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Bruno Balli
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ITALIA   6-12-1935   PRATO   Anni 50

Il ricordo del giornalista sugli spalti dello stadio

"Nell’inferno dell’Heysel mentre crollava la curva con il povero Bruno Balli"

di Piero Gherardeschi

Prato, 29 maggio 2015 - La Grand Place, alle prime luci di un’alba di sole e di freddo come se ne trovano ancora a fine maggio nelle città del nord Europa, fu l’inquietante biglietto da visita di quanto sarebbe successo solo qualche ora più tardi, nella sera di quel terribile 29 maggio di trent’anni fa. Gli hooligans l’avevano trasformata, nella notte, in un campo di battaglia: non c’era traccia di un solo negozio storico sfuggito alla furia degli assalitori. Il cuore fiorito di Bruxelles, là dove il "tapis de fleurs" si fa bella mostra al mondo, sconvolto e violato per ore. A Bruxelles eravamo arrivati con una gita organizzata dalla Cap Express il giorno precedente, ma quel risveglio fu per tutti un terribile presagio, che si saldava, minaccioso, con quanto, la sera prima, da tifosi curiosi, avevamo visto, andando a visitare anche solo dall’esterno lo stadio Heysel. Fermata della metro a due passi dall’Atomium, il gigantesco monumento dedicato alla scienza, un quarto d’ora di passeggiata e, infossato, quasi fosse una conca, apparve lo stadio dove si sarebbe giocata la finale di Coppa dei Campioni fra Juventus e Liverpool. Ingressi alti e stretti, scortati da transenne mobili, segnalavano quella che il giorno dopo sarebbe diventata la porta dell’Inferno. Ore prima dell’inizio della partita mi ritrovai prigioniero, davanti allo stadio, in una fila interminabile che la polizia a cavallo cercava alla meglio di gestire: quelle transenne, che avevo visto la sera prima, non c’erano più. Gli hooligans, asserragliati dal mattino intorno allo stadio, le avevano scagliate lontano colpendo senza pietà mezzi pubblici, auto di passaggio e cittadini inconsapevoli di quella follia collettiva. Settore M. Stretto in una mano, quasi fosse una reliquia laica, il biglietto d’ingresso. Finalmente anch’io arrivai davanti a quella porta piccola e stretta. Due passi ed ero nello stadio. E fu subito una sensazione terribile e indimenticabile: la curva non aveva né segnaposti né uno spazio per stare seduti. I gradoni in terra battuta erano maldestramente sorretti da pietre instabili, ma niente assomigliava, guardandomi intorno, ad un impianto in grado di ospitare una finale così importante. Per fortuna il settore M, come l’N e l’O, che gli scorrevano vicini, era occupato dal tifo organizzato della Juventus. Ma alzando lo sguardo, poco prima che tutto cominciasse, si parò davanti, quella che non poteva che essere una follia: una curva spaccata in due con hooligans e tifosi juventini divisi soltanto da una rete metallica alta non più di un metro. Un’ora prima dell’inizio della partita, dal settore dei tifosi inglesi (ma come si fa a chiamarli così anche trent’anni dopo ?), come proiettili, cominciai a veder lanciare bottiglie, bastoni e perfino sassi che quelle tribune, sciaguratamente generose, ti lasciavano a portata di mano, solo entrando nello stadio. Fu così che, per ripararsi, i supporters bianconeri indietreggiarono fin quasi ad ammassarsi lungo l’ultimo muro di recinzione. Ma non bastò: quelle belve, avvolte nei colori del Liverpool, decisero che non doveva finire così: si vide chiaramente partire, improvvisa, una carica di barbari che travolse quelle reti da pollaio, che dividevano la curva Z dalla Y. Una furia che si abbatté sui tifosi juventini, prigionieri in quell’angolo di stadio dove avevano sperato di trovare riparo. Spettatore impietrito ma non del tutto consapevole di quanto stava accadendo davvero. Dalla curva opposta si continuava a vedere gente che dalla tribuna saltava sulla pista d’atletica, mentre quel muro, ultimo baluardo di una salvezza impossibile, crollò (ma lo si capì solo dopo) sotto la pressione di chi voleva mettersi in salvo ma finiva solo per schiacciare altra gente. Lì persero la vita in 39. Fra loro 32 italiani. Lì morì Bruno Balli, cinquant’ anni, pratese, e un sogno finito nel sangue. A trent’anni di distanza può apparire incredibile ma per me, come per chi era nel mio stesso settore dell’Heysel, sul momento, fu difficile solo immaginare quale fosse la dimensione esatta di quanto si era consumato solo ad un centinaio di metri dai nostri occhi. Capimmo, quello sì, che la gara si era giocata solo per evitare qualcosa di ancora più grave. Solo le sirene assordanti delle ambulanze, appena uscito da uno stadio che, invece, si era fatto, improvvisamente silenzioso, furono la terribile colonna sonora di quello che, fatti pochi passi fuori dallo stadio, mi si parò davanti squarciando anche l’ultimo velo su una tragica verità. Nel piazzale di fronte all’ingresso principale dell’Heysel, mi apparve un vero e proprio ospedale da campo messo su durante i 90 minuti di una partita surreale. Lì avevano radunato i morti e una parte dei 600 feriti. Li cominciammo a cercare gli amici e i compagni di gita. Da li, da quei bar che si erano trasformati in piccole sale di improvvisati pronto soccorso, provai a mettermi in contatto con la famiglia e con il giornale. Ma lì, io come molti altri, lasciammo per sempre, a vegliare quei corpi senza vita, la gioia fanciullesca che fino ad allora mi aveva dato una partita di calcio.

29 maggio 2015

Fonte: Lanazione.it


Riccardo Balli (27.05.2015)

  

30 anni fa l'Heysel: quei 5 toscani morti di calcio

di Stefano Taglione

29 maggio 1985. Il ricordo dei parenti, l’angoscia in tv. Riccardo Balli, pratese: "Mio fratello era stato spostato per caso nel settore Z". Andrea Lorentini, di Arezzo, da anni lotta per avere giustizia.

Riccardo sta cenando a casa di amici. È a Prato, la sua città. Suo fratello Bruno - tifosissimo bianconero e presidente dello Juventus Club Traballe - si trova all’Heysel per assistere alla finale di Coppa Campioni. È tranquillo, Riccardo. Rimane tranquillo anche dopo che, acceso il televisore, apprende dei disordini, dei morti, di quella partita che si è giocata nonostante la tragedia. Riccardo è sereno perché suo fratello, Bruno, è una persona tranquilla. Le 2,30 del 30 maggio e la telefonata della Farnesina. Ma soprattutto perché aveva comprato i biglietti per la curva N, dalla parte opposta rispetto a dove la furia omicida degli hooligans, consumatasi in uno stadio totalmente inadeguato con un servizio d’ordine praticamente inesistente, aveva appena spezzato le vite di un numero imprecisato di persone. È mezzanotte. Riccardo va a dormire. Felice per suo fratello, che immagina felice per la vittoria della Vecchia Signora. Meno per se stesso, visto che lui, a differenza di Bruno, è un tifoso viola. Sono le 2,30. Il telefono squilla. È la Farnesina. "Bruno è morto". Travolto dall’avanzata degli hooligans, che avevano facilmente divelto l’inefficace rete che divideva le curve X e Z, stava caricando la sua cinepresa e non ha avuto il tempo di scappare. "Io ero tranquillo proprio perché certo che lui non stesse nel settore Z - racconta Riccardo Balli - e quando ho ricevuto quella telefonata sono caduto dalle nuvole". La partita, lui, non l’ha neanche guardata. Poi, alla notizia della tragedia, ha cercato subito di capire in che parte dello stadio si fosse consumata. "Curva Z ? Meno male, tanto non è là", ha pensato Riccardo. Purtroppo, però, Bruno stava proprio lì. Era stato spostato in un settore neutro. Un settore riservato a coloro che non tifavano né Juventus, né Liverpool. Una tragedia annunciata, come ripetono a trent’anni di distanza i parenti delle vittime dell’Heysel. (Omissis)

27 maggio 2015

Fonte: Il Tirreno

29 anni fa la tragedia dell’Heysel: fra le vittime pure un pratese

Il ricordo della Juventus

"Il 29 maggio è giorno del silenzio, della memoria, della commozione". Questo il comunicato pubblicato dal sito ufficiale della Juventus per ricordare la tragedia dello stadio Heysel dove persero la vita 39 persone, prima dell’inizio della finale di Coppa Campioni fra i bianconeri e il Liverpool. Fra le vittime pure un cittadino pratese, Bruno Balli, nato il 6 febbraio del 1935 e all’epoca appena 50enne. Balli era allo stadio a Bruxelles assieme allo Juventus Club Armando Picchi, poi sostituito da quello Prato Bianconera. "Il ricordo delle vittime innocenti - continua la nota della Juventus - strappate ai loro cari da quell’assurda follia, ci accompagna sempre, da ventinove anni. Oggi è il momento della preghiera, ma ogni giorno sentiamo il dovere di onorarne la memoria. E quel mazzo di fiori deposto ai piedi del monumento di Reggio Emilia lo scorso 28 aprile, le stelle dello Stadium o la parte del J-Museum dedicata, sono il nostro modo di dire loro: Non vi dimenticheremo mai.

29 Maggio 2014

Fonte: Tvprato.it

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