39 Angeli all'Heysel


Testimonianze

Anonimo 1

Anonimo 2

Antonello Angelini

Giuseppe Barreca

Stefano Bellini

Giampiero Boniperti

Cabezon

Alberto Capella

Andrea Danubi

Alessio Degrandi

Alessandro Del Piero

Paola Francesconi

Gino Franchetti

Riccardo Gambelli

Jacques Georges

Pasquale Lara

Piero Lastella

Domenico Lazzaretto

Filippo Lazzeroni

Andrea Leonetti

Otello Lorentini

Matteo Lucii

Marco 1970

Riccardo Molesti

Carlo Nesti

Orgoglio Gobbo

Bruno Pizzul

Michel Platini

Paola Poppi

Claudio Pozzi

Rossano Rinaldi

Alberto Rossetto

Sergio

Fabrizio Stacchini

Mariano Xibilia

Lorenzo Zaccarella

Massimo Zampini

Niccolò Zancan

  

Così rintracciai due genovesi all’Heysel


Alla soglia dei cinquant'anni - dopo aver girato l'Italia raccontando dal Tg5 serial killers, alluvioni, fatti di costume e grandi avvenimenti come quelli legati al G8 di Genova - ricordo ancora la prima grande vera emozione regalatami dal giornalismo. E la devo a il Giornale. Quell'esperienza mi è tornata in mente nei giorni scorsi, nel vedere negli uffici della redazione genovese una delle macchine da scrivere - ancora funzionante anche se ormai quasi mandata in pensione dal computer - sulle quali lavoravamo noi giovani collaboratori. Era il 30 maggio del 1985, la sera precedente c'era stata la più tragica delle finali di Coppa dei campioni: quella fra Juventus e Liverpool allo stadio Heysel di Bruxelles. Nella grande confusione seguita agli scontri e al crollo del muro della gradinata c'era una sola certezza: fra le vittime e i dispersi c'erano anche diversi genovesi. La redazione de il Giornale guidata da Massimo Zamorani si mobilitò immediatamente mettendo in campo tutte le risorse disponibili. Anche i collaboratori esterni come me. Mi toccò di andare a trovare una delle famiglie. Abitavano nei dintorni di Sestri Ponente. Aprirono la porta con grande disponibilità e molta disperazione. Secondo le poche informazioni che arrivavano da Bruxelles i loro cari, marito e moglie, erano l'uno deceduto e l'altra dispersa. Avevano una serie di numeri di telefono da chiamare ma, anche per le difficoltà di lingua, non c'era verso di avere notizie più precise. Decidemmo di provare insieme, tentai di parlare in inglese al centralinista dell'ospedale, ma non ci capimmo. Chiesi se ci fosse qualcuno che parlava italiano, dicendo il cognome della coppia che stavamo cercando. Il centralinista, finalmente, mi passò un uomo che parlava italiano. Mi spiegai «vorrei aver notizie dei signori...» Un attimo di silenzio e poi la risposta: «sono io». Nella confusione il nome di quel signore era stato inserito nella lista dei morti, ma non era vero: era solo ferito! Sopraffatto dall'emozione, mi affrettai a passargli i parenti che avevo davanti. Furono momenti di gioia, anche se rimaneva la grande ombra dell'incertezza sulla sorte della moglie. Sono passati quasi venticinque anni ed ero molto giovane, quindi mi scuso con i protagonisti se il ricordo dei fatti non è preciso ma ricordo perfettamente l'emozione che ho provato e l'orgoglio di aver contribuito ad allontanare un dolore. Massimo Zamorani, uno di quei giornalisti davvero capaci di insegnare il mestiere ai giovani, mi raccomandò di raccontare bene quel che era accaduto, dall'incertezza al sollievo, e cercai di farlo. Qualche mese dopo partii per il servizio militare, poi andai a lavorare altrove: nelle tv locali, poi in Mediaset al Tg5, inizialmente a Milano e finalmente come corrispondente da Genova. Ma di quei giorni negli uffici di piazza Savonarola, prima, e di via De Amicis, poi, non posso dimenticare l'entusiasmo con il quale seguivo le piccole vicende dei consigli di quartiere («raccontare una seduta della circoscrizione - mi spiegava Zamorani - non è diverso dal descrivere una seduta del parlamento, cambiano gli argomenti ma non il modo di riportarli»), le serate a cercare notizie durante i consigli comunali, e la volta - l' unica volta in vita mia - in cui a sorpresa incontrai per pochi minuti Indro Montanelli in visita alla redazione.  Ma questa, come direbbe Kipling, è un' altra storia, cioè un'altra emozione.

Da www.ilgiornale.it

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Quella tragica sera a Bruxelles

La notte precedente la partita non chiusi occhio. L'orario del treno che ci avrebbe portato nella capitale Belga era previsto alle 5 del mattino, e l'unico mio pensiero era quello di non dimenticare proprio nulla;sciarpa, maglietta "Ariston" con il numero 10 sulla schiena, bandierone donatomi un anno prima da un amico di mio padre assiduo frequentatore della curva Filadelfia. Quando il treno si mosse dalla stazione avevo solo 13 anni (14 da compiere), e dopo la cocente sconfitta di soli 24 mesi primi ad Atene, alla quale presenziai, ero più che mai convinto che la "mia" Juventus mi avrebbe regalato la gioia più bella, nonostante i soliti "rosiconi" compagni di scuola, il giorno prima, mi avessero "augurato", nel modo più sarcastico possibile, una buona partita. Giungemmo finalmente a Bruxelles a metà pomeriggio, e la prima tappa fu la Grand Place, immensa piazza nel centro cittadino. Da buon adolescente ero rapito da un luogo completamente nuovo ai canoni soliti della piccola città di provincia in cui abitavo, e feci fatica a capire in quale situazione versavano le centinaia di tifosi inglesi riversi sul ciottolato della piazza, ricordo però oggi come allora la "pila" di lattine e di bottiglie che giacevano in mezzo alla piazza inevitabilmente vuote. Ci spostammo in direzione ovest, per raggiungere il ristorante di una famiglia di emigrati pugliesi parenti di un nostro compagno di viaggio a depositare le valige e gli oggetti personali. Lungo la strada i segni evidenti del passaggio degli inglesi era sotto gli occhi di tutti; vetrine spaccate, bidoni della nettezza urbana scoperchiati e buttati a terra, e come cornice a tutto questo scempio nemmeno un agente delle forze dell'ordine. Posati i bagagli ci avviammo verso lo stadio. Saliti sul tram che ci avrebbe portato verso l'impianto sportivo, i "grandi" cominciarono a consigliare a tutti, soprattutto a noi giovani, di togliere sciarpe e qualunque vessillo che facesse capire i colori di appartenenza. Rimasi quasi incredulo a tale richiesta, soprattutto quando mio padre mi disse di togliermi sciarpa e cappello e di metterli subito all'interno del piccolo zainetto che conteneva qualche panino e una bottiglietta d'acqua. Il dialogo tra noi alimentò in me un timore sempre più forte, finché la lingua parlata si trasformò in francese, un metodo che consentì di mischiarsi tra la gente del luogo, senza dar modo agli inglesi che man mano salivano sul mezzo pubblico, di inveire contro tifosi della fazione opposta. Giunti in prossimità dello stadio, la polvere che alzavano gli zoccoli dei cavalli era inverosimile, la temperatura aveva sopravanzato i 25 gradi, e i pochi agenti a cavallo sparsi lungo gli ingressi avevano un'aria incredula nel vedere giungere una così vasta mole di persone, quasi come se non fossero pronti ad un simile scenario. Finalmente dentro, dentro lo stadio, nella curva opposta a quella tribuna "Z" che da li a poco sarebbe diventata un inferno. Ma in quel momento tutte le paure avute prima e durante il tragitto erano scomparse, ero tornato bambino, con la mia sciarpa al collo, il mio cappellino e quegli occhi grandi di chi, da adolescente, vede e dovrebbe vedere il mondo, sopratutto quello sportivo, come qualcosa in cui credere, per cui gioire, da raccontare per tutta la propria esistenza prima agli amici, poi ai figli e infine anche ai nipotini. Ma... ad un certo punto, saranno state le 19:30 minuto più minuto meno, cominciai a vedere nella curva opposta un fitto lancio di qualcosa che non riuscivo a definire, forse bottigliette vuote, e in un primo momento pensai a qualcosa di divertente, qualcosa che intratteneva il pubblico pagante ad un'ora dall'inizio dell'incontro. I miei occhi non riuscivano a distogliere lo sguardo da quel settore, nonostante la nostra curva fosse un tripudio di cori e colori. Nel momento in cui cominciai a vedere un continuo movimento ondulatorio da parte della gente, qualcosa in me comincio a non quadrare, così chiesi a mio padre che cosa stesse succedendo. Lui, esperto, maturo e sicuramente più consapevole di me, mi disse di non preoccuparmi, che non stava succedendo nulla, ma così non era. Un boato scosse la parte di stadio in cui ero assiepato, crollò quel muro. Un rumore che oggi è diventato inevitabilmente sordo, ma che mi porto ancora dietro. Nella "nostra" curva i più si accorsero della tragedia che si stava consumando, e i più esagitati cominciarono a sfondare le reti di recinzione per riversarsi ad aiutare i nostri connazionali, la paura a quel punto prese inevitabilmente il sopravvento. Di quei momenti ricordo solo una cosa; dissi a mio padre "andiamo via". Se ripenso oggi a quella frase, trovo quasi irreale che un bambino di 13 anni, dopo essere giunto in una città straniera a vedere i suoi idoli giocarsi la finale di una Coppa dei Campioni, abbia voglia di andare via, scappare. Ma è altresì vero che quel bambino, in quel luogo, in quella circostanza, aveva perso tutti i punti di orientamento, tutti i parametri per cui era arrivato lì. Quel bambino di 13 anni voleva vedere una partita, voleva vedere Platini, Boniek, Tardelli, Cabrini, voleva gioire per una vittoria e probabilmente anche piangere per una sconfitta, ma mai e poi mai avrebbe voluto vedere la paura, lo sgomento, la urla, il dolore per una "semplice" partita di calcio. Usciti dallo stadio, il fuggi fuggi era generale, gente che scappava in ogni direzione, il servizio d'ordine fuori controllo, se mai un controllo lo avesse avuto. Ho visto persone lanciarsi dentro ai tram in corsa pur di andare via da lì, ho visto le persone delle bancarelle che vendevano bandiere e sciarpe chiudere di corsa e scappare. Ho visto cose che mai avrei voluto vedere. Giungemmo finalmente in quel ristorante di emigranti pugliesi, la partita era già cominciata, mio padre, per non darmi ancora preoccupazioni, mi mise seduto a guardare la partita; ma il mio primo pensiero fu rivolto a mia madre, volevo sentire la mamma, volevo parlare con lei, volevo dirle che io e papà stavamo bene. Le notizie erano già di pubblico dominio, ricordo adesso come ieri i volti di quei signori che ci ospitarono, ricordo i loro occhi mentre guardavano noi bambini. Non c'erano i cellulari e le linee erano intasate, non si riusciva a chiamare casa, mio padre riuscii solo a prendere la linea con mio zio, rassicurandolo che stavamo bene, che eravamo al sicuro, di chiamare immediatamente mia madre per rassicurarla che ci aveva sentito e che stavamo bene. Mia madre, in seguito, mi raccontò che non credette a una sola parola di mio zio, pensando invece che fosse successo qualcosa, che era impossibile che fossimo riusciti a parlare con lui e non con lei, che quando Bruno Pizzul diede quelle notizie non riuscì più a parlare. Le ultime immagini che ricordo di quel giorno sono quelle della stazione dei treni: ricordo inglesi ubriachi con la testa piena di sangue giungere alla spicciolata ad aspettare un treno che li avrebbe riportati a casa, ricordo mio padre e con lui altri compagni di viaggio che si misero davanti a noi per proteggerci da qualunque tipo di aggressione che si sarebbe potuta ancora consumare. Ricordo che arrivò un treno, ricordo che ci salii sopra, ricordo che ero stanco, tanto stanco, ricordo che mi addormentai, credendo di lasciarmi alle spalle una giornata che invece non potrò mai dimenticare. Arrivammo a casa. Alla stazione di Ventimiglia c'erano i giornalisti del Secolo XIX che ci aspettavano, per domandarci notizie, impressioni, come stavamo e cosa avevamo visto. Nessuno parlò, nessuno ebbe la voglia di dichiarare nulla. Il venerdì quando tornai a scuola, compagni e Professoressa mi accolsero quasi come un reduce di guerra. Mi rimarranno impressi per sempre i loro volti, mi rimarrà impressa per sempre quella mattinata a parlare di cosa accadde, il fatto di vedere la mia foto, quella di mio padre, e di molti altri compagni di avventura impresse sul giornale. Non misi piede in uno stadio di calcio per oltre un anno. Quel giorno in me morirono 39 persone e con loro morì anche la mia voglia di un certo calcio, quello delle radioline, quello dei mercoledì sera per la Coppa dei Campioni, quel calcio che un adolescente vive nella sua vita una volta sola, quel calcio che in quel maledetto 29 maggio ha tolto la semplicità e lo stupore di una partita di pallone ad un bambino di 13 anni. Ora mi è scesa una lacrima, quella lacrima che per sempre accompagnerà il ricordo.

11 Giugno 2008

Fonte : www.ju29ro.com



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"Mai più un nuovo Heysel"

di Bruno Pizzul

Ci sono, sedimentate nel ricordo, esperienze che lasciano tracce profonde, che si vorrebbe poter cancellare. Ma non si può, non si deve. Heysel: per me la sola parola evoca sensazioni angosciose, un disagio che riguarda la sfera della coscienza, l'aspetto umano. Sono passati vent'anni da quella terribile notte in cui, per una partita di pallone, ci furono 39 morti e un'infinita scia di dolore. Confesso un costante senso di imbarazzo quando vengo sollecitato a ricordare ciò che accadde, anche perché, in piena buona fede, mi si chiede una testimonianza di carattere professionale: quali difficoltà incontrai nel raccontare quella tragedia, che problemi ebbi per comunicare nel modo meno traumatico la drammatica realtà. E invece dentro di me è restato solo lo sgomento per l'assurda tragedia, l'inaccettabile sensazione che ci fossero morti e feriti, lutti e lacrime in un contesto che, nonostante la sovraeccitazione che spesso caratterizza il tifo sportivo, avrebbe dovuto essere di festa, di condivisione di un momento ludico. Certo, l'aspetto professionale non fu facile, anche perché le notizie arrivavano in maniera contradditoria e c'era l'ovvia esigenza di comunicarle quasi centellinando il flusso informativo, nel tentativo di preparare un po' alla volta quanti stavano ai teleschermi e magari avevano parenti e amici in quello stadio, a una realtà che andava facendosi di momento in momento più dolorosa. Ricordo, per esempio, quanto mi costò decidere di non far parlare al microfono i pochi che, raggiunta la postazione, mi chiedevano di poter far sapere ai parenti che erano vivi, che se l'erano cavata: è stato molto duro vietare quel naturalissimo desiderio di tranquillizzare mamme, mogli o amici; ma decisi, non so se a ragione o a torto, che se avessi attivato quella specie di improvvisato e comunque parziale ponte radio-televisivo, avrei involontariamente contribuito a gettare nella costernazione e nell'angoscia le migliaia di mamme, mogli o amici cui non poteva pervenire alcun messaggio personale rassicurante. Molto poi mi colpì il racconto commosso di monsignor Pierino Carnelli, indimenticato testimone della Chiesa nel mondo dello sport professionistico: mentre la terribile serata volgeva ormai al termine, incontrò l'allora presidente della Juventus Boniperti il quale, tra le lacrime, gli confidò che, subito dopo il fatale crollo di quel muro, si era precipitato tra i feriti e i moribondi e tutti gli chiedevano di trovare un prete, per l'ultimo conforto. «E io non ho saputo trovarlo», si rammaricava. Di quella tragica notte molto si è parlato, spesso in termini di cruda ricostruzione giornalistica. Sono state individuate responsabilità, formulate accuse di ogni genere. Ma, ripeto, credo che sarebbe opportuno soprattutto utilizzare quei dolorosissimi ricordi per comprendere come sia indispensabile accompagnare la propria passione sportiva con il corredo della tolleranza, della buona educazione, della consapevolezza che gli stadi sono luoghi a rischio. Da ultimo non posso non riferire un altro motivo di profonda amarezza: mi ero convinto che l'enormità di quanto accaduto avrebbe, almeno per un po', indotto i tifosi a comportamenti più riflessivi e maturi. Invece nulla cambiò, anzi ci furono addirittura insopportabili strumentalizzazioni dettate dal mai abbastanza deprecato “tifo contro”. Brutto da dire, doloroso da ricordare. Ma dobbiamo comunque avere la forza e la costanza per urlare «mai più un nuovo Heysel».

 

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HEYSEL, 29.05.1985

di Sergio

E' quasi mezzogiorno quando arriviamo a Bruxelles. Il viaggio è stato interminabile, soprattutto per me che non riesco a dormire in pullmann. Lungo il percorso ogni tanto abbiamo superato altre carovane di tifosi juventini, con i quali ci siamo salutati chiassosamente, ma avvicinandoci alla città il numero di pullmann bianconeri è aumentato in maniera esponenziale: siamo una marea e questo, anche se si tratta solo di una illusione, ci fa ben sperare per l'esito della partita. Il parcheggio che ci hanno riservato è grandissimo ed è stracolmo di tifosi. Cerco qualche faccia conosciuta, ma so che è inutile. Solo io, Gino e Fabio siamo arrivati qui per strada; gli altri tifosi della mia cittadina stanno arrivando in aereo, beati loro che possono. Cerchiamo le indicazioni per lo stadio. Non ce ne sono oppure non le vediamo, seguiamo la corrente bianconera, qualcuno là davanti saprà dov'è. Una breve pausa per una foto davanti all'Atomium: l'ho visto mille volte sui libri di geografia e vederlo dal vero mi fa un certo effetto. Finalmente arriviamo nei pressi dello stadio: esternamente non ci sembra granché, spero che sia meglio all'interno. Sui prati attorno allo stadio ci sono tantissimi gruppetti di tifosi: c'è chi mangia, chi dorme, chi legge la Gazzetta e avvicinandoci sentiamo i discorsi concitati di mille allenatori; ognuno ha la sua formazione e la sua tattica di gara,ci accomuna solo la speranza che non si ripeta la beffa di Atene. Io, apprensivo come al solito, voglio individuare l'ingresso del nostro settore per non essere impreparato quando apriranno i cancelli; Gino e Fabio mi prendono in giro ma si uniscono a me nella ricerca. Ci avviciniamo al perimetro dello stadio e cominciamo a percorrerlo. Nei pressi di quella che dovrebbe essere la tribuna centrale ci sono delle transenne. Qui non si passa. Facciamo un giro più ampio e arriviamo in corrispondenza di una delle curve. Sarà la nostra? Assorti nella ricerca, non ci siamo accorti che il colore dei prati circostanti è gradualmente mutato: da verde, bianco e nero è diventato verde e rosso. Qui ci sono i tifosi del Liverpool. Nella illusoria speranza che la mia maglia bianconera e quella di Fabio non risultino così evidenti (come se quella blu da trasferta di Gino con il logo Ariston, lo scudetto e le stelle sembrasse una normale polo…) proseguiamo nel nostro cammino. Non posso fare a meno di sbirciare i volti dei tifosi inglesi, nel timore di una espressione di minaccia e nella speranza di un sorriso di complicità. Un ragazzo si stacca da un gruppetto numeroso e si avvicina. Sorride timoroso, indica la mia maglia e mi parla. Accidenti, come è diversa la sua parlata dall'inglese della prof.; comprendo la metà delle sue parole, ma capisco che vuole cambiare la mia maglia con la sua. Perché no? Magari ci speravo in una cosa del genere e forse sarà per questo che, oltre alla maglia ufficiale, mi sono portato una maglia replica acquistata su una bancarella davanti al Comunale prima della partita con il Bordeaux. Facciamo lo scambio. E' bella la loro maglia, di un rosso che comunica passione; chissà quand'è che la Juve deciderà di adottare le maglie fatte con questo tessuto lucido. Ci diamo la mano e ci salutiamo. Io gli dico: "Good luck", ma non lo penso veramente, non per stasera almeno. Proseguiamo nella nostra ricerca, arriviamo quasi alla fine della curva prima del settore dei distinti; qui c'è un po' di movimento. Non capiamo o forse capiamo ma non ci sembra possibile. Ci sono dei tifosi a cavalcioni del muro di cinta che in questo punto mi sembra più basso che altrove e con il filo spinato rotto; altri tifosi stanno passando loro dei contenitori, sembrano casse di birra. Forse stanno portando dentro degli striscioni, ma qualcosa ci dice che la prima impressione è quella giusta. Questi sembrano meno amichevoli di quelli che abbiamo incontrato prima e allora decidiamo di non indugiare troppo e ci affrettiamo ad allontanarci. Passato il settore dei distinti, l'ambiente torna a tingersi del rassicurante colore bianconero e vediamo anche un cancello con sopra un cartello che recita "Juventus"; non ci è dato di sapere se è l'ingresso del nostro settore, ma una valutazione della piantina dello stadio disegnata dietro al biglietto di ingresso ci spinge a pensare che sia così. Chiedo a tutti quelli che incontro se è questo il settore 'N' e puntuale arriva la presa in giro di Gino e Fabio. Siamo arrivati e anche se è un po' presto, decidiamo di fermarci qui. Anni di partite al Comunale ci hanno insegnato che se non sei davanti ai cancelli quando aprono, ti rimangono i posti peggiori. Il pomeriggio avanza, fa caldo (perché quando compri la maglia ufficiale ti mandano sempre quella a maniche lunghe invernale?), il numero di tifosi aumenta e tutti si accalcano. Già da tempo abbiamo rinunciato a stare seduti e, per giunta, nel gruppo si è infilato anche un poliziotto a cavallo ed io, con la mia solita fortuna, sono faccia a faccia con il quadrupede. Spero che sia stato addestrato bene. Sorrido al poliziotto, nella speranza che capisca che qui non ci sono teppisti, ma lui non si smuove. "Vabbè, l'importante è che tu tenga buono Furia" penso io. Cresce l'eccitazione. La batteria dell'orologio mi ha abbandonato, ma penso che ormai ci siamo. Ora aprono. E' come una scossa. Cominciano i cori "Juve, Juve" prima ancora di entrare. Siamo dentro. Ci sistemiamo in una posizione decente, vicino ai distinti e cominciamo a studiare quello che sarà il teatro della partita. Il prato è uno splendore. Qui il verde sembra – se possibile – più verde, che meraviglia. Però il resto non è granché: lo stadio non ci sembra molto grande; sicuramente è molto vecchio e comunque tenuto male. Addirittura i gradini larghi e bassi sono in più parti sbriciolati. Penso che sia quasi meglio il Comunale, che ho tante volte denigrato. Ricomincio a fare il solito giochetto delle "forze" sugli spalti, come se il numero dei tifosi fosse decisivo. Guardo verso al curva opposta alla nostra, dove ci sono i nostri "nemici", ma non è tutta rossa: nella parte verso le tribune ci sono degli juventini. Chissà, forse siamo talmente in tanti che ci hanno riservato anche quel settore. Intanto lo stadio si riempie. Per ingannare l'attesa si parla, si legge un quotidiano faticosamente mendicato al vicino; ogni tanto qualcuno parte con un coro e allora tiriamo su sciarpe e bandiere e cantiamo per darci coraggio e sperando di darne ai giocatori. C'è uno dietro di me che ha uno striscione con scritto "Mamma sono qui". Questa mi mancava.L'eccitazione aumenta sempre più. Non riesco più a calmarmi, se continuo di questo passo esaurirò le unghie prima dell'inizio della partita. Un boato. Sono entrate delle persone con la tuta della Juve sul campo. Da qui non riconosco i volti, potrebbe essere il massaggiatore, ma potrebbe essere anche Platini. Quanto manca? Sono quasi le sette. Manca ancora parecchio ed i minuti sembrano espandersi nell'attesa. Mi metto tranquillo. Ma dura poco. Un brivido percorre la curva, forse stanno entrando i giocatori a vedere il terreno di gioco. No, sta succedendo qualcosa sulla curva opposta. Cerco di capire. Dai due settori riservati ai tifosi del Liverpool stanno lanciando degli oggetti verso il settore degli juventini, sembrano bottiglie, forse sassi, non vedo bene. La parte della curva bianconera fischia, anche noi fischiamo. Ma proprio stasera dovevano fare casino? Fra le due tifoserie compatte si è aperta una frattura. Poi, come comandati da un unico impulso, i tifosi del Liverpool cominciano a muoversi in direzione di quelli della Juve. "Ci saranno le reti" mi dico, "Arriverà la polizia" spero, "Si fermeranno" prego. Si fermano. Ma è un attimo. Come una molla gli inglesi si ritraggono e poi ripartono, ma questa volta non si fermano, continuano ad avanzare. La massa dei tifosi bianconeri si sposta verso le tribune, forse stanno uscendo. Da qui vedo che molti si riversano sul campo di gioco. Forse gli addetti hanno aperto i cancelli e per evitare problemi li fanno entrare sulla pista. Il settore è quasi vuoto. E quelli del Liverpool si sono fermati; lentamente ritornano verso i loro settori e cantano. Cerchiamo di capire, ma da qui è difficile. L'altoparlante dello stadio non da comunicazioni. Speriamo che non rimandino la partita. Sarebbe il colmo essere venuti fin qua per non vederla. Passano i minuti. Il settore degli juventini rimane vuoto, i suoi occupanti sono tutti in campo. Mi sembra di sentire delle sirene. Intanto il tempo trascorre, adesso troppo in fretta. Ma insomma, cosa fanno, perché non dicono nulla? L'altoparlante dello stadio comincia a emettere suoni, ma la confusione è tanta e i messaggi arrivano frammentati. Riusciamo a capire che i capitani delle squadre leggeranno un comunicato. Si sente una voce timida, è Scirea ci dicono: "La partita verrà giocata per consentire alle forze dell'ordine di organizzare l'evacuazione del terreno. State calmi. Non rispondete alle provocazioni. Giochiamo per voi" . Poi un'altra comunicazione, questa volta in inglese. Questi è Neal, il capitano del Liverpool. Non riusciamo a capire. Ma la partita è valida? Intanto il campo è sempre pieno di persone, a cui si vanno aggiungendo squadre di poliziotti o soldati che si dispongono attorno al perimetro del terreno. Se possibile, il trambusto aumenta quando entrano in campo alcuni calciatori della Juve circondati da un gruppo sempre più folto di persone. Arrivano quasi sotto la nostra curva. Nella calca mi sembra di riconoscere Cabrini, ma non ne sono certo. E' tardi, l'orario di inizio è trascorso. Scirea ha detto: "Giochiamo per voi", spero che non ci abbiano ripensato. Impercettibilmente il campo si svuota, tutte le persone che c'erano prima sono scomparse. Forse i tifosi della Juve scesi sul terreno di gioco sono stati smistati in altri settori dello stadio. Abbiamo notato che molti spettatori dei distinti alla nostra destra sono andati via. Forse si sono impauriti per il trambusto. Vediamo un varco nella rete divisoria fra i settori e molti tifosi della curva ci passano attraverso per spostarsi nei distinti. Lo facciamo anche noi, vogliamo vedere un po' meglio. Non c'è nessuno ad impedircelo. Sono già passate le nove, quando inizia la partita. I minuti prima lentissimi adesso passano troppo velocemente. Le squadre giocano abbastanza bene, sembra tutto normale. Voglio pensare che sia tutto normale. Noi facciamo qualche azione buona, ma anche loro non scherzano. Sono forti, lo sapevamo. Tacconi si supera in più di una occasione. Finisce il primo tempo sullo 0 – 0. Facciamo qualche commento, ognuno ha la sua ricetta per vincere, ma non sembriamo molto convinti. Un'ombra ci opprime. Entrano le squadre per la seconda parte della gara. Nella Juve non è cambiato nessuno. Passano una decina di minuti, poi un lampo. Boniek parte al galoppo. Sale l'incitamento, che diventa un boato quando i difensori del Liverpool lo stendono nei pressi dell'area. Rigore! "Ma, c'era?". L'arbitro dice di si. Tira Platini. Proprio sotto la curva degli incidenti.  Contrariamente al solito, questa volta lo guardo tirare. Gol! Stiamo vincendo. "Manca molto?". Adesso il Liverpool non ci sta a perdere e ci comprime nella nostra metà del campo. Il cuore sta facendo gli straordinari. Tacconi para anche lo mosche. E' quasi finita. Una sostituzione per la Juve. Esce Briaschi, entra Prandelli; ci copriamo, il Trap ha aspettato più del solito a farlo. Manca pochissimo. Un'altra sostituzione. Esce Rossi ed entra Vignola. E' finita! Abbiamo vinto. Ci abbracciamo. Gino piange, ma non vuole farsi vedere. La curva alla nostra sinistra, dove eravamo prima è una marea bianconera. Aspettiamo la premiazione, vogliamo la coppa più desiderata. Il tempo passa ma non vediamo nulla. Ce la siamo persa? Altri minuti, non si vede nessuno. Ma che fanno? Hanno cambiato il rituale? No, ecco i giocatori che arrivano. Non ci sono tutti. C'è Platini che corre sotto la curva. Foto. Passano Tardelli e Boniek proprio davanti a noi. Altra foto. Questi coi baffi chi è? Favero. Altra foto. Non vedo altri juventini. Ma dov'è la coppa? Non c'è più nessuno in campo, esclusi poliziotti ed addetti. Lo stadio si sta svuotando, per stasera non fanno altro. Decidiamo di uscire. Torniamo al pullmann. Occhio alle maglie rosse. Dopo quello che è successo, non si sa mai.  Ci rimettiamo in viaggio. Appena fuori Bruxelles, ci fermiamo in un posto di ristoro. E' chiuso. "Ma come? Da noi sono sempre aperti o quasi.". Proseguiamo. Abbiamo fame. Un altro autogrill. Come non detto. Appena vede arrivare i pullman, qualcuno pensa bene di chiuderlo. Ci teniamo la fame, ci arrangiamo per i bisogni fisiologici e ripartiamo. Viaggiamo tutta la notte e arriviamo al confine svizzero alle prime luci dell'alba. Finalmente, un autogrill aperto. Ci fermiamo e assaltiamo letteralmente il bar. Ci guardano in modo strano. Una cameriera piange. Che succede? Io cerco l'espositore dei quotidiani. Voglio comprare una copia della Gazzetta per conservarla come ricordo. Non la trovo. Ci sono solo giornali in lingua tedesca. Ne compro uno. Ho una conoscenza scolastica del tedesco, ma riconosco il vocabolo che campeggia in prima pagina vicino ad un numero troppo alto per essere vero, 'Toten'; e le immagini che vedo mi scavano un solco profondo nella mente e nel cuore. Per sempre. Siamo a casa nel primo pomeriggio. Un conoscente mi offre un passaggio dal terminal degli autobus fino a casa mia. Mi dice che in paese mi davano per disperso. Risultavo capogruppo nell'elenco dei tifosi partiti da qui. Quelli che sono venuti alla partita in aereo sono tornati prima di noi, ed hanno raccontato di aver sentito il mio nome chiamato più volte dallo speaker dello stadio. Mi sembra incredibile, io non ho sentito nulla. Mi dice anche che la mia ragazza ha telefonato al Ministero degli Esteri. Non le hanno saputo dare notizie. Arrivo a casa. Mia madre mi abbraccia e piange. Mio padre non mi dice nulla. Mi guarda e parte per andare al lavoro. Anni dopo mi dirà di non aver provato una paura simile nemmeno ai tempi della guerra. Non ho mai voluto guardare la registrazione di quella serata.

Grazie Juworld.net

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La mia testimonianza sarebbe stata così

di Antonello Angelini

Avevo 15 anni e mio padre mi chiese cosa volevo per regalo dello sviluppo 2 liceo scientifico. La risposta era ovvia : volevo la coppa dei campioni, biglietto e aereo. Poi ci aggiungo come particolare che ero stato a lazio - juventus 3-3 ultima di campionato a provare le bandiere cucite per l'occasione: due a strisce bianconere, luccicanti, di raso, fatte con la macchina da cucire che sta a casa di Renato, e una tutta nera con una zebra bianca dipinta in mezzo, enorme... Vado all'heysel da solo, ho conosciuto Renato in fila allo Juventus club Roma, ci siamo messi a chiacchierare (anzi gli avrò attaccato il pippone io o mia mamma che era con me) e ancora oggi siamo amici, sono stato al suo ricevimento di matrimonio qualche mese fa ed ho anche sbagliato ricevimento prima di imbroccare quello giusto. Insomma alla fine vado io e naturalmente con questo Renato e tutta la sua famiglia. Cambiamo i biglietti in aereo con altri, perchè io avevo la curva M, Renato e la sua famiglia la curva Z. Suo papà , uno con un grande naso, scambia i biglietti con un altro gruppetto credo. Arriviamo allo stadio col pullman, e c'è uno con una zebra di peluche che sta con noi sul pullman. Attraversiamo il ponticello e arriviamo allo stadio, entriamo all'apertura dei cancelli. Poi il casino dall'altra parte, non capiamo se la partita è valida, arrivano voci di feriti, gli ultras in basso da noi sfondano la rete e attraversano il campo per fare a botte, poi si scatenano contro la polizia... Di là intanto tutta la gente è in campo... io faccio un sacco di foto... non si capisce più nulla... Scirea parla all'altoparlante dice "giochiamo per voi", allora pensiamo che la partita si gioca, ma non sarà valida... Sembra una atmosfera irreale... Poi il rigore, il gol e Platini esulta ... Ma cavolo allora è valida sennò che cavolo esulta Michel ??E allora cantiamo e urliamo, soffriamo per un po' ma poi finisce... Solo all'uscita mi rendo conto che qualcosa di strano è successo. Ci sono i carri armati. Poi cerchiamo di attraversare il ponticello per arrivare ai pullman, è notte, ma il ponticello è stato sbarrato, lo scavalchiamo lo stesso perchè non conosciamo le strade.Poi un urlo: gli hooligans e scappiamo per un po'.. io gli hooligans non li ho visti ma tutti corrono...Mi sono perso porca miseria. Sto da solo.E adesso come lo trovo il pullman? Gìro un po'... Anzi mi aggiro... E dopo un po' vedo in lontananza sopra le teste quella zebra di peluche... Azz, quello era sul mio pullman io lo seguo da lontano, svolta a destra, svolta a sinistra ed ecco i pullman...C'è anche Renato, la mamma, il papà col naso lungo e il fratello e pure un amico del fratello. Mentre andiamo all'aeroporto passano tante ambulanze... Arriviamo all' aeroporto e si parla di feriti, di alcuni morti allora cerco di telefonare... File chilometriche ai telefoni... Allora montiamo sull'aereo.E lì ci fanno aspettare un sacco di tempo, vediamo gente col sangue addosso, con delle fasciature, ormai abbiamo capito. E' una coppa maledetta bagnata di sangue... Arriviamo a Ciampino alle 8 del mattino, è gia giorno e ci sono le telecamere della RAI, il telegiornale … Mi inquadrano con la bandiera in mano, quella di raso e strisce... Qualcuno mi dirà poi che anche con i morti avevo la bandiera spiegata. Torno a casa e trovo Mamma che piange, mio fratello che afferma che lui in tv aveva visto la bandiera, Papà é distrutto. Sono stati sotto al ministero della Farnesina a sentire i nomi dei morti , tutta la notte. Solo adesso capisco. Poi vado a vedere Roma- Juventus l'anno dopo e in curva c'era scritto grazie liverpool ! E a firenze, città della cultura scrivevano qualcosa come "39 gobbi in meno", oppure, "minime all'estero: Bruxelles - 39". Ah, le minoranze becere, che quando c è la JUVE di mezzo sono qualcosa in più si semplici minoranze...

Da "Heysel  29 maggio 1985  Prove di memoria" di Emilio Targia

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Ricordare

di Orgoglio Gobbo

Ricordare è un esercizio della mente, ognuno di noi ha un bagaglio vissuto che ha contribuito in maniera determinante a farlo crescere,gli sbagli del passato sono esperienza, le gioie di ieri diventano struggente nostalgia al pensiero del tempo andato. Ricordare la storia significa conoscere cosa è avvenuto quando il potere decisionale era nelle mani di persone che abbiamo amato ed oggi non ci sono più. Far finta che certi avvenimenti non ci tocchino da vicino o, peggio ancora, non ci appartengano, è una mancanza di rispetto a noi stessi ancor prima che ai protagonisti diretti. E' così in tutti i settori della vita, dalla politica alla famiglia. Il 29 Maggio del 1985 ha segnato profondamente la nostra Storia, incidendola in profondità, segnando un confine impossibile da superare…Eppure, colpevolmente, molti di noi lo hanno fatto... Chi in campo, pur a conoscenza di ciò che era accaduto, festeggiò... Chi, il giorno dopo, scese dalla scaletta dell'aereo, a Caselle, alzando sorridente quella Coppa grondante sangue... Chi scese in strada clacsonando... Chi, in società, chiuse a chiave il finto trofeo considerandolo vero... Chi, ancora oggi, pensa che di Coppe dei Campioni ne abbiamo vinte due perchè in questo modo il Milan con le sue 7 vittorie appare più vicino... 39 morti sono finiti nel dimenticatoio, corpi scomodi dei quali sbarazzarsi, ricordi fastidiosi da evitare... Alcuni di noi, una netta minoranza, ma la qualità non va mai d'accordo con la quantità, si sono battuti per tenere accesa la fiamma recandosi a Bruxelles ogni volta che è capitata l'occasione, stando vicini ai parenti abbandonati, cantando in ogni stadio la voglia di non dimenticare. Ora sembra che, a Bruxelles, vogliano abbattere l'Heysel, il nostro mausoleo per farne un centro commerciale, buttare giù la piccola lapide ed il monumento che ricorda la nostra tragedia. Io che ho pianto nel vedere entrambi, la scorsa estate, non riesco a immaginare una squadra di operai armati di picconi che distruggono quel poco che resta a ricordo dei nostri fratelli e sorelle. Sono certo che il poco rispetto portatoci dalle altre tifoserie parta anche dal modo in cui non siamo stati capaci di gestire il dopo Heysel. Oggi qualcuno ha il coraggio di chiedere che gli accattoni restituiscano lo scudetto loro assegnato ed a noi tolto in seguito a calciopoli, un tricolore chiaramente finto e non meritato, ma chi siamo noi per pretendere questo se continuiamo a non voler restituire una Coppa consegnataci senza merito grazie ad una partita giocata solo ed esclusivamente per motivi di ordine pubblico? Il 29 Maggio non è tra due giorni, per noi GOBBI ogni giorno è il 29 Maggio. Raccontiamo ai giovani cosa fu quella sera, insegniamo loro che restituirla è un atto doveroso, colpevolmente in ritardo, ma indispensabile. Smetterò di andare allo stadio definitivamente solo quando avrò vinto la mia battaglia,quella dei Gobbi veri che non si vergognano di un passato vergognoso.

Grazie a "Orgoglio Gobbo"

 

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Giampiero Boniperti (Presidente Juventus 1985)

"Io li ho visti i morti, tutti in fila all'obitorio come in guerra. Me li ricordo i Casula, papà e figlio, uno vicino all'altro. Me li ricordo tutti. E non volevo giocare: mi dissero che non si poteva, che altrimenti sarebbe stato un disastro anche peggiore". 

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Otello  Lorentini  (Presidente "Associazione fra i familiari delle vittime dell'Heysel")

"Una vergogna non solo l' eventualità di giocare contro gli inglesi all' Heysel, ma il fatto stesso che quello stadio esista. L' hanno ripulito, modificato, ma sarebbe stato più giusto lasciaro com' era, una specie di monumento ai caduti, e non usarlo mai più. L' Uefa vuole solo dimenticare, hanno persino messo una musichetta in sottofondo quando gli azzurri hanno portato i fiori sotto la curva. Sappiano che in quella curva c' è ancora il sangue, e che il nostro dolore e la nostra rabbia sono più vivi che mai. Là non si deve giocare. Sono contento che Platini abbia detto che non tornerà mai più all' Heysel: la memoria pretende rispetto. La nostra ferita non potrà mai chiudersi, però non è questa la sofferenza più profonda. Io sto male quando penso che Roberto e gli altri 38 sono morti per nulla, e che nessuno ha capito".

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Ricordo solo che a fine partita piangevo...

Marco 1970

Sono passati 22 anni e il peso opprimente di quella notte irreale ancora è vivido nella mia memoria... Avevo 15 anni e frequentavo il primo superiore, l'anno scolastico volgeva al termine e di studiare quel giorno proprio non se ne parlava affatto. Attendevo la partita con la stessa ansia con cui un innamorato aspetta la propria donna e in cuor mio ripensavo alla finale di supercoppa di quattro mesi prima con il Liverpool, schiacciato e azzerato dalla doppietta di Boniek a Torino. Vivo l'attesa spasmodica e penso che non ci sarà un'altra Atene, quel gol di Magath me lo sono sognato per due anni, ma oggi ritengo che si potrà festeggiare qui a Roma la vittoria della coppa, ricordandomi che la Roma l'anno prima aveva perso la finale proprio con i Reds, qui all'olimpico... Forse ai romanisti non dispiacerebbe se qualcuno li vendicasse. E' ora!! Accendo la tv e mi accorgo dello strano collegamento con lo stadio... Non riesco a capire cosa sia successo, poi Pizzul spiega per sommi capi quanto accaduto, ma il senso e le dimensioni della tragedia ancora non sono definite, nei numeri, nelle coscienze... Si vedono solo scene convulse nell'irreale luce calda del tramonto che penetra le tribune, una parte dello stadio è crollata, si vede bene, c'è un mucchio di macerie, transenne, polvere, stracci…Polizia a cavallo che bivacca attorno alla ressa di gente che si agita, corre ovunque alla ricerca di spazi aperti, alla ricerca di qualcuno che non trova. Io lì, impotente dietro ad uno schermo con il vecchio logo rai che gioca ai quattro cantoni. Man mano che passa il tempo e la partita non inizia penso ad una beffa, ad un tragico scherzo del destino, questa coppa non è la nostra coppa, quando potremo mai godere di vera gioia nell'attesa, nell'evento e nel post partita?? Poi vedo i capitani che arrivano in tribuna stampa... Gaetano legge il comunicato, giochiamo per voi... Per un momento mi sfiora l'idea che in fondo gli incidenti siano stati sopravvalutati, che non sia morto nessuno, perchè altrimenti che senso avrebbe giocare? Quindi si gioca!! Se si "gioca" si vince e se si vince si gioisce... Le squadre scendono in campo e da qui in poi il ricordo è cancellato, come un' audiocassetta non mi permette di ricordare null'altro che il rigore inesistente fischiatoci a favore, l'esultanza di "le roy" e una grande parata di Tacconi sul finale che salva il risultato e Ian Rush che non sbuccia un pallone annullato da Brio per novanta minuti. Null'altro!! Ricordo solo che a fine partita piangevo... Piangevo come un bambino, ma non era un pianto di gioia... Prevaleva la rabbia di non aver potuto godere di una vittoria normale. Oggi penso di essere stato cinico, spietato, senza anima, in cuor mio volevo che la partita si giocasse, giustificai l'errore arbitrale del rigore inesistente con la lontananza dell'arbitro rispetto alla zona dove fu commesso il fallo su Boniek, volevo assolutamente vedere i miei giocatori alzare quella coppa e sentirla mia e mi accorgo, invece, che quella coppa non è di nessuno. Credo che la Juventus stia pagando una sorta di maledizione per questa coppa. Sono convinto che Boniperti avrebbe dovuto opporsi a giocare la finale, fregandosene altamente dei dirigenti Uefa, di eventuali sanzioni, ecc.... Forse per questo siamo la squadra che ha perso più finali, forse per questo non riusciremmo a vincerla neanche se giocassimo in quaranta contro 11, forse per questo abbiamo perso finali dominate. Questo mio memoriale, vuole essere una postuma richiesta di perdono a quelle 39 anime che hanno perso la vita nella notte di sport più assurda della storia.

 

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E allora Juve, almeno tu, non te li dimenticare

di Massimo Zampini

Avevo 10 anni, io. E la stessa attesa di "le roi", davanti alla tv. La stessa incosciente voglia che la partita si giocasse. Il fortissimo desiderio di vincerla, nonostante tutto. E alla fine quel sentimento confuso, che può avere un bambino di 10 anni tifosissimo davanti alla tv. Vedere le altre persone (mio padre, ad esempio) che non festeggiavano, che mi dicevano che non c'era nulla da festeggiare. E allora pian piano capivo l'entità della tragedia. Che era più importante di una vittoria di Coppa dei Campioni. Oggi mi sembra ovvio, ma per quel bambino di 10 anni era una cosa rivoluzionaria. Niente, forse, poteva essere più importante di vincere quella finale. E allora ero confuso, e non più felice.Gli anni dopo, piuttosto, cresceva la rabbia. Gli avversari interessati solo a chiedere la restituzione della Coppa. Perchè a loro, a molti di loro, interessava solo quella. Poi magari andavano allo stadio a cantare canzoncine su quella serata. E la Juve, la mia Juve, la Loro Juve che li ricordava a fatica, quasi come un peso, quasi come una macchia. Non si può. Ci ripensavo ogni volta, io, quando andavo a vedere le finali di Champions successive. Le ho viste tutte, allo stadio, dopo l'Heysel. Emozionato, ogni finale. L'entusiasmo alla partenza, le speranze, la tensione. Un'emozione indescrivibile. E allora pensavo alla Loro, che sicuramente provavano la stessa attesa, la stessa emozione, le stesse, la stessa tensione. Lo stesso amore, in fondo. E allora Juve, almeno tu, non te li dimenticare, porca miseria. Citali, ricordali, onorali. Ogni volta che vinci qualcosa. Ogni piccolo successo, ogni grande vittoria. Sembra retorica, e invece sarebbe il minimo da offrire a chi ha perso tutto proprio per andare a vedere te. I sentimenti confusi, misti, di quella sera. La rabbia degli anni dopo. Ecco, cosa mi ricorda questa data maledetta.

( Tratto da "Er gò de Turone"  di Massimo Zampini Coniglio Editore 2009 ) 

Er gò’ de Turone è la formula con cui, in romanesco, si fa riferimento a un episodio che è entrato a far parte della mitologia pallonara del nostro Paese: la rete che il 10 maggio 1981 il difensore della Roma Maurizio “Ramon” Turone segna alla Juventus e che l’arbitro Paolo Bergamo annulla per un dubbio fuorigioco. Massimo Zampini, romano e grande tifoso della Juve, individua in quel gol non convalidato l’emblema e la sintesi di ciò che è stato fino a oggi (e presumibilmente continuerà a essere) il tifo calcistico italiano, cioè una ruvida contrapposizione tra gli juventini e tutti gli altri tifosi, questi ultimi “affratellati” da un astio spesso fanatico e aprioristico nei confronti della squadra bianconera. Muovendo dalle recenti e controverse vicende di Calciopoli, di cui smaschera contraddizioni e iniquità, e usando sempre l’arma sottile e penetrante dell’ironia, l’autore propone squarci – a volte umoristici, a volte toccanti – di un’esistenza da “straniero in patria” (o, se si preferisce, da juventino a Roma), rivelando per la prima volta cosa significhi dover convivere sin dall’infanzia con le contumelie e i pregiudizi di amici e conoscenti e dando vita a un libro in cui sia gli juventini sia i non juventini non faranno fatica, da una parte o dall’altra della “barricata”, a riconoscersi e identificarsi.

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L'incubo Heysel

di Michel Platini

Arriviamo allo stadio due ore e mezza prima della partita, l'atmosfera è tranquilla. Le tribune stracolme, entriamo in campo per salutare i nostri tifosi. Chi avrebbe potuto immaginare quello che sarebbe successo di lì a qualche ora?

Fine di un sogno
Heysel resterà per sempre la partita che non avrei mai voluto giocare, la fine di un sogno, quello in cui il calcio - nonostante i soldi, gli interessi, le televisioni - rappresenta ancora un gioco, un divertimento. Quella tragica notte ha cambiato per sempre la mia percezione.

Primo ritardo
Mezz'ora prima della partita, stiamo completando il riscaldamento nei corridoi sotto le tribune, quando giungono le prime notizie. Confuse, vaghe, avvolte da mille cautele. Ci sono stati degli scontri tra le tifoserie, un tifoso è morto, la partita verrà posticipata di 15'.

Duplice ansia
Mi sento invaso da una duplice ansia: da una parte l'impazienza di giocare al più presto la finale della Coppa dei Campioni contro il Liverpool, dall'altra l'angoscia per l'insensatezza di ciò che si sta verificando. Accanto a me, Antonio Cabrini cerca invano di mettersi in contatto con la moglie. Zbigniew Boniek, solitamente tra i più spensierati prima di ogni partita, è una maschera di cera.

Assurda tragedia
Le notizie continuano ad arrivare a strappi, disordinate, senza conferme. La nuova comunicazione ufficiale ci informa che il calcio d'inizio slitterà di un'ora e mezzo. Ora i morti sarebbero due, anzi tre, anzi si tratterebbe di feriti gravi. La verità è che noi siamo all'oscuro della tragedia in atto. Solo rientrati in albergo, dopo la partita, prendiamo coscienza della gravità del bilancio. Un'assurdità che mi accompagnerà per il resto della mia vita.

Partita vera
Una volta in campo - sfidando l'accusa di cinismo - giuro che è stata partita vera. Almeno questa è la mia impressione. Certo, entrambe le squadre hanno cercato di limitarsi nelle inutili proteste, ma al momento del gol, la nostra gioia è stata sincera. Incontenibile. Non abbiamo saputo trattenerci dall'esultare, a conferma della nostra ingenuità.

Giusto giocare
Per ragioni di ordine pubblico il trofeo ci viene consegnato nello spogliatoio, mentre noi vogliamo condividere la gioia con i nostri tifosi, così torniamo sotto le tribune. Un gesto sicuramente da evitare, se avessimo saputo cosa era successo. A chi sostiene ancora oggi che quella finale non doveva essere giocata ricordo la minaccia di incidenti ancora più gravi. Giocare è stato anche un modo per stemperare quella folle tensione che si respirava all'interno dello stadio.

Gravi responsabilità
Le responsabilità risiedono piuttosto altrove. L'Heysel non era uno stadio adatto per una simile partita. Il giorno prima, visitando l'impianto nell'ultimo allenamento di rifinitura, eravamo rimasti stupefatti dalle sue condizioni fatiscenti. Le barriere tra i settore erano inesistenti. Mancavano le minime misure di sicuerra. Detto questo, non voglio dimenticare le gravissime responsabilità di chi, tra i tifosi inglesi, ha attaccato i tifosi italiani.

Heysel mai più
Dopo quella notte il calcio è cambiato radicalmente. Perdendo la sua originaria purezza, al prezzo di decine di innocenti, si è dato regole e controlli più severe. Per chi ha vissuto l'Heysel, viceversa, è come se qualcosa si fosse rotto per sempre. Non ho più voluto tornare in quell'impianto, non saprei reggere l'emozione.

Michel Platini   28/03/2006  

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Platini: "All'Heysel non sapevamo nulla"

Michel Platini : "La notte dell'Heysel sono rimasto male dopo, non durante la partita, perchè noi abbiamo giocato senza sapere niente di quello che era successo. Lì per lì abbiamo fatto bene a giocare, però non so se, sapendo delle vittime italiane, avrei giocato lo stesso".

Michel Platini al termine della gara che fu disputata per ordine pubblico affermo': "L'atmosfera era irreale, la partita no. La partita era vera. L'Uefa ci consegno' la coppa negli spogliatoi e soltanto io e un paio di compagni tornammo sul campo per mostrarla ai tifosi. L'ordine pubblico aveva la priorita' su tutto, giusto cosi'."

Beccantini a Platini: "Il calcio è malato?" «No, il calcio è bellissimo. Malati siamo noi. Io che esultai all’Heysel non finirò mai di sdebitarmi".

"Quando muore il trapezista entrano i clown"    Michel Platini

 

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Lo Juventus club Massa non dimentica…

Ho qui davanti uno dei tagliandi del "settore Z" della finale dell'allora Coppa Campioni, che si disputò allo stadio dell'heysel il 29 maggio 1985. Il biglietto costava 300fr. e sopra c'è scritto in francese, in tedesco e in inglese, che l'organizzazione dell'evento declina ogni responsabilità su eventuali incidenti, di qualsiasi natura siano, accaduti durante la finale… Il resto è storia che allarga a dismisura il nero della nostra bandiera in un lutto che non potrà mai terminare perchè la storia lo porterà con sè. Lo Juventus club di Massa sarà presente, a nome di tutti voi, il 29 maggio a Bruxelles, per ricordare chi con 300fr. e tanti sogni in testa è partito per onorare i nostri colori e non è più tornato, restando per sempre nei nostri cuori.

Paola Francesconi  (Presidente  Juventus Club Massa)

 

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Il “mio” Heysel

di Stefano Bellini

La passione è un sentimento straordinario, ti dà sensazioni fortissime ed intense. La passione mi ha regalato molti momenti indimenticabili e tra questi avrei voluto fortemente che fosse stato presente anche QUEL MOMENTO LI’……..quello del 29 Maggio 1985.  Quello del grande evento, quello della rivincita, quello della “prima volta”, quello della Coppa dei Campioni (…..nome più affascinante dell’attuale Champions League). E invece no.  Adesso, a distanza di quasi 24 anni, mi dà grande imbarazzo ricordarmi che, quella sera, l’infinita passione per la mia Juve prese il totale sopravvento sulla ragione. Non capivo cosa stava succedendo, qualche indiscrezione cominciava ad uscire fuori, ma in me cresceva il fastidio (……..sì fastidio……a pensarci adesso mi vergogno……) tipico della festa rovinata. Ho gioito, ho esultato ma con il freno a mano tirato, perché dentro di me avevo una strana sensazione, un senso di tormento. Il giorno dopo la tremenda conferma. Assolutamente stravolto, il primo pensiero fu “non è possibile che tutto ciò sia capitato proprio alla mia Juve”, non 2 anni dopo Atene. Non sono stato presente a Bruxelles (….ah il destino!) ma, grazie ad un episodio casuale accaduto il 29 Maggio 2008, ho avuto la possibilità di sentirmi anch’io partecipe di quella maledetta sera. Collaborando alla preparazione di una puntata speciale televisiva sull’Heysel nel 2008, ho avuto la fortuna di contattare e conoscere il signor Otello Lorentini, padre di Roberto, uno dei 39 Angeli, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime. Appena mi presento e gli spiego il motivo della mia telefonata percepisco subito in lui un sentimento di naturale diffidenza che capirò più tardi. Molto gentile e schietto mi dice che, di questa tragedia, lui ne ha parlato abbastanza e che è tutto scritto in un libro, L’UNICO CHE DICE TUTTA LA VERITA’. Continua dicendomi che in molte trasmissioni televisive si sono dette tante fesserie, pensando più alla forma che alla sostanza delle cose. Lo convinco ugualmente ad intervenire telefonicamente garantendogli che potrà raccontare tranquillamente la sua verità. Lorentini mi chiede solamente a che ora è previsto il suo intervento perché, il giorno della trasmissione, c’è la solenne Messa in ricordo dei defunti. Un brivido intenso percorre la mia schiena. Onore ai defunti. Termina la telefonata ed io penso: dov’è la Juventus in tutto questo? Lorentini non l’ha mai nominata ed in più mi confessa che il nipote Andrea, figlio di Roberto, è simpatizzante dell’Inter perché la Juve proprio non riesce a tifarla. Credo fermamente che il ricordo dell’Heysel debba vivere sempre in noi tifosi bianconeri e NON e credo che, in primis, debba essere proprio la nostra amata Juventus a ricordarcelo sempre. FORZA JUVE, vinci anche fuori dal campo!

 

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Perché io sono stato fortunato

di Filippo Lazzeroni


...
Quel 29 maggio ero nell'altra curva, settore M-N-O, quale premio della promozione dalla quarta alla quinta ginnasio. Mio padre mi portò a Bruxelles. La situazione fu tale che solo dopo la partita, fuori dallo stadio, apprendemmo che c'era un morto, poi dieci, poi venti... poi la cruda realtà. Ma, almeno per noi, fu una cosa che sapemmo dopo, a partita finita. Dopo che avevamo pianto e ci eravamo abbracciati per il gol di Platini. Ho sempre sostenuto, e continuo a sostenere, che quella Coppa, per quanto portata a casa in una notte luttuosa, deve essere conservata dalla nostra società come il cimelio più prezioso, perché conseguito nella notte in cui tanti suoi tifosi, che inseguivano un sogno, hanno trovato un'inaspettata e tragica   morte. E tutti coloro che dicono "quella coppa non vale niente", cancellando sia l'impresa sportiva, che rimane, che il sacrificio di tante persone, lo fanno perché ci odiano, e neanche la morte riesce a lenire l'odio per i nostri colori. Anzi, talvolta ci ostentano Coppe vinte grazie ad una provvidenziale nebbia e senza le squadre inglesi che, quegli anni, dettavano legge. Quindi, mi fa piacere che tu proponga che quella Coppa debba, a imperitura memoria, essere conservata a sé...

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Il racconto del segretario del Consigliere Fabrizio Stacchini presente alla gara

Fu una giornata drammmatica

di Laura Casetta


In molti avevano segnato quel 29 maggio sul calendario tra le date da non dimenticare assolutamente. Tanti i tifosi che si misero in viaggio da ogni parte d’Italia per assistere alla finalissima di Coppa Campioni della loro squadra del cuore. Tra i tanti anche il segretario generale del Comitato Olimpico Sammarinese Fabrizio Stacchini che ancora ha un ricordo nitido e indelebile di quel giorno. “Incredibile. Fu una giornata veramente drammatica - racconta - soprattutto per la responsabilità verso mio figlio, di soli 7 anni che avevo portato con me. Aveva terminato la scuola, era stato promosso, era un viaggio premio e la partita per lui era un grande premio. Arrivai a Bruxelles nel primo pomeriggio e subito mi accorsi che c’era un clima strano soprattutto per i numerosi holligans, già ubriachi, per strada al fatto che ci portarono allo stadio con largo anticipo. Mi colpì il fatto che la struttura, certamente non all’altezza di una finale di Coppa, era una sorta di colosseo, senza tribune, senza reti divisorie, tanti blocchi di cemento. Mi infastidì anche il comportamento dei poliziotti in sella ai cavalli che con arroganza dirigevano l’ingresso degli spettatori”. E , prosegue: “Noi eravamo nella curva opposta alla tragedia e subito ci sbalordimmo per il ritardo d’inizio gara. Circolavano notizie incontrollate e poco dopo il terreno di gioco fu invaso da tanta, ma tanta gente. Capii che era successo qualcosa di grave, ero terrorizzato, preoccupato per mio figlio e cercai di dirigermi subito verso l’uscita. Mi trovai di fronte ad una muraglia di persone che mi impedì di uscire. Rimasi quindi a vedere la partita che si svolse regolarmente in un clima esasperato e di grande tensione. Una gara davvero ridicola inesistente sul piano sportivo. Alla fine fummo scortati sino all’aereoporto senza nemmeno un minimo controllo dei biglietti e, sopratutto, senza che potessi riuscire a telefonare a mia moglie, disperata per quanto visto in televisione. Mio fratello chiamò anche la Farnesima per sapere se nella lista dei morti e dei dispersi c’erano i nostri nomi. Tornammo a casa dopo molte ore ed ora, nonostante siano passati 20 anni, il ricordo è ancora bruciante”.

(da “La Tribuna Sammarinese” del 5/04/2005)

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Io, salvo nell' ultima curva

di Niccolò Zancan


« Mi ricordo ancora all' improvviso.  Rivedo i morti.  La faccia del signor Gianfranco Sarto da San Donà di Piave.  L' avevo conosciuto sul pullman. Sento ancora fisicamente quella sensazione orribile delle membra schiacciate, immobilizzate, senza respiro». Nereo Ferlat adesso ha 53 anni. Fa l' impiegato di banca a Torino. Era in curva Z la notte del 29 maggio 1985. è un sopravvissuto. Fra i sommersi, è il primo salvato. «Non riuscivo più a respirare, ho capito che sarei morto. Con i pensieri ho salutato mia moglie e mia figlia, allora aveva sette anni. Poi ho pregato padre Pio». Dopo cosa è successo, signor Ferlat? «Non lo so, ci ripenso ancora. Sono stato al posto giusto nel momento giusto. Sono stato estremamente fortunato. Un' onda umana, una spinta improvvisa, mi ha sollevato invece che abbattermi definitivamente. Sono riuscito ad aggrapparmi a una schiena con tutta la forza che mi restava. Poi è crollato il muretto che dava verso il campo e ho ripreso a respirare». è tornato allo stadio? «Qualche volta, mai in trasferta. Il Liverpool lo guardo a casa, preferisco così». Cosa le ha fatto più male dopo la notte di Bruxelles? «Che un po' tutti, la Juventus per prima, abbiano scelto il silenzio. C' è stata una grande opera di rimozione. Ma le tragedie non vanno dimenticate, anche per questo ho scritto un libro». Come si intitola? «"L' ultima curva". Per chi non si è più rialzato. Perché trentanove vittime chiedono memoria». Ha sentito la parola vendetta sulla bocca di qualche tifoso della Juventus? «Mi è spiaciuto molto. Quello che è successo vent' anni fa è colpa dei tifosi inglesi e di chi ha scelto quello stadio. Ma la vendetta non serve, serve il ricordo. Servirebbe non ripetere gli errori». Invece? «Basta pensare a quello che è successo domenica negli stadi italiani». è più tornato all' Heysel? «L' anno scorso, un giorno. Mi ha fatto un' impressione fortissima. Del vecchio stadio è rimasta una pietra. Adesso potrebbero far giocare qualsiasi partita, è un impianto bellissimo, adesso che è già tutto successo».


(Da Repubblica del 13 aprile 2005)

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Io, mio padre e l'Heysel

di Mariano Xibilia

Mi accingo a scrivere il mio commento e vi prego di scusarmi se non sarà chiaro in qualche punto perchè l'Heysel è una parte importante della mia vita. Credo di essermi emozionato già alla terza foto, erano molti anni che non ne guardavo una, l'ultima fatta da mio padre, quel pomeriggio comunque è antecedente all'attacco dei reds, quelle successive le ho sempre approcciate con molta tensione. Complimenti a tutti coloro che hanno collaborato, avete il mio affetto ed il mio grazie. Grazie di cuore. Ho letto nel 3d alcune cose riguardo all'accaduto e vorrei portare la mia esperienza. Quando la mattina del 27 Maggio ci accingevamo a salire sul pullman che ci avrebbe portato nei giorni successivi a Bruxelles , non immaginavo che una lettera , apparentemente innocua come la "Z" , potesse diventare un pesante fardello con cui fare i conti ogni giorno nei giorni a venire. Ancora non sapevamo che il settore a noi riservato era quello degli inglesi , fummo a conoscenza durante il viaggio della cosa che a me allora sinceramente (avevo 14 anni) non parve così grave e nemmeno a mio padre , nemmeno quando appena arrivati fuori dall'Heysel li vedemmo bere e bucarsi e sniffare e quant'altro fuori dalla curva , in attesa che aprissero i cancelli ; perchè nessuno di noi osava immaginare che non avrebbe trovato lo straccio di un gendarme tra noi e loro, ma solo una rete metallica di carta velina. L'anno precedente ero stato a Basilea per la finale di coppa coppe e c'era un dispiegamento di forze all'altezza della situazione, e gli stadi italiani mi avevano abituato a trovare in trasferta il muro di celerini tra noi e la tifoseria avversaria. Comunque arrivati lì alle tre del pomeriggio circa, fummo subito colpiti dalla fatiscenza dello stadio e dallo stato di totale abbandono a se stesse delle tifoserie , che sempre e ci tengo a sottolinearlo, sempre sono state a contatto quel pomeriggio appena 50 metri prima dell'ingresso allo stadio, da due porte diverse è vero, ma sempre a contatto. Quello che è successo dopo dalle 18.00 in avanti, ora in cui sono entrato, non fà parte , nè di questo mondo nè di quello del calcio, tale è la barbarie di chi ha permesso che tutto questo accadesse e di chi ha compiuto materialmente l'atto. La curva "Z" era divisa in 2 settori uguali di capienza. Gli organizzatori pretendevano che nel settore degli inglesi entrasse un numero di spettatori almeno doppio a quello nostro pur essendo uguale al nostro. Erano pestati come acciughe ed arrabbiatissimi perchè drogati ed ubriachi, pieni come otri mentre le famiglie di italiani, e non atterrite, iniziavano già a spostarsi verso il famoso muro poi crollato, e faceva caldo, un caldo bestiale reso ancora più insopportabile dalla puzza di tutta quella gente fatta e strafatta di tutto. Iniziavano già a volare le prime pietre, e qui la mia cognizione del tempo era già andata a farsi benedire , 14 anni sono troppo pochi per tenere i nervi saldi, ma di gendarmi in curva ancora niente e nemmeno l'ombra di un addetto Uefa che si fosse preso la briga di decidere la chiusura dei cancelli nel lato italiano in modo da ridurre i danni ad un paio di mila di rimborsi che avrebbero certamente evitato anni di sofferenza e rimorso a chi è rimasto e la morte di chi ci è mancato tanto in tutti questi anni. Ed ecco l'atto finale. Quello che i miei occhi di ragazzino non dimenticheranno mai. I giocatori inglesi sotto la curva prima che si scatenasse l'inferno, non perchè abbiano colpe di quello che è successo, ma semplicemente perchè è l'ultima cosa che ricordo prima dell'attacco iniziato con una sassaiola fatta con i detriti della curva che andava in pezzi con niente. Dopo la sassaiola la prima ondata e poi la seconda e tutti che urlano ed indietreggiano e mio padre che mi spinge verso la rete perchè soffre di claustrofobia e preferisce, bontà sua, nostra e degli altri che gli vanno appresso, andare verso gli inglesi piuttosto che infilarsi nella bolgia sotto al muro. Mentre vedo la gente cadere e piangere perchè gli manca l'aria, non riesco nemmeno ad urlare, sento la mano di mio padre che mi afferra e mi getta letteralmente al di là della rete, in campo al sicuro, mentre lui viene alla fine ingoiato dalle ultime file della folla che ingrossate lo hanno raggiunto. Dieci minuti. Dieci minuti sembrano pochi, ma sono stati i più lunghi e travagliati della mia vita, sono stati quei dieci minuti senza mio padre a farmi capire cosa sarebbe stata la mia vita da grande quando la natura ed il destino me lo avessero portato via. In quei dieci minuti mi è passato per la mente cosa avrei dovuto fare appena tornato a casa dalla mia famiglia che tremava davanti alla televisione. Dirlo a mia madre, a mia sorella, dire che mi ero perso papà che non lo avevo salvato, che mi ero salvato io senza pensare a lui, che ero stato un vigliacco e papà non c'era più per colpa mia. Era tutto troppo grande, pesante, agghiacciante, tanto che quando dalla folla è spuntato tutto insanguinato, ma salvo, per la tensione ho strappato la mia sciarpa come se fosse carta, cara sciarpa che tutt'ora mi segue ovunque vado. Il mio sentimento di profonda condanna và dopo tanti anni. Alla gendarmeria ed all'organizzazione Uefa con cui erano in collaborazione per tutto ciò che non hanno fatto , dalla gestione delle tifoserie alla scelta di una sede più appropriata e meno fatiscente dell' Heysel. Alle agenzie viaggio, delle quali non faccio il nome, perchè sono passati anni e non è giusto tirare in ballo chi forse neanche c'è più. Perchè quando si vende un pacchetto viaggio (adesso lavoro nel turismo e ne sò qualcosa sulla mia pelle) bisogna curarsi per correttezza di dire tutto prima all'atto della proposta di vendita e non dopo, anche che i biglietti a te riservati sono in un settore pericoloso,  perchè  i settori e la loro composizione si sapeva già all'atto dell'assegnazione dei biglietti.  La gente deve poter decidere se andare incontro ad un viaggio rischioso o meno. Al popolo inglese tutto, di allora, che sfogava tutta la frustrazione della loro situazione economica con una violenza barbara inaudita persino per il più incivile dei popoli. Se sai che la tua tifoseria non è presentabile all'estero non la devi mandare in giro. Ma come al solito per cambiare le cose devono morire le persone , ed in 5 anni tra l'Heysel e la tragedia di Sheffield ne morirono più di 100. Poi le cose cambiarono...  Alla parte di popolo belga che dopo la tragedia agli italiani che disperatamente cercavano telefoni per avvertire le famiglie, sbattevano le porte in faccia. In un bar mio padre arrivò ad offrire uno stipendio intero ad un barbaro che col telefono accanto gli rispondeva che non aveva telefono in bar.  Il mio più profondo ringraziamento và alle due squadre che consapevoli dell'accaduto e con la morte nel cuore giocarono una partita senza senso solo per dare il tempo a quattro ciarlatani di organizzare la scorta alle belve , per il ritorno , perchè manco quello avevano fatto. A tutti quelli che con una spinta mi hanno permesso di scavalcare la recinzione salvandomi la vita. A mio padre, il mio eroe, che ha pensato alla mia salvezza rinunciando alla sua vita che solo un fortuito caso del destino ha poi voluto salva. Mi onoro ancora oggi della sua presenza al mio fianco sia nella vita di tutti i giorni che allo stadio a tifare Juve. Infine a voi che avete lavorato a questo sito perchè tenere vivo il ricordo delle persone cadute quel giorno, in un mondo aperto a tutti come internet, servirà a renderle vive in eterno. Angeli splendenti protettori di una sacra memoria. Scusate la lunghezza dell'intervento.

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Jacques Georges, Presidente Uefa nel 1985

"Lei pensa che si possa uscire indenni da una simile catastrofe e che io non riveda mai il sangue della tribuna Z e i corpi mutilati stesi nella camera ardente dell'ospedale militare belga? Continuerò a portare per tutta la vita questo pesante fardello, ma non mi esprimerò più pubblicamente".

14/11/2004   (Da "Heysel" di Jean Philippe Leclaire)

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Bruxelles, 29-5-1985   LIVERPOOL-JUVENTUS  0-1

L'Hiroscima del calcio

di Carlo Nesti

La Grand Place di Bruxelles si svuota nell'ora di pranzo, e propone un colpo d'occhio indimenticabile: migliaia di lattine vuote di birra hanno sostituito interamente il pavimento stradale. E' il segno mattutino lasciato, quel maledetto 29 maggio 1985, dagli hooligans: un'orda barbarica che ha saccheggiato i bar, le prove generali per lo spettacolo della sera. Nel pomeriggio, quando noi giornalisti saliamo sul pullman che ci porta allo Stadio Heysel, un'altra scena spiega lo stato di eccitazione degli inglesi, ubriachi e drogati. Salgono sulle collinette che circondano l'impianto, e, al nostro passaggio, abbassano i pantaloni, mostrano i genitali, e orinano disinvoltamente, con un volgare gesto di sfida. L'aspetto incredibile è che la polizia belga continua a tenere lo stesso contegno del giorno prima: agli inglesi è concesso tutto, mentre gli italiani vengono perquisiti, minacciati e derisi. Il perché della discriminazione, quando erano già note a chiunque in Europa le “bravate” degli hooligans, resta il grande mistero di una sera folle, per sempre senza risposta. I connazionali sembrano tornati quelli usati, negli anni 50, nelle miniere del Belgio, cittadini del mondo di Serie C, braccia straniere da lavori forzati, fino all'olocausto di Marcinelles. Il servizio d'ordine, vergognoso responsabile aggiunto della tragedia, ha 2 obbiettivi: proteggere i belgi, e chiudere un occhio in caso di scontri fra inglesi e italiani. Gli ultras si eliminino a vicenda, in sostanza, ed è questo equivoco che rende colpevolmente inesistente l'intervento della polizia in curva Z, l'ultima curva, la curva della morte. Lì non ci sono ultras inglesi contro ultras italiani, bensì feroci hooligans contro gente comune, padri, madri, figli, famiglie indifese, e desiderose solo di assistere a una partita di calcio. La compressione dei tifosi verso l'esterno, con conseguente decesso di 39 persone calpestate e soffocate, è l'omicidio di massa da parte di un gruppo di “bastardi”, largamente impunito. Quel giorno assisto Enrico Ameri nella radiocronaca, e quando si comincia capire che non racconteremo un incontro, ma una carneficina, diventiamo i portavoce dei sopravvissuti. Senza ancora i cellulari, e con poche cabine telefoniche a disposizione, il mio compito principale è elencare nomi e cognomi di chi vuol far sapere a casa di essere vivo. Quando ripenso a quella sera, a quella finale che si doveva disputare per evitare altri scontri e altri morti, ma che non doveva assegnare nulla, penso a una sorta di Hiroshima del pallone. Dopo l'Heysel, per me, è cambiato il rapporto con il calcio, ed è stato come chiudere per sempre l'armadio dei giocattoli, e diventare amaramente uomo, perdendo la spensieratezza.

(Da www.carlonesti.it)

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Magico, tragico Heysel

di Riccardo Gambelli

Tratto dal suo libro “Coriandoli Bianconeri”    

“Andiamo a Bruxelles?”. Eravamo sdraiati sul tappeto della cameretta di Antonello Perrella, detto Lello; sfogliavamo la sua fornita collezione di giornalini “al peperoncino”. Con noi c’era Andrea. Così, un po’per caso, un po’ per scommessa, decidemmo di andare incontro all’avventura più rischiosa e dolorosa della nostra vita. Il 28 maggio 1985, partimmo proprio da Uopini verso la trasferta più triste della storia. “Stai attento, non mi piacciono gli inglesi”. Fu la raccomandazione di babbo Enea. “Tranquillo, ci sarà il gemellaggio tra tifoserie nella Gran Place”, risposi. Erano le 19 di pomeriggio quando la Golf di Andrea ci avrebbe spalancato le portiere, prima di prendere la direzione verso Bruxelles. Eravamo felici, tanto da mettere esposto al finestrino posteriore un fazzoletto bianconero. Gli autisti d’altre vetture, notandolo, ci salutavano suonando il clacson. Per i miei due compagni si trattava della loro prima finale da spettatori, per me la seconda. L’anno precedente mi ero recato con Fede Roscia e Pasierino a Basilea, dove la Juve avrebbe riposto nella sua sterile bacheca la prima Coppa delle Coppe. Eravamo partiti il giorno stesso con l’Austin Metro appena uscita dalla concessionaria di Fede, diretti in uno stadio che a fatica riusciva a contenerci tutti quanti. Uno stadio adatto per la serie C italiana. A ogni modo, a noi interessava la vittoria, che arrivò puntuale e sofferta grazie alle reti di Vignola e di Boniek, ancora una volta “bello di notte”. Viaggiammo tutta la notte attraversando Svizzera, Germania e Lussemburgo, alternandoci alla guida. Facemmo ingresso a Bruxelles alle prime luci del mattino. Dopo aver prenotato una camera d’albergo, ci recammo immediatamente verso l’agenzia di viaggi che teneva in consegna i nostri biglietti. Era la stessa agenzia che aveva rifornito lo “Juventus Club Siena Ghibellina” dei tagliandi d’ingresso. La mattina stessa della nostra partenza un autobus, colmo di tifosi senesi, ci aveva anticipato, percorrendo la strada che conduceva verso “la partita della morte”. C’eravamo dati appuntamento nella Grand Place per l’ora di pranzo del giorno 29. Entrammo nell’agenzia del centro di Bruxelles e un signore  ci consegnò le tre curve che avremmo pagato come una tribuna centrale. “Curva zeta”, riportava quel sinistro biglietto. Il nome di quella curva sarebbe entrato, quella notte, nei libri di storia contemporanea. Tornammo in albergo, cercando di riposare inutilmente. Uscimmo di nuovo per visitare la città e incontrare i senesi. Dall’albergo ci saremmo ripassati solo in piena notte, per recuperare gli oggetti personali e fuggire velocemente. Nella Grand Place era presente il mondo intero: italiani e inglesi che si facevano fotografare insieme mentre scolavano birre, famiglie con bambini, turisti occasionali, cittadini di Bruxelles che uscivano dal proprio lavoro e anche i nostri cari amici senesi. Riprovai la stessa sensazione di sempre. Incontrare un tuo concittadino all’estero è sempre una grande emozione. Mi è capitato in quasi tutti i miei viaggi, anche quella volta a San Francisco, quando, girando l’angolo di una strada centrale della città dei trichechi, andai a urtare Massimo Bianchini, noto professionista senese. Non era finita. La sera stessa, in un ristorante (a San Francisco saranno presenti diecimila locali), il mio amico Nando fu il primo ad accorgersi della presenza di Massimo. Credo si tratti di un record: incontrare la stessa persona due volte in un giorno dalla parte opposta del globo. Aldone Brocchi era il capogruppo di una gita composta anche da famiglie che avevano deciso di trascorrere tre giorni di svago con la loro squadra del cuore. Lo scorsi io stesso, chiamandolo a gran voce. Ci abbracciammo come se non ci vedessimo da tempo infinito. Telefonai a casa, rassicurando i miei che inglesi e italiani stavano fraternizzando e che non correvamo alcun pericolo. Ci aggregammo al Club attendendo con ansia l’ora della verità. La Coppa dei Campioni mancava nella bacheca della nostra società che in Italia stava spopolando. Dovevamo sopportare, da anni, le conseguenti allusioni di tutti gli antijuventini, sostenenti che le continue vittorie italiane erano frutto di nuovissime Fiat donate alla classe arbitrale. “Si tratta di sudditanza psicologica”, affermò un giorno l’Avvocato. Una frase ricorrente sino ai nostri giorni. Le sue frasi erano sempre sentenze definitive. Seguimmo l’autobus sino allo stadio. Ancora tre ore e la partita avrebbe avuto inizio. Dopo aver posteggiato, ci avviammo verso lo stadio Heysel tutti insieme, socializzando, addirittura, con i tifosi d’oltremanica. Non potemmo fare a meno di ammirare il gigantesco modello molecolare dal nome “Atomium”, simbolo di Bruxelles, situato in prossimità dello stadio. Nel piazzale adiacente notammo gli holigans che stavano arrivando con numerose casse di birra, entrando addirittura sugli spalti senza che le forze dell’ordine si assumessero l’iniziativa di sequestrarle. Quelle bottiglie si sarebbero rivelate pericolose armi da guerriglia. Finalmente facemmo il nostro ingresso nella “curva zeta” da un piccolo cancello che sarebbe stato poche ore dopo l’unica e improbabile via di salvezza per i tifosi bianconeri. La curva era gremita e ci accomodammo vicinissimi agli holigans. Solo una piccola rete “da pollaio”, costruita nei giorni precedenti, ci divideva da un oceano di cappellini rossi. Eravamo veramente quelli seduti più vicino alle “belve”. Ammiravamo il verdissimo manto erboso che, poche ore dopo, sarebbe stato calpestato da Scirea e compagni. Ho potuto ascoltare tante interviste di uomini di calcio e leggere su centinaia di pagine di giornali e riviste quello che accadde in quelle maledette ore: posso assicurare che la vera realtà dei fatti è sempre stata travisata! La Rai, addirittura, lo scorso inverno ha ripercorso con uno “speciale” quella tragica notte due superstiti come noi della “curva zeta” hanno raccontato di un agguato improvviso e senza motivo degli holigans contro gli juventini. Falso. La verità assoluta è quella che qui vi narrerò, conosciuta solo da chi poteva trovarsi a contatto di gomito con i tifosi del Liverpool. Tutto andò tranquillamente fino a quando, proprio sotto di noi, un gruppetto di juventini e di inglesi, complessivamente una decina di persone, non iniziarono a scambiarsi insulti e minacce. A un tratto vedemmo tre “geniali” bianconeri scavalcare la rete di recinzione e portar via agli inglesi un loro striscione. Il cimelio fu trasportato nella parte spettante a noi italiani dove fu bruciato in modo molto vile. Quello fu il primo atto della tragedia che si sarebbe presentata agli occhi sbigottiti del mondo intero. Alcuni inglesi saltarono la rete dando inizio a un tafferuglio. Speravamo che tutto si risolvesse con qualche “scapaccione” ai tre italiani che avevano sottratto lo striscione, invece furono sparati i primi razzi in cielo e purtroppo anche verso di noi ad alzo zero. Molti holigans presero di mira la rete in miniatura, che ci avrebbe dovuto dividere, scuotendola per cercare di abbatterla. Mi rivolsi a Lello e Andrea: “Ragazzi, qui finisce male, filiamo”. Lello, in un primo momento, non era favorevole a una fuga, ma, quando fu cosciente che la situazione sarebbe degenerata, decise di seguirmi verso il cancello dal quale eravamo entrati, l’unico a nostra disposizione per uscire dallo stadio. Ma lo trovammo intasato da persone che cercavano di entrare e uscire contemporaneamente. Niente da fare: impossibile poter andare avanti. Vidi il muro. Quel muro sarebbe stato il protagonista di tutti i telegiornali delle reti televisive del pianeta. Ci facemmo largo, con molta fatica, tra gli spettatori non ancora consapevoli di quello che sarebbe potuto accadere. Per quanto mi riguardava, mi era stato di grande aiuto il mio istinto, che mi ha sempre messo in guardia durante tutta la mia vita. Finalmente potei toccare il muro, mi voltai e vidi i miei due amici dietro di me. Prima di salire su quel fatiscente agglomerato di cemento sono sicuro che gridai: “Saliamo, ragazzi”. Non era ancora iniziato il caos di morte e potei arrampicarmi con tutta calma nel punto più basso del muro. Quando fui sopra mi accorsi che gli holigans erano riusciti ad abbattere la rete e stavano caricando i nostri connazionali che non opponevano la minima resistenza. Contro quella mandria di tori inferociti l’unica possibilità sarebbe stata la fuga, ma l’uscita principale si trovava intasata da centinaia di persone che cercavano di superare quel cancelletto, che, a stento, poteva far passare un cristiano alla volta. Il problema fu che “the animals” (termine che usò la stampa inglese), si trovarono di fronte per lo più i tifosi della domenica: famiglie con figli, pensionati, ragazzi e ragazze che non reagirono perché pietrificati dal terrore. La realtà sarebbe stata sostanzialmente diversa se nella “curva zeta” fossero stati presenti quei tifosi che invece si trovavano stipati nella curva opposta. Ricordo perfettamente e distintamente che mi trovavo in piedi su quel muro, cercando il punto più agevole per calarmi. Mi lasciai scivolare, avendo a disposizione tutto il tempo per poterlo fare. Un minuto dopo non sarebbe stato possibile: era iniziata la compressione di migliaia di persone su quella vecchia struttura che si opponeva, creando morte e terrore. Mi calai, un salto di circa due metri. Alzai la testa, convinto che i miei due amici stessero facendo altrettanto. Nessuna traccia di loro, mi arrivava addosso tanta gente in tutte le posizioni, di schiena, di testa, di piede: aveva avuto inizio una tragedia senza fine. Lello e Andrea rimasero, purtroppo per loro, imprigionati tra centinaia di corpi che si pigiavano tra loro. Sarebbero venuti fuori da quel caos solo quando la rete che delimitava il campo di gioco non fosse caduta. Io, calandomi dal muro, atterrai sul tartan della pista d’atleti ca. Mi ritrovai dietro la porta di gioco a fare da spettatore passivo alla tragedia che l’atroce realtà mi stava proponendo. Solo due poliziotti, impauriti quanto il sottoscritto, si trovavano in quel momento all’interno dello stadio: fu uno scandalo senza precedenti. La scena fu interminabile. Potei vedere, chiaramente, i tifosi inglesi armati di tutto: colli di bottiglie, manici di bandiere e persino pezzi di gradoni dello stadio. Chi stava subendo erano onesti lavoratori, padri di famiglia, pensionati, ragazzini teneri con la sciarpa bianconera al collo, ragazze piangenti e mamme urlanti in cerca del proprio figlio. Giuro che se mi avessero consegnato un mitra, avrei sparato all’impazzata su quegli assassini. Non ho nessuna vergogna ad ammetterlo. Avrò negli occhi per sempre lo sfregio di quella curva, piena di scarpe, stracci, camicette imbrattate di sangue, giornali, indumenti, calze. In un attimo capii che lo stadio Heysel non avrebbe dovuto essere teatro di quella finale, non era uno stadio attrezzato per ospitare tifoserie come quelle presenti su quei gradoni malridotti. L’angoscia non mi mollava: non sapevo dove fossero i miei due amici. Camminavo avanti e indietro sul campo di gioco, mentre il film andato in onda sugli spalti della “zeta” era cessato. Gli holigans stavano intonando il canto di vittoria occupando tutta la curva. Continuavo a sognare il mitra. Stefano Manenti, amico di Uopini, con Cinzia, la sua fidanzata, furono le prime due persone che incontrai. Si tenevano abbracciati e piangevano come bambini. Stefano era scalzo: rimase a piedi nudi tutta la notte. Cinzia era piena di graffi e non smetteva di urlare: “C’è gente morta, ho visto!!”, gridava disperata. Io avevo percepito che qualcuno non fosse riuscito a uscire vivo dall’inferno, ma non potevo immaginare che le vittime sarebbero arrivate a trentanove. Furono avvolte da lenzuoli quelle povere salme, distese fuori dello stadio e protette da un nugolo di poliziotti arrivati quando i “buoi erano fuggiti dalle stalle”. Continuo a ringraziare il Signore per avermi risparmiato quello spettacolo straziante. I “numerosi” poliziotti presenti che si erano precipitati, anche a cavallo, ci fecero accomodare tutti in tribuna numerata. In quel momento sul terreno di gioco era presente il corpo di polizia dell’intero Belgio. I tifosi bianconeri della curva opposta erano incontrollabili, anche se non avevano ancora percepito la gravità della situazione. A un tratto, in tribuna apparve Andrea e ci abbracciammo come reduci del Vietnam: “Dov’è Antonello?”, continuava a chiedermi. Non potevo rispondergli. Ci condussero all’interno della tribuna Numerata dove Aldo Brocchi, completamente a torso nudo, voleva sfondare una porta. Non riuscivo a comprendere il motivo di quella pazza azione: “Aldo, ma che stai facendo, calmati!”, prendendolo per un braccio. “Sono tutti dentro quella stanza, c’è De Michelis, Boniperti, un sacco di gente, li rompo tutti!!!”, gridava Aldo, un toro impazzito. Effettivamente erano tutti dentro a quel salone per una riunione urgente con il capo della Polizia di Bruxelles, personaggi dell’Uefa e Fifa: stavano valutando se fosse il caso di disputare lo stesso la gara. Ci riportarono tutti sulle poltroncine della tribuna che in quel momento era super affollata. Andrea mi pose il problema dell’apprensione e angoscia che i nostri cari, a Siena, avrebbero potuto vivere in quei momenti. Non dimenticherò Pier Cesare Baretti, presidente della Fiorentina, quando condusse Andrea nuovamente all’interno della tribuna per telefonare ai suoi genitori. Per la cronaca, Baretti sarebbe deceduto pochi mesi dopo a causa di un incidente verificatosi con l’aereo personale. Lo vidi tornare, sollevato: “Ho telefonato. Ho detto che siamo salvi. Mio babbo telefonerà al tuo. In Italia, parlano di ottanta morti”, mi disse Andrea. In effetti, rivisitando la videocassetta molte volte, Pizzul aveva annunciato circa ottanta morti, in un primo momento. Passarono le ore senza sapere che cosa sarebbe accaduto. Non ricordo chi ci confermò che Lello si trovava seduto sull’autobus del Club senese. Esultammo felici, anche Lello era vivo! Parlavamo di morte e di vita come se fossimo in guerra, tutto ciò era irreale. Vedemmo i giocatori italiani dirigersi verso la curva bianconera per cercare di tranquillizzare i tifosi, che ormai erano al corrente della carneficina avvenuta. Non riuscivano a domarli, cercavano vendetta! Scirea e il capitano inglese Neal, dalla cabina di regia, grazie a un microfono annunciarono che la partita avrebbe avuto regolare svolgimento. Baretti ci confermò che le due società e le forze di polizia avevano deciso di far giocare il match per evitare ulteriori incidenti. La partita ebbe inizio. Fu un incontro di calcio vero, bello tatticamente e come livello agonistico, ma i miei occhi e il mio cuore erano rimasti su quella curva dove avevo visto bambini e mamme piangere disperate. Segnò Platini su calcio di rigore. Un rigore inesistente su Boniek, atterrato due metri fuori dall’area. “Quando le undici di sera erano passate da un pezzo e stava facendosi più aguzzo il buio della notte, era quella un’ora inusuale per battere un calcio di rigore che con tutta probabilità avrebbe consacrato la squadra campione d’Europa. A quell’ora le partite, che abitualmente iniziano alle otto e trenta, sono già finite. Eppure le undici di sera erano passate da un pezzo quando Platini, quella sua maglietta eternamente calata fuori dai pantaloncini, avviò la rincorsa a trovare e colpire il pallone che sostava sul dischetto, e mentre nello stadio belga dell’Heysel non si udiva il bisbiglio di una mosca”, scrisse Giampiero Mughini, sul suo libro dedicato alla squadra del cuore, la Juve. Effettivamente era tardissimo e faceva freddo. Il vento che aveva portato morte e strazio continuava a soffiare, spietatamente. I giocatori fecero il giro d’onore con la Coppa mentre furono fatti uscire i tifosi italiani. Dopo molte ore sarebbe stato il turno degli “animals” a essere scortati all’esterno. Nonostante fossero state organizzate dalle forze dell’ordine delle uscite programmate, ci confermavano di scontri pesanti all’esterno dello stadio e vetture italiane incendiate. Recuperammo Lello e, dopo un lungo abbraccio, salutammo i senesi avviandoci verso l’auto sperando di ritrovarla intatta. Al rientro, a Siena, saremmo venuti a conoscenza che due nostri concittadini avevano dovuto ricorrere agli ospedali della città belga, dove furono trattenuti per giorni. Salimmo in auto e fuggimmo dopo essere ripassati dal nostro hotel per il recupero degli oggetti personali. Lello mi ha ricordato, in questi giorni, che mentre uscivamo da Bruxelles, con Andrea alla guida, un holigan ci attraversò la strada, lentamente, con una bandiera in mano. Sembra che io abbia gridato: “Investilo!!!”. Non ricordo la scena, ricordo solo l’odio immenso che nutrivo in quelle ore per quei mostri che avevamo incontrato in una giornata di felicità, una giornata di sport. Nei giorni seguenti iniziarono i commenti dei perbenisti anti juventini, criticando il comportamento della società che io ritenni, al contrario, civile, umano e sportivo. Ricordo i giocatori che, rischiando d’essere soffocati, andarono a placare i tifosi assiepati nella curva opposta a quella della morte, affinché non si lanciassero a ingigantire le proporzioni del disastro. Quegli stessi giocatori, con la morte nel cuore, accettarono di giocare affinché la tregua della partita consentisse i salvataggi e bloccasse la violenza. Ho ancora davanti agli occhi l’incredibile serenità con cui quei giocatori si batterono, consci che lottavano per uomini e donne che non c’erano più, che avevano sacrificato il bene supremo della vita per seguirli nella speranza di vederli vincere. La Juve vinse e il fatto che, su suggerimento degli organizzatori, arrivò per un momento a mostrare la coppa alla sua gente, fu malevolmente additato come gran prova d’insensibilità. Fu addirittura perentoriamente invitata a restituirla, quella coppa. È vero, fu macchiata di sangue innocente, ma la Juve, che la rincorreva da ventisette anni, la vinse a testa alta e prima di superare i grandi avversari del Liverpool vinse l’orrore per la tragedia che si era consumata sotto i suoi occhi. Poco importò che il rigore su Boniek fosse un regalo dell’arbitro, quel rigore fu la vendetta di chi era presente in quella lurida curva, il frutto di una vittoria meritata, fu il mio “mitra”. Nei giorni successivi giurai di non entrare mai più in uno stadio per il resto della mia vita. “La tragedia e la morte non sono sufficienti a tenere lontano dal gioco gli uomini della tribù del calcio”, scriveva Desmond Morris, filosofo inglese, studioso dei costumi. È quello che accadde a me quando, tre mesi dopo esatti, in agosto, la Juve giocò la prima di Coppa Italia a Perugia. Era la nuova Juve di Manfredonia, Laudrup, Serena e Mauro, quella che avrebbe conquistato a Tokio la Coppa Intercontinentale. Decisi d’essere presente allo Stadio Curi, dove la vista di quei cappellini rossi dei tifosi del grifone mi fecero tornare indietro di pochi giorni, ricordandomi “the animals” che caricavano assetati di sangue innocente. Durante il ritorno, verso Passignano sul Trasimeno, fui superato da un’auto carica di ragazzi. Dal finestrino posteriore sventolava gioiosamente un foulard juventino. Ricordai immediatamente il nostro fazzoletto bianconero che, il 28 maggio 1985, stava facendo altrettanto. Rividi anche Lello, mentre rispondeva felice al saluto delle altre autovetture, gridando: “Torneremo Campioni d’Europa”.

Ringrazio vivamente la Pascal Editrice per la cortese concessione del capitolo

Coriandoli Bianconeri  di Riccardo Gambelli - Pascal Editrice  -  2007

Un amore a prima vista, nato in tenera età, sui banchi di scuola; non per una bella ragazza, ma per una “Signora”. In questo libro Riccardo Gambelli ripercorre, in modo vivace e coinvolgente, la storia del suo innamoramento per la Juventus e ci offre la testimonianza di un tifo calcistico che, vissuto con sereno spirito sportivo, lungi dal portare alla deriva della violenza da stadio, diventa strumento di crescita e di conquista di solidi valori morali e umani. Questo libro ci parla del calcio com’era, come sempre dovrebbe essere, come da tempo, purtroppo, non è più. Ma è soprattutto un libro sulla vita, su quei sentimenti forti che della vita sono la ricchezza, il suo vero senso: l’amicizia, la famiglia, l’amore per la propria città, per la propria donna. “Un gesto d’amore compiuto attraverso i ricordi”, come puntualmente osserva Gianni Tiberi nella sua prefazione.

 

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Io all'Heysel c'ero, e non voglio dimenticare

di Alberto Rossetto

Io ero studente universitario e mi recai in Belgio con un mio compagno di corso; ancora ricordo il guardare sospetto di chi, all'interno dell'Ateneo ma non solo, scopriva che uno studente era anche un appassionato calciofilo, quasi che le due cose si escludessero a vicenda. Per molti leggere un libro e andare ad assistere ad una partita di calcio sono due operazioni incompatibili. La gente è proprio strana, chissà se pensa ancora così, oggi che il calcio è quotato in borsa e i clubs fanno a gara per accaparrarsi i migliori managers e consiglieri finanziari oltre a agli strateghi della comunicazione. Partimmo nel pomeriggio del 28 maggio da piazza Castello per arrivare, dopo una nottata sulle strade di mezza Europa, in tarda mattinata nella capitale belga; la carovana era composta da una quarantina di pulmann, ai quali se ne aggiunsero almeno venti durante il tragitto prima della frontiera con la Francia. A Bruxelles il clima era stranamente calmo, gruppi di tifosi italiani ed inglesi si scambiavano le sciarpe in giro per la città, anche se la sera precedente i britannici non avevano mancato di devastare la Grande Place. Ci recammo allo stadio con molto anticipo, seguendo i consigli che ci erano stati impartiti durante il viaggio, consigli tesi proprio ad evitare incidenti e contatti con i tifosi avversari in prossimità del campo di gioco. Infatti appena entrati nell'Heysel ci rendemmo subito conto che il giusto appellativo per descriverlo fosse appunto campo di gioco e non stadio, talmente era incongruo per quel tipo di finale.  Quando nella curva opposta alla nostra gli inglesi iniziarono i primi tafferugli non ci rese conto della gravità degli eventi; con il passare del tempo le cariche degli hooligans si fecero più cruente, costringendo molti tifosi italiani a trovare rifugio sul rettangolo di gioco. La partita non aveva inizio, si percepiva ora la gravità della situazione, ma non si riusciva a quantificarla. Si pensava ai "soliti" incidenti provocati dai "soliti" criminali che frequentano gli stadi. Non esistevano ancora i telefoni cellulari, quindi non era possibile mettersi in contatto con l'esterno; ricordo che un ragazzo di Lecce di fianco a me aveva una radiolina portatile dalla quale gli parve di capire che c'erano sette morti nel settore Z.  Un po' sarcasticamente gli chiesi se capiva bene il francese, visto che secondo me sette morti in uno stadio equivalevano ad un'ecatombe. Non l'avessi mai detto. Fu un bene che la partita venne poi giocata perché gli animi erano troppo surriscaldati e molti, non solo giovani, ma anche attempati signori padri di famiglia, volevano farsi giustizia da sé; se quella partita non si fosse giocata il numero delle vittime sarebbe di ben altro numero. Appena terminata la partita la polizia belga, responsabile per il suo comportamento imbecille almeno quanto i teppisti, ci fece partire in fretta e furia ed in pratica scoprimmo la vera realtà della tragedia solo in Francia, in autogrill, a notte fonda. Resisi conto di quanto era accaduto cercammo di avvisare le nostre famiglie in Italia, ma pochi nel mio pullman disponevano di franchi francesi da utilizzare per telefonare. Si procedette pertanto ad una sorta di catena, nel senso che un paio di persone telefonarono in Italia e dettero ai propri familiari i numeri telefonici degli altri componenti in modo che potessero mettersi in contatto con i loro parenti. I miei genitori furono avvertiti intorno alle 4 di notte. Una volta a casa venni a sapere dei festeggiamenti avvenuti in varie città e mi sorbii l'enorme fiume di parole, scritte e non, riversate sui fatti di Bruxelles, dai tanti "esperti" che furono interpellati per esprimere un'opinione in merito: sociologi, psicologi, giornalisti, opinionisti, ecc. La realtà, unica ed inconfutabile, era e rimane la morte di 39 persone che erano accorse in quella maledetta città per divertirsi seguendo la propria squadra del cuore: nessuna parola potrà mai esprimere la condanna di un simile orrore. Nessuna parola potrà mai cancellare il dolore dei parenti delle vittime. Per una morte così assurda, c'era bisogno di un silenzio assordante, invadente; invece si è coperto tutto con le parole di chi volle essere a tutti i costi protagonista di una storia in cui non era minimamente implicato. Si discusse anche molto sull'opportunità che la Juventus non ritirasse quella coppa macchiata di sangue: pure speculazioni demagogiche! Nessuno, dico nessuno, ventilò invece l'ipotesi contraria; proprio perché macchiata di sangue quella coppa non avrebbe dovuto essere restituita alla UEFA, quella coppa macchiata di sangue doveva diventare un macigno per dirigenti sportivi e addetti alla sicurezza, quella coppa macchiata di sangue avrebbe dovuto segnare la svolta contro la violenza attraverso un gesto forte, inequivocabile, storico, quella coppa macchiata di sangue doveva essere l'ultima coppa.

                 

(Da "Juve alè - cronaca sentimentale di un tifoso juventino" - Prefazione di Francesco Caremani )  

Nick Hornby parla italiano?   Finalmente un libro sul calcio scritto da un tifoso qualunque per i tifosi “qualunque ”. Una sorta di memoriale ironico -  sentimentale  sui ricordi di stadio, le partite viste dagli spalti o seguite via radio attraverso il mitico “Tutto il calcio minuto per minuto ”. Il contorno del pubblico, le manie e i rituali scaramantici posti in essere per far vincere la squadra del cuore, la Juventus.  Una memoria in bianconero, perché quei due colori caratterizzeranno tutta la vita di un tifoso che fin da bambino viene contagiato d lla juventinite e non se ne libererà mai più. Ma bianconera anche come la televisione di una volta. Un’avventura che inizia nella seconda parte degli anni Sessanta e termina ieri, all’indomani del ritorno in serie A dall’inferno in cui la Juventus è stata cacciata dalle decisioni di calciopoli.

(edizioni Bradipolibri, 2007)

Per non dimenticare

di  Alberto Rossetto

Io all'Heysel c'ero.  Ero nell'altra curva, il settore M, così sono riuscito a tornare. Per pura fortuna, perchè? Avevo previsto di andare a Bruxelles in modo autonomo, poi ho deciso di andare con lo Juventus Club Torino, altrimenti sarei finito anch'io nel settore Z.  Z come ultima lettera dell'alfabeto, Z come la fine della civiltà causata da un branco di ubriachi assassini, Z come la fine della dignità per i poveri corpi delle vittime sottoposti a ruberie ed umilianti pratiche da parte delle autorità belghe, Z come l'ultimo modo di organizzare e gestire un grande evento sportivo, Z come la fine dei diritti dei familiari per un equo processo. Io all'Heysel c'ero, e non voglio dimenticare. Non voglio dimenticare i colpevoli, gli assassini materiali e chi li ha tollerati, non voglio dimenticare il fiume di parole versato da giornalisti, sociologi, politologi nei giorni seguenti (quando invece sarebbe servito tanto silenzio), non voglio dimenticare il fatto che il Comune di Torino non abbia nemmeno pensato di erigere una stele a ricordo delle vittime (anche se non c'era nessun torinese fra esse, era pur sempre coinvolta la Juventus), non voglio dimenticare il gran movimento dei politici per promuovere un gemellaggio tra la Municipalità di Liverpool e quella di Torino, non voglio dimenticare gli imbecilli che hanno manifestato per strada e, soprattutto non voglio dimenticare il tentativo di far passare come correi i tifosi juventini. Io all'Heysel c'ero, e tutte le ipocrite frasi di circostanza che sto sentendo in questi giorni che precedono la doppia sfida con i "Reds" mi danno la nausea. Non voglio altra violenza, voglio andare allo stadio per divertirmi, voglio andare allo stadio per tifare in pace la mia squadra, voglio andare allo stadio con mio figlio (se lui lo vorrà), ma non voglio sentir parlare di perdono, non voglio sentir dire che è passato tanto tempo, non voglio sentire parlare di gemellaggi o cose simili. Io all'Heysel c'ero, e voglio che colpe e colpevoli, a vent'anni di distanza, siano chiaramente indicati. Questo accoppiamento giunto proprio nel ventennale della tragedia suona quasi come una beffa del destino, perchè tra i sostenitori del Liverpool ci sarà sicuramente qualcuno che era presente anche a Bruxelles, e come si dovrebbe accoglierli, con i fiori ? Basta violenza, ma nemmeno perdono. Io all'Heysel c'ero, e non voglio dimenticare.  

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A distanza di 24 anni, desideravo riportare la mia testimonianza di quella tragica serata

 Heysel, una partita da non giocare

di Lorenzo Zaccarella

Tornare a quel giorno di 24 anni fa, mi mette ancora i brividi sulla pelle. Dopo la gioia di Basilea, decisi di andare anche a Bruxelles, questa volta solo, non avendo avuto la disponibilità degli amici che mi accompagnarono l'anno prima. Acquistai il biglietto presso un'agenzia di viaggi ativamente tranquilla, ed a parte qualche tafferuglio alla Gran Place e alcuni tifosi inglesi, alticci, nei pressi dello stadio prima dell'ingresso, il tutto si era svolto nei limiti dell'accettabilità. Ero nel settore M, nella curva opposta a quella dove vi era il settore Z. Si era nella stragrande maggioranza di Torino, anche se ricordo che vicino a me vi era una ragazza che veniva da Salerno. Lo stadio mi fece subito una pessima impressione, gradinate vecchie, mi sembravano di terra battuta, più che di cemento, assolutamente inadeguate per in finale, ma la tensione per la partita ed il tifo bianconero ci allontanarono da questi pensieri. La curva di fronte aveva un divisorio, circa a metà, per dividere le tifoserie, la tranquilla bianconera, da quella che si rivelò barbara, inglese. Attorno alle 19,30, ricordo, che in quella curva dal settore inglese, iniziarono a lanciare oggetti  verso quello italiano, dapprima con distacco, poi sempre più con maggiore continuità. Ad un certo momento, si iniziò a vedere che la parete divisoria traballava, sotto la spinta, che con il passare dei minuti diventava sempre più pressante da parte degli inglesi. La polizia non interveniva e si iniziava a capire che quella barriera aveva i minuti contati. Difatti di li a poco crollò, lasciando via libera alle orde dei tifosi inglesi di attaccare i tifosi bianconeri che non erano riusciti a riparare sul terreno di gioco e si erano concentrati nell'angolo in alto del settore Z. Dalla nostra curva non capimmo molto di quello che si andava consumando, si vedeva solo gente che correva sul terreno di gioco per potersi sottrarre a quanto stava accadendo. Ricordo che la polizia piuttosto che intervenire in quel settore si preoccupò di mantenere a debita distanza gli ultras bianconeri che nel frattempo erano entrati in campo ed attraverso la pista di atletica cercavano di raggiungere il settore opposto per difendere i nostri tifosi. Sappiamo tutti come andò a finire, anche se in curva almeno dove ero io non si percepì mai davvero la dimensione dell'accaduto. Al termine della partita vennero dapprima alcuni dei nostri calciatori sotto la curva con in mano una zebra in segno di vittoria e questo ci fece pensare che doveva essere accaduto qualcosa di grave, visto che non ci consegnavano la coppa, poi successivamente, ricomparvero i nostri calciatori con la Coppa e questo ci fece credere che forse quanto accaduto potesse essere meno grave del previsto. Poi tutti velocemente in pullman e via verso Torino. Solo al mattino in un autogrill francese, leggendo i giornali ci rendemmo conto dell'immane tragedia e da quel momento ci fu la corsa ai telefoni per contattare casa, dove attendevano con grande ansia nostre notizie. Su quanto detto e scritto da televisione e stampa dopo forse è meglio non parlarne. Credo come dice qualcuno che se al posto della Juve ci fosse stata un'altra squadra le polemiche sarebbero state di altro tono, ma si sa sulla Juve qualsiasi argomento è motivo per denigrarla. Certo a mio parere la società non si è comportata come noi tifosi avremmo desiderato, sempre troppo distaccata dall'evento è questo, reputo, sia per sempre una grande incancellabile mancanza. Per il resto dico che spesso ho pensato a quella sera, è, sono sempre più convinto a differenza di tanti altri tifosi, che la partita non si sarebbe dovuta giocare o almeno non si sarebbe dovuta giocare in quel contesto. I tifosi bianconeri erano ben disposti verso la partita ed erano soprattutto  consapevoli che l'impegno era difficile e che si sarebbe potuto benissimo perdere. Fossero stati consapevoli dell'accaduto avrebbero accettato di lasciare lo stadio e tornare a casa. Penso che le forze dell'ordine avrebbero dovuto e potuto fare uscire dallo stadio i tifosi della Juve, che erano in stragrande maggioranza e tenere all'interno dello stesso gli inglesi. Sono convinto che sarebbe  stato possibile, anche perché mi pare che gli stessi inglesi forse consapevoli di quanto avevano causato, si fossero lasciati dietro quei momenti di pazzia e si fossero quasi inaspettatamente frenati dal proseguire dal loro intento. L'Heysel, resta la pagina più triste della nostra storia, una pagina che non si può chiudere come quando si gira quella di un libro. Non possiamo e non dobbiamo dimenticare. Non dimenticare è un dovere non solo  di tutti gli uomini di sport, ma di tutte quelle persone che  credono negli uomini.

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Il racconto di un superstite dell'Heysel che nel 1985 aveva appena 14anni : Alessio Degrandi

"Quella tragedia non mi ha sconfitto, amo ancora la Juve"

di Antonio Barillà

All'indomani della tragedia dell'Heysel,l'Italia,impietrita dal dolore,prega per un giovanissimo tifoso:Alessio Degrandi,quattordici anni,era stato travolto dall'onda assassina degli hooligans e il più diffuso dei quotidiani scelse la sua immagine per ritagliare, tra morti e lacrime,un messaggio di speranza. La fotografia pubblicata lo ritraeva esanime accanto a un cadavere, mentre un poliziotto cercava disperatamente di rianimarlo, la scritta era commuovente:"Ragazzo,tu devi farcela". Alessio ce l'ha fatta:è tornato dal buio. S'è laureato in economia e commercio, lavora nel campo assicurativo, progetta il matrimonio con Stefania, ama il calcio e la Juventus,ha un cattivo ricordo e nessuna fobia: «Ho avuto problemi soltanto i primi mesi:mi viene in mente un improvviso attacco di panico al Palasport di Montecatini Terme, la mia città, gremito per un derby di pallacanestro con Pistoia. Fui assalito,da una sensazione terribile, mi sentivo soffocare, vedevo scorrere i flash back di Bruxelles».

Problemi ormai superati...
E' stato fondamentale tornare, subito in uno stadio, furono i medici a consigliarlo ai miei genitori. Mi portarono a Pisa, naturalmente, a vedere la Juventus, e da allora ho ripreso regolarmente a frequentare curve e tribune. Pur vivendo in Toscana, rinnovo ogni anno l'abbonamento e non mi perdo le più importanti sfide europee dei bianconeri. C'ero con il Real Madrid e ci sarò con il Liverpool: ho già prenotato il biglietto. Mi da solo, tremendamente fastidio, ormai, assistere a incidenti, anche banali scazzottate, tra tifosi. So, purtroppo, quanto basti poco perché possano degenerare: io sono, arrivato a qualche secondo dalla fine, trentanove persone non hanno avuto la mia fortuna.

Il sorteggio dei quarti riaccende i ricordi...
Dimenticare,non sarebbe giusto. Mi auguro che la sfida diventi una festa, che vinca lo sport per onorare la memoria delle vittime. Penso che sia stato il destino a tenere Juventus e Liverpool lontane per vent'anni.

Se la sente di raccontare quel giorno?
L'ho fatto tante volte,benché quasi mai pubblicamente. Ero con mio cugino Gianfranco, più grande di me, quello che mi ha trasmesso la passione bianconera. Mi aveva già portato ad Atene, per l'amara finale contro l'Amburgo: a Bruxelles volevamo esserci e in extremis riuscimmo a trovare i biglietti. Incredibilmente, dopo tanta fatica, al momento di partire li dimenticammo a casa: ce ne accorgemmo al casello quando stavamo andando in aeroporto, forse era un presagio.

A Bruxelles sciamavano già hooligans invasati...
Prima della partita non ho assistito a scene di violenza, ho solo visto gruppi d'inglesi ubriachi nella Grande PIace. Al ristorante fraternizzammo con una famiglia di Liverpool.
Ben diversa, è facile immaginare, l'atmosfera dello stadio... Capimmo subito che era inadeguato. L'ingresso del nostro settore era minuscolo, la rete che ci separava dagli inglesi fragilissima e già forata, i gradoni fatiscenti: un colpo sul cordolo e si sbriciolavano.

Le munizioni degli hooligans...
I primi lanci cominciarono subito, sporadici, ci fu pure un cenno di rissa perché provarono a strappare uno striscione. Ogni tanto i poliziotti belgi ne portavano via uno, ma assurdamente lo vedevamo rientrare subito e portare pure le birre ai compagni: erano ubriachi, loro, ma i veri responsabili del dramma furono le forze dell'ordine. E chi scelse quello maledetto stadio.

L'inferno si aprì all'improvviso...
Partì una sassaiola violentissima, ci fù un fuggi fuggi generale, gli hooligans cominciarono ad avanzare. Mio cugino aveva intuito il pericolo e urlava di non scappare, però argire quell'onda era impossibile. Persi una scarpa, mi chinai per raccoglierla, caddi e non riuscii più a muovermi. Ricordo le persone che mi calpestavano, i gradoni che mi segavano la schiena. E ricordo... Un avambraccio, qualcuno caduto accanto a me e al quale mi aggrappai con forza. Ricordo una voce d'uomo che mi diceva di resistere. Poi arrivarono gli hooligans, io ero tramortito, mi colpirono con calci e pugni,mi rubarono il portafoglio e l'orologio.
Poi il buio... Aprii gli occhi qualche ora dopo nell'ospedale di Bruggman: vedevo soltanto ombre, un taglio profondo al piede mi impediva di camminare. Un'infermiera mi informò del rigore di Platini: chiesi se c'era un tv, volli vedere gli ultimi minuti. Ero solo, senza soldi, né documenti: uno dei feriti chiamò il consolato e subito una funzionaria mi raggiunse.

Suo cugino,nel frattempo?
S'era salvato e mi cercava dappertutto. Anch'io,inconsciamente, lo cercavo: quando mi chiesero le generalità pronunciai il suo nome, così non risultai nell'elenco dei feriti. Era disperato, andò a vedere i morti, poi riprese a setacciare gli ospedali: in uno gli dissero che era appena morto un ragazzino italiano, credo fosse Andrea Casula, di Cagliari. Intanto Simone, un nostro amico, era riuscito a contattare casa. Non mi aveva più visto, ma disse che stavamo tutti bene: i miei angosciati dalla tv, si tranquillizzarono e quando telefonarono dal consolato, di notte, mia madre svenne.

Quando la trovò Gianfranco?
«La mattina dopo. lo gli dissi: "Hai visto, abbiamo vinto", lui piangeva e mi stringeva forte. Quell'abbraccio ha avuto un seguito nella finale di Roma con l'Ajax: c'eravamo, e dopo il rigore decisivo di Jugovic ci stringemmo forte, come allora, in silenzio. Tutti e due in lacrime».

Il ritorno a casa...
«Ci imbarcarono, su un aereo destinato ai feriti. Oltre al taglio al piede avevo ecchimosi ed escoriazioni in tutto il corpo; mi avevano diagnosticato un trauma cranico e toracico. Mi sono rimaste conseguenze alla vista, un'accentuazione della miopia. Ricordo i miei abiti di fortuna, i pianti di gioia dei parenti, una processione di gente a casa. Le mie foto divennero uno dei simboli della tragedia, mi portarono anche una copia dell'Equipe: io adagiato su una transenna trasformata in barella,io portato via a braccia».

Vent'anni dopo, di nuovo il Liverpool...
Spero che sia una festa, che la Juventus raggiunga la finale e vinca largo. Spero che nessuno dimentichi e spero, ma è impossibile, in un calcio senza più violenza.

Ha mai incontrato altri superstiti o familiari di vittime?
«Solo occasionalmente, ma più volte sono stato tentato di andare a trovare il signor Lorentini. Ho letto che suo figlio, medico è morto per salvare altre persone. Ha salvato anche un ragazzo, forse quel ragazzo ero io...»

(Il figlio del signor Lorentini, medico, è morto quella sera, schiacchiato e calpestato dalla furia degli hooligans mentre provava a rianimare un bambino rimasto esanime per terra sugli spalti dopo i primi scontri. Quello stesso giorno a casa Lorentini era arrivato il telegramma con cui l'ospedale di Arezzo comunicava l'avvenuta assunzione del giovane medico... Il signor Lorentini,padre di questo medico coraggioso,presiede tutt'oggi l'associazione vittime del 29 maggio 1985. n.d.r.)

(Da Tuttosport)

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Io, testimone della mattanza dell'Heysel

di Domenico Lazzaretto

29 maggio 1985. Vent'anni fa esatti. Ero lì come tantissimi altri, juventini e non, a Bruxelles per prendere parte a una grande festa di sport: la finalissima della Coppa di Campioni. Sono ritornato letteralmente sconvolto dall'orrore e confesso che per qualche tempo mi sono quasi sentito in colpa per non aver fatto nulla perchè la tragedia dell'Heysel potesse essere evitata. Per lungo tempo mi sono ronzate le urla di disperazione che giungevano da quella maledetta "curva Z" dello stadio Heysel, dove il terrore aveva spinto decine e decine di persone a cercare salvezza calpestando chiunque incontrassero nella disperata fuga, ostacolate da una sparuta presenza di impotenti poliziotti belgi. Ad inseguirli un'orda di barbari, gli hooligans, eccitati dall'odio e in preda all'alcol: chi lanciava bottiglie, chi brandiva spranghe di ferro, chi scagliava mattoni e sassi. Immagini indelebili. Un fuggi fuggi che ha tramutato la festa in un eccidio senza precedenti in uno stadio obsoleto della civile Europa. Una mattanza che ho ancora negli occhi, incapace di esprimere, allora come adesso, la mia mortificazione di sportivo che per molto tempo si è rifiutato di entrare in uno stadio: un blocco psicologico che con il trascorrere del tempo sono riuscito a superare pungolato dal mio lavoro. Nella tragedia dell'Heysel si gioca la partita come nulla fosse. E mentre Boniek cade in area e Platini realizza il rigore, la radio annuncia i primi nomi dei morti.  Ad angoscia si aggiunge angoscia, perchè due di loro, Amedeo Spolaore e Mario Ronchi, sono di Bassano. Sono rimasti schiacciati dalle transenne in cemento che facevano da base alle reti di recinzione travolte nel momento della grande fuga. Tanti i bassanesi che ricordano pezzi di quella giornata irreale. La testimonianza del pasticcere Danilo Tassotti dà la misura del dramma: «Guardando choccato fra tanta confusione, tra urla di sperazione dei feriti e le invocazioni dei moltissimi alla ricerca di un amico o di un proprio caro, il mio sguardo s'imbattè su Mario Ronchi. L'ho immediatamente riconosciuto dal maglione a rombi colorati. Quando l'ho visto adagiato su quella transenna, mi sono precipitato a soccorrerlo: respirava ancora. Ma quando stavo per liberargli la faccia dal pullover un poliziotto, dopo avermi gridato "via, via", mi assestò una manganellata alla nuca. Persi i sensi e quando mi ripresi la barella di Mario era sparita».

(Da “Il Quotidiano del NordEst ” del 29/5/2005)

 

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29 Maggio

di Alberto Capella

Ore 16: dopo una breve gita ad Anversa, l’autobus ci riporta in albergo a Mechelen. Carichiamo quelli che erano rimasti lì e partiamo verso lo stadio. Sul pullman ci vengono dati i biglietti della partita. Faccio notare a mio padre una stranezza: il settore indicato sembrerebbbe posizionato nella stessa curva nella quale i giornali collocavano i tifosi inglesi. Probabilmente i giornali sbagliavano…

Ore 17: arriviamo allo Stadio. Non sembra di essere nel Nord Europa. Lo stadio è una struttura fatiscente, scalcinata e arrugginita. Il recinto esterno è costituito da un reticolato ossidato e bucherellato ovunque e la zona interna al recinto è piena di erbacce, come fosse abbandonata da anni. Non c’è nemmeno un cartello ad indicarci il settore e solo seguendo il flusso di chi si era informato col passaparola arriviamo di fronte ad un ingresso sul quale si intuisce che un tempo vi fosse scritto: “Settore X-Y-Z”. In breve siamo dentro ma c’è qualcosa che non va: attorno a noi ci sono troppe facce e bandiere inglesi per tranquillizzarci. Capiamo che il nostro settore non è quello ma bensì quello al di là della rete da pollaio che divide in due la curva. I più rapidi scavalcano la rete. Diceva De Andrè: “Si sa che gli sbirri e i carabinieri spesso al loro dovere vengono meno” aggiungerei io “tranne che quando sarebbe opportuno farlo” e infatti una gendarme belga, dotata di cane al seguito, dimostrando un quoziente intellettivo rasoterra, blocca tutti gli altri votandoci al linciaggio. Mio padre nel suo discreto francese spiega alla gendarme la situazione: che cioè non ci è più possibile rientrare perché ci hanno già strappato i biglietti e che non ci è nemmeno possibile vedere la partita lì per ovvi motivi. La gendarme è comprensiva e simpatetica quanto un parchimetro rotto. Decidiamo di uscire comunque, avremmo poi deciso come fare. Troviamo un serpentone formatosi nel frattempo che decidiamo essere la coda del nostro settore e ci posizioniamo lì.

Ore 18.30: dopo circa un’ora di coda arriviamo all’ingresso che è una porticina larga quanto una persona. C’è una fortissima compressione, il serpentone si fa piccolo per entrare in quella porticina e alla fine si entra trascinati dalla folla. Lo strappatore di biglietti ne controlla uno ogni tanto. Io e mio padre lo ignoriamo e siamo dentro. Il settore Z è strapieno. Anche all’interno lo stadio è completamente in rovina. Le gradinate in cemento sono ovunque rotte e crepate. Siamo stipati come bestie al macello, tanto che il tizio francese o belga di fianco a me mi spintona ogni volta che si gira. Il tifo organizzato bianconero è nell’altra curva, attorno a noi famiglie, gruppi di signori di mezza età: apparentemente i gruppi delle agenzie turistiche.

Ore 19: Una comparsata delle squadre in campo ha scatenato i primi cori e la prima adrenalina. Guardiamo con crescente preoccupazione al settore inglese che sembra in ebollizione.

Ore 19.15: Parte il primo bengala, basso, ad altezza d’uomo, per colpire. Rimaniamo sbigottiti, si levano proteste e fischi ma dopo pochi secondi parte un secondo razzo e poi un terzo e poi altri ad intervalli regolari. Non sembra più solo la stupidità di un singolo, inizia a serpeggiare la paura, ci si inizia a sentire come bersagli. Passano pochi minuti e la rete da pollaio di cui sopra viene divelta. I primi inglesi scavalcano ed attaccano il settore italiano, inizia la mattanza. Come pervasi da una follia omicida quelli iniziano a menare fendenti a chi incontrano, a raccogliere i calcinacci che si staccano dalle gradinate ed a lanciarle sulla folla inerme, uno di quei calcinacci spacca la testa di un tizio di fianco a mio padre che quando si gira vedo macchiato del sangue di costui. La folla arretra, si crea una ressa insostenibile, mi sento comprimere il petto. Non capisco dove stiamo andando ma non c’è modo di fare scelte. Poi improvvisamente la ressa si alleggerisce, è successo qualcosa, non so che cosa. Gli inglesi sono sempre là anche se pare che l’assalto si sia fermato, ma mi accorgo che qualcuno ha superato le transenne per cercare salvezza nel campo di gioco dove è accolto con il manganello da altri gendarmi che il destino non ha dotato di facoltà intellettive. Penso ci sia modo di seguirli, urlo a mio padre che si può scendere e scendo di qualche gradino verso il basso. No…… Rimango impietrito, attonito. Davanti a me c’è una distesa di corpi, non ci posso credere, non ci voglio credere. Mentre piovono ancora bottigliette un ragazzo sta facendo il massaggio cardiaco ad un ragazza. Vorrei piangere, vorrei urlare, vorrei fare qualcosa ma è dannatamente troppo tardi. Digrigno i denti. “Vorrei ammazzarli tutti quei cazzo di inglesi, ammazzarli tutti, cazzzo!!!”. Puoi leggere e guardare tutto ciò che vuoi sulla guerra ma solo quando ci affondi dentro, solo quando vedi accanto a te dei corpi cadere, capisci quando è facile reagire alla violenza con violenza, quanto è facile farsi trascinare nella spirale. Dalle mie spalle sento la voce di mio padre. “C’è l’uscita, c’è l’uscita. E’ libera”. Quella porticina, da cui pochi minuti prima erano entrate le persone che erano lì distese, adesso è là, libera, non c’è nessun maledetto inglese tra noi ed essa. Urlo a mio padre: “E’ morta della gente. E’ morta”. Mio padre mi trascina via, sento che qualcuno dietro di noi è stato ancora colpito da qualcosa. Imbocchiamo la porticina, siamo fuori. Fuori però c’è ancora il recinto e l’uscita è davanti al settore inglese, ma fortunatamente quella vecchia recinzione arrugginita è piena di buche, forziamo una di quelle e siamo fuori. Andando verso il parcheggio degli autobus incontriamo una famiglia inglese, padre, madre e figlio. Ho una rabbia folle dentro di me che non riesco a controllare e la faccia mi si contrae in una smorfia che da quel giorno accompagna tutti i miei momenti di grande rabbia. Il bambino mi guarda spaventato. Chissà se quel bambino si è mai domandato perché avessi quella faccia quel giorno…

Ore 20.15: Siamo al parcheggio degli autobus e cerchiamo di capire cosa è successo, perché, come. Vediamo arrivare piano piano gli altri della comitiva. Intanto la radio e la televisione diffondono le prime notizie.

Ore 22: L’autobus si avvia verso Mechelen. Non ci sono tutti. Facciamo il conto di chi manca come chi conta i suoi caduti.

Ore 23: Arriviamo in albergo. Qualcuno accende la televisione. Stanno giocando. Guardo come fossero fantasmi gli eroi per i quali eravamo venuti fin quassù, eravamo venuti pensando a tante cose ma mai alla morte. Ricordo ancora gli occhi spiritati di Tacconi in un ricordo liquido come quello di un incubo.

Ore 24: Usciamo a mangiare qualcosa. Una signora belga, dalla finestra, in un ottimo italiano, ci esprime solidarietà. Mi commuovo. Solo e soltanto in quel momento mi sembra di essere tornato sulla terra che conoscevo.

( Tratto dal blog il colore del grano con  licenza creative commons )

 

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Il mio Heysel

di Andrea Danubi

La mattina del 29 maggio 1985 ero nella Grand Place di Bruxelles. Moltissimi inglesi si stavano riempiendo di birra, “carburante” ideale, ahimé, per un’euforia che sfociò in tragedia. Ad un certo punto un bestione vestito di rosso mi viene incontro: io ero un ragazzo magrolino un po’ timido, lì per lì fui titubante, poi capii col mio inglese scolastico che voleva scambiare il cappellino e fare una foto insieme. I koppities erano tantissimi, mossi da una fede che vent’anni dopo li ha riversati ad Istanbul, surclassando in quantità, colore e potenza sonora del tifo gli altri supporters, in ogni stadio.

A Torino, lo scorso 14 aprile, erano 2000, noi 50.000: eppure, al 90°, io stavo uscendo dal Delle Alpi dal lato opposto, e sentivo solo loro che cantavano lo struggente “You’ll never walk alone”. Non camminerete mai soli. “Quando attraversi una tempesta....”, dice la prima strofa. Nel dopo Bruxelles loro l’hanno davvero attraversata. Le condanne morali perpetue, messi al bando dall’UEFA e dalla Thatcher, additati tutti come hooligans. Credo che sia giusto riconoscere i grandi progressi di maturità e civiltà, adesso, del pubblico britannico. Già nel 1990, ai mondiali italiani, vinsero il premio fair-play della FIFA. Io sono stato ad Anfield Road, a toccare con mano. Resto convinto che in uno stadio diverso, invece che nel fatiscente e pericoloso Heysel, e con un servizio d’ordine efficiente, non sarebbe accaduto nulla.

Immagino che il 90% di quei 15.000 e più “liverpudiani” presenti a Bruxelles fossero anche a Roma l’anno precedente. Non vi furono incidenti all’Olimpico. I belgi: il 29 maggio dell’85 hanno avuto la loro caporetto. La gente non lo sa, ma diverse autopsie furono sbagliate. I corpi di molti tifosi non furono ricuciti subito. Alcuni cadaveri tornarono in Italia in dei sacchi di plastica, con un cartello legato all’alluce col nome del morto. E capitò pure che dei cartelli siano stati invertiti. E, vergogna delle vergogne, ad alcune famiglie arrivarono, mesi dopo, le fatture dagli ospedali di Bruxelles. Così ci hanno trattato. Ostacolando il lavoro di chi cercava di fare luce, di vederci chiaro. Un processo farsa, dove i responsabili del disastro organizzativo non hanno pagato. Assolti.

L’UEFA, per lavarsi la coscienza, ha demolito l’impianto e ricostruito sopra lo stadio Re Baldovino. Con affissa all’interno, in quella zona dove crollò il muretto che determinò la strage, una penosa targa ricordo.

Io non sono più stato a Bruxelles. Quel nome, per me, fa rima con morte. La Juventus e il Liverpool giocarono in trance, e dal momento che furono obbligati ad andare in campo lo fecero con professionalità encomiabile. Il popolo juventino aveva il diritto di festeggiare, non poté farlo. Aveva 39 caduti. Caduti in una terra per noi amara, per i belgi noi siamo sempre i minatori di Marcinelle.

Andrea Danubi Maggio 2005

"Il mio Heysel, 25 anni dopo"

Tu dici « Heysel » ...

di Andrea Danubi

Un nome, una storia, una tragedia. Esistono parole che ne contengono mille, centomila. Tu dici "Vajont" , "Hiroshima" , "Chernobil" e non devi aggiungere altro. Heysel, appunto. Ho sentito le più grandi stupidaggini su quella notte, sulla partita, sugli hooligans. Ovviamente da parte di chi non c'era, perché è molto facile parlare dalla poltrona di casa, quando in "prima linea" c'erano gli altri. La più grande bischerata è quella di sostenere che la partita non andasse giocata. Credo che in determinati momenti i calciatori riescano ad isolarsi dal contesto, soprattutto non avendo ancora interamente percepito le reali dimensioni della tragedia. La Juventus non ostentò quel trofeo del quale parlano con onesto e sincero pudore i dirigenti e i giocatori di allora. Ma non sopporto chi si arroga il diritto di censurare una breve esultanza che era un gesto di scarico - caldamente consigliato dai dirigenti UEFA, come recentemente ricordato da Prandelli - e anche di ringraziamento per quelli come me che avevano fatto 1500 km in pullman per seguire la sua squadra. La Juventus ha pagato anche troppo per quella serata: prima con il dolore per 39 CADUTI, poi con le condanne morali dei soloni pronti a sciorinare il loro ipocrita repertorio da sacerdoti del senno di poi. E assolutamente disgustoso fu il falso perbenismo di quegli 'sportivi' che si dissero indignati per le (rare) manifestazioni di gioia dei fans bianconeri in Italia, ma erano pronti a battezzare 'Via Liverpool' le strade della penisola e a scendere in piazza con clacson e bandiere se la Vecchia Signora avesse perduto. Bisogna sottolineare, altresì,il comportamento irreprensibile nella forma e doveroso nella sostanza dello staff juventino al ritorno a Caselle, tutti scapparono in fretta dalle loro famiglie rifuggendo qualsiasi celebrazione. Segnalo sull'argomento l'ottimo libro di Nereo Ferlat 'L'ultima curva - la tragedia dello stadio Heysel' , (mentre trovo fazioso e pretestuoso Caremani) e riporto cosa scrisse Giglio Panza sul 'Tuttosport' del 5 giugno1985: 'Il giorno dopo che la squadra aveva adempiuto stoicamente al dovere che le era stato imposto, riuscendo anche a vincere, ecco scatenarsi la demagogia, l'orgia della retorica, la voglia di colpevolizzare tutto e tutti, perfino i giocatori juventini che erano andati a salutare i tifosi obbedendo a un sentimento di gratitudine...'. Io rammento bene il clima che si stava creando nei settori M/N/O, cioè la curva opposta a quella degli scontri, quando si sparse la voce - eravamo nel secondo tempo del match - che "c'era qualche morto". Ricordo l'appello del povero Gaetano Scirea ( ..."Stiamo giocando per voi") e di Phil Neal, che poi scrisse al capitano bianconero queste parole: "Caro Scirea, sono un calciatore professionista. Come te. Non sono un politico, o un diplomatico, o un uomo di legge. Non so scrivere quei discorsi pieni di delicate parole che esprimono il dolore ufficiale e la tristezza di una nazione e in questo caso di una organizzazione come il Liverpool Football Club. Sono soltanto un uomo comune. Posso assicurarti che ho pianto spesso da quando sono tornato da Bruxelles. Mia moglie e la mia famiglia possono dirti che persona triste e sconsolata sia diventato nell'ultima settimana. Ho persino pensato di ritirarmi dal calcio e di non avere più nulla a che fare con questo sport. Molti di noi lo hanno fatto. Mi sono troppo divertito in tanti anni di attività per poter stare a guardare il calcio inglese che finisce nella spazzatura. Ho lottato e cacciato e spinto e avuto da dire con Franco Causio nel nome della Coppa del Mondo. Gli ho stretto la mano, ci siamo abbracciati e scambiati le maglie. La sua l'ho portata ai miei amici italiani che vivono a Liverpool. Non sono più così sicuro che lo spirito col quale abbiamo giocato quella partita bellissima possa sopravvivere, resistere al comportamento di una minoranza di spostati che hanno distrutto la nostra grande notte allo stadio Heysel. Noi due eravamo nello stesso box, abbiamo usato lo stesso microfono per invocare la calma, per pregare che la nostra partita e il nostro calcio avessero un futuro. Oggi sono solo e chiedo a te e agli italiani di perdonare, di avere pazienza, mentre noi lavoriamo per salvare il nome del calcio, qui in Inghilterra." Nelle frasi del capitano "red" tutto il senso di colpa, di vergogna di una nazione, di un club, dei suoi tifosi. Prova a spiegare, oggi, che le bandiere della Juve, gli stemmi bianconeri cuciti sui giubbotti dei "koppities" non sono trofei di guerra, ma il segno di un particolarissimo "gemellaggio etico", se così possiamo chiamarlo. Come se volessero dirci: lo sappiamo, stiamo ancora espiando. Ricordo il pudore e l'imbarazzo del mio vicino di posto, nel mio "debutto" ad Anfield nel 2001, quando chiacchierando gli dissi che "I was there..." . Pochi, in Italia, capiscono. Gli hooligans. I teppisti. La feccia. I supporters britannici in generale, additati al pubblico ludibrio. Una alluvione di luoghi comuni superficiali e tonnellate di demagogia. La "giustizia" dell'UEFA. Una giustizia pusillanime, vigliacca. Con una lunghissima coda di paglia dimostrata persino 15 anni dopo, agli Europei del 2000, quando i parrucconi del Comitato Organizzatore osteggiarono qualsiasi commemorazione proposta dalla nazionale italiana davanti alla lapide nel nuovo stadio "Re Baldovino". Poi Antonio Conte e Paolo Maldini andarono ugualmente a deporre dei fiori. Juventus a porte chiuse i primi due turni europei dell'anno successivo. Perché? Me lo spieghino. E niente Supercoppa Europea con l'Everton per il bando ai club di Sua Maestà. La Juve poteva almeno giocare contro il Rapid Vienna, la finalista sconfitta. Niente. Mah. Prima fanno disputare finali europee con larghissimo seguito di pubblico in impianti ridicoli, fatiscenti, pericolosi, con otto poliziotti a cavallo: poi cercano di lavarsi la coscienza col pugno di ferro.....E nessuno di loro ha pagato, né pagherà. Vorrei qui trascrivere alcuni passaggi dell'editoriale di Italo Cucci, dal Guerin Sportivo del 5 giugno 1985.

"...Avere negato al calcio inglese il contatto con l'altra Europa è come aver assegnato a quei fanatici una medaglia. Semmai dovevano punire soltanto il Liverpool, oggettivamente responsabile dei suoi "animals"; il ritiro del "passaporto" all'Everton e agli altri club riporta indietro non solo tutta l'Europa calcistica ma anche quel grande paese sognato che doveva sorgere sull'abbattimento dei confini e dei nazionalismi (....) non per mero idealismo ma per amore di una sicura fratellanza fra i popoli. Le lacrime dei ragazzi di Fagan nella cattedrale di Liverpool sono vere come quelle che noi abbiamo versato per le vittime dell'Heysel. Mi sento anche di respingere il ruolo di giudice assegnatosi dall'UEFA. Se la mano omicida è stata quella degli "animals" di Liverpool, la mente idiota che ha favorito il massacro è senza dubbio quella dell'ente calcistico europeo affidatosi alla federazione belga senza pretendere il controllo della sua organizzazione, apparsa colpevole fin dalla lontana vigilia, quando ha saputo interpretare soltanto un ruolo burocratico, mancando d'intelligenza e di ogni forma di prudenza. Mentre il signor Millichip, presidente della federazione inglese, comunicava la dura decisione di ritirare le proprie squadre dalle competizioni europee, l'intero gruppo dirigente dell'UEFA doveva dimettersi, imitato dalle autorità calcistiche e dai responsabili dell'ordine pubblico del Belgio. Tutti costoro - ripeto - sono più colpevoli della strage di Bruxelles di quanto lo sia il calcio inglese. In Italia questo doveva essere preteso, dai governanti del calcio come da quelli del Palazzo; si è invece preferito moraleggiare sul piccolo e stupido trionfo improvvisato allo stadio dei giocatori della Juve, sicuramente stravolti dalla terribile vicenda di cui erano stati testimoni.(....) Piuttosto che rivolgersi ai veri colpevoli della strage pretendendo giustizia, si è preferito infierire su chi era andato a cogliere un trofeo nell'Heysel. Resti pure, quella Coppa dei Campioni, tra i trofei della Juventus: certo non le darà nuova gloria o felicità. Speriamo invece che le dia l'energia, la determinazione sportiva di riconquistarla fra un anno: solo una coppa così, più vera, potrà essere dedicata al piccolo Andrea Casula e agli altri trentuno italiani che non sono più tornati dallo stadio di Bruxelles e sono stati portati sul freddo marmo di un obitorio coperti di bandiere e di sciarpe bianconere."

Eppure, mi sembra che il 29 maggio 1985 sia passato invano. Nel 2005, quando giocammo ad Anfield, fummo accolti da una bellissima coreografia, ma gli ultras esportati per l'occasione si girarono di spalle col dito medio alzato. Non solo, ma all'aeroporto disdegnarono il saluto del sindaco e del console italiano a Liverpool, non capendo che un conto è il dolore, un conto è l'inciviltà. Italiani e inglesi non possono, non devono sentirsi nemici. Il popolo dei Reds, scontato l'embargo e le più pesanti condanne morali, è sempre lì, a sostenere i suoi undici campioni, a urlare "You'll never walk alone" dalla Kop. Invece noi abbiamo dato una brutta immagine quest'anno a Torino, e non abbiamo imparato dal passato come hanno fatto oltre la Manica. Dobbiamo ammettere che Capello e Ancelotti su questo aspetto hanno ragione.

29 maggio 2010

Fonte: www.ju29ro.com

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“ 29 maggio 1985”

di Riccardo Molesti

Ero là , ma questo niente aggiunge e niente toglie ai miei pensieri su quella tragica e folle serata. Arrivammo nella mattinata, con uno dei tanti torpedoni provenienti dall’Italia. Ci dirigemmo verso il centro di Bruxelles. Eravamo tanti bianconeri, pieni di entusiasmo, determinati a tornare a casa con la Coppa. Il ricordo della sconfitta bruciante di due anni prima ad Atene era ben impresso nelle nostre menti. Ma stavolta sarebbe stata nostra, saremo tornati in Italia con la coppa. Nella piazza del centro di Bruxelles trascorsi buona parte della mattinata, a scattare foto, ad intonare cori, con i miei amici e con altri bianconeri conosciuti sul momento. C’erano anche i tifosi inglesi. Proprio così. Con alcuni di loro scattammo delle foto, scambiammo anche le sciarpe. Da qualche parte in casa ancora credo di avere sia quelle foto che la sciarpa del Liverpool . C’erano tutte le condizioni per vivere una giornata emozionante, che sarebbe stata trionfale in caso di nostra vittoria. Nel primo pomeriggio ci trasferimmo allo stadio, ma durante il tragitto il nostro pullman  fu fatto oggetto di lanci di bottiglie di birra da parte degli hooligans. Alle 3 del pomeriggio erano già ubriachi fradici e scorrazzavano liberamente per le strade di Bruxelles. Non fu dato peso alla cosa, nemmeno da noi: il pullman sfrecciò via veloce e la cosa finì lì. L’ingresso allo stadio fu traumatico: una calca incredibile, poliziotti belgi che attraversarono la folla a cavallo, creando ancora più caos. Ma nessuno si lamentò: eravamo lì per la Juve e per la coppa. Qualche disagio era sopportabile. Quello che accadde dopo è ampiamente documentato da immagini e fotografie. Tragedia e follia. Tragedia per 39 persone innocenti. Follia tutto il resto. Follia giocare la partita, anche se comprendo e condivido i motivi di ordine pubblico. Follia nostra, che eravamo nella curva opposta a quella della tragedia, per nostra fortuna, pensare che fosse accaduto niente di grave. Qualche voce circolava all’interno dello stadio. “ ci sono dei feriti gravi”, “ci sono anche dei morti”. Non ci credemmo, non ci volemmo credere. Era assurdo solo pensarlo. E poi erano voci riportate dagli ultras della Juve, che scavalcando la rete di recinzione avevano percorso tutto il campo. Magari stavano cercando solo lo scontro fisico contro i tifosi del Liverpool. Anzi, che uscissero dal campo così che la partita potesse iniziare. Follia il rigore di Platini calciato proprio sotto la curva dove si era consumata la tragedia , follia l’esultanza dei giocatori. Mai dimenticare l’Heysel. Se è accaduto una volta potrebbe ancora accadere e troppe volte negli stadi italiani, qualche anno fa, sarebbe potuto accadere di nuovo. Mi spiacque immensamente nel 2005, quando dopo 20 anni Juve e Liverpool si affrontarono nuovamente, vedere alcuni nostri tifosi girare la testa in segno di diniego all’offerta di “pacificazione” proveniente dai tifosi del Liverpool. E sono convinto che nessuno di loro fosse presente, la notte della tragedia. Non fu follia non restituire la coppa; maledetta, insanguinata, da non celebrare, da non ricordare con gioia, ma da tenere, a testimonianza di un evento tragico della nostra storia ed anche per ricordare i 39. Anche loro erano a Bruxelles per vedere la Juve trionfare. Assurdo, anzi, ancora una volta folle, dopo 20 anni pensare che i tifosi di oggi del Liverpool siano in qualche misura responsabili degli accadimenti tragici. Senza dimenticare che anche buona parte dei tifosi inglesi presenti a Bruxelles il 29 maggio 1985 è da considerare incolpevole. Molti di loro, la maggioranza di loro, erano lì, come noi, per tifare la propria squadra del cuore. Con passione infinita, con infrangibile senso di appartenenza, ma con alcuna intenzione violenta. Quel ragazzo con cui scambiai la mia sciarpa era uno di questi….

 

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Il ricordo di chi era bambino

E' molto triste che a ricordarli spesso siamo solamente noi ultra trentacinquenni. Ma il silenzio dei media è assordante, come quello della società, che è sempre stata deficitaria. Mi auguro che nel nuovo stadio ci sia un posto riservato al loro ricordo: non bisogna mai dimenticare, mai. Invece, se chiedi ad un bimbo (anche juventino) cosa accadde in quella finale, la risposta è "Si vinse la prima Coppa Campioni". E' triste, vi giuro. Voglio raccontarvi come vissi quel giorno, avevo 10 anni. Ve lo racconto, perché, anche se non ci siamo mai visti di persona, vi considero amici. Amici di un sogno che fa fatica a tornare, ma che è sempre lì... a ricordarci che "la Juve siamo noi". Lo ricordo come fosse ieri: mi ero preparato per tutto il pomeriggio per vedere quella finale. Perché il mio papà (grande juventino, che ora magari potrà parlare direttamente con quegli angeli), mi aveva detto che "E' la finale giusta, la squadra è forte, c'è Platini, e poi c'è il bello di notte, che si esalta in queste sfide". E aveva amabilmente detto a mia madre (una volta tutti questi televisori, e soprattutto internet, non c'erano): "Cara, questa sera io e Silvio non vogliamo essere disturbati: si entra nella storia". E poi c'erano i miei zii che avevano, per "fortuna", trovato il biglietto... ed ogni volta che loro andavano allo stadio la Juve vinceva. Insomma, sensazioni positive. Ci mettiamo sul divano, luce soffusa, nulla si deve intromettere in quel rituale: noi e la Juve, come se potessimo anche noi dare un calcio a quel pallone, maledetto in Europa. Insomma, ci si collega... ma non vedo gioia nel mio papà, e quando io, bimbo, faccio un po' di casino, mi dice perentorio "Oh, si sta zitti: devo sentire". Mai avevo visto quell'espressione, eppure gioca la Juve: ci si dovrebbe divertire. Poi cominciano ad arrivare telefonate: "Gli zii stanno bene" sento dire, e non capisco. Vedo che la partita non inizia, ma non si inquadrano i giocatori, ricordo un tizio seminudo, e il silenzio tombale. Non ricordo le parole, ma il tono di Pizzul mi ha fatto paura. Poi inizia la partita: si segna ed esulto, solo io... poi guardo mio papà, che sta fermo come se non gli fregasse nulla, e alla mia domanda risponde: "Oggi la Juve non ha vinto: oggi è morto il calcio, sotto tutti i punti di vista". Ancora oggi ricordo quella sera, e anche se spero che nessun altro bimbo o persona adulta debba assistere a quel "The show must go on", mi fa male vedere che molti dimenticano, soprattutto chi sarebbe deputato a non farlo accadere.

Cabezon 

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25 anni fa l'Heysel 

di Paola Poppi

25 anni fa l’Heysel. C’ero anch’io. Non l’ho mai dimenticato. Non ho mai voluto dimenticare. Da 25 anni, ogni 29 Maggio, il pensiero torna lì e ogni 29 Maggio il pensiero tornerà lì, anno dopo anno. Ero nella curva opposta alla Z. Un caso. Per questo, come dico sempre, sono qui a raccontare. Ero partita da sola, in aereo, da Bologna nel tardo pomeriggio del 28. Non conoscevo nessuno. Sull’aereo ho conosciuto alcuni ragazzi, Roberto, Antonio, Gabriele, che subito mi hanno come “adottata”. Mi sono stati vicini. E’ stato importante. L’unico ricordo bello di quelle due giornate. Al nostro arrivo a Bruxelles non capiamo bene perché ci trasportino in un albergo sul Mare del Nord. Sembra una sistemazione rimediata sul momento. Pazienza, non è quello il motivo per cui siamo lì. E’ già tardi, ma i ragazzi vogliono cenare. Usciamo dall’albergo a gruppi. C’è chi prende il taxi e va ad Ostenda. Al rientro racconterà di una città sotto “coprifuoco”. Gli Hooligans sono lì da due giorni. Il taxista li lascerà a piedi poco prima dell’ingresso in città. Noi cerchiamo un ristorante vicino all’albergo. Il paese è deserto. Non c’è anima viva in giro. Ci siamo solo noi , un gruppo di juventini in cerca di un posto dove mangiare. Non ho dimenticato la porta chiusa a chiave del ristorante e il proprietario che in francese chiede se siamo Italiani o Inglesi. Quando rispondo che siamo Italiani, l’uomo apre la porta, poi la richiude in fretta alle nostre spalle. Non ho dimenticato gli hooligans ubriachi che alle 9 del mattino dopo cercavano un posto dove dormire. Stravolti, strafatti di birra. Saliamo sul pullman che ci porta a Bruxelles. Grande Place. Tifosi juventini e tifosi del Liverpool si scambiano le sciarpe. Cantano. E bevono birra, troppa birra. Il clima è disteso, quasi festoso. Noi quattro ci teniamo “alla larga”, non si sa mai. Pranziamo in un ristorante greco, poi di nuovo sul pullman, verso lo stadio. Sorpresa. Brutta sorpresa: non è uno stadio da capitale europea. Speriamo bene! Scendiamo dal pullman. Quanta gente! Passano alcuni Inglesi con casse di birra. Un addetto ci indica il nostro settore. Ci mettiamo in fila. Siamo in dieci, io e nove ragazzi. Mi fanno come da scudo, perché capiamo subito che c’è troppa gente e cerchiamo di non separarci. … Uno, due tre, quattro, cinque secondi e spariscono tutti. I miei piedi sono sollevati da terra. Roberto mi tiene stretta per un braccio e restiamo insieme solo noi due. Il tempo passa e non si va avanti. C’è movimento. La folla ondeggia. Si apre una specie di corridoio, ma si riempie subito. Capiamo perché: poliziotti a cavallo. Non ho dimenticato il cavallo a pochi centimetri da me e il poliziotto che smistava i tifosi sempre seduto sul suo cavallo. Son tutti matti! Si può andare tra la folla con i cavalli? Confido nell’intelligenza dell’animale, non in quella di chi ha dato quelle disposizioni. Sto ferma, immobile e tengo d’occhio il cavallo. E’ passata un’ora e mezza. Siamo bloccati. Alle 7, finalmente, siamo davanti alla porta d’ingresso, sembra quella di un pollaio. Apro la borsa per il controllo, ma l’addetto mi fa segno di andare avanti. Nessun controllo a nessuno. “Il peggio è passato” – penso. Ora siamo dentro. C’è il sole. Gradinate in terra battuta. Non è uno stadio da capitale europea. … Uno, due, tre piccoli razzi volano da una parte all’altra nelle curva opposta, poi … il finimondo. Campo da gioco pieno di gente, poliziotti a cavallo che respingono gli “invasori”, tentativo di “spedizione punitiva”, per fortuna fallito, di un gruppo di juventini scalmanati. Sembro dentro a un film. Non ho dimenticato il ragazzo toscano, scappato in tempo dalla curva Z e finito in mezzo a noi che sconvolto diceva : – Vogliono ammazzarci tutti! Non ho dimenticato quel gruppo di ragazzi che voleva uscire dallo stadio, ma che è stato costretto a tornare indietro, perché le porte erano chiuse. Chiusi dentro, come in trappola. E adesso? Cosa facciamo? Stiamo lì. Aspettiamo. Pensiamo sia successo qualcosa di grave, ma non possiamo immaginare una tale tragedia. Chissà a casa, mia madre e le mie sorelle che non volevano che io partissi, mio padre che non è venuto con me, come a Basilea l’anno prima, per paura dell’aereo. Non c’erano mica i telefonini per dire che stavamo bene! Non ho dimenticato i poliziotti in tenuta anti-sommossa arrivati con grave ritardo che hanno circondato il campo da gioco. Non ho dimenticato la voce di Scirea che invitava alla calma. Povero caro Scirea. E’ tardi. Si gioca ? Giocano. La partita. Il giro di campo con la coppa. Tutto per l’ordine pubblico. Tutto per evitare una tragedia più grande. Alla fine lo stadio si svuota. Non ci sono più hooligans sugli spalti. Usciamo : non c’è un poliziotto in giro. Raggiungiamo il pullman che ci deve riportare all’aeroporto e lì sappiamo cosa è successo. 39 morti! Non si può! Non si può morire per una partita di calcio! Non si può morire così! Non ho dimenticato niente di quel 29 Maggio. E non ho dimenticato le immagini viste il giorno dopo alla TV. Ho sempre pensato e lo penso anche oggi che se non si fosse giocata la partita nessuno sarebbe uscito vivo da quello stadio, ma ho anche sempre pensato che la Juventus dovesse rinunciare alla coppa. Fa ancora in tempo. “Quando cade l’acrobata, entrano i clown” ha detto Michel Platini allora, scrive oggi Walter Veltroni. E’ un bel libro. Dipinge in modo autentico e commosso quel giorno. Leggerlo aiuta a ricordare le persone morte all’Heysel. Leggerlo aiuta a non dimenticare. Un abbraccio ai loro famigliari.  

 

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“Heysel: dove può arrivare la bestialità

e l'irresponsabilità degli uomini”

di  Alessandro Del Piero

E’ una di quelle partite di cui parlano tutti, in Veneto poi…  E’ pieno di juventini come noi. Eppure Juventus-Liverpool, finale di Coppa dei Campioni 1984/85 dallo stadio Heysel di Bruxelles, la vediamo a con un tifoso dell’Inter: è un collega, caro amico di mio papà, che ci aveva invitato a cena. Una bella occasione per stare insieme e per fare festa, a casa di un amico e non certo di un “avversario”… Tutto il bello del calcio e della passione per una squadra, per me, sta tutta in quell’attesa. Tutto il brutto, quanto di più drammatico si possa immaginare, sta tutto in quello che è accaduto dopo. Ricordo una cena consumata in pochi minuti per correre a giocare con il figlio degli amici dei miei, prima del calcio d’inizio. Ricordo una partita che non comincia mai, mentre “i grandi” sono a tavola, con gli occhi fissi alla televisione, la voce per me lontana di Bruno Pizzul che rivela a milioni di spettatori quello che sta accadendo. Io sono di là a giocare. Solo più tardi mi spiegheranno, comincerò a capire dove può arrivare la follia, la bestialità, ma anche l’irresponsabilità degli uomini. Torniamo a casa tra il primo e il secondo tempo. La partita era iniziata, poco contava ormai. Ma quale partita. Vinciamo la Coppa, sì. Ma all’Heysel sono morte 39 persone, di cui 32 italiani, juventini che volevano festeggiare, come me e la mia famiglia. Come noi, potevamo esserci noi. Adesso sono il capitano della Juventus. Sono passati venticinque anni, da diciassette sono dall’altra parte, non più tifoso ma protagonista. Oggi ricorderemo le vittime di quella tragedia. Lo farò non soltanto da giocatore della Juventus, ma da tifoso, da bambino di undici anni che sognava di giocarla, quella finale. Non la dobbiamo mai dimenticare. E in particolar modo noi che abbiamo la fortuna di indossare questa maglia per un minuto come per una carriera dobbiamo rivolgere un pensiero a quella partita mai iniziata e a chi per quella partita, per quella passione, per la Juventus, ha perso la vita.

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Il racconto di chi c'era a 25 anni dalla strage

"La mia notte senza Coppa all'Heysel"

di Gino Franchetti

Una prima volta c'è per tutti, ma non sempre fa bene ricordarla. A Bruxelles, stadio Heysel, quella sera del 29 maggio 1985 io c'ero. C'ero e ho visto tutto, al di là di quel gol su rigore di Michel Platini, decisivo per l'assegnazione della Coppa alla Juve, che pure non avrebbe potuto in futuro ricordare quello come un giorno glorioso. Tutto o quasi ho visto. Perché il mio "esserci" è partito in ritardo, impegnato com'ero a litigare, spalle al campo, con i responsabili dei collegamenti telefonici che non avevano fatto trovare a noi del "Giorno" il richiesto telefono al posto stampa in tribuna. Quando mi sono accorto che qualcosa di strano accadeva nel settore di curva alla sinistra della nostra postazione probabilmente da casa mia avevano già chiamato con preoccupazione comprensibile la redazione del giornale, perché il dramma che si stava consumando, visto in Tv, doveva essere se possibile persino amplificato. "Guarda lì che cosa succede!", bofonchiò Gianmaria Gazzaniga al mio ritorno al posto, senza nemmeno chiedermi che risultato avessi ottenuto con quelli dei telefoni. Lì dove? Sentivo urlare, ma non capivo, lo stadio era una bolgia infernale. La prima immagine che mi colpì fu nella curva alla mia destra, dov'erano raggruppati i tifosi della Juve. La curva era evidentemente in tumulto. Ne partivano lanci di oggetti verso il campo; qualcuno tentava, respinto dai pochi agenti incaricati di mantenere l'ordine attorno al rettangolo di gioco, di scavalcare le transenne e buttarsi dentro. "Siamo alle solite - mi scappò detto -. Che cosa vogliono fare quei deficienti?". "Di là - disse una voce -, è di là che tentano di andare". Fu allora che mi accorsi di quel che stava accadendo. Si vedeva gente che premeva contro le reti di protezione e la polizia belga che usava il manganello. Qualcuno si aggrappava a improbabili appigli, poi si lasciava cadere oltre, sul corridoio in pietra o sul prato vicino alla bandierina del calcio d'angolo. Ma sul prato, ecco, c'era gente distesa. Il servizio d'ordine si preoccupava di liberare il campo, ma non era possibile: la piccola fiumana pareva ingrossarsi sempre più e gli hooligans inglesi bersagliavano senza sosta (cos'erano? pezzi di ferro?) il settore a rischio accanto alla loro curva, dove molti italiani che non avevano fatto ricorso alla prevendita degli Juve Club avevano trovato posto. "Non ha retto - si sentì urlare -, è crollato il muro!". Allora sì il disastro divenne visibile. C'erano corpi distesi sul prato e non si muovevano più. C'era gente che si muoveva da uno all'altro, altri invitavano gli agenti a intervenire e indicavano la follia inglese che non aveva fine, la fuga disperata di inermi pacifici tifosi alle prese con energumeni seminudi armati di spranghe di ferro: sospinti nel vuoto, gli italiani cadevano gli uni sugli altri. "Vado giù", dissi, mentre le barelle cominciavano a portar fuori corpi inanimati e la polizia intimava bruscamente di liberare il terreno di gioco a tutti coloro che si reggevano in piedi. Udivo voci scandalizzate mentre l'altoparlante invitava il pubblico a mantenere la calma: "Ma che cosa fanno? Vogliono che si giochi?". Mentre si dava inizio alla partita (era la scelta migliore, sosteneva qualcuno, per evitare che il vecchio Heysel diventasse un campo di battaglia), io scoprivo tutt'altro spettacolo nello spiazzo davanti al settore tribune. Erano arrivate alcune ambulanze e altre ne erano state richieste, ma la capitale del Belgio appariva incapace di reggere alle proporzioni della tragedia che nessuno aveva saputo prevedere. Con l'esperienza di quel giorno e di tutti i problemi che sarebbero stati creati in seguito attorno al calcio da masse di scriteriati e violenti pseudo tifosi, qualcuno certo avrebbe stabilito che in quello stadio, glorioso ma trascurato e non adeguato a ospitare in sicurezza una finale europea, non si poteva giocare. Ma allora l'organizzazione calcistica era ancora fin troppo ingenua a fiduciosa. Chi mai avrebbe pensato di dover approntare un piano di soccorso per qualcosa come seicento feriti? Perché erano quelle, si sarebbe appreso poi, le proporzioni del dramma. Avevano montato delle tende per tenervi riparati i feriti più gravi. Lungo il muro dello stadio erano allineati una trentina di corpi, ricoperti alla meglio. Erano morti! Ma quante vittime senza più speranza aveva dunque provocato quella follia ? Nessuno sapeva dirlo. Non certo gli spettri che si aggiravano lì attorno, ognuno raccontando il proprio pezzetto di storia tragica. Di come i tifosi italiani fossero stati accolti allo stadio come potenziali delinquenti dalla polizia a cavallo belga, fin troppo amichevole nei confronti dei tifosi del Liverpool. Di come gli inglesi, ubriachi, avessero cominciato una volta assiepati nel loro settore (ne erano entrati, probabilmente, più di quanti fossero in possesso di regolare biglietto) a lanciare lattine piene di birra, poi pezzetti di cemento strappati alla carne di quello stadio in decadenza, poi proiettili di ferro. Di come avessero poi sfondato le transenne e divelto le sbarre di ferro da usare come armi. Di come qualcuno avesse impugnato il coltello nel gettarsi contro quella piccola folla tranquilla di famiglie e tifosi anche occasionali: uno juventino grande e grosso aveva sparato un pugno in pieno viso al capo dei facinorosi armati, bloccando lo slancio di coloro che lo seguivano e mettendo in salvo se stesso e altri vicini a lui. Di come avessero visto entrare allo stadio eccitata e sorridente una bella ragazza dai pantaloni verdi (forse Giuseppina Conti, 17 anni) e l'avessero poi riconosciuta fra i corpi distesi e semicoperti, proprio per il colore di quei pantaloni. L'avrebbero messa nel titolo di uno dei miei articoli da Bruxelles la "ragazza dai pantaloni verdi". E il mio orrore sarebbe continuato il giorno dopo, con i racconti dei feriti e dei familiari dei morti (39 il bilancio finale) trovati negli ospedali della città, essa pure sotto choc, tanto che, in cerca degli italiani ancora in vita e pur tuttavia gravemente colpiti, sarei addirittura entrato, senza incontrare i dovuti sbarramenti cautelari, fra i corpi nudi di uomini e donne in una sala di rianimazione. Ma intanto quella sera maledetta, mentre dettavo la mia cronaca mesta, avevo potuto vedere Michel Platini, un grande in assoluto, andare al gol su rigore per un fallo su Boniek commesso fuori area. Con quel gol la Juve aveva vinto la sua prima Coppa Campioni. Ma aveva vinto?

(Gino Franchetti, nato a Milano il 7 marzo 1943, è un giornalista sportivo. Ha lavorato, oltre che per "Il Giorno", al "Corriere dello Sport-Stadio" e alla"Gazzetta dello Sport", dov'è stato caporedattore. Ha seguito da inviato finali di Coppa e Mondiali. Dal 1995 al 1999 è stato responsabile delle relazioni esterne e delle attività editoriali dell'Inter)

28 maggio 20100 

Fonte : www.sportmediaset.mediaset.it  

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 Una bottiglia frantumata e tanto sangue: la strage iniziò così

di Claudio Pozzi

Il racconto di Claudio Pozzi che si trovava nel settore Z dello stadio Heysel, quello travolto dall'ondata di hooligans che lasciò a terra 39 morti, nella tragica finale di Coppa Campioni 1985

Quel 29 maggio del 1985 avevo 30 anni e da 25 anni le immagini che ho visto sono impresse indelebilmente nella mia memoria. Eravamo partiti con un pullman da Busto Arsizio con il Club Amici della Juve; in realtà avevamo perso le speranze qualche giorno prima quando ci dissero che i biglietti erano finiti, ma poi si liberarono alcuni posti nel maledetto settore Z e riuscimmo a partire. Dopo 15 ore di viaggio arrivammo nei pressi dello stadio attorno alle 16 e la prima cosa che notai erano gruppi di inglesi sdraiati nei prati attorno allo stadio già ubriachi. L'emozione per la partita, però, non ci fece soffermare troppo su quelle immagini: volevamo vedere la nostra Juve alzare la coppa e nulla più. L'umore era alle stelle, la giornata bella e noi juventini eravamo in tantissimi. Quando ci avvicinammo allo stadio ricordo che la struttura dell'Heysel mi impressionò per quanto appariva vecchia e poco adatta ad una finale di Coppa dei Campioni. Si entrava da grandi portoni che immettevano alle scale, una volta percorse le quali si sbucava nella parte più alta dell'anello; da lì si doveva ridiscendere i gradoni per arrivare al proprio posto. Ero accompagnato da quattro amici e insieme ci siamo messi uno accanto all'altro: erano le 18 circa. Quella è l'ultima immagine normale che ho nella memoria, tutto il resto non aveva più niente a che fare con una partita di calcio. Attorno alle 19 lo stadio cominciò a riempirsi e dal nostro settore vedevamo i settori dedicati ai tifosi del Liverpool pieni di hooligans scatenati che avevano cominciato a lanciare cori e slogan contro gli italiani. Notai subito che la rete che divideva i settori X e Y, dedicati agli inglesi, era del tutto inadeguata a contenere una delle tifoserie più agitate del mondo. Poi c'era un cordone di agenti più simili a vigili urbani che ai nostri poliziotti in tenuta anti-sommossa e infine noi del settore Z, la parte estrema della curva. Alla nostra destra c'era un muro - quello che poi crollò - che ci divideva dallo spazio vuoto prima della tribuna. (Nella foto la prima pagina della Gazzetta del 30 maggio: il numero di morti segnalato è superiore a quelli che ci furono, ovvero 39) I primi lanci di bottiglie cominciarono a metterci sul "chi va là": eravamo a circa 50 metri in linea d'aria e la maggior parte degli oggetti si fermava prima di noi, ma realizzai che il peggio stava per arrivare quando una di queste bottiglie si frantumò sulla faccia di un tifoso alle nostre spalle. Sentimmo il suo urlo di dolore, ci voltammo e il sangue gli aveva già ricoperto il viso. La folla cominciò a spingere in quel momento. I tifosi inglesi saltarono la rete, superarono senza tanti problemi il cordone di polizia, invasero il settore Z e solo pochi tifosi juventini affrontarono questa orda barbara. La maggior parte, migliaia di persone, cominciò ad indietreggiare verso di noi e la pressione si faceva sempre più forte. In un batter d'occhio persi tre del mio gruppetto e rimasi solo con un altro ragazzo. Ci ritrovammo a ridosso di quel maledetto muro e con grande fatica riuscii a salirci sopra e a saltare giù, sotto di me c'erano 4-5 metri di vuoto. Non so nemmeno se la decisione di saltare la presi io o se fu la spinta di quella moltitudine di persone a farmi volare in basso. Anche il mio amico saltò ma si fece male ad un piede; nulla di grave per fortuna rispetto a quello che capitò a centinaia di altri tifosi. Poco dopo eravamo fuori dallo stadio e non avevamo ancora realizzato cosa fosse successo. Sentivamo urlare, erano grida di sofferenza, lamenti terribili. Ci allontanammo di qualche metro per cercare di capire cosa stesse succedendo e soprattutto cercavamo gli altri tre amici che avevamo perso nella calca. Dopo un po' cominciarono a uscire i primi feriti, sdraiati su transenne adibite a barelle o sui cartelloni pubblicitari usati allo stesso modo. Mi misi le mani nei capelli: prima uno, poi due, tre, quattro persone. Il viavai non finiva più. Sempre più preoccupati per i nostri amici rientrammo nello stadio perchè era chiaro che le regole erano saltate, infatti nessuno ci controllò all'ingresso. Avevamo saputo che all'altoparlante annunciavano i nomi delle persone che si erano perse e così riuscimmo a far annunciare quelli dei nostri amici. Li ritrovammo nei pressi del nostro pullman e ci dissero che avevano camminato sui corpi di altre persone; in quel momento si fermò un'auto scura dalla quale l'uomo al volante ci chiese cosa stesse succedendo, dentro quell'auto scorgemmo la figura dell'avvocato Gianni Agnelli: «Vediamo uscire continuamente feriti – dissi all'autista – ci sono stati scontri con i tifosi inglesi». L'auto partì e sparì dietro lo stadio. Avevo perso le scarpe, me ne resi conto solo in quel momento. Rientrammo una terza volta nello stadio, sempre senza essere controllati e guardammo il secondo tempo di quella partita. Solo alla fine del match la percezione di quello che era successo si fece concreta e violenta: pensavamo ci fossero stati solo feriti ma dalla televisione dell'autista del pullman apprendemmo che c'erano state decine di morti. Il viaggio di ritorno fu silenzioso. Quella sera avevamo vinto la coppa ma avevamo perso molto di più: il senso di quello che avevamo fatto era sparito, non sapevamo come reagire di fronte ad una simile tragedia. Tornato a casa, a Oggiona Santo Stefano, tutti mi chiedevano di cosa avevo visto e per mesi quelle immagini mi perseguitarono; ancora oggi provo un profondo senso di smarrimento davanti ad una simile tragedia che non aveva senso allora quanto oggi, 25 anni dopo.

28 maggio 2010

Fonte : varesenews.it

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"L'Heysel alla Tv"

di Giuseppe Barreca

Questa è la storia di un bambino. Undici anni e una incontrollabile passione per il calcio e per la Juventus. Una passione smodata che non lo fa pranzare o cenare quando c’è una partita; che rende le sue domeniche spesso cariche d’ansia, d’attesa e poi di una gioia irrefrenabile o di un’enorme tristezza. Un bambino un po’ eccessivo. Per questo il papà spesso cerca di distrarlo, di fargli amare altre cose; ma non ci prova più di tanto, perché è un bambino bravo a scuola. Dunque il papà gli permette di lasciarsi andare mentre guarda in TV o ascolta alla radio le partite della Juventus. E poi questa sera nulla può distogliere il bimbo dalla televisione; il papà lo sa e non dice nulla. Anche a lui piace il calcio. Il bimbo quella sera mangia poco, è molto eccitato: è appena tornato da una gita con la scuola sul fiume Po e non sta più nella pelle, in attesa dell’inizio della partita. È la finale della Coppa dei Campioni, l’unica coppa europea che la Juve non ha ancora vinto, la coppa più prestigiosa, che la squadra insegue da anni, dopo aver perduto ben due finali: con l’Ajax nel 1973 e con l’Amburgo nel 1983. Il bimbo è impaziente di vedere i suoi eroi, con la maglia a strisce bianco-nere, scendere in campo. Perché questa volta è sicuro che vincerà la Juve: quella coppa non può sempre essere stregata. Anche se l’avversario, il Liverpool, è uno squadrone, composto da giocatori fortissimi, esperti. Ma forse un po’ decadenti. Per questo il bimbo, che ha seguito tutta la cavalcata della Juve quell’anno, è fiducioso. A cena il bimbo mangia poco, ha lo stomaco chiuso per l’agitazione. La gita sul fiume Po è già dimenticata, perché ora c’è solo la Juve. La gita è stata bella, con i compagni di scuola non si è parlato d’altro che di calcio, la “Gazzetta” è stata la compagna fedele del giorno. Il bimbo non si ricorda quali luoghi ha visitato, né dove ha pranzato. Ha in testa solo la Juve, stasera, il divertimento, il pallone, l’emozione, il cuore che batte in attesa della partita. Manca poco alla partita, sono quasi le sette e mezza. Il bimbo è impaziente. La Tv trasmette in diretta dallo stadio di Bruxelles, lo stadio Heysel. È il 29 maggio 1985. Il bimbo è seduto sul divano vicino al papà, ma capisce subito che c’è qualcosa che non va. Perché il papà fa commenti strani, quasi preoccupati, mentre guarda le immagini. Pure lui ama il calcio, ma non è juventino, è milanista. Però non commenta la partita, che non è ancora cominciata; dice che sta succedendo qualcosa, qualcosa di brutto. Il bimbo guarda e non capisce, i suoi occhi non sanno ancora distinguere bene il “brutto”, soprattutto quando si tratta di una partita di pallone, cioè di qualcosa che per lui è il massimo della bellezza, del divertimento. Eppure in quello stadio belga qualcosa di brutto dev’essere successo davvero. Il telecronista, Pizzul, non racconta la partita (che dovrebbe essere già cominciata), ma parla di incidenti; le immagini della Tv riprendono una curva piena di bandiere bianco-nere. Ma non sventolano affatto; il bimbo vede che i tifosi della Juve corrono, scappano, sembrano delle formiche che fuggono davanti a un gigante. Alcuni scappano verso il campo di gioco, ma ci sono poliziotti a cavallo che li bloccano, li manganellano; altri corrono verso altri tifosi, che però hanno le bandiere rosse, sono quelli del Liverpool: e si picchiano, tanto. Il bimbo non capisce, il papà dice: “che deficienti, che animali, cosa fanno? Chi li ha fatti incontrare?”. I tifosi delle squadre avversarie non dovrebbero stare lontani in una partita così? Il bimbo ha letto sulla Gazzetta che tra i tifosi inglesi ce ne sono alcuni molto cattivi, tremendi, chiamati “hooligan”; non sa cosa significa questa parola, però, ora che li vede in azione, capisce che sono tifosi molto bravi a menare le mani, a inseguire i tifosi avversari, a farli scappare. Ma anche gli juventini si danno da fare, sembrano cattivi anche loro. Poi il telecronista dice che la partita non può iniziare: forse è rinviata, forse sospesa perché ci sono tanti feriti, qualcuno anche grave. Feriti gravi? Allo stadio? Il bimbo non ci crede. A un certo punto squilla il telefono: sono i nonni dalla Calabria che hanno visto le immagini e chiedono se il bimbo è lì a casa o se magari è andato a Bruxelles a vedere la partita. I nonni! Che esagerati! Il papà li tranquillizza. Mentre il bimbo sorride sentendo la telefonata, vede in Tv i giocatori della Juve in campo. Ma non sono lì per giocare: hanno la tuta addosso e parlano con i tifosi. Il bimbo riconosce Platini, Tacconi, Bonini, Scirea: tanti tifosi stanno attorno a loro, li abbracciano, li salutano, ma c’è anche qualcuno che piange, che quasi li prega… Ma non si gioca allora? Sono le otto e mezzo ormai. Nessuno dice nulla in Tv. Poi, più tardi, il bimbo vede che ci sono tifosi con le bandiere e le sciarpe della Juve che sembrano accatastati l’uno sopra l’altro. Il papà, che è tornato sul divano, è sconvolto, dice che sono aggrappati a un palo di ferro, che saranno centinaia, che presto il muretto che confina con quel palo crollerà. Molti tifosi sono scappati verso quel muro per sfuggire ai tifosi del Liverpool: ma ora sono tutti ammassati, schiacciati. In Tv si vedono alcune facce: c’è chi ha i baffi, chi gli occhiali, i visi sono sconvolti. Si vede un uomo con una giacca blu sospeso nel vuoto: ha le gambe in mezzo alla folla, il corpo sul vuoto, ed è aggrappato disperatamente al palo di ferro… poi succede che tutti vengono giù, non si capisce bene, il telecronista dice che deve essere crollato il muretto. Si vedono tifosi cadere, altri tifosi correre sopra di loro, scappare, calpestare i corpi, i maglioni, i pantaloni degli altri e fuggire, liberi finalmente, verso il campo, verso la pista d’atletica. Il bimbo si stringe al papà, ha una strana paura. L’emozione per la finale di Coppa dei Campioni è svanita. Ha visto quelle facce, quelle persone schiacciate contro quel muro, poi le ha viste cadere tutte insieme, a centinaia una sopra l’altra. Forse si sono salvate, si sono tolte dalla calca. Non si sa, perché il telecronista non dice nulla, le immagini della Tv inquadrano diversi settori dello stadio. Sono ormai quasi le nove. La Tv continua a dire che ci sono feriti gravi, forse “molto” gravi. Intanto il bimbo vede che ci sono poliziotti a cavallo davanti alla curva degli juventini, quella che è crollata. E poi vede tante ambulanze andare e venire, sembra una “guerra”, dice il papà. Poi la notizia attesa: la partita si giocherà, l’Uefa, che organizza la finale, dice che se non si gioca succede il finimondo. E il bimbo ha di nuovo un sussulto d’emozione, perché ora la Juve scende in campo e bisogna tifare, vincere quella coppa. Però non è contento come altre volte, quando vedeva le partite… Alle 21.15 comincia la partita, con un’ora abbondante di ritardo. Il bimbo vede i suoi eroi, recita a memoria la formazione della sua squadra, di quella fortissima Juventus piena di italiani campioni del mondo e di quel poeta del pallone di nome Platini. Il bimbo non pensa ad altro, se non alla partita. Il cuore batte forte. Ma il telecronista non alza la voce quando c’è un’azione pericolosa, né sembra raccontare una partita; il tono della sua voce è monocorde, mesto. Spesso non parla della partita, ma delle notizie che arrivano dallo stadio, dagli ospedali di Bruxelles. Dice che fuori dallo stadio sono state montate alcune tende dove sono curati i feriti più gravi. Poi dice che sente continuamente sirene di ambulanze. Poi dice che forse c’è stato un morto tra i tifosi italiani; il bimbo non ci crede, il papà è sconvolto, nemmeno lui ci crede. Ma perché il papà è così sconvolto? Non conosciamo nessuno che è andato a Bruxelles. Il bimbo non capisce bene…Il primo tempo scivola via, zero a zero. Ma il Liverpool è forte, il bimbo freme, ha paura, perché la Juventus soffre, ha rischiato di prendere più volte il gol, non ha attaccato molto. Ci manca pure di perdere anche questa finale! Inizia il secondo tempo e la Juve sembra più intraprendente. Finalmente i suoi campioni si sono svegliati e Platini comincia a pennellare poesia con i piedi. La partita è combattuta, coinvolgente, ma il telecronista non sembra accorgersene: dice che forse c’è più di un morto, che le autorità belghe non diffondono notizie attendibili, che certe cose non possono succedere in uno stadio. Il bimbo non ascolta più: vede un pallone lanciato da Platini, vede Boniek che corre verso la porta del Liverpool, da solo. Poi però cade: l’arbitro fischia il rigore, non si capisce bene perché, Boniek era fuori area. Ma è rigore. Platini segna, esulta, il bimbo è felice, corre per il salotto di casa pieno di gioia. La partita riprende e quelli del Liverpool sembrano indemoniati: attaccano con forza, vogliono pareggiare, Tacconi para tutto, è il migliore in campo. Alla fine la Juve vince, la Coppa dei Campioni prende la strada di Torino. Il bimbo ha seguito con il cuore in gola il secondo tempo e al fischio finale può liberare la sua gioia. Non sta più nella pelle. Il papà invece ha la faccia triste, ma non dice nulla al bimbo, lo lascia sfogare. Forse, quando sarà più grande, capirà, e lui gli spiegherà la tragedia che si è consumata allo stadio Heysel di Bruxelles il 29 maggio 1985. Ma stasera il papà vuole fare sognare suo figlio ancora un po’. Fra qualche tempo gli parlerà dei 39 morti di quella sera.

venerdì 28 maggio 2010

Fonte: poesiaescrittura.blogspot.com

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7/06/2010 - Il triste ricordo dell'Heysel

di Andrea Leonetti

In questi giorni tante sono state le manifestazioni in ricordo delle vittime dell'heysel. Dalla marcia di Torino, che ha visto sfilare al fianco dei gruppi organizzati migliaia e migliaia di tifosi, al ricordo organizzato davanti all'ex settore Z dal gruppo Bruxelles Bianconera, dal torneo di calcio organizzato dai ragazzi dello Juventus Club Meda sino alla partita della nazionale contro il Messico. Ma anche noi a 25 anni dalla terribile tragedia che vide perdere la vita a 39 tifosi bianconeri, vogliamo attraverso un racconto del nostro socio Andrea Leonetti, ricordare quella terribile esperienza vissuta dal vivo da lui con altri 3 soci del ns. club, tra i quali anche Francesco Nicolamarino. Nella vita di ognuno, vi sono date particolari che suscitano particolari ricordi o emozioni. Nella mia vita mai potrò dimenticarne fra tante altre una: 29 maggio 1985. A distanza di 25 anni, oggi, mi viene chiesto di rievocare gli avvenimenti che sono legati a quel giorno che tutto il mondo ricorda come il giorno della strage dell'Heysel. Ci provo, pur nella consapevolezza che vivere quella situazione è ben altra cosa che raccontarla e che pertanto tanti particolari, tante sensazioni, tante emozioni e tanta paura non potranno mai essere descritti. Inquadriamo innanzi tutto il periodo storico. La Juventus, la nostra Juventus, vinceva in Italia con estrema facilità, sotto la sapiente guida del presidentissimo Boniperti, con Blanc ha in comune solo l'iniziale del cognome e forse qualcosina del nome - (otto scudetti vinti negli ultimi tredici campionati), ma faticava a raggiungere l'ambita e agognata COPPA dei CAMPIONI. In quegli anni la competizione si disputava in partite secche di andata e ritorno sin dai turni iniziali e la competizione era riservata ai soli vincitori del campionato nazionale di provenienza. In molte occasioni, la Juventus ha sfiorato il traguardo, una volta mancandolo in maniera quasi scontata, battuta in finale dall'Ajax a Belgrado (0-1) e un'altra volta, sempre con il medesimo risultato due anni prima di quel 29 maggio 1985 ad Atene, battuta in maniera sorprendente dall'Amburgo, squadra nettamente inferiore a quella Juve stellare che giocava con campioni del calibro di Zoff, Scirea, Platini, Boniek, Tardelli, Bettega, Paolo Rossi, Gentile e Cabrini. Quell'anno (1985) con una squadra senz'altro meno forte (alcuni giocatori erano ormai al crepuscolo, altri non c'erano più e furono sostituiti dai vari Favero, Prandelli e Briaschi) avevamo nuovamente raggiunto il traguardo della finale. Nel gennaio dello stesso anno, affrontiamo e battiamo in gara unica, a Torino, il Liverpool aggiudicandoci la Supercoppa europea (presenti anche in quella gara con tantissima neve, spalata tra gli altri, proprio da alcuni ragazzi del ns. club di Andria). Quella vittoria ci fece ritenere che fosse assolutamente possibile battere nuovamente in finale il Liverpool. Arriviamo alla finale dopo aver eliminato il Tampere, il Grasshoppers, lo Sparta Praga e il Bordeaux. Allora la sede della finale veniva stabilita solo un paio di mesi prima. Il raggiungimento della finale fa scattare l'immediata caccia al biglietto per la partita di Bruxelles, stadio Heysel. Da qualche anno, sempre con Francesco Nicolamarino presidente, avevamo aperto lo Juventus Club Andria, con difficoltà enormi dovute oltre che al mantenimento della sede, anche al fatto di avere difficoltà a mantenere una normale vita associativa, che in assenza delle televisioni attuali (Sky, Mediaset ecc.), si concentrava solo sull'organizzazione di trasferte di particolare interesse o richiamo o per la loro vicinanza (Bari, Lecce, Napoli Avellino, Ascoli). Naturalmente, il nostro club, giovane e senza agganci importanti non riuscì ad accaparrarsi alcun biglietto per la partita di finale. Coinvolgendo decine e decine di persone, più o meno importanti, avevamo aperto tanti canali nella speranza che qualcuno di questi ci rispondesse in maniera positiva e ci procurasse i tanto ambiti tagliandi, senza badare al prezzo degli stessi. Tramite un'agenzia di viaggi milanese, che gestiva il pacchetto biglietto-viaggio per la partita riuscimmo ad accaparraci al costo dell'intero pacchetto, con un ulteriore sovrapprezzo, nr. 4 biglietti di curva. Era fatta! Si partiva. In quattro, come i biglietti: Francesco Nicolamarino, Sabino Chieppa, Sabino Troia e il sottoscritto Andrea Leonetti. La macchina, una FIAT RITMO (una Signora macchina dell'epoca), ci fu prestata da un altro tifoso juventino, amico di Sabino Chieppa. Programma di viaggio: partenza la sera del 27 maggio, lunedì. Arrivo a Milano e ritiro dei biglietti nella mattinata di martedì, con proseguimento del viaggio fino a Bruxelles. Cena e pernotto nella capitale belga fino alla partita. Dopo la gara, avevamo previsto di trasferirci a Lille (un centinaio di chilometri) dove miei parenti ci avrebbero ospitato per la notte, per poi ritornare da trionfatori in patria. Il giorno prima della partenza, avviene forse qualcosa che ci salva la vita!. Tramite un rappresentante dell'allora Ariston (sponsor della Juventus) che avevamo tempo prima contattato abbiamo la disponibilità di 4 biglietti (di nuovo 4, sembra incredibile!) di tribuna. Acquistai, pagandoli profumatamente anche questi 4 biglietti e partimmo con la convinzione di rivenderli per poterci pagare anche le spese del viaggio (al mercato nero i biglietti avevano prezzi incredibili). Il viaggio procede bene e senza intoppi. Raggiungiamo nella prima mattinata Milano dove ritiriamo dall'?agenzia i 4 biglietti di CURVA Z. Sui biglietti era disegnato lo stadio con il contrassegno dei vari settori. A quel punto constatiamo che questi biglietti di CURVA Z non sono nel settore di curva riservato alla tifoseria juventina, bensì dalla parte opposta, insieme ai tifosi inglesi. Questo episodio, provoca in noi una divisione. Io e Sabino Chieppa, ritenevamo a questo punto più conveniente vendere i biglietti della curva e assistere alla partita in tribuna (era l'opposta rispetto a quella centrale). Francesco e l'altro Sabino invece prediligevano la soluzione inversa per poter, a loro dire, esporre in maniera più visibile lo striscione "Juventus Club Andria" che come sempre portavamo al seguito. La discussione sulla questione fu alquanto vivace e in quel mentre nessun accordo fra di noi fu raggiunto. Da Milano a Bruxelles la strada era occupata da innumerevoli pullman e auto che, con in bella mostra i colori bianconeri e in maniera alquanto festosa e chiassosa si dirigevano verso la capitale belga. Alle stazioni di servizio incontravamo centinaia di tifosi bianconeri e in questo clima di festa raggiungemmo Bruxelles e il nostro albergo. Dopo esserci rinfrescati, ci dirigiamo in centro per cenare ed eventualmente vendere i biglietti in soprannumero, senza ancora aver deciso quali. Lì abbiamo il primo sentore che non sarebbe stato tutto rose e fiori. Infatti nelle vie del centro cittadino, i cosiddetti hooligan inglesi, sotto i fumi dell'alcool, avevano iniziato a distruggere le vetrine dei negozi e in più parti della città erano segnalate cariche della polizia. Incontriamo nei pressi di un grande albergo del centro cittadino il compianto Gianni Brera, che a dire il vero, anche lui in evidente stato di allegria da vino, consigliava ai tifosi juventini di allontanarsi in quanto i disordini provocati dalla tifoseria inglese avrebbero potuto degenerare in qualcosa di più serio. Questa situazione rafforzò in noi la convinzione di cedere i biglietti della curva Z e assistere alla partita in tribuna. Seppur a malincuore e con non poco disappunto da parte di qualcuno, raggiungemmo l'accordo. Ma i biglietti a chi e dove li vendiamo? Decidiamo di rimandare il tutto alla mattina seguente, con la non tanto celata volontà da parte degli "irriducibili della curva" di ridiscutere la questione e valutarla anche dal punto di vista economico. Torniamo in albergo dove avviene, a mio parere, il secondo intervento soprannaturale. Sullo stesso piano dove avevamo le nostre due camere, incrociamo 4 (di nuovo 4, incredibile!) giovani tifosi inglesi che in lingua madre ci chiesero se avessimo i biglietti della partita e se conoscessimo dove avrebbero potuto acquistarli. Immediatamente gli offriamo i nostri 4 biglietti in eccedenza, con Francesco che si gioca la sua ultima carta: offre agli stessi la possibilità di scegliere se preferivano la curva o la tribuna. Ci chiesero il costo e sentita la nostra richiesta ci dissero di non esser interessati all'?acquisto. Con una perfetta operazione di bagarinaggio all'incontrario, vendiamo i biglietti al prezzo da loro stabilito. Avevano scelto i biglietti di CURVA Z. La mattina seguente, lasciamo l'albergo per dirigerci in centro, quando ancora in prossimità dell'albergo, veniamo fermati da una Mercedes targata Bari, con a bordo i famigliari del giocatore juventino Nicola Caricola che ci chiedono dove fosse un hotel di Bruxelles. Non sappiamo rispondere, ma capiamo subito che quello doveva essere l'hotel dove alloggiava la squadra. Seguiamo la macchina che effettivamente ci porta all'albergo sede del ritiro della Juventus. Arriviamo proprio mentre il pullman della squadra rientrava in albergo dopo un sopralluogo allo stadio Heysel. Non essendoci ressa, ma pochi tifosi, in quanto il luogo del ritiro non era stato reso noto, entriamo facilmente nella hall dell'albergo e tutti noi possiamo tranquillamente avvinarci e farci fotografare con molti giocatori della Juve (Boniek, Tardelli, Scirea, Briaschi,Favero, Brio), oltre che parlare con Edoardo Agnelli e Giampiero Boniperti che nel sentire che giungevamo dal barese, si mostrò molto premuroso e ci raccomandò di fare molta attenzione al viaggio di ritorno. Dopo questa inaspettata e bellissima esperienza, decidiamo di dirigerci verso lo stadio. A partire dal famoso Atomium con le migliaia di tifosi si cantava e si festeggiava l'evento. Le due tifoserie erano mischiate tra loro senza che si registrassero incidenti. Molte le foto che abbiamo condiviso con i tifosi del Liverpool, con i quali in un bar, abbiamo insieme brindato con boccali di birra. Nulla lasciava presagire al peggio e dei famosi hooligans nessuna traccia. Dai giornali sapevamo che i cancelli dello stadio sarebbero stati aperti alle 17.00 e con la premura di piazzare il nostro striscione in bella mostra con largo anticipo ci dirigiamo verso il cancello d'ingresso. Qui scopriamo che lo stadio che ospitava la finale della Coppa dei Campioni, fra le due tifoserie, forse più numerose d'Europa, era recintato da un muretto ad altezza di circa 2 metri senza alcuna altra protezione e che il servizio d'ordine era gestito da alcune decine di poliziotti alcuni dei quali con cane. All'apertura del cancello veniamo accuratamente perquisiti e con nostra somma sorpresa veniamo bollati sulla mano con un timbro che ci avrebbe consentito l?ingresso e l'uscita dallo stadio tutte le volte che lo avessimo ritenuto opportuno. Appena entrati nello stadio, vecchio e malandato, mentre fissiamo il nostro striscione in un punto centralissimo della tribuna, sicuramente ripreso dalle telecamere durante la gara, scopriamo che i tifosi all'interno dello stadio ricevevano di tutto dall'esterno in quanto bastava appoggiare sul muretto esterno dello stadio qualsiasi cosa affinché dall'interno la stessa potesse essere facilmente recuperata. Sperimentando subito, la possibilità di riuscire e rientrare dallo stadio, facciamo un giro intorno allo stesso dove incontriamo una troupe della Rai che sta facendo un servizio e scopriamo che i tifosi inglesi facevano entrare nello stadio dai muretti decine e decine di casse di bottiglie di vetro di birra nera (altamente alcolica). Incredibile! Rientrati nello stadio scopriamo che il famoso settore Z della curva inglese è uno spicchio laterale della curva stessa interamente riservato alla tifoseria juventina senza nessuna divisione con il restante settore riservato agli inglesi e la cosa accresce nuovamente il rimpianto di qualcuno convinto che sarebbe stato meglio seguire la partita in curva. Per ingannare l'attesa gli organizzatori fanno scendere in campo due squadre di bambini che indossano le maglie di Juventus e Liverpool. Nel mentre il sole che si avvia al tramonto si pone esattamente alle spalle della curva inglese, impedendo di fatto di vedere con chiarezza quel settore dello stadio. Ha inizio la partita dei bambini e le due tifoserie sembrano entrare già in clima partita. Naturalmente sale il tifo ciascuno verso la propria squadra di bambini. Inizia dal settore inglese verso lo spicchio di settore riservato agli italiani (curva Z), un fitto e nutrito lancio di bottiglie di vetro vuote (prima contenevano la birra che ora era saldamente assorbita dai corpi dei tifosi inglesi ormai completamente sbronzi). Questa situazione fa si che la folla che gremiva la curva Z cominciasse a ripararsi ammassandosi verso la parte bassa della curva stessa. L?enorme pressione che si creò, generò da lì a poco il crollo del muretto di recinzione fra la curva e il terreno di gioco consentendo al gran numero di tifosi assiepati e ammassati all'angolo della curva di mettersi in salvo invadendo il terreno di gioco. Questo fiume di persone che correva all'impazzata nel campo, dirigendosi verso la curva opposta gremita di tifosi juventini, diede subito l'impressione che qualcosa di grave stesse accadendo. Quel sole basso all'orizzonte impediva a chiunque di avere nitidezza di quel che stava accadendo e soprattutto impediva di vedere le decine di persone che sotto il muretto crollato erano rimaste a terra chi già morto, chi in stato di incoscienza, privo di sensi. Verso la tribuna occupata da noi, si avvicinarono persone grondanti sangue dai volti impietriti dal dolore e dal terrore, che spiccicando frasi incomplete cercavano di comunicare le dimensioni della tragedia che si stava compiendo. In campo si riversarono anche i tifosi juventini stipati nella curva a loro assegnata. Anche fra questi, vi erano personaggi alquanto esagitati e armati con strumenti di offesa incredibili. Mi rimarrà sempre impresso, indelebile, il ricordo del rumore provocato dalla roteazione di un'arma, che poi ho scoperto si chiamasse mazzafrusto a una testa, formata da una palla di ferro ornata di brocchi conici ed acuminati. Arma in dotazione ai cavalieri medioevali. Nel settore di tribuna da noi occupato, ove vi era anche una buona parte di tifosi inglesi alquanto contenuti, vi furono due tentativi di invasione da parte delle curve confinanti occupate rispettivamente dalle due tifoserie. Se la struttura di divisione avesse ceduto, la tribuna sarebbe diventata teatro dello scontro corpo a corpo tra le due tifoserie. Dappertutto vi era la sensazione che era in atto la caccia all'uomo. Tifosi juventini che cercavano di entrare in contatto con la tifoseria inglese nell'intento di vendicare quanto era successo, che per fortuna, non era stato interamente percepito nella portata e nelle dimensioni della gravità. Ricordo con nitidezza che le pulsazioni del mio cuore arrivarono alle stelle, la paura mi aveva immobilizzato, il mio sguardo era diventato assente e guardavo con terrore ad una scena che tuttora vivo nella mia mente come se avvenisse ancora davanti ai miei occhi. Un cane, tenuto da uno dei pochissimi poliziotti presenti in campo, era in preda, lui per primo, alla paura e abbaiando in maniera convulsa tirava il poliziotto non verso la gente che aveva invaso il campo, bensì dalla parte opposta, come se volesse scappare, mettersi in salvo. Il ritorno alla realtà lo diede Francesco, quando suggerì di togliere e mettere a più riprese lo striscione Juventus Club Andria, nella speranza che tale azione, ripresa dalle telecamere, potesse rappresentare motivo di tranquillità verso i nostri parenti che senz'altro, davanti alla televisione stavano vivendo con preoccupazione ed ansia il momento. Comunque nessuno, in quello stadio, aveva saputo che vi erano già 38 morti. Cominciammo a realizzare l'idea che fosse necessario cercare di comunicare, in qualche modo, alle nostre famiglie che eravamo in salvo. Allora non esistevano i cellulari. Nella stranezza totale ed inusuale di quello stadio, ricordo che avevo notato sulla sommità della tribuna una cabina telefonica con un telefono a monete. Cercai disperatamente di raggiungere quella postazione, ma mi resi conto che non si riusciva a chiamare in quanto non si riusciva nemmeno a prendere la linea. Tra di noi cominciammo a discutere sul da farsi. Anche lì ci dividemmo, in quanto tra di noi vi era in alcuni il desiderio di scappare e mettersi in salvo prima che la situazione degenerasse ulteriormente, in altri vi era comunque il desiderio di temporeggiare perché lo speaker dello stadio continuava ad invitare gli spettatori a rientrare sugli spalti per poter consentire un regolare svolgimento della partita. In maniera non unanime prevalse l'idea di andare via, anche se temevamo che all'esterno dello stadio potessero verificarsi scontri ancor più violenti, atteso ormai la completa assenza di ogni servizio d'ordine. Decidemmo comunque di cercare di comunicare innanzi tutto con le nostre famiglie. Uscendo in maniera indisturbata dallo stadio e avviandoci verso un piazzale antistante lo stesso ove, nella nostra idea contavamo di trovare apparecchio telefonici, ci siamo imbattuti in uno spettacolo terrificante. Quell'enorme piazza, era stata allestita e trasformata in un campo profughi. Decine e decine di corpi giacevano a terra. Erano state montate tende da campo con l'intento di creare dei punti di primo soccorso. Una fila enorme di taxi era stata fatta convogliare verso la piazza e ciascun taxi caricava a bordo una persona, ferita, svenuta, morta e partiva verso uno dei tanti ospedali. In quel contesto anche chi era sopravvissuto e stava bene cercava di conoscere dove fosse stato portato il padre, il figlio, l'amico o la persona cara che era rimasta ferita negli incidenti. Era una tragedia! Uno spettacolo indescrivibile. L'organizzazione fino ad allora completamente assente diede prova di efficienza nel momento più delicato. L'allestimento dell'ospedale da campo, il servizio di ambulanza organizzato con i taxi, le decine di operatori sanitari che confluivano in maniera volontaria verso lo stadio per prestare i soccorsi del caso, l'arrivo dell'esercito con intere carovane di blindati e mezzi pesanti diedero l'idea della gravità di quanto era accaduto. Per fortuna riuscirono comunque a far disputare la partita in maniera che la stessa potesse sopire e calmare i bollenti spiriti e consentire una adeguata organizzazione di un servizio di sicurezza intorno allo stadio e all'interno dello stesso. A posteriori abbiamo capito che anche il famoso giro di campo con la coppa serviva solo ed esclusivamente a consentire un veloce deflusso dei tifosi inglesi dallo stadio ed evitare quindi lo scontro fisico. Decidiamo di raggiungere la nostra auto e dirigerci verso Lille, dai miei familiari. Alla radio ascoltiamo le notizie in lingua italiana e dopo circa 40 chilometri ci fermiamo alla prima grande stazione di servizio sulla strada Bruxelles-Lille per poter telefonare a casa. Anche lì ci rendiamo conto che non siamo soli. Altre decine di persone sono in fila davanti alle cabine telefoniche. Molti di costoro si trovavano casualmente su quella strada, senza che la stessa fosse la strada giusta per il ritorno. Erano semplicemente scappati. Si erano messi in salvo. Lì incontriamo un notaio barese che era venuto allo stadio con un suo compaesano e ci racconta che entrambi erano in curva Z e che erano rimasti schiacciati come polli dalla folla che tentava di mettersi in salvo. Non aveva più notizie del suo amico, "Benito Pistolato". Lo confortiamo e gli diamo coraggio. Il giorno dopo avremmo letto sui giornali il nome di costui tra le vittime dell'Heysel!!!. Riusciamo finalmente a comunicare con casa. Tranquillizziamo i famigliari e giungiamo in tarda serata dai miei parenti a Lille dove vediamo nel silenzio generale il secondo tempo della partita in televisione. Nessuna gioia, nessuna esultanza. Solo dolore e dispiacere. Alla televisione francese assistiamo ai servizi giornalistici che trasmettono immagini di una crudeltà inaudita che in Italia nessuno ha mai visto, per fortuna. Andiamo a letto, e la mattina seguente ripartiamo verso casa. Per strada, la stessa carovana dell'andata, questa volta silenziosa, con i pullman che sul retro avevano incollate le prime pagine dei quotidiani: "STRAGE A BRUXELLES - MORTI MOLTI TIFOSI - UNA MONTAGNA DI MORTI - UNA STRAGE - UNA CARNEFICINA - TERRIFICANTE - LA COPPA MALEDETTA. Era il 30 maggio, il giorno del mio compleanno. Compivo 25 anni. Ci fermiamo a Lugano e mangiamo una pizza. Non vi era comunque nulla da festeggiare!!!!!! Oggi dopo 25 anni ho rievocato, forse per la prima volta in maniera dettagliata quei momenti e quella situazione. Mi piace concludere questa mio ricordo con una preghiera che il 29 maggio di quest'anno da più parti si è levata al cielo. La trascrivo: UN ULTIMA PREGHIERA, MIA DAMA, PRIMA DELLA SERA. UN BACIO AI FRATELLI DISPERSI NEL BELGIO, QUELLA SERA, DI VENTICINQUE ANNI FA. ANCH'IO C'ERO! RIMBOCCALI MEGLIO, PERCHE NON SENTANO PIU' FREDDO SOTTO IL MANTO DELLE NOSTRE BANDIERE!!!!!

7  giugno 2010

Fonte: www.juventusclubandria.it

 

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Heysel 25 anni dopo, Rinaldi: «Strage che si poteva evitare»

L'«anniversario» lo ha trascorso, per impegni personali, a Londra, proprio nel cuore di quell'Inghilterra dalla quale arrivavano gli «hooligans» che provocarono la strage dell'Heysel in occasione della finale di Coppa Campioni (all'epoca si chiamava ancora così) con 39 morti, di cui 32 italiani, e oltre 600 feriti. Parliamo di Rossano Rinaldi, oggi presidente del Parma Baseball  che quel 29 maggio del 1985 era a Bruxelles assieme alla futura moglie da tifoso juventino e si trovava proprio nel settore «Z», quello della carica dei supporter inglesi agli juventini.  Sono trascorsi 25 anni da quella serata e, anche se le emozioni si sono stemperate, i ricordi sono ancora indelebili nella sua mente.  «Eravamo andati a Bruxelles per assistere a un incontro che poteva dare alla Juventus una vittoria storica e invece siamo finiti nel mezzo di una delle pagine più buie del calcio». Rinaldi ricorda «l'impressione di poca organizzazione che avevamo avuto fin dall'arrivo allo stadio e qualche timore quando avevamo notato la vicinanza con gli inglesi. Però nessuno poteva immaginare quelle che sarebbe successo».  Una carica dei tifosi inglesi, in gran parte «hooligans», sfonda la rete divisoria e semina il panico nel settore degli italiani «dove eravamo tutti o quasi, famiglie e appassionati, perché gli ultrà juventini erano nel settore opposto dello stadio».  In pochi istanti,  sugli spalti si scatena l'inferno: la fuga disordinata  si trasforma in una strage: «Io sono riuscito a cavarmela, per fortuna, con qualche livido e qualche botta rimediata nel fuggi-fuggi, mentre alla mia futura moglie - spiega Rinaldi - andò molto peggio, perché rimase imprigionata contro una delle transenne  a “u” che c'erano sugli spalti, schiacciata dagli altri tifosi in fuga.   Per fortuna non cadde e quindi alla fine, anche se dolorante e ferita gravemente, riuscì a  essere aiutata a portarsi fuori da quella bolgia infernale».   Per Rossano Rinaldi «c'erano quella sera condizioni impensabili oggi in qualunque impianto sportivo. E per evitare la strage sarebbe stata sufficiente la presenza di una cinquantina, non di più, di agenti a fare da “cuscinetto” fra le due tifoserie. Invece la carica dei tifosi del Liverpool non ha avuto nessun contrasto e il fatto che in quel settore ci fossero solo persone “normali” ha aumentato la gravità delle conseguenze, perché tutti scappavano in preda alla paura».    E anche nel dopopartita le cose non andarono meglio: «L'assistenza ai feriti non fu delle migliori, e anche in quello la confusione regnava sovrana. Alla fine, dopo i primi controlli in ospedale a Bruxelles, siamo dovuti tornare a Parma con i pullman dello Juventus Club, perché in aereo non era concesso viaggiare agli accompagnatori dei feriti».  La futura moglie di Rinaldi si trascinò poi per diversi mesi le conseguenze delle ferite dell'Heysel, ma «grazie alla competenza del professor Saginario, che ancor oggi ringrazio, tutto si risolse per il meglio. Resta però il ricordo indelebile della trasformazione in tragedia di quella che doveva essere solo una serata di sport a causa della poca attenzione - conclude Rinaldi - di chi doveva organizzare l'evento». Per la cronaca, lo stadio teatro di quella strage è stato raso al suolo e ricostruito e solo una targa ricorda quella serata che ha segnato uno spartiacque fra il «prima» e il «dopo» nella sicurezza negli stadi. Ma i morti, purtroppo, sono ancora lì a testimoniare che, quando la follia si sovrappone al tifo, la tragedia può sempre essere in agguato.

31 maggio 2010

Fonte: www.gazzettadiparma.it

 

 

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E’ ormai passata una generazione da quel maledetto 29 Maggio 1985. Bruxelles, stadio Heysel, finale di Coppa dei Campioni, Juventus e Liverpool si contendono il massimo trofeo continentale

A 25 anni dalla tragedia dello stadio Heysel

La testimonianza di un tifoso coratino

di Vincenzo Pastore

Quello che succederà prima della partita è tristemente noto: 39 persone morte, in gran parte tifosi della Juventus. Quando il calcio, e lo sport in generale, si trasformano in tragedia. Un triste rituale al quale assistiamo inermi da troppi decenni e che ha conosciuto una delle pagine più drammatiche esattamente venticinque anni fa. E’ ormai passata una generazione da quel maledetto 29 Maggio 1985. Bruxelles, stadio Heysel, finale di Coppa dei Campioni, Juventus e Liverpool si contendono il massimo trofeo continentale. Mentre gli inglesi hanno già messo nel loro carniere quattro vittorie in quella manifestazione, per la Juventus quella Coppa è diventata una vera e propria ossessione. E’ il tassello mancante di un palmares ormai completo in tutte le competizioni: due finali disputate fino a quel momento entrambe perse, con l’Ajax nel 1973 e con l’Amburgo ad Atene nel 1983. Una squadra ormai arrivata all’apice del suo ciclo strepitoso vittorie, con Trapattoni in panchina. E’la Juve di Platini e Boniek, Scirea e Tardelli, Cabrini e Paolo Rossi. Quello che succederà prima della partita è tristemente noto: 39 persone morte, in gran parte tifosi della Juventus. Pochi sanno però che quella sera a Bruxelles c’erano anche due coratini: il compianto Franco Ventura e Piero Lastella, storico custode del palazzetto dello sport di Corato. Ed è stato proprio Piero a parlarci di quella sera, con l’emozione ancora padrona del suo racconto. «Sono sempre stato un grande tifoso della Juve – esordisce Piero Lastella –. Sono stato tante volte allo stadio Comunale di Torino, lì ho visto la mia prima partita della Juve contro l’Inter a sedici anni. Poi sono andato a Basilea, nel 1984, finale di Coppa delle Coppe contro il Porto. L’anno prima ad Atene, nella sfortunata finale di Coppa dei Campioni contro l’Amburgo. Era una squadra fortissima, ma non riusciva a vincere la Coppa più importante. Ecco perché decisi di andare a Bruxelles nel 1985. Era un viaggio organizzato, mi costò in totale 450.000 lire.» Piero poi passa al racconto di quella giornata.«Atterrai a Bruxelles nel pomeriggio del 29 Maggio, in aereo avevo trovato altri tifosi bianconeri. Verso le 18 arrivammo allo stadio e incontrai Franco Ventura. Cercai di entrare in tribuna centrale con Franco, ma non potetti farlo perché avevo il biglietto nel settore Z. Mi diressi allora verso quel settore dello stadio e iniziai a notare alcune cose strane. L’ingresso era strettissimo, i tifosi inglesi, ubriachi, ci accoglievano con lanci di bottiglie, lattine di birra. Si sentiva nell’aria che qualcosa sarebbe successo da un momento all’altro. Gli incidenti iniziarono quando le squadre entrarono in campo: i tifosi del Liverpool continuavano a lanciarci tutto ciò che raccoglievano da terra. Le protezioni per separare il nostro settore da quello inglese erano ridottissime, e gli hooligans riuscivano facilmente a scavalcarle. Chiamai la polizia, ma ci rassicurarono». La calca era sempre più pressante, la situazione precipitò velocemente. «Dopo circa dieci minuti – continua Lastella – successe il finimondo. Allora scavalcai la rete metallica che separava gli spalti dal campo: la mia salvezza fu che inizialmente mi trovai in posizione più elevata rispetto agli altri tifosi. C’era tuttavia una ragazza che mi chiedeva aiuto. Tornai indietro ma dopo qualche minuto crollò il muro. Riuscimmo in ogni modo a salvarci mentre arrivavano i primi soccorsi. Eravamo venuti per assistere a una partita, ci ritrovammo in una guerra. Assieme ad altre persone ci recammo in infermeria per medicarci. Poi in sala stampa, lì seguimmo la partita da un televisore. Si sapeva che c’erano stati dei morti, io stesso ne vidi molti coperti da un telo; la mia unica preoccupazione era tornare in Italia». Un aspetto drammatico vissuto in quegli attimi fu l’impossibilità di avvisare i propri cari per tranquillizzarli. «Fu esattamente così – conferma Piero – in Belgio non riuscii a mettermi in contatto con la mia famiglia. Nel dopogara, all’esterno dello stadio, proseguirono gli incidenti con i tifosi inglesi. Dopo tante traversie prendemmo il pullman verso mezzanotte che ci accompagnò in Francia, per evitare che venissimo ancora a contatto con quelli del Liverpool. Tornai finalmente in Italia alle  ore 11 del 30 Maggio e chiamai subito la mia famiglia. Credo comunque che la decisione di giocare la partita sia stata quella più giusta. In questo modo sono state salvate tante altre vite». Un tragedia che dopo tanti anni resta fermamente impressa nella sua mente. «Non vedo con piacere le immagini di quel giorno – conclude Piero Lastella –. Anzi, cerco sempre di evitarle, come qualche settimana fa con “La storia siamo noi” su Raidue. Certo qualcosa è cambiato in me dopo quella partita ma resto tuttora innamorato della Juventus».

31 maggio 2010

Fonte. www.coratolive.it

 

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Quel tragico 29 maggio

di Pasquale Lara

Nel 1985, per la terza volta consecutiva, dopo quelle di Atene e Basilea, la Juventus conquistò il diritto a disputare una finale europea. Il 29 maggio com’ è tristemente noto, allo stadio HEYSEL di BRUXELLES, contro il Liverpool, si svolse l’atto conclusivo della Coppa dei Campioni. Come nei precedenti, anche quell’anno riuscimmo ad organizzare un piccolo gruppo familiare formato, nell’occasione, da cinque persone, per seguire dal vivo la squadra nella sua avventura sportiva. Raggiungemmo in auto la capitale belga la sera prima della partita, e la mattina seguente, come sempre in questi casi, fu dedicata alla visita della città. Per la verità, gli incontri del tutto pacifici con gruppi di tifosi inglesi, in nessun modo lasciavano presagire il tragico epilogo di quella giornata. Dopo un’attesa divenuta sempre più spasmodica, giunse finalmente il momento di avviarci allo stadio, che decidemmo di raggiungere in taxi. Una leggera inquietudine che, si insinuò in noi, per le parole del tassista che raccontavano di devastazioni ad opera dei supporters inglesi in diversi punti della città, trovò conferma e si accrebbe una volta giunti nei pressi del campo. Infatti, sulle grandi aiuole antistanti l’HEYSEL, era srotolato un disgustoso tappeto di maglie rosse, che dormivano o impunemente bivaccavano, in stato di evidente ubriachezza, tra montagne di bottiglie e lattine. Ancora oggi, mi chiedo perché chi doveva, nulla ha fatto per impedire tali comportamenti a quegli animali senza controllo. Dopo diverse scene raccapriccianti, che per un momento ci fecero pensare di rinunciare e tornarcene in albergo, ci avviammo verso l’ingresso del nostro settore contraddistinto dalla lettera ZETA, e divenuto poi tristemente famoso. Fummo attorniati da un gruppo d’ invasati che, cantilenando, con voce lamentosa ed impastata: Liverpool - Liverpool, si accostavano, provocatoriamente, sempre di più. Senza reagire, seppur faticosamente, riuscimmo ad entrare, e ci ritrovammo in una struttura fatiscente e priva di qualsiasi elementare sistema di sicurezza, che solo la folle sciaguratezza dell’UEFA poteva destinare a un incontro tanto importante. La presenza però di spettatori costituita essenzialmente da italiani residenti in Belgio o da gruppi familiari come il nostro, ci fece riacquistare in breve una relativa serenità. Ricordo come se fosse oggi, tre ragazze vestite rispettivamente solo di BIANCO, ROSSO e VERDE, e rivedo il familiarizzare di mio nipote, con un ragazzino coetaneo, che come lui viveva la trepida attesa di vedere all’opera i propri beniamini. Mancava ancora qualche ora all’inizio, e sembrava che tutto volgesse per il meglio. All’improvviso però l’atmosfera cambia. Urla, simili a quelle di bestie inferocite, precedono l’ingresso degli hooligans, che, dopo aver forzato il varco d’ingresso, invadono il settore Y adiacente al nostro. Indemoniati e tirando di tutto avanzano verso di noi, che istintivamente e irrazionalmente, arretriamo sempre di più verso il muro di chiusura del settore. Il lancio d’ oggetti diviene sempre più fitto, e noi sempre più pressati e spaventati. Una persona a me vicina viene colpita, e il suo sangue mi ricopre gli occhiali e parte del viso. Resto incastrato e non riesco a muovermi. La spinta al pari della paura diventa sempre maggiore. Alle grida selvagge di chi attacca si sovrappongono le implorazioni di aiuto, di noi che arretriamo. Un gruppo di spettatori tenta disperatamente di aprire una via di fuga, cercando di abbattere la rete che divide il settore dal campo. Viene, però brutalmente respinto dalle manganellate dei soli tre poliziotti, messi colpevolmente a presidiare l’intera curva. Impazzite dal terrore, alcune persone, nel tentativo di salvarsi si lanciano dal muro, contro cui oramai siamo irrimediabilmente schiacciati. Pianti, disperazione, urla, urla e ancora urla. Poi il PANICO! Crolla il muro e cade la rete, l’effetto è simile a quello del vapore che schizza da una valvola di sicurezza. Veniamo di colpo catapultati in avanti. Non sono più padrone delle mie gambe, e letteralmente sollevato in aria, ma per fortuna senza cadere, passo sopra un groviglio di corpi da cui emergono braccia protese in una tragica richiesta di aiuto. Mi ritrovo come altri a correre sul terreno di gioco. Quando le forze dell’ordine intervengono per fermare la furia selvaggia degli inglesi, è oramai TROPPO TARDI.  Momenti di altissima tensione accompagnano il tentativo d’invasione della curva opposta, occupata dai club bianconeri. Fortunatamente i poliziotti, in questo caso in numero sufficiente, riescono a fronteggiare la situazione, che rischia di trasformarsi in un ulteriore massacro. Purtroppo però dei miei congiunti non ho tracce. Un agente vedendo il sangue sul mio viso, vuole farmi trasferire in ospedale, e pur nella concitazione, riesco a spiegargli che non è il mio sangue.  Attraverso gli spogliatoi, e mi ritrovo all’esterno, in un’atmosfera allucinante, dove comincia la seconda parte del dramma. CAOS TOTALE. Persone come impazzite corrono piangendo. Sirene, grida concitate, autoblindo, militari in assetto antisommossa, mezzi di soccorso, polizia a cavallo, C’è tutto quel che però SERVIVA PRIMA! Il quadro è a dir poco agghiacciante. Sulla strada, una fila di corpi ormai senza vita, accanto a cumuli di scarpe e borse. In ordine sparso molti feriti, cui si tenta di dare i primi soccorsi, tra questi per fortuna, ritrovo subito, due del mio gruppo, appena prima che vengano trasferiti sulle ambulanze. Mancano all’appello però mio fratello e mio nipote dodicenne. Sono, costretto a guardare tra i cadaveri, con il timore sempre crescente di un drammatico ritrovamento. Uomini, bambini, donne. Ho negli occhi i visi orribilmente congestionati, di una ragazza senza vita, completamente vestita di BIANCO ( una delle tre che rappresentavano i colori della nostra bandiera) e di un ragazzino, con intorno al collo il filo spinato, che lo ha irrimediabilmente strangolato, e che solo qualche minuto prima discuteva di Scirea e Platini con mio nipote. Rivedo un uomo accasciato sul figlio, che singhiozzando, si chiede perché non è toccato a lui. La mia ricerca, in questo sconvolgente contesto, risulta vana e incompleta, in quanto, dopo poco vengo allontanato, poiché si devono spostare le salme nelle tende militari, prontamente approntate, e che sempre in questi casi sono simbolo di tragedia. I taxi e i mezzi pubblici sono stati nel frattempo requisiti, così mi trovo a vagare senza alcun tipo di riferimento per posti sconosciuti e per un tempo che pare interminabile. Ponendomi in maniera ossessiva sempre la stessa domanda: PERCHE’, PERCHE’, PERCHE’. Quando lo sconforto sembra aver preso definitivamente il sopravvento, il destino mi fa incontrare un agente d’origine italiana, che comprendendo il mio dramma, mi fa condurre presso l’ ospedale dove hanno trasportato i primi feriti. Nella sala d’attesa scorgo, subito mio fratello, che si trova li perché dopo aver ricondotto in albergo il figlio, ha intrapreso le mie stesse ricerche. Lascio a Voi immaginare cosa siano stati quei momenti, io ricordo solo che i medici furono costretti in qualche modo a sedarmi. Per una serie di fortunate circostanze, il nostro gruppo riesce a riunirsi completamente solo intorno alle 23. Trascorsero infatti diverse ore tra il ritrovamento della quarta persona che, rintracciammo quasi subito, e il momento in cui avvenne un altro piccolo miracolo fra i tanti di cui beneficiammo in quel giorno maledetto. Altra immagine vivida, inserita nel contesto di una grande tragedia, perché di ritorno in albergo dopo un’infruttuosa e angosciante ricerca in tutti gli ospedali.  Insieme al nostro taxi, ne giunse un altro da cui, incredibilmente, vedemmo scendere a fatica, un uomo con il volto stravolto e tumefatto e con intorno ai piedi delle buste di plastica al posto delle scarpe, perse irrimediabilmente e per fortuna solo quelle, all’ HEYSEL. L’ultimo nostro congiunto mancante all’appello. Finalmente eravamo di nuovo tutti insieme. Solo in quel momento comunicammo a casa di far parte dell’elenco dei fortunati, seppur con il bilancio di due feriti, che ebbero comunque strascichi di mesi, ma che avevano rifiutato il ricovero, per riunirsi subito con noi e essere curati successivamente in Italia. Ancora oggi, tutti i particolari di quei tragici avvenimenti sono vivi nella mia mente, e anche se a cinque anni di distanza ho fatto ritorno in uno stadio, Vi assicuro che niente è come prima. Quando poi i miei ragazzi si organizzano per assistere ad una partita della loro JUVE, devo confessarvi che solo il loro ritorno, mi fa ritrovare la completa tranquillità. Potevo indubbiamente anche con parole importanti, commemorare in altro modo la tragedia dell’HEYSEL. Ho, ritenuto però più opportuno, il tentativo anche con inevitabili riferimenti personali, di cui mi scuso, di rivivere con Voi le terribili emozioni di venticinque anni fa. Una maniera a mio avviso più giusta di tenere doverosamente vivo il ricordo di quelle 39 vittime, causate principalmente dalla criminale superficialità dell’ UEFA e dalla colpevole negligenza delle autorità Belghe. Tutti conoscevano le caratteristiche di chi fuori dei propri confini può essere controllato solo come fa un domatore con le bestie. In conclusione vorrei, solo per un momento, affrontare l’argomento che tanti dibattiti ha provocato e che ancora oggi talvolta è riproposto. Se cioè sia stato giusto tenere quella coppa. Posso assicurarvi che per chi ha vissuto quei momenti terribili, tale argomento è completamente privo di qualsiasi rilevanza. Personalmente lascio questa polemica a chi vuole approfittare, anche di quei morti, per mettere in cattiva luce la nostra JUVENTUS. Questi signori insieme con quelli che nulla fecero per evitare una simile catastrofe, ritengo abbiano il dovere di porre più di una domanda alla propria coscienza.

30/05/2010

Fonte:  www.juvenews.net

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Matteo Lucii, sopravvissuto (da "Historia del Futbol")

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39 Angeli all'Heysel