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LIBRI e HEYSEL 2009
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Mio padre era bellissimo Francesco Savio 2009
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MIO PADRE ERA BELLISSIMO (Francesco Savio)

"Mio padre era bellissimo" è la più classica delle storie d’amore: quella tra un padre e un figlio che non hanno avuto il tempo di conoscersi, che non si sono potuti amare come sarebbe stato giusto, come avrebbero voluto. Nicola è un bambino di nove anni, passa i pomeriggi a sognare di vincere il Giro d’Italia, di giocare a calcio come Michel Platini, non può sapere cosa significa morire, non conosce il senso della frase che si sente ripetere: "tuo padre è venuto a mancare". Da quel giorno il mondo intero diventa incomprensibile, inadatte sono le parole per dirlo, inappropriati i sogni che Nicola continua a fare. Fonte: Ibs.it © 2009

Francesco Savio rievoca la figura del padre, uomo affascinante e irregolare, attraverso ricordi frammentari che intrecciano infanzia, assenze, slanci e ferite. Nel tentativo di comprenderlo, il figlio ripercorre una relazione segnata da amore e distanza, cercando di dare un senso a ciò che resta dopo la lunga malattia e la perdita prematura: gesti, silenzi, immagini che continuano a interrogare il presente. E il gioco del calcio. Mio padre era bellissimo è un libro di misura breve e di forte intensità emotiva che lavora più per sottrazione che per accumulo. Francesco Savio non costruisce un ritratto definitivo, né un atto d’accusa o di assoluzione: sceglie piuttosto la via fragile e onesta del ricordo, accettando le zone d’ombra e le contraddizioni di una figura paterna insieme luminosa e sfuggente, reale e fantasmatica. La bellezza evocata dal titolo non è solo fisica, ma ambigua, quasi ingannevole: una qualità che attrae e insieme nasconde. La scrittura è controllata, intima, mai ricattatoria. Il dolore non viene esibito, ma lasciato affiorare nei dettagli, nei vuoti, nelle frasi trattenute. È un libro che parla della difficoltà di capire i genitori quando si è figli e, forse ancor di più, quando non ci sono più. Non un romanzo “gridato”, ma una confessione lucida, che trova la sua forza nella discrezione e nella capacità di trasformare una storia personale in un’esperienza condivisa coi lettori. Caterina Mannelli Fonte: Inkroci.it © 2009

Narra una storia apparentemente ordinaria, la più classica delle storie d’amore: quella tra un figlio e un padre che non hanno fatto in tempo a conoscersi, che non si sono potuti amare come avrebbero voluto. Nicola ha nove anni e, come tutti i bambini della sua età, sogna, sogna di vincere il Giro d’Italia con la sua bicicletta, d’indossare la maglia numero 10 di Platini, di giocare nella sua Juve. Smette di sognare il giorno in cui suo padre muore, quello stesso giorno smette anche di parlare, comincia a pensare, a pensare, a pensare di partire in treno alla ricerca di suo padre. La straordinarietà di questo libro, di questa storia apparentemente non originale, sta proprio nell’essere in un libro di pensieri, pensieri di un bambino; alcuni davvero folgoranti. Fonte: Mappeser.com © 2009 

Francesco Savio è nato il 25 dicembre del 1974 a Brescia. Ha esordito nell’antologia Dylan revisited (Manni 2008) con il racconto Passi falsi. Questo è il suo primo romanzo. E' stato tradotto nel 2012 in lingua francese (Mon père était très beau) e pubblicato da "Le Dilettante". Altre Recensioni ed informazioni sul Blog di Francesco Savio Fonte: Francesco Savio © 2009 Fotografie: Italic Editore © Francescosavio.blogspot.com ©

Un ricordo dell’Heysel

di Francesco Savio

I pomeriggi ospedalieri erano nettamente diversi da quelli a cui ero abituato, a causa dell’assenza della bicicletta e del calcio, del gelato e della salamina, dei documentari e delle fotografie. La cosa che li accomunava era invece la biligornia, uguale nella stanza dell’ospedale come a casa. Per ingannare il tempo aprivo, sopra il tavolino per mangiare a letto, un quadernone a quadretti che conteneva le principali manifestazioni calcistiche d’Europa, tutte svolte da me. I vari campionati venivano disputati con il tiro dei dadi che io stesso eseguivo, forte di una quasi totale imparzialità. Solo un paio di volte, quando la squadra per cui tifavo nella realtà così in prossimità del successo da non poter lasciarselo sfuggire, avevo barato. Prendendo come scusa un improbabile bilico di dado, avevo rilanciato. Prima di farlo avevo osservato il mio vicino di letto, un povero bambino al quale dovevano allungare una gamba. Non capivo. Come si poteva nascere con una gamba più corta dell’altra ? Eppure fin da quando era venuto al mondo il bambino vicino era nato con una gamba più corta dell’altra e periodicamente doveva ricoverarsi in ospedale per fare operazioni, fisioterapia, tutto per arrivare un giorno, forse, ad avere due gambe lunghe uguali. Ora dormiva. Nessuno avrebbe testimoniato, nessuno avrebbe saputo come erano andate le cose, di questa piccola correzione in semifinale. Alla fine la Juventus aveva vinto la Coppa dei Campioni, ma avevo in lieve senso di colpa. Era giusta questa vittoria ? Ogni tanto le infermiere passavano e controllavano cosa stavo facendo, poi mi chiedevano di illuminarle sulla possibilità di recupero in campionato della Juventus, del Milan e dell’Inter. Non gli rispondevo, ma le speranze erano poche.

La Juventus sembrava avere la testa altrove, le due milanesi facevano fatica quell’anno e anche il Napoli di Maradona non brillava. Lo scudetto pareva essere una faccenda tra Verona e Torino. Comunque, si sarebbe visto alla fine. Una sera da ingessato all’ospedale era la sera della finale di Coppa dei Campioni fra Juventus e Liverpool, 29 maggio 1985. La partita si giocava allo stadio "Heysel" di Bruxelles. Non avevo la televisione ma, grazie a Dio, il bambino "allungabile" vicino di letto, abituato a lunghi soggiorni ospedalieri, sì. Però, la teneva girata quasi totalmente dalla sua parte. Sosteneva che io ero fortunato perché il mio braccio sarebbe tornato normale mentre lui con le sue gambe avrebbe sofferto per tutta la vita. Questa sua affermazione mi aveva fatto venire immediatamente la biligornia. Era l’undicesima operazione di allungamento che faceva. Mi ero addormentato per non pensarci. Poi mi ero risvegliato di soprassalto. Il bambino allungabile mi aveva chiamato per dirmi che era successo qualcosa di veramente brutto. La partita non cominciava più. Sullo schermo scorrevano immagini orribili. Uomini schiacciati da altri uomini tendevano le braccia disperatamente da una delle curve di pietra dello stadio, verso qualcuno che potesse aiutarli. Sembravano intrappolati con le gambe. Io non capivo cosa stava succedendo e con il bambino allungabile osservavamo il capitano del Liverpool, Phil Neal, dire qualcosa in inglese dalla cabina dello speaker. Non avevamo capito. Poi era toccato al capitano della Juventus, Gaetano Scirea, annunciare: "Giocheremo questa partita solo per permettere alle Forze dell’ordine di riorganizzarsi. Non rispondete alle provocazioni. State calmi, giocheremo". Il telecronista Bruno Pizzul alternava lunghi silenzi a frasi sconcertanti: "L’evento agonistico non ha più importanza…". "Sono morte trentanove persone…".

 

Giunta per la terza volta in finale, ancora una volta la Juventus sembrava non riuscire a vincere la Coppa dei Campioni, l’unica che le mancava per diventare la prima squadra in Europa a trionfare nelle tre manifestazioni calcistiche più importanti del continente. I miei compagni di gioco, pensavo, avrebbero tirato fuori la stessa storia all’oratorio, che l’avvocato Agnelli pagava gli arbitri ma riusciva a farlo solo in Italia, e per questo la Juve non vinceva mai la Coppa più prestigiosa. Poi la partita era iniziata, ma era così brutta che mi ero di nuovo addormentato. Perfino Platini giocava male. "Ehi sveglia! Sveglia! Rigore per la Juve ! Il bambino vicino di letto mi aveva chiamato apposta e appena in tempo per il rigore di Platini. Michel si era asciugato la fronte dal sudore, passandosi una mano tra i capelli. Aveva posizionato il pallone sul dischetto curvandosi con la schiena, era indietreggiato di un paio di passi fermandosi ancora dentro l’area di rigore. Aveva appoggiato le mani sui fianchi. Si era piegato con il corpo in avanti per iniziare una breve rincorsa. Aveva spiazzato il portiere con il solito colpo di piatto. Gol. Platini aveva cominciato a correre per esultare, schivando l’arbitro e anche un compagno che voleva abbracciarlo. Ridendo aveva alzato il braccio destro verso una delle tribune dello stadio. Poi aveva rilanciato di nuovo lo stesso braccio verso il cielo dopo averlo apparentemente "ricaricato" preparandone lo slancio con l’altro. Aveva ripetuto il gesto una terza volta, senza più sorridere, con un’espressione più rabbiosa, prima che i compagni lo sommergessero.

"Ma non è una partita vera…" aveva sentenziato il bambino con una gamba più corta. Platini aveva esultato in un modo che la consapevolezza di ciò che era accaduto, nei giorni seguenti, avrebbe reso agghiacciante e tetro. Il sorriso di gioia atletica, il suo braccio lanciato verso l’alto. La Juventus era campione d’Europa. La tragedia in cui persero la vita trentanove persone, provocata dal crollo del muretto sotto la spinta animalesca dei tifosi inglesi, passò alla storia come la "strage dell’Heysel". La maggior parte delle vittime perse la vita per fenomeni legati alla compressione degli organi vitali. La partita ebbe inizio con qualche ritardo. Nei giorni successivi i giornali mischiarono notizie sportive e cronaca nera, e io all’ospedale leggevo commenti e articoli che facevano prevalere l’orrore a danno della gioia. La Juventus era così la prima società a iscrivere il proprio nome nell’albo d’oro di tutte le competizioni organizzate dall’UEFA, ma il rigore sembrò quasi una riparazione per quello che gli italiani presenti allo stadio avevano subito. Era punizione. La cavalcata dell’attaccante polacco Zbigniew Boniek, raggiunto da un lungo lancio millimetrico di Michel Platini, era stata sì interrotta con un fallo da parte di un difensore del Liverpool, ma prima che il rapido numero undici dai capelli rossi e con il bottone della maglietta allacciato entrasse nell’area di rigore. L’arbitro aveva ugualmente concesso il penalty e la Juventus aveva vinto per uno a zero. Era il caso di restituire la coppa ? Le autorità belghe chiesero l’estradizione di ventisei teppisti inglesi ritenuti responsabili della strage. Capocannonieri del torneo furono Michel Platini della Juventus e Nilsson del Goteborg con sette reti. Fonte: Mio padre era bellissimo © Italic Editore 2009 Fotografie: Antonio Lombardo © Francescosavio.blogspot.com ©

 

IN LIBRERIA - Edito da Le Dilettante e tradotto da Hélène Sauvage

Pubblicato in Francia il romanzo di Savio

di Flavio Marcolini

"Mio padre era bellissimo" racconta in maniera intensa un rapporto interrotto dalla malasorte.

Domani esce nelle librerie francesi per le edizioni Le Dilettante "Mon père étatit très beati" (pagine 192, euro 17), traduzione di Hélène Sauvage del primo romanzo dello scrittore bresciano Francesco Savio "Mio padre era bellissimo", pubblicato da Pequod nel 2010. L'opera narra in forma densa e intensa un rapporto particolare, quello fra un padre ed un figlio che non hanno avuto il tempo di conoscersi. 37 anni, un lavoro alla Feltrinelli di Piazza Duomo a Milano, Savio in questi giorni è uscito in Italia, sempre per la Pequod, con il suo secondo lavoro, "Anticipi, posticipi" (pagine 188, euro 14). Giovedì 3 maggio il prestigioso settimanale "Le Nouvel Observateur" annuncia, un ampio servizio su "Mon père était très beau", l'avvincente storia di un bambino di nove anni che passa i pomeriggi sognando di vincere il Giro d'Italia o di giocare bene a calcio come il suo idolo Platini. Quando il padre muore, il mondo intero per lui diventa incomprensibile, inadatte le parole per dirlo, inappropriati i sogni che continua a fare. Ha ancora senso affrontare in bicicletta la salita del Castello per migliorarsi e riuscire a indossare un giorno la maglia rosa o quella iridata di campione del mondo ? E a che serve giocare a pallone per diventare un giorno un calciatore del Brescia e poi della Juventus, se il papà, non c'è più ? Il ragazzo decide di partire alla ricerca del genitore, in bicicletta o in treno, convinto che da qualche parte deve pur essersi nascosto: inizia la sua investigazione infantile, raccoglie e cataloga le foto di famiglia per scoprire la verità, convinto che il padre non possa essere morto per davvero. "Ho iniziato a scrivere il testo spinto dalla necessità di recuperare l'infanzia, un periodo speciale della vita, quando tutto, forse, deve ancora incominciare - osserva Savio. Mi sono chiesto cosa renda interessante un'infanzia rispetto ad un'altra. Forse il modo in cui viene raccontata ? Mi sono ricordato di un consiglio che Bradbury rivolgeva agli aspiranti scrittori: "inventatevi un personaggio e fategli desiderare qualcosa con tutto il cuore". Prosegue: "Volevo scrivere una storia drammatica con ironia. Ho cercato di scrivere un romanzo fatto di fotografie, immagini, pensieri, senza trucchi o stratagemmi. Un libro da far riposare un attimo quando lo si è finito, come una torta". Fonte: Bresciaoggi © 29 marzo 2012 Fotografie: Francescosavio.blogspot.com

 

Francesco Savio, Mio padre era bellissimo

di Michele Genchi

Francesco Savio è al suo primo romanzo e ha scritto una storia che si legge con piacere, grazie ad una scrittura morbida, limpida, armoniosa e capace di coinvolgere. Un ritmo lento, dolce e pacato scandisce un’armonia di parole in accordo fra loro. Un libro dai tocchi lievi e delicati, ricco di immagini. Immagini che ti si stampano nella mente e che portano con sé domande. Il protagonista è Nicola, un bambino di nove anni che vive metabolizzando un lutto, quello di suo padre. In certi momenti si sente solo, abbandonato, avverte la sensazione fisica del distacco. Per Nicola, però, la relazione col padre è stata positiva e quindi interiorizza il genitore perduto come una presenza protettiva. Cerca quindi di non perdere la quotidianità che aveva con lui, quasi a voler continuare la relazione, come se questa continuità lo rasserenasse e dirigesse il dolore verso qualche cosa di reale. Si viene così a creare un processo di identificazione del bambino con il genitore che non c’è più. Nicola ha sviluppato una buona organizzazione della propria personalità ed è quindi in grado di sostenere ed esprimere la sua nostalgia. Per questo il suo punto di vista è descritto in modo arguto, pacato, spesso divertente, ma mai artificiosamente ingenuo. Leggendo si capisce come le più grandi conquiste sono delle piccole vittorie. A volte non ci crediamo, non pensiamo sia possibile e, quando arrivano, sono inaspettate. Ci trovano impreparati e hanno il sapore di quella semplice felicità che di solito si trova solo nello sguardo di un bambino. In questo romanzo di Francesco Savio tutto si muove lento e leggero. Con una levità fatta di frasi brevi, scelte con cura, che si susseguono con ritmo cadenzato e denotano costante e laboriosa ricerca formale. Lo scrittore bresciano sembra aver seguito i consigli di Cechov. Soprattutto l’elogio della leggerezza. "Potete piangere o gemere sopra un racconto, potete soffrire insieme ai vostri personaggi, ma ritengo che bisogna fare in modo che il lettore non se ne accorga".

Il suo è un modo di raccontare a prima vista facile, per lui le parole sono una fortunata opportunità e vanno modellate con attenzione, senza inganni o maquillage di cattivo gusto. Il tono è affabulatorio, confidenziale e ricco di immagini che elettrizzano l’emotività e, allo stesso tempo, suscitano stupore. Con voce disincantata, diretta, Nicola racconta, un mondo di esperienze e sentimenti unici. Immagina il suo rapporto col padre e sogna di diventare un campione di ciclismo. Ricorda con immediatezza e sincerità i pomeriggi passati in casa a far compagnia al padre malato, quando guardava alla televisione i campionati del mondo di ciclismo e cominciava ad amare questo sport che così tanto piaceva a papà Guerrino. Si stupiva allora che il campione del mondo con quella strana maglia bianca a cinque bande colorate dava il meglio di sé solo in quella singola gara di Settembre e poi spesso, durante l’anno, vivacchiava di prestazioni discontinue. Il ciclismo, tuttavia, è uno sport che sa regalare soddisfazioni nei momenti più impensabili e il Giro d’Italia è una gara a tappe di grande interesse popolare, una competizione unica, diversa da tutte le altre. Come scrive Gian Luca Favetto "il Giro è mito, è storia e geografia, è polvere e asfalto, è neve, pioggia, vento, grandine, sole, è miss e sorrisi, è radio, televisione e giornali, è campioni e gregari, maglie rosa e maglie nere". Guerrino e Nicola il Giro lo seguivano eccome e il bambino addirittura sognava addirittura di vincerlo con la sua bicicletta. Desiderava a più non posso anche la maglia numero 10 di Platini e di giocare un giorno nella sua Juve. Attraverso la fantasia, Nicola impara a dare un senso al mondo che lo circonda, ma non solo. Il giorno in cui suo padre muore, però, tutti questi suoi sogni svaniscono e Nicola comincerà a pensare, parlarsi e rispondersi, ritrovandosi. Sognerà di partire in treno alla ricerca di Guerrino in una sorta di viaggio fatto di parole e silenzi, domande e sorprese. Una strada che ci rivelerà come i nostri genitori, la nostra famiglia e gli amici di un tempo sono i soli testimoni di quello che siamo stati, e che ora non siamo più. Fonte: Bookavenue.it © 29 aprile 2010 Fotografie: Peter Robinson © Le Dilettante © Nick Didlick ©

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