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ARTICOLI 1986
www.saladellamemoriaheysel.it   Sala della Memoria Heysel   Museo Virtuale Multimediale
ARTICOLI STAMPA 1986
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ARTICOLI STAMPA GENNAIO 1986

Non vogliono risarcire i tifosi feriti ad Heysel

Risarcimenti per 3 feriti dell'Heysel

Lo Stato belga non vuol pagare

Arrestato un teppista dell'Heysel

ARTICOLI STAMPA FEBBRAIO 1986

Cossiga in Belgio ricorda la tragedia dello stadio Heysel

ARTICOLI STAMPA MARZO 1986

La strage di Bruxelles: riconosciuti 28 teppisti

ARTICOLI STAMPA APRILE 1986

Le vittime di Bruxelles attendono ancora aiuti

L'Uefa infine critica i Belgi per l'Heysel

Con Belgio-Bulgaria riapre l'Heysel

Torna il calcio nello stadio Heysel deserto

"No, neanche davanti a quei morti dimenticai di essere un fotografo"

Due tifosi feriti a Bruxelles citano la Juve

ARTICOLI STAMPA MAGGIO 1986

Cardetti saluta Liverpool

Heysel vietato per giornalisti inglesi

Bruxelles, un anno dopo

Volantini minacciosi stanotte a Torino

In Belgio nessuno ha pagato

Tante promesse non mantenute

Le responsabilità di un massacro

Ma i tifosi oggi pensano al mundial

L’Heysel, un silenzio colpevole

Ma il vincitore fu solo l'opportunismo

Heysel, un anno dopo corone di fiori e abbracci tra tifosi

Ora il Belgio chiederà l'estradizione

ARTICOLI STAMPA GIUGNO 1986

Tragedia Heysel, solo Boniek rinunciò al premio

ARTICOLI STAMPA LUGLIO 1986

Ai feriti dell'Heysel chiedono di pagare le cure ?

Parcella ai feriti dell'Heysel

Bruxelles si scusa: "E' stato uno spiacevole errore"

ARTICOLI STAMPA AGOSTO 1986

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ARTICOLI STAMPA SETTEMBRE 1986

Libertà provvisoria ai teppisti di Heysel

ARTICOLI STAMPA OTTOBRE 1986

-

ARTICOLI STAMPA NOVEMBRE 1986

Bruxelles: processo a 3 ultras per gli incidenti dell'Heysel

Heysel, tre condanne senza sospensione

Giustizia per l'Heysel

I disordini dell'Heysel condannati tre Italiani

ARTICOLI STAMPA DICEMBRE 1986

Roma incrimina 26 dell'Heysel

I Belgi negano le responsabilità negli incidenti per Liverpool-Juventus.

BRUXELLES - Le autorità belghe continuano a negare ogni responsabilità negli incidenti dello stadio di Heysel che, il 29 maggio dell'anno scorso, in occasione della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, provocarono la morte di 39 spettatori, 32 dei quali italiani. Fin dalle prime battute del processo, intentato da un gruppo di tifosi belgi che chiedono di essere risarciti per le ferite riportate negli incidenti, infatti, gli avvocati che rappresentano lo Stato belga, il Comune di Bruxelles, le organizzazioni calcistiche, negano ogni addebito. Ha cominciato, ieri, nella capitale belga, l'avvocato che difende il Comune di Bruxelles e il suo borgomastro, Hervé Brouhon. Come proprietario dello stadio di Heysel, il Comune è responsabile delle condizioni delle sue strutture, che il 29 maggio si sono dimostrate drammaticamente carenti dal punto di vista della sicurezza. Nella prima udienza del processo, l'avvocato del Comune ha negato ogni responsabilità. Egli ha affermato che "lo stadio di Heysel era, al momento degli incidenti, in condizioni migliori di molti altri stadi belgi ed anche britannici", e ha respinto così le conclusioni della commissione d'inchiesta del Parlamento belga che, dopo il dramma, aveva denunciato l'inadeguatezza delle strutture dell'Heysel. L'avvocato si è trincerato dietro una dichiarazione del ministro belga degli interni, Charles Ferdinand Nothomb, imputato politico numero uno nella tragedia, secondo il quale nessuna critica può essere rivolta al borgomastro Hervé Brouhon". Anche il difensore dell'Unione belga di calcio ha negato ogni validità dei lavori della commissione parlamentare, a suo giudizio capace di esprimere "valutazioni di valore soltanto politico". La commissione parlamentare aveva tuttavia lavorato con la dichiarata intenzione di fornire una solida base istruttoria sulle responsabilità della tragedia. L'avvocato dell'Unione belga è giunto a mettere in dubbio l'onestà degli spettatori che hanno richiesto i risarcimenti: "Siamo proprio sicuri che non siano falsi feriti ?", si è chiesto. E' stato prontamente zittito dall'avvocato di una delle vittime, Anne Henricourt, il quale ha ricordato come la sua cliente fosse stata addirittura data ufficialmente per morta subito dopo gli incidenti. "E’ stata in coma per due giorni - ha precisato - e poi, avendo subito varie fratture e una commozione cerebrale, è rimasta immobilizzata a letto per tre mesi".

11 gennaio 1986

Fonte: Stampa Sera

ARTICOLI STAMPA GENNAIO 1986  

BRUXELLES - Tre tifosi belgi - una donna e due uomini - rimasti feriti nella tragedia dello stadio di Heysel prima della partita Juventus-Liverpool nel maggio scorso, hanno citato in giudizio le autorità belghe e la Uefa (Unione delle società calcistiche europee) chiedendo un consistente risarcimento danni. Gli avvocati dei tre tifosi - dei quali non è stato reso noto il nome - hanno precisato che sono stati citati in giudizio le autorità della città di Bruxelles, lo Stato belga, l'Unione reale belga delle società calcistiche e la Uefa per le ferite riportate dai loro clienti negli incidenti che si verificarono nel settore "Z" dello stadio Heysel in seguito ai quali persero la vita 38 persone.

11 gennaio 1986

Fonte: Stampa Sera

ARTICOLI STAMPA GENNAIO 1986  

BRUXELLES (Ansa) - Le autorità belghe continuano a negare ogni responsabilità negli incidenti dello stadio di Heysel che, il 29 maggio dell'anno scorso, in occasione della finale di Coppa dei campioni tra Juventus e Liverpool, provocarono la morte di 39 spettatori, 32 dei quali italiani. Fin dalle prime battute del processo intentato da un gruppo di tifosi belgi che chiedono di essere risarciti per le ferite riportate negli incidenti, infatti, gli avvocati che rappresentano Io Stato belga, il Comune di Bruxelles, le organizzazioni calcistiche, negano ogni addebito. Ha cominciato, ieri nella capitale belga, l'avvocato che difende il Comune di Bruxelles e il suo borgomastro, Hervè Brouhon. L'avvocato dell'Unione belga di calcio è giunto a mettere in dubbio l'onestà degli spettatori che hanno provocato il processo con la loro richiesta dei risarcimenti. "Siamo proprio sicuri che non siano falsi feriti ?", si è chiesto. E’ stato prontamente zittito dall'avvocato di una delle vittime, Anne Henricourt, il quale ha ricordato come la sua cliente fosse stata addirittura data ufficialmente per morta subito dopo gli incidenti. "È stata in coma per due giorni - ha precisato - e, avendo subito varie fratture e una commozione cerebrale, è dovuta rimanere immobile per tre mesi".

12 gennaio 1986

Fonte: L’Unità

ARTICOLI STAMPA GENNAIO 1986  

CRANS MONTANA - In questa località, dove da lunedì si disputeranno due Super-G della Coppa del mondo di sci, c'è una grande affluenza di turisti inglesi. In mezzo ad essi la polizia ha identificato ed arrestato uno dei teppisti ricercati per la tragica notte dell'Heysel. Finora non ne è stato comunicato il nominativo.

31 gennaio 1986

Fonte: La Stampa

ARTICOLI STAMPA GENNAIO 1986  

Cossiga in Belgio ricorda la tragedia dello stadio Heysel

BRUXELLES - Nella giornata tutta italiana di Cossiga in Belgio, culminata, ieri, nelle visite a Charleroi e al cimitero di Marcinelle, non poteva essere dimenticata un'altra tragedia di dimensioni e significato diverso ma pur sempre con vittime italiane: l'inconcepibile strage dello stadio Heysel provocata dai tifosi del Liverpool prima della finale della Coppa dei Campioni con la Juventus. A rompere un silenzio, che cominciava ad essere imbarazzante, è stato il borgomastro di Bruxelles, Brouhon, che ha parlato di "violenza etica che ha provocato delle tragedie che conosciamo e che deploriamo dal profondo del cuore". Cossiga, in un discorso agli italiani al palazzo delle esposizioni (che sorge a pochi passi dallo stadio), si è riferito all'intima solidarietà che lega i connazionali del Belgio all'Italia "di cui si è avuta una toccante manifestazione in occasione dei tragici avvenimenti dello stadio di Heysel, il cui ricordo è ancora così vivo e lancinante nella nostra memoria". Con questo riferimento, Cossiga ha forse colto l'unica occasione in cui poteva parlare di quella tragedia che evoca pesanti responsabilità del governo belga, della municipalità di Bruxelles e della polizia e sulla quale le polemiche non sono affatto sopite. Martedì sera, al ricevimento a palazzo reale, diplomazia ed etichetta hanno avuto la meglio perché accanto a Cossiga e Baldovino c'era tutta la "Heysel connection", dal ministro degli Interni Nothomb al sindaco di Bruxelles, al capo della gendarmeria, ma l'argomento non è stato neanche sfiorato. La seconda giornata tutta italiana della visita di Francesco Cossiga in Belgio era iniziata di buon'ora, con la partenza del Capo di Stato da Bruxelles. Destinazione: Marcinelle, dove ha reso omaggio alla memoria dei 136 italiani periti nella sciagura del Bois du Cazin. Qui, accanto alle vittime di quell'agosto di 30 anni fa (262 il totale del morti), riposano molti altri dei 1000 minatori italiani uccisi dal carbone. I "nostri fratelli", li ha chiamati Cossiga.

20 febbraio 1986

Fonte: Stampa Sera

ARTICOLI STAMPA FEBBRAIO 1986 

ROMA - Sono ventotto i teppisti riconosciuti da alcune foto come responsabili degli incidenti che, il 29 maggio dello scorso anno, nello stadio Heysel di Bruxelles poco prima della finale di Coppa dei Campioni tra la Juventus ed il Liverpool, provocarono la morte di 39 persone. Le foto dei giovani sostenitori della squadra inglese sono state indicate da numerosi tifosi della "Juventus", reduci da Bruxelles ed interrogati, per incarico del giudice romano Alfredo Rossini, dai funzionari di polizia di diverse questure d'Italia. Il magistrato, che da tempo sta conducendo un'inchiesta giudiziaria sui fatti avvenuti nello stadio in occasione della partita, ha trasmesso ora una copia di tutte le foto dei giovani alla polizia inglese ed alla magistratura belga chiedendo notizie utili alla identificazione dei teppisti.

22 marzo 1986

Fonte: La Repubblica

ARTICOLI STAMPA MARZO 1986 

Le vittime di Bruxelles attendono ancora aiuti

di Pier Paolo Cervone

NOSTRO SERVIZIO. GENOVA - Bruxelles, 29 maggio 1985, quasi un anno fa, ore 18.15. Allo stadio "Heysel" della capitale belga 38 persone muoiono, centinaia rimangono ferite nella curva Z. Mancano pochi minuti all'inizio di Juventus-Liverpool, finale della Coppa dei Campioni. Tifosi italiani e inglesi nello stesso settore dello stadio, la carica assassina degli "hooligans", l'assurda strage. E lo sdegno, le accuse alla polizia belga, all'Uefa, le promesse di inchieste rapide e di esemplari condanne, le raccolte di fondi, gli stanziamenti straordinari decisi dall'Italia e dalla Gran Bretagna. Un anno dopo: che fine hanno fatto quei soldi ? Da Roma e da Londra i parenti delle vittime, i sostenitori bianconeri rimasti gravemente feriti, non hanno ancora ricevuto una lira. Si è mossa soltanto, e con una certa celerità, la Fondazione Edoardo Agnelli cui la Juventus ha affidato la gestione del problema dopo aver raccolto complessivamente 914 milioni e 234 mila lire. Ma anche qui gli ostacoli da superare sono stati molti. In Liguria hanno ricevuto aiuti, sin ora, solo Pietro Margiotta, da più di vent'anni compagno di Barbara Lusci, 56 anni, genovese e la famiglia di Sergio Mazzino, 38 anni, di Cogorno, schiacciati tra la folla e morti sulle gradinate dell'Heysel. Dall'elenco della Fondazione Agnelli era rimasta esclusa, per un errore di trasmissione dei dati anagrafici, Laura Salamida Bianchi, la giovane mamma di Finale Ligure (ha 27 anni e due maschietti: Alessandro e Matteo) rimasta in coma tre giorni, tra i feriti più gravi ricoverati negli ospedali della capitate, belga. Ieri, pomeriggio gli impiegati della Fondazione hanno potuto finalmente mettersi in contatto con Laura e chiederle la documentazione necessaria. Spiegano a Torino: "7 nominativi ci erano stati comunicati dal nostro ministero degli Esteri. All'appello mancavano solo due persone che, nonostante i nostri sforzi, non eravamo ancora riusciti a rintracciare: una di Reggio Calabria, una appunto di Finale Ligure. Il caso della signora Bianchi adesso è stato finalmente risolto. Purtroppo anche in una triste occasione come questa c'è stato chi ha subito cercato di approfittarne. Ci hanno scritto anche tifosi che a Bruxelles avevano riportato lievi escoriazioni. La Fondazione aveva deciso invece di intervenire, oltre che a favore dei congiunti delle vittime, solo per i feriti più gravi, quelli che avevano dovuto rimanere in ospedale per un periodo superiore ai sette giorni". Ieri sera la signora Bianchi ha ricevuto da Torino un'attesa telefonata. Ma Laura, salvata dal marito che era riuscito a individuarla sotto un mucchio di cadaveri, vuole precisare: "Non ho chiesto soldi a nessuno, ho continuato a curarmi sempre a mie spese. Ma quando ho saputo che avevano ricevuto contributi persone che avevano riportato ferite ben più lievi delle mie, allora ho cominciato ad interessarmi". Ma resta il dubbio iniziale. La Fondazione Agnelli, ente morale e privato, si è mossa con una certa celerità. E gli aiuti, i soldi che avevano promesso l'Uefa, i governi italiano e britannico, quando arriveranno a destinazione ?

9 aprile 1986

Fonte: La Stampa

ARTICOLI STAMPA APRILE 1986 

ZURIGO - A quasi un anno dalla tragica finale di Coppa Campioni tra Juventus e Liverpool, nello stadio Heysel di Bruxelles, l'Uefa critica severamente le forze di sicurezza belghe in un rapporto del segretario generale, Hans Bangerter, che sarà presentato al congresso dell'organismo calcistico europeo il 24 aprile in Portogallo. I vandali inglesi - è detto tra l'altro nel rapporto - non sarebbero mai stati capaci di provocare tante morti e una così grande tragedia se non fossero stati aiutati dalla spaventosa incompetenza delle forze di sicurezza belghe".

12 aprile 1986

Fonte: La Stampa

ARTICOLI STAMPA APRILE 1986 

Con Belgio-Bulgaria riapre l'Heysel

di Bruno Bernardi

Dopo i 39 morti di quella tragica Juve-Liverpool non si è più giocato a calcio - Bearzot spettatore.

DAL NOSTRO INVIATO. BRUXELLES - Il calcio torna stasera sul luogo della tragedia, all'"Heysel", con l'amichevole Belgio-Bulgaria, dopo un'assenza forzata di 325 giorni. E la gente torna nella curva della morte, la maledetta "Z" che, in occasione di Juventus-Liverpool del 29 maggio 1985, fu teatro della strage di tifosi innocenti perpetrata dalla selvaggia barbarie degli "hooligans" inglesi. Trentanove le vittime, di cui 32 italiani. 275 i feriti, questo l'agghiacciante bilancio dell'immane tragedia in diretta, in mondovisione, che macchiò di sangue la Coppa dei Campioni vinta dai bianconeri. Cos'è rimasto dopo le lacrime e le feroci polemiche che seguirono e che sembrarono travolgere il ministro degli Interni Nothomb, accusato di non aver predisposto un adeguato servizio d'ordine ? Tutto è rimasto come prima, a parte la retrocessione a servizi minori di qualche agente. Il vecchio e anacronistico stadio è sempre uguale, con il suo aspetto sinistro malgrado il sole sfavillante. Ieri mattina gli addetti ai lavori ci hanno negato, insieme ad altri colleghi, il permesso di visitarlo, così com'era successo in questi mesi a numerosissimi italiani, turisti o immigrati. Ci vuole il permesso del Borgomastro, un muro della vergogna, crollato sotto la pressione della folla terrorizzata dalla furia omicida dei "reds" ubriachi di birra e fanatismo, è stato ricostruito da poco e solo oggi gli operai daranno gli ultimi ritocchi. Nella curva, allora trasformatasi in cimitero, si notano ancora i paletti delle transenne in cemento armato sbrecciati. Alcuni sono rimasti privi dei mancorrente. In compenso c'è una nuovissima rete di recinzione, con una porticina di sfogo che prima non esisteva. Adesso quella curva ha cambiato nome: si chiama Nord 1, mentre l'altra, anch'essa arricchita (si fa per dire) da due corridoi dipinti in giallo, è denominata Sud 1, con l'Atomium che fa da sfondo. Nessuna targa che ricordi il massacro, nessuna cerimonia, nessun minuto di silenzio. Le autorità belghe vogliono dimenticare, anzi hanno già dimenticato. L'unico provvedimento è la riduzione della capienza. Stasera si prevede uno stadio semideserto: dai cinque ai diecimila spettatori. Belgio-Bulgaria, pur essendo un'amichevole fra squadre mundial, interessa pochi intimi, al punto che la tivù non la trasmette neppure in diretta. Interessa, viceversa, e molto a Bearzot che accompagnato da Maldini sarà in tribuna d'onore a spiare la Bulgaria, insidiosa avversaria dell'Italia nella partita inaugurale del 31 maggio a Città del Messico. Ma sarà una Bulgaria in maschera poiché il ct. Vuzov intende far ruotare parecchi elementi. Anche Thys, che non potrà disporre di Scifo impegnato con la Nazionale militare in Algeria, ha annunciato un paio di staffette.

23 aprile 1986

Fonte: La Stampa

ARTICOLI STAMPA APRILE 1986 

BRUXELLES - Spalti desolatamente semivuoti, per II ritorno del calcio internazionale nello stadio di Heysel, undici mesi dopo la tragedia che costò la vita a 39 tifosi, 32 gli italiani, prima della finale della Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, il 29 maggio dello scorso anno. Cinquemila spettatori, per Belgio-Bulgaria, partita di preparazione ai campionati del Mondo in Messico: cinquemila spettatori in uno stadio teoricamente capace di contenerne 57mila, ma la cui capienza, per motivi di sicurezza, è stata oggi ridotta a meno di 25mila.

24 aprile 1986

Fonte: L’Unità

ARTICOLI STAMPA APRILE 1986 

Undici mesi fa la finale di Bruxelles tra Juventus e Liverpool. Rivediamo le immagini della tragedia con il commento in diretta del fotoreporter che le realizzò.

Sembrano immagini di guerra, ma di una guerra strana. Non ci sono ferite d'arma da fuoco su quei corpi, e nemmeno le piaghe devastanti di un'esplosione o di un incendio. Sono corpi inerti e accatastati, oppure allineati secondo un ordine che rende quell'immobilità ancora più innaturale. No, non vengono da Beirut quelle fotografie, o da un altro dei tanti, terribili fronti di guerra. E forse è proprio per questo che finiscono per inorridirci ancora di più. Ma le ricordiamo ancora quelle immagini ? Non è una domanda retorica. Sono passati appena undici mesi dalla tragica e allucinante finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, eppure sembra passato un secolo. Chi parla più di quelle 39 vittime, della premeditata, cieca violenza dei tifosi inglesi, della colpevole inerzia della polizia belga ? Sì, forse è di "cattivo gusto" ricordare la serata del 29 maggio scorso allo stadio di Bruxelles proprio alla vigilia di una stagione calcistica come i Mondiali del Messico: ma preferiamo senz'altro mancare di stile, anziché cullarci nell'ignoranza del ricordo. Undici mesi fa quelle immagini ci passarono sotto gli occhi ripetutamente. Le vedemmo sugli schermi della televisione, poi, qualche ora più tardi, sulle pagine dei quotidiani. Provammo orrore e raccapriccio ma non avemmo il tempo per riflettere su ciò che esse rappresentavano. Colpa nostra, certo, della nostra voglia di rimuovere, di dimenticare una storia che ci sembrava troppo inaccettabile per essere incasellata in qualche modo nella memoria. Ma colpa anche di un malinteso senso dell'attualità, che tutto brucia nel giro di pochi giorni, a volte di poche ore, che rende ogni notizia e ogni immagine uguale alle altre, che ti vieta di ragionare e di capire, di andare al di là delle pur giuste e necessarie emozioni. E’ per questo che ora abbiamo voluto di nuovo raccogliere le immagini di Bruxelles,  alcune inedite,  e montarle nella loro tragica successione, dando cioè al reportage quell'unità e continuità del racconto che invece undici mesi fa giornali e riviste, non ci offrirono. La scelta del bianconero non è casuale; il colore non aggiunge nulla alla cruda realtà di questo come di altri avvenimenti, ma anzi rischia in qualche modo di educarli, rendendo meno scarno e stringente il messaggio contenuto nelle immagini stesse. La maggior parte delle foto che pubblichiamo in queste pagine sono di Claudio Papi (le altre sono di Sandro Falzone), un reporter che in quel giorno tragico si trovava proprio della zona dello stadio dove avvennero gli incidenti e che quindi ebbe la possibilità di seguirli attimo per attimo. E’ una testimonianza importante quella di Papi, se non altro perché ripropone una questione centrale e ricorrente nel lavoro del fotografo, soprattutto del fotogiornalista, la questione della sua doppia identità: da una parte l'uomo che prova orrore o pietà, che partecipa emotivamente, comunque, agli avvenimenti che si sviluppano davanti ai suoi occhi; dall'altra il fotografo che prima di tutto deve lavorare, far scattare continuamente la sua macchina, senza perdere tempo, senza distrazioni. E non solo perché quelle immagini sono il suo "guadagno", ma soprattutto perché esse in quanto tali, sono proprio il suo lavoro. "Raggiunta la curva "Z" con altri colleghi,  racconta Papi,  cominciai immediatamente a fotografare. Certo, forse in un simile momento avrei anche potuto pormi altri problemi, ma fu quella la molla che scattò in me: fotografare tutto. D'altra parte questo è il mio mestiere, e credo proprio che difficilmente l'agenzia per cui lavoro avrebbe potuto giustificare un "buco" in un servizio tanto importante. Sì, debbo confessarlo, di fronte alla morte io mi sento prima di tutto fotografo, i miei sentimenti di uomo passano in secondo piano. Non è che scompaiano, naturalmente, semplicemente io, per un processo ormai quasi automatico, li controllo, facendoli esplodere quel tanto che mi è necessario per lavorare. Ho fatto cronaca per troppi anni e proprio quella scuola mi ha insegnato a restare freddo anche di fronte alle scene più drammatiche e coinvolgenti. A Bruxelles ho lavorato con lo stesso stato d'animo che mi accompagnò quando accorsi al cinema Statuto di Torino, dove decine di persone morirono carbonizzate. Chissà, forse qualcuno può accusarmi di cinismo, ma io invece spesso ho il sospetto che la professionalità, la mia professionalità, alla fine non sia altro che un modo per difendermi dalle atrocità alle quali assisto, per resistere insomma. Che questo "distacco" poi, dia anche dei risultati, è un altro discorso. Ricordo che a Bruxelles alcuni colleghi non riuscirono a resistere davanti a certe scene, molti di loro addirittura si allontanarono, io no, rimasi e lavorai. Ma cosa dovevo fare ? Mi chiedi se economicamente quel servizio ha reso molto. L'agenzia Olimpia, che distribuisce le mie foto, ne ha vendute abbastanza sia in Italia che in Francia e in Germania. Ma non negli Stati Uniti. Da New York ci arrivò una richiesta di visionare il materiale, ma poi ci fu rispedito indietro. Sì, quel servizio ha "reso", ma non in proporzione all'importanza dell'avvenimento. Ho avuto paura ? No, mentre lavoravo no. Ero tutto preso da quello che stavo facendo e non pensavo ad altro. La paura è venuta dopo, ma oramai era tutto finito".

29 aprile 1986

Fonti: Helaberarda e Mondopopolare.blogspot.it

ARTICOLI STAMPA APRILE 1986 

VENEZIA - Due veneziani che il 29 maggio dello scorso anno rimasero feriti negli incidenti che precedettero la finale di Coppa del campioni tra Juventus e Liverpool allo stadio "Heysel" di Bruxelles, durante i quali morirono 39 persone, hanno citato la Juventus in tribunale per chiedere l'indennizzo dei danni. Secondo Egidio Favaretto e Giuseppe Carraro - questi i nomi dei due tifosi - la squadra torinese, che si aggiudicò la finale, avrebbe usufruito della particolare situazione psicologica nella quale venne disputata la partita. Secondo i due veneziani, i vantaggi della conquista della Coppa sarebbero tuttavia andati soltanto alla Juventus, mentre non ne hanno tratto giovamento le vittime degli incidenti provocati dai tifosi inglesi. Carraro e Favaretto, che avevano raggiunto insieme la capitale belga in aereo lo stesso giorno della finale, rimasero intrappolati nella ressa che seguì alla carica dei sostenitori del Liverpool. Carraro riportò la frattura della tibia, del perone e di alcune costole e non poté camminare per sei mesi. Favaretto, invece, si fratturò un malleolo.

26 aprile 1986

Fonte: La Stampa

ARTICOLI STAMPA APRILE 1986 

Il sindaco di Torino, Giorgio Cardetti, accogliendo l'invito dell'Alcalde di Siviglia, Manuel del Valle Arévalo, s'incontra questa sera, in occasione della finale della Coppa dei Campioni, che si disputa tra le squadre del Barcellona e dello Steaua Bucarest, con il presidente del Consiglio comunale di Liverpool, Hugh Dalton. L'Iniziativa della città di Siviglia crea l'occasione per un ulteriore ravvicinamento tra Torino e Liverpool in seguito ai fatti accaduti allo stadio Heysel di Bruxelles, lo scorso anno. L'incontro di riconciliazione come si ricorderà era già avvenuto, ad un mese dalla tragica finale di Coppa del Campioni '85, a Torino. Assisteranno alla finale della Coppa dei Campioni oltre a delegazioni delle società calcistiche di Liverpool e di loro sostenitori, per la Juventus F.C. il direttore sportivo Francesco Morini e l'arch. Dante Grassi, responsabile del Centro Coordinamento Clubs ed i presidenti degli "Juventus club" di Torino, Perruquet e di Roma, Ghinelli.

7 maggio 1986

Fonte: Stampa Sera

ARTICOLI STAMPA MAGGIO 1986  

PONSACCO (Pisa) - Il borgomastro di Bruxelles ha impedito a giornalisti e fotografi del quotidiano inglese "Today" di entrare nello stadio Heysel insieme a Carla Gonnelli, la giovane di 19 anni di Ponsacco che, la sera della finale della Coppa dei Campioni tra la Juventus e il Liverpool, fu gravemente ferita mentre il padre, Giancarlo Gonnelli, morì. La ragazza si trovava nella città belga, insieme con la madre, Rosalina, ospite del quotidiano inglese, dove ha incontrato il tifoso inglese John Welsh, che le salvò la vita.

24 maggio 1986

Fonte: L’Unità

ARTICOLI STAMPA MAGGIO 1986  

di Licia Granello

Otello Lorentini è il padre di una delle vittime di Bruxelles. Il figlio, Roberto, medico trentenne, morì travolto mentre tentava di rianimare Andrea Casula, il bimbo di 11 anni perito insieme al padre. A Lorentini si deve la creazione dell'associazione "Familiari delle vittime di Bruxelles", che da un anno si batte perché vengano perseguiti e puniti i responsabili del massacro. "Abbiamo lavorato duramente per poter attivare il procedimento penale, contattando tutti per corrispondenza. All'associazione hanno aderito 21 famiglie. Quattro hanno dato la loro adesione morale: è gente anziana, non ha più voglia di lottare. Gli altri hanno detto, no grazie. Andare avanti non è facile: ci sono notai che hanno chiesto 200.000 lire per autenticare la firma del mandato. E ci sono sindaci che a distanza di otto mesi hanno chiesto i soldi del funerale... Abbiamo trovato degli avvocati comprensivi, il loro patrocinio non ci costerà tantissimo. E abbiamo trovato un referente belga, fondamentale per il proseguimento del lavoro a Bruxelles. Il 12 giugno faremo un convegno a Roma sulla violenza. Il ministero degli Interni ci ha messo a disposizione Palazzo Barberini, i soldati ci hanno assicurato la messa a punto della sala e la stampa dei manifesti". Quante adesioni avete ricevuto finora ? "Nessuna. Ci ha contattato solo la polizia, credo per motivi legati all'ordine pubblico. Mi ha telefonato Lattarugo, capo gabinetto del ministro degli Interni. Ah, si è fatto vivo anche Sordillo, dicendo che non può venire perché sarà in Messico, sa, i mondiali... Ha detto di non preoccuparci perché i soldi stanziati dalla Federcalcio arriveranno. Certo, adesso, con i mondiali... Abbiamo chiesto il patrocinio al Presidente della Repubblica, non ha risposto. Abbiamo chiesto l'intervento di Biagi, ci ha fatto scrivere dalla redazione di "Spot" che era impegnato altrove. Della Juventus non ci sono tracce, dopo il telegramma e la Corona inviataci per i funerali di Roberto. Aldo Ratti, direttore della "Fondazione Edoardo Agnelli" ha declinato cortesemente, forse si vergognava. O forse qualcuno gli ha suggerito di lasciar perdere". Avete avuto altre notizie dal Belgio ? "L'unica notizia è l'editto-farsa di Baldovino. I famosi sei miliardi sventolati a suo tempo non sono mai arrivati. Siamo venuti a sapere che per vittime si intendono coloro che stavano allo stadio dalle 19.15 in poi. E noi che stavamo dentro dalle tre, in che categoria stiamo ? Dicono che ci rimborseranno le spese sostenute negli ospedali belgi, e il trasporto delle salme fino alla partenza dal suolo belga. Il tutto con le fatture originali allegate alla richiesta... Hanno dimesso feriti che in Italia sono stati poi ingessati per mesi, hanno stilato certificati di "morte accidentale" per non dover rendere conto al mondo della loro inettitudine. E così, malgrado l'indagine della magistratura italiana sia già chiusa, non si sa quando il processo potrà essere celebrato. So che per l'anniversario sono in programma manifestazioni solo da parte italiana, a Bruxelles. Del resto tutte le autorità sono rimaste al loro posto, perché stupirsi ? La nostra è un'associazione fondata sul dolore: vogliamo andare avanti. Ci hanno detto che la causa costerà 100 milioni, non importa. Dalle mie parti si dice aver le spalle tonde, per far scivolare via le responsabilità. Con noi non attacca. Boniperti era tanto preoccupato per il suo stadio chiuso. A me m'han chiuso l'unico figlio in un loculo. Non s' illudano che ceda".

29 maggio 1986

Fonte: La Repubblica

ARTICOLI STAMPA MAGGIO 1986  

Volantini minacciosi stanotte a Torino

"La mafia europea ha impedito che venisse fatta luce sull'assassinio dei 32 italiani".

TORINO - In occasione del primo anniversario della tragedia dello stadio Heysel in Belgio (38 morti prima della partita Juventus-Liverpool) centinaia di volantini di minaccia dattiloscritti e riprodotti in fotocopie sono stati diffusi durante la notte da ignoti nella centralissima Galleria San Federico, dove si trovava fino a qualche mese fa la sede della Juventus. Sono anche state tracciate sui muri, con una vernice "spray, blu, scritte ingiuriose nei riguardi degli inglesi. I volantini sono firmati da un non meglio identificato "nucleo 29 maggio". Vi si afferma tra l'altro che ad un anno dalla strage dello stadio Heysel "invano abbiamo chiesto giustizia. Ma i burocrati della mafia europea hanno impedito che fosse fatta luce sull'assassinio di 32 italiani. Ora basta". I volantini affermano quindi che "la scure della giustizia bianconera si abbatterà e da qualche parte, in qualche modo, qualcuno pagherà ! La caccia al maiale belga ed alla belva inglese è aperta". Alcuni volantini sono stati raccolti da agenti della "Digos" torinese, ma in Questura si tende a non prestar peso alle minacce: "E’ lo stesso linguaggio che si sente allo stadio in certi settori della curva. Però non è mai accaduto che minuscole frange fanatiche della tifoseria dessero seguito ai loro propositi a più di 200 metri dallo stadio. E' difficile pensare che le minacce si trasformino in azione politica o delinquenziale". Sempre la "Digos" esclude che il volantino sia opera degli amareggiati parenti delle vittime non ancora risarciti dalle assicurazioni per la mancata chiusura dei procedimenti giudiziari.

29 maggio 1986

Fonte: Stampa Sera

ARTICOLI STAMPA MAGGIO 1986  

In Belgio nessuno ha pagato

di Fabio Galvano

"Morti per niente" titola un giornale: sono fermi i procedimenti contro i responsabili tecnici, amministrativi e politici - Risarciti finora 49 feriti su 225, nessuna delle vittime - Unico risultato: un manualetto per la sicurezza negli stadi - Oggi manifestazione davanti all'"Heysel" che però rimarrà chiuso.

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE. BRUXELLES - Il settore della morte - il "blocco Z" - è stato ribattezzato "Nord-1". Il muretto di cinta che cedette, quella tragica sera di un anno fa, è stato ricostruito, le reti di protezione sostituite, rinnovati i parapetti d'acciaio. Le ferite di quella gradinata erano solo un ricordo il 23 aprile, quando lo stadio di Heysel fu riaperto al calcio internazionale in occasione di Belgio-Bulgaria. Ma la cosmesi dell'acciaio e del cemento non rimargina le altre ferite lasciate aperte da quella serata di orrore: il palleggio delle responsabilità continua e pochissimi dei teppisti colpevoli hanno pagato. "Morti per niente", proclamava nei giorni scorsi un giornale belga esaminando in una vena di pessimismo la "lezione che non è stata imparata". Stamane alle 9.30 nella Chiesa dell'Immacolata, il nunzio apostolico in Belgio monsignor Pedroni celebrerà una Messa in suffragio delle vittime (32 gli italiani). Subito dopo una manifestazione organizzata dalle comunità italiane si svolgerà sul piazzale dello stadio di Heysel, con la partecipazione prevista di un migliaio di persone. Da parte belga, precisato che per l'occasione non saranno aperti cancelli dello stadio, non ci saranno cerimonie particolari. E' passato un anno: e tanto c'è voluto perché - quasi dimenticata la crisi di governo che indirettamente ne derivò - il ministero degli Interni partorisse il tanto atteso "Manuale per la sicurezza degli stadi di calcio", presentato ieri. Per evitare in futuro episodi di "violenza gratuita e irresponsabile", come l'ha definita il ministro Nothomb che rifiutò l'estate scorsa di dimettersi, dovranno essere adottate in tutti gli stadi misure in tema di solidità delle strutture, capienza, sistemazione dei servizi d'ordine e di soccorso, ingressi e uscite. E' previsto, per esempio, che accanto ad ogni cancello chiuso a chiave ci sia qualcuno in grado di aprirlo: la divisione delle gradinate in compartimenti, con corridoi laterali che facilitino l'intervento di polizia o soccorritori. Misure sacrosante, ma tardive. Da quasi quattro mesi è rientrato ad Agrigento Giuseppe Vullo, ultimo dei feriti italiani a essere dimesso; ma soltanto tredici persone - otto inglesi, quattro italiani e un belga - sono state finora processate, due condannate a sei mesi per infrazioni minori. Forse ora qualcosa si muove. Un colloquio all'Aia fra ministri degli Interni, seguito da una visita a Londra del giudice che conduce l'istruttoria, la signora Marina Coppieters't Wallant, potrebbe segnalare l'imminente estradizione di "una ventina di persone" - come ha precisato il ministro Nothomb - da processare per "ferite volontarie e omicidio preterintenzionale". Sono ancora arenati sulle secche interne, invece, i procedimenti in merito alle responsabilità tecniche, amministrative e politiche. La commissione d'inchiesta, istituita dal Parlamento nell'orrore di quei giorni, rilevò colpe di gendarmeria, polizia, Federazione calcio, Interni. Ma poco è accaduto. Prendiamo la gendarmeria. Tre alti ufficiali, fra i quali il responsabile dei cento agenti all'interno dello stadio, sono stati "trasferiti" a incarichi amministrativi, ma senza che al provvedimento fossero dati connotati disciplinari. Al ministero degli Interni tutto - tranne il "Manuale" presentato ieri - sembra fermo. Invitato nel luglio scorso a dimettersi, il ministro Nothomb rifiutò, per evitare la caduta del governo. Fu invece il ministro della Giustizia Gol a dimettersi, provocando una crisi. "E’ stata danneggiata l'immagine del nostro Paese che si ricostituiva lentamente..." - aveva lamentato il primo ministro Martens. Ma non molto è stato fatto per migliorarla, salvo la chiusura dello stadio ai "turisti della morte" in cerca di macabri souvenir. Il perfetto esempio viene dalla questione degli indennizzi. A luglio il ministro dell'Ambiente, Miet Smet, li promise ai feriti. A febbraio 49 dossier avevano avuto l'avallo della Corte dei Conti, ma altri 225 restavano bloccati. Per gli indennizzi alle famiglie dei morti, invece, l'iter è più lungo. Ci sono 200 milioni di franchi (oltre 6 miliardi di lire) a disposizione di un fondo speciale della Sante Publique, ma ci vorranno ancora mesi di procedure burocratiche. "Non abbiamo reagito come occorreva", ha detto il presidente del Parlamento belga Jean Deiraigne. Di questo bilancio, a un anno, il Belgio non è orgoglioso.

29 maggio 1986

Fonte: La Stampa

ARTICOLI STAMPA MAGGIO 1986  

Tante promesse non mantenute

di Marco Neirotti

TORINO - Non perdonano: ci hanno provato, "ma è troppo difficile". Per le vedove delle vittime di Bruxelles, per i feriti gravi, per i loro parenti ogni giorno è servito soltanto a scandire angoscia. Si sentono abbandonati. E in questo lugubre anniversario, una vedova - quella di Giovacchino Landini, il ristoratore torinese di 50 anni ucciso nel settore Z - ha affrontato il primo giorno di lavoro alla cassa d'un negozio: "Ho dovuto vendere la trattoria". Questa gente piange quel che ha perso, piange parole non mantenute. Il Coni aveva stanziato 500 milioni, ma nulla ha distribuito. Il governo belga fissò sei miliardi, ma in settembre un decreto corresse: "non risarcimento: rimborso delle spese vive". Il governo inglese inviò dagli 8 ai 12 milioni a famiglia. Lo Stato italiano ha fatto interventi a pioggia, non organizzati. L'aiuto più razionale e completo è venuto dalla Fondazione Edoardo Agnelli, cui la Juventus aveva chiesto di gestire i 914 milioni raccolti in sei mesi di offerte. Racconta il direttore della Fondazione, Aldo Ratti: "è stato un impegno lungo: troppe inesattezze negli elenchi venuti dal Belgio. C'è stata una complessa fase di ricerche per avere notizie, dall'indirizzo alla struttura della famiglia". A tutti un anticipo di 15 milioni, una seconda tranche è stata diversa secondo le situazioni: 14 vedove con figli sotto i 6 anni (in tutto 27 milioni ciascuna). 11 genitori conviventi (25 milioni), 3 vedove senza figli (23 milioni), 3 casi diversi (21 milioni). Consegnati 812 milioni. Ai 102 rimasti se ne sono aggiunti 15 d'interessi bancari: andranno ai feriti. Ma anche qui ci si è scontrati con elenchi disastrosi, nomi sbagliati, nomi doppi, nomi senza indirizzo, nomi dimenticati. Mesi di lavoro hanno contato 150 persone, divise in quattro categorie: 5 gravissimi con postumi permanenti, 10 gravi senza postumi, 21 di media gravità, 114 leggeri. La gente ringrazia. Ma si riaccende la delusione quando pensano a Bruxelles: non hanno accertato niente, nessuna responsabilità. "L'unico che han preso è quello che mi ha spaccato la testa a sprangate", commenta Carlo Duchene, 34 anni, parrucchiere di Pinerolo. Parla di James Mac Jill, 21 anni, tifoso del Liverpool: "L'hanno condannato a 40 mesi e 5 milioni di franchi. E' assurdo: dovrebbe restare in carcere tutta la vita". Mostra una lettera "L'unica cosa che ho avuto fino a oggi sono 2.723.300 lire: una colletta fra carcerati e agenti di custodia di Regina Coeli". A Moncalieri non è tornato Domenico Russo, 26 anni, sposato da quattro, elettricista. Quando lui partì per il Belgio la moglie, Tiziana, era incinta. Ora ha un bimbo di 8 mesi, l'ha chiamato Domenico: "Quando sarà più grande gli racconterò tutto cercando dì non trasmettergli la rabbia che ho dentro". Riuscirà a perdonare ? "No. Prima ero credente, oggi penso di non esserlo". Ha avuto solidarietà ? "Ho avuto il denaro dalla Juventus e dal governo inglese. Da Bruxelles nulla. E nulla dalle istituzioni italiane: non parlo di soldi, parlo di presenza, di condoglianze". Non perdona neppure Carola Bandiera, vedova Landini. Ha al dito la fede che lui portava quando fu ucciso: "A fine anno ho sentito dire che erano arrivati a Roma gli effetti personali. Nessuno aveva avvertito, anche se bastava un biglietto. Sono andata a Pasqua a riprendere questi ricordi. Come potrei perdonare ? Quei morti non riposano tranquilli".

29 maggio 1986

Fonte: La Stampa

ARTICOLI STAMPA MAGGIO 1986  

Un anno fa, la tragedia dell'Heysel. Trentotto persone morirono nel vecchiotto stadio di Bruxelles prima che incominciasse la partita tra Juventus e Liverpool per la Coppa dei Campioni. Ricordiamo in breve. Uno stadio che dalle ore 17 va riempiendosi, bandiere e striscioni con i colori delle due squadre, tamburi e trombe, i soliti riti che precedono una grande partita. Verso le 19, stipati nella loro curva i "reds" del Liverpool cantano, bevono, premono contro una rete di recinzione. Finché l'abbattono, facilmente si sbarazzano di pochi e timorosi gendarmi, si avventano nel settore Z affollato di italiani. Alle 19.24 la carica britannica. Sono gli ultras che vengono avanti a ondate, scagliando pietre e lattine di birra, colpendo con catene e bastoni. Non c'è battaglia perché gli assaliti non sono guerrieri da stadio. C'è il si salvi chi può. Il panico, la fuga che per molti è una corsa al suicidio. In quattro-cinquemila cercano scampo precipitandosi verso il terreno di gioco. Cadono, si calpestano. Quelli caduti sulle gradinate sono preda delle avanguardie reds, che infieriscono. Un altro gruppo si accalca contro il muro di recinzione laterale, che crolla: un centinaio precipitano con le macerie, e qui la gente muore schiacciata o soffocata, mentre altri vanno ad uccidersi sulle reti dì recinzione. Sono le 19.32 quando finalmente entra un numero ragionevole di poliziotti e gendarmi, che respingono i reds nel loro settore. Corpi senza vita sulle gradinate. Altri corpi sulla pista, sull'erba. Un via vai di barelle. Le sirene delle ambulanze, si requisiscono anche taxi per portare via i feriti. Sul piazzale davanti allo stadio sembra di essere nelle retrovie di un fronte. Volti insanguinati, quelli con fratture, altri che vagano stralunati e sotto choc. Gente che cerca il figlio, il padre, la fidanzata, l'amico. Chi urla contro i poliziotti, chi contro i reds. Vengono montate tre tende: un vero e proprio ospedale da campo. In un angolo si allunga la fila dei morti, allineati e anche accatastati, e non ci sono teli per coprirli. Prima i feriti, che sono più di trecento e alcuni assai gravi, dopo si pensa a portare via i morti. All'obitorio dell'ospedale militare. Una coperta sopra ogni corpo, un numero e un cartellino con il nome. Gli italiani sono trentuno, quattro belgi, due Francesi, un inglese. Intanto il prefetto di Bruxelles ordina l'intervento dell'esercito e dice che bisogna giocare, perché se quindici o ventimila italiani e altrettanti inglesi escono ora, solo Dio sa cosa può accadere. Si gioca. Alle 23.30 quando la partita finisce duemilatrecento soldati e poliziotti fanno cordone per tenere separate le due tifoserie. Così, quella che si aspettava come una festa sportiva diventò un massacro. Questo è potuto accadere per la somma di più fattori negativi. Anzitutto a causa degli ultras inglesi, tradizionalmente rissosi, più volte recidivi per vandalismi e azioni delittuose, per l'ubriachezza di massa. Questo triste primato era noto alla polizia belga, che nell'occasione si è rivelata incapace e impotente: fuori dello stadio, lasciando entrare tifosi gonfi di birra e di whisky: dentro lo stadio, latitante quando era chiaro che la curva degli inglesi stava per esplodere. E' mancata colpevolmente la Federazione calcistica europea, che ha scelto uno stadio vecchio e miseramente inadeguato per una finale internazionale carica di tensione.

29 maggio 1986

Fonte: La Stampa

ARTICOLI STAMPA MAGGIO 1986  

Ma i tifosi oggi pensano al mundial

Possiamo purtroppo far poco per quei morti già dimenticati.

Chi si ricorda, ad un anno di distanza, della strage allo stadio di Bruxelles ? Temo che la maggioranza dei tifosi abbia in questi giorni, anzi in queste ore, ben altro a cui pensare. Quale giustizia d'altronde per quella strage è stata fatta ? Solo le famiglie dei morti ricordano, e i feriti sopravvissuti. E solo quaranta indennizzi sui più di cento riconosciuti necessari, sono stati finora attuati per morti e feriti. Il resto è in mano ai giudici del Belgio, e, come si sa, anche su questo la burocrazia penale ha piuttosto il senso dell'eternità che quello della cronaca e del dolore. Soprattutto, da parte dei responsabili amministrativi e politici del Belgio, non è stato fatto assolutamente nulla, dopo la strage d'un anno fa, per lavarsi credibilmente le mani da una vergogna che ha indignato il mondo, per dimostrare il rimorso veramente riparatore e costruttivo non solo in forza di processi e condanne, bensì mostrando coi fatti di voler dare una immagine nuova e vera della solidarietà umana e sociale prima ancora che sportiva. Ieri, quasi per un rimasuglio di pudore tardivo, si è organizzata sul verde prato dello stadio maledetto una maratona pacifica di giovani, sportivi e no. Insomma, un'improvvisata riverniciatura fatta in fretta sulla ruggine insanguinata dello stadio che avrebbe dovuto e potuto invece proporsi, proprio per quello che vi successe, come punto di riferimento per una capacità effettiva di impedire lì ed altrove il furore drogato e assassino di una brutalità che dello sport fa semplicemente un detonatore della propria nevrosi, e d'uno stadio e d'una partita l'arena in cui certa gente ha bisogno, come in qualsiasi "plaza de toros", del sangue per sentirsi viva. Possiamo purtroppo far poco per quei morti già dimenticati. Portiamoli almeno nel cuore, senza che il Mundial, già vicino al conto alla rovescia, non cancelli in nessuno l'ultimo segno di umanità, quel rimorso che può ancora salvarci. n. f.

29 maggio 1986

Fonte: Stampa Sera

ARTICOLI STAMPA MAGGIO 1986  

L’Heysel, un silenzio colpevole

di Paolo Soldini

Un anniversario nelle pagine sdegnate dei giornali e attraverso le crudeli immagini d'archivio che la tv ritrasmette - Il ministro degli Interni ha vietato ogni cerimonia di commemorazione - Ancora in alto mare il risarcimento finanziario - Stadio ristrutturato parzialmente.

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE. BRUXELLES - Sembra incredibile, ma, un anno dopo, la tragedia di Heysel per le autorità del Belgio non esiste: 39 morti e i feriti, più di 200, non meritano una parola. Neppure l’ipocrisia di un compianto normale. Nulla. E’ una constatazione amara, ma il ricordo e la coscienza di quel maledetto 29 maggio stanno, oggi, nelle pagine sdegnate dei giornali e nelle crudeli immagini d'archivio che la tv ritrasmette. Come accadde un anno fa, quando il comportamento della stampa, la commozione della gente semplice, la generosità di pochi volontari (abbiamo davanti agli occhi il coraggio e la freddezza di nervi di un pugno di ragazzini della Croce rossa che curavano i feriti e organizzavano lo sgombero del settore "Z" quando la polizia impazzita continuava a produrre il caos) salvarono l'onore di un paese le cui autorità avevano dato la prova più miserabile della propria incapacità, prima, e del proprio cinismo, dopo. L’onore: senza retorica, perché le cose stanno proprio così e fa rabbia doverlo raccontare. Cominciamo da qui. L’ufficio dell'Ansa di Bruxelles ha chiamato il ministro degli interni Charles-Ferdinand Nothomb (ministro allora, ministro oggi) per chiedergli una dichiarazione sull'anniversario. "Non ho tempo" - ha risposto - sono impegnato in vicende di partito". Ha avuto solo il tempo di proibire ogni cerimonia di commemorazione. Il borgomastro di Bruxelles Hervé Brouhon (borgomastro, allora, borgomastro oggi) ha impedito che allo stadio venisse posta una lapide. Il tempo è mancato a Nothomb e a Brouhon come al capo della gendarmeria col. Bernaert e ai dirigenti della federazione calcio belga, per dire una parola, una sola, in una sede qualsiasi in ricordo delle vittime. Parola d’ordine "dimenticare", come ? Proprio l’atteggiamento indegno delle autorità, oggi, riapre le ferite, e nel modo più doloroso. E’ un insulto ai morti e uno schiaffo ai vivi, cui non è stato offerto appiglio di conforto, ne’ risposta alla richiesta di giustizia. Neppure quella, minima, di un risarcimento finanziario. Le assicurazioni non pagano finché non ci sarà un giudizio. E un processo, se si farà, sarà chissà quando. Cosa è avvenuto in questi dodici mesi ? Il settore "Z", il teatro della tragedia, ha cambiato nome: si chiama "settore nord". Lo stadio è stato "ristrutturato" - dicono - ma non nel modo che avevano suggerito gli esperti. È stata solo ridotta un po’ la sua capacità e ospita di nuovo incontri di calcio. Nothomb rifiutò di dimettersi, dopo che una commissione d'inchiesta parlamentare aveva denunciato "evidenti responsabilità politiche per la strage". E’ ancora ministro degli Interni per la democrazia cristiana francofona. Ancora vice-primo ministro e ministro della Giustizia è il liberale Jean Gol, il quale, invece, si era dimesso per protestare contro le non dimissioni di Nothomb. Sembrò un gesto nobile ed era invece una manovra. Re Baldovino convocò il primo ministro Martens e gli impose elezioni anticipate. Sembrava che l’Heysel dovesse avere, almeno, una conseguenza politica. Le elezioni ci furono, il 13 ottobre dell’anno scorso, ma durante la campagna elettorale della tragedia nessuno aveva parlato. Sul piano giudiziario, a tutt’oggi, c'è solo la richiesta alla Gran Bretagna di estradare una ventina di teppisti del "Liverpool" che gli inglesi hanno identificato grazie alle registrazioni televisive. Dovrebbero essere processati per omicidio preterintenzionale, ma non pare che Londra sia intenzionata, per ora, ad accogliere le richieste. Alla vigilia dei campionati del mondo di calcio, quando già rifioriscono timori e polemiche per le violenze della tifoseria britannica ? Per carità, non è il momento.

29 maggio 1986

Fonte: L’Unità

ARTICOLI STAMPA MAGGIO 1986  

di Michele Serra

DAL NOSTRO INVIATO. CITTA’ DEL MESSICO - Brutta cosa gli anniversari. Ricordarsi di Bruxelles un anno dopo. E perché ? Se ne erano già dimenticati, nemmeno un'ora dopo la carneficina, i tifosi delle due squadre che reclamavano di vedere la loro partita. Se ne erano dimenticati gli sponsor e l'eurovisione, che non volevano affrontare seccanti intoppi contrattuali. Se ne erano dimenticati subito dopo il fischio d'avvio anche i giocatori, che sono pagati per giocare e non per pensare. La Coppa dei Campioni adesso figura nell'albo d'oro della Juventus, e poco importa come. Il mezzo giro d'onore dei giocatori bianconeri, evitando accuratamente di passare davanti al sangue della curva della morte, già spiegava tutto: il calcio non vuole interferenze esterne, il calcio ha le sue scadenze da rispettare, il calcio non può fermarsi davanti a niente, nemmeno davanti alla morte, nemmeno davanti alla morte per calcio. Del resto, non constatiamo forse con soddisfazione, ad ogni spron battuto, che il calcio è uno dei pochi meccanismi che non si inceppano mai ? La notte allucinante di Bruxelles - chi scrive ha vissuto in una tribuna stampa incredula e paralizzata per lunghissimi minuti – ha semplicemente confermato una banalità che solo la nostra ipocrisia ci impedisce di accettare una volta per tutte: che non sono i valori umani, ma il business il motore dello sport. Rimandare la finale di Coppa dei Campioni voleva dire ammettere che fattori imprevisti potessero bloccare il rito eurovisivo. Impossibile. E infatti nessuno ci pensò: primo tra tutti l'Uefa, che approfittò del vergognoso sbandamento delle autorità belghe per far passare la tesi della partita da giocare a tutti i costi per motivi di "ordine pubblico". Storie: quando la partita iniziò, allo stadio Heysel e dintorni c'erano almeno diecimila soldati e poliziotti. Nulla più avrebbe potuto succedere; anche perché, ormai era tutto già successo. La verità è che la partita venne disputata per puro opportunismo. Non fu invece opportunismo, il giorno dopo, quello che spinse Cabrini, Rossi, Tardelli e Scirea sull'aereo che li portava in Messico a raggiungere Bearzot e gli altri azzurri in tournee pre-mundial, a stilare un breve documento nel quale i quattro nazionali juventini sostenevano di essere stati "costretti a scendere in campo". Una dichiarazione coraggiosa, soprattutto in un mondo come il calcio dove si è usi obbedir tacendo. Ricordo ancora le facce perplesse dei quattro mentre stilavano il documento, sorvegliati affettuosamente da Gianni Minà, erano a disagio, avendo avuto il cuore di sconfinare in un campo, quello dell’etica privata e pubblica, insolito per la gente di sport. Ma niente paura: la routine ha subito provveduto a soffocare nella noia dei ritiri e nell'oro dei contratti quel sussulto di coscienza e di ribellione, provocato da una strage così atroce. Del resto, proprio il Messico oggi ci insegna che la macchina del calcio non è stata inceppata neppure da un terremoto con migliaia di morti. Cosa volete che contino trentanove bare in un vecchio stadio europeo.

29 maggio 1986

Fonte: L’Unità

ARTICOLI STAMPA MAGGIO 1986  

BRUXELLES - Ai morti dell'Heysel, i fiori, gli italiani venuti ieri a ricordarli, hanno dovuto lanciarli al di là di un cancello chiuso. Le autorità di Bruxelles non hanno voluto che la piccola folla entrasse nello stadio, a un anno da quel tragico 29 maggio. Di fronte ai cancelli sbarrati, sul piazzale dell'Heysel, gli unici belgi presenti erano una ventina di poliziotti, due a cavallo, alcuni con i cani. Non c'erano rappresentanti del governo. Non c'erano amministratori della città. Violenti scrosci di pioggia e lo sciopero dei trasporti hanno ridotto a poco più di un centinaio di persone il gruppo di italiani che si sono riuniti, nella tarda mattinata, davanti allo "stadio della morte". Sul piazzale dello stadio, gli italiani hanno deposto corone di fiori davanti ai cancelli chiusi, e poi sotto il monumento allo sportivo. Una corona portava la scritta, sulla fascia tricolore, accanto su un nastro bianconero: "ln memoria delle vittime". Un'altra era offerta dallo Juventus club di Bruxelles. Una salva di applausi spontanei ha accolto l'arrivo inatteso di un tifoso del Liverpool, un tedesco di Dusseldorf, Thomas Niederberger, che si trovava nella curva nord, quella del dramma, la sera della finale della Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Niederberger indossava una maglia del Liverpool, portava un cuscino di fiori con i colori dell'Italia, del Belgio, della Germania. In italiano c'era scritto: "Mai più". Davanti alle corone, il tifoso del Liverpool e il presidente dello Juventus club, Carlo Romano, si sono stretti la mano. Anche Liverpool ha ricordato ieri il primo anniversario della tragedia di Bruxelles con una messa solenne nella cattedrale. Vi hanno partecipato le autorità cittadine ed una folta rappresentanza italiana. Come si ricorderà trentadue tifosi del Liverpool individuati come i responsabili delle violenze che innescarono la strage sono ancora in attesa di essere estradati in Belgio.

30 maggio 1986

Fonte: L’Unità

ARTICOLI STAMPA MAGGIO 1986  

Individuati i responsabili della strage, ma non possono essere giudicati in Gran Bretagna. L'accusa è di omicidio preterintenzionale. Summit tra i giudici dei due Paesi.

Il Belgio chiederà l'estradizione dei 28 tifosi del Liverpool identificati finora come responsabili degli incidenti che, un anno fa, fecero 39 morti (e, come si ricorderà, le vittime italiane furono ben 32) prima della finale della Coppa dei campioni tra Juventus e Liverpool, allo stadio di Heysel. L'accusa formulata dai giudici è di omicidio preterintenzionale. Lo ha annunciato ufficialmente ieri sera il ministro della Giustizia, Jean Gol, confermando le voci in tal senso diffusesi a Bruxelles. Il ministro Gol ha precisato che la magistratura di Bruxelles ha preparato 28 mandati di cattura che saranno trasmessi, tramite il ministero della Giustizia, alla Gran Bretagna. La magistratura britannica dovrà decidere la ricevibilità delle richieste di estradizione, che riguardano 28 dei 34 teppisti in un primo tempo identificati, grazie a film e foto, in collaborazione tra la polizia di Liverpool e quella di Bruxelles. Soltanto l'estradizione in Belgio potrebbe permettere di portare in giudizio gli accusati, perché la giurisprudenza britannica non prevede l'eventualità di processi per fatti del genere svoltisi al di fuori del territorio britannico. Sulle modalità d'estradizione, ci sono stati contatti, anche nel mese scorso, fra magistrati belgi e britannici. Il giudice istruttore belga prosegue, frattanto, le indagini, con l'aiuto di esperti, per determinare se sussistano responsabilità di altre persone, a parte i teppisti, per esempio organizzatori o responsabili dell'ordine pubblico. Un rapporto in merito dovrebbe essere pronto in agosto, e le conclusioni dell'inchiesta potrebbero aversi per settembre.

30 maggio 1986

Fonte: Stampa Sera

ARTICOLI STAMPA MAGGIO 1986  

ROMA - S’è tenuto in questi giorni a Roma un convegno sulla violenza negli stadi organizzato dall’ "Associazione vittime dello stadio di Bruxelles". Un dato inquietante è emerso dal convegno. Vale a dire che nessun giocatore della Juve, tranne Boniek, rinunciò al premio partita in favore delle vittime di Bruxelles.

14 giugno 1986

Fonte: L’Unità

ARTICOLI STAMPA GIUGNO 1986 

Le fatture dell'ospedale sono arrivate a Carlo Duchene di Pinerolo.

TORINO - Un decreto dell'agosto 1985 del governo belga stabilisce che tutte le spese per le cure sanitarie dei feriti dell'Heysel sono a carico dello Stato. Dunque l'episodio, per certi versi paradossale, delle parcelle arrivate al trentaquattrenne Carlo Duchene, parrucchiere di Pinerolo, ridotto in coma a sprangate prima dell'inizio dell'incontro con il Liverpool, è soltanto frutto di un errore burocratico. Carlo Duchene ha ricevuto tre conti al suo indirizzo di via (omissis): il primo datato 12 febbraio è di 3830 franchi, cioè circa 120 mila lire, per il trasporto in ambulanza; il secondo il 30 aprile di 1334 franchi (44 mila lire), per visite specialistiche; il terzo, il 30 maggio, di 5906 franchi (190 mila lire) per esami radiologici. Un funzionario italiano a Bruxelles ha spiegato che sarà sufficiente che Duchene rispedisca direttamente le fatture all'ospedale citando il decreto governativo dell'anno scorso o indirettamente facendo pervenire l'incartamento presso il consolato italiano all'indirizzo "me de Livourne 38, 1040 Bruxelles". Il parrucchiere di Pinerolo dunque non pagherà, ma si domanda se qualche altro italiano abbia ricevuto note dall'ospedale e se per caso questo qualcun altro non abbia già pagato. Sarebbe poi interessante capire se il disguido è nato da un errore da parte dell'amministrazione ospedaliera (la firma sotto le parcelle è del direttore Schorochoff) o del ministero competente, che ha dimenticato di trasmettere allo stesso ospedale una lista completa con i nomi degli italiani feriti. Nessuna volontà persecutoria - spiegano i belgi - si è trattato soltanto di un equivoco. E le dimensioni dell'episodio in effetti non sono confrontabili con le gravi responsabilità da parte delle autorità nello svolgimento degli avvenimenti di quella tragica serata. Ma la sensazione di disagio per questo disguido burocratico rimane netta. Un disagio proporzionalmente più grande in chi fu più o meno direttamente coinvolto in quegli avvenimenti: i parenti dei morti, i feriti, chi scampò casualmente dal pericolo, chi seguì con sgomento un evento sportivo preceduto da una carneficina e l'esultanza finale del giocatori e i tifosi ubriachi di gioia che festeggiavano la vittoria nelle strade di Torino. Carlo Duchene il 29 maggio del 1985, la sera della partita, all'Heysel, si trovò di fronte un giovane tifoso del Liverpool - James Mac Jill, 21 anni - che non aveva mai visto prima, al quale non aveva mai rivolto la parola, che eppure per il solo fatto di avere a portata di spranga un italiano lo identificò come un nemico da colpire. Il bilancio della serata fu di 38 vittime; tra gli italiani i morti furono 32; 4 i feriti con lesioni gravissime che hanno provocato postumi di invalidità permanente; 10 feriti gravi senza postumi, ma con degenza ospedaliera superiore ai 30 giorni; 20 degenze tra gli 8 e i 30 giorni; 220 feriti leggeri. Marco Manfredi, dipendente dell'ospedale di Moncalieri, scomparve: ritrovato a Torino dopo nove giorni in stato confusionale nei pressi delle Molinette, dove era arrivato non si sa come. L'amarezza di Carlo Duchene, dopo aver ricevuto le parcelle dell'Ospedale Erasmo di route de Lennik, è comprensibile. Comprensibile la sua voglia di dimenticare che quelle parcelle non aiutano certamente.

23 luglio 1986

Fonte: Stampa Sera

ARTICOLI STAMPA LUGLIO 1986  

Parcella ai feriti dell'Heysel

"Dopo il danno, la beffa", commenta amaro Carlo Duchene, il parrucchiere di Pinerolo aggredito da un giovane inglese e rimasto 4 mesi in coma. La prima fattura in febbraio, poi le altre. Il legale: "Non paghi". Dopo il danno, la beffa. E "beffa", sono le fatture che l'ospedale Erasmo, route de Lennik 808, Bruxelles, invia al feriti dell'Heysel per ambulanza, degenza, esami. Esibisce i conti e scuote il capo Carlo Duchene, 34 anni, parrucchiere a Pinerolo, spedito in coma dalle sprangate che gli ha vibrato James Mac Jill, 21 anni, di Liverpool, condannato a 40 mesi. Ora, tramite La Stampa, arrivano precisazioni: Un decreto del governo stabilì nell'agosto '85 che le cure sono a carico dello Stato belga, le fatture sono un equivoco. "Ma quanti hanno già pagato ?", chiede. Ed ecco carte piene di timbri, anche la faccia di Erasmo da Rotterdam, poi matricola, dossier e firma del direttore, O. Schorochoff. Nel negozio di via (omissis), a Pinerolo, Duchene sfoglia documenti: 12 febbraio, 3830 franchi (circa 120 mila lire) per l'ambulanza: 30 aprile, 1334 franchi (44 mila lire) per visite specialistiche; 30 maggio. 5906 franchi (190 mila lire) per esami radiologici. "Ne arriveranno altre?", chiede. A Bruxelles ha parlato con il medico legale, che ha risposto: "Non paghi". Così ha fatto. E ora arriva l'indicazione della strada da seguire per chiudere la faccenda. Ma il parrucchiere commenta: "L'ospedale ha un'amministrazione che segue un iter senza sapere chi è questo o quello. Mi colpisce che, dopo il decreto dell'agosto '85, nessuno abbia fornito un elenco di persone ferite allo stadio. Hanno stanziato miliardi, potevano avvertirli". Ai feriti rimane, dunque, il senso di un Belgio che con cinismo guarda alla vicenda: "Ora ne parlate sul giornale, si chiarisce tutto, ma c'è gente che magari ha pagato. L'unico interlocutore chiaro che abbiamo avuto è la Fondazione Edoardo Agnelli". Gestisce il denaro raccolto, con una sottoscrizione, dallo Juventus Club: 970 milioni, 812 dei quali già consegnati alle famiglie delle 32 vittime. Per gli altri 158 milioni. Il direttore, Aldo Ratti, ha preparato in questi giorni la suddivisione tra i feriti. Sono 254, divisi in gruppi: quattro hanno riportato lesioni gravissime con postumi di invalidità permanente, riceveranno 11 milioni a testa; 10 sono feriti, gravi senza postumi, ma con degenza ospedaliera superiore ai 30 giorni: 5 milioni ciascuno; 201 casi di degenze tra gli 8 e 130 giorni: contributo 3 milioni. Poi ci sono 220 feriti leggeri: a loro nessun contributo, "per non frantumare le offerte fino a cifre insignificanti". Conclude Ratti: "Mi spiace ci sia voluto tanto tempo, ma è stato lento il lavoro di ricostruzione di nomi e cartelle cliniche. Abbiamo avuto gli ultimi dati all'inizio di luglio. In 20 giorni abbiamo diviso le cifre, tardi, ma con le massime garanzie di serietà." Marco Nucirotti Torino, come tutt'Italia, scoprì quell'orrore alla televisione. La sera del 29 maggio '85 erano ancora incerti i nomi delle vittime. L'indomani, gli elenchi portavano quella scritta che non lascia speranza: erano elenchi "ufficiali". Trentotto vittime, fra le quali trentadue italiani (due torinesi), più di duecento feriti. A Torino rientrarono tifosi che avevano "visto da lontano". Arrivarono già nella notte e i loro racconti, all'aeroporto, ravvivarono le immagini che giornali e televisione cominciavano a diffondere. Poi tornarono i feriti lievi, quelli che "se l'erano cavata per miracolo". Mostravano contusioni, abrasioni, parlavano della fuga, della salvezza e della "voglia di dimenticare". Mentre s'aspettavano notizie di Marco Manfredi (dipendente dell'ospedale di Moncalieri scomparso per giorni, poi rivisto a Torino nei pressi delle Molinette, in preda a confusione mentale), la città assisteva al dramma di due vedove: Carola Landini e Tiziana Russo. Giovacchino Landini, 50 anni, ristoratore, ucciso nella curva Z. Un anno dopo diceva la vedova: "Non m'hanno detto neppure che erano arrivati gli effetti personali. Come faccio a perdonare ? Quei morti non riposano tranquilli". Domenico Russo, 26 anni, elettricista, di Moncalieri. Quando partì per Bruxelles la moglie era incinta. Ora ha un bimbo che sta per compiere un anno: "Quando sarà grande gli dirò tutto, cercando di non trasmettergli la mia rabbia".

23 luglio 1986

Fonte: La Stampa

ARTICOLI STAMPA LUGLIO 1986 

II nostro corrispondente da Bruxelles ci telefona: Le fatture dell'ospedale belga arrivate a Carlo Duchene sono un errore, risultato probabilmente di un disguido amministrativo. Le rette ospedaliere per i feriti dell'Heysel, infatti, sono sempre state direttamente trasmesse al governo belga, che, come aveva precisato in un decreto dell'agosto '85, si è fatto carico di tutte le spese. In qualche caso isolato le fatture sono state spedite alle autorità consolari italiane, che si sono limitate a inoltrarle al ministero belga della Sanità. Il tifoso di Pinerolo ha due possibilità, come ci ha dichiarato ieri un funzionario italiano a Bruxelles: la "prima consiste nel rispedire le fatture all'ospedale, citando il decreto in questione; la seconda - forse la più semplice - è di far pervenire l'incartamento al nostro consolato (rue de Livourne 38, 1040 Bruxelles) che, da noi informato della vicenda, provvederà all'inoltro al ministero belga competente. La disponibilità belga a coprire le spese mediche non poteva contemplare, naturalmente, i feriti "non ufficiali", cioè i tifosi fattisi ricoverare, ma non formalmente registrati come vittime dell'Heysel. Questo non è, ovviamente, il caso di Carlo Duchene. L'episodio, comunque, non deve far credere che il Belgio sia terra di predoni ospedalieri: i regolamenti che governano l'assistenza sanitaria ai cittadini della Cee sono simili a quelli degli altri Paesi della Comunità. Il turista dovrà quindi munirsi, presso la sua Usl, del modulo E-111 per il Paese che intende visitare (in questo caso il Belgio) per disporre di una copertura sanitaria. Ai tempi dell'Heysel fu il nostro consolato a richiedere tale documento a tutte le Usl interessate. In mancanza di tale documento il degente dovrà pagare, e si sa di casi in cui gli ospedali belgi hanno chiesto in deposito somme di denaro abbastanza considerevoli (l'equivalente di un milione di lire). f. gal.

23 luglio 1986

Fonte: La Stampa

ARTICOLI STAMPA LUGLIO 1986  

LONDRA - I ventisei tifosi del Liverpool accusati di avere provocato i disordini allo stadio Heysel di Bruxelles in cui 39 persone morirono sono stati posti in libertà provvisoria dietro cauzione dal tribunale londinese che deve decidere sulla richiesta di estradizione avanzata dalla magistratura belga. La motivazione di questa sentenza temporaneamente liberatoria si basa sulla necessità dei prevenuti di preparare i rispettivi appelli e le difese. I disordini si verificarono durante l'incontro di finale di Coppa del campioni tra il Liverpool e la Juventus, il 29 maggio 1985, finale vinta dalla squadra bianconera. La maggior parte delle vittime di quei disordini furono tifosi della Juventus. I tifosi dovranno presentarsi nuovamente in tribunale il prossimo 10 novembre e questa volta per ascoltare la sentenza della corte. Questa sentenza è attesa negli ambienti forensi inglesi, poiché in caso di accoglimento della richiesta della magistratura belga, verrebbe costituito un precedente penale nella storia giudiziaria inglese.

16 settembre 1986

Fonte: Stampa Sera

ARTICOLI STAMPA SETTEMBRE 1986 

Bruxelles: processo a 3 ultras per gli incidenti dell'Heysel

I tre tifosi bianconeri Umberto Salussoglia e Claudio Ardito, di Torino, e Franco Spedicato, di Lecce, coinvolti negli incidenti scoppiati allo stadio Heysel il 29 maggio 1985, prima della tragica finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool che costò la vita a 39 spettatori dei quali 32 italiani, sono sotto processo da oggi a Bruxelles. I tre giovani - il primo di 22 anni, gli altri due di 25 - sono accusati di danneggiamento, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Salussoglia fu ripreso dalla televisione inglese mentre con una scacciacani sparava in direzione della polizia dagli spalti della curva affollata di tifosi juventini. I tre, che vennero arrestati quella sera stessa, furono scarcerati dopo cinque settimane e tornarono in Italia. Nel processo il comune di Bruxelles si è costituito parte civile e chiede il risarcimento dei danni. Quello previsto per mercoledì sarà dunque il primo verdetto che riguarda tifosi italiani. Sono invece già stati giudicati e condannati alcuni tifosi del Liverpool. Ma la magistratura belga attende ancora che 26 dei giovani inglesi, identificati dalle immagini filmate come responsabili delle violenze all'Heysel, siano estradati. Per quanto riguarda gli italiani, i magistrati belgi dovranno decidere se sia anche loro la responsabilità dei violentissimi scontri che precedettero la strage o se il loro fu soltanto un tentativo di difesa dall'aggressività degli inglesi.

13 novembre 1986

Fonte: Stampa Sera

ARTICOLI STAMPA NOVEMBRE 1986 

Heysel, tre condanne senza sospensione

La magistratura belga, dopo la sentenza di condanna di due tifosi bianconeri coinvolti negli incidenti del 29 maggio 1985 allo stadio Heysel, ne chiederà l'estradizione, come ha già fatto per i ventisei tifosi del Liverpool. Ma probabilmente nessuno dei responsabili della strage, finirà in galera. Non gli esaltati che parteciparono materialmente agli scontri, identificati, processati, ma che difficilmente verranno estradati dai rispettivi Paesi. Non i responsabili dell'ordine pubblico, che persero la testa non meno dei tifosi e per i quali non si è aperto alcun procedimento penale. Non i responsabili morali dell'esaltazione di massa della tifoseria calcistica che si perpetua di giorno in giorno - impunita e impunibile - in alcune isteriche cronache calcistiche di parte dei "media". Umberto Salussoglia, 23 anni, fotografato allo stadio Heysel mentre puntava una scacciacani contro la polizia, e Claudio Ardito, 25 anni, anche lui riconosciuto attraverso fotografie e filmati, entrambi torinesi, sono stati condannati a 2 anni di reclusione ed al pagamento di una multa di 12 mila franchi (396 mila lire). Franco Spedicato, 26 anni, di Lecce, è stato invece condannato a 15 mesi di carcere ed anche lui al pagamento di 12 mila franchi. Umberto Salussoglia si è premurato, nel corso del processo, di far pervenire alla corte attraverso l'avvocato un certificato medico che giustificasse la sua. assenza e che parla di "epatite virale". A nessuno dei tre "ultras" è stata concessa la sospensione condizionale della pena. I giudici belgi infatti non hanno riconosciuto ai tre le attenuanti generiche. Particolare però tutto sommato per loro indifferente, perché in pratica vuol soltanto dire che i tre italiani condannati non potranno mai decidere di passare una vacanza in Belgio. Salussoglia, Ardito e Spedicato in cella erano finiti la sera della strage (39 morti) e vi furono trattenuti per cinque settimane. Poi ottennero la libertà provvisoria e la possibilità di rientrare in Italia. Stesso trattamento ebbero i tifosi inglesi bloccati la sera del 29 maggio. La magistratura belga non ha ancora chiesto l'estradizione degli imputati condannati, ma lo farà senz'altro nei termini fissati dalla giustizia di quel Paese. Gli avvocati che hanno difeso i tre italiani si sono però dichiarati sicuri che la magistratura italiana risponderà negativamente, alla domanda di estradizione. Diverso il discorso per la multa ed il risarcimento dei danni (i tre sono stati condannati, anche a risarcire i danni a due agenti feriti) che, seppur attraverso un procedimento complesso e molto lungo, prima o poi dovrebbe arrivare "a buon fine".

20 novembre 1986

Fonte: Stampa Sera

ARTICOLI STAMPA NOVEMBRE 1986 

Giustizia per l'Heysel

Umberto Salussoglia, sorpreso dalla tv con una pistola in mano, e Claudio Ardito condannati a 2 anni, Franco Spedicato a 15 mesi - Non è escluso che la magistratura chieda l'estradizione.

Si è concluso, a Bruxelles, il processo contro i 3 teppisti italiani che il 29 maggio '85, durante la finale di Coppa Campioni tra Juventus e Liverpool, scatenarono incidenti allo stadio Heysel. Umberto Salussoglia, 23 anni, e Claudio Ardito, 25 anni, sono stati condannati a 2 anni di reclusione e al pagamento di una multa di 12 mila franchi (quasi 400 mila lire). A Franco Spedicato, 26 anni, di Lecce, 15 mesi di carcere e 12 mila franchi di multa. A tutt'e tre gli pseudo tifosi non è stata concessa la sospensione condizionale della pena: ciò significa che Salussoglia e compagni, se torneranno in Belgio, saranno arrestati. In cella erano già finiti la sera della tragica partita (39 persone persero la vita negli incidenti scatenati da centinaia di inglesi sulle gradinate dell'Heysel, 32 le vittime italiane), ma dopo 5 settimane ottennero la libertà provvisoria. Al processo non si sono presentati: Salussoglia ha fatto pervenire un certificato medico: "Epatite virale". Quasi certamente, la magistratura belga chiederà che i condannati siano estradati. Ma, secondo gli avvocati di Bruxelles, che hanno difeso i 3 ultras, è improbabile che la richiesta venga accolta. Il tribunale ha anche condannato Salussoglia, Ardito e Spedicato a risarcire i danni a 2 agenti feriti nei tumulti. Umberto Salussoglia fu ripreso dalla televisione inglese (e il fotogramma fece il giro del mondo), mentre dalla curva in cui erano assiepati i tifosi juventini sparava con una scacciacani contro le forze dell'ordine. Bruxelles ha già condannato molti teppisti del Liverpool: per 26 è stata chiesta l'estradizione.

20 novembre 1986

Fonte: La Stampa

ARTICOLI STAMPA NOVEMBRE 1986 

BRUXELLES - Tre italiani sono stati condannati per reati compiuti in occasione degli incidenti dell'Heysel, che terminarono con 39 morti il giorno della finale di Coppa Campioni tra Juventus e Liverpool. Il tribunale di Bruxelles ha inflitto due anni di prigione senza condizionale e l'equivalente di quasi 400mila lire di multa ad Umberto Salussoglia, 23 anni, di Torino; 15 mesi senza condizionale, più la stessa multa per Claudio Ardito, 26 anni, di Torino e Franco Spedicato, 26 anni, di Lecce. I tre imputati erano accusati di danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale, oltre che di porto di arma impropria. Salussoglia era anche accusato di minacce: la Tv lo aveva ripreso mentre sparava con una scacciacani in direzione della polizia e dei tifosi del Liverpool. I tre italiani sono stati condannati in contumacia (Salussoglia aveva anche mandato un certificato medico attestante un'epatite virale); verranno arrestati in caso ritornino in Belgio, e dovrebbero anche risarcire i danni a due agenti di polizia e al comune di Bruxelles. JUVENTINI ARRESTATI - Due tifosi juventini sono stati arrestati al termine delle indagini su Fiorentina-Juve del 12 ottobre: Umberto Toia, 21 anni e Geraldo Mocciola, 23 anni. l'accusa è violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Un terzo giovane è minorenne, la sua posizione è stata trasmessa al tribunale competente. Diciotto tifosi della Fiorentina sono stati denunciati, sempre per gli incidenti di quella domenica.

20 novembre 1986

Fonte: La Repubblica

ARTICOLI STAMPA NOVEMBRE 1986 

di Ruggero Conteduca

Accusati di omicidio colposo e lesioni aggravate - Sono stati riconosciuti attraverso film.

ROMA - La Procura della Repubblica di Roma ha incriminato i tifosi del Liverpool responsabili degli incidenti allo stadio Heysel di Bruxelles durante la finale di Coppa dei Campioni con la Juventus. Le accuse, di omicidio preterintenzionale e lesioni aggravate, sono rivolte a ventisei tifosi inglesi da tempo identificati e per i quali l'autorità giudiziaria belga ha già chiesto l'estradizione al governo di Londra. L'inchiesta, aperta all'indomani di quel tragico 29 maggio 1985, quando 38 tifosi, in maggior parte italiani, persero la vita sugli spalti dello stadio Heysel è giunta quasi alla conclusione con la formulazione delle accuse e, soprattutto, con l'identificazione dei responsabili. Un lavoro lungo e delicato che ha impegnato il sostituto procuratore Alfredo Rossini, il magistrato al quale vennero subito affidate le indagini, per circa un anno e mezzo. Intensa è stata la collaborazione nei mesi scorsi fra Italia e Belgio sia a livello di polizia che di autorità giudiziaria. Quasi inesistente, invece, quella fra Roma e Londra. Nonostante tutto, grazie alle testimonianze delle vittime scampate alla morte, e ai filmati forniti dalla televisione al giudice belga, è stato possibile attraverso un lavoro comune ricostruire l'intera vicenda e dare un volto ai responsabili. Anche l'Italia, dunque, chiederà a questo punto l'estradizione dei colpevoli. Una precisa norma del nostro codice dà facoltà al magistrato italiano di perseguire i responsabili di reati commessi all'estero da cittadini stranieri ai danni di cittadini italiani. Per questo, la procura della Repubblica di Roma non ebbe indugi e il giorno immediatamente successivo alla tragedia dell'Heysel aprì un fascicolo contro ignoti. L'inchiesta venne affidata alla magistratura della capitale per una serie di motivi. Fra l'altro: perché i tifosi rimasti vittime della violenza degli inglesi non erano solo ed esclusivamente residenti a Torino, ma provenivano da diverse città italiane e, soprattutto, perché dovendo in seguito procedere ad una richiesta di estradizione la presenza a Roma del ministero di Grazia e Giustizia e di quello degli Esteri avrebbe accelerato il già lungo iter burocratico. Proprio su quest'ultimo punto, però, sulla possibile estradizione in Italia dei ventisei teppisti inglesi, si addensano i dubbi più grossi, dal momento che il Belgio ha già avviato la richiesta alla Gran Bretagna sin dal luglio scorso. La procedura ha avuto inizio dopo poche settimane, il 9 settembre, presso il tribunale londinese di Bow Street quando i ventisei tifosi sono comparsi in manette dinanzi al giudice: erano stati arrestati sulla base di un mandato di cattura internazionale, ma subito dopo sono stati rimessi in libertà su cauzione. Gli avvocati della difesa hanno già annunciato una battaglia durissima: la legge britannica, infatti prevede l'estradizione di cittadini inglesi in altri Paesi solo per il reato di omicidio o per atti di terrorismo. E i ventisei tifosi del Liverpool sono incriminati sia da parte dell'autorità giudiziaria belga, sia da quella italiana, di omicidio colposo e non doloso. Per riuscire ad identificarli la polizia belga, con la collaborazione del colleghi inglesi ha fatto ricorso a tecniche modernissime riuscendo ad isolare dalle immagini televisive particolari ingranditi sino a dieci volte. Quelle stesse immagini, consegnate al giudice italiano nel novembre dello scorso anno durante un suo sopralluogo nello stadio Heysel, furono poi mostrate ad alcuni sopravvissuti: ventisei teppisti furono riconosciuti da più di uno di loro. Ora, il magistrato sta raccogliendo le testimonianze scritte da allegare alla documentazione per la richiesta di estradizione. Anche se sarà necessario attendere prima l'esito della richiesta belga e valutare le conclusioni dell'eventuale processo di Bruxelles.

3 dicembre 1986

Fonte: La Stampa

ARTICOLI STAMPA DICEMBRE 1986 

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