www.saladellamemoriaheysel.it   Sala della Memoria Heysel   Museo Virtuale Multimediale
ARTICOLI STAMPA e WEB 2016
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ARTICOLI STAMPA e WEB 
GENNAIO
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FEBBRAIO 2016

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ARTICOLI STAMPA e WEB MARZO 2016

"L'Heysel un ricordo doloroso, il calcio di oggi è diverso"

ARTICOLI STAMPA e WEB APRILE 2016

"Il Franchi ora isoli chi semina odio"

ARTICOLI STAMPA e WEB MAGGIO 2016

Heysel, la strage rimossa

Heysel, la commemorazione a Bruxelles

Juventus, a Bruxelles commemorazione delle vittime dell'Heysel

La Juve a Bruxelles alla commemorazione delle vittime dell’Heysel

Due corone di fiori per ricordare le vittime dell'Heysel, 31 anni dopo

Heysel: ricordo da sindaci Piemonte e Ue

Bruxelles, l'Europarlamento ricorda la tragedia dell'Heysel...

+39 Rispetto: Per non dimenticare le vittime dell’Heysel

Da Bruxelles a Torino a Reggio Emilia

The Heysel Memorial

Come non si commemora l'Heysel: idioti a Torino assaltano un locale

Tifoso fa una battuta sull'Heysel e si scatena la furia degli juventini a Torino

Torino, frase sull'Heysel scatena il raid: ultras juventini devastano vineria...

Juventus: i sindaci piemontesi commemorano le vittime allo stadio Heysel

Alla Mia Regina di Cuori

Heysel, la Juventus ricorda le vittime: "Mai più"

Tavecchio ricorda le vittime dell'Heysel

Tavecchio: "La dignità delle famiglie è l'insegnamento più importante"

Strage dell’Heysel, 31 anni dopo la ferita è ancora aperta

Trentuno anni dall’Heysel, una ferita mai guarita

La strage dell’Heysel 30 anni più uno dopo

ARTICOLI STAMPA e WEB GIUGNO 2016

Quel maledetto 29 maggio: il racconto di chi era all’Heysel...

ARTICOLI STAMPA e WEB LUGLIO-AGOSTO 2016

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ARTICOLI STAMPA e WEB SETTEMBRE 2016

Gorgonzola, venerdì 14 ottobre serata per ricordare la tragedia dell'Heysel

ARTICOLI STAMPA e WEB OTTOBRE 2016

Pessotto: "Nel '95 si voleva vincere la Champions dopo la tragedia dell'Heysel"

ARTICOLI STAMPA e WEB NOVEMBRE 2016

Riapre il Bataclan, i suoi angeli come quelli dell’Heysel

ARTICOLI STAMPA e WEB DICEMBRE 2016

Il silenzio degli innocenti

La scomparsa di Beppe Capocchi, scampò alla tragedia dell’Heysel

Addio Avvocato Troiano, testimone di una tragedia che decise la partita della vita

Bruno Pizzul al Panathlon:

"L'Heysel un ricordo doloroso, il calcio di oggi è diverso"

di Gianluca Trentini

Una bella serata organizzata dal Panathlon Club Mottarone con ospite il mitico Bruno Pizzul, storico telecronista della RAI che tra gli anni 70 e i primi anni 2000 ha raccontato tutti i più grandi successi delle squadra italiane in Europa, ha effettuato decine e decine di telecronache del campionato italiano e della Coppa Italia oltre alle partite della nazionale italiana dal 1986 al 2002. "Il calcio tra ieri e oggi" la tematica della serata che ha visto il giornalista friulano raccontare della sua carriera da calciatore e dei suo inizi in RAI: "Ci entrai nel 69, l'esordio ? Mi mandarono a Como a fare una partita di Coppa Italia in campo neutro tra la Juventus ed il Bologna. Ero pronto a partire con la vettura della RAI ma Beppe Viola mi vide e si offrì di accompagnarmi lui, arrivammo in ritardo. Quando dissi alla commissione di inchiesta come andarono le cose non presero provvedimenti". Cosa è stato raccontare così tante emozioni ? "Una bella cosa che peraltro nacque inaspettata - ha detto - quando giocavo avevo anzi poca simpatia per i giornalisti, invece ne è nata questa bella carriera". C'è un momento, una telecronaca a cui Bruno Pizzul è maggiormente legato ? "C'è un momento che mi è rimasto dentro - dice in maniera molto seria - ed è la serata dell'Heysel, quando prima della finale di Coppa del Campioni tra la Juve ed il Liverpool dovetti raccontare di oltre 30 tifosi morti, qualcosa di tremendo ed inaccettabile". Oggi Bruno Pizzul in poltrona quando accende la TV per vedere il calcio cosa vede ? "La verità ? Ascolto le partite alla radio, oggi è tutta un'altra cosa"

2 Marzo 2016

Fonte: Vcoazzurratv.it

ARTICOLI STAMPA e WEB MARZO 2016  

 

"Il Franchi ora isoli chi semina odio"

Appello dell'associazione vittime dell'Heysel dopo i cori vergognosi della curva juventina.

di Andrea Lorentini

I cori antisemiti all'indirizzo di Firenze e dei fiorentini partiti dalla curva bianconera in occasione di Juventus-Palermo sono solo l'ultimo episodio d'intolleranza e inciviltà che caratterizza gli stadi italiani. Episodio che conferma, purtroppo, come nel nostro Paese, soprattutto nel calcio, manchi cultura sportiva. L'altro visto come il nemico e non l'avversario. Da odiare e da abbattere. Senza alcun rispetto. Atteggiamenti che non hanno alcuna giustificazione. Come familiare di una vittima dell'Heysel (mio padre Roberto era un medico di trentuno anni e perse la vita nel tentativo di soccorrere i feriti sugli spalti durante le cariche degli hooligans) ho subìto sulla mia pelle l'ignoranza e la follia di persone simili che usano lo stadio come zona franca, dove tutto è permesso. Persino offendere i morti. Ho dovuto sopportare, al pari delle altre famiglie, per oltre trent'anni il vilipendio alla memoria di quelle 39 vite innocenti. Il motivo principale per il quale un anno e mezzo fa ho deciso di ricostituire l'Associazione fra i familiari delle vittime dell'Heysel, fondata subito dopo la tragedia da mio nonno, Otello Lorentini, tifoso della Fiorentina, è stato proprio per alzare la voce e chiedere il rispetto dei nostri cari. L'Associazione è impegnata quotidianamente nella cura della memoria di quell'assurda tragedia. Ci sono stadi in Italia, e Firenze purtroppo è uno di questi, dove appaiono striscioni che oltraggiano la memoria dei nostri cari, stadi nei quali si alzano cori vergognosi che inneggiano all'Heysel. Trentanove non è, semplicemente, un numero da mostrare come scalpo del nemico. Dietro quel numero, quei cori, quegli striscioni ci sono trentanove famiglie che ancora oggi convivono con un dolore incancellabile. Ogni volta che in uno stadio si levano quei cori o vengono esposti quegli striscioni ignobili con il 39 per tutti noi è una ferita che si riapre. L'Associazione, quindi, chiede e chiederà sempre il rispetto per i propri morti, ma proprio per questo pretende, esige, il rispetto per Firenze e i fiorentini. Così come pretende il rispetto per tutte le città e i cittadini di questo Paese, per le altre tragedie del calcio, come Superga per esempio, e per tutte le vittime dello sport in generale. L'Associazione si sta battendo con ogni sforzo e con i mezzi di cui dispone, anche legali, affinché certa gente venga espulsa per sempre dal calcio e dallo sport. Qualunque sia la curva, qualunque sia la tribuna, qualunque sia la gradinata, qualunque sia il colore con il quale ignoranza e idiozia si travestono. Il mio auspicio è che Fiorentina-Juventus sia solo una partita di calcio. Che sugli spalti si tifi con passione nel segno di una rivalità antica e profonda, ma che tutto resti nei limiti del rispetto dell'essere umano e della normale convivenza tra le persone. Per evitare di vergognarci tutti quanti un'altra volta.

Andrea Lorentini, Presidente dell'Associazione familiari vittime Heysel

20 aprile 2016

Fonte: Il Corriere Fiorentino

ARTICOLI STAMPA e WEB APRILE 2016  

Trent'anni passati inutilmente

Heysel, la strage rimossa

di Gianni Cerasuolo

Nella notte del 29 maggio 1985 si consumò un dramma che ancora dà fastidio. La vera Coppa andrebbe data al cinismo, al disimpegno e soprattutto al mancato rispetto per il dolore.

Il massacro dell’Heysel viene "commemorato" ogni domenica nei nostri stadi così: "Ti ricordi lo stadio Heysel / le bandiere del Liverpool / diecimila sono partiti / 39 non tornan più…". Lo cantano un po’ di canaglie della curva Fiesole, a Firenze, base musicale il vecchio brano di Marcella Bella, Montagne verdi. Anche quelli del Torino si esibiscono su queste note. A Roma, invece, molti farabutti della sponda giallorossa sono più rockettari e preferiscono Vasco di Cosa succede in città ? E allora si attacca con: "Cosa succede ? / Cosa succede a Bruxelles ? / Cosa succede all’Heysel ? / Guarda qui, guarda lì / son trentanove e son tutti sottoterra…".

La carneficina dello stadio Heysel (accadde a Bruxelles 30 anni fa, il 29 maggio 1985, finale di Coppa Campioni tra Juventus e Liverpool, 39 morti, 32 italiani) offre da sempre spunti per l’idiozia da stadio. Una strage rimossa, un ricordo che infastidisce come succede per altre storie drammatiche collettive che hanno segnato il nostro paese. Come se le vittime della "partita della morte" appartenessero solo ad un tifoseria, al club più amato e detestato. E non a tutta la nazione. Sono andato a guardare le regioni di provenienza dei 32 morti ed ho contato: 7 venivano dalla Lombardia, 4 dal Piemonte e dalla Toscana, 3 dal Veneto e dalla Sardegna, 2 dall’Abruzzo, dalla Sicilia e dalla Puglia e 1 rispettivamente dal Friuli, dall’Umbria, dal Lazio, dalla Liguria e dall’Emilia (le altre 7 vittime: 3 erano residenti in Belgio, 3 in Francia e 1 era irlandese). Alcuni erano originari del Sud, come Luciano Rocco Papaluca che veniva da Grotteria, in provincia di Reggio Calabria. Un paio forse non erano nemmeno tifosi juventini ma interisti che avevano seguito in Belgio i loro amici di fede bianconera. Insomma, un mosaico dell’Italia come da sempre si caratterizza il tifo per la Juve.

A trent’anni di distanza bisogna, invece, ancora ascoltare offese di ogni genere per quei poveri morti. L’esecuzione delle "montagne verdi" è stata fatta da una parte della Fiesole appena nello scorso aprile quando Fiorentina e Juve si sono affrontate nella semifinale di ritorno della Coppa Italia. Poi coro chiama coro, così come striscione segue a striscione. Durante la partita con il Napoli allo Juventus Stadium si ricordano i morti dell’Heysel ma, per mantenersi in allenamento, si cantano anche ritornelli contro i napoletani. Se quelli del Toro inneggiano al Liverpool, quelli della Juve rispondono sbeffeggiando la sciagura di Superga. E gli altri ricordano il "volo" di Pessotto e, in risposta, quegli altri se la prendono con Facchetti. I napoletani promettono vendetta per Ciro Esposito e i romanisti espongono striscioni offensivi contro la madre del ragazzo: una spirale che alimenta l’odio e la vergogna.

L’Heysel non ci ha insegnato quasi nulla. Abbiamo contato altri morti, altri feriti, gli ultimi nel derby di Roma di lunedì. La violenza continua. Altrove, in Inghilterra, hanno cercato di arginarla, di contenerla, di punirla dopo l’Heysel e la strage di Sheffield, quella avvenuta quattro anni dopo la finale tra Juve e Liverpool (96 morti tra i supporters dei Reds, a Hillsborough un altro stadio in rovina e altri tragici errori di organizzazione). Margaret Thatcher usò ogni mezzo, come aveva fatto per reprimere gli scioperi nelle miniere e il terrorismo dell’Ira. Ma l’hooliganismo è stato reso impotente non solo con la repressione. C’è stata anche una ribellione di chi voleva tifare e godersi una partita di pallone. Da noi, no. Roberto Beccantini, ex firma della Stampa, uno dei migliori giornalisti sportivi, ha scritto nell’introduzione alla nuova edizione del libro di Francesco Caremani "Heysel. La verità di una strage annunciata", (BradipoLibri), uscito dodici anni fa ed ora riedito in occasione del trentennale del terribile fatto: "Era il 2003 quando uscì il libro. Il 2 febbraio 2010 abbiamo celebrato, in sordina, il terzo anniversario dell’uccisione dell’ispettore Raciti… Siamo il paese degli slogan ("tolleranza zero"), dei tornelli, delle tessere del tifoso e dei tifosi con le tessere. Siamo quelli che un nero non può essere italiano, riferito a Mario Balotelli; siamo quelli che "Opti Poba è venuto qui che prima mangiava le banane"… Siamo quelli che mai più un altro Ciro Esposito… Siamo quelli, sempre quelli". Aggiungo: siamo quelli del "non si può sempre pensare di dare soldi a queste quattro lesbiche", quelli che hanno consegnato il calcio di periferia in mano alle mafie, quelli che si spartiscono la tv del pallone probabilmente in maniera fraudolenta. Tanto per completare un quadro decadente e incivile.

Del resto, l’Heysel fu dimenticato già qualche ora dopo il massacro. Fu cancellato da quell’esultanza fuori luogo di Platini dopo aver messo a segno il rigore inesistente che consegnò la Coppa alla squadra diretta da Giovanni Trapattoni. Da quel giro di campo festoso degli juventini mentre oltre il muro dello stadio maledetto erano stesi i corpi dei tifosi uccisi dalla furia degli hoolingans e i lamenti dei feriti (oltre 600) erano ancora alti. Dai caroselli dei tifosi a Torino nella notte, nonostante fosse ormai noto il tragico bilancio della finale. Dai silenzi e dalle omissioni della stessa società torinese che ha scelto, almeno negli anni passati, di parlare il meno possibile di quella drammatica serata. Non è un caso che tra il club e l’Associazione fra le famiglie delle vittime di Bruxelles i rapporti siano stati spesso tesi, al limite della rottura. Adesso, con la presidenza di Andrea Agnelli le cose sono cambiate. Allo Juventus Stadium ci sono 39 "stelle" con i nomi delle vittime e una parte dello "J Museum" è dedicato a quei morti.  Ma anche per questo trentennale non sono mancate le frizioni. Quelli dell’Associazione volevano che venisse rappresentato un testo teatrale, alla Juve non è piaciuto, è stato modificato, i familiari delle vittime hanno dato l’ok ma hanno fatto sapere anche che parteciperanno soltanto alla messa in ricordo dei loro morti: "Quello sarà l’unico momento condiviso con il club bianconero" hanno scritto in un comunicato pubblicato da "Arezzo Notizie".

La città toscana ebbe due giovani uccisi: Roberto Lorentini, 31 anni, un medico, un uomo generoso che rimase  travolto dalla furia degli hooligans mentre cercava di soccorrere qualcuno, con ogni probabilità un bambino sardo, Andrea Casula, 11 anni, la più giovane vita sacrificata in quel massacro. Per quel gesto Lorentini ebbe la medaglia d’argento al valor civile ("d’argento e non d’oro, così lo Stato risparmiò una piccola pensione…" accusava il padre, Otello). L’altra vittima aretina si chiamava Giuseppina Conti detta Giusy, una ragazza di 17 anni. Otello Lorentini, scomparso lo scorso anno ad 89 anni, ha impiegato metà della sua vita a combattere una battaglia difficile e spesso solitaria affinché i colpevoli venissero puniti e non si dimenticassero i 39. "La Juve non si è mai fatta viva" si lamentava spesso. Aggiungendo: "Boniperti non ci ama… Tre giorni dopo la catastrofe disse che si doveva mettere una pietra sopra l’accaduto. Evidentemente, l’intenzione della Juventus era di stendere un velo sui fatti dell’Heysel, in modo da salvare il famoso "stile Juve" che io non ho mai condiviso". Il genitore vide scomparire all’improvviso il figlio Roberto che era accanto a lui nel famigerato settore Z dell’Heysel. Quando lo ritrovò "mi sembrava che gli battesse ancora il cuore, invece era la mia tempia che martellava sul suo petto". Fu Otello a fondare l’Associazione e fu lui con la sua tenacia a sconfiggere in appello la protervia dell’Uefa che l’aveva passata liscia nel primo processo in Belgio. L’Uefa fu costretta a pagare dei risarcimenti ai superstiti e si vide condannare il segretario generale, Hans Bangerter, a tre mesi con la condizionale. Una pena mite ma quello fu il riconoscimento della responsabilità dell’organizzazione calcistica, sebbene il presidente, che allora era Jacques Georges, venisse assolto.Nei processi in Belgio, impostati e condotti male dalla pubblica accusa, alla fine hanno pagato i pesci piccoli. Ci furono gravissime responsabilità per quello che successe da parte dell’organizzazione locale. Lo stadio cadeva a pezzi. Gli hooligans – guidati da un ex parà (l’ex portiere del Liverpool, Bruce Grobbelar ha detto a Repubblica che quel giorno a Bruxelles c’era gente del National Front, l’estrema destra inglese, venuta da Londra, che scatenò l’assalto e poi scomparve: dovevano fare casino e mettere in cattiva luce quelli di Liverpool, che molti odiavano, secondo lui) – "caricarono" i tifosi della Juve rompendo pezzi di gradinata che si sbriciolava come pasta frolla e lanciandoli verso il Block Z. Quelli di fede bianconera non dovevano stare in quel settore, destinato ai belgi o a spettatori neutrali, però i biglietti  furono venduti anche da agenzie italiane e da club juventini e provenivano probabilmente dal mercato nero. Le forze di polizia erano presenti in maniera ridicola: 7-8 poliziotti a dividere gli inglesi dagli italiani in quella parte dello stadio dove era stata eretta una rete inadeguata ("tipo tennis" dissero molti testimoni). I walkie talkie degli agenti non funzionavano perché le pile erano scariche; incapaci e mal diretti, quei poliziotti furono capaci di infliggere solo manganellate ai pochi tifosi italiani che riuscirono a mettersi in salvo sul prato mentre il muro della curva Z crollava. Il ministro degli Interni, che si guardò bene dal dimettersi, il sindaco, il capo della polizia non furono toccati; venne condannato un capitano: pochi mesi con la condizionale. Pesci piccoli. Accade sempre così, anche da noi. Su YouTube, ci sono pochi frammenti che riprendono la polizia a cavallo mentre fa il suo ingresso nel piccolo stadio a passo di parata, dopo che i morti già si contavano a decine. Tragicamente comici. Mentre intorno c’era gente che si disperava, persone moribonde, corpi che venivano adagiati confusamente su barelle improvvisate con le recinzioni in ferro. Altri che venivano portati a spalla, come si fa con i quarti di bue. Nel civile Belgio, sede della Comunità europea, furono talmente cinici, in quella occasione, che anche con i morti si comportarono malissimo. Lo denunciò Lorentini, lo scrissero i giornali italiani. Le autopsie furono eseguite in maniera sommaria, molti corpi, mutilati orrendamente, non vennero ricuciti e furono riconsegnati in condizioni pietose ai familiari. In qualche caso le bare portavano nomi sbagliati; delle vittime furono scambiate con altre: "Non eravamo pagati per gli straordinari", fu la risposta fredda e impudente di certi medici di Bruxelles. "L’Italia ci mise fretta per la riconsegna dei cadaveri", fu la versione ufficiale. I nostri magistrati chiesero la riesumazione dei corpi. Lo ricordava, commuovendosi, Lorentini nel libro di Caremani. Soltanto da poco, i belgi hanno riconosciuto i loro errori e hanno reso omaggio ai morti. I pochi inglesi condannati se la cavarono con qualche anno di galera mai scontato.

Show must go one. Forse quella volta lo spettacolo dovette continuare per scongiurare il peggio: la vendetta degli italiani, dei Fighters, gli ultrà juventini, che si agitavano minacciosi già prima degli assalti inglesi. Si temeva anche qualche altra pazzia dei tifosi dei Reds, ubriachi dalla testa ai piedi. "Giochiamo per voi" disse Scirea ai microfoni dello stadio. D’altro canto il calcio non si è fermato nemmeno l’11 settembre 2001: la sera stessa dell’attacco alle Torri Gemelle si scese in campo per la Champions, all’Olimpico andò in scena Roma-Real Madrid. Poi il giorno dopo l’Uefa ci ripensò e sospese le partite, rossa di vergogna. Bruno Pizzul durante una telecronaca surreale – che gli fu a lungo rimproverata ma quella sera tutta l’informazione Rai fu sbagliata – fece in tv una premessa prima dell’inizio della partita, ore 21.40: "Consentitemi di non definirla finale di Champions, è che si gioca una semplice partita per motivi di ordine pubblico". All’Heysel molti juventini non volevano scendere in campo, lo stesso Giampiero Boniperti, allora presidente bianconero, andò dai capi dell’Uefa a dire: "Prendo la squadra e la riporto a casa". E quelli gli risposero, secondo la testimonianza di Francesco Morini, ex difensore e all’epoca ds bianconero: "Allora vi assumerete la responsabilità degli incidenti e su di lei ricadrà la colpa di quello che può succedere". Edoardo Agnelli, il figlio dell’Avvocato presente negli spogliatoi, esclamò: "Incredibile, si gioca". Giocarono, la Juve vinse 1-0 e si assicurò la Coppa che gli era sfuggita da troppo tempo. La Coppa venne mostrata come il più bello dei trofei il giorno dopo sulla scaletta dell’aereo atterrato a Caselle. Bettino Craxi, che era presidente del Consiglio, disse chiaro e tondo che quella partita non andava giocata. Ancora oggi la tifoseria juventina è combattuta su quella vittoria sporca di sangue. Trapattoni si è espresso recentemente: "Restituiamo la Coppa all’Uefa". E così anche qualche giocatore, Tardelli ad esempio. Andrea Agnelli, che al tempo dell’Heysel aveva dieci anni, nel venticinquennale della strage ha sottolineato: "È una Coppa che facciamo fatica a sentire nostra". Mario Soldati pochi giorni dopo quel 29 maggio disse a Repubblica: "La Juve si è comportata in maniera perfetta. Chi condanna il tripudio dei giocatori … dimentica che loro non potevano conoscere l’esatta dimensione del dramma … Non mi vergogno di aver gioito per quella vittoria. Erano anni che noi juventini la aspettavamo… È assurdo pensare di restituire il trofeo… Sarebbe come punire la Juventus…".  Di altro parere Italo Calvino che, intervistato dallo stesso quotidiano, ammise, pur non essendo tifoso juventino: "Da principio anch’io ho provato una naturale soddisfazione per lo smacco sportivo – almeno quello – subito dai tifosi di Liverpool. La gioiosa scorribanda dei giocatori per il campo, però, mi è sembrata inopportuna. Di fronte a una tragedia di quella portata, ciò è risultato disumano". Calvino non voleva che si disputasse la finale. "Rifare la partita ? Restituire la Coppa ? No, non sono molto sensibile a questi simbolismi" (i pareri di Soldati e Calvino li ho trovati leggendo Quella notte all’Heysel di Emilio Targia, uscito da poco in libreria per Sperling & Kupfer. Targia rivela un particolare non da poco: sul biglietto di ingresso allo stadio Heysel che lui ancora conserva e che si procurò con un amico direttamente dal Belgio c’è una scritta in francese in cui l’Uefa avvertiva che declinava ogni responsabilità in caso di incidenti. Da non credere: l’Uefa che allestiva l’evento si lavava le mani per qualsiasi cosa fosse successa…).

Otello Lorentini, tifoso bianconero (N.d.R. Era tifoso della Fiorentina) come il figlio Roberto, aveva le idee chiare in proposito. Rivelò che quando vide la Juve che faceva il giro d’onore con la Coppa "mi è venuto da vomitare… Sono rimasto impressionato vederli scendere dall’aereo come se avessero vinto il mondo, quando "quella cosa là" grondava ancora sangue. Quella visione mi ha dato veramente fastidio, non ho mai potuto digerire quelle immagini. Dico di più, considero vergognoso che ancora oggi nelle statistiche e negli almanacchi la Coppa dei Campioni 1985 si consideri vinta dalla Juventus, quando la dovrebbero restituire… Come si fa a parlare di Coppa vinta ?". Michel Platini non ha mai voluto parlare volentieri di quella notte e dell’atteggiamento suo e della squadra. Lo ha fatto una sola volta, aprendosi un pochino di più, in una intervista incrociata con Marguerite Duras su Liberation, due anni dopo la tragedia: "Per prima cosa non avevamo visto l’orrore. È come quando dicono: si è schiantato un aereo, trentasette morti, duecento morti… Non si vede niente. Bene, dopo si prende lo stesso l’aereo… E quando sei in campo, quando si pensa al calcio, che è la nostra passione, la nostra giovinezza, la nostra adolescenza, non si può pensare mentre si gioca che ci sono stati tanti morti. Quando realizzo il rigore sono felice, in fin dei conti il calcio mi salva dall’infelicità umana… Quel giorno sono diventato un uomo ! Diciamo che sono passato da un mondo in cui il calcio era un gioco a un mondo in cui il calcio è diventato una specie di violenza. In altre parole, fino ad un certo momento hai dei giocattoli. Beh, quel giorno non avevo più giocattoli. Ero diventato un uomo" (da Le Heysel. Une tragédie européenne di Jean-Philippe Leclaire, 2005, edito in Italia da Piemme). Nelle ore successive al massacro, le Roi Michel usò altre parole, atroci: "Al circo quando muore il trapezista entrano i clown in pista. Noi non siamo dei clown, ma il discorso è lo stesso…". Infatti, quella dell’Heysel fu una macabra recita.

25 maggio 2016

Fonte: Succedeoggi.it

ARTICOLI STAMPA e WEB MAGGIO 2016  

Heysel, la commemorazione a Bruxelles

Presso lo stadio della capitale belga si è tenuto l’evento per ricordare le 39 vittime di quel tragico giorno di 31 anni fa.

Il Presidente dello Juventus Museum Paolo Garimberti e Virginia Antonini, Sustainability and External Relations Manager, hanno preso parte questa mattina rappresentando la Juventus con il gonfalone della società alla cerimonia di commemorazione delle vittime dell’Heysel, presso lo stadio di Bruxelles. Durante il momento di raccoglimento promosso dal Parlamento Europeo, dall’Associazione "Vittime dell’Heysel" (presieduta da Andrea Lorentini) e da "Quelli del Filadelfia", sono state ricordate le 39 vittime innocenti che persero la vita nel settore Z di quello stadio, trentuno anni fa, prima dell’inizio della finale di Coppa Campioni. Il vicepresidente del Parlamento Europeo Tajani, l’onorevole Cirio e l’assessore allo sport Alain Courtois del comune di Bruxelles le autorità presenti davanti a quello stesso settore Z dello stadio, che oggi reca il nome di Roi-Baudouin. La mattina a Bruxelles si è aperta con una tavola rotonda sul tema "La sicurezza negli stadi: fare tesoro della tragica esperienza di Heysel per garantire l’incolumità di giocatori e tifosi". Venerdì sera si terrà invece a Torino, presso il Comune in Piazza Palazzo di Città, la "Giornata della memoria per le vittime dell’Heysel e di ogni violenza sportiva". L’anno scorso, in occasione del trentennale, la FIGC ritirò simbolicamente la maglia numero 39 durante una cerimonia allo stadio con il Capitano Buffon e Giorgio Chiellini, alla vigilia di una partita degli Azzurri. L’amichevole Belgio-Italia fu interrotta al minuto 39’. Un mese fa, a Cherasco, Paolo Garimberti ha presenziato all’inaugurazione di un monumento emblema di quel dramma, recante la scritta "+ 39 Nessuno muore veramente se vive nel cuore di chi resta, per sempre". Monito permanente per far sì che simili tragedie non accadano mai più nel mondo dello sport.

26 maggio 2016

Fonte: Juventus.com

ARTICOLI STAMPA e WEB MAGGIO 2016  

Juventus, a Bruxelles commemorazione delle vittime dell'Heysel

Alla cerimonia di commemorazione hanno partecipato presidente dello Juventus Museum Paolo Garimberti e Virginia Antonini in rappresentanza dei bianconeri.

BRUXELLES - Giornata di memoria oggi a Bruxelles, dove la Juventus ha ricordato le 39 vittime della tragedia dell'Heysel presso lo stadio della capitale belga. Alla cerimonia di commemorazione hanno partecipato il presidente dello Juventus Museum Paolo Garimberti e Virginia Antonini (Sustainability and External Relations Manager) - si legge sul sito ufficiale bianconero - come rappresentanti della Juventus con il gonfalone della società. LA CERIMONIA - Durante il momento di raccoglimento promosso dal Parlamento Europeo, dall'Associazione "Vittime dell’Heysel" e da "Quelli del Filadelfia 88", sono state ricordate le 39 vittime innocenti che persero la vita nel settore Z di quello stadio, prima dell’inizio della finale di Coppa Campioni. Il vicepresidente del Parlamento Europeo Tajani, l'onorevole Cirio e l’assessore allo sport Alain Courtois del comune di Bruxelles le autorità presenti davanti a quello stesso settore Z dello stadio, che oggi reca il nome di Roi-Baudouin. La mattina a Bruxelles si è aperta con una tavola rotonda sul tema "La sicurezza negli stadi: fare tesoro della tragica esperienza di Heysel per garantire l’incolumità di giocatori e tifosi". Venerdì sera si terrà invece a Torino, presso il Comune in Piazza Palazzo di Città, la "Giornata della memoria per le vittime dell’Heysel e di ogni violenza sportiva".

26 maggio 2016

Fonte: Tuttosport.com

ARTICOLI STAMPA e WEB MAGGIO 2016  

La Juve a Bruxelles alla commemorazione delle vittime dell’Heysel

Il presidente del JMuseum Paolo Garimberti e Virginia Antonini in rappresentanza della società hanno preso parte alla cerimonia in ricordo dei 39 caduti di 31 anni fa.

Il presidente dello Juventus Museum Paolo Garimberti e Virginia Antonini, Sustainability and External Relations Manager, hanno preso parte questa mattina rappresentando la Juventus con il gonfalone della società alla cerimonia di commemorazione delle vittime dell’Heysel, presso lo stadio di Bruxelles. Durante il momento di raccoglimento promosso dal Parlamento Europeo, dall’Associazione ’Vittime dell’Heysel’ (presieduta da Andrea Lorentini) e da ’Quelli del Filadelfia 88’ - si legge in una nota - sono state ricordate le 39 vittime innocenti che persero la vita nel settore Z di quello stadio, trentuno anni fa, prima dell’inizio della finale di Coppa Campioni. Il vicepresidente del Parlamento Europeo Tajani, l’onorevole Cirio e l’assessore allo sport Alain Courtois del comune di Bruxelles le autorità presenti davanti a quello stesso settore Z dello stadio, che oggi reca il nome di Roi-Baudouin. La mattina a Bruxelles si è aperta con una tavola rotonda sul tema "La sicurezza negli stadi: fare tesoro della tragica esperienza di Heysel per garantire l’incolumità di giocatori e tifosi". Venerdì sera si terrà invece a Torino, presso il Comune in Piazza Palazzo di Città, la "Giornata della memoria per le vittime dell’Heysel e di ogni violenza sportiva". L’anno scorso, in occasione del trentennale, la FIGC ritirò simbolicamente la maglia numero 39 durante una cerimonia allo stadio con il Capitano Buffon e Giorgio Chiellini, alla vigilia di una partita degli Azzurri. L’amichevole Belgio-Italia fu interrotta al minuto 39’. Un mese fa, a Cherasco, Paolo Garimberti ha presenziato all’inaugurazione di un monumento emblema di quel dramma, recante la scritta "+ 39 Nessuno muore veramente se vive nel cuore di chi resta, per sempre". Monito permanente per far sì che simili tragedie non accadano mai più nel mondo dello sport.

26 maggio 2016

Fonte: Lastampa.it

ARTICOLI STAMPA e WEB MAGGIO 2016  

Due corone di fiori per ricordare le vittime dell'Heysel, 31 anni dopo 

E venerdì cerimonia rievocativa in piazza Palazzo di città a Torino

di Timothy Ormezzano

Heysel, 31 anni dopo. Due corone di fiori sono state deposte all'ex stadio Heysel di Bruxelles (oggi si chiama Stade Roi-Baudouin) a tre giorni dall'anniversario della tragedia in cui, il 29 maggio del 1985, persero la vita 39 tifosi prima della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. "Il Belgio ha sempre preferito dimenticare questa tragedia - ha detto l'eurodeputato Alberto Cirio durante la commemorazione ufficiale. Ma noi vogliamo ricordare e vogliamo farlo ogni anno, non solo in occasione di grandi anniversari. Perché ricordare è anche il modo migliore per prevenire, intanto che la sicurezza negli stadi continua ad essere una criticità importante di cui prendersi cura". Davanti alla targa che ricorda i nomi di tutte le vittime erano presenti anche il vicepresidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, il presidente dello Juventus Museum, Paolo Garimberti, il presidente dell’Associazione Familiari Vittime dell’Heysel, Andrea Lorentini, il presidente dell’Associazione "Quelli di Via Filadelfia", Beppe Franzo, e il consigliere regionale del Piemonte Gianluca Vignale, oltre a numerosi sindaci del territorio. La mattina a Bruxelles si era aperta con una tavola rotonda sul tema "La sicurezza negli stadi: fare tesoro della tragica esperienza di Heysel per garantire l’incolumità di giocatori e tifosi". Venerdì sera si terrà invece a Torino, in Comune in Piazza Palazzo di Città, la "Giornata della memoria per le vittime dell’Heysel e di ogni violenza sportiva".

26 maggio 2016

Fonte: Torino.repubblica.it

ARTICOLI STAMPA e WEB MAGGIO 2016  

Heysel: ricordo da sindaci Piemonte e Ue

(ANSA) - BRUXELLES, 26 MAG - Una delegazione di sindaci piemontesi, il vicepresidente vicario del Parlamento europeo, Antonio Tajani, e l'eurodeputato Alberto Cirio hanno deposto due corone di fiori allo Stadio Heysel di Bruxelles, a pochi giorni dal 31° anniversario della tragedia in cui, il 29 maggio del 1985, persero la vita 39 persone prima della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Alla cerimonia davanti alla lapide che ricorda i nomi di tutte le vittime, hanno partecipato anche il presidente dell' Associazione Familiari Vittime dell'Heysel Andrea Lorentini, il presidente dell'Associazione "Quelli di Via Filadelfia" Beppe Franzo, il consigliere regionale del Piemonte Gianluca Vignale ed il presidente dello Juventus Museum Paolo Garimberti, con il Gonfalone della Juventus. La commemorazione è stata preceduta in mattinata da una tavola rotonda al Parlamento europeo sul tema della sicurezza negli stadi.

26 maggio 2016

Fonte: Ansa.it

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Bruxelles, l'Europarlamento ricorda la tragedia

dell'Heysel, domani a Torino la giornata della memoria

Due corone di fiori sono state deposte oggi allo Stadio Heysel di Bruxelles, a pochi giorni dal 31° anniversario della tragedia in cui, il 29 maggio del 1985, persero la vita 39 persone prima della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool.

Presenti alla commemorazione, davanti alla targa che ricorda i nomi di tutte le vittime, il vicepresidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, e l'eurodeputato Alberto Cirio, insieme al presidente dell’Associazione Familiari Vittime dell’Heysel, Andrea Lorentini, Beppe Franzo, presidente dell’Associazione "Quelli di Via Filadelfia", Gianluca Vignale, consigliere regionale del Piemonte, con numerosi sindaci del territorio, e il presidente dello Juventus Museum Paolo Garimberti, con il Gonfalone della Juventus. La cerimonia è stata preceduta, stamane, al Parlamento europeo, da una tavola rotonda sul tema della sicurezza negli stadi. "Quando lo stadio venne ristrutturato, alcuni anni fa, scrissi al Governo - ha ricordato il vicepresidente del Parlamento Ue Tajani - perché c’era la preoccupazione che la stele in ricordo delle vittime venisse rimossa e accantonata. L’allora primo ministro belga, che era di origine italiana, si impegnò perché ciò non accadesse. E quella targa oggi è ancora qui, per non farci dimenticare". "Oggi all’Heysel abbiamo visto tanti giovani - sottolinea Alberto Cirio - molti di loro, però, probabilmente non sanno cosa è accaduto qui 31 anni fa. Il Belgio ha sempre preferito dimenticare questa tragedia. Ma noi vogliamo ricordare e vogliamo farlo ogni anno, non solo in occasione di grandi anniversari. Perché ricordare è anche il modo migliore per prevenire e la sicurezza negli stadi continua ad essere una criticità importante di cui prendersi cura". Si terrà domani invece a Torino, su proposta dell'Associazione "Quelli di... via Filadelfia", la "Giornata della Memoria per le vittime dell'Heysel e di condanna di ogni violenza sportiva", patrocinata dalla Città di Torino. Il ricordo delle vittime dell'Heysel e la condanna di ogni violenza sportiva a Torino saranno, per l'appunto, al centro della serata organizzata nella Sala le Colonne del Comune di Torino. Per questo venerdì sera, oltre alle 39 vittime dello Stadio di Bruxelles del 1985, si ricorderanno anche i morti dello stadio Luzhniki a Mosca. In memoria delle vittime allo stadio Heysel, nella serata di domani 27 maggio sulla Mole Antonelliana di Torino, sarà proiettata la scritta "+39 rispetto". Era la sera del 29 maggio di 31 anni fa, allo stadio Heysel di Bruxelles si giocava la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool.  L'entusiasmo finisce in tragedia: poco prima del fischio d'inizio, perdono la vita 39 persone, quasi tutti italiani, il più vecchio ha 58 anni, il più giovane di 11 anni. Oltre 600 feriti. Quella russa è forse meno nota, ma non meno dolorosa. Era il 20 ottobre 1982, ed allo Stadio Luzhniki si gioca una partita valida per l'andata dei sedicesimi di finale della Coppa Uefa. Si trovano di fronte i padroni di casa dello Spartak Mosca, e gli olandesi dell'HFC Haarlem.  Perdono la vita 66 tifosi (ma la cifra non ufficiale è 350). La serata inizierà con l'introduzione di Beppe Franzo, presidente dell'Associazione "Quelli di ... via Filadelfia" e storico punto di riferimento della tifoseria bianconera. Si continuerà con la proiezione del docu-film "Non dimenticare Heysel". Infine la serata di concluderà con la testimonianza di Lev Simonov, sopravvissuto alla tragedia nello stadio di Mosca.

26 maggio 2016

Fonte: Langheroeromonferrato.net

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+39 Rispetto: Per non dimenticare le vittime dell’Heysel

 di Caterina Autiero

Il 29 maggio 1985, poco prima dell`inizio della finale di Coppa dei Campioni tra Juve e Liverpool allo stadio Heysel di Bruxelles, è andata di scena una delle pagine più tristi della storia del calcio: quello che doveva essere teatro di festa si trasformò in un campo di battaglia e in un cimitero.

Erano le 18.30, in tv la voce di Bruno Pizzul cercava di spiegare quanto stava accadendo. Difficile, per un telecronista sportivo, ma per chiunque, raccontare qualcosa che con il calcio non ha nulla a che vedere: la polizia che non riusciva a controllare i tifosi inglesi che inseguono i supporters della Juventus fino all’estremità degli spalti; tutti ammassati nell’angolo più lontano e basso del Settore Z, schiacciati l’uno sull’altro contro un muro che crollò… Sotto quelle macerie persero la vita 39 tifosi juventini, anzi no, 39 persone che erano in Belgio, in quello stadio, quella sera,  semplicemente per l’amore del calcio e per sostenere la propria squadra. Triste però che, ancora oggi, negli stadi, si sentano cori inneggianti quell’episodio che dovrebbe far raccapricciare qualsiasi tifoso, di qualsiasi colore, perché non è giusto morire così…A trentuno anni di distanza da quella tragedia resta una ferita aperta. Una ferita che, purtroppo, non può essere rimarginata perché non si può più tornare indietro. Non si può fare altro che ricordare a Bruxelles, dove, presso lo stadio della capitale belga ha avuto luogo una cerimonia di commemorazione alla quale hanno partecipato il presidente dello Juventus Museum Paolo Garimberti e Virginia Antonini (Sustainability and External Relations Manager) come rappresentanti bianconeri; a Torino, dove, per onorare la memoria delle vittime, sulla Mole Antonelliana sarà proiettata la scritta "+39 rispetto". Sono passati ormai trentuno anni da quella notte maledetta, in cui una partita di calcio si macchiò del sangue di uomini, donne e bambini partiti con la semplice intenzione di vivere una serata di festa e tifare. Si può e si deve ricordare, commemorare, abbracciare col pensiero come tutt’oggi fanno gli ultras della curva Sud in occasione di ogni partita della squadra bianconera, perché, in quelle 39 vittime c’è ognuno di noi che ama questo sport e "nessuno muore veramente se vive nel cuore di chi resta". 

27 maggio 2016

Fonte: Golditacco.ilgiornale.it

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Da Bruxelles a Torino a Reggio Emilia

Il 29 maggio 1985 la finale di coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool si trasformò in una strage che lasciò sul campo 39 vittime. Uomini, donne, bambini. Italiani e stranieri, tifosi juventini e non. Persone che erano là per assistere a una partita di calcio.

Prima, la violenza e la follia omicida degli hooligans. Poi, le colpevoli dimenticanze degli anni successivi. Poi, purtroppo ancora oggi, i cori, le magliette, le scritte, gli slogan infamanti dettati dalla stupidità. Ma alcuni (inizialmente pochi, poi sempre di più) in questi anni hanno svolto una funzione encomiabile, non smettendo mai di promuovere la memoria. In particolare, va segnalata l’attività di alcune associazioni, da sempre attente sia al ricordo delle vittime dell’Heysel (e della violenza nello sport in generale) sia alla promozione dei valori di uno sport che deve unire e non dividere.

Il 26 maggio a Bruxelles

Presso il Parlamento Europeo si è svolta una tavola rotonda sul tema "La sicurezza negli stadi: fare tesoro della tragica esperienza di Heysel", seguita dalla commemorazione delle vittime davanti a quello che era il settore Z dello stadio. L’iniziativa, promossa da alcuni parlamentari europei, ha visto la partecipazione della "Associazione Familiari Vittime Heysel", dell’associazione "Quelli di via Filadelfia", della stessa Juventus FC, di alcuni deputati del Parlamento Europeo e di alcune delegazioni e personalità italiane e straniere.

Il 27 maggio a Torino

Promossa dall’associazione "Quelli di Via Filadelfia", si svolge la "Giornata della Memoria per le vittime dell’Heysel e di ogni violenza sportiva". Alle ore 21, a Palazzo di Città, nella Sala delle Colonne del Comune di Torino, ci si riunirà per onorare la memoria dei caduti dell’Heysel e delle vittime della tragedia dello stadio Luzhniki di Mosca, con la presenza e gli interventi di autorità, associazioni, delegazioni italiane e straniere. Inoltre, per onorare la memoria delle vittime dell’Heysel, il Comune di Torino (così come il 4 maggio colorò la Mole di granata in onore del Grande Torino), ha disposto che il 27 maggio sulla Mole Antonelliana venga proiettata la scritta "+39 Rispetto".

Il 29 maggio a Reggio Emilia

Promossa dal comitato "Per non dimenticare Heysel", si svolgerà la commemorazione delle vittime dell’Heysel, davanti al "Monumento alla Memoria". Il monumento, realizzato dallo scultore fiammingo Vanlessen, è costituito da 39 steli e rappresenta l’unicità e la fragilità della vita umana. E’ stato ristrutturato e provvisto di copertura e viene curato e preservato dal comitato stesso, come simbolo della non violenza nello sport. La cerimonia inizierà alle ore 10.30 nel parco antistante lo stadio Mirabello. Saranno presenti alcuni familiari e parenti delle vittime, delegazioni di vari Juventus Club Doc, tifosi reduci della tragica sera dell’Heysel, oltre a una rappresentanza del "Museo del Grande Torino". Verrà inoltre letto il messaggio di ringraziamento del Presidente Andrea Agnelli.

27 maggio 2016

Fonte: Juveatrestelle.it

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The Heysel Memorial

di Cinzia Fresia

La strage allo stadio Heysel di Bruxelles, accaduta il 29 aprile 1985 prima della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool non ha conosciuto giustizia, ancora oggi, si dibatte su chi e che cosa scatenò quella follia omicida che annientò 39 persone, uomini, donne e bambini: mamme, papà, nonni, figli e figlie non tornarono più a casa. A ricordare la strage e le vittime, oltre alle testimonianze fotografiche e televisive, è rimasto un monumento che si trova a Reggio Emilia, situato nel parco cittadino davanti allo stadio Mirabello, è composto da 39 monoliti inseriti in ordine sparso in un basamento circolare, la posizione di queste steli e il rigore formale, conferiscono solennità all’insieme perfettamente inserito nell’ambiente rendendolo quindi unico nel suo genere. Come ogni strage, a lungo andare viene messa da parte, ogni anno che passa si ricorda sempre meno perché ricordare stanca, ma per noi Juventini la strage dell’Heysel non si dimentica, nessuno di noi vuole dimenticare o parcheggiare l’accaduto in qualche posto nella nostra memoria, è un dolore che resta sempre lì. Il Memorial che ricorda le 39 vittime dell’Heysel aveva trascorso anni di incuria e abbandono fino a quando non ha trovato una mamma e un papà, che si chiamano Rossano e Iuliana, i quali lo hanno adottato come fosse una loro creatura, dandosi da fare, organizzando raccolte di fondi volte a provvedere alla manutenzione e protezione da intemperie e altri atti, e occupandosene praticamente tutti i giorni. Da questo sentimento, Iuliana Bodnari e Rossano Garlassi decidono di costituirsi ufficialmente in un Comitato che si è preso carico della gestione nonché manutenzione dell’opera, grazie all’intervento del Comitato che il Monumento è stato rimesso in piena efficienza e ogni anno organizza una commemorazione in ricordo delle 39 vittime. Mantenere la memoria è faticoso, ma Rossano e Iuliana per il Monumento, per la Juventus e per tutto ciò che riguarda le 39 vittime, ci sono sempre, in questi anni di Comitato non si sono mai sottratti ad ogni appuntamento quando si parla di Heysel. Il Comitato è sempre presente, come lo è stato lo scorso 16 Aprile 2016, a Cherasco all’inaugurazione di un altro Monumento sempre dedicato alla terribile strage, è stato bello poterci essere e assistere all’inaugurazione, a poter vivere un momento di autentica bellezza e solidarietà, sensazioni che si potranno rivivere questo 29 maggio a Reggio Emilia, in occasione della 10ma commemorazione delle 39 vittime. Il Comitato però, oltre alla custodia di questa memoria ha avviato un dialogo importante con il Presidente del Museo Grande Torino, Domenico Beccaria, il cui intento è la pacificazione delle tifoserie in memoria di quegli appassionati di calcio che non ci sono più, nella speranza che non accada più una strage in nome dello sport.

27 maggio 2016

Fonte: Ilblogdialessandromagno.it

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Come non si commemora l'Heysel: idioti a Torino assaltano un locale

Ultrà bianconeri assaltano un locale dopo una provocazione da parte di un tifoso del Torino.

TORINO - Sarebbe stato uno screzio con un tifoso del Torino, cliente del locale, a innescare il raid di una sessantina di ultrà della Juventus in una vineria del centro del capoluogo piemontese, la scorsa notte. E' quanto emerge dalle prime indagini condotte dalla polizia, che sta analizzando anche tutti i filmati delle telecamere di sorveglianza di via Mercanti, dove è avvenuto l'episodio. Il gruppo di juventini, secondo quanto si apprende, aveva appena finito di partecipare alla commemorazione delle vittime dello stadio Heysel di Bruxelles, 31 anni fa. Quando i tifosi juventini sono passati davanti al locale, il supporter granata avrebbe fatto qualche commento offensivo e sarebbe scattata la violentissima reazione. Il titolare della vineria, anche lui di fede granata, da anni non fa più parte del tifo organizzato anche se non è escluso che gli ultrà bianconeri lo abbiano riconosciuto, benché sia stato del tutto estraneo alla discussione. Nel corso del parapiglia un tifoso granata è rimasto ferito in modo lieve, ma ha rifiutato le cure del 118. L'idea che dopo aver commemorato le vittime dell'Heysel a qualcuno possa venire in mente di attuare un'azione violenta è grottesco e avvilente. La memoria delle 39 vittime si difende dagli insulti e dalla volgarità senza ricorrere alla follia violenta che fu la causa di quella tragedia. Altrimenti l'Heysel viene calpestato ancora una volta. (g.va.)

28 maggio 2016

Fonte: Tuttosport.com

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Tifoso fa una battuta sull'Heysel e si scatena la furia degli juventini a Torino

di Claudio Torre

Una frase di troppo che ha scatenato la furia dei tifosi bianconeri che tornavano da una cerimonia per la commemorazione della strage.

Un vero e proprio raid di 60 tifosi della Juve nel centro di Torino. A far scoppiare la furia degli ultras bianconeri la frase di un tifoso torinista che si trovava in un locale. Secondo la ricostruzione della polizia un gruppo di tifosi bianconeri aveva partecipato alla commemorazione della strage dell'Heysel dove morirono, nel 1985, 39 tifosi della Juventus dopo gli scontri (NDR: Aggressione, non ci furono scontri !) con i tifosi del Liverpool durante la finale di Coppa dei Campioni. Il gruppo di tifosi, tornando dalla commemorazione sono passati davanti ad uno storico locale del centro. Lì un tifoso granata avrebbe fatto una battuta poco gradita sull'Heysel ed è scattata la furia degli juventini. Il gestore del locale è un tifoso del Toro del tifo organizzato e anche lui è stato vittima dell'aggressione. Pronto l'intervento delle forze dell'ordine e del 118. Uno dei tifosi, durante la maxi rissa, ha riportato lievi ferite e ha rifiutato le cure dei para-medici.

28 maggio 2016

Fonte: Ilgiornale.it

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Torino, frase sull'Heysel scatena il raid: ultras

juventini devastano vineria tifosi del Toro

Una sessantina di tifosi della Juventus ha preso d'assalto, la scorsa notte, una vineria del centro di Torino i cui proprietari sono noti supporters del Torino. Gli ultras, secondo quanto accertato dalle forze dell'ordine, sono scesi da due bus. Poi sono entrati nel locale ubicato in via Mercanti, a un tiro di schioppo da piazza Castello e hanno danneggiato arredi e fatto razzia di prodotti, dopodiché sono fuggiti via, portandosi dietro anche alcuni oggetti personali lasciati incustoditi sui tavolini dai clienti spaventati. Sull'accaduto indaga la polizia. Gli agenti hanno già sequestrato le telecamere di zona e quelle posizionate all'interno del locale nella speranza di riuscire a individuare i responsabili del folle raid. RAID SCATENATO DA FRASE SU HEYSEL - A quanto pare sarebbe stato uno screzio con un tifoso del Torino, cliente del locale, a innescare il raid. E' quanto emerso dalle prime indagini condotte dalla polizia. Il gruppo di juventini, secondo quanto si apprende, aveva appena finito di partecipare alla commemorazione delle vittime dello stadio Heysel di Bruxelles, 31 anni fa. Quando i tifosi juventini sono passati davanti al locale, il supporter granata avrebbe fatto qualche commento offensivo e sarebbe scattata la violentissima reazione. Il titolare della vineria, anche lui di fede granata, da anni non fa più parte del tifo organizzato anche se non è escluso che gli ultrà bianconeri lo abbiano riconosciuto, benché sia stato del tutto estraneo alla discussione. Nel corso del parapiglia un tifoso granata è rimasto ferito in modo lieve, ma ha rifiutato le cure del 118.

28 maggio 2016

Fonte: Torino.blog.cronacaqui.it

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Juventus: i sindaci piemontesi commemorano le vittime allo stadio Heysel

Una delegazione di primi cittadini, capitanati dal vicepresidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, hanno deposto due corone di fiori allo stadio di Bruxelles.

BRUXELLES (BELGIO) - Una delegazione di sindaci piemontesi, il vicepresidente vicario del Parlamento europeo, Antonio Tajani, e l'eurodeputato Alberto Cirio hanno deposto due corone di fiori allo Stadio Heysel di Bruxelles, a pochi giorni dal 31° anniversario della tragedia in cui, il 29 maggio del 1985, persero la vita 39 persone prima della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Alla cerimonia davanti alla lapide che ricorda i nomi di tutte le vittime, hanno partecipato anche il presidente dell' Associazione Familiari Vittime dell'Heysel Andrea Lorentini, il presidente dell'Associazione "Quelli di Via Filadelfia" Beppe Franzo, il consigliere regionale del Piemonte Gianluca Vignale ed il presidente dello Juventus Museum Paolo Garimberti, con il Gonfalone della Juventus. La commemorazione è stata preceduta in mattinata da una tavola rotonda al Parlamento europeo sul tema della sicurezza negli stadi. "Quando lo stadio venne ristrutturato, alcuni anni fa, scrissi al Governo - ha ricordato il vicepresidente del Parlamento Ue Tajani - perché c'era la preoccupazione che la stele in ricordo delle vittime venisse rimossa e accantonata. L'allora primo ministro belga Elio Di Rupo, che era di origine italiana, si impegnò perché ciò non accadesse. E quella targa oggi è ancora qui, per non farci dimenticare". "Oggi all'Heysel abbiamo visto tanti giovani - ha sottolineato Alberto Cirio - molti di loro, però, probabilmente non sanno cosa è accaduto qui 31 anni fa. Il Belgio ha sempre preferito dimenticare questa tragedia. Ma noi vogliamo ricordare e vogliamo farlo ogni anno, non solo in occasione di grandi anniversari. Perché ricordare è anche il modo migliore per prevenire e la sicurezza negli stadi continua ad essere una criticità importante di cui prendersi cura".

28 maggio 2016

Fonte: Tuttosport

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Alla Mia Regina di Cuori

Messaggio di Commemorazione Ufficiale del Museo Virtuale Multimediale Saladellamemoriaheysel.it in occasione del 31° Anniversario della Strage dello Stadio Heysel di Bruxelles.

Pregiatissima Signora,

La prego di dedicare soltanto un minuto della sua nobile attenzione alla ragione per cui mi prendo licenza d’importunarla… Sono passati 31 anni, oramai, da quella tragedia protervia che ha rapito al cielo tanti suoi figli e che in terra ha disintegrato le loro povere famiglie. Lei ora ha finalmente elaborato, al riparo da occhi indiscreti e lingue mordaci, viltà e pudore di qualcuno, quel lutto, nascondendo nelle anse del suo cuore l’immensa pena. L’avversario più grande affrontato nella sua storia leggendaria e la sconfitta più atroce dalla nemica acerrima di tutti e di sempre, la morte… Ed a nulla valse lo sprono dei cavalli alla carica dei suoi paladini più fieri, il trionfo effimero di una battaglia, persino vinta, quando la guerra si era già perduta, dal principio. Noi ricorderemo per sempre sugli spalti quei caduti innocenti, disarmati e schiacciati dalla sorpresa e dalla paura, sopraffatti dalla barbarie d’un esercito d’oltremanica di lanzichenecchi senza onore. Noi ci metteremo in cerchio intorno al monumento dedicato alla loro Memoria a Reggio Emilia come alla Continassa, ritti e muti come quei pilastri dell’Heysel, sentinelle attente i nostri pensieri a intimarci di non violare mai senza una preghiera il riposo dei giusti. Noi resteremo lì, mano nella mano… In dieci o mille, non farà alcuna differenza, perché tramanderemo di padre in figlio quel racconto porpora di maggio, insegnando loro l’unico silenzio giustificabile difronte al dolore: quello dell’amore. …Ma intanto al vento, alla pioggia, alla neve od al sole cosa mai importerà di tutto questo ?! Non potranno avere in nessun tempo a cuore la memoria, consumando le cose prima ancora degli uomini. A sfidare le armate delle intemperie e il dileggio del popolo subdolo dei mentecatti svetterà il nostro monumentale impegno simbolo di cordoglio, di fraternità e di pace. La gente, a volte, se vuole può tutto, ma di certo nulla al confronto di quanto in potere ad una Regina. Pertanto, Magnifica Signora, osiamo chiederLe di spalancare il suo grande cuore di Madre così da riabbracciarli, uno ad uno tutti, "i suoi figli dispersi nel Belgio". …E casomai non riponesse la sua fede negli angeli, quanto splendenti di oro e argento in quei trofei gloriosi conquistati dai tanti suoi condottieri, allora, La prego, Madonna Bianca e Nera, lo faccia in nome di Gaetano, il più grande dei capitani…

Suo devoto fedele…

Domenico Laudadio (Custode Saladellamemoriaheysel.it)

29 maggio 2016

Fonte: Giulemanidallajuve.com

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Heysel, la Juventus ricorda le vittime: "Mai più"

Il 29 maggio 1985 la finale di Coppa dei Campioni fra il club bianconero e il Liverpool si trasformò in tragedia: 39 le vittime innocenti: "Una follia che ancora oggi non trova spiegazioni" twitta.

TORINO - Trentuno anni fa, eppure sembra ieri. Il 29 maggio del 1985 la Juventus visse il momento più triste della sua storia: allo stadio Heysel di Bruxelles, poco prima della finale di Coppa dei Campioni fra il club bianconero e il Liverpool, la tragedia in cui persero la vita 39 persone. IL RICORDO - Una ferita mai rimarginata per la Juventus che ricorda oggi quel giorno con un post sul sito ufficiale: "L’orrore e la tragedia che si consumarono allo stadio Heysel, nelle ore immediatamente precedenti la finale di Coppa dei Campioni fra Juventus e Liverpool, sono ancora vive negli occhi dei tifosi bianconeri e, più in generale, di tutti gli appassionati di calcio, che quella sera, a Bruxelles o davanti alla televisione, hanno assistito a momenti da incubo. Una notte, quella del 29 maggio 1985, che ha cambiato per sempre le vite di 39 famiglie, segnate dalla perdita dei loro cari, vittime innocenti di una follia che ancora oggi non trova spiegazioni. A loro, da 31 anni, va il nostro pensiero e il nostro ricordo, nella convinzione che quello che è accaduto all’Heysel non debba ripetersi mai più". IL MESSAGGIO DI MORATA - Anche Alvaro Morata ha voluto testimoniare la sua vicinanza al club bianconero e il suo rispetto per le vittime con un messaggio su Instagram con la foto della lapide a loro dedicata. TAVECCHIO - "Il ricordo della tragedia dell'Heysel unisce il mondo del calcio e l'Europa intera. Il dolore e la dignità delle famiglie delle vittime rappresentano l'insegnamento più importante, a distanza di anni, per tutti coloro che amano il calcio, indipendentemente dai ruoli che ricoprono". Così il presidente della Figc, Carlo Tavecchio, commemora le vittime nel 31° anniversario della strage. BARZAGLI RICORDA - Anche Barzagli dedica un post al ricordo della tragedia e commenta: "Per non dimenticare. Mai".

29 maggio 2016

Fonte: Tuttosport.com

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Tavecchio ricorda le vittime dell'Heysel

Il presidente della Figc: "Dolore e dignità delle famiglie è un insegnamento per tutti".

ROMA - "Il ricordo della tragedia dell'Heysel unisce il mondo del calcio e l'Europa intera. Il dolore e la dignità delle famiglie delle vittime rappresentano l'insegnamento più importante, a distanza di anni, per tutti coloro che amano il calcio, indipendentemente dai ruoli che ricoprono". Così il presidente della Figc, Carlo Tavecchio, commemora le vittime nel 31° anniversario della strage dell'Heysel. "Il 29 maggio 1985, 39 persone, per la maggior parte italiane, persero la vita allo stadio di Bruxelles prima della finale di Coppa Campioni Juventus-Liverpool. In quello stadio, in occasione dell'amichevole Italia-Belgio del novembre scorso, la Figc guidata dal presidente accompagnato dagli Azzurri aveva ricordato la terribile tragedia con una cerimonia davanti la lapide posta nella curva "Z". Il calcio italiano ha voluto rendere un commosso omaggio, insieme a rappresentanti istituzionali delle federazioni italiana e belga, dirigenti della Juventus e soprattutto i componenti dell'Associazione dei familiari delle vittime dell'Heysel guidati da Andrea Lorentini. La Figc in occasione della cerimonia del novembre 2015 aveva ufficialmente ritirato la maglia della Nazionale n. 39, che era stata poi autografata da tutti i calciatori ed esposta al Museo del calcio di Coverciano. Il giorno dopo, al 39' di Italia - Belgio, le due squadre erano scese in campo con uno striscione a ricordo della tragedia ("29-5-85 will never forget") e al 39' del primo tempo tutto lo stadio ha iniziato ad applaudire mentre i nomi delle 39 vittime, tutti insieme, uno per uno, senza distinzioni di nazionalità o fede calcistica, sono stati ricordati sui led a bordo campo. Oggi, 31 anni dopo, il calcio italiano non dimentica le vittime dell'Heysel.

29 maggio 2016

Fonte: Corrieredellosport.it

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Sono tanti i messaggi per ricordare la tragedia avvenuta il 29 maggio 1985 prima di Juventus-Liverpool

Tavecchio: "La dignità delle famiglie è l'insegnamento più importante"

29 maggio 1985-29 maggio 2016. 31 anni se ne sono ormai andati, ma il ricordo di quanto accaduto quella sera, nel settore Z dell'Heysel di Bruxelles, rimane vivo. 39 persone persero la vita, in quel tragico e assurdo prepartita di Juventus-Liverpool, finale di Coppa dei Campioni. Un dramma ancora vivo nella memoria di chi c'era, di chi ha perso un parente o un amico e di chi ne ha solo sentito parlare. "Il ricordo della tragedia dell'Heysel unisce il mondo del calcio e l'Europa intera - le parole di Carlo Tavecchio, presidente della FIGC - Il dolore e la dignità delle famiglie delle vittime rappresentano l'insegnamento più importante, a distanza di anni, per tutti coloro che amano il calcio, indipendentemente dai ruoli che ricoprono". Oltre al numero uno della Federcalcio, molti altri personaggi del calcio hanno espresso un pensiero, un ricordo, un'emozione tramite social. Anche il Torino ha postato un tweet sul proprio account. Perché la morte non ha colori.

29 maggio 2016

Fonte: Goal.com

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 Strage dell’Heysel, 31 anni dopo la ferita è ancora aperta

di Alessia Cruciani

Il 29 maggio 1985 a Bruxelles è in programma la finale della Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Ma sugli spalti si scatena l’inferno: 39 morti.

Milano - Oggi si chiama Champions League e la finale è stata giocata ieri in Italia. C’erano tanti italiani anche il 29 maggio di 31 anni, quando si chiamava ancora Coppa dei Campioni. Quella volta la finale si disputò a Bruxelles. E si giocò per davvero, nonostante sugli spalti dello stadio Heysel fosse appena andata in scena una strage assurda: 39 morti tra le tifoserie di Juventus e Liverpool, le finaliste di allora. I morti furono in maggioranza nostri connazionali: 32 più 4 belgi, 2 francesi e 1 irlandese. L’attacco - La festa dei 60 mila tifosi arrivati in Belgio diventa incubo poco dopo le 19: il settore Z si trasforma in un campo di battaglia, con gli hooligan all’attacco. In pochi attimi riescono ad abbattere la sottilissima rete che divide i sostenitori avversari. Si scatena l’apocalisse. Le forze dell’ordine non sanno come intervenire, quasi restano a guardare la furia degli inglesi. Quando intervengono, lo fanno in modo sbagliato, prendendo a manganellate gli italiani che vogliono andare verso il prato. Non è un’invasione che hanno in mente, ma stanno semplicemente cercando una via di fuga per la salvezza. Chi resta imprigionato nelle gradinate può solo indietreggiare fino al muro che delimita il settore. È l’attimo prima della tragedia, il muro crolla sotto il peso della folla. In campo - Per evitare un bilancio ancora più grave, l’Uefa e le autorità belghe danno l’ordine perentorio di giocare lo stesso. E così Juve e Liverpool scendono in campo mentre i corpi dei tifosi vengono ammassati nel retro della curva. I giocatori non hanno idea della gravità dei fatti e giocano con l’agonismo di sempre. Vince la Juve grazie alla rete segnata da Platini. Nessuno, però, ha il buon senso di fermare la loro esultanza, evitando quell’indegno giro di campo con la Coppa in bella mostra. Grazie alla tenacia di Otello Lorentini, papà di una delle vittime, anche l’Uefa è stata condannata per le responsabilità nella strage: tre mesi con la condizionale per il segretario generale Hans Bangerter. La Cassazione belga ha confermato nel 1991 le condanne a 4 anni con la condizionale e 60mila franchi per nove hooligans mentre altri tre hanno preso cinque anni. Quella maledetta notte, sei medici militari effettuarono 39 autopsie. Sul certificato di morte di ognuno di loro hanno scritto la causa del decesso: accidentale.

29 maggio 2016

Fonte: Gazzetta.it 

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Trentuno anni dall’Heysel, una ferita mai guarita

di Roberto Moretti

Oggi sono trentuno anni esatti da quel 29 maggio 1985, giorno stampato nella memoria collettiva come uno dei più dolorosi e sconcertanti della storia del calcio. Quella sera Juventus e Liverpool si giocavano la finale di Coppa dei Campioni, in campo interpreti assoluti del livello di Platini, Scirea, Rossi, Rush, Dalglish e Whelan erano pronti a scrivere una pagina indimenticabile del calcio europeo, ma la follia degli hooligans prese, purtroppo, le prime pagine dei giornali. I più accesi sostenitori inglesi cercarono di invadere la zona di tifosi juventini, composti in quel settore specifico per lo più da ragazzi e famiglie. Quello che era, secondo quel tifo inglese, una manovra intimidatoria, un rituale di "presa della curva", venne gestito in modo grossolano dalle forze dell’ordine belghe che lasciarono senza un riferimento il settore bianconero. I tifosi juventini, impauriti, si ammassarono sul muro opposto a quello dei tifosi inglesi, creando un sovraccarico della struttura divisoria, che cedette. Trentanove persone persero la vita, la maggior parte italiani, schiacciati dalle macerie o dalla stessa foga della calca. La finale si giocò per motivi di ordine pubblico, dopo tanta incertezza e in un clima surreale, la Juventus vinse la sua prima Coppa Campioni grazie ad un gol di Platini, ma quel trofeo non è un vanto per nessuno dei vincitori, anzi. Resta solo il ricordo di una delle pagine più tristi della nostra Nazione, dello sport, resta un punto di svolta verso un calcio che non può permettersi simili pericoli per quel tifo sano e genuino, per famiglie, ragazzi e bambini. Restano trentanove lacrime, e poco più.

29 maggio 2016

Fonte: Spazioj.it

ARTICOLI STAMPA e WEB MAGGIO 2016  

La strage dell’Heysel 30 anni più uno dopo

di Simone Cosimelli

In campo si gioca, comunque. Fu l’ordine delle autorità belghe e dei vertici Uefa. Dopotutto, era la Coppa dei Campioni, il culmine della stagione. Si affrontavano la Juve di Platini, già pluripremiata, e il Liverpool, vincitore l’anno prima dell’amara finale di Roma, che aveva seppellito le ambizioni europee giallorosse. Ma al fischio d'inizio dell’arbitro, alle 21 e 40, nello stadio Heysel di Bruxelles 39 corpi senza vita e centinaia di feriti erano già una realtà, seppur taciuta. Qualcosa non aveva funzionato. Intorno alle 19 e 30 dal gioco si passa alla guerriglia, dai colori alle armi. Le tifoserie, in gran parte provenienti da club organizzati, sono accuratamente divise, almeno secondo i piani. Settori X e Y per gli inglesi, Z gli italiani. Però non solo gli ultras dei Reds sono presenti, ma pure quelli del Chelsea, gli Headhunters (cacciatori di testa), noti più per la violenza che per l’estro coreografico. Estremisti da radiare e ripudiare. Ma pochi se ne accorgono, e ancor meno se ne preoccupano. Del resto, tutti Hooligans, tutto normale in quegli ambienti lì. Poi arriva la violenza e il settore Z diventa un campo di battaglia. Gli inglesi attaccano, per intimidire e per far male. Si fugge, in preda alla disperazione: ma i cancelli d’ingresso posti in cima rimangono chiusi con i lucchetti (li romperanno i vigili del fuoco decine di minuti dopo con le cesoie), e chi prova a entrare in campo è ricacciato indietro dalla polizia belga, che irrompe a cavallo sventolando i manganelli. Dominano il panico, le botte, le urla. Nessuno aiuta nessuno. Il muro, minato dal peso schiacciante della folla spaventata che si accalca, crolla. E' l’immagine di una serata tragica. Eppure il tempo scorre. La partita s’ha da fare: il biglietto non è rimborsabile, e poi in migliaia sono collegati a casa per seguire quel meraviglioso spettacolo qual è il calcio. Allora, in campo si gioca. E gli operatori televisivi fanno il loro dovere: riprendono le squadre, gli allenatori, le panchine, il sudore, le imprecazioni, il gol dell’1 a 0 (Platini), l’agonismo. Il sangue, no, quello non viene inquadrato. Gli spalti neppure. I bianconeri non sanno niente: festeggiano, esultano e girano coppa alla mano. Non lo sanno che 32 italiani, 4 belgi, 2 francesi e un irlandese dall’Heysel non usciranno più; e che altri, tanti, vanno in giro con la testa spaccata e il corpo pestato. Nemmeno quelli del Liverpool hanno saputo niente. Lo sapevano però Albert Roosens, presidente Federcalcio Belga, e Johan Mahieu, responsabile dell’ordine pubblico (condannati poi a sei mesi di reclusione). Lo sapevano, ma dimostreranno il contrario, il presidente Uefa, Jacques Georges, e il segretario generale, Hans Bangerter – anche se la Uefa, da entità astratta, risarcirà le vittime perché giudicata responsabile della strage. Lo sapevano, forse dopo il fatto compiuto o probabilmente prima ancora di caricare, gli inglesi. Che tanto più di qualche anno di galera non sconteranno. Se ne rese conto subito, invece, il dottor Roberto Lorentini, presente per la passione juventina nel sangue: era fuggito, tornò indietro per soccorrere, e trovò la morte. Il padre, Otello, per anni si lamenterà con il Club degli Agnelli per non aver rifiutato il trofeo e per aver ignorato l’associazione dei parenti delle vittime. Fu una mattanza. Quanti ancora oggi vanno allo stadio con la rabbia da sfogare, questo, sì, l’hanno sentito dire, l'hanno sentito raccontare. Ma se lo dimenticano spesso. E lo vediamo in Italia: dalla serie massima alle finali romane della coppa nazionale (per esempio nel 2014, e ancora nel 2016). Tant'è che 30 anni più uno dopo, malgrado lacrime e commemorazioni, nel meraviglioso gioco del calcio, c’è ancora chi si diverte e chi combatte, chi insegue e chi fugge. Chi colpisce e chi è colpito.

29 maggio 2016

Fonte: Affaritaliani.it

ARTICOLI STAMPA e WEB MAGGIO 2016  

Quel maledetto 29 maggio: il racconto di chi era

all’Heysel per una festa e si ritrovò all’inferno

di Federico Callegaro

Chi ha vissuto quell’incubo torna con la memoria a quella tragedia trentun anni dopo.

Torino - "Dal punto in cui eravamo noi sembrava che il settore Z stesse ondeggiando. Si vedeva un’indistinta marea rossa che premeva verso gli spalti occupati dagli italiani e li faceva arretrare". La sera del 29 maggio 1985 Beppe Franzo è dentro l’Heysel, lo stadio di Bruxelles in cui la Juventus si gioca la Coppa dei Campioni contro il Liverpool. E’ un ragazzo di vent’anni ed è un ultras degli Indians, un gruppo di tifosi organizzati che segue i bianconeri in tutte le trasferte. "Eravamo partiti il giorno prima da piazza Castello - racconta - All’epoca i pullman per le partite fuori casa si radunavano tutti lì". Quello che sta succedendo dall’altro lato dell’impianto sportivo e che tutti i testimoni descrivono con la metafora dell’onda umana lo racconta su "La Stampa" Carlo Capecci, un avvocato di Pistoia che si trova allo stadio con tre bambini. L’uomo ha preso i biglietti nel settore Z, il lato sud della curva occupata dai tifosi del Liverpool e che doveva servire da cuscinetto tra le opposte tifoserie. Visto il grande numero di spettatori italiani, però, in quel punto vengono collocati anche gli juventini. A separare famiglie e pacifici tifosi dagli hooligans inglesi c’è una semplice rete: "Improvvisamente ho sentito un razzo sfiorarmi il capo. Guardo verso quelli del Liverpool e li vedo che stanno lanciando altri razzi verso di noi - racconta Capecci - Siete matti? Grido. Subito riparo con le braccia il bimbo più piccolo, spaventato". E’ l’inizio di una tragedia che costerà la vita a 39 persone. "Le donne hanno cominciato a strillare, a spingere per scappare. Ma non solo le donne. Tutti cercavano di allontanarsi il più possibile dalla rete che li separava dai ‘Reds’. Intanto continuava a volare di tutto, e c’erano i primi feriti. Gente colpita al capo col volto rigato dal sangue". Nel settore Z ci sono soltanto famiglie. Gli ultras bianconeri sono nell’altra curva e possono solo intuire quello che sta capitando. "Quando vediamo che gli inglesi caricano nuovamente verso i nostri decidiamo di sfondare le barriere e entriamo in campo - racconta Franzo - La polizia belga era quasi tutta radunata sotto il nostro settore, nell’altra curva dove stava avvenendo la strage erano in pochi". La polizia carica gli ultras italiani e riesce a respingerli ma Franzo si separa dal suo gruppo. Inizia a percorrere a piedi l’anello della pista di atletica nella speranza di trovare un punto di accesso alle tribune: "Continuo a camminare e mi avvicino sempre di più al settore degli inglesi. Arrivo a pochi metri da loro e mi accorgo che c’è qualcosa che non va. Ci sono bandiere della Juventus e tricolori italiani distesi per terra e da sotto i drappi vedo che spuntano dei piedi". Sono i primi morti. La carica dei ‘Reds’ ha spinto i tifosi bianconeri ad ammassarsi contro un muretto che ha ceduto, facendoli precipitare nel vuoto. Il tifoso riesce a prendere un megafono e si mette a gridare verso le tribune spiegando che è in corso una tragedia ma gli spettatori non lo capiscono e gli lanciano addosso quello che hanno in mano.  "Eravamo lontani dal punto della strage. Abbiamo saputo dopo quanto era veramente accaduto"  Quello che cercano tutti, durante e dopo il drammatico evento, è di reperire informazioni. Lo fanno gli ultras collocati nella curva opposta al settore Z e che intravedono soltanto la scena, i famigliari di chi è andato in trasferta, angosciati davanti al televisore ma senza la possibilità di mettersi in contatto con i propri cari e anche i tifosi in bus durante il viaggio di ritorno. "La prima cosa che abbiamo fatto quando siamo rientrati in Italia è stata andare a comprare i giornali - racconta Franzo - Solo guardando le prime pagine abbiamo capito davvero la dimensione della tragedia". Su alcuni pullman, poi, dei posti a sedere sono vuoti. E’ il caso di quello che riporta a casa lo Juventus club di Alessandria, dove all’appello manca Walter Gianni, un ragazzo di 27 anni di cui gli amici hanno perso le tracce durante la carica degli inglesi. Il suo è un caso fortunato. Nonostante l’angoscia degli altri alessandrini, infatti, si scoprirà in serata che era stato ricoverato in un ospedale di Bruxelles. "A casa erano tutti preoccupati ma i miei genitori no perché mi avevano visto in televisione - racconta Franzo - Dopo essere tornato nel mio settore avevamo nuovamente sfondato i cordoni della polizia per raggiungere gli inglesi. Mio padre mi aveva visto al Tg mentre piantavo nel centro del campo da calcio una bandiera Italiana. Il suo commento era stato: ‘Ho un figlio stupido ma almeno so che è vivo’".  Alla fine, nonostante il ministro dell’Interno belga ne avesse chiesto l’annullamento, la partita si gioca. Motivi di ordine pubblico, spiegano le autorità. Far uscire tutti dallo stadio sarebbe stato peggio. La Juventus vince la Coppa ma, tra quelli che sono all’Heysel, la partita non la guarda nessuno. Né i tifosi, né Giovanni Agnelli, che appena saputo dei gravi fatti ha deciso di tornare subito in Italia.  "Gravissime carenze erano state constatate nell’organizzazione del servizio di sicurezza attorno allo stadio e al suo interno".  A Torino, però, la gente scende in strada per festeggiare il successo sportivo. "Ed è la cosa che ci ha fatto più male - spiega Beppe Franzo - Per noi sapere che qualcuno aveva voglia di fare i caroselli con le auto è stato un colpo al cuore. A distanza di tempo ho avuto modo di incontrare tante persone che si giustificavano persino per aver scelto di scendere in strada in quella giornata di disgrazie". Una cosa simile succede anche ad Alessandria, dove però dalla caserma dei Carabinieri escono tutte le volanti che si impegnano meticolosamente a multare i conducenti delle vetture che si sono date ai festeggiamenti. Per la strage che è costata la vita a 39 persone sono state accertate le responsabilità degli hooligans inglesi e quelle legate alla gestione dell’ordine pubblico, imputate alla polizia belga. 

6 giugno 2016

Fonte: Lastampa.it

ARTICOLI STAMPA e WEB GIUGNO 2016 

Gorgonzola, venerdì 14 ottobre serata per ricordare la tragedia dell'Heysel

di Davide Villa

Presso il centro intergenerazionale di via Oberdan a Gorgonzola, si svolgerà alle ore 21:00 di venerdì 14 ottobre un incontro con Francesco Caremani, autore del libro "HEYSEL, le verità di una strage annunciata", Andrea Lorentini Presidente dell'Associazione Familiari Vittime Heysel, Luca Gattuso giornalista e conduttore radiofonico di Radio Popolare, Daniele Fossati responsabile sezione sport di "Radar", per ricordare la tragedia dello stadio Heysel.

Sono passati più di trentuno anni da quel 29 maggio del 1985, giorno della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, nella quale perirono 39 persone, di cui 32 italiane e ne rimasero ferite oltre 600. Un mix di follia originata dagli atti vandalici dei temibili hooligans inglesi, sommata alle scelte infelici dell’Uefa e dell’organizzazione locale, a partire dallo stadio, quello dell’Heysel di Bruxelles, un impianto fatiscente e logoro, con una capienza di solo trentamila posti, a fronte di richieste da parte dei tifosi italiani che ammontavano a quasi il doppio. Nella grande calca che venne a crearsi in seguito alle cariche di hooligans ubriachi, che dalla propria curva invasero il piccolo settore Z adiacente occupato da famiglie di tifosi Italiani - gli ultrà della Juventus erano assiepati nella curva opposta - alcune persone rimasero schiacciate contro il muro di recinzione, altre si lanciarono nel vuoto, proprio per evitare di essere calpestate dalla folla e uccise alla ricerca di una via d’uscita. L’impreparazione delle forze dell’ordine belghe, che ingenuamente ostacolarono l’unica via di fuga verso il campo, completò la carneficina. Dopo un'ora e mezza di parapiglia generale, la prefettura belga e l’Uefa decisero di far disputare ugualmente la partita, per evitare altre tensioni, sotto gli occhi attoniti di migliaia di tifosi i quali, con lo scorrere dei minuti, percepivano sempre più grave la portata del dramma. La gente, ormai in preda al panico, implorava i giornalisti affinché essi potessero contattare le famiglie di turno a casa, dando loro bigliettini con numeri di telefono per riportare messaggi del tipo "suo figlio è vivo, suo marito sta bene". Fu così che dalla tribuna partirono telefonate in tutta Italia. Venne ufficialmente affidata alla voce del capitano Gaetano Scirea, attraverso un altoparlante, la comunicazione che la partita sarebbe stata giocata, per consentire alle forze dell’ordine di gestire l’emergenza. Poi il fischio d’inizio. Vinse la Juve con un rigore inesistente: fallo su Boniek fuori area e gol di Platini, in uno scenario apocalittico, con i cadaveri disposti in fila a fare da sfondo alla tribuna. Lo stesso Platini risponde alle critiche sull’opportunità o meno di giocare quella partita surreale, e sui successivi episodi di esultanza con il trofeo in mano, sostenendo "il pericolo di una minaccia imminente di incidenti ancor più gravi", nel caso non si fosse giocato, e che soltanto "rientrati in albergo, dopo la partita, prendemmo coscienza della gravità del bilancio delle vittime, un’assurdità che mi accompagnerà per il resto della mia vita". Tutto il mondo calcistico ha faticato non poco a metabolizzare il disastro dell’Heysel, che ha di fatto costretto gli addetti ai lavori a ripensare l’intero sistema dei flussi negli stadi, a partire dalla messa in sicurezza dei medesimi, regolamentando gli ingressi con tessere personalizzate e installando telecamere all’interno degli impianti. Le squadre inglesi furono, per decisione dell’Uefa, squalificate per cinque anni dalle Coppe europee e il Liverpool per ulteriori tre stagioni (poi ridotta a una). Il provvedimento fu applicato fino al 1990.

9 settembre 2016

Fonte: Tuttotritiumgiana.com

ARTICOLI STAMPA SETTEMBRE 2016  

 Pessotto: "Nel '95 si voleva vincere la Champions dopo la tragedia dell'Heysel"

Gianluca Pessotto, team manager della formazione "Primavera", ha raccontato un frangente della sua carriera con la maglia della Juventus, la Champions League dell'anno 1995/96, a margine del backstage per il film sui 120 anni della formazione bianconera.

"Sono arrivato in una squadra che aveva vinto Scudetto, Coppa Italia, aveva fatto la finale di Coppa Uefa e quindi c'era una base di mentalità vincente già ben radicata, per cui noi nuovi ci siamo dovuti adeguare in fretta a questa mentalità, per raggiungere gli obiettivi che questa società si era prefissata, e cioè di vincere la Champions League. Si voleva sentire propria questa coppa dopo la tragedia dell'Heysel. C'era questo desiderio, perché questa Coppa non fosse macchiata da una tragedia che ha devastato questa società". Juventus Story, il film in arrivo nelle sale italiane solo per tre giorni, dal 10 al 12 ottobre, distribuito da Nexo Digital e Good Films. Si tratta di un docu-film sulla Juventus e sul legame con la famiglia Agnelli, con interviste a Gianluigi Buffon, Alessandro del Piero, Andrea Pirlo, Giorgio Chiellini, Leonardo Bonucci, Andrea Agnelli, John, Lapo e Ginevra Elkann. Attraverso un sapiente mix di immagini esclusive, interviste ai nomi più illustri del calcio mondiale, video di repertorio e materiali inediti provenienti dagli archivi privati della società, si raccontano i 120 anni di leggenda a strisce bianconere.

9 ottobre 2016

Fonte: Tuttojuve.com

ARTICOLI STAMPA OTTOBRE 2016 

 Riapre il Bataclan, i suoi angeli come quelli dell’Heysel

di Marco Bernardini

Questa sera a Parigi, con la voce e la musica di Sting, tornerà a vivere per suoni e per colori il luogo che per un anno ha rappresentato il simbolo tombale della violenza assassina e della follia oltranzista mascherata da un distorto senso religioso. Riapre il "Bataclan", tempio del rock e del jazz dove nella notte del 13 novembre di dodici mesi fa venne consumata a colpi di mitra e di bombe a mano l’orribile mattanza di giovani vite innocenti.

Ci occupammo allora del terribile fatti e ci piace tornare a dirne. Riproporre, oggi, quel tempio e donarlo nuovamente alla gente rappresenta infatti un grande atto di coraggio oltre che uno schiaffo potente sul viso della morte e del disprezzo della vita altrui. L’ennesimo e definitivo urlo di protesta contro tutto ciò che è barbarie e inciviltà. La testimonianza che sempre e comunque possibile sopravvivere e poi tornare a vivere per rendere giustizia al Bene contro il Male. Un evento, quello di questa serata storica parigina, che mi riporta alla mente un’altra notte di insanguinata da un massacro. Quella dello stadio Heysel di Bruxelles il 29 maggio del 1985 il cui bilancio fu quello di dover contare trentanove morti ammazzati senza colpa se non quella di essersi trovati, pacificamene, nel posto sbagliato al momento sbagliato. E non importa se, a differenza dei terroristi e fanatici islamisti, gli hooligans inglesi del Liverpool erano gonfi di alcool e di bestialità anziché di ideologia catastrofista. I morti sono morti. E gli stessi sopravvissuti sono egualmente un poco morti dentro. Come accadrà questa sera al Bataclan, anche lo stadio belga del massacro venne prima blindato e poi riaperto. Personalmente ricordo che, dopo aver vissuto in diretta il giorno della tragedia, tornai a Bruxelles per l’inaugurazione ufficiale dell’impianto sportivo rimesso a nuovo e ribattezzato con il nome di re Baldovino. Se non sbaglio si giocava una finale di Coppa Uefa che vinse, guarda caso, la squadra francese del Paris Saint  Germain. L’emozione di trovarmi in quel luogo che, senza ma e senza se, era un poco come un cimitero pellerossa a cielo aperto fu pari allo sgomento provocato dalla memoria. La medesima sensazione che, credo, fibrillerà nelle anime e nelle menti di tutti coloro i quali questa sera varcheranno l’ingresso del Bataclan. Perché, come accadde nello stadio belga, anche nel locale parigino faranno ritorno con grande coraggio alcuni di quelli che erano presenti la notte del massacro e che per loro fortuna sono usciti vivi. Ascolteranno la musica bellissima di Sting, ma sentiranno anche e in qualche modo le voci dei loro anici e compagni che, proprio in quel luogo, diventarono loro malgrado angeli. Le pareti stesse del locale, ancorché riverniciate di fresco, saranno impregnate dalla leggerezza di anime fragili e invisibili. Esattamente come quelle dell’Heysel. Gli spiriti sono immortali e non dimenticano. Come quelli rimasti. Come coloro per i quali Samarcanda non era ancora attrezzata a riceverli. Come quelli che, pur vivi, ammettono di essere un poco morti dentro tanto che da quella notte apocalittica son costretti a ricorrere a psicofarmaci e psicologi per tentare di uscire da un incubo che, prevedibilmente, sarà ricorrente per sempre nelle loro notti bianche. Come Omar Omoughi, un giovane marocchino scampato alla morte non al Bataclan ma davanti ad un tornello dello Stade de France. Lui al cui coraggio debbono la vita un numero imprecisato di persone che riuscirono a scappare perché avvisati dalle urla disperate dell’uomo che aveva visto il pazzo kamikaze islamico trafficare sulla cintura esplosiva con la quale avrebbe dovuto uccidere e uccidersi. Omar svenne dopo la deflagrazione e addosso porta i segni di quella violenza. E’ vivo e, dicono, è anche un eroe. Ma spesso, troppo spesso, guarda nel vuoto e pare assente. E quando torna allo stadio guarda la partita con distrazione. Più che altro sente le voci.

12 novembre 2016

Fonte: Calciomercato.com

ARTICOLI STAMPA NOVEMBRE 2016 

Il silenzio degli innocenti

Intervista a Beppe Franzo, Presidente dell’Associazione "Quelli di…via Filadelfia" , sul viaggio compiuto da una sua delegazione in Russia al fine di onorare l’anniversario del tragico evento avvenuto all’interno dello Stadio Centrale "Lenin" di Mosca durante una partita di Coppa UEFA del 1982. Un numero altissimo e mai precisato di spettatori perì tragicamente nei sottopassaggi delle tribune a causa della calca improvvisa in seguito ad un goal della squadra di casa. La tragedia fu nascosta e successivamente minimizzata dal regime sovietico.

DOMENICO LAUDADIO: Ciao Beppe, è davvero un piacere ritrovarti dopo qualche tempo ancora per un’intervista ispirata da una memoria condivisa. Questa volta però, nello specifico, raddoppiamo: non soltanto l’Heysel, ma anche la sanguinosa tragedia causata il 20.10.1982 dalla calca del pubblico ammassato nei cunicoli dello stadio centrale "Lenin" di Mosca (oggi ristrutturato e rinominato "Lužniki") che fu occultata dal regime comunista sovietico per più lustri con il tacito assenso della Uefa. Vuoi gentilmente raccontarci la genesi di questo pregevole gemellaggio italo-russo nel nome di due grandi e assurde stragi del calcio europeo del secolo scorso e in particolare approfondire le tappe di questo viaggio nella capitale moscovita assieme alla delegazione da te presieduta ?

BEPPE FRANZO: "Ciao Domenico, alcuni anni fa ebbi modo di poter apprendere della tragedia del Luzhniki attraverso la lettura di articoli trovati sul web. Avrei voluto saperne di più, ma l’occultamento della vicenda, come hai detto giustamente, non ha dato adito a molti scritti o informazioni sull’argomento. Poi avvenne uno di quegli incontri che meno ti aspetteresti: in occasione della "Giornata della Memoria delle Vittime dell’Heysel e di ogni manifestazione sportiva" di due anni fa presso il Comune di Torino, a margine della serata, mi avvicinò un ragazzo che si presentò come inviato italiano di "Sputnik Italia", l’Agenzia di Informazione Internazionale russa in lingua italiana. Mi chiese un’intervista e nel corso della stessa dissi che intravvedevo una certa famigliarità tra la tragedia dello Stadio Heysel e quella del Luzhniki e mi sarebbe piaciuto un giorno poter andare a Mosca a rendere omaggio a quelle vittime innocenti. Ritornato nella capitale russa, Riccardo (il nome del giornalista con cui divenni da allora amico) ne parlò con i tifosi dello Spartak, in particolare con alcuni sopravvissuti a quell’evento e, nel giro di alcuni mesi, ricevemmo come Associazione "Quelli di … Via Filadelfia", un invito in occasione dell’anniversario della tragedia, a Ottobre 2015. Nonostante avessimo pianificato il viaggio, purtroppo la sera antecedente la partenza io ebbi un grave incidente stradale e i miei amici rinunciarono al volo, dimostrando un grande senso di amicizia e fratellanza. Per contraccambiare il gesto degli amici russi, li invitammo a Torino nel Maggio 2016, dove parteciparono in Comune alla serata prevista per l’anniversario dell’Heysel. Lev, uno dei sopravvissuti di allora, ebbe modo di spiegare il contesto di quella tragica serata del 21 ottobre 1982, confutando i dati ‘ufficiali’ con quelli ‘ufficiosi’, decisamente più drammatici di quelli fino a oggi diffusi. A ottobre scorso, una nostra delegazione si è finalmente recata in Russia al Monumento presso lo Stadio Luzhniki".

DOMENICO LAUDADIO: Secondo il tuo pensiero quali sono effettivamente le analogie fra le due tragedie ?

BEPPE FRANZO: Se penso che la morte avvenne in entrambe i luoghi principalmente per asfissia, mi si raggela il sangue. Tragedie del calcio che hanno voluto essere dimenticate: perché sconvenienti, in contrasto con un potere che vendeva agli occhi di tutti, sebbene attraverso due forme di governo antitetiche (democrazia e totalitarismo), l’idea di una Società e di uno Stato sicuri. Non si può, per entrambe, fare a meno di evidenziare la corresponsabilità dell’UEFA, in quanto si trattava di due partite internazionali. Analogie, purtroppo, che hanno generato morte, attraverso il silenzio compiacente e opportunista dei molti, troppi, "addetti ai lavori.

DOMENICO LAUDADIO: Hai scritto che si è praticamente istituzionalizzato un gemellaggio fra le stragi, ma non, invece, fra le sue tifoserie. Però qualcuno dei tifosi russi reduci di quella malefica serata del 20 ottobre del 1982 indossava per "rispetto dell’Heysel" la maglia della Juventus nell’incontro tenuto con voi presso la loro sede storica. Secondo te sarebbe possibile oggi in Italia vestire almeno una volta l’anno i colori degli avversari per onorare pubblicamente la memoria dei loro caduti ? Ricordi, lo ha fatto da calciatore anche il nostro presidentissimo Giampiero Boniperti dopo la tragedia di Superga in una partita amichevole fra Torino e River Plate… Altri uomini o altri tempi ?

BEPPE FRANZO: "Gemellaggio fra le stragi" è sicuramente l’espressione più corretta. Siamo stati accolti da tutti i tifosi dello Spartak con una simpatia e con una passionalità che difficilmente potremo dimenticare, ma non ho voluto appositamente parlare di gemellaggio tra le tifoserie, in quanto per dar vita a ciò occorre il bene placito di un’intera tifoseria, di tutti i gruppi che la compongono. Credo che, attraverso il tempo, "se son rose, fioriranno", diversamente rimarrà una grande amicizia e un profondo senso di rispetto da entrambe le parti. Mi ha molto colpito vedere che in Russia, il 21 ottobre, in occasione della tragedia del Luzhniki, molte tifoserie dedicano striscioni a quelle vittime, indipendentemente dalla simpatia o antipatia tra di loro. Reputo molto difficile che la stessa cosa possa un giorno avvenire in Italia, ma spero di sbagliarmi. Sicuramente è "lo spirito del tempo", perché, come tu hai evidenziato, persino Giampiero Boniperti indossò la maglia granata per onorare i caduti del Grande Torino.

DOMENICO LAUDADIO: Oltre a voi, era presente sul posto un altro italiano e juventino doc, Massimo Carrera, nostro calciatore degli anni 90 e attuale allenatore dello Spartak Mosca. Mi sembrava emotivamente molto coinvolto durante la cerimonia. Cosa vi ha detto in privato a riguardo della manifestazione ?

BEPPE FRANZO: Massimo Carrera ha dimostrato di essere un grande, se ancora vi fosse bisogno di riscontri. Era emotivamente provato dal ricordo di entrambe le tragedie. Aveva, ovviamente, conosciuto molto dell’Heysel, ora ha iniziato a conoscere in maniera più approfondita il Luzhniki.

DOMENICO LAUDADIO: Negli anni dell’opprimente e austero regime sovietico in quali modi potevano sostentarsi e aggregarsi degli Ultras in Russia ? I vecchi tifosi dello Spartak vi avranno raccontato molte cose…

BEPPE FRANZO: I vecchi Ultras dello Spartak sono stati molto ospitali con noi, e abbiamo avuto modo di poter parlare degli albori del tifo in Russia. Furono tempi molto duri, dove ogni fenomeno di aggregazione sociale veniva visto come un possibile focolaio di insurrezione antigovernativa, motivo per cui la mannaia della repressione si abbassò sulle teste degli Ultras. Ci raccontarono di tempi, parliamo di fine Anni ’70, in cui allo Stadio era proibito anche solo urlare "Forza Spartak !" e spesso alcuni di loro si chinavano o dovevano mettersi una mano davanti alla bocca per lanciare l’urlo, celandolo ai poliziotti che li controllavano dal campo. I "dissenzienti" venivano intercettati ai cancelli d’uscita e portati nei vari Commissariati. Succedeva che, in taluni casi, arrivasse direttamente una lettera sul luogo di lavoro, che voleva dire licenziamento immediato. Proprio per poter meglio controllare il deflusso dallo stadio, venivano limitate le aperture delle porte d’uscita, col risultato che si creavano ingorghi spaventosi. Da una di queste situazioni nacque appunto il tragico evento dello Stadio Luzhniki del 1982.

DOMENICO LAUDADIO: I testimoni oculari della mattanza furono individualmente perseguiti e messi a tacere dal regime ? Come riuscirono a coprire un tale disastro ? Tu hai raccolto le loro testimonianze ?

BEPPE FRANZO: Non ci fu necessità di perseguire nessuno perché il Regime occultò totalmente la vicenda e, in un clima di assoluta non circolazione della notizia, occorsero molti anni prima che il tutto fosse reso pubblico, in quanto le notizie circolavano solo tramite la diffusione orale, ed è facile intuire che molti fossero terrorizzati di venire smascherati raccontando il tutto. Non ho potuto raccogliere testimonianze, le ho solo potute sentire da parte di qualche reduce di allora e, per mia fortuna, avendo un interprete bravissimo, sono riuscito a comprendere ottimamente i loro racconti.

DOMENICO LAUDADIO: Oblio Heysel: familiari delle vittime dimenticati da tutti per decenni… Oblio Lenin: familiari delle vittime minacciati di non scrivere la verità sulle tombe dei loro cari… Tu sei un grande appassionato di storia… Perché, secondo te, la verità fa sempre tanta paura nella memoria di un contesto storico ? Se pensiamo alle Foibe, ignorate dai libri di scuola per 50 anni oppure a chi ancora oggi nega l’olocausto…

BEPPE FRANZO: La Verità è scritta dai Vincitori o dai detentori del potere. Ammettere le colpe o le responsabilità, in tragedie calcistiche come quelle dell’Heysel e del Luzhniki, vorrebbe dire evidenziare le proprie colpe e responsabilità e, quindi, dare un’idea diversa dell’ordine pubblico, spesso discordante con quella che si è voluto far credere.

DOMENICO LAUDADIO: Al di là di tutto contava in primis l’esperienza umana, il contatto fra le genti. Da questo punto di vista è stato un momento alto di civiltà e di storia delle due tifoserie. Scusami, non vorrei trascinarti in una polemica sterile, ma a questo punto oserei chiederti se questo viaggio non abbia ricevuto, a mio parere, un meritevole e doveroso sostegno dei media italiani: per vostra scelta, quindi per disinformazione passiva o come abitualmente per snobismo ?

BEPPE FRANZO: Hai fatto una considerazione importante: è stato un grande (e commovente) momento di civiltà e di storia, compiuto dalle due tifoserie. Volutamente, da entrambe le parti, abbiamo dato riscontro del gesto a commemorazione avvenuta, perché non volevamo creare fraintendimenti. Non ritenevamo opportuno che un gesto spontaneo, nobile, ma soprattutto fatto col cuore, potesse essere scambiato come un atto ricercato a solo titolo di "propaganda", di "pubblicità" da parte dei rispettivi gruppi o associazioni. Purtroppo, anche quando ciò è stato reso pubblico, mi è parso di capire che buona parte degli organi massmediatici siano più propensi a parlare delle tragedie a ridosso delle stesse, per poter riempire i giornali o dedicare trasmissioni incentrate sui ricordi, più che capire a fondo il dramma ancora vivo in molti.

DOMENICO LAUDADIO: Fermiamole in un dipinto. Quale, quali le immagini più care del viaggio che ti porti nel cuore al termine di questa tua indimenticabile esperienza ?

BEPPE FRANZO: Due istantanee. La prima: con in mano la corona di fiori con sopra apposto il nome della nostra Associazione, ho alzato gli occhi al cielo e ho visto di fronte a me il monumento adiacente allo Stadio Luzhniki. Per un attimo ho provato un brivido, perché su quella pietra è scolpita una sofferenza che molti ignorano. La seconda: giunto sulla Piazza Rossa non avrei mai pensato di potervi un giorno arrivarci, e il ricordo è andato a mio nonno, a colui dal quale ereditai un Nome e un Cognome senza nemmeno poterlo conoscere, in quanto i suoi resti riposano, chissà dove, in terra russa.

DOMENICO LAUDADIO: Per concludere, Beppe, ti ringrazio della paziente, cortese e amichevole collaborazione ed avrei moltissimo piacere che ci presentassi al meglio la vostra Associazione Culturale "Quelli di…via Filadelfia": origini, attività, sue finalità…

BEPPE FRANZO: L’Associazione senza fini di lucro "Quelli di... Via Filadelfia", costituitasi ad Aprile 2015, ha lo scopo di preservare la storia e la memoria del tifo juventino. Nata dall'evoluzione del Gruppo Facebook Via Filadelfia 88 (via e civico identificativi dell'ingresso della vecchia Curva Filadelfia), già attiva con varie iniziative negli anni passati, si propone d'intrattenere rapporti con tutti quegli enti e associazioni (italiane e straniere) che hanno obiettivi simili, di pubblicare un sito della propria attività, organizzare convegni, mostre e incontri per affrontare tematiche inerenti al calcio, agli aspetti sociologici e folkloristici del tifo, a condurre campagne di sensibilizzazione sull'argomento verso il pubblico e le istituzioni politiche e sportive, italiane e internazionali. A tal fine, la Memorialistica dell'Heysel e il ricordo perenne di quelle vittime, è argomento caro all'Associazione, che si prodiga annualmente all'organizzazione della Giornata della Memoria in ricordo delle 39 vittime dell'Heysel e di ogni forma di violenza in ambito sportivo. Eventuali raccolte di fondi scaturiti da iniziative dell'Associazione, vengono interamente devoluti. Attualmente è in essere un'iniziativa a sostegno della Fondazione per la ricerca sui tumori dell'apparato muscolo scheletrico e rari Onlus.

10 dicembre 2016

Fonte: Giulemanidallajuve.com

ARTICOLI STAMPA e WEB DICEMBRE 2016 

CRONACA

La scomparsa di Beppe Capocchi, scampò alla tragedia dell’Heysel

Per 50 anni è stato il barista dell’Arlecchino. Giocò nel rugby.

Carrara, 22 dicembre 2016 - Si spegne una luce del commercio degli ultimi anni a Carrara. Beppe Capocchi, storico barman del rinomato bar pasticceria Arlecchino è morto all’età di 76 anni e lascia un ricordo indelebile di bontà e simpatia. Aveva festeggiato anche le "nozze d’oro" al bar Arlecchino in Galleria nel 2008 per i suoi 50 anni da barman. Beppe Capocchi venne, per così dire, "strappato" dal forno: faceva il pizzaiolo a Pisa quando il 28 settembre 1958 approdò in città per il suo primo giorno al bar Arlecchino allora gestito dal cognato Mario Benedetti. Originario di Montecarlo di Lucca, Beppe aveva saputo guadagnarsi la stima e la simpatia dei carraresi che vedevano in lui un amico sincero. Simpatico, sempre allegro, Beppe era stato anche uno sportivo di primo piano. Un ottimo passato tra le fila della leggendaria squadra di rugby dell’Apuania Carrara che negli anni ’60 militò in serie B. Tra i suoi compagni di squadra c’erano Franco Garbati, il medico legale Vinicio Tesconi e Franco Fazzi. Di fede juventina Beppe scampò alla tragedia dell'Heysel, a Bruxelles, il 29 maggio 1985 quando in compagnia di Darietto Caffaz vide morire a pochi metri da lui 39 spettatori tra cui 32 tifosi bianconeri, 4 belgi, 2 francesi ed un irlandese. Uno sportivo di lungo corso che ha seguito sempre con passione anche le vicende della Carrarese Calcio. Beppe andava fiero delle sue origini lucchesi ma si sentiva un carrarino a tutti gli effetti. E incarnava anche il carattere schietto e gioviale che non lo ha mai tradito dietro il banco, sempre impeccabile e in rigorosa divisa da barman con gilet professionale. Tutti conoscevano Beppe, dalle persone più anziane ai giovanissimi che affollavano il bar in Galleria. Aveva una battuta per tutti e Mario Benedetti lo considerava come un figlio. Si interessava di tutti i problemi della città, cercava sempre la strada giusta per risolverli dando anche dei preziosi consigli. Un punto di riferimento, insomma, per l’aperitivo di mezzogiorno o serale con Beppe impeccabile nel servizio. E si era molto affezionato alla città e ai carraresi di cui amava il carattere schietto e leale. La notizia della sua scomparsa si è diffusa ieri mattina e ha suscitato grande dolore e commozione. Giovedì 22 dicembre alle 10 a Fossola avranno luogo i funerali e il bar pasticceria Arlecchino resterà chiuso per lutto. G.B.

21 dicembre 2016

Fonte: Lanazione.it

ARTICOLI STAMPA e WEB DICEMBRE 2016  

Editoriale - Addio Avvocato Troiano, testimone

di una tragedia che decise la partita della vita

di Roberto Caporilli

Episodi. Tante volte decidono una partita di calcio ma possono essere fondamentali anche nella vita reale. Fanno la differenza fra una vittoria e una sconfitta, fra la vita e la morte. L’avvocato Davide Troiano ha finito la sua partita questa mattina, in un letto dell’ospedale Gemelli di Roma, ma i suoi 90 minuti li ha giocati appieno, tutti d’un fiato, senza risparmiarsi mai. Voi, appassionati di calcio, avete già visto l’avvocato almeno una volta nella vostra vita, purtroppo. Pur non incontrandolo dal vivo, il volto di Troiano e di suo figlio Guido sono apparsi davanti ai vostri occhi diverse volte e vi vengono riproposti ogni 29 maggio. Quel giorno di quasi 32 anni fa l’avvocato e suo figlio furono, loro malgrado, protagonisti di un avvenimento, di un episodio appunto, che cambiò per sempre la storia del calcio e dello sport in Europa e nel Mondo. Il 29 Maggio 1985 è una data impossibile da dimenticare per ogni tifoso juventino ma è un giorno impresso nella memoria di tutti gli appassionati di sport, di quello sport pulito ma passionale, inteso come alternarsi di gioie e sofferenze ma senza mai trascendere nella violenza. Quel giorno, invece, a Bruxelles di violenza ce ne fu a non finire, una vera e propria mattanza nella quale persero la vita 39 persone, colpevoli solamente di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, una casualità che negli ultimi mesi è diventata il terrore della maggior parte di noi. Andare a un concerto, visitare un mercatino, andare a vedere una partita: attività normali, parte integrante della nostra cultura, che oggi come allora possono rivelarsi fatali. Per motivi diversi, in momenti storici differenti, ma il filo conduttore rimane lo stesso: la morte, che colpisce quando meno te l’aspetti. Allo stadio Heysel l’avvocato Troiano e il figlio diventarono simboli inconsapevoli di chi ce l’ha fatta, di chi è scampato alla furia distruttiva degli hooligans inglesi, di chi è sopravvissuto a una strage causata anche da gravi inadempienze organizzative. Quell’episodio ha scritto la storia e chi ci si è trovato coinvolto ne è diventato suo malgrado protagonista. Il signor Davide e Guido, però, lo sono diventati più degli altri: la loro fuga precipitosa, la disperazione di un uomo in camicia che porta per mano suo figlio lontano dalla strage, lo sguardo atterrito di un adolescente con la bandiera in mano e la sciarpa al collo; dietro loro soltanto morte e distruzione. Questa istantanea è diventata il simbolo della strage, il simbolo di una violenza che nulla dovrebbe avere a che fare con lo sport, una foto che sta a testimoniare quanto nella partita della vita gli episodi facciano la differenza. L’avvocato Troiano e suo figlio ce l’hanno fatta, il suo amico Loris Messore di Pontecorvo no: per lui quell’episodio è rimasto l’ultimo e più importante della vita, quello che ha decretato il triplice fischio della partita. Oggi l’avvocato Troiano non c’è più, il suo match è terminato ma almeno si è concluso in modo più glorioso.  Dietro di sé lascia un messaggio indelebile, che sarà trasmesso per sempre da quella fotografia: gli episodi, appunto, sono tutto nello sport e nella vita.

22 dicembre 2016

Fonte: Tg24.info

ARTICOLI STAMPA e WEB DICEMBRE 2016  

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