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Testimonianze Heysel (A-Z)
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TESTIMONIANZE (A-Z)
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Bruxelles, 30 anni dopo

di Matteo Lucii

Bruxelles, 30 anni dopo. Lo stadio è vuoto, ed è molto diverso da allora. Non fa paura. Era l'Heysel, adesso gli hanno dato un nome regale. Sembra più piccolo, forse lo è. Ricerco i posti di allora: l'entrata angusta, le gradinate basse, le reti da pollaio, il muretto. È tutto cambiato. Non fa paura. Passeggio sul prato, sulla pista di atletica, guardo il settore Z. Non fa paura. Entro dal cancello giallo, salgo gli scalini e ritrovo il punto, quasi esatto, dove eravamo. Guardo il settore Y, quello degli inglesi, vuoto e pulito. Non fa paura. Mi siedo su un seggiolino che allora non c'era, cercando l'amico Andrea, conosciuto solo poche ore prima. Anche lui non c'è. Respiro forte, guardo il prato, sembra più vicino, e forse lo è. Non fa paura. Chiudo gli occhi, torno ragazzino con un balzo indietro nel tempo. Adesso Andrea c'è. Ed ho paura. Sento i cori minacciosi degli inglesi, la tensione di chi chiede di allontanarsi dalla rete di divisione, i fischi degli altri settori ai primi striscioni incendiati. Vedo arrivare le pietre, vedo volare i razzi ad alzo zero, vedo persone colpite cadere a terra senza reazione. Vedo le reti che oscillano, i primi che scavalcano, gli altri che lanciano bottiglie. Sento tremare la curva, come scossa da un esercito di cavalli al galoppo, sento le urla di spavento e il terreno che cede sotto ai miei piedi. Vedo il tabellone della curva opposta, dalla mia nuova posizione, sdraiato e schiacciato da corpi pesanti di gente sconosciuta. Sento i lamenti, le richieste di aiuto, l'agonia di chi pensa di non farcela e lo strazio di chi si è reso conto dell'accaduto. Vedo gli inglesi che ripiegano, lasciandosi dietro morti e feriti, incapaci di qualsiasi umanità. Sento il respiro che si strozza, una volta, due volte, mentre sul tabellone di fronte vedo me, da piccolo, su una piccola bicicletta con le ruotine.

Heysel. La notte del calcio. 1985-2015 

(AVVISO: IMMAGINI MOLTO FORTI) Questo Video-Documentario di Emanuela Audisio è stato premiato ad Abu Dhabi nel dicembre 2015 dall'Aips, l'associazione internazionale della stampa sportiva piazzandosi al secondo posto di categoria allo Sport Media Pearl Awards (Oscar Mondiale del Giornalismo). In collaborazione con 3D Produzioni - Con la voce di Michela Cescon - Montaggio Claudio Poli - Interviste di Francesco Fasiolo e Andrea Sorrentino - Consulenza Angelo Carotenuto - Sigla e grafica Cristina Poggioli - Riprese Giacomo Armani, Claudio Poli, Tancredi Reimitz - Produzione Gloria Bogi - Voce maschile Alarico Salaroli - Doppiaggio First Line Service.

Sento forze insospettate che mi strappano dal punto di non ritorno, e gambe tremanti che mi portano nel parco. Mi lascio cadere in ginocchio. Sono vivo. Riapro gli occhi. Sono vivo. Possiamo cominciare, non ho più paura... C'è un particolare che mi ha colpito, rivedendo il video. Un particolare che non avevo notato le prime volte, preso dalle emozioni delle immagini. E' la didascalia sotto il mio nome. Sopravvissuto. Eppure ero andato, ragazzino, ad una festa, ad una giornata di sport, non in guerra. E nemmeno avrei dovuto sentirmi reduce da incidente o da un disastro naturale. Invece è proprio così: sono un sopravvissuto. Ma a cosa ? Camminando in quello stadio, guardando quello che non poteva più essere, ho realizzato che trent’anni, purtroppo, sono passati invano. E che ci sarà, prima o poi, un nuovo Heysel. Diverso nelle forme, negli accadimenti, nelle dinamiche, ma ci sarà. Perché è vero che le colpe, quel giorno, le ebbero in molti: dagli hooligans allo stadio fatiscente fino alla polizia inadempiente e pressapochista. Ma la colpa principale, che ci piaccia o no, ce l'abbiamo noi. Nessuno escluso. Ce l'abbiamo quando esponiamo striscioni vergognosi sulle disgrazie degli avversari, come se i morti non fossero di tutti. Ce l'abbiamo quando cantiamo a squarciagola cori infami sui tifosi con i colori diversi dai nostri. Ce l'abbiamo quando quei cori non li fischiamo. Ce l'abbiamo quando stampiamo le magliette con scritto -39, e quando non ci rifiutiamo di stamparle. Ce l'abbiamo quando pensiamo di essere simpatici a firmarsi #juvemerda oppure #amoliverpool. Ce l'abbiamo quando paragoniamo i fiorentini agli ebrei, quando vorremmo una nuova Superga. Ce l'abbiamo quando smettiamo di incitare i nostri colori per offendere quelli altrui. Ce l'abbiamo allo stadio, al bar, davanti alla televisione. Ce l'abbiamo quando non riusciamo a capire che si può essere sportivi rimanendo tifosi. Ce l'abbiamo perché non abbiamo capito che a volte, per caso o per fortuna, a tutto questo si può sopravvivere, ma che a volte, per fato o per disgrazia, può non capitarci. E in quel momento, sarà troppo tardi. Per colpa nostra. #39respect

29 maggio 2015

Fonte: Pagina Facebook di Matteo Lucii

Heysel, 30 anni di tragedia

Quella coppa maledetta nel docufilm di Repubblica

di Emanuela Audisio

Juventus-Liverpool 1985, la partita più attesa finisce con 39 morti. "La notte del calcio": da Tardelli a Cabrini il drammatico racconto della finale.

Nessuno ha rimosso l'Heysel. Anche se tutti cercano di dimenticarlo. Soprattutto quelli che l’hanno vissuto, che erano lì, e che ancora lo soffrono: tifosi, giocatori, giornalisti, telecronisti, dirigenti. Il racconto della partita che finì prima di iniziare in un questo documentario che torna a Bruxelles e ripercorre le ore drammatiche di quel 29 maggio 85. Non solo la vigilia arruffata, non solo il crollo del muro nel settore Z, ma anche il dopo: il rientro delle bare, lo scambio di cadaveri, le polemiche, il processo, ma anche le sentenze, che danno solo un’ammenda a chi organizzò male l’evento. Niente vie di fuga, porte strette, almeno dieci uscite di sicurezza bloccate da lucchetti di cui nessuno trovò le chiavi, tre cancellate metalliche trasformate in trappola mortale tanto che i vigili del fuoco dovettero spezzare le catene con le cesoie per far passare i soccorsi. Parlano i testimoni di quella drammatica finale di Coppa Campioni. Paolo Rossi: "Non si sarebbe dovuto giocare. Non c’è da essere fieri di quella Coppa. Non rifarei quel giro di campo. 39 morti meritano rispetto". Marco Tardelli: "L’Inghilterra dopo l’Heysel ha fatto sparire gli hooligans, da noi invece gli ultrà ancora comandano. Il nostro calcio urla tolleranza zero, ma permette tutto". Antonio Cabrini: "Abbiamo giocato quella partita solo per motivi di ordine pubblico. Ci avevano detto che c’era un solo morto. Siamo responsabili perché non abbiamo avuto subito le dimensioni di quella tragedia, ma siamo stati anche noi vittime. Non abbiamo perso la vita, ma ci è stato rovinato un momento sportivo che poteva essere bello, il traguardo di una vita, e che invece ora è un ricordo doloroso e senza gioia". Bruno Pizzul, telecronista Rai di quella finale. "Per me è stata una serata di imbarazzo e di difficoltà. Alcuni ragazzi mi chiesero di avvisare i loro genitori, ma io non potevo farlo, per riguardo alle altre famiglie. E ancora mi rammarico di non essere stato più severo con chi festeggiava". Parlano anche i sopravvissuti. Matteo Lucii, allora aveva poco più di 16 anni: "L’Heysel era uno stadio inadeguato. Mi sono ritrovato schiacciato da due file di persone. Non so come ho trovato la forza per rialzarmi, sopra avevo un peso di 250 chili. Dopo ho cercato un telefono, ma nessuno mi permetteva di chiamare". E Antonio Conti, papà di Giusy, 17enne che lì perse la vita. "Le ho lasciato la mano perché non volevo trascinarla come me, quando mi hanno travolto. Ho perso conoscenza e quando ho ripreso i sensi lei non c’era più. Era sotto una coperta, l’ho riconosciuta dalle scarpette". Heysel. La notte del calcio. 1985-2015.

Fonte: La Repubblica


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