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"Coriandoli
Bianconeri. Vent’anni dopo"
Ecco il nuovo libro
del senese Riccardo Gambelli: "Un racconto di vita, tra
Juve, amici e città".
"Coriandoli Bianconeri.
Vent’anni dopo", questo il titolo del nuovo libro dello
scrittore senese Riccardo Gambelli edito da Edizioni Il
Leccio, presentato lo scorso fine settimana al Teatro
del Costone. Tra i presenti, anche l’ex difensore Sergio
Brio, ambasciatore della Juventus, Andrea Lorentini,
Presidente dell’associazione familiari vittime dello
stadio Heysel e Andrea Causarano, ex medico sociale
bianconero. "È una presentazione molto importante per me
- commenta Riccardo Gambelli - perché il primo libro
della mia vita fu proprio il primo volume di Coriandoli
bianconeri che fu scritto più che altro per gioco e
dedicato alla mia famiglia ed ai miei amici: è un vero e
proprio racconto della gioventù e di come la Juve abbia
scandito i nostri tempi. In questo secondo volume,
invece, viene approfondita più la parte tecnica della
Juventus, ma non mancano assolutamente riferimenti alla
vita personale. Il libro, infatti, è ricco di aneddoti e
di storie che riguardano me e tanto persone che mi hanno
accompagnato in questi ultimi vent’anni nella vita di
tifoso, da azionista della Juve, ma anche da semplice
senese".
Fonte: Sienanews.it
© 22 aprile 2026
Fotografie:
GETTY IMAGES
© (Not for commercial use)
© Pascal Editrice
Banner: Juventus
Club Siena Ghibellina
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Magico, tragico Heysel
di Riccardo Gambelli
"Andiamo
a Bruxelles ?". Eravamo sdraiati sul tappeto della
cameretta di Antonello Perrella, detto Lello;
sfogliavamo la sua fornita collezione di giornalini "al
peperoncino". Con noi c’era Andrea. Così, un po’per
caso, un po’ per scommessa, decidemmo di andare incontro
all’avventura più rischiosa e dolorosa della nostra
vita. Il 28 maggio 1985, partimmo proprio da Uopini
verso la trasferta più triste della storia. "Stai
attento, non mi piacciono gli inglesi". Fu la
raccomandazione di babbo Enea. "Tranquillo, ci sarà il
gemellaggio tra tifoserie nella Gran Place", risposi.
Erano le 19 di pomeriggio quando la Golf di Andrea ci
avrebbe spalancato le portiere, prima di prendere la
direzione verso Bruxelles. Eravamo felici, tanto da
mettere esposto al finestrino posteriore un fazzoletto
bianconero. Gli autisti d’altre vetture, notandolo, ci
salutavano suonando il clacson. Per i miei due compagni
si trattava della loro prima finale da spettatori, per
me la seconda. L’anno precedente mi ero recato con Fede
Roscia e Pasierino a Basilea, dove la Juve avrebbe
riposto nella sua sterile bacheca la prima Coppa delle
Coppe. Eravamo partiti il giorno stesso con l’Austin
Metro appena uscita dalla concessionaria di Fede,
diretti in uno stadio che a fatica riusciva a contenerci
tutti quanti. Uno stadio adatto per la serie C italiana.
A ogni modo, a noi interessava la vittoria, che arrivò
puntuale e sofferta grazie alle reti di Vignola e di
Boniek, ancora una volta "bello di notte". Viaggiammo
tutta la notte attraversando Svizzera, Germania e
Lussemburgo, alternandoci alla guida. Facemmo ingresso a
Bruxelles alle prime luci del mattino. Dopo aver
prenotato una camera d’albergo, ci recammo
immediatamente verso l’agenzia di viaggi che teneva in
consegna i nostri biglietti. Era la stessa agenzia che
aveva rifornito lo "Juventus Club Siena Ghibellina" dei
tagliandi d’ingresso. La mattina stessa della nostra
partenza un autobus, colmo di tifosi senesi, ci aveva
anticipato, percorrendo la strada che conduceva verso
"la partita della morte". C’eravamo dati appuntamento
nella Grand Place per l’ora di pranzo del giorno 29.
Entrammo nell’agenzia del centro di Bruxelles e un
signore ci consegnò le tre curve che avremmo pagato come
una tribuna centrale. "Curva zeta", riportava quel
sinistro biglietto. Il nome di quella curva sarebbe
entrato, quella notte, nei libri di storia
contemporanea. Tornammo in albergo, cercando di riposare
inutilmente. Uscimmo di nuovo per visitare la città e
incontrare i senesi. Dall’albergo ci saremmo ripassati
solo in piena notte, per recuperare gli oggetti
personali e fuggire velocemente. Nella Grand Place era
presente il mondo intero: italiani e inglesi che si
facevano fotografare insieme mentre scolavano birre,
famiglie con bambini, turisti occasionali, cittadini di
Bruxelles che uscivano dal proprio lavoro e anche i
nostri cari amici senesi. Riprovai la stessa sensazione
di sempre. Incontrare un tuo concittadino all’estero è
sempre una grande emozione.
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Mi
è capitato in quasi tutti i miei viaggi, anche quella
volta a San Francisco, quando, girando l’angolo di una
strada centrale della città dei trichechi, andai a
urtare Massimo Bianchini, noto professionista senese.
Non era finita. La sera stessa, in un ristorante (a San
Francisco saranno presenti diecimila locali), il mio
amico Nando fu il primo ad accorgersi della presenza di
Massimo. Credo si tratti di un record: incontrare la
stessa persona due volte in un giorno dalla parte
opposta del globo. Aldone Brocchi era il capogruppo di
una gita composta anche da famiglie che avevano deciso
di trascorrere tre giorni di svago con la loro squadra
del cuore. Lo scorsi io stesso, chiamandolo a gran voce.
Ci abbracciammo come se non ci vedessimo da tempo
infinito. Telefonai a casa, rassicurando i miei che
inglesi e italiani stavano fraternizzando e che non
correvamo alcun pericolo. Ci aggregammo al Club
attendendo con ansia l’ora della verità. La Coppa dei
Campioni mancava nella bacheca della nostra società che
in Italia stava spopolando. Dovevamo sopportare, da
anni, le conseguenti allusioni di tutti gli anti
juventini, sostenenti che le continue vittorie italiane
erano frutto di nuovissime Fiat donate alla classe
arbitrale. "Si tratta di sudditanza psicologica",
affermò un giorno l’Avvocato. Una frase ricorrente sino
ai nostri giorni. Le sue frasi erano sempre sentenze
definitive. Seguimmo l’autobus sino allo stadio. Ancora
tre ore e la partita avrebbe avuto inizio. Dopo aver
posteggiato, ci avviammo verso lo stadio Heysel tutti
insieme, socializzando, addirittura, con i tifosi
d’oltremanica. Non potemmo fare a meno di ammirare il
gigantesco modello molecolare dal nome "Atomium",
simbolo di Bruxelles, situato in prossimità dello
stadio. Nel piazzale adiacente notammo gli hooligans che
stavano arrivando con numerose casse di birra, entrando
addirittura sugli spalti senza che le forze dell’ordine
si assumessero l’iniziativa di sequestrarle. Quelle
bottiglie si sarebbero rivelate pericolose armi da
guerriglia. Finalmente facemmo il nostro ingresso nella
"curva zeta" da un piccolo cancello che sarebbe stato
poche ore dopo l’unica e improbabile via di salvezza per
i tifosi bianconeri. La curva era gremita e ci
accomodammo vicinissimi agli hooligans. Solo una piccola
rete "da pollaio", costruita nei giorni precedenti, ci
divideva da un oceano di cappellini rossi. Eravamo
veramente quelli seduti più vicino alle "belve".
Ammiravamo il verdissimo manto erboso che, poche ore
dopo, sarebbe stato calpestato da Scirea e compagni. Ho
potuto ascoltare tante interviste di uomini di calcio e
leggere su centinaia di pagine di giornali e riviste
quello che accadde in quelle maledette ore: posso
assicurare che la vera realtà dei fatti è sempre stata
travisata ! La Rai, addirittura, lo scorso inverno ha
ripercorso con uno "speciale" quella tragica notte due
superstiti come noi della "curva zeta" hanno raccontato
di un agguato improvviso e senza motivo degli hooligans
contro gli juventini. Falso.
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La
verità assoluta è quella che qui vi narrerò, conosciuta
solo da chi poteva trovarsi a contatto di gomito con i
tifosi del Liverpool. Tutto andò tranquillamente fino a
quando, proprio sotto di noi, un gruppetto di juventini
e di inglesi, complessivamente una decina di persone,
non iniziarono a scambiarsi insulti e minacce. A un
tratto vedemmo tre "geniali" bianconeri scavalcare la
rete di recinzione e portar via agli inglesi un loro
striscione. Il cimelio fu trasportato nella parte
spettante a noi italiani dove fu bruciato in modo molto
vile. Quello fu il primo atto della tragedia che si
sarebbe presentata agli occhi sbigottiti del mondo
intero. Alcuni inglesi saltarono la rete dando inizio a
un tafferuglio. Speravamo che tutto si risolvesse con
qualche "scapaccione" ai tre italiani che avevano
sottratto lo striscione, invece furono sparati i primi
razzi in cielo e purtroppo anche verso di noi ad alzo
zero. Molti hooligans presero di mira la rete in
miniatura, che ci avrebbe dovuto dividere, scuotendola
per cercare di abbatterla. Mi rivolsi a Lello e Andrea:
"Ragazzi, qui finisce male, filiamo". Lello, in un primo
momento, non era favorevole a una fuga, ma, quando fu
cosciente che la situazione sarebbe degenerata, decise
di seguirmi verso il cancello dal quale eravamo entrati,
l’unico a nostra disposizione per uscire dallo stadio.
Ma lo trovammo intasato da persone che cercavano di
entrare e uscire contemporaneamente. Niente da fare:
impossibile poter andare avanti. Vidi il muro. Quel muro
sarebbe stato il protagonista di tutti i telegiornali
delle reti televisive del pianeta. Ci facemmo largo, con
molta fatica, tra gli spettatori non ancora consapevoli
di quello che sarebbe potuto accadere. Per quanto mi
riguardava, mi era stato di grande aiuto il mio istinto,
che mi ha sempre messo in guardia durante tutta la mia
vita.
Finalmente potei toccare il muro, mi voltai e vidi
i miei due amici dietro di me. Prima di salire su quel
fatiscente agglomerato di cemento sono sicuro che
gridai: "Saliamo, ragazzi". Non era ancora iniziato il
caos di morte e potei arrampicarmi con tutta calma nel
punto più basso del muro. Quando fui sopra mi accorsi
che gli hooligans erano riusciti ad abbattere la rete e
stavano caricando i nostri connazionali che non
opponevano la minima resistenza. Contro quella mandria
di tori inferociti l’unica possibilità sarebbe stata la
fuga, ma l’uscita principale si trovava intasata da
centinaia di persone che cercavano di superare quel
cancelletto, che, a stento, poteva far passare un
cristiano alla volta. Il problema fu che "the animals"
(termine che usò la stampa inglese), si trovarono di
fronte per lo più i tifosi della domenica: famiglie con
figli, pensionati, ragazzi e ragazze che non reagirono
perché pietrificati dal terrore. La realtà sarebbe stata
sostanzialmente diversa se nella "curva zeta" fossero
stati presenti quei tifosi che invece si trovavano
stipati nella curva opposta. Ricordo perfettamente e
distintamente che mi trovavo in piedi su quel muro,
cercando il punto più agevole per calarmi. Mi lasciai
scivolare, avendo a disposizione tutto il tempo per
poterlo fare. Un minuto dopo non sarebbe stato
possibile: era iniziata la compressione di migliaia di
persone su quella vecchia struttura che si opponeva,
creando morte e terrore. Mi calai, un salto di circa due
metri. Alzai la testa, convinto che i miei due amici
stessero facendo altrettanto. Nessuna traccia di loro,
mi arrivava addosso tanta gente in tutte le posizioni,
di schiena, di testa, di piede: aveva avuto inizio una
tragedia senza fine. Lello e Andrea rimasero, purtroppo
per loro, imprigionati tra centinaia di corpi che si
pigiavano tra loro. Sarebbero venuti fuori da quel caos
solo quando la rete che delimitava il campo di gioco non
fosse caduta.
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Io,
calandomi dal muro, atterrai sul tartan della pista
d’atletica. Mi ritrovai dietro la porta di gioco a fare
da spettatore passivo alla tragedia che l’atroce realtà
mi stava proponendo. Solo due poliziotti, impauriti
quanto il sottoscritto, si trovavano in quel momento
all’interno dello stadio: fu uno scandalo senza
precedenti. La scena fu interminabile. Potei vedere,
chiaramente, i tifosi inglesi armati di tutto: colli di
bottiglie, manici di bandiere e persino pezzi di gradoni
dello stadio. Chi stava subendo erano onesti lavoratori,
padri di famiglia, pensionati, ragazzini teneri con la
sciarpa bianconera al collo, ragazze piangenti e mamme
urlanti in cerca del proprio figlio. Giuro che se mi
avessero consegnato un mitra, avrei sparato
all’impazzata su quegli assassini. Non ho nessuna
vergogna ad ammetterlo. Avrò negli occhi per sempre lo
sfregio di quella curva, piena di scarpe, stracci,
camicette imbrattate di sangue, giornali, indumenti,
calze. In un attimo capii che lo stadio Heysel non
avrebbe dovuto essere teatro di quella finale, non era
uno stadio attrezzato per ospitare tifoserie come quelle
presenti su quei gradoni malridotti. L’angoscia non mi
mollava: non sapevo dove fossero i miei due amici.
Camminavo avanti e indietro sul campo di gioco, mentre
il film andato in onda sugli spalti della "zeta" era
cessato. Gli hooligans stavano intonando il canto di
vittoria occupando tutta la curva. Continuavo a sognare
il mitra. Stefano Manenti, amico di Uopini, con Cinzia,
la sua fidanzata, furono le prime due persone che
incontrai. Si tenevano abbracciati e piangevano come
bambini. Stefano era scalzo: rimase a piedi nudi tutta
la notte. Cinzia era piena di graffi e non smetteva di
urlare: "C’è gente morta, ho visto !!", gridava
disperata. Io avevo percepito che qualcuno non fosse
riuscito a uscire vivo dall’inferno, ma non potevo
immaginare che le vittime sarebbero arrivate a
trentanove. Furono avvolte da lenzuoli quelle povere
salme, distese fuori dello stadio e protette da un
nugolo di poliziotti arrivati quando i "buoi erano
fuggiti dalle stalle".
Continuo a ringraziare il Signore
per avermi risparmiato quello spettacolo straziante. I
"numerosi" poliziotti presenti che si erano precipitati,
anche a cavallo, ci fecero accomodare tutti in tribuna
numerata. In quel momento sul terreno di gioco era
presente il corpo di polizia dell’intero Belgio. I
tifosi bianconeri della curva opposta erano
incontrollabili, anche se non avevano ancora percepito
la gravità della situazione. A un tratto, in tribuna
apparve Andrea e ci abbracciammo come reduci del
Vietnam: "Dov’è Antonello ?", continuava a chiedermi.
Non potevo rispondergli. Ci condussero all’interno della
tribuna Numerata dove Aldo Brocchi, completamente a
torso nudo, voleva sfondare una porta. Non riuscivo a
comprendere il motivo di quella pazza azione: "Aldo, ma
che stai facendo, calmati !", prendendolo per un
braccio. "Sono tutti dentro quella stanza, c’è De Michelis, Boniperti, un sacco di gente, li rompo tutti
!!!", gridava Aldo, un toro impazzito. Effettivamente
erano tutti dentro a quel salone per una riunione
urgente con il capo della Polizia di Bruxelles,
personaggi dell’Uefa e Fifa: stavano valutando se fosse
il caso di disputare lo stesso la gara. Ci riportarono
tutti sulle poltroncine della tribuna che in quel
momento era super affollata. Andrea mi pose il problema
dell’apprensione e angoscia che i nostri cari, a Siena,
avrebbero potuto vivere in quei momenti. Non
dimenticherò Pier Cesare Baretti, presidente della
Fiorentina, quando condusse Andrea nuovamente
all’interno della tribuna per telefonare ai suoi
genitori. Per la cronaca, Baretti sarebbe deceduto pochi
mesi dopo a causa di un incidente verificatosi con
l’aereo personale. Lo vidi tornare, sollevato: "Ho
telefonato. Ho detto che siamo salvi. Mio babbo
telefonerà al tuo. In Italia, parlano di ottanta morti",
mi disse Andrea. In effetti, rivisitando la
videocassetta molte volte, Pizzul aveva annunciato circa
ottanta morti, in un primo momento. Passarono le ore
senza sapere che cosa sarebbe accaduto. Non ricordo chi
ci confermò che Lello si trovava seduto sull’autobus del
Club senese. Esultammo felici, anche Lello era vivo !
Parlavamo di morte e di vita come se fossimo in guerra,
tutto ciò era irreale.
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Vedemmo
i giocatori italiani dirigersi verso la curva bianconera
per cercare di tranquillizzare i tifosi, che ormai erano
al corrente della carneficina avvenuta. Non riuscivano a
domarli, cercavano vendetta ! Scirea e il capitano
inglese Neal, dalla cabina di regia, grazie a un
microfono annunciarono che la partita avrebbe avuto
regolare svolgimento. Baretti ci confermò che le due
società e le forze di polizia avevano deciso di far
giocare il match per evitare ulteriori incidenti. La
partita ebbe inizio. Fu un incontro di calcio vero,
bello tatticamente e come livello agonistico, ma i miei
occhi e il mio cuore erano rimasti su quella curva dove
avevo visto bambini e mamme piangere disperate. Segnò
Platini su calcio di rigore. Un rigore inesistente su
Boniek, atterrato due metri fuori dall’area. "Quando le
undici di sera erano passate da un pezzo e stava
facendosi più aguzzo il buio della notte, era quella
un’ora inusuale per battere un calcio di rigore che con
tutta probabilità avrebbe consacrato la squadra campione
d’Europa. A quell’ora le partite, che abitualmente
iniziano alle otto e trenta, sono già finite. Eppure le
undici di sera erano passate da un pezzo quando Platini,
quella sua maglietta eternamente calata fuori dai
pantaloncini, avviò la rincorsa a trovare e colpire il
pallone che sostava sul dischetto, e mentre nello stadio
belga dell’Heysel non si udiva il bisbiglio di una
mosca", scrisse Giampiero Mughini, sul suo libro
dedicato alla squadra del cuore, la Juve. Effettivamente
era tardissimo e faceva freddo. Il vento che aveva
portato morte e strazio continuava a soffiare,
spietatamente. I giocatori fecero il giro d’onore con la
Coppa mentre furono fatti uscire i tifosi italiani. Dopo
molte ore sarebbe stato il turno degli "animals" a
essere scortati all’esterno. Nonostante fossero state
organizzate dalle forze dell’ordine delle uscite
programmate, ci confermavano di scontri pesanti
all’esterno dello stadio e vetture italiane incendiate.
Recuperammo Lello e, dopo un lungo abbraccio, salutammo
i senesi avviandoci verso l’auto sperando di ritrovarla
intatta. Al rientro, a Siena, saremmo venuti a
conoscenza che due nostri concittadini avevano dovuto
ricorrere agli ospedali della città belga, dove furono
trattenuti per giorni. Salimmo in auto e fuggimmo dopo
essere ripassati dal nostro hotel per il recupero degli
oggetti personali. Lello mi ha ricordato, in questi
giorni, che mentre uscivamo da Bruxelles, con Andrea
alla guida, un hooligan ci attraversò la strada,
lentamente, con una bandiera in mano. Sembra che io
abbia gridato: "Investilo !!!". Non ricordo la scena,
ricordo solo l’odio immenso che nutrivo in quelle ore
per quei mostri che avevamo incontrato in una giornata
di felicità, una giornata di sport.
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Nei
giorni seguenti iniziarono i commenti dei perbenisti
anti juventini, criticando il comportamento della
società che io ritenni, al contrario, civile, umano e
sportivo. Ricordo i giocatori che, rischiando d’essere
soffocati, andarono a placare i tifosi assiepati nella
curva opposta a quella della morte, affinché non si
lanciassero a ingigantire le proporzioni del disastro.
Quegli stessi giocatori, con la morte nel cuore,
accettarono di giocare affinché la tregua della partita
consentisse i salvataggi e bloccasse la violenza. Ho
ancora davanti agli occhi l’incredibile serenità con cui
quei giocatori si batterono, consci che lottavano per
uomini e donne che non c’erano più, che avevano
sacrificato il bene supremo della vita per seguirli
nella speranza di vederli vincere. La Juve vinse e il
fatto che, su suggerimento degli organizzatori, arrivò
per un momento a mostrare la coppa alla sua gente, fu
malevolmente additato come gran prova d’insensibilità.
Fu addirittura perentoriamente invitata a restituirla,
quella coppa. È vero, fu macchiata di sangue innocente,
ma la Juve, che la rincorreva da ventisette anni, la
vinse a testa alta e prima di superare i grandi
avversari del Liverpool vinse l’orrore per la tragedia
che si era consumata sotto i suoi occhi. Poco importò
che il rigore su Boniek fosse un regalo dell’arbitro,
quel rigore fu la vendetta di chi era presente in quella
lurida curva, il frutto di una vittoria meritata, fu il
mio "mitra". Nei giorni successivi giurai di non entrare
mai più in uno stadio per il resto della mia vita. "La
tragedia e la morte non sono sufficienti a tenere
lontano dal gioco gli uomini della tribù del calcio",
scriveva Desmond Morris, filosofo inglese, studioso dei
costumi. È quello che accadde a me quando, tre mesi dopo
esatti, in agosto, la Juve giocò la prima di Coppa
Italia a Perugia. Era la nuova Juve di Manfredonia,
Laudrup, Serena e Mauro, quella che avrebbe conquistato
a Tokio la Coppa Intercontinentale. Decisi d’essere
presente allo Stadio Curi, dove la vista di quei
cappellini rossi dei tifosi del grifone mi fecero
tornare indietro di pochi giorni, ricordandomi "the
animals" che caricavano assetati di sangue innocente.
Durante il ritorno, verso Passignano sul Trasimeno, fui
superato da un’auto carica di ragazzi. Dal finestrino
posteriore sventolava gioiosamente un foulard juventino.
Ricordai immediatamente il nostro fazzoletto bianconero
che, il 28 maggio 1985, stava facendo altrettanto.
Rividi anche Lello, mentre rispondeva felice al saluto
delle altre autovetture, gridando: "Torneremo Campioni
d’Europa".
(NdR:
Si ringrazia vivamente la Pascal Editrice
per la cortese ed esclusiva concessione del capitolo che
è severamente vietato diffondere e/o riprodurre a terzi)
Fonte:
Riccardo Gambelli
© Pascal Editrice agosto
2007
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