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CIRO ALFIERI (15) GIUSEPPE DIODATO (23) VINCENZO LIOI (16) SIMONE VITALE (21)

Da Piacenza a Salerno: la discesa verso l’Inferno

di Nicolò Premoli

Se provi a cercare qualcosa con Google non sbagli. Soprattutto da qualche anno a questa parte quando ha iniziato pure a suggerirti cosa digitare. Capita di scrivere "Piacenza" e dare un colpo di barra spaziatrice. Subito ecco uscire "Piacenza calcio". Forse però non è il momento di leggere storie di squadre decadute e poi risorte, non è proprio il momento giusto. Poco più in basso però a Piacenza si aggiunge "Salernitana" e senza pensarci clicchi "Cerca". Quasi come fosse una macchina del tempo Google ti riporta ad una domenica di fine maggio. 1999. Una domenica come tante verrebbe da pensare, soprattutto per chi tifoso non è. Una domenica che poteva valere una stagione per Piacenza e Salernitana. Due squadre abituate ad inseguire, a lottare e sperare che dall’altra parte della schedina nessuno faccia qualche strano scherzo. Come la Reggiana con il Milan. Piacenza-Salernitana vale la salvezza. Certo, i biancorossi possono anche permettersi di pareggiare e forse di perdere ma quel 24 maggio il biscotto pare decisamente indigesto. Il Garilli è pieno, un’immagine che fatica a rivedersi di questi tempi. Ma questa è tutta un’altra storia. La Salernitana deve vincere. Deve. Senza nessuna "X" che la può salvare dal baratro della retrocessione. 3 punti o Serie B. La partita è di quelle nervose, tese e l’arbitro ci mette pure del suo. Passa avanti il Piacenza ma la Salernitana pareggia con un rigore di Fresi. Fuori dal campo però la tensione è anche più forte. La Curva Sud dei campani canta, incita e manda a quel paese gli avversari. Si scalda e si anima. 1500 tifosi fanno tremare i tubi Innocenti. Non basta il pari e lo sanno bene anche loro che si sono fatti tutta l’Italia per essere lì, proprio quel pomeriggio. Si sono fatti tutta Italia perché credono nell’impresa. Ci credono fino alla fine, quando in campo scoppia la rissa. Vierchowod che spinge, la calca e poi il triplice fischio con l’arbitro che viene allontanato dal campo scortato da due poliziotti. Chi non è tifoso non può certo capire cosa possano provare quei tifosi sotto il sole di fine maggio. Non è nemmeno possibile trovare un sentimento capace di descrivere quella rabbia che monta mista ad una delusione feroce, bestiale. La Salernitana sprofonda in B e la Curva Sud inizia la sua lenta discesa verso l’Inferno. Quando qualcosa va a finire male si prova il desiderio di spaccare qualcosa. Può capitare di essere in casa da soli e scagliare un cellulare contro il muro. O può accadere di trovarsi immersi nella bolgia di uno stadio. E allora quel cellulare diventa improvvisamente il lavandino del bagno. Lo si tira in cinque, si stacca dai tubi e si getta per terra. Mille pezzi che diventano armi. Proiettili da lanciare per sfogare quella rabbia. Rabbia verso Piacenza, verso quella città che per i salernitani non sarà più la stessa. Inizia il viaggio verso la stazione su quei pullman dove grate di ferro prendono il posto dei finestrini. Piacenza è piccola, una di quelle città che all’estero nemmeno conoscono. E nemmeno a Salerno, almeno fino a quella domenica.

Lo stadio non è troppo distante dalla stazione ma per quei 1500 il viaggio sembra non finire mai. Ore 20: c’è un treno ad aspettare i tifosi salernitani. Un treno come tanti altri, un convoglio che dovrà fare il viaggio opposto, scendere nel profondo dello stivale. Un treno che poteva significare gioia ma che dopo quel risultato rappresenta semplicemente qualcosa da spaccare. Come i lavandini dello stadio poco prima. La rabbia non può che aumentare in quegli scompartimenti stretti, troppo stretti per contenere tifosi e delusione. Buttati dentro come bestie in carrozze dove non si respira ossigeno ma pura tensione. Quel treno non farà soste: dritti verso Salerno senza appello, come la sconfitta bruciante del Garilli. Più di settecento chilometri in un solo colpo. A Bologna qualcuno pensa allora di tirare il freno di emergenza. Di bloccare quella fuga verso il Mezzogiorno. 21:35. Qualcuno scende e le pietre anonime della massicciata si trasformano in altre armi. Come le schegge di ceramica allo stadio. La rabbia si trasforma in sassaiola verso un bar, un locale come tanti che diventa preda di pietre e bottiglie. Quelle bottiglie di birra bevute tra un coro e l’altro. In coda si aggiungono altre carrozze ma la furia non si divide. Si moltiplica. Fa caldo in quel treno che si ferma anche a Prato e Firenze: non sono più tifosi granata ma bestie stipate in un carro bestiame. Troppo stretti anche per potersi disperare dopo quella caduta, dopo una A inseguita per cinquant’anni e svanita sotto il sole del Nord. A Napoli qualcuno prova anche a scendere e buttarsi su qualche pullman di passaggio. Ma c’è poco da fare: quel treno era partito da Piacenza e doveva arrivare a Salerno. E a Salerno mancano ormai pochissimi chilometri. Soltanto poche traversine. Manca la Galleria Santa Lucia. Nell’oscurità illuminata a tratti qualcuno sente puzza di fumo. Un odore acre, anche più di quel sudore che puzza d’alcol. Un fuoco acceso in una carrozza. Un incendio. C’è chi come Simone prova a spegnere le fiamme. C’è chi come Simone da quel treno non scenderà vivo. Ciro, Enzo e Giuseppe si perderanno a loro volta in quel fuoco maledetto. Quattro vite spazzate via mentre il treno esce dalla galleria. Quando gli idratanti hanno finito il loro compito c’è ormai poco da fare. La discesa verso l’Inferno si è conclusa. Dopo settecento chilometri, sassi, fiamme. E quattro morti.

29 maggio 2017

Fonte: Soccerillustrated.it

24 Maggio 1999: Ricordare affinché non debba mai più accadere

ll treno della tristezza e dell’immane tragedia che ideologicamente transita a grande velocità da 18 anni a questa parte sulla tratta Piacenza-Salerno lasciando un senso di vuoto e tristezza infinita.  Le urla, gli strepiti, il dolore che hanno accompagnato quella bara rovente dalla galleria di Santa Lucia alla stazione centrale di Salerno rappresentano una sentenza di condanna incontrovertibile per una sciagura che avrebbe potuta essere evitata se solo non si fosse consentito a quel treno di assunto incredibilmente ad una comitiva "bestiame" la partenza dalla stazione emiliana.  D’altronde, si sa, è difficile andare via quando si prova a scendere da un treno mentre va, per sottrarsi ad una fine sicura dettata dalle esalazioni e dalle fiamme di un vagone (il famoso vagone 5) appiccato per divertimento o per eludere - chissà - i controlli delle forze dell’ordine nel momento dell’arrivo al capolinea non più ferroviario ma della vita di quattro giovani ragazzi: Enzo, Giuseppe, Ciro e Simone. Quest’ultimo morto per salvare la vita di chi come lui si era trovato soltanto nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Da allora quel treno della disgrazia ogni anno il 24 Maggio transita per Salerno trascinando con sé le vittime ed i ricordi indelebili di una tragedia evitabile. Come ogni anno di questi tempi, Salerno non dimentica la sciagura di quel giorno ove la retrocessione dalla massima serie della Salernitana passò in secondo piano per la perdita del bene della vita di quattro giovani tifosi granata. Da allora, il treno della vergogna, le carovane di tifosi assiepati come bestie in vagoni assunti a vere e proprie gabbie di persone che finiscono per tramutarsi in belve inferocite, sono stati soppressi per ragioni di ordine pubblico, allorquando il danno irreparabile era già stato perpetuato. Dal 24 Maggio del 1998, quello della coscienza, viaggia parallelamente a Salerno nella ferma convinzione che quanto accaduto, costituisca una pagina nera da ricordare e mai più fomentare perché lo sport è fatto per accendere la vita, ardere il fuoco della passione non quello della tragedia, dello sgomento e della rassegnazione. È il vagone della lotta e non della desolazione. Il treno ad alta velocità per ricordarsi di ricordare affinché il domani non sia più ieri.

24 maggio 2017

Fonte: Vocesport.com

Mai più un 24/05/1999: riflettere per non

dimenticare Ciro, Enzo, Peppe e Simone

di Maurizio Iuliano

Nella vita di ogni uomo ci sono delle date la cui innocua formulazione a base di freddi numeri non può minimamente rendere l’idea del dolore che esse hanno impresso per sempre nel cuore e nella mente di chi con loro è costretto a convivere. Perché certe date non si cancellano, non si riesce a segregarle nello scompartimento riservato all’oblio degli eventi insignificanti, non è possibile renderle meno devastanti rivisitandole e plasmandole con il metro consolatorio della speranza in un disegno divino che sfugge ad ogni logica. Il 24 maggio del 1999 è una di queste. Come hanno purtroppo imparato sulla loro pelle familiari, parenti ed amici di Vincenzo, Ciro, Simone e Giuseppe, i quattro sfortunati figli della nostra città che persero la vita, quattordici anni fa, nell’assurdo rogo divampato sul treno Piacenza-Salerno. Quattro esistenze nel pieno del vigore fisico, prima ancora che giovanissimi tifosi del cavalluccio, appena affacciatesi entusiaste sullo sconfinato assortimento di opportunità ed esperienze che la vita aveva iniziato civettuolamente a mostrare. Un piccolo frammento di quel dolore, in una sorta di tenero (e forse infruttuoso) tentativo di popolo di alleviare la sofferenza delle famiglie coinvolte, è passato e continua a transitare di spalla in spalla, da tifoso a tifoso, di anno in anno. E non è un artifizio retorico, una patetica rappresentazione strappalacrime da inserire nella triste ricorrenza. È molto di più, perché la città di Salerno, quella legata visceralmente alle sorti della sua squadra di calcio, ma anche la sua componente più verace che nutre semplicemente il rimpianto di non aver visto quattro suoi rampolli diventare uomini e mettersi al servizio della comunità, vive con grandissimo coinvolgimento emotivo il ricordo delle giovani vite falciate da un destino indicibilmente crudele. Ed infatti, anche di recente, in occasione del bagno di folla e della splendida coreografia che ha dato il via ai festeggiamenti per il ritorno della Salernitana in Prima Divisione, il popolo granata, nel generoso e sincero tentativo di conferire materialità a qualcosa che purtroppo esiste ormai solo nel ricordo di chi è rimasto, ha emozionato i diecimila dell’Arechi facendo rivivere nostalgicamente le sagome dei quattro sfortunati virgulti , quasi a voler riaffermare una volta di più la volontà di renderli ugualmente partecipi a tutte le gioie sportive negate loro dal fato. Ed a rendere il tutto più emozionante ed intenso si stagliava in alto la figura massiccia e protettiva di Carmine Rinaldi, il "Siberiano", che undici anni più tardi (2010), con la sua improvvisa scomparsa, aveva allargato ancora di più i lembi di una ferita che stentava a rimarginarsi. Sembrava quasi volesse tranquillizzare tutti i presenti, Carminuccio, con una sorta di messaggio subliminale: ci sono io a vegliare, non state in pena per loro. In quel tripudio agrodolce di colori e bandiere, cori ed applausi, è stato assai struggente soffermare lo sguardo sui volti dei presenti e registrare il tumulto emotivo interiore che nobilitava ogni singola espressione facciale, ogni intimo dolore. Se fosse stato possibile raccogliere in salvifici recipienti tutte le lacrime versate al cospetto di quella magniloquente rievocazione sentimentale, la spietata torcia, scatenatasi sul treno che riportava in città la mestizia per la retrocessione immediata dalla massima serie, non avrebbe avuto scampo, non sarebbe mai riuscita ad avviluppare in un ferale abbraccio i corpi vitali ed energici di Ciro, Simone, Giuseppe e Vincenzo. Dopo quattordici anni, la città, in tutta la sua interezza, ancora una volta si stringe affettuosamente al fianco delle famiglie Lioi, Alfieri, Vitale e Diodato. Perché solo provando a condividere emotivamente un dramma così difficile da metabolizzare, si può sperare di alleggerire il fardello doloroso che curva le spalle di chi ha perso per sempre un figlio, un fratello e un carissimo amico.

COMUNICATO UFFICIALE US SALERNITANA. In mattinata anche il sodalizio di Via Allende ricorda la ricorrenza della scomparsa di Peppe, Enzo, Ciro e Simone con uno scarno dispaccio pubblicato sul portale ufficiale: "L’U.S. Salernitana 1919 ricorda i tifosi Simone Vitale, Ciro Alfieri, Vincenzo Lioi e Giuseppe Diodato, tragicamente scomparsi nel rogo del treno di ritorno da Piacenza il 24 maggio di quattordici anni fa".

24 maggio 2013

Fonte: Solosalerno.it

ACCADDE OGGI

Il rogo del treno Piacenza - Salerno

dove morirono 4 tifosi della Salernitana

di miki58

MEMORIA VIVA. Dopo 14 anni nessuno ha dimenticato Ciro Alfieri, Enzo Lioi, Peppe Diodato e Simone Vitale. Quante dediche nel loro ricordo Il loro ricordo ha sempre accompagnato la Salernitana. Da quel maledetto 24 maggio 1999, le società che si sono alternate negli anni e soprattutto i tifosi non hanno mai smesso di onorare la memoria di Enzo, Peppe, Ciro e Simone. Dalla dedica di Lombardi per la promozione in B del 2008 alla splendida scenografia di un mese fa per celebrare il ritorno dei granata in C1. Domani, all’Arechi, la Salernitana alzerà (salvo clamorose sorprese) il primo trofeo della sua storia. Quale migliore occasione per ricordarli… L’incubo cominciò al risveglio. Perché non era un brutto sogno. Era tutto vero. Accadde oggi, il 24 maggio del 1999. Era un lunedì. Il cielo su Salerno era terso, eppure non splendente come al solito a cavallo tra il tramonto d’una primavera e l’alba d’una nuova estate. Per chi aveva visto Piacenza-Salernitana, ultima giornata di quel campionato di serie A, s’annunciava una giornata triste, perché la squadra granata era retrocessa e quella delusione sportiva pareva un macigno dal peso insostenibile per portarselo addosso in una settimana che stava per cominciare. C’erano stati 10mila tifosi del cavalluccio marino in Emilia. Chi aveva viaggiato in auto e pullman aveva fatto rientro a casa nel cuore della notte. Un tragitto di ritorno infinito. Dilatato dalla delusione, dallo sconforto per quel pareggio del Garilli (che all’epoca chiamavano ancora Galleana) che aveva condannato la formazione di Oddo alla B. Una carovana silenziosa s’era rimessa in marcia lungo l’A1 in direzione Sud. Ricordo l’autogrill di Pontecorvo, quei bagni sporchi da fare schifo e un tifoso sulla trentina con la faccia rivolta al muro e lo sguardo fisso verso un punto indefinito del vuoto. Aspettavo il mio turno, quando mi accorsi che non era lì per "fare la pipì", semplicemente piangeva, e s’asciugava le lacrime con una sciarpa in lana della Gsf, strofinandosi sugli occhi il simbolo ricamato di Popeye.

Quell’immagine resta, però diventa nulla a confronto di quel che di lì a qualche ora sarebbe accaduto. Il mattino del 24 maggio, dopo un’odissea che persino chi c’era fece fatica a raccontare sino in fondo, il treno speciale Piacenza- Salerno, che trasportava oltre un migliaio di supporters granata (troppi) di ritorno dalla trasferta, fu dato alle fiamme a pochi chilometri dalla stazione del capoluogo. Una follia, l’ultima, d’un viaggio infernale. Il vagone numero cinque di quel convoglio di passione, che sarebbe poi diventato di morte, venne avvolto dalle fiamme. Fu una corsa per saltar giù e salvarsi la vita. In quattro non ci riuscirono. Ciro Alfieri, Enzo Lioi, Peppe Diodato e Simone Vitale rimasero carbonizzati nel rogo. A quest’ultimo la storia riconobbe il sacrificio d’aver aiutato altri ragazzi a scappare, lui ch’era - oltre che pallanuotista - un vigile del fuoco. Erano tutti giovanissimi, da quel giorno sarebbero diventati gli "angeli granata", vittime d’una tragedia senza senso, che li strappò alla vita nel fiore degli anni. A rivederle ancora oggi, le immagini di quel giorno di quattordici anni fa, la gola s’annoda, lo stomaco si blocca, il cuore va da sé ed accelera i suoi battiti: la mente riporta indietro, magari alla galleria di Santa Lucia, se non ci fosse stata… O a quello stop che il treno fece a Nocera, se da lì non fosse mai ripartito… E questi assillanti e ormai effimeri interrogativi svaniscono nella nuvola di fumo che avvolgeva la stazione di Salerno, dalla quale uno ad uno venivano fuori i ragazzi che avevano seguito la Salernitana a Piacenza. Chi veniva trasportato in ambulanza, perché ce l’aveva fatta a salvarsi la pelle, e chi come Ciro, Enzo, Peppe e Simone aveva trovato il prematuro capolinea della propria esistenza. Quel giorno cambiò molto, e non solo nella vita di quattro famiglie che non rividero più i propri cari. Cambiò la percezione - almeno in una larga parte del popolo salernitano - d’una sensazione, di gioia o dolore, figlia d’un evento sportivo. Già, perché le lacrime di quel tifoso nel motel di Pontecorvo, seppur sincere e genuine, diventano nulla al cospetto di quelle d’una madre e d’un padre che piangono il loro figlio. Perché tutto ciò ? Quattordici anni dopo nessuno ha dato risposta, perché risposta non c’è. Resta solo il ricordo, quello sì, sempre vivo, come dimostra la commovente scenografia con cui la Curva Sud dell’Arechi un mese fa ha salutato il ritorno della Salernitana in C1. Gocce di memoria per non prosciugare una speranza, affinché quel 24 maggio del 1999 sia una lezione da tramandare alle nuove generazioni. Non è la solita e sterile retorica post-tragedia, è che per chi ha vissuto quel giorno, adesso, nulla è più come prima. Né mai lo sarà.

24 maggio 2013

Fonte: Metropolisweb

24 Maggio 1999: Mai più

Brucia ancora la nostra pelle proprio come avvenne in quell’infausto giorno del 24 maggio del 1999, quando più mani assassine incendiarono quel treno che stava riportando a Salerno i tifosi dei granata al rientro dall’amara trasferta di Piacenza che sancì la retrocessione in serie cadetta della nostra Salernitana. Quattro angeli, Ciro, Enzo, Peppe e Simone, perirono in quel rogo che fece inorridire tutto il Paese e che ha cambiato per sempre la vita non solo delle quattro famiglie ma di tutti noi. Il 24 maggio del 1999 rappresenta la Caporetto granata, la fine di una vita e l’avvio di un nuovo cammino. Solamente un anno prima l’Italia applaudì Salerno e i suoi tifosi perché distintisi quale pubblico maturo e civile, capace di festeggiare una storica promozione in massima serie, che a Salerno mancava da cinquant’anni, solamente all’interno dello stadio perché qualche giorno prima un’alluvione colpì Sarno e altri paesi causando la morte di 160 persone. L’Italia intera applaudì quel religioso silenzio con il quale tutti i tifosi lasciarono lo stadio per fare rientro a casa. Solamente un anno dopo quel punto di vista cambiò, Salerno era diventata il centro del male, la città e la tifoseria da processare. A quattordici anni da quei drammatici fatti, abbiamo l’obbligo di interrogarci per capire dove abbiamo fallito. Ma non dobbiamo però relegare il nostro 24 maggio al solito giorno della memoria, al giorno del solo ricordo. Dobbiamo raccontare i nostri errori ai più giovani affinché tutto questo non si ripeta mai più. Lo sport e il calcio in particolare, nonostante abbia perso quel romanticismo che ci ha fatto innamorare, non può diventare un momento dove si mette a repentaglio la propria vita proprio come se ci si trovasse in un luogo di guerra. Lo sport è un momento di crescita, che permette non solo di far nascere atleti ma di far crescere uomini. 24 maggio 1999, lavoriamo insieme per poter dire: Mai più.

22 maggio 2013

Fonte: Lacittadisalerno.it
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