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Giancarlo Gonnelli
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ITALIA   6-09-1939   Ponsacco (PI)   Anni 45

A 25 anni dall'Heysel

La vedova Gonnelli invitata dalla Juventus

TORINO - Domani, 25 anni fa. Una serata tragica, quella del 29 maggio 1985 sugli spalti dello stadio Heysel di Bruxelles. Settore Z. Poco prima della finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool scontri tra le tifoserie con la polizia belga non certo all'altezza della situazione, così come l'impianto: 39 tifosi morti in quella ressa. Tutti juventini. Nel triste bilancio anche quattro toscani, uno di Ponsacco: Giancarlo Gonnelli, neppure 50enne, che aveva portato la figlia Carla a quella sfida; lei rimase in coma e si salvò anche per l'intervento di un giovanottone di Liverpool, John Welsh.  Domani la commemorazione, a Torino, organizzata dalla società bianconera. Invitata anche la vedova Gonnelli, Rosalina: ore 10 in sede bianconera, quindi Messa nella vicina chiesa Santa Madre di Dio. Presenti i giocatori bianconeri, i vertici della società e Michel Platini, ora presidente Uefa. Rosalina Gonnelli ha detto che non andrà alla cerimonia, pur ringraziando la Juve per averla invitata e per il ricordo verso il marito deceduto.  Anche il Liverpool ha ricordato le vittime dell'Heysel: ad Anfield Road è stata organizzata una cerimonia durante la quale è stata scoperta una targa che resterà all'interno dello stadio per ricordare per sempre i 39 morti. Presenti i dirigenti del Liverpool e alcuni giocatori di allora (Kenny Dalglish, Sammy Lee e capitan Phil Neal). Per la Juventus hanno partecipato Gianluca Pessotto e Sergio Brio, che il 29 maggio 1985 era in campo. p.fa.

28 maggio 2010

Fonte: Iltirreno.gelocal.it

Fonte Fotografia Ponsacco: Italfintuscany.com

 Giancarlo Gonnelli, padre e figlia

Rosalina: "Lei in coma. E su mio marito dicevano: te l'hanno pagato morto"

"Non ho accettato la sua morte perché non l'ho vissuta - ricorda Rosalina Vannini di Ponsacco. Ogni tanto vado al cimitero, ma per me è sempre qui, l'ho sognato anche la notte scorsa". Giancarlo all'Heysel c'era andato con la figlia Carla, lui è morto, lei è tornata da quella strage e da un coma, salvata da mani inglesi, ma una parte di sé è rimasta per sempre nella curva Z insieme all'adorato babbo. "Finché ci sarà memoria, i 39 angeli di Bruxelles vivranno con noi. E allora grazie a tutti coloro che fanno e hanno fatto qualcosa perché in tutti questi anni non si spegnesse". Come gli altri familiari, Rosalina parla con forza e dignità, come se tutta la cattiveria ingoiata per anni fosse stata digerita: "Mi hanno detto che m'avevano pagato il marito morto, che la macchina (che avevo anche prima) me l'ero comprata con quei soldi. Nessuno sa cosa ha significato andare avanti senza Giancarlo e con tutti i problemi che ha avuto Carla". La quale, dell'Heysel, non vuole ancora parlare.

27 maggio 2010

Fonte: La Stampa

Una ragazza di Ponsacco scampò alla tragedia grazie a un tifoso inglese, ma suo padre morì

E quella notte Carla fu salvata da John

di Paolo Falconi

PONSACCO - Nella notte d'inferno e di morte dell'inadeguato stadio di Bruxelles c'è anche spazio per un gesto di estrema solidarietà mettendo da parte i colori del tifo. La provincia di Pisa contò in quella sera diversi feriti più o meno gravi, ma soprattutto un morto: Giancarlo Gonnelli, un bidello di Ponsacco neppure cinquantenne. Aveva promesso alla figlia Carla un regalo se la loro Juventus fosse andata in finale dell'allora Coppa dei Campioni.  Giancarlo restò vittima su quegli spalti ridotti in poltiglia, la figlia Carla cadde in coma, trasportata prima nel vicino ospedale della capitale belga poi al Lotti di Pontedera. Ma a tirarla fuori da quel girone dantesco dell'Heysel fu un ragazzone inglese, della difficile periferia di Liverpool, John Welsh. Saltò quella rete da pollaio che avrebbe dovuto separare le tifoserie bianconere e dei reds anglosassoni, si mise a dare una mano ai soccorritori e salvò da quella melma umana Carla Gonnelli, allora 18enne.  Poi avrebbe detto che fu attirato da una mano con un anellino al dito che faceva capolino da quell'ammasso di corpi: la salvezza della ragazza ponsacchina si chiamava John. Si ritrovarono davanti alle telecamere del Tg2 col giornalista Alberto Castagna a fare il conduttore di un abbraccio che rompeva qualsiasi difficoltà di schieramento calcistico e di lingua.  Qualche mese dopo quel tragico 29 maggio 1985, la famiglia Gonnelli fu invitata da un gruppo di inglesi di Southport (un po' la Viareggio di Liverpool) che avevano raccolto una somma per un soggiorno per far vedere come la gente della contea del Merseyside non fosse tutta da detestare. Inviti arrivarono anche dal Liverpool Fc con il presidente di allora a stringere la mano, foto ricordo con i giocatori e pranzi all'Anfield con posate d'argento.  Peccato però che, visto anche di recente, nel museo a fianco alla Kop (la curva degli ultras dei reds) non ci sia un accenno a quella tragedia che segnò peraltro uno spartiacque con la violenza degli hoolingans sia sui campi inglesi che su quelli europei. Loro, i sudditi della regina, hanno debellato la violenza sugli spalti, da queste parti non proprio; c'è voluto il tributo, è vero, 39 morti tra cui Giancarlo Gonnelli di Ponsacco, Giuseppina Conti di Rigutino e Roberto Lorentini di Arezzo.

30 aprile 2010

Fonte: Iltirreno.gelocal.it

Sopravvissuta all'Heysel: il tifo cancellato dalla morte

FIRENZE - Quella finale di Coppa dei campioni doveva essere un regalo per il suo 18° compleanno. Doppio: allo stadio per vedere la Juventus e il battesimo del volo, destinazione Bruxelles. Da quel viaggio tornò dopo quattro giorni di coma. E da sola. Il padre era morto, schiacciato sotto decine di corpi, vittima della furia degli hooligans. Dopo 20 anni, di nuovo alla vigilia di Liverpool-Juventus, di quello che accadde all'Heysel, Carla Gonnelli ha ricordi vaghi. La mente ha preferito stendere un velo: "Non credo che guarderò la partita. Non per rifiuto, però. Non me ne frega niente, dopo tanto tempo sarà una gara come un'altra. Da allora è tutto diverso: squadre, atmosfera, stadio, tifosi". Già, i tifosi. Furono quelli inglesi a mettere in moto una tragedia che costò la vita a 39 persone. Fra queste, Giancarlo Gonnelli, il padre di Carla. Lei oggi è sposata, vive a Lari (Pisa) ed è impiegata in una scuola. "Per me Liverpool-Juventus potrebbe essere giocata anche tutti i giorni. Non mi dà emozioni. Quello che successe all'epoca non dipese dalle squadre, ma da una banda di delinquenti. Liverpool-Juventus o Roma-Inter, oggi è la stessa cosa". I tifosi inglesi le portarono via il padre, ma uno di loro la salvò. Si chiama John Welsh. Intravide Carla, sepolta sotto un cumulo di persone e la scambiò per la moglie. La credeva morta, poi si accorse che respirava ancora. La corsa all'ospedale, il coma, il ritorno in Italia, "arrivai il giorno dopo il funerale di babbo", ricorda Carla. L'ha rivisto John, anni dopo. "Di quella maledetta partita ho rimosso quasi tutto - racconta Carla - ricordo solo l'ingresso allo stadio, la rete che ci divideva dai tifosi inglesi, una rete da pollaio. I primi scontri, poi il niente. Ciò che so, me lo hanno raccontato". Carla segue sempre la Juve, "meno di quanto faccia mio marito, però. Lui è un tifoso acceso. Guarderà anche la partita con il Liverpool. E magari un'occhiata ce la do anch'io. Se capita. Ma senza troppa passione".

4 aprile 2005

Fonte: Il Piccolo

Torna all’Heysel un anno dopo la tragedia

PONSACCO - Carla Gonnelli torna, dopo un anno, a Bruxelles, nello stadio dove morì il padre e dove rimase gravemente ferita. La diciottenne di Ponsacco, infatti, il 29 maggio di un anno fa era nella curva "Z" dello stadio Heysel di Bruxelles per assistere alla finalissima della Coppa dei Campioni, Juventus-Liverpool. Nel corso dei drammatici incidenti che avvennero prima della partita morì il padre di Carla, Giancarlo Gonnelli, mentre la ragazza rimase gravemente ferita e fu salvata grazie all’intervento di un tifoso inglese, John Welsh. Ieri Carla è partita per Bruxelles insieme con la madre Rosalina, ospite del quotidiano inglese "Today".

20 maggio 1986

Fonte: L’Unità

L'angelo di Liverpool ricorda la drammatica sera

e come salvò una ragazza dall'inferno di Bruxelles

di Gianni Ranieri

ROMA - Nel caldo pomeriggio romano, mentre la città riprende faticosamente i suoi ritmi arruffati, scende dal cielo di Fiumicino l'angelo di Liverpool. E' un angelo in jeans e maglia, alto un metro e ottanta, un angelo disoccupato con la faccia di un ragazzo qualsiasi. Suo padre ha un pub che illanguidisce nella spenta culla dei Beatles: cerca di venderlo, e il giovanotto in jeans cerca lavoro per dar da mangiare alla moglie e ai due figli, John di tre anni e Maria di due. Disavvezzi ad accogliere gli angeli, i romani non sono accorsi al richiamo di questo raro interprete della bontà. Non scrosciano gli applausi con i quali si accolgono in questo aeroporto gli assi del calcio. John Welsh preso in consegna dagli uomini della televisione, è ripartito per Pisa dove in serata avrebbe incontrato Carla Gonnelli la ragazza che lui salvò nella tragica sera dell'Heysel. Richard Welsh, suo zio, falegname anch'egli, disoccupato, non è con lui. La Televisione ha offerto un solo biglietto di viaggio benché il nome di Richard si unisca a quello di John nella vicenda di amore e di generosità che brilla nel buio di Bruxelles. John Welsh non è un oratore, l'improvvisa celebrità, il titolo di eroe che i giornali italiani gli hanno conferito non distoglie da una sobrietà un po' attonita e impaurita. Rammentare una storia che gli si ripete nei sogni come un tenace tormento, gli pesa. Si rivede nell'atto di afferrare con disperazione le braccia che si levano dai mucchi di feriti e balbetta frasi sommesse. Il ricordo della ragazza gli addolcisce un'espressione dura, da duro ragazzo di periferia che non immagineremmo nel ruolo del salvatore. "Quando l'ho sollevata e l'ho stretta a me, sentivo che stringevo una sorella. Sentivo che sarei morto con lei se non fossi riuscito a conservarle la vita, e la mia pena era che avrei voluto essere d'aiuto a tutti, e intorno a me c'era un... Disegna con le mani un groviglio, non ha le parole per descrivere una scena in cui la sorte lo ha collocato quale interprete buono, di fulminee sequenze d'un film dell'orrore. "Ho sentito un grido, tra tante grida. Un grido vicino e ho cercato pieno di angoscia. Da un ammasso di corpi spuntava un braccio, dritto, immobile con le dita spalancate. Ho tirato gridando anch'io. Ho visto un viso di donna, la bocca circondata da un alone bianco di polvere. Ho pulito la bocca con la mano. Sono riuscito ad estrarla da quella catasta, le ho aperto le labbra, le ho fatto la respirazione artificiale. Si è ripresa, ma tremava, rantolava, chiedevo aiuto, non c'era nessuno che potesse aiutarmi, non lì, lì non c'erano barelle, sono corso a cercare una barella, sono tornato dove lei giaceva, l'ho tirata su, le dicevo non morire, non morire, Mary, la chiamavo Mary come mia moglie". John Welsh riesce a raggiungere una tenda della Croce Rossa. Arriva finalmente un'ambulanza. Comincia un allucinante tragitto verso l'ospedale, fra il traffico che si aggruma intorno allo stadio e lui che ripete "non morire, non morire". E all'ospedale la ragazza viene stesa a terra e John che vuole far capire a un medico che lo guarda stupito di cosa sta succedendo allo stadio, cade in ginocchio piangendo. "Sono ritornato all'Heysel, ho ritrovato Richard, aveva perso tutto, la sua macchina fotografica, i documenti, era scalzo. Ci siamo abbracciati, abbiamo ripreso a vagare tra i feriti, i cadaveri, abbiamo riconosciuto tra i morti un amico italiano con il quale avevamo serenamente trascorso le ore prima della partita, aveva una sciarpa con i colori del Liverpool al collo. Abbiamo visto un padre che baciava e accarezzava la fronte della figlia morta". Gli uomini della televisione gelosi del loro ospite prezioso mettono fretta. E John ripete: "Vicino a quel muro si aggrappavano alle mie gambe, alle gambe di Richard e non veniva nessuno a soccorrere, la polizia prendeva a manganellate quelli che cercavano di avvicinarsi. Eravamo soli". Una cronaca mesta, senza retorica. Domanda più a se stesso che a noi: "Saranno vivi i ragazzi che abbiamo sottratto al crollo di quel muro ?". E' la domanda che ha tante volte rivolto alla moglie al ritorno a Liverpool, che ha rivolto al padre, che rivolge a tutti coloro che gli chiedono di raccontare la notte di Bruxelles. John è stanco, confuso. Stretto nel drappello degli accompagnatori passa tra la folla dell'aeroporto, s'avvia alla vettura che lo condurrà a Pisa. Poi andrà a Torino e dopo Torino lo attende una vacanza a Rimini. L'angelo disoccupato di Liverpool soggiornerà in una camera del Grand Hotel, farà i bagni, sarà festeggiato e onorato. Aspetterà la prima notte senza sogni o con un sogno che finalmente non lo ricollochi nella curva della morte. John Welsh, ventisette anni, per la prima volta al seguito del Liverpool il 29 maggio, ha un desiderio: incontrare il Papa al termine della sua visita in Italia. La moglie e i figli lo raggiungeranno lunedì a Torino. "Ai familiari delle vittime, se li vedessi, non saprei che cosa dire, resterei muto col desiderio che comprendessero che mi scuso. Scusatemi, scusateci. Vi chiediamo perdono".

15 giugno 1985

Fonte: Stampa Sera

"Dopo tanto dolore finalmente una luce"

PONSACCO - "L'avevo sentita urlare sotto un mucchio di corpi. Aveva il naso e gli occhi sporchi di terra. L' ho tirata fuori da lì e le ho fatto la respirazione bocca a bocca. Quando sono stato sicuro che fosse ancora viva ho trascinato Carla verso un' autoambulanza: sono andato con lei all' ospedale". E' arrivato ieri mattina all' aeroporto di Fiumicino: 27 anni, i capelli tagliati cortissimi, una maglietta celeste ed un paio di jeans. John Welsh, il tifoso del Liverpool che il 29 maggio all' Heysel Stadium, ha salvato la vita a otto italiani rimasti feriti negli incidenti si è incontrato ieri sera a Ponsacco con Laura Gonnelli, sopravvissuta miracolosamente a quella lunga e terribile notte. Si sono abbracciati davanti alle telecamere della televisione. Lui le ha dato una rosa, un bacio su una guancia, ed una carezza. Si sono seduti su un divano e John ha cominciato a ricordare quei momenti. La calca, la paura delle persone. "Ho visto mucchi di gente morta. Dicevo a tutti di andare indietro; ma parlavo inglese, nessuno mi capiva. Ho aiutato otto persone: le ho tirate fuori da lì una dopo l' altra. Poi non ce l' ho fatta più. Ho accompagnato Carla all' ospedale. Volevo tornare dai miei amici, ma la ragazza si agitava, muoveva le braccia, le gambe. Ed allora sono salito anch' io sull' autoambulanza: l' ho accompagnata fino all' ospedale. Erano tutti sdraiati in terra, un inferno. Ho aiutato un dottore a mettere la flebo a Carla: la tenevo per le gambe e per le braccia. Prima di andare via ho preso la sciarpa della Juve che avevo al collo e l' ho gettata sul letto. Con quella le hanno legato i piedi". Carla Gonnelli invece non può ricordare. Che il padre fosse morto glielo avevano detto soltanto due giorni dopo quando si risvegliò dal coma all' ospedale Uvb di Jette. "Non so nulla. Ricordo solo la fuga, gli incidenti con gli inglesi. Mio padre non l' ho visto più, non ho visto più nessuno di quelli che conoscevo". Ha sorriso per la prima volta dopo tanti giorni. "Finalmente è un giorno felice per me. Grazie, ti debbo la vita". John Welsh abita a Liverpool, al numero (omissis) di Wellington Road, quartiere di Dingle. Ha un piccolo pub, il "Prince of Wales" che però sta per chiudere. La birra non si vende, il padre lo ha messo in liquidazione. Sposato, con due figli, tra pochi giorni si troverà senza un lavoro. A Bruxelles era andato insieme allo zio Richard, 25 anni: anche lui si è prodigato per aiutare le centinaia di feriti del settore Z. "Vorrei incontrare - ha proseguito John - alcune di quelle persone che ho visto lì due settimane fa. Sono cattolico, mi piacerebbe anche vedere il papa". Parla senza troppa voglia, portandosi continuamente il palmo della mano sulla fronte. "Non sto bene, sono quindici giorni che non dormo, prendo tranquillanti, ma non servono a nulla. Quando mi vedo in mezzo alla folla mi vengono i brividi, non posso più stare in mezzo alla gente. Quando sono tornato a Liverpool sono stato preso da una crisi di nervi. Mia moglie ha dovuto chiamare un dottore perché si era messa paura". Lo zio di John, Richard verrà in Italia lunedì, portando con se anche la moglie ed i figli del nipote. Si uniranno alla delegazione del comune di Liverpool, composta da autorità civili, militari, religiose, sociali e sportive, che andrà a far visita a Torino. Da giovedì tutta la famiglia Welsh si concederà una settimana di vacanza sulle spiagge di Rimini.

15 giugno 1985

Fonte: La Repubblica

Migliora la ragazza che ha perso il padre

PISA - Carla Gonnelli, la ragazza di 18 anni di Ponsacco, rimasta gravemente ferita negli incidenti dello stadio va leggermente migliorando. Ricoverata nell'ospedale di "Azvub" della capitale belga, la giovane che era in coma per lo schiacciamento della cassa toracica, è stata messa in un polmone d'acciaio e questo sembra l'abbia salvata. Con un aereo messo a disposizione dei familiari delle vittime dal nostro governo, l'hanno raggiunta la mamma Rosalina e il fidanzato Stefano. Carla non sapeva ancora che suo padre Giancarlo era morto. 

1 giugno 1985

Fonte: La Stampa

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