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Stefano Furlan 8.02.1984
    Pagine della Memoria     Morire di Calcio     Superga 4.05.1949     Tragedia Stadio "Ballarin"    

 
 

Mostra e fiaccolata per Stefano Furlan

Appuntamento al Rocco e fuori dal Grezar per ricordare il tifoso della Triestina tragicamente scomparso.

TRIESTE - Incastonata fra i vari eventi previsti per celebrare in questo 2018 il centenario della Triestina, questa data di febbraio assume sicuramente un significato tutto particolare. Per un mese non è tempo di feste, kermesse e iniziative varie, bensì di un sentito ricordo di un fatto tragico e doloroso, e soprattutto della memoria per un giovane tifoso che 34 anni fa ha perso la vita inseguendo un sogno alabardato. E che da quel giorno è sempre rimasto nei cuori della tifoseria dell’Unione. Non poteva insomma non esserci, in questo lungo evento del centenario, una data specifica tutta dedicata a Stefano Furlan. E non poteva essere che tenersi l'8 febbraio, perché esattamente 34 anni fa si svolse quell'incontro di Coppa Italia Triestina-Udinese, e soprattutto si svolsero quei tragici fatti che si verificarono a fine partita, che poi portarono, qualche settimana dopo, alla morte del giovane tifoso triestino. Adesso più che mai, in mezzo al ricordo di una storia lunga un secolo, c’è la voglia di ricordare questa data dolorosa e dimostrare ancora una volta che Stefano Furlan vive ancora nei cuori di tutti gli appassionati triestini, nella sua città e nella sua curva. Perché se gli anni passano, l’affetto della tifoseria e della società alabardata per Stefano si rafforza. Giovedì dunque i ragazzi della Curva Furlan, con la collaborazione del Comune di Trieste e il Comitato Unione, organizzano l'iniziativa "Trieste, la curva, non l'ha dimenticato", che si divide in tre precisi appuntamenti. Il primo è previsto per le 18, quando ci sarà l'inaugurazione della mostra fotografica dedicata a Stefano Furlan con il titolo "Impronte nella memoria". La mostra sarà allestita nella sala hospitality situata all'interno della Tribuna Pasinati, con ingresso da via Valmaura e dal piazzale Atleti Azzurri d'Italia. Poi, alle 19, ci sarà un incontro sotto la targa dedicata a Stefano posta in via Valmaura, da lì si svolgerà un corteo che proseguirà a piedi verso lo stadio, fino ad arrivare all'interno della curva denominata proprio col suo nome, dove verrà inaugurata una targa in suo onore. Proprio per favorire l’afflusso dei tifosi per i tre appuntamenti, dalle 17 fino alle 24 sarà allestito nel bar della Tribuna Pasinati un punto di ristoro e di aggregazione… (Omissis) (a.r.)

GALLERIA FOTOGRAFICA EVENTO

7 febbraio 2018

Fonte: Ilpiccolo.gelocal.it

 

A Trieste un murales in memoria di Stefano Furlan

Inaugurata in via Valmaura, nell'ambito del progetto Chromopolis, l'opera dedicata al giovane tifoso scomparso 33 anni fa.

 
TRIESTE - Terza, toccante inaugurazione per "Chromopolis. La città del futuro", progetto di arte urbana giovanile curato dal Comune di Trieste in collaborazione con l'Associazione Macross: dopo il Pedocin e Nereo Rocco stavolta il murales in via Valmaura è dedicato alla memoria di Stefano Furlan, il giovane tifoso scomparso 33 anni fa. A volere fortemente quest'opera è stato il Comune di Trieste con l'assessore ai Giovani Giorgio Rossi e i compagni della tifoseria della Curva Furlan, sempre vicini al ragazzo e alla sua famiglia, oltre agli altri appassionati dell'Unione Sportiva Triestina 1918. L'opera ricorda Stefano con un ritratto molto fedele e la data della sua scomparsa, connotati da una scelta cromatica particolarmente accesa che rimanda un messaggio di vicinanza partecipe, di continuità e di passione. Dopo il muro dello stabilimento balneare La Lanterna e il murales dedicato al Paron allo stadio comunale Nereo Rocco, è stata quindi l'opera della coppia di artisti pugliesi Caktus&Maria (associazione Kaleidos), a proseguire la trasformazione della città attraverso la disseminazione di spazi di colore. (Fotogalleria dell'evento)

23 dicembre 2017

Fonte: Ilpiccolo.gelocal.it

 

8 febbraio 1984, Stefano Furlan e quella carica

di botte dopo la partita Triestina-Udinese

Quel giorno c’era in programma la partita di coppa Italia Triestina-Udinese. Era l’8 febbraio 1984 e tra i tifosi della prima squadra allo stadio dedicato alla memoria di Giuseppe Grezar, centrocampista morto nella sciagura di Superga avvenuta nel 1949, ci andò anche Stefano Furlan, vent’anni compiuti il 23 dicembre precedente. Ma lì intorno, il giorno del derby del Friuli Venezia Giulia, la situazione non era tranquilla tanto che a un certo punto esplose. Dunque vennero schierati i cordoni dei reparti mobili delle forze dell’ordine per fronteggiare buona parte dei seimila sportivi, tanti ne poteva contenere l’impianto di Trieste. Alla fine dell’incontro, verso le 16.30, Stefano Furlan stava incrociando via Macelli. Doveva recuperare la sua auto, una Fiat 128 che aveva lasciato da quelle parti, e fare ritorno a casa dei genitori. Non era un esagitato, Stefano. Fresco del diploma da geometra, aspettava di trovare un lavoro nel settore in cui aveva studiato e intanto un po’ aiutava un fiorista e un altro po’ occupava metà della sua giornata prestando assistenza a disabili seguito da una struttura religiosa. Tutto questo, però, non lo sapevano i tre agenti che lo avvistarono alla fine della partita e gli furono addosso, a mani nude e con i manganelli. Infine quasi lo sollevarono di peso per portarlo in questura, dove rimase qualche ora per essere alla fine rilasciato. Renata, la madre, disse al Corriere dello Sport-Stadio, quando il figlio rincasò: L’ho rivisto alle nove. Quando ha aperto la porta era stralunato, pallido. La giacca e il piumotto erano a pezzi. Aveva le lacrime agli occhi. "Mamma, sono stato picchiato. Un poliziotto mi ha dato una manganellata sulla testa, poi in questura schiaffi, pugni, calci". Conosco Stefano, non è un violento, gli ho subito creduto. Non si sentiva bene. Alle nove e mezza era già a letto. Avrebbe continuato a sentirsi male il giorno dopo, Stefano. Tanto che nel pomeriggio venne portato d’urgenza in ospedale, dove entrò in coma e finì in sala operatoria. Ma le fratture craniche e le relative conseguenze uccisero quel giovane dopo venti giorni di agonia da cui non si svegliò mai. Era il 1 marzo 1984. E come raccontato successivamente: Il poliziotto che lo aveva colpito, venne riconosciuto da tre testimoni e sospeso dal corpo. Nel novembre 1985 venne condannato a un anno di reclusione con i benefici della legge. Ma successivamente fu riabilitato e rientrò in servizio presso la questura di Trieste.

8 febbraio 2014

Fonte: Isiciliani.it

 

"...La Curva non l'ha Dimenticato..."

Trent'anni dalla morte di Stefano Furlan

di Sandro Iurissevich

Commemorato oggi Stefano Furlan a trent'anni dalla tragedia. Affollatissima la cerimonia con Ultras presenti da tutta Italia. Molto sentita anche quest'anno la cerimonia per ricordare il giovane tifoso Stefano Furlan, che perse la vita l'otto febbraio del 1984, colpito violentemente alla testa da un poliziotto nel dopo gara di Coppa Italia Triestina - Udinese. Il giovane che si era trovato suo malgrado in mezzo ai tafferugli, mentre stava recandosi tranquillamente a prendere la propria autovettura, morì dopo venti giorni di agonia all'ospedale triestino. Per onorare il trentennale la Curva Furlan, con il patrocinio del Comune di Trieste, ha voluto dedicare due giorni a Stefano Furlan. Ieri pomeriggio è stata inaugurata la mostra fotografica, dedicata a Stefano, "Impronte nella Memoria" sotto la tribuna Pasinati dello Stadio Rocco, mentre oggi prima della commemorazione si è tenuto il convegno "Parlando di Stefano e di un futuro diverso".

8 febbraio 2014

Fonte: Triesteprima.it


La ricorrenza: una manganellata 30 anni fa spense la vita di Stefano

di Pierpaolo Pitich

Finito per caso fuori del Grezar alla fine di un Triestina-Udinese di Coppa Italia in mezzo agli scontri tra tifosi e polizia, Furlan morì a soli 20 anni dopo una lunga agonia. Gli amici: "Era un ragazzo tranquillo, mai fatta giustizia".

Sono passati trent'anni ma il ricordo è più vivo che mai, al pari della memoria collettiva. Ma con il ricordo riaffiora anche una ferita che sanguina ancora e che è destinata a non rimarginarsi mai. Era l'8 febbraio del 1984, quando un ragazzo di vent'anni, Stefano Furlan, al termine di un derby di Coppa Italia tra Triestina ed Udinese disputato allo stadio Grezar, ha la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Il post partita è agitato, ma non vengono segnalati scontri particolari tra le due tifoserie, in quanto i supporters friulani sono giunti in città in numero esiguo. Il tifoso rimane vittima di una carica delle forze di Polizia, in particolare della mano pesante usata da un giovane agente, Alessandro Centrone, un ragazzo che ha solo tre anni più di lui. Stefano morirà in un letto di ospedale il primo marzo, dopo venti giorni di agonia, senza più riprendere conoscenza. Ma in realtà la sua vita si spegne in quel maledetto pomeriggio fuori dallo stadio, in un giorno di ordinaria follia. "Il ricordo di quella giornata è impresso in modo indelebile nella mia memoria e non potrebbe essere altrimenti - racconta Cristiano, storico appartenente al gruppo Ultras Trieste. Stefano era un ragazzo timido e tranquillo e non certo un facinoroso: veniva abitualmente in curva ma non frequentava attivamente il nostro gruppo. La sua è stata una morte assurda. Non c'erano scontri particolari tra tifoserie e dunque non erano necessarie tutte quelle azioni repressive: la situazione a mio avviso non è stata gestita in modo appropriato dalle forze dell'ordine. C'è stata troppa improvvisazione dovuta probabilmente ad una certa inesperienza da parte di qualcuno. E poi tutta la questione è stata archiviata in modo troppo veloce ed alquanto scandaloso: per Stefano non c'è stata e non c'è tuttora nessuna giustizia". Quello che rimane il fatto di sangue più grave a Trieste legato al mondo del calcio scuote le coscienze e l'intera città: la curva da quel momento decide di rimanere in silenzio in una sorta di sciopero del tifo, almeno fino a quando "sarà emersa tutta la verità e verrà fatta giustizia". Allo stadio compare immediatamente lo striscione "Stefano presente" che da quel momento accompagnerà le gesta dell'Unione in tutte le gare, sia interne che esterne, mentre, 8 anni più tardi, quando viene inaugurato il nuovo impianto, il "Nereo Rocco", la curva degli Ultras sarà dedicata proprio alla memoria di Stefano Furlan. Dal punto di vista giudiziario invece, la vicenda si conclude con la condanna a un anno di reclusione con i benefici di legge per Centrone per il reato di "eccesso colposo nell'uso legittimo delle armi". Un epilogo che lascia l'amaro in bocca alla famiglia di Stefano e a tutto il popolo della Curva. "È stata una cosa vergognosa - esclama Paolo, altro storico appartenente agli Ultras Trieste, a sua volta presente quel giorno allo stadio, poco più che tredicenne. Si è cercato fino all'ultimo di insabbiare le indagini e di manipolare la verità: sbagliare è umano, però è giusto che chi commette un errore ne paghi le conseguenze. In questo modo invece si è voluto solo stravolgere la realtà e negare a Stefano non solo la giustizia ma la stessa dignità". Da quel giorno tragico, ogni anno, nella data dell'8 febbraio, gli Ultras alabardati ricordano la memoria di Stefano Furlan davanti alla lapide commemorativa posizionata all'esterno dello stadio e sarà così anche domani, in occasione del trentennale dalla scomparsa. "Noi portiamo il nome di Stefano Furlan in tutta Italia, in virtù di un senso di orgoglio e appartenenza - precisa Lollo, attuale portavoce del gruppo che oggi si chiama "Curva Furlan". E la sua memoria è presente in tutte le curve della penisola, anche in quelle delle tifoserie storicamente rivali. Il nostro spirito incarna quello delle passate generazioni anche se oggi è molto più difficile essere ultras e tifare allo stadio a causa di controlli sempre più severi e di una burocrazia esasperata: noi comunque continuiamo a portare avanti la nostra battaglia nel nome di Stefano e le curve di tutta Italia si sono unite nel suo nome, nel segno di un tributo e di una giustizia che lui purtroppo non ha avuto in altre sedi".

7 febbraio 2014

Fonte: Ilpiccolo.gelocal.it


Le partite drammatiche della storia del calcio: Triestina - Udinese

di Deni Pasini

8 febbraio 1984, ottavi di Coppa Italia, Triestina Udinese. Per molti appassionati, potrebbe sembrare una partita di calcio come tante, di cui magari a nessuno interessa il risultato finale. Per i tifosi di calcio del Nord Est italiano invece, l’8 febbraio 1984 è una data indelebile, di quelle che si ricordano sempre negli anni a venire. Ed è un boccone a tutt’oggi molto difficile da digerire.

Antefatto - Il campanilismo, ovverosia il tipico prodotto nazionalpopolare esportabile in qualsiasi realtà del Bel Paese. La rivalità tra friulani e triestini va ben oltre questo malsana abitudine nell’odiare l’erba del vicino. Da una parte, Trieste: città adagiata dolcemente sul mare, dove inettitudine e pigrizia convivono con un’illusoria e allegra nostalgia dei bei tempi andati. Dall’altra, Udine: tipica realtà produttiva del Triveneto che funziona, dove sacrificio e dedizione al lavoro portano allo sviluppo del territorio. In sintesi, Trieste ama vivere nel passato, Udine nel futuro. Trieste è caciarona e spensierata verso l’abisso di una città sempre più anziana e senza prospettive, Udine è seria e laboriosa, forse un pizzico noiosa. Il friulano è quadrato, il triestino adora correre al mare al primo sole. Da qui, da questo veloce paragone, in realtà non esaustivo e forse un po’ semplicistico, nasce la totale incomprensione tra le due razze, costrette a convivere a pochi chilometri di distanza. Mettiamoci gli anni 80, gli stadi pieni senza calcio alla TV; aggiungiamo un tifo all’epoca calorosissimo, popolare e iperpoliticizzato. Poco importa che gli ultras friulani e triestini abbiano la stessa provenienza politica: entrambe le tifoserie si dichiarano di estrema destra ma non comunicheranno mai, anzi si odieranno sempre, di un odio sordo e duraturo. Tuttora, seppure assai annacquato da una passione calcistica sempre meno sentita come fenomeno di massa, il reciproco fastidio e una certa incomprensione sotto sotto rimangono inalterate.

Il derby - Triestina e Udinese hanno sempre avuto poche occasioni d’incontrarsi. Solo 14 partite in serie A: se fino agli anni ’60 è il capoluogo giuliano a vantare la supremazia calcistica regionale, poi spetterà ai friulani. Ma nel 1984 il destino ci mette lo zampino. Coppa Italia: la Triestina, tornata da poco in serie B trascinata dal suo bomber Franco De Falco, vince il suo girone superando la Cremonese per migliore differenza reti. L’Udinese fa altrettanto, regolando in volata il Varese. L’incrocio è da brividi. Triestina Udinese agli ottavi, con andata a Trieste. La Triestina dicevamo poc’anzi veleggia in serie B, mentre l’Udinese è quella di Zico, per intenderci. Non ci dovrebbe essere storia, ma ovviamente l’incontro principale si giocherà fuori dal rettangolo verde.

La partita - Già in mattinata, i tifosi friulani arrivano in massa a Trieste in treno, in pullman e in auto. La polizia non è del tutto preparata a un evento simile: nel centro cittadino gli udinesi più scalmanati riescono a scendere dai pullman, fracassando alcune auto targate Trieste, e risalgono, per lo più impuniti. Il centro città lascia fare, ma lo stadio è in periferia: Valmaura e Servola sono quartieri tosti. Al passaggio dei pullman dalle finestre dei palazzi pioverà di tutto, bicchieri, piatti e chi più ne ha più ne metta. Successivamente, nell’immediato prepartita, i focolai di violenza si propagano fuori dallo stadio e nelle strade adiacenti. La partita è carica di tensione, il glorioso stadio Grezar è una bolgia e in pratica non si gioca a calcio. 0 a 0, pochi tiri in porta e pochissime emozioni. Alcune volte la polizia deve intervenire per lanci di petardi tra le due tifoserie, ma tutto sommato va meglio del previsto.

Post partita - La partita vera, come dicevamo, si gioca tutta al di fuori dal manto erboso. I tifosi triestini aspettano i rivali all’esterno, circondando la curva degli ospiti. La polizia cerca invano di non far venire a contatto le due tifoserie. Ne nasce un pomeriggio di guerra civile, sassaiole e sprangate: i celerini rispondono con un fitto lancio di lacrimogeni e distribuiscono manganellate a destra e a manca. Con la forza e solo dopo parecchie cariche, i friulani più esagitati vengono fatti risalire sugli autobus e spediti verso Udine. Sembrerebbe tutto finito ma ci sono ancora quelli in auto; le macchine in transito vengono prese d’assalto da piccoli gruppi di ultras alabardati, alcune vengono fermate e rovesciate nel bel mezzo della strada. E proprio quella strada attraverserà un tifoso giuliano. Stefano Furlan è un ragazzo di 20 anni, tifosissimo della Triestina; ha seguito gli scontri da vicino, come ogni ragazzo guarda curioso il carnevale della violenza davanti ai suoi occhi. Ma non interviene attivamente, perché Stefano si è sempre apertamente professato come ragazzo pacifico. Anzi, a un certo punto si stufa e avverte gli amici che va a trovare la madre, che sa preoccupata e in ansia per la partita. Attraversa la strada e si dirige verso Via dei Macelli, per recuperare la vettura: passa vicino agli scontri e quella sarà l’ultima volta che gli amici lo vedranno. Ed è da questa ultima immagine, da un ragazzo che sciarpa al collo si dirige verso casa che (come spesso accade in questi casi) partiranno le varie versioni di quanto accaduto. Noi non vogliamo seguire scie retoriche, né pensiamo che un articolo di storia calcistica debba sottintendere pareri dei singoli o congetture; ci atteniamo ai fatti nudi e crudi per come sono stati ricostruiti dalle indagini. Stefano viene fermato da alcuni poliziotti e secondo alcuni testimoni oculari diventa oggetto di un’aggressione selvaggia da parte di tre celerini; due lo tengono e uno lo manganella ripetutamente. Stefano non oppone alcuna resistenza: tre ragazze affermano con certezza di aver visto uno dei tre agenti sbattere la testa del ragazzo più volte contro un muretto. Successivamente, Furlan viene portato in questura e rilasciato in serata. Il 9 febbraio Stefano accusa forti dolori alla testa. La madre lo porta di corsa all’ospedale: frattura dell’osso temporale e operazione d’urgenza. Muore giovedì 1 marzo 1984 dopo 19 giorni di coma. La magistratura italiana condanna nel 1985 l’agente protagonista del pestaggio a 1 anno di reclusione per eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi. La curva dei tifosi triestini del nuovo stadio Nereo Rocco inaugurato nel 1992 porterà il suo nome. La madre Renata Furlan, con una sensibilità che probabilmente può appartenere solo a una madre, in un’intervista del 1990 dichiarerà: "Lo so che allo stadio c’è sempre un lungo striscione con il nome del mio Stefano. Se però i suoi amici vogliono ricordarlo veramente vadano allo stadio solo per divertirsi e non per compiere atti di violenza. Io dico solo una cosa, che non si può morire di sport".

31 gennaio 2014

Fonte: Calcioparziale.it


8 Febbraio 1984: Stefano Furlan, 28 anni senza giustizia !

L'8 Febbraio 1984, moriva a Trieste Stefano Furlan, ucciso da un agente di polizia dopo la partita di coppa Italia Triestina Udinese. Riportiamo il ricordo di Stefano del sito "La Padova Bene".

Oggi si celebra il ventottesimo anniversario dalla morte di Stefano Furlan. Col passare del tempo la memoria umana tende a dimenticare, la giustizia si sforza di far dimenticare al più presto; ed allora è giusto rinfrescarla questa memoria. Anche per dare una chiave di lettura più completa ad altri episodi similari, e ad abusi che stanno colpendo altri ragazzi di stadio in queste ore. Continuare a dire che "chi dimentica è complice" è un esercizio scontato e ripetitivo: penso sia più giusto dire che "chi ci crede ancora è stupido", dove gli stupidi sono quelli che credono ancora alla giustizia ed allo stato italiano, ad ogni singola parola di qualsiasi rappresentante di questo stato… Stefano era un ragazzo di vent’anni, tifoso della Triestina. Mercoledì 8 febbraio 1984 si era giocato il derby di Coppa Italia contro l’Udinese, ed i dintorni dello stadio "Grezar", il vecchio stadio di Trieste, erano diventati teatro di guerriglia urbana. Poi tutto era finito ed i tifosi provenienti da Udine avevano potuto tornare ai pullman. In quel momento Stefano era in strada, e si stava recando a casa della madre. Non ho elementi per stabilire se fosse stato o meno protagonista degli scontri, so solo quello che hanno sempre detto di lui tutti coloro che lo conoscevano, anche gente che con lo stadio e le tifoserie organizzate non centrano nulla: era un ragazzo assolutamente pacifico e non violento. Quando si verificavano scontri allo stadio, in genere non partecipava e se ne stava in disparte a guardare. Così fece quel giorno. Come già detto Stefano si stava recando dalla madre, ma non fece in tempo. Tre celerini si staccarono dal gruppo dei colleghi e lo raggiunsero da dietro colpendolo. La colpa di Stefano ? Trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato sicuramente, e probabilmente avere addosso la sciarpa biancorossa della Triestina. "Colpa" ancora più grave agli occhi dei cani da guardia dello stato… Lo raggiunsero e lo fermarono, portandolo vicino a un muro, dove uno dei tre lo colpì prima con pugni e manganellate sulla schiena e dietro la testa, poi afferrandolo per i capelli e sbattendogli la testa contro il muro. Il tutto mentre i due colleghi trattenevano Stefano, che peraltro non reagiva. Infine lo caricarono sulla camionetta e lo portarono in questura. Perché gli sbirri agirono così ? Niente di strano, è un po’ la "logica del branco". Parlano tanto degli ultras, ma almeno i celerini in questo sono uguali. Come dice John King parlando dei reparti anti-sommossa di Scotland Yard: gli sbirri sono una brigata come tutte le altre, solo che per il divertimento del sabato vengono pagati, mentre noi sborsiamo per avere il privilegio. E si divertono, bastava vedere le facce della celere a Vicenza lo scorso novembre. Probabilmente ridevano anche mentre picchiavano Stefano, e lo insultavano, sicuramente gli avranno detto la tipica frase loro: "Allora?!! Non fai più il bello adesso che sei senza i tuoi amici ?". Come se loro non avessero bisogno degli amici per sentirsi protetti, del "branco" di celerini ringhianti, come se non gli bastassero la divisa, il casco ed il manganello… Ad ogni modo Stefano venne rilasciato la sera stessa, raccontò alla madre di aver preso una manganellata ed andò a letto. Il giorno dopo non si sentiva bene, e non andò a scuola. Nel pomeriggio stava ancora peggio, e fu necessario il ricovero presso l’Ospedale Maggiore. Giunto all’ospedale entrò in coma, e morì dopo 20 giorni di agonia, il 1° marzo 1984. Il poliziotto che lo aveva colpito, venne riconosciuto da tre testimoni e sospeso dal corpo.  Nel novembre 1985 venne condannato ad un anno di reclusione con i benefici della legge. Ma successivamente, non si sa per quale misterioso cavillo della legge italiota, venne però riabilitato e fino a pochi anni fa svolgeva regolarmente servizio presso la Questura di Trieste. Adesso probabilmente è in pensione, quindi percepisce i suoi soldi da noi senza nemmeno più fare un cazzo (visti i risultati quando fa qualcosa, forse è meglio così !). Mi piace ricordare una frase della madre di Stefano, pronunciata in quei tristi giorni del 1984: "Qualcuno mi ha chiesto un messaggio per le mamme che lasciano andare i figli allo stadio, io invece un messaggio lo invio alle autorità: nei servizi di ordine pubblico mandino gente che sa quello che fa, non giovani alle prime esperienze che possono perdere la testa…". Con la costruzione del nuovo stadio di Trieste, la Curva occupata dagli ultras triestini prese il suo nome: Curva Stefano Furlan. Ogni anno l’anniversario della morte di Stefano viene ricordato con cori e volantini, ed in occasione del decennale (1994) gli Ultras Trieste fecero un corteo intorno allo stadio nel silenzio assoluto, con uno striscione nero "Stefano Presente". La stessa cosa fecero in occasione del ventennale, nel 2004. Per quanto mi riguarda la sua vicenda non è molto diversa da quella di Gabriele Sandri, anche se venne percepita in maniera meno forte dagli ultras e dall’opinione pubblica. Nel 1984 la polizia era ancora una presenza poco invadente, poco più di un fastidio; nel 2007 i ragazzi ne avevano le palle piene dei loro abusi e la morte di Gabriele fu il classico tappo che fece esplodere la pentola a pressione. A ventotto anni di distanza, "La Padova Bene" vuole ricordare Furlan, con le stesse parole con cui lo ricorda la curva alabardata: "La curva non ha dimenticato, Stefano Furlan ucciso dallo stato !". RIP Stefano.

8 Febbraio 2012

Fonte: Lapadovabene.itLapadovabene.it


 
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Morte di un tifoso

Indiziati 4 agenti

TRIESTE - Quattro comunicazioni giudiziarie sono state inviate ad allievi della scuola di polizia di Trieste in relazione alla morte di Stefano Furlan, 20 anni. Il ragazzo, al termine dell'incontro di Coppa Italia Triestina-Udinese, l'8 febbraio, era stato colpito dai poliziotti intervenuti per impedire il danneggiamento di alcune auto targate Udine. Furlan, fermato assieme ad altri ragazzi, era stato accompagnato in questura e rilasciato nella stessa serata. Il giorno successivo si era fatto ricoverare all'ospedale dove i sanitari lo avevano sottoposto ad intervento chirurgico per la rimozione di un ematoma. Il giovane, caduto in coma profondo, è morto giovedì. Le numerose testimonianze di persone che hanno assistito al suo fermo hanno indotto il magistrato, il sostituto procuratore dr. Grohman, a procedere nei confronti dei quattro poliziotti. Nelle comunicazioni giudiziarie si ipotizza il reato di omicidio colposo, ma non viene escluso che nell'istruttoria, già formalizzata, nei confronti di uno dei quattro inquisiti venga addebitato il reato di omicidio preterintenzionale. Ieri mattina, intanto, con grande partecipazione di folla e l'intervento di giocatori e dirigenti della Triestina, si sono svolti i funerali del giovane.

6 marzo 1984

Fonte: La Stampa

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