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Le gradinate dell’Heysel - Una morale per il calcio
La
strage dello stadio Heysel di Bruxelles, avvenuta il 29
maggio 1985, ha cambiato per sempre la storia del calcio,
segnandone una delle pagine più nere. In quelle immagini
di morte e feroce insensatezza, riprese dalla tv e impresse
nel ricordo in modo indelebile, abbiamo visto il gioco trasformarsi
in dramma, l’evento sportivo in una farsa oscena. In occasione
del quarantesimo anniversario della tragedia, questo appassionato
saggio di Pol Vandromme, in equilibrio tra memoria personale
di ex giocatore e tifoso e riflessione estetica sul calcio,
viene proposto nella prima traduzione italiana di Massimo
Raffaeli, che ne restituisce l’unicità dello stile, la sua
sorprendente qualità letteraria.
LA TRAGEDIA:
VANDROMME E IL SANGUE DELL'HEYSEL -
Uscito la prima volta nel 1985 e poi ripubblicato e
aggiornato, arriva ora in Italia "Le gradinate
dell'Heysel. Una morale per il calcio" Wydia, 110
pagine, 15 euro, traduzione di Massimo Raffaeli),
l'appassionato saggio di Pol Vandromme, scritto in
equilibrio tra la memoria dell'ex giocatore e tifoso e
la riflessione estetica sul mondo del pallone. A
quarant'anni dalla strage in cui, prima della finale di
Coppa dei Campioni con il Liverpool dei famigerati
hooligans, persero la vita 39 persone, 32 delle quali
italiani tifosi della Juventus, quella storia di
violenza e insensatezza, quel gioco trasformato in
tragedia, vengono analizzati con il cuore e uno stile
unico e raffinato.
(G.T.)
Fonte: Vydia Editore © 1 maggio 2025
Fotografie: Vydia
Edtore ©
Lefigaro.fr © La Table Ronde
©
Video: Massimo Raffaeli ©
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Alla libreria iobook la
presentazione di
"Le gradinate dell'Heysel"
con Massimo Raffaeli
Martedì 1 settembre alle
ore 21,15 alla libreria iobook in via Cavour 32 ci sarà
la presentazione del libro "Le gradinate dell' Heysel" il
libro di Pol Vandromme tradotto da Massimo Raffaeli.
E sarà proprio Raffaeli intervistato
da Andrea Pongetti a parlare di questo saggio che l'autore
scrisse subito dopo la strage dello stadio Heysel di Bruxelles,
avvenuta il 29 maggio 1985, un evento nefasto che ha cambiato
per sempre la storia del calcio, segnando una delle pagine
più nere. In quelle immagini di morte e feroce insensatezza,
riprese dalla tv e impresse nel ricordo di chi le ha viste
in modo indelebile, abbiamo visto il gioco trasformarsi
in dramma, l’evento sportivo in una farsa oscena. In occasione
del quarantesimo anniversario della tragedia, questo appassionato
saggio di Pol Vandromme, in equilibrio tra memoria personale
di ex giocatore e tifoso e riflessione estetica sul calcio,
viene proposto nella prima traduzione italiana di Massimo
Raffaeli che ne restituisce l’unicità dello stile e la sua
sorprendente qualità letteraria.
Fonte: Viveresenigallia.it
© 31 agosto 2026
Fotografia:
Vydia Editore ©
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A "Oltre L’effimero" si
parla di morale del calcio
Venerdì 12 dicembre a Palazzo Gradari, si conclude
il progetto che fa dialogare letteratura e sport. Per L’ultimo
appuntamento, ad incontrare il pubblico lo storico dello
sport Nicola Sbetti.
Venerdì
12 dicembre (ore 18), nel Salone Antonia Pallerini di Palazzo
Gradari, la rassegna "Oltre L’effimero - Quattro conversazioni
tra Letteratura e Sport" si conclude con L’incontro "Le
gradinate dell’Heysel - Un poema in prosa e una morale per
il calcio" : protagonista Nicola Sbetti che ragiona del
libro di Pol Vandromme "Le gradinate dell’Heysel. Una morale
per il calcio" (Vydia Editore, 2025). "Il calcio è un racconto.
La memoria me lo ha recitato ancor prima che avessi L’età
della ragione. L’Heysel un mercoledì sera ci ha reso increduli"… Così scrive Vandromme nella pubblicazione curata da Massimo
Raffaeli che ben inquadra la figura dell’autore: "un maturo
letterato, biografo di Celine esponente di una destra anticonformista
e libertina". Si tratta di un piccolo libro formidabile,
un poema in prosa che raffigura "la morte in effige" dello
sport. Come i poemi classici che spuntano al termine delle
vecchie e all’alba delle nuove civiltà, Vandromme si ispira
alla morte di una certa idea di sport, quella del calcio
come competizione agonistica. Il libro è sottoposto alla
lettura di Nicola Sbetti / Università di Bologna, in prima
linea nella nuova generazione italiana di storici dello
sport.
NICOLA SBETTI: (Venezia, 1985) Storico
dello sport al Dipartimento delle Arti dell’Università di
Bologna è uno studioso del rapporto tra sport e politica.
Sta lavorando su "La storia politica dei Giochi Olimpici
di Cortina - 1956". Tra i suoi libri: Giochi Diplomatici
(Viella, 2020); La diplomazia del pallone. Storia politica
dei Mondiali di calcio (1930-2022) Le Monnier, 2022; ha
curato Campanili e palloni. Per una storia locale del calcio
italiano, Pacini Editore, 2024. Il suo blog è "A GAMBA TESA
nella storia nella politica e nella cultura dello sport".
"Oltre L’effimero. Quattro conversazioni tra letteratura
e arte" è un "iniziativa ideata da Giuliano Martufi, promossa
dal Comune di Pesaro e realizzata dall’Associazione culturale
Pindaro con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura (Bando
Cultura 2025). Ingresso libero e gratuito fino a esaurimento
posti disponibili.
Fonte: Comune.pesaro.pu.it
© 10 dicembre 2025
Fotografia:
Nicola Sbetti
©
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ALIAS DOMENICA
Pol Vandromme dall’infanzia
al tifo bestiale:
uno struggente epicedio
per il calcio che fu
di Pasquale Di Palmo
Pol
Vandromme è stato uno scrittore e critico letterario di
rilievo, con una bibliografia ricchissima alle spalle, nato
a Charleroi nel 1927 e scomparso a Loverval, nelle immediate
vicinanze, nel 2009. Autodefinitosi "belga di passaggio
e provinciale di Parigi", faceva parte di quella frangia
di intellettuali cosiddetta buissonière, termine con il
quale si designano i simpatizzanti di una destra anticonformista
e sui generis. Studioso di Céline e Drieu La Rochelle, di
cui apparvero in Italia per l’editore Borla due importanti
monografie negli anni sessanta, recentemente ristampate,
si occupò anche di altre figure legate all’intellighenzia
conservatrice: da Charles Maurras a Lucien Rebatet, da Marcel
Aymé a Roger Nimier, con la variabile Georges Simenon sullo
sfondo; si interessò al contempo a chansonniers come Brassens
e Brel e nel 1959 pubblicò un libro intitolato Le monde
de Tintin, ispirato al celebre personaggio dei fumetti,
ideato dal disegnatore belga Hergé, la cui ristampa del
1994 è curiosamente prefata da Nimier.
Grande
appassionato di football, Vandromme scrisse un toccante
epicedio sullo stesso, intitolato Le gradinate dell’Heysel
Una morale per il calcio (pp. 110, € 15,00) che ora Vydia
editore licenzia nell’ottima traduzione di Massimo Raffaeli,
il quale, da raffinato esperto della materia, ne ha fortemente
caldeggiato la pubblicazione presso svariati editori. L’argomento
è considerato respingente, in quanto l’autore belga prende
abbrivio, per la sua singolare analisi, proprio dalla tragedia
dello stadio Heysel di Bruxelles, dove il 29 maggio 1985
persero la vita trentanove tifosi italiani, con centinaia
di feriti, in seguito alle intemperanze degli hooligans
prima della finale della Coppa dei Campioni tra Juventus
e Liverpool (un ricordo inquietante per chi scrive, trovandosi
il padre sull’anello opposto dello stadio). Emersero notevoli
lacune a livello organizzativo. Per la cronaca la squadra
torinese, in cui militavano campioni del calibro di Scirea,
Rossi, Tardelli e Boniek, vinse uno a zero, con rigore trasformato
da Platini e inaccettabile festeggiamento finale. In realtà
il titolo del libro risulta fuorviante, in quanto Vandromme
non si sofferma ad approfondire solo l’episodio tragico
dell’Heysel ma si avventura in un panegirico sul calcio
(o sulle aberrazioni del "neocalcio", palesi a tutti), sconfinante
in un’appassionata, poeticissima dichiarazione d’amore. Les gradins du Heysel, edito nel 1992 da La Table Ronde,
è in effetti una sorta di Bildungsroman, caratterizzato,
oltre che dallo strascico di illusioni e disillusioni di
un vecchio adolescente, dal senso di frustrazione per non
essere mai riuscito a praticare proficuamente tale sport,
a causa dell’intransigenza dei genitori. Questo "contemplativo
del calcio", come lui stesso si definisce, vòlto alla ricerca
di un piacere estetico mai fine a sé stesso, diventa così
ideale cantore di un avvenimento drammatico che si configura,
nella sua emblematicità, quale diretta emanazione di un
tifo dai tratti irriconoscibili e vampireschi, paragonato
a una "Bestia insaziabile" assetata di sangue.
Con
ben altro spirito Vandromme, acceso tifoso dello Sporting
Charleroi, la cui divisa ricorda paradossalmente quella
zebrata della Juventus, si recava a vedere le partite della
sua squadra presso il vecchio stadio Mambour: "Da me, al Mambour, sono le nozze mistiche del nero e del bianco". Gli assi di quella compagine si chiamavano Jean Capelle
e Jules Henriet, rispettivamente attaccante e centrocampista.
Quest’ultimo, nonostante fosse alto un metro e sessantatré,
riusciva sempre a spuntarla di testa, divenendo il beniamino
di Vandromme che ricorre ai soprannomi di "fuoco fatuo"
e "passamuraglie", ricavati dai titoli più rappresentativi
degli amati Drieu La Rochelle e Aimée. Stendhaliano di elezione,
Vandromme cita un altro Nume tutelare della destra, Henry
de Montherlant, interessatosi a più riprese agli eventi
sportivi e al calcio, paragonati alle leggendarie imprese
atletiche di greci e romani. Il football per Vandromme deve
essere puro divertimento e, come tale, andrebbe affrancato
da ogni esasperato tatticismo. Inaccettabile misurarsi per
il pareggio (si pensi alla celebre teoria di Gianni Brera
e Annibale Frossi secondo cui il risultato ideale sarebbe
lo zero a zero), bisogna solo aspirare alla vittoria. Con
"la sua scrittura netta e calcolatamente deragliante" (Raffaeli),
Vandromme riesce nell’intento di contrapporre le partite
idilliache della propria infanzia, giocate clandestinamente
nei cortili di scuola sotto cieli ammantati di fuliggine,
alle derive di un tifo che concepisce l’avversario alla
stregua di nemico da distruggere. D’altronde non c’è alcun
intento sociologico nella requisitoria di Vandromme, bensì
il tentativo di rapportarsi al mediatico "connubio di idiozia
e mercantilismo" con sguardo critico, teso al recupero
di aspetti autenticamente lirici del football. Non è un
caso che il curatore, nell’intensa prefazione, memore di
certi inarrivabili approdi di Saba e Sereni, sostenga
che il calcio "nel suo moto desultorio, rammenti ancora
una volta le dinamiche della poesia"
Fonte:
Ilmanifesto.it © 22 giugno 2025
Video: RAI
©
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Viaggio al termine dell’Heysel
Il lucido e macabro canto alla tragedia di Pol Vandromme.
Nella
sua versione protosemitica è rappresentata come due rette
che non si toccano: dev’essere stato con il contatto, la
tangenza, che la Z si è trasformata nell’ultima lettera,
e nella lettera degli ultimi. È tutta una questione di intersezioni:
con la Z inizia anche la parola zenith, il punto in cui
- in astronomia - si incrociano la retta perpendicolare
al piano dell’orizzonte, quello in cui si trova lo spettatore,
e la superficie dell’emisfero celeste. A Bruxelles, allo
stadio Heysel, la sera del 29 maggio del 1985, esattamente
quarant’anni fa, "Z" è il nome della tribuna mista in cui
convivono i tifosi delle due squadre che stanno per disputarsi
la Coppa dei campioni: la Juventus e il Liverpool. È il
settore in cui entrano in contatto due rette che non dovrebbero
incontrarsi - non si sarebbero dovute incontrare - mai:
famiglie, appassionati-non-esaltati, gente che con il mondo
dell’esasperazione del tifo - una parabola che negli anni
Ottanta si impenna vertiginosamente - non ha niente a che
vedere. I fatti di quella sera, che hanno avuto come teatro
la tribuna Z, avrebbero cambiato per sempre la storia del
calcio come eravamo abituati a conoscerlo, segnandone una
delle pagine più buie. Gli hoolingans del Liverpool, armati
di mazze e coltelli, costrinsero i tifosi pacifici ad arretrare
verso il muro alle loro spalle, che implose su sé stesso.
Nella calca moriranno 39 persone - 32 delle quali italiane,
altre 600 ne usciranno ferite.
UNA FARSA -
A
rendere ancora più cupa la serata, però, non sarà solo il
lugubre bilancio, ma la prosecuzione di una farsa obbediente
al principio taylor-fordista del "the show must go on":
la partita si terrà, nonostante tutto. La Juventus vincerà,
ci saranno festeggiamenti, giri di campo, la commedia dell’arte:
un sabba in cui va in scena la celebrazione della fine dell’innocenza.
Il nonsense di quella serata è narrato in (e sviscerato
da) una pletora di libri: in La notte dell’innocenza, uscito
nel 2015 per Rizzoli e nuovamente nelle librerie in questi
giorni per Einaudi, Mario Desiati scrive: "I fili d’erba
di quel prato hanno visto guerra e sangue fino a pochi minuti
fa, come possono adesso piegarsi sotto i tacchetti di ferro
di ventidue calciatori?". Il dilemma se lo pone un Desiati
bambino, mentre guarda lo spettacolo in TV. Ma è lo stesso
nodo gordiano attorno al quale si arrovella la riflessione
di un già adulto Pol Vandromme, scrittore belga nativo di
Charleroi (che si definiva "belga di passaggio e provinciale
di Parigi "), Grand prix de l’Académie française nel 1982,
in un testo scritto immediatamente dopo la tragedia, di
getto, di pancia, "in un’unica presa di fiato, pervaso da
timore e tremore", e arrivato in Italia grazie a un minuscolo
editore marchigiano, Vydia Edizioni d’arte, nella traduzione
superba di Massimo Raffaeli (traduttore, tra gli altri,
di Céline e Artaud): Le gradinate dell’Heysel. Una morale
per il calcio (2025). Le gradinate cui allude Vandromme
sono il luogo mitico, etereo, in cui si trova l’osservatore
sull’ideale piano dell’orizzonte, mentre sulla sua testa
sfavilla e implode lo zenith.
INCREDULITÀ - "Il calcio è un racconto",
scrive Vandromme in apertura. "La memoria me lo ha recitato
ancor prima che avessi l’età della ragione. È una memoria
d’infanzia. Bisogna crederci. Bisogna credermi. L’Heysel,
un mercoledì sera, ci ha resi increduli". La sospensione
dell’incredulità è una condizione necessaria in ogni patto
tra scrittore e lettore, e lo è stato a maggior ragione
quella sera del 29 maggio tra spettatore e protagonisti.
Dal dramma che si inscena sotto gli occhi di Vandromme,
di tutti, sgorga un flusso di coscienza tanto acuto quanto
contrito, che si arrampica come edera tra le pagine con
una scrittura "deragliante", come scrive Raffaeli, pieno
sì di rimpianti per l’arcadia mitica di un calcio-che-muore-quella-sera,
ma soprattutto attento a dipingere, nelle sue sfumature
più ferine, il calcio come macelleria (anche sociale), come
calamità naturale, come Bestia. Un calcio come Méduse gericaultiana
in balia delle onde dei tempi, dell’ipocrisia dei tempi.
In un’intervista concessa ad Adalberto Scemma, Raffaeli
dice di aver fatto un’immensa fatica a tradurre questo libro,
con buona probabilità al di là della lingua rigogliosa.
"Era lì da dieci anni perché grandi editori, con cui pure
collaboro, solo a sentir parlare dell’Heysel hanno sempre
detto di no, inorriditi". C’è da intendere che il blocco
si origini non tanto dal tema in sé, quanto dalla maniera
in cui Vandromme, con una lucidità che si spinge ai confini
del cinismo, senza troppi giri di parole ci mette di fronte
alla desacralizzazione di un profano sacralizzato: se Pasolini
definiva il calcio "l’ultima rappresentazione sacra del
nostro tempo", quella che prende vita all’Heysel è un pandemonio,
una tregenda, la resa incondizionata alla Bestia "che colpiva
per il piacere di distruggere".
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SACRO E PROFANO -
Vandromme,
con una lucidità che si spinge ai confini del cinismo, senza
troppi giri di parole ci mette di fronte alla desacralizzazione
di un profano sacralizzato.
La posizione di Vandromme - uomo di una destra libertina,
buisonnière, anticonformista ma non a-tutti-i-costi - è
quella che oggi ascriveremmo ai movimenti di pensiero che
si scagliano contro-il-calcio-moderno, figlio del mercantilismo
esasperato, del risultato per il risultato, della mutazione
del tifo, "da fenomeno individualmente passionale e mitemente
identitario a credo fondamentalista, parareligioso e xenofobo,
chissà paramilitare". Nel "glaciale silenzio successivo
alla strage dell’Heysel" Vandromme vede la traduzione in
emblema dell’eclissi di una vicenda secolare, che prendeva
ad assumere - e che ha ancora - "i tratti di un’involontaria
e nera parodia". Il suo voyage au bout de la nuit, tanto
per rimanere "céliniani", è anche un viaggio à rebours,
verso le origini del processo di incancrenimento: "Non mancavano
segni che annunciavano il disastro", scrive Vandromme: "I
giocatori, nelle loro tenute coperte di reliquie pubblicitarie,
erano i re di una preistorica negritudine. La corte tribale
che li adulava […] brandiva stendardi e raganelle come i
loro antenati le teste sulla picca"; "Era il mercante in
fiera, un concerto di sonagli al passo dei buffoni. Il calcio
era sempre un racconto, ma da jungla nera".
IL TEATRO DELL’ABBRUTIMENTO E I SUOI ATTORI -
Quel che vede Vandromme, quella sera di maggio all’Heysel,
è "l’apoteosi della Bestia": la sublimazione di una
brutalità innata che, libera dalle costrizioni, può
scatenarsi fagocitante, "ghul e gorgone insieme": una brutalità
"parossistica, da
lanzichenecchi. Una brutalità quintessenziale, un’orchessa
da topaia e latrina". Un maelstrom che risucchia ed ammalia,
un canto di sirena irresistibile tanto più perché normalizzato.
Anzi, peggio: solennizzato. Nel descrivere i tifosi che
irrompono sulla scena del disastro televisivizzato, Desiati
nel suo La notte dell’innocenza scrive che sono diversi
da come vengono iconografizzati oggi: "sono secchi, magri,
scavati, non sembrano mastodontici, muscolosi o robusti". Sono però, nondimeno, specie gli inglesi, nelle parole di Vandromme,
"materia shakespeariana senza Shakespeare", che
girano "con la pece bollente e il tizzone in mano". Quel
che vede Vandromme, quella sera di maggio all’Heysel, è
"l’apoteosi della Bestia": la sublimazione di una
brutalità innata che, libera dalle costrizioni, può
scatenarsi fagocitante, "ghul e gorgone insieme".
Quella che si cristallizza all’Heysel, in effetti, è la
congiunzione astrale dei tre satelliti che oscurano il sole
calcistico che batte sul Regno Unito negli anni Ottanta:
la difficoltà di controllare il pubblico (sebbene nella
gestione dell’ordine pubblico, a Bruxelles, quella sera,
ci sarebbe da scrivere molto), la fatiscenza degli stadi
e soprattutto l’inarrestabilità dell’onda di rabbia sociale
racchiusa in quello che per facilità, non senza un pizzico
di riduzionismo, chiameremo hooliganismo.
VALLEY PARADE -
L’Inghilterra
aveva già avuto, diciotto giorni prima della tragedia di
Bruxelles, il suo Heysel intimo: l’11 maggio al Valley Parade
di Bradford era divampato un incendio, cinquantasei persone
avevano perso la vita, eppure quel disastro avvenuto ai
bordi dell’Impero non era riuscito ad avere la risonanza
- e a indurre a una rilettura delle criticità - che avrebbe
invece avuto una finale di coppa, trasmessa in mondovisione.
Il calcio, per Vandromme, è alla stregua di "un ciclone,
un tifone, un’eruzione vulcanica: noi eravamo lì, e ci stavamo
accomodando". A danzare sull’orlo del cratere un’entità
complicata da contenere, pericolosa nella sua indefinitezza,
forte dell’armonia dell’uniformità, quell’aggrumarsi organico
che è sempre stato, nel Novecento soprattutto, il campanello
d’allarme della sciagura: la folla. "Ogni folla è spaventosa",
scrive Vandromme, "tutto in essa si confonde e si dissolve
[…], l’unione confusa e gregaria, l’unità del contronatura". All’Heysel la folla caratterizzata (quella che fa della
brutalità da stadio qualcosa di sistematico) e la folla
indefinita (che si trova mescolata "intorno a un bivacco,
tanti biglietti per il jamboree, tutti venduti, mercato
nero in funzione, una pacchia ") entrano in combutta, si
compenetrano: e la loro scissione atomica mette a nudo un
principio tanto quintessenziale quanto difficile da accettare,
cioè che "la ferocia è la nostra natura, se non altro una
sua parte, tuttavia la più imperiosa". La folla è sempre
foriera di disastro. Noi siamo il disastro. "All’Heysel
abbiamo ricevuto le ultime notizie sull’uomo", ammette mestamente Vandromme,
"Ce le ha date la folla".
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QUANDO CADE L’ACROBATA ENTRANO I CLOWN -
La nostalgia per gli Auld lang syne è sempre un
termometro pericoloso: messo a confronto con l’Arcadia
perduta, il dipanarsi degli eventi che costellano la
nostra quotidianità vive nel costante rischio della
disattesa, della delusione. Nell’estetica borghese "vandrommiana" dello sport-come-diporto,
è evidente che la visione della tregenda Heyseliana sia
la macchia di muffa all’improvviso visibile sul muro, insostenibile
agli occhi. Che non è però solo figlia della degenerazione
sociale degli spettatori dello show calcistico, ma anche
della nuova (depauperata) etica degli attori. Nell’infanzia
di Vandromme "i giocatori avevano un mestiere, alcuni battevano
il ferro, altri estraevano carbone nei pozzi": erano figli
della loro terra e dei loro tempi, e da loro profondeva
la fatamorgana virtuosa di un uomo vecchio che si denudava
per vestire i panni, allo stadio, dell’uomo nuovo. "Sai,
è un avvocato" gli dicevano di Jean Capelle, l’eroe della
sua infanzia: il fatto che fosse intelligente rafforzava
l’apprezzamento del genio in campo. I calciatori moderni,
invece, per Vandromme, Michel Platini, Zbigniew Boniek,
Phil Neal, Kenny Dalglish, non sono che "flatus vocis dentro
al sinistro orgasmo della Bestia insaziabile". Phil Neal,
il capitano del Liverpool, negli istanti immediatamente
successivi alla tragedia prese la parola: parlò ai tifosi,
richiamandoli alla calma, così come parlò allo stadio Gaetano
Scirea, capitano della Juventus, che con la voce rauca disse
"La partita verrà giocata per consentire alla polizia di
organizzare la protezione durante l’uscita dallo stadio".
"Restate calmi", chiosò, "giochiamo per voi".
MESSA o SABBA ?
- Ma
quella partita non sarà che "la messa solenne dopo il sabba",
certo imposta dai più alti vertici della Curia calcistica,
ma della cui celebrazione, nondimeno, i calciatori saranno
in qualche modo complici, chissà quanto inconsapevoli; proprio
quei calciatori che "avevano carezzato la Bestia per il
verso del pelo, e mormorato all’Insaziabile le parole che
invitano alla calma"; "Platini al colmo della gioia dopo
il calcio di rigore vincente, il tumulto di una felicità
dirompente, i bengala e le luminarie, il giro d’onore sotto
gli evviva, l’isteria, la scempiaggine infernale". Di fronte
alla nausea, ai corpi senza vita ancora caldi, alla "putrefazione
che colava sui vivi". Per cercare di spiegare il nonsense
di quella serata, Vandromme usa una metafora che tornerà
nelle parole di Michel Platini durante un’intervista concessa
a Marguerite Duras per Libération, nel 1987: Platini disse
"quando cade l’acrobata, entrano i clown"; Vandromme, due
anni prima, scrive "al circo, quando l’acrobata manca il
trapezio, lo spettacolo continua. Il cadavere dietro le
quinte, i clown in scena".
COSA CI LASCIA L’HEYSEL - A quarant’anni
di distanza, l’isteria collettiva con la quale il calcio
ha saputo reinventare modi di gettare la polvere sotto il
tappeto persiste. Ci sarebbero state altre tragedie (Hillsborough),
altre nonchalance, altri asservimenti-al-male-minore, alla
tecnocrazia televisiva, alla mercificazione (il Mondiale
qatariota, su tutti, e quello prossimo a venire in Arabia
Saudita). La chiave di lettura di Vandromme suona oggi magari
un po’ demagoga, con leggere venature riduzioniste, classiste
e razziste ("un calcio si giudica dalla teppacrazia che
ingombra le gradinate degli stadi, e un popolo dalla sua
plebaglia", ma anche "ogni lembo di terra ha il suo frumento
e la sua gramigna "): nondimeno, con la sua lingua pomposa,
prendendoci per mano in un viaggio alle radici di una brutalità
sempre più accettata, normalizzata, Vandromme ci consegna
una massima ancora oggi, probabilmente, attualissima:
"il calcio, con il rock e l’Islam, è l’ultima grande
religione di questo mondo". L’Heysel, supernova esplosa
nella tribuna Z, è stato uno spartiacque innegabile: il
vertice di una parabola demoniaca, dell’escalation della
violenza, della "neglettitudine", dello spettacolo a ogni costo. Il punto
più basso mai raggiunto. Oltre il quale non si può scavare,
forse. Ma sono libri come quello di Vandromme, visioni lucide
come la sua, spadaccine e coscienti, ad aprire ancora uno
squarcio nella stratificazione della memoria, al cuore delle
cose. Dove si annidano gli ingranaggi con i quali capire
cosa abbiamo perso quel giorno, come ci siamo arrivati,
per non tornarci mai più.
Fonte: Iltascabile.com © 4 giugno 2025
Fotografie:
RAI © La Table Ronde ©
Rtbf.be ©
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Anniversario - 40 anni
fa l'Heysel: l'inizio della fine del calcio
di Massimiliano Castellani
Nulla sarebbe stato più
lo stesso dopo quella "notte infetta", seguita da "un mattino
sordido, rosso di sangue innocente": il libro di Pol Vandromme
sulla tragedia del 29 maggio 1985.
"Non si può parlare di sport davanti a tutto questo..." furono
le parole pronunciate da uno sconvolto Bruno Pizzul in telecronaca
diretta dallo stadio di Bruxelles. Una frase indelebile
nella memoria della mia generazione, che è anche "quella
dell’Heysel". Sulle gradinate del vecchio impianto
sportivo di Bruxelles, il 29 maggio 1985 si consumò la
più immane delle stragi da ultimo stadio che si ricordi.
Prima della finale di Coppa dei Campioni fra Liverpool e
Juventus, l’apocalisse si era abbattuta sul settore
Zeta, la gabbia della morte dove per la follia dei
famigerati e temutissimi "animals",
gli hooligans inglesi, persero la vita 39 persone: 32 di
loro erano italiani così come la maggioranza degli oltre
600 feriti. Famiglie che erano arrivate lì nella capitale
del Belgio per assistere alla massima festa del calcio europeo
tornarono in Italia orfane di un padre, una madre o di un
parente: morti nella calca asfissiante o finite a colpi
di coltello dalla follia omicida del branco calato da Liverpool.
La mia generazione e un popolo intero quella sera di quarant’anni
fa ha assistito in diretta a una tragedia inimmaginabile.
L’amico e collega Bruno Pizzul quelle volte che affrontammo
l’argomento Heysel, con la memoria si rituffava in un mare
profondo di emozioni amare e considerazioni angoscianti.
Quella diretta il Bruno nazionale la visse come in uno stato
di trance. Nella sua postazione, ostaggio degli eventi in
corso, era chiamato ad assolvere il suo dovere professionale
di fare informazione, "senza allarmare troppo, ma nemmeno
minimizzare la tragedia che si stava compiendo. "Così ho
raccontato cose inaccettabili". Inaccettabile fu anche che
lo show andò avanti lo stesso.
Il
pallone listato di nero dai 39 lutti non si poteva fermare
per "ragioni di sicurezza", l’unica cosa che mancò dall’inizio
alla fine di quella partita. Così la Juventus, in un clima
cimiteriale in cui si disse che era stata obbligata a giocare
per "ragioni di ordine pubblico", vinse (1-0) e conquistò
la sua prima storica Coppa dei Campioni. Dal dischetto del
rigore il gol-vittoria lo segnò Michel Platini, che solo
molto tempo dopo rielaborando il senso di colpa pronunciò
una delle sue perle filosofiche: "Quando l’acrobata cade,
entrano i clown". Frase riciclata per il titolo del monologo
teatrale dello juventinissimo Walter Veltroni. "Una frase
in effetti autoassolutoria, Platini non poteva sospettare
che la sua allegoria celava un senso preterintenzionale
e recava pertanto, il segno di una verità ulteriore", scrive
lo juventino - sivoriano e ultimo vero critico letterario
militante Massimo Raffaeli in prefazione a Le gradinate
dell’Heysel. Una morale per il calcio (Vydia Edizioni, pagine
105, euro 15,00). Un raro trattato sociofilosofico sul calcio
scritto a caldo e d’un fiato da Pol Vandromme (1927-2009),
finissimo intellettuale belga, critico letterario, noto
per i suoi saggi sugli autori prediletti Pierre Drieu La
Rochelle e Marcel Aymé e per essere stato il biografo di
Louis-Ferdinand Céline. Per questo nel viaggio al termine
della notte degli orrori del calcio, Vandromme è riuscito
a scrivere delle pagine eccezionali, perché il suo pensiero
fa eccezione nella ridda del quanto già detto e scritto
sull’argomento. Di questo testo apocalittico, l’unico vero
saggio capace di smascherare il mostro dell’Heysel, Raffaeli
è stato un antesignano e da tempo infatti invocava un’edizione
italiana, che ora va assolutamente sponsorizzata.
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Perché
Vandromme, come Pier Paolo Pasolini , di cui è quasi coetaneo,
nell’analisi sociale del fenomeno football parte dalla passione
poetica e giovanile per il calcio giocato nei campetti "innevati
di fuliggine" della sua Charleroi. E le gradinate della
sua giovinezza tifosa sono quelle dello stadio Mambour,
"la couche di una passione che si specchia solamente nell’epica
della squadra di casa, i bianconeri semidilettanti dello
Sporting", sottolinea Raffaeli. Ma per Vandromme, quell’epica
di colpo il 29 maggio dell’85 mentre assiste, probabilmente
da telespettatore, alla finale di Coppa dei Campioni, si
sgretola e cade a pezzi come il muro della curva maledetta
dell’Heysel. Se per Pasolini "il calcio è l’ultima rappresentazione
sacra del nostro tempo" davanti a quelle immagini il pensatore
belga scopre che proprio nella sua terra si sta consumando
la fine di quel rito che da sacro si è fatto sacrificale.
Per un gioco assurdo del destino, manovrato dalla folla
folle e ubriaca, le vittime sacrificali si sono immolate
sull’ara di quella che Vandromme definisce la "Bestia insaziabile". Il calcio dopo quella
"notte infetta", seguita da "un mattino
sordido, rosso di sangue innocente", non sarebbe stato più
stato lo stesso. E con nausea da Sartre di destra e quasi
con orrore di quanto sente di dover scrivere, quasi d’un
fiato a poche ore di distanza dall’evento tragico, Vandromme
verga avvelenato: "L’onda dei sicari e degli iloti ebbri
era già gonfia, presa da una frenesia mostruosa, la rissa
era precipitata fino in campo, l’orrore marchiava lo stadio
con le proprie stimmate". È il più doloroso dei j’accuse
quello che celebra il funerale del "calcio di poesia". Vandromme
inorridisce dinanzi alla creazione, per mano dell’iperconsumistico
capitalismo neoliberista, della nuova entità che faceva
il suo ingresso in campo per dominarlo ab illo tempore,
il "Neocalcio". Il campo di football, fino ad allora benedetto
dagli dei del gioco come espressione di regole sane e condivise
da nobili protagonisti, sul prato dell’Heysel cedeva definitivamente
il passo dinanzi alla "Bestia insaziabile". Questa "salutava
le sue divinità che le offrivano il giro d’onore e il trofeo
dell’olocausto". Non ci sono vincitori in questa triste
e drammatica storia, ma solo tanto sangue dei vinti.
Vandromme
vede e prevede i segnali di una disfatta imminente e la
fine della sacralità del calcio che sarà inondato da un
diluvio finanziario, dove le azioni dei calciatori in campo
saranno secondarie a quelle quotate in Borsa e la "Bestia
insaziabile" passando dal piccolo schermo riuscirà ad entrare
in ogni casa e a qualsiasi ora. Un attacco letale, senza
via di scampo. "L’Heysel - scrive Vadnromme - riveste il
mantello di Noè. È il mantello dei poveracci, della miseria
dei ricchi, della loro bassezza di riccastri… della loro
cecità redditizia, della loro ferocia di profittatori, l’espediente
della loro doppiezza e del parassitismo". Sulle gradinate
del fatiscente e decrepito Heysel (inadeguato per una finale Uefa, tutti sapevano!), presero disordinatamente posto la
miseria della plebaglia inglese che con le sue orde barbariche,
retrovie armate di spranghe e coltello nell’esercito di
un impero mercantile in decadenza, colpirono a morte. Caddero
degli innocenti dell’opposta fazione, vittime già in partenza
di uno Stato da sempre assente: "L’efferatezza del Paese
italiano è la stessa di una società senza Stato", chiosa
caustico Vandromme. Nel buio, al termine di quella notte
assurda le uniche luci che vide l’autore de Le gradinate
dell’Heysel furono quelle dei "Bobby e dei Johnny che curarono
le piaghe dei Marco e dei Luciano. Abbiamo anche visto,
in una grotta francescana, quello che salvò la vita a una
ragazza torinese che la stava perdendo". La speranza che
ancora oggi, anestetizzati dallo stucchevole showbiz chiamato
calcio, ogni tanto riaffiora, nonostante lo spettro della
sciagura permanente cominciata quel 29 maggio, sta forse
in quella flebile luce del cero assai consumato della sacralità
del gioco che, anche quella notte, fece scrivere a Vandromme:
"La civilizzazione ha resistito in qualche oscuro angolo,
sulla via samaritana, la sosta della magnanimità per la
parabola evangelica".
Fonte:
Avvenire.it
© 29 maggio 2025
Fotografie: Avvenire
©
Rtbf.be ©
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Massimo Raffaeli rivisita
Pol Vandromme
L’HEYSEL QUARANT’ANNI
DOPO
UNA MORALE PER IL CALCIO
di Adalberto Scemma
Un libro poetico, scritto
di getto e riproposto ora da un editore di nicchia.
"Belga di passaggio e provinciale
di Parigi": così amava definirsi, con ironia sotto traccia, Pol Vandromme. Lui era ben altro, accolito senza etichetta
di quella letteratura buissonnière (qualcosa come clandestina,
fuori copione) cui Antoine Blondin aveva dato un senso comune
sdoganandola con un romanzo di culto (L’Europe buissonnière),
scritto in un momento di consueta, traslucida capacità visionaria.
Il nome di Pol Vandromme è tornato imperiosamente d’attualità
grazie a un editore di nicchia, Vydia, marchigiano di Macerata,
che ha raccolto l’assist di Massimo Raffaeli (sue prefazione
e traduzione) per uscire con un libro ("Le gradinate dell’Heysel
- Una morale per il calcio ") scritto di getto e riproposto
ora in occasione del quarantesimo della strage (29 maggio
1985). "È un libro poetico - dice Raffaeli - scritto da
un appassionato, ed è una preghiera dei morti. Ho fatto
una immensa fatica a tradurlo. È lì da dieci anni perché
grandi editori, con cui pure collaboro, solo a sentir parlare
dell’Heysel, hanno sempre detto di no inorriditi".
Sentite l’incipit, leggetelo in
silenzio, ad alta voce o a voce sommessa, ma subito vi accorgerete,
scandendo mentalmente le parole, di quanto intensa sia in
Vandromme la partecipazione emotiva: "Il calcio è un racconto.
La memoria me lo ha recitato ancor prima che avessi l’età
della ragione. È una memoria d’infanzia. Bisogna crederci.
Bisogna credermi. L’Heysel, un mercoledì sera, ci ha resi
increduli. La mia dolce canzone rischia d’essere ascoltata
come il salmo arcaico di una fede da uomo semplice. Oserò
cantarla a bocca chiusa, tuttavia: la felicità per me è
stata sulle gradinate degli stadi, un segreto da dividere,
un ricordo da trasmettere. Al tempo che fu mio, e lo è rimasto,
il calcio non veniva ancora da fuori, dal paese selvaggio.
Il pallone rotolava sul prato, il sole brillava sulle sue
capriole, si andava a lui come all’onda il nuotatore, saliva
a volte verso il cielo come un aquilone. Una sfera magica,
dei diavoletti intorno: una corsa che portava lontano, al
di fuori di sé, verso un fondo di esultanza o di disperazione".
Capite bene quanto sia arduo stoppare
a questo punto la lettura, perché Pol Vandromme, nella traduzione
accorata di Raffaeli, vi trascina via come la corrente leggera
di un fiume che non conosce gorghi. "I morti si contavano
a decine, i feriti a centinaia. C’era ressa agli obitori
e agli ospedali della città. Ma a quelli, nel loro conciliabolo,
un solo pensiero passava per la testa: la partita si doveva
comunque giocare ? Sì, comunque ! Come se nulla fosse stato,
come se il massacro non avesse avuto luogo". La strage dello
stadio Heysel di Bruxelles ha cambiato per sempre la storia
del calcio, segnandone una delle pagine più nere. In quelle
immagini di morte e feroce insensatezza, riprese dalla tv
e impresse nel ricordo in modo indelebile, abbiamo visto
il gioco trasformarsi in dramma, l’evento sportivo in una
farsa oscena. L’edizione originale de "Le gradinate dell’Heysel"
(Editions de la Table Ronde) risale al 1992 ma con questa
prima edizione italiana Massimo Raffaeli ha il pregio di
restituirci l’unicità dello stile di Vandromme e la sua
sorprendente qualità letteraria. Una voce critica autorevole,
certo, ma il transfert simbiotico, in questo caso, è legato
soprattutto all’emozione. ("Le gradinate dell’Heysel - Una
morale per il calcio", Vydia Edizioni d’arte, collana I
Fauni, euro 15).
Fonte:
Panathlondistrettoitalia.it
© 21 maggio 2025
Fotografia: Oepb.at ©
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Un poeta all’Heysel -
Etica per il calcio
di Paolo
Di Stefano
Ora
esce, presso un minuscolo editore marchigiano, un libro
di Pol Vandromme, Le gradinate dell’Heysel, curato e tradotto
da Massimo Raffaeli. Sottotitolo: Una morale per il calcio.
Il belga Vandromme (1927-2009), noto come critico letterario
e biografo di Céline, ha scritto (di getto subito dopo la
strage) un libro poetico sulla Bestia insaziabile che "colpiva
per il piacere di distruggere, s’inzuppava di birra tiepida
e superalcolici, sfociava in sommosse, fracassava crani".
La sera del 29 maggio 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles
si svolse la finale di Coppa dei Campioni tra il Liverpool
e la Juventus. Fu una delle serate più tragiche della storia
del calcio. Perché quella partita fu preceduta da una strage
passata alla storia: verso le 19, sulle gradinate di quel
vecchio stadio morirono 39 tifosi, 32 dei quali erano italiani,
e circa seicento furono i feriti. Un’orda di hooligans aveva
abbattuto la recinzione che separava la sua zona dal settore
Z, occupato da tifosi non organizzati, per lo più famiglie
o semplici appassionati italiani. Fu un massacro, perché
l’urto della carica, con tanto di mazze e coltelli, costrinse
gli spettatori pacifici e inermi ad arretrare verso il muro
opposto, che crollò. Nella calca alcuni cercarono di raggiungere
il campo, altri si gettarono nel vuoto per salvarsi dalla
furia, altri rimasero schiacciati e calpestati sulle gradinate.
Le forze dell’ordine intervennero troppo tardi e troppo
male. La partita fu giocata nonostante tutto, per motivi
di sicurezza dissero gli organizzatori appellandosi al "male
minore": vinse la Juventus grazie a un rigore segnato da
Platini. Questa è la cronaca che avremmo letto in quei giorni
e che oggi, quarant’anni dopo, è diventata storia nera della
serata in cui, si disse, il calcio perdette l’innocenza
(La notte dell’innocenza è il romanzo del 2015 in cui Mario
Desiati raccontava il sé stesso bambino di quei giorni).
Ora esce, presso un minuscolo editore marchigiano, Vydia
di Macerata, un libro di Pol Vandromme, Le gradinate dell’Heysel,
curato e tradotto da Massimo Raffaeli. Sottotitolo: Una
morale per il calcio. Il belga Vandromme (1927-2009), noto
come critico letterario e biografo di Céline, ha scritto
(di getto subito dopo la strage) un libro poetico sulla
Bestia insaziabile che "colpiva per il piacere di distruggere,
s’inzuppava di birra tiepida e superalcolici, sfociava in
sommosse, fracassava crani". È un libro luttuoso, una sorta
di preghiera, dalla "scrittura deragliante" (Raffaeli),
carico di accenti mitici e di nostalgia per il calcio vagheggiato
nell’infanzia, regole, allegria, combattimento nobile ("intelligenza
in movimento", l’ha definito qualcuno), rispetto al calcio
come calamità naturale, macelleria, brutalità sicura di
sé. E come naufragio nel mare dell’ipocrisia in cui ancora
nuotiamo ogni volta che ci stupiamo della violenza delle
curve.
Fonte:
Corriere.it © 19 maggio
2025
Fotografie:
La Table Ronde © Dessinnocent.com
© Fr.fnac.be ©
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Preghiera per l'Heysel
contro la Bestia del tifo
di Massimo Raffaeli
Un requiem in poesia
del belga Pol Vandromme a 40 anni dalla strage della
partita Juve-Liverpool.
Non solo ho penato a tradurlo,
perché è scritto in uno stile denso e simbolico, ma
soprattutto a trovargli un editore, perché i più
scappavano solo a sentire nominare la tragedia del 29
maggio 1985, nello stadio Heysel di Bruxelles, in cui
morirono trentanove persone e centinaia rimasero ferite
prima della finale di Coppa dei Campioni fra Juventus e
Liverpool. Ora, "Le gradinate dell'Heysel" dello
scrittore belga Pol Vandromme ha trovato ospitalità,
grazie alla poeta Cristina Babino, nel catalogo di un
raffinato editore marchigiano, Vydia, Il libro è una
testimonianza in prima persona ed è una accorata
preghiera dei morti. Qualcosa aleggia su quelle
maledette gradinate, qualcuno pare scrutarle prima che
siano immolate, ed è ciò che Vandromme definisce la
Bestia insaziabile, una furia distruttiva, una specie di
mostro identitario e tribale che torna qui e ora
camuffato negli stendardi del tifo e nei cori che
intonano il Requiem: La Bestia insaziabile, nel
labirinto dello stadio, aveva mangiato carne e bevuto
sangue". La forza estrema delle immagini" rinvia al
profilo del critico letterario Pol Vandromme (Charleroi
1927- 2009), che aveva studiato le opere di Celine e
Drieu La Rochelle deducendone uno stile che alterna la
frase diretta e pungente alla fantasmagoria. Lo sguardo
si mantiene distante sia dalla lettura sociologica che
vede nella violenza del tifo un esito delle politiche di
Margaret Thatcher, sia da una analisi di taglio
antropologico (per entrambe vale sempre un piccolo
classico delle scienze sociali quale Descrizione di una
battaglia - I rituali del calcio, pubblicato poco dopo
l'Heysel a firma di Alessandro Dal Lago). Vandromme non
ha da opporre che il proprio Bildungsroman e dunque la
radice intatta, fraterna, di un innamoramento. Perciò
non ha paura della poesia, non teme di mostrami a mani
nude né di rammentare le istantanee comuni agli
appassionati di calcio: i ricordi del football
clandestino nei cortili di scuola, le prime partite allo
stadio, i nomi dei campioni che il tempo non ha ancora
cancellato. Senza il timore di apparire nostalgico,
Vandromme oppone a quello attuale un calcio che mantenga
l'antica passione: solo questa purezza che associa amore
e sofferenza, lo scrittore ha da offrire alle persone
morte sulle gradinate dell'Heysel.
Fonte:
Il Venerdì di
Repubblica © 16 maggio
2025
Fotografie: Ilducato.it ©
Vydia Editore © Nick Didlick ©
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