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Fabio Di Maio 1.02.1998
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1° febbraio 1998: Fabio Di Maio, una morte insabbiata

Fabio Di Maio era un ultras trevigiano che morì per arresto cardiaco (secondo la versione ufficiale) il 1° febbraio 1998 al termine di Treviso-Cagliari. La dinamica degli eventi di quel giorno di febbraio in realtà non è mai stata completamente chiara ed in parte anche distorta dai media e dalle forze dell’ordine. Vale la pena ricostruirla. Al termine del match i trevigiani si avvicinano al settore ospiti con l’intenzione di restituire ai sardi l’accoglienza poco amichevole dell’andata. Ne nasce un piccolo scontro fra le prime linee dei due gruppi, prontamente sedato dalla polizia. Da dietro però arrivano i carabinieri, con i calci del fucile spianati, che chiudono i trevigiani in una sorta di "sandwich" fra loro e il cordone di polizia. Diversi risultano feriti, e molti calci dei fucili risultarono poi spezzati, segno che avevano caricato a fondo. Fabio Di Maio si trovava appunto dietro il gruppo dei trevigiani, non si è mai capito bene se abbia o meno partecipato ai tafferugli, se sia stato o meno colpito dai carabinieri. Fatto sta che si accascia al suolo, colpito da arresto cardiaco. L’ambulanza non c’è, o meglio l’unica ambulanza presente al campo è stata precedentemente utilizzata per portare all’ospedale il portiere del Treviso Mondini ed impiegherà più di venti minuti per soccorrere il povero Fabio. Che se ne va così, a 32 anni. Subito è una corsa a scagionare l’azione dei carabinieri: la prima cosa che si dice di Fabio è che era cardiopatico e poi che rientrava proprio quel giorno da una diffida per rissa. In realtà la diffida l’aveva presa per un diverbio con un carabiniere e i suoi problemi al cuore non erano tali da impedirgli di vivere una vita normale, dal momento che faceva l’istruttore di nuoto. Ma i media hanno già ricostruito la versione che risulterà essere ufficiale: un ragazzo cardiopatico, rissoso, che se l’è cercata; se non fosse stato lì non gli sarebbe successo niente; i carabinieri hanno agito nel giusto. Ma non si troverà mai nessuna spiegazione per i calci dei fucili rotti, così come per i filmati di quegli incidenti "stranamente" cancellati, o per la rimozione altrettanto "strana" del Commissario Capo della Digos di Treviso. Nei giorni immediatamente successivi al fatto arrivano 28 diffide sulla tifoseria trevigiana. Un chiaro tentativo di intimidire, di mettere tutti a tacere. Gli Ultras a Treviso, che in quel periodo erano in forte crescita, vengono praticamente stroncati e da quell’episodio cominceranno a subire valanghe di diffide spesso gratuite. Ma la polizia a Treviso si fa particolarmente cattiva e pesante, anche nei confronti degli ospiti: ce ne accorgeremo anche noi, quattro anni dopo, in una serata di follia condita prima da provocazioni verbali, minacce, insulti e poi da cariche dentro lo stadio che porteranno a due fermi (per inciso, l’unico dei due ragazzi che arriverà al dibattimento non solo si vedrà assolvere, ma anche risarcire di 2.000 euro !). Un episodio spesso trattato "in secondo piano", ma che nel suo piccolo ha cambiato il corso della storia a Treviso. Gli ultras trevigiani, poco inclini a campagne mediatiche e giornalistiche, intitolarono la loro curva a Fabio e nel 2011, in occasione del tredicesimo anniversario della sua scomparsa, gli hanno dedicato anche una targa. Più di tutti ha cambiato la vita dei genitori di Fabio: Carlo Rosario e Bianca erano una famiglia normale, con un’attività, come tante qui nel Veneto. A seguito della morte del figlio tentarono una causa civile contro il Treviso FBC, ma persero il processo e si ritrovarono a pagare tutti i danni. Furono costretti a vendere l’edicola che gestivano presso la stazione dei treni di Treviso per pagare i debiti, e finirono in rovina. A Fabio, nell’anniversario della sua morte, va il nostro pensiero. Come a tutte le vittime di questo stato che hanno avuto la sola sfortuna di essere tifosi, pertanto agli occhi di molti "cittadini di serie B". (Fonte: Tribuna Fattori)

4 Febbraio 2013

Fonte: Boysparma1977.it

I tifosi del Treviso

Cerimonia a Monigo a 15 anni dalla morte di Fabio Di Maio

Si stringeranno tutti attorno a Carlo, domani sera, gli ultras e i tifosi del Treviso, a quindici anni dalla morte assurda del figlio di Carlo, Fabio, fantastico tifoso della squadra biancoceleste, ragazzo generoso e buono, che solo la puntigliosità di qualcuno ha tentato di spacciare come ultrà violento. Lui che era istruttore di nuoto per i ragazzini e una vera calamita per i bambini.

Fabio Di Maio morì 15 anni fa, l’1 febbraio, al termine della partita, giocata a Monigo, tra il Treviso e il Cagliari. E anche quella volta qualcuno disse che era morto negli scontri tra le due tifoserie. Solo che Fabio, cardiopatico, non ci pensava nemmeno a partecipare agli scontri in quella giornata gelida che minacciava la sua cardiopatia. Morì invece perché fuori dallo stadio non c’era un’ambulanza che lo portasse di volata in pronto soccorso. Quella che vi stazionava era andata a portare un giocatore del Cagliari (NDR: Del Treviso, il portiere Mondini) e lo stadio era rimasto sguarnito. All’arrivo di una seconda ambulanza per Fabio non c’era nulla da fare. Domani, in occasione dell’anniversario della scomparsa di Fabio, la Curva Sud lo ricorderà deponendo una corona di fiori proprio nei pressi del luogo, lo stadio di Monigo, dove il giovane tifoso scomparve. Stavolta, dunque, tocca a Monigo, mentre in altre occasioni la celebrazione è avvenuta al Tenni, accanto alla targa dedicata a Fabio e voluta proprio dalla tifoseria. Il tam-tam dei tifosi su facebook ha invitato tutti a presenziare e stare vicino a Carlo. Il papà di Fabio, dopo la morte del figlio, ha affrontato una lunga battaglia legale per ottenere giustizia su quella mancanza dell’ambulanza, arrivata in grave ritardo, perdendo la salute (una forma di parziale cecità) e tutti i suoi averi (ha dovuto cedere l’edicola del Ca’ Foncello per pagare gli avvocati). Naturalmente - si fa per dire - ha perso anche il contenzioso con il Treviso Calcio. Il ritrovo è stato fissato per le 20.15 presso il "Perbacco" a Monigo. E, come da tempo chiesto da Carlo Di Maio, seguirà una cena con la sua presenza in un’osteria della zona nota solo a chi vi ha aderito via facebook. (a.f.)

31 gennaio 2013

Fonte: Tribunatreviso.gelocal.it

Fabio ora ha una targa sotto la "sua" curva

"Lode a te, Fabio Di Maio". Un grido che da tredici anni i tifosi del Treviso intonano. Una targa con i colori della massima società calcistica di Treviso, il nome di Fabio Di Maio e la data della sua morte, spicca ora sotto la curva Sud del Tenni, la "sua" curva. Alla cerimonia di scopertura, insieme a tanti tifosi amici di Fabio, ha assistito anche il papà del super-supporter biancoceleste scomparso l'1 febbraio del 1998. Fabio, un'anima grande e felice, non morì al Tenni ma, per stupide ragioni logistiche (oltre che a causa del suo povero cuore), a Monigo, dopo Treviso-Cagliari. (a.f.)

31 gennaio 2011

Fonte: Tribunatreviso.gelocal.it

I Di Maio: "Noi, distrutti e rovinati"

di Emanuele Spironello

Una famiglia disperata, avvilita, distrutta. Bianca e Carlo Rosario Di Maio sono gli anziani genitori di Fabio Di Maio, il tifoso del Treviso morto in quella tragica, fredda domenica 1 febbraio 1998. Hanno perso tutto, il loro amato figlio, la voglia di vivere e, sembra una beffa, anche i guadagni di una vita.

Quella del tifoso trevigiano morto per un infarto all'esterno dello stadio di Monigo è una delle tante storie che rischiano di passare nel dimenticatoio, o venire catalogate tra i morti causati dal tifo violento negli stadi. Niente di tutto questo: Fabio morì a soli 32 anni per un infarto, attendendo invano un'ambulanza che arrivò in ritardo, rimanendo steso a terra sull'asfalto gelido fuori dallo stadio, tra le tenebre che scendevano tra i palazzoni di San Liberale e i fari delle auto che sfrecciavano sulla Feltrina. La vicenda è ora riportata alla luce dal giornalista e scrittore romano Maurizio Martucci, autore del libro "Cuori Tifosi" (Sperling & Kupfer), che ripropone le storie dimenticate dei morti negli stadi. Uno dei tristi capitoli che raccontano 50 anni di tragedie "sportive", è dedicato alla vicenda Di Maio a cui gli ultras biancocelesti hanno poi dedicato la loro curva, dove ogni anno si celebra un toccante anniversario per ricordare l'amico scomparso. Tra le pieghe di questa storia raccontata tra testimonianze e articoli dei giornali di allora, emerge come i genitori di Fabio Di Maio abbiano visto crollare ogni loro avere per una causa di risarcimento persa, che li ha costretti dopo 11 anni di battaglie legali a privarsi di tutto. "Con la morte di mio figlio è finita anche la nostra famiglia - racconta Carlo Rosario Di Maio, il papà - ci sembrava impossibile che si potesse morire aspettando i soccorsi... Denunciai il Treviso Fbc costituendomi parte civile. Ho perso il processo. Invece del risarcimento danni sono stato costretto a disfarmi di tutto, a pagare in prima persona. Contro di noi si è rivalsa un'assicurazione del Treviso che non ci ha dato scampo". Quel 1 febbraio a Monigo si giocava Treviso-Cagliari, una delle ultime gare di B prima del ritorno nel ristrutturato "Tenni". L'unica ambulanza presente aveva trasportato poco prima al Ca' Foncello il portiere del Treviso Luca Mondini dopo un violento colpo al capo ricevuto da uno scontro con l'attaccante dei sardi Dario Silva. Fini 1-0 per gli ospiti: al termine una gazzarra tra tifosi sardi (usciti contemporaneamente ai trevigiani) e forze dell'ordine. Di Maio non c'era, stava andando a casa, quando il suo cuore cedette sotto gli occhi impietriti di amici e tifosi che attesero un'ambulanza per oltre 20 minuti. Il Treviso calcio fu ritenuto innocente. Fabio era cardiopatico e la sua morte avvenne fuori dallo stadio: nessuna responsabilità della società, solo una tragica fatalità. "Oltre la morte di Fabio, pure la beffa - conclude il racconto il signor Di Maio - Per saldare le spese ho venduto la mia attività commerciale: avevo un'edicola (quella all'ospedale ndr), ora non ho più nulla. E per la disperazione mi sono anche ammalato. Rischio di diventare cieco, mi è venuto il diabete e dagli occhi comincio a non vederci più. Faccio fatica a guidare la macchina. Io e mia moglie siamo avviliti, distrutti: non abbiamo neanche la forza di parlare...".

9 settembre 2010

Fonte: La Tribuna di Treviso

Domenica di violenza

di Corrado Sannucci

TRAGEDIA allo stadio Monigo alla fine della partita tra Treviso e Cagliari: c’è stato un contatto tra le tifoserie, una sassaiola, una carica della polizia e alla fine è rimasto per terra Fabio Di Maio, 32 anni, un tifoso storico dei tempi in cui il Treviso era ancora nell’Interregionale, amico dei giocatori, una figura conosciuta in città. E ritorna il ricordo di Vincenzo Spagnolo, il genoano accoltellato nel gennaio '95 o di Nazzareno Filippini, l’ascolano morto negli scontri con gli ultrà interisti nell’88, le storie italiane delle domeniche allo stadio, quando dal nulla appare la violenza e la morte. Gli incidenti sono cominciati all’uscita, nella zona opposta al piazzale delle biglietterie, tra le curve e i popolari. Il Cagliari aveva vinto, il gruppo dei tifosi sardi festeggiava, non più di una trentina. Si sono ritrovati contro un gruppo di ultrà del Treviso, sono partiti gli insulti e poi qualche sasso, è intervenuta la polizia per separarli, c’è stata qualche carica, nella fuga Di Maio si è accodato al gruppo dei suoi compagni di tifo, un centinaio, che tentava di disperdersi. Secondo le testimonianze di altri spettatori, non era in prima fila negli incidenti, ma ha seguito il movimento di tutti. Improvvisamente si è accasciato al suolo, in un momento in cui la tensione tra le due tifoserie si era anche un po' alleggerita. Il giovane è stato attorniato da alcuni amici, che hanno chiesto aiuto e telefonato al 118 dell’Ospedale. Nell’attesa che l’ambulanza arrivasse è stato soccorso da due agenti e da un medico che era andato ad assistere la partita, che hanno tentato un massaggio cardiaco sull’asfalto. Il referto medico del nosocomio trevigiano parla di morte improvvisa, quasi sicuramente un infarto. Fabio Di Maio aveva leggere abrasioni sul palmo della mano e ad un ginocchio che facevano pensare a una colluttazione, il sospetto era che la morte potesse essere la conseguenza di un pestaggio, da parte dei tifosi avversari o della polizia. Ma il questore di Treviso, Armando Zingales, riportando le osservazioni dei medici, le ha descritte come ferite dovute alla caduta, al momento del malore. "Non c’è niente che faccia pensare a un evento traumatico", dice il referto. Ma i tifosi e la stessa società parlano di un ritardo nell’arrivo dell’ambulanza. Fabio Di Maio era di Dosson di Casier, un paese a pochi chilometri a sud di Treviso ma ora viveva con la compagna nel quartiere di Santa Maria del Sile. Non era conosciuto come un ultrà particolarmente acceso ma lo scorso anno aveva subito un’interdizione dallo stadio per sette mesi. Frequentava un club del centro e poi qualcuno dei tanti bar dove parlare di calcio (o di rugby) è un’occasione per un giro di "ombre", di bicchieri di vino. Questa era una delle prime partite cui assisteva in questa stagione, la prima del Treviso in serie B. Lavorava come magazziniere in una ditta di confezioni. Il padre è molto conosciuto perché gestisce l’edicola all’interno dell’ospedale Ca' Foncello. Sembra che Di Maio avesse una storia personale di cardiopatia, i medici dell’ospedale hanno parlato addirittura di una miocardiopatia cronica. Nonostante questo, Di Maio era molto attivo e non solo nello sport visto ma anche in quello praticato, essendo anche un istruttore di nuoto allo Sporting Club Zambon. La sua morte ricorda quella di Antonio De Falchi, un diciottenne tifoso della Roma, morto all’esterno di San Siro nel giugno '89, per una crisi cardiaca, dopo un’aggressione degli ultrà milanisti. Ma in questo caso sembra che il contatto con gli ultrà cagliaritani neanche ci sia stato. Il questore Zingales ha denunciato il degenerare di una tifoseria tranquilla che negli ultimi tempi, specialmente in occasione dei derby con Venezia e Verona, ha dato il via a incidenti. (Ha collaborato Andrea Passerini)

2 febbraio 1998

Fonte: La Repubblica

Dopo la partita vinta dal Cagliari uno spettatore paga per episodi di violenza

Treviso, tragedia fuori dallo stadio

Muore per infarto un giovane coinvolto negli scontri

di Guglielmo Longhi

Si chiamava Fabio Di Maio e aveva 32 anni. Soffriva di miocardite dilatativa. Sostenitore del Treviso si è trovato nella mischia fuori dallo stadio. È stato portato troppo tardi al pronto soccorso perché l'unica ambulanza in servizio era stata utilizzata per il portiere Mondini.

DAL NOSTRO INVIATO TREVISO - Il parcheggio che si sta svuotando, gli insulti, i sassi, la polizia che interviene. E la tragedia: un tifoso si accascia a terra, stroncato da un malore. Ucciso dallo spavento, ucciso anche dalla fatalità perché l'ambulanza che avrebbe potuto salvarlo non c'era: stava portando in ospedale il portiere del Treviso, Mondini. Accade al termine di una partita che non aveva suscitato grande tensione. Certo, la delusione per la sconfitta della squadra di Bellotto, anche la rabbia per un rigore non concesso nel finale della gara possono avere acceso gli animi. Ma nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo fuori dallo stadio. Sono le 16.30 quando gli ultras si fronteggiano: da una parte circa un centinaio del Treviso (gruppi nati di recente, con la promozione in serie B e che in parte sono passati, per osmosi, dalla polisportiva Benetton, il basket in particolare), dall'altra una trentina del Cagliari che stavano per andare alla stazione a prendere l'autobus (nel Veneto ci sono cinque club rossoblù, uno dei quali ha sede proprio a Treviso). I tifosi si trovano subito di fronte, nel parcheggio dello stadio: gli ospiti, ha fatto notare la polizia, non erano scortati perché in gran parte erano arrivati in città con mezzi propri. Volano subito gli insulti, gli ultras del Treviso cominciano a lanciare i sassi. Gli agenti, una ventina, intervengono, fanno alcune cariche e si mettono in mezzo ai due gruppi. Il cuscino umano regge, la tensione si sta alleggerendo. Ma proprio in quel momento avviene la tragedia: Fabio Di Maio, 32 anni, cade a terra. Un altro tifoso, un medico, lo soccorre, insieme a un agente che tenta di fargli il massaggio cardiaco. Qualcuno urla di chiamare l'ambulanza, ma l'ambulanza in servizio allo stadio non c'è: sta correndo all'ospedale Ca' Foncello con Luca Mondini. Il portiere del Vicenza ha avuto una profonda ferita alla tempia (dopo un brutto intervento di Silva) che richiederà sei punti di sutura. I soccorsi per Di Maio arrivano dopo un quarto d'ora, forse più, i pareri sono discordi. Comunque troppi. Si capisce subito cosa sta accadendo, il maledetto parcheggio resta deserto. Arriva l'ambulanza, finalmente: una corsa di dieci minuti, ma per il giovane non c'è più nulla da fare. Soffriva di miocardite dilatativa, in pratica un invecchiamento precoce del cuore che permette comunque di svolgere una vita normale. Il giovane, da alcuni mesi abitante con la fidanzata a S. Maria del Sile, un quartiere di Treviso, faceva l'insegnante di nuoto nel centro sportivo Zambon. Una vita normale, appunto, con la grande passione per il Treviso. Seguiva la squadra ovunque, in casa e fuori, in B come nelle serie minori. La prepotente salita dei biancazzurri aveva contagiato lui, e tutta la curva. I club si erano moltiplicati, l'entusiasmo pure. Troppo, forse. Tre anni fa era stato coinvolto in altri incidenti e sembra che avesse avuto il divieto di seguire tutte le manifestazioni sportive. Ma la circostanza non è confermata dalla Questura. Che, invece, ricorda gli episodi di tensione avvenuti nelle partite contro il Venezia e contro il Verona e chiarisce con esattezza la dinamica dei fatti di ieri: il giovane, da tempo in cura per la miocardite, è stato stroncato da un infarto. Sul corpo sono state trovate tracce di escoriazioni ed ecchimosi al braccio e alla gamba destra, segni della caduta sull'asfalto dopo il malore. La sassaiola provoca anche due feriti fra i tifosi del Treviso, che vengono medicati alla testa e subito dimessi. Nell'atrio del pronto soccorso, restano la rabbia e lo strazio di parenti e amici. Il padre di Di Maio, Rosario, è tra i primi ad arrivare: abita in provincia, a Dosson di Casier e, ironia del destino, lavora nell'edicola dell'ospedale. Il cognato della vittima, che vuole restare anonimo, si lamenta dell'eccessivo ritardo con il quale sono arrivati i soccorsi: "Bastavano dieci minuti in meno di attesa e probabilmente Fabio si sarebbe salvato". Qualcuno fra i tifosi mugugna, chiede spiegazioni agli agenti, non lancia accuse ma non sa arrendersi. "Abbiamo fatto il possibile", dicono e ripetono i funzionari della polizia, negando con forza la voce che girava subito dopo gli incidenti: gli agenti avrebbero pensato soprattutto a dividere i due gruppi più che a soccorrere il giovane. È vero il contrario, come testimoniato da alcuni: sono stati gli stessi agenti a prestare le prime cure a Di Maio, a chiamare e poi aspettare un'ambulanza che sarebbe arrivata troppo tardi. Ma l'amarezza resta. Lo si capisce ascoltando le parole del vicepresidente del Treviso, Paolo Bisetto: "Non riusciamo a capire perché dentro lo stadio non succede mai niente e fuori sì". Alla domanda cerca di rispondere, indirettamente, il Lisipo, il libero sindacato di polizia secondo il quale "le spese per garantire la sicurezza negli stadi dovrebbero essere coperte dalle società calcistiche ed inoltre sarebbe opportuno che le partite più calde si svolgessero in luoghi diversi da quelli in cui le squadre sono espressione".

2 febbraio 1998

Fonte: La Gazzetta dello Sport

Domenica violenta in B: al Bentegodi contusi e feriti, la partita con la Salernitana sospesa per 6 minuti

Scontri a Verona, tifoso muore d'infarto a Treviso

E' un giovane cardiopatico coinvolto in una rissa tra ultras veneti e cagliaritani

Domenica violenta nel calcio, in serie B. Gravi incidenti a Verona per Verona-Salernitana e scaramucce fra tifosi locali e del Cagliari a Treviso, dove un tifoso, cardiopatico, si è accasciato ed è morto per infarto. A Treviso gli incidenti si sono accesi tra una ventina di tifosi cagliaritani e quelli locali all'uscita dello stadio dopo l'1-0 a favore dei sardi: è iniziato un lancio di sassi che ha provocato il ferimento di due persone medicate al pronto soccorso con alcuni punti di sutura al cuoio capelluto. Per sedare i tafferugli è intervenuta la polizia. Gli agenti si sono frapposti tra i due gruppi. Tra i trevigiani, circa un centinaio, c'era anche Fabio Di Maio, 32 anni, di Dosson di Casier (Tv). Figlio del gestore dell'edicola interna all'ospedale Cà Foncello di Treviso, conviveva da qualche tempo con la compagna nel quartiere trevigiano di Santa Maria del Sile, ed era istruttore di nuoto e ginnastica in un centro sportivo privato cittadino. In passato il giovane era già stato coinvolto in disordini del genere, e nel '95 gli era stato temporaneamente vietato l'accesso agli stadi. Di Maio, che pur stando nel gruppo degli ultras non era in prima linea, si è accasciato a terra in un momento in cui tra le due tifoserie la tensione si era già alleggerita. Il giovane è stato attorniato da alcuni amici, che hanno chiesto aiuto e telefonato al 118 dell'Ospedale. In attesa dell'ambulanza è stato soccorso da due agenti e da un medico che era andato alla partita. A quanto si è appreso, Di Maio era conosciuto come cardiopatico ed era sottoposto a terapia farmacologica. Trasportato in ospedale si è spento nel reparto di rianimazione. Secondo quanto dichiarato dal questore Armando Zingales, Di Maio è morto per infarto del miocardio. Un esame sul corpo non avrebbe evidenziato alcun segno di contusione, a parte leggere abrasioni a una mano e ad un ginocchio per la caduta sull'asfalto. Tra le prime reazioni alla sua morte, quelle di vari tifosi trevigiani e di alcuni rappresentanti del vertice della società calcistica, secondo i quali l'ambulanza sarebbe giunta all'esterno dello stadio con ritardo. Critiche anche all'organizzazione del servizio d'ordine, insufficiente a gestire le tensioni tra i tifosi. Il questore ha però sottolineato come i comportamenti degli ultras trevigiani siano ultimamente degenerati... (Omissis) (r. s.)

2 febbraio 1998

Fonte: La Stampa

IL DRAMMA / Gli amici accusano la polizia: "L’hanno picchiato". Ma il referto medico parla di decesso per infarto, la vittima era un cardiopatico.

Follia ultrà: domenica di sangue a Treviso

di Alessandro Russello

E' giallo sulla morte di un tifoso negli incidenti alla fine della partita contro il Cagliari. La vittima aveva 32 anni e tornava allo stadio dopo 7 mesi per una diffida.

TREVISO - Una sassaiola, la polizia che fa cordone e carica, tifosi che scappano e cadono, si rialzano, continuano a correre. Lui no. Lui rimane a terra. Nessuna manganellata, nessun colpo ricevuto. L'ha tradito il cuore, cuore di cardiopatico di un ragazzo che durante la settimana faceva il magazziniere part-time e l'istruttore di nuoto e alla domenica l'ultrà allo stadio. Lo tenevano su le pastiglie, ma ieri il farmaco salvavita non è servito. Fabio Di Maio, 32 anni, un pezzo di ragazzo con i colori biancocelesti nel cuore e una diffida per rissa alle spalle, si è accasciato a terra nel parcheggio dello stadio, il "Monigo", poco dopo la fine della partita Treviso-Cagliari, una delle gare clou del campionato di serie B. Una partita particolarmente sentita per Fabio, che proprio ieri rientrava allo stadio dopo un'assenza di sette mesi legata a una diffida ricevuta lo scorso campionato in seguito a dei tafferugli. Tafferugli che stavolta hanno segnato il suo destino. A innescare gli scontri, con una sassaiola diretta contro i sardi, a quanto riferisce la Questura, sono stati i tifosi locali. Dalle file degli ultras biancocelesti sono volati sassi e bottiglie contro gli avversari. Due ragazzi sono stati colpiti alla testa e i sardi hanno reagito. Ne è nata una rissa. E la polizia ha caricato. Mentre gli agenti cercavano di allontanare i ragazzi, Fabio Di Maio si è accasciato sull'asfalto. In un primo momento il tam-tam della tifoseria trevigiana ha fatto arrivare la notizia della "morte di un tifoso manganellato dalla polizia", ma il questore, dopo aver ricevuto il referto del medico legale, ha spiegato: "Fabio Di Maio - ha detto Armando Zingales - è morto di infarto: sul suo corpo vi sono solo due escoriazioni, una ad una mano e l'altra ad un ginocchio, entrambe dalla parte dalla quale è' caduto. I nostri agenti non lo hanno toccato, sono stati fra i primi a soccorrerlo quando alla fine del parapiglia si sono accorti che era rimasto a terra". Una versione ufficiale avallata dalla telefonata di una ragazza al quotidiano La Tribuna di Treviso a tarda sera. Si chiama Daniela Schiavon ed è l'unica testimone oculare che finora sia uscita allo scoperto. "Quando sono uscita dallo stadio c'erano già una trentina di cagliaritani e la polizia aveva caricato - ha raccontato - c’è stata anche una sassaiola, ma in quel momento la situazione era tranquilla. Mi sono voltata un attimo e ho visto il ragazzo cadere a terra: eravamo ben lontani dal cordone di poliziotti, almeno cinquanta metri. Subito qualcuno ha gridato: "Si è sentito male". L'ambulanza però ci ha impiegato più di venti minuti ad arrivare. Incredibile". Ma quella legata ai tempi dei soccorsi non è la sola polemica. Il Treviso, attraverso il suo vicepresidente Paolo Bisetto, ha stigmatizzato il fatto che lo stadio Monigo sia l'unico in Italia dove i tifosi vengono fatti sfollare assieme e dalla stessa uscita. Di Maio, che lavorava come magazziniere in una ditta di tessuti e come istruttore in un club del centro, viveva a Dosson di Casier, alle porte della città. Era andato allo stadio con un gruppo di amici. Novanta minuti di tifo, poi la delusione per la sconfitta. Una delusione che ha portato i tifosi agli scontri.

2 febbraio 1998

Fonte: il Corriere della Sera

 Calcio. Polemiche all'indomani della tragedia

Poteva essere salvato il tifoso morto dopo la partita Treviso-Cagliari ?

di Fiammetta Cupellaro

TREVISO - Il giorno dopo la morte di Fabio Di Maio, il tifoso trentaduenne stroncato da un infarto all'uscita dello stadio di Treviso, è stato il momento delle polemiche, degli incontri tra il club e le forze dell'ordine. Ma anche delle interrogazioni parlamentari e del dolore dei parenti del ragazzo che vogliono capire se Fabio, soccorso in tempo, si sarebbe potuto salvare. Appurato che il giovane è morto per un infarto e non è stato malmenato, è proprio sul tempo impiegato dall'ambulanza per giungere allo stadio che si sono incentrate le polemiche. I testimoni hanno parlato di venti minuti. Fabio, cardiopatico grave, è dunque morto in attesa dell'ambulanza mentre intorno le due tifoserie, quella trevigiana e cagliaritana, si fronteggiavano picchiandosi e lanciandosi sassi. Una scena surreale. I disordini sono scoppiati all'uscita mentre i tifosi locali si stavano dirigendo verso lo spogliatoio dell'arbitro. A quel punto i due gruppi - che sarebbero dovuti uscire dallo stadio totalmente divisi - si sono invece incontrati. Sono intervenuti i poliziotti per separarli, c'è stata anche qualche carica. E ieri, Paolo Bisetto vice presidente del Treviso calcio, insieme a un rappresentante della tifoseria, Edoardo Paggiaro, amico di Fabio Di Maio, hanno incontrato il questore Armando Zingales. "Insieme abbiamo fatto il punto della situazione - ha detto il dirigente del club biancoceleste - abbiamo capito che non c'è stata negligenza da parte delle forze dell'ordine. Nessuno dei tifosi è stato malmenato e con il questore abbiamo parlato del futuro. In che modo poter evitare altri disordini". Il dieci per cento delle risorse delle forze d'ordine pubblico se ne va rubato dai tifosi, temperanti o intemperanti che siano. Ogni domenica, masse di carabinieri e poliziotti devono far da balia o da castigamatti a bande di ultras con la voglia di trasgressione. Ci sarà mai una soluzione ? Si sbilancia il colonnello Nicolò Gebbia, comandante provinciale dei Carabinieri di Treviso: "Riduciamo al minimo i controlli, costringiamo società e tifosi all'autoregolamentazione. Ad ogni partita di calcio mandiamo cinque agenti e stop". Ma come ? Sarebbe un massacro... "Probabilmente no - pianifica il colonnello - perché al minimo accenno di violenza scatterebbero sanzioni esemplari. E non solo per i responsabili, ma per le società. Per esempio: revoca dell'autorizzazione all'agibilità dello stadio, per motivi di ordine pubblico: sa cosa vuol dire ? Che non entrano spettatori. Nessun incasso". Insomma, violenza uguale zero lire. "E siccome - continua Gebbia - il calcio è una delle industrie nazionali più produttive, non sarebbe possibile. Sarebbero le stesse società, pena la sopravvivenza, a mettere la museruola ai violenti". Pare fin troppo semplice... E in ogni caso ci vorrebbero questori in grado di vietare, per esempio, un derby Roma-Lazio: immaginarsi le pressioni. "C'è un ministro dell'Interno che ha altissimo senso dello Stato e non si tira indietro: la mia è un'idea che potrebbe funzionare". Napolitano si troverà sul tavolo, stamani, anche altre proposte. Come quella del deputato leghista Donato Manfroi: "Per evitare la violenza, niente incontri tra squadre settentrionali e meridionali, e organizziamo i campionati di A e B in gironi regionali". L'Unione sindacale di Polizia suggerisce l'istituzione di un numero verde anti teppisti.

3 febbraio 1998

Fonte: Il Tirreno

Qui il calcio non uccide

di Alessandro Tommasi

TREVISO - Allora era questo il grande calcio: l’arbitro che sbaglia e poi sbaglia ancora, la curva che s'arrabbia, la partita che finisce con la vittoria degli altri, gli ultrà che allora cercano di fare quella che loro chiamano giustizia - e se non è con l’arbitro, è con gli ultrà dell’altra sponda: e dunque interviene la polizia, volano sassi, parte un pugno, parte un calcio. E all’improvviso uno muore. Così, zac, fulminato sull’asfalto: Fabio Di Maio, 32 anni. Morto. Sì, era questo il grande calcio che il Treviso ha cercato con tre promozioni filate, un anno via l’altro, dal nulla delle domeniche inseguite sui campi della provincia fino alla serie B. E adesso che l’ha avuto, fa niente se Fabio domenica è morto perché il cuore che aveva malato s'è all’improvviso spento, fa niente se è crollato a 60 metri dal punto in cui la polizia (con vigore, è l’abitudine) separava gli ultrà di casa da quelli del Cagliari, ed era solo e stava tranquillamente camminando, fa niente se non è morto di calcio ma di un male che si chiama miocardite dilatativa. E che avrebbe potuto ucciderlo due ore prima, o mentre era seduto, in casa, davanti alla tv. Perché la città del rugby, del volley, del basket, la città che ha vinto e vince in Formula uno e nel motomondiale, fa presto a fare le somme. Il totale ? Scontatissimo: "Solo nel calcio succedono "ste robe qui". Eppure: mica è vero, ricorda Paolo Bisetto, vicepresidente del Treviso calcio. "Quando la squadra di basket era in A2, il derby con Mestre aveva un epilogo immancabile: la rissa fuori dal palasport tra le due tifoserie". Se è per questo, già in passato il calcio aveva dato problemi, e quando in questa stagione il Verona e il Venezia sono venuti a giocare qui la polizia ha avuto da lavorare più del solito. E Di Maio allo stadio era tornato da poco, da quando gli era scaduta la diffida, sette mesi di sospensione beccati dal giudice per rissa sugli spalti. Ma è oggi, non prima, che la città si sente come se le avessero appena trafugato la verginità. Nuda, ferita e anche imbarazzata. E il sindaco, Giancarlo Gentilini, ha equamente richiamato tutti: questura, ospedale, dirigenti del Treviso. Perché una fatalità, il cuore di Fabio che si ferma proprio lì e in quel momento, più un’altra fatalità, l’ambulanza che si è allontanata dallo stadio per portare un giocatore ferito in ospedale, hanno fatto la tragedia. E la tragedia ha insegnato che dopo la terza promozione di fila che ti ha portato in serie B non puoi più avere uno stadio in cui le tifoserie - quella di casa, quella che arriva da fuori - si mischiano; né una sola ambulanza che staziona in zona sperando di risultare inutile; né un solo attimo di tregua e di rilassamento, perché magari hai pensato: i tifosi del Cagliari vivono quasi tutti qui, intorno a Treviso: non accadrà niente. Perché questo è successo domenica, e così la storia della morte di Di Maio è stata ricostruita ieri mattina dal questore Zingales, che ha chiamato i rappresentanti degli ultrà del Treviso e il vicepresidente Bisetto, e a loro l’ha raccontata. E le voci che giravano subito dopo la partita: Fabio lo ha ucciso una manganellata, un colpo di calcio di fucile picchiatogli sulla schiena ? Svanite, soffiate via già dal primo esame autoptico, dal racconto di chi ha visto perché era lì. E l’ambulanza - che gli agenti che hanno subito chiamato - ha fatto fatica a risalire la corrente di chi lasciava lo stadio, ha perso tempo, troppo: un quarto d'ora e addio, Fabio è morto. E adesso, vicepresidente ? "Adesso continuiamo con la nostra strategia: vogliamo che il calcio sia uno sport cittadino, preferiamo avere una sola famiglia in tribuna piuttosto che cento tifosi violenti". Pausa. "Certo, se poi ti viene un arbitro come quello di domenica... C'era Casarin che a ogni fischio si metteva le mani nei capelli: due rigori ci ha negato, due, mica uno... Come lo chiamerebbe lei tutto questo ?". Grande calcio, che domande.

3 febbraio 1998

Fonte: La Repubblica

 

Polemiche a Treviso dopo la morte di Fabio Di Maio, ex ultrà che non poteva più cercare emozioni

Il cuore malato non ha retto alla paura

Il sindaco: poca prevenzione

di Alessandro Baschieri

Poteva morire in qualsiasi momento: "Anche guardando la televisione", hanno spiegato i medici. Sicuramente è vero. Perché quello di Fabio Di Maio non era solo un cuore matto, era un cuore malato: miocardiopatia dilatativa, in molti casi l'unica speranza di salvezza è il trapianto e forse lui ci aveva anche pensato, quando saliva le scale e doveva fermarsi ansimando. Poteva morire d'infarto in qualsiasi momento, Fabio, però è morto per l'emozione, per la paura, per l'ansia di mettersi in salvo. Perché troppo spesso dopo le partite di calcio vengono le sassaiole, gli scontri, le cariche della polizia. Sembra che impazziscano tutti. Sembra di essere in guerra. Fabio aveva 32 anni, era di Dosson di Casier, un paese a Sud di Treviso, ma ora viveva con la fidanzata nel quartiere di Santa Maria del Siile. Sapeva che la sua vita era appesa a un filo, ma cercava di non pensare alla spada di Damocle che aveva sulla testa: faceva il magazziniere e anche l'istruttore di nuoto, nel club "T. C. Zambon" di Treviso. Era un ultrà: e si era anche preso, per aver partecipato a tafferugli, una punizione esemplare, per sette mesi aveva avuto la proibizione di andare allo stadio. Ma poi aveva messo la testa a posto, giurano gli amici. D'altra parte, chi ha il cuore in quello stato non può andarsi a procurare emozioni extra. Sarebbe una pazzia. Vorrebbe dire cercare il suicidio. Quattro anni fa il Treviso era ancora una squadra di dilettanti: non c'era tifo organizzato, alla partita andavano in media meno di 500 persone. Adesso ci sono gli ultrà e può bastare una scintilla, come quasi in ogni città, a provocare la guerra. Le tifoserie di Treviso e Cagliari, domenica, hanno lasciato lo stadio contemporaneamente, anche se da uscite diverse. In un parcheggio, lo scontro: prima gli sfottò, poi gli insulti, infine una sassaiola e le cariche della polizia. Un film già visto troppe volte. E pochi si sono accorti che, a qualche decina di metri di distanza, un giovanotto con i capelli ricci si è accasciato al suolo. Infarto. Un quarto d'ora, venti minuti lunghi come una vita. Fabio è a terra, lo soccorrono due agenti e un medico, ma ci vuole l'ambulanza, maledizione: e invece tarda, tarda troppo, chissà perché (poi si capirà perché: quella che stazionava nei pressi dello stadio aveva portato in ospedale il portiere Luca Mondini, colpito da una scarpata sulla fronte). Ecco, finalmente Fabio viene portato via. Ma è già troppo tardi. Muore in rianimazione. Collasso cardiocircolatorio. Si sparge la voce che un poliziotto lo abbia colpito con una manganellata e che Fabio, cadendo, abbia picchiato la testa. Ma non è vero: ha solo leggere ecchimosi al braccio e al ginocchio, se l'è procurate quando è crollato giù, quando il suo cuore non ha più retto. E ora, su questa morte assurda, infuriano le polemiche. Perché i soccorsi hanno tardato tanto ? Perché l'ambulanza dello stadio era già impegnata, si è detto. Ma per il vicino ippodromo, ad esempio, le ambulanze a disposizione sono due: una per i fantini, l'altra per gli spettatori. E i rischi di incidenti, si sa, sono maggiori negli stadi, o nelle vicinanze, che negli ippodromi. E poi: perché le tifoserie sono state fatte uscire contemporaneamente ? Chi ha avuto questa bella pensata ? "Sono convinto ha commentato il sindaco Gentilini - che se i preposti all'ordine pubblico avessero misurato con più realismo la "temperatura" che era salita sulle gradinate, forse avrebbero dovuto ricorrere ad interventi di prevenzione per impedire il contatto tra le due tifoserie al termine della partita". Il Treviso, quasi sicuramente, intitolerà a Fabio la curva Sud del nuovo stadio Tenni. Un bel gesto, per un ex ultrà col cuore malato.

3 febbraio 1998

Fonte: La Stampa

Treviso, fiori e una scritta: "Perdonaci"

di Guglielmo Longhi

Negli oggetti lasciati da un'anonima tifosa nel parcheggio dello stadio c'è tutto lo sconforto per la morte di Di Maio. Giocatori attoniti: "Per noi era un amico". Il sindaco critico con le forze dell'ordine.

DAL NOSTRO INVIATO TREVISO - Un mazzo di margherite bianche, una scritta ("Perdonaci"). C'è tutto nel biglietto lasciato da un'anonima tifosa nel parcheggio dello stadio Monigo: rabbia, dolore, senso di colpa. Il giorno dopo la tragedia, Treviso trova solo mezze risposte. Perché Fabio Di Maio è morto ? Certo, un infarto. Ma poteva salvarsi ? I soccorsi sono arrivati tardi ? La polizia l'ha chiarito già domenica sera e ribadito ieri: non abbiamo responsabilità  di nessun tipo, è stata una morte naturale. I tifosi sono increduli, e con loro i giocatori: Di Maio lo conoscevano un po' tutti. Voci, dubbi, certezze e la sensazione che su Treviso sia caduto qualcosa di troppo grande. Il vicepresidente della società Paolo Bisetto rivendica con forza la diversità di Treviso e del Treviso: "Abbiamo un'immagine da salvare, perché questo episodio rischia di fare danni incalcolabili. I nostri tifosi non sono esagitati, ma forse qualcuno ha perso la testa. L'arbitraggio non c'entra, sia chiaro, anche se non ci è stato favorevole". Le critiche di domenica vengono sfumate: "Con la polizia c'è sempre stata collaborazione, anche gli agenti sono stati sorpresi da quanto è accaduto. Ci sarà qualcosa da rivedere: è troppo rischioso fare uscire contemporaneamente le due tifoserie". Il futuro, cioè il Tenni, il vecchio stadio rinnovato dal Comune (4.5 miliardi di spesa). Dovrebbe riaprire il 15 febbraio per Treviso - Reggina: il parcheggio è stato costruito, le tribune ampliate, la capienza raddoppiata (da 5 a 10 mila). Ma restano le incognite, perché il Tenni è in pieno centro e offre vie di fuga minori rispetto al Monigo. "Proprio domani (oggi per chi legge, ndr) faremo un sopralluogo con i dirigenti del Treviso e i tecnici del Comune", spiega il questore, Armando Zingales. Che non nasconde il fastidio per quanto è successo. Mostra la fotocopia del referto medico: "Si parla di morte improvvisa, non ci sono state lesioni, soltanto una leggera abrasione sul ginocchio e sulla mano destra. L'ha confermato anche l'esame esterno del corpo del giovane, lo confermerà l'autopsia. Una tragedia che non può essere collegata ai fatti di violenza, perché Di Maio è caduto a 50 metri dagli agenti e non c'è stato contatto fisico tra i tifosi, a parte il lancio di sassi finito quando siamo intervenuti". Il sindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, non ha avuto parole di totale consenso con l'operato delle forse dell'ordine. "Sono convinto - ha affermato il primo cittadino trevigiano - che se i preposti all'ordine pubblico avessero misurato con più realismo la "temperatura" che era salita sulle gradinate, forse avrebbero dovuto ricorrere a interventi di prevenzione per impedire il contatto tra le due tifoserie al termine della partita". Perché gli ultras si sono subito mischiati nel parcheggio dello stadio ? "Non potevamo scortare i cagliaritani - risponde il questore - perché erano arrivati con i mezzi propri. In ogni caso erano in servizio 80 agenti, un numero adeguato". Anche i giocatori del Treviso hanno accusato il colpo della tragedia. Il centrocampista De Poli parla a nome dei compagni: "Fabio era un amico, mi ha invitato a cena due settimane fa dopo la partita. Lo facevamo spesso, venivano anche Boscolo e Bonavina. Ci siamo conosciuti sei anni fa, quando eravamo nell'Interregionale". E la diffida ad entrare nello stadio ? "Un'esagerazione - afferma Paggiaro, leader del club Treviso Fbc, cui apparteneva Di Maio: accadde tre anni fa in C2 dopo la gara col Giorgione. Lui aveva cercato di dividere un gruppo di tifosi ed era stato identificato dagli agenti in borghese della Digos. Ma non era uno scalmanato".

3 febbraio 1998

Fonte: La Gazzetta dello Sport

Ieri i funerali del tifoso trevigiano c'era anche il Treviso al completo

TREVISO - Si sono svolti ieri pomeriggio nella chiesa di Sant'Ambrogio di Fiera, i funerali di Fabio Di Maio, il tifoso di 32 anni deceduto domenica sera, al termine della gara con il Cagliari, per un attacco cardiaco. Di Maio era cardiopatico, e quindi i sanitari gli avevano più volte consigliato di evitare forti emozioni, ma la sua incrollabile passione per i colori biancocelesti è stata più forte. La piccola chiesa non è riuscita a contenere la folla che si è data appuntamento per l'ultimo saluto a questo giovane, che aveva saputo crearsi un incredibile numero di amici. Anche il calcio Treviso era presente con tutti i giocatori, l'allenatore Bellotto, il vicepresidente Paolo Bisetto e il direttore generale Gastone Marchi, avevano conosciuto e apprezzato le doti umane di Fabio, e hanno voluto accompagnarlo anche nell'ultimo viaggio. (g. z.)

6 febbraio 1998

Fonte: La Gazzetta dello Sport

 

Morte Di Maio: indagati Barcè e Marchi

TREVISO - "La cosa ci amareggia, anche se è un atto dovuto: comunque siamo tranquilli e sereni, convinti di aver osservato quanto di nostra competenza". È il commento del direttore generale del Treviso, Gastone Marchi che, insieme al presidente Renzo Barcè, ha ricevuto un avviso di garanzia per omicidio colposo per la morte di Fabio Di Maio, 32 anni, di Dosson di Casier (Treviso), il tifoso della squadra biancoceleste morto per un infarto l’11 febbraio '98 durante i tafferugli scoppiati all’esterno dello stadio di Monigo dopo la partita con il Cagliari (terminata 0-1). "Non abbiamo nulla da temere - sostiene Marchi - siamo già stati interrogati dal magistrato - aggiunge il dirigente - e abbiamo già fornito tutte le risposte, spiegando di aver rispettato quanto previsto dalla commissione provinciale per i pubblici spettacoli, presieduta dal prefetto". Le informazioni di garanzia, secondo l’ipotesi d' accusa, sono da collegare a eventuali responsabilità per le misure di sicurezza. Nessuna responsabilità invece per i medici dell’ospedale, che avrebbero inviato i soccorsi in modo tempestivo: l’ambulanza arrivò nel giro di 6-7 minuti. Il problema è se erano previste o meno una o più ambulanze fuori dello stadio e a chi spettasse assicurarne la presenza.

31 marzo 1999

Fonte: La Gazzetta dello Sport

L'ambulanza arrivò tardi

Treviso, presidente a giudizio per la morte di un tifoso

TREVISO - Il pm di Treviso, Francesca Torri, ha citato a giudizio il presidente del Treviso Calcio, Renato Barcè: ipotizza l'accusa di omicidio colposo nell'inchiesta sulla morte di un tifoso. Fabio Di Maio, 32 anni, venne colto da malore dopo l’incontro di serie B del 1 febbraio '98 fra la squadra locale e il Cagliari. All'uscita dello stadio di Monigo, le tifoserie di Treviso e Cagliari vennero a contatto, con lanci di sassi e le forze dell'ordine caricarono. Di Maio, pur non essendo coinvolto negli incidenti, improvvisamente si accasciò. L'autoambulanza, secondo le testimonianze, sarebbe arrivata in ritardo, mentre un'altra ambulanza era impegnata a trasportare al pronto soccorso un calciatore del Treviso infortunatosi. Dall'inchiesta è emerso che una convenzione tra la società calcistica e il Comune di Treviso prevedeva che la prima fosse responsabile sia dell'ordine pubblico, sia della sicurezza, compreso il servizio ambulanze. Udienza il 20 giugno.

4 maggio 2000

Fonte: La Stampa

Tifoso morto nel '98: a giudizio presidente Treviso

TREVISO - Il m Francesca Torri ha citato a giudizio il presidente del Treviso Renzo Barcè per l’ipotesi di accusa di omicidio colposo nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di un tifoso veneto, Fabio Di Maio, 32 anni, colto da malore dopo Treviso-Cagliari dell’1 febbraio '98. All’uscita dello stadio di Monigo (Treviso), le opposte tifoserie erano venute a contatto, con un reciproco lancio di sassi. A quel punto, le forze dell’ordine erano intervenute con una carica. Di Maio, pur non essendo stato coinvolto direttamente negli incidenti, improvvisamente si era sentito male, accasciandosi al suolo. L’ambulanza, secondo numerose testimonianze, sarebbe arrivata in ritardo, mentre un altro mezzo era impegnato nel trasporto di un giocatore del Treviso infortunatosi. Dall’inchiesta è emerso che in occasione della partita una convenzione tra la società calcistica e il Comune prevedeva che la prima fosse responsabile sia dell’ordine pubblico sia della sicurezza, comprensiva del servizio di autoambulanze. Da qui, il coinvolgimento del presidente Barcè. L’udienza si svolgerà il 20 giugno… (Omissis)

4 maggio 2000

Fonte: La Gazzetta dello Sport

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