano i nostri colleghi. Un rombo lacerante di motore, poi venne il secondo autocarro, e vi salirono i campioni: Mazzola, il capitano, Aldo e Dino Ballarin, Bongiorni, Bacigalupo. Poi venne il terzo, il quarto, il quinto. E tutti salirono: Castigliano, Fadini, Gabetto. Grava, Grezar, Maroso, Martelli. Menti, Ossola, Rigamonti, Schubert. Su ogni bara v'erano mazzi di fiori e corone. Nell'ultimo autocarro furono deposte le salme dei membri dell'equipaggio, il primo pilota Pier Luigi Meroni, il secondo pilota, Cesare Biancardi, il radiotelegrafista Antonio Pangrazi, il motorista Celeste D'Inca. Gli autocarri si disposero in fila pronti ad uscire. Un sacerdote passò dall'uno all'altro, mormorando le preghiere della assoluzione e aspergendoli con l'acqua benedetta. Da una porticina comunicante col cimitero comparve allora un uomo che portava una grossa corona di garofani rossi. Andò verso l'autocarro su cui erano deposte le prime cinque salme dei giocatori e depose, nel centro la sua corona. "Il giovane Grosso Pier Carlo ai suoi grandi campioni". Un nome ignoto, uno dei centomila che amavano e seguivano con entusiasmo i ragazzi del "Torino". Poco dopo le 19 giunge il sindaco e immediatamente si forma il corteo dei sei autocarri e delle macchine del seguito. La grande folla si scopre. Molti si fanno il segno della croce, piangendo. Qualche mano si agita lentamente ad abbozzare un trepido saluto. La folla vuol vedere i campioni per l'ultima volta e seguirli. Esser loro vicini, dir loro che non potrà mai dimenticarli. Ora corrono tutti dietro il corteo, si buttano fra le macchine, si fanno avanti. Migliaia di biciclette si incrociano, si confondono, si rincorrono. Corso Novara, corso Catania, corso Regina, via Denina, i giardini reali. Si muove, a scatti, il corteo dei sei autocarri, delle macchine e delle migliaia di biciclette. Ad ogni incrocio si trovano le strade sbarrate da un groviglio che si infittisce sempre più, fra l'urlo rabbioso dei motori. Ma nessuno si allontana, nessuno si fa indietro. In piazza Castello altra folla silenziosa attende dietro gli sbarramenti. Dagli autocarri le bare vengono sollevate ed entrano sotto il portone di Palazzo Madama, seguite dai parenti. Avanzano adagio, e la folla si segna, gli agenti si irrigidiscono nel saluto. Salgono trentun bare, trascorre un tempo lunghissimo, mentre nel salone del primo piano, trasformato in una enorme camera ardente, attendono il sindaco, le autorità e gli amici. Sul bordo estremo di un lunghissimo banco coperto di drappi neri è posata una minuscola corona con un nastro giallo e azzurro: i bambini della colonia di Loano. Il pianto rotto da singulti e da implorazioni, sale verso il soffitto altissimo, si ripercuote come in un'eco. La mamma di Fadini è accorsa anche a Palazzo Madama in lacrime. Un giovane, nell'angolo estremo del salone, si copre il volto con le mani e si abbatte su quell'ultima bara che sembrava dimenticata. È il fratello di Bonaiuti. Lo devono trascinare via di peso. È già al fondo dello scalone, sorretto da due amici pietosi e di sopra nove salme occupano i catafalchi lungo la parete di fondo: Mazzola, Cortina, Lievesley, Erbstein, Agnisetta, Civalleri, Casalbore, Cavaliere e Tosatti. Un drappo tricolore le copre. Su quella di Lievesley si vedono anche i colori dell'Union Jack sovrapposti a quelli della nostra bandiera. Il salone si riempie a poco a poco dello straziante dolore delle famiglie. Un pianto sommesso di una dama, ma non ha potuto reggere allo strazio. Il grido di questa donna non riusciremo a dimenticarlo. Altre donne - madri e mogli - sono piegate sulle bare di Mazzola e di Menti, insensibili ad ogni richiamo, ad ogni gesto di affetto. Piangeranno su quelle salme, tutte loro, si odono ancora i suoi singulti. Comincia il pellegrinaggio. A notte, mentre cadeva una fine pioggerellina, la folla continuava a fluire nel salone di Palazzo Madama. Centinaia di macchine sostavano nei parcheggi; altre giungevano ogni minuto, pubbliche e private, e altre persone mute e commosse aspettavano che i cancelli si aprissero e la "Celere" permettesse l'ingresso. Non uno, che protestasse; in silenzio guardavano le luci accese, i fiori, la gente che arrivava sempre. E pioveva, e sempre nuova gente. Tutta la notte, senza soste.

6 maggio 1949

Fonte: La Stampa

© Fotografia: Salvatore Giglio

Un giorno di apoteosi prima di entrare nella leggenda

Dinanzi Palazzo Madama, ieri sera, tra la folla che spingeva silenziosa contro gli alti cancelli degli ingressi per porgere un saluto alle vittime di Superga, abbiamo inteso più volte fra le esclamazioni rotte dai singhiozzi e dai ricordi, una frase. È la loro apoteosi. La parola può sembrare eccessiva a un osservatore che sia rimasto estraneo agli ultimi avvenimenti; a chi, come tutti i torinesi ha vissuto questi giorni di dolore e di smarrita costernazione, no. La camera ardente. Immobili, cerei, disfatti, chiusi entro le lucide bare di quercia, i resti dei trentuno che la pietà ha raccolto fra le macerie dell'aereo nella sera terribile della sciagura, ora riposano nella camera ardente, nel più sontuoso salone dell'antico palazzo. È la sala delle assemblee dove si riunì già il Senato Subalpino. Qui si sono svolte le cerimonie più solenni del primo regno, e comparvero uomini che la storia non ha dimenticato, Insigni nell'arte della politica, nell'ardire. Pionieri, uomini forti e maturi. Ci piace l'accostamento. Dove un tempo disputarono parlamentari, ora si allineano fianco a fianco i corpi straziati di un gruppo di giovani. Sono i ragazzi che la città aveva votato allo sport e prediligeva fra tutti i suoi figli, perché rappresentavano l'élite della gagliardia e della gioventù, perché i loro nomi pronunciati per anni da tutte le bocche si erano fusi in un complesso inscindibile, sino a essere indicati come il simbolo atletico di una nazione. Dopo le scale marmoree trasformate in gallerie di corone - quante, cento, dal Governo al Municipio, dagli enti cittadini, ai giornali, alle società sportive, ai privati - fra quattro giganteschi ceri, in uno sfolgorio di luci, di fiori, di nastri e di colori la camera ardente è apparsa ai visitatori in tutta l'imponenza e l'amorosa cura con cui era stata predisposta. Le bare formavano un semicerchio spezzato su tre lati. Su ognuna garofani bianchi e garofani rossi, un ampio drappo tricolore, un crocefisso, il ritratto del morto, e una targhetta metallica nella quale era inciso un semplice nome. Sul lato di sinistra vi erano le salme di Biancardi, Bonaiuti, Ballarin Aldo, Ballarin Dino, Bacigalupo, Castigliano, Fadini, Gabetto, Grava, Grezar. Sul lato di centro: i giornalisti Tosatti, Cavallero, Casalbore, i dirigenti Civalleri, Agnisetta, Erbstein, Lievesley, Cortina, il capitano della "nazionale" Valentino Mazzola. Sulla destra: Loik, Maroso, Martelli, Menti, Ossola, Operto, Rigamonti, Schubert, il ten. col. Meroni, il personale di volo D'Inca e Pangrazi. Rendevano onore il gonfalone della città a mezz'asta, gli stendardi dell'associazione Torino e della Juventus. A fianco di ogni bara carabinieri in alta uniforme, agenti, vigili, valletti del Municipio e, in prima fila, i ragazzi della squadra Campione, in maglia granata con una fascia nera al braccio e lo scudetto tricolore dei campioni d'Italia sul petto. Sono ragazzi dai 16 ai 17 anni, che stavano rigidi sull'attenti davanti ai loro fratelli morti e avevano gli occhi gonfi di pianto fissi in un punto lontano. Un batter di ciglio, il contrarre secco d'un muscolo, il più piccolo segno tradiva la loro emozione. Forse vedevano ancora i compagni correre sui campi di gioco nelle magnifiche trame di cui essi soli sapevano il segreto. Forse sognavano un passato divenuto improvvisamente troppo lontano e staccato per sempre. Fino a ieri avevano fiducia nei loro maestri che speravano di poter imitare. Adesso, di colpo, sono chiamati a sostituirli. I morti lasciano un'eredità ardua, impari ai loro anni e alle forze. E lasciano, con una tradizione gloriosa, uno scudetto di campioni d'Italia. Hanno ragione ad essere sgomenti, i giovani, e ben lo comprende la città che si stringe intorno e li conforta come conforta i parenti delle povere vittime. Pensate alla sensazione che assalirà i quarantamila ospiti dello stadio, quando, una delle prossime domeniche, in un giorno radioso di sole, dagli spalti affollati attenderanno silenziosi il comparire della loro squadra, e vedranno i ragazzi, i quindicenni, vestire le maglie granata dei nazionali ? E quei giovani tanto volenterosi ed emozionati, forse qualcuno, molti anzi, saranno indotti a chiamare con i nomi familiari di quelli che la morte ha stroncato nel tuffo di Superga ? Ininterrotta sfilata, a questo senza dubbio pensavano ieri le migliaia di sportivi accorsi a Palazzo Madama. Erano sopraggiunte persone di ogni ceto e di ogni età: giovani operai e studenti, intere famiglie, molte dame, ammiratrici, madri, vecchie; gente che non aveva mai assistito ad un incontro di calcio, che non aveva mai letto i resoconti sportivi, che non aveva mai trepidato dinanzi all'altoparlante, della radio per la trasmissione di una partita internazionale. Eppure erano lì, nonostante la pioggia, il terribile assembramento, i cordoni di polizia, l'affannarsi delle jeeps" della "Celere" dalla lugubre sirena. I tram si svuotavano in piazza Castello, i cinematografi erano quasi deserti, i locali pubblici vuoti. Torino lentamente sfilava dinanzi le bare: i 40 mila dello stadio erano venuti puntuali all'ultimo convegno. Da ogni parte la folla spingeva alle porte del Palazzo. "Brigadiere, sia buono, apra un attimo solo, ci faccia entrare. Da due ore aspettiamo sotto la pioggia". E l'agente stordito dalla gran ressa allargava le braccia impacciato: "Non posso. Come vi aprirei ! Ma la sala è già gremita: abbiate pazienza ancora. Fra poco verrà il tenente e vi farà passare". "Tenente, son tre ore: la coda è ancora lunga: noi siamo donne: La prego, ci lasci andare avanti".

Ma il tenente aveva la voce scossa: "Donne, la folla è ancora aumentata: io non riesco a muovermi, ora verrà il commissario. Con un po' di calma entrerete tutti". E mentre nella piazza ululavano le sirene della polizia e le "jeeps" scavavano nella massa per diradarla, fra le bare si svolgeva il mesto pellegrinaggio. Una fila continua che sostava di feretro in feretro e si chinava sulle fotografie, e accarezzava i fiori, i nastri, i drappi tricolori. Le litanie delle donne si sperdevano sotto le vaste arcate interrotte a tratti da lamenti angosciosi: erano grida di strazio, invocazioni disperate: le mogli e le madri delle vittime crollavano schiantate sulle casse adorne di fiori. A questa scena la fila dei visitatori si disuniva, e dieci braccia erano protese per soccorrere le infelici; altre mani rassettavano con cura le bare: qualcuno rialzando una fotografia caduta, diceva: "Guarda come è bello ! Sembra che parli: come quando è andato a vincere a Parigi, come quando è partito per Madrid !". Stamane: una sosta, una paralitica la portarono. Vi erano già i parenti del povero morto e la madre. Ma la paralitica non badò a nessuno e si protese con le mani incerte verso la fotografia del giovane scomparso. Come la ebbe, la portò vacillando alle labbra, la baciò, volle guardare il volto del più nobile e del più fine giocatore della "nazionale". Nessuno la conosceva, tutti osservavano estasiati i suoi gesti. E mentre riponeva il ritratto sulla cassa la vecchia paralitica fu scossa da un nuovo tremito di pianto, e scivolò dalla carrozzella ai piedi della bara. Piangeva, era un filo di voce: uno strazio. Ed ecco la madre vera di Maroso avvicinarsi alla poveretta, e sollevarla. Le due donne che non si conoscevano si abbracciarono, confondendo il loro dolore, le lacrime e capelli, come una persona sola. Poi a fatica giunse anche il signore cieco che si aggrappò allo schienale della carrozza; e la paralitica sempre piangendo spiegò: "Cercavo Maroso, perché era l'unico ricordo lasciato da mio figlio. Erano stati soldati insieme. Enzo mi parlava spesso di lui: Mi disse anche che era un giocatore di calcio, il più caro amico. Ma Enzo non tornò a casa dalla Germania. E non seppi mai nulla: non potei piangere sul suo corpo, né pregare sulla sua tomba. Sentivo parlare di Maroso, lo seguo settimana per settimana, da lontano, come il nostro secondo figlio, come l'avrebbe seguito Enzo. E pure questa volta la sorte è stata perfida. Ora abbiamo perduto anche Maroso. In questa bara c'è una parte di mio figlio ". "Avanti, è una madre". La sfilata doveva cessare alla mezzanotte per riprendere stamane. Non è stato possibile sospendere le visite. All'una l'area dinanzi Palazzo Madama era ancora affollata: e nell'attesa le donne recitavano le preghiere dei morti in piccoli cori, a gruppi. Era uno spettacolo commovente cui non fu insensibile la polizia. Le visite continuarono per buona parte della notte: ad un certo punto il popolo ebbe il sopravvento e ingrossò la fila sino a formare una colonna. Circondò amorevolmente i feretri: li unii in un solo grande abbraccio. Avvenne verso le 2. Alcune voci si levarono sul trambusto della folla: "Una madre malata ! Lasciate passare la madre malata !". Al grido i presenti sciolsero a poco a poco la ressa e da un breve corridoio venne avanti una carrozzella nera spinta da un uomo quasi cieco. Nella carrozzella, avvolte le gambe in una coperta di pelliccia scura, una vecchia, bianca, curva, rattrappita sul petto: una paralitica. Si vedeva a stento II volto piccolo e rugoso. Null'altro. Subito nuove voci dissero: "Avanti è la madre di un caduto". Qualcuno aggiunse: "E' la madre di Maroso". La carrozzella fu portata a braccia nella sala. Alla vista delle bare la vecchia scoppiò in un pianto dirotto: nella grande camera ardente la carrozzella sembrava ancora più piccola: un puntino nero segnato da fili bianchi. Intorno si fece silenzio profondo e gli inservienti domandarono all'inferma se dovevano condurla al feretro di Maroso. La donna annuì con il capo. Atmosfera di angoscia. Le parole stente, ansimanti, quasi impercettibili erano state circondate dal silenzio. Come cessarono l'incanto si ruppe. Venne il pianto. Dinanzi le bare si ricompose la fila dei visitatori; il mesto pellegrinaggio riprese e continuò sino alle prime ore del giorno. La loro apoteosi. Poi il futuro foggerà la leggenda. Stamane alle 8, gruppi di persone sostavano ancora in piazza Castello, dinanzi a Palazzo Madama. Forse vi erano rimasti tutta la notte nel nuovo percorso del corteo funebre, forse erano passanti che si recavano al lavoro. Vi erano anche alcuni bimbi, giravano con la cartella sotto il braccio: balzati dal letto, con gli occhi gonfi, di sonno e di lacrime, usciti di corsa per venire a salutare per l'ultima volta i Campioni. Alle sette giunse un gruppo di fioraie, di quelle donne che vediamo agli angoli delle strade esercitare il loro umile mestiere; deposero un gran mazzo di rose presso la soglia del Palazzo, si ritirarono in silenzio, soffocando, i singhiozzi nel fazzoletto. Frattanto, con il passare dei minuti, la piazza si animava ma non riprendeva il suo aspetto consueto: restava di recarsi al lavoro. Ma attorno al grigio edificio centrale un'atmosfera invisibile ma viva, palpitante di reverenza e di angoscia. Alle sette e un quarto giungevano reparti di forze armate: cinque autocarri di agenti della "Celere", sette autocarri di carabinieri. Sono i reparti che prestano oggi servizio d'onore e disciplinano l'afflusso della cittadinanza. Più tardi, dalle otto in poi, il pellegrinaggio si è fatto incessante, ha assunto un aspetto maestoso. Sono giunte altre decine di corone e spalliere di "sempre verde" e umili, modesti mazzi di fiori portati dal popolo; rappresentanze di società sportive, gruppi di appassionati di ogni parte d'Italia si sono avvicendati in una manifestazione di cordoglio che pareva non dovesse terminare mai. A bassa voce, con parole commosse, venivano rievocate le gesta dei Campioni, rammentato il loro indimenticabile ricordo. E dall'uno all'altro prendevano forma, venivano svelati particolari della sciagura od episodi avvenuti durante il riconoscimento delle salme, venivano commentate le tante ipotesi che si fanno sulle cause della catastrofe. Il corteo funebre avrà inizio alle 17,30 di oggi. Il percorso, contrariamente ai precedenti comunicati, seguirà: piazza Castello, via Roma, corso Vittorio Emanuele, corso Re Umberto, piazza Solferino, via Alfieri, via Venti Settembre, Duomo. Gli automezzi con le corone devieranno da piazza Solferino per via Cernia, corso Siccardi, corso Regina sino a corso XI Febbraio, ove attenderanno le salme dopo la funzione in Duomo. Il Municipio invita la cittadinanza a disporsi lungo il tragitto per evitare l’eccessivo ammassamento. Durante i funerali, i negozi rimarranno chiusi.

6 maggio 1949

Fonte: La Stampa

© Fotografia: Salvatore Giglio

Su quell'aereo c'era mio padre

di Marco Tosatti

Marco Tosatti, vaticanista de La Stampa, è figlio di Renato, l'inviato della Gazzetta del Popolo morto a Superga. Cinquant'anni dopo, il figlio racconta come quella tragedia ha segnato la sua vita.

Ero piccolo, non avevo neanche due anni quando l'aereo del Torino si schiantò a Superga. Non ho ricordi chiari di quel periodo, e nemmeno della mia infanzia successiva, se non una persistente sensazione di tristezza, un'atmosfera cupa, incombente, un'aura che impedisce ancora adesso di definire contorni e figure, come certe nebbie torinesi. E forse quest'assenza di ricordi non è casuale, forse la mente si è rifiutata di assorbire sensazioni troppo forti, troppo intrise di dolore. Vivevamo a Torino, in via Filippo Burzio; da poco tempo, da quando mio padre si era trasferito da Genova per lavorare alla Gazzetta del Popolo. Gli anni duri, quelli del conflitto e dell'immediato dopoguerra, sembravano finiti, si ricominciava a sperare, a vedere un futuro. Ogni tragedia appare ingiusta agli occhi di chi la soffre. Ma da quando ho potuto cogliere, al di là del dramma della mia famiglia, il quadro complessivo in cui avvenne la sciagura, ho vissuto come una misteriosa, crudele beffa la scomparsa improvvisa di quel gruppo di uomini che incarnava un simbolo, la speranza di rinascita per un Paese ferito, avvilito; e nello stesso tempo la fine di tutte quelle singole storie di speranza in una vita finalmente migliore, dopo tanta guerra. E - da bambino - mi sorpresi a pensare: su una collina neanche tanto alta ! Bastava che l'aereo passasse qualche decina di metri più in su... La sciagura spezzò tutto questo: e come ogni grande tragedia si nutre di infinite tragedie più piccole, minuscole agli occhi della storia, ma molto più durature dell'emozione che accompagna i grandi eventi, così fu per noi. Continuammo a vivere quello schianto, che ancora ci accompagna; persino adesso che tanta vita è trascorsa. Restammo molti anni a Torino. Torino cambiava, rapidamente; eppure - e solo adesso me ne rendo conto - la memoria di Superga non è mai venuta meno, è stata fatta propria anche da molti che sono venuti ad abitarvi in tempi lontani anni luce da quel 4 maggio 1949. Lentamente, crescendo ho cercato di ricostruire memorie cancellate dall'infanzia, di collegare frammenti di ricordo a luoghi e immagini. Con cautela, per non ferire chi aveva subito l'impatto pieno della sciagura. Discorsi soffusi di pudore perché troppo profondi erano i sentimenti coinvolti. Devo confessare che trovo un certo imbarazzo anche adesso, scrivendo queste poche righe; ma forse è giusto e salutare che anche a noi giornalisti, abituati a trattare dei drammi altrui, tocchi una volta parlare dei propri. Non ho ricordi diretti di mio padre. Ho letto i suoi articoli e trovo che scriveva in maniera molto moderna, ironica, così lontana dall'enfasi dello stile prevalente all'epoca. Amici e colleghi conosciuti molto più tardi, quando già cominciavo a praticare questa professione, me lo hanno descritto come una persona incredibilmente brillante, e amante della vita. Mi sarebbe piaciuto conoscerlo, magari in una di quelle tavolate di inviati che si ritrovano insieme, a sera, dopo aver finito di scrivere il proprio "pezzo".

4 maggio 1999

Fonte: La Stampa

© Fotografia: Salvatore Giglio

 

Mi presero per ubriaco quando diedi la notizia

di Maurizio Crosetti

Torino - Angelo ricorda il cielo nero, i lampioni accesi a metà pomeriggio e l'acqua che cadeva a secchi. Poi il silenzio davanti alla basilica e il fuoco. Silenzio e fuoco. Cadaveri no, neanche uno. Angelo Lampiano, settant'anni, fu la terza persona ad arrivare sul terrapieno dove si schiantò il Grande Torino ed è probabilmente rimasto l'unico testimone oculare della tragedia. Fu lui a dare la notizia all'Ansa, dunque al mondo. Accadde per caso, ammesso che qualcosa non accada così. "Avevo vent'anni e vivevo a Chieri, un paese non lontano da Superga. Facevo l'autista, allora la patente l'avevamo in pochi e di automobili neanche parlarne. Guidavo le auto del cavalier Giuseppe Vergnano, proprietario del celebre cotonificio e presidente dell’ospedale. Quel 4 maggio pareva notte anche in pieno giorno, col nubifragio e le nuvole quasi schiacciate a terra. Vedo arrivare in bicicletta l'ufficiale dei Carabinieri, tenente Stettermaier, tutto bagnato e trafelato. Chiede del cavaliere: "C'è un fatto strano, non so come spiegare", farfuglia. Ha bisogno di una vettura e di un autista, perché deve andare sulla collina di Baldissero a verificare una segnalazione di un contadino, e non può salire con l’unico automezzo dei Carabinieri, un furgoncino "Trenta Spa" con le gomme piene. Allora il cavalier Vergnano mi dice di prendere la Balilla e caricare Stettermaier. Mentre saliamo sullo sterrato tra il fango e i lampi, il tenente mi racconta che un anziano contadino li ha chiamati dal telefono pubblico, dicendo di essere stato scavalcato da una cosa infuocata mentre era a lavorare nei campi di Bric Paluc. "Non vorrei che fosse un matto", mi fa l’ufficiale. Quel contadino si chiamava Sebastiano Berutto. Io traduco dal dialetto. Lo carichiamo sulla Balilla e proseguiamo verso Bric Paluc, quando il tenente si accorge che a Superga c’è un incendio. "Saranno state le sei meno un quarto, per salire impieghiamo una mezz'ora. Piove che Dio la manda. Arrivati sul sagrato troviamo monsignor José Cottino, il rettore della basilica. "Presto, venite, là dietro è caduto un aeroplano". Siccome io avevo qualche contatto all'agenzia Ansa, per la quale facevo l’informatore occasionale da Chieri, corro al bar di Superga e li chiamo. "È caduto un aereo", dico, e all' Ansa mi rispondono: "Lampiano, quanti bicchieri di barbera hai bevuto oggi ?". Poi mi urlano di informarmi meglio. "Così torno sul terrapieno e lo vedo, mezzo velivolo schiacciato dentro il muro della basilica, con la coda intatta e le ali girate in alto. Il bosco brucia e c'è silenzio, un silenzio tremendo. Mi addentro con il tenente in mezzo ad alberi e rottami e lui mi sussurra: "Angelo, pare sia la squadra del Torino". Allora guardo in basso e vedo una fila di cassette di legno marrone scuro, intatte, con dei cognomi scritti sopra: le cassette delle divise e delle scarpe da gioco. Il primo nome che leggo è Maroso, poi Bacigalupo, Gabetto, Ossola e Menti. Morti no, nessuno. Quelli erano quasi tutti schiacciati nella carlinga. Allora torno al bar e richiamo l'Ansa: stavolta mi credono. Poi corro un’altra volta alla basilica, dove il tenente mi chiede di scendere alla stazione di Chieri per far venire tutti i suoi uomini. Ecco, il mio 4 maggio del '49 finisce qui. Casuale, e niente di eroico. Dopo tre settimane, l'Ansa mi mandò ventimila lire di ricompensa. In cinquant'anni questa storia non l'ho mai raccontata. Quando ci penso sto male, rivedo il fuoco e il buio e il silenzio e i miei vent'anni, e la Balilla, e quei pantaloncini neri a terra, neri e non granata. Vedo pezzi di cose, per fortuna non di uomini, ma qualche volta mi chiedo se non è lo stesso".

4 maggio 1999

Fonte: La Stampa

Miolli, il Grande Torino nel cuore

di Nicola Lavacca

La storia di Vito Sante Miolli, il granata che si salvò per caso dal disastro di Superga. Il figlio Antonio racconta l'amore per il Grande Torino, tra foto, ricordi e nostalgia.

Quando il G212 che riportava in Italia il Grande Torino, dopo la trasferta di Lisbona, si schiantò contro la Basilica di Superga, Vito Sante Miolli era a letto con la febbre alta. Su quell'aereo avrebbe dovuto esserci anche lui, ma un violento attacco di pleurite gli aveva impedito di partire per il Portogallo con la squadra granata di cui faceva parte. Appresa la terribile notizia non seppe trattenere le lacrime. In Italia il mito del Toro invincibile aveva varcato i confini del puro evento sportivo e quella immane sciagura gettò l’intero Paese nello sconforto totale. L’allora 21enne difensore, partito da Valenzano, in provincia di Bari, con una valigia piena di speranza e di entusiasmo, provò un profondo dolore per i suoi compagni di squadra, morti in un pomeriggio grigio e uggioso, nel fiore degli anni e nel momento più esaltante di una carriera calcistica illustre, ricca di trionfi e di vittorie. Il giovane Miolli faceva la riserva nel Grande Torino che aveva strabiliato per i suoi 4 scudetti consecutivi vinti. Purtroppo, qualche settimana fa, il 13 maggio scorso, la morte lo ha sorpreso, all’età di 83 anni. Ma la sua storia singolare ha lasciato una traccia indelebile. Suo figlio Antonio porta con sé il ricordo emozionante di quella incredibile esperienza, fatta di sudore, sacrifici e sano spirito sportivo. Quel tratto di vita, così intenso e suggestivo, che gli è stato spesso raccontato dal papà. Ancora oggi riecheggia nelle sue parole l’incedere di quei momenti indimenticabili e commoventi. "Mio padre giocava nel Castellana, ai tempi della serie C nazionale. Due osservatori del Torino, che lo avevano seguito durante alcune partite, lo segnalarono al presidente Ferruccio Novo. Il passaggio in granata avvenne in pochi giorni". Il signor Antonio, che fa l’odontotecnico, mostra l’album dei ricordi. Foto ingiallite dal tempo, cimeli, trofei e ritagli dei giornali dell’epoca. Nell’ estate del 1947, dopo una decisione molto sofferta, Vito Sante Miolli lasciò la sua terra per indossare la maglia granata, un vanto per chi all’epoca voleva diventare calciatore a certi livelli. Un legame forte e una sorta di riverente rispetto per i campioni più celebrati: Valentino Mazzola, Bacigalupo, Grava, Gabetto, Loik, Maroso, Ossola, Grezar, Aldo e Dino Ballarin, Rigamonti, Castigliano, Menti II. Così, un ragazzo del Sud, cresciuto a pane e pallone, dopo tante battaglie agonistiche sui polverosi campi di periferia, riuscì ad entrare nella più grande squadra del calcio italiano di tutti i tempi. Le gesta del Torino (che nel dopoguerra aveva già vinto due scudetti, demolendo qualsiasi avversario) erano ormai il simbolo della riscossa non solo sportiva dell’Italia. Difensore ambidestro tutto cuore e grinta, bravo nelle acrobazie, l’allora diciannovenne Miolli prese il treno dei sogni per cominciare un’avventura che lo avrebbe portato ad un passo dalla storia. Il primo ingaggio fu abbastanza interessante: circa 500mila lire per una stagione. Alloggiava all’hotel Savoia e si allenava nel mitico stadio Filadelfia insieme ai fuoriclasse: un’esperienza ineguagliabile. "Era considerato una mascotte", racconta il figlio Antonio: "Mio padre mi parlava in particolare di Valentino Mazzola, descrivendolo come una persona di una umanità infinita oltre che un calciatore dotato di tecnica sopraffina e di temperamento. Un capitano vero. Da lui imparò molto. Si divertiva molto quando portava al campo il piccolo Sandro che già allora sapeva palleggiare con disinvoltura". Lo scudetto 1947/48 fu l’ennesimo trionfo. Vito Sante Miolli assaporò il gusto del successo, nonostante il desiderio di fare l’esordio in serie A restasse inappagato (all’epoca non c’erano le sostituzioni durante le partite di campionato). Nella stagione successiva si rimise a correre e a lottare. Ormai il granata aveva colorato la sua vita. Per molti era il degno successore di Maroso, quanto a combattività e intuizione. Il chiodo fisso era sempre quello di debuttare in prima squadra. Anche Mazzola gli disse di avere pazienza. L’occasione si presentò quando fu organizzata un’amichevole con il Benfica a Lisbona per festeggiarne il capitano Josè Ferreira che lasciava il calcio. La partita era in programma il 3 maggio 1949. A quattro giornate dalla fine del campionato (48/49) il quarto scudetto consecutivo era praticamente già cucito sulla maglia granata. Miolli pregustava l’esordio; ma il destino forse aveva deciso che il suo sogno dovesse rimanere tale. Infatti, a Lisbona quella volta non ci andò. "Mio padre quasi certamente sarebbe stato convocato per la gara col Benfica", fa notare il figlio Antonio: "Era considerato tra i giovani più promettenti, il presidente Novo stravedeva per lui. Tuttavia, una fastidiosa pleurite non gli consentì di partire per Lisbona. Lui non ha mai capito se si sia trattato di una fortuna o meno... Quando seppe della sciagura provò un dolore indicibile. È una sensazione che ho sempre letto nei suoi occhi tutte le volte che a casa si parlava del Grande Torino. E forse, oggi, sarebbe stato felice di veder tornare il Toro in serie A".  Il cuore e l’animo di Miolli furono pervasi da un’immensa tristezza. E nell’ alternarsi dei sentimenti e delle emozioni forti, si rese conto, col passar del tempo, di essere diventato un sopravvissuto di Superga. La sua carriera, dopo una parentesi nel Bolzano, prese una direzione diversa. Il Torino lo cedette al Cagliari (stagione ‘50-’51) dove disputò 6 campionati in serie B. Giocò anche insieme a Carlo Regalia con il quale ebbe modo di frequentare il corso di allenatore a Coverciano. Venezia (tre anni di B), Barletta e Trani furono le sue ultime squadre. Ma quella gloriosa maglia granata l’ha sempre portata nel cuore, soprattutto dopo aver visto le stelle cadere nel cielo di Superga.

21 maggio 2012

Fonte: Famigliacristiana.it

© Fotografie: Tuttosport.com - Famigliacristiana.it - Salvatore Giglio - Museo Grande Torino

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