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HEYSEL  Le verità di una strage...  2010  Francesco Caremani
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HEYSEL  Le verità di una strage annunciata

di Francesco Caremani

"HEYSEL le verità di una strage annunciata" è l’aggiornamento doveroso e importante del libro che dopo diciotto anni di assordante silenzio ha raccontato la strage di 39 tifosi juventini del 29 maggio 1985 e, soprattutto, il lungo e dimenticato processo dell’"Associazione fra le famiglie delle vittime di Bruxelles" contro tutto e tutti. Un Heysel 2.0 che riporta in libreria e all’attenzione generale una vicenda italiana ed europea che ha segnato per sempre il calcio, quello prima e quello dopo la tragedia di Bruxelles. Forse nessuno sa che se oggi gli stadi designati per le finali di Champions League devono avere determinati requisiti di sicurezza lo devono a Otello Lorentini, l’uomo di Arezzo che ha lottato per difendere la memoria del figlio Roberto, perso sulle gradinate della Curva Z mentre cercava di salvare un connazionale, sconfiggendo l’Uefa e condannandola alla corresponsabilità degli eventi che organizza. Da qualche tempo a questa parte molte persone mi hanno chiesto del libro, mi hanno ringraziato per averlo scritto e per aver raccontato la verità su quella maledetta notte di Coppa dei Campioni. Attestati che mi hanno consegnato la certezza dell’importanza della memoria, soprattutto di fatti drammatici come la morte di 39 persone per una partita di calcio, operazione che in questo Paese è più facile irridere e stigmatizzare che apprezzare. Riproporla oggi, arricchita di interventi di grande spessore professionale, umano e giuridico, è per me qualcosa che va al di là della gratificazione professionale, qualcosa che provo solo quando guardo dritto negli occhi Otello o Andrea, figlio primogenito di Roberto, qualcosa che a parole non si può spiegare e che spero proverete leggendo questo libro.

Questo è il libro che non avrei mai voluto scrivere. Conoscevo Roberto Lorentini, era un amico di famiglia, un collega di mio padre e, ripensandoci oggi, anche molto di più. Al tempo stesso è il "mio" libro. Non solo perché conoscevo bene Roberto, non solo perché ero tifoso della Juventus, non solo perché a Bruxelles avrei dovuto esserci anch’io, non solo… Ricordo quei giorni come fosse oggi. La sera del 29 l’appuntamento era con tutti, o quasi, i compagni di classe a casa di Simone. Una specie di rito, dato che l’anno prima, sempre a casa sua, di ritorno dalla gita scolastica avevamo visto Juventus-Porto, finale di Coppa delle Coppe. Era andata bene, la Juve aveva vinto, perché non replicare, nonostante Simone fosse tifoso della Roma e un po’ gli piaceva gufare. Ricordo il sole di quella giornata, un po’ livido, ricordo che avevo preparato le bandiere. Ero scaramantico e avevo il cuore in gola quando decisi di utilizzare quella nuova, invece dell’altra vecchia e lisa. Stupidi timori adolescenziali. Dopo sarei andato a dormire da un mio amico, Francesco, juventino anche lui. Prima, magari, avremmo fatto baldoria anche noi per le strade di Arezzo. Il salotto era pieno di ragazzi, si scherzava, si facevano pronostici, si mangiava qualcosa. Il ricordo di Atene pesava come un macigno, quella notte di due anni prima, tredicenne, avevo pianto. Non ricordo bene quando iniziammo a fissarci sulle immagini televisive, non si capiva cosa stesse accadendo e il telecronista non ci aiutava. Ho imparato allora che le cose brutte della vita ti arrivano addosso e ti travolgono all’improvviso, quando meno te lo aspetti. Qualcosa era successo. Avevo il magone, qualunque cosa fosse successa, anche se nessuno poteva immaginare la devastante verità, quella partita per me non era più la stessa. Tutta l’attesa, tutta l’emozione era svanita, si era come sciolta di fronte al calore delle immagini, restava solo un disagio difficile da interpretare. Quando fui chiamato al telefono ero come stordito: "Francesco, sono la mamma… Roberto è ferito". Ricordo solo queste parole, io biascicai qualcosa, poi abbassai l’apparecchio. In realtà Roberto era già morto, le notizie arrivavano sconnesse e la distanza faceva il resto. Oggi penso a Otello ma non l’immagino. Non si può immaginare un uomo che deve avvisare la madre e la moglie, dire loro che hanno perso la persona più cara al mondo per colpa di una partita di calcio, non si può. Non ricordo bene quello che accadde dopo. Iniziò la partita, guardavo ma ero imbarazzato, non sapevo cosa pensare, Roberto ferito, la Juventus che gioca. So per certo che non ho esultato al gol di Platini su rigore, so per certo d’aver provato disagio per quel penalty che non c’era e vergogna per l’esultanza degli altri. Quando siamo usciti Arezzo bianconera festeggiava, le strade erano bloccate dai caroselli di auto, io camminavo a testa bassa, accanto a Francesco, anche lui per niente soddisfatto di quello che vedeva. L’angoscia aumentava. La prima cosa che ho fatto quando mi sono svegliato, l’indomani, è stata quella di telefonare a mia madre: "Francesco, Roberto è morto, Roberto non c’è più", mi disse con la voce rotta dall’emozione. Iniziai a piangere mentre abbassavo il telefono. Comprai i giornali, volevo capire e vedere. A scuola, però, fu ancora peggio. Da una parte chi mi diceva che eravamo dei ladri, i più cattivi esultavano all’idea che al mondo ci fossero 39 "gobbi" di meno, dall’altra gli juventini che esultavano, ancora, beffardamente. Oggi il mio giudizio è severo e inappellabile, allora, però, eravamo tutti adolescenti, sciocchi e ignoranti di tante, troppe cose. Gli insegnanti dicevano stoltezze senza senso, mentre io cercavo di nascondere il mio dolore, in quell’ambiente non potevo condividerlo con nessuno. Entrai in un’aula vuota e ricominciai a piangere sussurrando il nome di Roberto. Ancora oggi non so perché, ma non avevo voglia di tornare a casa, pensavo a mio padre sconvolto per l’accaduto ed ero consapevole che non avrei saputo consolarlo, non avevo le parole e forse neanche il diritto. Uscimmo un’ora prima e decisi di andare con gli altri in una pista di pattinaggio, dietro Porta San Lorentino, a giocare a pallone. Sentivo il bisogno fisico di fare qualcosa che mi impedisse di pensare e il calcio era l’unica che conoscevo e che sapevo fare. Mia madre quando lo seppe s’infuriò, questo mio gesto le apparve brutale: "Meglio che il babbo non lo sappia", sibilò. Io e il babbo non ci parlammo quel giorno, non avevamo niente da dirci. Io sarei dovuto andare a Bruxelles, io dovevo essere insieme a Roberto. Frequentavo il secondo anno del Liceo scientifico ed ero reduce da un esame di riparazione, inglese e latino. Avevo recuperato la prima materia, ma non la seconda, si prospettava un’altra estate di studio. Il 5 nell’ultimo compito segnò il mio destino, niente promozione, ma per me in quel momento voleva significare, soprattutto, niente Bruxelles, niente Juve. Ancora oggi non so come, ma la cosa fu pubblicata su un giornale locale, cioè il mio 5 e tutto il resto. Parole che metto insieme al peggio, tutto il peggio che s’è poi scatenato intorno alla strage dell’Heysel. Perché di strage dolosa si tratta, non di tragedia, parola che in genere si accosta alla fatalità. Al funerale, in Duomo, c’era tutta Arezzo, lo strazio rendeva i volti sfigurati, le parole colpivano senza pesare. Di quei giorni, oltre alla memoria di Roberto e a un’idea diversa del calcio e della Juventus, mi è rimasto addosso il disagio, per quanto nascosto negli anfratti dell’anima, d’essere andato a giocare a pallone il mattino dopo, all’uscita di scuola. Se oggi mi sono liberato di questa sensazione lo devo a Otello Lorentini, padre di Roberto e presidente dell’"Associazione fra le famiglie delle vittime di Bruxelles", che ha cresciuto Andrea e Stefano, i due nipoti, a cuore e calcio. Una cosa normale per tanti, una cosa eccezionale per chi ha perso l’unico figlio sulle gradinate di uno stadio. Per tutte le cose scritte fino a qui e per mille altri motivi questo è il "mio" libro. Innanzi tutto devo confidare che come uomo non riesco a perdonare chi ha esultato, chi è sceso in strada, chi ha virtualmente calpestato i 39 morti dell’Heysel. A maggior ragione nutro, ancora oggi, rancore per tutti coloro che hanno gioito per quelle vite brutalmente stroncate, per quelle scritte che sono comparse sui muri di tutta Italia, per quelle frasi che da "juventino" ho dovuto subire e subisco. Nessuno di loro sa che una piccola parte di me è morta a Bruxelles insieme a Roberto, ma questo pensiero non mi aiuta ad essere meno duro. Non so, forse non voglio, perdonare. Chi si riconosce in queste parole abbia la forza e il coraggio di chiedersi se è un uomo. Il sentimento è amplificato all’ennesima potenza quando penso all’esultanza dei giocatori bianconeri, alla panchina della Juventus, che al gol schizza in campo ubriaca di gioia e di rabbia, al giro di campo, al resto. Non ci sono scuse o teorie sociologiche che tengano, l’unica via d’uscita è la vergogna. Sapevano dei morti, sapevano tutto. Chi ha il coraggio, ancora oggi, di negare, vada a rivedersi nelle immagini televisive e nelle fotografie. Scriveva, nei giorni immediatamente successivi la strage, l’Osservatore Romano: "L’uomo allo stadio di Bruxelles è stato tremendamente offeso anche dopo che i tanti Caino, sparsi sulle gradinate, lo avevano ammazzato. Per calmare i Caino non si è rispettato il sangue degli Abele: si è giocato mentre i morti erano ancora lì scomposti nella violenza appena subita; si è tifato; si è gioito. In una giornata in cui tutti e tutto sono stati sconfitti, è assurdo pensare che alcuni si ritengano vincitori ed è amaro vedere volti sorridenti per una vittoria senza senso. Nella serata di mercoledì 29 maggio 1985 lo sport è stato sconfitto e mortificato". Giocare, lo sappiamo tutti, era necessario, esultare no. Maurizio Naldini, su La Nazione, annotava: "… A Bruxelles, mercoledì notte, si è giocata una partita di calcio e si è festeggiato un successo, mentre il sangue colava dalle gradinate, i cadaveri ancora non avevano un nome, i feriti non cessavano di lamentarsi. Per quale centurione vittorioso dovevamo celebrare questo rito ? Forse per Paolo Rossi, per Trapattoni, per i colori bianconeri ? C’era chi piangeva l’amico e chi urlava nello stesso istante per il gol di Platini, c’erano donne che cercavano i loro morti, migliaia di famiglie in angoscia, e giovani tifosi che sventolavano le bandiere del successo. Tutti insieme, accalcati nello stesso stadio. È questo che ci da’ nausea e disagio. Mentre la televisione proseguiva implacabile con le sue immagini, potevamo accorgerci che la soglia fra dolore ed entusiasmo, non era fra la curva Sud e la Nord, fra le gradinate più basse e quelle più alte. Era invece, purtroppo, labile e inconsistente, in ognuno di noi.

Certo la partita si doveva giocare, non poteva essere altrimenti. Se si fosse chiesto alla folla di lasciare lo stadio senza aver prima consumato i giochi, il rito di tante pallonate intelligenti, la tragedia sarebbe stata forse ancora più grande. Era giusto far giocare l’incontro perché era l’unico modo per tenere sotto controllo una situazione sfuggita colpevolmente di mano. Era giusto anche, anzi era ammirevole, che i giocatori della Juventus uscissero in mezzo alla gente per spronare alla calma, per riportare alla ragione gli scalmanati. E ancor più convincenti ci sono apparse le frasi di Scirea quando ha detto "Giochiamo per voi, giochiamo perché ci hanno chiesto di farlo". A quel punto gli atleti ci sono apparsi dei professionisti costretti comunque a far bene il loro mestiere. Ma alla fine la loro esultanza, il loro abbracciarsi e sbracciarsi, i loro sguardi sorridenti, francamente non ci sono piaciuti. Né ci è piaciuta la frase di Pizzul, certamente stremato da una lunghissima radiocronaca che mai avrebbe pensato di fare, quando ci ha detto che il significato sportivo della gara era riuscito per qualche minuto a farci dimenticare la tragedia. No, caro Pizzul, la tragedia non si poteva dimenticare. Ed era talmente intensa, assillante, provocatoria, da rendere stupido tutto il resto, e non solo i poliziotti belgi che brillavano per la loro insipienza, vuoti come lattine di birra. Ci appariva stupido Paolo Rossi che alzava le mani al cielo, stupidi quanti applaudivano, stupida la coppa e i significati che si erano voluti attribuirle. Dopo quanto era accaduto, non c’era più spazio se non per il dolore. E non bastano novanta minuti, non bastano neppure a un campione, per dimenticare una strage che si è svolta sotto i suoi occhi…". Qualche anno dopo Prandelli dichiarerà: "Ancora una volta furono le autorità e il delegato Uefa a premere perché andassimo sotto la curva dei nostri tifosi, per "festeggiare" la vittoria. Lo facemmo a malincuore, soltanto perché ci avevano spiegato che quello sarebbe stato un modo per rasserenare gli animi. Ecco perché ci infastidirono le polemiche divampate in Italia su quella Coppa e su quelle scene di esultanza che non erano vere, non potevano essere vere. Ho letto che Platini ha dichiarato di essere morto a Bruxelles il 29 maggio ’85…", mai espressione fu più infelice nei confronti di chi era morto veramente. Semmai, del numero 10 francese, era più consona all’occasione questa dichiarazione: "Al circo quando muore il trapezista entrano i clown in pista. Noi non siamo dei clown, credo, ma il discorso è lo stesso". Penso, infatti, a Giuseppina Conti, all’epoca adolescente come me, di lei hanno scritto: "Per Platini e compagni era disposta a qualsiasi sacrificio. La Juventus era la sua passione, voleva vederla vincere quella Coppa dei Campioni tanto agognata…". Anch’io la pensavo come lei e mi piace credere, con tutto il rispetto che ho per il dolore altrui, che oggi lei la penserebbe come me. Da quella sera, infatti, ho sempre desiderato che la Juventus restituisse quella coppa e che negli almanacchi, che per lavoro ho sfogliato sino allo sfinimento, comparisse la scritta: non assegnata. Giampiero Mughini scrisse che era troppo facile restituire le coppe altrui, ma quella sarebbe stata anche "mia" e se qualcuno dubitasse dell’onestà intellettuale basta che chieda in giro quanto ero tifoso della Juventus. Ciò non toglie che persone ridicole sono tutte quelle che in quei giorni e negli anni seguenti si sono solamente preoccupate, per mero interesse antisportivo, di cancellare dal palmares della Juventus quel trofeo, che in effetti non c’è, perché non ci può essere coppa, trofeo, vittoria, calcio e sport quando ci sono 39 morti sugli spalti, uccisi dagli hooligans inglesi e dalle mancate misure di sicurezza di Gendarmeria, Governo e Federcalcio belga da una parte, Uefa dall’altra. Sciacalli, sciacalli tutti quanti. Penso, da giornalista e da amante del calcio, che il gesto, e io credo nei gesti, di restituire quella Coppa dei Campioni abbia senso anche oggi. Me l’ha confermato Otello Lorentini, al quale l’esultanza bianconera non è mai andata giù: "Apprezzerei, ancora oggi sarebbe un bel gesto". L’Heysel rappresenta una macchia che la Juventus, con qualsiasi dirigenza, non potrà mai cancellare, a maggior ragione dopo quello che fu detto all’indomani della conquista della Coppa Intercontinentale: "Bruxelles è stata cancellata", grazie del pensiero, ma questo non è il nostro, tanto meno quello dei familiari delle vittime. Nel dicembre dell’85 Otello Lorentini gridava: "Noi continuiamo a chiedere, smuovere, informarci, ma sembra che tutto cada nel vuoto. Nei prossimi giorni sottoscriveremo lo statuto dell’associazione: ma guai a dimenticare, sarebbe un errore imperdonabile per tutti, non solo per noi famiglie colpite direttamente dalla tragedia". E il timore che questo accadesse era più che fondato, come scriveva Riccardo Scottoni su Reporter: "Non sbagliavamo: come le vittime di tante vicende non sportive esistono 39 famiglie che giustizia e risarcimento hanno avuti promessi e fino ad oggi si sono ritrovate con un pugno di mosche. Se si esclude qualche tifoso inglese e alcuni funzionari della polizia belga nessun responsabile è stato individuato, né cercato (dopo quasi 7 mesi, n.d.a.). Inoltre abbiamo appreso che quei 10-20 miliardi di risarcimento che furono promessi, allo stato dei fatti, si sono ridotti a poche centinaia di milioni. C’è chi storce il naso quando si parla di soldi per "pagare" una morte. Sbaglia. E dimentica che ci sono dei bambini che hanno il diritto di vivere, almeno economicamente come gli altri. Nei giorni susseguenti la tragedia scrivemmo che lo sport avrebbe fatto di tutto per dimenticare e far dimenticare, il più presto possibile. Ma non credevamo che avrebbe fatto mancare anche la solidarietà alle vittime. Invece è successo anche questo e i complici, in quest’opera, sono molti". Per questo il libro ha un senso, perché solo la memoria restituisce dignità al dolore, l’oblio lo scolpisce e la rabbia l’inaridisce con tutto quello che vi sta intorno.

Capisco anche che per molti l’Heysel è ormai una tragedia lontana dai cuori e dalle menti, ma ci sono drammi che non dovrebbero essere mai dimenticati, perché dietro a ogni dramma c’è una persona e il rispetto per la sua vita, per il suo essere stato in vita. Mi scuso, invece, con chi ha cercato di fare i conti con quel dolore e leggendo queste pagine sentirà riaprire delle ferite che pensava cicatrizzate. Il dolore è personale e non può essere condiviso, ma quando la tragedia è pubblica si trasforma, agli occhi degli altri, in qualcosa di più complesso che spero d’aver reso nel migliore dei modi. In questo libro ho voluto raccontare l’Heysel e, in particolare, la battaglia legale che l’"Associazione fra le famiglie delle vittime di Bruxelles" ha portato avanti, tra silenzi e meschinità d’ogni genere, tra gli altri, dei notabili del calcio italiano e internazionale. Una battaglia legale che ha fatto giurisprudenza, condannando in Cassazione l’Uefa alla corresponsabilità per tutti gli eventi sportivi che portano il suo marchio. Per certi aspetti, questa vicenda, ricorda le tante altre della storia d’Italia fatte di pressioni e omissioni, con una differenza: le responsabilità sono state individuate e i responsabili, una parte di essi, condannati, rendendo, per quanto possibile, giustizia a chi ha perso la vita per una partita di calcio. Una giustizia senza gioia pensando a come i belgi si sono comportati con gli italiani e i loro morti, pensando a come si sono comportati alcuni giornalisti italiani, difesi poi a spada tratta dall’azienda e dal sindacato. Perché nessuno può sentirsi giustificato per quello che ha fatto quella sera e nei giorni seguenti, solo chi ha avuto rispetto per il dolore può alzare il volto e guardare l’orizzonte con gli occhi interrogativi, chiedendosi ancora oggi perché. La mia vuole essere una fotografia, come quelle in bianco e nero, quelle che raccontano la storia delle persone comuni, proprio quando il calcio, l’ambiente calcio, ha cercato di cancellare ogni ricordo di quella notte, di quella sera di maggio in cui, probabilmente, lo sport è morto per sempre. Questo è il libro che non avrei mai voluto scrivere… Se adesso molte persone lo sfogliano, se grazie a queste pagine ricordano, se stanno riflettendo su quello che è accaduto all’Heysel e su tutto quello che nel calcio è accaduto dopo, lo devo solamente a Otello Lorentini. Grazie alla sua forza, grazie alla sua disponibilità, grazie al materiale che ha conservato e che ancora oggi conserva ho potuto scriverlo. Ringrazio tutta la famiglia Lorentini, la moglie di Roberto, Arianna, e i suoi due figli, Andrea e Stefano, per la comprensione e la pazienza. Quando Otello Lorentini mi ha consegnato tutto quello che aveva raccolto, mi ha detto: "Questa è la mia vita". Questo libro glielo dovevo e lo dovevo soprattutto a Roberto, al suo ricordo e al ricordo di quelli che come lui sono morti allo stadio Heysel di Bruxelles il 29 maggio del 1985.

Maggio 2010

Fonte: "Heysel e dintorni" (Blog di Francesco Caremani)

 La prefazione di Walter Veltroni

È una mano pietosa e indignata, quella di Francesco Caremani che ci guida in quel 29 maggio 1985, il giorno in cui lo sport dismise i panni dell’amicizia e della gioia per vestire quelli del dolore e della violenza. Avvenne, a Bruxelles, ciò che in molti avrebbero potuto facilmente prevedere ed evitare, e non vollero o non seppero farlo. Quel giorno lo stadio del gioco diventò lo stadio della morte, una morte trasmessa in diretta e in mondovisione. Una morte che si mescolò col gioco del pallone (e per questo fu più crudele e più odiosa) che portò via il soffio della vita a chi avrebbe voluto semplicemente applaudire, vincere o perdere con la propria squadra, coi propri beniamini. E invece persero tutti, nonostante la coppa alzata, il giro del campo, nonostante i sorrisi, i "non sapevamo", nonostante il gol. Nonostante la vittoria, persero tutti, in quella sera luttuosa all’Heysel, quando il battito del cuore improvvisamente cessò per trentanove persone. Erano italiani in gran parte, ma il necrologio riporta anche quattro nomi belgi, due francesi e uno irlandese. Il più giovane aveva undici anni e si chiamava Andrea. Seicento furono i feriti. Le cronache ci raccontarono che la violenza degli hooligans inglesi non rispettò nemmeno i poveri corpi senza vita, oltraggiati col furto, con la denigrazione. La pietà muore più volte, e ciò che chiamiamo bestiale è, purtroppo, proprio dell’Uomo, non della ferinità, poiché solo l’Uomo può adoperare con consapevole raziocinio la crudeltà, l’offesa, il gesto delittuoso fine a se stesso. Scriveva Salvatore Quasimodo in "Uomo del mio tempo", nel 1946, cogli orrori della guerra davanti agli occhi: "(…) Hai ucciso ancora,/ come sempre, come uccisero i padri, come uccisero/ gli animali che ti videro per la prima volta./ E questo sangue odora come nel giorno/ Quando il fratello disse all’altro fratello:/ "Andiamo ai campi". E quell’eco fredda, tenace,/ è giunta fino a te, dentro la tua giornata (…)". Anche all’Heysel si udì quell’eco, nelle urla degli hooligans, nel silenzio della polizia belga, nei piani di sicurezza mal attuati. È facile alzare la mano sugli innocenti, sui più deboli, sugli inermi. Questo ci insegna la strage dell’Heysel: il Male ha una sua feroce semplicità, lo si incontra anche nel luogo che per sua fattura dovrebbe invitare all’amichevole aggregazione, come uno stadio. E invece no: il gioco è il pretesto, la violenza è il fine. Quegli hooligans cercavano lo scontro, questo ci racconta il libro, e cercavano d’uccidere, dopo aver fatto crescere l’eccitazione con fiumi di alcol. Nelle pagine successive i lettori troveranno ricostruzioni esatte e agghiaccianti. Un testimone così racconta: "Queste cose dovete scriverle. Quelli del Liverpool avevano pistole, forbici, coltelli, spranghe. Hanno ammazzato un ragazzo con un lanciarazzi, ho visto tutto con i miei occhi… È cominciato tutto col lancio di razzi. Dalla zona degli inglesi ne è arrivato uno, poi un altro e un altro ancora. Il quarto razzo ha colpito in pieno un tifoso. Era a venti metri da me. L’ho visto cadere, era una maschera di sangue. Nessun poliziotto è intervenuto".

 

I lettori troveranno spiegazioni, opinioni, denunce. Troveranno le cronache dei processi, i pareri degli avvocati. Troveranno le parole di Otello Lorentini, l’anziano padre di Roberto, uno dei morti dell’Heysel cui è dedicato il libro. Roberto è morto mentre tentava di salvare un bambino ferito con la respirazione bocca a bocca. Quando Caremani chiede il motivo per cui ha deciso di costituire l’Associazione tra le famiglie delle vittime di Bruxelles, Lorentini risponde che non poteva sopportare che si pensasse anche solo per un attimo che "39 persone erano morte da sole, per pura fatalità". Arrivando alla fine del libro, quelle parole saranno una delle chiavi di lettura dell’intera vicenda, perché quel giorno della fine di maggio del 1985 furono gli uomini e non il Fato a decidere come in un’antica arena romana se avesse dovuto esserci il pollice verso, e fu così che morirono gli innocenti dell’Heysel: qualcuno li uccise, qualcuno lasciò fare. Caremani è un ottimo giornalista. Ci emoziona, ci commuove anche, eppure ci avverte a ogni passo di non lasciarci distogliere dal dolore, perché oltre il dolore deve esserci giustizia. Non è un lieto fine, quello che l’autore ci racconta, né potrebbe esserlo, poiché non c’è letizia per chi ha perso i propri amici e familiari, ma c’è un risultato importante che l’impegno di Otello Lorentini e di altri riescono a raggiungere: la condanna della Uefa non è solo un atto giudiziario, ma indica un dovere di assunzione di responsabilità. Caremani sa bene che la giustizia degli uomini non è infallibile, ma è conscio di come quella sentenza rappresenti davvero un fatto storico per la giurisprudenza. Questo libro è prezioso e bellissimo. Lo è perché ci ammonisce a non dimenticare, e perché narra puntualmente e con notizie verificate tutto ciò che è accaduto; ma lo è anche perché è un libro d’inchiesta che ha dentro la passione del diario, della pagina biografica. Caremani dichiara che questo è il libro che non avrebbe voluto mai scrivere, eppure ciò che è avvenuto ha trasformato queste pagine nel "suo libro". Dentro e dietro il cumulo di dimenticanze, di superficialità, di pressappochismo, di mancanze, di colpe, l’autore indaga con la passione di chi ha ricevuto il testimone più scomodo: quello della memoria. Egli raccoglie indizi, ascolta e riferisce, forse affinché quel suo dolore si asciughi almeno un poco, e davvero quel dolore, quel nodo scuro, quel groppo alla gola che Caremani si portava dentro, si trasformano in coraggio e tenacia. La rabbiosa voglia di sapere diventa forte denuncia civile, diventa un pezzo di storia da leggere e conservare, diventa testimonianza lucida e critica di un massacro evitabile. Voglio bene a questo libro: è un grande atto d’amore verso trentanove innocenti, e un monito a non perdere la strada dell’umanità e della pietas.

Maggio 2010

Fonte: HEYSEL Le verità di una strage annunciata (Bradipolibri 2010)

Introduzione di Roberto Beccantini

Non esiste libro più attuale di questo. Già il titolo, "HEYSEL, le verità di una strage annunciata", fa capire che siamo sempre a metà del guado. E sono passati venticinque anni. Francesco Caremani ha deciso di ritornare sulla tragedia che affiorò dalla pancia di Juventus-Liverpool, il 29 maggio 1985. Idea nobile e grande. Mi ha chiesto, Francesco, cosa volessi fare della mia introduzione. Ho deciso di lasciarla tale quale. Non per pigrizia, ma perché non la considero "vecchia". Era il 2003, quando uscì il libro. Il 2 febbraio scorso abbiamo celebrato, in sordina, il terzo anniversario dell’uccisione dell’ispettore di polizia Filippo Raciti, morto il 2 febbraio 2007 allo stadio Cibali di Catania, durante il derby con il Palermo. Violenza da stadio, con il calcio ora mezzo ora fine. Siamo il Paese degli slogan ("Tolleranza zero") e dei tornelli. Siamo quelli che un nero non può essere italiano (Mario Balotelli). Siamo sempre quelli. Ho citato parole e fatti successivi all’Heysel e, dunque, alla prima edizione delle sue "Verità". Tutto passa, tutto si tiene. Al di là degli aggiornamenti, curati dall’autore, resta il dramma di una carneficina che ci ha insegnato poco, fedeli all’"homo homini lupus" del filosofo inglese Thomas Hobbes. Non bisogna abbassare la guardia. "Gli stadi italiani sono in mano agli ultrà", parole e musica di Fabio Capello. L’ha detto, e ripetuto, "dopo", non "prima". In mano agli ultrà e, aggiungo io, alle televisioni, spesso non meno estremiste e faziose dei nuovi barbari. L’Heysel rimane una ferita immane che riga la memoria e sfigura molte coscienze che, non solo in Italia, sanno di averla fatta sporca. Ritornarci sopra significa scacciare la tentazione indecente di metterci una pietra sopra. Venticinque anni e trentanove morti dopo.

Premetto: sono juventino e ho sposato Liliana con la musica di "You’ll never walk alone", l’inno del Liverpool, la squadra inglese del mio cuore. Lo era prima dell’Heysel, lo è rimasta dopo. C’ero anch’io, quella sera. Lavoravo per la Gazzetta dello Sport, avevo contribuito a preparare un inserto celebrativo che, come tale, sarebbe uscito soltanto in caso di vittoria. Naturalmente, non uscì. Ricordo che faceva caldo e che all’improvviso, in una porzione di stadio alla mia sinistra, si scatenò l’inferno. Trentanove morti sono il prezzo dell’apocalisse e possono diventare la ragione di un libro, questo. Un libro scomodo, va detto subito. E di parte. Ma della parte giusta. Francesco Caremani ha scavato fra lacrime e autopsie, spiegando come e perché allo sdegno e al dolore provocati dalla carneficina, evitabilissima, si siano aggiunti altro sdegno e altro dolore, per le lungaggini di una burocrazia troppo distratta e per il disimpegno di un apparato sportivo che si è chiamato fuori dalla tragedia con disgustoso senso di irresponsabilità. Era il 29 maggio del 1985. L’Heysel è stato buttato giù e ricostruito, adesso si chiama stadio "re Baldovino", e del settore Z, il famigerato settore Z, trappola fatale e mortale, è scomparsa ogni traccia. In realtà, l’Heysel e il suo "gulag" vivranno sempre. Mai come quella sera sarebbe bastato un briciolo di efficienza organizzativa per scongiurare l’eccidio. Le autorità belghe e l’Uefa peccarono di omessa prevenzione. La furia degli hooligans inglesi completò l’infame opera. Lo straziante paradosso è che l’ecatombe di Bruxelles è servita più agli inglesi che a noi, più agli aggressori che agli aggrediti. A ogni incidente, non si parla che del loro modello e delle loro leggi, dure, severe, immediate. Noi ci abbiamo capito poco. E siamo sempre lì, a morderci la coscienza, un decreto e un emendamento, un emendamento e un decreto. Se non proprio l’io narrante, Otello Lorentini, che all’Heysel perse il figlio, Roberto, è una sorta di Virgilio che scorta l’autore nell’inferno del "durante" e del "dopo". Lorentini è stato il presidente dell’Associazione costituita fra le famiglie delle vittime di Bruxelles. Ha trasformato la sofferenza, indicibile, in energia propositiva e riparatrice, ha sfidato tutti, e a tutti ha bussato, pur di evitare che "quella povera gente morisse una seconda volta". Non è stato facile, e ci è voluto tempo. Qualcosa, alla fine, ha ottenuto. Imbarazzi, diffidenze e reticenze ne hanno accompagnato la strenua azione di rottura. Al posto di Giampiero Boniperti avrei nascosto e poi riconsegnato a chi di dovere quella stramaledetta coppa. La partita venne giocata esclusivamente per scongiurare altre risse, altri lutti. Fu vinta su un rigore non meno inesistente della inesistenza del diritto a considerare ufficiale una recita così macabra e così fuori del mondo (il mondo civile). Impossibile dimenticare certe scene di esultanza, impossibile non stigmatizzarle: anche se dal pulpito i fendenti costano meno e vengono meglio. La memoria va allenata, e queste pagine sono palestra per esercizi che la pigrizia degli italiani tende sistematicamente a schivare, soprattutto se portatori di ricordi agghiaccianti e di atteggiamenti non proprio edificanti. Al di là dei risarcimenti, e del poco o molto che è stato fatto, non bisogna mai arrendersi all’inerzia. L’Heysel è un peso che ci portiamo dentro. Non riusciremo mai ad appoggiarlo da qualche parte. Non sarebbe neppure giusto. Trentanove morti per una partita di calcio. Forse (anche) per biglietti smerciati alla carlona, sicuramente per ubriachezza molesta e carenza di ordine pubblico. La campana del destino prima o poi suona per tutti, ma quando i rintocchi assordano uno stadio, non resta che ribellarsi. O documentarsi, come ha fatto Francesco. Senza astio, senza paura, senza secondi o terzi fini. Pane al pane. L’Heysel è stato una tragedia. La speranza è che la contabilità del sangue e delle urla aiuti a prevenirne altre. Perché il tempo sia galantuomo, serve che lo siano anche gli uomini, e le loro istituzioni. Leggete queste pagine: non scoprirete novità sconvolgenti. Scoprirete, semplicemente, com’è stato duro accendere una candela di giustizia. Una candela, non un lampadario.

Maggio 2010

Fonte: HEYSEL Le verità di una strage annunciata (Bradipolibri 2010) 

Presentazione di Andrea Lorentini

Quando Francesco Caremani, l’autore di questo libro, mi ha chiesto di scrivere alcune righe di presentazione ho accettato ben volentieri perché la violenza nello sport e nel calcio in particolare è qualcosa che mi tocca da molto vicino. Sono vittima di questa violenza: mio padre è deceduto allo stadio Heysel di Bruxelles quella tragica sera del 29 maggio 1985. Io, bambino di appena tre anni, non ho ricordi particolari di mio padre, ma dai racconti dei miei familiari traspare un uomo generoso a tal punto da sacrificare la vita per aiutare, nella sua qualità di medico, i connazionali feriti sugli spalti. Vado enormemente fiero di questo suo gesto, la sua immagine d’uomo altruista, buono e affettuoso mi accompagnerà per tutta la vita. Nonostante ciò lo sport è la mia più grande passione e sono diventato giornalista per poter raccontare il calcio nella sua espressione più pura, poiché lo ritengo un importante veicolo d’incontro culturale e un significativo collante per la nostra società. Il calcio e la violenza sono due aspetti che non hanno e non devono avere niente in comune; calcio significa divertimento, salute, socializzazione, sano agonismo; il calcio aiuta a crescere, insegna il rispetto per l’avversario e queste sono regole di vita che un uomo si porta dentro per sempre. Della mia "esperienza" di calciatore ricordo tutto con molto piacere; quegli anni mi hanno arricchito profondamente, mi hanno fatto vivere un’adolescenza meravigliosa. Sconfiggere la violenza è un dovere morale e civile di ogni uomo; purtroppo, ancor oggi assistiamo a episodi di teppismo, a scene di violenza e d’intolleranza che non hanno niente a che vedere con il calcio. È e sarà una lunga battaglia, ma mi auguro che con l’impegno di tutti il gioco del pallone sia soltanto puro e semplice momento di festa. Il calcio è vita perciò, a chi ne è protagonista attivo, chiedo di trasmettere la gioia di vivere che questo sport porta con sé, con la speranza che tutto ciò che gli nuoce sia sconfitto. Mi auguro che questo libro apra una profonda riflessione affinché la società prenda coscienza che una tragedia come quella di Bruxelles non debba ripetersi mai più.

Maggio 2010

Fonte: HEYSEL Le verità di una strage annunciata (Bradipolibri 2010)

L'Heysel di Francesco Caremani

di Giulio Gori

Tutto parte da una vicenda personale. E’ il 30 maggio 1985 e Francesco, un ragazzino di Arezzo di poco più di 15 anni, riceve dalla madre una notizia che sembra quasi non avere senso: "Roberto è morto, Roberto non c’è più". Roberto Lorentini è una delle 39 vittime dell’Heysel ed è un caro amico della famiglia Caremani. E’ da questo dolore privato che nasce "Heysel. La verità di una strage annunciata" che molti anni dopo, Francesco Caremani, diventato giornalista, scriverà per raccontare l’inchiesta su una tragedia con troppi responsabili, ma anche per testimoniare l’eroica lotta per la giustizia di Otello Lorentini, il padre di Roberto. L’"Heysel" di Caremani è la storia di un’enorme montagna di vergogna. Dallo stadio vecchio e inadeguato che diventa una trappola mortale, alla ridicola organizzazione dell’evento sportivo; dalle tante, troppe resistenze opposte alla ricostruzione della verità dei fatti, fino a indegni inviti a "metterci una pietra sopra". Per non parlare di quelle esultanze, inopportune, dei giocatori bianconeri che calpestano tra sorrisi e braccia alzate la dignità delle vittime e dei loro famigliari. E’ il racconto di una battaglia giudiziaria che dei semplici ma risoluti cittadini conducono, infine vincendola, contro le istituzioni civili e sportive; e della lotta per far sì che la tragedia non finisca nell’oblio. "Heysel. La verità di una strage annunciata" è un libro che fa male. Da un lato ci sono i nomi e i fatti, indicati con precisione e coraggio; come quando Otello risponde a Boniperti: "Anch’io l’ho messa la pietra, ma di marmo sopra la tomba di mio figlio". Dall’altro nette ci sono anche le responsabilità di noi tifosi, che a volte con troppa superficialità pensiamo al 29 maggio 1985 come la data di una vittoria calcistica, di un trofeo da mettere in bacheca. Sotto questo aspetto, Caremani è risoluto, la Juventus dovrebbe restituire quella Coppa dei Campioni. Se, sotto il profilo del precedente, questa scelta forse non sarebbe opportuna, perché restituire un trofeo a seguito di una tragedia potrebbe rappresentare in futuro un incentivo alla violenza per le tifoserie sconfitte, sul piano umano e sportivo non c’è invece modo per sentire "nostra" quella vittoria. "Questo è il libro che non avrei voluto scrivere" dice Francesco Caremani. Per noi, invece, quella è la Coppa che non avremmo mai voluto vincere.

29 maggio 2013

Fonte: Juventibus.com 

     

Tanta emozione ricordando l’Heysel

di Benedetta Montagnoli

Pubblico numeroso ad ascoltare lo scrittore Caremani, Pizzul e Vignola

MANTOVA - Le verità di una strage annunciata. L’autore del libro, Francesco Caremani, ci tiene al plurale "perché ci sono tante piccole verità che riguardano la gestione del prima e del dopo la partita". Sala degli Stemmi gremita ieri sera e momenti da brividi durante il ricordo narrato e la visione dei filmati della strage dell’Heysel del 29 maggio 1985 a Bruxelles. Una tragedia che si tende a dimenticare e che si riannoda col presente relativamente agli stadi non all’altezza della situazione e della cultura sportiva poco presente nel nostro paese. L’autore aretino non era all’Heysel, ma vi morì un amico di famiglia e la vicenda l’ha segnato profondamente. Il popolare telecronista Bruno Pizzul e l’ex calciatore Beniamino Vignola parlano di una preparazione alla partita inadeguata e di un’atmosfera che già al pomeriggio lasciava presagire qualcosa di brutto. Alla serata presenti personalità del calcio dilettantistico mantovano, come i delegati Figc Rasori e Bertazzoni. L’assessore Tonghini ha portato il suo saluto.

5  febbraio 2013

Fonte: Gazzettadimantova.it

Notiziario di TeleMantova del 5.02.2013: intervista a Bruno Pizzul e servizio sulla serata evento in ricordo della tragedia dello stadio Heysel del 4.02.2013
Durante la trasmissione di Telemantova "Il Calcio sui Maccheroni" del 24.1.2013 Giulio Giovannoni e Stefano Aloe annunciano la serata evento in ricordo della tragedia dello stadio Heysel con ospiti Bruno Pizzul, Beniamino Vignola e Francesco Caremani, autore del libro "Heysel, la verità di una strage annunciata". Moderatori della serata : Stefano Aloe e Gianni Veronesi. Presente anche l'assessore allo sport Enzo Tonghini.

Heysel, una storia da non cancellare

di Massimiliano Morelli

Francesco Caremani, aretino, giornalista e scrittore, è un buon padre di famiglia ed è considerato nel mondo dei giornali, il cosiddetto "uomo macchina". Quello che si rimbocca le maniche quando un collaboratore si dimentica di mandare un articolo e si mette a scriverlo, quel pezzo "assente"; quello che impagina il giornale, che fa i titoli, che scatta fotografie e corregge le bozze. Praticamente un innamorato del suo lavoro, con buona pace di chi c'è capitato per caso nell'editoria. Non era presente all’Heysel, nel 1985, per una semplice coincidenza. Ma su quella tragedia, che gli ha tolto affetti, ha scritto un libro-verità. Sono trascorsi 27 anni dalla tragedia dell’Heysel, e finalmente il libro è stato presentato anche in Belgio. Qual è la sua percezione per quel che riguarda l'attenzione dei belgi nei confronti del disastro del 1985 ? "Ho presentato il libro in Belgio grazie all'avvocato Daniel Vedovatto, all'epoca legale dell'Associazione tra i familiari delle vittime di Bruxelles, e grazie all'Associazione Amici Banca Monte Paschi della capitale belga. Con questo cosa voglio dire ? Voglio dire che l’attenzione degli italiani in Belgio verso la tragedia dell'Heysel è ancora molto alta e il ricordo tristemente vivo. I belgi ? Bah, per loro è solo una vergogna nazionale da cancellare, senza riuscirci". Errori ne furono commessi a valanga nel corso di quella maledetta sera. Senza voler togliere il gusto della lettura a chi approfondirà l'argomento, chi sbagliò quella sera ? "Prima di quella sera sbagliarono clamorosamente l'Uefa e le istituzioni politiche e sportive belghe scegliendo il peggior stadio d'Europa, per una finale di Coppa dei Campioni. E solo per meschini motivi d'incasso. Quella sera sbagliò la polizia belga, assolutamente impreparata, e gli hooligans. Per me: mandanti e assassini". Lei doveva essere lì, a Bruxelles, quel 29 maggio... "Ero amico della famiglia Lorentini (Roberto è morto tentando di salvare un connazionale e per questo è medaglia d'argento al valore civile), avevo fatto una scommessa con mio padre, ma un 5 a latino ha segnato il mio destino, chissà...". Quali sono state le reazioni all'uscita del suo libro ? Intendo quelle della Juventus, dell'Uefa, delle istituzioni locali... "Totale indifferenza, sia dell'Uefa che delle istituzioni sportive italiane e, con grande stupore e tristezza personale, della Juventus. Ad Arezzo, invece, abbiamo avuto due vittime (Roberto Lorentini e Giuseppina Conti) e il ricordo è ancora molto forte, la città l'ha accolto con grande attenzione e rispetto". Lo stadio nel frattempo ha cambiato anche denominazione, da Heysel a stadio di Re Baldovino. E’ una sensazione, o davvero i belgi cercano in qualche maniera di cancellare il passato ? "lo credo che se potessero lo abbatterebbero, lo cancellerebbero. Alla fine lo stadio è sempre lì, poi c'è la targa e la stele a memoria delle 39 vittime dell'Heysel. Mi ripeto, non riusciranno mai a cancellare la memoria di quella strage e la vergogna per la totale incompetenza di un Paese intero". L'Inghilterra adottò da quell'epoca provvedimenti importanti nei confronti dei tifosi, e oggi pare che si vedano i risultati. In Italia, invece, ho l'impressione che si sia rimasti all'anno zero. Una semplice sensazione ? "Lo dice anche Roberto Beccantini nell'introduzione: i carnefici hanno imparato più delle vittime. Attenzione, però, in Inghilterra hanno tolto la violenza dagli stadi non dalla società e, comunque, i provvedimenti sono stati presi dopo la strage di Hillsborough non dopo quella dell’Heysel, dei nostri morti non gli importò mai niente, purtroppo. Imbarazzante, alla luce di tutto questo la situazione del calcio italiano e dei suoi stadi dopo l'85, come se niente fosse successo, mah…". Qual è stata la reazione dei parenti delle vittime alla pubblicazione del libro ? "Emanuela Casula, che ha perso padre e fratello, ha detto che il mio libro è la sua personale Bibbia. Otello Lorentini (allora presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime di Bruxelles e voce narrante del libro) prima di mandarlo in stampa mi ha detto: "Bene Francesco, questa è la verità di quello che è accaduto quella sera e dopo". Alcuni mi hanno "rimproverato" la crudezza del racconto e l’idea di restituire quella coppa".

29 novembre 2012

Fonte: Sportclubmagazine.it

Heysel - Le verità di una tragedia annunciata

di Federico Pancaldi

Gli inglesi pagarono caro quel 29 maggio 1985 di barbarie hooligan allo stadio Heysel di Bruxelles, che portò alla morte di 39 tifosi juventini (i feriti furono centinaia): pagarono gli hooligans a livello penale; pagarono i clubs inglesi a livello sportivo, con cinque anni di esclusione dalle competizioni internazionali; e per un tragico gioco del destino pagarono gli stessi tifosi del Liverpool quattro anni dopo, nel 1989, quando 92 di loro persero la vita nello stadio Hillsborough di Sheffield in circostanze agghiaccianti, molto simili a quelle dell’ Heysel. Chi pagò con molto ritardo e inadeguatamente per le degeneri organizzazione e gestione di quella finale di Coppa dei Campioni – "la partita del secolo" tra Juventus e Liverpool trasformatasi nella "tragedia del secolo", per usare le parole di Marino Bartoletti - furono, invece, la Uefa e le autorità belghe. Nel suo libro, Heysel. Le Verità di una Strage Annunciata (Bradipo Libri), Francesco Caremani ha pochi dubbi: "Gli inglesi furono i carnefici, la Uefa e le autorità belghe i mandanti". In uno stile vivido, appassionato, Caremani racconta la lunga battaglia processuale condotta dall’avvocato Daniel Vedovatto e dalle famiglie delle vittime italiane per vedere riconosciute le verità di quel pomeriggio: le responsabilità della Uefa che scelse quello stadio decrepito, delle autorità belghe che deliberatamente ignorarono la pericolosità degli hooligans del Liverpool, e dell’imbelle polizia belga che non contrastò il loro assalto alla curva juventina. Una battaglia vincente quella di Vedovatto, che portò alla condanna dell’Uefa e dei responsabili belgi della sicurezza nel 1991. Una battaglia determinante che - sostiene Caremani - fece sì che da allora si sviluppassero "tutte quelle misure di sicurezza che oggi circondano eventi sportivi di questo genere". Caremani racconta la tragedia dell’Heysel come di una strage il cui significato per le famiglie delle vittime - tra cui quella dell’amico aretino Roberto Lorentini - trascende le piccolezze dello sport. Da tifoso juventino, non ha ritrosie a denunciare il comportamento della società bianconera: dalla decisione di permettere lo svolgimento della partita, ai festeggiamenti per la vittoria della Coppa, alla lunga rimozione forzosa della memoria di quei fatti. Caremani, però, induce soprattutto a trasformare il rispetto verso la memoria delle 39 persone perite all’ Heysel in un debito monito a non sottovalutare quei fatti sociali che circondano il calcio, e che vanno ben oltre gli aspetti sportivi ed economici: partendo proprio dal tifo organizzato.

25 ottobre 2012

Fonte: Ilcatenaccio.es

 
Francesco Caremani in Trasmissione del 15.10.2012

Francesco Caremani ricorda a Bruxelles la tragedia dell'Heysel

"HEYSEL, le verità di una strage annunciata", il libro scritto da Francesco Caremani (Bradipolibri editore), con la voce narrante di Otello Lorentini, la prefazione di Walter Veltroni e l’introduzione di Roberto Beccantini, è stato presentato a Bruxelles, martedì 9 ottobre, presso l’Espace Banca Monte Paschi Belgio, in Avenue d’Auderghem. Davanti a un centinaio di spettatori, alle autorità belghe e italiane, insieme con l’autore erano presenti l’On. Gianni Pittella, membro della Commissione cultura e istruzione presso il Parlamento europeo, Carolina Morace, opinionista e grande ex del calcio femminile italiano, e l’avvocato italo-belga Daniel Vedovatto, già legale dell’Associazione dei familiari delle vittime di Bruxelles; ha moderato l’incontro Enrico Tibuzzi, responsabile ANSA ufficio di Bruxelles. Ospite d’onore Antonio Tajani, vice presidente della Commissione europea. Il 29 maggio sono passati 27 anni dalla strage dell’Heysel, dove morirono 39 persone, di cui 32 italiani, prima di assistere alla finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool. Il libro, presentato per la prima volta in Belgio, è stato quindi l’occasione per ricordare ciò che è accaduto e anche per parlare di sicurezza nello sport e relativa legislazione, in Italia e in Europa. Dimostrazione anche di quanta strada è stata fatta dalla pubblicazione di "HEYSEL, le verità di una strage annunciata", attraverso un percorso di memoria, troppo spesso bistrattata, e dignità dei familiari delle vittime, che grazie a Otello Lorentini e all’avvocato Daniel Vedovatto hanno ottenuto giustizia facendo condannare l’Uefa, in un processo lungo, estenuante e anch’esso dimenticato troppo presto e troppo in fretta. Una condanna che ha fatto giurisprudenza, poiché da quel momento il massimo organismo di calcio europeo è diventato responsabile delle manifestazioni che organizza.

12 ottobre 2012

Fonte: Sporteconomy.it

Assurdo Heysel: 39 morti per una partita di pallone

di Massimiliano Morelli

Ci sono storie che un giornalista mai e poi mai vorrebbe raccontare. Ma ci sono storie, le stesse, che devono essere raccontate. Siamo schietti, spieghiamo subito che in questo caso, diventa ancor più difficile l’impresa per il cronista in questione, perché l’autore del libro Heysel, le verità di una strage annunciata (Bradipolibri, 15,00 euro, pp. 248), è un giornalista sportivo. Dunque tutto avrebbe immaginato, tranne che un giorno si sarebbe trovato a descrivere una finale di coppa dei campioni che si trasformò in massacro. Francesco Caremani, aretino, classe 1969, s’è servito della voce narrante di Otello Lorentini, della prefazione di Walter Veltroni e dell’introduzione di Roberto Beccantini per descrivere uno dei giorni più tristi del football, la partita Juventus - Liverpool datata 29 maggio 1985. Ecco, sono trascorsi 27 anni dalla strage dello stadio belga dove morirono 39 persone. Trentadue erano tifosi italiani. Il libro in questione sarà presentato a Bruxelles, martedì 9 ottobre. Davanti agli invitati, alle autorità belghe e italiane, insieme con l’autore saranno presenti Antonio Tajani, vice presidente della Commissione europea; Gianni Pittella, membro della Commissione cultura e istruzione presso il Parlamento europeo e Carolina Morace, opinionista e grande ex del calcio femminile italiano; e con loro l’avvocato italo-belga Daniel Vedovatto, già legale dell’Associazione dei familiari delle vittime di Bruxelles. Il libro, presentato per la prima volta in Belgio, si trasforma in una occasione utile per ricordare ciò che è accaduto; e permetterà anche di parlare nel merito della sicurezza nello sport e delle relative legislazioni, in Italia e in Europa. Una vera e propria dimostrazione anche di quanta strada è stata fatta grazie alla pubblicazione del libro, realizzato attraverso un percorso di memoria, troppo spesso bistrattata, e di dignità dei familiari delle vittime, che grazie a Lorentini e Vedovatto hanno ottenuto giustizia facendo condannare l’Uefa, in un processo lungo, estenuante e anch’esso dimenticato troppo presto e in fretta. Una condanna che ha fatto giurisprudenza, poiché da quel momento il massimo organismo di calcio europeo è diventato responsabile delle manifestazioni che organizza.

9 Ottobre 2012

Fonte: Ilpuntonto.com

 
Servizi di Massimiliano Morelli per la Trasmissione Sportiva di OLIMPOPRESS (TV online) del 5.10.2012

Heysel, le verità di una strage annunciata

Caremani racconta l’unica inchiesta italiana sulla strage

Il 29 maggio 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles, prima della finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool, muoiono 39 tifosi bianconeri. Muoiono nel settore Z, schiacciati e soffocati dalla calca, sotto i colpi degli hooligans inglesi instupiditi dall’alcool, con la connivenza decisiva delle autorità belghe, della polizia locale e dell’Uefa, incapaci di prevedere e d’intervenire. Una tragedia annunciata che si è abbattuta con disperante drammaticità sul calcio come sport e sulle coscienze di tutti noi come uomini prim’ancora che come sportivi. "L’Heysel - ricorda Roberto Beccantini nell’introduzione - rimane una ferita immane che riga la memoria e sfigura molte coscienze che, non solo in Italia, sanno di averla fatta sporca". Tutti hanno raccontato quello che è successo prima di Juventus-Liverpool, molti hanno raccontato il durante e il dopo, anche il proprio, ma nessuno s’è mai veramente addentrato nelle scomode verità. "Questo libro è prezioso e bellissimo - scrive Veltroni nella prefazione. Lo è perché ci ammonisce a non dimenticare, e perché narra puntualmente e con notizie verificate tutto ciò che è accaduto; ma lo è anche perché è un libro d’inchiesta che ha dentro la passione del diario, della pagina biografica". Gli effetti personali rubati, l’arroganza delle autorità, la lunga, faticosa e snobbata battaglia legale portata avanti dall’Associazione delle vittime, da Otello Lorentini che in Belgio ha perso l’unico figlio Roberto; medaglia d’argento al valore civile per essere morto tentando di salvare un connazionale. L’umanità calpestata di 39 famiglie tra meschinità d’ogni genere. Questo libro è un atto dovuto alla memoria e alla dignità di 39 persone che hanno perso la vita per assistere a una partita. Per ricordare ciò che l’ambiente calcio ha cercato troppo spesso e troppo in fretta di dimenticare. "Leggete queste pagine - sottolinea Beccantini: scoprirete com’è stato duro accendere una candela di giustizia. Una candela, non un lampadario".

24 settembre 2012

Fonte: Sportmediaset.mediaset.it

 

Libri - Sarà presentato a Bruxelles "HEYSEL, le verità di una strage annunciata"

"HEYSEL, le verità di una strage annunciata", il libro scritto da Francesco Caremani (Bradipolibri editore), con la voce narrante di Otello Lorentini, la prefazione di Walter Veltroni e l’introduzione di Roberto Beccantini, sarà presentato a Bruxelles, martedì 9 ottobre. Davanti agli invitati, alle autorità belghe e italiane, insieme con l’autore saranno presenti l’On. Gianni Pittella, membro della Commissione cultura e istruzione presso il Parlamento europeo, Carolina Morace, opinionista e grande ex del calcio femminile italiano, e l’avvocato italo belga Daniel Vedovatto, già legale dell’Associazione dei familiari delle vittime di Bruxelles; modera l’incontro Enrico Tibuzzi, responsabile ANSA ufficio di Bruxelles. Ospite d’onore sarà Antonio Tajani, vice presidente della Commissione europea. Il 29 maggio sono passati 27 anni dalla strage dell’Heysel, dove morirono 39 persone, di cui 32 italiani, prima di assistere alla finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool. Il libro, presentato per la prima volta in Belgio, è quindi l’occasione per ricordare ciò che è accaduto e anche per parlare di sicurezza nello sport e relativa legislazione, in Italia e in Europa. Dimostrazione anche di quanta strada è stata fatta dalla pubblicazione di "HEYSEL, le verità di una strage annunciata", attraverso un percorso di memoria, troppo spesso bistrattata, e dignità dei familiari delle vittime, che grazie a Otello Lorentini e all’avvocato Daniel Vedovatto hanno ottenuto giustizia facendo condannare l’Uefa, in un processo lungo, estenuante e anch’esso dimenticato troppo presto e troppo in fretta. Una condanna che ha fatto giurisprudenza, poiché da quel momento il massimo organismo di calcio europeo è diventato responsabile delle manifestazioni che organizza. L’appuntamento è per martedì 9 ottobre 2012, ore 18.30, all’Espace Banca Monte Paschi Belgio, Avenue d’Auderghem 22/28, B-1040 Bruxelles; seguirà un ricevimento. Omissis (N.D.R. Mail Banca).

21 settembre 2012

Fonte: Sporteconomy.it

 

Francesco Caremani a Fidenza

Alla "Vecchia Talpa" la presentazione di "Heysel  Le verità di una strage annunciata" di Francesco Caremani nella serata di sabato 24 marzo 2012 alla libreria di Luca Frazzi, introdotto da Remo Gandolfi.

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Heysel, storia di una strage annunciata – Il libro di F. Caremani

di Barza

Barzainter cerca da anni di farvi sorridere, ma oggi voglio condividere con voi una riflessione seria. Ieri sera si sono incontrate Italia e Inghilterra nei quarti di finale dell’Europeo con un finale emozionante. Durante il commento spesso si è parlato della grande sportività dei tifosi inglesi che tifano per la loro squadra nella buona e nella cattiva sorte. Vero, questa è la parte del tifo buono, ma purtroppo il tifo non è solo quello. Mi hanno infatti anche colpito le immagini del grande numero di stewart (saranno stati almeno un centinaio se non di più…) che presidiavano e controllavano proprio la curva dei supporter inglesi e così il mio pensiero, inevitabilmente, è volato al 29 Maggio 1985, una data infausta per il calcio, la data in cui persero la vita 39 angeli. Una tragedia che in tanti, in troppi troppo spesso dimenticano o, ignobilmente, deridono o ne calpestano la memoria… E allora oggi voglio parlarvi del libro che ho appena terminato di leggere e che ne racconta fino in fondo la storia, Heysel storia di una strage annunciata, il libro del bravissimo giornalista aretino Francesco Caremani. Il libro è un autentico pugno nello stomaco, una lettura che ti colpisce nelle emozioni e nei sentimenti, perché ancora oggi non si riesce a credere come il calcio possa aver generato una tragedia simile. E la tragedia purtroppo non è accaduta solo sul campo: ha toccato le famiglie dei morti e dei feriti, calpestati prima da chi voleva dimenticare, poi dalla burocrazia, poi da chi, come l’UEFA o il borgomastro di Bruxelles, non voleva che fosse fatta giustizia… E’ però più di tutti la determinazione di un uomo, Otello Lorentini che farà sì che almeno un po’ di giustizia sia fatta. E’ a lui e all’Associazione tra i Familiari delle vittime dell’Heysel, da lui fondata, che infatti si deve se ora l’UEFA è responsabile di tutto ciò che accade nelle manifestazioni da lei organizzate. Prima non era così e non lo sarebbe stato neanche dopo il primo grado. E’ solo alla determinazione e la voglia di giustizia di Otello, oltre a quella del bravissimo avvocato belga Daniel Vedovatto e all’onestà dei giudici che hanno scritto le sentenze, che si deve il fatto che la sentenza venisse ribaltata in appello.

Otello Lorentini è un sopravvissuto dell’Heysel ed è il padre di Roberto, medaglia d’argento al valore civile, che ha trovato la morte sugli spalti dell’Heysel perché, da buon medico e da padre di famiglia, pur essendosi già messo in salvo era tornato sugli spalti di quel maledetto settore Z, per soccorrere e praticare la respirazione bocca a bocca a un bambino che era rimasto ferito. Sarà l’ultima immagine che quel povero papà avrà di suo figlio, morto da eroe, ma sempre vivo nel ricordo in mezzo alla sua famiglia come amano dire i suoi figli, anche loro testimoni di quella atroce tragedia. Io non avevo neanche 10 anni quando successero i tristi fatti dell’Heysel, ma ricordo ancora quella sera, ricordo che guardando quelle immagini che arrivavano in diretta da Bruxelles mi chiedevo, con la innocenza di un bimbo, come mai potesse accadere una cosa del genere per il calcio e non sapevo ancora che un bimbo di 2 anni più grande di me avrebbe perso la vita proprio lì… Questo è un libro che racconta proprio a chi non l’ha vissuta direttamente o a chi è troppo giovane per averlo fatto tutto quello che accadde e tutto ciò che generò la follia di certi animali da stadio, per far si che non si perda mai la memoria di ciò che avvenne e che il triste sacrificio di chi non è riuscito a tornare dall’Heysel (ma anche di chi è rimasto, ma ha avuto la vita indelebilmente segnata da quel triste giorno) non sia avvenuto invano. Mai più deve accadere una cosa del genere. Il libro che Francesco Caremani probabilmente non avrebbe mai voluto scrivere, è un libro d’inchiesta, ma anche un libro che vuole raccontare chi erano tutte quelle persone che sono state ignobilmente colpite prima e calpestate poi nella loro dignità e come ben dice Walter Veltroni che ne ha curato la prefazione è un libro bellissimo e prezioso perché ci ammonisce a non dimenticare, e perché narra puntualmente e con notizie verificate tutto ciò che è accaduto. Il libro racconta le testimonianze private, i racconti dei sopravvissuti, ma anche quelle pubbliche, dai giornali dell’epoca, ci racconta come venne condotta l’inchiesta della magistratura belga, con tutte le magagne che vennero alla luce, non solo le incredibili manchevolezze del servizio d’ordine dentro e fuori dallo stadio (gli stewart davanti alla curva degli inglesi erano molti di più di tutti gli agenti messi a presidiare l’Heysel), ma anche delle profanazioni dei cadaveri e dei furti perpetrati ai danni delle povere vittime, degli atti ignobili fatti dai belgi ai danni degli italiani, non solo quella sera, di come il Belgio (e non solo, purtroppo…) volesse mettere una pietra sopra su tutto facendo finta che non fosse mai accaduto, cercando, fra le altre cose, di impedire nel 1990 anche la posa dei fiori davanti al maledetto settore Z a Baresi in un Malines-Milan giocato nello stesso stadio. (Baresi, per la cronaca, li mise lo stesso, dimostrandosi uomo vero). Ci racconta di Roberto Lorentini e della giovane Giusy Conti, i due aretini che hanno perso la vita quella sera, della enormi difficoltà incontrate durante il processo, della latitanza della società Juve (perpetrata praticamente fino all’avvento di Andrea Agnelli…) nello stare vicino all’Associazione tra i familiari delle Vittime dell’Heysel e di come, dopo anni duri, finalmente un po’ di giustizia sia stata fatta, oltre a quanto non sia stato assolutamente semplice fare sì che il ricordo non venisse calpestato anche dopo 10 e 20 anni… Questo è un libro che a mio avviso dovrebbero leggere tutti, soprattutto coloro che si accalorano, anche troppo, per una partita di calcio, che dovrebbe rimanere sempre quello che è, uno sport, non una battaglia. Ci sta arrabbiarsi, ma c’è un limite che a mio avviso non dovrebbe essere mai superato. Facciamo sì, ricordandoci ogni giorno che il calcio è solo uno sport, che i 39 angeli non siano morti invano. La Juve ha voluto ricordare gli Angeli dell’Heysel nella notte dell’inaugurazione del nuovo stadio in uno dei momenti più toccanti della serata a cui ho avuto la fortuna di partecipare. Ricordo la commozione e le lacrime che solcavano i volti delle persone che avevo vicino. So che Andrea Agnelli ha detto che nel J-Museum vi sarà uno spazio dedicato gli Angeli, bene io avrei due proposte: il ritiro della maglia n. 39 della Juventus in memoria e propongo che quella coppa sia messa nel museo della Juventus, avvolta in un drappo nero e con i nomi dei 39 angeli scritti sotto. Non era una coppa da festeggiare, ma ora deve rimanere da memento perché questa storia non si ripeta mai più !

25 giugno 2012

Fonte: Barzainter

L'Heysel 26 anni dopo fa ancora più male

Un libro spiega perché ne "La verità di una strage annunciata" Francesco Caremani ricorda la tragedia ma anche tutte le umiliazioni successive.

A volte l'esercizio doloroso e difficile di tenere viva la memoria incontra la diffidenza, l'ostilità e il sincero fastidio di quanti vorrebbero, per cattiva coscienza o per quieto vivere, cancellare tutto con uno schiocco di dita e andare avanti. Come i dittatori sul punto di trattare la resa, chiedendo in cambio impunità e amnistie. Così i padroni del vapore avrebbero preferito stendere un velo sulla notte dell'Heysel. Derubricarla a fatalità, tragico incidente, scherzo del destino. E passare subito oltre: questa è una storia da dimenticare, è una storia da non raccontare, avrebbe detto De André. Perché è una storia che ha sbriciolato favole, apparenze, ipocrisie, ha spezzato vite e illusioni, in un intreccio ignobile di violenza e stupidità che non ha avuto ragione del coraggio dei familiari delle vittime. Tra questi, Otello Lorentini, padre di Roberto, uno dei 39 morti (fu ucciso mentre tentava di salvare un ferito praticandogli la respirazione bocca a bocca; gli fu assegnata una medaglia d'argento al valore civile: se fosse stata d'oro, sarebbe stato obbligatorio un vitalizio... ): la sua ostinata battaglia per ottenere giustizia è al centro della ristampa del libro di Francesco Caremani, Heysel. La verità di una strage annunciata. Riunendo gli altri familiari in un'associazione, Lorentini ha affrontato un lungo viaggio nel dolore, accompagnato dalla vigliaccheria di quanti avrebbero potuto dire e fare e hanno preferito il silenzio, frasi di circostanza, omissioni e bugie. Fino alla clamorosa vittoria giudiziaria della condanna definitiva dell'Uefa, che da allora è sempre corresponsabile di ciò che accade negli impianti in cui si disputano le partite dei propri tornei. Una sentenza che, condannando anche lo Stato belga e la Federazione belga, rispecchiava l'indignazione di Federico Sordillo, presidente della Figc nell'85: "O le forze dell'ordine hanno ingannato la Federazione belga non mantenendo ciò che avevano promesso, o la Federazione belga ha ingannato tutti noi non avendo mai richiesto un certo tipo di tutela e di collaborazione alle forze dell'ordine". Ma prima del verdetto, una lunga e ignobile sequenza di umiliazioni: i festeggiamenti dei giocatori in campo mentre sugli spalti si consumava la tragedia, le commemorazioni in tono minore e controvoglia, quando non addirittura vietate, l'indifferenza, la solidarietà rifiutata, la decisione di porre i bidoni dell'immondizia sotto la targa dello stadio, completamente ristrutturato e ribattezzato Re Baldovino, la lentezza e la negligenza della giustizia belga, le frasi offensive di chi voleva far passare i familiari delle vittime come sciacalli, o di quelli che la pensavano come Carmelo Bene ("che volete che sia per un po' di morti", disse al Processo del lunedì). Restano, ai giorni nostri, i cori di tifosi ostili alla Juventus, conti alla rovescia da 39 a zero e altre raffinatezze, che si ripetono senza suscitare scandalo: solo poche righe nelle cronache con la precisazione che si tratta di "pochi esagitati". È così che quei morti vengono uccisi di nuovo.

23 giugno 2011

Fonte: L'Unità

Heysel, una strage annunciata di Francesco Caremani

Recensione di Luigi Mastrangelo

Dopo aver letto poche pagine, vorresti smettere. Eppure non è una recensione negativa, questa a Francesco Caremani (Heysel. Le verità di una strage annunciata, Bradipolibri, Torino, 2010, pp. 227), tutt'altro. Il libro è ottimo tecnicamente, scritto con buona fluidità e pieno di informazioni documentate e testimonianze attendibili, arricchite dalla prefazione di Walter Veltroni. Il desiderio di chiuderlo e metterlo via viene dal contenuto, un vero pugno nello stomaco del lettore che, però, non osa lamentarsi di fronte al dolore vero, quello delle 39 vittime e degli oltre quattrocento feriti del 29 maggio 1985 a Bruxelles. Quel giorno, nell'inadeguato stadio belga macabro teatro della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, si consumò "la morte del calcio" e, ancor peggio, quella di tanti esseri umani convenuti in un luogo, solo teorico, di sport. Tra di loro, anche due tifosi di Francavilla al Mare, Rocco Acerra e Nino Cerullo, oltraggiati dalla furia degli hooligans e, nelle tristi operazioni successive, dalla superficialità delle autorità e dei medici legali belgi. Proprio le procedure adottate dagli organizzatori locali e dalla federazione calcistica europea sono state ricostruite, grazie alla tenacia dell'associazione dei parenti delle vittime, evidenziando le (ir)responsabilità di quanti hanno concorso a trasformare una partita in una terribile mattanza. Tanta solerzia nella richiesta di giustizia da parte degli italiani, probabilmente, non è stata gradita in una città, particolare non irrilevante, sede delle istituzioni europee. Lo testimonia la vicenda di un altro tifoso, Ercole D'Alma (alcuni giornali locali scrissero Sergio Dalma, altri D'Ambra), elettricista di Bruxelles originario di Pescara: in occasione della partita, incredibilmente giocata ancora all'Heysel, tra Milan e Malines cinque anni dopo, venne malmenato senza motivo dalla polizia locale solo perché "voi italiani siete come gli inglesi".

19 aprile 2011

Fonte: Quotidianodabruzzo.it

Caremani: "Heysel tragedia immensa da non dimenticare mai"

Ospite in radio di "Tutti pazzi per la Juve" è questa volta Francesco Caremani, autore del libro edito da Bradipolibri "HEYSEL, le verità di una strage annunciata". Caro Francesco, benvenuto su RADIO POWER STATION. Tu sei l'autore del libro "Heysel, la verità di una strage annunciata". "Sì, in verità può sembrare un titolo presuntuoso, ma sono tante piccole verità messe insieme che raccontano quella immane tragedia" Francesco, facci un sunto del libro. "Sinteticamente: come ho scritto, l'incapacità delle autorità del Belgio e dell'UEFA di organizzare una finale di Coppa dei Campioni, non ci dimentichiamo che in quel momento Juventus e Liverpool erano le squadre più forti del mondo. Poche finali infatti sono paragonabili a quella, era stata definita infatti la finale del secolo. Tutto questo però era stato organizzato in uno stadio assolutamente inadeguato, oltretutto in ristrutturazione, infatti gli inglesi hanno potuto trovare diversi calcinacci di ogni tipo. Oltretutto loro non erano nemmeno stati perquisiti all'ingresso dello stadio, cosa che invece è avvenuta per i tifosi italiani. Quel settore poi doveva essere neutro, ma in qualche modo dei biglietti erano arrivati in Italia, in circostanze ancora oggi misteriose. Io ero andato col gruppo di Arezzo (N.D.R. Francesco Caremani non è stato all’Heysel, si tratta di una trascrizione o interpretazione errata dell’autore dell’articolo nell’intervista), che insieme a quello di Bassano del Grappa e Cagliari è stato l'unico ad avere dei morti. Uno di questi ha ricevuto poi la medaglia d'argento al valor civile per essere morto tentando di salvare un connazionale". C'è ci dice malignamente che gliel'hanno data d'argento e non d'oro per non pagare la pensione alla famiglia... "Guarda, io ho scritto il libro a quattro mani con Lorentini, che ha un significato molto profondo per me, è una cosa che da un grande valore al libro. Infatti Lorentini è stato il presidente dell'associazione delle famiglie dei caduti dell'Heysel, ed è l'unico che ha seguito direttamente i processi, riferendo poi agli altri. E proprio lui mi ha confermato che qualcuno molto discretamente gli aveva detto che la medaglia era stata data d'argento e non d'oro proprio per questo. Le famiglie infatti non hanno mai chiesto nulla, sono state lasciate da sole, e questo libro spero serva non a consolarle, ma a rafforzarne la memoria. Il mio libro è diverso da tutti gli altri che sono usciti sull'argomento: oltre a raccontare l'evento, racconta anche il dopo, perché infatti è il dopo che secondo me ha creato questo vuoto durato quasi 20 anni. Infatti è solo dopo 20 anni che qui ad Arezzo siamo riusciti a far intitolare due piazze ai caduti, a far tenere un'amichevole in loro memoria tra le primavere di Juventus e Liverpool, e a far erigere una lapide". Non so se c'eri lo scorso Maggio alla giornata della memoria a Torino. "No, non c'ero, ma grazie ai racconti che mi sono stati fatti e ai video che ho potuto vedere, ho capito che è stata una giornata incentrata molto sulla memoria e non sull'orgoglio Juventino, e di questo vi ringrazio. Non sarà mai troppo quello che faremo per ricordare 39 angeli innocenti".

29 Novembre 2010

Fonte: Juvenews.net

Francesco Caremani

Heysel - La verità di una strage annunciata

di Alberto Rossetto 

Il libro in questione in realtà è la ristampa riveduta ed aggiornata di quello uscito nel 2004, ma soprattutto è un atto dovuto alla memoria ed alla dignità di chi ha perso la vita per assistere ad una partita di calcio. Memoria e dignità che autorità belghe ed assassini inglesi hanno da subito cercato di annientare e far dimenticare attraverso arroganza ed impreparazione i primi, con alcool e violenza i secondi. Non a caso l'autore si avvale della testimonianza di Otello Lorentini, presidente dell'Associazione delle vittime dell'Heysel che faticosamente, con dolore e coraggio, sbatte in faccia al lettore le crudeli meschinità subite dalle trentanove famiglie delle vittime, la lunga, difficoltosa e per certi versi snobbata battaglia legale intrapresa. Una strage annunciata e puntualmente verificatisi per la cecità dell'Uefa nel far giocare una finale di Coppa dei Campioni con una tifoseria a rischio in uno stadio inadeguato e gestita ancora peggio sia dalla stessa Uefa che dalla polizia belga. Quella apertasi il 29 maggio 1985 è una ferita che non si rimarginerà mai e poco importa se, come detto all'inizio, il volume è una ristampa, anzi ben venga, perché ciò che conta è tenere sempre la viva la memoria di quelle povere vittime. Semmai l'unico elemento che stride in questa sorta di "J'accuse" calcistico, sono gli interventi di Roberto Beccantini (ormai ex giornalista de La Stampa ma che con la presenza dell'Avvocato non godeva certo di quegli spazi concessigli da altri) e Valter Veltroni (ex sindaco di Roma che si ricorda della "sua" Juve solo dopo la scadenza del mandato politico), due personaggi che si definiscono tifosi juventini, ma che con la juventinità nulla hanno a che vedere, come ben si è visto nei loro comportamenti post farsopoli.

16 settembre 2010

Fonte: Bianconerionline.com

Heysel, con Veltroni e Caremani

Presso la Sala delle Feste del Consiglio regionale della Toscana, in Via Cavour 18 a Firenze, Walter Veltroni e Francesco Caremani presentano i loro libri: "Quando cade l’acrobata, entrano i clown" e "HEYSEL le verità di una strage annunciata", 25 anni dopo la strage di Bruxelles, prima della finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool. Sarà presente Andrea Lorentini, giornalista e figlio di Roberto, vittima della curva Z e medaglia d’argento al valor civile, per essere morto mentre tentava di salvare un connazionale. Coordinerà il Consigliere regionale Enzo Brogi. Il 29 maggio 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles, prima della finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool, sono morte 39 persone. Muoiono nel settore Z, schiacciate e soffocate dalla calca, sotto i colpi degli hooligans inglesi instupiditi dall’alcool, con la connivenza decisiva delle autorità belghe, della polizia locale e dell’Uefa, incapaci di prevedere e d’intervenire. Una tragedia annunciata che si è abbattuta con disperante drammaticità sul calcio come sport e sulle coscienze di tutti noi come uomini prim’ancora che come sportivi. Una ferita aperta e mai rimarginata, perché non si può e non si deve morire di calcio. Quattro le vittime toscane: Bruno Balli di Prato, Giuseppina Conti di Arezzo, Giancarlo Gonnelli di Ponsacco e Roberto Lorentini di Arezzo. Da quei drammatici ricordi sono nati due libri, quello di Francesco Caremani, giornalista aretino, che ha ripercorso la cronaca del durante e, soprattutto, del dopo Heysel, e l’altro dell’Onorevole Walter Veltroni, scritto come monologo teatrale, in onore alla memoria delle 39 vittime. Per ricordare ciò che l’ambiente calcio ha cercato troppo spesso e troppo in fretta di dimenticare.

31 Maggio 2010

Fonte: Magazine.enzobrogi.it

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