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ARTICOLI STAMPA e WEB 2004
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ARTICOLI STAMPA e WEB GENNAIO 2004

Heysel, la notte in cui morì lo sport

ARTICOLI STAMPA e WEB FEBBRAIO-OTTOBRE 2004

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ARTICOLI STAMPA e WEB NOVEMBRE 2004

La coppa maledetta

ARTICOLI STAMPA e WEB DICEMBRE 2004

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Heysel, la notte in cui morì lo sport

di Roberto Carnero

Perdere la vita per assistere a una partita. Questo assurdo paradosso si è realizzato tante, troppe volte. E per cause diverse: molto spesso quando la tifoseria dello stadio ha finito con il trascendere, senza alcun senso della misura, i propri limiti. Quella dell'Heysel - Bruxelles, 29 maggio 1985, quando, prima della finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool, morirono 39 tifosi italiani attaccati dagli hooligans inglesi - è una vicenda esemplare ed emblematica. Una storia che però si è cercato di dimenticare in fretta, forse anche perché pesava come un macigno sulla coscienza di coloro che, nonostante si sapesse quanto era accaduto, decisero di giocare comunque la partita. Esultando, alla fine, per la vittoria della Coppa da parte della squadra bianconera e festeggiando il risultato con i cadaveri dei tifosi ancora caldi. Per non parlare di quelli che, anti-juventini nel midollo, gioirono per quei morti. Ma davvero con queste cose lo sport non ha nulla a che vedere. Utile a rinverdire la memoria, per fare i conti con quanto è accaduto, giunge ora un libro firmato da Francesco Caremani. Giornalista sportivo e storico dello sport, Caremani ci offre una ricostruzione precisa di quella giornata e di quanto ne seguì. Poi dalla ricostruzione scaturisce, nitida, una riflessione su tutta la vicenda. E in questa felice dialettica tra scrupolo documentario e coinvolgimento emotivo risiede il pregio principale del libro: l'autore era adolescente, all'epoca dei fatti, e ricorda lo shock della perdita, all'Heysel, di una persona che conosceva bene, un amico di famiglia, Roberto Lorentini, il cui padre, Otello, alcuni mesi dopo, sarebbe stato il promotore dell'Associazione delle vittime. Proprio dal rapporto con Otello Lorentini, che ha fornito a Caremani materiali e documenti, è nata l'idea del volume. Un libro-inchiesta, un libro-denuncia, scritto, come si diceva, per ricordare e per far ricordare: "Per questo - afferma Caremani - il libro ha un senso, perché solo la memoria restituisce dignità al dolore, l'oblio lo scolpisce e la rabbia l'inaridisce con tutto quello che vi sta intorno. Capisco anche che per molti l'Heysel è ormai una tragedia lontana dai cuori e dalle menti, ma ci sono drammi che non dovrebbero essere mai dimenticati, perché dietro a ogni dramma c'è una persona e il rispetto per la sua vita, per il te in cui morì lo sport materiali e documenti, è nata l'idea del volume. Un libro-inchiesta, un libro-denuncia, scritto, come si diceva, per ricordare e per far ricordare: "Per questo - afferma Caremani - il libro ha un senso, perché solo la memoria restituisce dignità al dolore, l'oblio lo scolpisce e la rabbia l'inaridisce con tutto quello che vi sta intorno. Capisco anche che per molti l'Heysel è ormai una tragedia lontana dai cuori e dalle menti, ma ci sono drammi che non dovrebbero essere mai dimenticati, perché dietro a ogni dramma c'è una persona e il rispetto per la sua vita, per il suo essere stato in vita. Rispetto che, nel caso dell'Heysel, è parso essere stato negato. Una delle questioni aperte e più controverse è quella relativa all'opportunità di far giocare la partita dopo quanto era successo. Sappiamo che l'allora presidente del consiglio italiano, Bettino Craxi, non voleva farla disputare, ma che il ministro belga oppose motivi di ordine pubblico. Craxi, a sua volta, opponeva le ragioni di ordine morale. Col senno di poi, forse, la celebrazione, fino in fondo, del rito sportivo, rappresentò il male minore: se i giocatori avessero abbandonato lo stadio senza giocare, la tragedia avrebbe potuto essere ancora più grande. "Giochiamo per voi, giochiamo perché ci hanno chiesto di farlo", disse rivolto ai tifosi Gaetano Scirea. E pare che furono le autorità e il delegato UEFA a insistere affinché i giocatori, al termine della partita, si recassero sotto la curva dei loro tifosi per "festeggiare". Insomma, una commedia portata avanti per necessità, a denti stretti e con prova di professionismo da parte degli atleti bianconeri. Eppure - nota Caremani - davvero fu dissonante l'esultanza di questi ultimi dopo la vittoria, come sembrarono fuori luogo le parole di Bruno Pizzul il quale, al termine di una faticosissima telecronaca, disse che il significato sportivo della gara era riuscito, per qualche minuto, a far dimenticare la tragedia. "Ma quale significato sportivo ?", si chiede Caremani. E conclude, riassumendo il senso del suo lavoro: "La mia vuole essere una fotografia, come quelle in bianco e nero, quelle che raccontano la storia delle persone comuni, proprio quando il calcio, l'ambiente calcio, ha cercato di cancellare ogni ricordo di quella notte, di quella sera di maggio in cui, probabilmente, lo sport è morto per sempre". Ma - aggiungiamo noi - un libro come questo, scritto da uno juventino doc, eppure lucido e impietoso perché onesto, può aiutarlo a rivivere.

18 gennaio 2004

Fonte: L’Unità

ARTICOLI STAMPA e WEB GENNAIO 2004 

La Coppa maledetta

di Alberto Garlini

Un’ora prima della finale iniziò la strage. Un bel fresco primaverile che calava sui riflettori, sui tetti di Bruxelles. Il cielo color arancio pareva il riverbero del rosso delle bandiere inglesi, delle maglie, delle canotte, delle pitture tribali sui volti barbarici. Nel settore Z dell’Heysel i tifosi juventini erano stati mischiati agli hooligans, ubriachi dalla sera precedente. A dividerli solo una rete di metallo e dieci poliziotti belgi. Una bomba a orologeria, una bomba pronta a esplodere. Provocazioni. Qualche pisciata sulla bandiera bianconera, qualche sfottò. Gli juventini reagirono spaventandosi, strinsero i figli, dissero alle mogli di allontanarsi con un ultimo abbraccio. La paura li uccise. Gli inglesi odorarono la paura, sentirono la paura dell’altro gruppo come un afrodisiaco dell’orda, come il sapore del calore di una cagna. Capirono di non avere a che fare con ultras armati, ma con famiglie in gita domenicale, che qualche speculazione aveva portato lì, a farsi massacrare. E se c’era da massacrare, si doveva massacrare. La prima onda sembrò un’illusione ottica, come se l’Heysel fosse un setaccio e qualcuno lo stesse agitando. I rossi si spostavano verso i bianconeri, ritmicamente, dal punto più lontano a quello più vicino alla tribuna centrale. Una ola che portava morte. Presero ad attaccare armati di bottiglie rotte, spranghe e legni raccolti in un cantiere edile incautamente lasciato accessibile a pochi passi dallo stadio. I vecchi mattoni delle gradinate si sbriciolavano come il pane e fornivano proiettili da lanciare, la rete fu strappata, i poliziotti si dileguarono presi dal panico. Gli juventini per sfuggire agli attacchi si pressarono scompostamente al muretto alla loro destra, schiacciandosi gli uni con gli altri. Non c’erano vie di fuga o erano del tutto insufficienti a quella emergenza: solo una porticina di ottanta centimetri in entrata e un’altra di uguali dimensioni verso il campo. Quest’ultima oltre tutto presidiata dai poliziotti belgi che non intervenivano alle scorribande degli inglesi, ma bastonavano selvaggiamente gli italiani che cercavano scampo sul verde del prato. Gli ordini erano ordini, si dovevano evitare le invasioni. Rimaneva un’unica possibilità, schiacciarsi contro il muretto. E così la gente moriva, tagliata, bastonata, pestata, asfissiata. Negli spogliatoi si sapeva dei morti: non se ne conosceva il numero preciso, né le circostanze nei dettagli, ma si sapeva della strage. In seguito la versione ufficiale avrebbe negato l’evidenza, affermando che non erano giunte notizie della gravità di ciò che accadeva. Ma i giocatori sapevano, come potevano non sapere ? Arrivavano frotte di tifosi negli spogliatoi per farsi medicare. Gente piangente, insanguinata ovunque, sul volto, lungo il corpo, senza scarpe senza i giubbotti, con tracce di unghie stampate sulle spalle, come tentativi di rimanere attaccati alla vita. I brividi, il freddo, il tremore, lo shock. (...) Platini e Scirea facevano la spola fra l’infermeria e l’arbitro per portare medicinali, garze, e quello che poteva servire. Anche tè caldo, anche sciarpe, anche solo una parola di conforto. Intanto qualcuno più coraggioso usciva alla luce del verde, ritornando con ragguagli mostruosi. (...) L’attimo dopo il litigio, dopo la morte, quando non c’è più azione, ma il residuo dell’azione. Quando lo schiaffo è schioccato, ma resta il residuo dello schiocco. Quando il lutto è nella zona di nessuno della ridicolaggine. Quando al tribunale dei morti l’innocenza non è ancora provata. Angeli ridenti, angeli disperati. I corpi sopra i corpi, accatastati come quarti di animali sulla pista d’atletica. Gli uomini agonizzanti, l’incredulità che stringeva mani inerti, un medico italiano che bestemmiava. Le transenne usate come barelle da infermieri che tentavano tracheotomie. Tanto sangue, gole aperte. Assurdi gendarmi a cavallo che andavano su e giù roteando i manganelli. E poi vedere una donna dalla maglia bianca chiudere il ventre aperto del marito, e una ragazza in verde morire serafica con uno sguardo felice, e un padre calvo reggere la testa di un bimbo morto. E i massaggi cardiaci, le urla concitate, l’andirivieni isterico, l’esplosione delle persone, il volo impazzito degli uccelli impauriti, e questo frastuono di fondo e i canti degli inglesi, ubriachi epici, come dopo le grandi carneficine medioevali. E infine un cane, un cane bianco, che faceva la guardia a un cadavere come fosse quello del suo padrone. "Quando il trapezista muore, entrano i clown..." disse Michel Platini in una intervista dopo l’Heysel. Aggiunse: "Noi non siamo clown..." ma nessuno gli credette. Ad avere progettato, costruito e realizzato nei dettagli quel massacro erano state le stesse persone che davano i soldi ai calciatori. Le stesse identiche persone che avevano gli assegni, i bonifici e pacchetti di carte da centomila nelle ventiquattr’ore. Persone ben conosciute, quelle che prendevano l’ottantatré per cento dell’incasso. Biglietti in eccesso, stadi inadeguati, percentuali pubblicitarie, ingaggi, iperboli giornalistiche si erano trasformati in corpi morti, in carne macellata. Una magia che stava negli uffici delle varie burocrazie, nei pacchetti da centomila nelle mani dei calciatori. Nelle macchine che si compravano, nelle donne che si scopavano. Gli juventini decisero di non giocare. Si riunirono, Scirea interpretò lo spirito del gruppo e tutti se ne andarono sotto le docce, per lavarsi e rivestirsi. Erano profumati e pronti per il pullman quando arrivarono i dirigenti della squadra, il delegato Uefa e l’arbitro. Discussioni, molte parole, accavallate. Rispetto, prima di tutto, il rispetto non manca mai, in un discorso che vuole fregarti. Nessuna preclusione, ma ragioni di opportunità. Sia chiaro. Ordine pubblico, forze dell’ordine insufficienti, animi sovraeccitati, scontri all’uscita. Altre parole, altri timori. Le persone che davano i soldi ai calciatori volevano che i calciatori giocassero, che capissero la necessità della partita. Temevano conseguenze peggiori in caso di annullamento del match. "Ma come possiamo ?". "Non è una vera finale, è un espediente...". "Ma come possiamo ?". Gaetano Scirea fu scortato al microfono dello stadio. Si udì dall’altoparlante una specie di sospiro. La sua voce: "La partita verrà giocata per consentire alle forze dell’ordine di organizzare l’evacuazione del terreno. State calmi, non rispondete alle provocazioni. Giochiamo per voi...". Giochiamo per voi. Con quella voce tremula, vecchia. Un nido di rondine incollato ostinatamente al tetto. E la partita si giocò. Sui morti. Condannando per sempre quelle anime alla vergogna, al ridicolo. A vagare nell’inquietudine e nell’angoscia dei processi e delle sentenze per l’oltraggio subito. E alla fine ci fu anche la coppa. Vinse la Juve per uno a zero, per un rigore inesistente. E la coppa arrivò negli spogliatoi in una bara di legno, e la bara si aprì e la coppa girò pure sotto le tribune, alzata dalle mani festose, sul sangue dei morti, per il giro d’onore. E i calciatori festeggiarono. E la panchina saltò in aria al gol, per la felicità. Mentre trentanove corpi ancora caldi, venivano squartati come maiali nelle autopsie dei medici belgi.

Novembre 2004

Fonte: "Futbol bailado", Sironi editore

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