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LIBRI e HEYSEL 2026
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Coriandoli Bianconeri Riccardo Gambelli 2026
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Coriandoli Bianconeri 20 anni dopo (RICCARDO GAMBELLI)

"Coriandoli bianconeri. Vent'anni dopo" è il libro dello scrittore senese Riccardo Gambelli, pubblicato all'inizio del 2026 dalla casa editrice Edizioni Il Leccio. Il volume rappresenta il seguito ideale del suo primo successo letterario ("Coriandoli", incentrato sulla giovinezza dell'autore legata alla sua passione sportiva) ed è stato presentato ufficialmente ad aprile 2026 in una sala gremita al Teatro del Costone di Siena. Fra i contenuti e le tematiche del Libro, il tifo e la vita. L'opera intreccia le vicende calcistiche della Juventus con il valore profondo dell'amicizia, della condivisione e della vita quotidiana nella città di Siena. La metafora dei coriandoli ? Il titolo richiama gli aspetti contrastanti dell'esistenza: i "coriandoli neri" simboleggiano i periodi bui (come lo scandalo di Calciopoli), i "coriandoli bianchi" rappresentano i momenti di gioia e di trionfo, mentre il periodo attuale viene definito dall'autore come un "coriandolo grigio". Rispetto al capitolo precedente, questo secondo volume assume una sfumatura più tecnica e strettamente legata alle dinamiche e alla storia juventina degli ultimi vent'anni. Il libro è disponibile per l'acquisto e la consultazione presso i principali store online. Riguardo al suo libro sostiene: "Negli ultimi venti anni la mia vita si è miscelata di nuovo con l'emisfero Juventus, con episodi belli e brutti, bianchi e neri, positivi e negativi, come accade nella vita di tutti i giorni ad ognuno di noi".

RICCARDO GAMBELLI - Senese, opinionista televisivo e radiofonico, cronista sportivo e scrittore. Ha pubblicato: "Coriandoli Bianconeri" (Pascal 2007) - "Ali Per vivere" (II Leccio 2009) - "Il lisiantus bianco" (Il Leccio 2012) - "Due storie per un cammino" (Il Leccio 2015). A quattro mani con il giornalista Roberto Beccantini "C'era una volta Camin" (Bradipolibri 2012). Insieme a personaggi dello sport, del giornalismo e della cultura: "I nostri campioni" (Bradipolibri 2010). Gli ultimi romanzi: "Seme lontano" (Cantagalli 2019) - "Marilyn si salvò da sola" (Cantagalli 2022) e "Le fate di Bacco" (Cantagalli 2024). Fonte: Saladellamemoriaheysel.it © 1 gennaio 2026 Video: Riccardo Gambelli © Fotografie: Edizioni il Leccio © Riccardo Gambelli ©

Riccardo Gambelli, vent'anni dopo:

la memoria torna a farsi racconto

di Francesca Paoli

Vent'anni dopo, Riccardo Gambelli torna su Coriandoli bianconeri, il libro con cui aveva raccontato una passione calcistica capace di intrecciarsi con ricordi, amicizie, emozioni e momenti di vita. Ma riscrivere un libro a distanza di due decenni non significa soltanto aggiornarlo: significa confrontarsi con il tempo, con ciò che è cambiato e con ciò che, invece, è rimasto intatto. La nuova versione diventa così anche un dialogo tra il Gambelli di allora e quello di oggi, tra la memoria personale e quella collettiva, tra il calcio vissuto come passione e il calcio trasformato negli anni in fenomeno sempre più globale. Abbiamo incontrato l'autore per parlare di scrittura, memoria, Siena, Juventus e di quelle storie che, nonostante il tempo, continuano a chiedere di essere raccontate.

Vent'anni dopo, perché ha sentito il bisogno di tornare a Coriandoli bianconeri ? Che cosa ha provato rileggendo quelle pagine scritte da un Riccardo Gambelli molto più giovane ?

“Coriandoli bianconeri è stato il mio primo libro in assoluto, scritto nel 2006, il quale mi ha donato la motivazione e l'ispirazione per scriverne altri nove, sei di narrativa e tre dedicati al calcio, oltre, appunto a Coriandoli bianconeri, un diario di vita incorniciato dall'amore per la Juve che batte i tempi. Sarò sincero: dal 2006 non avevo più riletto quel libro, forse per un senso d'incredulità per essermi messo a nudo di fronte ad una platea di lettori che non contemplava solo parenti e amici. Ho ritrovato una lettura istintiva, quasi infantile, musicale ma immediata, espulsa dal cuore, leggermente diversa da quella attuale, uno stile di scrittura che fece da medicamento ad un mio particolare periodo di vita e questo mi ha dato lo stimolo per ripassare i momenti juventini degli ultimi vent' anni”.

Che cosa è rimasto uguale, dopo vent'anni, nella sua passione per la Juventus e che cosa invece è profondamente cambiato ?

“La passione adesso è più matura, più consapevole; in gioventù la sconfitta era recepita quasi come un dramma, adesso la vivo con molta più leggerezza e, oserei dire, con professionalità, visto il mio ruolo di opinionista calcistico che svolgo da circa quindici anni nelle tv e nelle radio. La cosa più bella è che adesso divido il tifo con mio figlio, visto che nel 2006 Gian Marco aveva poco più di un anno e non era quindi possibile farlo”.

Il nuovo libro è soltanto una riscrittura oppure, rileggendolo oggi, lo considera quasi un nuovo libro ? Quanto il Gambelli di oggi ha dialogato con quello di allora ?

"La Juventus ha continuato ad essere la mia squadra del cuore, e durante questi vent'anni il mio percorso ha attraversato di nuovo l'emisfero Juve, con episodi belli e brutti, ecco che ho sentito la necessità di proseguire e completare il racconto. Quest'ultimo è più tecnico rispetto a quello del 2006, ma non mancano ricordi sentimentali che riportano al testo del 2006, e ricordi anche drammatici come la tragedia dell'Heysel, quando mi lanciai dal muro della Curva Zeta: sono uno dei sopravvissuti. Quindi il collegamento con Coriandoli bianconeri del 2006 è stato inevitabile”.

Nel suo racconto il calcio non è mai soltanto calcio: dentro ci sono amicizia, adolescenza, famiglia, emozioni, delusioni e ricordi. Perché lo sport è diventato per lei una chiave così importante per raccontare la vita ?

“Lo sport, e quindi anche il calcio, è una proiezione di vita: occorre impegnarsi, combattere, correre, sudare, migliorare, per risultare alla fine vincitori. Come nella vita si attraverseranno momenti duri, difficili, ma esisteranno anche momenti di gioia, felicità e soddisfazione personale. Ecco perché è fondamentale lo sport nei giovani, ti aiuta a formarti a crescere e soprattutto ti consente di creare amicizie che dureranno per sempre".

In questi vent'anni è cambiato radicalmente anche il mondo del calcio: televisione, social, mercato, comunicazione, rapporto tra tifosi e società. Che cosa pensa che il calcio abbia guadagnato e che cosa abbia perso ?

“lo personalmente preferivo il calcio degli anni 80/90, poetico, romantico decisamente più umano. Probabile vivessi il tutto con gli occhi di un giovane innamorato, ma le differenze con il calcio attuale sono sotto gli occhi di tutti: adesso comanda il business, il dio denaro, trasmissioni continue in tv ed in radio, con addetti ai lavori ormai tifosi e non più professionisti neutrali che molte volte con i loro commenti incitano alla violenza le teste calde degli stadi. I giovani di oggi non potranno mai capire quanto fosse bello il calcio di un tempo”.

Nei suoi libri la memoria personale ha un ruolo importante. Scrivere significa anche sottrarre qualcosa all'oblio: c'è una persona, un luogo o un momento che ha sentito particolarmente importante salvare attraverso la scrittura ?

“Uno scrittore, soprattutto scrivendo un'autobiografia, deve armarsi di grande memoria. Io ho la fortuna di ricordarmi fatti, dialoghi, toni di voce, odori, di tantissimi anni fa. Ho sempre vissuto i momenti intensamente. E questo mi aiuta nei miei lavori, anche nei libri di narrativa c’è tanto del mio passato e di conseguenza tante persone e ricordi salvati, prelevati dalla cassaforte della memoria”.

C’è un episodio legato alla Juventus che, ancora oggi, quando lo racconta o lo ricorda, conserva intatta la stessa emozione di vent'anni fa ?

“Purtroppo, come dicevo in precedenza, l'episodio che mi lega maggiormente alla Juve è doloroso e si tratta della tragedia dell'Heysel nel 1985. Ero in quella curva e ho potuto assistere al più grande dramma della storia del calcio, quando 39 tifosi persero la vita e che sono stati dimenticati per tanto tempo. Adesso per fortuna anche la Juve li ricorda ogni 29 maggio a Torino, dove io sono regolarmente invitato dalla società a partecipare. I ricordi belli sono quelli attuali, quando vado in Tribuna Agnelli con mio figlio e lo vedo esultare ad ogni gol e mi rivedo giovane come lui, mentre urlavo a squarciagola”.

Siena è una presenza importante nella sua vita e nella sua formazione. Quanto della sua identità di uomo e di scrittore nasce proprio dal rapporto con questa città ?

“Siena è la mia città che amo profondamente, che, vista la sua dimensione, ha insegnato in tutti noi senesi il senso dell'amicizia profonda, il senso della famiglia allargata, dell'amore verso il prossimo, tutti sentimenti che inevitabilmente trasporto nei miei racconti. Forse il lato negativo di Siena è che durante gli anni della mia gioventù ha soffocato involontariamente il lato artistico di tanti giovani, in quanto l'obiettivo dei nostri genitori era per noi figli l'ingresso al Monte dei Paschi oppure in realtà statali e questo ha messo il bavaglio al talento di tanti giovani “costretti” a sedersi dietro una scrivania. Io per fortuna ho lavorato nel settore farmaceutico, una professione che ho apprezzato e che mi ha consentito con diversi anni di ritardo di esercitare la mia passione per la scrittura”.

Dopo tanti libri e tante storie raccontate, che cosa cerca oggi nella scrittura che forse non cercava agli inizi ? E c’è ancora qualcosa che sente di dover raccontare ?

“Nella scrittura io cerco la soddisfazione personale, scrivo per me stesso, non penso mai al giudizio del pubblico, anche se poi risulta positivo m i fa molto piacere e tutte le volte che termino, soprattutto una storia, mi dispiace, perché mi affeziono ai personaggi, la realtà magicamente diventa quella del libro e non quella di tutti i giorni. E l'ispirazione per fortuna non si sta assopendo”.

Se potesse sedersi davanti al Riccardo Gambelli che vent'anni fa scrisse Coriandoli bianconeri, quale domanda gli farebbe ? E quale consiglio gli darebbe ?

“Gli ultimi venti anni sono stati vissuti da genitore, quindi una vita regolare impostata sui due miei figli. E l’ultimo capitolo di “Coriandoli Bianconeri Vent'anni dopo” s'intitola "Sono andato a letto presto" che sta a significare un regime di vita regolare, da marito e padre. Invece il consiglio lo vorrei dare al Riccardo degli anni 70, il quale doveva avere il coraggio di realizzare i propri sogni, il mio era quello di diventare giornalista, ma la realtà di quel momento me lo impedì. Ripeto: sono stato felice della mia professione e felice di aver ottenuto ciò che desideravo, però con diversi anni di ritardo”.

Chiudiamo con il futuro: dopo essere tornato sui suoi Coriandoli, quale sarà la prossima storia che Riccardo Gambelli vorrebbe affidare alla carta ?

“Sono già pronti due testi: un altro thriller/psicodramma con l'ispettore Pontillo, protagonista delle Fate di Bacco, che tanto successo ha ottenuto, vincendo anche un concorso letterario Rotary Toscana e una storia di amore proibito. L’amore è sempre stato presente in tutti i miei testi, ma in questo è l'unico protagonista assoluto. Fonte: Noi, Frammenti di Siena © 1 ottobre 2026 Fotografie: Riccardo Gambelli ©

SIENA

Riccardo Gambelli alla Camera

come storico della tragedia dell'Heysel

di Giordano Cioli

Socio del Panathlon e sopravvissuto al crollo della Curva Zeta, da anni si impegna per tenere viva la memoria.

Il 21 luglio 2026 presso la Camera dei Deputati è stata ufficializzata la Giornata nazionale alla memoria delle vittime dello stadio Heysel. L’iniziativa è partita dal ministro dello sport Abodi e dall’onorevole Fabrizio Comba. Era presente il socio del Panathlon club Siena Riccardo Gambelli, scrittore senese e tifoso juventino. Sopravvissuto alla tragedia del settore Z dell'Heysel è un testimone chiave e attivista della memoria: ha fornito negli anni numerose testimonianze storiche e ha contribuito attivamente al percorso sociale e istituzionale che ha portato alla nascita di questa giornata nazionale. Era tra gli invitati insieme alla dirigenza della Juventus alla cerimonia e il presidente dei familiari delle vittime Andrea Lorentini lo ha ringraziato per l’impegno da lui profuso per il raggiungimento dell’obiettivo durante tutti questi anni. Riccardo Gambelli, come detto, è un reduce della Curva Zeta dell’impianto belga tristemente noto e da sempre ricorda quel giorno e quelle vittime nei suoi scritti e nei suoi interventi. Tra l’altro lui, il presidente Lorentini e l’onorevole Comba inizieranno un programma di divulgazione storica e prevenzione alla violenza nelle scuole, tra cui quelle senesi. Fonte: Corrieredisiena.it © 30 luglio 2026 Fotografia: Riccardo Gambelli ©

"Coriandoli Bianconeri. Vent’anni dopo"

Ecco il nuovo libro del senese Riccardo Gambelli: "Un racconto di vita, tra Juve, amici e città".

"Coriandoli Bianconeri. Vent’anni dopo", questo il titolo del nuovo libro dello scrittore senese Riccardo Gambelli edito da Edizioni Il Leccio, presentato lo scorso fine settimana al Teatro del Costone. Tra i presenti, anche l’ex difensore Sergio Brio, ambasciatore della Juventus, Andrea Lorentini, Presidente dell’associazione familiari vittime dello stadio Heysel e Andrea Causarano, ex medico sociale bianconero. "È una presentazione molto importante per me - commenta Riccardo Gambelli - perché il primo libro della mia vita fu proprio il primo volume di Coriandoli bianconeri che fu scritto più che altro per gioco e dedicato alla mia famiglia ed ai miei amici: è un vero e proprio racconto della gioventù e di come la Juve abbia scandito i nostri tempi. In questo secondo volume, invece, viene approfondita più la parte tecnica della Juventus, ma non mancano assolutamente riferimenti alla vita personale. Il libro, infatti, è ricco di aneddoti e di storie che riguardano me e tanto persone che mi hanno accompagnato in questi ultimi vent’anni nella vita di tifoso, da azionista della Juve, ma anche da semplice senese". Fonte: Sienanews.it © 22 aprile 2026 Fotografia: Riccardo Gambelli ©

Volano i "Coriandoli bianconeri" di Gambelli

di Massimo Bilorsi

Riccardo Gambelli torna al suo primo amore letterario, pubblicando "Coriandoli bianconeri - Vent’anni dopo" (Edizioni Il Leccio). Tutto esaurito al teatro del Costone per la sua presentazione, non poteva essere altrimenti, c’erano in ballo sport, sentimenti e soprattutto giocatori, tifosi e appassionati juventini. Sul palco, nella conduzione di Andrea Bianchi Sugarelli, c’era Sergio Brio, il grande stopper che si è permesso anche reti memorabili, tutti ricordiamo quello fatidico di Roma, Andrea Causarano, per alcuni anni medico ufficiale del team bianconero, Andrea Lorentini, presidente dell’Associazione fra i familiari delle vittime dell’Heysel. Il libro è una bellissima scusa per raccontare di uomini e di passioni. Sullo sfondo c’è il tifo per la Juventus, ma le storie che qui si raccontano hanno un percorso di umanità, di andare oltre i risultati. La Juventus è un mondo a parte, i tanti appassionati presenti, gli applausi, lo testimoniano. Ma il libro, e la serata, riprendono un percorso lasciato all’inizio degli anni duemila. Brio ha sottolineato come la società sia sempre grata a tutti questi appassionati ed è destinata a riprendere il percorso di una delle squadre più amate e seguite al mondo. E il mio ricordo personale va all’amico Antonio Molettieri, che troppo presto ci ha lasciato e che è stato un compagno di avventura di tante belle trasferte. Fonte: Lanazione.it © 21 aprile 2026 Video: Radio Siena TV ©

"Coriandoli bianconeri, vent’anni dopo": presentato il libro

di Riccardo Gambelli tra memoria e emozioni juventine

di Lorenzo Agnelli

Sala gremita per la presentazione del nuovo libro di Riccardo Gambelli: sul palco Sergio Brio e Andrea Causarano tra ricordi, passione e valori del calcio.

Al Teatro del Costone una sala gremita e partecipe ha fatto da cornice alla presentazione di "Coriandoli Bianconeri. Vent’anni dopo", il nuovo libro di Riccardo Gambelli edito da Edizioni Il Leccio. Una serata intensa, tra memoria sportiva, aneddoti e riflessioni sul calcio di ieri e di oggi, che ha riportato il pubblico indietro nel tempo, agli anni ’80 e alla grande epopea bianconera. Accanto all’autore, un parterre di ospiti di rilievo: Sergio Brio, oggi ambasciatore della Juventus Football Club, Andrea Lorentini, Presidente Associazione Familiari Vittime dello Stadio Heysel, Andrea Causarano, ex medico sociale bianconero.

Proprio Gambelli ha raccontato la genesi del libro, nato come naturale prosecuzione del primo capitolo pubblicato nel 2006: "Tutto è cominciato nel 2006 con il primo Coriandoli Bianconeri che scrissi per gioco per i miei amici e per la mia famiglia, poi invece arrivò in libreria. Era la storia della mia vita, della mia gioventù, con la Juventus che dettava i tempi. Avevo deciso di non scrivere più di calcio, poi però ho capito che dovevo concludere il mio percorso con la Juventus, soprattutto con la società, e quindi è nato questo libro. È un libro un po’ più tecnico rispetto al primo, mentre il primo era più goliardico, legato alla mia gioventù, questo è più dedicato alla società e al calcio attuale". Al centro della serata anche il messaggio che l’autore vuole trasmettere: "L’amore per il calcio deve basarsi sempre sul rispetto e sulla stima, anche tra tifosi e avversari. E soprattutto ai giovani voglio dire che il calcio di una volta era romantico, di cuore: oggi è cambiato, è più business, ma spero possano innamorarsene ancora".

Grande entusiasmo anche nelle parole di Sergio Brio, presenza simbolica della Juventus: "Essere a Siena per noi è un onore perché è una terra juventina. Ci sono tanti club in Toscana, e questo amore per la Juventus è bellissimo. La nostra presenza è anche un ringraziamento a Gambelli per quello che fa per noi: vorremmo tanti tifosi come lui". Ricordi intensi anche per il senese Andrea Causarano che ha vissuto da vicino una delle Juventus più vincenti: "Ho vissuto due anni meravigliosi: due Scudetti, due Coppe Italia e una finale di Champions. Ero circondato da grandi campioni, è un ricordo entusiasmante che porterò sempre nel cuore". Tra racconti di spogliatoio, aneddoti legati a figure storiche come Boniperti e Gianni Agnelli e momenti più toccanti, come il ricordo dell’Heysel nelle parole di Lorentini, la serata ha saputo unire generazioni diverse nel segno di una passione comune. Un successo testimoniato dal teatro pieno e dalla partecipazione calorosa del pubblico, che ha reso ancora più significativo un evento capace di raccontare non solo il calcio, ma anche il valore del tempo, della memoria e delle radici. Fonte: Radiosienatv.it © 20 aprile 2026 Fotografie: Riccardo Gambelli ©

Magico, tragico Heysel

di Riccardo Gambelli

"Andiamo a Bruxelles ?". Eravamo sdraiati sul tappeto della cameretta di Antonello Perrella, detto Lello; sfogliavamo la sua fornita collezione di giornalini "al peperoncino". Con noi c’era Andrea. Così, un po’per caso, un po’ per scommessa, decidemmo di andare incontro all’avventura più rischiosa e dolorosa della nostra vita. Il 28 maggio 1985, partimmo proprio da Uopini verso la trasferta più triste della storia. "Stai attento, non mi piacciono gli inglesi". Fu la raccomandazione di babbo Enea. "Tranquillo, ci sarà il gemellaggio tra tifoserie nella Gran Place", risposi. Erano le 19 di pomeriggio quando la Golf di Andrea ci avrebbe spalancato le portiere, prima di prendere la direzione verso Bruxelles. Eravamo felici, tanto da mettere esposto al finestrino posteriore un fazzoletto bianconero. Gli autisti d’altre vetture, notandolo, ci salutavano suonando il clacson. Per i miei due compagni si trattava della loro prima finale da spettatori, per me la seconda. L’anno precedente mi ero recato con Fede Roscia e Pasierino a Basilea, dove la Juve avrebbe riposto nella sua sterile bacheca la prima Coppa delle Coppe. Eravamo partiti il giorno stesso con l’Austin Metro appena uscita dalla concessionaria di Fede, diretti in uno stadio che a fatica riusciva a contenerci tutti quanti. Uno stadio adatto per la serie C italiana. A ogni modo, a noi interessava la vittoria, che arrivò puntuale e sofferta grazie alle reti di Vignola e di Boniek, ancora una volta "bello di notte". Viaggiammo tutta la notte attraversando Svizzera, Germania e Lussemburgo, alternandoci alla guida. Facemmo ingresso a Bruxelles alle prime luci del mattino. Dopo aver prenotato una camera d’albergo, ci recammo immediatamente verso l’agenzia di viaggi che teneva in consegna i nostri biglietti. Era la stessa agenzia che aveva rifornito lo "Juventus Club Siena Ghibellina" dei tagliandi d’ingresso. La mattina stessa della nostra partenza un autobus, colmo di tifosi senesi, ci aveva anticipato, percorrendo la strada che conduceva verso "la partita della morte". C’eravamo dati appuntamento nella Grand Place per l’ora di pranzo del giorno 29. Entrammo nell’agenzia del centro di Bruxelles e un signore ci consegnò le tre curve che avremmo pagato come una tribuna centrale. "Curva zeta", riportava quel sinistro biglietto. Il nome di quella curva sarebbe entrato, quella notte, nei libri di storia contemporanea. Tornammo in albergo, cercando di riposare inutilmente. Uscimmo di nuovo per visitare la città e incontrare i senesi. Dall’albergo ci saremmo ripassati solo in piena notte, per recuperare gli oggetti personali e fuggire velocemente. Nella Grand Place era presente il mondo intero: italiani e inglesi che si facevano fotografare insieme mentre scolavano birre, famiglie con bambini, turisti occasionali, cittadini di Bruxelles che uscivano dal proprio lavoro e anche i nostri cari amici senesi. Riprovai la stessa sensazione di sempre. Incontrare un tuo concittadino all’estero è sempre una grande emozione.

 

Mi è capitato in quasi tutti i miei viaggi, anche quella volta a San Francisco, quando, girando l’angolo di una strada centrale della città dei trichechi, andai a urtare Massimo Bianchini, noto professionista senese. Non era finita. La sera stessa, in un ristorante (a San Francisco saranno presenti diecimila locali), il mio amico Nando fu il primo ad accorgersi della presenza di Massimo. Credo si tratti di un record: incontrare la stessa persona due volte in un giorno dalla parte opposta del globo. Aldone Brocchi era il capogruppo di una gita composta anche da famiglie che avevano deciso di trascorrere tre giorni di svago con la loro squadra del cuore. Lo scorsi io stesso, chiamandolo a gran voce. Ci abbracciammo come se non ci vedessimo da tempo infinito. Telefonai a casa, rassicurando i miei che inglesi e italiani stavano fraternizzando e che non correvamo alcun pericolo. Ci aggregammo al Club attendendo con ansia l’ora della verità. La Coppa dei Campioni mancava nella bacheca della nostra società che in Italia stava spopolando. Dovevamo sopportare, da anni, le conseguenti allusioni di tutti gli anti juventini, sostenenti che le continue vittorie italiane erano frutto di nuovissime Fiat donate alla classe arbitrale. "Si tratta di sudditanza psicologica", affermò un giorno l’Avvocato. Una frase ricorrente sino ai nostri giorni. Le sue frasi erano sempre sentenze definitive. Seguimmo l’autobus sino allo stadio. Ancora tre ore e la partita avrebbe avuto inizio. Dopo aver posteggiato, ci avviammo verso lo stadio Heysel tutti insieme, socializzando, addirittura, con i tifosi d’oltremanica. Non potemmo fare a meno di ammirare il gigantesco modello molecolare dal nome "Atomium", simbolo di Bruxelles, situato in prossimità dello stadio. Nel piazzale adiacente notammo gli hooligans che stavano arrivando con numerose casse di birra, entrando addirittura sugli spalti senza che le forze dell’ordine si assumessero l’iniziativa di sequestrarle. Quelle bottiglie si sarebbero rivelate pericolose armi da guerriglia. Finalmente facemmo il nostro ingresso nella "curva zeta" da un piccolo cancello che sarebbe stato poche ore dopo l’unica e improbabile via di salvezza per i tifosi bianconeri. La curva era gremita e ci accomodammo vicinissimi agli hooligans. Solo una piccola rete "da pollaio", costruita nei giorni precedenti, ci divideva da un oceano di cappellini rossi. Eravamo veramente quelli seduti più vicino alle "belve". Ammiravamo il verdissimo manto erboso che, poche ore dopo, sarebbe stato calpestato da Scirea e compagni. Ho potuto ascoltare tante interviste di uomini di calcio e leggere su centinaia di pagine di giornali e riviste quello che accadde in quelle maledette ore: posso assicurare che la vera realtà dei fatti è sempre stata travisata ! La Rai, addirittura, lo scorso inverno ha ripercorso con uno "speciale" quella tragica notte due superstiti come noi della "curva zeta" hanno raccontato di un agguato improvviso e senza motivo degli hooligans contro gli juventini. Falso.

 

La verità assoluta è quella che qui vi narrerò, conosciuta solo da chi poteva trovarsi a contatto di gomito con i tifosi del Liverpool. Tutto andò tranquillamente fino a quando, proprio sotto di noi, un gruppetto di juventini e di inglesi, complessivamente una decina di persone, non iniziarono a scambiarsi insulti e minacce. A un tratto vedemmo tre "geniali" bianconeri scavalcare la rete di recinzione e portar via agli inglesi un loro striscione. Il cimelio fu trasportato nella parte spettante a noi italiani dove fu bruciato in modo molto vile. Quello fu il primo atto della tragedia che si sarebbe presentata agli occhi sbigottiti del mondo intero. Alcuni inglesi saltarono la rete dando inizio a un tafferuglio. Speravamo che tutto si risolvesse con qualche "scapaccione" ai tre italiani che avevano sottratto lo striscione, invece furono sparati i primi razzi in cielo e purtroppo anche verso di noi ad alzo zero. Molti hooligans presero di mira la rete in miniatura, che ci avrebbe dovuto dividere, scuotendola per cercare di abbatterla. Mi rivolsi a Lello e Andrea: "Ragazzi, qui finisce male, filiamo". Lello, in un primo momento, non era favorevole a una fuga, ma, quando fu cosciente che la situazione sarebbe degenerata, decise di seguirmi verso il cancello dal quale eravamo entrati, l’unico a nostra disposizione per uscire dallo stadio. Ma lo trovammo intasato da persone che cercavano di entrare e uscire contemporaneamente. Niente da fare: impossibile poter andare avanti. Vidi il muro. Quel muro sarebbe stato il protagonista di tutti i telegiornali delle reti televisive del pianeta. Ci facemmo largo, con molta fatica, tra gli spettatori non ancora consapevoli di quello che sarebbe potuto accadere. Per quanto mi riguardava, mi era stato di grande aiuto il mio istinto, che mi ha sempre messo in guardia durante tutta la mia vita.

Finalmente potei toccare il muro, mi voltai e vidi i miei due amici dietro di me. Prima di salire su quel fatiscente agglomerato di cemento sono sicuro che gridai: "Saliamo, ragazzi". Non era ancora iniziato il caos di morte e potei arrampicarmi con tutta calma nel punto più basso del muro. Quando fui sopra mi accorsi che gli hooligans erano riusciti ad abbattere la rete e stavano caricando i nostri connazionali che non opponevano la minima resistenza. Contro quella mandria di tori inferociti l’unica possibilità sarebbe stata la fuga, ma l’uscita principale si trovava intasata da centinaia di persone che cercavano di superare quel cancelletto, che, a stento, poteva far passare un cristiano alla volta. Il problema fu che "the animals" (termine che usò la stampa inglese), si trovarono di fronte per lo più i tifosi della domenica: famiglie con figli, pensionati, ragazzi e ragazze che non reagirono perché pietrificati dal terrore. La realtà sarebbe stata sostanzialmente diversa se nella "curva zeta" fossero stati presenti quei tifosi che invece si trovavano stipati nella curva opposta. Ricordo perfettamente e distintamente che mi trovavo in piedi su quel muro, cercando il punto più agevole per calarmi. Mi lasciai scivolare, avendo a disposizione tutto il tempo per poterlo fare. Un minuto dopo non sarebbe stato possibile: era iniziata la compressione di migliaia di persone su quella vecchia struttura che si opponeva, creando morte e terrore. Mi calai, un salto di circa due metri. Alzai la testa, convinto che i miei due amici stessero facendo altrettanto. Nessuna traccia di loro, mi arrivava addosso tanta gente in tutte le posizioni, di schiena, di testa, di piede: aveva avuto inizio una tragedia senza fine. Lello e Andrea rimasero, purtroppo per loro, imprigionati tra centinaia di corpi che si pigiavano tra loro. Sarebbero venuti fuori da quel caos solo quando la rete che delimitava il campo di gioco non fosse caduta.

 

Io, calandomi dal muro, atterrai sul tartan della pista d’atletica. Mi ritrovai dietro la porta di gioco a fare da spettatore passivo alla tragedia che l’atroce realtà mi stava proponendo. Solo due poliziotti, impauriti quanto il sottoscritto, si trovavano in quel momento all’interno dello stadio: fu uno scandalo senza precedenti. La scena fu interminabile. Potei vedere, chiaramente, i tifosi inglesi armati di tutto: colli di bottiglie, manici di bandiere e persino pezzi di gradoni dello stadio. Chi stava subendo erano onesti lavoratori, padri di famiglia, pensionati, ragazzini teneri con la sciarpa bianconera al collo, ragazze piangenti e mamme urlanti in cerca del proprio figlio. Giuro che se mi avessero consegnato un mitra, avrei sparato all’impazzata su quegli assassini. Non ho nessuna vergogna ad ammetterlo. Avrò negli occhi per sempre lo sfregio di quella curva, piena di scarpe, stracci, camicette imbrattate di sangue, giornali, indumenti, calze. In un attimo capii che lo stadio Heysel non avrebbe dovuto essere teatro di quella finale, non era uno stadio attrezzato per ospitare tifoserie come quelle presenti su quei gradoni malridotti. L’angoscia non mi mollava: non sapevo dove fossero i miei due amici. Camminavo avanti e indietro sul campo di gioco, mentre il film andato in onda sugli spalti della "zeta" era cessato. Gli hooligans stavano intonando il canto di vittoria occupando tutta la curva. Continuavo a sognare il mitra. Stefano Manenti, amico di Uopini, con Cinzia, la sua fidanzata, furono le prime due persone che incontrai. Si tenevano abbracciati e piangevano come bambini. Stefano era scalzo: rimase a piedi nudi tutta la notte. Cinzia era piena di graffi e non smetteva di urlare: "C’è gente morta, ho visto !!", gridava disperata. Io avevo percepito che qualcuno non fosse riuscito a uscire vivo dall’inferno, ma non potevo immaginare che le vittime sarebbero arrivate a trentanove. Furono avvolte da lenzuoli quelle povere salme, distese fuori dello stadio e protette da un nugolo di poliziotti arrivati quando i "buoi erano fuggiti dalle stalle".

Continuo a ringraziare il Signore per avermi risparmiato quello spettacolo straziante. I "numerosi" poliziotti presenti che si erano precipitati, anche a cavallo, ci fecero accomodare tutti in tribuna numerata. In quel momento sul terreno di gioco era presente il corpo di polizia dell’intero Belgio. I tifosi bianconeri della curva opposta erano incontrollabili, anche se non avevano ancora percepito la gravità della situazione. A un tratto, in tribuna apparve Andrea e ci abbracciammo come reduci del Vietnam: "Dov’è Antonello ?", continuava a chiedermi. Non potevo rispondergli. Ci condussero all’interno della tribuna Numerata dove Aldo Brocchi, completamente a torso nudo, voleva sfondare una porta. Non riuscivo a comprendere il motivo di quella pazza azione: "Aldo, ma che stai facendo, calmati !", prendendolo per un braccio. "Sono tutti dentro quella stanza, c’è De Michelis, Boniperti, un sacco di gente, li rompo tutti !!!", gridava Aldo, un toro impazzito. Effettivamente erano tutti dentro a quel salone per una riunione urgente con il capo della Polizia di Bruxelles, personaggi dell’Uefa e Fifa: stavano valutando se fosse il caso di disputare lo stesso la gara. Ci riportarono tutti sulle poltroncine della tribuna che in quel momento era super affollata. Andrea mi pose il problema dell’apprensione e angoscia che i nostri cari, a Siena, avrebbero potuto vivere in quei momenti. Non dimenticherò Pier Cesare Baretti, presidente della Fiorentina, quando condusse Andrea nuovamente all’interno della tribuna per telefonare ai suoi genitori. Per la cronaca, Baretti sarebbe deceduto pochi mesi dopo a causa di un incidente verificatosi con l’aereo personale. Lo vidi tornare, sollevato: "Ho telefonato. Ho detto che siamo salvi. Mio babbo telefonerà al tuo. In Italia, parlano di ottanta morti", mi disse Andrea. In effetti, rivisitando la videocassetta molte volte, Pizzul aveva annunciato circa ottanta morti, in un primo momento. Passarono le ore senza sapere che cosa sarebbe accaduto. Non ricordo chi ci confermò che Lello si trovava seduto sull’autobus del Club senese. Esultammo felici, anche Lello era vivo ! Parlavamo di morte e di vita come se fossimo in guerra, tutto ciò era irreale.

 

Vedemmo i giocatori italiani dirigersi verso la curva bianconera per cercare di tranquillizzare i tifosi, che ormai erano al corrente della carneficina avvenuta. Non riuscivano a domarli, cercavano vendetta ! Scirea e il capitano inglese Neal, dalla cabina di regia, grazie a un microfono annunciarono che la partita avrebbe avuto regolare svolgimento. Baretti ci confermò che le due società e le forze di polizia avevano deciso di far giocare il match per evitare ulteriori incidenti. La partita ebbe inizio. Fu un incontro di calcio vero, bello tatticamente e come livello agonistico, ma i miei occhi e il mio cuore erano rimasti su quella curva dove avevo visto bambini e mamme piangere disperate. Segnò Platini su calcio di rigore. Un rigore inesistente su Boniek, atterrato due metri fuori dall’area. "Quando le undici di sera erano passate da un pezzo e stava facendosi più aguzzo il buio della notte, era quella un’ora inusuale per battere un calcio di rigore che con tutta probabilità avrebbe consacrato la squadra campione d’Europa. A quell’ora le partite, che abitualmente iniziano alle otto e trenta, sono già finite. Eppure le undici di sera erano passate da un pezzo quando Platini, quella sua maglietta eternamente calata fuori dai pantaloncini, avviò la rincorsa a trovare e colpire il pallone che sostava sul dischetto, e mentre nello stadio belga dell’Heysel non si udiva il bisbiglio di una mosca", scrisse Giampiero Mughini, sul suo libro dedicato alla squadra del cuore, la Juve. Effettivamente era tardissimo e faceva freddo. Il vento che aveva portato morte e strazio continuava a soffiare, spietatamente. I giocatori fecero il giro d’onore con la Coppa mentre furono fatti uscire i tifosi italiani. Dopo molte ore sarebbe stato il turno degli "animals" a essere scortati all’esterno. Nonostante fossero state organizzate dalle forze dell’ordine delle uscite programmate, ci confermavano di scontri pesanti all’esterno dello stadio e vetture italiane incendiate. Recuperammo Lello e, dopo un lungo abbraccio, salutammo i senesi avviandoci verso l’auto sperando di ritrovarla intatta. Al rientro, a Siena, saremmo venuti a conoscenza che due nostri concittadini avevano dovuto ricorrere agli ospedali della città belga, dove furono trattenuti per giorni. Salimmo in auto e fuggimmo dopo essere ripassati dal nostro hotel per il recupero degli oggetti personali. Lello mi ha ricordato, in questi giorni, che mentre uscivamo da Bruxelles, con Andrea alla guida, un hooligan ci attraversò la strada, lentamente, con una bandiera in mano. Sembra che io abbia gridato: "Investilo !!!". Non ricordo la scena, ricordo solo l’odio immenso che nutrivo in quelle ore per quei mostri che avevamo incontrato in una giornata di felicità, una giornata di sport.

 

Nei giorni seguenti iniziarono i commenti dei perbenisti anti juventini, criticando il comportamento della società che io ritenni, al contrario, civile, umano e sportivo. Ricordo i giocatori che, rischiando d’essere soffocati, andarono a placare i tifosi assiepati nella curva opposta a quella della morte, affinché non si lanciassero a ingigantire le proporzioni del disastro. Quegli stessi giocatori, con la morte nel cuore, accettarono di giocare affinché la tregua della partita consentisse i salvataggi e bloccasse la violenza. Ho ancora davanti agli occhi l’incredibile serenità con cui quei giocatori si batterono, consci che lottavano per uomini e donne che non c’erano più, che avevano sacrificato il bene supremo della vita per seguirli nella speranza di vederli vincere. La Juve vinse e il fatto che, su suggerimento degli organizzatori, arrivò per un momento a mostrare la coppa alla sua gente, fu malevolmente additato come gran prova d’insensibilità. Fu addirittura perentoriamente invitata a restituirla, quella coppa. È vero, fu macchiata di sangue innocente, ma la Juve, che la rincorreva da ventisette anni, la vinse a testa alta e prima di superare i grandi avversari del Liverpool vinse l’orrore per la tragedia che si era consumata sotto i suoi occhi. Poco importò che il rigore su Boniek fosse un regalo dell’arbitro, quel rigore fu la vendetta di chi era presente in quella lurida curva, il frutto di una vittoria meritata, fu il mio "mitra". Nei giorni successivi giurai di non entrare mai più in uno stadio per il resto della mia vita. "La tragedia e la morte non sono sufficienti a tenere lontano dal gioco gli uomini della tribù del calcio", scriveva Desmond Morris, filosofo inglese, studioso dei costumi. È quello che accadde a me quando, tre mesi dopo esatti, in agosto, la Juve giocò la prima di Coppa Italia a Perugia. Era la nuova Juve di Manfredonia, Laudrup, Serena e Mauro, quella che avrebbe conquistato a Tokio la Coppa Intercontinentale. Decisi d’essere presente allo Stadio Curi, dove la vista di quei cappellini rossi dei tifosi del grifone mi fecero tornare indietro di pochi giorni, ricordandomi "the animals" che caricavano assetati di sangue innocente. Durante il ritorno, verso Passignano sul Trasimeno, fui superato da un’auto carica di ragazzi. Dal finestrino posteriore sventolava gioiosamente un foulard juventino. Ricordai immediatamente il nostro fazzoletto bianconero che, il 28 maggio 1985, stava facendo altrettanto. Rividi anche Lello, mentre rispondeva felice al saluto delle altre autovetture, gridando: "Torneremo Campioni d’Europa". (NdR: Si ringrazia vivamente la Pascal Editrice per la cortese ed esclusiva concessione del capitolo che è severamente vietato diffondere e/o riprodurre a terzi) Fonte: Riccardo Gambelli © Pascal Editrice agosto 2007 © Fotografie: GETTY IMAGES © (Not for commercial use) © Pascal Editrice © Nick Didlick © Banner: Juventus Club Siena Ghibellina



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