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Interviste ad Andrea Lorentini
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Figlio di Roberto Lorentini *

* Vittima allo Stadio Heysel il 29.05.1985

(Presidente Ass. Familiari delle Vittime dal 2015)

Lorentini a BN: "Mio padre eroe dell'Heysel

La Juve poteva fare di più, lui esempio per i giovani"

di Francesco Guerrieri

Roberto Lorentini si era messo in salvo. Era un medico, juventino il giusto: "Non era un tifoso accanito, gli piaceva farsi qualche trasferta insieme ai cugini per vedere le città. Era stato anche a Basilea per la finale di Coppa delle Coppe". Quel maledetto 29 maggio 1985 era a Bruxelles, stadio Heysel. Era riuscito a sfuggire alla tragedia. Poi si voltò, Andrea Casula, 11 anni, aveva bisogno d'aiuto. Roberto gli corse incontro, e finirono tutti e due sepolti dalla bolgia: "Come medico si è sentito di dare una mano, servendo gli altri fino all'ultimo". Il figlio Andrea aveva 3 anni, e di quel giorno non ricorda nulla. Oggi, 35 anni dopo, ha raccontato a Ilbianconero.com quella tragedia vista dagli occhi di un adulto che si batterà sempre per ricordare la memoria del padre.

Quanto le fa male ricordare ogni anno questa tragedia ?

"E' una ferita che non si rimarginerà mai. Ogni anno, quando si arriva a questa ricorrenza, è sempre un momento di sofferenza particolare. Io e gli altri familiari delle vittime dell'Heysel cerchiamo di dare un senso in una situazione nella quale è difficile trovarlo. Non accetterò mai di aver perso una persona cara per una partita di calcio: sarebbe dovuto essere un momento ludico, è diventata una strage. Cerchiamo di tenere viva la loro memoria attraverso alcune iniziative".

Lei è presidente dell'associazione vittime Heysel…

È stata fondata da mio nonno pochi mesi dopo la tragedia, con l'obiettivo di riunire i familiari delle vittime italiane per avere giustizia e affrontare il processo tutti insieme. È un'associazione nata per fare squadra. La Uefa viene condannata come responsabile di quanto accaduto, e da quel momento in poi sarebbe diventata responsabile degli eventi che avrebbe organizzato. Prima non lo era mai stata. Dopo il processo l'associazione si sciolse, mio nonno venne a mancare nel 2014 ma io decisi di ricostituirla per portare avanti la sua lotta contro la violenza fisica nello sport. Lui si è sempre battuto in questo, e io sono cresciuto con il suo esempio. Nel 2016 abbiamo portato avanti un progetto chiamato "Un pallone per la memoria" coinvolgendo le scuole superiori di Arezzo (dove ha base l'associazione, ndr), Bruxelles e Torino. Sono stati organizzati tornei di basket, calcio, pallavolo e seminari e incontri con i ragazzi".

L'orgoglio per il gesto di suo padre supera il dolore per la sua perdita ?

"Io sono sempre stato orgoglioso di lui, è un esempio positivo per tutti. Quando con la nostra associazione andiamo nelle scuole racconto la sua storia spiegando che in un momento in cui è venuto a mancare il rispetto per l'altro, il gesto di mio padre serve per capire i veri valori della vita. L'orgoglio per quello che ha fatto prevale sul dolore".

Ha mai incontrato la famiglia di quel bambino ?

"Secondo le ricostruzioni, Andrea Casula è stata la vittima più giovane della tragedia. Ho contatti continui con la sorella Emanuela, che è la vicepresidente dell'associazione".

È riuscito negli anni a capire bene cos'è successo ?

"Ci sono state delle testimonianze, ma io per filo e per segno non so ancora cosa sia accaduto dettagliatamente. Mio padre però è stato insignito della medaglia d'argento al valor civile: per avere delle onorificenze di questo tipo servono delle prove, quindi ci sono stati testimoni oculari che hanno raccontato i fatti".

Cinque anni fa disse che la Juve aveva fatto poco per ricordare suo padre e le altre vittime, oggi la situazione è cambiata ?

"Fino all'avvento di Andrea Agnelli la società ha sempre tenuto nel dimenticatoio questa vicenda, forse perché c'era una coppa da preservare e la Juve ha sempre voluto riconoscersi quel trofeo. Il club avrebbe potuto fare di più, ci aspettavamo un'attenzione maggiore. Dall'arrivo di Agnelli c'è stata più sensibilità: a breve dovrebbe essere costruito un monumento alla Continassa in ricordo delle vittime; era in programma in primavera, ma con questa pandemia potrebbe volerci più tempo".

Ha visto la foto dei tifosi del Torino che a Superga hanno reso omaggio alle vittime dell'Heysel ?

"Sì, ma secondo me la morte non ha colori. Non è una morte juventina, perché hanno perso la vita anche tre simpatizzanti interisti e sette cittadini europei. È una tragedia umana, non calcistica. Ancora oggi si strumentalizza questa vicenda, pensando che quelle 39 persone sono lo scalpo da mostrare contro il "nemico" juventino. Forse chi fa così non sa che, mio nonno, fondatore dell'associazione in ricordo delle vittime, era tifoso della Fiorentina. Il calcio deve rimanere nello sfottò, non bisogna andare oltre".

Lei è mai entrato in uno stadio ?

"Per forza, devo farlo per lavoro. Sono un giornalista, seguo l'Arezzo in Lega Pro. È la squadra della mia città e quella per la quale faccio il tifo, anche se fin da ragazzo sono simpatizzante dell'Inter grazie a Lothar Matthaus".

29 maggio 2020

Fonte: Ilbianconero.com

La violenza nel calcio non è stata debellata

di Giuliano Giulianini

Andrea Lorentini, presidente dell'Associazione Familiari Vittime dell'Heysel, racconta i progetti di educazione sportiva per le scuole e l'idea di una giornata nazionale contro la violenza nello sport.

Secondo i dati del Ministero dell'Interno durante la stagione calcistica 2018/2019 gli episodi di violenza o inciviltà legati alle partite di calcio professionistico sono stati 120, in aumento rispetto all'anno precedente. Il bilancio dei feriti è stato di 46 persone tra i civili, 58 tra le forze dell'ordine, 17 tra gli addetti alla sicurezza negli stadi. In tutto ci sono stati 72 arresti e 1023 persone denunciate. La violenza nello sport è un fenomeno tanto attuale quanto paradossale, visto che riguarda un aspetto della vita civile, lo sport appunto, che dovrebbe rappresentare i valori dell'impegno, della collaborazione e del rispetto per tutti. Il 25 aprile, al Villaggio per la Terra di Villa Borghese a Roma, campioni, esperti, giornalisti e rappresentanti delle istituzioni sportive, si confronteranno con il pubblico in un talk dal titolo "Peace - Metti in campo lo sport !". Tra gli ospiti Andrea Lorentini, giornalista di Tele Etruria e presidente dell'Associazione Familiari Vittime dell'Heysel. Lorentini è figlio di una delle 39 vittime della strage di tifosi, in gran parte italiani, avvenuta prima della finale di Coppa dei Campioni del 1985. Oggi è attivo nell'educazione dei ragazzi al rispetto reciproco, contro gli eccessi dell'odio tra tifoserie. L'intervista è stata trasmessa nel programma "Ecosistema", rubrica radiofonica di EarthDay.it, in onda ogni martedì su Radio Vaticana Italia.

Andrea, dagli anni ottanta è cambiato il mondo del calcio rispetto alla violenza ? Purtroppo, dalle cronache sembrerebbe di no, con episodi di violenza più o meno gravi. In effetti sembrano episodi meno frequenti che in passato, e soprattutto meno organizzati, ma è realmente così ?

"La violenza nel calcio non è stata debellata. Un episodio come quello dell'Heysel non si è più verificato, però, anche in Italia, negli anni abbiamo avuto comunque delle vittime della violenza legata al mondo del calcio. Ricordiamo Paparelli, ricordiamo Spagnolo, solo per citarne alcuni. È un problema di cultura, oltre che di sicurezza degli stadi, perché l'avversario viene visto come un nemico, quindi spesso le tifoserie tendono a vivere il momento della partita come una guerra alle squadre rivali. Non ci si limita al tifo o magari allo sfottò ironico, che può essere anche divertente, ma si va oltre: spesso si cerca lo scontro fisico, come a voler delimitare un territorio. Purtroppo è un problema di cultura al quale ancora non si è trovato un rimedio. Come associazione, nel nostro piccolo, cerchiamo di promuovere progetti di educazione civico-sportiva per cercare di incidere sulle giovani generazioni".

Tu lavori in un contesto provinciale, ad Arezzo, in Toscana, una storicamente regione "calda" da questo punto di vista. Percepisci una differenza fra il tifo intorno al calcio professionistico, di altissimo livello, e quello dilettantistico o giovanile ? C'è una diversa maturità, o comunque un diverso controllo, un diverso grado di violenza fra questi due mondi ?

"A livello professionistico può fare più notizia. In Toscana ci sono molte sfide di campanile, se così le vogliamo definire, tra le squadre dei vari capoluoghi della regione, soprattutto in categorie come la Serie B e C, e anche a livello giovanile. Io faccio il giornalista sportivo e devo dire che anche nella provincia di Arezzo abbiamo avuto alcuni episodi di violenza, non solo nelle categorie dilettantistiche ma anche nelle giovanili: aggressioni agli arbitri piuttosto che episodi di violenza verbale, magari in tribuna tra i genitori. Credo che la violenza nel calcio esista a tutti i livelli proprio perché non si riesce a vedere l'altro semplicemente come un avversario. Ciò che spaventa maggiormente, sul quale bisogna lavorare, è che accadono spesso episodi nei campionati giovanili, dove i ragazzi dovrebbero invece vivere quei momenti soltanto come una crescita personale".

L'Associazione Familiari delle Vittime dell'Heysel incontra i bambini delle scuole, proprio perché i problemi culturali vanno risolti principalmente a scuola. Come approcciate i bambini e i ragazzi ? Che risposte ne ricevete ?

"Sviluppiamo progetti legati principalmente all'educazione civico-sportiva. Per esempio in questi anni abbiamo promosso il progetto "Un pallone per la memoria" e coinvolto varie scuole con iniziative pratiche e ludiche, con i ragazzi che si confrontano in tornei di calcio, pallavolo, basket, anche di realtà differenti. In un nostro progetto, ad esempio, abbiamo coinvolto un liceo di Bruxelles con due licei italiani, anche per mettere in correlazione ragazzi di lingue e culture in parte differenti. Allo stesso tempo sviluppiamo attività anche attraverso la nostra testimonianza. All'Heysel ho perso mio padre, che è stato insignito della medaglia d'argento al valore civile. Spesso indipendentemente dal fatto che sia mio padre, porto lui come esempio, perché in un momento così drammatico, in cui tra le persone era prevalso l'odio e non c'è stato rispetto per la vita umana, in un momento così buio, il suo è stato un esempio di altruismo. Era un medico. Si era già salvato dalle prime cariche dei tifosi inglesi. È tornato indietro ed è stato travolto da una nuova carica mentre prestava soccorso a dei tifosi. In particolare ad un bambino che era rimasto ferito sugli spalti. Cerco sempre di far capire ai ragazzi che lo sport, il calcio, non è quello che è accaduto all'Heysel, che anche in quei momenti ci possono essere esempi per far capire loro dove stanno il bene e il male. Io stesso ho praticato lo sport e il calcio, nonostante il calcio mi abbia privato di un genitore: uno dei drammi peggiori che può provare una persona nella propria esistenza. Ho vissuto lo sport come momento di crescita, di socializzazione e di sviluppo di relazioni che poi mi sono portato avanti nel tempo. Ci sono ragazzi che a tutt'oggi sono miei amici. Attraverso la mia esperienza, e quella di altri associati, cerchiamo di far capire ai ragazzi che lo sport è qualcosa di positivo mettendoli insieme, facendogli condividere delle giornate proprio per sviluppare questo rispetto. Ci possono essere agonismo e competizione, ma ci deve essere sempre rispetto".

Come reagiscono i bambini ?

"Devo dire che c'è grande interesse e che le risposte sono sempre positive. Di solito, siccome l'argomento Heysel è abbastanza delicato, cerchiamo di prepararli, facendo magari delle riunioni preliminari con gli insegnanti, soprattutto se ci troviamo a parlare con ragazzi più piccoli, delle scuole elementari. Anche se di solito privilegiamo scuole medie e scuole superiori, perché comunque è un argomento abbastanza delicato. Vediamo che i ragazzi sono attenti, ed è soprattutto la nostra testimonianza a fare molta breccia. Chiaramente sono delle piccole gocce in un grande mare. Però, laddove siamo riusciti a sviluppare la nostra testimonianza anche con progetti concreti, poi abbiamo avuto una risposta positiva, confermata successivamente dagli insegnanti".

Secondo te c'è modo di recuperare situazioni già compromesse ? Per esempio i ragazzi che fanno sport, e calcio in particolare, a livello agonistico ? Dove le pressioni dell'ambiente, della squadra, della società e anche dei genitori sono ancora maggiori perché c'è la prospettiva di una carriera e di un guadagno ? Si può ancora intervenire per far capire che l'avversario è un competitor e non un nemico ?

"Credo che sia più complicato. Noi per questo abbiamo scelto un target diverso, cercando proprio di intervenire alla radice, quando ancora il ragazzo può essere "modellato", detto in senso buono ovviamente, rispetto a dei valori positivi. Quando poi lo sport diventa business, e spesso ci sono di mezzo il denaro e l'ambizione, allora farlo coincidere con l'etica è più complicato. Anche i genitori sono un tasto per certi versi dolente: spesso sono loro che mettono pressione al ragazzo, lo influenzano. Magari ribaltano nel ragazzo quella che è la loro ambizione. Quindi se lo ha messo in panchina l'allenatore diventa incapace, o una persona che non lo sa valorizzare. Parlando spesso con gli istruttori ci rendiamo conto che per loro non è facile gestire le regole in uno spogliatoio, in una convivenza, quando il ragazzo è influenzato dal genitore a casa, o anche durante la partita. Questo è un vulnus che difficilmente si può colmare. Ecco perché secondo me è necessario intervenire a monte".

Invece per intervenire a valle, con le istituzioni, state proponendo una giornata di sensibilizzazione nazionale su questo tema.

"Abbiamo avviato dei contatti con l'attuale Governo. L'idea ambiziosa è di istituzionalizzare una giornata nazionale contro la violenza nello sport, che ogni anno sia un momento di riflessione, ma legato anche a progetti concreti. Vedremo quello che poi riusciremo a concretizzare. "Un pallone per la memoria" è un progetto che abbiamo sviluppato con varie scuole in questi anni. Lo abbiamo proposto anche all'attenzione del Governo, in particolare del sottosegretario Giorgetti che in questo momento ha la delega allo sport, come spunto sul quale lavorare per creare ogni anno un momento che sia di riflessione ma anche un momento concreto in cui i ragazzi si possano confrontare a livello sportivo, seguendo determinati valori. Vedremo quale sarà l'evoluzione".

9 aprile 2019

Fonte: Eearthday.it 

Lorentini: "Ok la piazza per l’Heysel,

ma la Juve può ricordare di più i 39 morti"

di Valerio Barretta

Se un pallone è rosso, si può comunque giocare a calcio. Se è rosso sangue, meglio di no. Il pallone della finale di Coppa dei Campioni del 29 maggio 1985 tra Juventus e Liverpool di sangue ne era intriso. Poco prima della partita i tifosi inglesi caricarono il settore Z dello stadio Heysel di Bruxelles. Quella fetta di cemento era destinata ai bianconeri. Questi ultimi, impauriti, si accalcarono verso un muricciolo che crollò sotto il loro peso. I morti furono 39, 32 italiani. Oggi 29 maggio, a 33 anni di distanza, il Comune di Torino li ha voluti ricordare intitolando loro una piazzetta compresa tra lungo Dora Agrigento e strada del Fortino. La cerimonia si è tenuta presso la biblioteca civica "Italo Calvino". Oltre ai familiari delle vittime e ai superstiti della tragedia, erano presenti anche la sindaca Chiara Appendino e il presidente del Consiglio comunale Fabio Versaci. C’era anche il presidente della Associazione familiari vittime Heysel, Andrea Lorentini. Andrea è figlio di Roberto, un medico aretino che morì nello stadio belga. Roberto era sopravvissuto alla prima carica dei tifosi del Liverpool, ma tornò indietro per soccorrere un ragazzo calpestato dalla folla. Il secondo assalto degli hooligans gli fu fatale.

Andrea, l’intitolazione di una piazza torinese alle vittime dell’Heysel arriva 33 anni dopo la strage: secondo lei perché c’è voluto così tanto tempo ?

Perché si è sempre cercato di dimenticare l’Heysel. Questa è una vicenda strumentalizzata ancora oggi e su cui non si è mai fatto memoria nella maniera giusta. Mi fa comunque piacere che il Comune sia arrivato a questo passo. Questa piazza rappresenterà un momento di riflessione per tutti coloro che vi passeranno.

Che opinione ha dell’atteggiamento della società Juventus a riguardo ?

Prima della presidenza di Andrea Agnelli il ricordo dell’Heysel è stato zero. Da quando è arrivato (nel 2010, ndr), sono state celebrate due messe: un po’ poco. Dopo 33 anni non c’è una memoria condivisa tra la Juventus e i familiari delle vittime. Se la Juventus vorrà impegnarsi a commemorarle, che lo faccia in maniera sentita e spontanea. Infatti non chiediamo niente alla società: lavoriamo per conto nostro affinché quel dramma non venga dimenticato.

Il ricordo dell’Heysel è uno degli obiettivi della vostra associazione.

Sì, noi familiari cerchiamo di tenerlo vivo. A fatica, perché - lo ripeto - si è sempre voluto mettere una pietra sopra alla tragedia. La nostra associazione parte dalla memoria della strage per poi sviluppare una serie di progetti di cultura civica e sportiva lavorando con le scuole e cercando di promuovere un modo sano di vivere lo sport, che è condivisione e non odio.

Già, l’odio. I 39 morti sono stati più volte oggetto di cori e striscioni infamanti da parte delle tifoserie anti-juventine. Secondo lei il dolore dell’Heysel è partigiano ?

Purtroppo viene percepito come tale, ma non dovrebbe esserlo. Non si tratta di una tragedia juventina, bensì italiana ed europea. È una tragedia di tutti: questo è il messaggio che la nostra associazione cerca di veicolare. Poi, è inconfutabile che i tifosi della Juventus facciano molto per ricordare le vittime: ma lo fanno anche in risposta a certe curve che si lasciano andare a comportamenti vergognosi.

Quando sente i cori offensivi, è più arrabbiato o frustrato perché non può evitarli ?

Direi entrambe le cose sullo stesso piano. Da un lato c’è l’amarezza nel rendersi conto che l’Italia è a un livello imbarazzante di cultura sportiva. Dall’altro, ho la conferma che l’attività della nostra associazione sia importante: siamo una piccola goccia in un mare, e la battaglia per promuovere una visione più sana dello sport non dipende certo da noi. Ma far riflettere negli incontri un centinaio di ragazzi può essere importante. Su di loro si può intervenire, sugli adulti assolutamente no.

Che punizione darebbe a chi oltraggia la memoria della tragedia ?

Non mi viene in mente nessuna sanzione specifica. Quello che serve è la certezza della pena, e che siano condanne severe. Servirebbe anche da parte delle società una presa di distanza importante dalle tifoserie, cosa che però non avviene mai, perché le dirigenze preferiscono mantenere dei rapporti buoni con le curve.

Non ha mai conosciuto suo padre. Come vorrebbe che fosse ricordato ?

Come un esempio, perché è morto aiutando gli altri. Un esempio dal quale ripartire, da prendere come punto di riferimento. E sono certamente orgoglioso di quello che mio padre ha fatto.

29 maggio 2018

Fonte: Futura.news.it

Heysel, 30 anni dopo: applausi, cartelli e commozione

a Torino Lorentini e Caremani ospiti di Rai Sport

di Mattia Cialini

Un +39 gigantesco per zittire la stupidità di chi, in passato, ha inneggiato alla tragedia. E’ il 39esimo minuto di Juventus-Napoli quando fioriscono in curva Scirea migliaia di cartelli con i nomi delle vittime. Perché 39 non resti solo un numero, quello dei morti (32 italiani e 7 stranieri) della folle notte dell’Heysel: sono passati 30 anni e l’oblio sarebbe il torto più grande. Dietro quel numero ci sono 39 volti, 39 storie, 39 tragedie familiari. Lo Juventus Stadium, ieri in occasione dell’ultima partita casalinga stagionale dei bianconeri in Serie A, ha voluto ricordare tutti i nomi delle vittime di quella drammatica finale di Coppa dei Campioni perché, come scritto in uno striscione: "Nessuno muore veramente se vive nel cuore di chi resta". Tra i nomi innalzati al cielo di Torino anche quello dei due aretini Giuseppina Conti, morta a 16 anni, e Roberto Lorentini, eroico medico 31enne e padre di Andrea, che è l’attuale presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime: "Ero stato sommariamente informato della coreografia - dice Andrea Lorentini - ho ringraziato a nome dell’associazione la curva Sud dello Juventus Stadium per la bella iniziativa. E’ stato un momento molto toccante e significativo, perché 39 non resti un numero senza significato".

L’associazione, fondata da Otello Lorentini, padre di Roberto e nonno di Andrea, è stata da poco riattivata. Un’associazione che negli anni si è battuta strenuamente per tirar fuori la tragedia dal dimenticatoio.

"E’ così. Mio nonno ha ottenuto importanti successi, anche legali. La responsabilità attribuita (anche) all’Uefa per quel che accadde il 29 maggio 1985 è una vittoria della sua caparbietà. Ha fatto giurisprudenza".

Con la società juventina c’è stato un riavvicinamento ?

"Sì, negli ultimi 5 anni qualcosa si è mosso per merito dell’attuale presidente Andrea Agnelli. In passato la Juventus si era chiusa nel silenzio, volendo considerare la Coppa dei Campioni dell’85 solo come un successo sportivo".

Dopo 30 anni è arrivato il momento di una memoria condivisa ?

"L’atteggiamento della società è cambiato: dalla chiusura totale alla collaborazione nelle iniziative a ricordo degli eventi. Purtroppo l’Heysel crea ancora imbarazzi alla Juve, che vorrebbe edulcorare gli avvenimenti. Avremmo voluto mettere in piedi uno spettacolo teatrale sulla vicenda, per ricostruire davvero quel che accadde: dalla disorganizzazione che portò migliaia di hooligan inferociti alla carica, alle condizioni fatiscenti dello stadio. Non è stato possibile farlo assieme alla società".

Tra quattro giorni ricorrerà il 30esimo anniversario della strage, cosa farete come associazione ?

"Dalle 16 alle 18 saremo a Torino, al consiglio regionale del Piemonte, per un momento di riflessione. Sarà letta anche una lettera di Domenico Laudadio, custode della memoria dell’Heysel. Alle 19,30 ci sarà una cerimonia religiosa nella chiesa Grande Madre di Dio, una messa a cui parteciperanno anche rappresentati della Juventus. Infine alle 22,30 sarò ospite di Rai Sport per una trasmissione speciale sull’Heysel. Con me ci sarà anche Francesco Caremani, giornalista che ha scritto il libro "Heysel, la verità di una strage annunciata".

24 maggio 2015

Fonte: Arezzonotizie.it

29 anni fa la strage

"Chi offende l'Heysel non sa che cosa è stato"

di Francesco Caremani

Andrea Lorentini è figlio di Roberto, una delle 39 vittime dell'Heysel, 29 maggio di 29 anni fa, medaglia d'argento al valor civile perché morto tentando di salvare una persona. Otello, il nonno scomparso lo scorso 11 maggio, ha fondato e presieduto l'Associazione tra le famiglie delle vittime di Bruxelles sconfiggendo la UEFA in un processo storico, e dimenticato, ottenendo così giustizia per il suo unico figlio e per gli altri familiari. Più facile che avere memoria e rispetto per una strage che in Italia si è voluta scordare.

Cosa provi ogni volta che senti un coro sull’Heysel ?

"Dolore, rabbia e impotenza perché non posso fare nulla per zittirli. Penso anche agli altri familiari, a Giuseppina Conti che aveva 17 anni".

Tuo nonno tifava fiorentina, tu Inter, in Belgio tra gli italiani sono morti sicuramente tre interisti andati a vedere la partita con gli amici juventini, dov'è l'errore ?

"Chi ha trent'anni non sa cos'è successo all'Heysel, non sa che sono morti degli innocenti, che in quella curva Z c’erano le famiglie, tifosi del calcio andati a vedere la finale del secolo. I cori e gli striscioni di oggi sono il frutto dell'ignoranza e dell'idea che non ci sono avversari, ma solo nemici. Offese ai morti sono ormai all'ordine del giorno negli stadi italiani, in una gara al peggio del trogloditismo pallonaro, cosa si può e si dovrebbe fare ? Non esistono morti di serie A e serie B, il mio giudizio è netto nei confronti di chi offende l'Heysel come Superga, Paparelli come Facchetti. Si dovrebbero applicare punizioni esemplari: individuati i responsabili (non è difficile, ndr) un anno lontano dallo stadio, se recidivi fuori a vita. Ma in tutti questi anni, sull'Heysel in particolare, la Procura federale non mi è sembrata così pronta e attenta".

Colpa anche di chi in Italia ha cercato di dimenticare la strage dell'Heysel ?

"L'Heysel tutt’ora è un argomento tabù per il calcio italiano e i suoi dirigenti. Riguardando la fatica che ha fatto mio nonno non mi sorprende che gli organi di giustizia sportiva si siano accodati al sentire comune di chi voleva cancellare e mettere sotto traccia quella tragedia".

Otello ha sconfitto la Uefa ottenendo giustizia con una storica condanna, ne erediterà il testimone della memoria ?

"Mio nonno ha fatto un percorso che si è concluso nel 2005 con l'amichevole tra le primavere di Juventus e Liverpool ad Arezzo, percorso nel quale la vittoria processuale ha rappresentato l'apice. Più passa il tempo e meno occasioni ci saranno per ricordare ciò che è accaduto, ma la memoria va allenata e se ci sarà bisogno d'intervenire lo farò, perché non ne posso più di sentire offendere i morti, di sentire offendere mio padre morto all'Heysel".

Perché è importante ricordare, nei modi giusti e appropriati, tragedie come quella di Bruxelles ?

"Perché è stato troppo facile uccidere, vedere l'essere umano che si trasforma in assassino, perché basta poco per scatenare la follia e distruggere altre vite. C'è la necessità di trasmettere i valori della cultura sportiva alle nuove generazioni, anche perché dall'Heysel proprio l'Italia sembra avere imparato poco o niente".

Suo padre è morto mentre tentava di salvare un altro e per questo è medaglia d'argento al valor civile, è così che ti piace ricordarlo ?

"Nella sua morte c'è la sintesi di quello che era mio padre, un medico e un altruista. Lui era salvo e si è gettato di nuovo nella mischia per soccorrere un ragazzo: è morto com'è vissuto. Sì, è così che mi piace ricordarlo".

30 maggio 2014

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Lorentini: "Io, orfano dopo l’Heysel ferito dai cori della vergogna"

di Giuseppe Calabrese

Il padre morì nell'85, adesso Andrea Lorentini denuncia: "Siamo stanchi delle offese urlate negli stadi. I Della Valle dovrebbero aiutarci a dire basta".

"Mio padre aveva la mia età quando è morto". Andrea Lorentini ha trentadue anni e fa il giornalista sportivo. Vive ad Arezzo. Suo padre Roberto è una delle vittime dell'Heysel. Era il 29 maggio 1985, e un'ora prima della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool il muro del settore Z dello stadio di Bruxelles crollò, trascinandosi via la vita di trentanove persone. Una ferita che non si è mai cicatrizzata, una delle pagine più nere del calcio. Una follia. Come quei cori che ogni tanto rimbalzano dentro gli stadi quando gioca la Juventus. "La gente non si rende conto di cosa abbiamo passato, e di cosa significa per noi sentire quei cori. È una vergogna".

Andrea, perché dopo trent'anni di silenzio ha deciso di parlare proprio adesso ?

"Perché sono stanco e non capisco perché si continui ad accanirsi sul ricordo di chi non c'è più. Trovo quei cori incivili e irrispettosi. Offendono la memoria delle vittime e il dolore delle famiglie. Vorrei che per una volta, una sola, chi inneggia all'Heysel provasse a mettersi nei nostri panni, che pensasse a quale sarebbe il suo stato d'animo se avesse perso un genitore, un figlio o un parente in quel disastro. Io capisco la rivalità tra Fiorentina e Juventus, e capisco anche gli sfottò, ma questo con quei trentanove morti non c'entra niente. E allora, per favore, smettetela. Lasciateci in pace. E lasciate in pace chi non c'è più".

Si è mai chiesto perché le società di calcio o la Figc non facciano niente per interrompere questa vergogna ?

"Sì, me lo sono chiesto spesso, e non ho mai trovato una risposta. Ma sa cos'è che mi fa ancora più rabbia ? Che questa gente continui e frequentare gli stadi. Si chiudono le curve per discriminazione territoriale, però chi canta quelle oscenità rimane impunito. È assurdo. Io non lo capisco. Non è un atteggiamento da paese civile".

Forse anche la Fiorentina potrebbe fare qualcosa, non crede ?

"Guardi, ci tengo a chiarire una cosa: io non ce l'ho assolutamente con i tifosi della Fiorentina. Ce l'ho con chi continua a fare quel coro e ogni volta offende la mia famiglia, mio padre e le famiglie di tutti gli altri morti. E mi piacerebbe che i Della Valle, che portano avanti la loro battaglia sul fair play, prendessero posizione per isolare certa gente. Con la tecnologia di oggi non è difficile individuarli e lasciarli fuori dagli stadi. Quelli non sono tifosi. Anzi, sa che le dico ? Scriverò personalmente alla Fiorentina e ai Della Valle per chiedere che la società intervenga. Subito. Penso che sia arrivato il momento di dire basta, basta, basta".

Lei aveva tre anni quando suo padre è morto, cosa ricorda di quella sera ?

"Niente, ero troppo piccolo. In quel momento non mi sono accorto di nulla".

E come le spiegarono che suo padre non tornava a casa ?

"Non ricordo nemmeno questo. Mio padre faceva il medico e immagino che mi dissero che sarebbe stato fuori per un po' e che non sarebbe tornato tanto presto. Insomma, quelle cose che si dicono ai bambini. Ho saputo molti anni dopo cosa era successo, quando sono cresciuto e mi sono documentato. Ho rivissuto l'orrore di quella sera centinaia di volte".

Sa come è andata ?

"Sì. Come ho già detto mio padre era medico, ed era anche piuttosto grosso quindi era riuscito ad uscire dallo stadio e a mettersi in salvo. Ma appena arrivato fuori ha visto un ragazzo a terra, ferito, ed è rientrato dentro lo stadio per soccorrerlo. Però mentre gli stava facendo la respirazione bocca a bocca è stato travolto da una seconda ondata di persone. E non si è più rialzato".

Cosa le rimane di suo padre ?

"Pochi ricordi e una medaglia d'argento al valore civile per quel gesto di altruismo che gli è costato la vita. Una cosa di cui vado molto orgoglioso".

Cosa ha pensato la prima volta che ha visto le immagini di quel dramma in tv ?

"È stato un pugno nello stomaco. Sapere che in quella calca c'era anche mio padre è stato uno choc. E oggi, quando mi capita di rivedere le immagini in televisione, cambio canale".

Suo nonno Otello è stato presidente dell'associazione dei familiari delle vittime, come è andato a finire il processo ?

"Sono andato spesso con lui a Bruxelles, alle udienze del processo. Ci sono voluti tutti e tre i gradi di giudizio ma alla fine sono arrivate le condanne per l'Uefa, le autorità belghe e per alcuni tifosi del Liverpool, quelli che sono riusciti a individuare. A quei tempi non c'era un sistema di telecamere come adesso, per cui non è stato possibile identificare tutti".

Siete stati risarciti ? Che valore hanno dato alla vita di suo padre ?

"Sinceramente non me lo ricordo, ma per noi non è mai stato un problema di soldi, ma di giustizia. E la cosa veramente importante è che dal punto di vista legale quella sentenza ha fatto giurisprudenza. Adesso la Uefa è responsabile di tutti gli eventi che organizza".

Sua madre come è uscita da questa vicenda ?

"È una donna forte e coraggiosa. Quando mio padre è morto aveva ventotto anni e due figli piccoli da crescere. Io che avevo tre anni e mio fratello che ne aveva uno e mezzo. In più doveva anche finire gli studi. Frequentava medicina. Con l'aiuto dei miei nonni ha cresciuto i suoi figli e si è laureata. È una donna straordinaria".

Come fa a non odiare il calcio ?

"Quello che è successo all'Heysel non è calcio. È stato un episodio di violenza, un fatto di cronaca che con lo sport non c'entra niente. Il calcio è gioia, socializzazione, voglia di stare insieme. A me il calcio piace, però detesto il resto".

Ha ragione, il calcio dovrebbe essere un bel momento di aggregazione, invece sempre più spesso mostra il suo lato peggiore. E i provvedimenti che vengono presi non sono mai adeguati.

"È vero, penso anch'io che si dovrebbe fare di più. Mi piace il calcio etico di Prandelli, però non basta. Tutti dovrebbero impegnarsi per ridare al calcio la sua dimensione di sport e basta. Invece troppo spesso è ostaggio della stupidità di alcune persone che non me la sento nemmeno di chiamare tifosi. E io sono stanco. Stanco di vedere che il nome di mio padre, e quelli delle altre vittime, vengono continuamente infangati. Stanco che non si faccia niente per fermare questa barbarie. Stanco che non ci sia rispetto per le famiglie delle vittime, per tutte quelle madri, mogli e figli che hanno perso qualcuno. Molti di quei ragazzi che fanno quei cori nell'85 non erano nemmeno nati, ma che ne sanno loro di chi era mio padre ? Oltretutto il settore Z non era nemmeno quello degli ultrà, che erano stati sistemati da un'altra parte. Lì c'erano tutte persone normali, semplici appassionati, qualcuno non era neppure tifoso della Juventus. E io devo accettare che la loro memoria venga continuamente offesa ? E in nome di cosa ? Lo ripeto, è una vergogna. Come lo sono i cori su Superga. Ci vuole rispetto e le società in questo dovrebbero avere un ruolo chiave. Sono loro che devono educare i propri tifosi, anche prendendo provvedimenti scomodi. Non si può essere spettatori passivi di questa vergogna".

2 marzo 2014

Fonte: Firenze.repubblica.it

L’intervista ad Andrea Lorentini

Andrea Lorentini oggi ha 21 anni, studia Scienze della Comunicazione a Perugia e ha un grande sogno: diventare giornalista sportivo. Nel maggio 1985 aveva 3 anni e mezzo e non ha alcun ricordo del padre Roberto. Ma omaggia il babbo tutte le settimane andando a trovarlo al cimitero di Arezzo. Andrea è stato cresciuto unitamente dal nonno Otello, dalla nonna e dalla mamma, dottoressa ematologa presso l’ospedale di Arezzo. Il nonno Otello gli ha trasmesso l’amore per il calcio, che Andrea ha praticato dall’età di 6 anni e fino ai 19, quando l’Università non gli ha più permesso di proseguire l’eventuale carriera da calciatore. Pane e calcio. Queste le materie sulle quali si è formato Andrea, e sulle quali si è formato il fratello Stefano, di un anno più giovane, studente di Fisica. Andrea è un ragazzo decisamente più intelligente e al di sopra della media dei suoi coetanei. Ci ha rilasciato un’intervista per ricordare il padre, per fare un suo commento sul suo personale dolore e sulla vita.

Andrea, che ricordi hai di tuo padre Roberto ?

"Purtroppo nessuno. Avevo tre anni e mezzo all’epoca. Conosco tutta la sua storia. Me l’hanno sempre raccontata. E crescendo mi hanno anche spiegato di quel giorno allo stadio Heysel e di cosa è successo dopo".

Tu non hai avuto un padre, ma ti ha cresciuto un nonno fantastico…

"Sì, esattamente. E’ mio nonno, ma è come se fosse il mio babbo. E’, e sarà sempre, la mia figura maschile di riferimento. Ma la presenza di mio padre c’è sempre, ed è sempre con me".

E’ stato difficile per te vivere questa situazione in questi anni ?

"E’ stata una disgrazia immane, ma l’ho superata e l’ho vinta proprio grazie ai miei familiari. Non è, e non è mai stata, per me, una spada di Damocle".

Andrea, per quale squadra di calcio tifi ?

"Sono tifoso dell’Arezzo. Quest’anno forse riusciamo a passare in serie B. Ma, fra le grandi squadre, sono simpatizzante dell’Inter".

Essere simpatizzante dell’Inter è anche, forse, un modo per prendere le distanze della Juve ?

"Sì, forse sì. Non lo nascondo".

Hai rancore verso la Juventus per quella tragedia ?

"Ho rancore per quei giocatori, alcuni Campioni del Mondo in carica, altri grandi professionisti, che hanno gioito per la vittoria della Coppa dei Campioni (una vittoria che io personalmente, come tanti altri, non riconosco) che hanno compiuto il giro d’onore a strage appena ultimata. Questo sì. E poi ho rancore verso la dichiarazione rilasciata nel dicembre dell’85, quando la Juve vinse la Coppa Intercontinentale e affermò che: "Questa coppa serve per dimenticare la tragedia dell’Heysel. Quella tragedia non si può cancellare con un’altra Coppa".

Nemmeno con la Coppa dei Campioni del 1996 ?

"No. Quella del 1996 è, per me, la prima Coppa dei Campioni vinta dalla società bianconera. Nient’altro".

Tu scrivi una frase molto bella nella tua introduzione al libro: "Il calcio è vita". Puoi commentarla ?

"E’ una conclusione che ho fatto praticando calcio. Il calcio riassume i valori della vita: lo stare insieme, il socializzare, il rispetto dell’avversario, il divertimento. Ma la cosa più importante è sicuramente il rispetto per l’avversario. Per questo il calcio è vita".

22 dicembre 2005

Fonte: Lastampa.it
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