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Tragedie Aeree del Calcio 1871-2020
     Morire di Calcio     Pagine della Memoria     Superga 4.05.1949     Tragedia Stadio "Ballarin"    

Tragedie Aeree del Calcio 1871-2020
4.05.1949
Tragedia Aerea del Grande Torino
Superga, Muraglione della Basilica
(Benfica - Torino)
31 Vittime
"Sono le diciassette di una brutta giornata d’inizio maggio. Torino, così come buona parte dell’Italia del Nord, è avvolta in una straordinaria cappa di maltempo. Il muratore Amilcare Rocco, che abita a un tiro di schioppo dalla cima di Superga, sente un rombo divenire via via sempre più forte fino a farsi assordante. Il fragore che gli passa in un lampo sopra la testa si trasforma subito dopo in un tonfo sinistro. L’uomo esce di casa, solcando la cortina di nebbia. Sulla strada incrocia alcuni contadini della zona, tutti usciti per lo stesso motivo. Correndo sgomenti verso la basilica che domina il colle, gli uomini scorgono sempre più nitido il profilo scomposto di una carlinga, sormontata da una colonna di fumo nero. Il cappellano, don Tancredi Ricca, è già lì che si aggira tra miseri resti di corpi umani, sparsi tra lamiere arroventate e focolai di incendio. Capisce ben presto che per quelle povere anime non si può che pregare. Il giardino che sorge ai piedi della basilica è delimitato da un poderoso bastione: proprio contro di esso si era schiantato l’aereo, un Fiat G 212, provocando un foro circolare di quattro metri di diametro e proiettandosi poi sulla spianata. Nel frattempo, poco distante, al campo dell’Aeritalia, ci si comincia a preoccupare: perché ancora non si sente il rumore del G 212 ? E perché dalla radio del velivolo nessuno risponde più ? L’ultimo contatto è avvenuto qualche minuto prima: "Visibilità zero – aveva scandito in Morse il radiotelegrafista del campo – se volete atterrare dovete volare alla cieca". In quel momento l’aereo era già in vista di Torino. In vista si fa per dire, perché in realtà viaggiava sballottato fra nubi nerissime e raffiche di vento. Ma dopo qualche attimo di silenzio, la risposta proveniente dall’aria aveva sciolto ogni dubbio sulle intenzioni del comandante: "Quota duemila, tagliamo su Superga". Il volo sopra il colle era un fatto abituale per chi si preparava all’atterraggio. Erano le 16,58: di lì a poco si sarebbe compreso il tragico errore, causato forse da un guasto delle apparecchiature di bordo: credendosi a duemila metri di altezza, il pilota viaggiava invece a poco più di duecento. Non stava sorvolando la collina di Superga, stava per colpirla in pieno. Contrariamente agli addetti dell’Aeritalia, i clienti del ristorante di Superga hanno invece già percepito i contorni del dramma. Anche loro hanno sentito il rombo e il tonfo, e dopo pochissimo un uomo proveniente in automobile dal luogo della sciagura li ha messi al corrente dell’accaduto. Una decina di minuti dopo le diciassette la notizia corre via telefono dal ristorante a Torino, da dove partono tredici ambulanze, vigili del fuoco e polizia. Sul colle, attorno alle salme, si continua a rovistare. Alcuni dei corpi sono quasi completamente svestiti per l’urto. Alcuni non hanno più volto. Valigie e pacchi regalo sono sparsi d’intorno. A un tratto qualcuno scorge due maglie di colore granata con lo scudetto tricolore e la verità passa davanti alle menti in un baleno: "E’ il Torino ! E’ l’aereo del Torino che tornava da Lisbona !". La stessa verità che viene urlata di lì a poco in tutta Italia. E da tutta Italia risponde un mare di telefonate a giornali, vigili del fuoco, Aeronautica: "Ma è proprio vero ? Sono loro ? Sono morti proprio tutti ?". I quotidiani della sera, usciti poco dopo in edizione straordinaria, vengono letteralmente strappati di mano agli strilloni. Già: al cospetto della Basilica di Superga, quella sera del 4 maggio 1949, si era immolata una squadra leggendaria, capace di dominare il calcio italiano come mai più sarebbe accaduto. Una squadra e una società assurti a modello assoluto e intoccabile. E proprio il grande prestigio internazionale sarebbe stato indiretto motivo della rovina.
La scintilla era scoccata nel febbraio precedente, quando l’Italia marcata Torino vinse facile, 4 a 1, con il Portogallo. Era quella la prima esperienza del dopo-Pozzo: il ciclo del vecchio alpino, straordinario artefice dei massimi successi, era giunto al tramonto. La Nazionale era stata affidata a una commissione tecnica federale presieduta da Ferruccio Novo, vale a dire il presidente del Torino. Proprio in quell’occasione, il capitano del Portogallo, Ferreira, in cerca di un grande partner per la sua partita d’addio, convinse Valentino Mazzola a portare il Torino a Lisbona, per giocare contro il suo Benfica nel maggio successivo. Novo si era subito mostrato in disaccordo con la promessa fatta dal suo capitano. La trasferta lusitana si incrociava infatti con il finale di campionato e, anche se il Toro era in testa per l’ennesimo anno, gli avversari incalzavano e le distrazioni potevano risultare pericolose. "Va bene - aveva detto Mazzola - facciamo così: se a San Siro contro l’Inter non perderemo, andremo in Portogallo". Novo aveva accettato: del resto non perdere a Milano avrebbe significato scudetto pressoché sicuro, con i nerazzurri tenuti a cinque punti con sole quattro partite da giocare. Non erano più di primo pelo le colonne storiche di quella macchina micidiale. Mazzola, Loik, Menti e Grezar avevano toccato la sponda dei trent’anni, Gabetto era già sui trentatré. Gli altri erano più giovani ma sulle loro spalle pesavano quattro campionati consecutivi a far da lepri irraggiungibili. Sicché la minaccia di quell’Inter, che dopo la guerra aveva smesso di chiamarsi "autarchicamente" Ambrosiana per riappropriarsi del suo vecchio nome, era parsa quanto mai fondata. San Siro traboccava per la partita più importante del campionato. Finalmente c’era la possibilità di mettere paura a quegli undici marziani, che l’anno prima avevano vinto il campionato con sedici punti di vantaggio sulla seconda. L’Inter calava il suo tris d’attacco, formato da Nyers, Amadei e Lorenzi (in tre andarono a segno quell’anno 65 volte). Una trazione anteriore formidabile. Il Toro doveva lasciare in tribuna un febbricitante Mazzola e non era certo una prospettiva gradevole fare a meno del superuomo, dell’atleta capace di dispensare saggezza, potenza e meraviglie tecniche in ogni parte del campo. Ma alla fine, la missione fu compiuta: 0 a 0, con qualche patema. La strada era ormai in discesa fino alla fine. "Nell’ora del pericolo - scrisse quel giorno il direttore di Tuttosport, Renato Casalbore - la squadra granata ha svelato una potente freschezza atletica e anche questi sono segni della classe di una squadra; voglio dire: saper essere tempestivamente al momento giusto, sempre aderenti alla situazione. Ed era una situazione difficile per il Torino. Domani i campioni partono per Lisbona".
Partono, annotò Casalbore. In realtà avrebbe dovuto scrivere "partiamo", perché sull’aereo dei granata, il 2 maggio, stava per imbarcarsi anche lui. Intorno a quell’aereo, a dire il vero, si svolse una singolare danza di appuntamenti mancati o centrati in extremis: il giovane granata Giuliano, per esempio, che già da un po’ bazzicava la comitiva dei "grandi", fu bloccato da problemi di passaporto e lasciò il posto proprio a Casalbore. A terra rimase anche Gandolfi, il portiere di riserva che presentatosi all’aeroporto scoprì con dispetto che al suo posto era stato convocato Dino Ballarin, fratello minore di Aldo. Così come restarono in Italia Nicolò Carosio e Ferruccio Novo: la "voce" del calcio italiano era inizialmente della partita, ma la prima Comunione del figlio lo convinse a rinunciare in favore di Renato Tosatti, della Gazzetta del Popolo. Novo, invece, era a letto malato. E infine, non partì uno dei rincalzi, Sauro Toma: qualche giorno prima, vittima di una distorsione, si era fatto visitare insieme con Maroso. Per Lisbona il medico bloccò Toma e diede via libera a Maroso. Peraltro, il fine terzino sinistro, che ad appena 24 anni aveva già le stimmate del fuoriclasse, sarebbe partito solo per ingrossare la schiera dei rincalzi. Neanche Mazzola era ancora del tutto guarito dalla sua influenza, ma come poteva rinunciare a quella trasferta che proprio lui aveva organizzato ? Invano un altro grande giornalista e disegnatore di Tuttosport, Carlin Bergoglio, aveva cercato di persuaderlo: "Non andare, sei ancora malato". "I campioni e lo sport vanno onorati degnamente", sosteneva capitan Valentino. La partita non aveva tradito le attese del pubblico. Del resto, se il Torino era un punto di riferimento internazionale, anche il prestigio del Benfica era molto alto. I granata avevano perduto di misura, anche perché la fatica di San Siro non poteva essere svanita in tre giorni, ma lo spettacolo offerto sul campo era stato divertente e di buon livello. Il giorno dopo, sulla Stampa Sera, Luigi Cavallero, che con Casalbore e Tosatti componeva il terzetto di giornalisti al seguito del Toro, aveva scritto: "Stamane i granata si sono alzati presto per prepararsi al ritorno. Tra poche ore l’aereo, che ha trasportato a Lisbona dirigenti, giocatori e giornalisti, spiccherà il volo per atterrare all’Aeronautica di Torino, tempo permettendo, verso le 17. Che le nubi ed i venti ci siano propizi e non facciano troppo ballare…". La mattina del 4, erano infatti giunte dall’Italia notizie poco rassicuranti. Pioveva a catini, il Po era gonfio come mai negli ultimi 50 anni e tracimava rovinosamente sulla piana. In migliaia abbandonavano le loro case. Il Fiat G 212, velivolo ad elica fabbricato solo due anni prima, era decollato in direzione Milano Malpensa, dove i giocatori avrebbero trovato il celebre "Conte Rosso", il pullman che sempre li accompagnava in trasferta. A Barcellona, dove aveva fatto scalo per il rifornimento, il comandante Meroni era stato avvertito delle critiche condizioni meteorologiche di Torino. Eppure, chissà perché, aveva deciso di ignorare il previsto arrivo a Milano per atterrare proprio nel capoluogo piemontese. Su questa decisione fioriranno poi sospetti romanzeschi. Nell’aeroporto catalano i granata avevano incrociato i giocatori del Milan, diretti a Madrid per affrontare il Real: "Loro erano stravolti - ricorderà il milanista Carapellese - avevano già avuto un brutto trasferimento da Lisbona a Barcellona. Parlammo di cose comuni, della loro partita con il Benfica, della nostra con il Real Madrid, della rabbia che certamente gli spagnoli avrebbero avuto per vendicare il 3-1 che l’Italia aveva inflitto proprio a Madrid alla Spagna qualche tempo prima. Parlammo pochi minuti poi ciascuno si diresse verso il proprio aereo".
A Montecitorio, la notizia della sciagura arriva mentre è in atto una discussione animata. Immediatamente i lavori vengono sospesi in segno di lutto. Il presidente del Consiglio De Gasperi è in Sardegna. Al posto suo, per Torino parte il sottosegretario Andreotti. Intanto, la strada per Superga è ormai preda di un gigantesco ingorgo: centinaia di automobili, migliaia di ciclisti, gente che a piedi sfida la pioggia. Tutti vogliono constatare di persona, ma tutti, compresi i familiari delle vittime, vengono bloccati ai cancelli della Basilica. I vigili del fuoco hanno ormai spento gli ultimi, flebili focolai. E’ arrivato anche Vittorio Pozzo. Antica anima granata, conosce e ama quella squadra che anche lui ha contribuito a formare e che ha trasferito in azzurro quasi in blocco nell’ultima parte della sua epopea azzurra. Dal Torino il vecchio maestro si è distaccato a causa di un dissidio personale con Novo, proprio l’uomo che lo ha sostituito alla guida della Nazionale. Ma i ragazzi no, non c’entrano, per lui sono come figli. Pozzo avanza con passo eretto fra i rottami, incrociando gente che corre, che grida, che piange. "Su un lato del terrazzo - ricorderà dieci anni dopo - spazzando i rottami, qualcuno aveva già disposto quattro o cinque cadaveri. Erano i corpi, non martoriati, di Loik, di Ballarin, di Castigliano… Li riconobbi, e li nominai, sentendo uno dei presenti che aveva dato un’indicazione errata. Li conoscevo, oltre che dal viso, dagli abiti, dalle cravatte, da tutto. Fu allora che mi accorsi di un maresciallo dei carabinieri, che mi seguiva e prendeva nota di quanto dicevo. "Nessuno meglio di lei…", sussurrò, mettendosi sull’attenti. Fu allora, mentre rovistavo fra i resti di un po’ di tutto che giacevano al suolo, che un uomo più alto di me ed avvolto in un impermeabile, mi mise una mano sulla spalla e mi disse in inglese: "Your boys", i suoi ragazzi. Era John Hansen della Juventus, accorso fin lassù. Non so se piangessi, in quel momento. Dopo sì". Pioggia, nebbia e vento, compagni maledetti di quella giornata, non danno tregua: i morti vengono via via raggruppati sul piccolo piazzale dietro la canonica e coperti da un grande telone impermeabile. Quattro di essi sono stati scagliati molto lontano dal luogo dell’impatto. Ai piedi di Renato Tosatti viene trovata una foto del Torino edizione ’46-47. E’ appena bruciacchiata ai margini, solo il viso di Castigliano è stato mangiato. Dopo tre ore l’opera di ricomposizione è compiuta: si decide di trasferire il riconoscimento ufficiale al cimitero di Torino, dove il tragico corteo arriva alle 21. E’ ancora Pozzo, assieme ad altre due persone e a due medici, a farsi carico del triste compito. L’ex commissario azzurro ha un paio di cedimenti, ma procede nell’identificazione. In molti casi si deve riconoscere la salma da un anello, da un documento, da qualche oggetto personale. Martelli e Maroso, riconosciuti solo per eliminazione, mettono a dura prova l’animo e la scorza di Pozzo. Quella sera, in una casa di Torino, il piccolo Sandro nota uno strano via vai di gente. In quella casa vive con una donna che non è sua madre, mentre sua madre è a Cassano d’Adda con il fratellino Ferruccio. A Sandrino nessuno dice quella sera che suo padre, il grande, generoso, infedele Mazzola, non tornerà mai più. Il figlio di Ossola, invece, non può avere di questi problemi, visto che è stato appena concepito. E pensare che suo padre, appresa la lieta novella, era così eccitato che per farlo partire per Lisbona avevano dovuto faticare. A poche ore dall’incidente, l’Italia è già in lutto: il Grande Torino era da tempo al di sopra del tifo di parte e delle beghe di campanile. Era l’orgoglio di tutti; un simbolo della rinascita italiana dopo le piaghe di guerra; un inno alla gioventù, alla forza, alla lealtà. In un attimo era finito tutto, per un guasto, un errore o chissà che altro. L’aereo sembrava ora un’invenzione perversa: Carapellese e Lorenzi, compagni in azzurro dei granata, non vorranno più salirci, per tutta la vita. Boniperti ricorderà le parole che un giorno gli disse Loik, durante una trasferta della Nazionale: "Questa - e si riferiva all’aereo - sarà la nostra bara". Il trauma sarà così forte che un anno più tardi l’Italia partirà per i mondiali brasiliani in nave anziché in aereo. Risultato: durante il viaggio tutti i palloni d’allenamento finiranno in mare e tutti gli atleti arriveranno sballottati e fuori forma. Già, i mondiali: sarebbe stata forse quella la consacrazione del Grande Torino, chiamato a difendere in azzurro il titolo conquistato da Meazza e compagni nell’ormai lontana ultima edizione del 1938. Giocatori che in tempi normali avrebbero partecipato a due o tre edizioni del torneo più prestigioso, non fecero in tempo a viverne una. Prima la guerra, poi la morte. Proprio in Brasile, nel 1947, i granata in tournée avevano lasciato negli occhi della "torcida" riflessi entusiasmanti. Tanto che anni dopo il giovane talento Altafini venne soprannominato "Mazzola". Anche in occasione della trasferta brasiliana, peraltro, l’aereo che portava il Torino a Rio volteggiò pericolosamente per tre ore su un cielo in burrasca alla ricerca dell’atterraggio. Il giorno del funerale, Torino è una città distrutta: al passaggio delle salme in molti si inginocchiano singhiozzando, come se in quelle bare ognuno avesse lasciato un pezzo della propria giovinezza. Carlin, su Tuttosport, riferisce il toccante discorso del presidente federale Barassi: "Egli aveva parlato agli atleti racchiusi tutt’intorno (sorridevano i loro ritratti sulle bare) come se sentissero, e ci era parso veramente che sentissero. Aveva assegnato ad essi, ufficialmente, il quinto scudetto consecutivo, li aveva premiati simbolicamente per nome, uno per uno, chiamando anche i giornalisti, i dirigenti, gli uomini dell’equipaggio, infine aveva ancora chiamato Mazzola: "La vedi questa bella Coppa ? (e disegnava con le braccia aperte una gran coppa nell’aria). La vedi com’è bella ? E’ per te, è per voi. E’ molto grande, è più grande di questa stanza, è grande come il mondo: e dentro ci sono i nostri cuori". Una vicino all’altra, le bare di Bacigalupo, Martelli e Rigamonti, quelli del "trio Nizza", com’erano chiamati dalla via in cui abitavano. "Noi tre dobbiamo morire insieme - diceva Rigamonti - perché siamo troppo amici; e tu Martelli, che sei piccolo, ti porteremo in tasca dal Signore Iddio". "Siamo vecchi torinesi - annota ancora Carlin - ma non ricordiamo di aver mai visto nulla di simile, una unanimità così commossa, una vibrazione così profonda".
Salutato il Grande Torino, il calcio italiano non ritroverà più per anni un modello di squadra così compatta e vincente. Anzi, di lì in poi salirà alla ribalta un ben diverso stereotipo di calciatore italico: il bambino viziato, superpagato, isterico, individualista, refrattario al sacrificio. La gente conserverà la passione per il calcio, ma perderà in buona misura la stima del calciatore. La Nazionale, infarcita di oriundi poco interessati alla causa, passerà da una delusione all’altra. Ci vorrà l’Inter di Moratti ed Herrera per riportare il nostro calcio alla gloria. E nella notte di Vienna, 27 maggio 1964, i nerazzurri vinceranno la loro prima Coppa dei Campioni ai danni del leggendario Real Madrid con due reti di Sandro Mazzola. Al termine della gara, un ormai invecchiato Puskas, che da ragazzino, in un’Italia-Ungheria del 1947, aveva incrociato la sua rotta con gli uomini del Grande Torino, si sfilerà la maglia a la donerà a Sandrino: "Ho conosciuto tuo padre - gli dirà - e oggi ho capito che tu sei degno di lui". La sciagura di Superga, nell’immaginazione popolare, rese eroi immortali i componenti di quella squadra. Si seppe poi che Novo, notando degli scricchiolii nella macchina perfetta che aveva costruito, aveva in mente dei ritocchi sostanziali. Esistevano già trattative per il milanista Annovazzi e per uno scambio fra Castigliano e il centrocampista dell’Inter Campatelli. Inoltre, si ipotizzava un futuro rimpiazzo di Loik, apparso fra i più logori, e dell’anziano Gabetto. Ma chissà con quale rammarico il presidentissimo si sarebbe separato dai suoi ragazzi. Raccontano che da quando il fato glieli strappò d’un colpo, Novo si perse nel dolore. Aveva azzeccato tutto prima, sbagliò tutto dopo. Come se ai piedi della Basilica fosse rimasta anche la sua anima…". Fonte: Storiedicalcio.altervista.org ("Un urto nella nebbia e il grande Torino non c’è più" di Marco Filacchione)
6.02.1958
Tragedia Aerea del Manchester
Monaco di Baviera, Aeroporto "Riem"
(Stella Rossa Belgrado – Manchester United)
23 Vittime
Il 6 febbraio 1958 è una data funesta per il calcio inglese, colpito da una gravissima Tragedia Aerea, molto simile a quella di Superga, di una decina di anni prima, dove perì il Grande Torino. Il Manchester United, guidato dal famoso Matt Busby, è di ritorno da Belgrado, dove ha pareggiato (3-3) contro la Stella Rossa, nella gara di ritorno della Coppa dei Campioni, superando così il turno. L’aereo è un Elizabethan del tipo ex British European Airways rinominato Airspeed Ambassador, può trasportare sessanta passeggeri ed ha due motori per ala. Sta riportando in patria giocatori ed accompagnatori dei "Red Devils" e fa scalo all’aeroporto Riem di Monaco di Baviera per fare rifornimento; una formalità se, nel frattempo, non fosse cominciato a nevicare. Terminate le operazioni di rifornimento, l’aereo compie due vani tentativi di decollo ed entrambe le volte i passeggeri vengono fatti scendere per far ispezionare il mezzo dai tecnici. Al terzo tentativo l’apparecchio si stacca dal suolo senza tuttavia prendere decisamente quota; i motori, probabilmente, non raggiungono la potenza necessaria, sia per le cattive condizioni atmosferiche sia per la pista coperta di neve e così, dopo aver sfiorato la cima degli alberi alla fine della pista, il bimotore della B.E.A. scoperchia la casa di un sobborgo di Monaco precipitando sul fianco di un capannone adibito a deposito di benzina e di olio. Immediatamente si sprigionano fiamme altissime, l’incendio si propaga sulla carcassa dell’aereo, le cui ali si sono staccate, facendo esplodere uno dei motori. La fusoliera, per fortuna, non prende fuoco e molti membri dell’equipaggio tornano fra le macerie per soccorrere i feriti. Al momento dell’incidente stava nevicando e la visibilità era intorno ai due chilometri. Le autorità tedesche, dopo breve investigazione, attribuiscono la causa scatenante dell’incidente, alla presenza di ghiaccio sulle ali ed al pilota, responsabile delle ali stesse, piuttosto che alla gestione dell’aeroporto, responsabile a sua volta delle condizioni della pista. Ci vollero dieci anni prima che le reali cause dell’incidente venissero accertate. Come per la maggior parte dei velivoli "High Wing", la fusoliera è vicina a terra ed il fatto che la neve sciolta venga lanciata in aria dalle ruote, la rende particolarmente vulnerabile. Le indagini iniziali sembra abbiano ignorato prove vitali; a quel tempo non si conosceva molto riguardo alla neve sciolta sulla pista ed ai suoi effetti ritardanti per il velivolo. La pista di Riem non era ben drenata e vi si potevano formare larghe pozze. Le indagini furono ostacolate da quattro pollici di neve caduta fra il momento dell’incidente e l’arrivo della squadra investigativa, ci fu anche confusione a causa di problemi minori ai motori causati dai due precedenti tentativi di decollo, poi abbandonati. A bordo dell’aereo, compresi i sei membri dell’equipaggio, vi erano 44 persone, 23 delle quali scampate; tra i superstiti, lo stesso Matt Busby, costretto comunque a molti mesi di degenza in clinica, prima di poter riprendere il ruolo di grande manager del Manchester United. La sciagura di Monaco determina, oltre a una grande commozione per le vittime, un bilancio crudamente negativo per il calcio inglese.

Sette giocatori morirono sul colpo: il capitano Roger Byrne, titolare in Nazionale da quattro anni; il centravanti Tommy Taylor, il migliore che allora vantasse l’Inghilterra; il giovanissimo mediano Eddie Colman, a ventuno anni già tra i più rinomati d’Europa nel suo ruolo; l’ala sinistra (anche della Nazionale) David Pegg; Billy Whelan, cervello offensivo della Nazionale irlandese; il gigantesco stopper Mark Jones. Il terzino di riserva Geoff Bent. Oltre ai giocatori, perirono l’allenatore Tom Curry, il preparatore fisico Bert Whalley ed il segretario Walter Crickmer, nonché i giornalisti Archie Ledbrooke, del "Daily Mirror", e Frank Swift, l’ex grande portiere del Manchester e della Nazionale inglese, diventato cronista dopo aver abbandonato il calcio. Quanto al tecnico Matt Busby, il creatore di quella giovane squadra lanciata verso i vertici (li chiamavano i Busby Babes), rimase gravemente ferito ed a lungo rimase sospeso tra la vita e la morte; solo dopo alcune settimane, fu dichiarato fuori pericolo. Uno dei ragazzi più promettenti, Bobby Charlton, rimediò alcuni giorni di ospedale, ma ebbe salva la vita; attorno a lui, faticosamente, Busby avrebbe ripreso la costruzione di un grande Manchester, ma la vittoria in Coppa dei Campioni sarebbe arrivata solo nel 1968, dieci anni dopo la tragica notte di Monaco di Baviera. Brian Glanville, storico commentatore inglese, così scriveva pochi giorni dopo l’accaduto, il 13 febbraio 1958: "Perché mai, in nome della ragione e del buon senso, doveva il Manchester United caricare tutta la sua squadra su un aeroplano invece di noleggiarne due ? Il terribile disastro di Superga, nove anni fa, scosse il mondo ed il Torino non si è più ripreso anzi, si può sostenere che tutto il calcio italiano non si è più ripreso. In Inghilterra, l’Arsenal reagì rifiutandosi di viaggiare per aria, a meno che i suoi giocatori potessero usare due aeroplani. Come società, il Manchester United merita sincera simpatia, ma i suoi dirigenti devono essere aspramente censurati per la pazzia che è costata a loro, ed al calcio britannico, così cara".

Glanville si felicitava, più avanti, che la sciagura avesse risparmiato "il grande Duncan Edwards, lo splendido laterale sinistro della Nazionale inglese (ma si teme che quelle sue gambe possenti, capaci di spaccare un palo della porta con un tiro, non saranno più quelle di prima)". Purtroppo, il leggendario, ancora giovanissimo (ventuno anni) Edwards, sarebbe morto qualche giorno più tardi, per le terribili ferite. Il sopravvissuto Bill Foulkes disse: "Ci fu un impatto tremendo. Guardai giù e sotto i miei piedi l’aereo si spezzò in due. Uscimmo velocemente facemmo ciò che potemmo per aiutare le persone che erano state ferite". Un altro sopravvissuto, che ebbe il cranio fratturato, rimase in coma per cinque giorni. "Quando mi sono svegliato, ero in una corsia di ospedale con altri cinque della squadra. Ho cominciato a chiedermi dove fossero tutti gli altri e lo chiesi ad un prete, che mi rispose: Ciò che vedi è tutto, non c’è nessun altro, sono tutti morti". La costernazione e la commozione, non soltanto in Inghilterra ma nel mondo intero, è grandissima. La Regina stessa, dice di essere profondamente scioccata ed invia un messaggio di cordoglio al Sindaco di Manchester ed al Ministro dei Trasporti e dell’Aviazione Civile. La nuova tragedia, che ha gettato nel lutto lo sport mondiale, ricorda quella del Grande Torino. Infatti, è facile vedere l’analogia fra le due società: entrambe in una fase di fulgore e di universali consensi dopo un periodo oscuro. Il Manchester United, infatti, nel 1945 militava in seconda divisione lottando per non retrocedere; privo di fondi, alla ricerca di giocatori di valore, la società scelse di puntare su Busby, per la riscossa. E, sulla spinta di questo scozzese dal grande fiuto per i giovani talenti, il Manchester riprese quota; nel 1948, dopo aver acquistato Tommy Taylor per 50 milioni dal Barnsley, la società si aggiudicava la prestigiosa Coppa d’Inghilterra. Squadra di giovani, ma anche di elementi cresciuti ad una scuola di grande affidabilità e risolutezza, il Manchester United nel 1952, nel 1956 e nel 1957 conquistava il titolo inglese. Anche in Coppa dei Campioni l’undici di Busby si era messo in luce l’anno precedente pur perdendo, in semifinale, contro il grandissimo Real Madrid mentre, sul campo della Stella Rossa, due giorni prima della tragedia, si era qualificato per le semifinali della Coppa dei Campioni. Ma, mentre alcuni sopravvissuti alla tragedia di Monaco, come Bobby Charlton, ebbero carriere sfolgoranti, altri si sentirono come dimenticati. Albert Scanlon, che attualmente vive grazie ad una piccola pensione nella sua casa a Salford, dice: "La sola ricompensa che ricevemmo, fu qualche centinaio di sterline dalla B.E.A. La squadra ci pagò gli stipendi mentre eravamo feriti, ma a parte questo non ci diedero niente altro. Ai giorni nostri, devo persino pagare, come qualunque altro, per veder giocare lo United". Il primo portiere Ray Wood, che vive nell’East Sussex con una pensione minima anch’egli, dice: "Sarebbe stato bello avere qualche riconoscimento dalla squadra, come giocatori che l’hanno fatta diventare ciò che è oggi". Il presidente del Club, Martin Edwards, ha detto: "Esisteva ai tempi un fondo per i disastri, ma le somme accantonate dai giocatori erano ridicole per gli standard moderni. Oggi è tempo di fare qualcosa di più per loro". Risponde Bill Foulkes: "È un pochino tardi, ma meglio che mai". Il 18 maggio 1948 Frank Swift aveva stretto la mano, al centro del campo, a Valentino Mazzola, prima di Italia-Inghilterra a Torino. Non potevano certamente immaginare che un tragico destino si apprestava a rapirli entrambi. Fonte: Ilpalloneracconta.blogspot.it 16.07.2013 ("Lo schianto di Monaco" di Stefano Bedeschi 16.07.2013)

16.07.1960
Tragedia Aerea della Danimarca
Copenaghen, Aeroporto di "Kastrup"
(Incontro di Selezione Olimpica a Herning)
8 Vittime
Una sciagura che ricorda, purtroppo, quelle del Grande Torino e del Manchester United: nel primo pomeriggio, vicino all’aeroporto di Kastrup a Copenaghen, nella fase di decollo cade e s’inabissa in mare un piccolo aereo noleggiato da una comitiva di calciatori della Nazionale Olimpica della Danimarca. Era diretto a Herning, nella penisola dello Jutland, per far disputare loro una gara di selezione in vista del prossimo torneo calcistico delle Olimpiadi. Perdono la vita tutti gli 8 sportivi che erano a bordo.  Unico superstite, gravemente ferito, il pilota. Fonte: Saladellamemoriaheysel.it  "Dopo poche centinaia di metri - secondo le prime risultanze delle indagini della polizia - un motore si era spento. Vindeloev (NDR: il pilota) aveva virato di bordo, tentando con una disperata manovra di rientrare alla base. I presenti hanno visto l'aereo perdere gradatamente quota, ma hanno avuto l'impressione che esso riuscisse a posarsi sulla terra che degrada verso il mare. Invece a una quarantina di metri dalla riva l'aereo precipitava nell'acqua. Il fondale in quel punto è assai basso, forse meno di due metri, ma l'urto è stato violento. Agli uomini delle lance di soccorso, subito portatesi sul luogo si è presentato un orribile spettacolo". Fonte: La Stampa
3.04.1961
Tragedia Aerea del Green Cross
Monte Lástima, Nevados de Longaví
(Provincial Osorno – Green Cross)
24 Vittime
"Partito da Temuco, a Osorno si imbarcarono i giocatori del Green Cross, reduci dall'incontro (NDR: terminato 1-1) con il Provincial Osorno, valevole per la Copa Chile. Poiché la rosa era troppo numerosa, la squadra venne divisa in due gruppi e imbarcati su due aerei differenti. (NDR: per il viaggio l'allenatore della squadra aveva diviso gli atleti scegliendoli gettando in aria una monetina) La maggior parte dei componenti del Green Cross scelse il secondo aereo, dato che il primo effettuava troppi scali prima di giungere a Santiago.  Il volo aveva una durata prevista di due ore e trenta minuti. Circa un'ora e un quarto dopo il decollo, l'equipaggio aveva chiesto il permesso di volare ad una altitudine minore, a causa del ghiaccio. Il permesso fu però negato, a causa della possibile sovrapposizione con la rotta di un altro volo. Istruzioni successive della torre di controllo di Santiago indicarono un percorso alternativo all'aereo. Ad esse non seguì più alcun contatto radio.  Alle ore 23:57 il Douglas DC-3 della compagnia aerea LAN siglato CC-CLD si schiantò contro il monte Lástima. Come probabili cause furono avanzate diverse ipotesi tra le quali il danneggiamento di un motore. Oltre ai 4 membri dell'equipaggio perirono nell'incidente 8 calciatori, l'allenatore ed il medico della squadra, la terna arbitrale, due dirigenti della federazione calcistica cilena e altri cinque passeggeri. I resti dell'aereo furono ritrovati da un gruppo di alpinisti ad oltre 3000 metri di altitudine nel febbraio 2015". Fonte: Wikipedia.org
26.09.1969
Tragedia Aerea del "The Strongest"
Ande, Viloco loc. "La Chanca"
(Real Santa Cruz - Strongest)
74 Vittime
"E' la sera del 26 settembre 1969: sono trascorsi vent’anni e poche settimane dalla sciagura che cancellò il Grande Toro. Un DC-6 della compagnia Lloyd Aéreo Boliviano precipita in una regione montuosa denominata "La Chanca", vicino al centro minerario di Viloco, a un centinaio di chilometri dalla capitale La Paz. A bordo del velivolo si trova quasi al completo la rosa dello Strongest di La Paz, uno dei club più blasonati del Paese (16 titoli nazionali). La squadra era al rientro da una trasferta a Santa Cruz, dove ha giocato un'amichevole. Muoiono nell'impatto 69 passeggeri, tra cui 19 "Tigri di La Paz" (questo il soprannome che viene dato ai calciatori in casacca giallonera). In tutto il Paese è dolore immenso. Tra i giocatori scomparsi nella tragedia di "La Chanca" ci sono alcuni argentini e paraguaiani, e ciò contribuisce a creare ondate di commozione anche oltre i confini della Bolivia. Una grande folla sfila per due giorni verso la Cattedrale Metropolitana di La Paz, dove si tiene la veglia funebre, e migliaia di persone accompagnano al cimitero le salme dei giocatori, dell'allenatore e degli assistenti tecnici. Essendo la rosa dello Strongest praticamente radiata, si pensa che, con il disastro, per la società sia giunta la fine. Ma Rafael Mendoza, uno dei dirigenti che fortunatamente non aveva partecipato al viaggio, decide di far risorgere lo Strongest e, insieme a un gruppo di amici attaccatissimi ai colori del club, inizia l'opera di ricostruzione. L'attestato di solidarietà certamente più significativo arriva dai rivali storici del Bolivar. Ma si mettono in moto anche la FIFA, la federazione boliviana e alcune società di calcio estere (soprattutto argentine: River Plate e Boca Juniors). Alberto J. Armando, presidente del Boca Juniors, organizza una partita di beneficenza a Buenos Aires e dà in prestito a Mendoza alcuni giocatori del suo vivaio. Così può risorgere The Strongest, che fu ed è tra i più importanti porta vessilli dello sport boliviano. Sotto la guida di "Don Rafo", The Strongest tornò a trionfare nel campionato nazionale e, dopo che in tempi non lontani è stato costruito il nuovo stadio e un moderno centro per lo sport e il tempo libero, il club delle "Tigras" di La Paz è più vivo e prosperoso che mai". Fonte: Francobrain.com (La "Superga" Boliviana)
11.08.1979
Tragedia Aerea del Pakhtakor
Ucraina, Dniprodzeržyns'k
(Dinamo Minsk - Pakhtakor)
178 Vittime
L'11 agosto 1979 vicino Dniprodzeržyns'k nei cieli di Ucraina si scontrano a oltre seimila metri due Tupolev Tu-134 della compagnia Aeroflot: tra le 178 vittime dei due velivoli anche i 17 calciatori e lo staff tecnico del PFK Pakhtakor di Tashkent, squadra uzbeka della Vyssaja Liga, la massima serie di calcio sovietica del tempo, diretto verso una trasferta del campionato, a Minsk in Bielorussia, contro la Dinamo. Alcuni giocatori si salvarono poichè rimasero a Tashkent infortunati, anche l’allenatore Oleg Bazilevič evitò la tragedia grazie ad un permesso per motivi familiari, si trovava in Crimea."Un controllore di volo aveva segnalato che i due aerei erano in rotta di collisione e aveva ordinato al 65735 di salire a 9000 metri. Il controllore ricevette una risposta smorzata e pensò che fosse una risposta affermativa da parte del 65735, ma in realtà quella comunicazione proveniva da un altro aereo, e i due aerei si scontrarono in uno scenario nuvoloso". La formazione viene "ricostruita" grazie al prestito gratuito di un giocatore da parte di ogni squadra del campionato (Tra questi Andrei Yakubik, della Dinamo Mosca, il quale, dopo un breve ritorno a Mosca nel 1980, terminerà la carriera di nuovo nella squadra di Tashkent, dove realizzerà ben 58 gol in 105 partite e guiderà la squadra allo storico sesto posto del 1982). I clubs chiesero anche alla Federazione il blocco della retrocessione della squadra per tre anni. E’ una delle tragedie peggiori della storia del calcio sovietico. Fonti: Saladellamemoriaheysel.it – Wikipedia.org
5.12.1987
Tragedia Aerea Presidente Fiorentina
Loc. Montagnassa, Piossasco (TO)
Pres. Pier Cesare Baretti 
 Cap. Oreste Puglisi
Il Presidente della Fiorentina, Pier Cesare Baretti, muore sabato 5 dicembre 1987 all'età di 48 anni, in un tragico incidente aereo mentre pilota un "Cessna 172" sorvolando le montagne del Pinerolese. Poiché non volava da diverso tempo e gli era scaduto il brevetto, aveva deciso di macinare alcune ore di volo per rinnovarlo. Per questo aveva voluto al suo fianco, in qualità di esperto co-pilota, un suo vecchio amico, il Comandante Oreste Puglisi, 71 anni, che in carriera aveva fatto parte anche dello stormo della pattuglia acrobatica. Dopo le 11 il decollo dall’Aeroclub di via Briglia al campo Edoardo Agnelli degli stabilimenti Aeritalia. E’ previsto un volo breve intorno a Torino, ma il tempo è molto cattivo, piove a dirotto e ci sono a tratti dei banchi di nebbia. Il veivolo resta sugli schermi radar dell'aeroporto soltanto mezz' ora. Alle 11.34 Baretti avverte via radio la centrale di controllo di trovarsi "sopra None", che "la visibilità è scarsa" e che sta "tornando indietro". "Dirigo per Rivoli, fra due minuti vi do le nuove coordinate". Poi il silenzio. Alle 11.38 dall'Aeroclub viene segnalata la scomparsa e si teme una sciagura: l’aereo, infatti, è precipitato ad una ventina di chilometri da Torino sulla dorsale prealpina, schiantandosi su un costone immerso nella nebbia, in località Montagnassa, a circa 800 metri di altitudine sulle colline di Piossasco. La tremenda notizia sconvolge la Comunità del Calcio. Baretti è stato un ottimo giornalista e direttore di Tuttosport, ma soprattutto un valente dirigente sportivo nazionale. E’ un lutto sentito ed una gravissima perdita per tutto lo Sport Italiano.  Fonte: Saladellamemoriaheysel.it
8.12.1987
Tragedia Aerea dell'Alianza Lima
Sud Oceano Pacifico (A largo di Callao)
(Deportivo Pucallpa - Alianza Lima)
43 Vittime
Il 7 dicembre 1987 l'Alianza Lima, soprannominata Los Potrillos e considerata una delle migliori squadre di calcio del Perù in quel periodo, giunge a Pucallpa per giocare una partita di campionato contro il Deportivo. Nel volo di ritorno, il giorno dopo, la squadra peruviana sale a bordo di un fokker F27 della Marina Militare, affittato dalla società per l’occasione. L'aereo era in cattive condizioni di manutenzione e registrava vari malfunzionamenti nella strumentazione di bordo. Alle 20.05 i piloti contattano la torre di controllo dell'Aeroporto Internazionale "Jorge Chávez" di Lima per chiedere l'autorizzazione ad atterrare: permesso accordato nonostante i problemi con il sistema d’illuminazione della pista. Un guasto a bordo getta nel panico i due piloti, Edilberto Villar e il vice César Morales, i quali sbagliano a consultare il manuale per le situazioni d’emergenza e, durante una manovra per tornare in linea con la pista, colpiscono il mare con l’ala destra. L’aereo si inabissa nel Pacifico, al largo di Callao. Il bilancio è tragico: su 44 passeggeri si salva solamente uno dei piloti, il tenente Villar. Gli altri, invece, muoiono tutti: i 16 giocatori dell'Alianza Lima, i componenti dello staff tecnico, l'altro pilota con l’equipaggio del veivolo, la terna arbitrale della partita disputata ed alcuni giornalisti e tifosi al seguito della squadra. L’unico sopravvissuto fu il tenente Edilberto Villar, protetto in seguito dalla Marina peruviana che non ha mai divulgato informazioni sull’incidente e mai permesso indagini federali o private. Ascoltando fonti vicine ai vertici militari dell'epoca, molti anni dopo si stabilì per certo che la tragedia fu determinata dalla scarsa esperienza di volo notturno dei piloti e dalle condizioni del mezzo che presentava alcuni problemi meccanici già prima del decollo. Fonte: Saladellamemoriaheysel.it
7.06.1989
Tragedia Aerea del Colourful 11
Paramaribo, Volo Surinam Airways 764
(Tournee in Suriname)
176 Vittime
La squadra dell’Het Kleurrijk 11 ("l’undici di colore") fu fondata nel 1986 da un assistente sociale di Amsterdam, Sonny Hasnoe, che lavorava da anni nel ghetto di Bijlmermeer e condivideva le difficoltà sociali dell’enorme quartiere. Credeva al calcio come ad una possibilità di allontanare i ragazzi dalla strada, dalla droga e dalla violenza. Il "Colourful 11" era composto da una selezione di calciatori professionisti surinamesi con un duplice fine: offrire un esempio positivo alla comunità giovanile di Bijlmermeer ed una raccolta di fondi per sviluppare il calcio surinamese, rimasto ad un livello amatoriale. L’iniziativa entusiasmò sia i giocatori che l’opinione pubblica di Olanda e Suriname. Tre anni dopo si organizzò una tournée in Suriname. Ai calciatori di origine surinamese più celebri delle grandi formazioni europee, Gullit, Rijkaard, Winter, Roy, Blinker e Gorré, venne impedita la partecipazione dai rispettivi club. Alle ore 4.27 del 7 giugno 1989 l’aereo che conduceva il team ed altri passeggeri iniziava la sua discesa verso l’aeroporto di Paramaribo-Zanderij. La nebbia ed un errore di manovra del pilota combinarono l’impatto violento di un’ala contro un albero: l’apparecchio capovolgendosi si schiantò al suolo, spezzandosi e prendendo fuoco. Dei 187 a bordo, tra equipaggio e passeggeri, si salvarono appena 11 persone. Tra queste i 3 calciatori: Sigi Lens, Edu Nandlal e Radjin de Haan. Fonte: Saladellamemoriaheysel.it
27.04.1993
Tragedia Aerea dello Zambia
Oceano Atlantico, a largo di Libreville
(Senegal-Zambia)
30 Vittime
"Nel mondo dello sport tante sono state le tragedie legate ai disastri aerei. Basti pensare alla strage di Superga che coinvolse il Grande Torino o, più recentemente, quella legata alla squadra di hockey russa della Lokomotiv Yaroslav, nel 2011. La più grande tragedia in questo senso dello sport africano, è sicuramente quella che coinvolse la nazionale di calcio dello Zambia, il 27 aprile 1993. Partita da Lusaka, la capitale del paese, con un volo allestito dall’aeronautica militare, la squadra non giunse mai a destinazione, a Dakar, in Senegal, per giocare una gara di qualificazione alla Coppa del Mondo 1994. Lo Zambia è una delle nazionali emergenti del calcio africano in quegli anni. Ha fatto un’ottima figura ai Giochi Olimpici di Seul 1988 venendo eliminata dalla Germania ai quarti di finale. Nel girone però persino l’Italia ne ha fatto le spese, risultato finale: 4-0 per gli africani. Davanti gioca un ragazzo nato il 16 agosto 1963 a Mufulira, nella Copperbelt (la regione del rame), al confine con lo Zaire. Gioca in Belgio, nel Cercle Brugge (ma a settembre 1988 vestirà la maglia del PSV Eindhoven, fresco campione d’Europa), si chiama Kalusha Bwalya e quel giorno contro gli azzurri segnerà tre gol. I buoni risultati ottenuti a Seul si notano anche in campo continentale. Lo Zambia arriva terzo all’edizione 1990 della Coppa d’Africa ed esce ai quarti due anni dopo contro la Costa d’Avorio. Ad allenare quella nazionale c’è il miglior marcatore di tutti i tempi dei Chipolopolo, i proiettili di rame (così è soprannominata la squadra), Godfrey Chitalu. L’aereo aveva in programma tre soste previste per il rifornimento, una a Brazzaville, in Congo, una a Libreville, in Gabon e un’ultima ad Abidjan, in Costa d’Avorio. Durante il primo scalo a Brazzaville viene trovato un problema al motore. Nonostante questo il volo continua e dopo pochi minuti dall’essere ripartito dal secondo scalo di Libreville, il motore sinistro prende fuoco. Il pilota spegne quindi il motore destro, causando la totale perdita di potenza dell’aereo durante il decollo dall’aeroporto di Libreville e la conseguente caduta in mare a 500 metri dalla costa. Un rapporto gabonese sull’accaduto, rilasciato nel 2003, afferma che l’errore del pilota è avvenuto a causa di una luce d’emergenza difettosa e alla stanchezza del pilota stesso. Per tutti i 25 passeggeri e i 5 membri dell’equipaggio non c’è nulla da fare. Per il paese è una tragedia. 18 sono i giocatori sull’aereo, 5 i membri dello staff tecnico, compreso il ct Chitalu, oltre a loro anche un giornalista, un dipendente e persino il presidente della federazione, Michael Mwape. All’appello mancano Kalusha Bwalya, suo cugino Johnson Bwalya, che gioca in Svizzera e Charly Musonda, centrocampista dell’Anderlecht, non convocato perché infortunato. I due cugini avrebbero invece raggiunto la squadra con voli in partenza dall’Europa e in direzione Dakar, ecco il perché non erano sull’aereo. I corpi vengono riportati in patria e i membri della nazionale sepolti subito fuori l’Independence Stadium di Lusaka, nel cosiddetto "Cimitero degli eroi". Non c’è però troppo tempo per piangere. Lo Zambia ricrea una nuova squadra e la affida subito a King Kalu (come viene chiamato Bwalya). Nel giro di un anno si ritrova in finale di Coppa d’Africa a Tunisi, contro la Nigeria. Bwalya trascina la nuova nazionale a suon di gol, ma non basta. La Nigeria vince 2-1. I Chipolopolo tornano a Lusaka come degli eroi. Cercheranno di ripetersi in Sudafrica due anni dopo, ma non riusciranno nel loro intento di diventare campioni d’Africa. Ottengono comunque un dignitosissimo terzo posto. Nelle cinque edizioni successive del torneo continentale, la nazionale non riesce mai a superare la fase a gironi (nel 2004 neppure si qualifica). Bwalya nel 2003 diviene allenatore-giocatore, appende gli scarpini al chiodo l’anno successivo, ma resta in carica come ct fino alla Coppa d’Africa del 2006. Dopo l’uscita al primo turno, rassegna le sue dimissioni. Nel 2008 diviene presidente della federazione. Da lì le cose iniziano a cambiare. Nuovo allenatore è il francese Hervè Renard, che nel 2010 guida lo Zambia sino ai quarti di finale, dove viene eliminato solo ai rigori dalla Nigeria. Renard pare l’uomo giusto, ma nell’aprile 2010, a due mesi dalla scadenza del contratto, lascia la carica di ct. Il nuovo allenatore è l’italiano Dario Bonetti, che viene però rilasciato due giorni dopo aver centrato la qualificazione alla Coppa d’Africa del 2012. A questo punto viene richiamato Renard. La competizione si gioca, guarda caso, in Gabon (Guinea Equatoriale). Lo Zambia vince il proprio girone e nel suo percorso elimina Sudan (ai quarti) e Ghana (in semifinale). In finale lo aspetta la fortissima Costa d’Avorio. Lo Zambia però è troppo determinato, la finale si gioca a Libreville, proprio dove 19 anni prima successe quel drammatico incidente che cambiò la storia del paese. Guidato dal portiere Kennedy Mweene, dai fratelli Chris e Felix Katongo, dal giovane centravanti Emmanuel Mayuka e dalla rivelazione Rainford Kalaba, lo Zambia se la gioca. Dopo 120’ il risultato è 0-0, si va ai rigori. I primi 14 sono tutti gol. Quando però Kolo Tourè sbaglia, Kalaba sciupa la possibilità della vittoria, ma lo Zambia ha un’altra chance. Per gli ivoriani sbaglia anche Gervinho. Il difensore Stoppila Sunzu non si fa sfuggire l’occasione di diventare l’eroe del paese. Lo Zambia è campione d’Africa per la prima volta nella sua storia, proprio nel luogo dove quasi 20 anni prima precipitava l’aereo della nazionale. I giocatori rivolgono lo sguardo in cielo, la dedica della vittoria è per quegli eroi scomparsi, dedica che avrà rivolto anche Kalusha Bwalya, quando ha sollevato la coppa come presidente della federazione". (Fonte: Sportsophia.wordpress.com: Storie di un altro calcio: Zambia, crollo e resurrezione di Andrea Gariboldi 5 agosto 2015)
 
3.06.2007
Tragedia Aerea dei Dirigenti del Togo
Sierra Leone, Freetown - Lungi
(Sierra Leone - Togo)
22 Vittime
E’ il 3 giugno 2007 e si è appena disputata la partita del girone di qualificazione alla Coppa d'Africa di Ghana 2008, vinta 1-0 dal Togo in trasferta contro la Sierra Leone. Alcuni tifosi e funzionari della delegazione sportiva togolese, tra cui il Ministro della Gioventù e dello Sport, Richard Attipoé, salgono su un elicottero-navetta Mi-8 della compagnia Paramount Airlines, utilizzato per il trasporto dei passeggeri sorvolando un braccio di mare che divide Freetown, capitale della Sierra Leone, dall’aeroporto internazionale di Lungi. Nella fase di atterraggio l'elicottero prende fuoco e precipita. Sopravvive al disastro soltanto il pilota di nazionalità russo, ma ferito e ricoverato in gravissime condizioni. Fra le vittime spicca la presenza della giornalista Olive Messan Amouzou, la prima donna ad aver diretto una radio in Togo. Fonte: Saladellamemoriaheysel.it
28.11.2016
Tragedia Aerea della Chapecoense
Medellìn, Finale "Copa Sudamericana"
(Atletico Nacional - Chapecoense)
71 Vittime
Il 28 novembre 2016 la squadra brasiliana della Chapecoense è diretta in Colombia a Medellin dove il giorno dopo dovrà disputare l'andata della finale della "Copa Sudamericana" contro l'Atletico Nacional. A bordo del volo "LaMia Airlines 2933" ci sono 77 passeggeri fra calciatori, dirigenti e membri dello staff tecnico, invitati speciali della squadra, giornalisti e membri dell'equipaggio. Viaggiano sul quadrimotore Avro RJ85, utilizzato come charter della compagnia LaMia fra l'aeroporto Internazionale Viru Viru in Bolivia e quello di Rionegro-José María Córdova in Colombia. L’aereo era decollato alle 18.18 con quasi un'ora di ritardo rispetto al piano di volo che prevedeva uno scalo tecnico all'Aeroporto di Cobija per un rifornimento di carburante. Il comandante, invece, punta direttamente alla destinazione perché aggiungendo il tempo della sosta avrebbe trovato chiuso l'aeroporto di Rionegro. Alle ore 22.00 mancano poche decine di Km alla meta e il velivolo incomincia la discesa, segnalando ai controllori di volo dell'aeroporto di Medellin di avere dei problemi all’impianto elettrico e scarso rifornimento. La torre, però, li mette in circuito di attesa, dando priorità ad un altro volo con sospetta perdita di carburante. Dopo due giri l’aereo comincia a perdere quota notevolmente e scompare dai radar: è precipitato sul fianco di una montagna in zona "Cerro Gordo" nella municipalità di La Unión. I soccorritori cominciavano a scandagliare l'area intorno alla zona sorvolata durante l'ultimo contatto radio con i piloti. Le condizioni di visibilità sono molto precarie a causa di una fitta nebbia e s’imbattono nel relitto soltanto dopo due ore dall’incidente. Lo scenario è veramente spettrale, i particolari si possono immaginare senza bisogno di crude descrizioni, ma dai rottami del velivolo si riescono ad estrarre alcuni sopravvissuti. Fra loro anche il portiere della squadra Danilo Helio Neto che morirà, purtroppo, nel tragitto verso l’ospedale. Fra gli altri calciatori feriti, Alan Luciano Ruschel viene operato d'urgenza per traumi multipli e una frattura alla colonna vertebrale mentre l’altro portiere, Jackson Ragnar Follman, è in prognosi riservata e gli viene amputata una gamba. Per ultimo recuperato il difensore Hélio Hermito Zampier Neto che nonostante le escoriazioni e le tante ferite se la caverà. Al risveglio dalla sedazione gli comunicheranno dell’incidente e lui dirà alla psicologa al suo capezzale di averlo sognato la notte precedente e che la moglie lo sapeva. L'assistente di volo Ximena Suárez resta sotto osservazione mentre il giornalista Rafael Henzel ha un trauma al torace e una frattura alla gamba sinistra.
Le reazioni in tutto il mondo sono di grande cordoglio per la formazione brasiliana. In Italia fra tutti spicca il messaggio di "fraterna" vicinanza del Torino Football Club che fu segnato nella sua gloriosa storia dalla tragedia di Superga del 4 maggio 1949. In Brasile è proclamato dal Presidente Michel Temer per tre giorni il lutto nazionale e la bandiera viene issata a mezz'asta sul Palazzo del Congresso Nazionale di Brasília. La Confederación sudamericana de Fútbol e la CBF comunicano il rinvio di tutte le attività sportive in calendario. La squadra colombiana dell'Atlético Nacional, avversaria della finale di Medellin, presenta una richiesta ufficiale alla CONMEBOL di assegnazione ad honorem della Coppa Sudamericana alla Chapecoense in memoria delle vittime dell'incidente. Toccante la cerimonia dei funerali solenni per 50 delle 62 vittime alla presenza di 100.000 spettatori il 3 dicembre 2016 sotto una pioggia incessante e a cielo aperto nell’Arena "Condà" di Chapecò, località dello stato di Santa Catarina. I feretri ricevono gli onori militari, davanti al Presidente della Repubblica Temer, portati a spalla da soldati dell’Esercito attraversando il campo tra due ali di lancieri con le insegne della squadra bianco-verde. Straziante l’immagine del figlio di un calciatore seduto a terra davanti alla bara del padre con le spalle coperte dalla bandiera della squadra e la sua foto tenuta stretta al petto. Al termine dell’estremo saluto il rimpatrio dei corpi nei paesi di origine. Sull’incidente indaga l'Aviazione Civile Colombiana che già la mattina seguente ha periziato il luogo del disastro aereo non trovandovi tracce di combustibile e recuperando le scatole nere in buone condizioni. Sembra prevalere da subito fra le varie ipotesi dell’investigazione la tesi della mancanza di carburante come causa principale della caduta, in base anche alla testimonianza dell'assistente di volo sopravvissuta. Una volta chiuse le indagini sull’incidente riferiscono non di un "problema tecnico", ma soltanto di "errori umani": oltre al carburante non sufficiente l’aereo viaggiava con un peso eccessivo. Nell’audio registrazione della cabina i due piloti parlano di uno scalo per rifornimento, ma alla fine decidono di non deviare la rotta e in un altro messaggio audio si sente distintamente la voce del pilota che chiede di atterrare per mancanza di carburante e un "black out elettrico". Fra l’altro, la non esplosione al momento dell'impatto che causa la morte di 71 persone e il ferimento dei 6 sopravvissuti conferma proprio la carenza di carburante a bordo. Gravissime le conseguenze per la compagnia aerea LaMia, cui viene sospeso il 2 dicembre 2017 il certificato di operatore aereo dal ministero dei servizi pubblici boliviani. Il governo boliviano sospende anche Cesar Varela (Direttore dell'autorità per l'aviazione civile boliviana), Tito Gandarillas (Presidente dell'AASANA, equivalente boliviano dell'ENAV) e Gustavo Vargas Villegas (Responsabile del registro aereo della DGAC, e figlio di uno dei fondatori della compagnia aerea). Dopo quasi 2 mesi dalla tragedia Vágner Mancini subentra a Luis Carlos Saroli, perito nel disastro aereo, come nuovo allenatore. I giocatori superstiti assieme ai nuovi calciatori della squadra tornano in campo per un'amichevole contro il Palmeiras. Prima del fischio d'inizio, la Chapecoense riceve in premio la Coppa Sudamericana ed al 71' del secondo tempo la partita viene fermata per la commemorazione delle 71 vittime. Fonti: Saladellamemoriaheysel.it - Wikipedia.org
26.10.2018
Tragedia Aerea Presidente Leicester
Leicester, "King Power Stadium"
(Leicester - West Ham)
Vichai Srivaddhanaprabha
Eizabela Roza Lechowicz, Kaveporn Punpare, Nursara Suknamai, Eric Swaffer

Prima la favola, 3 anni dopo la sciagura: questa, in sintesi, la parabola del Presidente del Leicester, Sir Vichai Srivaddhanaprabha, 60enne patron del piccolo club inglese delle Midlands, acquistato nel 2010 per 39 milioni di sterline, portandolo dalla serie B a leggenda della Premier League Inglese nel 2016. Una disgrazia tanto imprevedibile quanto quella vittoria delle Blue Foxes, allenate da Claudio Ranieri in una delle imprese più miracolose della storia del calcio di tutti i tempi. Il suo vero cognome anagrafico era Raksriaksorn, ma Bhumibol Adulyadej, re della Thailandia, in seguito ai suoi sfolgoranti successi imprenditoriali (stimato il 5° uomo più ricco del suo paese) gliel'aveva cambiato per onorificenza in questo suo lunghissimo e impronunciabile che aveva il significato letterale di "uomo che porta la luce". Accade proprio al "King Power Stadium". Da circa un’ora si è conclusa in parità (1-1) la sfida casalinga del club contro il West-Ham. Al centro del campo di gioco è pronto il maestoso Augusta Westland 169 blu e bianco, griffato con la Volpe in coda, simbolo del club, l’elicottero privato che veicola gli spostamenti del miliardario Presidente del Leicester. Egli vive a Londra con un patrimonio stimato di 5 miliardi di dollari ed è diretto verso l'aeroporto di Luton a imbarcarsi su un volo per la Thailandia. A bordo oltre al primo pilota Eric Swaffer ed alla sua compagna, Izabela Roza Lechowicz, co-pilota, prendono posto assieme al magnate del King Power (la più grande catena di negozi duty free della Thailandia) altre 2 persone: la sua 33enne avvenente segretaria, Nusara Suknamai, ed un membro del suo staff, Kaveporn Punpare. Alle 20.30 l’elicottero decolla, sbuffando con una fumata bianca, elevandosi lentamente di alcune decine di metri da terra quando un problema improvviso al rotore di coda lo fa avvitare su sé stesso e precipitare. Soltanto l’eroismo del pilota o un caso evitano di farlo cadere sullo stadio, dirottandolo, invece, nel vicino piazzale a 200 metri, parcheggio delle auto dello staff, fortunatamente vuoto, dove si schianta con un boato in un inferno di fiamme.

I calciatori, i tifosi e gli addetti ai lavori di stampa e stadio presenti sul posto completamente sotto choc comprendono all’istante la gravità dell’incidente. Inutile l’intervento dei vigili del fuoco sul mezzo trasformato in una tragica pira. Testimoni riveleranno a Sky Sports News di aver sentito distintamente un forte rumore meccanico prima che l’elicottero ruotasse su di sé in una spirale e si schiantasse al suolo. In attesa di conferme sulla identità delle vittime, Kasper Schmeichel, il portiere di Leicester, sosta in lacrime fuori dallo stadio. Jamie Vardy, Harry Maguire e Ndidi Wilfred affidano a Twitter le loro disperate preghiere. Nei giorni successivi mentre la polizia scientifica continua ad effettuare i rilievi sul teatro del rogo moltissimi tifosi e curiosi raggiungono il King Power Stadium per lasciare un ricordo. Fiori, magliette blu e migliaia di messaggi inondano l’ingresso principale dello stadio, mescolandosi ai tanti dubbi sulla sciagura, "la prima a coinvolgere un AW169" come fa sapere il produttore italiano Leonardo Elicotteri (ex Finmeccanica). L’uomo, nato a Bangkok il 4 aprile del 1958 da famiglia cinese, professava la fede buddista ed era uno sportivo appassionato che passava con disinvoltura dalle partite di polo coi reali inglesi alle 30mila birre thailandesi "Singha" regalate ai suoi tifosi per la promozione in Premier. In una commovente commemorazione allo stadio il club passa nelle mani del figlio di Vichai, Aiyawatt, già vicepresidente, tifoso innamorato delle Foxes già dopo averli visti la prima volta nel 1997 durante la finale di Coppa di Lega a Wembley. La famiglia della giovane thailandese Nusara Suknamai, assistente personale del patron Vichai Srivaddhanapraha, sporge causa ai proprietari del Leicester chiedendo un risarcimento danni di 7,9 milioni di sterline, circa 9 milioni di euro. Il processo si terrà a Bangkok a novembre. Fonte: Saladellamemoriaheysel.it

 
21.01.2019
Tragedia Aerea di Emiliano Sala
Guernsey, Canale della Manica
(Trasferimento del Calciatore al Cardiff)
Emiliano Sala - David Ibbotson
Lunedì 21.01.2019 Emiliano Sala si trova alla Jonelière, il centro di allenamento del Nantes, dove si è recato a prendere le sue ultime cose ed a salutare gli ex compagni di squadra prima di imbarcarsi verso Cardiff, dove ha firmato pochi giorni prima, per la cifra record di 17 milioni di euro, un trasferimento al club gallese del Cardiff. Nel messaggio vocale inviato ad un suo amico su WhatsApp l'attaccante argentino esprime qualche preoccupazione per le condizioni del Piper Malibu affittato privatamente che dovrà portarlo in Inghilterra nel pomeriggio, attraversando il canale della Manica. Nell’ultimo audio dirà quasi scherzosamente: "Sono qui a bordo dell'aereo che sembra andare in pezzi, e vado a Cardiff. Se tra un'ora e mezza non hanno nessuna mia notizia, non so se manderanno qualcuno a cercarmi perché non mi troveranno. Papà ! Che paura che ho". Come per un triste presagio senza nessuna chiamata di soccorso Il velivolo scompare dai radar al largo della costa bretone sul Canale della Manica (a Nord dell'isola di Alderney, a Ovest del faro di Casquets, 12 chilometri a nord dell'isola di Guernsey), interrompendo le comunicazioni. La polizia in un primo momento non esclude il salvataggio, ma di ora in ora i ricercatori non ripongono più speranze di trovarlo vivo perché le possibilità di sopravvivenza "sono estremamente remote" e vengono sospese le ricerche dei naufraghi al buio. Avendolo allenato una stagione al Nantes, l’allenatore romano Claudio Ranieri commenta: "È un fantastico giocatore che ha sempre dato il suo meglio quando abbiamo lavorato assieme in Francia. Come tutti sono rimasto sconvolto dalla notizia che Emiliano era su quell'aereo. Emiliano è una bellissima persona, un guerriero in campo. Prego per lui e per la sua famiglia". Intanto, si spera ancora… Magari che siano atterrati altrove e che non abbiano stabilito i contatti o che siano stati recuperati da una imbarcazione o ammarati usando la zattera di salvataggio in dotazione al velivolo. Certamente l'aereo si deve essere spezzato al contatto in mare. Nella ricerca sono impegnati per 80 ore, 3 aerei, 5 elicotteri e 2 imbarcazioni che setacciano la distanza con l’ausilio delle immagini satellitari e dei dati telefonici cellulari. Vengono anche avvistati alcuni oggetti nel tratto di mare battuto ma la Capitaneria di Porto e gli organi di Polizia di Guernsey dichiarano che "non si può stabilire con certezza se essi siano associabili all'areo scomparso". La notizia della scomparsa piomba sui due club attori nella compravendita del calciatore come una mannaia. Per prima cosa sono rinviate due partite consecutive del Nantes. Oltre David Ibbotson, 60enne pilota inglese, padre di tre figli, al comando dell’aereo, si pensava fosse a bordo anche David Henderson, il quale, invece, conferma di essere vivo con un messaggio sui social e viene ascoltato dagli inquirenti. La fidanzata del giovane attaccante, Berenice Schakir, lancia pesanti accuse e sospetti sui social, denunciando l’interruzione delle ricerche dei dispersi all’avvistamento dei primi detriti come prova fondata che l’incidente fosse stato architettato dalla "mafia del calcio". Un teorema allucinante… Il padre di Emiliano, Horacio Sala, non perdendo le speranze, racconta al canale C5N della televisione argentina l’incubo nel quale sta vivendo con la sua famiglia che non si arrende e si adopererà per continuare le operazioni di ricerca in forma privata. Al loro fianco si mobilitano alcuni big del calcio, fra i quali Balotelli, Dybala e Messi. A Progreso, paese natio dell'attaccante, va in scena una manifestazione di solidarietà. Da più parti s’invoca di riprendere immediatamente le ricerche di Emiliano nella Manica con le barche e i sommozzatori.
La mamma, Mercedes Karina e altri amici del ragazzo, partono per l'Europa mentre la sorella Romina è già a Cardiff per seguire da vicino le notizie. Visitando l'esterno dello stadio del Cardiff, dove i tifosi hanno lasciato sciarpe, bandiere, fiori, messaggi di speranza e d'affetto, dichiara commossa alla stampa: "Ovviamente sono ancora in stato di shock, ma tutta questa dimostrazione d’affetto dei tifosi non può che darmi qualche speranza in più, anche perché noi siamo convinti che Emiliano e il pilota siano ancora vivi. La reazione delle persone sui social è stata incredibile e ci è stata di grande conforto, ma vogliamo continuare a cercarlo, anche di persona. L’unica cosa che voglio dire è un grazie a tutti quelli che sono coinvolti in questa storia e ai giocatori in particolare. Siamo veramente grati per il supporto ricevuto in questi ultimi giorni. Siamo venuti qui per trovare Emiliano, noi siamo sicuri che lui sia da qualche parte e andremo a cercarlo. Voglio trovare mio fratello. Sono sicura che ci riuscirò. Emiliano è un guerriero. Ha iniziato a giocare a calcio quando era molto piccolo, la sua carriera è stata dura perché ha dovuto viaggiare molto già a partire dai 15 anni. È un uomo davvero umile, un ragazzo di famiglia. Gli piaceva scherzare. Quando Emiliano tornerà, sarà felice nel vedere tutto l'appoggio e l'affetto che la gente gli ha riservato". Su Change.org una petizione raccoglie decine di migliaia di firme in poche ore. Le due società calcistiche, Nantes e Cardiff, indecentemente, mentre ancora non si conosce la sorte del 28enne calciatore argentino, sortiscono un indegno braccio di ferro mediatico sulla questione della validità del contratto e sugli eventuali indennizzi.  Il Nantes si tutela dichiarando per bocca del suo presidente Waldemar Kita che non era più un loro giocatore. Il Cardiff, per contro, non è intenzionato a pagare l’ingente cifra del trasferimento. Rincarando la dose, il presidente del club gallese, Mehmet Dalman, ai microfoni di Sky Sports scarica addirittura tutte le responsabilità dell’accaduto sul giocatore, sostenendo che la società aveva previsto ufficialmente per lui un viaggio in treno da Nantes a Parigi e poi da Parigi a Heathrow, ma che rifiutandolo "Emiliano aveva preferito organizzarsi per conto suo". Sul caso economico avrà certamente un ruolo decisivo la Fifa. Intanto, consultando i registri della Federal Aviation Administration, si scopre che il pilota David Ibbotson, originario di Crowle, aveva superate le visite mediche di idoneità lo scorso novembre ed era in possesso di una licenza privata, ma che secondo le leggi USA non avrebbe potuto trasportare passeggeri. Nell’indagine emerge pure una conversazione in cui confessava candidamente ad un amico di sentirsi un po’ "arrugginito" con le procedure strumentali nella fase di atterraggio. Per certo quel Piper Malibu, un monomotore registrato negli Stati Uniti, era il velivolo meno adatto ad un viaggio di notte, in pieno inverno ed in mare aperto, anche con un solo passeggero a bordo. Scavalcando lo stallo ai soccorsi delle autorità britanniche, la solidarietà di una raccolta fondi mobilita oltre 1.600 persone e in poche ore sono raccolti 192mila euro. La famiglia utilizza queste offerte ingaggiando privatamente un'unità specialistica di naufragi della società Blue Water Recoverie guidata dall'oceanografo angloamericano David Mearns. Due imbarcazioni partono dalla costa inglese verso la zona delle acque a Nord di Guernesey. Alla nave FPV Morven composta da sette persone che opererà 24 ore su 24 si affianca la Air Accidents Investigation Branch, struttura investigativa britannica.  Quest’ultima comunica di essere stata informata dai colleghi francesi del ritrovamento su una spiaggia vicino Surainville, nella penisola Cotentin, dei resti di due sedili di un velivolo. Si crede "molto probabile che siano dell'aereo disperso su cui era l'argentino". Nella nota diramata dall’ufficio investigativo si annuncia la ricerca subacquea del relitto dell'aereo scandagliando a mezzo sonar una superficie di circa 13 km quadrati. Il 4 febbraio, a due settimane dall’incidente aereo, il corpo di una persona viene fotografato da un robot subacqueo all'interno del relitto di una fusoliera aerea localizzata sul fondale marino dall’AAIB. La notizia prepara tragicamente al peggio le famiglie delle due vittime.
Dopo alcuni tentativi, un minisommergibile in dotazione alla nave oceanica "Geo Ocean III" riesce a recuperare pietosamente il cadavere incastrato nei rottami del Piper Malibu adagiato ad una settantina di metri di profondità, ma non vi è traccia alcuna dell’altro corpo sul fondo della Manica. Si ritiene possa essere stato portato via dalle correnti dopo l'affondamento. Proseguiranno per giorni le sue ricerche, finanziate da una generosa raccolta fondi. Grazie al Dna fornito dai familiari all'anatomopatologo legale di Portland Port viene identificato il corpo ripescato: è quello di Emiliano Sala, lo riferisce ufficialmente la polizia di Dorset. Fatali le ferite alla testa e al torace nel decesso secondo l’esame autoptico. Il lutto atroce scuote l’Argentina, in particolare Progreso, il piccolo villaggio agricolo della Pampa di cui Sala era originario. Gli inquirenti accertano fra le cause dell'incidente avvenuto al Piper PA-46 Malibu due errori del pilota, di cui uno molto grave che potrebbe spiegare la tragedia. Il primo di tipo burocratico nella fase di registrazione del volo: il pilota ha comunicato un numero identificativo del volo sbagliato, o meglio, ha invertito due cifre del codice, riportandolo in maniera erronea su alcuni documenti. Il secondo, probabilmente decisivo, che può aver determinato il tragico finale: una modalità di volo non consona alle condizioni meteorologiche in essere già al decollo. Invece di utilizzare l’IFR, un sistema di regole strumentali in condizioni di scarsa visibilità, Ibbotson si sarebbe affidato fatalmente al solo utilizzo della propria vista. Nel primo report dell’AAIB sull’incidente risulta accertato che il pilota non era in possesso di una licenza regolare per trasportare passeggeri e che il Piper Malibu era sprovvisto dell’autorizzazione al volo. A distanza di qualche mese dall’incidente sua madre non riesce a darsi pace, recriminando: "Provo tristezza e dolore, ma anche ira. Avevo parlato con Emiliano prima che salisse in aereo e gli dissi che l’avrei richiamato una volta arrivato in hotel a Cardiff. Un paio d’ore dopo ho tentato di raggiungerlo, ma non rispondeva. Ho riprovato mezzora più tardi, niente. Allora ho chiamato l’agente che mi ha detto che l’aereo era disperso. Non si sono presi cura di lui, nel modo in cui si deve fare per un giocatore da 17 milioni. Ci aspettiamo di capire perché e come Emiliano sia morto, se è colpa di una negligenza dell’aeroporto, del pilota, dell’intermediario. Il Cardiff ? Nessuno ci ha chiamato, posso capire vogliano avere tutte le informazioni, ma ad un certo punto bisognerà darci una risposta perché non si può cancellare una firma. Oggi siamo in preda alla collera ma anche della tristezza che durerà per tutta la vita".La Bbc nel mese di marzo rivela, secondo alcune sue fonti investigative private, che il pilota David Ibbotson non avesse l'autorizzazione al volo notturno poiché affetto da daltonismo (difetto della vista che non fa distinguere tra luci rosse e verdi al buio). Nel mese di aprile 2019 la famiglia Sala piange un altro gravissimo lutto: tre mesi dopo la morte di Emiliano, un infarto stronca la vita del padre Horacio all’età di 58 anni. E come se non bastasse nei giorni a seguire si apprende la notizia di un uomo e di una donna (62 e 48 anni) arrestati già dal 18 febbraio dalla polizia del Wiltshire con l’accusa di aver diffuso su Twitter le foto scattate all'obitorio della Holly Tree Lodge in Bournemouth dei resti della salma del giovane calciatore dopo il recupero in mare. Nelle indagini sul caso nel mese di giugno viene fermato e poi rilasciato David Henderson, l’uomo di 64 anni che avrebbe dovuto pilotare l’aereo da Nantes a Cardiff e che in un primo momento era stato dato per disperso prima che fosse lui stesso a smentirlo su facebook. Nel mese di agosto 2019 l'agenzia investigativa dell'Air Accidents Investigation Branch Britannico (AAIB) rivela il contenuto delle analisi tossitologiche effettuate sul corpo di Emiliano Sala secondo le quali risulta aver inalato una quantità letale di monossido di carbonio. "L'alta concentrazione di monossido - cita il rapporto - potrebbe essere stata causata dal motore a pistoni, operante in un sistema esausto. Anziché essere espulso attraverso il sistema di scarico, il monossido è penetrato nel sistema di ventilazione e da qui nella cabina, che non è separata dall'abitacolo". Quindi, anche il pilota, David Ibbotson, a causa del gas sarebbe svenuto alla guida del Piper e non avrebbe potuto evitare la caduta in mare. In seguito agli aggiornamenti del caso la famiglia del calciatore chiederà il ripescaggio dei rottami del velivolo.
Mentre Nantes e Cardiff continuano a litigare sul pagamento dei 17 milioni di euro per il trasferimento del calciatore, siglato nel contratto solo 2 giorni prima dell'incidente aereo, nonostante un primo tentativo di mediazione della FIFA, Sherry Bray e Christopher Ashford sono condannati a 14 e 5 mesi di reclusione per aver scattato delle immagini del video dell'autopsia del calciatore senza autorizzazione. La donna, titolare della società fornitrice delle telecamere di sorveglianza dell’obitorio e l’uomo, un suo dipendente, secondo i giudici avrebbero agito per "morbosa curiosità". Il 31 ottobre 2019 sarebbe stato il 29° compleanno di Emiliano. In sua memoria il club calcistico di San Martín de Progreso gli intitola lo stadio mentre nella sua città natale viene realizzato un murales con le immagini dei suoi goals in Ligue 1. La Fifa rende note in un comunicato le motivazioni del verdetto sul contenzioso fra i club per il pagamento del trasferimento del calciatore: il Cardiff dovrà corrispondere al Nantes entro 45 giorni la prima rata da 6 milioni, poiché ritiene valida a tutti gli effetti la compravendita di calciomercato. Il club gallese ricorre al Tas di Losanna. All’inizio del 2020, ad un anno dall’incidente mortale, la controversia economico-legale è tutt’altro che archiviata. Il Cardiff, secondo una inchiesta del giornale L’Equipe: "avrebbe fatto causa verso ignoti ipotizzando uno stato di colpevolezza da parte del club francese e del suo presidente". Anche il Guardian, rincarando la dose, sostiene che nel caso essi fossero stati a conoscenza dello spostamento del calciatore potrebbero incorrere nell’accusa di omicidio colposo.
Fonte: Saladellamemoriaheysel.it (Fotografie: Ilmattino.it - Nst.sky.it - Lagoleada.it)

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