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INTRODUZIONE
Il
calcio è spesso descritto come uno sport capace di
riunire persone provenienti da contesti culturali,
sociali e geografici differenti. Nel corso del XX
secolo, è diventato uno dei più importanti fenomeni
collettivi a livello mondiale, assumendo un ruolo che va
ben oltre la dimensione puramente sportiva. Le grandi
competizioni internazionali, infatti, offrono occasioni
di incontro tra popoli e nazioni, momenti di visibilità
globale e strumenti attraverso i quali si formano le
identità individuali e collettive. Per questo motivo,
gli eventi sportivi sono diventati un importante oggetto
di studio nel campo delle relazioni internazionali,
poiché riflettono le dinamiche politiche, sociali e
culturali che caratterizzano la società contemporanea.
Tuttavia, la storia dello sport dimostra che molti
eventi possono anche trasformarsi in arene di conflitto
e crisi quando la dimensione competitiva si intreccia
con fattori particolarmente complessi, che possono
essere legati all’identità, alla dimensione sociale,
all’ambiente, ecc. In queste circostanze, lo sport perde
temporaneamente la propria funzione unificante e diventa
il palcoscenico di problemi le cui radici si estendono
ben oltre il campo da gioco. Gli eventi sportivi
acquisiscono una rilevanza internazionale che supera i
confini dell’informazione sportiva, coinvolgendo
governi, organizzazioni internazionali, media e opinione
pubblica.
Tra
gli episodi che hanno segnato più profondamente la
storia del calcio europeo, la tragedia dello stadio
Heysel occupa senza dubbio un posto centrale. Il 29
maggio 1985, durante la finale di Coppa dei Campioni tra
Juventus e Liverpool a Bruxelles, una serie di eventi
culminò con la morte di 39 persone e il ferimento di
centinaia di tifosi. A più di quarant’anni di distanza,
questa tragedia rimane uno dei momenti più drammatici
della memoria collettiva del calcio europeo e continua a
rappresentare un punto di riferimento essenziale nelle
discussioni sulla sicurezza negli stadi e sulla gestione
degli eventi sportivi internazionali. Il significato
dell’Heysel non risiede soltanto nella gravità delle sue
conseguenze umane. Ciò che rende particolare questo
episodio è la sua capacità di mettere in evidenza la
complessità delle relazioni tra sport, politica,
comunicazione e responsabilità istituzionale. La
tragedia provocò immediate reazioni diplomatiche e ebbe
ripercussioni significative sui rapporti tra gli Stati,
spingendo le principali organizzazioni sportive
internazionali a ridefinire le proprie politiche di
sicurezza. Allo stesso tempo, i media europei
contribuirono alla costruzione di diverse narrazioni
degli eventi, influenzando il modo in cui l’opinione
pubblica interpretò le cause e le responsabilità della
tragedia. Uno degli aspetti più significativi della
tragedia dell’Heysel è proprio la difficoltà di
individuare responsabilità chiare e universalmente
accettate.
Nel
dibattito pubblico che seguì la tragedia, emerse
immediatamente la tendenza a individuare un principale
responsabile, spesso associato al fenomeno
dell’hooliganismo inglese. Sebbene la violenza di una
parte dei tifosi sia stata indubbiamente un elemento
cruciale nell’innesco degli eventi, concentrarsi
esclusivamente su questo aspetto rischia di trascurare
altri fattori che contribuirono alla tragedia. Le
condizioni strutturali dello stadio, le decisioni
organizzative delle forze di polizia e della restante
organizzazione, soprattutto nella gestione dell’ordine
pubblico, ebbero tutte un ruolo significativo. La
complessità dell’evento richiede quindi un approccio
multidisciplinare capace di andare oltre le
interpretazioni semplicistiche e di analizzare il
contesto. La decisione di dedicare questa ricerca alla
tragedia dell’Heysel è nata non solo da un interesse
personale per il calcio, ma anche dal desiderio di
comprendere come un evento sportivo possa trasformarsi
in una questione internazionale e influenzare molteplici
livelli della società. In un’epoca in cui lo sport
continua a essere rappresentato come uno strumento di
Soft Power e un importante veicolo dell’immagine e della
reputazione di Paesi e istituzioni, analizzare un caso
come quello dell’Heysel offre l’opportunità concreta di
osservare come diversi attori internazionali abbiano
interagito e come vengano costruite le narrazioni
pubbliche della responsabilità.
L’obiettivo
di questo lavoro è quindi analizzare l’evento come
fenomeno storico, politico e comunicativo, ricostruendo
il contesto nel quale si verificò e analizzandone le
principali conseguenze. Particolare attenzione sarà
dedicata al ruolo svolto dalle istituzioni sportive
europee, ai rapporti tra i governi coinvolti e alle
diverse rappresentazioni mediatiche della tragedia.
Attraverso l’analisi di fonti storiche, giornalistiche e
accademiche, questa ricerca mira a dimostrare come la
gestione di una crisi sportiva possa diventare un
elemento significativo delle relazioni internazionali
contemporanee. A più di quarant’anni dagli eventi di
Bruxelles, studiosi, istituzioni e appassionati di
calcio continuano a porsi domande non solo sulle cause
di una tragedia che avrebbe potuto essere evitata, ma
anche sui modi in cui le società democratiche
attribuiscono le responsabilità e costruiscono la
memoria collettiva, cercando di trasformare gli errori
del passato in strumenti di prevenzione per il futuro.
Comprendere questo processo significa comprendere
qualcosa di più grande del calcio stesso: significa
analizzare come Paesi, organizzazioni internazionali e
media abbiano risposto a una crisi che ha interessato la
sicurezza pubblica e l’identità collettiva, considerando
al contempo le questioni legate alla reputazione
internazionale.
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1.1
IL CALCIO E LA SOCIETÀ IN EUROPA - Nel
periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, il
calcio europeo si affermò come uno dei principali
fenomeni sociali di massa in Europa. Nacque e si
sviluppò nel contesto della società industriale del XIX
e XX secolo e affondò profondamente le proprie radici
nelle comunità urbane della classe operaia. I club
simboleggiavano quartieri, città e regioni, mentre gli
stadi divennero i più importanti luoghi di aggregazione
della comunità. Negli anni Sessanta e Settanta il calcio
continuava a mantenere una forte identificazione tra
tifosi e club, un legame territoriale molto marcato e un
intenso coinvolgimento emotivo negli eventi sportivi.
Come sottolineato da John Clark nel suo studio sul
fenomeno dell’hooliganismo calcistico, gli stadi e, in
particolare, le popolari, furono creati come spazi di
socializzazione ed esprimevano un’identità di gruppo
legata al quartiere e alla città. Le terraces erano
settori privi di posti a sedere, particolarmente diffusi
nel calcio inglese fino agli anni Ottanta e Novanta.
Erano aree in cui i tifosi stavano in piedi,
generalmente costruite in cemento e disposte a gradoni,
senza sedili e con costi di ingresso inferiori rispetto
alle altre parti dello stadio. Per questo motivo erano
frequentate soprattutto da un pubblico appartenente alla
classe operaia. Questi settori erano il cuore pulsante
del tifo, poiché permettevano di accogliere un numero
maggiore di sostenitori e offrivano una forma di
partecipazione collettiva molto intensa. I tifosi
potevano muoversi liberamente, organizzare cori,
riunirsi in gruppi e vivere la partita in modo dinamico;
tutto ciò rafforzava il senso di appartenenza e
l’identità territoriale dei tifosi. Fu proprio in questi
spazi che si svilupparono le prime forme di sottocultura
hooligan e dinamiche di gruppo come crew, firm e
pratiche di “aggro”. Le terraces non erano soltanto un
luogo in cui assistere alla partita, ma divennero anche
uno spazio per affermare simbolicamente il controllo
territoriale, per esempio occupando specifiche aree
dello stadio o cercando di conquistare quelle dei tifosi
rivali.
Fino agli anni Sessanta, i
calciatori provenivano spesso dagli stessi quartieri dei
tifosi, lavoravano nelle fabbriche prima di diventare
professionisti e mantenevano uno stile di vita molto
simile a quello dei loro sostenitori. Ciò creò un forte
processo di identificazione: il tifoso non vedeva il
giocatore come una celebrità distante, ma come uno di
loro che rappresentava la comunità sul campo. Pertanto,
il club era percepito come un simbolo della città o del
quartiere; vincere una partita significava affermare
simbolicamente il valore della propria classe, della
propria zona e della propria identità collettiva. Questo
forte legame con il territorio provocò rivalità molto
intense tra città e quartieri. Le partite divennero
momenti di competizione simbolica tra comunità urbane,
spesso già segnate da tensioni sociali, economiche o
culturali. In questo contesto, sostenere una squadra non
era soltanto una forma di tifo sportivo, ma anche
un’espressione di appartenenza e difesa territoriale. Le
partite in trasferta erano considerate vere e proprie
“invasioni” dello spazio dell’avversario. Da qui si
svilupparono gradualmente gruppi organizzati di tifosi,
che vedevano nello scontro fisico con i rivali un modo
per affermare la propria identità. A partire dalla
seconda metà del XX secolo, la struttura sociale europea
subì enormi cambiamenti. La deindustrializzazione
interessò molte aree urbane, in particolare nel Regno
Unito e nell’Europa occidentale, e portò alla
trasformazione delle comunità della classe operaia.
Molti impianti industriali furono chiusi, la
disoccupazione giovanile aumentò e, nei quartieri
operai, i rapporti tra gli abitanti si indebolirono,
modificando profondamente le forme di socialità tipiche
della società industriale del dopoguerra. Uno dei
fattori più importanti alla base dello sviluppo del
fenomeno hooligan fu la crisi economica che colpì la
Gran Bretagna negli anni Settanta e Ottanta. La
deindustrializzazione colpì duramente molte città, che
per decenni avevano vissuto grazie a fabbriche, cantieri
navali e miniere. Quando queste attività iniziarono a
chiudere o a ridimensionarsi, intere comunità si
ritrovarono improvvisamente senza lavoro né prospettive.
Un esempio significativo è rappresentato da città come
Liverpool, dove la crisi del porto e delle industrie
collegate portò a livelli estremamente elevati di
disoccupazione, soprattutto tra i giovani. In questi
contesti, molti giovani uomini crebbero senza concrete
opportunità di trovare un impiego stabile, vivendo in
una condizione di precarietà che generava frustrazione e
senso di esclusione. Situazioni simili si verificarono
anche nell’East End di Londra, un’area storicamente
legata alla classe operaia e ai docklands. Qui, la crisi
delle attività portuali e industriali indebolì
profondamente il tessuto sociale: quei luoghi e quelle
reti - fabbriche, quartieri, pub, associazioni - che in
passato avevano garantito solidarietà, identità e
controllo sociale scomparvero gradualmente. Il risultato
fu un indebolimento della comunità e un minore livello
di integrazione tra i giovani.
In queste condizioni, il
calcio rimase uno dei pochi ambienti in cui costruire un
senso di appartenenza. I gruppi di tifosi e i gruppi
hooligan fornivano identità (far parte di una firm o di
un gruppo), status (guadagnato attraverso il coraggio e
la reputazione) e solidarietà (come “noi” contro gli
altri). Per esempio, gruppi associati a club come il
West Ham United nell’East London o il Millwall
affondavano le proprie radici proprio in quartieri
segnati dall’isolamento e dalle trasformazioni
economiche. In assenza di opportunità lavorative e di
mezzi per migliorare la propria condizione sociale, lo
scontro con i gruppi rivali diventava un modo per
affermarsi e dare un significato alla propria vita
quotidiana. Inoltre, la scomparsa dei luoghi
tradizionali di socializzazione significò anche un
minore controllo da parte degli adulti e delle
istituzioni. I giovani trascorrevano più tempo per
strada, in gruppo, dove si sviluppavano dinamiche basate
sulla forza, sulla lealtà e sulla reputazione. In questo
contesto, l’aggressività poteva diventare un linguaggio
condiviso e socialmente riconosciuto all’interno del
gruppo. La perdita di questo ambiente sociale
tradizionale contribuì a generare un senso di
disorientamento identitario. Per molti giovani
appartenenti ai gruppi più svantaggiati, le sottoculture
giovanili rappresentavano uno dei pochi spazi nei quali
costruire nuove forme di appartenenza. In questo
contesto si svilupparono gruppi come gli “skinhead” e i
“casual”, caratterizzati da codici estetici, simbolici e
comportamentali distintivi che esprimevano un’identità
collettiva spesso in opposizione al resto della società.
Lo stadio divenne uno dei principali punti di incontro
di queste culture. Le partite offrivano frequenti
occasioni per incontrarsi, organizzarsi e confrontarsi
con i gruppi rivali. In questo contesto si svilupparono
forme di competizione simbolica e basata sul territorio,
che talvolta sfociavano in episodi di violenza
organizzata. Lo stadio non era l’origine della violenza,
ma piuttosto il luogo in cui essa diventava visibile. Le
rivalità fornivano un contesto simbolico nel quale
potevano esprimersi frustrazioni, conflitti territoriali
e dinamiche identitarie già presenti nella società. Il
calcio divenne quindi uno spazio privilegiato di
espressione dell’identità per molti giovani.
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1.2
VIOLENZA, MASCOLINITÀ E SPIRITO DI GRUPPO: PARALLELISMI
CON LA CLASSE OPERAIA - Come detto in
precedenza, gli stadi erano luoghi fondamentali di
aggregazione sociale per i giovani lavoratori,
soprattutto nelle città industriali come Liverpool,
Manchester e Londra. Dalla Rivoluzione industriale, la
vita dei lavoratori era stata regolata da ritmi rigidi e
dalla disciplina della fabbrica. In questo contesto, il
calcio emerse come una forma di evasione dalla routine
quotidiana, offrendo un’esperienza diversa e più
coinvolgente. Durante le partite, l’atmosfera sugli
spalti rifletteva chiaramente tutto questo: il rumore
costante della folla, le urla e le proteste creavano una
forte tensione emotiva che coinvolgeva i tifosi e li
portava a vivere una vera e propria “febbre calcistica”.
Questo tipo di coinvolgimento è amplificato dall’essere
immersi in una massa compatta di tifosi. La vicinanza
fisica, la pressione del gruppo e la partecipazione di
tutti rendono l’esperienza dello stadio profondamente
diversa se osservata da una persona esterna a questo
ambiente. Infatti, molti tifosi percepivano una perdita
di intensità nel seguire la partita da posizioni più
comode o isolate: ciò che conta è sentirsi parte attiva
di un gruppo. Il calcio stesso, inoltre, è uno sport
basato sul confronto fisico ed è anche definito uno
“sport di contatto”: sebbene nel corso del tempo ne
abbia limitato gli aspetti più violenti, mantiene sempre
l’attenzione sul duello e sullo scontro, e i giocatori
necessitano di alcune qualità fisiche come forza,
resistenza e controllo del corpo. Questi elementi
riflettono strettamente i valori della classe operaia,
per la quale la forza fisica e la durezza rappresentano
sia una necessità lavorativa sia un elemento identitario
legato alla mascolinità. Di conseguenza, l’aggressività
assume un significato significativo. Non si tratta di
una violenza costante o indiscriminata, ma piuttosto di
un atteggiamento culturalmente accettato. Nella vita
della classe operaia, la durezza e la capacità di
affrontare il confronto sono considerate qualità
legittime, e la violenza non viene vista come
un’anomalia da giustificare, ma come una possibilità
sempre presente nel caso in cui una situazione diventi
troppo intensa: è parte integrante dell’esperienza
sociale.
Questa
logica si riflette chiaramente anche negli stadi. Come
osservato in alcuni studi sul calcio, le popolari sono
frequentate da uomini abituati a vivere in ambienti
difficili, nei quali il confronto fisico rappresenta una
forma di adattamento. Tuttavia, il rischio di violenza
rimane spesso più potenziale che reale: proprio come i
giocatori si affrontano intensamente sul campo ma poi si
stringono la mano, anche tra i tifosi il confronto è, in
qualche modo, regolato e contenuto. Il calcio può quindi
essere considerato un ambiente morale alternativo nel
quale la violenza è al tempo stesso tollerata e
regolata. Da un lato, il comportamento aggressivo è più
accettabile rispetto ad altri contesti sociali;
dall’altro, è confinato a situazioni e momenti
specifici, come quelli della partita. Il calcio agisce
come un meccanismo che mira a incanalare e organizzare
l’aggressività, trasformandola in un’espressione
limitata nel tempo e condivisa socialmente, impedendole
di trasformarsi in forme incontrollate di violenza.
All’interno del mondo della classe operaia e
dell’ambiente calcistico, l’aggressività non è soltanto
consentita, ma anche disciplinata e riconosciuta entro i
suoi limiti. Clarke descrive la violenza come un
pretesto per un numero crescente di gruppi giovanili,
soprattutto gli Skinheads, ammiratori delle passioni
della classe operaia bianca, organizzati attorno a una
particolare concezione della mascolinità e a un senso di
territorialità, all’interno di una logica operaia di
“rivendicazione” simbolica dello spazio, come l’angolo
di una strada o la piazza del quartiere. Analogamente,
la mascolinità hooligan si costruiva attorno ai valori
tradizionali della classe operaia: coraggio fisico,
lealtà al gruppo e difesa dell’onore. Appartenere a una
firm funzionava quasi come una fratellanza, nella quale
la reputazione individuale dipendeva dalla capacità di
dimostrare lealtà e durezza. Lo spirito di gruppo era
centrale. Come nelle comunità della classe operaia, dove
il lavoro nelle fabbriche, nei porti o nelle miniere
richiedeva cooperazione e solidarietà, anche tra gli
hooligan la forza risiedeva nella collettività. La
squadra di calcio diventava il simbolo del quartiere o
della città, e difenderne l’onore significava difendere
la propria comunità.
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1.3 EVOLUZIONE DELLA CULTURA GIOVANILE E
PROFESSIONALIZZAZIONE DEL CALCIO - In
questo contesto si sviluppò una cultura di gruppo basata
sulla lealtà al club e al quartiere, sulla solidarietà
tra i membri della stessa tifoseria, sul confronto
fisico con i gruppi rivali e sulla ricerca di prestigio
e reputazione tra le firm. Il passaggio dal tifo
popolare al fenomeno hooligan si verificò quando queste
dinamiche di identità territoriale e giovanile si
evolsero in forme organizzate di violenza tra gruppi di
tifosi. A partire dagli anni Sessanta, e soprattutto
durante gli anni Settanta, gruppi strutturati legati ai
club iniziarono a pianificare veri e propri scontri
prima e dopo le partite, coinvolgendo avversari e forze
di polizia. Il fenomeno dei gruppi organizzati di tifosi
associati all’hooliganismo si sviluppò in particolare
attorno ai club delle principali città industriali
inglesi, come West Ham United, Millwall FC, Chelsea FC e
Liverpool FC. In questi contesti urbani, il calcio non
era soltanto uno sport, ma un’importante fonte di
identità per intere comunità. Per questo motivo, negli
anni Sessanta e Settanta emersero gruppi di tifosi
sempre più organizzati, andando oltre il semplice
sostegno alla squadra. Non si trattava più di
aggregazioni spontanee, ma di gruppi con nomi, simboli
riconoscibili e codici comportamentali condivisi. Il
termine “firm”, utilizzato per descrivere queste
formazioni, trasmette l’idea di un gruppo stabile e
coeso, spesso orientato anche al confronto con le
tifoserie rivali. All’interno di questi gruppi si
formarono gerarchie, reputazioni e forti legami di
appartenenza, spesso legati al quartiere o all’area
urbana di provenienza. L’esempio più significativo è
rappresentato dalla Inter City Firm, associata al West
Ham United. Fondata alla fine degli anni Settanta,
questa firm divenne uno dei gruppi più conosciuti e
organizzati della scena hooligan inglese. Il suo nome
deriva dall’utilizzo dei treni InterCity per le partite
in trasferta, una scelta che permetteva ai membri del
gruppo di viaggiare più facilmente e, in alcuni casi, di
evitare i controlli della polizia. La Inter City Firm si
distingueva per l’alto livello di organizzazione e per
la capacità di pianificare gli scontri con i gruppi
rivali, contribuendo a costruire la reputazione di firm
temuta e rispettata. Tra le sue caratteristiche
distintive vi era anche l’adozione del cosiddetto stile
“casual”, caratterizzato da abbigliamento non associato
ai colori della squadra, che permetteva ai membri di
confondersi tra la folla, rendendoli meno riconoscibili
e consentendo loro di agire in modo meno prevedibile.
Inoltre, il gruppo era noto per alcune pratiche
simboliche, come lasciare messaggi ai tifosi rivali dopo
gli scontri, confermando l’esistenza di una cultura
interna fortemente codificata.
Durante
gli anni Settanta e Ottanta, queste forme di tifo
raggiunsero il loro apice, con un livello crescente di
organizzazione e la diffusione del modello delle firm in
tutto il calcio inglese. Tuttavia, con l’aumento dei
controlli e delle misure repressive, soprattutto tra la
fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, il fenomeno
subì una trasformazione: gli scontri si spostarono
gradualmente fuori dagli stadi e divennero sempre più
pianificati, assumendo talvolta forme simili a quelle
della criminalità organizzata. Parallelamente a questi
cambiamenti sociali, negli anni Sessanta e Settanta il
calcio europeo attraversò un processo di trasformazione
strutturale. La crescente professionalizzazione del
gioco, l’aumento degli interessi economici e
l’espansione dei mass media modificarono
significativamente la natura stessa dello sport. Uno
degli elementi più significativi di questo processo fu
la crescente importanza dei fattori economici. L’aumento
dei diritti televisivi, la diffusione delle
sponsorizzazioni e la crescente dimensione
internazionale delle competizioni calcistiche
contribuirono a trasformare i club in organizzazioni
sempre più orientate verso una logica imprenditoriale. I
club iniziarono a investire maggiormente nella
preparazione atletica, nelle infrastrutture e nella
gestione commerciale del prodotto sportivo. La
professionalizzazione del calcio si manifestò anche
attraverso l’evoluzione dei metodi di allenamento e
della preparazione tattica. Il gioco divenne
gradualmente più organizzato e strutturato
scientificamente, con un ricorso crescente a tecniche
avanzate di preparazione atletica e a strategie tattiche
sempre più sofisticate. Allo stesso tempo, i club
iniziarono a investire significativamente nel
miglioramento delle infrastrutture degli stadi,
introducendo nuovi servizi destinati a rendere
l’esperienza sportiva più confortevole e attraente per
un pubblico più ampio. Posti numerati, aree di ristoro,
servizi igienici migliorati e nuove forme di
intrattenimento pre-partita rappresentavano un tentativo
di adattare il calcio alle dinamiche più moderne
dell’industria dell’intrattenimento. Tuttavia, questo
processo di modernizzazione non fu privo di tensioni. La
crescente commercializzazione del calcio portò a una
distanza sempre maggiore tra i club e una parte della
tifoseria tradizionale. Molti tifosi percepirono questi
cambiamenti come una sorta di espropriazione di uno
spazio che avevano sempre considerato parte integrante
della propria identità culturale. Ciò creò una divisione
tra due diverse concezioni del calcio. Da un lato, il
calcio come spettacolo, sempre più integrato nei
circuiti economici e mediatici; dall’altro, il calcio
popolare, radicato nelle tradizioni delle comunità
locali e nella partecipazione emotiva dei tifosi. Questa
tensione contribuì a ridefinire il rapporto tra il
pubblico e le istituzioni sportive, alimentando
sentimenti diversi, come frustrazione e alienazione, in
alcuni settori della tifoseria.
La
crescente commercializzazione e professionalizzazione
del calcio produssero una frattura tra i club e i tifosi
tradizionali. Quando i club iniziarono a trasformarsi in
imprese orientate al profitto, molti tifosi percepirono
questo cambiamento come una perdita di controllo e una
forma di espropriazione simbolica. È proprio questo
senso di alienazione che, secondo Ian Taylor, contribuì
all’emergere dell’hooliganismo come forma di resistenza.
In questo contesto, la violenza hooligan assume anche un
significato identitario e oppositivo. Non è
semplicemente uno sfogo, ma diventa un modo per
ristabilire il legame tra i tifosi e il club e il senso
di appartenenza territoriale. Gli scontri con i tifosi
rivali, quindi, non sono soltanto espressioni della
rivalità sportiva, ma anche una forma di difesa
simbolica del proprio spazio sociale. Un secondo
elemento importante riguarda la trasformazione degli
stadi. I miglioramenti infrastrutturali e l’introduzione
di servizi più “borghesi” modificarono gradualmente il
pubblico di riferimento, rendendo gli stadi più
accessibili agli spettatori della classe media e alle
famiglie. Ciò, a sua volta, allontanò i tifosi più
tradizionali, che spesso si sentirono esclusi o
emarginati. Di conseguenza, alcuni gruppi divennero più
radicalizzati e la violenza si spostò fuori dagli stadi,
dove le firm si svilupparono ulteriormente. Inoltre, la
crescente esposizione mediatica del calcio ebbe un
duplice effetto. La visibilità del fenomeno hooligan
aumentò, contribuendo alla creazione di allarme sociale,
come sottolineato dalla scuola di Oxford; ma offrì anche
agli hooligan una sorta di palcoscenico, rafforzando le
dinamiche di reputazione e prestigio tra i gruppi
rivali. Infine, la modernizzazione del calcio
intensificò il contrasto tra il calcio come spettacolo,
integrato nei circuiti economici globali, e il calcio
popolare, radicato nella comunità e nell’identità
locale. È proprio all’interno di questo tipo di tensione
che l’hooliganismo si affermò. Per alcuni gruppi, la
violenza diventa un linguaggio attraverso il quale
esprimere la frustrazione sociale, il rifiuto del
cambiamento e il bisogno di appartenenza. I processi di
commercializzazione, professionalizzazione e
modernizzazione non si limitarono ad accompagnare il
fenomeno hooligan, ma ne rafforzarono le basi,
contribuendo a trasformarlo da comportamento occasionale
in una sottocultura organizzata e fondata sull’identità,
spesso in opposizione alla nuova forma industrializzata
del calcio.
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1.4
LA NASCITA DELL’HOOLIGANISMO DA UNA PROSPETTIVA
SOCIOLOGICA - Le principali
interpretazioni sociologiche del fenomeno hooligan
sottolineano tre principali approcci teorici e ne
ricostruiscono le origini e l’evoluzione nel tempo. Il
primo approccio è quello strutturale-marxista,
rappresentato dagli studi di Ian Taylor. Secondo questa
prospettiva, l’hooliganismo emerse come forma di
reazione della classe operaia ai profondi cambiamenti
che interessarono il calcio dopo la Seconda guerra
mondiale. In passato, il calcio inglese era strettamente
legato alle comunità della classe operaia: tifosi e
giocatori appartenevano allo stesso ambiente sociale,
condividevano stili di vita simili e possedevano un
forte senso di identità comune. A partire dagli anni
Sessanta, tuttavia, il calcio iniziò a cambiare: divenne
più commercializzato, entrarono in scena dirigenti
appartenenti a classi sociali più elevate e le
competizioni si ampliarono. Ciò creò una distanza tra il
mondo del calcio e i “veri tifosi”. In questo contesto,
la violenza hooligan viene considerata una risposta alla
frustrazione e al senso di esclusione, soprattutto tra i
giovani della classe operaia, che stavano perdendo un
importante punto di riferimento. Taylor colloca l’inizio
del fenomeno moderno tra il 1968 e il 1969, con
l’emergere dei primi gruppi organizzati come i “boot
boys”. Tuttavia, le sue prime analisi si concentrano
maggiormente su episodi isolati piuttosto che su forme
strutturate di violenza. Il secondo approccio è quello
costruttivista, sviluppato dalla scuola di Oxford (Marsh,
Rosser e Harré). Secondo questa teoria, la devianza non
è qualcosa di oggettivo, ma viene costruita socialmente
anche attraverso i media e l’opinione pubblica. Da
questa prospettiva, l’hooliganismo è una pratica che
possiede un proprio significato all’interno di una
sottocultura. La violenza è spesso regolata da norme non
scritte: “aggro” si riferisce a forme di aggressività
simbolica che raramente provocano danni gravi. Gli
scontri tra tifosi, infatti, seguono regole condivise su
quando e come agire. Inoltre, i media tendono ad
amplificare il fenomeno, contribuendo alla creazione di
paura e allarme sociale. Tuttavia, questa
interpretazione può sottovalutare il fatto che, in
alcuni casi, la violenza può diventare reale e
pericolosa.
Il
terzo approccio è quello configurazionale o misto,
sviluppato dalla scuola di Leicester (Dunning, Murphy e
Williams), ispirato alla teoria del processo di
civilizzazione di Norbert Elias. In questo caso, il
fenomeno viene analizzato all’interno di una prospettiva
storica più ampia, collegando i comportamenti
individuali alle condizioni sociali. Gli hooligan sono
descritti come giovani provenienti dai livelli più bassi
della classe operaia, cresciuti in contesti con una
supervisione adulta limitata, dove la strada svolge un
ruolo fondamentale nella socializzazione e dove la forza
fisica e la mascolinità sono fortemente valorizzate. In
questo contesto, la violenza diventa un comportamento
accettato e un modo per affermarsi all’interno del
gruppo. Gli autori fanno risalire le origini del
fenomeno moderno al 1966-67, quando comparvero i primi
gruppi definiti “hooligan gangs”. Nel tempo, la violenza
si evolse da forme spontanee e locali a gruppi più
organizzati (firm) e a vere e proprie risse pianificate,
spesso svolte fuori dagli stadi. Questa prospettiva
ricevette molte critiche da Gary Armstrong, che mette in
discussione il legame diretto tra classe operaia e
violenza. Secondo lui, le fonti utilizzate, come i dati
della polizia e i resoconti dei media, non sono sempre
affidabili, e i gruppi hooligan sono socialmente più
eterogenei, includendo anche membri della classe media.
Inoltre, questi gruppi non sono completamente
organizzati, ma sono piuttosto composti da piccoli
sottogruppi indipendenti. Dagli anni Novanta in poi, il
fenomeno è diventato ancora più frammentato e
individualistico, sebbene un senso di appartenenza tenda
a riemergere durante gli scontri con i gruppi rivali. In
generale, il fenomeno hooligan si è evoluto da rivalità
spontanee legate ai territori locali, a una sottocultura
più organizzata negli anni Sessanta e, infine, a una
forma più frammentata negli ultimi decenni. Le diverse
interpretazioni sociologiche evidenziano aspetti
differenti ma complementari: il ruolo della classe
sociale, la dimensione simbolica e rituale e
l’evoluzione storica del fenomeno. In conclusione,
l’hooliganismo può essere considerato il risultato
dell’interazione tra fattori sociali, economici e
culturali. La crisi della classe operaia tradizionale,
la trasformazione del calcio in spettacolo commerciale e
la crescita di sottoculture giovanili fondate
sull’identità hanno contribuito all’emergere di nuove
forme di conflitto legate al calcio. All’inizio degli
anni Ottanta, queste dinamiche avevano assunto una
dimensione internazionale. Episodi di violenza che
coinvolgevano tifosi di calcio si verificarono in
diversi Paesi europei, contribuendo alla crescente
preoccupazione per la sicurezza negli stadi. In questo
clima di tensione si verificò uno degli eventi più
drammatici della storia del calcio europeo: la tragedia
dello stadio Heysel, che avrebbe profondamente
influenzato negli anni successivi il rapporto tra sport,
società e sicurezza.
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2.1
LA SERA DEL 29 MAGGIO 1985 - Il 29
maggio 1985 Bruxelles divenne il centro del calcio
europeo. La finale di Coppa dei Campioni tra Juventus
Football Club e Liverpool Football Club, organizzata
dall’Union of European Football Associations (UEFA), era
uno degli eventi sportivi più attesi della stagione. Fin
dalle prime ore del mattino, migliaia di tifosi italiani
e britannici invasero la città, riempiendo strade,
piazze e luoghi di ritrovo in un’atmosfera di
entusiasmo, attesa e rivalità sportiva. Il centro della
città era ricoperto di bandiere, sciarpe e striscioni,
mentre cori e canti animavano gli spazi pubblici.
Tuttavia, l’euforia conviveva con segnali di tensione:
episodi di provocazione e scontri verbali lasciavano
intuire un clima non completamente pacifico, in larga
parte dovuto al fenomeno hooligan, già diffuso e ben
noto nel Regno Unito. Nel pomeriggio furono aperti i
cancelli dello stadio Heysel. Lo stadio, costruito negli
anni Trenta, si trovava ormai in uno stato di evidente
deterioramento. Le gradinate non erano numerate, le
recinzioni metalliche apparivano usurate e i settori
erano separati da barriere fragili. Il settore Z,
ufficialmente designato come neutrale, era occupato in
larga parte da tifosi italiani, mentre i settori
adiacenti ospitavano gruppi di tifosi inglesi. La
separazione tra le due aree si basava su una semplice
recinzione metallica, successivamente descritta come una
“rete da pollaio”, e su una limitata zona cuscinetto,
sorvegliata da pochi agenti di polizia. Già prima
dell’inizio della partita, questa disposizione appariva
troppo fragile e inadeguata a garantire un’effettiva
separazione tra le tifoserie. Intorno alle 19:05 si
verificò l’evento che segnò l’inizio della tragedia. Un
grande gruppo di tifosi inglesi iniziò ad avanzare in
formazione compatta verso la recinzione. Non si trattava
di un movimento disorganizzato, ma di una carica
coordinata. Le barriere furono rapidamente oltrepassate
e la pressione si spostò verso il settore occupato dai
tifosi italiani. Non vi fu uno scontro organizzato, ma
piuttosto una ritirata generale. Spaventati
dall’avanzata, i tifosi italiani, colti di sorpresa,
cercarono di allontanarsi, ma lo spazio disponibile era
limitato. La folla fu spinta verso il fondo del settore
Z, contro il muro dello stadio. Nel giro di pochi minuti
si sviluppò una situazione di estrema compressione:
coloro che si trovavano nelle retrovie continuavano a
spingere in avanti senza rendersi conto di ciò che stava
accadendo, mentre quelli più vicini al muro venivano
progressivamente schiacciati e travolti. Dopo una prima
spinta, i tifosi inglesi si ritirarono, creando
l’illusione che la situazione potesse essere riportata
sotto controllo. Tuttavia, le forze di polizia si
dimostrarono insufficienti e disorganizzate, incapaci di
comprendere la gravità della situazione o di intervenire
efficacemente. Nei minuti successivi si verificarono
ulteriori cariche, con dinamiche simili alla prima:
avanzamenti improvvisi, panico e ritirata della folla
italiana. A ogni nuova ondata, lo spazio disponibile
diminuiva, trasformando il settore Z in una trappola.
A
questo punto, le dinamiche non possono più essere
interpretate come uno scontro tra tifoserie, ma
piuttosto come una situazione di pressione incontrollata
della folla. Migliaia di persone erano ammassate in uno
spazio estremamente ristretto. Molti cercavano di
scavalcare il muro perimetrale, altri cadevano a terra e
altri ancora rimanevano intrappolati senza possibilità
di muoversi o respirare. Tra le 19:25 e le 19:30 si
verificò il momento decisivo: il muro perimetrale crollò
sotto la pressione della folla. Le persone nelle prime
file caddero nel vuoto o furono travolte da quelle alle
loro spalle. Molti persero la vita per schiacciamento o
asfissia, mentre altri riportarono gravi ferite. Nel
frattempo, all’interno dello stadio Heysel, si sviluppò
una situazione di caos generalizzato. L’intervento della
polizia fu tardivo e scoordinato, evidenziando una
gestione dell’emergenza altamente inefficace. In molti
casi, gli agenti non furono in grado di distinguere tra
i tifosi in fuga e le persone aggressive, intervenendo
indiscriminatamente. Alcune persone che cercavano di
raggiungere il campo alla ricerca di sicurezza furono
respinte con i manganelli, senza una reale capacità di
valutare le circostanze o di proteggere chi era in
pericolo. La sicurezza fu ristabilita soltanto dopo che
la tragedia si era già consumata, dimostrando una
risposta tardiva e profondamente inadeguata rispetto
alla gravità della situazione. Tra le 19:30 e le 20:00
lo stadio rimase in uno stato di forte instabilità,
dominato da tensione, paura e incertezza. Le
informazioni circolavano in modo frammentario e
contraddittorio: inizialmente si parlava di feriti, poi
di vittime, senza una chiara comprensione di quale fosse
realmente la situazione. Le voci alimentarono
ulteriormente il clima di panico. Anche i giocatori
della Juventus intervennero avvicinandosi agli spalti
nel tentativo di calmare i tifosi, ma questo gesto
rappresentò uno dei pochi momenti in cui la tensione
sembrò diminuire temporaneamente, senza però risolvere
la situazione. Nel frattempo, le autorità belghe e la
UEFA presero una decisione che avrebbe successivamente
provocato un ampio dibattito: la partita doveva essere
disputata. La ragione principale era evitare ulteriori
disordini, nella convinzione che l’annullamento potesse
provocare reazioni ancora più violente. In questo
contesto, mentre erano ancora in corso le operazioni di
soccorso e assistenza ai feriti, i preparativi per la
partita proseguirono. Intorno alle 20:40, l’arbitro
André Daina fischiò l’inizio della partita. Il momento
appariva profondamente surreale: sugli spalti erano
ancora presenti shock, rabbia e incredulità. Molti
spettatori non comprendevano pienamente ciò che era
accaduto, ma percepivano chiaramente la gravità della
situazione. La partita iniziò, ma lo stadio aveva ormai
cessato di essere un luogo di festa sportiva, essendosi
trasformato nella scena di una tragedia.
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2.2
RESPONSABILITÀ DIFFUSE - La tragedia
dell’Heysel non si verificò in un contesto isolato, ma
piuttosto in un periodo nel quale la violenza legata al
calcio in Europa era già un fenomeno diffuso. Durante
gli anni Settanta e i primi anni Ottanta, numerosi
scontri tra gruppi di tifosi rivali si verificarono
durante le competizioni internazionali, contribuendo a
creare un’atmosfera di forte tensione attorno alle
partite tra squadre inglesi e club provenienti da altre
parti dell’Europa continentale. Gruppi organizzati di
hooligan inglesi cercavano deliberatamente lo scontro
con i tifosi avversari e le forze dell’ordine. Un
precedente significativo si verificò durante la finale
di Coppa dei Campioni del 1984, disputata allo Stadio
Olimpico di Roma tra Liverpool e Roma. Dopo la vittoria
del Liverpool ai rigori, numerosi scontri scoppiarono
tra i tifosi nelle aree circostanti lo stadio e nel
centro della città. Secondo le testimonianze dell’epoca,
diversi tifosi inglesi furono aggrediti da gruppi di
tifosi romanisti e furono registrati anche scontri con
la polizia; alcuni tifosi britannici trovarono rifugio
presso l’ambasciata del Regno Unito. Questo episodio
contribuì ad alimentare una crescente rivalità tra
tifosi inglesi e italiani nelle competizioni europee.
Anche nel periodo immediatamente precedente alla finale
del 1985 erano stati registrati episodi di violenza
negli stadi europei. In diverse partite delle
competizioni UEFA, gli scontri tra tifosi inglesi e
sostenitori delle squadre ospitanti erano diventati
relativamente frequenti. La stampa britannica dell’epoca
sottolineava come gli hooligan inglesi avessero ormai
acquisito una reputazione internazionale per
comportamenti aggressivi e organizzati, spesso
accompagnati dal consumo di alcol e dalla ricerca
deliberata dello scontro fisico. Questa situazione
contribuì ad aumentare il livello di tensione in vista
della finale tra Juventus e Liverpool.
Molti
osservatori e dirigenti dei club avevano già espresso
preoccupazioni per la sicurezza prima dell’inizio della
partita, temendo che la presenza di tifosi rivali in
settori vicini dello stadio potesse provocare scontri.
In particolare, il cosiddetto settore “neutrale” dello
stadio Heysel era occupato in larga parte da tifosi
juventini che avevano acquistato biglietti
originariamente destinati agli spettatori neutrali,
riducendo ulteriormente la separazione tra i due gruppi
di tifosi. In un contesto già segnato dalla rivalità e
da precedenti episodi di violenza, questa disposizione
aumentò significativamente il rischio di disordini. La
tragedia non può essere attribuita a una sola causa. La
carica dei tifosi inglesi rappresentò il fattore
scatenante immediato, ma la situazione era già
estremamente fragile, segnata da carenze strutturali e
organizzative. La UEFA, in quanto organismo
organizzatore, aveva la responsabilità di valutare
l’idoneità dello stadio e garantire la sicurezza e
adeguate misure di protezione. La decisione di
confermare lo stadio Heysel, nonostante le sue
condizioni obsolete, appare oggi altamente discutibile.
Muri deteriorati, barriere insufficienti e assenza di
posti numerati erano tutti evidenti fattori di rischio.
La disposizione dei settori contribuì inoltre ad
aumentare il pericolo: i tifosi italiani erano collocati
in un’area neutrale adiacente al settore inglese,
creando condizioni che facilitavano il contatto tra
gruppi già segnati dalla rivalità. La gestione
dell’ordine pubblico, condizionata da risorse
insufficienti e strategie di prevenzione inadeguate,
evidenzia come la pianificazione fosse sproporzionata
rispetto alla reale portata dell’evento. La mancanza di
un coordinamento efficace tra UEFA e autorità locali
aggravò ulteriormente la situazione e rese letale la
pressione della folla.
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2.3
CONSEGUENZE IMMEDIATE - Le ripercussioni
della tragedia furono rapide e significative. La UEFA
decise di escludere tutte le squadre inglesi dalle
competizioni europee per un periodo di cinque anni, con
un ulteriore anno applicato specificamente al Liverpool
Football Club. Questa decisione ebbe un notevole impatto
sia economico sia simbolico, portando il calcio
britannico a una fase di isolamento a livello
internazionale. Il governo britannico, guidato da
Margaret Thatcher, adottò una serie di misure volte ad
affrontare la violenza negli stadi. Tra queste vi erano
l’aumento dei controlli di sicurezza, le restrizioni
alla vendita di alcol durante gli eventi sportivi e
l’introduzione di strumenti giuridici destinati a
contrastare l’hooliganismo. Importanti riforme
strutturali degli impianti sportivi, come la graduale
introduzione degli stadi con soli posti a sedere e la
rimozione delle barriere, furono sviluppate soprattutto
negli anni successivi, in particolare dopo la tragedia
di Hillsborough. La tragedia di Hillsborough si verificò
il 15 aprile 1989 allo stadio Hillsborough di Sheffield,
durante una semifinale di FA Cup tra Liverpool Football
Club e Nottingham Forest. Ancora una volta, una
pericolosa pressione della folla e il grave
sovraffollamento ai tornelli provocarono lo
schiacciamento dei tifosi, causando la morte di 96
persone e centinaia di feriti. Nella relazione finale
dell’inchiesta, il giudice britannico Lord Justice
Taylor analizzò dettagliatamente le cause dell’incidente
e concluse che la responsabilità principale risiedeva
nel fallimento del controllo della folla da parte della
polizia e nella gestione inadeguata dei punti di
ingresso allo stadio. Il rapporto evidenziò anche
problemi strutturali e di sicurezza negli stadi
britannici, in particolare nelle gradinate in piedi
senza un’adeguata separazione dei flussi di tifosi.
Raccomandò importanti riforme nella sicurezza degli
impianti sportivi, tra cui l’adozione di stadi con soli
posti a sedere e una maggiore chiarezza nei ruoli e
nelle responsabilità della polizia, dei club e delle
autorità competenti. La tragedia dell’Heysel ebbe
un’enorme rilevanza che andò oltre la dimensione
sportiva, emergendo come un evento dalle ampie
implicazioni politiche, sociali e culturali. Nel lungo
periodo, contribuì a dare forma a importanti riforme,
tra cui il miglioramento delle infrastrutture,
l’introduzione da parte della UEFA di standard di
sicurezza più rigorosi e una maggiore regolamentazione
nell’organizzazione degli eventi sportivi. Un ruolo
importante fu svolto anche dai media internazionali,
come BBC, The Guardian e ANSA (Agenzia Nazionale Stampa
Associata), che contribuirono a plasmare la percezione
pubblica dell’hooliganismo come fenomeno sociale
pericoloso. Questa rappresentazione influenzò l’opinione
pubblica e incoraggiò l’adozione di politiche più
rigorose per la sicurezza negli stadi.
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2.4
IL PROCESSO E IL DIBATTITO SULLE RESPONSABILITÀ -
Nei mesi successivi alla tragedia dell’Heysel, si
sviluppò un lungo dibattito pubblico sulle
responsabilità di quanto accaduto. L’indagine
giudiziaria avviata dalle autorità belghe portò
all’apertura di un processo nel 1989 presso il tribunale
di Bruxelles, con l’obiettivo di determinare il ruolo
delle diverse parti coinvolte: tifosi, organizzatori
dell’evento e autorità responsabili della sicurezza. Il
procedimento giudiziario si concluse nel 1990 con la
condanna di 14 tifosi del Liverpool, ritenuti
responsabili dell’aggressione che provocò lo spostamento
della folla verso il settore Z. Gli imputati furono
condannati per omicidio colposo e ricevettero pene
detentive di tre anni, sebbene la maggior parte di loro
scontasse circa un anno di carcere. Tuttavia, il
tribunale belga stabilì che la responsabilità della
tragedia non poteva essere attribuita esclusivamente ai
tifosi. Durante il processo emersero gravi carenze nella
gestione dell’evento e nella sicurezza dello stadio. Tra
i condannati vi furono anche alcuni funzionari belgi
coinvolti nell’organizzazione della partita, nonché
dirigenti della federazione calcistica belga
responsabili della gestione dello stadio. Le indagini
evidenziarono numerosi problemi strutturali dello stadio
Heysel. L’impianto, costruito negli anni Trenta, versava
da tempo in uno stato di degrado e non era considerato
pienamente idoneo a ospitare un evento sportivo di tale
portata. Alcune relazioni tecniche redatte prima della
finale avevano segnalato problemi di sicurezza, tra cui
la fragilità delle barriere e la presenza di muri di
contenimento deteriorati.
Nonostante
questi avvertimenti, lo stadio fu comunque scelto per
ospitare la finale di Coppa dei Campioni. Un altro
elemento emerso durante il processo riguardava la
gestione dell’ordine pubblico. Il numero di agenti di
polizia presenti allo stadio fu ritenuto insufficiente
rispetto al numero di spettatori e alla presenza di
gruppi di tifosi considerati ad alto rischio. Inoltre,
lo schieramento delle forze di sicurezza non fu efficace
nel prevenire il contatto tra i tifosi inglesi e quelli
presenti nel settore Z. Secondo diversi resoconti
giornalistici, le autorità belghe sottovalutarono il
livello di tensione che avrebbe potuto svilupparsi tra i
due gruppi di tifosi. Parallelamente al procedimento
giudiziario si sviluppò anche un intenso dibattito
mediatico e politico. Nei giorni immediatamente
successivi alla tragedia, molti commentatori
attribuirono la responsabilità principale ai tifosi
inglesi e al fenomeno dell’hooliganismo; nel corso degli
anni, tuttavia, le interpretazioni dell’evento sono
diventate più complesse. Molti studiosi e giornalisti
hanno sottolineato che la tragedia dell’Heysel fu il
risultato di una combinazione di fattori: la violenza di
una parte dei tifosi, le condizioni strutturali
inadeguate dello stadio e una gestione organizzativa
insufficiente da parte delle autorità sportive e locali.
Questo approccio interpretativo ha portato a considerare
l’Heysel come un esempio emblematico di responsabilità
condivisa, nel quale la tragedia non può essere spiegata
attraverso un singolo elemento, ma piuttosto attraverso
l’interazione di fattori sociali, organizzativi e
infrastrutturali. Fu proprio questa consapevolezza a
contribuire a orientare le successive riforme nel campo
della sicurezza degli stadi e della gestione dei grandi
eventi sportivi.
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3.1
INTERVENTI DI UEFA, FIFA E GOVERNI NAZIONALI -
Dopo la tragedia dell’Heysel, le istituzioni sportive e
i governi reagirono rapidamente e con decisione.
L’obiettivo era duplice: da un lato comprendere cosa
fosse realmente accaduto e individuare le
responsabilità; dall’altro proteggere l’immagine del
calcio a livello internazionale, gravemente danneggiata
dagli eventi di quella notte. UEFA e FIFA avviarono
indagini interne per ricostruire gli eventi e valutare
eventuali carenze organizzative. Questo processo portò,
nel tempo, all’introduzione di norme più rigorose sulla
sicurezza degli stadi. Tra le principali misure adottate
vi furono una separazione più chiara tra i gruppi di
tifosi, controlli più accurati agli ingressi e una
maggiore presenza di personale specializzato nella
gestione della folla. Inoltre, il ruolo degli steward fu
rafforzato, con il compito di monitorare il
comportamento degli spettatori e intervenire nelle
situazioni a rischio. Allo stesso tempo, i governi
nazionali agirono attraverso decisioni politiche e
iniziative diplomatiche. Il governo italiano,
profondamente colpito dalla morte di molti suoi
cittadini, chiese chiarimenti alle autorità belghe e
sollecitò ulteriori indagini sull’organizzazione
dell’evento. Promosse inoltre cerimonie commemorative
ufficiali, sottolineando la necessità di migliorare la
sicurezza negli eventi sportivi internazionali. Il
governo belga, in quanto Paese ospitante, fu al centro
delle critiche. Le condizioni dello stadio Heysel e la
gestione dell’ordine pubblico furono messe in
discussione sia a livello nazionale sia internazionale.
Le autorità belghe avviarono quindi indagini interne e
iniziarono a discutere riforme relative alla sicurezza
degli stadi e all’organizzazione di eventi di grandi
dimensioni. Il dibattito pubblico si concentrò sulla
qualità delle infrastrutture e sull’efficacia delle
forze dell’ordine.
Il
governo britannico, guidato da Margaret Thatcher,
assunse un ruolo particolarmente visibile. La sua
strategia consisteva nel rafforzare le politiche interne
contro la violenza negli stadi e nel difendere
l’immagine del Regno Unito, gravemente danneggiata dalle
accuse internazionali. Thatcher avviò contatti con le
autorità belghe e i funzionari UEFA, sostenendo la
necessità di misure più rigorose contro i tifosi
violenti e cercando di dimostrare la volontà del Regno
Unito di affrontare concretamente il problema. Un
aspetto importante fu anche il rafforzamento della
cooperazione tra le forze di polizia europee. Dopo
l’Heysel, diversi Paesi iniziarono a condividere
informazioni sui gruppi di tifosi considerati ad alto
rischio, in particolare gli hooligan. Questo sistema di
cooperazione rappresentò un passo avanti nella
prevenzione della violenza durante le competizioni
internazionali. Inoltre, le decisioni prese dalla UEFA,
soprattutto l’esclusione dei club inglesi dalle
competizioni europee, ebbero un impatto significativo.
Non si trattava soltanto di sanzioni sportive, ma anche
di una risposta immediata alla forte pressione
dell’opinione pubblica internazionale. La decisione
aveva quindi un valore simbolico: doveva dimostrare che
le istituzioni erano in grado di reagire con fermezza.
La FIFA svolse invece un ruolo più limitato, rimanendo
sullo sfondo. Pur sostenendo le decisioni della UEFA,
evitò un coinvolgimento diretto nel dibattito politico e
mediatico. Questa differenza evidenzia come le due
istituzioni avessero funzioni distinte: la FIFA con un
ruolo più ampio e globale, la UEFA maggiormente
coinvolta nella gestione diretta della crisi europea.
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3.2
RELAZIONI ITALIA-REGNO UNITO E DIPLOMAZIA SPORTIVA -
Le relazioni tra Italia e Regno Unito furono
particolarmente delicate nei mesi successivi alla
tragedia. L’elevato numero di vittime italiane rese
necessario un dialogo continuo tra i due governi,
soprattutto per chiarire le responsabilità e garantire
la cooperazione nelle indagini. Gli scambi diplomatici
avvennero attraverso lettere ufficiali e incontri tra
rappresentanti istituzionali. Il governo italiano chiese
trasparenza e giustizia, insistendo sull’importanza di
individuare e punire i responsabili. Il governo
britannico, dal canto suo, dichiarò la propria
determinazione a collaborare, cercando al contempo di
evitare che la colpa fosse attribuita esclusivamente al
Regno Unito. Accanto alla dimensione politica si
sviluppò anche una dimensione simbolica. Negli anni
successivi furono organizzate diverse cerimonie
commemorative, che contribuirono a migliorare i rapporti
tra i due Paesi. Il memoriale dell’Heysel divenne un
importante luogo di incontro, nel quale rappresentanti
italiani, britannici e belgi partecipavano insieme ai
momenti di commemorazione. Si può quindi affermare che
l’Heysel rappresenta un chiaro esempio di come un evento
sportivo possa influenzare anche le relazioni
internazionali, generando interpretazioni diverse e
talvolta contrastanti.
3.3
POLITICA INTERNA BRITANNICA E RAPPORTO CON GLI HOOLIGAN
- Nel Regno Unito, la tragedia
dell’Heysel diede origine a un ampio dibattito politico
sul fenomeno dell’hooliganismo. Il governo Thatcher
interpretò la violenza negli stadi non solo come una
questione sportiva, ma anche come il risultato di
problemi sociali più profondi, come la disoccupazione
giovanile e il disagio urbano. Il governo britannico
dovette inoltre affrontare una forte pressione
internazionale. Molti Paesi chiesero un’azione più
decisa e una maggiore assunzione di responsabilità. In
questo contesto, la sospensione dei club inglesi dalle
competizioni europee ebbe anche un significato politico:
doveva dimostrare che il problema veniva preso sul
serio. Un aspetto importante riguarda l’uso politico
della tragedia. Le misure adottate rispondevano
certamente a esigenze reali, ma si inserivano anche in
una strategia più ampia di rafforzamento dell’autorità
statale. L’hooliganismo venne progressivamente definito
come una minaccia all’ordine pubblico, per giustificare
l’introduzione di misure di controllo più rigorose.
Questo approccio anticipò modelli di gestione della
sicurezza che sarebbero stati successivamente applicati
anche in altri ambiti, non soltanto nello sport. In
questo senso, l’Heysel contribuì a modificare il tipo di
intervento dello Stato nei confronti dei comportamenti
considerati pericolosi.
3.4
CONSEGUENZE POLITICHE E DIPLOMATICHE -
Le misure adottate dopo la tragedia dell’Heysel
portarono a cambiamenti significativi nella gestione
degli eventi sportivi internazionali. Le decisioni prese
non furono soltanto risposte immediate all’emergenza, ma
segnarono anche l’inizio di un più ampio processo di
trasformazione che coinvolse sia le istituzioni sportive
sia i governi nazionali. UEFA e FIFA iniziarono a
sviluppare linee guida sulla sicurezza più rigorose.
Queste nuove norme riguardavano non solo gli aspetti
tecnici, come la struttura degli stadi, ma anche
l’organizzazione complessiva degli eventi. Per esempio,
furono introdotti criteri più rigorosi per ospitare le
finali internazionali, favorendo impianti moderni che
rispettassero standard di sicurezza più elevati. Allo
stesso tempo, fu dedicata maggiore attenzione alla
gestione della folla, pianificando gli accessi e la
presenza di personale qualificato. I governi europei
iniziarono inoltre a cooperare più strettamente. La
tragedia rese evidente che la violenza negli stadi non
era limitata a un singolo Paese, ma costituiva una
questione internazionale che richiedeva risposte
coordinate. Di conseguenza, furono sviluppati sistemi di
cooperazione tra le forze di polizia, basati sulla
condivisione delle informazioni e sul monitoraggio dei
gruppi di tifosi considerati troppo pericolosi. Nel caso
specifico delle relazioni tra Italia e Regno Unito, dopo
una fase iniziale caratterizzata da tensioni e accuse
reciproche, si verificò un graduale miglioramento. I due
Paesi iniziarono a collaborare soprattutto nel campo
della sicurezza sportiva, condividendo esperienze e
strategie per prevenire la violenza. Questo processo
dimostra come, nel lungo periodo, anche eventi
traumatici possano contribuire a rafforzare la
cooperazione internazionale. Un’altra importante
conseguenza riguarda il modo in cui il calcio venne
percepito dalle istituzioni politiche. Dopo l’Heysel,
l’hooliganismo non fu più considerato soltanto una
questione sportiva, ma venne sempre più interpretato
come una questione di ordine pubblico e sicurezza.
Questo cambiamento portò a un maggiore coinvolgimento
dei governi nella gestione degli eventi sportivi,
riducendo l’autonomia delle sole autorità calcistiche.
La tragedia dimostrò chiaramente che i grandi eventi
sportivi possono avere conseguenze che vanno ben oltre
il campo da gioco, influenzando decisioni politiche,
relazioni diplomatiche e strategie di sicurezza a
livello internazionale.
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3.5
IL RUOLO DEI MEDIA INTERNAZIONALI NELLA COSTRUZIONE
DELLA NARRAZIONE SULL’HEYSEL - Dopo la
tragedia dell’Heysel, i media internazionali svolsero un
ruolo fondamentale nel raccontare l’evento e nel
plasmare la percezione pubblica di quanto accaduto.
Giornali, emittenti televisive e agenzie di stampa
seguirono attentamente l’incidente, contribuendo a
diffondere immagini e testimonianze che ebbero un forte
impatto sull’opinione pubblica europea. Nei giorni
immediatamente successivi alla finale, molti giornali
attribuirono la responsabilità principale della tragedia
al comportamento degli hooligan inglesi. Questa
interpretazione si basava soprattutto sulle prime
ricostruzioni degli eventi, che evidenziavano la
pressione esercitata dai tifosi britannici contro il
settore occupato dai tifosi italiani. Di conseguenza,
tale rappresentazione presentava un elemento emotivo
come causa principale della tragedia. Tuttavia, nel giro
di alcune settimane iniziò a emergere un’interpretazione
più complessa. Alcuni media sottolinearono anche le
responsabilità legate all’organizzazione dell’evento e
alle condizioni dello stadio Heysel. L’infrastruttura
risultò inadeguata, con barriere fragili e spazi non
progettati per gestire grandi folle. Inoltre, il
controllo della folla e la gestione dell’ordine pubblico
apparivano insufficienti. Ciò contribuì a spostare
l’attenzione da una responsabilità attribuita
esclusivamente ai tifosi verso una prospettiva molto più
ampia, comprendente fattori strutturali e organizzativi.
La copertura mediatica ebbe un impatto significativo
sull’immagine internazionale del Regno Unito.
In
molti Paesi europei, la tragedia rafforzò la percezione
degli hooligan inglesi come un problema diffuso e
profondamente radicato. Questa rappresentazione
contribuì anche a giustificare decisioni drastiche, come
la sospensione dei club inglesi dalle competizioni
europee. Un aspetto particolarmente interessante
riguarda il linguaggio utilizzato dai media nei diversi
Paesi. Nei giornali italiani prevaleva un tono
fortemente emotivo, con termini come “massacro” o
“strage”, che sottolineavano la gravità dell’evento e
implicavano una chiara attribuzione di responsabilità.
Al contrario, una parte della stampa britannica adottò
inizialmente un linguaggio più neutrale, utilizzando
parole come “tragedia” o “disastro”, che tendevano a
distribuire la responsabilità tra molteplici fattori.
Questa differenza non riguarda soltanto la lingua, ma
riflette anche due distinti approcci narrativi. Il primo
è una forma di comunicazione più diretta e dal tono
fortemente accusatorio; il secondo è un tentativo di
contestualizzare l’evento ed evitare di attribuire la
colpa a un singolo individuo. Nel corso del tempo,
tuttavia, anche i media britannici svilupparono un
maggiore grado di autocritica, soprattutto in seguito
alle sanzioni imposte e alle pressioni internazionali.
Nel lungo periodo, la narrazione dell’Heysel si è quindi
evoluta verso un’interpretazione più articolata. Oggi la
tragedia è generalmente compresa come il risultato di
una combinazione di fattori: comportamento dei tifosi,
carenze strutturali e fallimenti organizzativi. Questo
cambiamento dimostra come i media svolgano un ruolo
fondamentale non solo nel raccontare gli eventi, ma
anche nel determinare il modo in cui vengono ricordati.
3.6 L’HEYSEL NELLA MEMORIA COLLETTIVA -
Nel corso degli anni, la tragedia dell’Heysel è
diventata uno degli eventi più significativi della
storia del calcio europeo. La sua memoria è stata
mantenuta viva attraverso commemorazioni ufficiali,
iniziative istituzionali e momenti di ricordo promossi
sia dai club sportivi sia dalle autorità pubbliche. Un
simbolo centrale di questa memoria è il memoriale
dedicato alle vittime, situato a Bruxelles. Il monumento
rappresenta un luogo di riflessione e ricordo, dove ogni
anno vengono organizzate cerimonie commemorative. La
partecipazione congiunta di rappresentanti
istituzionali, dirigenti sportivi e tifosi dimostra come
la memoria dell’Heysel sia diventata un elemento
condiviso a livello europeo. Da una prospettiva storica
e politica, l’Heysel rappresenta quindi un punto di
svolta. Non è soltanto una tragedia sportiva, ma un
evento che ha messo in evidenza il legame tra sport,
società e istituzioni. La gestione della crisi ha
dimostrato come governi, organizzazioni sportive e media
possano contribuire ciascuno alla costruzione di
interpretazioni e quadri di responsabilità. In questo
contesto emerge una chiara dinamica duale: una logica
nazionale, nella quale ogni Paese tende a difendere la
propria immagine e a limitare le proprie responsabilità,
e una logica sovranazionale, rappresentata dalle
istituzioni sportive, che cercano di preservare la
credibilità del sistema calcistico attraverso decisioni
rapide e spesso generalizzate. La tragedia dell’Heysel
può quindi essere interpretata non solo come una crisi
della sicurezza, ma anche come una crisi nella
definizione delle responsabilità. È la dimostrazione di
quanto sia complesso attribuire una colpa chiara in
eventi di questo tipo e di come il modo in cui vengono
raccontati e ricordati possa influenzare le relazioni
politiche e la memoria collettiva.
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4.1
MEMORIA E COMMEMORAZIONI - La memoria
della tragedia dell’Heysel svolge una duplice funzione:
una funzione commemorativa e un’altra più politica e
legata all’identità. Le iniziative promosse
dall’Associazione dei Familiari delle Vittime
dell’Heysel sono particolarmente importanti perché non
mirano soltanto a ricordare l’evento, ma anche a
preservare la verità storica e a impedire che la società
dimentichi o minimizzi il significato di quanto
accaduto. L’associazione svolge un ruolo fondamentale
nella raccolta delle testimonianze, nella conservazione
degli archivi e nella promozione di iniziative
educative. È anche attraverso il ricordo costante e la
conservazione delle fonti che l’associazione
contribuisce a mantenere la consapevolezza delle reali
circostanze della tragedia e a mantenere l’attenzione
sulle responsabilità di coloro che furono coinvolti. La
memoria assume anche una funzione profondamente umana e
simbolica, poiché restituisce dignità alle vittime.
Dietro il totale di 39 morti vi sono individui con
storie personali, identità e legami familiari;
ricordarli significa trasformare una statistica in un
insieme di biografie individuali, evitando di ridurli a
una semplice cifra storica. Attraverso archivi,
testimonianze e iniziative pubbliche, l’associazione
contribuisce a trasmettere la memoria dell’Heysel alle
nuove generazioni che non hanno vissuto direttamente la
tragedia, ma possono comunque comprenderne il
significato attraverso strumenti educativi. In questo
senso, la memoria diventa un ponte tra passato e
presente, garantendo continuità all’informazione e al
ricordo. Infine, la memoria svolge anche un ruolo
sociale e preventivo, poiché la commemorazione delle
vittime promuove una cultura della responsabilità, della
sicurezza e del rispetto, specificamente all’interno
degli eventi sportivi, ma anche all’interno di una
visione più ampia della società.
Nei
primi anni successivi alla tragedia, il ricordo fu
mantenuto soprattutto dalle famiglie delle vittime e da
iniziative locali. Già nel 1985 fu eretto un primo
monumento presso la sede della Juventus a Torino, mentre
nel 1991 il Comune di Reggio Emilia inaugurò una
scultura dedicata alle vittime, segno di un
coinvolgimento prevalentemente locale piuttosto che
nazionale. In questa fase, le istituzioni nazionali
italiane ed europee rimasero relativamente distanti,
lasciando la commemorazione soprattutto nelle mani delle
associazioni locali. Un ruolo centrale è stato svolto
dalle associazioni delle vittime, in particolare dai
comitati creati con l’obiettivo di “non dimenticare”,
che organizzano cerimonie annuali e mantengono viva
l’attenzione pubblica. Grazie alla loro pressione, nel
corso del tempo la memoria è diventata più formalmente
istituzionalizzata. Tuttavia, questo processo fu lento:
solo nel 2000 fu installata una targa ufficiale presso
lo stadio Heysel, oggi King Baudouin Stadium, quindici
anni dopo gli eventi. Il ritardo più evidente riguarda i
grandi monumenti internazionali. Solo nel 2005, in
occasione del ventesimo anniversario, fu inaugurata a
Bruxelles un’importante opera commemorativa: una
meridiana con 39 luci, una per ogni vittima, simbolo del
dolore condiviso tra Italia, Belgio e Regno Unito. La
decisione di attendere due decenni per un memoriale di
tale importanza è stata spesso interpretata, da
osservatori e stampa, come una prova della difficoltà
politica nel riconoscere pienamente le responsabilità
dell’evento, che coinvolse tifosi, UEFA e autorità
belghe.
Anche
in ambito politico, il riconoscimento arrivò
gradualmente. Solo in occasione di grandi anniversari,
come il trentesimo anniversario nel 2015, si svolsero
cerimonie ufficiali con la partecipazione di
rappresentanti istituzionali italiani ed europei, oltre
che delle federazioni calcistiche. In queste occasioni,
la memoria fu elevata a questione nazionale, mentre per
lungo tempo era rimasta relegata a una dimensione più
privata o sportiva. Allo stesso tempo, anche altri
luoghi simbolici introdussero con notevole ritardo segni
commemorativi: nel 2010, ad Anfield, lo stadio del
Liverpool, fu installata una targa commemorativa della
tragedia, quasi venticinque anni dopo il disastro.
Questo gesto ebbe un forte valore simbolico, segnando un
passo verso la riconciliazione internazionale, ma
confermando anche quanto fosse stato lento e complesso
il pieno processo di elaborazione dell’evento. I media
internazionali hanno ripetutamente sottolineato come
l’Heysel fosse stato inizialmente minimizzato o trattato
con imbarazzo, anche perché rendeva evidenti
responsabilità condivise e diffuse. Questo contesto
contribuisce a spiegare il ritardo nella costruzione di
una memoria pubblica condivisa. Negli ultimi anni si è
verificata una maggiore sistematizzazione delle
commemorazioni, con nuovi monumenti, come quello
inaugurato a Torino nel 2025, e una presenza
istituzionale più costante. Oggi la tragedia dell’Heysel
è riconosciuta come un momento di svolta nella storia
del calcio europeo, ma il lungo percorso verso la
memoria collettiva dimostra quanto sia difficile per la
politica e le istituzioni confrontarsi con eventi che
coinvolgono responsabilità molteplici e transnazionali.
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4.2
EVOLUZIONE DEI TIFOSI NEL CALCIO: DAGLI HOOLIGAN AGLI
ULTRAS - Prima dell’Heysel, il fenomeno
del tifo violento era principalmente associato al
modello hooligan, soprattutto nel contesto inglese, dove
la violenza era spesso legata a dinamiche sociali più
ampie come la disoccupazione, la marginalizzazione
urbana e la ricerca di identità. Dopo l’Heysel e la
successiva introduzione di misure di sicurezza più
rigorose, il comportamento dei gruppi di tifosi cambiò:
la violenza fisica diminuì e i conflitti tra gruppi
rivali si spostarono verso forme più simboliche. Un
primo esempio è rappresentato dai cori e dagli
striscioni, attraverso i quali i tifosi esprimono la
propria identità e si confrontano con i sostenitori
avversari, spesso in modo provocatorio. I tifosi fanno
frequentemente riferimento a eventi passati, risultati
sportivi o momenti controversi per rafforzare il proprio
senso di appartenenza e dimostrare la propria
superiorità. In questo modo, i conflitti si spostarono
da un livello fisico a uno basato sulla memoria
condivisa e sulla sua interpretazione. Negli ultimi
anni, queste dinamiche si sono estese anche agli spazi
digitali, in particolare ai social media, dove
provocazioni, contenuti umoristici, immagini e video
sono diventati strumenti per alimentare rivalità e
interazioni tra gruppi di tifosi. Tuttavia, il fenomeno
della violenza non è stato eliminato.
4.3
CULTURA ULTRAS: MEMORIA, IDENTITÀ E PERSISTENZA DELLA
VIOLENZA - Una questione centrale
riguarda il motivo per cui, nonostante i cambiamenti
sociali e normativi, alcuni gruppi ultras continuino a
manifestare comportamenti violenti e a ricercare lo
scontro fisico. Una possibile chiave interpretativa
risiede nella volontà dei tifosi di ricercare
un’identità. Mentre nel modello hooligan la violenza era
spesso collegata a una forma di rivalsa sociale, il
modello ultras contemporaneo assume un valore più
simbolico e legato all’identità. Il conflitto non è più
soltanto fisico, ma si esprime come affermazione
dell’appartenenza e dell’opposizione. In questo senso,
la memoria svolge un ruolo fondamentale. I gruppi ultras
costruiscono una memoria interna composta da eventi,
rivalità storiche e narrazioni condivise. Questa memoria
contribuisce a rafforzare il senso di continuità del
gruppo e legittima comportamenti percepiti come parte
della tradizione del tifo. Nel caso dell’Heysel, la
memoria è particolarmente complessa. Da un lato
rappresenta un trauma collettivo che ha portato a una
maggiore consapevolezza dei rischi associati alla
violenza negli stadi. Dall’altro, in alcuni contesti
ultras, viene reinterpretata all’interno di narrazioni
che possono mantenere tensioni simboliche tra gruppi di
tifosi, in particolare tra Juventus e Liverpool. Il
fatto che nel corso del tempo siano ancora presenti
comportamenti violenti o aggressivi può quindi essere
spiegato attraverso una combinazione di fattori: forte
identità di gruppo, tradizione e memoria interne,
dinamiche di rivalità simbolica e bisogno di
appartenenza e riconoscimento.
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Il
linguaggio giornalistico non è un modo completamente
neutrale di riportare i fatti, ma può essere considerato
un modo di costruire la realtà. Negli studi sui media,
T.A. van Dijk spiega che la notizia non è semplicemente
un riflesso degli eventi, ma una forma di discorso
modellata dal modo in cui i giornalisti organizzano le
informazioni e dalle idee e prospettive che li
influenzano. Ogni articolo di giornale seleziona
determinati eventi, attribuisce maggiore importanza ad
alcune informazioni rispetto ad altre e presenta i fatti
attraverso specifiche scelte linguistiche. Queste scelte
dipendono dalla cultura giornalistica, dal pubblico di
riferimento e dallo scopo dell’articolo. Per questo
motivo, il giornalismo può operare su due livelli: la
struttura generale del testo, cioè cosa viene incluso e
in quale ordine, e il linguaggio utilizzato, cioè scelta
delle parole, tono e stile. Per questo motivo, lo stesso
evento può essere descritto in modi diversi da giornali
differenti. La tragedia dell’Heysel del 1985 ne è un
chiaro esempio, poiché si trattò di un importante evento
europeo che coinvolse diversi Paesi ed è stato ricordato
e discusso dai media nel corso del tempo. Il confronto
tra The Guardian (Regno Unito), ANSA (Italia) e The
Brussels Times (Belgio) permette di osservare come lo
stesso evento venga presentato attraverso scelte
linguistiche e prospettive differenti. Questa analisi si
concentra sulle differenze nel vocabolario, nella
struttura delle frasi, nello stile narrativo e nel
significato complessivo, mostrando come il giornalismo
possa passare dal semplice resoconto dei fatti
all’interpretazione degli eventi e alla costruzione
della memoria collettiva.
5.1
PANORAMICA DEI TESTI - Il primo testo
analizzato è un articolo di The Guardian, un quotidiano
britannico con un pubblico internazionale, noto per il
suo orientamento progressista e per il giornalismo
approfondito rivolto a un pubblico istruito e attento
alle questioni globali. Pubblicato in occasione
dell’anniversario della tragedia, è un articolo
commemorativo che va oltre la semplice descrizione degli
eventi, ricostruendoli attraverso testimonianze dirette
e una forte componente narrativa. Il suo stile è
caratteristico del giornalismo anglosassone long-form:
interpretativo, coinvolgente e attento alla dimensione
umana degli eventi. Il secondo testo è un articolo
dell’ANSA, la principale agenzia di stampa italiana,
pubblicato nel 2015. Non è rivolto principalmente a un
pubblico generale, ma piuttosto a organizzazioni
mediatiche, istituzioni e professionisti
dell’informazione, sia a livello nazionale sia
internazionale. Il suo scopo è fornire notizie in modo
rapido, affidabile e standardizzato. Di conseguenza, il
linguaggio è conciso, impersonale e privo di
interpretazioni; prevale uno stile puramente
informativo, basato sulla brevità e sull’obiettività. Il
terzo testo è un articolo di The Brussels Times, un
quotidiano belga in lingua inglese rivolto a un pubblico
internazionale composto da espatriati, funzionari
europei e lettori interessati alle dinamiche politiche e
sociali del Belgio e dell’Unione Europea. Pubblicato
anch’esso per commemorare un anniversario della
tragedia, si colloca a metà strada tra i due modelli
precedenti: non si limita allo stile essenziale
dell’ANSA, ma non adotta neppure l’approccio fortemente
narrativo di The Guardian. Il suo stile è equilibrato e
il tono istituzionale e riflessivo, fornendo contesto e
richiamando la memoria collettiva, pur mantenendo
chiarezza e accessibilità per un pubblico
internazionale.
5.2
ANALISI LESSICALE - Dal punto di vista
lessicale emergono differenze molto evidenti tra le tre
fonti. In The Guardian, il linguaggio è fortemente
evocativo e costruito attorno a immagini concrete e
visivamente potenti. Le testimonianze dirette svolgono
un ruolo centrale: espressioni come “Abbiamo visto la
fila di cadaveri” e “C’erano corpi ammassati per dieci
persone in profondità” non forniscono soltanto
informazioni, ma permettono ai lettori di visualizzare
la scena in modo quasi cinematografico. L’uso di verbi
di percezione come “vedere” e “sentire” immerge
ulteriormente i lettori nelle esperienze dei testimoni.
Il vocabolario, quindi, non è semplicemente descrittivo;
costruisce una narrazione emotiva e coinvolgente della
tragedia. Al contrario, l’articolo dell’ANSA utilizza un
linguaggio più controllato, concentrato sulla
trasmissione concisa delle informazioni. Frasi come “39
tifosi della Juventus morirono prima della finale di
Champions League” oppure “furono schiacciati contro le
barriere o caddero dalle gradinate” mostrano un
vocabolario preciso e privo di elementi emotivi o
soggettivi. Anche termini potenzialmente forti come
“morirono” o “schiacciati” sono inseriti all’interno di
una struttura neutrale, senza dettagli visivi o
testimonianze dirette. L’obiettivo non è spingere i
lettori a immaginare la scena, ma comunicare fatti
verificabili in modo chiaro ed efficiente. L’articolo di
The Brussels Times, invece, si colloca tra questi due
modelli. Termini come “tragedia”, “vittime” e
“memoriale” riflettono chiaramente una dimensione
commemorativa e riflessiva. Per esempio, l’uso
ricorrente di “vittime” anziché “cadaveri” attenua
l’impatto visivo e introduce una distanza rispettosa.
Allo stesso tempo, parole come “anniversario” e
“ricordare” collocano l’evento all’interno di una
prospettiva storica. Il vocabolario è quindi meno
grafico rispetto a quello di The Guardian, ma più
interpretativo rispetto a quello dell’ANSA, poiché guida
i lettori verso una memoria collettiva dell’evento.
5.3
ANALISI SINTATTICA - In The Guardian, le
frasi sono spesso lunghe e complesse, costruite
attraverso proposizioni subordinate che intrecciano
descrizione e testimonianza. Per esempio, quando un
testimone racconta ciò che ha visto, la frase si
sviluppa aggiungendo progressivamente dettagli, creando
un effetto cumulativo che aumenta la tensione narrativa.
Questa sintassi complessa permette di seguire il flusso
dei ricordi, rendendo il resoconto più immersivo e più
vicino all’esperienza vissuta. Nel testo italiano, al
contrario, prevalgono frasi brevi e indipendenti. Un
esempio è: “i primi incidenti tra i tifosi si
verificarono nel pomeriggio”. Ogni frase contiene
informazioni precise e complete, senza significative
espansioni o elaborazioni. Questa struttura facilita una
lettura rapida e una comprensione immediata, ma riduce
la possibilità di costruire una narrazione più
elaborata. The Brussels Times adotta un approccio
sintattico più intermedio. Le frasi sono più sviluppate
rispetto a quelle dell’ANSA, ma mantengono una struttura
ordinata e controllata. Per esempio, le informazioni
sono spesso arricchite da proposizioni subordinate
esplicative che contestualizzano l’evento, come i
riferimenti all’anniversario o alla sua importanza
storica, senza tuttavia raggiungere la complessità
narrativa di The Guardian.
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5.4
DIMENSIONE NARRATIVA - L’obiettivo di
The Guardian è fornire una vera e propria ricostruzione
narrativa degli eventi. L’episodio viene ricostruito
attraverso scene, voci e dettagli concreti, nei quali le
testimonianze dirette trasformano il resoconto
giornalistico in una storia vissuta. Espressioni come
quelle già citate, “abbiamo visto” e “c’erano”,
collocano il lettore all’interno dell’evento, come se lo
osservasse in prima persona. Nel resoconto diretto
dell’ANSA, al contrario, gli eventi vengono presentati
in ordine logico e cronologico, senza scene o sviluppo
narrativo. Le prospettive individuali e le ricostruzioni
soggettive sono escluse: l’evento rimane un insieme di
informazioni. The Brussels Times non racconta la
tragedia come un’esperienza vissuta, ma piuttosto come
un evento storico da ricordare. La dimensione narrativa
è quindi attenuata e orientata più alla riflessione che
all’identificazione.
5.5
REGISTRO E STILE - Registro e stile
riflettono tradizioni giornalistiche differenti. The
Guardian utilizza un registro formale, combinato con uno
stile narrativo e coinvolgente. Il giornalista non si
limita a riportare i fatti, ma li interpreta e li
organizza in una storia coerente, utilizzando un
linguaggio ricco e descrittivo. Al contrario, ANSA
adotta un registro neutro e impersonale, e il suo stile
è standardizzato, privo di elementi espressivi e
orientato alla massima chiarezza informativa. The
Brussels Times utilizza un registro istituzionale e
riflessivo, nel quale il linguaggio è controllato e
rispettoso, adatto a un testo commemorativo con una
chiara attenzione alla dimensione storica e pubblica
dell’evento.
5.6
EFFETTO SUL LETTORE - Il risultato di
queste scelte linguistiche produce effetti differenti
sul lettore. The Guardian genera un forte coinvolgimento
emotivo: attraverso immagini e testimonianze, trasmette
la tragedia in modo diretto, creando un senso di
immersione. ANSA mantiene il lettore a distanza;
l’assenza di elementi narrativi ed emotivi conduce a
un’esperienza di lettura più razionale e distaccata. The
Brussels Times genera un livello di coinvolgimento più
moderato: il lettore non viene immerso nella scena, ma
viene invece incoraggiato a riflettere sull’evento e sul
suo significato nel corso del tempo.
5.7
NOMINALIZZAZIONE E STRATEGIE DI DEPERSONALIZZAZIONE -
Un ulteriore livello di analisi riguarda
l’uso della nominalizzazione e, più in generale, delle
strategie di depersonalizzazione nella rappresentazione
degli eventi. Secondo Graffi e Scalise (Le lingue e il
linguaggio), la nominalizzazione consiste nella
trasformazione di processi espressi attraverso verbi in
sostantivi, con effetti significativi sulla
rappresentazione dell’azione e dell’oggettività. In
questo modo, la percezione di chi agisce e, di
conseguenza, della responsabilità viene attenuata. In
termini più semplici, si passa da forme come “i tifosi
hanno spinto” a espressioni come “la spinta dei tifosi”,
nelle quali l’azione appare meno diretta e meno
attribuibile a un soggetto specifico. Questo fenomeno è
particolarmente evidente nel confronto tra i tre
giornali analizzati. Nel testo dell’ANSA, per esempio,
vi è una frequente tendenza a trasformare eventi
dinamici in costruzioni nominali. Espressioni come “la
morte dei tifosi” o “la tragedia dell’Heysel” tendono a
presentare l’evento come un fatto statico, quasi
naturale, piuttosto che come il risultato di una serie
di azioni concrete. Questa scelta linguistica
contribuisce a un effetto di oggettivazione, nel quale
l’evento appare come qualcosa di inevitabile o, almeno,
privo di una chiara agency. In The Guardian, al
contrario, le costruzioni passive e le strategie
nominali possono contribuire alla “mistificazione
dell’agency”, rendendo meno chiaro chi compia l’azione
nel discorso giornalistico (Lingle, 2021). Forme come
“le persone furono schiacciate”, oppure descrizioni
basate su testimonianze dirette, mantengono l’azione al
centro del discorso, evitando la sua trasformazione in
entità astratte. In questo modo, la tragedia viene
rappresentata come un processo in corso anziché come un
semplice stato finale. In The Brussels Times, infine, si
può osservare una forma più istituzionale di
nominalizzazione. Termini come “tragedia” o “disastro”
non vengono ulteriormente specificati, ma assumono una
funzione quasi simbolica. L’evento non viene descritto
nel suo dinamismo, ma consolidato come entità storica e
condivisa. Ciò contribuisce alla costruzione della
memoria collettiva piuttosto che a una ricostruzione
dettagliata dei fatti.
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5.8
DISCORSO DIRETTO E INDIRETTO E COSTRUZIONE
DELL’AUTENTICITÀ - Un altro elemento
particolarmente rilevante riguarda la gestione del
discorso riportato e, più in generale, la presenza o
l’assenza di voci all’interno dei testi giornalistici.
La scelta di riportare direttamente o indirettamente le
parole dei protagonisti ha un forte impatto sul livello
di coinvolgimento del lettore e sull’autenticità
percepita delle informazioni. In The Guardian, il
discorso diretto è ampiamente utilizzato, soprattutto
attraverso le testimonianze dei sopravvissuti. Frasi
come “abbiamo visto la fila di cadaveri” non trasmettono
semplicemente informazioni; creano un senso immediato di
immersione nella scena. Il lettore non si trova di
fronte a una ricostruzione mediata, ma alla voce diretta
dei testimoni, che rafforza sia la dimensione emotiva
sia la credibilità dell’esperienza raccontata. L’opposto
avviene nel testo dell’ANSA, nel quale il discorso
diretto è assente e le informazioni vengono
costantemente riformulate in una forma indiretta e
impersonale. Ciò rafforza l’immagine di neutralità
tipica delle agenzie di stampa, ma allo stesso tempo
riduce il senso di identificazione del lettore, che
rimane esterno agli eventi. In The Brussels Times, il
discorso diretto è quasi completamente eliminato e
sostituito da una voce istituzionale. L’effetto è quello
di una narrazione filtrata attraverso una prospettiva
storica e collettiva, nella quale le voci individuali
vengono assorbite all’interno di un racconto più ampio.
5.9
TEMPORALITÀ E COSTRUZIONE NARRATIVA DEL TEMPO -
Un’altra caratteristica distintiva tra i tre testi
riguarda la costruzione della temporalità. Il modo in
cui il tempo viene rappresentato nella scrittura
giornalistica non è mai neutrale, ma contribuisce a
definire la natura stessa della narrazione. In The
Guardian, la temporalità è costruita in modo narrativo e
non strettamente lineare. Il testo alterna il racconto
degli eventi al presente e l’inserimento di ricordi e
testimonianze, creando un effetto di stratificazione
temporale. Il passato non viene semplicemente narrato,
ma rivissuto attraverso i ricordi dei testimoni,
contribuendo a un forte senso di immersione. Nel testo
dell’ANSA, al contrario, il tempo è strettamente
cronologico: gli eventi sono organizzati in una sequenza
lineare e progressiva, in linea con la necessità di
chiarezza e rapidità dell’informazione, senza spazio per
ricostruzioni soggettive. In The Brussels Times, il
tempo assume una dimensione storica e commemorativa.
L’evento non viene soltanto collocato nel passato, ma
viene continuamente reinterpretato alla luce del
presente attraverso i riferimenti agli anniversari. Il
tempo diventa quindi ciclico e riflessivo anziché
lineare.
5.10
AGENCY E DISTRIBUZIONE DELLE RESPONSABILITÀ -
Uno degli aspetti più significativi nell’analisi di
questi testi riguarda la distribuzione dell’agency, cioè
il modo in cui vengono rappresentati i soggetti
responsabili delle azioni descritte. Nel quotidiano
britannico, l’agency è fortemente umana e chiaramente
visibile. I soggetti coinvolti sono identificabili in
modo esplicito e il linguaggio tende a preservare una
dimensione attiva dell’azione. La rappresentazione della
tragedia è quella di un evento prodotto da una serie di
azioni concrete, attribuite esplicitamente a un
responsabile specifico. Nell’articolo dell’ANSA, al
contrario, vi è una marcata tendenza verso le
costruzioni passive. Forme come “furono schiacciati” o
“si verificarono incidenti” eliminano la presenza di un
agente attivo, con l’effetto di ridurre la percezione
della responsabilità diretta e di presentare gli eventi
come accadimenti quasi impersonali. In The Brussels
Times, l’agency viene invece spostata su un livello
astratto, nel quale non sono più le persone a compiere o
subire azioni, ma concetti come la tragedia o la memoria
collettiva diventano i soggetti principali. Questo
spostamento contribuisce a trasformare l’evento da fatto
storico a simbolo culturale.
5.11
VOCE ENUNCIATIVA E POSIZIONE DEL GIORNALISTA -
Nell’analisi della voce enunciativa, cioè del grado di
visibilità del giornalista all’interno del testo, The
Guardian presenta una voce parzialmente visibile che
assume una funzione quasi autoriale. Pur mantenendo una
struttura informativa, l’articolo permette l’emergere di
una dimensione interpretativa, guidando la comprensione
emotiva dell’evento da parte del lettore. Nel testo
dell’ANSA, l’autore scompare completamente dietro le
informazioni, che appaiono autonome e prive di
mediazione soggettiva. In The Brussels Times, la voce
istituzionale è collettiva: il giornalista non si
posiziona come narratore individuale, ma piuttosto come
portavoce di una memoria condivisa.
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5.12
ANALISI DEL CAMPO SEMANTICO DELLA DENOMINAZIONE
DELL’EVENTO - A questo livello di
analisi, l’attenzione è rivolta al modo in cui i tre
giornali denominano la tragedia dell’Heysel attraverso
specifiche scelte lessicali. Le parole utilizzate per
riferirsi allo stesso evento non sono neutrali;
contribuiscono invece a costruire diverse
rappresentazioni della realtà, influenzando la
percezione della sua natura, delle sue cause e del suo
significato complessivo. Secondo Bennett (2015), la
depersonalizzazione nel discorso contribuisce alla
percezione di neutralità nascondendo gli agenti umani
dietro le azioni. In questa prospettiva, il riferimento
alle forme nominali e alla loro funzione
depersonalizzante può essere interpretato anche alla
luce delle osservazioni di Graffi e Scalise, secondo cui
la struttura morfologica delle parole e i processi di
nominalizzazione influenzano direttamente la
rappresentazione dell’agency e dell’azione.
In The Guardian,
il campo semantico è costruito attorno a termini come
tragedy, disaster, victims e survivors, che appartengono
a un lessico fortemente connotativo ma ancora legato
alla dimensione umana dell’evento. Il termine tragedy,
di origine greca (tragoidia, “canto del capro”),
richiama una lunga tradizione culturale e letteraria che
interpreta l’evento come qualcosa di profondamente umano
e caratterizzato da una dimensione quasi inevitabile.
Disaster, invece, dal latino tardo dis-aster (“sotto una
cattiva stella”), indicava originariamente una
condizione astrale sfavorevole; nell’uso contemporaneo
conserva il significato di catastrofe di vasta portata
non immediatamente attribuibile a un singolo agente. In
questo quadro, il termine survivors introduce una
prospettiva opposta, concentrata su coloro che hanno
vissuto direttamente l’evento, rafforzandone la
dimensione esperienziale. Dal punto di vista
morfosintattico, The Guardian tende a privilegiare
strutture verbali e attive accanto a questi sostantivi,
limitando così gli effetti della nominalizzazione e
mantenendo un elevato grado di visibilità dell’azione.
Nel testo dell’ANSA, al contrario, il campo semantico è
caratterizzato da termini come incident, deaths, clashes
ed events, che riflettono una forte tendenza alla
nominalizzazione e alla depersonalizzazione. Il termine
incident, dal latino incidere, “cadere dentro,
accadere”, è un nome di evento che descrive un
accadimento senza specificare chi sia coinvolto.
Analogamente, death è una forma nominale che
cristallizza il risultato dell’azione senza rendere
esplicito il processo, contribuendo a una
rappresentazione statica dell’evento.
Secondo
il quadro teorico di Graffi e Scalise, le scelte
lessicali dell’ANSA producono un effetto di
oggettivazione, per cui la tragedia appare come qualcosa
che è semplicemente accaduto anziché come una sequenza
di azioni. La struttura sintattica semplice e lineare
rafforza ulteriormente questa tendenza. In The Brussels
Times, il lessico si colloca invece all’interno di una
dimensione istituzionale e commemorativa, attraverso
termini come tragedy, victims, memorial e anniversary.
Anche qui tragedy conserva un forte valore semantico, ma
è inserito in un contesto lessicale che enfatizza la
rielaborazione storica dell’evento. Il termine victims,
dal latino victima (“animale sacrificale”), nell’uso
contemporaneo si riferisce a soggetti che subiscono
un’azione, spesso senza nominare esplicitamente
l’agente. Tuttavia, rispetto all’ANSA, la
nominalizzazione qui non serve soltanto alla
depersonalizzazione, ma svolge anche una funzione
commemorativa. Particolarmente significativo è memorial,
derivato dal latino memoria attraverso un suffisso
aggettivale nominalizzante, che non descrive l’evento in
sé, ma piuttosto la sua trasformazione in oggetto di
memoria collettiva. Analogamente, anniversary (dal
latino annus + vertere, “tornare ogni anno”) introduce
una dimensione ciclica del tempo, spostando l’attenzione
dall’evento alla sua commemorazione. In questo caso, la
nominalizzazione contribuisce non tanto a ridurre
l’agency quanto a consolidare l’evento all’interno di
una memoria culturale condivisa. Nel complesso,
l’analisi del campo semantico evidenzia come anche la
semplice denominazione dell’evento contribuisca alla sua
costruzione linguistica. Le differenze tra i tre
giornali riguardano non solo le scelte lessicali, ma
anche il modo in cui le parole orientano
l’interpretazione, oscillando tra descrizione fattuale,
oggettivazione giornalistica e rielaborazione
commemorativa. Nel loro insieme, le analisi condotte
mostrano come la tragedia dell’Heysel venga costruita in
modi profondamente diversi dai tre giornali considerati.
Le differenze riguardano non solo il lessico e la
sintassi, ma anche livelli più profondi del discorso,
come la costruzione dell’agency, la gestione del tempo,
la presenza delle voci e la rappresentazione della
responsabilità. In definitiva, ciò che è accaduto non
appare come un’unica narrazione, ma come una pluralità
di costruzioni linguistiche che riflettono diversi modi
di comprendere il ruolo del giornalismo nella società
contemporanea.
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La
tragedia dell’Heysel rappresenta uno degli eventi più
significativi nella storia del calcio europeo e, al
tempo stesso, nella storia del rapporto tra sport,
politica e società. A distanza di decenni, la sua
memoria continua a occupare un posto importante nella
coscienza collettiva europea, non solo per il numero
delle vittime o per l’impatto emotivo dell’evento, ma
soprattutto per le conseguenze istituzionali, giuridiche
e culturali che ha prodotto. L’analisi sviluppata in
questo lavoro dimostra che la tragedia del 29 maggio
1985 non può essere interpretata soltanto attraverso
spiegazioni semplicistiche o monocausali. La violenza
perpetrata da una parte dei tifosi inglesi fu certamente
il fattore che innescò la catena degli eventi, ma la
tragedia fu resa possibile dall’interazione di numerosi
fattori differenti. Le condizioni strutturali dello
stadio, la gestione inadeguata della folla e degli spazi
disponibili, gli errori organizzativi e la
sottovalutazione dei rischi da parte della polizia e
delle autorità contribuirono significativamente a
trasformare una situazione di tensione in una catastrofe
umana. Uno degli aspetti più complessi dell’intera
argomentazione è la questione della responsabilità.
Molte ricostruzioni degli eventi, dibattiti politici e
mediatici e persino gli esiti giudiziari hanno
dimostrato quanto sia difficile attribuire una
responsabilità precisa quando un disastro deriva dalla
convergenza di molteplici errori. L’Heysel costituisce
un esempio emblematico di responsabilità condivisa, nel
quale le azioni dei singoli attori si intrecciarono con
fallimenti istituzionali e problemi strutturali
preesistenti. La tragedia dimostra inoltre che lo sport
non è una sfera separata dalla politica. Al contrario,
gli eventi sportivi internazionali coinvolgono un’ampia
gamma di attori - Stati, organizzazioni sovranazionali,
organismi di governo dello sport, media e opinione
pubblica - che si influenzano reciprocamente e operano
secondo dinamiche molto simili a quelle che
caratterizzano altri ambiti della cooperazione
internazionale. Le interazioni tra i governi italiano,
britannico e belga, così come le decisioni prese da UEFA
e FIFA, illustrano come una crisi originatasi
all’interno di un singolo Paese possa acquisire
rapidamente dimensioni diplomatiche e politiche.
Un
altro elemento importante evidenziato da questa ricerca
riguarda il ruolo fondamentale della comunicazione.
L’analisi comparativa delle fonti giornalistiche ha
mostrato che le rappresentazioni mediatiche dello stesso
evento possono cambiare significativamente a seconda del
contesto nazionale, delle tradizioni giornalistiche e
degli obiettivi comunicativi. Le diverse scelte
lessicali, narrative e sintattiche osservate nei media
dei vari Paesi coinvolti dimostrano che il linguaggio
non si limita a descrivere la realtà, ma contribuisce
attivamente alla sua interpretazione. Attraverso le
parole utilizzate per raccontare gli eventi, la
percezione della tragedia ha prodotto immagini
differenti delle vittime, dei responsabili e delle
istituzioni coinvolte. Forse l’aspetto più interessante
riguarda il modo in cui la narrazione pubblica della
responsabilità si è evoluta nel tempo. Nei giorni
immediatamente successivi alla tragedia, le
interpretazioni erano fortemente concentrate sul
fenomeno dell’hooliganismo. Nel corso degli anni,
tuttavia, studiosi, giornalisti e osservatori hanno
progressivamente evidenziato la presenza di ulteriori
fattori contributivi, contribuendo a costruire una
comprensione più complessa di quanto accaduto. Questo
processo dimostra che la memoria collettiva non è
immutabile, ma viene costantemente reinterpretata alla
luce di nuove informazioni e prospettive storiche. Le
conseguenze dell’Heysel sono ancora visibili nel calcio
contemporaneo e molte delle norme di sicurezza oggi
considerate essenziali derivano direttamente dalle
riforme sviluppate negli anni successivi alla tragedia.
Le misure introdotte, tra cui una maggiore attenzione
all’organizzazione degli eventi, una migliore gestione
dei flussi di folla, una maggiore cooperazione
internazionale tra le forze di polizia e l’applicazione
di standard infrastrutturali più rigorosi, rappresentano
alcuni degli esiti più avanzati di quella tragedia del
passato.
L’Heysel
contribuì a ridefinire il concetto stesso di sicurezza
sportiva in Europa. L’Heysel non appartiene soltanto al
passato del calcio europeo; ancora oggi rappresenta un
importante caso di studio per comprendere un fenomeno
più ampio che interessa la società internazionale nel
suo complesso. In conclusione, l’elemento più chiaro
emerso è la necessità di preservare una memoria critica
dell’evento. Ricordare la tragedia non significa
semplicemente commemorare le vittime o preservare la
memoria di un tragico disastro sportivo; significa anche
riflettere sulle responsabilità coinvolte, analizzare
gli errori commessi e comprendere i meccanismi che
permisero a un episodio così drammatico di verificarsi.
Solo attraverso questa consapevolezza la memoria può
evitare di trasformarsi in un semplice rituale
commemorativo privo di un significato più profondo.
Pertanto, l’Heysel rimane non solo una ferita aperta
nella storia del calcio europeo, ma anche un’importante
lezione politica, sociale e culturale. La sua eredità
non risiede soltanto nelle riforme che seguirono, ma
anche nella consapevolezza che lo sport, come ogni
fenomeno collettivo di rilevanza internazionale,
riflette le responsabilità delle società che lo
producono. Per questo motivo, studiare l’Heysel
significa andare oltre la narrazione di una tragedia
calcistica e utilizzarla per osservare e analizzare come
funzionano le relazioni internazionali, la comunicazione
pubblica e le istituzioni responsabili della gestione
delle crisi in un mondo sempre più interconnesso.
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Quando
ho scelto di dedicare la mia tesi alla tragedia
dell’Heysel, la mia motivazione principale era la mia
passione per il calcio. Conoscevo già l’evento per la
sua importanza e anche attraverso mio padre: aveva solo
14 anni e si trovava a casa quando avvenne tutta la
tragedia; mi ha raccontato di essere rimasto scioccato e
di ricordare ancora oggi la voce triste e amareggiata
del commentatore Bruno Pizzul durante tutta la partita.
Tuttavia, approfondendo l’argomento, mi sono reso conto
che si trattava di molto più di una tragedia calcistica.
Dietro quei novanta minuti si nascondeva una storia
molto più complessa, che coinvolgeva non solo tifosi e
spettatori, ma anche governi, istituzioni
internazionali, media e l’opinione pubblica europea nel
suo complesso. Durante la mia ricerca, ciò che mi ha
colpito maggiormente è stata la distanza tra la
narrazione più diffusa dell’evento e la complessità che
emerge da un’analisi attenta delle fonti. Per molti
anni, la tragedia è stata associata quasi esclusivamente
agli hooligan inglesi, che indubbiamente svolsero un
ruolo decisivo nello svolgimento degli eventi. Tuttavia,
dopo aver esaminato il contesto e le responsabilità
emerse nelle successive indagini, mi sono chiesto se
questa spiegazione, pur contenendo un elemento di
verità, fosse sufficiente a comprendere pienamente
quanto accaduto. Le condizioni dello stadio, le
disposizioni organizzative inadeguate, gli errori nella
gestione della sicurezza e le decisioni prese dalle
autorità coinvolte mostrano un quadro molto più
articolato, nel quale la responsabilità appare condivisa
tra molteplici attori. Tra questi attori, il ruolo delle
istituzioni sportive europee merita particolare
attenzione. Analizzando la documentazione disponibile e
le successive ricostruzioni degli eventi, ho avuto
l’impressione che il dibattito pubblico abbia
concentrato gran parte della propria attenzione sulla
responsabilità individuale dei tifosi, dedicando meno
considerazione alle responsabilità associate
all’organizzazione e alla gestione dell’evento stesso.
La decisione di disputare una finale così importante in
uno stadio già considerato obsoleto e inadeguato, la
gestione dei settori assegnati ai tifosi e le evidenti
carenze nelle misure di sicurezza sollevano
interrogativi che, ancora oggi, sembrano essere stati
affrontati solo parzialmente.
Sebbene
la UEFA, l’istituzione responsabile di garantire gli
standard organizzativi della competizione, non abbia
affrontato conseguenze paragonabili all’impatto delle
sanzioni imposte al calcio inglese, questa osservazione
non intende minimizzare la responsabilità degli hooligan
coinvolti negli scontri. Piuttosto, evidenzia come
l’attenzione mediatica e istituzionale si sia
concentrata prevalentemente sulle cause più immediate e
visibili della tragedia. A mio avviso, comprendere
davvero l’Heysel significa anche interrogarsi sulle
responsabilità e sulle decisioni di coloro che erano
incaricati di organizzare un evento che, col senno di
poi, presentava già numerosi segnali di rischio. Questa
riflessione è, a mio parere, uno degli aspetti più
significativi dell’intera vicenda. L’Heysel mostra
quanto sia difficile attribuire chiaramente la
responsabilità quando un evento deriva dall’accumularsi
di errori e decisioni sbagliate, e dimostra anche come
la costruzione della memoria pubblica sia spesso
influenzata dalla necessità di individuare rapidamente
un colpevole riconoscibile. Questa ricerca mi ha inoltre
aiutato a comprendere che lo sport non è affatto un
mondo separato dalla politica o dalla diplomazia. Al
contrario, eventi come questo dimostrano come il calcio
possa diventare uno spazio nel quale interessi
nazionali, strategie comunicative, relazioni tra Stati e
processi di opinione pubblica si incontrano. Analizzare
il modo in cui governi, istituzioni sportive e media
hanno reagito alla tragedia mi ha mostrato come il
linguaggio e la comunicazione possano influenzare le
percezioni della responsabilità e della giustizia. A più
di quarant’anni di distanza, ritengo che l’Heysel
continui a rappresentare un’importante lezione non solo
per il mondo del calcio, ma anche per chiunque si occupi
di politica internazionale, comunicazione e gestione
delle crisi. Ricordare questa tragedia significa,
naturalmente, onorare la memoria delle 39 vittime, ma
significa anche esaminare criticamente le responsabilità
individuali e collettive, evitando interpretazioni
superficiali e cercando di comprendere la complessità
degli eventi.
Fonte: Tesi di
Laurea
di
Filippo Agrumi
© 5 ottobre 2026
Fotografie: Filippo
Agrumi
© GETTY IMAGES
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© Nick Didlick ©
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