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Il ragazzo con lo zaino arancione  2015  F.Ceniti e A.Tufano
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LA TESTIMONIANZA

"Dove gli hooligans ci minacciavano, oggi giocano e ridono i bambini"

di Alberto Tufano

Lo zaino arancione stavolta non c’è. Poco male. I ricordi sono troppi mentre entriamo in auto a Bruxelles le emozioni si moltiplicano metro dopo metro, quello zaino non avrebbe potuto contenerle tutte. Rivedo la Grand Place, bella e luminosa oggi come ieri. E poi l’Atomium, monumento che affianca lo Stadio. Ci siamo. Tutto è pulito, eppure io ricordo ancora quel tappeto di bottiglie di birra vuote sul prato. Oggi i bambini sghignazzano lieti nel vicino parco, ma io sento ancora i cori sguaiati e minacciosi degli hooligans. E poi vedo quelle due lapidi vergognosamente circondate da rifiuti, ma un nome nuovo per lo Stadio e un design sicuro e moderno... Sensazioni amare affollano il mio cuore, mentre gli occhi ricordano i sorrisi spezzati di quei nomi incisi nella pietra: ognuno con una sua storia, tutte vittime senza alcuna colpa. Chi li descrive come 39 angeli non ha torto, perché sono martiri del calcio europeo, deceduti e ricordati erroneamente tutti come juventini, mentre alcuni erano spettatori neutrali. La Storia non si può cambiare, si può solo avere memoria per affrontarne il futuro con nuova forza. Anche per questo sono diventato un giornalista, in fondo. Adesso il futuro per la Juve si chiama Cardiff. Se oggi la squadra scenderà in campo con la passione vera che gli angeli dell'Heysel avevano quella notte del 1985, allora la vittoria non potrà sfuggire. E il triplete avrà ancora più valore per i tifosi, tutti i tifosi, pure quelli non bianconeri. Forse sto sognando, buon segno: vuole dire che sono finalmente uscito dall’incubo. Più tre trofei sul campo, più trentanove esultanze in Cielo. Respect.

3 giugno 2017

Fonte: La Gazzetta dello Sport

 Dentro l’Heysel tra lapidi e rifiuti Perché Bruxelles ?

di Filippo Conticello

Lo stadio rifatto con poco rispetto per la tragedia dell’85. Il capo della sicurezza: "Sì, la polizia sbagliò".

INVIATO A BRUXELLES (BELGIO) - Il muretto della morte è stato ricostruito, lo stadio è cambiato e non solo nel nome. Eppure qui, nel vecchio Heysel di Bruxelles, la memoria è ancora labile. Distratta. Come se nessuno volesse onorare davvero quei 39 innocenti, portati via dalla follia degli hooligan e dalle colpe delle autorità. Fiori calpestati sotto la lapide, perfino un bicchiere e qualche cartaccia lasciata lì: Alberto Tufano le ha tirate via, prima di commuoversi leggendo uno per uno i nomi delle vittime impressi sul marmo. Lui oggi ha 49 anni e fa il giornalista, ma non dimentica di essere un salvato in mezzo ai sommersi. Nel 1985, a 16 anni, sognava Platini e Scirea, poi si ritrovò vicino ai cadaveri nel maledetto settore Z. È ritornato qui dopo oltre mille chilometri gioiosi in auto e oggi proseguirà fino a Cardiff: dopo quell’incubo si era ripromesso di non vedere più un’altra finale, poi Buffon ha riacceso i sentimenti. È uno dei due ospiti di #GazzaCardiff, il viaggio della Gazzetta da Torino fino in Galles, passato prima dalla Francia e ieri da Bruxelles: in fondo, entrando al Millennium Stadium, Alberto potrà scacciare i suoi demoni. Glielo ha ripetuto spesso in auto anche Franco Neri, l’altro compagno in questa avventura. Un comico davanti al tragico: per un po’ le battute hanno fatto posto alla commozione. VERGOGNA - L’impianto che ormai si chiama "Re Baldovino" è vestito a festa: oggi i Diavoli Rossi si allenano in pubblico. Pare che non ci sia tempo per ricordare: si entra solo dopo insistenza, per qualche minuto e sotto scorta. Ennesimo schiaffo per Alberto, che trattiene le lacrime a fatica mentre ripercorre la strada di un tempo. Passi e sospiri lungo la Rue de Marathon, fino al punto in cui è stato versato più sangue: nel muretto laterale caduto per la pressione della folla c’è un’altra targa con scritto In Memoriam 29-5-85. Nascosta, quasi dimenticata: in fondo, il Belgio minimizza ancora le proprie responsabilità. Lo urla pure il capo della security che non vuole dare il suo nome, ma non si morde la lingua: "Quella sera l’ho vista in tv, una tragedia e una vergogna nazionale. Qui non abbiamo ancora una polizia adeguata: allora, con una vera organizzazione e un piano di sicurezza, chissà quante vite avremmo salvato". Quando si fa notare agli inservienti che meriterebbe decoro il luogo in cui sono morte 39 persone, tutti ripetono la stessa cosa: non compete a loro. Non compete a nessuno. CENTRIFUGA - Trentadue anni fa Alberto aveva passato un pomeriggio sereno prima di guardare l’orrore a pochi centimetri. Così è tornato alla Grand Place, centro di gravità della città oggi pieno di militari antiterrorismo: ha voluto pranzare con Neri nello stesso locale in cui quel giorno si era seduto assieme a Roberto Lorentini, il medico-eroe che ha sacrificato se stesso per provare a salvare un bambino nella calca. Ennesima emozione prima di ripartire e tornare a sorridere: se ogni viaggio racconta qualcosa agli uomini, questo per lui è una centrifuga di emozioni. E di chilometri: ieri mattina era con Neri a Joeuf, nel paesino natale di Platini e in serata ha messo piede in Inghilterra. In mezzo, sul traghetto da Calais alle scogliere di Dover, i due hanno cantato con i primi tifosi, il popolo bianconero in cammino verso la Champions.

3 giugno 2017

Fonte:  La Gazzetta dello Sport

Il ragazzo con lo zaino arancione nell’inferno dell’Heysel

"I primi assalti contro gli abruzzesi"

di Domenico Logozzo

Un superstite racconta in un libro la strage di 32 anni fa allo stadio di Bruxelles. "I tifosi del Liverpool iniziarono a lanciare pietre verso lo Juventus club di Pescara".

"Vivo questi giorni sempre con molta angoscia, soprattutto da quando è saltata fuori quella foto, ma sto cominciando a capire che devo imparare a gestire il mio dolore". 32 anni dopo l’Heysel, Torino dedica una piazza alle 39 vittime juventine (due abruzzesi: Rocco Acerra e Nino Cerullo di Francavilla al Mare) e in prima pagina Tuttosport pubblica la foto-simbolo di una delle "più tristi tragedie della storia del calcio e dello sport in generale". In piedi tra tanti cadaveri e tanti feriti un ragazzo con uno zaino arancione in mano e lo sguardo perso. Il ragazzo era Alberto Tufano, ieri tifoso e oggi giornalista. Aveva 16 anni ed una grande passione per la Juve. "Arrivato da solo a Bruxelles. In pochi secondi dal giorno più bello della vita a quello che poteva essere l’ultimo". Quella foto Tufano l’ha vista per la prima volta tanti anni dopo, nel 2012, quando i giornali di tutto il mondo l’hanno pubblicata più volte. E questo gli ha fatto "rompere il ghiaccio e decidere di raccontare". Insieme al collega Francesco Ceniti della Gazzetta dello Sport, ha ricordato l’orrore di quella esperienza nel libro "Il ragazzo con lo zaino arancione. Io, sopravvissuto all’Heysel, 29 maggio 1985". Pubblicato dal quotidiano sportivo milanese in occasione del 30° anniversario della tragedia nello stadio di Bruxelles. Dentro l’inferno dell’Heysel, i tifosi juventini furono letteralmente schiacciati da quelli del Liverpool, prima dell’inizio della finale di Coppa dei Campioni, l’attuale Champions League, che quest’anno vede i bianconeri di nuovo in corsa per la conquista del titolo. Il 3 giugno a Cardiff incontreranno il Real Madrid. 19 anni dopo la squadra di Allegri vuole riscattare la sconfitta di Amsterdam, decisa da una rete che fa ancora discutere. Torneremo con la Coppa. Rivediamole quelle tragiche ore nello stadio della follia, rileggendo il drammatico racconto di Tufano. Tanti lutti. 39 morti. Erano stati più di seicento i tifosi juventini che dall’Abruzzo avevano seguito la squadra del cuore a Bruxelles. Rocco Acerra e Nino Cerullo erano partiti da Francavilla al Mare sicuri della vittoria bianconera: "Torneremo con la Coppa". Tornarono purtroppo in due bare. Non ci fu nessuna pietà per i morti. Corpi straziati dalle autopsie e non ricomposti. Tutto l’Abruzzo fu vicino al dolore delle famiglie e della comunità francavillese. Ai funerali parteciparono più di trentamila persone. La notte dei barbari. Tra i primi ad essere stati presi di mira dai tifosi inglesi nella "notte dei barbari dell’Heysel" furono proprio gli abruzzesi, come ricorda Tufano.

"Noto uno Juventus Club, in particolare, lo Juventus Club Pescara, che viene investito dal lancio di bottiglie. Alcuni signori si toccano la testa, forse sono stati colpiti e si voltano a protestare verso gli inglesi responsabili del gesto. Per tutta risposta ricevono il lancio di altri oggetti: mi sembrano sassi, oppure pezzi di intonaco dello stadio che sono stati staccati per essere usati come pietre". Misure inesistenti. Misure di sicurezza praticamente inesistenti, come testimonia Tufano nel raccontare l’aggressione subita dai tifosi dal club juventino di Pescara. "Vedo gesti di rabbia anche tra i signori colpiti nel nostro settore e, istintivamente, mi alzo in piedi per capire meglio cosa sta succedendo. Sembra una piccola schermaglia tra un paio di tifosi inglesi e i signori dello Juventus Club Pescara colpiti dalle bottiglie, ma c’è comunque una piccola rete da pollaio che li divide. Poliziotti non ne vedo, anzi ne conto 6 in tutta la curva, tra settori X e Y degli inglesi e il settore Z occupato da noi. Certo, sulla pista di atletica, nei pressi della nostra curva, ci sono anche due poliziotti a cavallo, quindi il totale dei poliziotti presenti è di 8. Sta di fatto che nessuno di essi muove un dito per sedare sul nascere quel piccolo diverbio tra tifosi vicini di settore. Il lancio di oggetti, anzi, si infittisce di più". Un tuono scuote lo stadio. La situazione improvvisamente si fa esplosiva. "Un boato, un tuono che scuote lo stadio. Cosa è stato ? Cosa sta succedendo ? Cos’è questo improvviso fragore ? Sono in piedi, fermo, ma tutto intorno a me si muove. E’ un terremoto forse ? Dove vanno tutti ? In un attimo la curva dei tifosi del Liverpool non è più la stessa: gli inglesi, che prima erano tutti compressi nei loro settori, sembrano essersi mossi improvvisamente tutti insieme di circa cinque metri verso di noi. Vedo uno spazio vuoto, piuttosto ampio alla fine del loro settore X, quello più lontano, però non vedo più i signori dello Juventus Club Pescara che stavano discutendo con gli inglesi… Dove sono finiti ?". Sciacalli e speculatori. Ad Alberto Tufano chiediamo se dopo la pubblicazione del libro ha avuto la possibilità di entrare in contatto con qualcuno del club juventino pescarese. "Non ho fatto alcun passo. Ricordare e trascrivere quello che era inciso nei miei ricordi più tristi è già stato molto doloroso per me; non voglio indugiare troppo e rivivere ulteriormente quei momenti, anche per distinguermi dagli sciacalli e speculatori che hanno fatto dell'Heysel la ragione della loro vita, narrando imbarazzanti menzogne per ritagliarsi un ruolo nel mondo o monetizzare le loro apparizioni con dettagli sempre più clamorosi (ho in mente qualcuno, ma preferisco non approfondire l'argomento). No, caro Domenico, voglio trovare il modo per valorizzarmi come giornalista e uomo, andando oltre l'Heysel con i miei prossimi lavori". Racconto dentro l’orrore. Grande onestà intellettuale. Ma ritorniamo al libro pubblicato due anni fa e che ha avuto un grande successo di vendite. Un racconto "da dentro l’orrore". Sconvolgente. Scrive enitii: "Per come si svolge, il racconto di Alberto sembra quasi romanzo, sceneggiato e pensato in ogni punto. Non è un romanzo: è tutto tragicamente vero". Su acebookk Tufano commentò: "Io e Francesco abbiamo scelto di narrare i fatti come se io avessi ancora i 16 anni che avevo all'epoca, per far vivere al lettore l'atmosfera e il dramma, momento per momento. Onore a 39 vittime innocenti, martiri senza bandiera di un calcio sbagliato". L’assalto degli "nimalssal settore Z, ha trasformato la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool in un campo di battaglia. Alcool, furia, follia. Un’orda di ubriachi all’assalto e nessuno ha fermato il massacro. "Ma quanti saranno ? Devo cercare di scivolare verso il basso. E quelli cosa sono ? Perché tutti quei corpi a terra ? Sono morti o svenuti ? Morti, sembrano morti, porca puttana ! SONO MORTI ! Le urla mi stanno entrando nel cervello"." al settore Z, ha trasformato la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool in un campo di battaglia. Alcool, furia, follia. Un’orda di ubriachi all’assalto e nessuno ha fermato il massacro. "Ma quanti saranno ? Devo cercare di scivolare verso il basso. E quelli cosa sono ? Perché tutti quei corpi a terra ? Sono morti o svenuti ? Morti, sembrano morti, porca puttana ! SONO MORTI ! Le urla mi stanno entrando nel cervello".

Tifosi allo sbaraglio. Alberto Tufano per quasi trenta anni quelle urla e quelle immagini di furia e di terrore le ha tenute per sé, intimo ricordo di un dramma mai dimenticato. Tifosi mandati allo sbaraglio in una partita organizzata senza alcuna tutela degli spettatori. "L’Uefa, le autorità locali, la gendarmeria belga e il personale medico: ci sono tanti colpevoli, ognuno ha contribuito primo e dopo a quella che non è stata una drammatica fatalità", afferma Ceniti. E sottolinea con amarezza che "soltanto nel 1991 i coraggiosi familiari delle vittime, con l’associazione voluta da Otello Lorentini, papà di Roberto (al quale il libro è dedicato: è morto nel tentativo di salvare un bambino), sono riusciti a ottenere la condanna dell’Uefa per omessa prevenzione e delle autorità locali ritenute responsabili del sangue versato in Belgio". Il ricordo di Boniek. E poi Ceniti evidenzia che molto è cambiato dal 1985. "Oggi sarebbe impensabile organizzare un evento come la finale di Champions con la stessa faciloneria di 30 anni fa. L’Uefa e il Paese che ospita la partita più importante della stagione per i club, lavorano 12 mesi per curare ogni dettaglio. E la sicurezza è al primo punto. C’è voluto l’Heysel, purtroppo". E Boniek nel rievocare nel libro di Ceniti e Tufano le sensazioni vissute quella sera, afferma: "C’era una mentalità sbagliata e tutti facevano finta di nulla. Se la tragedia non fosse accaduta a Bruxelles, sarebbe stata solo questione di tempo. Poco tempo. L’uomo è fatto così: solo dopo avere toccato con mano il sangue apre gli occhi e rimedia agli errori".

29 maggio 2017

Fonte: Ilcentro.it

Il peso dello zaino

di Domenico Laudadio

Il viaggio di ritorno di Alberto Tufano in curva nel settore Z dello Stadio Heysel di Bruxelles per riaffrontare la memoria di un dolore muto e latente per 30 anni, oggi bagaglio ingombrante di ricordi nel suo libro scritto a quattro mani insieme a Francesco Ceniti, edito dalla Gazzetta dello Sport nella ricorrenza dell’anniversario della strage.

Confesso che coltivavo molto più di qualche riserva prima di ripercorrere nelle stesse scarpe di Alberto Tufano i passi all’indietro verso il tramonto tragico del 29 maggio 1985 a Bruxelles. Come funghi al sole dopo la pioggia, vari libri sull’Heysel, più romanzi in verità che saggi in uscita al trentennale, mi predisponevano negativamente all’accoglienza. Ma ci sono funghi buoni e quelli sospetti, alcuni potenzialmente tossici che spuntano nel terreno artificioso della fenomenologia del dolore, esercizio estremamente diffuso nel palinsesto di molta programmazione televisiva e bibliografica in Italia. Da questo punto di vista, onestamente, "Il ragazzo con lo zaino arancione" si sottrae al pietismo palestrato da anniversario a cifra tonda, sfuggendo ad ogni logica e calcolo mercantile di preconfezionamento, non trattandosi di un romanzo, ma di una lunga e liberatoria testimonianza. Un racconto unto dal crisma della veridicità e prim’ ancora immerso nel fonte battesimale di sangue della Curva Z dell’Heysel. Una storia semplice e in comune a migliaia che potrebbero assomigliarle se raccolte fra i giovani di quegli spalti in quella sera maledetta per gli uomini, forse, anche da Dio. La storia individuale e autobiografica di Alberto è toccante, abilmente gli autori, entrambi giornalisti di professione, sono riusciti a ricreare il clima e il personaggio nel suo linguaggio adolescenziale, salvaguardando allo stesso tempo tecnica e ritmo dell’esposizione. Si riassaporano certe atmosfere vintage a cui mi legano fatalmente quegli anni condividendo l’età e il vissuto del protagonista, nonché l’affetto per la medesima squadra. La narrazione è lineare quanto efficace nel trasmetterci le sensazioni, i sentimenti e le alternanze degli stati d’animo nelle situazioni. Dunque: animo, tanto cuore e una spolveratina di mestiere in questa opera che merita rispetto e certamente la lettura, essendo figlia legittima della memoria e meritevolmente non di un’ avventuretta dai laidi scopi editoriali. Mi ha molto emozionato l’incontro reale fra il protagonista e Roberto Lorentini, una delle 39 vittime, a cui è dedicato il libro. Si erano veramente conosciuti a Bruxelles prima della tragedia in un clima decisamente più disteso e festoso. Le parole pronunciate nel dialogo da Roberto ce lo riportano in vita contraddistinguendolo come un toscano arguto e gioviale, accompagnato dal padre Otello e dai cugini di Arezzo, del tutto ignaro di compiere da lì a poche ore il suo destino eroico di medico in soccorso di un bambino e vittima sotto l’ennesima carica brutale degli inglesi. Mi è dispiaciuta, invece, la polemica ben circostanziata, ma altrettanto civile, fra gli autori e Beppe Franzo, scrittore e storico della Curva Filadelfia, altro testimone oculare presente all’Heysel in veste di capo di un gruppo della tifoseria organizzata bianconera. Sostanzialmente la tesi dibattuta è nella tempistica della comparsa dello striscione "reds animals" sugli spalti. Prima o dopo l’inizio dell’attacco degli hooligans al settore Z ? Nella stesura del racconto effettivamente sembra crearsi un ambiguo rapporto di causa-effetto fra le cose, mi auguro involontario. Franzo smentisce categoricamente l’apparizione dello striscione anticipatamente alla prima carica degli inglesi. Tufano ricorda esattamente il contrario, stigmatizzando la presenza stessa del lenzuolo quale pericolosa e inutile provocazione, essendo fra l’altro precedentemente già stato esposto anche a Torino in occasione della finale della Supercoppa Europea. La mia posizione a riguardo è molto netta e va al di là della questione in oggetto e dei soggetti che stimo entrambi e che reputo nelle posizioni delle loro tesi comunque in buona fede: cambia davvero poco, quasi nulla. L’aggressione infame agli "italiani" fu premeditata e ordita molto tempo prima, a bocce ferme. Non a caso il cantiere di lavoro, non presidiato dalle forze dell’ordine, autentico arsenale di fortuna adiacente al campo sportivo, fu svuotato durante l’ingresso degli spettatori nella curva. E fra le altre cose a nessun insulto scritto è lecito rispondere con lanciarazzi, pietre roteanti, tirapugni, spranghe e coltelli colpendo a destra e manca persone assolutamente pacifiche o psicologicamente e fisicamente incapaci di reagire virilmente fra cui donne, anziani e bambini. L’inettitudine della polizia belga confezionò il pacco dono omicida a sorella morte. Altro che muretto crollato… E’ storia, è sentenza inappellabile di un processo nel quale i costosissimi principi del foro che difendevano quegli assassini sostennero per molte udienze la tesi della "provocazione degli italiani". Moralmente restiamo sempre in guardia… Sull’altro punto della polemica riguardante il contenuto dei dialoghi fra alcuni ultras della Juventus e i calciatori della Juventus scesi in campo a calmare gli animi nel caos totale di una situazione ormai sfuggita di mano, credo a Beppe (Franzo), fonte molto più che attendibile a riguardo, essendo attore in prima persona di quel parlato e che, quindi, la sola richiesta fatta ai loro beniamini fosse quella di non giocare la partita. A onore del vero al termine dell’incontro che furono obbligati a giocare buona parte della curva juventina festeggiò la vittoria, ma è tutt’ altro discorso. Come del resto sono verosimili gli episodi di sciacallaggio anche di italiani sui cadaveri, testimoniati da Alberto (Tufano), data la bassezza umana in certe situazioni estreme già manifestatasi durante le grandi tragedie nazionali, nei terremoti, su tutte, ma anche in anonimi incidenti stradali nel nostro paese. Nulla di cui stupirsi… Questo libro è un documento molto prezioso per quanti volessero conoscere l’Heysel filtrandolo dagli occhi di un ragazzo che l’ha vissuto e ne porta ancora le cicatrici sulla pelle e più profondamente nell’anima. Una storia nella storia quella di Alberto Tufano che in quella curva ci è stato per tre volte: ferito dentro la calca apocalittica, poi a riprendersi il bagaglio e dopo trent’anni a bordo di un ricordo che fa ancora male. Oggi che il peso di quello zaino ci è divenuto familiare, non si è alleggerito più di tanto, svuotandolo nei nostri pensieri. Resterà per sempre un fardello scomodo a tormentarci la coscienza. Grazie, Alberto e Francesco di avercelo posato per un po’ sulle nostre spalle e buon viaggio.

13 novembre 2015

Fonte: Giùlemanidallajuve.com

Uno zaino che non racchiude solo storia

di Beppe Franzo

Leggendo Il ragazzo con lo zaino arancione (La Gazzetta dello Sport, maggio 2015), racconto dell’esperienza di Alberto Tufano, un allora ragazzo di 16 anni passato dal giorno più bello a quello più tragico della sua vita, ho maturato sensazioni contrastanti e strane. La curiosità e predisposizione nell’affrontare la lettura del libro da parte mia, hanno lasciato spazio, terminata la stessa, a profonda amarezza e senso di sbigottimento per il racconto di un contesto storico che oserei definire alquanto "arbitrario". La potenzialità diffusoria di testi come quello in questione, che trovano ambio bacino d’utenza grazie a "sponsor" come questi, targati "Gazzetta dello Sport", rischiano di falsare l’esatto contesto storico degli avvenimenti di quel 29 maggio 1985. Se poi nello stesso trovano spazio interventi quali quelli di Andrea Lorentini e Francesco Caremani, noti difensori dell’ortodossia della Memoria dell’Heysel, il libro rischia di acquisire un interesse a mio avviso "pericoloso", in virtù della falsata narrazione cronologica degli avvenimenti. Mi perdoni la franchezza Alberto Tufano, che dal breve scambio epistolare tra noi mi è sembrato ottima persona, ma le precisazioni a seguire le reputo imprescindibili, per tener fede a quel "dovere della memoria" che noi "reduci" dell’Heysel ci prefiggiamo da ormai trent’anni. La tesi di fondo più controvertibile è la cosiddetta scintilla che ha generato il caos nel settore Z. Secondo la tesi sostenuta da Francesco Ceniti che ha raccontato il tutto insieme al collega Alberto Tufano, gli allora Fighters (gli ultrà più radicali della curva insieme agli Indians) ad un certo punto srotolarono sulle gradinate della propria curva lo striscione Reds Animals, già apparso a gennaio dello stesso anno in Supercoppa. I tifosi inglesi appena lo vedono apparire in curva - cito testualmente - smettono di cantare e rumoreggiano. Anzi, si arrabbiano visibilmente. La reazione di una parte dei tifosi è immediata; dal loro settore parte un lancio di bottiglie di birra da 66cl verdi… etc. La narrazione da adito ad una tesi assurda, nuova e del tutto arbitraria: la provocazione da parte della curva in cui erano racchiusi gli ultras juventini è stata all’origine del tutto, quando invece lo striscione a cui si fa riferimento venne esposto quando già era iniziato l’attacco inglese nel settore opposto dello stadio e gli ultras italiani cercarono disperatamente di correre in aiuto dei propri connazionali (cosa che per la verità ad un certo punto riuscì, ma a cui rimediò la polizia belga costringendo poi gli invasori arrivati a ridosso del settore inglese, a ripiegare). Vengono in questo contesto completamente ribaltate le tesi della progressiva provocazione inglese che ha poi generato l’invasione degli hooligans, preludio alla carneficina. Provocazioni da più parti raccontate dai testimoni oculari degli avvenimenti che riferirono, come nel caso di Nereo Ferlat e del suo racconto L’Ultima Curva, "di un razzo sparato dalla curva inglese ad altezza d’uomo". Sulla descrizione di episodi di sciacallaggio tra gli stessi tifosi juventini proprio nel corso della drammaticità degli eventi tralascerei, non potendo asserire l’esatto contrario, anche se fino ad oggi, si è dibattuto dell’argomento anche in fase processuale additando tali responsabilità o agli stessi hooligans inglesi o rimanendo nella sfera del dubbio (come nel caso della catenina d’oro di circa due etti sottratta dal collo di Francesco Galli, una delle vittime, e sostituita con una di bigiotteria). Dove invece urge rettificare è in quel punto del racconto in cui, a tragedia già avvenuta, alcuni giocatori della Juve raggiungono i tifosi, tra cui molti ultras, dei quali si dice: "La loro unica preoccupazione pare sia parlare con Scirea, con Tardelli, con Zibì… Vogliono dire che, dopo quello che è successo, devono assolutamente vincere, che vogliono 11 leoni e nessuna pietà…". Ero tra quei tifosi, avevo potuto già, a seguito di circostanze fortuite che ho per altro a mia volta narrato, prendere atto dell’accaduto. Non sapevo di tutti quei morti ma solo che c’erano dei morti (alcuni li avevo visti coperti dai drappi sulla pista d’atletica) e avevo raccontato il tutto agli altri ultras come me. Quando arrivarono Cabrini e Tardelli vi furono tutt’altre richieste che quella di giocare, diffidandoli anzi al farlo, minacciando che se ciò fosse avvenuto avremmo fatto di tutto per interrompere la partita. Il solo sentimento che aleggiava era quello di rabbia mista all’odio, della partita non fregava assolutamente a nessuno. La descrizione di un teatrino continuo in cui i giocatori facevano fatica a contenere la festosa eccitazione dei tifosi che li circondavano per poterli accarezzare e spronare, cozza con le immagini televisive consegnate alla storia (visibili su Youtube), in cui si vedono chiaramente individui sbraitanti con spranghe in mano, alcuni che tentano di far da scudo tra tifosi e giocatori, ma in un clima di stordimento collettivo, di rabbia, di sconforto. Diverso dall’eccitazione di un classico pre partita. Credo, e spero, che il passare del tempo abbia annebbiato i ricordi di quei tragici eventi (e a questo pro sarebbe doverosa una rettifica degli autori), mentre le opinioni dei vari firmatari in allegato al testo danno a pensare che abbiano forse non ancora letto il libro. Nell’ottica della diffusione della veridicità storica, leggere e non proferire parola equivarrebbe ad assecondarne le tesi. Dal libro ne esce la visione di tifosi juventini provocatori e istigatori dell’orribile massacro, sciacalli e dannatamente egoisti nel voler a tutti i costi assistere alla partita. Ben diverso da una realtà e da una sentenza processuale che evidenzia chiaramente carnefici e vittime. Perdonate la schiettezza.

1 luglio 2015

Fonte: Associazione "Quelli di... Via Filadelfia"

Heysel, 30 anni dopo: "Schiacciato dalla folla, muoio spezzato in due"

Il 29 maggio 1985 la strage prima di Juve-Liverpool: "Il ragazzo con lo zaino arancione", il libro in edicola con la Gazzetta, racconta la storia di un sopravvissuto del Settore Z.

29 maggio 2015 - Milano - Dentro l’inferno dell’Heysel 30 anni dopo. "Il ragazzo con lo zaino arancione" è il titolo del libro che la Gazzetta ha pubblicato per spiegare cosa è stata quella notte insanguinata. Il protagonista è un ragazzo di 16 anni, Alberto Tufano, arrivato da solo a Bruxelles per vedere la Juve. In pochi secondi passa dal giorno più bello della vita a quello che poteva essere l’ultimo. Il libro (scritto insieme con Francesco Ceniti, giornalista della Gazzetta) è una storia nella Storia, vissuta in presa diretta, è impreziosito da una intervista esclusiva a Boniek (…omissis) e 29 contributi di personaggi famosi (da Eros Ramazzotti a Leo Bonucci, da Davide Cassani e Stefano Baldini, da Paolo Casarin e Mauro Berruto) e testimoni della tragedia. Sotto l’inizio del racconto.

"Lo sterno! Certo, è lo sterno! Cacchio, aveva ragione la Morellini, la mia prof di biologia: quando viene premuto lo sterno fa male. Eccome se fa male ! Adesso, quindi, potrebbe cominciare anche a mancarmi il fiato… Cazzo, la scivolata di quel signore davanti mi ha colto impreparato: come faccio a liberarmi ? Sembriamo un’onda… Come faccio ? Non capisco più niente con tutte queste urla… Ma chi urla ? Cosa urlate ?!? Non capisco niente, cacchio ! Dovevo fare attenzione, sono incastrato qui da ’sta merda di balaustra e sto bloccando quelli dietro di me… Se non riesco a spostarmi mi ammazzeranno di botte pur di passare.

Adesso cominciano a stringermi pure lateralmente. Oh cazzo, cazzo ! Ma quanti saranno ? Quanti saranno ? Devo cercare di scivolare verso il basso. E quelli cosa sono ? Perché tutti quei corpi a terra ? Sono morti o svenuti ? Morti, sembrano morti, porca puttana ! SONO MORTI ! Le urla mi stanno entrando nel cervello. Se scivolo sotto, devo pure saltarli, meglio se provo a spostarmi sul lato. Cazzo, che male ! Lo sterno, maledizione ! Il mio sterno si sta rompendo, devo riuscire a muovermi !!!

Quanti saranno quelli dietro me ? Sembra un’onda laterale, ma siamo tutti fermi. Tutti. Se non riesco a spostarmi, mi spezzeranno in due contro questa balaustra. Non riesco a capire una parola di quello che urlano, che lingua è ? Comincia a mancarmi la forza nelle gambe ! Cazzo ! CAZZO ! CAZZO ! Mi manca il fiato, devo fare qualcosa ! Ma sono immobile, non riesco a spostarmi nemmeno lateralmente, cacchio sono incastrato ! Lo zaino, lo sento muoversi, sta scivolando ? Vorrei scivolare anche io insieme allo zaino. Vorrei essere lo zaino. Gli zaini sentono dolore ? Hanno lo sterno ? Sto delirando. Devo liberarmi, devo muovermi. Non sento più le gambe. Mi si chiudono gli occhi. Devo fare qualcosa. Non mi sente nessuno… Perché non mi sente nessuno ?!? Respira, Alberto, cerca di respirare ! Ricordati di respirare ! Non ho forza nelle gambe per spostarmi indietro. Così si muore ? Possibile che si muoia così ? Come è possibile ? Respira, Alberto… Un po’ di fiato… Metti… un poco… di fiato… nei… polmon… i… "CI STIAMO AMMAZZANDO TRA DI NOIIIIIIIIIIII!!!!!!!!!!!!!".

Cosa è successo ? La pressione si è attenuata. Quelli dietro di me hanno fatto un passo indietro. Adesso, Alberto. Il momento è adesso ! Non avrai un’altra occasione. La vita mi sta passando sopra: devo afferrarla. Lo sterno è un poco più libero, devo approfittarne ! Busto indietro… Sgancio ! Sì, il braccio si muove ! Sono sotto la balaustra e le gambe mi stanno reggendo ancora. Avanti ! AVANTI, ALBERTO. Ma dove sono gli scalini ? Non sento gli scalini… Sento solo urla ! Urla dappertutto: dietro, accanto… Sotto ! Sotto ?!?!? Questo è un incubo infinito ! Non è possibile… Urla sotto di me ?!? Chi sono queste persone ? Come sono finito qui ? Come… Come ?!?".

29 maggio 2015

Fonte: Il ragazzo con lo zaino arancione (Gazzetta dello Sport)

Fonte: Gazzetta.it

Heysel, un libro per raccontare la tragedia con gli occhi dei superstiti

di Federico Casotti

Alberto Tufano il 29 maggio 1985 era all'Heysel nel settore Z. Insieme a Francesco Ceniti ha raccontato la sua storia ne "Il ragazzo con lo zaino arancione".

Esattamente trent’anni fa, il calcio perdeva la propria innocenza nella strage dell’Heysel. Si è parlato molto - anche se non è mai abbastanza - delle 39 persone che nel famigerato settore Z lasciarono la propria vita, mentre l’attenzione dedicata a chi da quell’inferno riuscì a uscire vivo, ma con ferite interiori impossibili da cancellare, è sempre stata tenuta bassa, anche per la comprensibile reticenza dei diretti interessati. A trent’anni di distanza, Alberto Tufano ha capito di sentirsi pronto a raccontare la sua storia di sopravvissuto all’Heysel: coadiuvato da Francesco Ceniti, collega della Gazzetta dello Sport, ha dato vita a un libro, "Il ragazzo con lo zaino arancione", che affronta la tragedia di Juventus-Liverpool dal punto di vista dei sopravvissuti. "Questo è un libro che ci porta direttamente dentro al settore Z - racconta a Goal Francesco Ceniti - E’ il racconto di un vero sopravvissuto, non era allo stadio in un altro settore, era nel settore Z, ha rischiato di morire, si è salvato forse per fortuna, forse perché non era il suo momento. E’ il racconto della tragedia visto con gli occhi di un 17enne - tanti quanti erano gli anni di Alberto allora - che è passato dal vivere il giorno più bello della sua vita - la sua prima trasferta, inseguita con i risparmi di un anno - al vivere il più brutto. Perché quell’esperienza cambierà per sempre il suo modo di vedere il calcio, e non può essere altrimenti per chi ha vissuto quell’attacco, ha visto morire delle persone accanto, in quella che fu una vera e propria azione di guerra senza alcuna spiegazione razionale. E’ una partita spartiacque, c’è un prima e un dopo, purtroppo è servita a far capire a chi organizza eventi come una finale di Coppa dei Campioni che ci sono delle responsabilità precise da dover prendere, non è come organizzare una partita tra scapoli e ammogliati". La genesi del libro "è stata molto difficile, è stato un racconto tenuto dentro di sé per 30 anni, quando tornò da Bruxelles evitò subito i giornalisti. Con tutte le debite proporzioni del caso, sia ben chiaro, ma l’atteggiamento suo e di tanti sopravvissuti ricorda quello dei reduci della Shoah. C’è il senso di colpa, l’inquietudine per essersi salvati, loro sì e altri no, altri come Roberto Lorentini, un medico che si era salvato, ma decise di tornare indietro a praticare la respirazione bocca a bocca a un ferito e venne travolto dalla calca". Per Tufano, è tuttora difficile parlare pubblicamente dell'Heysel. "Non ne ha mai voluto parlare - conferma Ceniti - ma sono poi subentrati due episodi. Il primo è legato a una foto, che è quella della copertina del libro, che lo ritrae nel settore Z, con in mano il suo zaino arancione. Una foto che puntualmente ogni anno veniva pubblicata sui giornali il giorno delle rievocazione, e che lo costringeva ogni anno a fare i conti con quel dolore personale. E un giorno, in un parco, parlando della Juventus con un ragazzo che aveva più o meno la stessa età di Alberto nel 1985, si accorse che non sapeva praticamente nulla sull’Heysel, e continuava a fare domande, voleva saperne di più. E siccome la memoria è molto importante, soprattutto per una strage come quella dell’Heysel, scomoda per la UEFA, anche per la Juventus stessa, gli è sorto questo desiderio di scrivere il libro". La tragedia dell'Heysel purtroppo non è mai stata oggetto di una vera memoria condivisa, tra gli imbarazzi difficilmente giustificabili della Juventus e la malvagità di chi cavalcò quella tragedia in chiave anti juventina, in barba alla memoria delle vittime. "La Juventus è rimasta troppo tempo in imbarazzo per quella Coppa. Alla fine sappiamo che si giocò per volere della UEFA, per mantenere l’ordine pubblico: quella Coppa venne assegnata, ma forse la Juventus avrebbe dovuto trovare il modo per sottolineare come fosse qualcosa di molto diverso dagli altri trofei. Quella Coppa la Juventus la tiene perché è giusto così, ma nel contempo avrebbe dovuto esprimere più solidarietà e aiuto ai famigliari delle vittime, ad esempio nel processo. Andrea Agnelli sotto questo aspetto ha fatto passi significativi. Dall’altra parte c’è la stupidità umana: vedere striscioni offensivi fa male, e vale per tutte le tragedie, da Superga in poi. Per questo è importante far sapere cosa è successo davvero all’Heysel, molta gente si abbandona a cori offensivi e ingiuriosi perché non ne sa nulla. Speriamo di arrivare presto a una memoria condivisa sull’Heysel, voglio essere ottimista".

29 maggio 2015

Fonte: Goal.com


Heysel, 30 anni dopo, La notte dell'orrore cominciò con l'aggressione ai pescaresi

Il ragazzo con lo zaino arancione racconta

di Domenico Logozzo

"Noto uno Juventus Club, in particolare, lo Juventus Club Pescara, che viene investito dal lancio di bottiglie. Alcuni signori si toccano la testa, forse sono stati colpiti e si voltano a protestare verso gli inglesi responsabili del gesto. Per tutta risposta ricevono il lancio di altri oggetti: mi sembrano sassi, oppure pezzi di intonaco dello stadio che sono stati staccati per essere usati come pietre". Tra i primi ad essere stati presi  di mira dai tifosi inglesi nella "notte dei barbari dell’Heysel" furono gli abruzzesi. E’ quanto emerge dalle pagine del libro "Il ragazzo con lo zaino arancione. Io, sopravvissuto all’Heysel, 29 maggio 1985" del giornalista Alberto Tufano e dello  scrittore Francesco Ceniti  della Gazzetta dello Sport, che l’ha pubblicato nel trentennale della tragedia. 39 vittime, due abruzzesi: Rocco Acerra e Nino Cerullo di Francavilla al Mare. "Torneremo con la Coppa". Tornarono in due bare. Non ci fu nessuna pietà per i morti. Corpi straziati dalle autopsie e non ricomposti. Tutto l’Abruzzo fu vicino al dolore della comunità francavillese. Ai funerali parteciparono più di trentamila persone. Un racconto "da dentro l’orrore". Sconvolgente. Scrive Ceniti: "Per come si svolge, il racconto di Alberto sembra quasi romanzo, sceneggiato e pensato in ogni punto. Non è un romanzo: è tutto tragicamente vero". Scrive Tufano su facebook: "Io e Francesco abbiamo scelto di narrare i fatti come se io avessi ancora i 16 anni che avevo all'epoca, per far vivere al lettore l'atmosfera e il dramma, momento per momento. Onore a 39 vittime innocenti, martiri senza bandiera di un calcio sbagliato". L’assalto degli "animals" al settore Z, ha trasformato la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool in un campo di battaglia. Alcool, furia, follia. Un’orda di ubriachi all’assalto e nessuno ha fermato il massacro. Tufano è miracolosamente sopravvissuto alla strage degli italiani travolti, aggrediti e schiacciati. Un inferno. "Ma quanti saranno ? Devo cercare di scivolare verso il basso. E quelli cosa sono ? Perché tutti quei corpi a terra ? Sono morti o svenuti ? Morti, sembrano morti, porca puttana ! SONO MORTI ! Le urla mi stanno entrando nel cervello". Per quasi trenta anni quelle urla e quelle immagini di furia e di terrore le ha tenute per sé, intimo ricordo di un dramma mai dimenticato. A spingerlo a "rompere il ghiaccio" ed a scrivere "io sopravvissuto" con Francesco Ceniti - autore fra l’altro del libro-inchiesta su Pantani che ha fatto riaprire le indagini - è stata una foto che non conosceva e che nel 2012 è stata ripetutamente pubblicata dai giornali di tutto il mondo. Lo ritrae in piedi, con lo zaino arancione in mano in mezzo alle vittime dell’Heysel. Tifosi  mandati allo sbaraglio in una partita organizzata senza alcuna tutela degli spettatori. "L’Uefa, le autorità locali, la gendarmeria belga e il personale medico: ci sono tanti colpevoli, ognuno ha contribuito prima e dopo a quella che non è stata una drammatica fatalità", afferma Ceniti. E sottolinea con amarezza che "soltanto nel 1991 i coraggiosi familiari delle vittime, con l’associazione voluta da Otello Lorentini, papà di Roberto (a cui il libro è dedicato), morto nel tentativo di salvare un bambino, sono riusciti a ottenere la condanna dell’Uefa per omessa prevenzione e delle autorità locali ritenute responsabili del sangue versato in Belgio". 

Erano stati più di seicento i tifosi juventini che dall’Abruzzo avevano seguito la squadra del cuore a Bruxelles. Rocco Acerra e Nino Cerullo erano partiti da Francavilla al Mare sicuri della vittoria bianconera: "Torneremo con la Coppa". Tornarono in due bare. "Semplici e inermi tifosi - scrive Ceniti - arrivati a Bruxelles sognando un giorno di festa o, nel peggiore dei casi, di delusione sportiva. Gioia e dolore legati ad un risultato. E invece l’orrore dell’Heysel ha spazzato via il gioco più bello del mondo". E precisa: "Molto è cambiato dal 1985: oggi sarebbe impensabile organizzare un evento come la finale di Champions con la stessa faciloneria di 30 anni fa. L’Uefa e il Paese che ospita la partita più importante della stagione per i club lavorano 12 mesi per curare ogni dettaglio. E la sicurezza è al primo punto. C’è voluto l’Heysel, purtroppo". E Boniek nel rievocare nel libro di Ceniti e Tufano le sensazioni vissute quella sera, afferma: "C’era una mentalità sbagliata e tutti facevano finta di nulla. Se la tragedia non fosse accaduta a Bruxelles, sarebbe stata solo questione di tempo. Poco tempo. L’uomo è fatto così: "solo dopo avere toccato con mano il sangue apre gli occhi e rimedia agli errori". Errori gravissimi. Misure di sicurezza praticamente inesistenti, come testimonia Tufano nel raccontare l’aggressione subita dai tifosi del club juventino di Pescara. "Vedo gesti di rabbia anche tra i signori colpiti nel nostro settore e, istintivamente, mi alzo in piedi per capire meglio cosa sta succedendo. Sembra una piccola schermaglia tra un paio di tifosi inglesi e i signori dello Juventus Club Pescara colpiti dalle bottiglie, ma c’è comunque una piccola rete da pollaio che li divide. Poliziotti non ne vedo, anzi ne conto 6 in tutta la curva, tra settori X e Y degli inglesi e il settore Z occupato da noi. Certo, sulla pista di atletica, nei pressi della nostra curva, ci sono anche due poliziotti a cavallo, quindi il totale dei poliziotti presenti è di 8. Sta di fatto che nessuno di essi muove un dito per sedare sul nascere quel piccolo diverbio tra tifosi vicini di settore. Il lancio di oggetti, anzi, si infittisce di più". La situazione improvvisamente si fa esplosiva. "Un boato, un tuono che scuote lo stadio. Cosa è stato ? Cosa sta succedendo ? Cos’è questo improvviso fragore ? Sono in piedi, fermo, ma tutto intorno a me si muove. E’ un terremoto forse ? Dove vanno tutti ? In un attimo la curva dei tifosi del Liverpool non è più la stessa: gli inglesi, che prima erano tutti compressi nei loro settori, sembrano essersi mossi improvvisamente tutti insieme di circa cinque metri verso di noi. Vedo uno spazio vuoto, piuttosto ampio alla fine del loro settore X, quello più lontano, però non vedo più i signori dello Juventus Club Pescara che stavano discutendo con gli inglesi… Dove sono finiti ?". Domenico Logozzo (già Caporedattore TGR Rai)

29 maggio 2015

Fonte: Abruzzo24ore.tv 

Heysel trent’anni dopo: testimonianza di un sopravvissuto

Heysel, Bruxelles è ricordata come la città che costò la vita a 39 spettatori presenti allo stadio, dei quali 33 italiani, oltre 600 feriti, per assistere alla finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool il 29 maggio 1985. A trent’anni esatti da quel gravissimo episodio che lascia aperta la piaga della sicurezza negli stadi, viene pubblicato un libro scritto da un giovane, Alberto Tufano, oggi giornalista, il quale ha deciso di raccontare insieme al collega de La Gazzetta dello Sport Francesco Ceniti quella tragica sera. Il 29 maggio del 1985 l’autore de Il Ragazzo con lo Zaino Arancione era un ragazzo di 16 anni partito da solo per andare a vedere la propria squadra del cuore e trovatosi proprio nel mezzo del luogo della tragedia nel famigerato settore Z. La tragedia dello stadio di Heysel diventa testimonianza - Il ragazzo con lo zaino arancione nasce con il proposito di coltivare nel modo giusto la memoria, ricostruendo e ricordando cos’è stato l’Heysel in modo che non si ripeta più una barbarie simile e dare la dovuta dignità alle persone che quella sera persero la vita. Il libro nasce proprio per gettare chiarezza sul fatto che la tragedia dell’Heysel non fu un incidente ma la conseguenza di un calcio non organizzato, di leggerezze in fatto di sicurezza, di prevenzione, di mancanza di norme da seguire in caso di emergenza, di carenze di autorità, gendarmeria belga e personale medico. Ne esce un libro che è di cronaca, documentario sugli scontri di quella sera --  perché vero è tutto quello che viene narrato - ma anche romanzo, grazie alla costruzione che non segue l’ordine cronologico degli avvenimenti ma li giustappone in una composizione efficace, e alla storia, il racconto di un ragazzo di 16 anni passato nel giro di poche ore dal giorno più bello della sua vita a quello che lo ha segnato per sempre. Nel primo capitolo fin da subito il lettore è gettato nella calca del settore Z, conseguenza del pesante sfondamento dei tifosi inglesi; le pagine si dividono poi tra il prima, con il racconto dei sacrifici per poter andare a Bruxelles a vedere la partita, l’entusiasmo e la passione per la squadra, la preparazione per il viaggio, l’arrivo nella città; e il dopo con il ritorno a casa in seguito alla tragedia. Il libro si chiude con alcune testimonianze di persone note e meno note che erano allo stadio quella sera o sono state toccate dalla tragedia, una specie di coro che ricorda come quella dell’Heysel sia stata una tragedia collettiva. Il libro Il ragazzo con lo zaino arancione è in edicola con La Gazzetta dello Sport da martedì 26 maggio a 7,99 euro, oltre il costo del quotidiano.. a tragedia dell’Heysel: emblema della questione sicurezza negli stadi - Qualcosa non ha funzionato all’interno dello stadio di Heysel quel maledetto 29 maggio del 1985. Assurdo morire per assistere ad una partita di calcio. Vittime dell’inadeguatezza della struttura e dei servizi di sicurezza e ordine pubblico belgi. Un ricordo ancora oggi vivo tra coloro che furono diretti testimoni della tragedia, così come per i loro congiunti. Un evento che sarebbe dovuto essere gioioso, sereno e non tremendo e paragonato ad un bollettino di guerra. Per questo epilogo tragico cadde il governo in Belgio e il processo chiuso dopo mesi si concluse con condanne per 14 hooligans, per l’ex segretario unione calcio belga e per un capitano della gendarmeria responsabile del servizio d’ordine. Furono assolti l’UEFA che aveva dato autorizzazione allo svolgimento della finale in quello stadio effettivamente inadeguato per struttura e sicurezza e il borgomastro dell’Heysel, primo cittadino della città ospitante la finale. (N.D.R. LL’Uefa fu poi, condannata in Appello e Cassazione). Una partita che si decise di far svolgere comunque, mentre si stava consumando una immane tragedia che lasciava senza vita 39 persone delle quali 33 (N.D.R. 32) di nazionalità italiana per partecipare all’evento sportivo. Nulla avrebbe portato a pensare che tutto sarebbe degenerato a causa dei purtroppo famigerati hooligans, veri e propri teppisti neppure lontanamente equiparabili al pubblico dei tifosi, i quali hanno provocato i gravi incidenti all’interno dello stadio. Le vittime dell’Heysel saranno ricordate a Bruxelles con una cerimonia pubblica e a Torino in una messa alla Chiesa della Gran Madre di Dio, alle 19,30. La giornata del 29 maggio - sottolinea la società bianconera - sarà dedicata al ricordo da parte di tutti i tesserati Juventus. Per troppi anni quelle 39 vittime - rimarca sul sito ufficiale - sono state oggetto di scherno finalizzato unicamente ad attaccare i colori bianconeri: un’azione vile che non dovrebbe trovare cittadinanza in nessuno stadio ed in nessun dibattito sportivo. Questo anniversario dovrà essere utile anche alla riflessione per evitare che simili comportamenti si ripetano.

29 maggio 2015

Fonti: Trend-italia.com - Ilsecoloxix.it

Alberto Tufano, il suo zainetto arancione e la Pallacanestro Varese

di Michele Marocco

… Omissis. Alberto Tufano, milanese d’origine ma varesino d’adozione, è un altro che quella sera era presente all’Heysel per tifare la sua squadra del cuore. Aveva 16 anni ed era arrivato in Belgio grazie ad un viaggio organizzato; aveva messo da parte dall’inizio della stagione le paghette settimanali, aveva venduto il motorino e, per realizzare il sogno di assistere alla finale di Coppa dei Campioni, si era fatto regalare le ultime 150 mila lire da un vicino di casa. Quel sogno, tuttavia, si è tramutato in un incubo, come racconta nel libro "Il ragazzo con lo zaino arancione" pubblicato dalla Gazzetta e scritto insieme al giornalista Francesco Ceniti. "Se il Liverpool è stato inibito da tutte le competizioni europee per sei annate, nei cinque anni successivi a quella tragedia non sono più riuscito a guardare una partita di calcio - racconta. E’ stato proprio in quel periodo che mi sono avvicinato e appassionato ancora di più al mondo del basket e, in particolare, alla Pallacanestro Varese". Tufano, che da due anni sta collaborando proprio con l’ufficio stampa della società di Piazza Monte Grappa, ammette: "La Mobil Girgi è stato il mio primo amore per quanto riguarda la palla a spicchi e venendo al palazzetto di Varese ho riacquistato almeno in parte quella passione per lo sport che il 29 maggio 1985 mi è stata cancellata dai tragici avvenimenti. Non ho superato del tutto il trauma, però, e una ferita così grande è difficile da rimarginare"… Omissis

29 maggio 2015

Fonte: Varesesport.com

Il libro "Il ragazzo con lo zaino arancione"

Il ricordo dell’Heysel di chi era nel settore Z

"Il ragazzo con lo zaino arancione" (in edicola con la Gazzetta dello Sport a 7,99 euro) getta sin dalle prime pagine nella calca del settore Z, il centro dell’orrore dell’Heysel. Alberto Tufano, l’autore, oggi giornalista, all’epoca aveva 16 anni e quel 29 maggio 1985 era là, dopo essere partito da solo per seguire la Juventus, in finale di Champions con il Liverpool. Con il collega della Gazzetta Francesco Ceniti ha perciò deciso di ricordare quella tragedia, per spiegare che non si è trattato affatto di un incidente, bensì della conseguenza di un calcio non organizzato, di una serie di leggerezze in materia di sicurezza, prevenzione, ordine pubblico. Il libro si chiude con alcune testimonianze di persone, note e non, presenti allo stadio.

27 maggio 2015

Fonte: Corriere.it

Con La Gazzetta dello Sport il libro "Il ragazzo con lo zaino arancione"

La testimonianza di uno dei sopravvissuti all’orrore dello stadio Heysel, per non dimenticare la tragedia nel suo trentesimo anniversario.

Milano, 25 maggio - Era il 29 maggio 1985 quando la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool si trasformò in un campo di battaglia dove morirono 39 persone, nella più tragica partita del calcio europeo fino a quel momento. A trent’anni di distanza Alberto Tufano, oggi giornalista, ha deciso di raccontare insieme al collega de La Gazzetta dello Sport Francesco Ceniti quella tragica sera. Il 29 maggio del 1985 l’autore era un ragazzo di sedici anni partito da solo per andare a vedere la propria squadra del cuore e trovatosi proprio nel mezzo del luogo della tragedia nel famigerato settore Z. Con La Gazzetta dello Sport il libro "Il ragazzo con lo zaino arancione" nasce con il proposito di "coltivare nel modo giusto la memoria, ricostruendo e ricordando cos’è stato l’Heysel in modo che non si ripeta più una barbarie simile" e dare la dovuta dignità alle persone che quella sera persero la vita. Il libro nasce proprio per gettare chiarezza sul fatto che la tragedia dell’Heysel non fu un incidente ma la conseguenza di un calcio non organizzato, di leggerezze in fatto di sicurezza, di prevenzione, di mancanza di norme da seguire in caso di emergenza, di carenze di autorità, gendarmeria belga e personale medico. Ne esce un libro che è di cronaca, documentario sugli scontri di quella sera - perché vero è tutto quello che viene narrato - ma anche romanzo, grazie alla costruzione che non segue l’ordine cronologico degli avvenimenti ma li giustappone in una composizione efficace, e alla storia, il racconto di un ragazzo di 16 anni passato nel giro di poche ore dal giorno più bello della sua vita a quello che lo ha segnato per sempre. Nel primo capitolo fin da subito il lettore è gettato nella calca del settore Z, conseguenza del pesante sfondamento dei tifosi inglesi; le pagine si dividono poi tra il prima, con il racconto dei sacrifici per poter andare a Bruxelles a vedere la partita, l’entusiasmo e la passione per la squadra, la preparazione per il viaggio, l’arrivo nella città; e il dopo con il ritorno a casa in seguito alla tragedia. Il libro si chiude con alcune testimonianze di persone note e meno note che erano allo stadio quella sera o sono state toccate dalla tragedia, una specie di coro che ricorda come quella dell’Heysel sia stata una tragedia collettiva.

25 maggio 2015

Fonte: Rcsmediagroup.it

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