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MAGGIO 2020
ARTICOLI STAMPA e WEB MAGGIO

Il ricordo di una tragedia

"La tragedia dell'Heysel 35 anni dopo: "Intitolare uno spazio pubblico alle vittime"

Perse il padre all'Heysel: "I cori sui 39 mi fanno incazzare, la Juve pensa ad un monumento..."

35 anni fa la strage dell'Heysel che segnò per sempre il mondo del calcio

Quel maledetto 29 maggio 1985: il ricordo dell’Heysel

Trentacinque anni fa la tragedia dell'Heysel, la notte del calcio

La Juve ricorda l'Heysel: "Dopo 35 anni immutato dolore"

Heysel, un dolore ancora vivo. La Juve: "Non potremo mai dimenticare"

Calcio: Heysel; Spadafora, ricordo strage sempre vivo

29 maggio 1985 - l’Heysel e l’esatta analisi di Renato Curcio

Gravina: "Heysel monito costante per la coscienza"

Heysel, 5 storie per non dimenticare di Francesco Caremani

Heysel, una tragedia lunga trentacinque anni…

Heysel, 35 anni fa la tragedia di Bruxelles dove perse la vita anche il tuderte Franco Martelli

Stadio Heysel, 35 anni fa i 39 morti nella finale di Coppa Campioni tra Juve e Liverpool...

Strage Heysel, la tragedia allo stadio e quei 39 morti sugli spalti / Dalla Z alla A: tutto andò al rovescio

Tacconi sull’Heysel: "Non volevamo giocarla, ma siamo stati obbligati"

Juve, Tacconi racconta l'inferno dell’Heysel

Juventus, Tacconi: "Heysel ? Ci imposero di giocare"

Stefano Tacconi e la tragica notte dell'Heysel: "Prestammo tute e scarpe ai feriti"

Tacconi e Tardelli, quel Liverpool-Juve all'Heysel 35 anni dopo

Heysel, Liverpool-Juve 35 anni dopo: i ricordi di Tacconi e Tardelli

Juventus, Tardelli ricorda la strage dell’Heysel: "Sconfitta del calcio, la UEFA ci ha obbligato a giocare"

L’omaggio dei tifosi granata alle vittime della tragedia dello stadio Heysel

Il ricordo di una tragedia

29 maggio, 35 anni fa l'Heysel, 39 morti che sono ancora un'onta per il calcio.

Il 29 maggio ricorre il 35esimo anniversario della strage dell’Heysel (29 maggio 1985) in cui persero la vita 39 persone per gli incidenti verificatisi prima della finale di Coppa Campioni tra Juventus e Liverpool. Il match fu poi disputato e vinse la squadra bianconera 1-0. "Giocare con queste cifre è assolutamente inaccettabile" disse Bruno Pizzul che ebbe l’ingrato compito di commentare la tragica partita dell’Heysel. In quel momento non si sapeva quale era il numero esatto dei morti. Carlo Nesti gli aveva riportato delle cifre, così come gliele avevano date: "Ci sono due versioni, una parla di 36, un’altra di 24 morti" disse. Ferretti ripeté che non si poteva giocare. Ma si giocò. Claudio Ferretti, scomparso in questi giorni, con la sua sensibilità di giornalista di razza, fece un approfondimento su quella tragica serata qualche giorno dopo: un punto sulla situazione che si era determinata dopo Juventus-Liverpool, con testimonianze dei sopravvissuti che raccontarono come era andata. Anche i giornali avevano raccolto delle voci: "Sono finito sotto i piedi della folla - raccontò uno che si era salvato - e non so come ne sono uscito vivo. Ricordo che gli hooligans erano delle bestie e la polizia belga completamente incapace. Ringrazio Dio di aver salvato la pelle, ma per anni non ho voluto sapere come era finita la partita, né mi sono occupato di calcio". In un libro autobiografico, Paolo Rossi, il goleador juventino, si è espresso senza molti giri di parole: "...Abbiamo vinto. Poi nel nostro cuore abbiamo perso. Anzi, più ci penso e più ho perso... Vedere quel giro d’onore e l’esultanza di una parte del pubblico, in retrospettiva, non è cosa edificante". Molti glissano su quella triste serata che ha segnato un punto a sfavore del calcio, dominato dagli interessi, e della stessa organizzazione del mondo europeo del pallone che evidentemente aveva sbagliato prima a scegliere il piccolo e inadeguato stadio dell’Heysel per una finale di Coppa dei Campioni e poi non aveva saputo dire "alt" alla partita dopo gli incidenti e la bestiale aggressione del "leoni" inglesi. Nel 2015, in occasione dell’amichevole Belgio-Italia, allo stadio di Bruxelles, assistemmo alla commemorazione dei morti di quell'assurda serata. La Nazionale azzurra rese omaggio alla memoria delle 39 vittime della tragedia accaduta nello stadio della capitale belga il 29 maggio 1985.  L'Heysel era stato restaurato e la famosa curva Z, dove, come detto, 32 italiani persero la vita in occasione della finale di Coppa Campioni Juventus-Liverpool, non esisteva più: c'era una bella tribuna. Buffon e Chiellini, in rappresentanza della Nazionale, e i tifosi della squadra bianconera residenti in Belgio, posero delle corone in ricordo delle vittime. I poliziotti belgi che non avevano saputo impedire l’assalto degli inglesi ai tifosi della Juve erano stati licenziati. Una targa con i nomi delle vittime e una con la data di quel triste giorno sono rimasti a ricordo imperituro di una tragedia che non è stata mai dimenticata.

27 maggio 2020

Fonte: Gazzettadiparma.it

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Politica / Camerano

"La tragedia dell'Heysel 35 anni dopo:

"Intitolare uno spazio pubblico alle vittime"

Lorenzo Rabini (Fdi) sostiene la proposta dello Juve Club Camerano: "Il Consiglio comunale la approvi, quel giorno allo stadio c'erano tanti cameranesi".

Il 29 maggio del 1985 si giocò allo stadio "Heysel" di Bruxelles, la finale di Coppa Campioni tra la Juventus ed il Liverpool, ma il risultato sportivo di quella notte fu niente al confronto della tragedia che colpì il mondo dello sport che assistette poco prima dell'inizio gara, ad una incredibile bagarre scatenata dai tifosi inglesi in una parte dello stadio che purtroppo era adiacente a quella dove vennero posizionati anche moltissimi tifosi bianconeri (la tifoseria organizzata della Juve era dall'altra parte dello stadio). L'assalto degli hooligans inglesi scatenò una ressa incredibile, tanto che crollò un muro della gradinata per il troppo peso delle persone che si erano accalcate per tentare la fuga verso il campo di gioco o cercando di saltare addirittura il muro stesso della famigerata "curva Z". Uomini e donne, famiglie, ragazzini schiacciati uno sopra l'altro per tentare la fuga ma, senza saperlo, lanciati, purtroppo verso la morte. Morirono 39 persone di cui 32 Italiani e 600 fu la somma dei feriti dopo il crollo del muro. "Lo Juventus Club Camerano Bianconera, la cui bellissima ed accogliente sede (oltre 100 posti per i soci) fu inaugurata dal sindaco Del Bello nel marzo del 2018, in via Pacinotti, all'interno dello stabile dell'Hotel Tre Querce, ha già da tempo inviato al Comune di Camerano una proposta per intitolare uno spazio pubblico (parco, area verde o altro), proprio al ricordo delle vittime dell'Heysel - dichiara Lorenzo Rabini, capogruppo di Camerano Operazione Futuro - Vorrei ricordare che in quella tragica occasione, molti furono anche i cameranesi presenti allo stadio della tragedia, fortunatamente tutti ritornarono a casa, ma la paura di quei momenti resterà indelebile così come la fortissima preoccupazione delle famiglie. Credo dunque - conclude Rabini - che sia giunto il momento che il Consiglio comunale possa discutere ed approvare un ordine del giorno sulla proposta formulata dallo Juve Club: sarebbe un gesto di grande sensibilità sportiva ed umana, qui non è in gioco certo la faziosità o il tifo, ma semplicemente la voglia di una memoria condivisa per non dimenticare quanto accaduto e trarne lezioni di sportività e di vita".

27 maggio 2020

Fonte: Anconatoday.it

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Perse il padre all'Heysel: "I cori sui 39 mi fanno incazzare,

la Juve pensa ad un monumento in memoria delle vittime"

Si chiama Andrea Lorentini e 35 anni fa, il 29 maggio del 1985, perse il padre Roberto nella calca dell'Heysel. Si era inizialmente salvato, ma poi vide un bimbo di 11 anni sepolto da quella bolgia. Tornò indietro per salvarlo ma entrambi finirono travolti da una seconda ondata di persone in fuga. "Da un punto di vista personale, l’Heysel è una di quelle ferite che non si rimarginano. Come fai a dimenticare la perdita di un genitore ? Il dolore è per sempre", dichiara Andrea a il Corriere di Torino.

CORI DI SCHERNO - "Mi incazzo ma proprio per questo bisogna ricordare. Perché non sia la memoria di una sola tifoseria, o di una squadra, ma sia il ricordo di tutti. Vale anche per Superga. Quella partita non l’ho mai rivista: perché con lo sport non c’entra nulla".

RICORDO - "Ho incontrato la segretaria del ministro Spadafora, per istituire una giornata contro la violenza nello Sport. Juve ? Al J-Museum ha messo una stele con i nomi delle vittime, e ha il progetto di un monumento, nella sede della Continassa. Papà era uno che donava il sangue, che faceva il volontario, e che quella sera si comportò come era lui: tentando di aiutare gli altri. A me piace ricordarlo così".

28 maggio 2020

Fonte: Ilbianconero.com

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35 anni fa la strage dell'Heysel che segnò per sempre il mondo del calcio

Trentanove persone persero la vita negli incidenti verificatisi prima della finale di Coppa Campioni tra Juventus e Liverpool.

28 maggio 2020 - Era il 29 maggio 1985 e allo stadio Heysel di Bruxelles era in programma la finale di Coppa Campioni tra Juventus e Liverpool. Tutto accadde in pochissimo tempo: prima del fischio iniziale, una parte della tifoseria del Liverpool si riversò in massa sulla tribuna dove si trovavano i tifosi italiani, sfondando le reti divisorie. In tv la voce di Bruno Pizzul cercava di spiegare l'inspiegabile. La polizia arrivò quando gli hooligans, allora noti in tutta Europa come una delle tifoserie più violente, erano già in azione: inseguirono i supporter della Juventus fino all'estremità degli spalti. Presi dal panico i tifosi italiani si ammassarono nell'angolo più lontano e basso del Settore Z, schiacciati l’uno sull'altro contro un muro, che crollò. Fu una carneficina. Morirono 39 persone di cui 32 italiani, ci furono 600 feriti e le immagini di quella barbarie fecero il giro del mondo, ma prima si giocò la partita per decisione dei dirigenti UEFA, d'accordo con la polizia belga. Cabrini, Tardelli e Brio andarono a parlare con i tifosi. Capitan Scirea lesse un comunicato: "La partita verrà giocata per consentire alle forze dell'ordine di organizzare al termine l'evacuazione dello stadio. State calmi, non rispondete alle provocazioni. Giochiamo per voi". Un rigore di Platini segnò la più amara e dolorosa delle vittorie della Juventus. Una delle più grandi sconfitte del calcio.

Il ricordo di Cabrini

Quella partita si giocò perché si doveva giocare, dice oggi Antonio Cabrini: "Si era anche pensato di non scendere in campo, ci fu un confronto tra di noi giocatori, c'erano anche i nostri dirigenti che erano in continuo contatto con i responsabili Uefa, alla fine ci venne detto che bisognava giocare, ma le ore e i minuti precedenti furono un caos totale". Tra le istantanee di quel 29 maggio, anche quelle di Cabrini e Tardelli tra i tifosi prima della partita. "Non solo noi, andammo in tanti in curva, eravamo in mezzo a loro, c'era gente disperata, c'era chi cercava un amico o un parente, in quei momenti succedeva di tutto e somatizzavi tutto anche se non sapevamo esattamente cosa fosse successo, si sapeva che c'erano stati scontri pesanti, era davvero il caos totale". Insomma, si decise di giocare per evitare che la tragedia potesse assumere proporzioni ancora più grandi, ma lo stato d'animo dei calciatori non aveva nulla a che fare con il calcio. "Abbiamo cercato di entrare in campo con la consapevolezza di dover fare una vera partita di calcio, ma sapevamo che non era la serata che poteva e doveva incoronare la squadra regina d'Europa".

La punizione della Thatcher

Da Heysel in poi il mondo del calcio provò a cambiare, anche se quattro anni dopo ci fu la tragedia di Hillsborough. Per il calcio inglese arrivò la severa punizione della Thatcher che escluse tutte le squadre inglesi dalle coppe internazionali per 5 anni. Juventus e Liverpool si incontrarono ancora due volte, nel corso della Champions League 2004/2005 quando ai quarti di finale ebbero la meglio i Reds grazie al 2-1 di Anfield Road seguito dallo 0-0 allo stadio delle Alpi di Torino. Prima della partita di andata giocata sul campo degli inglesi, i tifosi del Liverpool mostrarono la scritta "amicizia" sulle tribune, ma molti dei tifosi juventini presenti in quella trasferta voltarono le spalle sia alla coreografia sia all'ingresso delle due squadre in campo. Ian Rush e Michel Platini effettuarono un giro di campo reggendo una targa con gli stemmi dei due club e la scritta "Liverpool v Juventus Anfield 5th April 2005 In memory and friendship" (Liverpool-Juventus, 5 aprile 2005, In memoria e in amicizia) e il club inglese, oltre ad organizzare una cerimonia simbolica sul campo, fece preparare delle sciarpe speciali in cui erano uniti loghi e colori delle due squadre.  La Juventus convive con il tremendo ricordo di quella notte del 1985 e non passa anno in cui non vengano ricordate le 39 vittime dell'Heysel con molteplici celebrazioni e così fa il Liverpool. Nel 2010, in occasione della commemorazione avvenuta nella sede della Juventus alla presenza anche dell'ex Michel Platini allora presidente Uefa, il presidente Andrea Agnelli promise la presenza nell'area dello Stadium di un luogo in memoria delle vittime di quella strage e nel 2012 un totem commemorativo fu inserito all'interno del JMuseum. In quell'occasione Agnelli dichiarò anche: "Ho sempre fatto fatica a sentire mia quella coppa".

Una Giornata contro la violenza nello sport

"Trentacinque anni dopo è ancora più importante ricordare perché con il passare del tempo il rischio che l'Heysel venga dimenticato è reale". Andrea Lorentini è il presidente dell'Associazione dei familiari delle vittime della strage dell'Heysel, nonché il figlio di Roberto Lorentini, morto quella sera a Bruxelles e insignito della medaglia d'argento al valor civile. Si era salvato dopo le prime cariche degli hooligans inglesi, ma era tornato indietro, essendo medico, per prestare soccorso ai feriti sugli spalti, venendo mortalmente travolto mentre stava praticando una manovra respiratoria su un bambino. A 35 anni dalla tragedia, nei familiari delle vittime prevale la volontà di ricordare e provare a far capire alle generazioni future il senso più positivo che deve avere il mondo dello sport. "Non abbiamo sete di giustizia - dice Andrea Lorentini - C'è stato un processo, durato sette anni, che ha emesso una sentenza storica della quale si parla troppo poco. Ovvero la condanna della Uefa, ritenuta responsabile. Una sentenza che ha fatto giurisprudenza e ha cambiato le regole del calcio europeo nella scelta degli stadi e sulla sicurezza. Prima dell'Heysel, la Uefa prendeva il 70% dell'incasso e non era responsabile di eventuali incidenti - ha proseguito Lorentini - Per questo ebbe la possibilità di scegliere l'Heysel, un impianto fatiscente. La Uefa è stata condannata grazie alla tenacia della "prima" associazione fra i familiari delle vittime guidata da mio nonno Otello. Ringraziamo tutti coloro che si impegnano per tenere viva la memoria e lo fanno senza strumentalizzazioni di parte o di sorta. L'Heysel è una tragedia italiana ed europea e quindi dovrebbe andare oltre le divisioni del tifo. Non sollecitiamo nessuno: chi vuole essere al nostro fianco e mostra sensibilità verso la nostra causa è il benvenuto, per il resto noi tiriamo dritti per la nostra strada della memoria". L'Associazione ha sempre messo in piedi una serie di eventi per alimentare il ricordo di quel che avvenne a Bruxelles il 29 maggio 1985, quest'anno l'emergenza Covid lo ha impedito. Il progetto più ambizioso al quale sta lavorando da tempo è quello di istituire in Italia la giornata nazionale contro la violenza nello sport.

L'omaggio del Toro

Un gruppo di tifosi del Torino è salito sul colle di Superga, luogo dove sono morti i giocatori del Grande Torino per uno schianto aereo, e ha esposto uno striscione con scritto: "+39" per ricordare le vittime del 29 maggio del 1985.

28 maggio 2020

Fonte: Rainews.it

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Quel maledetto 29 maggio 1985: il ricordo dell’Heysel

Doveva essere una grande notte di calcio internazionale, il momento della verità tra Juventus e Liverpool. E invece fu solamente una grossa recita, messa in scena in un clima di paura, disperazione e caos. Quel 29 maggio 1985 non lo ricordiamo per la vittoria della prima Coppa dei Campioni della Juventus, trofeo sfuggito ai bianconeri solo due anni prima in favore dell’Amburgo, ma per la tragedia che si consumò sugli spalti e fuori dallo stadio Heysel.

La finale tra la Vecchia Signora e i Reds era la sfida che tutti attendevano con trepidazione: di fronte due delle squadre più forti di quel momento che disponevano di giocatori fortissimi. L’attenzione però si spostò fuori dal rettangolo di gioco. I tifosi del Liverpool caricarono quelli della Juve sfondando una fragile recinzione, sotto gli occhi increduli di 19 milioni di persone che sedevano davanti alla TV. Il pessimo servizio di sicurezza e le fatiscenti condizioni dell’impianto di Bruxelles fecero il resto: piangiamo ancora oggi 39 vittime. Le condanne inflitte, le pene comminate ai tifosi, i risarcimenti della UEFA fanno parte di quello che successe dopo. Molti non accettarono quella maledetta coppa vinta dalla Juventus perché simbolo di una serata che tutto aveva tranne che i contorni di una festa. I festeggiamenti dei giocatori e il giro d’onore intorno al campo sono ancora oggetto di critiche, considerati inopportuni e irrispettosi per le persone che in quel momento stavano vedendo morire i propri cari. Ma ciò che più rattrista è che si poteva fare di più per chi quel giorno è volato via per sempre.

Stadio Heysel: una tragedia annunciata

La Juventus, che aveva raggiunto la finale di Coppa Campioni solamente due volte in undici tentativi, tra l’altro perdendo entrambe quelle partite con l’Ajax (1-0) e l’Amburgo (1-0), era vogliosa di prendersi l’unico trofeo che mancava in bacheca. Ad alimentare il sogno della vittoria c’erano calciatori del calibro di Scirea, Boniek, Platini, Paolo Rossi, Cabrini e Tardelli, guidati dall’acume tattico di Giovanni Trapattoni. Per contro, il Liverpool era quello fortissimo degli anni Settanta e Ottanta, che vantava in rosa giocatori come Rush, Dalglish e Grobbelaar e che era abituato a certi palcoscenici. Aveva già vinto l’anno precedente contro la Roma e inseguiva la sua quinta affermazione continentale. Prima dell’inizio della partita, l’atmosfera sembrava piuttosto tranquilla. Sì, ci fu qualche scaramuccia, del resto i tifosi inglesi erano già su di giri considerato l’alcol che avevano in corpo, ma non accadde nulla di serio. Le persone giunte allo stadio confluivano serenamente all’interno dell’impianto: le due curve riservate agli ultrà di Liverpool e Juventus si andavano riempendo, allo stesso modo del settore Z. Che era l’altra parte dello stadio dedicata alle famiglie juventine, dove i genitori con bambini e le coppie di mezza età provenienti da tutta Italia potevano sistemarsi per assistere alla partita. Tra loro c’era anche qualche spettatore francese e belga. Ecco, bisogna aprire una parentesi sullo status dello stadio Heysel. Venne costruito tra il 1929 e il 1930 e ribattezzato "Heysel" nel Dopoguerra (prima si chiamava "Stadio del Giubileo"). Quella tra Juventus e Liverpool avrebbe dovuto essere l’ultima partita da disputarsi nel vecchio impianto, anche se nel 1990 il Milan vi giocò un match di Coppa dei Campioni. Già nei primi anni ’80 la struttura presentava chiari segni di obsolescenza, con l’erba che spuntava dalle tribune di cemento. Nessun tipo di ristrutturazione venne però apportato prima della finale del 1985, tanto che a dividere i tifosi inglesi da quelli italiani del settore Z c’era solo una rete metallica. Solamente nel 1994-1995, ben dieci anni dopo la tragedia dell’Heysel, venne sottoposto a manutenzione e restyling completo rispettando i parametri di sicurezza imposti dalla legge. Ma era tardi ormai. Tornando alla preparazione della partita, mentre i tifosi prendevano posto dentro lo stadio, anche il servizio d’ordine si dispiegava. Tuttavia, secondo alcuni testimoni, i poliziotti posti a garanzia del settore Z - quello confinante con la curva del Liverpool - erano solamente otto, in più con le loro ricetrasmittenti non funzionanti. Assurdo. Il numero delle forze di polizia era esiguo in confronto alle migliaia di tifosi che continuavano ad entrare anche grazie a biglietti contraffatti. In effetti i presenti riferirono che alcuni sostenitori, una volta all’interno dei cancelli, passavano il loro biglietto ad altri lanciandolo oltre il muro. Lo stadio piano piano si stava "gonfiando" quasi a scoppiare e i pochissimi poliziotti impiegati erano la contromisura insufficiente pensata dalle autorità belghe.

Il disastro

Circa un’ora prima del fischio d’inizio, alle 19.20 (la partita era in programma per le 20.15), gli hooligan ubriachi del Liverpool iniziarono a caricare muovendosi verso il settore Z. Si dice che si mossero con intenzioni del tutto intimidatorie per provocare la reazione degli juventini, i quali però indietreggiarono impauriti fino ad ammassarsi contro il malfamato "piccolo muro". Gli inglesi non ci misero tanto a rompere la rete che separava le tifoserie e, mentre avanzavano lanciando oggetti, strinsero in una morsa mortale i tifosi della Juventus: il muro crollò, molte persone finirono schiacciate dalle macerie, altre calpestate dalla folla. Qualcuno provò a salvarsi cercando di scavalcare ed entrare nel settore adiacente, altri si gettarono nel vuoto per non finire soffocati. Chi, invece, era riuscito a lasciare le tribune per trovare riparo sul campo di gioco, trovava i manganelli dei poliziotti pronti a colpirli per mantenere l’ordine. Il loro intervento era ormai una ridicola e tardiva esibizione di forza. Il caos più totale e il panico imperversavano, i tifosi correvano fuori, dentro lo stadio e in mezzo al campo alla disperata ricerca d’aiuto o per riabbracciare i propri cari persi nel marasma generale. Le immagini che la Rai stava trasmettendo sconvolsero chi stava guardando la televisione. Pure per il telecronista Bruno Pizzul divenne un’impresa gestire la cronaca degli eventi, con notizie vaghe e tremende che si rincorrevano: "Ci sarebbero stati anche dei morti, non si conoscono le nazionalità", disse Pizzul. Nel frattempo i giocatori erano rimasti negli spogliatoi in attesa di ordini dalla UEFA. Alcuni, tra questi Brio, Tardelli e Cabrini, uscirono per andare a parlare coi tifosi e per tranquillizzarli. A quel punto sembrava evidente a tutti che non ci fossero i presupposti per dare inizio alla partita. Però, contro ogni previsione, la UEFA decise che la gara doveva essere disputata, puramente per "scopi di ordine pubblico", mentre nel parcheggio dello stadio giacevano cadaveri coperti da lenzuoli.

Polemiche e festeggiamenti indecorosi

Fu questa la domanda che più volte venne riproposta: perché si giocò ? Attorno solo morte, paura, grida, panico, eppure la partita si giocò. Gli stessi tifosi supplicarono i calciatori di non giocare, ma le indicazioni della UEFA erano state chiare. In seguito molti affermarono di sapere poco o nulla riguardo a ciò che stava accadendo. Alcuni non avevano idea che c’erano state delle vittime, altri invece sapevano perfettamente. Paolo Rossi affermò: Quando siamo scesi in campo, in quel brutto e fatiscente stadio, avevamo solo la lontana percezione di ciò che era successo in realtà. Eravamo lontani mille miglia dalla cruda realtà. Anche Kenny Dalglish sostenne che non era a conoscenza della morte di alcune persone, lui si era addormentato e non sapeva delle vittime. A differenza, invece, di Phil Neal (il capitano del Liverpool) e Alan Hansen che avevano saputo dei decessi e di Cabrini che disse chiaramente: "Noi giocatori sapevamo tutto". Ma la partita comincia - alle 21.40, con più di un’ora di ritardo - e la cronaca ha le sue esigenze. La gara è combattuta, rimane sullo 0-0 fino a quando un lungo e preciso lancio di Platini pesca Boniek. Il polacco si invola verso la porta inseguito dai difensori e, a ridosso dell’area, viene atterrato. Seppure il fallo commesso sia fuori dall’area di rigore, la velocità dell’intervento fa cadere in errore l’arbitro che concede la massima punizione. Dal dischetto Platini non sbaglia: 1-0 (58′). Il risultato non cambia più, la Juventus vince la sua prima Coppa dei Campioni. Al triplice fischio scoppia un’esultanza di gruppo della panchina e dei giocatori in campo, in netto contrasto con il clima da funerale che si respirava. Addirittura i calciatori si concedono il giro d’onore per esultare insieme ai propri tifosi rimasti nello stadio, ma di onorevole c’era ben poco. Lo stesso Paolo Rossi ammise che quelli furono festeggiamenti indecorosi. L’attaccante juventino disse che "vedere quel giro d’onore non fu certamente edificante". Pure il terzino della Nazionale italiana, Antonio Cabrini, si espresse sulle esultanze: Non è stata un’esultanza festosa: si è trattato semplicemente di uno sfogo carico di rabbia dopo tutte quelle ore di tensione. Per me quella coppa resterà per sempre una coppa insanguinata. La coppa della morte. Infine, finì nel polverone delle polemiche anche l’esultanza di Platini. Una manifestazione di gioia sfrenata, considerata da tutti di pessimo gusto. Il francese si giustificò dicendo che "il calcio è un circo, non si ferma mai, neppure dopo una tragedia". I dibattiti non si placheranno mai, certo che tutti quei sorrisi stonavano parecchio.

Le conseguenze: condanne e squalifiche

Quel giorno persero la vita 39 persone, di cui 32 italiani, 4 belgi, 2 francesi e 1 irlandese. Il più giovane aveva 11 anni. I feriti furono oltre 600. Le squadre inglesi furono squalificate per cinque anni da tutte le competizioni europee, tre ufficiali di polizia furono licenziati, 25 tifosi del Liverpool furono estradati in Belgio per essere processati e dopo cinque mesi di processo, nell’aprile del 1989, 14 furono ritenuti colpevoli di omicidio volontario. A tutti e venticinque furono inflitte condanne con il beneficio della condizionale. La UEFA risarcì le famiglie delle vittime dopo che anche il segretario generale Hans Bangerter fu ritenuto colpevole di negligenza. Nel 1987 il segretario della Federcalcio belga, Albert Roosens, venne accusato di omicidio colposo e massacro. E tra gli altri accusati c’era pure il presidente della UEFA, così come l’allora sindaco di Bruxelles e due ufficiali di polizia. Ciò che si può e si deve fare oggi è ricordare. Ricordare chi non c’è più è la sola maniera per tenere in vita quelle persone.

Tutta Torino + 39

Tutta Torino continua a stringersi attorno a chi quel maledetto 29 maggio 1985 ha perso ingiustamente la vita. È troppo importante non dimenticare. Il 26 marzo 2017 è stato inaugurato un giardino della memoria nel Comune di Grugliasco, a sud di Torino, per rendere eterno il ricordo. Al "Giardino Vittime dell’Heysel" è stato aggiunto anche un bellissimo murales per dare colore alla memoria, opera dello Juventus Club Doc di Grugliasco. E qualche giorno dopo, esattamente martedì 23 maggio 2017, il Comune di Torino ha dedicato una piazza alle 39 vittime dell’Heysel accanto alla biblioteca "Italo Calvino", in lungo Dora Agrigento, nella Circoscrizione 7. La decisione è stata presa dalla commissione Toponomastica di Torino presieduta da Fabio Versaci, il presidente del Consiglio comunale del capoluogo piemontese. Un altro gesto nel segno dell’amore per chi non è più con noi.

Torino, nel 2018 inaugurata una piazza in centro

Il 29 maggio 2018, in occasione del 33esimo anniversario della tragedia dell’Heysel, a Torino è stata intitolata una piazza alle 39 vittime. Alla cerimonia di inaugurazione della "Piazzetta Vittime dell’Heysel" erano presenti le più importanti cariche istituzionali della città e della regione Piemonte.

(Ndr: A Torino c’è una sola Piazzetta dedicata alle vittime dell’Heysel, inaugurata nel 2018. Nel 2017 fu annunciata l’ubicazione, nello stesso punto).

29 maggio 2020

Fonte: Calciorepublic.com

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Trentacinque anni fa la tragedia dell'Heysel, la notte del calcio

Il ricordo della Juventus: "Alla memoria di quei 39 morti che oggi, come ogni giorno, dedichiamo il nostro raccoglimento, e il nostro dolore. Perché passano gli anni, ma immutato è il dolore".

Trentacinque anni fa si consumava la tragedia dell'Heysel, 39 tifosi della Juventus morti nella calca sulle gradinate prima dell'inizio della finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool. Il club bianconero ricorda quella data terribile: "La parola Heysel è una di quelle che mai e poi mai potremo dimenticare", scrive sul sito sotto la targa di Bruxelles "in memoriam 29-05-85. "Sono passati trentacinque anni, ma la memoria di chi c'era, di chi ha assistito dai teleschermi di casa, e anche di chi non era ancora nato ma ha conosciuto i fatti leggendo i libri di storia, è qualcosa che si risveglia, immediatamente, al solo leggere o sentire quella parola. Heysel. Quel giorno - ricorda la Juventus - a Bruxelles c'era il sole. Un sole che stava lasciando sul campo i suoi ultimi raggi, quando proprio su quel campo, e su quegli spalti, prima dell'inizio della Finale di Coppa dei Campioni fra Juve e Liverpool, si consumò l'incredibile. Si consumò l'orrore. Successe tutto in pochi istanti: le cariche, la corsa per scappare, quel muro che crolla. E il panico. Una notte, quella di Bruxelles, che si portò via 39 persone, quasi tutte italiane: il più giovane fra loro aveva solo dieci anni. È alla loro memoria che oggi, come ogni giorno, dedichiamo il nostro raccoglimento, e il nostro dolore. Perché passano gli anni, ma quella parola continua a evocare in noi lo stesso, immutato dolore. Heysel".

"In 35 anni non abbiamo dimenticato neanche una delle 39 vittime della terribile notte che ha cambiato per sempre il calcio". Così, sui suoi profili social, la sindaca di Torino Chiara Appendino celebra l'anniversario della tragedia dell'Heysel di Bruxelles in cui la sera del 29 maggio 1985 persero la vita 39 tifosi bianconeri prima della finale di Coppa dei Campioni fra la Juventus e il Liverpool. "Alle loro famiglie - aggiunge la sindaca - mando l'abbraccio di tutta Torino".

"La tragedia dell'Heysel è un monito costante per la coscienza del calcio europeo. A distanza di anni la commozione è ancora viva, ricordiamo perché non avvenga mai più un dramma del genere": il presidente della Figc Gabriele Gravina ricorda così le vittime dell'Heysel nel giorno del 35mo anniversario della strage che il 29 maggio 1985 costò la vita a 39 persone per gli incidenti verificatisi prima dell'inizio della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Nel novembre 2015, ricorda una nota, in occasione di un'amichevole con il Belgio disputata a Bruxelles, la Figc in accordo con la federazione belga rese omaggio alle vittime della tragedia, con gli Azzurri che deposero una corona di fiori sotto la lapide che riporta i nomi delle persone che persero la vita nella tristemente famosa Curva Z. Insieme ai rappresentanti dell'Associazione dei familiari delle vittime dell'Heysel guidati da Andrea Lorentini, la Federazione ritirò simbolicamente la maglia della Nazionale numero 39, autografata da tutti i calciatori della Nazionale ed esposta al Museo del Calcio di Coverciano.

"Il ricordo della strage dell'Heysel resterà sempre vivo nella nostra memoria": così scrive il ministro del sport Vincenzo Spadafora in un post sul suo profilo Facebook. "35 anni fa una festa dello sport - scrive ancora il ministro - si trasformò in una tragedia dove persero la vita 39 persone e 600 rimasero ferite a causa degli incidenti verificatisi prima dell'inizio della finale di coppa campioni tra Juventus e Liverpool". Il post è accompagnato da una foto che ritrae la tribuna dello stadio di Bruxelles nei minuti successivi agli incidenti che causarono la morte dei tifosi italiani.

29 maggio 2020

Fonte: Ansa.it

ARTICOLI STAMPA e WEB MAGGIO 2020  

La Juve ricorda l'Heysel: "Dopo 35 anni immutato dolore"

"Successe tutto in pochi istanti. Una notte, quella di Bruxelles, che si portò via 39 persone, quasi tutte italiane. È alla loro memoria che oggi, come ogni giorno, dedichiamo il nostro raccoglimento", la nota del club bianconero.

TORINO - Trentacinque anni fa si consumava la tragedia dell'Heysel, 39 tifosi della Juventus morti nella calca sulle gradinate prima dell'inizio della finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool. Il club bianconero ricorda quella data terribile: "La parola Heysel è una di quelle che mai e poi mai potremo dimenticare", scrive sul sito sotto la targa di Bruxelles "in memoriam 29-05-85. "Sono passati trentacinque anni, ma la memoria di chi c'era, di chi ha assistito dai teleschermi di casa, e anche di chi non era ancora nato ma ha conosciuto i fatti leggendo i libri di storia, è qualcosa che si risveglia, immediatamente, al solo leggere o sentire quella parola. Heysel. Quel giorno - ricorda la Juventus - a Bruxelles c'era il sole. Un sole che stava lasciando sul campo i suoi ultimi raggi, quando proprio su quel campo, e su quegli spalti, prima dell'inizio della Finale di Coppa dei Campioni fra Juve e Liverpool, si consumò l'incredibile. Si consumò l'orrore. Successe tutto in pochi istanti: le cariche, la corsa per scappare, quel muro che crolla. E il panico. Una notte, quella di Bruxelles, che si portò via 39 persone, quasi tutte italiane: il più giovane fra loro aveva solo dieci anni. È alla loro memoria che oggi, come ogni giorno, dedichiamo il nostro raccoglimento, e il nostro dolore. Perché passano gli anni, ma quella parola continua a evocare in noi lo stesso, immutato dolore. Heysel".

Heysel, Appendino: "Alle famiglia l'abbraccio di Torino"

"In 35 anni non abbiamo dimenticato neanche una delle 39 vittime della terribile notte che ha cambiato per sempre il calcio". Così, sui suoi profili social, la sindaca di Torino Chiara Appendino celebra l'anniversario della tragedia dell'Heysel di Bruxelles in cui la sera del 29 maggio 1985 persero la vita 39 tifosi bianconeri prima della finale di Coppa dei Campioni fra la Juventus e il Liverpool. "Alle loro famiglie - aggiunge la sindaca - mando l'abbraccio di tutta Torino".

Gravina: "Heysel, monito per la coscienza"

"La tragedia dell'Heysel è un monito costante per la coscienza del calcio europeo. A distanza di anni la commozione è ancora viva, ricordiamo perché non avvenga mai più un dramma del genere". Gabriele Gravina, presidente della Figc, ricorda così le vittime dell'Heysel nel giorno del trentacinquesimo anniversario della strage che il 29 maggio 1985 costò la vita a 39 persone per gli incidenti verificatisi prima dell'inizio della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Nel novembre 2015, in occasione di un'amichevole con il Belgio disputata a Bruxelles, la Figc in accordo con la federazione belga rese omaggio alle vittime della tragedia, con gli Azzurri che deposero una corona di fiori sotto la lapide che riporta i nomi delle persone che persero la vita nella tristemente famosa Curva Z. Insieme ai rappresentanti dell'Associazione dei familiari delle vittime dell'Heysel guidati da Andrea Lorentini, la Federazione ritirò simbolicamente la maglia della Nazionale numero 39, autografata da tutti i calciatori della Nazionale ed esposta al Museo del Calcio di Coverciano.

Heysel, il messaggio del Torino

Il Torino ricorda commemora con un tweet la tragedia dell'Heysel di 35 anni fa, quando morirono 39 tifosi della Juventus. "Uniti nella preghiera e nel ricordo" il messaggio lanciato attraverso Twitter dal club granata.

29 maggio 2020

Fonte: Tuttosport.com

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L'OMAGGIO

Heysel, un dolore ancora vivo. La Juve: "Non potremo mai dimenticare"

Il Liverpool si unisce al ricordo delle 39 vittime del 29 maggio 1985: "You'll never walk alone".

Milano - Una tragedia ancora impossibile da accettare, 35 anni dopo quella sera maledetta. Il 29 maggio 1985, allo stadio Heysel di Bruxelles dove si giocava la finale di Coppa dei Campioni tra Juve e Liverpool, 39 persone (di cui 32 italiani) morivano per i disordini provocati dagli hooligan inglesi, che causarono il crollo del "settore Z" in cui s'erano ammassati i sostenitori bianconeri. Un anniversario che oggi viene ricordato con commozione e tristezza da tutto il mondo del calcio. In mattinata, il sindaco di Bruxelles Philippe Close, insieme agli ambasciatori di Italia e Inghilterra, ha tenuto una cerimonia di fronte allo stadio che ora si chiama "Re Baldovino", alla presenza di una piccola folla, rispettosa delle distanze per le misure anti coronavirus.

IL DOLORE DI JUVE E LIVERPOOL ... -  "La parola Heysel è una di quelle che mai e poi mai potremo dimenticare - si legge sul sito ufficiale della Juve - La memoria di chi c'era, di chi ha assistito dai teleschermi di casa, e anche di chi non era ancora nato ma ha conosciuto i fatti leggendo i libri di storia, è qualcosa che si risveglia, immediatamente, al solo leggere o sentire quella parola. La notte di Bruxelles si portò via 39 persone, la più giovane fra loro aveva solo dieci anni. È alla loro memoria che oggi, come ogni giorno, dedichiamo il nostro raccoglimento, e il nostro dolore. Perché passano gli anni, ma quella parola continua a evocare in noi lo stesso, immutato dolore. Heysel". Al ricordo di quella notte terribile si aggiunge il Liverpool, che sul profilo Twitter ufficiale dedica alle vittime il suo tradizionale "You'll never walk alone".

... E QUELLO DI TUTTI - All’omaggio si aggiunge la sindaca di Torino: "In 35 anni non abbiamo dimenticato neanche una delle 39 vittime della terribile notte che ha cambiato per sempre il calcio. Alle loro famiglie mando l'abbraccio di tutta Torino", dice Chiara Appendino. Anche la sponda granata fa la sua parte: "Uniti nella preghiera e nel ricordo", twitta il Toro. In rappresentanza del movimento calcistico italiano, si esprime il presidente Figc, Gabriele Gravina: "La tragedia dell'Heysel è un monito costante per la coscienza del calcio europeo. A distanza di anni la commozione è ancora viva, ricordiamo perché non avvenga mai più un dramma del genere". Nel novembre 2015, in occasione di un'amichevole con il Belgio disputata a Bruxelles, la Figc in accordo con la federazione belga rese omaggio alle vittime della tragedia, con gli Azzurri che deposero una corona di fiori sotto la lapide che riporta i nomi delle persone che persero la vita nella tristemente famosa Curva Z. Insieme ai rappresentanti dell'Associazione dei familiari delle vittime dell'Heysel guidati da Andrea Lorentini, la Federazione ritirò simbolicamente la maglia della Nazionale numero 39, autografata da tutti i calciatori della Nazionale ed esposta al Museo del Calcio di Coverciano.

29 maggio 2020

Fonte: Gazzetta.it

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Calcio: Heysel; Spadafora, ricordo strage sempre vivo

Ricordo Ministro sport: "Festa si trasformò in tragedia"

(ANSA) - ROMA, 29 MAG - "Il ricordo della strage dell'Heysel resterà sempre vivo nella nostra memoria": così scrive il ministro del sport Vincenzo Spadafora in un post sul suo profilo Facebook. "35 anni fa una festa dello sport - scrive ancora il ministro - si trasformò in una tragedia dove persero la vita 39 persone e 600 rimasero ferite a causa degli incidenti verificatisi prima dell'inizio della finale di coppa campioni tra Juventus e Liverpool". Il post è accompagnato da una foto che ritrae la tribuna dello stadio di Bruxelles nei minuti successivi agli incidenti che causarono la morte dei tifosi italiani.

29 maggio 2020

Fonte: Ansa.it

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29 maggio 1985 - l’Heysel e l’esatta analisi di Renato Curcio

Una tragedia ancora impossibile da accettare, 35 anni dopo quella sera maledetta. Il 29 maggio 1985, allo stadio Heysel di Bruxelles dove si giocava la finale di Coppa dei Campioni tra Juve e Liverpool, 39 persone (di cui 32 italiani) morivano per i disordini provocati dagli hooligan inglesi, che causarono il crollo del "settore Z" in cui s’erano ammassati i sostenitori bianconeri. Un anniversario che oggi viene ricordato con commozione e tristezza da tutto il mondo del calcio. Un anno dopo il capo delle Br Renato Curcio, scrisse per il Guerin Sportivo. "All’appuntamento con lo show dell’anno", esordiva Curcio "si è presentato Thanatos il Guastafeste. Kissinger, Agnelli & C. hanno assistito al suo rumoroso ingresso nella curva Z. Comunque in poco più di un’ora l’incidente è stato normalizzato. La Juve ha vinto la Coppa. Thanatos rimosso. Una parte dei tifosi ha esultato. Un’altra ha digrignato i denti. Come sempre più spesso succede. Ed è "naturale". Il rito del calcio, infatti, nella crisi dei valori e del politico che corrode le antiche certezze, svolge per così dire un ruolo di supplenza e raccoglie i cocci della civiltà della morte cercando in qualche modo di tenerli insieme…". Ed ecco una prima analisi dei comportamenti del "popolo delle curve: "…Non guasta ricordare che in Europa oltre venti milioni di disoccupati sono ufficialmente classificati "inutili" e "inconvertibili"… Negli attuali rapporti di produzione della vita per questa massa non c’è alcun futuro… Gli inutili-inconvertibili sono oggetto di molte attenzioni. Quella degli "spacciatori di tifo" non è ultima per importanza… Per quanto "accesi" i tifosi non sono animali. E neppure psicopatici, mestatori politici o sub-normali… Sono masse culturalmente manipolate. Cristalli di massa sociale canalizzata, influenzata e spinta ad identificarsi con una "bandiera" e ad identificare, in un’altra, il suo generico nemico…". Dopo avere citato Freud (gli scritti sulla guerra e l’istinto di morte) e Lorenz (l’aggressività come impulso distruttivo incontenibile) per spiegare in qualche modo l’attitudine dei tifosi, soprattutto giovani, alla violenza, e avere disegnato un percorso di impossibile recupero (purtroppo "il fenomeno ultrà è l’ultimo fenomeno di aggregazione giovanile rimasto") la conclusione amarissima: "Le guerre negli stadi sono guerre di corpi in trappola che finiscono per perfezionare la trappola… Metafore spietate della guerra in quest’epoca metropolitana".

29 maggio 2020

Fonte: Agrotoday.it

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Gravina: "Heysel monito costante per la coscienza"

Il presidente Figc: "A distanza di anni la commozione è ancora viva".

"La tragedia dell'Heysel è un monito costante per la coscienza del calcio europeo. A distanza di anni la commozione è ancora viva, ricordiamo perché non avvenga mai più un dramma del genere". Il presidente della Figc Gabriele Gravina ricorda così le vittime dell'Heysel nel giorno del 35° anniversario della strage che il 29 maggio 1985 costò la vita a 39 persone per gli incidenti verificatisi prima dell'inizio della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Nel novembre 2015, ricorda una nota, in occasione di un'amichevole con il Belgio disputata a Bruxelles, la Figc in accordo con la federazione belga rese omaggio alle vittime della tragedia, con gli Azzurri che deposero una corona di fiori sotto la lapide che riporta i nomi delle persone che persero la vita nella tristemente famosa Curva Z. Insieme ai rappresentanti dell'Associazione dei familiari delle vittime dell'Heysel guidati da Andrea Lorentini, la Federazione ritirò simbolicamente la maglia della Nazionale numero 39, autografata da tutti i calciatori della Nazionale ed esposta al Museo del Calcio di Coverciano.

29 maggio 2020

Fonte: Raisport.rai.it

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Heysel, 5 storie per non dimenticare di Francesco Caremani

Morire per una partita di calcio. Morire per la violenza di "tifosi" che non meritano di viverlo e la connivenza di autorità che non sanno gestirlo. Da trentacinque anni l’Heysel è una ferita aperta nella coscienza di ogni sportivo. Una notte maledetta che a Bruxelles, il 29 maggio 1985, prima della finale di Coppa Campioni tra Juventus e Liverpool ha causato la morte di 39 persone con un’unica irreparabile colpa: essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Francesco Caremani, giornalista e scrittore, di quella strage è diventato la voce più autorevole. Nel 2003 ha scritto "Le verità sull'Heysel. Cronaca di una strage annunciata", un libro che ha portato alla luce verità scomode mai raccontate, superando un certo riduzionismo con cui molti hanno trattato nel tempo la vicenda. Un lavoro supportato dall’associazione dei familiari delle vittime che per sette anni hanno combattuto direttamente contro la Uefa per ottenere giustizia e riempire quel vuoto di memoria rispetto a una strage che ha cambiato per sempre il calcio: "Strage e non tragedia, visto che ci sono delle responsabilità evidenti", precisa più volte a gianlucadimarzio.com.  Non è mutata invece la coscienza di chi la lezione non l’ha imparata e per un pallone continua a uccidere: "L’Heysel è stato la perdita dell’innocenza del calcio mondiale e la condanna in tribunale dell’Uefa ha fatto giurisprudenza. Oggi però negli stadi italiani continua a mancare il rispetto per i morti. È inaccettabile che le vittime siano diventate carnefici. L’Heysel ci dice che il tempo non è galantuomo: più passa e peggio è. Questo vuoto è come un buco nero che diventa sempre più grande senza che nessuno possa mai riempirlo". Nel giorno del 35esimo anniversario dell’Heysel la redazione di gianlucadimarzio.com vuole contribuire a creare questo sentire comune raccontando alcune delle storie dietro i numeri. Un ricordo dei volti, le immagini, i sogni, le aspirazioni che il destino di una notte terrificante ha tolto a 39 persone come noi.

ROBERTO LORENTINI - "Lo conoscevo bene: era un giovane medico e lavorava con mio padre. Io feci una scommessa: se fossi stato promosso, avrei potuto seguire la famiglia Lorentini per la finale tra Juventus e Liverpool. Per fortuna presi 5 a latino e la persi. Roberto, dopo le prime cariche degli hooligans, era salvo. Da medico, tuttavia, decise di tornare indietro per salvare un connazionale, probabilmente Andrea Casula che a 11 anni fu la vittima più giovane. Morì per un atto eroico. Quel gesto lo avrebbe rifatto sempre, Roberto era così. A lui lo stato riconobbe la medaglia d’argento al valore civile, non d’oro così da evitare una viaria a una famiglia che ne avrebbe avuto anche bisogno. La sua è una figura che si staglia sulle altre ed è la storia cui sono più legato per motivi personali. Il figlio Otello disse inizialmente che era ferito, non poteva dire che fosse già morto. Al padre fu intitolato anche il piazzale dello stadio di Arezzo, ma la toponomastica è cambiata e quel piazzale oggi non si trova più".

GIUSEPPINA CONTI - "L’altra vittima di Arezzo, la sua storia poteva essere la mia. Giuseppina ha 17 anni, fa il liceo classico e a scuola è bravissima. Il padre la portò all’Heysel come premio, era tifosa della Juventus e Platini il suo idolo. C’è una bellissima foto qualche ora prima della strage in cui è avvolta nella bandiera della Juventus. La stessa che servirà per coprirla quando i morti saranno messi in fila sotto la tribuna autorità, prima di portarli all’obitorio allestito in un aeroporto militare. La famiglia Conti è rimasta molto colpita, il dolore del padre Antonio è stato inconsolabile. È quello di un padre che porta la figlia minorenne a vedere la squadra del cuore e la riporta a casa senza vita. Nelle scuole raccontiamo la sua storia a ragazzi che non erano nemmeno nati e parlare di Giuseppina consente loro di immedesimarsi in una coetanea con i loro stessi sogni e aspettative. Si stava costruendo una vita in un’età in cui tutto è ancora possibile, per una partita di calcio si è spento tutto".

MARIO RONCHI - "Era un tifoso dell’Inter di Bassano del Grappa, appartenente a un tempo in cui si era amici e non avversari di tifo. Quando si formò il gruppo dei tifosi della Juventus gli chiesero di unirsi al viaggio di due-tre giorni per visitare la città e vedere una finale di Coppa dei Campioni che metteva di fronte le due squadre più forti in una sorta di partita del secolo, un po’ come se oggi si giocasse Real Madrid-Barcellona. Grande lavoratore e capofamiglia, si concedeva poche distrazioni e non era molto convinto di partire. La vedova Ronchi, molto attenta alla memoria, mi ha confidato un ricordo nel ricordo. Disse al marito: "Dai Mario, non vai mai da nessuna parte" e lui, con fare severo, rispose: "Ricordati che mi ci hai mandato tu". Tornò morto da un viaggio di divertimento, potete immaginare la disperazione di questa donna che dopo tantissimi anni ancora ricorda questo episodio".

GIANCARLO GONNELLI - "Andò all’Heysel con la figlia Carla, la sua era una famiglia toscana di Ponsacco. Non si sa perché, ma i biglietti del settore Z furono distribuiti principalmente nel centro Italia. Dalla morte di Giancarlo la vedova Gonnelli ha continuato in questi anni a sognare sempre il ritorno del marito. Il motivo è semplice: lei lo ha visto partire per una partita di calcio e non lo ha mai visto tornare. Lo ha fatto in una bara, prima di essere seppellito. Sono cicatrici umane che restano. Carla ha rischiato anche lei la vita per alcuni giorni, fu salvata da un’inglese che vide una mano con un anello e, pensando fosse la moglie, la tirò via dalla calca. Su questa storia è stato girato anche un film da Marco Tullio Giordana con Isabella Ferrari".

FRANCO MARTELLI - "Era un ragazzo umbro e la mamma una maestra, una di quelle insegnanti di una volta molto conosciuta e benvoluta da tutti. Franco morì e, finita la scuola, gli studenti le furono accanto tutta l’estate. La andarono a trovare in continuazione soltanto per starle vicini. Todi ha sempre ricordato Franco Martelli e la figura di questa maestra, è stata una comunità capace di sopperire a tante mancanze. I familiari delle vittime, infatti, sono stati dimenticati e mai aiutati. Il processo a Bruxelles è stato molto costoso per l’Associazione e lo sarebbe stato ancora di più se quella vicenda giudiziaria si fosse conclusa con una sconfitta. Per fortuna c’è ancora chi, come Todi e la città di Codogno, che ha intitolato una via alle vittime dell’Heysel come simbolo di ripartenza, non dimentica".

29 maggio 2020

Fonte: Gianlucadimarzio.com

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Heysel, una tragedia lunga trentacinque anni…

Heysel è odore di cemento rotto, sudore, sangue e paura. Heysel è soprattutto dolore e occasione perduta per sempre.

Sono passati trentacinque anni e lo hanno fatto terribilmente a vuoto se ancora oggi, in nome del calcio, ci si scaglia su nemici sconosciuti, non in questo periodo "grazie" ad un virus vigliacco. Quello stadio maledetto, adesso, è stato completamente ristrutturato e ribattezzato ("Re Baldovino") e del settore Z, tardivamente, non esiste più traccia alcuna: sorvolarlo è addirittura piacevole, immerso com’è nel parco che gli dava il nome e che comprende l’Atomium, il monumento a sfere d’acciaio, simbolo incontrastato di Bruxelles. Da quel mercoledì sera di maggio, nel 1985, nessuno di noi è stato più lo stesso. Quella strage è la cattiva coscienza di tanti, è la pagina più buia e controversa di tutta la storia del calcio moderno con anni di dichiarazioni contraddittorie degli stessi giocatori, una vittoria di cui non andare fieri, un arbitraggio imbarazzante, le autorità di pubblica sicurezza del Belgio colpevoli almeno quanto gli hooligans, Bruno Pizzul (su Raidue) che non rivelava opportunamente numeri e particolari mentre su Raiuno scorrevano le immagini dei cadaveri. In quello stadio, nel 1990, ci andò il Milan a giocare col Malines e capitan Baresi portò un mazzo di fiori davanti allo spicchio incriminato. I belgi non gradirono, fischiarono dagli spalti e l’altoparlante intonò una marcetta. Una clamorosa confessione di colpevolezza, tardiva, vigliacca ed autolesionista. Ma a Torino, nella curva juventina, la domenica dopo, esposero uno striscione riconoscente: "Baresi, 39 volte grazie". 39 morti, di cui 32 italiani, 4 belgi, due francesi, un irlandese e un carico di 370 feriti; questi sono i numeri della mattanza allo stadio belga. Fra le vittime, da ricordare il bergamasco Francesco Galli di 25 anni a cui, quando stava morendo, rubarono gli oggetti in oro che indossava tra i quali una catenina d’oro di circa due etti che valeva molto e a cui era molto legato. Qualche tempo dopo arrivarono i risarcimenti economici: 12 milioni di lire dallo Stato italiano, 12 milioni dalla Juve e 12 milioni dal primo ministro britannico Margareth Thatcher, la quale inviò anche una lettera di scuse per il comportamento dei suoi connazionali. I soldi vennero interamente usati dalla famiglia per il monumento e la statua che lo rappresenta felice mentre gioca a pallone. Franco Martelli aveva 22 anni e sua madre, da allora, gli porta un fiore tutti i giorni (Ndr: la signora Bice è morta nel 2018). Andrea Casula, 11 anni, era il più piccolo, è morto col papà Giovanni. Il biglietto nel settore Z costava 300 franchi, il prezzo per morire schiacciati. Eppure, prima della partita, ci sono centinaia di fotografie che testimoniano scene di amicizia tra le due tifoserie e, leggendo gli scritti in ricordo di quella tragedia, si trova che quelli inglesi sono davvero toccanti. E ribaditi negli anni dopo. Nell’andata dei quarti di finale della Champions League 2004-2005 con la Juventus, i tifosi del Liverpool formarono la scritta "Amicizia" con una splendida scenografia nella loro curva. Tornando alla tragedia, si può pensare che uno stadio non così fatiscente e una polizia locale che avesse conosciuto il suo mestiere avrebbero evitato la strage, controllando gli inglesi più esagitati. "Io ero all’Heysel nel 1985. Pensavo di aver visto tutto. Sbagliavo" (Cesare Prandelli). "Per quell’esultanza e quel giro di campo, oggi posso solo chiedere scusa" (Marco Tardelli). "L’ultima cosa che ci interessa è quel trofeo. È come se non esistesse" (Giovanni Agnelli). C’è ancora imbarazzo a ricordare. Il tifoso juventino Domenico Laudadio, che riuscendo nel suo intento si è battuto tanto per avere una sala della memoria nello stadio di Torino, ha scritto: "Un’ultima preghiera, mia dama, prima della sera / Un bacio ai fratelli dispersi nel Belgio / Rimboccali meglio, che non sentano più freddo / Sotto il manto delle nostre bandiere". Heysel è odore lontano di cemento rotto e profumo intenso di lumini verso sera… (Lettera firmata)

29 maggio 2020

Fonte: Seitorri.it

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L'ANNIVERSARIO

Heysel, 35 anni fa la tragedia di Bruxelles dove perse la vita anche il tuderte Franco Martelli.

"Trentacinque anni dopo è ancora più importante ricordare perché con il passare del tempo il rischio che l’Heysel venga dimenticato è reale e quindi più si va avanti e più c’è necessità di fare memoria". Andrea Lorentini è il presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage dell’Heysel che oggi 29 maggio vive il suo trentacinquesimo anniversario, nonché il figlio di uno dei 39 deceduti in quella tragica serata a Bruxelles in cui si giocava la finale della Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, Roberto Lorentini. Quest’ultimo è stato anche insignito della medaglia d’argento al valor civile in quanto si era salvato dopo le prime cariche degli hooligans inglesi ma era tornato indietro, essendo medico, per prestare soccorso ai feriti sugli spalti, venendo mortalmente travolto mentre stava praticando una manovra respiratoria su un bambino. Andrea Lorentini, in un’intervista all’agenzia Italpress, ha voluto rimarcare come è giusto tenere vivo il ricordo di quel che avvenne 35 anni fa, ma vi deve essere "una memoria che, non sia fine a se stessa altrimenti sconfina nella retorica. L’Associazione dei familiari delle vittime si pone questo scopo dal 2015, da quando si è ricostituita, intende ricordare attraverso gesti e progetti concreti, in particolare iniziative di educazione civico-sportiva rivolte ai giovani. Solo così possiamo dare un senso vero alla memoria dei nostri cari". La tragedia dell'Heysel costò la vita anche a un umbro: il tuderte Franco Martelli, aveva 22 anni. Gli è stato intitolato il campo sportivo di Todi. "Per questo trentacinquesimo anniversario avremmo dovuto organizzare un’iniziativa presso il Museo del calcio di Coverciano con la collaborazione del direttore Maurizio Francini e del giornalista Matteo Marani, alla presenza degli studenti. L’emergenza Covid lo ha impedito, ma speriamo di poterla organizzare quanto prima. Il progetto più ambizioso al quale stiamo lavorando da tempo è quello di istituire in Italia la giornata nazionale contro la violenza nello sport. Abbiamo presentato la proposta al Governo e in particolare al ministero dello sport. Speriamo di poter concretizzare il tutto. Sarebbe un bel passo avanti poter creare ogni anno un momento, un’occasione ufficiale di memoria per tutte le vittime, innocenti, dello sport" conclude Lorentini.

29 maggio 2020

Fonte: Corrieredellumbria.corr.it

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CHAMPIONS LEAGUE

Stadio Heysel, 35 anni fa i 39 morti nella finale di Coppa Campioni

tra Juve e Liverpool: storia della partita che ha cambiato il calcio

L'organizzazione indecente delle autorità di Bruxelles, le cariche degli hooligans inglesi, la partita che si giocò per evitare danni peggiori, la telecronaca asettica di Bruno Pizzul, la scoperta della tragedia dopo il triplice fischio: istantanee e ricordi di una tragedia. Sono passate da poco le 19 a Bruxelles, il 29 maggio del 1985, trentacinque anni fa: allo stadio Heysel si gioca la finale di Coppa dei Campioni. Se la contendono la Juve di Platini, Tardelli e Scirea e il Liverpool di Kenny Dalglish e Ian Rush, e degli hooligans che, loro malgrado, li accompagnano. Ma le tifoserie sono separate: una curva agli ultras della Juve, coi "bloc" M, N, O e quella opposta, X e Y agli inglesi. Tanto basta secondo l’organizzazione belga. Ma è una separazione solo teorica. Sì, perché oltre al tifo organizzato molti juventini non appartenenti ai gruppi si muovono autonomamente: in aereo a circa 400mila lire, il biglietto acquistato dai bagarini anche a 10 volte il prezzo originale, arrivando fino a 100–120mila lire fuori dallo stadio. Tantissimi soldi, ma per una finale di Coppa Campioni, trofeo mai vinto dalla Signora fino ad allora si fa un’eccezione. Biglietti che i tifosi juventini acquistano per guardare la gara dal "bloc Z": un settore considerato "neutrale", opposto a quello della Juve e separato dagli inglesi solo da una rete metallica stile recinto e, ancora una volta in teoria, dalla presenza della polizia belga. Ma gli hooligans già abbondantemente ubriachi e sovreccitati notano gli italiani: a separare i settori solo 5 agenti. Alle 19 e 20, a un’ora dall’inizio della partita gli inglesi caricano: sfondano facilmente la rete metallica e per numero e forza i pochi agenti belgi non possono neppure pensare di contenerli. I tifosi juventini, semplici appassionati e non ultras non hanno la minima intenzione di contrattaccare: sono impauriti, arretrano, cercano vie di fuga. Vorrebbero andare in campo, ma la polizia belga invece di favorirli li manganella, e dunque si ammassano contro il muro dello stadio. Qualcuno si lancia nel vuoto per paura di rimanere schiacciato, poi il peso diventa eccessivo e il muro crolla, travolgendo tutti. Qualcuno si salva raggiungendo il campo, lasciando bigliettini con nomi e numeri di telefono chiedendo ai giornalisti di chiamare i familiari: "Dite che siamo vivi, per favore". Ma i feriti sono tanti, e ci sono sicuramente dei morti: all’Heysel arrivano 65 ambulanze e 14 squadre di medici. Il resto dello stadio comprende che è accaduto qualcosa ma la percezione esatta della tragedia arriverà solo dopo: 39 morti, 600 feriti. "Avevamo notizie di un morto" diranno i calciatori bianconeri che quella partita non avrebbero voluto giocarla, ma furono convinti. E giocarono, per fortuna: con tutta probabilità in caso contrario il bilancio sarebbe stato peggiore. Giocarono. In un clima assurdo: davanti a un settore occupato non più da tifosi, ma dai loro oggetti, in particolare dalle loro scarpe, perse o abbandonate durante la fuga. Con Pizzul che racconterà la gara in tv "col tono più neutro, impersonale e asettico possibile". Segnerà Platini su rigore e finirà 1 a 0 per la Juve, che vincerà la sua prima Coppa dei Campioni. Solo dopo si conoscerà la portata della tragedia: 32 italiani, 4 belgi, 2 francesi e 1 irlandese morti, tra questi anche un bambino di 10 anni. Fu la notte maledetta in cui il calcio cambiò per sempre, in cui le trasferte e le gare internazionali persero ogni parvenza di gita, di allegra scampagnata con sciarpe e bandiere. Le squadre inglesi furono bandite per cinque anni dalle coppe europee, gli Stati adottarono la "Convenzione europea sulla violenza e i disordini nel calcio", che impegna i paesi e in particolare le forze di polizia a cooperare per prevenire la violenza, a controllare rigorosamente la vendita di biglietti, a vietare la vendita di alcolici e adeguare gli stadi per garantire maggior sicurezza. In Inghilterra serviranno altri 4 anni e purtroppo un’altra strage, quella di Hillsborough, per porre fine alla violenza, con la riforma Taylor. Oggi, dopo 35 anni, il mondo ricorda quei 39 che non fecero ritorno da Bruxelles: li ricorda il Liverpool, con un "You’ll never walk alone", li ricorda il Torino, con la foto della targa sul proprio profilo e la frase "Uniti nella preghiera e nel ricordo" e ovviamente li ricorda la Juve: "Heysel è una parola che non potremo mai dimenticare […] Passano gli anni ma quella parola continua a evocare in noi lo stesso immutato dolore".

29 maggio 2020

Fonte: Ilfattoquotidiano.it

ARTICOLI STAMPA e WEB MAGGIO 2020  

29 MAGGIO 2020

Strage Heysel, la tragedia allo stadio e quei 39 morti

sugli spalti / Dalla Z alla A: tutto andò al rovescio

Ecco come e perché persero la vita 39 persone: biglietti venduti a caso e più della capienza dell’impianto; poliziotti a caccia di ladri di salsicce fuori lo stadio mentre dentro c’erano cadaveri; gendarmi con le radio ma senza batterie; cantieri edili aperti dietro la curva inglese...

Nulla sarà più come prima. Una frase forse inflazionata ma dopo la strage dell'Heysel davvero qualcosa nel calcio è cambiato. Il mondo, quella sera, ha scoperto in diretta televisiva la follia degli hooligans e l'insicurezza di tanti stadi in giro per l'Europa. Agli hooligans ha pensato la Thatcher, agli impianti sicuri gli Stati che temevano un Heysel-bis. Ma cosa accadde quel mercoledì di fine maggio 1985 ? Qualcuno si ricorda bene, qualcun altro ha fotogrammi sfuocati, a chi ha meno di 35 anni non torna in mente nulla. Di certo quella maledetta notte tutto andò al contrario. Tutto andò dalla Z alla A.

Z COME SETTORE ZETA - Il settore della morte: il tardo pomeriggio di mercoledì 29 maggio 1985 trentanove persone vi entrarono per assistere a una partita di pallone, la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Non ne uscirono più, ammazzate dalla ressa, dalla follia disumana e da una buona dose di negligenza delle istituzioni.

V COME VERGOGNA - Da allora curve di ogni parte d'Italia ciclicamente espongono indegni striscioni che inneggiano alla tragedia. Non ci siamo fatti mancare nemmeno cori, sciarpe del Liverpool con la scritta Heysel oppure magliette da calciatori con stampato Heysel al posto del nome e 39 come numero.

U COME UNDICI - I metri di distanza tra Michel Platini e Bruce Grobbelaar alle 22.58: il francese trasformò il calcio di rigore, il portiere raccolse il pallone alle sue spalle. Juventus-Liverpool finì così, 1-0 e tanto sangue.

T COME TRANSISTOR - Per ragioni di tipo politico e per la prima volta nella storia belga, la sicurezza all'interno dello stadio fu organizzata in modo diverso: fino a quella sera la polizia controllava l'esterno, la gendarmeria l'interno. Quel 29 maggio no: la polizia "monitorava" i settori M-N-O e la gendarmeria "vigilava" sull'altra curva, i settori X-Y-Z. Uno dei poliziotti presenti ricorda: le radio a transistor dei due corpi non potevano comunicare tra di loro, mancavano le batterie.

S COME SERVIZIO D'ORDINE - Lo riassume il sito saladellamemoriaheysel.it: "Accanto alla rete che separava i settori Y (biglietti venduti solo ad inglesi) e Z (biglietti per i belgi ma finiti in gran parte in Italia) erano presenti solo cinque agenti, una poliziotta con il cane ed altri sei agenti erano sul prato, 28 gendarmi e un capitano erano fuori allo stadio ad inseguire uno o forse due rapinatori di 900 franchi belgi (22,31 euro) dalla cassa di un venditore di salsicce".

R COME RAI - Uno doveva trasmettere l'evento sportivo dell'anno 1985, la riscossa del calcio italiano dopo la sconfitta nella Coppa dei Campioni 1984 della Roma all'Olimpico proprio contro il Liverpool. La voce, provata, di Bruno Pizzul raccontò sì l'evento dell'anno 1985 ma di sportivo non ci fu nulla. La tv tedesca scelse di non mandare in onda la gara. Quella austriaca lo fece ma senza commento e con la scritta in sovraimpressione "Questa che trasmettiamo non è una manifestazione sportiva".

Q COME QUATTROCENTOMILA - È il numero di richieste per i biglietti per la finale. Poi i tagliandi staccati effettivamente furono 58mila, anche se la capienza certificata dello stadio non superava i 50mila posti. Un biglietto per il settore Z costava in Belgio 9600 lire ed era destinato a spettatori locali. Per colpevoli carenze nei controlli, quei tagliandi finirono quasi tutti in mano a bagarini e agenzie che li rivendettero in Italia a circa 80mila lire: così gente senza scrupoli trasformò il bloc Z in una polveriera.

P COME "PAPA' MA A CHE ORA COMINCIA LA PARTITA ?" - Domanda che i quarantenni di oggi ricordano bene. Le risposte furono le più differenti possibili.

O COME ORARIO - La prima carica degli hooligans fu alle 19.09. La "partita" iniziò alle 21.36. Platini segnò il rigore alle 22.58. L'ultima autopsia fu conclusa all'una del 30 maggio 1985.

N COME NOTHOMB - All'anagrafe Ferdinand Nothomb, all'epoca ministro dell'Interno del Belgio. Non ritenne necessario dimettersi dopo i fatti dell'Heysel.

M COME MAHIEU - Johan Mahieu, capitano della gendarmeria quella sera. Un carneade, o poco più: la sera della mattanza sostituiva il collega parigrado malato. Con due piccoli dettagli: era al debutto al comando della gendarmeria in servizio in uno stadio e non aveva partecipato a nessuna delle riunioni sulla sicurezza allo stadio.

L COME LORENTINI - Una famiglia segnata dall'Heysel: Roberto, 31enne medico di Arezzo e papà di due bambini, morì a bordocampo. Otello, suo padre, non si è mai rassegnato ed è stato l'anima dell'Associazione familiari vittime dell'Heysel. Andrea, suo figlio, nel gennaio 2015 fonda l'Associazione vittime dell'Heysel.

I COME INTERNET - All'epoca la Rete aveva maglie larghissime quel maggio 1985, i cellulari erano quasi fantascienza. Figuriamoci sms, social network e whatsapp. Comunicare qualcosa divenne un'impresa. Per dire "Mamma, guarda che io sono vivo" esisteva solo il telefono fisso (con evidente sovraccarico) o tentare di farsi inquadrare alle spalle di Bruno Pizzul.

H COME HEYSEL - A rivedere oggi video e foto di quello stadio vengono brividi e rabbia. Ma come si poteva pensare di giocarvi una partita così importante ? Chi e perché lo ha deciso ? Quella sorta di Colosseo è stato abbattuto il 23 agosto 1994. Al suo posto ora c'è il "Re Baldovino".

G COME GIUSTO GIOCARE ? - È l'interrogativo che circola da quella sera. Anni dopo ci si divide ancora sull'opportunità di scendere in campo. Inutile cercare la risposta corretta: oggi non si sa per certo nemmeno se i giocatori fossero a conoscenza dell'esatta dimensione della sciagura.

F COME FINALE - Appena scaduta la squalifica internazionale di dieci anni, allo stadio "Re Baldovino" si giocò un'altra finale continentale: era PSG-Rapid Vienna, andata in scena l'8 maggio 1996. In palio c'era la Uefa: vinsero 1-0 i francesi con gol di Bruno N'Gotty. Non si registrarono incidenti.

E COME EQUIPES - DI RIANIMAZIONE Per la trentesima finale di Coppa dei Campioni non ne era prevista nemmeno una in servizio allo stadio. Chiunque fosse stato colto, ad esempio, da infarto sarebbe stato caricato su una barella, messo su un'ambulanza e trasportato all'ospedale più vicino.

D COME DICHIARAZIONI - Al delegato dell'Uefa, la Juve consegnò una nota ufficiale prima di scendere in campo: "La Juve accetta disciplinatamente, anche se con l'animo pieno di angoscia, la decisione dell'Uefa, comunicata al nostro presidente, di giocare la partita per motivi di ordine pubblico". I capitani delle due squadre, Scirea e Neal, lessero agli altoparlanti il seguente comunicato: "La partita si gioca per consentire alle forze dell'ordine di organizzare l'evacuazione dello stadio. Mantenete la calma. Non rispondete alle provocazioni. Giocheremo per voi". Mentre 39 persone morivano, in campo sul tabellone luminoso della Uefa si leggeva: "Si prega di contenere ogni manifestazione di gioia o di disapprovazione nei limiti della sportività e di collaborare con i servizi di sicurezza nell'esercizio delle loro funzioni".

C COME CONDANNE - La Cassazione belga ha confermato nel 1991 le condanne a 4 anni con la condizionale e 60mila franchi per nove hooligans mentre altri tre hanno preso cinque anni e la stessa sanzione pecuniaria. Fu condannato a tre mesi con la condizionale Hans Bangerter, segretario generale Uefa. Sconto di pena (3 mesi) e 500 franchi di multa per il maggiore Kensier. Assoluzione per il capitano Mahieu. La responsabilità della Uefa come ente organizzatore fu riconosciuta grazie all'impegno dell'Associazione dei familiari.

B COME BASTONI E MATTONI - Semmai fossero approdati in Continente a mani vuote, gli hooligans poterono recuperare il "materiale di lavoro" da un cantiere edile incustodito a pochi passi dallo stadio. Tanto a perquisirli ci pensarono ben due poliziotti mentre a controllarne i biglietti c'erano un solo addetto.

A COME (CAUSE) ACCIDENTALI - È la motivazione del decesso scritta in calce alle 39 (Ndr: 38. Luigi Pidone era in coma all'ospedale Erasme di Bruxelles dove morì il 14.08.1985) autopsie effettuate quella maledetta notte da sei medici militari a Bruxelles. Quindi per cause accidentali morirono: Rocco Acerra (28 anni) - Bruno Balli (50) - Alfons Bos (35) - Giancarlo Bruschera (35) - Andrea Casula (11) - Giovanni Casula (44) - Nino Cerullo (24) - Willy Chielens (41) - Giuseppina Conti (17) - Dirk Daeninckx (38) - Dionisio Fabbro (51) Jaques François (45) - Eugenio Gagliano (35) 13. Francesco Galli (25) 14. Giancarlo Gonnelli (45) 15. Alberto Guarini (21) Giovacchino Landini (50) - Roberto Lorentini (31) - Barbara Lusci (58) 19. Franco Martelli (22) 20. Loris Messore (28) 21. Gianni Mastroiaco (20) Sergio Mazzino (38) - Luciano Rocco Papaluca (38) - Luigi Pidone (31) - Benito Pistolato (50) - Patrick Radcliffe (38) - Domenico Ragazzi (44) - Antonio Ragnanese (29) - Claude Robert (30) - Mario Ronchi (43) - Domenico Russo (28) - Tarcisio Salvi (49) - Gianfranco Sarto (47) - Amedeo Giuseppe Spolaore (55) - Mario Spanu (41) - Tarcisio Venturin (23) - Jean Michel Walla (32) - Claudio Zavaroni (28).

29 maggio 2020

Fonte: Tgcom24.mediaset.it

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Tacconi sull’Heysel: "Non volevamo giocarla, ma siamo stati obbligati"

Stefano Tacconi, ex portiere della Juve, ha parlato della strage dell’Heysel che ha vissuto in prima persona quella tragica notte.

HEYSEL- Stefano Tacconi, ex portiere della Juve, è tornato a parlare della tragica notte dell’Heysel nel giorno del trentacinquesimo anniversario in diretta su Rai 2. "Giusto ricordare i 39 morti, non si può tornare dopo una partita di calcio con una bara in casa. Noi siamo consapevoli che era stata una partita da non giocare, ma eravamo obbligati. Penso alle persone che hanno fatto tanti sacrifici per venire a vedere una partita del genere" (Omissis)

29 maggio 2020

Fonte: Juventusnews24.com

ARTICOLI STAMPA e WEB MAGGIO 2020  

Juve, Tacconi racconta l'inferno dell’Heysel

Stefano Tacconi continua a far discutere. L’ex portiere della Juventus, dopo le polemiche per le sue parole sul coronavirus, torna a far discutere parlando della notte dell’Heysel nel corso di un’intervista a Radio2: "Dentro lo spogliatoio c’era un po’ di tutto: chi perdeva sangue, chi era ferito, noi abbiamo prestato i primi soccorsi, prestando anche le scarpe a chi le aveva perse. Era un’atmosfera surreale, Boniperti aveva detto che non dovevamo giocare, ma poi un generale delle Forze dell’ordine ci impose di giocarla, e credo sia stato giusto perché altrimenti sarebbe successo molto di più. Entrammo in campo molto arrabbiati, perché comunque ci avevano tolto il sogno di quella finale, noi eravamo sicuri di vincere ma ci hanno tolto la gioia di esultare. Capisco le critiche, ma anche in questo caso furono le forze dell’ordine a chiederci di uscire con la coppa per tenere buoni i tifosi dentro lo stadio. Non dovevano uscire perché gli hooligans non erano stati ancora evacuati".

29 maggio 2020

Fonte: Sportevai.it

ARTICOLI STAMPA e WEB MAGGIO 2020  

35 ANNI FA

Stefano Tacconi e la tragica notte dell'Heysel: "Prestammo tute e scarpe ai feriti"

"Dentro lo spogliatoio c’era un po' di tutto: chi perdeva sangue, chi era ferito, noi abbiamo prestato i primi soccorsi, prestando anche le scarpe a chi le aveva perse, le tute. Era un’atmosfera surreale. Boniperti aveva detto che non dovevamo giocare, ma poi un generale delle forze dell’ordine ci impose di giocarla e credo sia stato giusto perché altrimenti sarebbe successo molto di più". È il ricordo di Stefano Tacconi, portiere perugino della Juventus nella tragica notte belga della finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool il 29 maggio 1985, che costò la vita a 39 persone, tra cui anche il tuderte Franco Martelli all'epoca ventiduenne, per gli incidenti verificatisi prima dell’inizio della partita dentro lo stadio Heysel. "Entrammo in campo molto arrabbiati - dice Tacconi ai microfoni di Le lunatiche di Radio2 - perché comunque ci avevano tolto il sogno di quella finale, noi eravamo sicuri di vincere ma ci hanno tolto la gioia di esultare. Capisco le critiche, ma anche qui furono le forze dell’ordine a chiederci di uscire con la coppa per tenere buoni i tifosi dentro lo stadio. Non dovevano uscire perché gli hooligans non erano stati ancora evacuati".

29 maggio 2020

Fonte: Corrieredellumbria.corr.it

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Juventus, Tacconi: "Heysel ? Ci imposero di giocare"

Stefano Tacconi, ex portiere della Juventus, ricorda la strage dell’Heysel prima della finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool.

Interpellato da Rai Radio 2, l’ex portiere della Juve Stefano Tacconi è tornato a parlare della tragedia dell’Heysel. Ecco sue dichiarazioni sulla finale. "Boniperti aveva detto che non dovevamo giocare, ma poi un generale delle Forze dell’ordine ci impose di giocarla e credo sia stato giusto perché altrimenti sarebbe successo molto di più. Entrammo in campo molto arrabbiati, perché comunque ci avevano tolto il sogno di quella finale, noi eravamo sicuri di vincere ma ci hanno tolto la gioia di esultare. Capisco le critiche, ma anche qui furono le Forze dell’ordine a chiederci di uscire con la coppa per tenere buoni i tifosi dentro lo stadio. Non dovevano uscire perché gli hooligans non erano stati ancora evacuati".

29 maggio 2020

Fonte: Calcionews24.com

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Tacconi e Tardelli, quel Liverpool-Juve all'Heysel 35 anni dopo

I due ex calciatori bianconeri ricordano la tragica finale di Coppa Campioni a Bruxelles.

TORINO - "E' stata una giornata particolare". Così l'ex portiere della Juventus, Stefano Tacconi, ricordando la tragedia dell'Heysel di 35 anni fa. È giusto ricordare i 39 morti - spiega l'ex estremo bianconero ai microfoni di Tg2 Post - Dopo tanti sacrifici fatti per assistere a una partita di calcio, non si può tornare dai propri cari in una bara. Eravamo consapevoli che non si dovesse giocare, ma ci hanno costretto".

Heysel, il ricordo di Tardelli - "La tragedia dell'Heysel è un racconto molto triste" sono invece le parole dell'ex centrocampista della Juve, Marco Tardelli, tornando sui 39 morti di quella tragica finale di Coppa Campioni a Bruxelles contro il Liverpool accaduta 35 anni fa. "Era iniziato tutto bene - sottolinea Tardelli ai microfoni di Tg2 Post - Era iniziato tutto bene, poi ci sono stati i tafferugli: negli spogliatoî non sapevamo bene quale fosse il problema, abbiamo cercato di calmare tifosi della Juventus e loro sono riusciti a calmarsi. La partita non doveva essere giocata, l'abbiamo finita con grande tristezza. Non l'ho mai considerata una vittoria ma una sconfitta del calcio, una delle pagine più nere della mia carriera".

29 maggio 2020

Fonte: Tuttosport.com

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Heysel, Liverpool-Juve 35 anni dopo: i ricordi di Tacconi e Tardelli

I due ex giocatori bianconeri tornano sulla drammatica finale di Coppa Campioni a Bruxelles.

ROMA - "La tragedia dell'Heysel è un racconto molto triste" sono le parole dell'ex centrocampista della Juve, Marco Tardelli, tornando sui 39 morti di quella tragica finale di Coppa Campioni a Bruxelles contro il Liverpool accaduta 35 anni fa. "Era iniziato tutto bene - sottolinea Tardelli ai microfoni di Tg2 Post - Era iniziato tutto bene, poi ci sono stati i tafferugli: negli spogliatoi non sapevamo bene quale fosse il problema, abbiamo cercato di calmare tifosi della Juventus e loro sono riusciti a calmarsi. La partita non doveva essere giocata, l'abbiamo finita con grande tristezza. Non l'ho mai considerata una vittoria ma una sconfitta del calcio, una delle pagine più nere della mia carriera".

Heysel, il ricordo di Tacconi - "È stata una giornata particolare". Così invece l'ex portiere della Juventus, Stefano Tacconi, ricordando la tragedia dell'Heysel di 35 anni fa. "È giusto ricordare i 39 morti - spiega l'ex estremo bianconero ai microfoni di Tg2 Post - Dopo tanti sacrifici fatti per assistere a una partita di calcio, non si può tornare dai propri cari in una bara. Eravamo consapevoli che non si dovesse giocare, ma ci hanno costretto".

29 maggio 2020

Fonte: Corrieredellosport.it

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Juventus, Tardelli ricorda la strage dell’Heysel:

"Sconfitta del calcio, la UEFA ci ha obbligato a giocare"

L’ex centrocampista della Juventus, Marco Tardelli, ha ricordato la tragedia dell’Heysel, avvenuta trentacinque anni fa.

Il ricordo di Marco Tardelli - Oggi si ricorda il 35° anniversario della strage dell’Heysel, una delle pagine più tragiche mai accadute nella storia del calcio e dell’umanità: prima del fischio iniziale della sfida tra la Juventus e il Liverpool, valida per la finale di Champions League, morirono 39 persone tra cui 32 di nazionalità italiana. A ricordare quel terribile episodio è intervenuto Marco Tardelli, titolare con la maglia bianconera quella sera, che ai microfoni di Rai 2 ha sottolineato come i giocatori non avevano alcuna voglia di scendere in campo dopo l’atroce indicente: "Era iniziato tutto bene poi sono arrivati i tafferugli. Noi eravamo negli spogliatoi senza sapere quale fosse bene il problema. Abbiamo cercato di calmare i tifosi della Juve che erano nella tribuna dove sono nati i tafferugli. Alla fine si sono calmati. La gara non si doveva giocare ma le regole UEFA dicevano altro. C’è stato qualcosa di superiore alla vita umana. È stata una sconfitta del calcio e dello sport. Non è mai stata per me una vittoria. È una delle pagine più nere della mia carriera".

29 maggio 2020

Fonte: Mediagol.it

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A 35 ANNI DA LIVERPOOL-JUVENTUS

L’omaggio dei tifosi granata alle vittime della tragedia dello stadio Heysel

Un lutto che non ha colori: anche i tifosi del Toro ricordano la strage allo stadio Heysel dove si disputò la finale dell'allora Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Un gruppo formato da una quindicina di sostenitori granata è salito a Superga, luogo simbolo della storia del Toro a causa della scomparsa nel 1949 del Grande Torino, e ha esposto uno striscione con la scritta "+ 39" per onorare tutte le persone che persero la vita a Bruxelles. Oggi, infatti, sono passati esattamente 35 anni da quella partita trasformatasi in una delle più gravi tragedie della storia sportiva, provocata dell'ingiustificata violenza scatenata dagli hooligan un'ora prima dell'inizio del match e che costò la vita a 39 persone, di cui 32 italiane, mentre i feriti furono oltre 600. Un vero e proprio bollettino di guerra causato dal crollo di un muro dove si ammassarono tanti tifosi impauriti dalle cariche degli inglesi e della polizia belga che manganellò chiunque provasse ad entrare in campo per sottrarsi alla calca. F.MAN.

29 maggio 2020

Fonte: La Stampa

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