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Vincenzo Paparelli 28.10.1979 Altri Articoli
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STORIE DI ROMA

Morte all’Olimpico, il figlio di Paparelli 40 anni dopo:

"La mia vita a cancellare scritte indegne"

di Fabrizio Peronaci

Gabriele, figlio del tifoso ucciso da un razzo in curva Nord nel 1979: "La scritta ‘10-100-1000 Paparelli’ è la mia ossessione. Da sempre tengo una bomboletta in macchina: ne ho cancellate migliaia. Io all’Ama grazie a Veltroni".

"No, all’Olimpico non ci metto più piede. Ormai da otto, forse dieci anni. Ho visto cose che non mi piacevano. Ognuno ha le sue fobie. C’è chi ha paura dei ragni, io del tifo violento... Quel razzo ha distrutto la mia famiglia. Da quand’ero ragazzino, ho girato tenendo in macchina o nella sella del motorino una bomboletta spray". Per fare ? "Cancellare le scritte indegne su papà. Leggere sui muri ‘10-100-1000 Paparelli’ è stata la maledizione della mia vita. Non posso accettarlo. Quando mi capita di vederle, per caso o se qualcuno me le segnala su Facebook, dove ricevo tanta solidarietà, corro a coprirle. Le racconto qualcosa di molto privato...". Prego. "Per mamma, che ora non c’è più, leggere quella scritta è sempre stato un dolore immenso, indicibile. Ci stava male ogni volta. E io con lei. Così, per anni, quando da Torre Gaia andava a lavorare in macchina, in zona Nomentano, uscivo prima, con una scusa, e facevo lo stesso tragitto. Controllavo se il campo era libero...".

Riavvolgere il nastro e tornare al 28 ottobre 1979. Sindaco era Luigi Petroselli. Presidente del Consiglio, Francesco Cossiga. Pochi mesi prima un mattacchione aveva tirato le orecchie ad Amintore Fanfani, mentre pregava nella chiesa del Gesù. Il clan dei marsigliesi era stato appena smantellato. Le Br continuavano a sparare. Un’epoca fa. Per chi quella domenica ha perduto suo padre e scoperto il lato più orrendo del mondo, però, il tempo non passa. Gabriele Paparelli è il figlio di Vincenzo. Suo papà aveva 33 anni, faceva il meccanico a Montespaccato ed è passato alla storia come il primo morto allo stadio. Fu un giorno di lutto e sgomento in tutta Italia: un’ora prima del derby Roma-Lazio un razzo lanciato dagli ultrà della Sud, dopo aver sorvolato il campo, per oltre 200 metri, colpì in pieno volto lo sventurato tifoso laziale, seduto in curva Nord. Vincenzo stava mangiando pane e frittata. Scena di guerra. Urla. Sangue. Tifosi increduli. A fianco c’era la moglie Wanda, che cercò di estrarre quel tubo di ferro arroventato dall’occhio sinistro del marito, ma si ustionò. Durante il tragitto in ambulanza, gli tenne la mano piangendo e pregando: "Amore, non morire". Non bastò. Tra i tanti fatti che, dal dopoguerra, hanno portato Roma in prima pagina, l’"omicidio all’Olimpico", come titolarono i giornali, è stato tra quelli che più hanno commosso l’opinione pubblica. Paparelli junior oggi ha 48 anni, lavora all’Ama. Quel pomeriggio in cui alla fine il derby si giocò, per ragioni di ordine pubblico (e non ha senso ricordare il punteggio), non potrà mai dimenticarlo.

Gabriele, sono passati ormai 40 anni ed è una ricorrenza triste. Violenza e ricatti negli stadi sono ancora realtà. Un flash di quel giorno ? "Avevo solo 8 anni, ma mi è rimasto impresso tutto, minuto per minuto. Un dolore incancellabile. Era una bella domenica, come le altre, da vivere in famiglia. Abitavamo tutti insieme, con zii e cugini, nel palazzo di via Dronero, a Boccea, costruito da mio nonno. Facevamo tavolate meravigliose...".

E Roma e Lazio, entrambe partite male, si stavano per giocare il primato cittadino... "Pensi che all’inizio papà aveva deciso di andare a trovare i nonni a Valmontone. Pioveva. Poi, a metà mattinata, si affacciò uno spiraglio di sole e lui chiese a mamma di accompagnarlo alla partita. Io piantai un capriccio, piangevo. Volevo andare con loro all’Olimpico. Ma fu irremovibile: Meglio di no, se qualcuno si mena potrebbe essere pericoloso, mi disse".

La notizia piombò nella tribù Paparelli all’ora di pranzo. "Erano tutti sconvolti, gridavano. Cercarono di proteggermi. I vicini di casa, per distrarmi, mi portarono al Luna Park, ma al rientro capii. Sotto casa c’erano polizia, ambulanze, giornalisti. Mia madre, che aveva solo 29 anni, si era come spenta. Non reagiva. Fui mandato a dormire da una mia zia, e mio fratello da un’altra".

In curva Nord spunta spesso un disegno con il volto di suo padre. Le avranno detto che le somiglia, no ? "Certo, e ne sono orgoglioso. Ma non è stato bello, le assicuro, portare questo cognome. Sono cresciuto in un clima dove il rispetto non esisteva. Ho combattuto da sempre contro cori, minacce...".

E la purtroppo celebre scritta "10-100-1000...". "L’ultima l’ho cancellata poco tempo fa, in zona Termini. Per fortuna oggi, grazie ai Social, si è creato un tam-tam e tanti mi aiutano. Gabrie’, non ti preoccupa’, provvedo io... Giuro: ne avrò coperte migliaia. Non provo odio, ma ogni volta è un coltello che gira nella ferita fresca, e trovare sempre qualcuno che te la smuove è un dolore in più".

Il famoso cuore di Roma non esiste ? "Certo, c’è anche questo. Tutti i giorni incontro gente che mi dà pacche sulle spalle, che mi chiede scusa per i cori e le scritte vergognose. La tomba a Prima Porta per anni è stata inondata di lettere, sciarpe, fiori. L’altro giorno mi ha intervistato Sky per una puntata speciale di un’ora, e abbiamo dovuto interrompere per la troppa commozione. Tutti e tre gli operatori piangevano".

Suo padre è entrato nella storia della città. "E ci resterà sempre. Mi vengono in mente due episodi. Non molto tempo dopo il fatto, venne organizzata un’amichevole Lazio-Roma: per me fu una grande emozione sentire il suo nome scandito da tutti, senza divisioni. Nel 2004, inoltre, conobbi Walter Veltroni...".

L’ex sindaco appassionato di calcio. "Già, fummo invitati in Campidoglio per ricevere una targa in occasione del 25° anniversario. Lui mi chiese cosa facessi e io risposi che ero precario. Allora mi prese da parte e promise: Mi adopererò per trovarti un lavoro. Fu di parola: tempo dopo venni chiamato da una società collegata all’Ama e ora presto servizio nell’impianto della raccolta differenziata di Rocca Cencia. Veltroni aiutò anche mio fratello Mauro, che non c’è più, facendolo entrare all’Atac. Una persona sensibile, forse perché anche lui ha perso molto presto suo padre".

Cosa le ha fatto decidere di non mettere più piede all’Olimpico ? "È più forte di me. Prima l’ho frequentato a lungo, non la curva Nord, solo i Distinti. Ma da tanto ho smesso. Una volta mi è volato un sampietrino sopra la testa, fuori dallo stadio, e ho detto basta. Mia figlia, invece, è appassionata: la accompagna il nonno materno. La società l’ha invitata a festeggiare i suoi 6 anni a Formello, con i calciatori, ed era al settimo cielo...".

Sangue di nonno Vincenzo... "Quando vede le bandiere con il viso di mio padre, Giulia mi chiede: Ma perché mettono la foto di nonno ? E io: Perché era un grande tifoso e gli vogliono bene. Non mi va di toglierle questa passione, la gioia autentica del calcio, che è allegria, armonia, amicizia. Gli sfottò ci stanno, ovvio, sono il sale. Ma ripudiando, con il massimo impegno, qualsiasi forma di violenza. Noi Paparelli lo ripeteremo sempre: tifo e violenza devono restare mondi separati". Grazie. Con un auspicio: che quella scritta, sui muri di Roma, non appaia mai più.

22 settembre 2019

Fonte: Roma.corriere.it

Fotografie: Storiedicalcio.altervista.org - Corrieredellosport.it

Calcio, Paparelli e l’eredità dello Tzigano

di Maurizio Martucci

Rullo di tamburi, il grido di battaglia nella giungla metropolitana: "Morirete, morirete". I lacrimogeni aggressivi delle guardie, l’odore acre dei fumogeni da incenso domenicale. Aperte le danze, il passaggio di riti orgiastico-collettivi sacrificali su bare cartonate, croci funerarie e litanie vampiresche. Il gioco delle parti è archeologia Ultras da derby, un inno anni ‘70: "Rocca bavoso i morti non resuscitano". La scia irriverente del lutto data 28 Ottobre 1979, sangue allo Stadio Olimpico con offese gratuite senza sconti. Taccola-Re Cecconi, stelle precocemente cadute, le provocazioni in spray rielaborate da rinfacciare: dopo il corpo, la presa dell’anima. "10-100-1000 Paparelli" sarà lo scalpo del nemico, la preda imbalsamata da ostentare. Necrofila trasgressione trash per chi non tradisce indignazione, né sensi di colpa. È l’inizio della fine, la perdita dell’innocenza di una generazione cresciuta a striscioni e bandiere. Coincidentia oppositorum per opposti estremismi in gradinata significa tribù, tabù, disinformazione, strumentalizzazioni e business dei poteri forti sui teoremi della paura nel laboratorio sociale delle masse italiche. Tutto è cambiato, per non cambiare nulla. "Se vedessi un ragazzo con dei razzi in mano glieli farei ingoiare. Mi sono rovinato la vita per quella robaccia". Giovanni Fiorillo era lo Tzigano, innescò il razzo nautico planato sul volto inerme di Vincenzo Paparelli, meccanico romano, padre di famiglia, cuore tifoso e moglie accanto ustionata dalla combustione del male: "Vincenzo non puoi morire, non puoi lasciarmi sola. Abbiamo due figli". Orrore e caos, guerriglia urbana col fuggi fuggi sui vecchi spalti. The show must go on per scendere in campo, arbitra D’Elia. Wilson sotto la curva come analgesico, tampona istintivamente la rabbia senza placare il dolore. Autoalimentazione di eventi nefasti per crisi d’identità senza frontiere. "Sto facendo una vita infame - Tzigano, il nomade emarginato - Ho tirato a campare. Devi sempre correre, scappare, diffidare di tutto e tutti. I vecchi amici mi hanno abbandonato. Perfino la ragazza mi ha piantato". Latitanza bergamasca e fuga in Svizzera, esilio forzato dal Commando Ultrà prima di costituirsi in Questura, finendo in carcere, tunnel della droga e un’altra vita spezzata. La sua. Bruciata nell’incubo sparato a 200 metri di distanza. Lo Tzigano fu agito da mano non premeditata, preterintenzionalmente omicida per una sfida incontrollabile, troppo più grande della sua acerba maggiore età. Populismi, impulsi primordiali e istinti archetipici nelle sovrapposizioni sociali del calcio. Lo zoologo inglese Desmond Morris lo aveva capito quando istituzioni e politica nostrana, timidamente dal letargo gridavano "Al lupo, al lupo". Solo per fare cassetta. "Scriverò una lettera alla moglie e ai figli di Paparelli per chiedere perdono. Quel disgraziato è morto, ma sono disgraziato anch’io che continuo a vivere con questo peso sulla coscienza". Damnatio memoriae all’amatriciana: avvisati gli emulatori. Roma-Lazio 1-1, lo score. Da 35 anni il tifo non è più stato lo stesso. E la morte, sempre più uguale per tutti.

27 ottobre 2014

Fonte: Ilfattoquotidiano.it

Fotografia: Roma.corriere.it

Santarini e l’omicidio Paparelli

di Filippo Fabbri

"Domenica Nera" ha intitolato Claudio Paglieri un bel romanzo sul calcio. Chissà quale nome darebbe alla vicenda della sua famiglia Gabriele Paparelli. Solo che il suo non è romanzo, ma un fatto di cronaca sportiva collimato con un omicidio. Quello del padre, Vincenzo, andato all’Olimpico, insieme alla moglie Wanda, per vedere il derby che vale una stagione. Una stagione sì, la vita proprio no. E invece succede proprio il contrario. Prima della partita la zona dello stadio diventa un ring tra bande rivali. Il peggio però avviene dentro: un razzo parte dalla curva sud romana, si fa 200 metri di traiettoria, finisce nell’altra curva e colpisce il meccanico di 33 anni Vincenzo Paparelli, che se ne stava seduto a mangiarsi un panino in attesa della partita. Sarà il primo omicidio dentro uno stadio, purtroppo neppure l’ultimo. La gara incredibilmente si giocherà lo stesso come se nulla fosse accaduto, proprio in quello stadio che ne sospenderà una per una infondata voce sulla morte di un ragazzo. Nulla però sarà come prima. Soprattutto per la famiglia Paparelli. Quel giorno Gabriele, allora aveva otto anni, sarebbe dovuto andare allo stadio coi genitori. "Troppo pericoloso, oggi si menano… Papà vi porta la prossima domenica per Lazio-Juve…", ricorda Gabriele. Lo fa nel bel libro di Maurizio Martucci Cuore tifoso (Sovera Multimedia, 2009, pp. 230, euro 16). Un racconto che dà sfogo a anni di sofferenza vissuti nel privato di casa, atti di autentica umiliazione quotidiana. "Un razzo ha distrutto la mia famiglia – racconta il figlio – e oltre al dolore della morte, per vent’anni abbiamo subito minacce di ogni genere. Siamo stati costretti a cambiare casa e quartiere subito dopo la tragedia. A scuola appena mi voltavo, trovavo il banco o il quaderno imbrattato con 10-100-1000 Paparelli, slogan che campeggiava in tanti luoghi della città. Per anni ho girato in motorino per le strade di Roma con una bomboletta spray sotto il giubbotto per cancellare quelle scritte dai muri… Abbiamo vissuto come all’inferno". Proprio di recente su quella vicenda è tornato uno dei presenti a quella partita, Sergio Santarini. Era il capitano di quella Roma, uno che a caldo di quei fatti allora ebbe una dura presa di posizione contro i suoi tifosi. "Mi sembrava assurdo giustificare persone che andavano allo stadio col bazooka – ricorda oggi il giocatore riminese – non tutto il tifo organizzato era così, tuttavia pensavo, e tuttora penso, che bastava una mela marcia per bacare il tutto. Per questa esternazione chiesero la mia destituzione da capitano, Liedholm però fu deciso finché Santarini rimane alla Roma avrà la fascia. Ricordo che il capo degli ultras, un certo Terenzi, prese posizione contro di me. Anni dopo incontrandomi per strada mi ha dato ragione, scusandosi".

28 novembre 2009

Fonte: Ilponte.com

Fotografia: Cittaceleste.it

Quel giorno all' Olimpico quando il calcio divenne follia

di Corrado Sannucci

ROMA - Quella domenica Vincenzo Paparelli non volle portare i figli alla partita. "È pericoloso, è un derby, si picchiano, è meglio che non veniate. Sarà per la prossima domenica". Gabriele ricorda tutto di quella mattina, aveva già otto anni, con il peso e il dolore dell’ultimo giorno passato con il padre e della sua morte così pubblica. Poche ore dopo, un razzo da segnalazioni partito dalla curva sud colpì Vincenzo, uccidendo lui e l’innocenza degli stadi. Era una partita del calcio anteriore a quello attuale. L' Olimpico era quello originale, i tifosi laziali andavano ancora in Curva sud, la Roma era da metà classifica, la Lazio sarebbe retrocessa a fine stagione per lo scandalo scommesse, gli ultrà erano ancora naif, anche se non del tutto innocenti. "Stare allo stadio era completamente diverso, mio padre si alzava continuamente per andare a salutare gli amici, poi ci andava a prendere la Coca, oppure ci accompagnava al gabinetto, la partita quasi non la vedeva" ricorda Gabriele. Vincenzo non si accorge di niente mentre la tragedia fa entrare le scenografie e i protagonisti. Nella notte ci sono state attività di spionaggio, scritte fatte e cancellate, ci sono state infiltrazioni nei gruppi, poi sono stati introdotti gli striscioni, uno di questi diceva "Rocca bavoso, i morti non resuscitano". La curva romanista reagisce, parte il primo razzo, che con una traiettoria impressionante, dalla curva sud va addirittura oltre la curva nord. Subito dopo parte il secondo, ed è quello che uccide Paparelli. Wanda, la moglie, seguirà l’agonia di Vincenzo fino alla corsa in ambulanza verso l’ospedale, minuti che le segnano l’anima per sempre e che non vuole più ricordare. Ma aveva raccontato a Gabriele quelli che erano stati gli ultimi momenti del padre. "Papà come sempre si era alzato ed era andato a salutare gli amici. Era stato sempre via. Quando è tornato, si è seduto, ha raccolto per terra qualcosa che gli era caduta, e nell' istante in cui ha rialzato la testa è stato raggiunto dal razzo". Bastava che quella ricerca durasse un secondo di più e si sarebbe salvato, il razzo avrebbe colpito un altro, allora, ma probabilmente alle gambe. La rabbia dei tifosi laziali esplose, la curva sud scese tutta verso il bordo del campo. Nel frattempo erano entrate in campo le squadre, il capitano Wilson fu chiamato dai tifosi, "non bisogna giocare", gli gridavano. Erano sette anni prima della tragedia dell’Heysel, in cui si giocò, e 25 anni prima della farsa dell’Olimpico, in cui non si è giocato. L' arbitro D' Elia, che non si attaccò al telefono con il presidente della Lega come sarebbe accaduto a Rosetti nel marzo di quest' anno, prese una decisione insieme al prefetto e al questore: se voi mi garantite l’ordine pubblico, disse, io vi garantisco una partita regolare. Sì giocò, per distrarre i tifosi dalla tentazione di una guerriglia immediata. Finì 1-1, segnarono Zecchini e Pruzzo, in una partita finta. Ma da quel giorno i tifosi laziali lasciarono per sempre la Curva sud. Gabriele ha ancora le lettere di Dino Viola, che con una calligrafia un po' gotica racconta la sua angoscia. "Vi sono costantemente vicino nel pensiero". Seguirono anni di tormento.

"A scuola i professori avevano un occhio di riguardo, ma poi trovavo sempre qualche ragazzino che ripeteva i cori contro mio padre, imparati chissà dove. Poi arrivava chi lo faceva tacere, zitti, quello è il figlio". Venticinque anni dopo, Gabriele vive dall' altra parte di Roma, ed è un simbolo di fuga, di bisogno di essere altrove, ma anche del tentativo di trovare un nuovo rapporto con la città che ha insultato, amato, sbeffeggiato, venerato il nome di Paparelli e che solo ultimamente sembra avere trovare un rispetto condiviso anche dalla parte romanista. Gabriele ha vissuto nella città nemica che ogni tanto esponeva la scritta, la più frequente, la più offensiva e demenziale, 10, 100, 1000 Paparelli. "Quante ne ho viste qui sulla Casilina". E lui andava a cancellarle, per difendere il ricordo del padre ma anche la sofferenza della madre. "Per un certo periodo mi aveva preso fissa, giravo con il motorino e sotto il sellino avevo lo spray". Paparelli aveva la passione del meccanico e di andare la domenica alla partita con i figli. "Il quadro di mio padre è lui che torna la sera dall' officina, la tuta sporca, la puzza di grasso". Diversamente dalle vittime di altre tragedie da stadio, non è mai stato dimenticato. In Curva Nord è stato sempre commemorato, la Sud, dopo gli insulti (si cantò persino "Ammazzare Paparelli è stato uno sbaglio, Eagles Supporters è il prossimo bersaglio"), negli anni scorsi è apparso uno striscione di pacificazione. "Oltre i colori, rispetto per Paparelli". La città ne ha fatto un eroe comune e il nome di Paparelli è conosciuto anche dai ragazzi di quindici anni, che forse non sanno cosa accadde e che neanche sanno cosa si dovrebbe fare, ed evitare di fare, perché sia capito il vero messaggio di quella morte. "Ecco perché io vado ancora in giro, a raccontare la storia di papà, perché vorrei che sparisse la violenza. Ma è tutto inutile" dice Gabriele sconfortato. Però, in questa città che così tanto li ha feriti, è apparso un fenomeno nuovo, il senso di colpa. "Ci sono tifosi romanisti che mi fermano, che quando sanno chi sono mi dicono: scusaci per quello che è successo. Li guardo e vedo che hanno vent' anni". Ci sono ragazzi che vogliono portare la colpa di altri, al di là dei colpevoli veri (Giovanni Fiorillo, che sparò materialmente i razzi e che è morto nel '93, Marco Angelini, Enrico Marcioni; più Pericle Gigli, il commerciante che ne vendette tre per 15mila l’uno), che furono condannati dopo un processo presieduto da un magistrato importante nella storia d' Italia, Santiapichi. "E ci sono anche quelli che mi dicono: "Perdonami, quel coro sui 10, 100, eccetera Paparelli, l’ho cantato anch' io quand' ero ragazzo. Ora me ne vergogno". Piccoli passi avanti di pacificazione. Gabriele va malvolentieri all' Olimpico, però si occupa indirettamente di calcio. Lavora in uno studio audiovisivo, dove, per lo staff tecnico del Milan, registra le partite dei campionati esteri, una quarantina di dvd che invia settimanalmente a via Turati. Ha parlato un paio di volte al telefono con Ancelotti, che lo conosce come Gabriele ma non come figlio di Paparelli. Il 28 ottobre 1979 Ancelotti era in campo.

23 ottobre 2004

Fonte: La Repubblica

Fotografie: Laziowiki.org

La tragedia di Vincenzo

di Maurizio Martucci

"Vincenzo Paparelli è uno dei nomi più utilizzati dai giornali quando si scrive di violenza negli stadi. Questo perché il tragico evento che porta alla sua morte ha dell’incredibile. È il 28 ottobre 1979. Vincenzo e la moglie sono tifosi laziali, e come al solito si recano allo stadio, in Curva Nord, per assistere allo spettacolo cittadino del derby: quel giorno si gioca, infatti, Roma - Lazio. Sono circa le 13:30, manca poco più di un’ora all’inizio della partita, quando dalla Curva Sud, occupata dai tifosi della Roma, parte un razzo a paracadute di tipo nautico, che s’infrange sul volto di Vincenzo, perforandogli il bulbo oculare sinistro. Un volo di circa 200 metri, da curva a curva. La moglie si ustiona entrambe le mani nel vano tentativo di estrarre il tubo di ferro incandescente. L’uomo viene trasportato immediatamente all’ospedale Santo Spirito, ma per lui non ci sarà nulla da fare. Roma-Lazio, una stracittadina che nelle ultime occasioni aveva già fatto registrare allarmanti segnali di alta tensione tra gli opposti schieramenti. Le opposte fazioni si scontrano passando per la tribuna Tevere, con le forze dell'ordine a rinforzare i punti più caldi, e quando tutto sembra tornare alla calma... arriva il dramma ! Dalla Sud una scia nera sibilante parte nei pressi dello striscione "Club Somalia" verso la Curva Nord, ma la traiettoria cambiata dal vento fa slittare il mortaio sopra il tabellone. Poi un altro "fischio". Parabola diversa. Va fuori lo stesso. Infine un terzo, sempre un razzo antigrandine. Questa volta con traiettoria tesa, senza parabola. Fa un percorso di 150/160 metri nell'aria... "Ho visto arrivare il razzo dalla Sud con la scia nera, lunghissima, filava veloce, credevo che andasse in alto come gli altri, ma all'improvviso è arrivato verso di noi. Istintivamente mi sono scansato e in quell'istante m'è arrivato del sangue in faccia", racconta rabbrividito un testimone dell'atroce domenica, quando un razzo va ad infilarsi proprio nella testa di un tifoso della Curva Nord. "Quell'uomo aveva un panino tra le mani e lo stava mangiando; poi la moglie ha cominciato a urlare, e lui, rosso di sangue, cominciò a rotolarsi mentre tutti scappavano". I primi a soccorrerlo sono dei medici: "Quel razzo era entrato nell'occhio sinistro dell'uomo. Metà razzo gli fu tolto da un ragazzone. Pensate che dalla testa continuava ad uscirgli il fumo, una scena orribile". Sulle verdi panchine ora macchiate di rosso sangue s'odono per un attimo solo le strazianti grida di una donna sconvolta: "No, non morire, non puoi morire, abbiamo due figli !", è la moglie dell'uomo. "Corsi subito nella parte alta della curva dove la gente s'agitava freneticamente, andai verso quell'uomo, vidi il razzo nel suo occhio e lo tolsi nella speranza di salvarlo: s'era conficcato proprio dentro la testa. Non dimenticherò mai di che colore diventò la mia camicetta. Uno spettacolo assurdo, straziante... non si può morire così !" Arriva l'urlo lacerante di una sirena. La corsa al Santo Spirito. Un inutile battaglia contro il tempo, per un responso scritto sul registro dell'ospedale: quell'uomo arrivato dallo stadio è registrato con il numero 6220, l'atto di una fredda fase burocratica che gli sancisce la morte dinnanzi alla legge. Sono le 13.45 quando la prima fila della gradinata Nord, sopra l'ingresso 57 nell'angolo accanto al passaggio, viene piantonata da 4 carabinieri con elmetto e fucile intenti a proteggere gli addetti che effettuano i rilevamenti sul luogo ove la morte s'è fermata. Quell'uomo si chiamava Vincenzo Paparelli, 33 anni, di professione meccanico, abitante a Mazzalupo, vicino Casalotti. Era venuto allo stadio in compagnia della moglie Vanda, ma un razzo per imbarcazioni, gli stronca la vita. Le reti di Zucchini e Pruzzo passano inosservate, anche se la Sud continua ostinata nei suoi "Roma, Roma", mentre la Nord si accanisce persino su un pallone che erroneamente arriva in curva, rigettato in campo squarciato dalla lama di un coltello. Al fischio finale le violenze si riversano per le vie della città. "Ad incitare chi sparò addosso a Paparelli - scrisse "Il Corriere dello Sport" riportando le testimonianze dei tifosi presenti in Sud - furono in molti. A pochi metri c'era anche un servizio d'ordine con tanto di fascette di riconoscimento legate al braccio, ma nessuno disse niente, anzi tutti l'applaudirono, e tutti hanno visto quel razzo finire tra la gente della Nord. Qualcuno urlava ai Laziali "Morirete", invece altri alzavano bare di cartone, poi quando si seppe che una persona era morta, tutti gridarono a quel ragazzo "Assassino, assassino" e lui è scappato piangendo".

Fonte: "Nobiltà Ultras" di Maurizio Martucci 1996

Fotografie: Ilfattoquotidiano.it - De Marco Piscitelli Editori

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