www.saladellamemoriaheysel.it   Sala della Memoria Heysel   Museo Virtuale Multimediale
Salerno 24.05.1999 Ciro Peppe Enzo Simone Eroi
 Salerno 1999   G. Plaitano   Pagine della Memoria   Morire di Calcio   Superga 1949   Ballarin 1981  

     
CIRO ALFIERI (15) GIUSEPPE DIODATO (23) VINCENZO LIOI (16) SIMONE VITALE (21)

Un papà ed una storia, che non insegnano nulla

Il treno di Simone

di Armando Napoletano

Un treno nella vita di ogni uomo c’è sempre. Il viaggiatore è in fondo un messo destinato a scottarsi il cuore, è nel suo destino. Non c’è pedalata o pedata che trasmetta al mondo visione sufficiente, perché per chi viaggia, tutto è sempre nuovo. Ma non nel calcio, fabbrica di spiantati in tutti i sensi. 300 ragazzi si sono avventurati nella trasferta di Salerno partendo dalla Spezia, sono partiti come i pendolari ogni mattina fanno, alle 6, hanno bivaccato, si sono rosi il fegato ed hanno portato a casa un punto. Quando sono giunti alla stazione di Salerno sono scesi con i loro cori e cuori, si sono guardati attorno, ed hanno raggiunto i mezzi che li avrebbero portati all’Arechi, l’immagine del nuovo calcio a Salerno, perché il vecchio Vestuti era proprio al centro della città, in una posizione, per spiegarvi, addirittura più centrale di quanto lo può essere il Picco. Ai salernitani, quelli del Cilento (che io confondo sempre col Salento, fin da bambino, per le ire della mia profe di geografia che si incazzava e faceva ondeggiare la sua parrucca bionda), piaceva così. Anni fa quella stessa stazione, sempre per il calcio, è significata morte. La più atroce, la più cruenta, per un giovane, che amava il calcio e che, come i nostri tifosi, si era mosso per la sua squadra. Si era giocata il giorno prima Salernitana-Piacenza, alle 8:20 di lunedì 24 maggio 1999 giungeva in quella stazione un treno con alcune carrozze in fiamme. Si trattava di un convoglio straordinario, partito alle 20:10 di domenica 23 maggio dalla stazione di Piacenza, riportava a Salerno 1500 persone che avevano assistito alla partita, una sfida che non era valsa la salvezza per i campani. Un treno risultato subito inadeguato. Troppi 1500 viaggiatori ammassati in 12 carrozze. Alla stazione di Bologna, ne furono aggiunte altre 4, comunque insufficienti. Ed insufficienti si sono rivelate pure le misure di sicurezza, così un nutrito gruppo di balordi (si parla di un centinaio di giovinastri) si è sentito libero di fare quello che voleva. Come cani. Per l'intero viaggio non hanno fatto altro che distruggere l'interno della carrozza occupata ed all'arrivo in ogni stazione (anche per il solo transito) hanno lanciato pietre e pezzi della vettura distrutta contro altri treni o passeggeri fermi sui marciapiedi ferroviari. I balordi sono diventati folli criminali quando il treno stava per concludere il suo assurdo viaggio. Appena entrati nella galleria Santa Lucia, lunga 12 Km, che collega la stazione di Nocera Inferiore a quella di Salerno, questi imbecilli al seguito, per mutuare un titolo caro alla Gazzetta dello Sport, hanno dato fuoco al treno accendendo due focolai nella carrozza numero 5. A Salerno il tunnel termina a soli 200 metri di distanza dai marciapiedi della stazione. Appena sbucato da lì, quel treno ha proposto una scena apocalittica. Dai finestrini si sono lanciate persone avvolte dalle fiamme od annerite dal fumo, mentre il fuoco proseguiva nella sua devastazione. Sconvolti, impauriti ed anneriti tutti. Sulla carrozza numero 5 sono rimasti 4 corpi di ragazzi senza vita: Ciro Alfieri 15 anni, Giuseppe Diodato 21 anni, Vincenzo Lioi 16 anni, Simone Vitale 23 anni. L'autopsia ha accertato che la loro morte è stata provocata da asfissia dopo un improvviso aumento della coltre di fumo venefico. Pochi secondi per passare dalla vita alla morte, senza neanche rendersene conto. I giovani stavano cercando di arrivare all'uscita quando sono stati investiti dal fumo. Simone Vitale, invece, è stato trovato spalle all'uscita nel tentativo di salvare i restanti tre occupanti della carrozza, come prima aveva fatto con altri passeggeri. Simone, Simone e Giovanni. Sabato pomeriggio io ho parlato con Giovanni Vitale; è un collega, scrive da anni anche per la Gazzetta. È la memoria storica della Salernitana; ci siamo confrontati sui precedenti, raccontato aneddoti da una parte e dall’altra, parlato di Mario Valitutti, quello che presiedette la commissione che ci diede il titolo onorifico del 1944. Abbiamo anche riso insieme. In tutte le telefonate non ho mai avuto il coraggio di chiedergli come sta, non ce la faccio. Lui, un uomo che del calcio sa tutto, al quale il calcio ha tolto tutto, un figlio. Lui che va a vedere i tifosi che arrivano in quella stazione ogni domenica, lui che non ha mai scritto di pallanuoto prima che Simone morisse, e che ora lo trovi sul telefonino quasi solo in piscina. Ma può il calcio ed un treno, rubare la vita a chi il calcio ama ? Borges diceva che ogni volta che un bambino per strada calcia una pietra, lì ricomincia la storia del calcio. Ma la storia di un figlio perso non può ricominciare, e se te la porta via il calcio ? Giusto dire che lì muoia ogni volta. Simone lo hanno chiamato il "gigante buono" e lo "sportivo silenzioso". Modi sintetici e significativi per tratteggiare la vita di un ragazzone di 23 anni dai sani principi morali, pronto ad aiutare persone in difficoltà. Gigante buono avendo completato la disponibilità al senso del dovere ed al sacrificio per aiutare il prossimo, quando ha prestato servizio militare nel corpo dei Vigili del Fuoco. Sportivo, essendo stato per 14 anni un pallanuotista: portiere della Rari Nantes Salerno. Io non l’ho conosciuto, me ne hanno parlato colleghi di Giovanni; ma ognuno serba un ricordo bellissimo di questo gigante buono che ha smesso di allungare le sue braccia per aiutare gente in difficoltà, ma è diventato un esempio di altruismo. Da tifoso. Questo per dirvi che chi ama il football deve ricordarsi dei luoghi che vede, non solo delle rovesciate e degli stadi che vede, ma anche dei posti e delle storie, a futura memoria. Quando ieri sera sono andato a chiudere la giornata da cronista, pensando alla stazione di Salerno, a quel collega che come me era lì a scrivere ancora di calcio, nonostante tutto, ed a quel transito innocuo dei nostri tifosi, non ho potuto far altro che scuotere la testa. Leggendo le notizie di agenzia, che si accoppiavano a quelle dei giornali della mattina. Se basta un gruppo di pazzi che da Catania vanno a Brescia per mettere in ginocchio l’Italia, se basta che tifosi della Lazio e del Napoli si incontrino casualmente sull’autostrada per mettere le macchine di traverso bloccando il paese per menarsi, beh, allora è meglio Sky ed il Megacine. Se almeno certe morti servissero, il calcio riacquisterebbe la sua storia, oggi scritta solo da imbecilli. Di razza pura. (Fonte: Il Secolo XIX)

15 gennaio 2006

Fonte: Cittadellaspezia.com

   

Medaglia al merito per Simone Vitale

ROMA - Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha conferito la medaglia d'oro al merito civile alla memoria a Simone Vitale per aver dato la vita il 24 maggio 1999 nel tentativo di salvare ragazzi in difficoltà durante l'incendio che divampò sulla carrozza numero 5 del treno che riportava a Salerno i tifosi della Salernitana al rientro dalla trasferta di Piacenza dove un pareggio decretò la retrocessione in serie B della squadra granata. Portiere della Rari Nantes Salerno, squadra di pallanuoto di A2, Simone Vitale era anche Vigile del Fuoco ausiliario. Era consapevole dei rischi che correva e pur potendo mettersi in salvo decise di risalire su quel treno per salvare altre vite umane perdendo la propria.

10 marzo 2005

Fonte: La Gazzetta dello Sport

Morire per altruismo

di Massimo Cecchini

Simone era riuscito a salvarsi ma ha voluto aiutare gli altri. Racconta chi c’era che il giovane pallanuotista aveva già lasciato il treno: è risalito per soccorrere i compagni e non è più sceso.

DAL NOSTRO INVIATO SALERNO - Il dolore ha un volto solo, che non ammette sfumature. Eppure negli occhi di Giovanni Vitale, il nostro corrispondente da Salerno, c’era una luce diversa, che pareva quasi voler dare un senso all’assurdo rappresentato dalla morte di un figlio. Non c’era bisogno che il padre raccontasse nulla, perché le notizie, riportate da testimoni e verificate nell’autopsia, correvano di bocca in bocca. Simone Vitale, 22 anni, era morto com'era vissuto: generosamente. Il giovane portiere della Rari Nantes Salerno (A-2 maschile di pallanuoto), forte anche della sua esperienza come ausiliare dei Vigili del Fuoco, è morto aiutando altri a uscire dall’inferno che era divenuto il suo vagone. Simone, hanno raccontato in diversi, era riuscito già a scendere dal treno incolume. Poi alcune invocazioni d’aiuto lo hanno distratto mentre stava per allontanarsi ed è tornato indietro, risalendo su quella carrozza piena di fumo. Era la sua parata più difficile: un tuffo senza ritorno. "È morto da eroe - conferma Salvatore Orilia, presidente del Centro Coordinamento dei tifosi della Salernitana. Ho due ragazzi che erano con lui sul treno che mi hanno confermato quello che hanno detto anche i medici: ha provato ad aiutare gli altri a scappare". Un amore davvero fatale quello per la sua squadra, da parte di Simone. Il portiere, infatti, aveva rinunciato ad andare in trasferta a Catania con la Rari pur di non perdere la partita decisiva dei granata a Piacenza. Il rimpianto di molti dirigenti, ieri, era quello di non averlo costretto al viaggio in Sicilia. La sua bara ieri era coperta dal drappo granata e da quello giallorosso della Rari, che aveva anche affidato lo stendardo ufficiale a un compagno di squadra. Qualcuno si avvicinava e deponeva sopra il legno tiepido un costume da bagno ed una calottina. Non era finita: i Vigili del Fuoco donavano un berretto da ausiliario ad accompagnare le insegne dei suoi grandi amori sportivi. Simone, ne siamo certi, sarebbe stato contento di uscire di scena con una parata così bella.

26 maggio 1999

Fonte: La Gazzetta dello Sport

Vincenzo, eroe di bontà

Si è sacrificato per non lasciare solo il cugino malato d'asma.

di Enzo La Penna

SALERNO - "Ti prego, ho paura, non abbandonarmi", mormora Ciro che soffre di asma e ha ormai i polmoni pieni di fumo. E Vincenzo, che potrebbe mettersi in salvo, non se la sente di lasciarlo solo e torna sui suoi passi. Li troveranno abbracciati sul treno della morte. La fine di Ciro Alfieri e Vincenzo Lioi, di 15 e 16 anni, le più giovani vittime dell'incendio che ha devastato il treno dei tifosi salernitani, nel racconto dei loro amici più cari si trasfigura in un esempio unico di amicizia e altruismo. Gli ultimi istanti dei due ragazzi sono descritti da Diego e Alessandro, gli amici del cuore. Che non erano sul treno perché a loro il calcio non interessa. Ma hanno saputo com'è andata da Fabio, un sedicenne che si è salvato lanciandosi dal finestrino e trascinandosi, con una gamba fratturata, lungo la galleria. "Ciro - raccontano - era un tipo che aveva paura anche della sua ombra. Se si faceva un taglietto ad un dito era una tragedia. Soffriva di asma, poverino. Così, quando il fumo ha invaso lo scompartimento, è restato paralizzato, in preda all'asfissia. Ha implorato Vincenzo di non lasciarlo solo a morire. E sono morti insieme...". Diego e Alessandro replicano con durezza a chiunque avanzi l'ipotesi che i loro amici possano avere avuto qualche responsabilità negli incidenti sfociati nell'incendio del treno. "Quella di Piacenza - affermano - era la seconda trasferta. Prima erano stati soltanto a Milano. Ma non erano tifosi sfegatati. Di sicuro andavano allo stadio per vedere la partita e tifare Salernitana ma mai per fare a botte". Un'altra amichetta di Vincenzo Lioi, Sara, piange in silenzio seduta sulla scalinata della cattedrale. "Vincenzo - ricorda - era un ragazzo fantastico. Lo chiamavano tutti Tette, non ho mai capito per quale motivo. Negli ultimi tempi avevamo un po’ litigato per un motivo assai banale in una sala giochi sul lungomare di Salerno. E da allora quasi non ci salutavamo più. "Poi, venerdì scorso, lo incontro a un distributore di benzina: lui mi sorride come per dire "Dai non tenermi il broncio", e sgrana i suoi occhi verdi. È l'ultimo ricordo che mi resta di lui". Anche Simone Vitale, il pallanuotista di ventuno anni della Rari Nantes di Salerno, è morto per avere tentato di aiutare i ragazzi che erano in difficoltà. "Lunedì mattina si trovava nella quinta carrozza, quella in cui è divampato l'incendio - racconta Paolo, un suo amico. Ci siamo chiesti come mai lui, un ragazzo così prestante e agile, non sia riuscito a buttarsi fuori dal finestrino e salvarsi come hanno fatto tanti altri. La risposta è semplice: Simone ha aiutato molti ragazzi terrorizzati a salvarsi uscendo dal vagone. Troppo tardi ha pensato a sé stesso. Quando il più era fatto è rimasto intrappolato nello scompartimento trasformato in una camera a gas: il fumo lo ha ucciso".

26 maggio 1999

Fonte: La Stampa

     

Anche Enzo ha soccorso il cugino Ciro

"Non lasciarmi", e sono morti abbracciati

di Gennaro Bozza

Soffrivano entrambi di asma. Enzo stava scappando quando si è sentito chiamare da Ciro. È tornato indietro per aiutarlo, sono caduti insieme nel corridoio.

DAL NOSTRO INVIATO SALERNO - Era "Maradona" per gli amici che giocavano con lui a calcio, anche se i capelli erano quasi biondi. "Sì, ma anche ricci, quando lui era piccolo. E poi, faceva i giochetti proprio come Diego". I compagni di strada ricordano così Vincenzo Lioi, uno dei quattro giovani morti nel treno dei tifosi. Aveva appena 16 anni e, insieme a lui, cugino e compagno di giochi, c’era Ciro Alfieri, 15 anni, chiamato "ò puorco" per affetto, a causa della sua stazza fisica, e non per dileggio. Due ragazzi che avevano già cominciato ad affrontare la vita: Enzo lavorava in un chiosco di gelati, dove era stato prima di lui Ciro, poi diventato apprendista idraulico. Una vita insieme, una morte abbracciati. Con particolari che lasciano sgomenti. Tutti e due soffrivano di asma. Enzo stava riuscendo a scappare dal treno maledetto, quando si è sentito chiamare da Ciro. "Non lasciarmi, non ce la faccio". È tornato indietro per aiutarlo, sono caduti insieme nel corridoio. E, come se non bastasse, un’altra beffa. Ciro non doveva andare a Piacenza perché i genitori lo avevano messo in punizione. "Ci aveva pregato di convincerli a farlo andare, siamo andati e, alla fine, loro hanno permesso che andasse a seguire la Salernitana". Il viaggio insieme a un amico, Franco Finizio, che racconta: "All’andata, eravamo insieme. Al ritorno, a Bologna, quando hanno attaccato quattro carrozze, mi sono spostato lì per trovare un posto e li ho lasciati. Così mi sono salvato e loro sono morti". Entusiasti della vita. "Ciro era nu' bravo guaglione - racconta Franko ("col kappa, mi raccomando", dice), 16 anni. Gli piaceva fà burdello". Che è come dire: il tipo che scherza, non quello cattivo. E anche lui giocava a calcio, attaccante. Non bravo come Enzo, però, che ha giocato in tante squadre, dalla Nuova Salerno al Vietri Raito. Gli amici lo conoscevano come Enzo Tettella. "Non sappiamo nemmeno noi perché. Quando abbiamo sentito che era morto Vincenzo Lioi, non ci siamo preoccupati. Poi, abbiamo saputo che era lui". Anche lui, un tipo allegro, con una specialità: i pernacchi. Attenzione, non le pernacchie, proprio come spiegava Eduardo De Filippo nel film "L’oro di Napoli". Faceva i pernacchi lui ? "Molto meglio, Eduardo non era niente al confronto. Enzo era un vero artista".

26 maggio 1999

Fonte: La Gazzetta dello Sport

Il macchinista del treno: "Ma non chiamatemi eroe"

Con la sua prontezza Mauro Argenti ha evitato altre vittime: "Era il mio dovere".

NAPOLI - Si schermisce, dice che ha fatto solo il suo dovere e che non si sente affatto un eroe. Ma resta il fatto che Mauro Argenti, 48 anni, macchinista del treno della tragedia, lunedì mattina con la sua prontezza ha salvato centinaia di persone. Ed è lui stesso ad "ammetterlo": "Se non portavo fuori quel treno ci restavano 800 persone là dentro, in quella galleria". Argenti, in ferrovia dall’età di 19 anni e macchinista dalla tempra di Pietro Germi ne "Il Ferroviere", "non ama la pubblicità ": "Ma quale eroe, non ho fatto nulla di speciale, d’altronde in ferrovia dobbiamo essere abituati a certe cose". Ieri il macchinista ha partecipato a una riunione tecnica con i dirigenti del compartimento di Roma, convocata proprio per la tragedia di Salerno. Lunedì è stato interrogato dal magistrato, al quale ha raccontato quel viaggio da incubo da Piacenza a Salerno, quella via crucis culminata nella tragedia. "Ci siamo accorti del fumo e del fuoco in galleria, quando quel tunnel lo avevamo percorso per oltre due terzi - dice Argenti. Si sentivano rumori fortissimi e ho pensato che fosse necessario portare il treno fuori, altrimenti ci sarebbero state altre vittime. Lì era veramente rischioso".

26 maggio 1999

Fonte: La Gazzetta dello Sport

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