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LIBRI e HEYSEL 2025
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Le gradinate dell'Heysel Pol Vandromme 2025
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Le gradinate dell’Heysel - Una morale per il calcio

La strage dello stadio Heysel di Bruxelles, avvenuta il 29 maggio 1985, ha cambiato per sempre la storia del calcio, segnandone una delle pagine più nere. In quelle immagini di morte e feroce insensatezza, riprese dalla tv e impresse nel ricordo in modo indelebile, abbiamo visto il gioco trasformarsi in dramma, l’evento sportivo in una farsa oscena. In occasione del quarantesimo anniversario della tragedia, questo appassionato saggio di Pol Vandromme, in equilibrio tra memoria personale di ex giocatore e tifoso e riflessione estetica sul calcio, viene proposto nella prima traduzione italiana di Massimo Raffaeli, che ne restituisce l’unicità dello stile, la sua sorprendente qualità letteraria.

LA TRAGEDIA: VANDROMME E IL SANGUE DELL'HEYSEL - Uscito la prima volta nel 1985 e poi ripubblicato e aggiornato, arriva ora in Italia "Le gradinate dell'Heysel. Una morale per il calcio" Wydia, 110 pagine, 15 euro, traduzione di Massimo Raffaeli), l'appassionato saggio di Pol Vandromme, scritto in equilibrio tra la memoria dell'ex giocatore e tifoso e la riflessione estetica sul mondo del pallone. A quarant'anni dalla strage in cui, prima della finale di Coppa dei Campioni con il Liverpool dei famigerati hooligans, persero la vita 39 persone, 32 delle quali italiani tifosi della Juventus, quella storia di violenza e insensatezza, quel gioco trasformato in tragedia, vengono analizzati con il cuore e uno stile unico e raffinato. (G.T.) Fonte: Vydia Editore © 1 maggio 2025 Fotografie: Vydia Edtore © Lefigaro.fr © La Table Ronde © Video: Massimo Raffaeli ©

 
 

Alla libreria iobook la presentazione di

 "Le gradinate dell'Heysel" con Massimo Raffaeli

Martedì 1 settembre alle ore 21,15 alla libreria iobook in via Cavour 32 ci sarà la presentazione del libro "Le gradinate dell' Heysel" il libro di Pol Vandromme tradotto da Massimo Raffaeli.

E sarà proprio Raffaeli intervistato da Andrea Pongetti a parlare di questo saggio che l'autore scrisse subito dopo la strage dello stadio Heysel di Bruxelles, avvenuta il 29 maggio 1985, un evento nefasto che ha cambiato per sempre la storia del calcio, segnando una delle pagine più nere. In quelle immagini di morte e feroce insensatezza, riprese dalla tv e impresse nel ricordo di chi le ha viste in modo indelebile, abbiamo visto il gioco trasformarsi in dramma, l’evento sportivo in una farsa oscena. In occasione del quarantesimo anniversario della tragedia, questo appassionato saggio di Pol Vandromme, in equilibrio tra memoria personale di ex giocatore e tifoso e riflessione estetica sul calcio, viene proposto nella prima traduzione italiana di Massimo Raffaeli che ne restituisce l’unicità dello stile e la sua sorprendente qualità letteraria.  Fonte: Viveresenigallia.it © 31 agosto 2026 Fotografia: Vydia Editore ©

 

A "Oltre L’effimero" si parla di morale del calcio

Venerdì 12 dicembre a Palazzo Gradari, si conclude il progetto che fa dialogare letteratura e sport. Per L’ultimo appuntamento, ad incontrare il pubblico lo storico dello sport Nicola Sbetti.

Venerdì 12 dicembre (ore 18), nel Salone Antonia Pallerini di Palazzo Gradari, la rassegna "Oltre L’effimero - Quattro conversazioni tra Letteratura e Sport" si conclude con L’incontro "Le gradinate dell’Heysel - Un poema in prosa e una morale per il calcio" : protagonista Nicola Sbetti che ragiona del libro di Pol Vandromme "Le gradinate dell’Heysel. Una morale per il calcio" (Vydia Editore, 2025). "Il calcio è un racconto. La memoria me lo ha recitato ancor prima che avessi L’età della ragione. L’Heysel un mercoledì sera ci ha reso increduli"… Così scrive Vandromme nella pubblicazione curata da Massimo Raffaeli che ben inquadra la figura dell’autore: "un maturo letterato, biografo di Celine esponente di una destra anticonformista e libertina". Si tratta di un piccolo libro formidabile, un poema in prosa che raffigura "la morte in effige" dello sport. Come i poemi classici che spuntano al termine delle vecchie e all’alba delle nuove civiltà, Vandromme si ispira alla morte di una certa idea di sport, quella del calcio come competizione agonistica. Il libro è sottoposto alla lettura di Nicola Sbetti / Università di Bologna, in prima linea nella nuova generazione italiana di storici dello sport.

NICOLA SBETTI: (Venezia, 1985) Storico dello sport al Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna è uno studioso del rapporto tra sport e politica. Sta lavorando su "La storia politica dei Giochi Olimpici di Cortina - 1956". Tra i suoi libri: Giochi Diplomatici (Viella, 2020); La diplomazia del pallone. Storia politica dei Mondiali di calcio (1930-2022) Le Monnier, 2022; ha curato Campanili e palloni. Per una storia locale del calcio italiano, Pacini Editore, 2024. Il suo blog è "A GAMBA TESA nella storia nella politica e nella cultura dello sport". "Oltre L’effimero. Quattro conversazioni tra letteratura e arte" è un "iniziativa ideata da Giuliano Martufi, promossa dal Comune di Pesaro e realizzata dall’Associazione culturale Pindaro con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura (Bando Cultura 2025). Ingresso libero e gratuito fino a esaurimento posti disponibili.  Fonte: Comune.pesaro.pu.it © 10 dicembre 2025 Fotografia: Nicola Sbetti ©

ALIAS DOMENICA

Pol Vandromme dall’infanzia al tifo bestiale:

uno struggente epicedio per il calcio che fu

di Pasquale Di Palmo

Pol Vandromme è stato uno scrittore e critico letterario di rilievo, con una bibliografia ricchissima alle spalle, nato a Charleroi nel 1927 e scomparso a Loverval, nelle immediate vicinanze, nel 2009. Autodefinitosi "belga di passaggio e provinciale di Parigi", faceva parte di quella frangia di intellettuali cosiddetta buissonière, termine con il quale si designano i simpatizzanti di una destra anticonformista e sui generis. Studioso di Céline e Drieu La Rochelle, di cui apparvero in Italia per l’editore Borla due importanti monografie negli anni sessanta, recentemente ristampate, si occupò anche di altre figure legate all’intellighenzia conservatrice: da Charles Maurras a Lucien Rebatet, da Marcel Aymé a Roger Nimier, con la variabile Georges Simenon sullo sfondo; si interessò al contempo a chansonniers come Brassens e Brel e nel 1959 pubblicò un libro intitolato Le monde de Tintin, ispirato al celebre personaggio dei fumetti, ideato dal disegnatore belga Hergé, la cui ristampa del 1994 è curiosamente prefata da Nimier.

Grande appassionato di football, Vandromme scrisse un toccante epicedio sullo stesso, intitolato Le gradinate dell’Heysel Una morale per il calcio (pp. 110, € 15,00) che ora Vydia editore licenzia nell’ottima traduzione di Massimo Raffaeli, il quale, da raffinato esperto della materia, ne ha fortemente caldeggiato la pubblicazione presso svariati editori. L’argomento è considerato respingente, in quanto l’autore belga prende abbrivio, per la sua singolare analisi, proprio dalla tragedia dello stadio Heysel di Bruxelles, dove il 29 maggio 1985 persero la vita trentanove tifosi italiani, con centinaia di feriti, in seguito alle intemperanze degli hooligans prima della finale della Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool (un ricordo inquietante per chi scrive, trovandosi il padre sull’anello opposto dello stadio). Emersero notevoli lacune a livello organizzativo. Per la cronaca la squadra torinese, in cui militavano campioni del calibro di Scirea, Rossi, Tardelli e Boniek, vinse uno a zero, con rigore trasformato da Platini e inaccettabile festeggiamento finale. In realtà il titolo del libro risulta fuorviante, in quanto Vandromme non si sofferma ad approfondire solo l’episodio tragico dell’Heysel ma si avventura in un panegirico sul calcio (o sulle aberrazioni del "neocalcio", palesi a tutti), sconfinante in un’appassionata, poeticissima dichiarazione d’amore. Les gradins du Heysel, edito nel 1992 da La Table Ronde, è in effetti una sorta di Bildungsroman, caratterizzato, oltre che dallo strascico di illusioni e disillusioni di un vecchio adolescente, dal senso di frustrazione per non essere mai riuscito a praticare proficuamente tale sport, a causa dell’intransigenza dei genitori. Questo "contemplativo del calcio", come lui stesso si definisce, vòlto alla ricerca di un piacere estetico mai fine a sé stesso, diventa così ideale cantore di un avvenimento drammatico che si configura, nella sua emblematicità, quale diretta emanazione di un tifo dai tratti irriconoscibili e vampireschi, paragonato a una "Bestia insaziabile" assetata di sangue.

Con ben altro spirito Vandromme, acceso tifoso dello Sporting Charleroi, la cui divisa ricorda paradossalmente quella zebrata della Juventus, si recava a vedere le partite della sua squadra presso il vecchio stadio Mambour: "Da me, al Mambour, sono le nozze mistiche del nero e del bianco". Gli assi di quella compagine si chiamavano Jean Capelle e Jules Henriet, rispettivamente attaccante e centrocampista. Quest’ultimo, nonostante fosse alto un metro e sessantatré, riusciva sempre a spuntarla di testa, divenendo il beniamino di Vandromme che ricorre ai soprannomi di "fuoco fatuo" e "passamuraglie", ricavati dai titoli più rappresentativi degli amati Drieu La Rochelle e Aimée. Stendhaliano di elezione, Vandromme cita un altro Nume tutelare della destra, Henry de Montherlant, interessatosi a più riprese agli eventi sportivi e al calcio, paragonati alle leggendarie imprese atletiche di greci e romani. Il football per Vandromme deve essere puro divertimento e, come tale, andrebbe affrancato da ogni esasperato tatticismo. Inaccettabile misurarsi per il pareggio (si pensi alla celebre teoria di Gianni Brera e Annibale Frossi secondo cui il risultato ideale sarebbe lo zero a zero), bisogna solo aspirare alla vittoria. Con "la sua scrittura netta e calcolatamente deragliante" (Raffaeli), Vandromme riesce nell’intento di contrapporre le partite idilliache della propria infanzia, giocate clandestinamente nei cortili di scuola sotto cieli ammantati di fuliggine, alle derive di un tifo che concepisce l’avversario alla stregua di nemico da distruggere. D’altronde non c’è alcun intento sociologico nella requisitoria di Vandromme, bensì il tentativo di rapportarsi al mediatico "connubio di idiozia e mercantilismo" con sguardo critico, teso al recupero di aspetti autenticamente lirici del football. Non è un caso che il curatore, nell’intensa prefazione, memore di certi inarrivabili approdi di Saba e Sereni, sostenga che il calcio "nel suo moto desultorio, rammenti ancora una volta le dinamiche della poesia" Fonte: Ilmanifesto.it © 22 giugno 2025 Video: RAI ©

Viaggio al termine dell’Heysel

Il lucido e macabro canto alla tragedia di Pol Vandromme.

Nella sua versione protosemitica è rappresentata come due rette che non si toccano: dev’essere stato con il contatto, la tangenza, che la Z si è trasformata nell’ultima lettera, e nella lettera degli ultimi. È tutta una questione di intersezioni: con la Z inizia anche la parola zenith, il punto in cui - in astronomia - si incrociano la retta perpendicolare al piano dell’orizzonte, quello in cui si trova lo spettatore, e la superficie dell’emisfero celeste. A Bruxelles, allo stadio Heysel, la sera del 29 maggio del 1985, esattamente quarant’anni fa, "Z" è il nome della tribuna mista in cui convivono i tifosi delle due squadre che stanno per disputarsi la Coppa dei campioni: la Juventus e il Liverpool. È il settore in cui entrano in contatto due rette che non dovrebbero incontrarsi - non si sarebbero dovute incontrare - mai: famiglie, appassionati-non-esaltati, gente che con il mondo dell’esasperazione del tifo - una parabola che negli anni Ottanta si impenna vertiginosamente - non ha niente a che vedere. I fatti di quella sera, che hanno avuto come teatro la tribuna Z, avrebbero cambiato per sempre la storia del calcio come eravamo abituati a conoscerlo, segnandone una delle pagine più buie. Gli hoolingans del Liverpool, armati di mazze e coltelli, costrinsero i tifosi pacifici ad arretrare verso il muro alle loro spalle, che implose su sé stesso. Nella calca moriranno 39 persone - 32 delle quali italiane, altre 600 ne usciranno ferite.

UNA FARSA - A rendere ancora più cupa la serata, però, non sarà solo il lugubre bilancio, ma la prosecuzione di una farsa obbediente al principio taylor-fordista del "the show must go on": la partita si terrà, nonostante tutto. La Juventus vincerà, ci saranno festeggiamenti, giri di campo, la commedia dell’arte: un sabba in cui va in scena la celebrazione della fine dell’innocenza. Il nonsense di quella serata è narrato in (e sviscerato da) una pletora di libri: in La notte dell’innocenza, uscito nel 2015 per Rizzoli e nuovamente nelle librerie in questi giorni per Einaudi, Mario Desiati scrive: "I fili d’erba di quel prato hanno visto guerra e sangue fino a pochi minuti fa, come possono adesso piegarsi sotto i tacchetti di ferro di ventidue calciatori?". Il dilemma se lo pone un Desiati bambino, mentre guarda lo spettacolo in TV. Ma è lo stesso nodo gordiano attorno al quale si arrovella la riflessione di un già adulto Pol Vandromme, scrittore belga nativo di Charleroi (che si definiva "belga di passaggio e provinciale di Parigi "), Grand prix de l’Académie française nel 1982, in un testo scritto immediatamente dopo la tragedia, di getto, di pancia, "in un’unica presa di fiato, pervaso da timore e tremore", e arrivato in Italia grazie a un minuscolo editore marchigiano, Vydia Edizioni d’arte, nella traduzione superba di Massimo Raffaeli (traduttore, tra gli altri, di Céline e Artaud): Le gradinate dell’Heysel. Una morale per il calcio (2025). Le gradinate cui allude Vandromme sono il luogo mitico, etereo, in cui si trova l’osservatore sull’ideale piano dell’orizzonte, mentre sulla sua testa sfavilla e implode lo zenith.

INCREDULITÀ - "Il calcio è un racconto", scrive Vandromme in apertura. "La memoria me lo ha recitato ancor prima che avessi l’età della ragione. È una memoria d’infanzia. Bisogna crederci. Bisogna credermi. L’Heysel, un mercoledì sera, ci ha resi increduli". La sospensione dell’incredulità è una condizione necessaria in ogni patto tra scrittore e lettore, e lo è stato a maggior ragione quella sera del 29 maggio tra spettatore e protagonisti. Dal dramma che si inscena sotto gli occhi di Vandromme, di tutti, sgorga un flusso di coscienza tanto acuto quanto contrito, che si arrampica come edera tra le pagine con una scrittura "deragliante", come scrive Raffaeli, pieno sì di rimpianti per l’arcadia mitica di un calcio-che-muore-quella-sera, ma soprattutto attento a dipingere, nelle sue sfumature più ferine, il calcio come macelleria (anche sociale), come calamità naturale, come Bestia. Un calcio come Méduse gericaultiana in balia delle onde dei tempi, dell’ipocrisia dei tempi. In un’intervista concessa ad Adalberto Scemma, Raffaeli dice di aver fatto un’immensa fatica a tradurre questo libro, con buona probabilità al di là della lingua rigogliosa. "Era lì da dieci anni perché grandi editori, con cui pure collaboro, solo a sentir parlare dell’Heysel hanno sempre detto di no, inorriditi". C’è da intendere che il blocco si origini non tanto dal tema in sé, quanto dalla maniera in cui Vandromme, con una lucidità che si spinge ai confini del cinismo, senza troppi giri di parole ci mette di fronte alla desacralizzazione di un profano sacralizzato: se Pasolini definiva il calcio "l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo", quella che prende vita all’Heysel è un pandemonio, una tregenda, la resa incondizionata alla Bestia "che colpiva per il piacere di distruggere".

SACRO E PROFANO - Vandromme, con una lucidità che si spinge ai confini del cinismo, senza troppi giri di parole ci mette di fronte alla desacralizzazione di un profano sacralizzato. La posizione di Vandromme - uomo di una destra libertina, buisonnière, anticonformista ma non a-tutti-i-costi - è quella che oggi ascriveremmo ai movimenti di pensiero che si scagliano contro-il-calcio-moderno, figlio del mercantilismo esasperato, del risultato per il risultato, della mutazione del tifo, "da fenomeno individualmente passionale e mitemente identitario a credo fondamentalista, parareligioso e xenofobo, chissà paramilitare". Nel "glaciale silenzio successivo alla strage dell’Heysel" Vandromme vede la traduzione in emblema dell’eclissi di una vicenda secolare, che prendeva ad assumere - e che ha ancora - "i tratti di un’involontaria e nera parodia". Il suo voyage au bout de la nuit, tanto per rimanere "céliniani", è anche un viaggio à rebours, verso le origini del processo di incancrenimento: "Non mancavano segni che annunciavano il disastro", scrive Vandromme: "I giocatori, nelle loro tenute coperte di reliquie pubblicitarie, erano i re di una preistorica negritudine. La corte tribale che li adulava […] brandiva stendardi e raganelle come i loro antenati le teste sulla picca"; "Era il mercante in fiera, un concerto di sonagli al passo dei buffoni. Il calcio era sempre un racconto, ma da jungla nera".

IL TEATRO DELL’ABBRUTIMENTO E I SUOI ATTORI - Quel che vede Vandromme, quella sera di maggio all’Heysel, è "l’apoteosi della Bestia": la sublimazione di una brutalità innata che, libera dalle costrizioni, può scatenarsi fagocitante, "ghul e gorgone insieme": una brutalità "parossistica, da lanzichenecchi. Una brutalità quintessenziale, un’orchessa da topaia e latrina". Un maelstrom che risucchia ed ammalia, un canto di sirena irresistibile tanto più perché normalizzato. Anzi, peggio: solennizzato. Nel descrivere i tifosi che irrompono sulla scena del disastro televisivizzato, Desiati nel suo La notte dell’innocenza scrive che sono diversi da come vengono iconografizzati oggi: "sono secchi, magri, scavati, non sembrano mastodontici, muscolosi o robusti". Sono però, nondimeno, specie gli inglesi, nelle parole di Vandromme, "materia shakespeariana senza Shakespeare", che girano "con la pece bollente e il tizzone in mano". Quel che vede Vandromme, quella sera di maggio all’Heysel, è "l’apoteosi della Bestia": la sublimazione di una brutalità innata che, libera dalle costrizioni, può scatenarsi fagocitante, "ghul e gorgone insieme". Quella che si cristallizza all’Heysel, in effetti, è la congiunzione astrale dei tre satelliti che oscurano il sole calcistico che batte sul Regno Unito negli anni Ottanta: la difficoltà di controllare il pubblico (sebbene nella gestione dell’ordine pubblico, a Bruxelles, quella sera, ci sarebbe da scrivere molto), la fatiscenza degli stadi e soprattutto l’inarrestabilità dell’onda di rabbia sociale racchiusa in quello che per facilità, non senza un pizzico di riduzionismo, chiameremo hooliganismo.

VALLEY PARADE - L’Inghilterra aveva già avuto, diciotto giorni prima della tragedia di Bruxelles, il suo Heysel intimo: l’11 maggio al Valley Parade di Bradford era divampato un incendio, cinquantasei persone avevano perso la vita, eppure quel disastro avvenuto ai bordi dell’Impero non era riuscito ad avere la risonanza - e a indurre a una rilettura delle criticità - che avrebbe invece avuto una finale di coppa, trasmessa in mondovisione. Il calcio, per Vandromme, è alla stregua di "un ciclone, un tifone, un’eruzione vulcanica: noi eravamo lì, e ci stavamo accomodando". A danzare sull’orlo del cratere un’entità complicata da contenere, pericolosa nella sua indefinitezza, forte dell’armonia dell’uniformità, quell’aggrumarsi organico che è sempre stato, nel Novecento soprattutto, il campanello d’allarme della sciagura: la folla. "Ogni folla è spaventosa", scrive Vandromme, "tutto in essa si confonde e si dissolve […], l’unione confusa e gregaria, l’unità del contronatura". All’Heysel la folla caratterizzata (quella che fa della brutalità da stadio qualcosa di sistematico) e la folla indefinita (che si trova mescolata "intorno a un bivacco, tanti biglietti per il jamboree, tutti venduti, mercato nero in funzione, una pacchia ") entrano in combutta, si compenetrano: e la loro scissione atomica mette a nudo un principio tanto quintessenziale quanto difficile da accettare, cioè che "la ferocia è la nostra natura, se non altro una sua parte, tuttavia la più imperiosa". La folla è sempre foriera di disastro. Noi siamo il disastro. "All’Heysel abbiamo ricevuto le ultime notizie sull’uomo", ammette mestamente Vandromme, "Ce le ha date la folla".

QUANDO CADE L’ACROBATA ENTRANO I CLOWN - La nostalgia per gli Auld lang syne è sempre un termometro pericoloso: messo a confronto con l’Arcadia perduta, il dipanarsi degli eventi che costellano la nostra quotidianità vive nel costante rischio della disattesa, della delusione. Nell’estetica borghese "vandrommiana" dello sport-come-diporto, è evidente che la visione della tregenda Heyseliana sia la macchia di muffa all’improvviso visibile sul muro, insostenibile agli occhi. Che non è però solo figlia della degenerazione sociale degli spettatori dello show calcistico, ma anche della nuova (depauperata) etica degli attori. Nell’infanzia di Vandromme "i giocatori avevano un mestiere, alcuni battevano il ferro, altri estraevano carbone nei pozzi": erano figli della loro terra e dei loro tempi, e da loro profondeva la fatamorgana virtuosa di un uomo vecchio che si denudava per vestire i panni, allo stadio, dell’uomo nuovo. "Sai, è un avvocato" gli dicevano di Jean Capelle, l’eroe della sua infanzia: il fatto che fosse intelligente rafforzava l’apprezzamento del genio in campo. I calciatori moderni, invece, per Vandromme, Michel Platini, Zbigniew Boniek, Phil Neal, Kenny Dalglish, non sono che "flatus vocis dentro al sinistro orgasmo della Bestia insaziabile". Phil Neal, il capitano del Liverpool, negli istanti immediatamente successivi alla tragedia prese la parola: parlò ai tifosi, richiamandoli alla calma, così come parlò allo stadio Gaetano Scirea, capitano della Juventus, che con la voce rauca disse "La partita verrà giocata per consentire alla polizia di organizzare la protezione durante l’uscita dallo stadio". "Restate calmi", chiosò, "giochiamo per voi".

MESSA o SABBA ? - Ma quella partita non sarà che "la messa solenne dopo il sabba", certo imposta dai più alti vertici della Curia calcistica, ma della cui celebrazione, nondimeno, i calciatori saranno in qualche modo complici, chissà quanto inconsapevoli; proprio quei calciatori che "avevano carezzato la Bestia per il verso del pelo, e mormorato all’Insaziabile le parole che invitano alla calma"; "Platini al colmo della gioia dopo il calcio di rigore vincente, il tumulto di una felicità dirompente, i bengala e le luminarie, il giro d’onore sotto gli evviva, l’isteria, la scempiaggine infernale". Di fronte alla nausea, ai corpi senza vita ancora caldi, alla "putrefazione che colava sui vivi". Per cercare di spiegare il nonsense di quella serata, Vandromme usa una metafora che tornerà nelle parole di Michel Platini durante un’intervista concessa a Marguerite Duras per Libération, nel 1987: Platini disse "quando cade l’acrobata, entrano i clown"; Vandromme, due anni prima, scrive "al circo, quando l’acrobata manca il trapezio, lo spettacolo continua. Il cadavere dietro le quinte, i clown in scena".

COSA CI LASCIA L’HEYSEL - A quarant’anni di distanza, l’isteria collettiva con la quale il calcio ha saputo reinventare modi di gettare la polvere sotto il tappeto persiste. Ci sarebbero state altre tragedie (Hillsborough), altre nonchalance, altri asservimenti-al-male-minore, alla tecnocrazia televisiva, alla mercificazione (il Mondiale qatariota, su tutti, e quello prossimo a venire in Arabia Saudita). La chiave di lettura di Vandromme suona oggi magari un po’ demagoga, con leggere venature riduzioniste, classiste e razziste ("un calcio si giudica dalla teppacrazia che ingombra le gradinate degli stadi, e un popolo dalla sua plebaglia", ma anche "ogni lembo di terra ha il suo frumento e la sua gramigna "): nondimeno, con la sua lingua pomposa, prendendoci per mano in un viaggio alle radici di una brutalità sempre più accettata, normalizzata, Vandromme ci consegna una massima ancora oggi, probabilmente, attualissima: "il calcio, con il rock e l’Islam, è l’ultima grande religione di questo mondo". L’Heysel, supernova esplosa nella tribuna Z, è stato uno spartiacque innegabile: il vertice di una parabola demoniaca, dell’escalation della violenza, della "neglettitudine", dello spettacolo a ogni costo. Il punto più basso mai raggiunto. Oltre il quale non si può scavare, forse. Ma sono libri come quello di Vandromme, visioni lucide come la sua, spadaccine e coscienti, ad aprire ancora uno squarcio nella stratificazione della memoria, al cuore delle cose. Dove si annidano gli ingranaggi con i quali capire cosa abbiamo perso quel giorno, come ci siamo arrivati, per non tornarci mai più. Fonte: Iltascabile.com © 4 giugno 2025 Fotografie: RAI © La Table Ronde © Rtbf.be ©

Anniversario - 40 anni fa l'Heysel: l'inizio della fine del calcio

di Massimiliano Castellani

Nulla sarebbe stato più lo stesso dopo quella "notte infetta", seguita da "un mattino sordido, rosso di sangue innocente": il libro di Pol Vandromme sulla tragedia del 29 maggio 1985.

"Non si può parlare di sport davanti a tutto questo..." furono le parole pronunciate da uno sconvolto Bruno Pizzul in telecronaca diretta dallo stadio di Bruxelles. Una frase indelebile nella memoria della mia generazione, che è anche "quella dell’Heysel". Sulle gradinate del vecchio impianto sportivo di Bruxelles, il 29 maggio 1985 si consumò la più immane delle stragi da ultimo stadio che si ricordi. Prima della finale di Coppa dei Campioni fra Liverpool e Juventus, l’apocalisse si era abbattuta sul settore Zeta, la gabbia della morte dove per la follia dei famigerati e temutissimi "animals", gli hooligans inglesi, persero la vita 39 persone: 32 di loro erano italiani così come la maggioranza degli oltre 600 feriti. Famiglie che erano arrivate lì nella capitale del Belgio per assistere alla massima festa del calcio europeo tornarono in Italia orfane di un padre, una madre o di un parente: morti nella calca asfissiante o finite a colpi di coltello dalla follia omicida del branco calato da Liverpool. La mia generazione e un popolo intero quella sera di quarant’anni fa ha assistito in diretta a una tragedia inimmaginabile. L’amico e collega Bruno Pizzul quelle volte che affrontammo l’argomento Heysel, con la memoria si rituffava in un mare profondo di emozioni amare e considerazioni angoscianti. Quella diretta il Bruno nazionale la visse come in uno stato di trance. Nella sua postazione, ostaggio degli eventi in corso, era chiamato ad assolvere il suo dovere professionale di fare informazione, "senza allarmare troppo, ma nemmeno minimizzare la tragedia che si stava compiendo. "Così ho raccontato cose inaccettabili". Inaccettabile fu anche che lo show andò avanti lo stesso.

Il pallone listato di nero dai 39 lutti non si poteva fermare per "ragioni di sicurezza", l’unica cosa che mancò dall’inizio alla fine di quella partita. Così la Juventus, in un clima cimiteriale in cui si disse che era stata obbligata a giocare per "ragioni di ordine pubblico", vinse (1-0) e conquistò la sua prima storica Coppa dei Campioni. Dal dischetto del rigore il gol-vittoria lo segnò Michel Platini, che solo molto tempo dopo rielaborando il senso di colpa pronunciò una delle sue perle filosofiche: "Quando l’acrobata cade, entrano i clown". Frase riciclata per il titolo del monologo teatrale dello juventinissimo Walter Veltroni. "Una frase in effetti autoassolutoria, Platini non poteva sospettare che la sua allegoria celava un senso preterintenzionale e recava pertanto, il segno di una verità ulteriore", scrive lo juventino - sivoriano e ultimo vero critico letterario militante Massimo Raffaeli in prefazione a Le gradinate dell’Heysel. Una morale per il calcio (Vydia Edizioni, pagine 105, euro 15,00). Un raro trattato sociofilosofico sul calcio scritto a caldo e d’un fiato da Pol Vandromme (1927-2009), finissimo intellettuale belga, critico letterario, noto per i suoi saggi sugli autori prediletti Pierre Drieu La Rochelle e Marcel Aymé e per essere stato il biografo di Louis-Ferdinand Céline. Per questo nel viaggio al termine della notte degli orrori del calcio, Vandromme è riuscito a scrivere delle pagine eccezionali, perché il suo pensiero fa eccezione nella ridda del quanto già detto e scritto sull’argomento. Di questo testo apocalittico, l’unico vero saggio capace di smascherare il mostro dell’Heysel, Raffaeli è stato un antesignano e da tempo infatti invocava un’edizione italiana, che ora va assolutamente sponsorizzata.

Perché Vandromme, come Pier Paolo Pasolini , di cui è quasi coetaneo, nell’analisi sociale del fenomeno football parte dalla passione poetica e giovanile per il calcio giocato nei campetti "innevati di fuliggine" della sua Charleroi. E le gradinate della sua giovinezza tifosa sono quelle dello stadio Mambour, "la couche di una passione che si specchia solamente nell’epica della squadra di casa, i bianconeri semidilettanti dello Sporting", sottolinea Raffaeli. Ma per Vandromme, quell’epica di colpo il 29 maggio dell’85 mentre assiste, probabilmente da telespettatore, alla finale di Coppa dei Campioni, si sgretola e cade a pezzi come il muro della curva maledetta dell’Heysel. Se per Pasolini "il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo" davanti a quelle immagini il pensatore belga scopre che proprio nella sua terra si sta consumando la fine di quel rito che da sacro si è fatto sacrificale. Per un gioco assurdo del destino, manovrato dalla folla folle e ubriaca, le vittime sacrificali si sono immolate sull’ara di quella che Vandromme definisce la "Bestia insaziabile". Il calcio dopo quella "notte infetta", seguita da "un mattino sordido, rosso di sangue innocente", non sarebbe stato più stato lo stesso. E con nausea da Sartre di destra e quasi con orrore di quanto sente di dover scrivere, quasi d’un fiato a poche ore di distanza dall’evento tragico, Vandromme verga avvelenato: "L’onda dei sicari e degli iloti ebbri era già gonfia, presa da una frenesia mostruosa, la rissa era precipitata fino in campo, l’orrore marchiava lo stadio con le proprie stimmate". È il più doloroso dei j’accuse quello che celebra il funerale del "calcio di poesia". Vandromme inorridisce dinanzi alla creazione, per mano dell’iperconsumistico capitalismo neoliberista, della nuova entità che faceva il suo ingresso in campo per dominarlo ab illo tempore, il "Neocalcio". Il campo di football, fino ad allora benedetto dagli dei del gioco come espressione di regole sane e condivise da nobili protagonisti, sul prato dell’Heysel cedeva definitivamente il passo dinanzi alla "Bestia insaziabile". Questa "salutava le sue divinità che le offrivano il giro d’onore e il trofeo dell’olocausto". Non ci sono vincitori in questa triste e drammatica storia, ma solo tanto sangue dei vinti.

Vandromme vede e prevede i segnali di una disfatta imminente e la fine della sacralità del calcio che sarà inondato da un diluvio finanziario, dove le azioni dei calciatori in campo saranno secondarie a quelle quotate in Borsa e la "Bestia insaziabile" passando dal piccolo schermo riuscirà ad entrare in ogni casa e a qualsiasi ora. Un attacco letale, senza via di scampo. "L’Heysel - scrive Vadnromme - riveste il mantello di Noè. È il mantello dei poveracci, della miseria dei ricchi, della loro bassezza di riccastri… della loro cecità redditizia, della loro ferocia di profittatori, l’espediente della loro doppiezza e del parassitismo". Sulle gradinate del fatiscente e decrepito Heysel (inadeguato per una finale Uefa, tutti sapevano!), presero disordinatamente posto la miseria della plebaglia inglese che con le sue orde barbariche, retrovie armate di spranghe e coltello nell’esercito di un impero mercantile in decadenza, colpirono a morte. Caddero degli innocenti dell’opposta fazione, vittime già in partenza di uno Stato da sempre assente: "L’efferatezza del Paese italiano è la stessa di una società senza Stato", chiosa caustico Vandromme. Nel buio, al termine di quella notte assurda le uniche luci che vide l’autore de Le gradinate dell’Heysel furono quelle dei "Bobby e dei Johnny che curarono le piaghe dei Marco e dei Luciano. Abbiamo anche visto, in una grotta francescana, quello che salvò la vita a una ragazza torinese che la stava perdendo". La speranza che ancora oggi, anestetizzati dallo stucchevole showbiz chiamato calcio, ogni tanto riaffiora, nonostante lo spettro della sciagura permanente cominciata quel 29 maggio, sta forse in quella flebile luce del cero assai consumato della sacralità del gioco che, anche quella notte, fece scrivere a Vandromme: "La civilizzazione ha resistito in qualche oscuro angolo, sulla via samaritana, la sosta della magnanimità per la parabola evangelica". Fonte: Avvenire.it © 29 maggio 2025 Fotografie: Avvenire © Rtbf.be ©

Massimo Raffaeli rivisita Pol Vandromme

L’HEYSEL QUARANT’ANNI DOPO

UNA MORALE PER IL CALCIO

di Adalberto Scemma

Un libro poetico, scritto di getto e riproposto ora da un editore di nicchia.

"Belga di passaggio e provinciale di Parigi": così amava definirsi, con ironia sotto traccia, Pol Vandromme. Lui era ben altro, accolito senza etichetta di quella letteratura buissonnière (qualcosa come clandestina, fuori copione) cui Antoine Blondin aveva dato un senso comune sdoganandola con un romanzo di culto (L’Europe buissonnière), scritto in un momento di consueta, traslucida capacità visionaria. Il nome di Pol Vandromme è tornato imperiosamente d’attualità grazie a un editore di nicchia, Vydia, marchigiano di Macerata, che ha raccolto l’assist di Massimo Raffaeli (sue prefazione e traduzione) per uscire con un libro ("Le gradinate dell’Heysel - Una morale per il calcio ") scritto di getto e riproposto ora in occasione del quarantesimo della strage (29 maggio 1985). "È un libro poetico - dice Raffaeli - scritto da un appassionato, ed è una preghiera dei morti. Ho fatto una immensa fatica a tradurlo. È lì da dieci anni perché grandi editori, con cui pure collaboro, solo a sentir parlare dell’Heysel, hanno sempre detto di no inorriditi".

Sentite l’incipit, leggetelo in silenzio, ad alta voce o a voce sommessa, ma subito vi accorgerete, scandendo mentalmente le parole, di quanto intensa sia in Vandromme la partecipazione emotiva: "Il calcio è un racconto. La memoria me lo ha recitato ancor prima che avessi l’età della ragione. È una memoria d’infanzia. Bisogna crederci. Bisogna credermi. L’Heysel, un mercoledì sera, ci ha resi increduli. La mia dolce canzone rischia d’essere ascoltata come il salmo arcaico di una fede da uomo semplice. Oserò cantarla a bocca chiusa, tuttavia: la felicità per me è stata sulle gradinate degli stadi, un segreto da dividere, un ricordo da trasmettere. Al tempo che fu mio, e lo è rimasto, il calcio non veniva ancora da fuori, dal paese selvaggio. Il pallone rotolava sul prato, il sole brillava sulle sue capriole, si andava a lui come all’onda il nuotatore, saliva a volte verso il cielo come un aquilone. Una sfera magica, dei diavoletti intorno: una corsa che portava lontano, al di fuori di sé, verso un fondo di esultanza o di disperazione".

Capite bene quanto sia arduo stoppare a questo punto la lettura, perché Pol Vandromme, nella traduzione accorata di Raffaeli, vi trascina via come la corrente leggera di un fiume che non conosce gorghi. "I morti si contavano a decine, i feriti a centinaia. C’era ressa agli obitori e agli ospedali della città. Ma a quelli, nel loro conciliabolo, un solo pensiero passava per la testa: la partita si doveva comunque giocare ? Sì, comunque ! Come se nulla fosse stato, come se il massacro non avesse avuto luogo". La strage dello stadio Heysel di Bruxelles ha cambiato per sempre la storia del calcio, segnandone una delle pagine più nere. In quelle immagini di morte e feroce insensatezza, riprese dalla tv e impresse nel ricordo in modo indelebile, abbiamo visto il gioco trasformarsi in dramma, l’evento sportivo in una farsa oscena. L’edizione originale de "Le gradinate dell’Heysel" (Editions de la Table Ronde) risale al 1992 ma con questa prima edizione italiana Massimo Raffaeli ha il pregio di restituirci l’unicità dello stile di Vandromme e la sua sorprendente qualità letteraria. Una voce critica autorevole, certo, ma il transfert simbiotico, in questo caso, è legato soprattutto all’emozione. ("Le gradinate dell’Heysel - Una morale per il calcio", Vydia Edizioni d’arte, collana I Fauni, euro 15). Fonte: Panathlondistrettoitalia.it © 21 maggio 2025 Fotografia: Oepb.at ©

Un poeta all’Heysel - Etica per il calcio

di Paolo Di Stefano

Ora esce, presso un minuscolo editore marchigiano, un libro di Pol Vandromme, Le gradinate dell’Heysel, curato e tradotto da Massimo Raffaeli. Sottotitolo: Una morale per il calcio. Il belga Vandromme (1927-2009), noto come critico letterario e biografo di Céline, ha scritto (di getto subito dopo la strage) un libro poetico sulla Bestia insaziabile che "colpiva per il piacere di distruggere, s’inzuppava di birra tiepida e superalcolici, sfociava in sommosse, fracassava crani". La sera del 29 maggio 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles si svolse la finale di Coppa dei Campioni tra il Liverpool e la Juventus. Fu una delle serate più tragiche della storia del calcio. Perché quella partita fu preceduta da una strage passata alla storia: verso le 19, sulle gradinate di quel vecchio stadio morirono 39 tifosi, 32 dei quali erano italiani, e circa seicento furono i feriti. Un’orda di hooligans aveva abbattuto la recinzione che separava la sua zona dal settore Z, occupato da tifosi non organizzati, per lo più famiglie o semplici appassionati italiani. Fu un massacro, perché l’urto della carica, con tanto di mazze e coltelli, costrinse gli spettatori pacifici e inermi ad arretrare verso il muro opposto, che crollò. Nella calca alcuni cercarono di raggiungere il campo, altri si gettarono nel vuoto per salvarsi dalla furia, altri rimasero schiacciati e calpestati sulle gradinate. Le forze dell’ordine intervennero troppo tardi e troppo male. La partita fu giocata nonostante tutto, per motivi di sicurezza dissero gli organizzatori appellandosi al "male minore": vinse la Juventus grazie a un rigore segnato da Platini. Questa è la cronaca che avremmo letto in quei giorni e che oggi, quarant’anni dopo, è diventata storia nera della serata in cui, si disse, il calcio perdette l’innocenza (La notte dell’innocenza è il romanzo del 2015 in cui Mario Desiati raccontava il sé stesso bambino di quei giorni). Ora esce, presso un minuscolo editore marchigiano, Vydia di Macerata, un libro di Pol Vandromme, Le gradinate dell’Heysel, curato e tradotto da Massimo Raffaeli. Sottotitolo: Una morale per il calcio. Il belga Vandromme (1927-2009), noto come critico letterario e biografo di Céline, ha scritto (di getto subito dopo la strage) un libro poetico sulla Bestia insaziabile che "colpiva per il piacere di distruggere, s’inzuppava di birra tiepida e superalcolici, sfociava in sommosse, fracassava crani". È un libro luttuoso, una sorta di preghiera, dalla "scrittura deragliante" (Raffaeli), carico di accenti mitici e di nostalgia per il calcio vagheggiato nell’infanzia, regole, allegria, combattimento nobile ("intelligenza in movimento", l’ha definito qualcuno), rispetto al calcio come calamità naturale, macelleria, brutalità sicura di sé. E come naufragio nel mare dell’ipocrisia in cui ancora nuotiamo ogni volta che ci stupiamo della violenza delle curve. Fonte: Corriere.it © 19 maggio 2025 Fotografie: La Table Ronde © Dessinnocent.com © Fr.fnac.be ©

Preghiera per l'Heysel contro la Bestia del tifo

di Massimo Raffaeli

Un requiem in poesia del belga Pol Vandromme a 40 anni dalla strage della partita Juve-Liverpool.

Non solo ho penato a tradurlo, perché è scritto in uno stile denso e simbolico, ma soprattutto a trovargli un editore, perché i più scappavano solo a sentire nominare la tragedia del 29 maggio 1985, nello stadio Heysel di Bruxelles, in cui morirono trentanove persone e centinaia rimasero ferite prima della finale di Coppa dei Campioni fra Juventus e Liverpool. Ora, "Le gradinate dell'Heysel" dello scrittore belga Pol Vandromme ha trovato ospitalità, grazie alla poeta Cristina Babino, nel catalogo di un raffinato editore marchigiano, Vydia, Il libro è una testimonianza in prima persona ed è una accorata preghiera dei morti. Qualcosa aleggia su quelle maledette gradinate, qualcuno pare scrutarle prima che siano immolate, ed è ciò che Vandromme definisce la Bestia insaziabile, una furia distruttiva, una specie di mostro identitario e tribale che torna qui e ora camuffato negli stendardi del tifo e nei cori che intonano il Requiem: La Bestia insaziabile, nel labirinto dello stadio, aveva mangiato carne e bevuto sangue". La forza estrema delle immagini" rinvia al profilo del critico letterario Pol Vandromme (Charleroi 1927- 2009), che aveva studiato le opere di Celine e Drieu La Rochelle deducendone uno stile che alterna la frase diretta e pungente alla fantasmagoria. Lo sguardo si mantiene distante sia dalla lettura sociologica che vede nella violenza del tifo un esito delle politiche di Margaret Thatcher, sia da una analisi di taglio antropologico (per entrambe vale sempre un piccolo classico delle scienze sociali quale Descrizione di una battaglia - I rituali del calcio, pubblicato poco dopo l'Heysel a firma di Alessandro Dal Lago). Vandromme non ha da opporre che il proprio Bildungsroman e dunque la radice intatta, fraterna, di un innamoramento. Perciò non ha paura della poesia, non teme di mostrami a mani nude né di rammentare le istantanee comuni agli appassionati di calcio: i ricordi del football clandestino nei cortili di scuola, le prime partite allo stadio, i nomi dei campioni che il tempo non ha ancora cancellato. Senza il timore di apparire nostalgico, Vandromme oppone a quello attuale un calcio che mantenga l'antica passione: solo questa purezza che associa amore e sofferenza, lo scrittore ha da offrire alle persone morte sulle gradinate dell'Heysel. Fonte: Il Venerdì di Repubblica © 16 maggio 2025 Fotografie: Ilducato.it © Vydia Editore © Nick Didlick ©

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