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Interviste ad Andrea Lorentini
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Figlio di Roberto Lorentini *

* Vittima allo Stadio Heysel il 29.05.1985

(Presidente Ass. Familiari delle Vittime dal 2015)

Lorentini: "Ok la piazza per l’Heysel,

ma la Juve può ricordare di più i 39 morti"

di Valerio Barretta

Se un pallone è rosso, si può comunque giocare a calcio. Se è rosso sangue, meglio di no. Il pallone della finale di Coppa dei Campioni del 29 maggio 1985 tra Juventus e Liverpool di sangue ne era intriso. Poco prima della partita i tifosi inglesi caricarono il settore Z dello stadio Heysel di Bruxelles. Quella fetta di cemento era destinata ai bianconeri. Questi ultimi, impauriti, si accalcarono verso un muricciolo che crollò sotto il loro peso. I morti furono 39, 32 italiani. Oggi 29 maggio, a 33 anni di distanza, il Comune di Torino li ha voluti ricordare intitolando loro una piazzetta compresa tra lungo Dora Agrigento e strada del Fortino. La cerimonia si è tenuta presso la biblioteca civica "Italo Calvino". Oltre ai familiari delle vittime e ai superstiti della tragedia, erano presenti anche la sindaca Chiara Appendino e il presidente del Consiglio comunale Fabio Versaci. C’era anche il presidente della Associazione familiari vittime Heysel, Andrea Lorentini. Andrea è figlio di Roberto, un medico aretino che morì nello stadio belga. Roberto era sopravvissuto alla prima carica dei tifosi del Liverpool, ma tornò indietro per soccorrere un ragazzo calpestato dalla folla. Il secondo assalto degli hooligans gli fu fatale.

Andrea, l’intitolazione di una piazza torinese alle vittime dell’Heysel arriva 33 anni dopo la strage: secondo lei perché c’è voluto così tanto tempo ?

Perché si è sempre cercato di dimenticare l’Heysel. Questa è una vicenda strumentalizzata ancora oggi e su cui non si è mai fatto memoria nella maniera giusta. Mi fa comunque piacere che il Comune sia arrivato a questo passo. Questa piazza rappresenterà un momento di riflessione per tutti coloro che vi passeranno.

Che opinione ha dell’atteggiamento della società Juventus a riguardo ?

Prima della presidenza di Andrea Agnelli il ricordo dell’Heysel è stato zero. Da quando è arrivato (nel 2010, ndr), sono state celebrate due messe: un po’ poco. Dopo 33 anni non c’è una memoria condivisa tra la Juventus e i familiari delle vittime. Se la Juventus vorrà impegnarsi a commemorarle, che lo faccia in maniera sentita e spontanea. Infatti non chiediamo niente alla società: lavoriamo per conto nostro affinché quel dramma non venga dimenticato.

Il ricordo dell’Heysel è uno degli obiettivi della vostra associazione.

Sì, noi familiari cerchiamo di tenerlo vivo. A fatica, perché - lo ripeto - si è sempre voluto mettere una pietra sopra alla tragedia. La nostra associazione parte dalla memoria della strage per poi sviluppare una serie di progetti di cultura civica e sportiva lavorando con le scuole e cercando di promuovere un modo sano di vivere lo sport, che è condivisione e non odio.

Già, l’odio. I 39 morti sono stati più volte oggetto di cori e striscioni infamanti da parte delle tifoserie anti-juventine. Secondo lei il dolore dell’Heysel è partigiano ?

Purtroppo viene percepito come tale, ma non dovrebbe esserlo. Non si tratta di una tragedia juventina, bensì italiana ed europea. È una tragedia di tutti: questo è il messaggio che la nostra associazione cerca di veicolare. Poi, è inconfutabile che i tifosi della Juventus facciano molto per ricordare le vittime: ma lo fanno anche in risposta a certe curve che si lasciano andare a comportamenti vergognosi.

Quando sente i cori offensivi, è più arrabbiato o frustrato perché non può evitarli ?

Direi entrambe le cose sullo stesso piano. Da un lato c’è l’amarezza nel rendersi conto che l’Italia è a un livello imbarazzante di cultura sportiva. Dall’altro, ho la conferma che l’attività della nostra associazione sia importante: siamo una piccola goccia in un mare, e la battaglia per promuovere una visione più sana dello sport non dipende certo da noi. Ma far riflettere negli incontri un centinaio di ragazzi può essere importante. Su di loro si può intervenire, sugli adulti assolutamente no.

Che punizione darebbe a chi oltraggia la memoria della tragedia ?

Non mi viene in mente nessuna sanzione specifica. Quello che serve è la certezza della pena, e che siano condanne severe. Servirebbe anche da parte delle società una presa di distanza importante dalle tifoserie, cosa che però non avviene mai, perché le dirigenze preferiscono mantenere dei rapporti buoni con le curve.

Non ha mai conosciuto suo padre. Come vorrebbe che fosse ricordato ?

Come un esempio, perché è morto aiutando gli altri. Un esempio dal quale ripartire, da prendere come punto di riferimento. E sono certamente orgoglioso di quello che mio padre ha fatto.

29 maggio 2018

Fonte: Futura.news.it

Heysel, 30 anni dopo: applausi, cartelli e commozione

a Torino Lorentini e Caremani ospiti di Rai Sport

di Mattia Cialini

Un +39 gigantesco per zittire la stupidità di chi, in passato, ha inneggiato alla tragedia. E’ il 39esimo minuto di Juventus-Napoli quando fioriscono in curva Scirea migliaia di cartelli con i nomi delle vittime. Perché 39 non resti solo un numero, quello dei morti (32 italiani e 7 stranieri) della folle notte dell’Heysel: sono passati 30 anni e l’oblio sarebbe il torto più grande. Dietro quel numero ci sono 39 volti, 39 storie, 39 tragedie familiari. Lo Juventus Stadium, ieri in occasione dell’ultima partita casalinga stagionale dei bianconeri in Serie A, ha voluto ricordare tutti i nomi delle vittime di quella drammatica finale di Coppa dei Campioni perché, come scritto in uno striscione: "Nessuno muore veramente se vive nel cuore di chi resta". Tra i nomi innalzati al cielo di Torino anche quello dei due aretini Giuseppina Conti, morta a 16 anni, e Roberto Lorentini, eroico medico 31enne e padre di Andrea, che è l’attuale presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime: "Ero stato sommariamente informato della coreografia - dice Andrea Lorentini - ho ringraziato a nome dell’associazione la curva Sud dello Juventus Stadium per la bella iniziativa. E’ stato un momento molto toccante e significativo, perché 39 non resti un numero senza significato".

L’associazione, fondata da Otello Lorentini, padre di Roberto e nonno di Andrea, è stata da poco riattivata. Un’associazione che negli anni si è battuta strenuamente per tirar fuori la tragedia dal dimenticatoio.

"E’ così. Mio nonno ha ottenuto importanti successi, anche legali. La responsabilità attribuita (anche) all’Uefa per quel che accadde il 29 maggio 1985 è una vittoria della sua caparbietà. Ha fatto giurisprudenza".

Con la società juventina c’è stato un riavvicinamento ?

"Sì, negli ultimi 5 anni qualcosa si è mosso per merito dell’attuale presidente Andrea Agnelli. In passato la Juventus si era chiusa nel silenzio, volendo considerare la Coppa dei Campioni dell’85 solo come un successo sportivo".

Dopo 30 anni è arrivato il momento di una memoria condivisa ?

"L’atteggiamento della società è cambiato: dalla chiusura totale alla collaborazione nelle iniziative a ricordo degli eventi. Purtroppo l’Heysel crea ancora imbarazzi alla Juve, che vorrebbe edulcorare gli avvenimenti. Avremmo voluto mettere in piedi uno spettacolo teatrale sulla vicenda, per ricostruire davvero quel che accadde: dalla disorganizzazione che portò migliaia di hooligan inferociti alla carica, alle condizioni fatiscenti dello stadio. Non è stato possibile farlo assieme alla società".

Tra quattro giorni ricorrerà il 30esimo anniversario della strage, cosa farete come associazione ?

"Dalle 16 alle 18 saremo a Torino, al consiglio regionale del Piemonte, per un momento di riflessione. Sarà letta anche una lettera di Domenico Laudadio, custode della memoria dell’Heysel. Alle 19,30 ci sarà una cerimonia religiosa nella chiesa Grande Madre di Dio, una messa a cui parteciperanno anche rappresentati della Juventus. Infine alle 22,30 sarò ospite di Rai Sport per una trasmissione speciale sull’Heysel. Con me ci sarà anche Francesco Caremani, giornalista che ha scritto il libro "Heysel, la verità di una strage annunciata".

24 maggio 2015

Fonte: Arezzonotizie.it

29 anni fa la strage

"Chi offende l'Heysel non sa che cosa è stato"

di Francesco Caremani

Andrea Lorentini è figlio di Roberto, una delle 39 vittime dell'Heysel, 29 maggio di 29 anni fa, medaglia d'argento al valor civile perché morto tentando di salvare una persona. Otello, il nonno scomparso lo scorso 11 maggio, ha fondato e presieduto l'Associazione tra le famiglie delle vittime di Bruxelles sconfiggendo la UEFA in un processo storico, e dimenticato, ottenendo così giustizia per il suo unico figlio e per gli altri familiari. Più facile che avere memoria e rispetto per una strage che in Italia si è voluta scordare.

Cosa provi ogni volta che senti un coro sull’Heysel ?

"Dolore, rabbia e impotenza perché non posso fare nulla per zittirli. Penso anche agli altri familiari, a Giuseppina Conti che aveva 17 anni".

Tuo nonno tifava fiorentina, tu Inter, in Belgio tra gli italiani sono morti sicuramente tre interisti andati a vedere la partita con gli amici juventini, dov'è l'errore ?

"Chi ha trent'anni non sa cos'è successo all'Heysel, non sa che sono morti degli innocenti, che in quella curva Z c’erano le famiglie, tifosi del calcio andati a vedere la finale del secolo. I cori e gli striscioni di oggi sono il frutto dell'ignoranza e dell'idea che non ci sono avversari, ma solo nemici. Offese ai morti sono ormai all'ordine del giorno negli stadi italiani, in una gara al peggio del trogloditismo pallonaro, cosa si può e si dovrebbe fare ? Non esistono morti di serie A e serie B, il mio giudizio è netto nei confronti di chi offende l'Heysel come Superga, Paparelli come Facchetti. Si dovrebbero applicare punizioni esemplari: individuati i responsabili (non è difficile, ndr) un anno lontano dallo stadio, se recidivi fuori a vita. Ma in tutti questi anni, sull'Heysel in particolare, la Procura federale non mi è sembrata così pronta e attenta".

Colpa anche di chi in Italia ha cercato di dimenticare la strage dell'Heysel ?

"L'Heysel tutt’ora è un argomento tabù per il calcio italiano e i suoi dirigenti. Riguardando la fatica che ha fatto mio nonno non mi sorprende che gli organi di giustizia sportiva si siano accodati al sentire comune di chi voleva cancellare e mettere sotto traccia quella tragedia".

Otello ha sconfitto la Uefa ottenendo giustizia con una storica condanna, ne erediterà il testimone della memoria ?

"Mio nonno ha fatto un percorso che si è concluso nel 2005 con l'amichevole tra le primavere di Juventus e Liverpool ad Arezzo, percorso nel quale la vittoria processuale ha rappresentato l'apice. Più passa il tempo e meno occasioni ci saranno per ricordare ciò che è accaduto, ma la memoria va allenata e se ci sarà bisogno d'intervenire lo farò, perché non ne posso più di sentire offendere i morti, di sentire offendere mio padre morto all'Heysel".

Perché è importante ricordare, nei modi giusti e appropriati, tragedie come quella di Bruxelles ?

"Perché è stato troppo facile uccidere, vedere l'essere umano che si trasforma in assassino, perché basta poco per scatenare la follia e distruggere altre vite. C'è la necessità di trasmettere i valori della cultura sportiva alle nuove generazioni, anche perché dall'Heysel proprio l'Italia sembra avere imparato poco o niente".

Suo padre è morto mentre tentava di salvare un altro e per questo è medaglia d'argento al valor civile, è così che ti piace ricordarlo ?

"Nella sua morte c'è la sintesi di quello che era mio padre, un medico e un altruista. Lui era salvo e si è gettato di nuovo nella mischia per soccorrere un ragazzo: è morto com'è vissuto. Sì, è così che mi piace ricordarlo".

30 maggio 2014

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Lorentini: "Io, orfano dopo l’Heysel ferito dai cori della vergogna"

di Giuseppe Calabrese

Il padre morì nell'85, adesso Andrea Lorentini denuncia: "Siamo stanchi delle offese urlate negli stadi. I Della Valle dovrebbero aiutarci a dire basta".

"Mio padre aveva la mia età quando è morto". Andrea Lorentini ha trentadue anni e fa il giornalista sportivo. Vive ad Arezzo. Suo padre Roberto è una delle vittime dell'Heysel. Era il 29 maggio 1985, e un'ora prima della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool il muro del settore Z dello stadio di Bruxelles crollò, trascinandosi via la vita di trentanove persone. Una ferita che non si è mai cicatrizzata, una delle pagine più nere del calcio. Una follia. Come quei cori che ogni tanto rimbalzano dentro gli stadi quando gioca la Juventus. "La gente non si rende conto di cosa abbiamo passato, e di cosa significa per noi sentire quei cori. È una vergogna".

Andrea, perché dopo trent'anni di silenzio ha deciso di parlare proprio adesso ?

"Perché sono stanco e non capisco perché si continui ad accanirsi sul ricordo di chi non c'è più. Trovo quei cori incivili e irrispettosi. Offendono la memoria delle vittime e il dolore delle famiglie. Vorrei che per una volta, una sola, chi inneggia all'Heysel provasse a mettersi nei nostri panni, che pensasse a quale sarebbe il suo stato d'animo se avesse perso un genitore, un figlio o un parente in quel disastro. Io capisco la rivalità tra Fiorentina e Juventus, e capisco anche gli sfottò, ma questo con quei trentanove morti non c'entra niente. E allora, per favore, smettetela. Lasciateci in pace. E lasciate in pace chi non c'è più".

Si è mai chiesto perché le società di calcio o la Figc non facciano niente per interrompere questa vergogna ?

"Sì, me lo sono chiesto spesso, e non ho mai trovato una risposta. Ma sa cos'è che mi fa ancora più rabbia ? Che questa gente continui e frequentare gli stadi. Si chiudono le curve per discriminazione territoriale, però chi canta quelle oscenità rimane impunito. È assurdo. Io non lo capisco. Non è un atteggiamento da paese civile".

Forse anche la Fiorentina potrebbe fare qualcosa, non crede ?

"Guardi, ci tengo a chiarire una cosa: io non ce l'ho assolutamente con i tifosi della Fiorentina. Ce l'ho con chi continua a fare quel coro e ogni volta offende la mia famiglia, mio padre e le famiglie di tutti gli altri morti. E mi piacerebbe che i Della Valle, che portano avanti la loro battaglia sul fair play, prendessero posizione per isolare certa gente. Con la tecnologia di oggi non è difficile individuarli e lasciarli fuori dagli stadi. Quelli non sono tifosi. Anzi, sa che le dico ? Scriverò personalmente alla Fiorentina e ai Della Valle per chiedere che la società intervenga. Subito. Penso che sia arrivato il momento di dire basta, basta, basta".

Lei aveva tre anni quando suo padre è morto, cosa ricorda di quella sera ?

"Niente, ero troppo piccolo. In quel momento non mi sono accorto di nulla".

E come le spiegarono che suo padre non tornava a casa ?

"Non ricordo nemmeno questo. Mio padre faceva il medico e immagino che mi dissero che sarebbe stato fuori per un po' e che non sarebbe tornato tanto presto. Insomma, quelle cose che si dicono ai bambini. Ho saputo molti anni dopo cosa era successo, quando sono cresciuto e mi sono documentato. Ho rivissuto l'orrore di quella sera centinaia di volte".

Sa come è andata ?

"Sì. Come ho già detto mio padre era medico, ed era anche piuttosto grosso quindi era riuscito ad uscire dallo stadio e a mettersi in salvo. Ma appena arrivato fuori ha visto un ragazzo a terra, ferito, ed è rientrato dentro lo stadio per soccorrerlo. Però mentre gli stava facendo la respirazione bocca a bocca è stato travolto da una seconda ondata di persone. E non si è più rialzato".

Cosa le rimane di suo padre ?

"Pochi ricordi e una medaglia d'argento al valore civile per quel gesto di altruismo che gli è costato la vita. Una cosa di cui vado molto orgoglioso".

Cosa ha pensato la prima volta che ha visto le immagini di quel dramma in tv ?

"È stato un pugno nello stomaco. Sapere che in quella calca c'era anche mio padre è stato uno choc. E oggi, quando mi capita di rivedere le immagini in televisione, cambio canale".

Suo nonno Otello è stato presidente dell'associazione dei familiari delle vittime, come è andato a finire il processo ?

"Sono andato spesso con lui a Bruxelles, alle udienze del processo. Ci sono voluti tutti e tre i gradi di giudizio ma alla fine sono arrivate le condanne per l'Uefa, le autorità belghe e per alcuni tifosi del Liverpool, quelli che sono riusciti a individuare. A quei tempi non c'era un sistema di telecamere come adesso, per cui non è stato possibile identificare tutti".

Siete stati risarciti ? Che valore hanno dato alla vita di suo padre ?

"Sinceramente non me lo ricordo, ma per noi non è mai stato un problema di soldi, ma di giustizia. E la cosa veramente importante è che dal punto di vista legale quella sentenza ha fatto giurisprudenza. Adesso la Uefa è responsabile di tutti gli eventi che organizza".

Sua madre come è uscita da questa vicenda ?

"È una donna forte e coraggiosa. Quando mio padre è morto aveva ventotto anni e due figli piccoli da crescere. Io che avevo tre anni e mio fratello che ne aveva uno e mezzo. In più doveva anche finire gli studi. Frequentava medicina. Con l'aiuto dei miei nonni ha cresciuto i suoi figli e si è laureata. È una donna straordinaria".

Come fa a non odiare il calcio ?

"Quello che è successo all'Heysel non è calcio. È stato un episodio di violenza, un fatto di cronaca che con lo sport non c'entra niente. Il calcio è gioia, socializzazione, voglia di stare insieme. A me il calcio piace, però detesto il resto".

Ha ragione, il calcio dovrebbe essere un bel momento di aggregazione, invece sempre più spesso mostra il suo lato peggiore. E i provvedimenti che vengono presi non sono mai adeguati.

"È vero, penso anch'io che si dovrebbe fare di più. Mi piace il calcio etico di Prandelli, però non basta. Tutti dovrebbero impegnarsi per ridare al calcio la sua dimensione di sport e basta. Invece troppo spesso è ostaggio della stupidità di alcune persone che non me la sento nemmeno di chiamare tifosi. E io sono stanco. Stanco di vedere che il nome di mio padre, e quelli delle altre vittime, vengono continuamente infangati. Stanco che non si faccia niente per fermare questa barbarie. Stanco che non ci sia rispetto per le famiglie delle vittime, per tutte quelle madri, mogli e figli che hanno perso qualcuno. Molti di quei ragazzi che fanno quei cori nell'85 non erano nemmeno nati, ma che ne sanno loro di chi era mio padre ? Oltretutto il settore Z non era nemmeno quello degli ultrà, che erano stati sistemati da un'altra parte. Lì c'erano tutte persone normali, semplici appassionati, qualcuno non era neppure tifoso della Juventus. E io devo accettare che la loro memoria venga continuamente offesa ? E in nome di cosa ? Lo ripeto, è una vergogna. Come lo sono i cori su Superga. Ci vuole rispetto e le società in questo dovrebbero avere un ruolo chiave. Sono loro che devono educare i propri tifosi, anche prendendo provvedimenti scomodi. Non si può essere spettatori passivi di questa vergogna".

2 marzo 2014

Fonte: Firenze.repubblica.it

L’intervista ad Andrea Lorentini

Andrea Lorentini oggi ha 21 anni, studia Scienze della Comunicazione a Perugia e ha un grande sogno: diventare giornalista sportivo. Nel maggio 1985 aveva 3 anni e mezzo e non ha alcun ricordo del padre Roberto. Ma omaggia il babbo tutte le settimane andando a trovarlo al cimitero di Arezzo. Andrea è stato cresciuto unitamente dal nonno Otello, dalla nonna e dalla mamma, dottoressa ematologa presso l’ospedale di Arezzo. Il nonno Otello gli ha trasmesso l’amore per il calcio, che Andrea ha praticato dall’età di 6 anni e fino ai 19, quando l’Università non gli ha più permesso di proseguire l’eventuale carriera da calciatore. Pane e calcio. Queste le materie sulle quali si è formato Andrea, e sulle quali si è formato il fratello Stefano, di un anno più giovane, studente di Fisica. Andrea è un ragazzo decisamente più intelligente e al di sopra della media dei suoi coetanei. Ci ha rilasciato un’intervista per ricordare il padre, per fare un suo commento sul suo personale dolore e sulla vita.

Andrea, che ricordi hai di tuo padre Roberto ?

"Purtroppo nessuno. Avevo tre anni e mezzo all’epoca. Conosco tutta la sua storia. Me l’hanno sempre raccontata. E crescendo mi hanno anche spiegato di quel giorno allo stadio Heysel e di cosa è successo dopo".

Tu non hai avuto un padre, ma ti ha cresciuto un nonno fantastico…

"Sì, esattamente. E’ mio nonno, ma è come se fosse il mio babbo. E’, e sarà sempre, la mia figura maschile di riferimento. Ma la presenza di mio padre c’è sempre, ed è sempre con me".

E’ stato difficile per te vivere questa situazione in questi anni ?

"E’ stata una disgrazia immane, ma l’ho superata e l’ho vinta proprio grazie ai miei familiari. Non è, e non è mai stata, per me, una spada di Damocle".

Andrea, per quale squadra di calcio tifi ?

"Sono tifoso dell’Arezzo. Quest’anno forse riusciamo a passare in serie B. Ma, fra le grandi squadre, sono simpatizzante dell’Inter".

Essere simpatizzante dell’Inter è anche, forse, un modo per prendere le distanze della Juve ?

"Sì, forse sì. Non lo nascondo".

Hai rancore verso la Juventus per quella tragedia ?

"Ho rancore per quei giocatori, alcuni Campioni del Mondo in carica, altri grandi professionisti, che hanno gioito per la vittoria della Coppa dei Campioni (una vittoria che io personalmente, come tanti altri, non riconosco) che hanno compiuto il giro d’onore a strage appena ultimata. Questo sì. E poi ho rancore verso la dichiarazione rilasciata nel dicembre dell’85, quando la Juve vinse la Coppa Intercontinentale e affermò che: "Questa coppa serve per dimenticare la tragedia dell’Heysel. Quella tragedia non si può cancellare con un’altra Coppa".

Nemmeno con la Coppa dei Campioni del 1996 ?

"No. Quella del 1996 è, per me, la prima Coppa dei Campioni vinta dalla società bianconera. Nient’altro".

Tu scrivi una frase molto bella nella tua introduzione al libro: "Il calcio è vita". Puoi commentarla ?

"E’ una conclusione che ho fatto praticando calcio. Il calcio riassume i valori della vita: lo stare insieme, il socializzare, il rispetto dell’avversario, il divertimento. Ma la cosa più importante è sicuramente il rispetto per l’avversario. Per questo il calcio è vita".

22 dicembre 2005

Fonte: Lastampa.it
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