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ARTICOLI GIUGNO-SETTEMBRE 2017
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ARTICOLI STAMPA e WEB GIUGNO-SETTEMBRE 2017
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GIUGNO-SETTEMBRE 2017
ARTICOLI STAMPA e WEB GIUGNO 2017

Dentro l’Heysel tra lapidi e rifiuti Perché Bruxelles ?

"Dove gli hooligans ci minacciavano, oggi giocano e ridono i bambini"

Torino: figlio vittima Heysel, ma la strage fu diversa

Calca in piazza a Torino: il testimone "Io ero all’Heysel ho rivisto quel terrore"

Piazza San Carlo come lo stadio Heysel: il ricordo dell'anziano tifoso

"Ho rivissuto l’incubo dell’Heysel"

Riaffiora l'incubo Heysel. Un brivido lungo 32 anni

Piazza San Carlo, Heysel, Forno delle Grucce: le terribili e immutabili dinamiche della folla

Maleficio Heysel

+ 40, rispetto !

Si chiama Erika, non Heysel

ARTICOLI STAMPA e WEB LUGLIO 2017

Borgotaro ricorda la strage dell’Heysel

..."Toglieremo gli adesivi inneggianti alla tragedia dello stadio Heysel"

Heysel tutti sapevano tranne loro

ARTICOLI STAMPA e WEB AGOSTO 2017

Firenze: adesivi sull’Heysel, rimossi tutti i cartelli

ARTICOLI STAMPA e WEB SETTEMBRE 2017

Italia U19, oggi gli Azzurrini commemorano le vittime dell'Heysel

L’Under 19 ha ricordato l’Heysel

Juventus, Liverpool, l’Heysel e quel filo spezzato

Juventus, il Comune di Torino intitola area pedonale a vittime dell'Heysel

Torino: una piazzetta per vittime Heysel

Torino, un’area pedonale sulla Dora sarà intitolata alle vittime dello stadio Heysel

Torino, una piazza per ricordare le vittime dell'Heysel

Prima della partita ricordate le vittime dello stadio Heysel

Dentro l’Heysel tra lapidi e rifiuti Perché Bruxelles ?

di Filippo Conticello

Lo stadio rifatto con poco rispetto per la tragedia dell’85. Il capo della sicurezza: "Sì, la polizia sbagliò".

INVIATO A BRUXELLES (BELGIO) - Il muretto della morte è stato ricostruito, lo stadio è cambiato e non solo nel nome. Eppure qui, nel vecchio Heysel di Bruxelles, la memoria è ancora labile. Distratta. Come se nessuno volesse onorare davvero quei 39 innocenti, portati via dalla follia degli hooligan e dalle colpe delle autorità. Fiori calpestati sotto la lapide, perfino un bicchiere e qualche cartaccia lasciata lì: Alberto Tufano le ha tirate via, prima di commuoversi leggendo uno per uno i nomi delle vittime impressi sul marmo. Lui oggi ha 49 anni e fa il giornalista, ma non dimentica di essere un salvato in mezzo ai sommersi. Nel 1985, a 16 anni, sognava Platini e Scirea, poi si ritrovò vicino ai cadaveri nel maledetto settore Z. È ritornato qui dopo oltre mille chilometri gioiosi in auto e oggi proseguirà fino a Cardiff: dopo quell’incubo si era ripromesso di non vedere più un’altra finale, poi Buffon ha riacceso i sentimenti. È uno dei due ospiti di #GazzaCardiff, il viaggio della Gazzetta da Torino fino in Galles, passato prima dalla Francia e ieri da Bruxelles: in fondo, entrando al Millennium Stadium, Alberto potrà scacciare i suoi demoni. Glielo ha ripetuto spesso in auto anche Franco Neri, l’altro compagno in questa avventura. Un comico davanti al tragico: per un po’ le battute hanno fatto posto alla commozione.

VERGOGNA L’impianto che ormai si chiama "Re Baldovino" è vestito a festa: oggi i Diavoli Rossi si allenano in pubblico. Pare che non ci sia tempo per ricordare: si entra solo dopo insistenza, per qualche minuto e sotto scorta. Ennesimo schiaffo per Alberto, che trattiene le lacrime a fatica mentre ripercorre la strada di un tempo. Passi e sospiri lungo la Rue de Marathon, fino al punto in cui è stato versato più sangue: nel muretto laterale caduto per la pressione della folla c’è un’altra targa con scritto In Memoriam 29-5-85. Nascosta, quasi dimenticata: in fondo, il Belgio minimizza ancora le proprie responsabilità. Lo urla pure il capo della security che non vuole dare il suo nome, ma non si morde la lingua: "Quella sera l’ho vista in tv, una tragedia e una vergogna nazionale. Qui non abbiamo ancora una polizia adeguata: allora, con una vera organizzazione e un piano di sicurezza, chissà quante vite avremmo salvato". Quando si fa notare agli inservienti che meriterebbe decoro il luogo in cui sono morte 39 persone, tutti ripetono la stessa cosa: non compete a loro. Non compete a nessuno.

CENTRIFUGA Trentadue anni fa Alberto aveva passato un pomeriggio sereno prima di guardare l’orrore a pochi centimetri. Così è tornato alla Grand Place, centro di gravità della città oggi pieno di militari antiterrorismo: ha voluto pranzare con Neri nello stesso locale in cui quel giorno si era seduto assieme a Roberto Lorentini, il medico-eroe che ha sacrificato se stesso per provare a salvare un bambino nella calca. Ennesima emozione prima di ripartire e tornare a sorridere: se ogni viaggio racconta qualcosa agli uomini, questo per lui è una centrifuga di emozioni. E di chilometri: ieri mattina era con Neri a Joeuf, nel paesino natale di Platini e in serata ha messo piede in Inghilterra. In mezzo, sul traghetto da Calais alle scogliere di Dover, i due hanno cantato con i primi tifosi, il popolo bianconero in cammino verso la Champions.

NDR: Alberto Tufano, giornalista, nel 1985 testimone e reduce della Curva Z dello Stadio Heysel, autore del libro "Il ragazzo con lo zaino arancione".

3 giugno 2017

Fonte: La Gazzetta dello Sport

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LA TESTIMONIANZA

"Dove gli hooligans ci minacciavano, oggi giocano e ridono i bambini"

di Alberto Tufano

Lo zaino arancione stavolta non c’è. Poco male. I ricordi sono troppi mentre entriamo in auto a Bruxelles le emozioni si moltiplicano metro dopo metro, quello zaino non avrebbe potuto contenerle tutte. Rivedo la Grand Place, bella e luminosa oggi come ieri. E poi l’Atomium, monumento che affianca lo Stadio. Ci siamo. Tutto è pulito, eppure io ricordo ancora quel tappeto di bottiglie di birra vuote sul prato. Oggi i bambini sghignazzano lieti nel vicino parco, ma io sento ancora i cori sguaiati e minacciosi degli hooligans. E poi vedo quelle due lapidi vergognosamente circondate da rifiuti, ma un nome nuovo per lo Stadio e un design sicuro e moderno... Sensazioni amare affollano il mio cuore, mentre gli occhi ricordano i sorrisi spezzati di quei nomi incisi nella pietra: ognuno con una sua storia, tutte vittime senza alcuna colpa. Chi li descrive come 39 angeli non ha torto, perché sono martiri del calcio europeo, deceduti e ricordati erroneamente tutti come juventini, mentre alcuni erano spettatori neutrali. La Storia non si può cambiare, si può solo avere memoria per affrontarne il futuro con nuova forza. Anche per questo sono diventato un giornalista, in fondo. Adesso il futuro per la Juve si chiama Cardiff. Se oggi la squadra scenderà in campo con la passione vera che gli angeli dell'Heysel avevano quella notte del 1985, allora la vittoria non potrà sfuggire. E il triplete avrà ancora più valore per i tifosi, tutti i tifosi, pure quelli non bianconeri. Forse sto sognando, buon segno: vuole dire che sono finalmente uscito dall’incubo. Più tre trofei sul campo, più trentanove esultanze in Cielo. Respect.

3 giugno 2017

Fonte: La Gazzetta dello Sport

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Torino: figlio vittima Heysel, ma la strage fu diversa

Legale famiglia, non dimenticare che a Bruxelles ci fu un assalto.

(ANSA) - AREZZO, 4 GIU - "Quello che è accaduto a Torino con il panico, la folla che scappa, le persone schiacciate e calpestate ha riportato alla mente scene di 32 anni fa, anche se si tratta di due situazioni completamente diverse". A parlare da Arezzo è Andrea Lorentini, presidente dell'Associazione fra i familiari delle vittime dell'Heysel che nella strage allo stadio di Bruxelles, avvenuta il 29 maggio 1985, perse il padre Roberto, 31 anni, medico, travolto mentre cercare di prestare soccorso a un ferito: con la studentessa Giuseppina Conti furono le due vittime aretine della follia di quella finale di Coppa dei campioni tra Juventus e Liverpool. "Il nostro pensiero - aggiunge Andrea che alla presidenza dell'Associazione è succeduto al nonno paterno Otello, scomparso tre anni fa e che era anche lui all'Heysel - va ai feriti in particolare a chi in queste ore sta vivendo momenti di preoccupazione per i propri familiari e in particolare una preghiera per il bimbo che è in prognosi riservata". "Quanto accaduto a Torino ieri non è paragonabile con la tragedia dell'Heysel - commenta infine l'avvocato Paolo Enrico Ammirati, uno dei principali artefici della battaglia legale portata avanti da Otello Lorentini. A Torino si è trattato di un incidente, in Belgio di un vero e proprio assalto dove persero la vita 39 persone tra cui il medico aretino Roberto Lorentini, deceduto per portare aiuto ad un bimbo ferito e la studentessa Giuseppina Conti".

4 giugno 2017

Fonte: Ansa.it

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Panico durante la partita

Calca in piazza a Torino: il testimone

"Io ero all’Heysel ho rivisto quel terrore"

Pino Panetta. Barbiere, era presente alla finale con il Liverpool quando avvenne la strage.

di Marco Bardesono

Ci sono due date che Pino, 73 anni barbiere nato a Cerignola ma da 50 a Torino, non dimenticherà mai: il 29 maggio 1985 e il 3 giugno 2017. "Proprio così. La finale all’Heysel col Liverpool e quella con il Real Madrid". Come andò ? "In Belgio io c’ero. Non mi perdevo una partita. La Juve l’ho sempre seguita, in casa e in trasferta. Ma dopo quell’orrore, 39 morti e 600 feriti, io allo stadio non ci sono più andato". Ma ha continuato a seguire la squadra del cuore ? "Alla radio, in televisione, attraverso i giornali sportivi. Questa volta pensavo che la coppa l’avremmo portata a casa. Poi il caos. Negli occhi di tanta gente ho rivisto il terrore, lo stesso dell’Heysel. Non riesco a crederci. E oggi come allora, io non mi sono fatto un graffio". Perché è andato in piazza ? "Fino a ieri le partite le guardavo a casa mia. Pensavo che in piazza sarebbe stata una festa, e invece". Cosa ha fatto in quei momenti ? "Mi sono seduto per quasi mezz’ora su un marciapiede, piangevo come un bambino. È venuta un’infermiera dell’ambulanza e mi ha dato una bottiglia d’acqua". Tornerà allo stadio ? "Mai più, il calcio è morto. E io non voglio più vedere quegli sguardi di paura".

4 giugno 2017

Fonte: Corriere.it

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CITTADINI

Piazza San Carlo come lo stadio Heysel: il ricordo dell'anziano tifoso

"Io là c'ero e sabato sera in piazza ho rivissuto lo stesso incubo".

Torino come Bruxelles, piazza San Carlo come lo stadio Heysel. Sembra un paragone azzardato, ma davanti al maxi schermo che sabato sera trasmetteva la finale di Champions League c'è stato anche chi è tornato indietro con la memoria a quel 29 maggio di 32 anni fa, quando la competizione si chiamava ancora Coppa dei Campioni. In campo sempre la Juventus, che in quel caso batté il Liverpool 1-0. Una vittoria mai festeggiata per quelle 39 persone morte tra la calca e il panico scatenato da un tentativo di invasione dei temibili hooligans nel settore dei tifosi bianconeri. "Sono sconvolto, sembrava l'Heysel" è il ricordo amaro di un tifoso della Juventus dai capelli grigi. "Non importa come mi chiamo, scrivetelo: io là c'ero e in piazza San Carlo ho rivissuto lo stesso incubo", il panico che scoppia non si sa ancora bene per quale motivo e il fuggi fuggi generale che travolge qualunque ostacolo. Non importa se di fronte c'è un muro di esseri umani, persone in lacrime che implorano di non essere schiacciate. L'anziano tifoso ha il volto rigato dalle lacrime. Al suo fianco una donna, forse la moglie, le gambe e le braccia coperte di sangue. "Speriamo non sia nulla di grave, dove sono i soccorritori ?", chiede l'uomo che la sorregge, lo sguardo verso i lampeggianti delle ambulanze. "Devo andare, ma scrivetelo - insiste: sembrava l'Heysel". E poco importa che cosa abbia causato il panico e tutta quella paura.

4 Giugno 2017

Fonte: Huffingtonpost.it

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 "Ho rivissuto l’incubo dell’Heysel"

Bodnari, presidente del comitato in ricordo della tragedia: "Ripiombata nell’85".

REGGIO EMILIA. Un brivido lungo la schiena. Gelido, terribile. La mente che torna indietro di 32 anni, il flashback che mai nessuno avrebbe voluto rivivere. Iuliana Bodnari, presidente e fondatrice del "Comitato per non dimenticare Heysel Reggio Emilia", non era in piazza San Carlo a Torino, ma è come se fosse stata lì, dove tante persone conosciute in questi anni e accomunate a lei dalla fede bianconera hanno vissuto un autentico incubo: "È stato tremendo, un inferno che mi ha fatto ripiombare nel 1985", racconta. "In piazza c’erano tantissimi amici di Torino e i loro racconti sono ancora più agghiaccianti delle immagini che tutti, purtroppo, abbiamo visto. Millecinquecento persone ferite è un numero allucinante: si è sfiorata la tragedia, un nuovo Heysel e ora non possiamo fare altro che pregare per chi è ricoverato in condizioni più gravi, affinché possano riprendersi la vita, quella che una vicenda assurda ha rischiato di strappargli". Iuliana non si dà pace: "Abbiamo appena commemorato le vittime dell’Heysel, tra le quali anche il reggiano Claudio Zavaroni. Non avrei mai immaginato, dopo 32 anni, di assistere di nuovo a qualcosa di simile. Vedere per terra scarpe, vestiti mi ha fatto piangere il cuore, sembrava tutto identico a quel maledetto 29 maggio del 1985. La gente che scappa e si calpesta, che resta a terra sanguinante, il caos assoluto: ho rivissuto come tanti una tragedia. Doveva essere una giornata di gioia e condivisione, perché lo sport è festa, ma nel clima generale di terrore che il mondo sta vivendo basta un attimo per scatenare l’inferno". Nelle parole di Iuliana, che assieme al marito Rossano Garlassi ha speso anni per tenere vivo il ricordo delle vittime dell’Heysel creando a Reggio l’unico monumento a loro dedicato, c’è anche tanta rabbia: "Mi è stato detto che la piazza era piena di venditori ambulanti con bottiglie di vetro, che l’alcol girava liberamente. Com’è stato possibile ? La gente, prima di tutto le istituzioni, si rende conto che in luoghi affollati basta la scintilla più banale per provocare un disastro ? Diciamo che non abbiamo paura, andiamo in piazza anziché chiuderci in casa, ma in realtà la paura è dentro di noi: alle parole "attentato" o "bomba" si scatena il panico. Sappiamo tutti cosa stava accadendo in contemporanea a Londra, immaginatevi quello che avrà potuto pensare chi era a Torino". (m.c.)

5 giugno 2017

Fonte: Gazzettadireggio.gelocal.it

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Riaffiora l'incubo Heysel. Un brivido lungo 32 anni

di Elia Pagnoni

Un brivido lungo 32 anni. Chi non è più giovanissimo ha vissuto per un attimo il terrore di quella serata: la voce concitata di Bruno Pizzul alla televisione, le immagini che arrivavano da Bruxelles di gente calpestata coperta da drappi bianconeri.

Quelle terribili immagini e quelle prime telefoto dolorose della gente schiacciata contro la recinzione del maledetto settore Z del fatiscente stadio belga dell'Heysel. Sembra proprio un crudele destino juventino quello di accomunare le finali di Champions a momenti di panico e di terrore, ma vedere quella gente a terra sporca di sangue non poteva sfuggire al triste accostamento. Per fortuna questa volta la dimensione è stata molto meno tragica, ma certo chi si è trovato in quella situazione non se l'è vista bella. E chissà se anche quei malcapitati sono andati con la memoria a quella sera del 29 maggio '85 quando, un'ora prima dell'inizio di Juve-Liverpool, la partita della prima coppa Campioni bianconera, gli hooligans cominciarono a spingersi a ondate verso il settore dei tifosi juventini, il famigerato settore Z, forse cercando lo scontro fisico con gli ultrà bianconeri che però erano sistemati esattamente dalla parte opposta dello stadio. Così si trovarono ad affrontare l'orda ubriaca e violenta degli inglesi, i normalissimi tifosi italiani chiusi in quel settore, indifesi di fronte alla furia degli hooligans e persino manganellati dalla polizia belga che invece di proteggerli, impediva loro di fuggire verso il campo, unica via d'uscita da quella folle mattanza. Attimi di terrore che si sono subito trasformati in tragedia con 39 persone uccise dalla follia, schiacciate contro le reti, calpestate, cadute nel vuoto o travolte dal crollo di un muro. Quella che doveva essere una serata di festa divenne una tragedia che pesa ancora come un macigno sulla storia della Juve e del calcio. L'altra sera in piazza San Carlo per un attimo abbiamo rivisto quelle scene di folla ondeggiante. E abbiamo cercato di allontanare gli incubi.

5 giugno 2017

Fonte: Ilgiornale.it

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Piazza San Carlo, Heysel, Forno delle Grucce:

le terribili e immutabili dinamiche della folla

di Roberto Codebò

"Già era di nuovo finita la fiamma; (…) quando si sparse la voce, che, al Cordusio (una piazzetta o un crocicchio non molto distante di lì), s’era messo l’assedio a un forno. Spesso, in simili circostanze, l’annunzio d’una cosa la fa essere. Insieme con quella voce, si diffuse nella moltitudine una voglia di correr là: – io vo; tu, vai ? vengo; andiamo, – si sentiva per tutto: la calca si rompe, e diventa una processione. Renzo rimaneva indietro, (poi) prevalse di nuovo la curiosità. Però risolvette di non cacciarsi nel fitto della mischia, a farsi ammaccar l’ossa, o a risicar qualcosa di peggio". Nel capitolo XII de "I Promessi Sposi", l’inimitabile prosa manzoniana descrive ed analizza le dinamiche della folla. Folla che in mezzo alle vicissitudini di Renzo e Lucia si ritaglia un spazio tutto per sé, divenendo autentico protagonista collettivo, spersonalizzato, ma dotato d’un proprio carattere e, soprattutto, di proprie regole. Regole che, tristemente, non paiono mutate, quasi duecento anni dopo la redazione del capolavoro manzoniano e quasi cinquecento dopo i fatti cui esso (fittiziamente) si riferisce. Perché la folla non ha testa ma ha gambe: le duemila gambe dei suoi mille componenti, pronte a impazzire nella stessa direzione non appena qualcosa o qualcuno - come ben ha detto il collega Imarisio del Corriere della Sera - getta un fiammifero in un secchio pieno di benzina, facendo perdere a tutti la testa - e purtroppo molto spesso - anche le scarpe, che alla malcapitata fuga sarebbero così utili. Sabato sera, quel secchio era riempito non soltanto dalla passione sportiva, ma anche della psicosi terrorismo. Frustrata la passione dal terzo gol del Real Madrid, la psicosi poteva avere miglior gioco. "Spesso, in simili circostanze, l’annunzio di una cosa la fa essere": genio d’un Lisander ! (NDR: soprannome coevo di Alessandro Manzoni) Così, più che mai è bastato che un imbecille gridasse "Bomba, bomba !" per slatentizzare in chiave compulsiva i malcelati propositi di abbandonare la piazza. Propositi che non ci sarebbero mai stati, a fronte di una tripletta di Higuain o di un paio di calci punizione capolavoro di Dybala. Qualche volta, però, non è neppure necessario che la partita cominci. Trentadue anni e cinque giorni prima, le folle juventine erano assiepate nel settore Z dello Stadio Heysel di Bruxelles. Nel 1985 il terrorismo nazionale non era più in voga, quello internazionale non lo era ancora. Ma in quel caso gli si sostituì il terrore: terrore di migliaia di hooligans ubriachi che sfondano le recinzioni tra settore e settore della curva (versione antica e fragile di quelle recentemente rimosse, dopo mille polemiche, dall’Olimpico di Roma), sparano petardi ad altezza d’uomo e schiacciano il popolo bianconero contro un tragico muretto, che cede proprio come la ringhiera di piazza San Carlo mentre i poliziotti belgi non lasciano scappare la gente verso il terreno di gioco, temendo un’invasione di campo (qui ci tocca purtroppo ricordare che i francesi raccontano le barzellette sui belgi come noi le raccontiamo sui carabinieri…). Analogie per la verità quanto mai parziali, ma sufficienti a riaprire una ferita mai rimarginata del vissuto bianconero. Della lezione dell’Heysel si fece tesoro con ritardo (vi fu ancora spazio per la tragedia di Sheffield, meno di quattro anni dopo); ma molte cose ora negli stadi sono cambiate. Resta ora il problema delle piazze, dove la folla riacquista in pieno la sovranità delle proprie tragiche, immutabili regole. "C’era un incalzare e un rattenere, come un ristagno, una titubazione, un ronzio confuso di contrasti e di consulte. In questa, scoppiò di mezzo alla folla una maledetta voce: - c’è qui vicino la casa del vicario di provvisione: andiamo a far giustizia, e a dare il sacco. Parve il rammentarsi comune d’un concerto preso, piuttosto che l’accettazione d’una proposta". Di quella maledetta voce si cerca ora lo stupido autore. Difficile che la folla, nel frattempo, impari a non darle ascolto.

6 giugno 2017

Fonte: Zipnews.it

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Maleficio Heysel

di Jan64

Cari fratelli gobbi, condivido in pieno le riflessioni di Antonio La Rosa, mi limito ad aggiungere che la prestazione offerta a Cardiff ha disonorato la maglia, oltraggiato milioni di tifosi (esposti per giunta ai pernacchi delle tifoserie rivali) e svalutato sensibilmente una stagione agonistica che, al contrario, avrebbe potuto essere davvero leggendaria. Parafrasando un celebre detto di Enrico Cuccia (storico capo di Mediobanca) "i titoli non si contano, SI PESANO" e, a mio modesto ed opinabile parere, una netta vittoria in Champions (che, per altro, non abbiamo MAI ottenuto, anche quando si partiva favoriti) possiede un peso specifico decisamente superiore alla conquista dello scudetto. Credo che molti di noi sarebbero disposti a barattare una decina di campionati e la metà delle Coppe Italia per 5 o 6 delle finali perse quando non gettate proprio alle ortiche (come ad Atene e a Manchester) e, sinceramente, trovo imbarazzante che una squadra con 35 titoli nazionali abbia vinto una sola finale su 8. Dico volutamente una su otto perché deliberatamente non metto nel computo la tragica finale di Bruxelles. Credo che ogni juventino intellettualmente onesto sia infatti consapevole che quella Coppa è priva di valore sportivo essendo stata quella finale giocata solo per motivi di ordine pubblico e decisa da un calcio di rigore assolutamente inesistente. Da parte mia penso che quel trofeo non doveva essere accettato e messo in bacheca e, anche alla luce dell'allucinante filotto di finali perse, mi sono convinto che sia circondato da un oscuro alone di negatività che puntualmente si manifesta nelle finali. Pertanto, fosse per me, lo restituirei alla UEFA senza indugio. Grazie a tutti e Forza Juve.

12 giugno 2017

Fonte: Juworld.net

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 + 40, rispetto !

Qui, a 300 metri dal San Giovanni Bosco, il pensiero va ad Erika. Il Verbano è assai più distante e che senso può avere decidere per amore di venire a morire nel salotto barocco di Torino ? Per amore si fa tutto, anche non sapere di calcio e condividere ugualmente la passione col fidanzato, per amore. Per amore, Cristo Dio ! Come faceva Erika a sapere che la "maledetta" è maledetta davvero ? E che lei sarebbe stata la vittima numero 40 della maledizione ? Chi glielo poteva dire ? Il fidanzato, gli amici, la gente che da ogni parte di Italia e d’Europa si era data convegno la sera del 3 giugno, per alimentare insieme un sogno ? Un happening degno di Woodstock, libero da controlli come quello, con le autorità assenti come quello, con migliaia di vite abbandonate a se stesse come quello. Il particolare atroce sta nel fatto che sono passati 50 anni, quasi. Poi si dice che la storia insegni… Heysel, nome di uno stadio che vive solo nelle menti dei reduci e di chi non vuole che passi nel dimenticatoio, tenacemente, doverosamente. Heysel ricordato nemmeno una settimana prima della finale e rimesso in scena come se fosse compreso nell’abbonamento. Altro bollettino di guerra, per fortuna meno drammatico: dove è il sottile filo delle differenze aritmetiche ? Forse che l’esperienza di un pronto soccorso sia meno alienante a Torino rispetto che a Bruxelles ? Siamo ancora qui a chiederci perché serate di festa debbano finire in ospedale. E se restiamo su questa Terra a gridare la nostra indignazione, Erika lo fa dal Cielo. E’ costretta a farlo da lassù. Ora che non si contano soltanto feriti, con il conseguente liberatorio commento: "E’ andata ancora bene", è giunto il momento di chiedere agli autori di leggerezze, sottovalutazioni e incapacità a leggere nei tempi, di farsi carico delle proprie responsabilità. Prefetto, questore, sindaco, capo dei vigili (pardòn, polizia municipale !), preposti all’ordine pubblico, prego: attendiamo un atto di coraggio. Lo dovete ad Erika, al suo fidanzato, ai suoi familiari, alla sua vita interrotta a 38 anni perché avete permesso che piazza San Carlo diventasse terra di nessuno, voltandovi dall’altra parte. In quello stadio che secondo alcuni avrebbe dovuto contenere 30 mila tifosi, ovviamente senza organizzazione, senza ordine pubblico, senza controlli, solo per spostare l’happening punto e basta, in una casa privata oltretutto tanto per scaricare il barile delle responsabilità, in quello stadio comparirà un numero corretto. Un triste aggiornamento di una contabilità troppo spesso vilipesa senza conseguenze. + 40, rispetto. Ma è ora non solo di pretenderlo il rispetto, ma di ottenerlo. In questo Paese, nel quale a momenti è di nuovo colpa della Juve, anche la morte di Erika. Eboli è molto più distante di Domodossola, eppure pare che ci sia la distanza come da qui al San Giovanni Bosco.

16 giugno 2017

Fonte: Spazioj.it

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Si chiama Erika, non Heysel

Al contrario di quanto scritto un po’ ovunque e degli spettri evocati da più parti questa tragedia, secondo me, non va assolutamente confusa con quella di Bruxelles del 29 maggio 1985.

Abbiamo sperato, pregato e imprecato fino all’ultimo, poi la sentenza della nera signora: Erika è salpata per le stelle, lasciandoci un insegnamento che vanifica ogni retorica di parole vuote nei dintorni della sua morte, una lezione autentica di amore. Era il giorno del compleanno del suo Fabio, non tanto quello della finale di Champions League per la Juventus, perché lei non era neanche una tifosa, ma il suo cuore batteva soltanto per il suo uomo, non per un pallone. Ciò nonostante, raffreddando il presentimento di un attentato, ha voluto donargli la sua presenza accanto, in quella bagnarola di folla d’anime infocate bianca e nera. I suoi sorrisi incoraggianti al compagno nonostante l’atmosfera di tensione in quella ressa emotivamente sudaticcia, il caldo e l’alcool, poi è calato un sipario dall’inferno, il cuore ha ceduto al terrore d’acchito e il ritmo della vita è scaduto al battito di tamburo lento della sua condanna in una lunga agonia. Mi fermo qui… Di lei ci rimarrà una splendida fotografia che vale più di un testamento etico d’autore. Ci ha insegnato come si può amare. Semplicemente. E’ tutto.

I media e i tifosi hanno accostato l’Heysel all’incidente del 3 giugno in Piazza San Carlo a Torino, una fuga come l’altra. Il sangue su stendardi e persone ne è tragica replica certamente, ma bisogna distinguere con lucida analisi fra l’una e l’altra mattanza. Il panico serpeggiato è un effetto in comune da non confondere con la causa. L’orda barbarica e sanguinaria dei tifosi inferociti del Liverpool avrebbe potuto fermarsi invece di riprendere a più riprese con tecniche militari e scagliarsi sugli innocenti spremendoli vigliaccamente contro il muretto del Settore Z. Il terrore esploso all’improvviso per un presunto attentato invece non poté fermarsi da solo prima che la razionalità vagasse un tempo variabile nell’allucinazione. Lo alimenta l’immaginazione. Forse la vittoria dell’ infame Isis è questa: quando noi stessi diveniamo il primo terrorista a sconquassarci dentro, a violentare il nostro evo, la nostra cultura profonda che si nutre di conoscenza, comunione di incontri e di svago. E per lui è inutile farci giustizia sommaria, invocare una esecuzione capitale o ordire un processo esemplare: ci abita e ci mal governa subdolamente, si prende i sogni ipotecandoci il futuro nero dei nostri figli.

E’ vero: le massime autorità comunali di Torino dovevano fare di meglio per prevenire l’imponderabile accadimento dietro l’angolo di una latente psicosi collettiva, organizzando una più oculata e scrupolosa gestione degli spazi e dei soggetti presenti in piazza. E’ giusto: ne rispondano nelle sedi istituzionali e giuridiche ai suoi cari. Oggi la rabbia è ancora tanta ma prima o poi dovrà fare i conti con la maga dell’oblio che ammalia tutto e tutti nel nostro paese sin dalla prima Repubblica. E insieme ai cocci insanguinati delle bottiglie di birra che crocifissero bambini, donne e uomini nella piazza torinese verrà spazzata anche questa storia e insieme la ragione. Ma l’Heysel fu altra cosa. La paura quando rompe gli argini dell’autocontrollo non si argina, ma una tifoseria brutale, con uomini e mezzi idonei, sì. Bastava il getto degli idranti… Paradossalmente quella tragedia si poteva evitare molto più di questa…

Come esorcizzare, dunque, questo demone che ci sconvolge la mente ? C’è un solo modo. Godersi gli istanti brevi o lunghi della nostra passeggiata terrestre. Tanto il futuro resta un ipotesi a prescindere. "Succhiare il midollo della vita", direbbe Henry David Thoreau, perché solo la poesia può salvare la grande bellezza che ci circonda. Il sorriso di Erika è la risposta ad un mondo che è ferito ed in pericolo, ma che non è ancora caduto, non è vinto. Allora arruoliamoci nelle falangi dell’orgoglio al fianco di una civiltà che non opprime le donne, non sevizia spose bambine, non decapita statue millenarie. Difendiamola come fosse la nostra unica progenie e perché non ne potremo avere altre. Lo dobbiamo anche alla dolce Erika, prima vittima di un attentato ad opera della autosuggestione così come ai caduti del Bataclan e di Manchester, di Bruxelles, di Nizza, di Berlino, di Londra… Pertanto diamo all’Heysel quanto è dell’Heysel e ad Erika ciò che gli appartiene: memoria, onore e silenzio… Non manipoliamo la sacralità della sua vita tramontata in rincorse faticose alla demagogia e alle avversioni politiche. Lei non lo merita. In punta di piedi, come una ballerina scalza, leggera è danzata via…

20 giugno 2017

Fonte: Giulemanidallajuve.com

ARTICOLI STAMPA e WEB GIUGNO 2017  

Incontro. Un'iniziativa dello Juventus club doc Valtaro

Borgotaro ricorda la strage dell’Heysel

BORGOTARO - Gli juventini della Valtaro si sono ritrovati al ristorante "Tiffany" di Porcigatone di Borgotaro per festeggiare i successi della "Vecchia Signora", un‘iniziativa dello Juventus Club Doc Valtaro che ha sede a Borgotaro nel bar Angolo 50, che è sempre stato teatro principale di tutte le iniziative e feste che il club ha promosso. Negli anni, il Club ha sempre registrato un importante numero di iscritti, raggiungendo anche punte di quasi 200 soci. Da ricordare inoltre tutto il lavoro e la dedizione del direttivo del Club Valtaro, diretto dalla presidente Jessica Binacchi e dal vicepresidente Patrick Schiavetta. Erano presenti alla conviviale i rappresentanti del comitato "Per non dimenticare Heysel", la tragedia del 29 maggio 1985, poco prima dell’inizio della finale di Coppa dei campioni di calcio tra Juventus e Liverpool, allo stadio Heysel di Bruxelles, in cui morirono 39 persone, di cui 32 italiane e ne rimasero ferite oltre 600. La portavoce luliana Bodnari ha spiegato che il comitato, che non ha scopi di lucro, "si è costituito spontaneamente nel 2007 con l'intento di evitare il degrado e preservare l'unico monumento alle vittime della violenza negli stadi in Italia, alla memoria appunto dei 39 "angeli" che persero la vita in quell'occasione". Il monumento, ispiratosi ai "piletti" dello stadio Heysel e formato da 39 steli di cemento e ferro, è stato posizionato a Reggio Emilia nel 1991. La scultura è opera dell’artista Gido Vanlessen. F.B.

4 luglio 2017

Fonte: Gazzetta di Parma

Maria Federica Giuliani: "Toglieremo gli adesivi

inneggianti alla tragedia dello stadio Heysel"

"Saranno rimossi presto gli adesivi attaccati su alcuni cartelli stradali tra piazza Alberti e lo stadio Franchi, vergognosamente inneggianti alla tragedia dello stadio Heysel di Bruxelles, dove nel 1985 trovarono la morte 39 tifosi juventini durante la finale di Coppa Campioni. L’assessore Giorgetti ci ha assicurato che l’intervento è già inserito nel programma dei lavori sulle strade cittadine". Lo rende noto la presidente della commissione Cultura e Sport M. Federica Giuliani che oggi sull’argomento ha presentato un question time. "Abbiamo voluto avere rassicurazioni in questo senso perché questo macabro scherzo da parte di alcuni tifosi contrasta totalmente con l’autentico spirito sportivo di cui vogliamo che Firenze sia sempre portabandiera" ha aggiunto la presidente Giuliani.

17 luglio 2017

Fonte: Comune di Firenze (Ufficio Stampa)

ARTICOLI STAMPA e WEB LUGLIO 2017  

Heysel tutti sapevano tranne loro

di Rossella Sereno

23 maggio 2017 ore 21:00, c/o Sala ATC Piemonte Centrale, Torino l'Associazione "Quelli di via Filadelfia" presenta la pièce della Compagnia del Teatro Artistico d'Inchiesta: "Heysel, tutti sapevano tranne loro", un monologo di David Gramiccioli.

"Il rispetto per la morte ti rende degno della vita". Così si conclude la pièce teatrale di David Gramiccioli, un monologo che cattura l'attenzione dello spettatore e lo conduce in un percorso fatto di storia, ricordi, episodi e cronaca. Non c'è spazio per il romanticismo, per le sfumature, per le storie edulcorate o messe in piedi con l'intento di commuovere. No, qui vengono trattati i fatti, le ricostruzioni, gli avvenimenti precedenti e il contesto socio-politico di quegli anni, in modo chiaro e incisivo. L'opera teatrale colpisce a partire dal titolo: "Heysel, tutti sapevano tranne loro". Come un destino già segnato, che l'autore/attore illustra e rende a posteriori evidente. Un palco quasi spoglio, il buio in sala, la sola presenza in scena di Gramiccioli, accompagnato soltanto da qualche filmato e da quella cronaca di Bruno Pizzul che ancora oggi fa rabbrividire. Il racconto, o meglio ancora l'analisi, parte dal 12 giugno 1980, quasi 5 anni prima dei tragici fatti dell'Heysel. In Italia, a Torino, si gioca per i Campionati Europei Belgio-Inghilterra (1-1) e già allora gli hooligans inglesi si fanno notare: bottiglie di birra in mano, ubriachi, fuori controllo. Un fenomeno che non sfugge dall'osservazione in patria: se ne discute nel parlamento inglese, dove Margaret Thatcher, già allora, dichiara di voler annientare il tifo violento. 30 maggio 1984, 1 anno prima dell'Heysel. A Roma, si gioca la finale di Coppa dei Campioni Liverpool-Roma (1-1, 4-2 dopo i rigori). Ma fuori dal campo di gioco, la battaglia è italiani contro inglesi, una guerriglia il cui esito è quello di un ragazzo in coma, un uomo accoltellato e una trentina di feriti. Tanto da far decidere all'Uefa di disputare le successive finali in campo neutro, considerato più sicuro. 16 gennaio 1985, 4 mesi e mezzo prima dell'Heysel. A Torino, finale Supercoppa Juventus-Liverpool (2-0). Gli scontri in città tra italiani e inglesi si susseguono fin dal mattino. 11 maggio 1985, 18 giorni prima dell'Heysel. A Bradford, in Inghilterra, si gioca un incontro tra Bradford City e Lincoln City, valido per il campionato di Third Division. Al 40' minuto si innescò un incendio, la partita venne sospesa e i tifosi fatti evacuare. Ma la tribuna, vecchia e fatiscente, era stata costruita in legno. Il fuoco si diffuse facilmente, crollò il tetto dello stadio. All'interno dell'impianto non c'erano estintori: erano stati tolti per evitare possibili atti di vandalismo tra gli hooligans. L'esito fu di 56 morti e 265 feriti. Mancano pochi giorni alla finale a Bruxelles, ma i presupposti si sono già visti tutti: hooligans inglesi fuori controllo, impianti di gioco inadeguati e obsoleti, incapacità di gestione di eventi di questa portata da parte degli organizzatori. 29 maggio 1985, Bruxelles. Finale Coppa dei Campioni, Juventus-Liverpool. L'aria di festa degli juventini in giro fin dal mattino che viene interrotta dell’arrivo degli inglesi. Non una caccia agli juventini, da parte degli hooligans, ma una caccia agli italiani. Ma gli scontri tra hooligans e ultras bianconeri, nel pomeriggio, rientrano nelle logiche del mondo ultrà, e non producono effetti disastrosi. Purtroppo però non è così all'interno dello stadio: accanto gli inglesi, nel settore Z, non ci sono gli ultras della Juventus, che avrebbero saputo rispondere agli attacchi, che erano preparati all'offensiva, che probabilmente avrebbero ricacciato indietro quell'onda inglese. Ma nel settore Z, per colpa di una infausta gestione della vendita dei biglietti, c'erano famiglie, bambini, club. E la paura, il più umano dei sentimenti, vinse su tutto. Alcune teorie, sostenute anche da Bruce Grobbelaar, allora portiere del Liverpool, considerano l'ipotesi che a partecipare agli scontri ci fossero anche membri dell'estrema destra di Londra, il National Front, e che all'imbarco delle navi dall'Inghilterra fossero stati distribuiti volantini su cui era scritto che sarebbe stata l'ultima partita in Europa del Liverpool. Corrispondono a verità queste teorie ? Chi può aver fatto stampare questi volantini ? Domande ancora irrisolte. La tragedia viene vissuta e raccontata in diretta televisiva. Il comunicato dei capitani, le responsabilità belghe evidenti già solo nelle immagini della polizia a cavallo, la Juventus che pare non volesse giocare, l'imposizione di disputare la gara. 39 morti. Una tragedia che riguarda un paese, l'Italia, non una squadra, non una singola tifoseria. Gramiccioli all'interno della sua lucida analisi inserisce solo due immagini, due ritratti. Quello di Giusy Conti, 17 anni, studentessa modello, ottimi voti a scuola, che vuole diventare giornalista sportiva. E chissà quanto sarebbe stata brava. Che si merita la finale, che vuole quella Coppa, che insieme al papà raggiunge Bruxelles. Ma che non tornerà. E quello di due angeli, Andrea Casula e Roberto Lorentini. Andrea, 11 anni, il bimbo più felice del mondo perché andava a vedere la sua Juve e Roberto, 31 anni, medico, che ha provato in tutti i modi a salvare la vita del piccolo Andrea. Due angeli uniti dal destino. "Abbiamo l'obbligo di fermarci e di costruire una memoria comune", conclude nel suo spettacolo David Gramiccioli. Uno spettacolo che andrebbe portato nelle scuole, invitando i ragazzi ad assistervi con attenzione, perché la memoria di una tragedia italiana deve essere tramandata alle nuove generazioni. (N.D.R. Rossella Sereno (tifosa bianconera e assidua frequentatrice della Curva Sud al neo Allianz Stadium della Juventus) è l’autrice del libro "Fratelli di Gradinata").

25 Luglio 2017

Fonte: Giulemanidallajuve.com


Il caso

Firenze: adesivi sull’Heysel, rimossi tutti i cartelli

La denuncia sulla nostra rubrica "Perché ?" sulle scritte e la svolta del Comune.

di Antonio Passanese

C’era scritto: "- 39, nessun rispetto". Il Comune di Firenze, finalmente, ha rimosso i sessantuno "cartelli della vergogna" sui quali erano stati apposti degli adesivi che offendevano la memoria delle vittime dell’Heysel. Erano tra il cavalcavia di piazza Alberti e lo stadio Artemio Franchi, racchiusi in poche centinaia di metri, ed erano stati appiccicati nel gennaio scorso, quando la Fiorentina sfidò la Juve. Adesivi ignobili che rimandavano ai fatti di Bruxelles e che fecero scattare l’ira dell’associazione dei familiari delle vittime che in una lettera aperta ai fratelli Della Valle chiesero "di prendere le distanze da chi infanga la memoria dei morti". Tutti i cartelli che presentavano incriminati sono stati rimossi dagli operai del Comune e sono conservati in un deposito in attesa di essere ripuliti e rimessi a posto. La vicenda - segnalata nella rubrica "Perché ?" del Corriere Fiorentino lo scorso 7 luglio - era stata oggetto di un question time in Consiglio comunale da parte della presidente della commissione cultura e sport Maria Federica Giuliani (Pd) che aveva promesso un intervento.

3 agosto 2017

Fonte: Corrierefiorentino.corriere.it

ARTICOLI STAMPA e WEB AGOSTO 2017  

Italia U19, oggi gli Azzurrini commemorano le vittime dell'Heysel

Gli Azzurrini dell'Under 19 saranno protagonisti oggi alle 17.30 di un’iniziativa promossa in collaborazione con l’Associazione dei familiari delle vittime della tragedia dell’Heysel: il capitano Filippo Melegoni e Alessandro Plizzari insieme allo staff tecnico dell’Under 19 andranno a deporre una corona di fiori davanti al monumento alla Memoria della tragedia dell’Heysel situato nel parco adiacente allo Stadio Mirabello di Reggio Emilia, dove martedì 5 settembre, alle 15.30, gli Azzurrini disputeranno la seconda amichevole in programma contro la Russia.

2 settembre 2017

Fonte: Tuttojuve.com

ARTICOLI STAMPA e WEB SETTEMBRE 2017  

LA VISITA

L’Under 19 ha ricordato l’Heysel

L’omaggio degli azzurrini al monumento che ricorda la strage.

REGGIO EMILIA - È stato un omaggio commosso quello che ieri mattina, la nazionale Under 19, già a Reggio per giocare - domani pomeriggio al Mirabello - una amichevole con i pari età della Russia, ha reso al monumento che a Reggio ricorda le trentanove vittime della tragedia dell’Heysel. Ieri a Reggio Emilia una rappresentanza della Nazionale Under 19 si è recata al Monumento alla Memoria della strage dell’Heysel situato nel parco adiacente allo Stadio Mirabello, per ricordare la tragedia avvenuta il 29 maggio 1985 quando, poco prima dell'inizio della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, nello stadio Heysel di Bruxelles, morirono 39 persone, di cui 32 italiane, e ne rimasero ferite oltre 600. Tra le persone che persero la vita anche un reggiano, il fotografo Claudio Zavaroni. Il caso ha voluto che ieri ricorresse anche il 28esimo anniversario della tragica scomparsa di Gaetano Scirea, morto in un incidente stradale in Polonia, nel 1989 quando aveva da poco smesso i panni del giocatore per indossare quelli di dirigente della Juve. Un pensiero è andato quindi anche alla bandiera della Juve e della Nazionale campione del Mondo nel 1982 in Spagna. A guidare la delegazione che ha reso omaggio al monumento all’Heysel, l’ex granata Massimo Paganin, indimenticato terzino dell’era di Pippo Marchioro e oggi dirigente federale. Con lui l’allenatore degli azzurrini Paolo Nicolato e i calciatori Filippo Melegoni e Alessandro Plizzari. Alla cerimonia hanno preso parte anche la presidente del Comitato che ricorda le vittime dell’Heysel Juliana Bodnari, il presidente di orgoglio Reggiano Zanetti e la Presidentessa dello Juventus Doc Emilia Bianconera Alessandra Balestrazzi. Durante la cerimonia il giocatore Paganin ha detto due parole di ringraziamento per l'invito e la Presidentessa del Comitato ha ringraziato la delegazione e i club presenti dando appuntamento per domenica 17 settembre in occasione della partita della Juventus contro il Sassuolo per un altro momento di ricordo.

4 settembre 2017

Fonte: Gazzettadireggio.gelocal.it

ARTICOLI STAMPA e WEB SETTEMBRE 2017  

Juventus, Liverpool, l’Heysel e quel filo spezzato

di Paolo Avanti

Nel giorno in cui il Comune di Torino ha approvato la dedica di una piazzetta alle vittime della strage dell’Heysel, pubblichiamo un nostro contributo alla (bellissima) fanzine dei tifosi italiani del Liverpool dedicato alla comune passione che, negli anni Settanta-Ottanta, accomunava molti tifosi: quella per i bianconeri e per i Reds. Buona lettura.

Juventus e Liverpool, che passione

Mauro, l’Heysel e quel filo spezzato

di Paolo Avanti

Proprio di fronte a quel piccolo gioiello che è lo Juventus Stadium, sul muretto di cemento che delimita corso Grosseto dalla zona antistante l’impianto, c’è una scritta che fa male: "Odio Liverpool". Negli stadi italiani i tifosi bianconeri cantano spesso quello slogan, mentre gli ultrà avversari inneggiano ai Reds e irridono i caduti dell’Heysel. Tutto molto triste, anche se in linea con la logica delle curve di "colpire" l’avversario nel modo più "politicamente scorretto". Ma tutto un po’ posticcio, quasi finto, perché la maggioranza di chi utilizza l’Heysel nei suoi cori probabilmente in quel maledetto 29 maggio 1985 non era ancora nato. Si tiene però in vita una rivalità che oggi, 2017, non ha più ragione d’essere, ma che sembra invece non finire mai, tanto che quando dici che simpatizzi per Juventus e Liverpool ti guardano come se fossi un pazzo. Eppure c’era un tempo in cui la doppia passione Juventus-Liverpool era molto diffusa, una doppia passione che ha conquistato parecchie persone, più o meno illustri, da chi scrive questo articolo andando su su fino al grande Roberto Beccantini, maestro di giornalismo. Nasceva, perlomeno per una certa generazione, dalle rare ma folgoranti immagini di Anfield negli anni Settanta, dai trionfi europei dei Reds, da quella storica vittoria nella finale di coppa Campioni dell’84 all’Olimpico contro la grande nemica dell’epoca, la Roma di Falcao e Liedholm. Era quasi naturale ammirare quello squadrone che dominava l’Europa da chi dominava l’Italia e ambiva ad arrivare a quel livello anche nelle coppe. Nella tifoseria juventina degli anni Settanta il calcio inglese e quello del Liverpool in particolare era un modello da seguire. Ce lo racconta Mauro Garino, emblema di chi ha unito, con feroce passione, l’amore per le due maglie. Torinese, classe 1960, contrae la passione bianconera grazie a un compagno di ospedale quando seienne era stato ricoverato per un’appendicite. Fu una folgorazione così come le sue prime partite al Comunale. Fece così il suo primo abbonamento alla curva Filadelfia nella stagione 1975-76. Era il campionato vinto dal Torino di Radice, Pulici e Graziani, gli scudetti erano una questione solo torinese. Erano gli anni dell’esplosione del fenomeno ultrà. A capo della curva bianconera c’era Beppe Rossi, un leader che voleva portare negli stadi italiani la passione e il tifo inglese, e in particolare quello della Kop. Guardatevi qui sotto l’intervista proprio a Rossi, nell’ambito di un documentario dedicato al fenomeno ultrà: per spiegare come intende lui il tifo cita Anfield e mette sul giradischi "You’ll never walk alone". Cominciano allora a comparire nelle sciarpe e sulle bandiere bianconere anche i simboli dei Reds. Sono però anche gli anni dei primi scontri, dei primi fenomeni di violenza: dopo un’accoglienza piuttosto dura a San Siro da parte degli interisti, Mauro abbandona la curva. "Vedere molti amici con la testa rotta mi fece capire che era giunto il momento di allontanarsi". Mauro però resta un super appassionato e nel 1981 si imbarca in un’avventurosa trasferta, la sua prima in terra britannica. A Glasgow si gioca il primo turno di Coppa Campioni tra il Celtic e la Juventus, vinceranno 1-0 gli scozzesi, risultato che verrà ribaltato dai bianconeri nella gara di ritorno. Fu un’esperienza fantastica. Mauro fa amicizia con mezzo mondo, ma soprattutto con due ragazzi di Liverpool conosciuti a Calais. Ecco il primo aggancio con la città dei Beatles ! Si tenga sempre presente che ai tempi era tutto più difficile: crearsi dei contatti, avere delle informazioni, viaggiare. Non c’era Internet, non c’era la copertura televisiva di oggi, non c’erano i voli lowcost. Nonostante tutto questo Mauro comincia a frequentare Liverpool, comincia ad amare l’orgoglio e la diversità degli Scouser, anche dei tifosi dell’Everton. E poi la folgorazione finale, il debutto ad Anfield, un 5-0 al Coventry, quell’atmosfera bellissima, i cori, YNWA, i giocatori che non smettevano mai di correre… Ci torna a più riprese. E nel 1984 festeggia il trionfo dell’Olimpico: Torino si veste di rosso dopo la vittoria ai rigori del Liverpool sull’acerrima rivale della Roma. Via Roma diventa via Liverpool. Uno striscione recita "Vinci per noi magico Liverpool". E’ l’apoteosi. Poi arriva il 1985 e cambia tutto. Già a gennaio, per la Supercoppa tra Juventus e Liverpool giocata a Torino si registra qualche scaramuccia in curva. Le due squadre, vere dominatrici della stagione europea, si ritrovano in finale di Coppa Campioni. Mauro acquista il pacchetto per Bruxelles ma cinque giorni prima della partita è costretto a rinunciare al viaggio per motivi di lavoro. "Dissi ai miei amici che non sarei andato perché stavo male - racconta - Ovviamente vedere poi le immagini in televisione di quanto successe fu devastante". I fatti si conoscono: l’assalto di alcuni tifosi del Liverpool in un settore di tranquilli supporter bianconeri, la massa che fugge presa dal panico, l’assenza di poliziotti, lo stadio che cade a pezzi… Si conteranno 39 morti, fu la fine di tutto. La madre dei fratelli Sampson, due degli storici amici di Liverpool di Mauro, gli scrive una lettera accorata, una lettera di scuse a nome della città e della tifoseria, una presa di distanza dagli hooligans. Nacque da lì l’iniziativa di un viaggio della pace con i membri dello Juventus club Bogino e vari amici. I capi della curva bianconera si rifiutarono di partecipare. Non era facile un’iniziativa del genere in quei momenti in cui comprensibilmente a Torino prevaleva la diffidenza, se non l’odio. A Liverpool Mauro e il suo gruppo incontrarono persino Dalglish: fu una bella cosa che andò avanti per parecchi anni senza però fare grande breccia nel mondo bianconero. Fu inscalfibile, invece, la passione di Garino per i Reds. Sarà persino a Hillsborough in quell’altra partita maledetta della storia del Liverpool ("Pur capendo che qualcosa non andava, non si percepiva il dramma che stava accadendo"). Dopo tanti anni e sulla scia di quell’iniziativa presa subito dopo l’Heysel, Mauro sta provando a riaprire dei contatti con la curva bianconera attuale: "Il mio sogno è che un giorno le due tifoserie riescano a incontrarsi almeno per provare a parlarsi". La speranza è quella di riallacciare un filo che la follia di quella lontana sera di maggio non può spezzare.

5 settembre 2017

Fonte: Inthebox.gazzetta.it

ARTICOLI STAMPA e WEB SETTEMBRE 2017  

Juventus, il Comune di Torino intitola area pedonale a vittime dell'Heysel

Tra lungo Dora Agrigento e strada del Fortino nasce "Piazzetta Vittime dell'Heysel".

TORINO - Una piazzetta in ricordo delle vittime dell'Heysel. Ai  39 tifosi scomparsi allo stadio dell'Heysel di Bruxelles, nel giorno della finale di Coppa dei Campioni fra Juventus e Liverpool nel maggio 1985, è stata intitolata un'area pedonale di Torino, tra lungo Dora Agrigento e strada del Fortino, che diventerà piazzetta Vittime dell'Heysel. Lo ha ratificato la giunta comunale di Torino, recependo le decisioni della Commissione Toponomastica. 

5 settembre 2017

Fonte: Tuttosport.it

ARTICOLI STAMPA e WEB SETTEMBRE 2017  

Torino: una piazzetta per vittime Heysel

L'intitolazione è stata ratificata dalla Giunta comunale.

(ANSA) - TORINO, 5 SET - Un'area pedonale di Torino, tra lungo Dora Agrigento e strada del Fortino, è stata intitolata alle 39 persone che persero la vita il 29 maggio 1985 nello stadio Heysel, a Bruxelles, prima dell'inizio della finale di Coppa dei campioni fra Juventus e Liverpool: la piazzetta si chiamerà "Vittime dell'Heysel". L'intitolazione è stata ratificata dalla Giunta comunale di Torino, che ha recepito le decisioni della Commissione toponomastica.

5 settembre 2017

Fonte: Tuttojuve.com

ARTICOLI STAMPA e WEB SETTEMBRE 2017  

Torino, un’area pedonale sulla Dora sarà

intitolata alle vittime dello stadio Heysel

A Vito Scafidi sarà invece dedicato il giardino attrezzato a verde pubblico di piazza Chiaves.

Torino - La giunta comunale ha recepito le decisioni della Commissione toponomastica che ha autorizzato quattro nuove titolazioni di aree pedonali e giardini attrezzati a verde pubblico e la posa di due targhe commemorative nella Circoscrizione 8. L’area pedonale compresa tra lungo Dora Agrigento e strada del Fortino (numeri 36-38) prenderà il nome di Piazzetta vittime dello stadio di Heysel per ricordare la tragedia che avvenne il 29 maggio 1985 durante la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool allo stadio di Bruxelles in cui morirono trentanove tifosi, trentadue dei quali italiani. A Vito Scafidi sarà dedicato il giardino attrezzato a verde pubblico sito nella piazza Desiderato Chiaves. Giovanissimo studente del Liceo Darwin di Rivoli, perse la vita il 22 novembre 2008, in seguito al crollo del soffitto della sua classe… (Omissis)

5 settembre 2017

Fonte: Lastampa.it

ARTICOLI STAMPA e WEB SETTEMBRE 2017  

Juventus  La dedica

Torino, una piazza per ricordare le vittime dell'Heysel

La Giunta del Comune di Torino ha deciso di dedicare un'area della città alle vittime della strage del 29 maggio 1985 prima della finale di Coppa dei Campioni Juventus -Liverpool allo stadio di Bruxelles.

5 settembre 2017 - Milano - L'area pedonale di Torino compresa tra lungo Dora Agrigento e strada del Fortino (numeri 36-38) prenderà il nome di "Piazzetta vittime dello stadio di Heysel". La decisione è stata ratificata dalla giunta comunale di Torino, che ha recepito le decisioni della Commissione Toponomastica. La strage avvenne il 29 maggio 1985 prima della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool allo stadio di Bruxelles quando, conseguenza di un assalto di hooligans inglesi, morirono 39 tifosi, 32 dei quali italiani, mentre i feriti furono più di 600.

5 settembre 2017

Fonte: Gazzetta.it

ARTICOLI STAMPA e WEB SETTEMBRE 2017  

CERIMONIA

Prima della partita ricordate le vittime dello stadio Heysel

La cerimonia davanti al monumento dedicato alle 39 vittime dell'Heysel.

REGGIO EMILIA - La pioggia caduta su Reggio nella prima mattinata di ieri non ha fermato la cerimonia In programma in viale Matteotti, difronte allo stadio Mirabello, per rendere omaggio alle 39 vittime dell'Heysel, alle quali Reggio (in memoria del suo concittadino Claudio Zavaroni) ha dedicato un monumento unico in Italia e non solo. L'obiettivo del comitato "Per non dimenticare Heysel", che si ritrova ogni volta che la Juventus gioca a Reggio Emilia, è quello di portare avanti la memoria di quanto accaduto quel maledetto 29 maggio 1985, in occasione della finale di Coppa dei Campioni fra Juve e Liverpool. Come presidente del Comitato Heysel - spiega luliana Bodnari - vorrei portarla più lontano possibile, nelle biblioteche, nei teatri, perché non è solo una tragedia juventina ma di tutti gli sportivi". Erano presenti gli amici del Toscana Juventus Fan Club Castelfiorentino, con il presidente Vincenzo Minutello, lo Juventus club Gattinara, con Gian Luca Calabrese, Carlo Cogliano di Modena, lo Juventus club Santa Lucia, lo Juventus fan club Parma, con Paolo Manera.

18 settembre 2017

Fonte: La Gazzetta di Reggio

ARTICOLI STAMPA e WEB SETTEMBRE 2017  

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