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GIUSEPPINA CONTI ♥
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Giuseppina Conti ❤ (Il Padre)
   Giuseppina Conti   39 Angeli   Roberto Lorentini   Cerimonie di Arezzo   In Memoriam   
ITALIA   26-01-1968   Rigutino (AR)   Anni 17
 

LETTERA di CLAUDIA ROSSI (IN MEMORIA di GIUSEPPINA CONTI)

Heysel 29.05.1985: un Padre e sua Figlia

"Buongiorno, mi chiamo Claudia ed abito a Terni, in Umbria. Vi scrivo perché il ricordo di ciò che accadde all'Heysel nel 1985 non mi abbandona. Mai. Questo non solo per il carattere così terribile delle dinamiche legate alla tragedia, ma anche perché fu solo un caso che io e mio padre non fossimo là. Non l'ho mai raccontato, qualche volta soltanto l'ho ricordato parlando con mia mamma. Ma sento il bisogno di dirlo a qualcun altro, qualcuno che possa capirmi e non mi consideri "strana" ad avere questi pensieri, a non riuscire a dimenticare. Era il 1985, avevo 14 anni ed era una calda primavera. La scuola stava finendo, le vacanze erano alle porte. Insomma, eravamo in quella fase allegra dove l'unico pensiero era quanto caldo fosse il sole e come e quanto ci saremo divertiti quell'estate. Mio padre riuscì ad acquistare i biglietti per la finale allo stadio Heysel e tutto contento corse a casa per dircelo. Era un operaio e faceva i turni, ma era riuscito ad avere tre giorni di ferie organizzandosi con i suoi amici in squadra con lui. Era felice perché i biglietti per la finale erano introvabili, ma lui riuscì a trovarli. Ma era riuscito a trovarne soltanto due. Quindi mia madre sarebbe dovuta restare a casa. Sono molto attaccata alla mia famiglia ed abbiamo fatto sempre tutto insieme, così, anche se a malincuore, dissi a mio padre che non sarei partita senza mia mamma. Quindi lui cedette i due biglietti del settore Z ad un amico (che andò a Bruxelles, ma non entrò perché vide troppi tafferugli e poca sicurezza già nei dintorni dello stadio e questo lo salvò).

La sera del 29 Maggio 1985, quando ci sedemmo tutti insieme per vedere la partita, il nostro sangue si fermò. Mio padre era bianco in viso e non faceva altro che dire "guarda lì, sta succedendo un casino, guarda... Ci saranno sicuramente dei morti, guarda... Uno sopra all'altro, come fanno ad essere ancora vivi...". Eravamo senza parole... Non trovo parole nel descrivere cosa vuol dire guardare in diretta una tragedia simile. E tutto si amplifica, pensando che in mezzo a quel disastro potevamo esserci anche noi. Mio padre era seduto incredulo al tavolo del salotto, mia madre sul divano con le mani sulla bocca e le lacrime agli occhi. Io mi alzai e, d'istinto, andai a toccare la spalla di mio padre. Rimanemmo così per qualche minuto. Pizzul parlava e descriveva ciò che stava accadendo, ma sospettavamo fosse ancora peggio. La partita si giocò lo stesso, ma non c'era più gioia né senso. Era come mangiare segatura. I giorni successivi capii che la scelta che feci fu perfetta. L'amore per mia madre salvò sia me che mio padre. Ma non sono più riuscita a non pensare più a quella sera, come se un filo invisibile ed inspiegabile mi tenesse in qualche modo legata a chi era lì e non ce l'ha fatta.

Spesso ripenso a quel giorno di primavera, alle 39 persone che hanno perso la vita… C'è soprattutto un uomo, un padre che non riesco a dimenticare. I giorni successivi, comprai tutti i giornali che pubblicarono articoli riguardanti la tragedia dell'Heysel ed uno, in particolare (che conservo ancora, ma non ho più guardato) pubblicò moltissime foto. Tra queste, una mi è da sempre rimasta impressa nella mente e nel cuore: la foto di un padre che, piangendo, teneva tra le braccia la figlia: l'estremo pallore, la posizione del corpo, i visi di quelli attorno a loro, tutto lasciava intuire che quella ragazza non c'era più. Non so il nome di questo signore, ma il suo viso e quello della figlia sono stampati nella mia mente. Forse perché avremmo potuto essere io e mio padre al loro posto, forse è per questo che non riesco a dimenticarli. Non so dove siano i sopravvissuti alla strage dell'Heysel, non conosco i loro visi, ma sia loro che i 39 di quella sera sono e saranno sempre nel mio cuore. Un abbraccio sincero. Claudia

POST SCRIPTUM: "Sono onorata di dare il mio consenso a pubblicare la mia mail ed altrettanto mi emoziona sapere che sarò ulteriormente legata a quella sera, anche se da sempre sono legata a tutte le vittime ed ai loro familiari da un filo invisibile, come già detto. Solo il forte amore per mia madre mi ha impedito di sedere insieme a mio padre nel settore Z. Purtroppo lui non c'è più da quasi dieci anni, ma anche lui in qualche modo si sentiva "legato" nell'anima alle 39 vittime dell'Heysel. Ho parlato di voi a mia madre ed insieme siamo tornate a quei giorni del 1985: anche lei non ha mai dimenticato. Colgo l'occasione per sottolineare che anche i suoi sentimenti sono uguali ai miei. Anche lei si è sempre sentita in qualche modo "legata" a quella sera. Ieri ne abbiamo parlato, abbiamo ricordato e ci sono venuti i brividi. Ci siamo commosse. Grazie ancora per avermi rivelato il nome di Giuseppina Conti: adesso, non so perché, mi sento un po' più serena. Con infinito rispetto ed affetto. Un abbraccio a tutti i sopravvissuti e a chi è rimasto a piangere quei 39 cuori". Claudia Rossi Fonte: Associazionefamiliarivittimeheysel.it © 31 ottobre 2022 Fotografia: Salvatore Giglio ©

 

Heysel, la testimonianza di Antonio Conti

Antonio Conti, papà di Giusy, 17enne che perse la vita allo Stadio Heysel, ha rilasciato la sua testimonianza a Repubblica: "Le ho lasciato la mano perché́ non volevo trascinarla come me, quando mi hanno travolto. Ho perso conoscenza e quando ho ripreso i sensi lei non c’era più. Era sotto una coperta, l’ho riconosciuta dalle scarpette. Fonte: Tuttojuve.com © 26 maggio 2015 Video: Atlantide Audiovisivi © Francesco Caremani ©

Giuseppina Conti, il premio

Antonio: "Era lì per la pagella.  Non cambio idea: ho perso mia figlia per l'avidità di qualcuno".

"È dura, sono contento che se ne parli ancora, ma il dolore non se ne va. Non se ne andrà mai". La voce di Antonio Conti, di Rigutino, frazione del comune di Arezzo, perde forza ricordando il 29 maggio dell'85. Lui all'Heysel c'era con la figlia, premio di una bella stagione scolastica, ed è impossibile spiegare cosa significhi tornare a casa senza la propria bambina, da quella che doveva essere una festa: "E' contro natura". Le foto e la racchetta da tennis sono un memoriale. Raccontano tutto, il dolore ma anche la rabbia. "Non si possono mettere migliaia di persone dentro una curva di terra con i gradoni di graniglia, dopo una fila di quattro ore passando da una porta di novanta centimetri. Mia figlia è morta perché qualcuno potesse incassare più soldi". Alla fine, per Antonio, la famiglia è rimasta l'unico rifugio, l'unica ragione per andare avanti ma questo è un vuoto che niente e nessuno può riempire: "Mi hanno invitato ma non vado a Torino. Sabato c'è il torneo, i ragazzi lo fanno tutti gli anni, ho scelto di stare con loro". Fonte: La Stampa © 26 maggio 2010 Fotografie: Atlantide Audiovisivi © La Gazzetta dello Sport © Salvatore Giglio ©

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