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LA TRAGEDIA STAMPA e WEB ZAMBIA - ITALIA 4-0 LE VITTIME AUDIOVISIVI

Il cielo dell’Africa

di Walter Panero

In una stanza d’albergo ad Eindhoven (Paesi Bassi). 28 aprile 1993, ore 18.30. Il Capitano ed il dirigente.

L’uomo osserva l’orologio. I suoi compagni sono in volo e dovrebbero essere quasi arrivati ormai. Un viaggio lungo, più lungo di quello che dovrà fare lui domani per raggiungerli. Avrebbe voluto tornare a casa prima per volare con loro, visto che è il Capitano della squadra. Ma lui gioca in Europa da diversi anni, è un professionista, e quella di stasera è una partita davvero molto importante per il suo club; per questo i suoi dirigenti hanno deciso di trattenerlo. Partirà domani, col primo volo. E tutto sommato non gli è andata male, visto che impiegherà meno tempo lui per raggiungere Dakar dei suoi compagni che devono fare ben quattro scali. Vuole bene alla squadra per la quale gioca ormai da quattro stagioni, fin da quando si fece notare segnando tre gol nientemeno che all’Italia alle Olimpiadi di Seul. Gli piace l’Europa, perché lì si respira aria di grande calcio. Ma questa non è casa sua. E non lo sarà mai, perché per lui casa è da un’altra parte. Da un’altra parte c’è la sua gente. Quella che lo accoglie da re ogni volta che se ne torna là. Quella che lo ferma per strada. Quella che lo tratta come un eroe. L’uomo ha appena finito di preparare il borsone per la partita di stasera. Tra pochi minuti arriverà qualcuno, busserà alla porta, e vorrà dire che sarà tempo di partire col pullman per raggiungere lo stadio dove lui ed i suoi compagni scenderanno in campo. Ecco che bussano. L’uomo si aspettava un magazziniere, e invece è uno dei dirigenti più importanti della squadra: una persona di solito gioviale e sorridente. Ma stavolta sulle labbra e negli occhi del dirigente non appare alcun sorriso. I suoi occhi sono lucidi ed ha un’espressione sconsolata sul volto. Quasi disperata. "Cosa succede ?" chiede il Capitano. Il dirigente non parla, lo abbraccia, gli sussurra qualcosa in un orecchio. Il Capitano lancia il borsone sul pavimento, nella stanza. Si butta sul letto ed inizia a piangere come un bambino disperato.

Libreville (Gabon). 28 aprile 1993, ore 17 circa. I pensieri ed i sogni del portiere.

Se è vero che ognuno di noi ha un grande sogno, il mio è sempre stato quello di giocare nella squadra che rappresenta il mio paese. Non pensavo ad altro, fin da quando inseguivo un pallone di stracci nei campetti nella township della mia città: a quei tempi a casa non c’era molto da mangiare, ma a noi bastava avere un pallone da inseguire e da calciare per essere davvero felici. Per la verità, le cose non sono cambiate molto da allora: i ragazzi che adesso stanno in strada non hanno certo molto di più di quanto avessimo noi ai nostri tempi. Anche loro vivono di poco pane, di tanto pallone e di moltissimi sogni. E uno dei loro sogni è diventare come noi: uno dei Chipolopolo, la nostra Nazionale. Eh sì, perché io alla fine ce l’ho fatta a realizzare il mio sogno. Gioco nei Chipolopolo da oltre dieci anni, ormai, e quasi mi sembra che sia diventata una cosa normale. Ma non quando scendo in campo. Quando calpesto l’erba verde, vedo la gente sugli spalti, e sento suonare il nostro inno mi tremano le gambe esattamente come il primo giorno. Non sono il Capitano di questa squadra, ma uno dei più vecchi questo sì. Tutti quanti mi conoscono nel nostro Paese e, quando giro per strada, i gruppi di ragazzi mi fermano per chiedermi un autografo o anche solo per farmi i complimenti. A volte, specie quando mi trovo con la mia famiglia, mi verrebbe voglia di allontanarli o di dire che non sono io. Ma poi, guardandoli meglio e leggendo nei loro occhi le stesse speranze e gli stessi sogni che avevo io alla loro età, ci ripenso e mi fermo con loro a firmare autografi e a farmi fotografare fin quando non sono loro a esserne stufi. Non sono il Capitano, ma sono nettamente il più anziano su questo aereo che, dopo un volo interminabile con ben tre scali, ci porterà dall’altra parte del Continente a giocare una partita fondamentale. Mi guardo intorno e ovunque vedo facce più giovani di me. Ecco il giovane bomber. Ecco il centrocampista pieno di talento. Ecco il difensore roccioso. Ma questo è soltanto il modo in cui li conosce la gente. Per me, che li osservo dal mio mondo di solitudine che è proprio di chi ha scelto - o si è trovato - a svolgere il ruolo di portiere, sono soprattutto dei ragazzi. Ragazzi di vent’anni o poco più. Ragazzi con i loro pensieri, con le loro passioni, con i loro sogni. C’è quello che si deve sposare in estate. C’è quello che ha appena avuto una bimba e non parla d’altro, mostrando a chiunque le foto della piccola. C’è quello che adora la musica e suona in un gruppo. C’è quello che ama leggere. Ci sono quelli, quasi tutti, che sognano di andare a giocare in Europa, come il nostro Capitano che è impegnato in una partita internazionale con la sua squadra e che ci raggiungerà a destinazione. Sognano di diventare dei campioni come il grande Roger Milla; come il portiere Thomas N’Kono, idolo dalla mia adolescenza. Sognano di andare in Francia, in Belgio, in Olanda, in Germania. O addirittura in Inghilterra o in Italia. Posti di cui conosco solo il nome o poco più. Ma i giocatori che giocano in quei campionati li conosciamo eccome: Maradona, Matthaeus, Van Basten, Baggio e tantissimi altri. C’è però un sogno che ci accomuna tutti quanti: qualificarci per i prossimi Mondiali che si svolgeranno nell’anno a venire negli Stati Uniti. Sarebbe un evento storico per il nostro Paese. Non oso pensare a che cosa succederebbe laggiù se accadesse una cosa del genere. Farebbero festa per giorni interi, un po’ com’era avvenuto quando la nostra squadra aveva battuto per 4 a 0 l’Italia alle Olimpiadi di Seul. Un sogno realizzabile, stavolta. Ma per ottenerlo è necessario vincere la prossima partita che si disputerà in Senegal contro la squadra locale. Se dovessimo vincere, le possibilità di farcela aumenterebbero tantissimo. Se dovessimo vincere ! Che sogno ! Ci hanno avvisati che stiamo per decollare. Con la mano destra controllo che la cintura sia ben agganciata. I motori sono accesi. L’aereo si muove sulla pista prima lentamente, poi con maggiore rapidità. Tra poco decolleremo e io sento un fremito nelle gambe. Una strana sensazione di timore che mi prende sempre, fin dalla prima volta in cui salii su un aereo. Eppure dovrei essere abituato a volare, dopo aver percorso centinaia di chilometri di volo attraversando tutto il Continente, e anche oltre. Ecco che il rumore aumenta. I motori rombano. L’aereo punta verso la pista. Si ferma. Poi parte. Acquisisce velocità. Ancora, ancora, ancora. Fino ad alzarsi da terra. Rivolgo il mio sguardo verso destra e vedo un paio di compagni anche loro agitati. E il Mister. E il medico. Mi sembra tutto tranquillo. Mi posso rilassare adesso. Dal finestrino, anche se è quasi sera, si intravede uno spettacolo bellissimo: l’Oceano che incontra la terra, fino ad abbracciarla. La nostra terra. La terra dei nostri padri. L’Africa. Osservo l’enorme distesa d’acqua sotto di noi. Socchiudo gli occhi. Sogno di quand’ero bambino e cercavo di giocare all’attacco con i ragazzi più grandi, che mi mettevano sempre ed inesorabilmente in porta. Sogno il mio esordio con i Chipolopolo. Sogno la prossima partita. Sogno di affrontare Maradona e Matthaeus ai Mondiali. Sogno. Quando mi risveglierò saremo tutti arrivati alla nostra prossima destinazione.

Eindhoven (Olanda) 28 aprile 1993, ore 18.30 e pochi secondi.

"Non è possibile ! ...Ma proprio tutti, tutti ?…" urla il Capitano disperato. Il dirigente non parla, ma la sua faccia vale più di mille risposte. Il Capitano rimane lì sul letto. Immobile. Ammutolito. Per lui non ci sarà nessuna partita stasera. E neanche nel fine settimana con la sua Nazionale. Domani andrà all’aeroporto e non partirà per il Senegal, ma per casa sua. Domani tornerà in Africa. Non per disputare una partita, ma per versare tutte le lacrime che ancora gli restano.

Quasi diciannove anni dopo. Libreville (Gabon) 12 febbraio 2012. Stadio "Omar Bongo". In tribuna. Il Presidente.

Il Presidente ha quarantotto anni e qualche chilo di sovrappeso rispetto a quando giocava alcuni anni fa. Ma probabilmente stasera quei chili se ne sono andati tutti a causa della tensione. E’ stata una partita tirata e piena di emozioni, ma con poche occasioni da entrambe le parti, se si esclude un rigore sbagliato dal più forte e famoso degli attaccanti avversari. Alla fine, quasi senza rendersene conto, si è giunti ai rigori. Una soluzione che molti ritengono ingiusta, ma che in fondo è l’unica percorribile. Una soluzione che fa battere forte il cuore a tutti i tifosi nello stadio. Una soluzione che toglie il fiato anche al Presidente. La prima serie di cinque tiri si è conclusa con cinque centri per parte. E così si è andati avanti ad oltranza. Ancora un gol per parte. Quindi gli avversari hanno sbagliato, ma anche la squadra del Presidente ha tirato in cielo il settimo rigore. Ottavo tiro per gli avversari: ancora fuori. "Ora è la volta buona … Ora è la volta buona !" Pensa il Presidente con la camicia madida di sudore, come capitava alla sua maglietta ai tempi in cui scendeva in campo. "Ora è la volta buona ! … Ora è la volta buona!…" Pensano tutti i suoi connazionali, quelli che sono allo stadio e quelli che si trovano in Patria davanti alla televisione. Tutti trattengono il fiato e guardano ciò che succede in campo. Ma molti, stranamente, rivolgono uno sguardo verso il cielo.

Libreville (Gabon) 12 febbraio 2012. In campo. Il difensore.

Anche Stopira guarda per un attimo il cielo. Aveva solo quattro anni nel 1993, ma suo padre e suo nonno gli hanno raccontato quella storia un sacco di volte. All’inizio quando la sentiva sbuffava, perché quei racconti gli sembravano lontani, noiosi e sempre uguali. Ma poi un giorno conobbe il suo Presidente che gli raccontò la medesima storia, aggiungendo però di averli conosciuti di persona. Uno per uno. Anche se il destino aveva voluto che lui non fosse con loro. Aveva conosciuto il vecchio portiere, quello che si doveva sposare, quello che aveva una bambina piccola, quello che amava la musica. E all’improvviso quei personaggi, che a Stopira prima sembravano estranei alla realtà, uscirono dai racconti dei vecchi e si trasformarono in persone reali. Stopira comprese, tanto da farsi regalare un loro poster ed appenderlo nella sua stanza. Tanto da tenere la loro foto in tasca, ogni volta che andava in campo. Stopira tiene in mano il pallone e cammina lentamente. Ha ventidue anni, le gambe che tremano e l’aria di chi vorrebbe essere ovunque, tranne che nel posto in cui si trova in questo momento. Intorno a lui sente tanto rumore e tanta tensione. La stessa tensione che gli fa battere forte il cuore e gli fa sentire la gola secca e la saliva che non riesce più a scendere. Mai avrebbe pensato di essere lì. Anche se porta il nome di un vecchio attaccante francese, Stopira è un difensore. Fin da quando era piccolo, gli hanno sempre insegnato ad evitare che un avversario faccia dei gol, non certo a segnare. Non è il suo mestiere, quello. Punto. Ma sette dei suoi compagni hanno già tirato, e adesso tocca proprio a lui. Quando il Mister lo ha chiamato dicendogli di andare a calciare, Stopira ha fatto finta di non sentire. "Magari non parla con me, magari se io non gli rispondo chiama qualcun altro…", aveva pensato. Niente da fare. "Ehi Stopira…Sei diventato sordo ? Ho detto che tocca a te !…" gli ha ripetuto il Mister. E lui, come un automa, si è alzato, ha dato una pacca sulla spalla a uno dei suoi compagni (lo stesso che aveva sbagliato in precedenza), ed ha iniziato a camminare lentamente verso il centro del campo.

Il rigore decisivo.

Quante volte gli è capitato di vederne, di rigori decisivi. Ma sugli spalti o in televisione è tutto diverso. Vedi gli altri morire di tensione e te ne stai rilassato e tranquillo sulla tua sedia, mentre scherzi con gli amici della tensione che vedi dipinta sul volto di chi calcia. Come qualche anno prima, ai Mondiali di Germania, quando Trezeguet sbagliò facendo piangere un intero paese, e Grosso segnò mandandone in delirio un anno. Stopira aveva diciassette anni, allora. Ed era solo una giovane promessa del calcio del suo Paese. Se ne stava al bar con gli amici simpatizzando un pochino per gli Italiani, perché da difensore apprezzava più gli anticipi di Cannavaro che le serpentine di Zidane ed Henry, anche se il suo idolo da bambino era Basile Boli, un Francese con sangue africano nelle vene. Ma adesso in campo non ci sono i suoi idoli d’infanzia e di adolescenza. Adesso il protagonista è lui. Adesso sono affidate a lui le speranze di un intero Paese. Se Stopira sbaglia, come il compagno che lo ha preceduto, si va avanti a tirare. Ma se dovesse segnare…. Beh… Se dovesse segnare, un intero paese esploderebbe di gioia irrefrenabile… La gente scenderebbe nelle piazze… I ragazzi nelle strade festeggerebbero per giorni e giorni… E per anni, forse per decenni, in tutto il Continente non si parlerebbe d’altro…

Il rigore decisivo.

In pochi attimi è contenuta tutta la storia sportiva, e non, di un Paese. E Stopira questo lo sa bene, perché mentre cammina sente sulle sue spalle, pesante come un macigno, tutta la responsabilità di quello che sta per accadere. Stopira si volta verso la panchina. Il Mister cerca di apparire tranquillo e gli alza il pollice come per dire: "stai sereno, va tutto bene". Sì… Va tutto bene per te che te ne stai lì a guardarmi, pensa il difensore, ma per me un po’ meno. Accanto al Mister, i compagni della panchina sono tutti inginocchiati a terra, come raccolti in preghiera. Mentre i ragazzi che sono scesi in campo in questa interminabile partita se ne stanno in piedi e abbracciati nel cerchio di centrocampo. Qualcuno è fermo, come paralizzato. Qualcun’altro rivolge le braccia e le mani verso il cielo come ad invocare qualcosa o qualcuno. Stopira posa il pallone sul dischetto. Arretra di qualche passo. Rivolge un rapido sguardo al portiere avversario che lo fissa negli occhi. "Lui… Lui sì che non ha niente da perdere…" pensa Stopira adesso. "…Per lui le cose andranno bene comunque… Se dovessi segnare, nessuno dirà mai che è colpa sua… Ma se invece dovesse respingere il mio tiro diventerà l’idolo di un’intera Nazione… Se rinasco un’altra volta faccio il portiere, altro che…". Stopira borbotta qualcosa tra sé e sé. E, prima di avanzare verso il pallone, rivolge ancora uno sguardo verso il cielo. Uno, due, tre passi. "Lo tiro forte alla sinistra del portiere ! …" Pensa Stopira. E il suo cervello dà questo impulso al pallone. Stopira calcia con potenza e… "Maledizione ! Sono scivolato !" pensa tra sé e sé mentre sente che il piede sinistro scivola sull’erba bagnata. Ma nell’istante in cui appoggia le mani per rialzarsi prontamente, sente l’urlo dei suoi compagni. E il boato della sua gente. La palla è finita in rete, non esattamente dove lui avrebbe voluto calciarla, ma comunque in rete ! Stopira si alza. E urla. E corre. I suoi compagni cercano di inseguirlo per abbracciarlo. Ma lui corre. Ancora. Ancora. Come un pazzo. E dietro di lui, insieme a lui, corre un intero paese. Poi si ferma e i suoi compagni, col Mister, riescono a raggiungerlo, ad abbracciarlo, a portarlo al centro del campo. Un uomo in giacca e cravatta gli corre incontro tutto sudato e trafelato. Stopira lo riconosce: è il Presidente. In campo i ragazzi che hanno vinto la partita si abbracciano festanti. Anche il Presidente e Stopira si abbracciano. Insieme rivolgono lo sguardo verso il cielo. E dai loro occhi iniziano a scendere lacrime.

Da qualche parte. In qualche momento. I pensieri del portiere.

Dal posto in cui siamo possiamo vedere tutto ciò che accade in campo. Osserviamo quei ragazzi e vediamo che hanno le nostre stesse facce, indossano le nostre stesse maglie, pensano le stesse cose che pensavamo noi. C’è quello che si deve sposare. C’è quello che ha avuto una bambina da poco. C’è quello che ama la musica. C’è quello a cui piace leggere. Ci sono quelli che sognano di andare a giocare in Europa. Tante passioni. Tanti sogni. Ma uno è il più grande di tutti: vincere qualcosa di veramente importante. Ed è quello che è accaduto oggi. Dopo tanta attesa, e tanti tentativi andati male. Com’è strana la vita: con tutti i posti che ci sono nel mondo proprio là. Proprio nello stesso luogo in cui noi… Beh… In cui noi siamo rimasti giovani per sempre. Li vediamo correre per il campo, con i sorrisi che si mescolano alle lacrime. Vediamo il Presidente con loro che impazzisce di gioia e di commozione. Lo conosciamo bene, visto che lui altri non è che il nostro Capitano. Anche noi non riusciamo a trattenere le lacrime. Siamo rimasti qui ad aspettare e a sperare per tantissimo tempo che arrivasse questo momento. Stasera siamo scesi in campo anche noi ed è per questo che nessuno oggi avrebbe mai potuto battere quei ragazzi. E noi con loro. Finalmente ce l’abbiamo fatta a vincere ! Finalmente, tutti insieme, siamo riusciti a coronare il nostro grande sogno !

Il 27 aprile 1993, l’aereo "De Havilland Canada DHC 5 Buffalo" dell’aeronautica militare zambiana che trasportava la Nazionale dello Zambia da Lusaka a Dakar, dove la squadra avrebbe dovuto affrontare la rappresentativa senegalese, si inabissò nell’Oceano Atlantico poco dopo uno scalo tecnico a Libreville, capitale del Gabon. Morirono trenta persone, tra le quali i 18 giocatori della Nazionale, i tecnici, i dirigenti e cinque membri dell’equipaggio. Il Capitano della Nazionale Khalusha Bwalya, essendo impegnato in una partita col PSV di Eindhoven, squadra nella quale militava da qualche anno, decise di raggiungere il Senegal autonomamente e per questo si salvò la vita. Circa diciannove anni dopo, proprio a Libreville, la Nazionale dello Zambia si è laureata campione d’Africa battendo ai rigori la Costa d’Avorio di Drogba, grazie al penalty decisivo del difensore Stopira Sunzu. I principali protagonisti di questa storia sono: Il portiere: David Chabala - Il Capitano: Khalusha Bwalya - Il Presidente: Khalusha Bwalya, diciannove anni dopo. - Il difensore ed ultimo rigorista: Stopira Sunzu - I loro sogni inseguiti e finalmente realizzati.

28 gennaio 2018

Fonte: Storiemaledette.com

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