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Francesco Galli
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ITALIA   6-01-1960   Calcio (BG)   Anni 25

Heysel, 32 anni dalla tragedia allo stadio

Tra le vittime ci fu anche un bergamasco

Per non dimenticare una delle pagine più brutte e drammatiche del calcio moderno. Era il 29 maggio del 1985 quando, allo stadio Heysel di Bruxelles, durante la finale di Coppa dei Campioni morirono 39 tifosi, quasi tutti juventini per gli incidenti scatenati dai supporter del Liverpool. Tra loro anche il bergamasco Mario (NDR: Francesco) Galli da Calcio. Nel 1985 il calcio inglese fu bandito per anni dall’Europa, era una delle conseguenze della tragedia che si era verificata il 29 maggio di quello stesso anno allo stadio Heysel di Bruxelles. Gli incidenti scatenati dai tifosi del Liverpool causarono la morte di 39 tifosi juventini prima della finale di Coppa dei Campioni. Francesco Galli di Calcio è una delle vittime della strage dello stadio belga di 32 anni fa. Francesco aveva 25 anni ed era l’ultimo dei dieci figli. Lavorava come carpentiere ed era fidanzato con Daniela. Aveva una grande passione per la Juventus che condivideva con altri amici della zona con i quali aveva deciso di andare a vedere la finale. Purtroppo da quella che doveva essere una giornata di festa Francesco non torno più. Lui come altri 38 tifosi rimasero schiacciati. Una tragedia che sembra lontana nel tempo ma che non si può dimenticare, monito di un calcio "malato" che non vorremmo più vedere.

29 maggio 2017

Fonte: Ecodibergamo.it

Calcio, dolore per la morte di Franchino: "Noi con lui"

di Gloria Belotti

CALCIO – Il crollo degli spalti dello stadio di Heysel  Ivan Berlucchi di Calcio, all’epoca 23 anni, lo ricorda come fosse ieri. Ha rischiato di morire, anche se ha potuto realizzare l'accaduto solo successivamente, e ha perso un caro amico: Franco Galli (classe 1960) soprannominato "Franchino Claido", Franchino per la bassa statura mentre Claido era il nomignolo della numerosa famiglia di cui era l'undicesimo figlio. "Da Calcio siamo partiti in cinque racconta Ivan, io, Franco, Ivan Paloschi, Lorenzo Martinelli e Domenico Consolandi. A Milano siamo saliti sul pullman, organizzato per Bruxelles. Da quell'incubo siamo rientrati tutti, tranne Franchino purtroppo. Doveva essere una festa, invece non ci hanno neppure fatto sentire il sapore della gioia perché allo stadio, zeppo di gente, la tifoseria inglese ha iniziato a spingere e non ha più smesso... fino alla tragedia". Si avverte ancora commozione tra le parole di Ivan, che aggiunge: "Io, dal basso, mi sono sentito sollevare e mi sono salvato; con gli altri ho scavalcato il muro, siamo scivolati lungo la scarpata e siamo usciti nell'antistadio. Non abbiamo più visto Franco che, essendo più basso, per vedere meglio si era posizionato un po' più sotto. Siamo tornati verso l'albergo dove abbiamo atteso notizie anche se sentori negativi mi erano già arrivati da Calcio, dove non si avevano notizie di lui. Mi sono realmente reso conto dell'accaduto solo all'arrivo a Milano, dove tutti ci guardavano come se fossimo alieni. A quel punto ho compreso la tragedia". Franco era un grande tifoso della Juventus, che seguiva in Coppa e campionato. Giocava nella squadra degli "Amatori Kals" ed era animatore della tifoseria juventina che si ritrovava al Bar Centrale del paese, dove dopo il lavoro (era carpentiere) s'intratteneva a discutere della sua squadra con gli amici e a organizzare le trasferte. Per la sua morte il paese crollò nel dolore, partecipando con affetto al lutto della famiglia (i genitori Pietro e Teresa Balduzzi sono morti da anni); in molti lo ricordano per la sua cordialità, gioia di vivere e passione calcistica. Da Calcio partirono, in aereo però, anche Gianluigi Ranghetti, Venanzio Turmolli, Luigi Bertoli e Franco Brevi. Ivan Berlucchi aggiunge: "Ci sono ancora delle scritte sui muri di qualche nostro paese che inneggiano all'Heysel. E’ una vergogna che non siano ancora state cancellate. Il dramma si sarebbe potuto evitare con una migliore organizzazione. Noi italiani eravamo separati dalla tifoseria straniera solo da una rete, sorvegliata da alcuni poveri poliziotti che sicuramente saranno rimasti sepolti dal crollo del muro. Bisognerebbe riflettere sugli errori per evitare altre tragedie".

29 maggio 2015

Fonte: L’eco di Bergamo

Il ricordo

"Quella catenina d'oro rubata a mio fratello mentre moriva all'Heysel"

di Mauro Paloschi

Francesco Galli di Calcio è una delle 39 vittime della strage dello stadio belga di 30 anni fa. I fratelli: "Quando stava morendo, gli rubarono tutto l'oro che indossava. Ricevemmo una lettera di scuse dalla Thatcher e 36 milioni di lire di risarcimento, usati per il suo monumento al cimitero".

La mattina del 29 maggio 1985, in un terreno della Bassa Bergamasca, due fratelli stanno zappando la terra. A un certo punto Francesco, il più giovane, tirando un calcio a un sasso esclama in dialetto: "Stasera Platini segna così e vinciamo la Coppa dei campioni". Quella sera a Bruxelles andò esattamente in quel modo. Ma Francesco non vide il gol del suo idolo: era morto un paio di ore prima. Nel modo in cui nessuno avrebbe potuto immaginare. Soprattutto in uno stadio da calcio. Francesco Galli è una delle vittime della strage dell'Heysel, lo stadio di Bruxelles in cui prima della finale di Coppa dei Campioni 1984-85 morirono 39 persone, tra cui 32 italiani, e ne rimasero ferite 600. Francesco, per gli amici Franco, aveva solo 25 anni ed era l'ultimo dei dieci figli di una famiglia molto unita, come quelle di una volta. Lavorava come carpentiere ed era fidanzato con Daniela. Ma il suo grande amore era la Juventus. Una passione che condivideva con un gruppo di amici della zona. Gli stessi con i quali, una settimana prima della finalissima contro gli inglesi del Liverpool, aveva organizzato la trasferta in Belgio. "Gli avevano tolto da poco il gesso alla gamba e non riusciva ancora a muoverla molto bene - racconta Mario Galli, ora 76enne, il fratello con cui Francesco lavorava quella mattina nel terreno di famiglia. Per questo nostro padre Pietro gli aveva sconsigliato di andare a Bruxelles. Aveva provato a convincerlo in ogni modo. Niente da fare. Quel giorno si svegliò molto presto ed era agitatissimo per la partita. Mentre zappava non parlava d'altro. Appena terminato il lavoro partì insieme agli amici. Prima ci salutò con il suo solito sorriso. Per l'ultima volta". Il gruppo di tifosi juventini partiti da Calcio con un pulmino raggiunse la capitale belga intorno alle 18. Mezz’ora più tardi erano già all'interno dello stadio, dopo aver acquistato i biglietti. Del maledetto settore Zeta, proprio quello che crollò. Poco più in là erano stati collocati i tifosi inglesi, separati dagli italiani solo da una rete metallica. Franco, non essendo molto alto, prese posto nella parte bassa della gradinata. Circa un'ora prima della partita, intorno alle 19, i tifosi del Liverpool cominciarono a spingersi verso il settore Zeta, fino a sfondare le reti divisorie. Nella grande ressa che venne a crearsi, alcuni si lanciarono nel vuoto per evitare di rimanere schiacciati, altri cercarono di scavalcare gli ostacoli ed entrare nel settore adiacente, altri si ferirono contro le recinzioni. Il muro crollò per il troppo peso, moltissime persone rimasero schiacciate, calpestate dalla folla e uccise nella corsa verso una via d'uscita. Tra loro anche il 25enne bergamasco, rimasto sepolto sotto un cumulo di gente e tra i primi a morire, come ricostruito poi dagli inquirenti.

"Stavamo guardando la partita in televisione, tutti insieme - prosegue Roberto Galli, 72 anni, un altro fratello, ancora scosso nel ricostruire quelle ore. Nel vedere quelle immagini restammo impietriti. Ma pensavamo che Franco fosse riuscito in qualche modo a mettersi in salvo. Aveva sempre fatto sport, era un ragazzo molto agile e sveglio. Col passare delle ore iniziammo a preoccuparci, come se avessimo il sentore che qualcosa non andava. Intorno alle 23 suonò il citofono. Era un commerciante del paese. Aveva saputo da un giornalista bergamasco presente a Bruxelles che nostro fratello era morto. Eravamo disperati. Mio padre si inginocchiò di fronte alla tv. Mia madre non parlò più. Non si è mai ripresa da quella notizia. E nel giro di alcuni anni, morirono entrambi". E non è tutto. Oltre alla tragica morte di Franco, la famiglia Galli fu costretta a fare i conti un altro schiaffo: "La mattina seguente partimmo noi tre fratelli per il riconoscimento del corpo - continua il signor Roberto. Le salme erano state posizionate a terra, una a fianco all'altra, nell'hangar dell'aeroporto. Ci indicarono il sacco nero in cui avevano messo il nostro caro. Era irriconoscibile. Capimmo che era lui solo grazie al tatuaggio che aveva sul braccio". "La salma arrivò a casa il giorno seguente, passando dallo scalo di Roma - spiega. Purtroppo però, gli avevano rubato gli oggetti in oro che indossava. Tra i quali una catenina d'oro di circa due etti che valeva molto e a cui era molto legato. La sostituirono con una da bigiotteria. Probabilmente gliel'hanno rubata quella sera mentre era a terra morto. Qualche tempo dopo arrivarono i risarcimenti economici: 12 milioni di lire dallo Stato italiano, 12 milioni dalla Juve e 12 milioni dal primo ministro britannico Margareth Thatcher, la quale ci inviò anche una lettera di scuse per il comportamento dei suoi connazionali. I soldi li usammo tutti per il monumento e la statua che lo rappresenta felice mentre gioca a pallone". Per ricordare Franco e quell'immane tragedia, ogni anno a fine maggio gli Amatori Kals, la squadra in cui militava, organizza un triangolare di calcio. Lo sport che Franco amava tanto. Una passione che, in modo assurdo, gli è costata la vita e ha segnato per sempre la sua famiglia.

28 Maggio 2015

Fonte: Bergamonews.it

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