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Vincenzo Paparelli 28.10.1979 Il Libro
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Magliarossonera.it    Domenica 28.10.1979 : Morte allo Stadio...    Asromaultras.org

  Presentazione al TG5 del Libro "Cuore Tifoso" 

   Altre Presentazioni in TV del Libro "Cuore Tifoso" (RAI 1 - T9) 

"Cuore tifoso", la tragedia di Vincenzo Paparelli

Cuore tifoso. Roma-Lazio 1979. "Un razzo ha distrutto la mia famiglia" Gabriele Paparelli racconta (Maurizio Martucci).

Per chi è nato dopo quel fatidico 28 ottobre 1979, Paparelli era un cognome che risuonava in molti slogan, ma in pochi si rendevano conto che dietro c’era un uomo morto allo stadio accanto a sua moglie, ucciso da un razzo di segnalazione. Gabriele Paparelli racconta alla sensibile penna di Maurizio Martucci la sua vita prima, durante e dopo quel terribile momento in cui un razzo ha distrutto la sua famiglia. "Non c’è stato un solo giorno scandito dai vecchi calendari che non abbia fissato il tramonto vedendo calare nel sole la felicità della mia famiglia che d’improvviso si era spenta per sempre con la morte di papà. Non c’è stato giorno o notte in cui non sia riuscito a fantasticare come sarebbe bello se potessi tornare indietro e fermare la mano che azionò l’innesco di quello che era un banale fuoco pirotecnico. Solo questo. Solo un gesto". Un rumore, una scia, il fumo, le urla e la vita di un onesto lavoratore, di un padre di famiglia viene annientata con la stessa leggerezza con cui sventolavano le bandiere dei tifosi pronti per il derby. Giovanni Fiorillo, 18 anni, innesca l’arma del delitto dalla Curva Sud che attraversa tutto il campo colpendo in un occhio il trentatreenne Vincenzo Paparelli, padre di due bambini e di professione meccanico. Una morte assurda che ha creato una guerriglia inaudita tra le tifoserie per molti anni, ma ciò che ad oggi scuote di più fu il fatto che nonostante la tragedia quel derby Roma-Lazio fu giocato ugualmente. Emblematica è la dichiarazione di Maurizio Montesi, ex giocatore della S.S. Lazio: "Assurdo giocare dopo la tragedia. La partita ? Una farsa. Non so chi è più incosciente se il pubblico o chi ha voluto che si scendesse in campo. Il calcio è una macchina disumana. Sugli spalti di uno stadio si rispecchiano sempre di più i mali di questa nostra società civile, dove il valore della vita si svaluta ogni giorno". Il racconto è commovente, ricco di un’umanità che in quel periodo storico mancava, non solo allo stadio, ma anche nella vita quotidiana. Martucci emoziona e scuote la coscienza del lettore nel profondo, cercando di contestualizzare l’omicidio Paparelli in un periodo storico in cui la violenza prese il sopravvento, dal rapimento di Aldo Moro alla morte di Re Cecconi. Ma una cosa è certa, questo terribile episodio poteva essere evitato. "Come spesso succede nel nostro paese non ci si accorge né ci si interessa di un fenomeno sociale se non prima che questo assuma una connotazione deviante o degenerata". Attraverso le interviste ai protagonisti come i tifosi dei Cucs, Eagles Supporters, giocatori, dirigenti e giornalisti, si ripercorrono 20 anni fino alla riconciliazione tra le Curve con l’esposizione da parte dei tifosi romanisti dello striscione "Oltre i colori… onore a Paparelli". E’ il primo passo verso la giusta commemorazione, questo non cancellerà di certo tutte le ingiurie inneggiate nel ventennio, ma è un segno di maturità e rispetto. Ci sono episodi che fanno venire i brividi per quanto l’ingenuità e la cattiveria umana possano essere una miscela devastante, come quando Gabriele racconta di cancellare le scritte ingiuriose sul padre per evitare un dolore alla mamma. Ci sono, però, anche episodi che generano una rabbia inaudita nel lettore come quando dei ragazzi cominciano lo sfottò tipico della capitale tra laziali e romanisti e tra le rime inneggiano anche canti contro Paparelli in presenza del figlio. Raramente da queste pagine ho sentito la necessità di caldeggiare una lettura, ma questo testo è un passaggio obbligato, non solo per chi ama il calcio ed è tifoso, ma anche per chi crede nella necessità di ricordare per evitare di commettere errori simili. Grazie a "Cuore Tifoso" si conosce la vera storia di Vincenzo Paparelli e si rende onore ad uomo che non è stato rispettato ed è stato vessato con stupidità. Un ricordo doveroso per chi ama il lato genuino del calcio. "Ciao papà, ora tutti potranno capire che eri un uomo in carne ed ossa e non un semplice slogan".

Fonte: Ciao.it


I familiari raccontano in un libro

Paparelli trent'anni dopo

Il 28 ottobre 1979 Vincenzo Paparelli veniva ucciso all'Olimpico da un razzo sparato dalla curva sud. A trent'anni dal folle gesto il figlio e la vedova raccontano la tragedia in un libro intitolato "Cuore tifoso".

"Ore 13:30 dopo pochi minuti, quel ragazzo di 18 anni con l'orecchino al lobo dell'orecchio adagiò nuovamente sul marmo della Curva Sud un secondo razzo. Stessa procedura. Stessa direzione. Tolta la sicura, anellino sganciato. Uno, due, tre secondi. E poi via. Ancora una scintilla, ancora un sibilo sordo. L'ordigno emise un segnale verosimilmente insonorizzato. "Fuummm...". Partì ancora dalla zona in basso della Sud. Scia verde scura, acquistando velocità. Prima 40, poi 50, infine addirittura qualcosa come 80 chilometri orari. Una parabola orizzontale. Superò la pista di tartan d'atletica leggera. Oltrepassò poi la prima porta del campo. La traiettoria subì uno spostamento, probabilmente per colpa di una corrente d'aria, una folata di vento. Il razzo fece zig-zag, volteggiando per circa 200 metri e si avvicinò spedito sulla Curva Nord. Cinquanta metri. Puntò la prima fila delle panche di legno, dirigendosi davanti l'ingresso numero 57, dov'erano i miei genitori. Mia madre era seduta proprio lì… Mio padre le era affianco, seduto dopo aver sgranocchiato qualche bruscolino. Fu un attimo. Di soprassalto. Un colpo. Un fragore inatteso. "Tumffff..." Mia madre udì un tonfo. Un rumore sordo e netto che di scatto gli fece girare la testa verso papà. Improvvisamente un lampo ad illuminare tutto. Fumo, tanto fumo. Si stava voltando. Mentre il suo viso doveva ancora completare la rotazione, fece in tempo a dire: "Hai sentit...". Mamma non riuscì a finire la frase. "Tumffff...", quel tonfo sordo era la morte. Aveva impattato sul viso di mio padre. Straziandolo. Vanda Del Pinto ricorda: "Mi guardavo intorno e dicevo: "È tutto tranquillo oggi, non c'è tanta confusione". Ridevamo e scherzavamo. Lui mangiava i bruscolini, poi verso l'una e mezzo avevo lo sguardo rivolto intorno alla scenografia e ho sentito un tonfo. Mi sono girata verso mio marito per dirgli: "Hai sentito ?". Quando mi sono girata ho visto mio marito con un razzo nell'occhio. A quel punto l'istinto è stato di prenderlo e toglierlo. E mio marito, quando ho tolto il razzo, è andato giù. E poi...". Mia madre si ustionò una mano nel tentativo di toglierli il razzo dall'occhio sinistro. Al momento del violento impatto, si era acceso di un'abbagliante luce rossa. Spinta da impulsivo coraggio e da una comprensibile forza della disperazione, d'istinto riuscì a levargli una parte del razzo. Un'altra gli rimase conficcata nell'orbita, con la testa ormai fumante. Intorno ai miei genitori si generò il fuggifuggi. Batticuore, smarrimento. Panico diffuso. Gente terrorizzata. Caos generale. Gente che scappava da tutte le parti".

30 settembre 2009

Fonte: "Cuore tifoso" di Maurizio Martucci (Soveria Edizioni 2009)

L'autore del libro: "Una vita distrutta per una partita di calcio"

Gabriele Paparelli: "Il mio problema è solo di non voler rivivere quei momenti così drammatici della mia vita... Ma mi farò coraggio per far sapere a tutti che la mia vita è stata distrutta per una semplice partita di calcio".

Gabriele Paparelli mi chiede di aiutarlo a scrivere un libro sulla sua storia personale, ma che in fondo non è altro che lo specchio fedele del mondo in cui siamo nati e dove tutt'oggi viviamo. Ma poi, dopo il primo frettoloso colloquio, Gabriele si prende qualche giorno di riflessione. Una pausa fisiologica. Quindi mi invia questo sms, molto significativo: "Il mio problema è solo di non voler rivivere quei momenti così drammatici della mia vita... Ma mi farò coraggio per far sapere a tutti che la mia vita è stata distrutta per una semplice partita di calcio". E capisco benissimo che Gabriele vive dentro di sé uno strazio ancora molto attuale. Ma Gabriele non trasuda livore e non opta per la legge del taglione. Un'angoscia che prima d'ora mai nessuno aveva violato, perché mai prima d'ora si era lasciato penetrare nella sua profondità più intima per giungere alla radice dello struggimento dei Paparelli. Gabriele me l'ha confidato nelle sue parole: ha compreso che ormai è giunta l'ora di mostrarsi, di liberarsi di questo peso insopportabile senza più fuggire da anacronistici fantasmi.

22 ottobre 2009

Maurizio Martucci  

Vincenzo Paparelli, un dramma familiare

sullo sfondo della violenza calcistica

di Andrea Curreli

Un insolito fumo nero segna il cielo sopra lo stadio Olimpico di Roma, un razzo cade sulla Curva Nord occupata dai tifosi laziali e colpisce mortalmente Vincenzo Paparelli. Tra i tifosi della Roma prima si esulta e poi si inveisce contro Giovanni Fiorillo, il ragazzo che ha lanciato il razzo assassino. La cronaca di quel tragico 28 ottobre 1979 è stata ampiamente documentata dai mezzi di informazione, ma c'è un'altra storia che non è stata raccontata. Quello stesso giorno un bambino di otto anni che si chiama Gabriele saluta il papà diretto verso lo stadio per seguire Roma - Lazio e non sa che quello sarà il loro ultimo incontro. Ora quel bambino è un uomo e in occasione del trentennale della morte di Paparelli il giornalista Maurizio Martucci ha voluto raccontare la sua storia personale segnata indelebilmente dalla lucida follia dell’estremismo calcistico. E’ nato così il libro Cuore Tifoso (Sovera Edizioni 2009). Sullo sfondo del dramma personale di una famiglia distrutta, c’è l’estremismo della fine degli anni Settanta a Roma che mescola fede calcistica e appartenenza politica con i romanisti "rossi" e i laziali "neri". Ma c’è anche un forte messaggio di pace che passa attraverso il perdono incondizionato della famiglia Paparelli per Fiorillo e gli striscioni di rispetto esposti negli ultimi derby capitolini anche dalla Curva Sud giallorossa.

Martucci, come è nato l’incontro con Gabriele Paparelli ?

"Mi ha chiamato nel dicembre del 2008 perché aveva letto alcuni miei libri. Sono rimasto colpito da Gabriele perché è un portatore sano di una vicenda tragica e dimenticata. Tutto quel vissuto, inedito e sconosciuto, è diventato il nostro progetto editoriale. La vicenda Paparelli è una sorta di Araba Fenice che scompare e ricompare dalle proprie ceneri per poi tornare nel dimenticatoio. Lo testimonia il fatto che nessuno avesse mai scritto un libro sulla tragedia di Vincenzo Paparelli e in tanti, soprattutto i più giovani, non conoscono la sua storia".

Chi era Vincenzo Paparelli ?

"Era un uomo del popolo, un operaio e un figlio della Roma degli anni Settanta. Aveva un'officina a conduzione familiare, si era costruito una casa e lavorava duro per comprarsi il primo televisore e la macchina o per fare la sua prima vacanza. La sua era una famiglia tipica della periferia romana di quegli anni. E poi era innamorato follemente della Lazio".

La sua tragedia è figlia di quegli anni ?

"Sicuramente sì. E' stato un omicidio non voluto però, nella sua casualità, figlio degli anni Settanta. Tutto il contesto di odio e scontro portava a scrivere sui muri slogan come "uccidere un fascista non è reato" oppure "morte ai comunisti" e contemporaneamente "10, 100, 1000 Taccola" oppure "10, 100, 1000 Re Cecconi" (giocatori di Roma e Lazio scomparsi in quegli anni ndr). Questi erano i toni dello scontro dialettico dei giovani che vivevano a Roma".

Slogan che colpirono anche i Paparelli.

"Soffocata la tragedia familiare, Vincenzo Paparelli è diventato una icona da sbeffeggiare per offendere i laziali. La signora Vanda, moglie di Vincenzo e mamma di Gabriele, è quella che ha sofferto più di tutti. Si è trovata al centro di un conflitto generazionale fatto di telefonate notturne con insulti, scritte sui muri sotto casa e macabri stornelli. Per lei è stato uno shock traumatico e porta ancora le cicatrici. Non riesce ad avvicinarsi allo stadio".

Un trauma anche per Gabriele.

"Sì. Aveva paura di uscire allo scoperto e temeva che raccontando nuovamente la vicenda di suo padre avrebbe riportato anche i cori, le scritte e tutto il resto. Ma poi ha deciso di collaborare a questo libro e invitare tutti i tifosi alla ragione. Un invito che è stato accolto".

Su Paparelli c’è stata una pacificazione tra le due tifoserie romane. Ma è sincera ?

"Sì. Hanno capito che dividersi non ha più senso. Lo sfottò è fondamentale e deve restare, ma non si può andare oltre. E' un passaggio sincero per evitare altri martiri".

La morte di Paparelli doveva essere il punto di follia massima, ma dal ’79 a oggi le croci legate al pallone non sono scomparse.

"C'è stata una mancanza istituzionale senza nessuna volontà di prevenire. I primi provvedimenti da parte dell'allora ministro dell'Interno Rognoni furono l'eliminazione degli striscioni e la chiusura dei gruppi di tifosi organizzati. Non c'era la volontà di colmare un vuoto esistente, ma di reprimere. Non si considera il tifoso o l'ultras come un cittadino e quindi un uomo con i suoi diritti. Nessuno ha ideato un progetto culturale e sportivo. Dal '79 i giovani sono stati abbandonati allo scontro fratricida che poi ha portato a Zeno (Nazareno Filippini, tifoso dell'Ascoli morto nel 1989 ndr) e a Spagna (Vincenzo "Claudio" Spagnolo, tifoso del Genoa scomparso nel 1995 ndr). Fortunatamente oggi non ci sono più né scontri, né nuove vittime".

17 novembre 2009

Fonte: Spettacoli.tiscali.it 

Un libro per ricordare la tragedia Paparelli

di Marcello Di Dio

Il tifoso ucciso da un razzo durante il derby Roma-Lazio del 28 ottobre 1979 ricordato in un saggio scritto a quattro mani dal figlio Gabriele e da Maurizio Martucci. Presto anche un sito internet dedicato alla storia del supporter biancoceleste.

Un libro che ripercorre un dramma familiare, quello di Gabriele Paparelli, figlio di Vincenzo, il tifoso laziale che venne ucciso all'Olimpico il 28 ottobre 1979 da un razzo durante un derby tra Roma e Lazio. "Cuore Tifoso. Roma-Lazio 1979" è scritto a quattro mani, oltre che da Gabriele, da Maurizio Martucci. "Questo libro - dice il figlio di Vincenzo Paparelli - significa tantissimo. Mi sono tolto un mattone dallo stomaco. Per anni ci siamo nascosti, avevamo paura degli insulti e siamo cresciuti nel terrore di far vedere chi eravamo. Vent'anni di minacce, disagi e scritte sui muri. In queste pagine sono state messe nero su bianco tutte le mie sensazioni ma, nello stesso tempo, il libro vuole lanciare un messaggio di perdono a Fiorillo e far riflettere sulle conseguenze dei gesti insani che si possono compiere negli stadi. Sono davvero contento". "Il libro - sottolinea lo scrittore Maurizio Martucci, chiarendo le finalità del saggio - è principalmente un omaggio alla famiglia Paparelli. Il trentennale della tragica morte del loro Vincenzo non poteva cadere nel dimenticatoio. Ma è anche un libro di tutti, non solo della città di Roma: dentro c'è la storia degli ultimi 30 anni delle tifoserie capitoline, c'è la storia dei fenomeni sociali, culturali e di costume che nel tempo si sono legati intorno alla vicenda Paparelli. È un libro per ricordare e per fare memoria storica condivisa". Su internet verrà presto attivato anche un sito web interamente dedicato alla tremenda storia di Vincenzo, dove chiunque potrà lasciare messaggi e scrivere direttamente al figlio Gabriele. Un modo per conservare la memoria.

20 novembre 2009

Fonte: Ilgiornale.it

Santarini e l’omicidio Paparelli

di Filippo Fabbri

"Domenica Nera" ha intitolato Claudio Paglieri un bel romanzo sul calcio. Chissà quale nome darebbe alla vicenda della sua famiglia Gabriele Paparelli. Solo che il suo non è romanzo, ma un fatto di cronaca sportiva collimato con un omicidio. Quello del padre, Vincenzo, andato all’Olimpico, insieme alla moglie Wanda, per vedere il derby che vale una stagione. Una stagione sì, la vita proprio no. E invece succede proprio il contrario. Prima della partita la zona dello stadio diventa un ring tra bande rivali. Il peggio però avviene dentro: un razzo parte dalla curva sud romana, si fa 200 metri di traiettoria, finisce nell’altra curva e colpisce il meccanico di 33 anni Vincenzo Paparelli, che se ne stava seduto a mangiarsi un panino in attesa della partita. Sarà il primo omicidio dentro uno stadio, purtroppo neppure l’ultimo. La gara incredibilmente si giocherà lo stesso come se nulla fosse accaduto, proprio in quello stadio che ne sospenderà una per una infondata voce sulla morte di un ragazzo. Nulla però sarà come prima. Soprattutto per la famiglia Paparelli. Quel giorno Gabriele, allora aveva otto anni, sarebbe dovuto andare allo stadio coi genitori. "Troppo pericoloso, oggi si menano… Papà vi porta la prossima domenica per Lazio-Juve…", ricorda Gabriele. Lo fa nel bel libro di Maurizio Martucci Cuore tifoso (Sovera Multimedia, 2009, pp. 230, euro 16). Un racconto che dà sfogo a anni di sofferenza vissuti nel privato di casa, atti di autentica umiliazione quotidiana. "Un razzo ha distrutto la mia famiglia – racconta il figlio – e oltre al dolore della morte, per vent’anni abbiamo subito minacce di ogni genere. Siamo stati costretti a cambiare casa e quartiere subito dopo la tragedia. A scuola appena mi voltavo, trovavo il banco o il quaderno imbrattato con 10-100-1000 Paparelli, slogan che campeggiava in tanti luoghi della città. Per anni ho girato in motorino per le strade di Roma con una bomboletta spray sotto il giubbotto per cancellare quelle scritte dai muri… Abbiamo vissuto come all’inferno". Proprio di recente su quella vicenda è tornato uno dei presenti a quella partita, Sergio Santarini. Era il capitano di quella Roma, uno che a caldo di quei fatti allora ebbe una dura presa di posizione contro i suoi tifosi. "Mi sembrava assurdo giustificare persone che andavano allo stadio col bazooka – ricorda oggi il giocatore riminese – non tutto il tifo organizzato era così, tuttavia pensavo, e tuttora penso, che bastava una mela marcia per bacare il tutto. Per questa esternazione chiesero la mia destituzione da capitano, Liedholm però fu deciso finché Santarini rimane alla Roma avrà la fascia. Ricordo che il capo degli ultras, un certo Terenzi, prese posizione contro di me. Anni dopo incontrandomi per strada mi ha dato ragione, scusandosi".

28 novembre 2009

Fonte: Ilponte.com

Calcio, Paparelli e l’eredità dello Tzigano

di Maurizio Martucci

Rullo di tamburi, il grido di battaglia nella giungla metropolitana: "Morirete, morirete". I lacrimogeni aggressivi delle guardie, l’odore acre dei fumogeni da incenso domenicale. Aperte le danze, il passaggio di riti orgiastico-collettivi sacrificali su bare cartonate, croci funerarie e litanie vampiresche. Il gioco delle parti è archeologia Ultras da derby, un inno anni ‘70: "Rocca bavoso i morti non resuscitano". La scia irriverente del lutto data 28 Ottobre 1979, sangue allo Stadio Olimpico con offese gratuite senza sconti. Taccola-Re Cecconi, stelle precocemente cadute, le provocazioni in spray rielaborate da rinfacciare: dopo il corpo, la presa dell’anima. "10-100-1000 Paparelli" sarà lo scalpo del nemico, la preda imbalsamata da ostentare. Necrofila trasgressione trash per chi non tradisce indignazione, né sensi di colpa. E’ l’inizio della fine, la perdita dell’innocenza di una generazione cresciuta a striscioni e bandiere. Coincidentia oppositorum per opposti estremismi in gradinata significa tribù, tabù, disinformazione, strumentalizzazioni e business dei poteri forti sui teoremi della paura nel laboratorio sociale delle masse italiche. Tutto è cambiato, per non cambiare nulla. "Se vedessi un ragazzo con dei razzi in mano glieli farei ingoiare. Mi sono rovinato la vita per quella robaccia". Giovanni Fiorillo era lo Tzigano, innescò il razzo nautico planato sul volto inerme di Vincenzo Paparelli, meccanico romano, padre di famiglia, cuore tifoso e moglie accanto ustionata dalla combustione del male: "Vincenzo non puoi morire, non puoi lasciarmi sola. Abbiamo due figli". Orrore e caos, guerriglia urbana col fuggi fuggi sui vecchi spalti. The show must go on per scendere in campo, arbitra D’Elia. Wilson sotto la curva come analgesico, tampona istintivamente la rabbia senza placare il dolore. Autoalimentazione di eventi nefasti per crisi d’identità senza frontiere. "Sto facendo una vita infame - Tzigano, il nomade emarginato - Ho tirato a campare. Devi sempre correre, scappare, diffidare di tutto e tutti. I vecchi amici mi hanno abbandonato. Perfino la ragazza mi ha piantato". Latitanza bergamasca e fuga in Svizzera, esilio forzato dal Commando Ultrà prima di costituirsi in Questura, finendo in carcere, tunnel della droga e un’altra vita spezzata. La sua. Bruciata nell’incubo sparato a 200 metri di distanza. Lo Tzigano fu agito da mano non premeditata, preterintenzionalmente omicida per una sfida incontrollabile, troppo più grande della sua acerba maggiore età. Populismi, impulsi primordiali e istinti archetipici nelle sovrapposizioni sociali del calcio. Lo zoologo inglese Desmond Morris lo aveva capito quando istituzioni e politica nostrana, timidamente dal letargo gridavano "Al lupo, al lupo". Solo per fare cassetta. "Scriverò una lettera alla moglie e ai figli di Paparelli per chiedere perdono. Quel disgraziato è morto, ma sono disgraziato anch’io che continuo a vivere con questo peso sulla coscienza". Damnatio memoriae all’amatriciana: avvisati gli emulatori. Roma-Lazio 1-1, lo score. Da 35 anni il tifo non è più stato lo stesso. E la morte, sempre più uguale per tutti.

27 ottobre 2014

Fonte: Ilfattoquotidiano.it

"Vincenzo Paparelli è uno dei nomi più utilizzati dai giornali quando si scrive di violenza negli stadi. Questo perché il tragico evento che porta alla sua morte ha dell’incredibile. È il 28 ottobre 1979. Vincenzo e la moglie sono tifosi laziali, e come al solito si recano allo stadio, in Curva Nord, per assistere allo spettacolo cittadino del derby: quel giorno si gioca, infatti, Roma - Lazio. Sono circa le 13:30, manca poco più di un’ora all’inizio della partita, quando dalla Curva Sud, occupata dai tifosi della Roma, parte un razzo a paracadute di tipo nautico, che s’infrange sul volto di Vincenzo, perforandogli il bulbo oculare sinistro. Un volo di circa 200 metri, da curva a curva. La moglie si ustiona entrambe le mani nel vano tentativo di estrarre il tubo di ferro incandescente. L’uomo viene trasportato immediatamente all’ospedale Santo Spirito, ma per lui non ci sarà nulla da fare. Roma-Lazio, una stracittadina che nelle ultime occasioni aveva già fatto registrare allarmanti segnali di alta tensione tra gli opposti schieramenti. Le opposte fazioni si scontrano passando per la tribuna Tevere, con le forze dell'ordine a rinforzare i punti più caldi, e quando tutto sembra tornare alla calma... arriva il dramma ! Dalla Sud una scia nera sibilante parte nei pressi dello striscione "Club Somalia" verso la Curva Nord, ma la traiettoria cambiata dal vento fa slittare il mortaio sopra il tabellone. Poi un altro "fischio". Parabola diversa. Va fuori lo stesso. Infine un terzo, sempre un razzo antigrandine. Questa volta con traiettoria tesa, senza parabola. Fa un percorso di 150/160 metri nell'aria... "Ho visto arrivare il razzo dalla Sud con la scia nera, lunghissima, filava veloce, credevo che andasse in alto come gli altri, ma all'improvviso è arrivato verso di noi. Istintivamente mi sono scansato e in quell'istante m'è arrivato del sangue in faccia", racconta rabbrividito un testimone dell'atroce domenica, quando un razzo va ad infilarsi proprio nella testa di un tifoso della Curva Nord. "Quell'uomo aveva un panino tra le mani e lo stava mangiando; poi la moglie ha cominciato a urlare, e lui, rosso di sangue, cominciò a rotolarsi mentre tutti scappavano". I primi a soccorrerlo sono dei medici: "Quel razzo era entrato nell'occhio sinistro dell'uomo. Metà razzo gli fu tolto da un ragazzone. Pensate che dalla testa continuava ad uscirgli il fumo, una scena orribile". Sulle verdi panchine ora macchiate di rosso sangue s'odono per un attimo solo le strazianti grida di una donna sconvolta: "No, non morire, non puoi morire, abbiamo due figli !", è la moglie dell'uomo. "Corsi subito nella parte alta della curva dove la gente s'agitava freneticamente, andai verso quell'uomo, vidi il razzo nel suo occhio e lo tolsi nella speranza di salvarlo: s'era conficcato proprio dentro la testa. Non dimenticherò mai di che colore diventò la mia camicetta. Uno spettacolo assurdo, straziante... non si può morire così !" Arriva l'urlo lacerante di una sirena. La corsa al Santo Spirito. Un inutile battaglia contro il tempo, per un responso scritto sul registro dell'ospedale: quell'uomo arrivato dallo stadio è registrato con il numero 6220, l'atto di una fredda fase burocratica che gli sancisce la morte dinnanzi alla legge. Sono le 13.45 quando la prima fila della gradinata Nord, sopra l'ingresso 57 nell'angolo accanto al passaggio, viene piantonata da 4 carabinieri con elmetto e fucile intenti a proteggere gli addetti che effettuano i rilevamenti sul luogo ove la morte s'è fermata. Quell'uomo si chiamava Vincenzo Paparelli, 33 anni, di professione meccanico, abitante a Mazzalupo, vicino Casalotti. Era venuto allo stadio in compagnia della moglie Vanda, ma un razzo per imbarcazioni, gli stronca la vita. Le reti di Zucchini e Pruzzo passano inosservate, anche se la Sud continua ostinata nei suoi "Roma, Roma", mentre la Nord si accanisce persino su un pallone che erroneamente arriva in curva, rigettato in campo squarciato dalla lama di un coltello. Al fischio finale le violenze si riversano per le vie della città. "Ad incitare chi sparò addosso a Paparelli - scrisse "Il Corriere dello Sport" riportando le testimonianze dei tifosi presenti in Sud - furono in molti. A pochi metri c'era anche un servizio d'ordine con tanto di fascette di riconoscimento legate al braccio, ma nessuno disse niente, anzi tutti l'applaudirono, e tutti hanno visto quel razzo finire tra la gente della Nord. Qualcuno urlava ai Laziali "Morirete", invece altri alzavano bare di cartone, poi quando si seppe che una persona era morta, tutti gridarono a quel ragazzo "Assassino, assassino" e lui è scappato piangendo".

Fonte: "Nobiltà Ultras" di Maurizio Martucci 1996 (De Marco-Piscitelli Editori)
 
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