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Coriandoli Bianconeri
20 anni dopo (RICCARDO GAMBELLI)
"Coriandoli
bianconeri. Vent'anni dopo" è il libro dello scrittore senese
Riccardo Gambelli, pubblicato all'inizio del 2026 dalla
casa editrice Edizioni Il Leccio. Il volume rappresenta
il seguito ideale del suo primo successo letterario ("Coriandoli",
incentrato sulla giovinezza dell'autore legata alla sua
passione sportiva) ed è stato presentato ufficialmente ad
aprile 2026 in una sala gremita al Teatro del Costone di
Siena. Fra i contenuti e le tematiche del Libro, il tifo
e la vita. L'opera intreccia le vicende calcistiche della
Juventus con il valore profondo dell'amicizia, della condivisione
e della vita quotidiana nella città di Siena. La metafora
dei coriandoli ? Il titolo richiama gli aspetti contrastanti
dell'esistenza: i "coriandoli neri" simboleggiano i periodi
bui (come lo scandalo di Calciopoli), i "coriandoli bianchi"
rappresentano i momenti di gioia e di trionfo, mentre il
periodo attuale viene definito dall'autore come un "coriandolo
grigio". Rispetto al capitolo precedente, questo secondo
volume assume una sfumatura più tecnica e strettamente legata
alle dinamiche e alla storia juventina degli ultimi vent'anni.
Il libro è disponibile per l'acquisto e la consultazione
presso i principali store online.
Riguardo al suo libro sostiene:
"Negli ultimi venti anni la mia vita si è miscelata
di nuovo con l'emisfero Juventus, con episodi belli e brutti,
bianchi e neri, positivi e negativi, come accade nella vita
di tutti i giorni ad ognuno di noi".
RICCARDO GAMBELLI - Senese, opinionista
televisivo e radiofonico, cronista sportivo e scrittore.
Ha pubblicato: "Coriandoli Bianconeri" (Pascal 2007) - "Ali
Per vivere" (II Leccio 2009) - "Il lisiantus bianco" (Il
Leccio 2012) - "Due storie per un cammino" (Il Leccio 2015).
A quattro mani con il giornalista Roberto Beccantini "C'era
una volta Camin" (Bradipolibri 2012). Insieme a personaggi
dello sport, del giornalismo e della cultura: "I nostri
campioni" (Bradipolibri 2010). Gli ultimi romanzi: "Seme
lontano" (Cantagalli 2019) - "Marilyn si salvò da sola"
(Cantagalli 2022) e "Le fate di Bacco" (Cantagalli 2024).
Fonte: Saladellamemoriaheysel.it
© 1 gennaio 2026
Video: Riccardo Gambelli ©
Fotografie: Edizioni
il Leccio © Riccardo Gambelli ©
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Riccardo Gambelli, vent'anni dopo:
la memoria torna a farsi racconto
di Francesca Paoli
Vent'anni dopo, Riccardo Gambelli torna su Coriandoli
bianconeri, il libro con cui aveva raccontato una
passione calcistica capace di intrecciarsi con ricordi,
amicizie, emozioni e momenti di vita. Ma riscrivere un
libro a distanza di due decenni non significa soltanto
aggiornarlo: significa confrontarsi con il tempo, con
ciò che è cambiato e con ciò che, invece, è rimasto
intatto. La nuova versione diventa così anche un dialogo
tra il Gambelli di allora e quello di oggi, tra la
memoria personale e quella collettiva, tra il calcio
vissuto come passione e il calcio trasformato negli anni
in fenomeno sempre più globale. Abbiamo incontrato
l'autore per parlare di scrittura, memoria, Siena,
Juventus e di quelle storie che, nonostante il tempo,
continuano a chiedere di essere raccontate.
Vent'anni dopo, perché ha sentito il bisogno di
tornare a Coriandoli bianconeri ? Che cosa ha provato
rileggendo quelle pagine scritte da un Riccardo Gambelli
molto più giovane ?
“Coriandoli bianconeri è stato il mio primo libro in
assoluto, scritto nel 2006, il quale mi ha donato la
motivazione e l'ispirazione per scriverne altri nove,
sei di narrativa e tre dedicati al calcio, oltre,
appunto a Coriandoli bianconeri, un diario di vita
incorniciato dall'amore per la Juve che batte i tempi.
Sarò sincero: dal 2006 non avevo più riletto quel libro,
forse per un senso d'incredulità per essermi messo a
nudo di fronte ad una platea di lettori che non
contemplava solo parenti e amici. Ho ritrovato una
lettura istintiva, quasi infantile, musicale ma
immediata, espulsa dal cuore, leggermente diversa da
quella attuale, uno stile di scrittura che fece da
medicamento ad un mio particolare periodo di vita e
questo mi ha dato lo stimolo per ripassare i momenti
juventini degli ultimi vent' anni”.
Che cosa è rimasto uguale, dopo vent'anni, nella
sua passione per la Juventus e che cosa invece è
profondamente cambiato ?
“La passione adesso è più matura, più consapevole; in
gioventù la sconfitta era recepita quasi come un dramma,
adesso la vivo con molta più leggerezza e, oserei dire,
con professionalità, visto il mio ruolo di opinionista
calcistico che svolgo da circa quindici anni nelle tv e
nelle radio. La cosa più bella è che adesso divido il
tifo con mio figlio, visto che nel 2006 Gian Marco aveva
poco più di un anno e non era quindi possibile farlo”.
Il nuovo libro è soltanto una riscrittura
oppure, rileggendolo oggi, lo considera quasi un nuovo
libro ? Quanto il Gambelli di oggi ha dialogato con
quello di allora ?
"La Juventus ha continuato ad essere la mia squadra del
cuore, e durante questi vent'anni il mio percorso ha
attraversato di nuovo l'emisfero Juve, con episodi belli
e brutti, ecco che ho sentito la necessità di proseguire
e completare il racconto. Quest'ultimo è più tecnico
rispetto a quello del 2006, ma non mancano ricordi
sentimentali che riportano al testo del 2006, e ricordi
anche drammatici come la tragedia dell'Heysel, quando mi
lanciai dal muro della Curva Zeta: sono uno dei
sopravvissuti. Quindi il collegamento con Coriandoli
bianconeri del 2006 è stato inevitabile”.
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Nel suo racconto il calcio non è mai soltanto
calcio: dentro ci sono amicizia, adolescenza, famiglia,
emozioni, delusioni e ricordi. Perché lo sport è
diventato per lei una chiave così importante per
raccontare la vita ?
“Lo sport, e quindi anche il calcio, è una proiezione di
vita: occorre impegnarsi, combattere, correre, sudare,
migliorare, per risultare alla fine vincitori. Come
nella vita si attraverseranno momenti duri, difficili,
ma esisteranno anche momenti di gioia, felicità e
soddisfazione personale. Ecco perché è fondamentale lo
sport nei giovani, ti aiuta a formarti a crescere e
soprattutto ti consente di creare amicizie che dureranno
per sempre".
In questi vent'anni
è cambiato radicalmente anche il mondo del calcio:
televisione, social, mercato, comunicazione, rapporto
tra tifosi e società. Che cosa pensa che il calcio abbia
guadagnato e che cosa abbia perso ?
“lo personalmente preferivo il calcio degli anni 80/90,
poetico, romantico decisamente più umano. Probabile
vivessi il tutto con gli occhi di un giovane innamorato,
ma le differenze con il calcio attuale sono sotto gli
occhi di tutti: adesso comanda il business, il dio
denaro, trasmissioni continue in tv ed in radio, con
addetti ai lavori ormai tifosi e non più professionisti
neutrali che molte volte con i loro commenti incitano
alla violenza le teste calde degli stadi. I giovani di
oggi non potranno mai capire quanto fosse bello il
calcio di un tempo”.
Nei suoi libri la memoria personale ha un ruolo
importante. Scrivere significa anche sottrarre qualcosa
all'oblio: c'è una persona, un luogo o un momento che ha
sentito particolarmente importante salvare attraverso la
scrittura ?
“Uno scrittore, soprattutto scrivendo un'autobiografia,
deve armarsi di grande memoria. Io ho la fortuna di
ricordarmi fatti, dialoghi, toni di voce, odori, di
tantissimi anni fa. Ho sempre vissuto i momenti
intensamente. E questo mi aiuta nei miei lavori, anche
nei libri di narrativa c’è tanto del mio passato e di
conseguenza tante persone e ricordi salvati, prelevati
dalla cassaforte della memoria”.
C’è un episodio legato alla Juventus che, ancora
oggi, quando lo racconta o lo ricorda, conserva intatta
la stessa emozione di vent'anni fa ?
“Purtroppo, come dicevo in precedenza, l'episodio che mi
lega maggiormente alla Juve è doloroso e si tratta della
tragedia dell'Heysel nel 1985. Ero in quella curva e ho
potuto assistere al più grande dramma della storia del
calcio, quando 39 tifosi persero la vita e che sono
stati dimenticati per tanto tempo. Adesso per fortuna
anche la Juve li ricorda ogni 29 maggio a Torino, dove
io sono regolarmente invitato dalla società a
partecipare. I ricordi belli sono quelli attuali, quando
vado in Tribuna Agnelli con mio figlio e lo vedo
esultare ad ogni gol e mi rivedo giovane come lui,
mentre urlavo a squarciagola”.
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Siena è una presenza importante nella sua vita e
nella sua formazione. Quanto della sua identità di uomo
e di scrittore nasce proprio dal rapporto con questa
città ?
“Siena è la mia città che amo profondamente, che, vista
la sua dimensione, ha insegnato in tutti noi senesi il
senso dell'amicizia profonda, il senso della famiglia
allargata, dell'amore verso il prossimo, tutti
sentimenti che inevitabilmente trasporto nei miei
racconti. Forse il lato negativo di Siena è che durante
gli anni della mia gioventù ha soffocato
involontariamente il lato artistico di tanti giovani, in
quanto l'obiettivo dei nostri genitori era per noi figli
l'ingresso al Monte dei Paschi oppure in realtà statali
e questo ha messo il bavaglio al talento di tanti
giovani “costretti” a sedersi dietro una scrivania. Io
per fortuna ho lavorato nel settore farmaceutico, una
professione che ho apprezzato e che mi ha consentito con
diversi anni di ritardo di esercitare la mia passione
per la scrittura”.
Dopo tanti libri e tante storie raccontate, che
cosa cerca oggi nella scrittura che forse non cercava
agli inizi ? E c’è ancora qualcosa che sente di dover
raccontare ?
“Nella scrittura io cerco la soddisfazione personale,
scrivo per me stesso, non penso mai al giudizio del
pubblico, anche se poi risulta positivo m i fa molto
piacere e tutte le volte che termino, soprattutto una
storia, mi dispiace, perché mi affeziono ai personaggi,
la realtà magicamente diventa quella del libro e non
quella di tutti i giorni. E l'ispirazione per fortuna
non si sta assopendo”.
Se potesse sedersi davanti al Riccardo Gambelli
che vent'anni fa scrisse Coriandoli bianconeri, quale
domanda gli farebbe ? E quale consiglio gli darebbe ?
“Gli ultimi venti anni sono stati vissuti da genitore,
quindi una vita regolare impostata sui due miei figli. E
l’ultimo capitolo di “Coriandoli Bianconeri Vent'anni
dopo” s'intitola "Sono andato a letto presto" che sta a
significare un regime di vita regolare, da marito e
padre. Invece il consiglio lo vorrei dare al Riccardo
degli anni 70, il quale doveva avere il coraggio di
realizzare i propri sogni, il mio era quello di
diventare giornalista, ma la realtà di quel momento me
lo impedì. Ripeto: sono stato felice della mia
professione e felice di aver ottenuto ciò che
desideravo, però con diversi anni di ritardo”.
Chiudiamo con il futuro: dopo essere tornato sui
suoi Coriandoli, quale sarà la prossima storia che
Riccardo Gambelli vorrebbe affidare alla carta ?
“Sono già pronti due testi: un altro
thriller/psicodramma con l'ispettore Pontillo,
protagonista delle Fate di Bacco, che tanto successo ha
ottenuto, vincendo anche un concorso letterario Rotary
Toscana e una storia di amore proibito. L’amore è sempre
stato presente in tutti i miei testi, ma in questo è
l'unico protagonista assoluto.
Fonte:
Noi, Frammenti di Siena © 1 ottobre 2026
Fotografie: Riccardo Gambelli ©
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SIENA
Riccardo Gambelli alla
Camera
come storico della tragedia
dell'Heysel
di Giordano Cioli
Socio del Panathlon e sopravvissuto
al crollo della Curva Zeta, da anni si impegna per tenere
viva la memoria.
Il
21 luglio 2026 presso la Camera dei Deputati è stata ufficializzata
la Giornata nazionale alla memoria delle vittime dello stadio
Heysel. L’iniziativa è partita dal ministro dello sport
Abodi e dall’onorevole Fabrizio Comba. Era presente il socio
del Panathlon club Siena Riccardo Gambelli, scrittore senese
e tifoso juventino. Sopravvissuto alla tragedia del settore
Z dell'Heysel è un testimone chiave e attivista della memoria:
ha fornito negli anni numerose testimonianze storiche e
ha contribuito attivamente al percorso sociale e istituzionale
che ha portato alla nascita di questa giornata nazionale.
Era tra gli invitati insieme alla dirigenza della Juventus
alla cerimonia e il presidente dei familiari delle vittime
Andrea Lorentini lo ha ringraziato per l’impegno da lui
profuso per il raggiungimento dell’obiettivo durante tutti
questi anni. Riccardo Gambelli, come detto, è un reduce
della Curva Zeta dell’impianto belga tristemente noto e
da sempre ricorda quel giorno e quelle vittime nei suoi
scritti e nei suoi interventi. Tra l’altro lui, il presidente
Lorentini e l’onorevole Comba inizieranno un programma di
divulgazione storica e prevenzione alla violenza nelle scuole,
tra cui quelle senesi.
Fonte: Corrieredisiena.it
© 30 luglio 2026
Fotografia: Riccardo Gambelli ©
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"Coriandoli Bianconeri.
Vent’anni dopo"
Ecco il nuovo libro del
senese Riccardo Gambelli: "Un racconto di vita, tra Juve,
amici e città".
"Coriandoli
Bianconeri. Vent’anni dopo", questo il titolo del nuovo
libro dello scrittore senese Riccardo Gambelli edito da
Edizioni Il Leccio, presentato lo scorso fine settimana
al Teatro del Costone. Tra i presenti, anche l’ex difensore
Sergio Brio, ambasciatore della Juventus, Andrea Lorentini,
Presidente dell’associazione familiari vittime dello stadio
Heysel e Andrea Causarano, ex medico sociale bianconero.
"È una presentazione molto importante per me - commenta
Riccardo Gambelli - perché il primo libro della mia vita
fu proprio il primo volume di Coriandoli bianconeri che
fu scritto più che altro per gioco e dedicato alla mia famiglia
ed ai miei amici: è un vero e proprio racconto della gioventù
e di come la Juve abbia scandito i nostri tempi. In questo
secondo volume, invece, viene approfondita più la parte
tecnica della Juventus, ma non mancano assolutamente riferimenti
alla vita personale. Il libro, infatti, è ricco di aneddoti
e di storie che riguardano me e tanto persone che mi hanno
accompagnato in questi ultimi vent’anni nella vita di tifoso,
da azionista della Juve, ma anche da semplice senese".
Fonte: Sienanews.it
© 22 aprile 2026
Fotografia: Riccardo
Gambelli ©
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Volano i "Coriandoli bianconeri"
di Gambelli
di Massimo Bilorsi
Riccardo Gambelli torna al suo
primo amore letterario, pubblicando "Coriandoli bianconeri
- Vent’anni dopo" (Edizioni Il Leccio). Tutto esaurito al
teatro del Costone per la sua presentazione, non poteva
essere altrimenti, c’erano in ballo sport, sentimenti e
soprattutto giocatori, tifosi e appassionati juventini.
Sul palco, nella conduzione di Andrea Bianchi Sugarelli,
c’era Sergio Brio, il grande stopper che si è permesso anche
reti memorabili, tutti ricordiamo quello fatidico di Roma,
Andrea Causarano, per alcuni anni medico ufficiale del team
bianconero, Andrea Lorentini, presidente dell’Associazione
fra i familiari delle vittime dell’Heysel. Il libro è una
bellissima scusa per raccontare di uomini e di passioni.
Sullo sfondo c’è il tifo per la Juventus, ma le storie che
qui si raccontano hanno un percorso di umanità, di andare
oltre i risultati. La Juventus è un mondo a parte, i tanti
appassionati presenti, gli applausi, lo testimoniano. Ma
il libro, e la serata, riprendono un percorso lasciato all’inizio
degli anni duemila. Brio ha sottolineato come la società
sia sempre grata a tutti questi appassionati ed è destinata
a riprendere il percorso di una delle squadre più amate
e seguite al mondo. E il mio ricordo personale va all’amico
Antonio Molettieri, che troppo presto ci ha lasciato e che
è stato un compagno di avventura di tante belle trasferte.
Fonte: Lanazione.it
© 21 aprile 2026
Video: Radio Siena TV ©
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"Coriandoli bianconeri,
vent’anni dopo": presentato il libro
di Riccardo Gambelli tra
memoria e emozioni juventine
di Lorenzo Agnelli
Sala gremita per la presentazione
del nuovo libro di Riccardo Gambelli: sul palco Sergio Brio
e Andrea Causarano tra ricordi, passione e valori del calcio.
Al
Teatro del Costone una sala gremita e partecipe ha fatto
da cornice alla presentazione di "Coriandoli Bianconeri.
Vent’anni dopo", il nuovo libro di Riccardo Gambelli edito
da Edizioni Il Leccio. Una serata intensa, tra memoria sportiva,
aneddoti e riflessioni sul calcio di ieri e di oggi, che
ha riportato il pubblico indietro nel tempo, agli anni ’80
e alla grande epopea bianconera. Accanto all’autore, un
parterre di ospiti di rilievo: Sergio Brio, oggi ambasciatore
della Juventus Football Club, Andrea Lorentini, Presidente
Associazione Familiari Vittime dello Stadio Heysel, Andrea
Causarano, ex medico sociale bianconero.
Proprio
Gambelli ha raccontato la genesi del libro, nato come naturale
prosecuzione del primo capitolo pubblicato nel 2006: "Tutto
è cominciato nel 2006 con il primo Coriandoli Bianconeri
che scrissi per gioco per i miei amici e per la mia famiglia,
poi invece arrivò in libreria. Era la storia della mia vita,
della mia gioventù, con la Juventus che dettava i tempi.
Avevo deciso di non scrivere più di calcio, poi però ho
capito che dovevo concludere il mio percorso con la Juventus,
soprattutto con la società, e quindi è nato questo libro.
È un libro un po’ più tecnico rispetto al primo, mentre
il primo era più goliardico, legato alla mia gioventù, questo
è più dedicato alla società e al calcio attuale". Al centro
della serata anche il messaggio che l’autore vuole trasmettere:
"L’amore per il calcio deve basarsi sempre sul rispetto
e sulla stima, anche tra tifosi e avversari. E soprattutto
ai giovani voglio dire che il calcio di una volta era romantico,
di cuore: oggi è cambiato, è più business, ma spero possano
innamorarsene ancora".
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Grande
entusiasmo anche nelle parole di Sergio Brio, presenza simbolica
della Juventus: "Essere a Siena per noi è un onore perché
è una terra juventina. Ci sono tanti club in Toscana, e
questo amore per la Juventus è bellissimo. La nostra presenza
è anche un ringraziamento a Gambelli per quello che fa per
noi: vorremmo tanti tifosi come lui". Ricordi intensi anche
per il senese Andrea Causarano che ha vissuto da vicino
una delle Juventus più vincenti: "Ho vissuto due anni meravigliosi:
due Scudetti, due Coppe Italia e una finale di Champions.
Ero circondato da grandi campioni, è un ricordo entusiasmante
che porterò sempre nel cuore". Tra racconti di spogliatoio,
aneddoti legati a figure storiche come Boniperti e Gianni
Agnelli e momenti più toccanti, come il ricordo dell’Heysel
nelle parole di Lorentini, la serata ha saputo unire generazioni
diverse nel segno di una passione comune. Un successo testimoniato
dal teatro pieno e dalla partecipazione calorosa del pubblico,
che ha reso ancora più significativo un evento capace di
raccontare non solo il calcio, ma anche il valore del tempo,
della memoria e delle radici.
Fonte: Radiosienatv.it
© 20 aprile 2026
Fotografie: Riccardo Gambelli ©
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Magico, tragico Heysel
di Riccardo Gambelli
"Andiamo
a Bruxelles ?". Eravamo sdraiati sul tappeto della
cameretta di Antonello Perrella, detto Lello;
sfogliavamo la sua fornita collezione di giornalini "al
peperoncino". Con noi c’era Andrea. Così, un po’per
caso, un po’ per scommessa, decidemmo di andare incontro
all’avventura più rischiosa e dolorosa della nostra
vita. Il 28 maggio 1985, partimmo proprio da Uopini
verso la trasferta più triste della storia. "Stai
attento, non mi piacciono gli inglesi". Fu la
raccomandazione di babbo Enea. "Tranquillo, ci sarà il
gemellaggio tra tifoserie nella Gran Place", risposi.
Erano le 19 di pomeriggio quando la Golf di Andrea ci
avrebbe spalancato le portiere, prima di prendere la
direzione verso Bruxelles. Eravamo felici, tanto da
mettere esposto al finestrino posteriore un fazzoletto
bianconero. Gli autisti d’altre vetture, notandolo, ci
salutavano suonando il clacson. Per i miei due compagni
si trattava della loro prima finale da spettatori, per
me la seconda. L’anno precedente mi ero recato con Fede
Roscia e Pasierino a Basilea, dove la Juve avrebbe
riposto nella sua sterile bacheca la prima Coppa delle
Coppe. Eravamo partiti il giorno stesso con l’Austin
Metro appena uscita dalla concessionaria di Fede,
diretti in uno stadio che a fatica riusciva a contenerci
tutti quanti. Uno stadio adatto per la serie C italiana.
A ogni modo, a noi interessava la vittoria, che arrivò
puntuale e sofferta grazie alle reti di Vignola e di
Boniek, ancora una volta "bello di notte". Viaggiammo
tutta la notte attraversando Svizzera, Germania e
Lussemburgo, alternandoci alla guida. Facemmo ingresso a
Bruxelles alle prime luci del mattino. Dopo aver
prenotato una camera d’albergo, ci recammo
immediatamente verso l’agenzia di viaggi che teneva in
consegna i nostri biglietti. Era la stessa agenzia che
aveva rifornito lo "Juventus Club Siena Ghibellina" dei
tagliandi d’ingresso. La mattina stessa della nostra
partenza un autobus, colmo di tifosi senesi, ci aveva
anticipato, percorrendo la strada che conduceva verso
"la partita della morte". C’eravamo dati appuntamento
nella Grand Place per l’ora di pranzo del giorno 29.
Entrammo nell’agenzia del centro di Bruxelles e un
signore ci consegnò le tre curve che avremmo pagato come
una tribuna centrale. "Curva zeta", riportava quel
sinistro biglietto. Il nome di quella curva sarebbe
entrato, quella notte, nei libri di storia
contemporanea. Tornammo in albergo, cercando di riposare
inutilmente. Uscimmo di nuovo per visitare la città e
incontrare i senesi. Dall’albergo ci saremmo ripassati
solo in piena notte, per recuperare gli oggetti
personali e fuggire velocemente. Nella Grand Place era
presente il mondo intero: italiani e inglesi che si
facevano fotografare insieme mentre scolavano birre,
famiglie con bambini, turisti occasionali, cittadini di
Bruxelles che uscivano dal proprio lavoro e anche i
nostri cari amici senesi. Riprovai la stessa sensazione
di sempre. Incontrare un tuo concittadino all’estero è
sempre una grande emozione.
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Mi
è capitato in quasi tutti i miei viaggi, anche quella
volta a San Francisco, quando, girando l’angolo di una
strada centrale della città dei trichechi, andai a
urtare Massimo Bianchini, noto professionista senese.
Non era finita. La sera stessa, in un ristorante (a San
Francisco saranno presenti diecimila locali), il mio
amico Nando fu il primo ad accorgersi della presenza di
Massimo. Credo si tratti di un record: incontrare la
stessa persona due volte in un giorno dalla parte
opposta del globo. Aldone Brocchi era il capogruppo di
una gita composta anche da famiglie che avevano deciso
di trascorrere tre giorni di svago con la loro squadra
del cuore. Lo scorsi io stesso, chiamandolo a gran voce.
Ci abbracciammo come se non ci vedessimo da tempo
infinito. Telefonai a casa, rassicurando i miei che
inglesi e italiani stavano fraternizzando e che non
correvamo alcun pericolo. Ci aggregammo al Club
attendendo con ansia l’ora della verità. La Coppa dei
Campioni mancava nella bacheca della nostra società che
in Italia stava spopolando. Dovevamo sopportare, da
anni, le conseguenti allusioni di tutti gli anti
juventini, sostenenti che le continue vittorie italiane
erano frutto di nuovissime Fiat donate alla classe
arbitrale. "Si tratta di sudditanza psicologica",
affermò un giorno l’Avvocato. Una frase ricorrente sino
ai nostri giorni. Le sue frasi erano sempre sentenze
definitive. Seguimmo l’autobus sino allo stadio. Ancora
tre ore e la partita avrebbe avuto inizio. Dopo aver
posteggiato, ci avviammo verso lo stadio Heysel tutti
insieme, socializzando, addirittura, con i tifosi
d’oltremanica. Non potemmo fare a meno di ammirare il
gigantesco modello molecolare dal nome "Atomium",
simbolo di Bruxelles, situato in prossimità dello
stadio. Nel piazzale adiacente notammo gli hooligans che
stavano arrivando con numerose casse di birra, entrando
addirittura sugli spalti senza che le forze dell’ordine
si assumessero l’iniziativa di sequestrarle. Quelle
bottiglie si sarebbero rivelate pericolose armi da
guerriglia. Finalmente facemmo il nostro ingresso nella
"curva zeta" da un piccolo cancello che sarebbe stato
poche ore dopo l’unica e improbabile via di salvezza per
i tifosi bianconeri. La curva era gremita e ci
accomodammo vicinissimi agli hooligans. Solo una piccola
rete "da pollaio", costruita nei giorni precedenti, ci
divideva da un oceano di cappellini rossi. Eravamo
veramente quelli seduti più vicino alle "belve".
Ammiravamo il verdissimo manto erboso che, poche ore
dopo, sarebbe stato calpestato da Scirea e compagni. Ho
potuto ascoltare tante interviste di uomini di calcio e
leggere su centinaia di pagine di giornali e riviste
quello che accadde in quelle maledette ore: posso
assicurare che la vera realtà dei fatti è sempre stata
travisata ! La Rai, addirittura, lo scorso inverno ha
ripercorso con uno "speciale" quella tragica notte due
superstiti come noi della "curva zeta" hanno raccontato
di un agguato improvviso e senza motivo degli hooligans
contro gli juventini. Falso.
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La
verità assoluta è quella che qui vi narrerò, conosciuta
solo da chi poteva trovarsi a contatto di gomito con i
tifosi del Liverpool. Tutto andò tranquillamente fino a
quando, proprio sotto di noi, un gruppetto di juventini
e di inglesi, complessivamente una decina di persone,
non iniziarono a scambiarsi insulti e minacce. A un
tratto vedemmo tre "geniali" bianconeri scavalcare la
rete di recinzione e portar via agli inglesi un loro
striscione. Il cimelio fu trasportato nella parte
spettante a noi italiani dove fu bruciato in modo molto
vile. Quello fu il primo atto della tragedia che si
sarebbe presentata agli occhi sbigottiti del mondo
intero. Alcuni inglesi saltarono la rete dando inizio a
un tafferuglio. Speravamo che tutto si risolvesse con
qualche "scapaccione" ai tre italiani che avevano
sottratto lo striscione, invece furono sparati i primi
razzi in cielo e purtroppo anche verso di noi ad alzo
zero. Molti hooligans presero di mira la rete in
miniatura, che ci avrebbe dovuto dividere, scuotendola
per cercare di abbatterla. Mi rivolsi a Lello e Andrea:
"Ragazzi, qui finisce male, filiamo". Lello, in un primo
momento, non era favorevole a una fuga, ma, quando fu
cosciente che la situazione sarebbe degenerata, decise
di seguirmi verso il cancello dal quale eravamo entrati,
l’unico a nostra disposizione per uscire dallo stadio.
Ma lo trovammo intasato da persone che cercavano di
entrare e uscire contemporaneamente. Niente da fare:
impossibile poter andare avanti. Vidi il muro. Quel muro
sarebbe stato il protagonista di tutti i telegiornali
delle reti televisive del pianeta. Ci facemmo largo, con
molta fatica, tra gli spettatori non ancora consapevoli
di quello che sarebbe potuto accadere. Per quanto mi
riguardava, mi era stato di grande aiuto il mio istinto,
che mi ha sempre messo in guardia durante tutta la mia
vita.
Finalmente potei toccare il muro, mi voltai e vidi
i miei due amici dietro di me. Prima di salire su quel
fatiscente agglomerato di cemento sono sicuro che
gridai: "Saliamo, ragazzi". Non era ancora iniziato il
caos di morte e potei arrampicarmi con tutta calma nel
punto più basso del muro. Quando fui sopra mi accorsi
che gli hooligans erano riusciti ad abbattere la rete e
stavano caricando i nostri connazionali che non
opponevano la minima resistenza. Contro quella mandria
di tori inferociti l’unica possibilità sarebbe stata la
fuga, ma l’uscita principale si trovava intasata da
centinaia di persone che cercavano di superare quel
cancelletto, che, a stento, poteva far passare un
cristiano alla volta. Il problema fu che "the animals"
(termine che usò la stampa inglese), si trovarono di
fronte per lo più i tifosi della domenica: famiglie con
figli, pensionati, ragazzi e ragazze che non reagirono
perché pietrificati dal terrore. La realtà sarebbe stata
sostanzialmente diversa se nella "curva zeta" fossero
stati presenti quei tifosi che invece si trovavano
stipati nella curva opposta. Ricordo perfettamente e
distintamente che mi trovavo in piedi su quel muro,
cercando il punto più agevole per calarmi. Mi lasciai
scivolare, avendo a disposizione tutto il tempo per
poterlo fare. Un minuto dopo non sarebbe stato
possibile: era iniziata la compressione di migliaia di
persone su quella vecchia struttura che si opponeva,
creando morte e terrore. Mi calai, un salto di circa due
metri. Alzai la testa, convinto che i miei due amici
stessero facendo altrettanto. Nessuna traccia di loro,
mi arrivava addosso tanta gente in tutte le posizioni,
di schiena, di testa, di piede: aveva avuto inizio una
tragedia senza fine. Lello e Andrea rimasero, purtroppo
per loro, imprigionati tra centinaia di corpi che si
pigiavano tra loro. Sarebbero venuti fuori da quel caos
solo quando la rete che delimitava il campo di gioco non
fosse caduta.
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Io,
calandomi dal muro, atterrai sul tartan della pista
d’atletica. Mi ritrovai dietro la porta di gioco a fare
da spettatore passivo alla tragedia che l’atroce realtà
mi stava proponendo. Solo due poliziotti, impauriti
quanto il sottoscritto, si trovavano in quel momento
all’interno dello stadio: fu uno scandalo senza
precedenti. La scena fu interminabile. Potei vedere,
chiaramente, i tifosi inglesi armati di tutto: colli di
bottiglie, manici di bandiere e persino pezzi di gradoni
dello stadio. Chi stava subendo erano onesti lavoratori,
padri di famiglia, pensionati, ragazzini teneri con la
sciarpa bianconera al collo, ragazze piangenti e mamme
urlanti in cerca del proprio figlio. Giuro che se mi
avessero consegnato un mitra, avrei sparato
all’impazzata su quegli assassini. Non ho nessuna
vergogna ad ammetterlo. Avrò negli occhi per sempre lo
sfregio di quella curva, piena di scarpe, stracci,
camicette imbrattate di sangue, giornali, indumenti,
calze. In un attimo capii che lo stadio Heysel non
avrebbe dovuto essere teatro di quella finale, non era
uno stadio attrezzato per ospitare tifoserie come quelle
presenti su quei gradoni malridotti. L’angoscia non mi
mollava: non sapevo dove fossero i miei due amici.
Camminavo avanti e indietro sul campo di gioco, mentre
il film andato in onda sugli spalti della "zeta" era
cessato. Gli hooligans stavano intonando il canto di
vittoria occupando tutta la curva. Continuavo a sognare
il mitra. Stefano Manenti, amico di Uopini, con Cinzia,
la sua fidanzata, furono le prime due persone che
incontrai. Si tenevano abbracciati e piangevano come
bambini. Stefano era scalzo: rimase a piedi nudi tutta
la notte. Cinzia era piena di graffi e non smetteva di
urlare: "C’è gente morta, ho visto !!", gridava
disperata. Io avevo percepito che qualcuno non fosse
riuscito a uscire vivo dall’inferno, ma non potevo
immaginare che le vittime sarebbero arrivate a
trentanove. Furono avvolte da lenzuoli quelle povere
salme, distese fuori dello stadio e protette da un
nugolo di poliziotti arrivati quando i "buoi erano
fuggiti dalle stalle".
Continuo a ringraziare il Signore
per avermi risparmiato quello spettacolo straziante. I
"numerosi" poliziotti presenti che si erano precipitati,
anche a cavallo, ci fecero accomodare tutti in tribuna
numerata. In quel momento sul terreno di gioco era
presente il corpo di polizia dell’intero Belgio. I
tifosi bianconeri della curva opposta erano
incontrollabili, anche se non avevano ancora percepito
la gravità della situazione. A un tratto, in tribuna
apparve Andrea e ci abbracciammo come reduci del
Vietnam: "Dov’è Antonello ?", continuava a chiedermi.
Non potevo rispondergli. Ci condussero all’interno della
tribuna Numerata dove Aldo Brocchi, completamente a
torso nudo, voleva sfondare una porta. Non riuscivo a
comprendere il motivo di quella pazza azione: "Aldo, ma
che stai facendo, calmati !", prendendolo per un
braccio. "Sono tutti dentro quella stanza, c’è De Michelis, Boniperti, un sacco di gente, li rompo tutti
!!!", gridava Aldo, un toro impazzito. Effettivamente
erano tutti dentro a quel salone per una riunione
urgente con il capo della Polizia di Bruxelles,
personaggi dell’Uefa e Fifa: stavano valutando se fosse
il caso di disputare lo stesso la gara. Ci riportarono
tutti sulle poltroncine della tribuna che in quel
momento era super affollata. Andrea mi pose il problema
dell’apprensione e angoscia che i nostri cari, a Siena,
avrebbero potuto vivere in quei momenti. Non
dimenticherò Pier Cesare Baretti, presidente della
Fiorentina, quando condusse Andrea nuovamente
all’interno della tribuna per telefonare ai suoi
genitori. Per la cronaca, Baretti sarebbe deceduto pochi
mesi dopo a causa di un incidente verificatosi con
l’aereo personale. Lo vidi tornare, sollevato: "Ho
telefonato. Ho detto che siamo salvi. Mio babbo
telefonerà al tuo. In Italia, parlano di ottanta morti",
mi disse Andrea. In effetti, rivisitando la
videocassetta molte volte, Pizzul aveva annunciato circa
ottanta morti, in un primo momento. Passarono le ore
senza sapere che cosa sarebbe accaduto. Non ricordo chi
ci confermò che Lello si trovava seduto sull’autobus del
Club senese. Esultammo felici, anche Lello era vivo !
Parlavamo di morte e di vita come se fossimo in guerra,
tutto ciò era irreale.
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Vedemmo
i giocatori italiani dirigersi verso la curva bianconera
per cercare di tranquillizzare i tifosi, che ormai erano
al corrente della carneficina avvenuta. Non riuscivano a
domarli, cercavano vendetta ! Scirea e il capitano
inglese Neal, dalla cabina di regia, grazie a un
microfono annunciarono che la partita avrebbe avuto
regolare svolgimento. Baretti ci confermò che le due
società e le forze di polizia avevano deciso di far
giocare il match per evitare ulteriori incidenti. La
partita ebbe inizio. Fu un incontro di calcio vero,
bello tatticamente e come livello agonistico, ma i miei
occhi e il mio cuore erano rimasti su quella curva dove
avevo visto bambini e mamme piangere disperate. Segnò
Platini su calcio di rigore. Un rigore inesistente su
Boniek, atterrato due metri fuori dall’area. "Quando le
undici di sera erano passate da un pezzo e stava
facendosi più aguzzo il buio della notte, era quella
un’ora inusuale per battere un calcio di rigore che con
tutta probabilità avrebbe consacrato la squadra campione
d’Europa. A quell’ora le partite, che abitualmente
iniziano alle otto e trenta, sono già finite. Eppure le
undici di sera erano passate da un pezzo quando Platini,
quella sua maglietta eternamente calata fuori dai
pantaloncini, avviò la rincorsa a trovare e colpire il
pallone che sostava sul dischetto, e mentre nello stadio
belga dell’Heysel non si udiva il bisbiglio di una
mosca", scrisse Giampiero Mughini, sul suo libro
dedicato alla squadra del cuore, la Juve. Effettivamente
era tardissimo e faceva freddo. Il vento che aveva
portato morte e strazio continuava a soffiare,
spietatamente. I giocatori fecero il giro d’onore con la
Coppa mentre furono fatti uscire i tifosi italiani. Dopo
molte ore sarebbe stato il turno degli "animals" a
essere scortati all’esterno. Nonostante fossero state
organizzate dalle forze dell’ordine delle uscite
programmate, ci confermavano di scontri pesanti
all’esterno dello stadio e vetture italiane incendiate.
Recuperammo Lello e, dopo un lungo abbraccio, salutammo
i senesi avviandoci verso l’auto sperando di ritrovarla
intatta. Al rientro, a Siena, saremmo venuti a
conoscenza che due nostri concittadini avevano dovuto
ricorrere agli ospedali della città belga, dove furono
trattenuti per giorni. Salimmo in auto e fuggimmo dopo
essere ripassati dal nostro hotel per il recupero degli
oggetti personali. Lello mi ha ricordato, in questi
giorni, che mentre uscivamo da Bruxelles, con Andrea
alla guida, un hooligan ci attraversò la strada,
lentamente, con una bandiera in mano. Sembra che io
abbia gridato: "Investilo !!!". Non ricordo la scena,
ricordo solo l’odio immenso che nutrivo in quelle ore
per quei mostri che avevamo incontrato in una giornata
di felicità, una giornata di sport.
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Nei
giorni seguenti iniziarono i commenti dei perbenisti
anti juventini, criticando il comportamento della
società che io ritenni, al contrario, civile, umano e
sportivo. Ricordo i giocatori che, rischiando d’essere
soffocati, andarono a placare i tifosi assiepati nella
curva opposta a quella della morte, affinché non si
lanciassero a ingigantire le proporzioni del disastro.
Quegli stessi giocatori, con la morte nel cuore,
accettarono di giocare affinché la tregua della partita
consentisse i salvataggi e bloccasse la violenza. Ho
ancora davanti agli occhi l’incredibile serenità con cui
quei giocatori si batterono, consci che lottavano per
uomini e donne che non c’erano più, che avevano
sacrificato il bene supremo della vita per seguirli
nella speranza di vederli vincere. La Juve vinse e il
fatto che, su suggerimento degli organizzatori, arrivò
per un momento a mostrare la coppa alla sua gente, fu
malevolmente additato come gran prova d’insensibilità.
Fu addirittura perentoriamente invitata a restituirla,
quella coppa. È vero, fu macchiata di sangue innocente,
ma la Juve, che la rincorreva da ventisette anni, la
vinse a testa alta e prima di superare i grandi
avversari del Liverpool vinse l’orrore per la tragedia
che si era consumata sotto i suoi occhi. Poco importò
che il rigore su Boniek fosse un regalo dell’arbitro,
quel rigore fu la vendetta di chi era presente in quella
lurida curva, il frutto di una vittoria meritata, fu il
mio "mitra". Nei giorni successivi giurai di non entrare
mai più in uno stadio per il resto della mia vita. "La
tragedia e la morte non sono sufficienti a tenere
lontano dal gioco gli uomini della tribù del calcio",
scriveva Desmond Morris, filosofo inglese, studioso dei
costumi. È quello che accadde a me quando, tre mesi dopo
esatti, in agosto, la Juve giocò la prima di Coppa
Italia a Perugia. Era la nuova Juve di Manfredonia,
Laudrup, Serena e Mauro, quella che avrebbe conquistato
a Tokio la Coppa Intercontinentale. Decisi d’essere
presente allo Stadio Curi, dove la vista di quei
cappellini rossi dei tifosi del grifone mi fecero
tornare indietro di pochi giorni, ricordandomi "the
animals" che caricavano assetati di sangue innocente.
Durante il ritorno, verso Passignano sul Trasimeno, fui
superato da un’auto carica di ragazzi. Dal finestrino
posteriore sventolava gioiosamente un foulard juventino.
Ricordai immediatamente il nostro fazzoletto bianconero
che, il 28 maggio 1985, stava facendo altrettanto.
Rividi anche Lello, mentre rispondeva felice al saluto
delle altre autovetture, gridando: "Torneremo Campioni
d’Europa".
(NdR:
Si ringrazia vivamente la Pascal Editrice
per la cortese ed esclusiva concessione del capitolo che
è severamente vietato diffondere e/o riprodurre a terzi)
Fonte:
Riccardo Gambelli
© Pascal Editrice agosto
2007
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Fotografie:
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