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TESI di LAUREA Filippo Agrumi 2026
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Anno Accademico 2025-2026

SCUOLA SUPERIORE PER MEDIATORI LINGUISTICI DI PISA

Abilitata con Decreto del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca del 31.07.2003

TESI DI DIPLOMA DI MEDIATORE LINGUISTICO

Equipollente ai Diplomi di Laurea delle Università al termine dei corsi afferenti

alla classe delle Lauree universitarie in scienze della mediazione linguistica (classe L-12)

LA TRAGEDIA DELL’HEYSEL :

CALCIO, PASSIONE E SICUREZZA INTERNAZIONALE

di Filippo Agrumi

Relatore: Prof. Simon Wragg - Correlatore: Prof.ssa Sara Romanelli

INTRODUZIONE

Il contesto storico-sportivo europeo

La tragedia dell’Heysel: dinamiche, responsabilità, conseguenze

Reazioni politiche e diplomatiche internazionali

L’Heysel oggi

Confronto linguistico tra The Guardian, ANSA e The Brussels Times

CONCLUSIONE

CONVINZIONI PERSONALI

 

INTRODUZIONE

Il calcio è spesso descritto come uno sport capace di riunire persone provenienti da contesti culturali, sociali e geografici differenti. Nel corso del XX secolo, è diventato uno dei più importanti fenomeni collettivi a livello mondiale, assumendo un ruolo che va ben oltre la dimensione puramente sportiva. Le grandi competizioni internazionali, infatti, offrono occasioni di incontro tra popoli e nazioni, momenti di visibilità globale e strumenti attraverso i quali si formano le identità individuali e collettive. Per questo motivo, gli eventi sportivi sono diventati un importante oggetto di studio nel campo delle relazioni internazionali, poiché riflettono le dinamiche politiche, sociali e culturali che caratterizzano la società contemporanea. Tuttavia, la storia dello sport dimostra che molti eventi possono anche trasformarsi in arene di conflitto e crisi quando la dimensione competitiva si intreccia con fattori particolarmente complessi, che possono essere legati all’identità, alla dimensione sociale, all’ambiente, ecc. In queste circostanze, lo sport perde temporaneamente la propria funzione unificante e diventa il palcoscenico di problemi le cui radici si estendono ben oltre il campo da gioco. Gli eventi sportivi acquisiscono una rilevanza internazionale che supera i confini dell’informazione sportiva, coinvolgendo governi, organizzazioni internazionali, media e opinione pubblica.

Tra gli episodi che hanno segnato più profondamente la storia del calcio europeo, la tragedia dello stadio Heysel occupa senza dubbio un posto centrale. Il 29 maggio 1985, durante la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool a Bruxelles, una serie di eventi culminò con la morte di 39 persone e il ferimento di centinaia di tifosi. A più di quarant’anni di distanza, questa tragedia rimane uno dei momenti più drammatici della memoria collettiva del calcio europeo e continua a rappresentare un punto di riferimento essenziale nelle discussioni sulla sicurezza negli stadi e sulla gestione degli eventi sportivi internazionali. Il significato dell’Heysel non risiede soltanto nella gravità delle sue conseguenze umane. Ciò che rende particolare questo episodio è la sua capacità di mettere in evidenza la complessità delle relazioni tra sport, politica, comunicazione e responsabilità istituzionale. La tragedia provocò immediate reazioni diplomatiche e ebbe ripercussioni significative sui rapporti tra gli Stati, spingendo le principali organizzazioni sportive internazionali a ridefinire le proprie politiche di sicurezza. Allo stesso tempo, i media europei contribuirono alla costruzione di diverse narrazioni degli eventi, influenzando il modo in cui l’opinione pubblica interpretò le cause e le responsabilità della tragedia. Uno degli aspetti più significativi della tragedia dell’Heysel è proprio la difficoltà di individuare responsabilità chiare e universalmente accettate.

Nel dibattito pubblico che seguì la tragedia, emerse immediatamente la tendenza a individuare un principale responsabile, spesso associato al fenomeno dell’hooliganismo inglese. Sebbene la violenza di una parte dei tifosi sia stata indubbiamente un elemento cruciale nell’innesco degli eventi, concentrarsi esclusivamente su questo aspetto rischia di trascurare altri fattori che contribuirono alla tragedia. Le condizioni strutturali dello stadio, le decisioni organizzative delle forze di polizia e della restante organizzazione, soprattutto nella gestione dell’ordine pubblico, ebbero tutte un ruolo significativo. La complessità dell’evento richiede quindi un approccio multidisciplinare capace di andare oltre le interpretazioni semplicistiche e di analizzare il contesto. La decisione di dedicare questa ricerca alla tragedia dell’Heysel è nata non solo da un interesse personale per il calcio, ma anche dal desiderio di comprendere come un evento sportivo possa trasformarsi in una questione internazionale e influenzare molteplici livelli della società. In un’epoca in cui lo sport continua a essere rappresentato come uno strumento di Soft Power e un importante veicolo dell’immagine e della reputazione di Paesi e istituzioni, analizzare un caso come quello dell’Heysel offre l’opportunità concreta di osservare come diversi attori internazionali abbiano interagito e come vengano costruite le narrazioni pubbliche della responsabilità.

L’obiettivo di questo lavoro è quindi analizzare l’evento come fenomeno storico, politico e comunicativo, ricostruendo il contesto nel quale si verificò e analizzandone le principali conseguenze. Particolare attenzione sarà dedicata al ruolo svolto dalle istituzioni sportive europee, ai rapporti tra i governi coinvolti e alle diverse rappresentazioni mediatiche della tragedia. Attraverso l’analisi di fonti storiche, giornalistiche e accademiche, questa ricerca mira a dimostrare come la gestione di una crisi sportiva possa diventare un elemento significativo delle relazioni internazionali contemporanee. A più di quarant’anni dagli eventi di Bruxelles, studiosi, istituzioni e appassionati di calcio continuano a porsi domande non solo sulle cause di una tragedia che avrebbe potuto essere evitata, ma anche sui modi in cui le società democratiche attribuiscono le responsabilità e costruiscono la memoria collettiva, cercando di trasformare gli errori del passato in strumenti di prevenzione per il futuro. Comprendere questo processo significa comprendere qualcosa di più grande del calcio stesso: significa analizzare come Paesi, organizzazioni internazionali e media abbiano risposto a una crisi che ha interessato la sicurezza pubblica e l’identità collettiva, considerando al contempo le questioni legate alla reputazione internazionale.

Il contesto storico-sportivo europeo

 

1.1 IL CALCIO E LA SOCIETÀ IN EUROPA - Nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, il calcio europeo si affermò come uno dei principali fenomeni sociali di massa in Europa. Nacque e si sviluppò nel contesto della società industriale del XIX e XX secolo e affondò profondamente le proprie radici nelle comunità urbane della classe operaia. I club simboleggiavano quartieri, città e regioni, mentre gli stadi divennero i più importanti luoghi di aggregazione della comunità. Negli anni Sessanta e Settanta il calcio continuava a mantenere una forte identificazione tra tifosi e club, un legame territoriale molto marcato e un intenso coinvolgimento emotivo negli eventi sportivi. Come sottolineato da John Clark nel suo studio sul fenomeno dell’hooliganismo calcistico, gli stadi e, in particolare, le popolari, furono creati come spazi di socializzazione ed esprimevano un’identità di gruppo legata al quartiere e alla città. Le terraces erano settori privi di posti a sedere, particolarmente diffusi nel calcio inglese fino agli anni Ottanta e Novanta. Erano aree in cui i tifosi stavano in piedi, generalmente costruite in cemento e disposte a gradoni, senza sedili e con costi di ingresso inferiori rispetto alle altre parti dello stadio. Per questo motivo erano frequentate soprattutto da un pubblico appartenente alla classe operaia. Questi settori erano il cuore pulsante del tifo, poiché permettevano di accogliere un numero maggiore di sostenitori e offrivano una forma di partecipazione collettiva molto intensa. I tifosi potevano muoversi liberamente, organizzare cori, riunirsi in gruppi e vivere la partita in modo dinamico; tutto ciò rafforzava il senso di appartenenza e l’identità territoriale dei tifosi. Fu proprio in questi spazi che si svilupparono le prime forme di sottocultura hooligan e dinamiche di gruppo come crew, firm e pratiche di “aggro”. Le terraces non erano soltanto un luogo in cui assistere alla partita, ma divennero anche uno spazio per affermare simbolicamente il controllo territoriale, per esempio occupando specifiche aree dello stadio o cercando di conquistare quelle dei tifosi rivali.

Fino agli anni Sessanta, i calciatori provenivano spesso dagli stessi quartieri dei tifosi, lavoravano nelle fabbriche prima di diventare professionisti e mantenevano uno stile di vita molto simile a quello dei loro sostenitori. Ciò creò un forte processo di identificazione: il tifoso non vedeva il giocatore come una celebrità distante, ma come uno di loro che rappresentava la comunità sul campo. Pertanto, il club era percepito come un simbolo della città o del quartiere; vincere una partita significava affermare simbolicamente il valore della propria classe, della propria zona e della propria identità collettiva. Questo forte legame con il territorio provocò rivalità molto intense tra città e quartieri. Le partite divennero momenti di competizione simbolica tra comunità urbane, spesso già segnate da tensioni sociali, economiche o culturali. In questo contesto, sostenere una squadra non era soltanto una forma di tifo sportivo, ma anche un’espressione di appartenenza e difesa territoriale. Le partite in trasferta erano considerate vere e proprie “invasioni” dello spazio dell’avversario. Da qui si svilupparono gradualmente gruppi organizzati di tifosi, che vedevano nello scontro fisico con i rivali un modo per affermare la propria identità. A partire dalla seconda metà del XX secolo, la struttura sociale europea subì enormi cambiamenti. La deindustrializzazione interessò molte aree urbane, in particolare nel Regno Unito e nell’Europa occidentale, e portò alla trasformazione delle comunità della classe operaia. Molti impianti industriali furono chiusi, la disoccupazione giovanile aumentò e, nei quartieri operai, i rapporti tra gli abitanti si indebolirono, modificando profondamente le forme di socialità tipiche della società industriale del dopoguerra. Uno dei fattori più importanti alla base dello sviluppo del fenomeno hooligan fu la crisi economica che colpì la Gran Bretagna negli anni Settanta e Ottanta. La deindustrializzazione colpì duramente molte città, che per decenni avevano vissuto grazie a fabbriche, cantieri navali e miniere. Quando queste attività iniziarono a chiudere o a ridimensionarsi, intere comunità si ritrovarono improvvisamente senza lavoro né prospettive. Un esempio significativo è rappresentato da città come Liverpool, dove la crisi del porto e delle industrie collegate portò a livelli estremamente elevati di disoccupazione, soprattutto tra i giovani. In questi contesti, molti giovani uomini crebbero senza concrete opportunità di trovare un impiego stabile, vivendo in una condizione di precarietà che generava frustrazione e senso di esclusione. Situazioni simili si verificarono anche nell’East End di Londra, un’area storicamente legata alla classe operaia e ai docklands. Qui, la crisi delle attività portuali e industriali indebolì profondamente il tessuto sociale: quei luoghi e quelle reti - fabbriche, quartieri, pub, associazioni - che in passato avevano garantito solidarietà, identità e controllo sociale scomparvero gradualmente. Il risultato fu un indebolimento della comunità e un minore livello di integrazione tra i giovani.

In queste condizioni, il calcio rimase uno dei pochi ambienti in cui costruire un senso di appartenenza. I gruppi di tifosi e i gruppi hooligan fornivano identità (far parte di una firm o di un gruppo), status (guadagnato attraverso il coraggio e la reputazione) e solidarietà (come “noi” contro gli altri). Per esempio, gruppi associati a club come il West Ham United nell’East London o il Millwall affondavano le proprie radici proprio in quartieri segnati dall’isolamento e dalle trasformazioni economiche. In assenza di opportunità lavorative e di mezzi per migliorare la propria condizione sociale, lo scontro con i gruppi rivali diventava un modo per affermarsi e dare un significato alla propria vita quotidiana. Inoltre, la scomparsa dei luoghi tradizionali di socializzazione significò anche un minore controllo da parte degli adulti e delle istituzioni. I giovani trascorrevano più tempo per strada, in gruppo, dove si sviluppavano dinamiche basate sulla forza, sulla lealtà e sulla reputazione. In questo contesto, l’aggressività poteva diventare un linguaggio condiviso e socialmente riconosciuto all’interno del gruppo. La perdita di questo ambiente sociale tradizionale contribuì a generare un senso di disorientamento identitario. Per molti giovani appartenenti ai gruppi più svantaggiati, le sottoculture giovanili rappresentavano uno dei pochi spazi nei quali costruire nuove forme di appartenenza. In questo contesto si svilupparono gruppi come gli “skinhead” e i “casual”, caratterizzati da codici estetici, simbolici e comportamentali distintivi che esprimevano un’identità collettiva spesso in opposizione al resto della società. Lo stadio divenne uno dei principali punti di incontro di queste culture. Le partite offrivano frequenti occasioni per incontrarsi, organizzarsi e confrontarsi con i gruppi rivali. In questo contesto si svilupparono forme di competizione simbolica e basata sul territorio, che talvolta sfociavano in episodi di violenza organizzata. Lo stadio non era l’origine della violenza, ma piuttosto il luogo in cui essa diventava visibile. Le rivalità fornivano un contesto simbolico nel quale potevano esprimersi frustrazioni, conflitti territoriali e dinamiche identitarie già presenti nella società. Il calcio divenne quindi uno spazio privilegiato di espressione dell’identità per molti giovani.

1.2 VIOLENZA, MASCOLINITÀ E SPIRITO DI GRUPPO: PARALLELISMI CON LA CLASSE OPERAIA - Come detto in precedenza, gli stadi erano luoghi fondamentali di aggregazione sociale per i giovani lavoratori, soprattutto nelle città industriali come Liverpool, Manchester e Londra. Dalla Rivoluzione industriale, la vita dei lavoratori era stata regolata da ritmi rigidi e dalla disciplina della fabbrica. In questo contesto, il calcio emerse come una forma di evasione dalla routine quotidiana, offrendo un’esperienza diversa e più coinvolgente. Durante le partite, l’atmosfera sugli spalti rifletteva chiaramente tutto questo: il rumore costante della folla, le urla e le proteste creavano una forte tensione emotiva che coinvolgeva i tifosi e li portava a vivere una vera e propria “febbre calcistica”. Questo tipo di coinvolgimento è amplificato dall’essere immersi in una massa compatta di tifosi. La vicinanza fisica, la pressione del gruppo e la partecipazione di tutti rendono l’esperienza dello stadio profondamente diversa se osservata da una persona esterna a questo ambiente. Infatti, molti tifosi percepivano una perdita di intensità nel seguire la partita da posizioni più comode o isolate: ciò che conta è sentirsi parte attiva di un gruppo. Il calcio stesso, inoltre, è uno sport basato sul confronto fisico ed è anche definito uno “sport di contatto”: sebbene nel corso del tempo ne abbia limitato gli aspetti più violenti, mantiene sempre l’attenzione sul duello e sullo scontro, e i giocatori necessitano di alcune qualità fisiche come forza, resistenza e controllo del corpo. Questi elementi riflettono strettamente i valori della classe operaia, per la quale la forza fisica e la durezza rappresentano sia una necessità lavorativa sia un elemento identitario legato alla mascolinità. Di conseguenza, l’aggressività assume un significato significativo. Non si tratta di una violenza costante o indiscriminata, ma piuttosto di un atteggiamento culturalmente accettato. Nella vita della classe operaia, la durezza e la capacità di affrontare il confronto sono considerate qualità legittime, e la violenza non viene vista come un’anomalia da giustificare, ma come una possibilità sempre presente nel caso in cui una situazione diventi troppo intensa: è parte integrante dell’esperienza sociale.

Questa logica si riflette chiaramente anche negli stadi. Come osservato in alcuni studi sul calcio, le popolari sono frequentate da uomini abituati a vivere in ambienti difficili, nei quali il confronto fisico rappresenta una forma di adattamento. Tuttavia, il rischio di violenza rimane spesso più potenziale che reale: proprio come i giocatori si affrontano intensamente sul campo ma poi si stringono la mano, anche tra i tifosi il confronto è, in qualche modo, regolato e contenuto. Il calcio può quindi essere considerato un ambiente morale alternativo nel quale la violenza è al tempo stesso tollerata e regolata. Da un lato, il comportamento aggressivo è più accettabile rispetto ad altri contesti sociali; dall’altro, è confinato a situazioni e momenti specifici, come quelli della partita. Il calcio agisce come un meccanismo che mira a incanalare e organizzare l’aggressività, trasformandola in un’espressione limitata nel tempo e condivisa socialmente, impedendole di trasformarsi in forme incontrollate di violenza. All’interno del mondo della classe operaia e dell’ambiente calcistico, l’aggressività non è soltanto consentita, ma anche disciplinata e riconosciuta entro i suoi limiti. Clarke descrive la violenza come un pretesto per un numero crescente di gruppi giovanili, soprattutto gli Skinheads, ammiratori delle passioni della classe operaia bianca, organizzati attorno a una particolare concezione della mascolinità e a un senso di territorialità, all’interno di una logica operaia di “rivendicazione” simbolica dello spazio, come l’angolo di una strada o la piazza del quartiere. Analogamente, la mascolinità hooligan si costruiva attorno ai valori tradizionali della classe operaia: coraggio fisico, lealtà al gruppo e difesa dell’onore. Appartenere a una firm funzionava quasi come una fratellanza, nella quale la reputazione individuale dipendeva dalla capacità di dimostrare lealtà e durezza. Lo spirito di gruppo era centrale. Come nelle comunità della classe operaia, dove il lavoro nelle fabbriche, nei porti o nelle miniere richiedeva cooperazione e solidarietà, anche tra gli hooligan la forza risiedeva nella collettività. La squadra di calcio diventava il simbolo del quartiere o della città, e difenderne l’onore significava difendere la propria comunità.

1.3 EVOLUZIONE DELLA CULTURA GIOVANILE E PROFESSIONALIZZAZIONE DEL CALCIO - In questo contesto si sviluppò una cultura di gruppo basata sulla lealtà al club e al quartiere, sulla solidarietà tra i membri della stessa tifoseria, sul confronto fisico con i gruppi rivali e sulla ricerca di prestigio e reputazione tra le firm. Il passaggio dal tifo popolare al fenomeno hooligan si verificò quando queste dinamiche di identità territoriale e giovanile si evolsero in forme organizzate di violenza tra gruppi di tifosi. A partire dagli anni Sessanta, e soprattutto durante gli anni Settanta, gruppi strutturati legati ai club iniziarono a pianificare veri e propri scontri prima e dopo le partite, coinvolgendo avversari e forze di polizia. Il fenomeno dei gruppi organizzati di tifosi associati all’hooliganismo si sviluppò in particolare attorno ai club delle principali città industriali inglesi, come West Ham United, Millwall FC, Chelsea FC e Liverpool FC. In questi contesti urbani, il calcio non era soltanto uno sport, ma un’importante fonte di identità per intere comunità. Per questo motivo, negli anni Sessanta e Settanta emersero gruppi di tifosi sempre più organizzati, andando oltre il semplice sostegno alla squadra. Non si trattava più di aggregazioni spontanee, ma di gruppi con nomi, simboli riconoscibili e codici comportamentali condivisi. Il termine “firm”, utilizzato per descrivere queste formazioni, trasmette l’idea di un gruppo stabile e coeso, spesso orientato anche al confronto con le tifoserie rivali. All’interno di questi gruppi si formarono gerarchie, reputazioni e forti legami di appartenenza, spesso legati al quartiere o all’area urbana di provenienza. L’esempio più significativo è rappresentato dalla Inter City Firm, associata al West Ham United. Fondata alla fine degli anni Settanta, questa firm divenne uno dei gruppi più conosciuti e organizzati della scena hooligan inglese. Il suo nome deriva dall’utilizzo dei treni InterCity per le partite in trasferta, una scelta che permetteva ai membri del gruppo di viaggiare più facilmente e, in alcuni casi, di evitare i controlli della polizia. La Inter City Firm si distingueva per l’alto livello di organizzazione e per la capacità di pianificare gli scontri con i gruppi rivali, contribuendo a costruire la reputazione di firm temuta e rispettata. Tra le sue caratteristiche distintive vi era anche l’adozione del cosiddetto stile “casual”, caratterizzato da abbigliamento non associato ai colori della squadra, che permetteva ai membri di confondersi tra la folla, rendendoli meno riconoscibili e consentendo loro di agire in modo meno prevedibile. Inoltre, il gruppo era noto per alcune pratiche simboliche, come lasciare messaggi ai tifosi rivali dopo gli scontri, confermando l’esistenza di una cultura interna fortemente codificata.

Durante gli anni Settanta e Ottanta, queste forme di tifo raggiunsero il loro apice, con un livello crescente di organizzazione e la diffusione del modello delle firm in tutto il calcio inglese. Tuttavia, con l’aumento dei controlli e delle misure repressive, soprattutto tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, il fenomeno subì una trasformazione: gli scontri si spostarono gradualmente fuori dagli stadi e divennero sempre più pianificati, assumendo talvolta forme simili a quelle della criminalità organizzata. Parallelamente a questi cambiamenti sociali, negli anni Sessanta e Settanta il calcio europeo attraversò un processo di trasformazione strutturale. La crescente professionalizzazione del gioco, l’aumento degli interessi economici e l’espansione dei mass media modificarono significativamente la natura stessa dello sport. Uno degli elementi più significativi di questo processo fu la crescente importanza dei fattori economici. L’aumento dei diritti televisivi, la diffusione delle sponsorizzazioni e la crescente dimensione internazionale delle competizioni calcistiche contribuirono a trasformare i club in organizzazioni sempre più orientate verso una logica imprenditoriale. I club iniziarono a investire maggiormente nella preparazione atletica, nelle infrastrutture e nella gestione commerciale del prodotto sportivo. La professionalizzazione del calcio si manifestò anche attraverso l’evoluzione dei metodi di allenamento e della preparazione tattica. Il gioco divenne gradualmente più organizzato e strutturato scientificamente, con un ricorso crescente a tecniche avanzate di preparazione atletica e a strategie tattiche sempre più sofisticate. Allo stesso tempo, i club iniziarono a investire significativamente nel miglioramento delle infrastrutture degli stadi, introducendo nuovi servizi destinati a rendere l’esperienza sportiva più confortevole e attraente per un pubblico più ampio. Posti numerati, aree di ristoro, servizi igienici migliorati e nuove forme di intrattenimento pre-partita rappresentavano un tentativo di adattare il calcio alle dinamiche più moderne dell’industria dell’intrattenimento. Tuttavia, questo processo di modernizzazione non fu privo di tensioni. La crescente commercializzazione del calcio portò a una distanza sempre maggiore tra i club e una parte della tifoseria tradizionale. Molti tifosi percepirono questi cambiamenti come una sorta di espropriazione di uno spazio che avevano sempre considerato parte integrante della propria identità culturale. Ciò creò una divisione tra due diverse concezioni del calcio. Da un lato, il calcio come spettacolo, sempre più integrato nei circuiti economici e mediatici; dall’altro, il calcio popolare, radicato nelle tradizioni delle comunità locali e nella partecipazione emotiva dei tifosi. Questa tensione contribuì a ridefinire il rapporto tra il pubblico e le istituzioni sportive, alimentando sentimenti diversi, come frustrazione e alienazione, in alcuni settori della tifoseria.

La crescente commercializzazione e professionalizzazione del calcio produssero una frattura tra i club e i tifosi tradizionali. Quando i club iniziarono a trasformarsi in imprese orientate al profitto, molti tifosi percepirono questo cambiamento come una perdita di controllo e una forma di espropriazione simbolica. È proprio questo senso di alienazione che, secondo Ian Taylor, contribuì all’emergere dell’hooliganismo come forma di resistenza. In questo contesto, la violenza hooligan assume anche un significato identitario e oppositivo. Non è semplicemente uno sfogo, ma diventa un modo per ristabilire il legame tra i tifosi e il club e il senso di appartenenza territoriale. Gli scontri con i tifosi rivali, quindi, non sono soltanto espressioni della rivalità sportiva, ma anche una forma di difesa simbolica del proprio spazio sociale. Un secondo elemento importante riguarda la trasformazione degli stadi. I miglioramenti infrastrutturali e l’introduzione di servizi più “borghesi” modificarono gradualmente il pubblico di riferimento, rendendo gli stadi più accessibili agli spettatori della classe media e alle famiglie. Ciò, a sua volta, allontanò i tifosi più tradizionali, che spesso si sentirono esclusi o emarginati. Di conseguenza, alcuni gruppi divennero più radicalizzati e la violenza si spostò fuori dagli stadi, dove le firm si svilupparono ulteriormente. Inoltre, la crescente esposizione mediatica del calcio ebbe un duplice effetto. La visibilità del fenomeno hooligan aumentò, contribuendo alla creazione di allarme sociale, come sottolineato dalla scuola di Oxford; ma offrì anche agli hooligan una sorta di palcoscenico, rafforzando le dinamiche di reputazione e prestigio tra i gruppi rivali. Infine, la modernizzazione del calcio intensificò il contrasto tra il calcio come spettacolo, integrato nei circuiti economici globali, e il calcio popolare, radicato nella comunità e nell’identità locale. È proprio all’interno di questo tipo di tensione che l’hooliganismo si affermò. Per alcuni gruppi, la violenza diventa un linguaggio attraverso il quale esprimere la frustrazione sociale, il rifiuto del cambiamento e il bisogno di appartenenza. I processi di commercializzazione, professionalizzazione e modernizzazione non si limitarono ad accompagnare il fenomeno hooligan, ma ne rafforzarono le basi, contribuendo a trasformarlo da comportamento occasionale in una sottocultura organizzata e fondata sull’identità, spesso in opposizione alla nuova forma industrializzata del calcio.

1.4 LA NASCITA DELL’HOOLIGANISMO DA UNA PROSPETTIVA SOCIOLOGICA - Le principali interpretazioni sociologiche del fenomeno hooligan sottolineano tre principali approcci teorici e ne ricostruiscono le origini e l’evoluzione nel tempo. Il primo approccio è quello strutturale-marxista, rappresentato dagli studi di Ian Taylor. Secondo questa prospettiva, l’hooliganismo emerse come forma di reazione della classe operaia ai profondi cambiamenti che interessarono il calcio dopo la Seconda guerra mondiale. In passato, il calcio inglese era strettamente legato alle comunità della classe operaia: tifosi e giocatori appartenevano allo stesso ambiente sociale, condividevano stili di vita simili e possedevano un forte senso di identità comune. A partire dagli anni Sessanta, tuttavia, il calcio iniziò a cambiare: divenne più commercializzato, entrarono in scena dirigenti appartenenti a classi sociali più elevate e le competizioni si ampliarono. Ciò creò una distanza tra il mondo del calcio e i “veri tifosi”. In questo contesto, la violenza hooligan viene considerata una risposta alla frustrazione e al senso di esclusione, soprattutto tra i giovani della classe operaia, che stavano perdendo un importante punto di riferimento. Taylor colloca l’inizio del fenomeno moderno tra il 1968 e il 1969, con l’emergere dei primi gruppi organizzati come i “boot boys”. Tuttavia, le sue prime analisi si concentrano maggiormente su episodi isolati piuttosto che su forme strutturate di violenza. Il secondo approccio è quello costruttivista, sviluppato dalla scuola di Oxford (Marsh, Rosser e Harré). Secondo questa teoria, la devianza non è qualcosa di oggettivo, ma viene costruita socialmente anche attraverso i media e l’opinione pubblica. Da questa prospettiva, l’hooliganismo è una pratica che possiede un proprio significato all’interno di una sottocultura. La violenza è spesso regolata da norme non scritte: “aggro” si riferisce a forme di aggressività simbolica che raramente provocano danni gravi. Gli scontri tra tifosi, infatti, seguono regole condivise su quando e come agire. Inoltre, i media tendono ad amplificare il fenomeno, contribuendo alla creazione di paura e allarme sociale. Tuttavia, questa interpretazione può sottovalutare il fatto che, in alcuni casi, la violenza può diventare reale e pericolosa.

Il terzo approccio è quello configurazionale o misto, sviluppato dalla scuola di Leicester (Dunning, Murphy e Williams), ispirato alla teoria del processo di civilizzazione di Norbert Elias. In questo caso, il fenomeno viene analizzato all’interno di una prospettiva storica più ampia, collegando i comportamenti individuali alle condizioni sociali. Gli hooligan sono descritti come giovani provenienti dai livelli più bassi della classe operaia, cresciuti in contesti con una supervisione adulta limitata, dove la strada svolge un ruolo fondamentale nella socializzazione e dove la forza fisica e la mascolinità sono fortemente valorizzate. In questo contesto, la violenza diventa un comportamento accettato e un modo per affermarsi all’interno del gruppo. Gli autori fanno risalire le origini del fenomeno moderno al 1966-67, quando comparvero i primi gruppi definiti “hooligan gangs”. Nel tempo, la violenza si evolse da forme spontanee e locali a gruppi più organizzati (firm) e a vere e proprie risse pianificate, spesso svolte fuori dagli stadi. Questa prospettiva ricevette molte critiche da Gary Armstrong, che mette in discussione il legame diretto tra classe operaia e violenza. Secondo lui, le fonti utilizzate, come i dati della polizia e i resoconti dei media, non sono sempre affidabili, e i gruppi hooligan sono socialmente più eterogenei, includendo anche membri della classe media. Inoltre, questi gruppi non sono completamente organizzati, ma sono piuttosto composti da piccoli sottogruppi indipendenti. Dagli anni Novanta in poi, il fenomeno è diventato ancora più frammentato e individualistico, sebbene un senso di appartenenza tenda a riemergere durante gli scontri con i gruppi rivali. In generale, il fenomeno hooligan si è evoluto da rivalità spontanee legate ai territori locali, a una sottocultura più organizzata negli anni Sessanta e, infine, a una forma più frammentata negli ultimi decenni. Le diverse interpretazioni sociologiche evidenziano aspetti differenti ma complementari: il ruolo della classe sociale, la dimensione simbolica e rituale e l’evoluzione storica del fenomeno. In conclusione, l’hooliganismo può essere considerato il risultato dell’interazione tra fattori sociali, economici e culturali. La crisi della classe operaia tradizionale, la trasformazione del calcio in spettacolo commerciale e la crescita di sottoculture giovanili fondate sull’identità hanno contribuito all’emergere di nuove forme di conflitto legate al calcio. All’inizio degli anni Ottanta, queste dinamiche avevano assunto una dimensione internazionale. Episodi di violenza che coinvolgevano tifosi di calcio si verificarono in diversi Paesi europei, contribuendo alla crescente preoccupazione per la sicurezza negli stadi. In questo clima di tensione si verificò uno degli eventi più drammatici della storia del calcio europeo: la tragedia dello stadio Heysel, che avrebbe profondamente influenzato negli anni successivi il rapporto tra sport, società e sicurezza.

LA TRAGEDIA DELL’HEYSEL: DINAMICHE, RESPONSABILITÀ, CONSEGUENZE

2.1 LA SERA DEL 29 MAGGIO 1985 - Il 29 maggio 1985 Bruxelles divenne il centro del calcio europeo. La finale di Coppa dei Campioni tra Juventus Football Club e Liverpool Football Club, organizzata dall’Union of European Football Associations (UEFA), era uno degli eventi sportivi più attesi della stagione. Fin dalle prime ore del mattino, migliaia di tifosi italiani e britannici invasero la città, riempiendo strade, piazze e luoghi di ritrovo in un’atmosfera di entusiasmo, attesa e rivalità sportiva. Il centro della città era ricoperto di bandiere, sciarpe e striscioni, mentre cori e canti animavano gli spazi pubblici. Tuttavia, l’euforia conviveva con segnali di tensione: episodi di provocazione e scontri verbali lasciavano intuire un clima non completamente pacifico, in larga parte dovuto al fenomeno hooligan, già diffuso e ben noto nel Regno Unito. Nel pomeriggio furono aperti i cancelli dello stadio Heysel. Lo stadio, costruito negli anni Trenta, si trovava ormai in uno stato di evidente deterioramento. Le gradinate non erano numerate, le recinzioni metalliche apparivano usurate e i settori erano separati da barriere fragili. Il settore Z, ufficialmente designato come neutrale, era occupato in larga parte da tifosi italiani, mentre i settori adiacenti ospitavano gruppi di tifosi inglesi. La separazione tra le due aree si basava su una semplice recinzione metallica, successivamente descritta come una “rete da pollaio”, e su una limitata zona cuscinetto, sorvegliata da pochi agenti di polizia. Già prima dell’inizio della partita, questa disposizione appariva troppo fragile e inadeguata a garantire un’effettiva separazione tra le tifoserie. Intorno alle 19:05 si verificò l’evento che segnò l’inizio della tragedia. Un grande gruppo di tifosi inglesi iniziò ad avanzare in formazione compatta verso la recinzione. Non si trattava di un movimento disorganizzato, ma di una carica coordinata. Le barriere furono rapidamente oltrepassate e la pressione si spostò verso il settore occupato dai tifosi italiani. Non vi fu uno scontro organizzato, ma piuttosto una ritirata generale. Spaventati dall’avanzata, i tifosi italiani, colti di sorpresa, cercarono di allontanarsi, ma lo spazio disponibile era limitato. La folla fu spinta verso il fondo del settore Z, contro il muro dello stadio. Nel giro di pochi minuti si sviluppò una situazione di estrema compressione: coloro che si trovavano nelle retrovie continuavano a spingere in avanti senza rendersi conto di ciò che stava accadendo, mentre quelli più vicini al muro venivano progressivamente schiacciati e travolti. Dopo una prima spinta, i tifosi inglesi si ritirarono, creando l’illusione che la situazione potesse essere riportata sotto controllo. Tuttavia, le forze di polizia si dimostrarono insufficienti e disorganizzate, incapaci di comprendere la gravità della situazione o di intervenire efficacemente. Nei minuti successivi si verificarono ulteriori cariche, con dinamiche simili alla prima: avanzamenti improvvisi, panico e ritirata della folla italiana. A ogni nuova ondata, lo spazio disponibile diminuiva, trasformando il settore Z in una trappola.

A questo punto, le dinamiche non possono più essere interpretate come uno scontro tra tifoserie, ma piuttosto come una situazione di pressione incontrollata della folla. Migliaia di persone erano ammassate in uno spazio estremamente ristretto. Molti cercavano di scavalcare il muro perimetrale, altri cadevano a terra e altri ancora rimanevano intrappolati senza possibilità di muoversi o respirare. Tra le 19:25 e le 19:30 si verificò il momento decisivo: il muro perimetrale crollò sotto la pressione della folla. Le persone nelle prime file caddero nel vuoto o furono travolte da quelle alle loro spalle. Molti persero la vita per schiacciamento o asfissia, mentre altri riportarono gravi ferite. Nel frattempo, all’interno dello stadio Heysel, si sviluppò una situazione di caos generalizzato. L’intervento della polizia fu tardivo e scoordinato, evidenziando una gestione dell’emergenza altamente inefficace. In molti casi, gli agenti non furono in grado di distinguere tra i tifosi in fuga e le persone aggressive, intervenendo indiscriminatamente. Alcune persone che cercavano di raggiungere il campo alla ricerca di sicurezza furono respinte con i manganelli, senza una reale capacità di valutare le circostanze o di proteggere chi era in pericolo. La sicurezza fu ristabilita soltanto dopo che la tragedia si era già consumata, dimostrando una risposta tardiva e profondamente inadeguata rispetto alla gravità della situazione. Tra le 19:30 e le 20:00 lo stadio rimase in uno stato di forte instabilità, dominato da tensione, paura e incertezza. Le informazioni circolavano in modo frammentario e contraddittorio: inizialmente si parlava di feriti, poi di vittime, senza una chiara comprensione di quale fosse realmente la situazione. Le voci alimentarono ulteriormente il clima di panico. Anche i giocatori della Juventus intervennero avvicinandosi agli spalti nel tentativo di calmare i tifosi, ma questo gesto rappresentò uno dei pochi momenti in cui la tensione sembrò diminuire temporaneamente, senza però risolvere la situazione. Nel frattempo, le autorità belghe e la UEFA presero una decisione che avrebbe successivamente provocato un ampio dibattito: la partita doveva essere disputata. La ragione principale era evitare ulteriori disordini, nella convinzione che l’annullamento potesse provocare reazioni ancora più violente. In questo contesto, mentre erano ancora in corso le operazioni di soccorso e assistenza ai feriti, i preparativi per la partita proseguirono. Intorno alle 20:40, l’arbitro André Daina fischiò l’inizio della partita. Il momento appariva profondamente surreale: sugli spalti erano ancora presenti shock, rabbia e incredulità. Molti spettatori non comprendevano pienamente ciò che era accaduto, ma percepivano chiaramente la gravità della situazione. La partita iniziò, ma lo stadio aveva ormai cessato di essere un luogo di festa sportiva, essendosi trasformato nella scena di una tragedia.

2.2 RESPONSABILITÀ DIFFUSE - La tragedia dell’Heysel non si verificò in un contesto isolato, ma piuttosto in un periodo nel quale la violenza legata al calcio in Europa era già un fenomeno diffuso. Durante gli anni Settanta e i primi anni Ottanta, numerosi scontri tra gruppi di tifosi rivali si verificarono durante le competizioni internazionali, contribuendo a creare un’atmosfera di forte tensione attorno alle partite tra squadre inglesi e club provenienti da altre parti dell’Europa continentale. Gruppi organizzati di hooligan inglesi cercavano deliberatamente lo scontro con i tifosi avversari e le forze dell’ordine. Un precedente significativo si verificò durante la finale di Coppa dei Campioni del 1984, disputata allo Stadio Olimpico di Roma tra Liverpool e Roma. Dopo la vittoria del Liverpool ai rigori, numerosi scontri scoppiarono tra i tifosi nelle aree circostanti lo stadio e nel centro della città. Secondo le testimonianze dell’epoca, diversi tifosi inglesi furono aggrediti da gruppi di tifosi romanisti e furono registrati anche scontri con la polizia; alcuni tifosi britannici trovarono rifugio presso l’ambasciata del Regno Unito. Questo episodio contribuì ad alimentare una crescente rivalità tra tifosi inglesi e italiani nelle competizioni europee. Anche nel periodo immediatamente precedente alla finale del 1985 erano stati registrati episodi di violenza negli stadi europei. In diverse partite delle competizioni UEFA, gli scontri tra tifosi inglesi e sostenitori delle squadre ospitanti erano diventati relativamente frequenti. La stampa britannica dell’epoca sottolineava come gli hooligan inglesi avessero ormai acquisito una reputazione internazionale per comportamenti aggressivi e organizzati, spesso accompagnati dal consumo di alcol e dalla ricerca deliberata dello scontro fisico. Questa situazione contribuì ad aumentare il livello di tensione in vista della finale tra Juventus e Liverpool.

Molti osservatori e dirigenti dei club avevano già espresso preoccupazioni per la sicurezza prima dell’inizio della partita, temendo che la presenza di tifosi rivali in settori vicini dello stadio potesse provocare scontri. In particolare, il cosiddetto settore “neutrale” dello stadio Heysel era occupato in larga parte da tifosi juventini che avevano acquistato biglietti originariamente destinati agli spettatori neutrali, riducendo ulteriormente la separazione tra i due gruppi di tifosi. In un contesto già segnato dalla rivalità e da precedenti episodi di violenza, questa disposizione aumentò significativamente il rischio di disordini. La tragedia non può essere attribuita a una sola causa. La carica dei tifosi inglesi rappresentò il fattore scatenante immediato, ma la situazione era già estremamente fragile, segnata da carenze strutturali e organizzative. La UEFA, in quanto organismo organizzatore, aveva la responsabilità di valutare l’idoneità dello stadio e garantire la sicurezza e adeguate misure di protezione. La decisione di confermare lo stadio Heysel, nonostante le sue condizioni obsolete, appare oggi altamente discutibile. Muri deteriorati, barriere insufficienti e assenza di posti numerati erano tutti evidenti fattori di rischio. La disposizione dei settori contribuì inoltre ad aumentare il pericolo: i tifosi italiani erano collocati in un’area neutrale adiacente al settore inglese, creando condizioni che facilitavano il contatto tra gruppi già segnati dalla rivalità. La gestione dell’ordine pubblico, condizionata da risorse insufficienti e strategie di prevenzione inadeguate, evidenzia come la pianificazione fosse sproporzionata rispetto alla reale portata dell’evento. La mancanza di un coordinamento efficace tra UEFA e autorità locali aggravò ulteriormente la situazione e rese letale la pressione della folla.

2.3 CONSEGUENZE IMMEDIATE - Le ripercussioni della tragedia furono rapide e significative. La UEFA decise di escludere tutte le squadre inglesi dalle competizioni europee per un periodo di cinque anni, con un ulteriore anno applicato specificamente al Liverpool Football Club. Questa decisione ebbe un notevole impatto sia economico sia simbolico, portando il calcio britannico a una fase di isolamento a livello internazionale. Il governo britannico, guidato da Margaret Thatcher, adottò una serie di misure volte ad affrontare la violenza negli stadi. Tra queste vi erano l’aumento dei controlli di sicurezza, le restrizioni alla vendita di alcol durante gli eventi sportivi e l’introduzione di strumenti giuridici destinati a contrastare l’hooliganismo. Importanti riforme strutturali degli impianti sportivi, come la graduale introduzione degli stadi con soli posti a sedere e la rimozione delle barriere, furono sviluppate soprattutto negli anni successivi, in particolare dopo la tragedia di Hillsborough. La tragedia di Hillsborough si verificò il 15 aprile 1989 allo stadio Hillsborough di Sheffield, durante una semifinale di FA Cup tra Liverpool Football Club e Nottingham Forest. Ancora una volta, una pericolosa pressione della folla e il grave sovraffollamento ai tornelli provocarono lo schiacciamento dei tifosi, causando la morte di 96 persone e centinaia di feriti. Nella relazione finale dell’inchiesta, il giudice britannico Lord Justice Taylor analizzò dettagliatamente le cause dell’incidente e concluse che la responsabilità principale risiedeva nel fallimento del controllo della folla da parte della polizia e nella gestione inadeguata dei punti di ingresso allo stadio. Il rapporto evidenziò anche problemi strutturali e di sicurezza negli stadi britannici, in particolare nelle gradinate in piedi senza un’adeguata separazione dei flussi di tifosi. Raccomandò importanti riforme nella sicurezza degli impianti sportivi, tra cui l’adozione di stadi con soli posti a sedere e una maggiore chiarezza nei ruoli e nelle responsabilità della polizia, dei club e delle autorità competenti. La tragedia dell’Heysel ebbe un’enorme rilevanza che andò oltre la dimensione sportiva, emergendo come un evento dalle ampie implicazioni politiche, sociali e culturali. Nel lungo periodo, contribuì a dare forma a importanti riforme, tra cui il miglioramento delle infrastrutture, l’introduzione da parte della UEFA di standard di sicurezza più rigorosi e una maggiore regolamentazione nell’organizzazione degli eventi sportivi. Un ruolo importante fu svolto anche dai media internazionali, come BBC, The Guardian e ANSA (Agenzia Nazionale Stampa Associata), che contribuirono a plasmare la percezione pubblica dell’hooliganismo come fenomeno sociale pericoloso. Questa rappresentazione influenzò l’opinione pubblica e incoraggiò l’adozione di politiche più rigorose per la sicurezza negli stadi.

2.4 IL PROCESSO E IL DIBATTITO SULLE RESPONSABILITÀ - Nei mesi successivi alla tragedia dell’Heysel, si sviluppò un lungo dibattito pubblico sulle responsabilità di quanto accaduto. L’indagine giudiziaria avviata dalle autorità belghe portò all’apertura di un processo nel 1989 presso il tribunale di Bruxelles, con l’obiettivo di determinare il ruolo delle diverse parti coinvolte: tifosi, organizzatori dell’evento e autorità responsabili della sicurezza. Il procedimento giudiziario si concluse nel 1990 con la condanna di 14 tifosi del Liverpool, ritenuti responsabili dell’aggressione che provocò lo spostamento della folla verso il settore Z. Gli imputati furono condannati per omicidio colposo e ricevettero pene detentive di tre anni, sebbene la maggior parte di loro scontasse circa un anno di carcere. Tuttavia, il tribunale belga stabilì che la responsabilità della tragedia non poteva essere attribuita esclusivamente ai tifosi. Durante il processo emersero gravi carenze nella gestione dell’evento e nella sicurezza dello stadio. Tra i condannati vi furono anche alcuni funzionari belgi coinvolti nell’organizzazione della partita, nonché dirigenti della federazione calcistica belga responsabili della gestione dello stadio. Le indagini evidenziarono numerosi problemi strutturali dello stadio Heysel. L’impianto, costruito negli anni Trenta, versava da tempo in uno stato di degrado e non era considerato pienamente idoneo a ospitare un evento sportivo di tale portata. Alcune relazioni tecniche redatte prima della finale avevano segnalato problemi di sicurezza, tra cui la fragilità delle barriere e la presenza di muri di contenimento deteriorati.

Nonostante questi avvertimenti, lo stadio fu comunque scelto per ospitare la finale di Coppa dei Campioni. Un altro elemento emerso durante il processo riguardava la gestione dell’ordine pubblico. Il numero di agenti di polizia presenti allo stadio fu ritenuto insufficiente rispetto al numero di spettatori e alla presenza di gruppi di tifosi considerati ad alto rischio. Inoltre, lo schieramento delle forze di sicurezza non fu efficace nel prevenire il contatto tra i tifosi inglesi e quelli presenti nel settore Z. Secondo diversi resoconti giornalistici, le autorità belghe sottovalutarono il livello di tensione che avrebbe potuto svilupparsi tra i due gruppi di tifosi. Parallelamente al procedimento giudiziario si sviluppò anche un intenso dibattito mediatico e politico. Nei giorni immediatamente successivi alla tragedia, molti commentatori attribuirono la responsabilità principale ai tifosi inglesi e al fenomeno dell’hooliganismo; nel corso degli anni, tuttavia, le interpretazioni dell’evento sono diventate più complesse. Molti studiosi e giornalisti hanno sottolineato che la tragedia dell’Heysel fu il risultato di una combinazione di fattori: la violenza di una parte dei tifosi, le condizioni strutturali inadeguate dello stadio e una gestione organizzativa insufficiente da parte delle autorità sportive e locali. Questo approccio interpretativo ha portato a considerare l’Heysel come un esempio emblematico di responsabilità condivisa, nel quale la tragedia non può essere spiegata attraverso un singolo elemento, ma piuttosto attraverso l’interazione di fattori sociali, organizzativi e infrastrutturali. Fu proprio questa consapevolezza a contribuire a orientare le successive riforme nel campo della sicurezza degli stadi e della gestione dei grandi eventi sportivi.

REAZIONI POLITICHE E DIPLOMATICHE INTERNAZIONALI

 

3.1 INTERVENTI DI UEFA, FIFA E GOVERNI NAZIONALI - Dopo la tragedia dell’Heysel, le istituzioni sportive e i governi reagirono rapidamente e con decisione. L’obiettivo era duplice: da un lato comprendere cosa fosse realmente accaduto e individuare le responsabilità; dall’altro proteggere l’immagine del calcio a livello internazionale, gravemente danneggiata dagli eventi di quella notte. UEFA e FIFA avviarono indagini interne per ricostruire gli eventi e valutare eventuali carenze organizzative. Questo processo portò, nel tempo, all’introduzione di norme più rigorose sulla sicurezza degli stadi. Tra le principali misure adottate vi furono una separazione più chiara tra i gruppi di tifosi, controlli più accurati agli ingressi e una maggiore presenza di personale specializzato nella gestione della folla. Inoltre, il ruolo degli steward fu rafforzato, con il compito di monitorare il comportamento degli spettatori e intervenire nelle situazioni a rischio. Allo stesso tempo, i governi nazionali agirono attraverso decisioni politiche e iniziative diplomatiche. Il governo italiano, profondamente colpito dalla morte di molti suoi cittadini, chiese chiarimenti alle autorità belghe e sollecitò ulteriori indagini sull’organizzazione dell’evento. Promosse inoltre cerimonie commemorative ufficiali, sottolineando la necessità di migliorare la sicurezza negli eventi sportivi internazionali. Il governo belga, in quanto Paese ospitante, fu al centro delle critiche. Le condizioni dello stadio Heysel e la gestione dell’ordine pubblico furono messe in discussione sia a livello nazionale sia internazionale. Le autorità belghe avviarono quindi indagini interne e iniziarono a discutere riforme relative alla sicurezza degli stadi e all’organizzazione di eventi di grandi dimensioni. Il dibattito pubblico si concentrò sulla qualità delle infrastrutture e sull’efficacia delle forze dell’ordine.

Il governo britannico, guidato da Margaret Thatcher, assunse un ruolo particolarmente visibile. La sua strategia consisteva nel rafforzare le politiche interne contro la violenza negli stadi e nel difendere l’immagine del Regno Unito, gravemente danneggiata dalle accuse internazionali. Thatcher avviò contatti con le autorità belghe e i funzionari UEFA, sostenendo la necessità di misure più rigorose contro i tifosi violenti e cercando di dimostrare la volontà del Regno Unito di affrontare concretamente il problema. Un aspetto importante fu anche il rafforzamento della cooperazione tra le forze di polizia europee. Dopo l’Heysel, diversi Paesi iniziarono a condividere informazioni sui gruppi di tifosi considerati ad alto rischio, in particolare gli hooligan. Questo sistema di cooperazione rappresentò un passo avanti nella prevenzione della violenza durante le competizioni internazionali. Inoltre, le decisioni prese dalla UEFA, soprattutto l’esclusione dei club inglesi dalle competizioni europee, ebbero un impatto significativo. Non si trattava soltanto di sanzioni sportive, ma anche di una risposta immediata alla forte pressione dell’opinione pubblica internazionale. La decisione aveva quindi un valore simbolico: doveva dimostrare che le istituzioni erano in grado di reagire con fermezza. La FIFA svolse invece un ruolo più limitato, rimanendo sullo sfondo. Pur sostenendo le decisioni della UEFA, evitò un coinvolgimento diretto nel dibattito politico e mediatico. Questa differenza evidenzia come le due istituzioni avessero funzioni distinte: la FIFA con un ruolo più ampio e globale, la UEFA maggiormente coinvolta nella gestione diretta della crisi europea.

3.2 RELAZIONI ITALIA-REGNO UNITO E DIPLOMAZIA SPORTIVA - Le relazioni tra Italia e Regno Unito furono particolarmente delicate nei mesi successivi alla tragedia. L’elevato numero di vittime italiane rese necessario un dialogo continuo tra i due governi, soprattutto per chiarire le responsabilità e garantire la cooperazione nelle indagini. Gli scambi diplomatici avvennero attraverso lettere ufficiali e incontri tra rappresentanti istituzionali. Il governo italiano chiese trasparenza e giustizia, insistendo sull’importanza di individuare e punire i responsabili. Il governo britannico, dal canto suo, dichiarò la propria determinazione a collaborare, cercando al contempo di evitare che la colpa fosse attribuita esclusivamente al Regno Unito. Accanto alla dimensione politica si sviluppò anche una dimensione simbolica. Negli anni successivi furono organizzate diverse cerimonie commemorative, che contribuirono a migliorare i rapporti tra i due Paesi. Il memoriale dell’Heysel divenne un importante luogo di incontro, nel quale rappresentanti italiani, britannici e belgi partecipavano insieme ai momenti di commemorazione. Si può quindi affermare che l’Heysel rappresenta un chiaro esempio di come un evento sportivo possa influenzare anche le relazioni internazionali, generando interpretazioni diverse e talvolta contrastanti.

3.3 POLITICA INTERNA BRITANNICA E RAPPORTO CON GLI HOOLIGAN - Nel Regno Unito, la tragedia dell’Heysel diede origine a un ampio dibattito politico sul fenomeno dell’hooliganismo. Il governo Thatcher interpretò la violenza negli stadi non solo come una questione sportiva, ma anche come il risultato di problemi sociali più profondi, come la disoccupazione giovanile e il disagio urbano. Il governo britannico dovette inoltre affrontare una forte pressione internazionale. Molti Paesi chiesero un’azione più decisa e una maggiore assunzione di responsabilità. In questo contesto, la sospensione dei club inglesi dalle competizioni europee ebbe anche un significato politico: doveva dimostrare che il problema veniva preso sul serio. Un aspetto importante riguarda l’uso politico della tragedia. Le misure adottate rispondevano certamente a esigenze reali, ma si inserivano anche in una strategia più ampia di rafforzamento dell’autorità statale. L’hooliganismo venne progressivamente definito come una minaccia all’ordine pubblico, per giustificare l’introduzione di misure di controllo più rigorose. Questo approccio anticipò modelli di gestione della sicurezza che sarebbero stati successivamente applicati anche in altri ambiti, non soltanto nello sport. In questo senso, l’Heysel contribuì a modificare il tipo di intervento dello Stato nei confronti dei comportamenti considerati pericolosi.

3.4 CONSEGUENZE POLITICHE E DIPLOMATICHE - Le misure adottate dopo la tragedia dell’Heysel portarono a cambiamenti significativi nella gestione degli eventi sportivi internazionali. Le decisioni prese non furono soltanto risposte immediate all’emergenza, ma segnarono anche l’inizio di un più ampio processo di trasformazione che coinvolse sia le istituzioni sportive sia i governi nazionali. UEFA e FIFA iniziarono a sviluppare linee guida sulla sicurezza più rigorose. Queste nuove norme riguardavano non solo gli aspetti tecnici, come la struttura degli stadi, ma anche l’organizzazione complessiva degli eventi. Per esempio, furono introdotti criteri più rigorosi per ospitare le finali internazionali, favorendo impianti moderni che rispettassero standard di sicurezza più elevati. Allo stesso tempo, fu dedicata maggiore attenzione alla gestione della folla, pianificando gli accessi e la presenza di personale qualificato. I governi europei iniziarono inoltre a cooperare più strettamente. La tragedia rese evidente che la violenza negli stadi non era limitata a un singolo Paese, ma costituiva una questione internazionale che richiedeva risposte coordinate. Di conseguenza, furono sviluppati sistemi di cooperazione tra le forze di polizia, basati sulla condivisione delle informazioni e sul monitoraggio dei gruppi di tifosi considerati troppo pericolosi. Nel caso specifico delle relazioni tra Italia e Regno Unito, dopo una fase iniziale caratterizzata da tensioni e accuse reciproche, si verificò un graduale miglioramento. I due Paesi iniziarono a collaborare soprattutto nel campo della sicurezza sportiva, condividendo esperienze e strategie per prevenire la violenza. Questo processo dimostra come, nel lungo periodo, anche eventi traumatici possano contribuire a rafforzare la cooperazione internazionale. Un’altra importante conseguenza riguarda il modo in cui il calcio venne percepito dalle istituzioni politiche. Dopo l’Heysel, l’hooliganismo non fu più considerato soltanto una questione sportiva, ma venne sempre più interpretato come una questione di ordine pubblico e sicurezza. Questo cambiamento portò a un maggiore coinvolgimento dei governi nella gestione degli eventi sportivi, riducendo l’autonomia delle sole autorità calcistiche. La tragedia dimostrò chiaramente che i grandi eventi sportivi possono avere conseguenze che vanno ben oltre il campo da gioco, influenzando decisioni politiche, relazioni diplomatiche e strategie di sicurezza a livello internazionale.

3.5 IL RUOLO DEI MEDIA INTERNAZIONALI NELLA COSTRUZIONE DELLA NARRAZIONE SULL’HEYSEL - Dopo la tragedia dell’Heysel, i media internazionali svolsero un ruolo fondamentale nel raccontare l’evento e nel plasmare la percezione pubblica di quanto accaduto. Giornali, emittenti televisive e agenzie di stampa seguirono attentamente l’incidente, contribuendo a diffondere immagini e testimonianze che ebbero un forte impatto sull’opinione pubblica europea. Nei giorni immediatamente successivi alla finale, molti giornali attribuirono la responsabilità principale della tragedia al comportamento degli hooligan inglesi. Questa interpretazione si basava soprattutto sulle prime ricostruzioni degli eventi, che evidenziavano la pressione esercitata dai tifosi britannici contro il settore occupato dai tifosi italiani. Di conseguenza, tale rappresentazione presentava un elemento emotivo come causa principale della tragedia. Tuttavia, nel giro di alcune settimane iniziò a emergere un’interpretazione più complessa. Alcuni media sottolinearono anche le responsabilità legate all’organizzazione dell’evento e alle condizioni dello stadio Heysel. L’infrastruttura risultò inadeguata, con barriere fragili e spazi non progettati per gestire grandi folle. Inoltre, il controllo della folla e la gestione dell’ordine pubblico apparivano insufficienti. Ciò contribuì a spostare l’attenzione da una responsabilità attribuita esclusivamente ai tifosi verso una prospettiva molto più ampia, comprendente fattori strutturali e organizzativi. La copertura mediatica ebbe un impatto significativo sull’immagine internazionale del Regno Unito.

In molti Paesi europei, la tragedia rafforzò la percezione degli hooligan inglesi come un problema diffuso e profondamente radicato. Questa rappresentazione contribuì anche a giustificare decisioni drastiche, come la sospensione dei club inglesi dalle competizioni europee. Un aspetto particolarmente interessante riguarda il linguaggio utilizzato dai media nei diversi Paesi. Nei giornali italiani prevaleva un tono fortemente emotivo, con termini come “massacro” o “strage”, che sottolineavano la gravità dell’evento e implicavano una chiara attribuzione di responsabilità. Al contrario, una parte della stampa britannica adottò inizialmente un linguaggio più neutrale, utilizzando parole come “tragedia” o “disastro”, che tendevano a distribuire la responsabilità tra molteplici fattori. Questa differenza non riguarda soltanto la lingua, ma riflette anche due distinti approcci narrativi. Il primo è una forma di comunicazione più diretta e dal tono fortemente accusatorio; il secondo è un tentativo di contestualizzare l’evento ed evitare di attribuire la colpa a un singolo individuo. Nel corso del tempo, tuttavia, anche i media britannici svilupparono un maggiore grado di autocritica, soprattutto in seguito alle sanzioni imposte e alle pressioni internazionali. Nel lungo periodo, la narrazione dell’Heysel si è quindi evoluta verso un’interpretazione più articolata. Oggi la tragedia è generalmente compresa come il risultato di una combinazione di fattori: comportamento dei tifosi, carenze strutturali e fallimenti organizzativi. Questo cambiamento dimostra come i media svolgano un ruolo fondamentale non solo nel raccontare gli eventi, ma anche nel determinare il modo in cui vengono ricordati.

3.6 L’HEYSEL NELLA MEMORIA COLLETTIVA - Nel corso degli anni, la tragedia dell’Heysel è diventata uno degli eventi più significativi della storia del calcio europeo. La sua memoria è stata mantenuta viva attraverso commemorazioni ufficiali, iniziative istituzionali e momenti di ricordo promossi sia dai club sportivi sia dalle autorità pubbliche. Un simbolo centrale di questa memoria è il memoriale dedicato alle vittime, situato a Bruxelles. Il monumento rappresenta un luogo di riflessione e ricordo, dove ogni anno vengono organizzate cerimonie commemorative. La partecipazione congiunta di rappresentanti istituzionali, dirigenti sportivi e tifosi dimostra come la memoria dell’Heysel sia diventata un elemento condiviso a livello europeo. Da una prospettiva storica e politica, l’Heysel rappresenta quindi un punto di svolta. Non è soltanto una tragedia sportiva, ma un evento che ha messo in evidenza il legame tra sport, società e istituzioni. La gestione della crisi ha dimostrato come governi, organizzazioni sportive e media possano contribuire ciascuno alla costruzione di interpretazioni e quadri di responsabilità. In questo contesto emerge una chiara dinamica duale: una logica nazionale, nella quale ogni Paese tende a difendere la propria immagine e a limitare le proprie responsabilità, e una logica sovranazionale, rappresentata dalle istituzioni sportive, che cercano di preservare la credibilità del sistema calcistico attraverso decisioni rapide e spesso generalizzate. La tragedia dell’Heysel può quindi essere interpretata non solo come una crisi della sicurezza, ma anche come una crisi nella definizione delle responsabilità. È la dimostrazione di quanto sia complesso attribuire una colpa chiara in eventi di questo tipo e di come il modo in cui vengono raccontati e ricordati possa influenzare le relazioni politiche e la memoria collettiva.

L’HEYSEL OGGI

 

4.1 MEMORIA E COMMEMORAZIONI - La memoria della tragedia dell’Heysel svolge una duplice funzione: una funzione commemorativa e un’altra più politica e legata all’identità. Le iniziative promosse dall’Associazione dei Familiari delle Vittime dell’Heysel sono particolarmente importanti perché non mirano soltanto a ricordare l’evento, ma anche a preservare la verità storica e a impedire che la società dimentichi o minimizzi il significato di quanto accaduto. L’associazione svolge un ruolo fondamentale nella raccolta delle testimonianze, nella conservazione degli archivi e nella promozione di iniziative educative. È anche attraverso il ricordo costante e la conservazione delle fonti che l’associazione contribuisce a mantenere la consapevolezza delle reali circostanze della tragedia e a mantenere l’attenzione sulle responsabilità di coloro che furono coinvolti. La memoria assume anche una funzione profondamente umana e simbolica, poiché restituisce dignità alle vittime. Dietro il totale di 39 morti vi sono individui con storie personali, identità e legami familiari; ricordarli significa trasformare una statistica in un insieme di biografie individuali, evitando di ridurli a una semplice cifra storica. Attraverso archivi, testimonianze e iniziative pubbliche, l’associazione contribuisce a trasmettere la memoria dell’Heysel alle nuove generazioni che non hanno vissuto direttamente la tragedia, ma possono comunque comprenderne il significato attraverso strumenti educativi. In questo senso, la memoria diventa un ponte tra passato e presente, garantendo continuità all’informazione e al ricordo. Infine, la memoria svolge anche un ruolo sociale e preventivo, poiché la commemorazione delle vittime promuove una cultura della responsabilità, della sicurezza e del rispetto, specificamente all’interno degli eventi sportivi, ma anche all’interno di una visione più ampia della società.

Nei primi anni successivi alla tragedia, il ricordo fu mantenuto soprattutto dalle famiglie delle vittime e da iniziative locali. Già nel 1985 fu eretto un primo monumento presso la sede della Juventus a Torino, mentre nel 1991 il Comune di Reggio Emilia inaugurò una scultura dedicata alle vittime, segno di un coinvolgimento prevalentemente locale piuttosto che nazionale. In questa fase, le istituzioni nazionali italiane ed europee rimasero relativamente distanti, lasciando la commemorazione soprattutto nelle mani delle associazioni locali. Un ruolo centrale è stato svolto dalle associazioni delle vittime, in particolare dai comitati creati con l’obiettivo di “non dimenticare”, che organizzano cerimonie annuali e mantengono viva l’attenzione pubblica. Grazie alla loro pressione, nel corso del tempo la memoria è diventata più formalmente istituzionalizzata. Tuttavia, questo processo fu lento: solo nel 2000 fu installata una targa ufficiale presso lo stadio Heysel, oggi King Baudouin Stadium, quindici anni dopo gli eventi. Il ritardo più evidente riguarda i grandi monumenti internazionali. Solo nel 2005, in occasione del ventesimo anniversario, fu inaugurata a Bruxelles un’importante opera commemorativa: una meridiana con 39 luci, una per ogni vittima, simbolo del dolore condiviso tra Italia, Belgio e Regno Unito. La decisione di attendere due decenni per un memoriale di tale importanza è stata spesso interpretata, da osservatori e stampa, come una prova della difficoltà politica nel riconoscere pienamente le responsabilità dell’evento, che coinvolse tifosi, UEFA e autorità belghe.

Anche in ambito politico, il riconoscimento arrivò gradualmente. Solo in occasione di grandi anniversari, come il trentesimo anniversario nel 2015, si svolsero cerimonie ufficiali con la partecipazione di rappresentanti istituzionali italiani ed europei, oltre che delle federazioni calcistiche. In queste occasioni, la memoria fu elevata a questione nazionale, mentre per lungo tempo era rimasta relegata a una dimensione più privata o sportiva. Allo stesso tempo, anche altri luoghi simbolici introdussero con notevole ritardo segni commemorativi: nel 2010, ad Anfield, lo stadio del Liverpool, fu installata una targa commemorativa della tragedia, quasi venticinque anni dopo il disastro. Questo gesto ebbe un forte valore simbolico, segnando un passo verso la riconciliazione internazionale, ma confermando anche quanto fosse stato lento e complesso il pieno processo di elaborazione dell’evento. I media internazionali hanno ripetutamente sottolineato come l’Heysel fosse stato inizialmente minimizzato o trattato con imbarazzo, anche perché rendeva evidenti responsabilità condivise e diffuse. Questo contesto contribuisce a spiegare il ritardo nella costruzione di una memoria pubblica condivisa. Negli ultimi anni si è verificata una maggiore sistematizzazione delle commemorazioni, con nuovi monumenti, come quello inaugurato a Torino nel 2025, e una presenza istituzionale più costante. Oggi la tragedia dell’Heysel è riconosciuta come un momento di svolta nella storia del calcio europeo, ma il lungo percorso verso la memoria collettiva dimostra quanto sia difficile per la politica e le istituzioni confrontarsi con eventi che coinvolgono responsabilità molteplici e transnazionali.

4.2 EVOLUZIONE DEI TIFOSI NEL CALCIO: DAGLI HOOLIGAN AGLI ULTRAS - Prima dell’Heysel, il fenomeno del tifo violento era principalmente associato al modello hooligan, soprattutto nel contesto inglese, dove la violenza era spesso legata a dinamiche sociali più ampie come la disoccupazione, la marginalizzazione urbana e la ricerca di identità. Dopo l’Heysel e la successiva introduzione di misure di sicurezza più rigorose, il comportamento dei gruppi di tifosi cambiò: la violenza fisica diminuì e i conflitti tra gruppi rivali si spostarono verso forme più simboliche. Un primo esempio è rappresentato dai cori e dagli striscioni, attraverso i quali i tifosi esprimono la propria identità e si confrontano con i sostenitori avversari, spesso in modo provocatorio. I tifosi fanno frequentemente riferimento a eventi passati, risultati sportivi o momenti controversi per rafforzare il proprio senso di appartenenza e dimostrare la propria superiorità. In questo modo, i conflitti si spostarono da un livello fisico a uno basato sulla memoria condivisa e sulla sua interpretazione. Negli ultimi anni, queste dinamiche si sono estese anche agli spazi digitali, in particolare ai social media, dove provocazioni, contenuti umoristici, immagini e video sono diventati strumenti per alimentare rivalità e interazioni tra gruppi di tifosi. Tuttavia, il fenomeno della violenza non è stato eliminato.

4.3 CULTURA ULTRAS: MEMORIA, IDENTITÀ E PERSISTENZA DELLA VIOLENZA - Una questione centrale riguarda il motivo per cui, nonostante i cambiamenti sociali e normativi, alcuni gruppi ultras continuino a manifestare comportamenti violenti e a ricercare lo scontro fisico. Una possibile chiave interpretativa risiede nella volontà dei tifosi di ricercare un’identità. Mentre nel modello hooligan la violenza era spesso collegata a una forma di rivalsa sociale, il modello ultras contemporaneo assume un valore più simbolico e legato all’identità. Il conflitto non è più soltanto fisico, ma si esprime come affermazione dell’appartenenza e dell’opposizione. In questo senso, la memoria svolge un ruolo fondamentale. I gruppi ultras costruiscono una memoria interna composta da eventi, rivalità storiche e narrazioni condivise. Questa memoria contribuisce a rafforzare il senso di continuità del gruppo e legittima comportamenti percepiti come parte della tradizione del tifo. Nel caso dell’Heysel, la memoria è particolarmente complessa. Da un lato rappresenta un trauma collettivo che ha portato a una maggiore consapevolezza dei rischi associati alla violenza negli stadi. Dall’altro, in alcuni contesti ultras, viene reinterpretata all’interno di narrazioni che possono mantenere tensioni simboliche tra gruppi di tifosi, in particolare tra Juventus e Liverpool. Il fatto che nel corso del tempo siano ancora presenti comportamenti violenti o aggressivi può quindi essere spiegato attraverso una combinazione di fattori: forte identità di gruppo, tradizione e memoria interne, dinamiche di rivalità simbolica e bisogno di appartenenza e riconoscimento.

CONFRONTO LINGUISTICO TRA THE GUARDIAN, ANSA E THE BRUSSELS TIMES

 

Il linguaggio giornalistico non è un modo completamente neutrale di riportare i fatti, ma può essere considerato un modo di costruire la realtà. Negli studi sui media, T.A. van Dijk spiega che la notizia non è semplicemente un riflesso degli eventi, ma una forma di discorso modellata dal modo in cui i giornalisti organizzano le informazioni e dalle idee e prospettive che li influenzano. Ogni articolo di giornale seleziona determinati eventi, attribuisce maggiore importanza ad alcune informazioni rispetto ad altre e presenta i fatti attraverso specifiche scelte linguistiche. Queste scelte dipendono dalla cultura giornalistica, dal pubblico di riferimento e dallo scopo dell’articolo. Per questo motivo, il giornalismo può operare su due livelli: la struttura generale del testo, cioè cosa viene incluso e in quale ordine, e il linguaggio utilizzato, cioè scelta delle parole, tono e stile. Per questo motivo, lo stesso evento può essere descritto in modi diversi da giornali differenti. La tragedia dell’Heysel del 1985 ne è un chiaro esempio, poiché si trattò di un importante evento europeo che coinvolse diversi Paesi ed è stato ricordato e discusso dai media nel corso del tempo. Il confronto tra The Guardian (Regno Unito), ANSA (Italia) e The Brussels Times (Belgio) permette di osservare come lo stesso evento venga presentato attraverso scelte linguistiche e prospettive differenti. Questa analisi si concentra sulle differenze nel vocabolario, nella struttura delle frasi, nello stile narrativo e nel significato complessivo, mostrando come il giornalismo possa passare dal semplice resoconto dei fatti all’interpretazione degli eventi e alla costruzione della memoria collettiva.

5.1 PANORAMICA DEI TESTI - Il primo testo analizzato è un articolo di The Guardian, un quotidiano britannico con un pubblico internazionale, noto per il suo orientamento progressista e per il giornalismo approfondito rivolto a un pubblico istruito e attento alle questioni globali. Pubblicato in occasione dell’anniversario della tragedia, è un articolo commemorativo che va oltre la semplice descrizione degli eventi, ricostruendoli attraverso testimonianze dirette e una forte componente narrativa. Il suo stile è caratteristico del giornalismo anglosassone long-form: interpretativo, coinvolgente e attento alla dimensione umana degli eventi. Il secondo testo è un articolo dell’ANSA, la principale agenzia di stampa italiana, pubblicato nel 2015. Non è rivolto principalmente a un pubblico generale, ma piuttosto a organizzazioni mediatiche, istituzioni e professionisti dell’informazione, sia a livello nazionale sia internazionale. Il suo scopo è fornire notizie in modo rapido, affidabile e standardizzato. Di conseguenza, il linguaggio è conciso, impersonale e privo di interpretazioni; prevale uno stile puramente informativo, basato sulla brevità e sull’obiettività. Il terzo testo è un articolo di The Brussels Times, un quotidiano belga in lingua inglese rivolto a un pubblico internazionale composto da espatriati, funzionari europei e lettori interessati alle dinamiche politiche e sociali del Belgio e dell’Unione Europea. Pubblicato anch’esso per commemorare un anniversario della tragedia, si colloca a metà strada tra i due modelli precedenti: non si limita allo stile essenziale dell’ANSA, ma non adotta neppure l’approccio fortemente narrativo di The Guardian. Il suo stile è equilibrato e il tono istituzionale e riflessivo, fornendo contesto e richiamando la memoria collettiva, pur mantenendo chiarezza e accessibilità per un pubblico internazionale.

5.2 ANALISI LESSICALE - Dal punto di vista lessicale emergono differenze molto evidenti tra le tre fonti. In The Guardian, il linguaggio è fortemente evocativo e costruito attorno a immagini concrete e visivamente potenti. Le testimonianze dirette svolgono un ruolo centrale: espressioni come “Abbiamo visto la fila di cadaveri” e “C’erano corpi ammassati per dieci persone in profondità” non forniscono soltanto informazioni, ma permettono ai lettori di visualizzare la scena in modo quasi cinematografico. L’uso di verbi di percezione come “vedere” e “sentire” immerge ulteriormente i lettori nelle esperienze dei testimoni. Il vocabolario, quindi, non è semplicemente descrittivo; costruisce una narrazione emotiva e coinvolgente della tragedia. Al contrario, l’articolo dell’ANSA utilizza un linguaggio più controllato, concentrato sulla trasmissione concisa delle informazioni. Frasi come “39 tifosi della Juventus morirono prima della finale di Champions League” oppure “furono schiacciati contro le barriere o caddero dalle gradinate” mostrano un vocabolario preciso e privo di elementi emotivi o soggettivi. Anche termini potenzialmente forti come “morirono” o “schiacciati” sono inseriti all’interno di una struttura neutrale, senza dettagli visivi o testimonianze dirette. L’obiettivo non è spingere i lettori a immaginare la scena, ma comunicare fatti verificabili in modo chiaro ed efficiente. L’articolo di The Brussels Times, invece, si colloca tra questi due modelli. Termini come “tragedia”, “vittime” e “memoriale” riflettono chiaramente una dimensione commemorativa e riflessiva. Per esempio, l’uso ricorrente di “vittime” anziché “cadaveri” attenua l’impatto visivo e introduce una distanza rispettosa. Allo stesso tempo, parole come “anniversario” e “ricordare” collocano l’evento all’interno di una prospettiva storica. Il vocabolario è quindi meno grafico rispetto a quello di The Guardian, ma più interpretativo rispetto a quello dell’ANSA, poiché guida i lettori verso una memoria collettiva dell’evento.

5.3 ANALISI SINTATTICA - In The Guardian, le frasi sono spesso lunghe e complesse, costruite attraverso proposizioni subordinate che intrecciano descrizione e testimonianza. Per esempio, quando un testimone racconta ciò che ha visto, la frase si sviluppa aggiungendo progressivamente dettagli, creando un effetto cumulativo che aumenta la tensione narrativa. Questa sintassi complessa permette di seguire il flusso dei ricordi, rendendo il resoconto più immersivo e più vicino all’esperienza vissuta. Nel testo italiano, al contrario, prevalgono frasi brevi e indipendenti. Un esempio è: “i primi incidenti tra i tifosi si verificarono nel pomeriggio”. Ogni frase contiene informazioni precise e complete, senza significative espansioni o elaborazioni. Questa struttura facilita una lettura rapida e una comprensione immediata, ma riduce la possibilità di costruire una narrazione più elaborata. The Brussels Times adotta un approccio sintattico più intermedio. Le frasi sono più sviluppate rispetto a quelle dell’ANSA, ma mantengono una struttura ordinata e controllata. Per esempio, le informazioni sono spesso arricchite da proposizioni subordinate esplicative che contestualizzano l’evento, come i riferimenti all’anniversario o alla sua importanza storica, senza tuttavia raggiungere la complessità narrativa di The Guardian.

5.4 DIMENSIONE NARRATIVA - L’obiettivo di The Guardian è fornire una vera e propria ricostruzione narrativa degli eventi. L’episodio viene ricostruito attraverso scene, voci e dettagli concreti, nei quali le testimonianze dirette trasformano il resoconto giornalistico in una storia vissuta. Espressioni come quelle già citate, “abbiamo visto” e “c’erano”, collocano il lettore all’interno dell’evento, come se lo osservasse in prima persona. Nel resoconto diretto dell’ANSA, al contrario, gli eventi vengono presentati in ordine logico e cronologico, senza scene o sviluppo narrativo. Le prospettive individuali e le ricostruzioni soggettive sono escluse: l’evento rimane un insieme di informazioni. The Brussels Times non racconta la tragedia come un’esperienza vissuta, ma piuttosto come un evento storico da ricordare. La dimensione narrativa è quindi attenuata e orientata più alla riflessione che all’identificazione.

5.5 REGISTRO E STILE - Registro e stile riflettono tradizioni giornalistiche differenti. The Guardian utilizza un registro formale, combinato con uno stile narrativo e coinvolgente. Il giornalista non si limita a riportare i fatti, ma li interpreta e li organizza in una storia coerente, utilizzando un linguaggio ricco e descrittivo. Al contrario, ANSA adotta un registro neutro e impersonale, e il suo stile è standardizzato, privo di elementi espressivi e orientato alla massima chiarezza informativa. The Brussels Times utilizza un registro istituzionale e riflessivo, nel quale il linguaggio è controllato e rispettoso, adatto a un testo commemorativo con una chiara attenzione alla dimensione storica e pubblica dell’evento.

5.6 EFFETTO SUL LETTORE - Il risultato di queste scelte linguistiche produce effetti differenti sul lettore. The Guardian genera un forte coinvolgimento emotivo: attraverso immagini e testimonianze, trasmette la tragedia in modo diretto, creando un senso di immersione. ANSA mantiene il lettore a distanza; l’assenza di elementi narrativi ed emotivi conduce a un’esperienza di lettura più razionale e distaccata. The Brussels Times genera un livello di coinvolgimento più moderato: il lettore non viene immerso nella scena, ma viene invece incoraggiato a riflettere sull’evento e sul suo significato nel corso del tempo.

5.7 NOMINALIZZAZIONE E STRATEGIE DI DEPERSONALIZZAZIONE - Un ulteriore livello di analisi riguarda l’uso della nominalizzazione e, più in generale, delle strategie di depersonalizzazione nella rappresentazione degli eventi. Secondo Graffi e Scalise (Le lingue e il linguaggio), la nominalizzazione consiste nella trasformazione di processi espressi attraverso verbi in sostantivi, con effetti significativi sulla rappresentazione dell’azione e dell’oggettività. In questo modo, la percezione di chi agisce e, di conseguenza, della responsabilità viene attenuata. In termini più semplici, si passa da forme come “i tifosi hanno spinto” a espressioni come “la spinta dei tifosi”, nelle quali l’azione appare meno diretta e meno attribuibile a un soggetto specifico. Questo fenomeno è particolarmente evidente nel confronto tra i tre giornali analizzati. Nel testo dell’ANSA, per esempio, vi è una frequente tendenza a trasformare eventi dinamici in costruzioni nominali. Espressioni come “la morte dei tifosi” o “la tragedia dell’Heysel” tendono a presentare l’evento come un fatto statico, quasi naturale, piuttosto che come il risultato di una serie di azioni concrete. Questa scelta linguistica contribuisce a un effetto di oggettivazione, nel quale l’evento appare come qualcosa di inevitabile o, almeno, privo di una chiara agency. In The Guardian, al contrario, le costruzioni passive e le strategie nominali possono contribuire alla “mistificazione dell’agency”, rendendo meno chiaro chi compia l’azione nel discorso giornalistico (Lingle, 2021). Forme come “le persone furono schiacciate”, oppure descrizioni basate su testimonianze dirette, mantengono l’azione al centro del discorso, evitando la sua trasformazione in entità astratte. In questo modo, la tragedia viene rappresentata come un processo in corso anziché come un semplice stato finale. In The Brussels Times, infine, si può osservare una forma più istituzionale di nominalizzazione. Termini come “tragedia” o “disastro” non vengono ulteriormente specificati, ma assumono una funzione quasi simbolica. L’evento non viene descritto nel suo dinamismo, ma consolidato come entità storica e condivisa. Ciò contribuisce alla costruzione della memoria collettiva piuttosto che a una ricostruzione dettagliata dei fatti.

5.8 DISCORSO DIRETTO E INDIRETTO E COSTRUZIONE DELL’AUTENTICITÀ - Un altro elemento particolarmente rilevante riguarda la gestione del discorso riportato e, più in generale, la presenza o l’assenza di voci all’interno dei testi giornalistici. La scelta di riportare direttamente o indirettamente le parole dei protagonisti ha un forte impatto sul livello di coinvolgimento del lettore e sull’autenticità percepita delle informazioni. In The Guardian, il discorso diretto è ampiamente utilizzato, soprattutto attraverso le testimonianze dei sopravvissuti. Frasi come “abbiamo visto la fila di cadaveri” non trasmettono semplicemente informazioni; creano un senso immediato di immersione nella scena. Il lettore non si trova di fronte a una ricostruzione mediata, ma alla voce diretta dei testimoni, che rafforza sia la dimensione emotiva sia la credibilità dell’esperienza raccontata. L’opposto avviene nel testo dell’ANSA, nel quale il discorso diretto è assente e le informazioni vengono costantemente riformulate in una forma indiretta e impersonale. Ciò rafforza l’immagine di neutralità tipica delle agenzie di stampa, ma allo stesso tempo riduce il senso di identificazione del lettore, che rimane esterno agli eventi. In The Brussels Times, il discorso diretto è quasi completamente eliminato e sostituito da una voce istituzionale. L’effetto è quello di una narrazione filtrata attraverso una prospettiva storica e collettiva, nella quale le voci individuali vengono assorbite all’interno di un racconto più ampio.

5.9 TEMPORALITÀ E COSTRUZIONE NARRATIVA DEL TEMPO - Un’altra caratteristica distintiva tra i tre testi riguarda la costruzione della temporalità. Il modo in cui il tempo viene rappresentato nella scrittura giornalistica non è mai neutrale, ma contribuisce a definire la natura stessa della narrazione. In The Guardian, la temporalità è costruita in modo narrativo e non strettamente lineare. Il testo alterna il racconto degli eventi al presente e l’inserimento di ricordi e testimonianze, creando un effetto di stratificazione temporale. Il passato non viene semplicemente narrato, ma rivissuto attraverso i ricordi dei testimoni, contribuendo a un forte senso di immersione. Nel testo dell’ANSA, al contrario, il tempo è strettamente cronologico: gli eventi sono organizzati in una sequenza lineare e progressiva, in linea con la necessità di chiarezza e rapidità dell’informazione, senza spazio per ricostruzioni soggettive. In The Brussels Times, il tempo assume una dimensione storica e commemorativa. L’evento non viene soltanto collocato nel passato, ma viene continuamente reinterpretato alla luce del presente attraverso i riferimenti agli anniversari. Il tempo diventa quindi ciclico e riflessivo anziché lineare.

5.10 AGENCY E DISTRIBUZIONE DELLE RESPONSABILITÀ - Uno degli aspetti più significativi nell’analisi di questi testi riguarda la distribuzione dell’agency, cioè il modo in cui vengono rappresentati i soggetti responsabili delle azioni descritte. Nel quotidiano britannico, l’agency è fortemente umana e chiaramente visibile. I soggetti coinvolti sono identificabili in modo esplicito e il linguaggio tende a preservare una dimensione attiva dell’azione. La rappresentazione della tragedia è quella di un evento prodotto da una serie di azioni concrete, attribuite esplicitamente a un responsabile specifico. Nell’articolo dell’ANSA, al contrario, vi è una marcata tendenza verso le costruzioni passive. Forme come “furono schiacciati” o “si verificarono incidenti” eliminano la presenza di un agente attivo, con l’effetto di ridurre la percezione della responsabilità diretta e di presentare gli eventi come accadimenti quasi impersonali. In The Brussels Times, l’agency viene invece spostata su un livello astratto, nel quale non sono più le persone a compiere o subire azioni, ma concetti come la tragedia o la memoria collettiva diventano i soggetti principali. Questo spostamento contribuisce a trasformare l’evento da fatto storico a simbolo culturale.

5.11 VOCE ENUNCIATIVA E POSIZIONE DEL GIORNALISTA - Nell’analisi della voce enunciativa, cioè del grado di visibilità del giornalista all’interno del testo, The Guardian presenta una voce parzialmente visibile che assume una funzione quasi autoriale. Pur mantenendo una struttura informativa, l’articolo permette l’emergere di una dimensione interpretativa, guidando la comprensione emotiva dell’evento da parte del lettore. Nel testo dell’ANSA, l’autore scompare completamente dietro le informazioni, che appaiono autonome e prive di mediazione soggettiva. In The Brussels Times, la voce istituzionale è collettiva: il giornalista non si posiziona come narratore individuale, ma piuttosto come portavoce di una memoria condivisa.

5.12 ANALISI DEL CAMPO SEMANTICO DELLA DENOMINAZIONE DELL’EVENTO - A questo livello di analisi, l’attenzione è rivolta al modo in cui i tre giornali denominano la tragedia dell’Heysel attraverso specifiche scelte lessicali. Le parole utilizzate per riferirsi allo stesso evento non sono neutrali; contribuiscono invece a costruire diverse rappresentazioni della realtà, influenzando la percezione della sua natura, delle sue cause e del suo significato complessivo. Secondo Bennett (2015), la depersonalizzazione nel discorso contribuisce alla percezione di neutralità nascondendo gli agenti umani dietro le azioni. In questa prospettiva, il riferimento alle forme nominali e alla loro funzione depersonalizzante può essere interpretato anche alla luce delle osservazioni di Graffi e Scalise, secondo cui la struttura morfologica delle parole e i processi di nominalizzazione influenzano direttamente la rappresentazione dell’agency e dell’azione.  In The Guardian, il campo semantico è costruito attorno a termini come tragedy, disaster, victims e survivors, che appartengono a un lessico fortemente connotativo ma ancora legato alla dimensione umana dell’evento. Il termine tragedy, di origine greca (tragoidia, “canto del capro”), richiama una lunga tradizione culturale e letteraria che interpreta l’evento come qualcosa di profondamente umano e caratterizzato da una dimensione quasi inevitabile. Disaster, invece, dal latino tardo dis-aster (“sotto una cattiva stella”), indicava originariamente una condizione astrale sfavorevole; nell’uso contemporaneo conserva il significato di catastrofe di vasta portata non immediatamente attribuibile a un singolo agente. In questo quadro, il termine survivors introduce una prospettiva opposta, concentrata su coloro che hanno vissuto direttamente l’evento, rafforzandone la dimensione esperienziale. Dal punto di vista morfosintattico, The Guardian tende a privilegiare strutture verbali e attive accanto a questi sostantivi, limitando così gli effetti della nominalizzazione e mantenendo un elevato grado di visibilità dell’azione. Nel testo dell’ANSA, al contrario, il campo semantico è caratterizzato da termini come incident, deaths, clashes ed events, che riflettono una forte tendenza alla nominalizzazione e alla depersonalizzazione. Il termine incident, dal latino incidere, “cadere dentro, accadere”, è un nome di evento che descrive un accadimento senza specificare chi sia coinvolto. Analogamente, death è una forma nominale che cristallizza il risultato dell’azione senza rendere esplicito il processo, contribuendo a una rappresentazione statica dell’evento.

Secondo il quadro teorico di Graffi e Scalise, le scelte lessicali dell’ANSA producono un effetto di oggettivazione, per cui la tragedia appare come qualcosa che è semplicemente accaduto anziché come una sequenza di azioni. La struttura sintattica semplice e lineare rafforza ulteriormente questa tendenza. In The Brussels Times, il lessico si colloca invece all’interno di una dimensione istituzionale e commemorativa, attraverso termini come tragedy, victims, memorial e anniversary. Anche qui tragedy conserva un forte valore semantico, ma è inserito in un contesto lessicale che enfatizza la rielaborazione storica dell’evento. Il termine victims, dal latino victima (“animale sacrificale”), nell’uso contemporaneo si riferisce a soggetti che subiscono un’azione, spesso senza nominare esplicitamente l’agente. Tuttavia, rispetto all’ANSA, la nominalizzazione qui non serve soltanto alla depersonalizzazione, ma svolge anche una funzione commemorativa. Particolarmente significativo è memorial, derivato dal latino memoria attraverso un suffisso aggettivale nominalizzante, che non descrive l’evento in sé, ma piuttosto la sua trasformazione in oggetto di memoria collettiva. Analogamente, anniversary (dal latino annus + vertere, “tornare ogni anno”) introduce una dimensione ciclica del tempo, spostando l’attenzione dall’evento alla sua commemorazione. In questo caso, la nominalizzazione contribuisce non tanto a ridurre l’agency quanto a consolidare l’evento all’interno di una memoria culturale condivisa. Nel complesso, l’analisi del campo semantico evidenzia come anche la semplice denominazione dell’evento contribuisca alla sua costruzione linguistica. Le differenze tra i tre giornali riguardano non solo le scelte lessicali, ma anche il modo in cui le parole orientano l’interpretazione, oscillando tra descrizione fattuale, oggettivazione giornalistica e rielaborazione commemorativa. Nel loro insieme, le analisi condotte mostrano come la tragedia dell’Heysel venga costruita in modi profondamente diversi dai tre giornali considerati. Le differenze riguardano non solo il lessico e la sintassi, ma anche livelli più profondi del discorso, come la costruzione dell’agency, la gestione del tempo, la presenza delle voci e la rappresentazione della responsabilità. In definitiva, ciò che è accaduto non appare come un’unica narrazione, ma come una pluralità di costruzioni linguistiche che riflettono diversi modi di comprendere il ruolo del giornalismo nella società contemporanea.

conclusione

 

La tragedia dell’Heysel rappresenta uno degli eventi più significativi nella storia del calcio europeo e, al tempo stesso, nella storia del rapporto tra sport, politica e società. A distanza di decenni, la sua memoria continua a occupare un posto importante nella coscienza collettiva europea, non solo per il numero delle vittime o per l’impatto emotivo dell’evento, ma soprattutto per le conseguenze istituzionali, giuridiche e culturali che ha prodotto. L’analisi sviluppata in questo lavoro dimostra che la tragedia del 29 maggio 1985 non può essere interpretata soltanto attraverso spiegazioni semplicistiche o monocausali. La violenza perpetrata da una parte dei tifosi inglesi fu certamente il fattore che innescò la catena degli eventi, ma la tragedia fu resa possibile dall’interazione di numerosi fattori differenti. Le condizioni strutturali dello stadio, la gestione inadeguata della folla e degli spazi disponibili, gli errori organizzativi e la sottovalutazione dei rischi da parte della polizia e delle autorità contribuirono significativamente a trasformare una situazione di tensione in una catastrofe umana. Uno degli aspetti più complessi dell’intera argomentazione è la questione della responsabilità. Molte ricostruzioni degli eventi, dibattiti politici e mediatici e persino gli esiti giudiziari hanno dimostrato quanto sia difficile attribuire una responsabilità precisa quando un disastro deriva dalla convergenza di molteplici errori. L’Heysel costituisce un esempio emblematico di responsabilità condivisa, nel quale le azioni dei singoli attori si intrecciarono con fallimenti istituzionali e problemi strutturali preesistenti. La tragedia dimostra inoltre che lo sport non è una sfera separata dalla politica. Al contrario, gli eventi sportivi internazionali coinvolgono un’ampia gamma di attori - Stati, organizzazioni sovranazionali, organismi di governo dello sport, media e opinione pubblica - che si influenzano reciprocamente e operano secondo dinamiche molto simili a quelle che caratterizzano altri ambiti della cooperazione internazionale. Le interazioni tra i governi italiano, britannico e belga, così come le decisioni prese da UEFA e FIFA, illustrano come una crisi originatasi all’interno di un singolo Paese possa acquisire rapidamente dimensioni diplomatiche e politiche.

Un altro elemento importante evidenziato da questa ricerca riguarda il ruolo fondamentale della comunicazione. L’analisi comparativa delle fonti giornalistiche ha mostrato che le rappresentazioni mediatiche dello stesso evento possono cambiare significativamente a seconda del contesto nazionale, delle tradizioni giornalistiche e degli obiettivi comunicativi. Le diverse scelte lessicali, narrative e sintattiche osservate nei media dei vari Paesi coinvolti dimostrano che il linguaggio non si limita a descrivere la realtà, ma contribuisce attivamente alla sua interpretazione. Attraverso le parole utilizzate per raccontare gli eventi, la percezione della tragedia ha prodotto immagini differenti delle vittime, dei responsabili e delle istituzioni coinvolte. Forse l’aspetto più interessante riguarda il modo in cui la narrazione pubblica della responsabilità si è evoluta nel tempo. Nei giorni immediatamente successivi alla tragedia, le interpretazioni erano fortemente concentrate sul fenomeno dell’hooliganismo. Nel corso degli anni, tuttavia, studiosi, giornalisti e osservatori hanno progressivamente evidenziato la presenza di ulteriori fattori contributivi, contribuendo a costruire una comprensione più complessa di quanto accaduto. Questo processo dimostra che la memoria collettiva non è immutabile, ma viene costantemente reinterpretata alla luce di nuove informazioni e prospettive storiche. Le conseguenze dell’Heysel sono ancora visibili nel calcio contemporaneo e molte delle norme di sicurezza oggi considerate essenziali derivano direttamente dalle riforme sviluppate negli anni successivi alla tragedia. Le misure introdotte, tra cui una maggiore attenzione all’organizzazione degli eventi, una migliore gestione dei flussi di folla, una maggiore cooperazione internazionale tra le forze di polizia e l’applicazione di standard infrastrutturali più rigorosi, rappresentano alcuni degli esiti più avanzati di quella tragedia del passato.

L’Heysel contribuì a ridefinire il concetto stesso di sicurezza sportiva in Europa. L’Heysel non appartiene soltanto al passato del calcio europeo; ancora oggi rappresenta un importante caso di studio per comprendere un fenomeno più ampio che interessa la società internazionale nel suo complesso. In conclusione, l’elemento più chiaro emerso è la necessità di preservare una memoria critica dell’evento. Ricordare la tragedia non significa semplicemente commemorare le vittime o preservare la memoria di un tragico disastro sportivo; significa anche riflettere sulle responsabilità coinvolte, analizzare gli errori commessi e comprendere i meccanismi che permisero a un episodio così drammatico di verificarsi. Solo attraverso questa consapevolezza la memoria può evitare di trasformarsi in un semplice rituale commemorativo privo di un significato più profondo. Pertanto, l’Heysel rimane non solo una ferita aperta nella storia del calcio europeo, ma anche un’importante lezione politica, sociale e culturale. La sua eredità non risiede soltanto nelle riforme che seguirono, ma anche nella consapevolezza che lo sport, come ogni fenomeno collettivo di rilevanza internazionale, riflette le responsabilità delle società che lo producono. Per questo motivo, studiare l’Heysel significa andare oltre la narrazione di una tragedia calcistica e utilizzarla per osservare e analizzare come funzionano le relazioni internazionali, la comunicazione pubblica e le istituzioni responsabili della gestione delle crisi in un mondo sempre più interconnesso.

convinzioni personali

 

Quando ho scelto di dedicare la mia tesi alla tragedia dell’Heysel, la mia motivazione principale era la mia passione per il calcio. Conoscevo già l’evento per la sua importanza e anche attraverso mio padre: aveva solo 14 anni e si trovava a casa quando avvenne tutta la tragedia; mi ha raccontato di essere rimasto scioccato e di ricordare ancora oggi la voce triste e amareggiata del commentatore Bruno Pizzul durante tutta la partita. Tuttavia, approfondendo l’argomento, mi sono reso conto che si trattava di molto più di una tragedia calcistica. Dietro quei novanta minuti si nascondeva una storia molto più complessa, che coinvolgeva non solo tifosi e spettatori, ma anche governi, istituzioni internazionali, media e l’opinione pubblica europea nel suo complesso. Durante la mia ricerca, ciò che mi ha colpito maggiormente è stata la distanza tra la narrazione più diffusa dell’evento e la complessità che emerge da un’analisi attenta delle fonti. Per molti anni, la tragedia è stata associata quasi esclusivamente agli hooligan inglesi, che indubbiamente svolsero un ruolo decisivo nello svolgimento degli eventi. Tuttavia, dopo aver esaminato il contesto e le responsabilità emerse nelle successive indagini, mi sono chiesto se questa spiegazione, pur contenendo un elemento di verità, fosse sufficiente a comprendere pienamente quanto accaduto. Le condizioni dello stadio, le disposizioni organizzative inadeguate, gli errori nella gestione della sicurezza e le decisioni prese dalle autorità coinvolte mostrano un quadro molto più articolato, nel quale la responsabilità appare condivisa tra molteplici attori. Tra questi attori, il ruolo delle istituzioni sportive europee merita particolare attenzione. Analizzando la documentazione disponibile e le successive ricostruzioni degli eventi, ho avuto l’impressione che il dibattito pubblico abbia concentrato gran parte della propria attenzione sulla responsabilità individuale dei tifosi, dedicando meno considerazione alle responsabilità associate all’organizzazione e alla gestione dell’evento stesso. La decisione di disputare una finale così importante in uno stadio già considerato obsoleto e inadeguato, la gestione dei settori assegnati ai tifosi e le evidenti carenze nelle misure di sicurezza sollevano interrogativi che, ancora oggi, sembrano essere stati affrontati solo parzialmente.

Sebbene la UEFA, l’istituzione responsabile di garantire gli standard organizzativi della competizione, non abbia affrontato conseguenze paragonabili all’impatto delle sanzioni imposte al calcio inglese, questa osservazione non intende minimizzare la responsabilità degli hooligan coinvolti negli scontri. Piuttosto, evidenzia come l’attenzione mediatica e istituzionale si sia concentrata prevalentemente sulle cause più immediate e visibili della tragedia. A mio avviso, comprendere davvero l’Heysel significa anche interrogarsi sulle responsabilità e sulle decisioni di coloro che erano incaricati di organizzare un evento che, col senno di poi, presentava già numerosi segnali di rischio. Questa riflessione è, a mio parere, uno degli aspetti più significativi dell’intera vicenda. L’Heysel mostra quanto sia difficile attribuire chiaramente la responsabilità quando un evento deriva dall’accumularsi di errori e decisioni sbagliate, e dimostra anche come la costruzione della memoria pubblica sia spesso influenzata dalla necessità di individuare rapidamente un colpevole riconoscibile. Questa ricerca mi ha inoltre aiutato a comprendere che lo sport non è affatto un mondo separato dalla politica o dalla diplomazia. Al contrario, eventi come questo dimostrano come il calcio possa diventare uno spazio nel quale interessi nazionali, strategie comunicative, relazioni tra Stati e processi di opinione pubblica si incontrano. Analizzare il modo in cui governi, istituzioni sportive e media hanno reagito alla tragedia mi ha mostrato come il linguaggio e la comunicazione possano influenzare le percezioni della responsabilità e della giustizia. A più di quarant’anni di distanza, ritengo che l’Heysel continui a rappresentare un’importante lezione non solo per il mondo del calcio, ma anche per chiunque si occupi di politica internazionale, comunicazione e gestione delle crisi. Ricordare questa tragedia significa, naturalmente, onorare la memoria delle 39 vittime, ma significa anche esaminare criticamente le responsabilità individuali e collettive, evitando interpretazioni superficiali e cercando di comprendere la complessità degli eventi. Fonte: Tesi di Laurea di Filippo Agrumi © 5 ottobre 2026 Fotografie: Filippo Agrumi © GETTY IMAGES © (Not for commercial use) © Nick Didlick ©

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