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Monaco di Baviera 6.02.1958 Tragedia Aerea del Manchester
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Manchester United: Ultimo dribbling con il destino

di Massimiliano Castellani

Giovedì 6 febbraio 1958: all’aereoporto di Monaco la tragedia del Manchester. Otto giocatori muoiono nello schianto. Due superstiti, Matt Busby e Bobby Charlton, fecero poi grandi i "red devils".

Monaco di Baviera, 6 febbraio 1958, ore 16,04 (NDR: 15,04): il volo Be 609 della British European Airways ritenta il decollo. La pista è coperta di neve, dalla cabina di controllo sconsigliano la manovra, ma il pilota Rayment insiste e porta l’aereo fino in fondo alla pista dove un’ala va a impattare contro le mura di una casa che in un attimo s’incendia. Un’esplosione pazzesca, quell’aereo va in mille pezzi e con esso una parte dei "Busby Babes" del Manchester United. Finirono così i figliocci leggendari di sir Matt Busby, lo "scozzese di ferro" che dal 1946 al ’69 avrebbe fatto dello United la sua missione. Un duro dal cuore tenero, che amava lavorare soltanto con il suo staff. Un gruppo di uomini fidati, composto da una "triade pulita": Jimmy Murphy addetto allo sviluppo di quello che sarebbe diventato il miglior settore giovanile del calcio britannico; Bert Whalley, il coach che recapitava settimanalmente lettere con su scritti i giudizi tecnici ad ogni singolo giocatore della rosa; Tom Curry che aveva il compito di badare alla "crescita spirituale" dei Babes e molti di loro lo seguivano alla Messa nella chiesa cattolica prima di ogni match. Murphy quel 6 febbraio come sempre intendeva seguire la squadra e a salvarlo fu un impegno come visionatore per conto della nazionale.

Whalley e Curry non scamparono invece alla tragedia di Monaco (che fece 23 vittime), ed è importante ricordarli, perché senza il loro prezioso lavoro oggi non esisterebbe il grande Manchester United, un colosso del football, con 50 milioni di tifosi sparsi nel mondo e 4° club più ricco del pianeta calcio. Busby e i tre uomini del suo staff sono stati degli autentici pionieri di una società che appena dopo la Seconda Guerra era ridotta finanziariamente ai minimi termini. Mancavano le divise per scendere in campo e perfino per gli allenamenti era necessario il razionamento delle maglie. Allora non esisteva neppure il mitico stadio di Old Trafford, e così lo United doveva chiedere ospitalità agli "odiati" cugini del Manchester City che gli concessero il loro impianto dietro lauto pagamento dell’affitto stagionale. Solo nell’agosto del 1949, tre mesi dopo l’infausta tragedia di Superga, dove anche il sogno del Grande Torino andò in frantumi in un aereo, i "Red Devils" poterono tornare alla loro "casa". Da quel momento in poi l’Old Trafford avrebbe alzato il sipario su quello che ormai è diventato "The Theatre of Dreams". Il Teatro dei sogni di quei giovani plasmati alla grinta e al bel gioco, ma soprattutto al rispetto per sé stessi e per gli avversari. Il primo comandamento di Busby recitava: "Ciò che importa più di tutte le altre cose è che una partita di calcio deve essere disputata con lo spirito giusto, ovvero con fair play". Una lezione imparata a memoria dai Babes e che divenne una delle risorse per aprire un’era gloriosa, inaugurata nella stagione 1951-’52 con il titolo di campioni d’Inghilterra. Un successo che allo United mancava da 41 anni e al quale seguirono altri 4 campionati vinti con sir Busby in panchina che chiuse quel ciclo d’oro nel 1968 con la conquista dell’agognata Coppa dei Campioni. Quei talenti, messi insieme formavano un tesoro che all’inizio della luttuosa stagione 1957-58 era stato stimato in 350mila sterline.

E le quotazioni dei Busby Babes erano destinate a lievitare dopo la netta vittoria nei quarti di Coppa dei Campioni sul campo della Stella Rossa di Belgrado. L’ultimo urlo di gioia per 8 di quei ragazzi che fecero piangere Manchester e tutti gli innamorati del football. Il capitano, il "vecchio" Roger Byrne (28 anni) quel 6 febbraio se ne andò senza sapere che aspettava un figlio da sua moglie Joy e appena in tempo per scrivere l’ultimo articolo nella rubrica che teneva dalle pagine del "Manchester Evening News". "Spero di ritrovare il Real Madrid in semifinale…", scrisse Byrne che pregustava la rivincita dopo la sconfitta subita con gli spagnoli l’anno prima. Geoff Bent (25 anni) era allergico ai viaggi aerei: "Mi fanno sanguinare il naso mister Busby", aveva provato a convincerlo. Ma alla fine si era piegato alla volontà del "mister" ed era partito per la sua ultima trasferta. Tommy Taylor (26 anni) stava progettando il matrimonio con la sua fidanzata e al telefono gli disse: "Prepara una bella birra che sto arrivando amore…". Liam Whelan (22 anni) morì con la fede più profonda dell’irlandese cattolico e prima dello schianto c’è chi giura di averlo sentito urlare: "Dio sono pronto…". A Dublino per i suoi funerali si presentarono in 20mila. Mark Jones (24 anni) lasciò a casa ad aspettarlo invano una giovane moglie e un bambino piccolo. Un’assenza che spaccò il cuore dell’amato Rick, un labrador nero che si lasciò morire qualche giorno dopo la fine prematura del suo padrone. Quella sciagura fu un tiro più mancino di quelli che scagliava in porta l’ala sinistra Eddie Colman (21 anni) che con David Pegg (22 anni) era il più giovane del gruppo dei gioielli. La gemma più preziosa, la grande speranza d’Inghilterra, era Duncan Edwards, "the Tank". Volò via per sempre anche lui, a 21 anni. Poco prima della manovra di decollo trovò il tempo di spedire un telegramma alla sua padrona di casa per avvertirla che per problemi atmosferici avrebbe trascorso la notte in Germania. Il telegramma arrivò a destinazione alle 17 di quel pomeriggio, quando a Monaco Edwards su un letto dell’ospedale Rechts der Isar, affrontava la sua sfida più importante, quella contro la morte. I suoi polmoni d’acciaio capaci di reggere anche quattro partite alla settimana non volevano mollare. Con le costole frantumate, un polmone perforato e la gamba destra spezzata, Duncan sibilò al dottore: "Quante chance ho di poter giocare in Premier la settimana prossima ?". La sua fidanzata Molly gli tenne forte la mano e rimase così, a vegliarlo, fino alla notte del venerdì 21 febbraio quando quella stella di Old Trafford si spense per sempre. Fu una seconda morte per il Manchester. La cittadina di Dudley, nel Midlyne dove Edwards era nato, si strinse tutta intorno a quel figlio adorato al quale gli dedicò una statua e sulle vetrate della chiesa di St Francis è stato dipinto il suo ritratto con la maglia del Manchester e dell’Inghilterra.

Un’Inghilterra che per anni si è chiesta se con i Babes in campo la nazionale dei Tre Leoni non avrebbe conquistato anche i Mondiali del ’58 e del ’62, compiendo il tris iridato con quella Coppa alzata al cielo di Londra nel ’66 da sir Bobby Charlton, "il sopravvissuto di Monaco". Fu lui, il bomber dello United insieme a Dennis Law e al "Pelé bianco" e principe degli irregolari, George Best, a mantenere in vita il mito vincente dei Babes, ma soprattutto a ridare il sorriso a sir Busby. Lui non ha mai smesso un giorno di pensare a quei suoi ragazzi che fino all’ultimo minuto delle loro esistenze amava salutare con un paterno: "hello son", ciao figliolo. Busby ha sempre saputo che quel gruppo straordinario e il loro sogno sarebbe durato in eterno. E allora l’ultimo atto di questa lunga storia dei Babes forse è stato scritto a Barcellona in una notte magica del 1999. Finale di Coppa di Campioni Manchester-Bayern, la squadra di Monaco. Lo United al 90’ è sotto di un gol, ma nei minuti supplementari sigla la più clamorosa delle vittorie, 2-1. Era la notte del 26 maggio, il giorno del compleanno di sir Busby che se ne era andato cinque anni prima. Ma quella notte a Barcellona, i tifosi del Manchester giurano che Busby e i suoi Babes erano lì con loro, erano tornati giusto il tempo per portare ancora una volta lo United sul tetto d’Europa, perché il sogno di Old Trafford non abbia mai fine.

Fonte: Storiedicalcio.altervista.org


6 febbraio 1958 - Monaco di Baviera, fiori rossi nella neve

di Francesco Cavallini

Ce la farò, padre ? Io credo di sì. Mi avete dato due volte l’estrema unzione, eppure eccomi, sono ancora qua. Non basta a fermarmi, eh. Sono vecchio e un po’ malandato, ma non mi terranno qui. Non a lungo almeno. Non appena potrò alzarmi, farò il giro delle camere di questo maledetto ospedale e andrò a trovare i miei ragazzi. Perché i miei ragazzi sono bravi, lo sa, padre ? Ma certo che lo sa, sarà passato da loro come è stato qui con me. Immagini padre, immagini il conforto che dà sapere che nonostante tutto, Dio ci è stato vicino. Che siamo sopravvissuti. Che un giorno quei ragazzi potranno ricordare questi giorni e pensare che è stata solo una brutta esperienza. Io sono avanti con gli anni e mi hanno trovato mal ridotto, ma loro sono giovani. Giovani e forti. Prenda Duncan, padre. Ce l’ha presente Duncan ? È il primo che voglio abbracciare non appena mi daranno il permesso di lasciare questo letto. Ma lei che li ha visti, padre, come stanno i ragazzi ? Li hanno fatti uscire ? Non me lo dica, di certo sono già tornati in campo… E Duncan ? Come sta il nostro Duncan ? Nel suo letto d’ospedale, Matt Busby è isolato dal mondo. I medici non gli hanno ancora detto nulla dei suoi ragazzi. Lo shock potrebbe essergli fatale, date le pessime condizioni in cui versa. Nel terribile schianto di Monaco di Baviera lo scozzese ha rischiato la vita, più volte è stato dato per spacciato. Ma ha la pellaccia dura Busby. Eppure, nessuno ha avuto il coraggio di raccontargli cosa è accaduto agli altri. Come fare a spiegargli che un decollo frettoloso su una pista ghiacciata ha spezzato ben ventitré vite ? Ma il frate cappuccino che gli si avvicina non sa nulla di quel premuroso silenzio. E quando l’allenatore dello United gli chiede di Edwards il suo sguardo si fa triste. Duncan Edwards ha ventidue anni, è solo un ragazzo. Un ragazzo, si dice, destinato a sollevare la Coppa del Mondo. Billy Wright non aspetta altro che mettergli al braccio la fascia, tutta l’Inghilterra è certa che il prossimo capitano della nazionale sarà Duncan. E al diavolo la Football Association, con le sue regole e i suoi divieti. La gioventù non è un peccato. Duncan può diventare più amato di Matthews, più famoso di Puskas, e forse più forte di Di Stefano. Destro, sinistro, lancio lungo, tiro da fuori, visione di gioco. Ogni cosa, ogni singola qualità si incastra perfettamente in lui. Busby lo fa giocare da mediano, ma se volesse potrebbe schierarlo persino in porta. Nessun obiettivo gli è precluso. La gloria, quella gloria che ha già assaggiato con la maglia del Manchester United, sarà sua compagna per la vita. Duncan Edwards, il più grande calciatore di tutti i tempi. È scritto nel suo destino. E in Svezia nell’estate 1958 se ne accorgeranno tutti, proprio come se ne è accorto Matt. E invece no. Il mondo scopre Pelé e Garrincha. Non Duncan. E a sollevare la Coppa del Mondo del 1966 non sono le sue mani. Nell’immagine da consegnare alla leggenda c’è Bobby Moore. Ci sono Gordon Banks, Geoffrey Hurst, c’è persino Bobby Charlton, che era su quell’aereo con lui. Ci sono tutti. Ma non Duncan Edwards. Perché quel calciatore divino muore in terra straniera, lontano dai suoi affetti. Un decollo in condizioni proibitive, lo schianto e poi il buio. Duncan lotta tra la vita e la morte per più di dieci giorni. Le tentano tutte, provano addirittura a impiantargli un rene artificiale. Ma il destino decide altrimenti. La partita contro i Wolves, che tanto premeva a squadra e tifosi, Edwards non la giocherà mai. Ma avrebbe davvero voluto farlo, tanto che pare che con un filo di voce abbia più e più volte chiesto a Jimmy Murphy, l’allenatore in seconda che su quell’aereo non c’era, "A che ora inizia il match, Jimmy ? Non posso mancare".  E invece il 21 febbraio 1958, quasi due settimane dopo i compagni morti sul colpo, in un letto di ospedale di Monaco di Baviera si spegne la grande speranza del calcio inglese. Duncan Edwards raggiunge nella leggenda Geoff Bent, Roger Byrne, Eddie Colman, Mark Jones, David Pegg, Tommy Taylor e Billy Whelan.

I Busby Babes li chiamavano. Una squadra giovane e piena di talento, spazzata via da una tragedia tanto terribile quanto insensata. Matt li aveva cresciuti, calcisticamente e non. Comprensibile quindi che nessuno abbia ancora avuto voglia di dargli questo ulteriore dolore. Ma ormai il muro è caduto. E allora si avvicinano i medici, gli infermieri e soprattutto Jean. Tocca a lei, l’amore di una vita, fare a suo marito il triste elenco di quelli che non ci sono più. Anche Tommy ? Come è possibile ? Una volta l’ho visto scontrarsi con un muro, padre, il nostro Tommy Taylor. Voleva riprendere un pallone vagante e bam, dritto sulla parete a tutta velocità. Eppure niente, neanche un graffio. Era una forza della natura Tommy, non lo fermavi neanche a calci. E Dio sa quante volte ci ho provato in allenamento. Non sono mai stato un terzino, ma una scivolata la potrei ancora fare, se non fossi bloccato in questo maledetto letto. Eppure Tommy non lo buttavi giù. Neanche Duncan ci riusciva. Una spallata e via, era pronto a spaccare la porta. Quanti gol gli ho visto fare, padre. Di piede, di testa, con il sole e con la pioggia. Nessuno al mondo poteva fermare Tommy Taylor. Ci hanno provato a portarmelo via, sono venuti dall’Italia. Ma gliel’ho detto padre, dove potevano metterseli quei soldi. Sessantacinquemila sterline sono tante, soprattutto se pensiamo a chi non ha il denaro per comprare un pezzo di pane. Ma non abbastanza per Tommy. Fosse venuto il Ministro della Difesa e me lo avesse chiesto per l’esercito, sarei partito io al suo posto. Era prezioso Tommy. Un caro ragazzo. Poveri noi. E povera Carol… Carol avrebbe sposato Tommy Taylor, probabilmente dopo la Coppa del Mondo in Svezia. Altri sei mesi, giusto il tempo di indossare la numero nove in terra scandinava e scardinare le difese di mezzo mondo. E invece quel nove lo prenderà Derek Kevan, che si farà anche valere, segnando due delle quattro reti dell’Inghilterra. Un’altra maglia, quella rossa, accompagna Tommy nel suo ultimo viaggio, assieme alle reti, ai trofei e all’affetto dei suoi tifosi, che al suo arrivo lo eleggono subito a idolo indiscusso. Difficile non innamorarsi di uno così, grande e grosso che a vederlo fa quasi paura, ma con uno spirito di squadra infinito. È semplice tenere i conti delle reti segnate. Quello che nessuna statistica potrà mai quantificare è il sudore. Sono le botte prese. Sono le sponde, i rimpalli, i contrasti, i tuffi disperati a riprendere palloni impossibili. Lo United perde un gigante buono, imbattibile sulle palle alte, che con la sfera tra i piedi sembra goffo, ma sa calciare come e meglio di molti altri. Ma a queste cose, Matt ora proprio non ci pensa. Di Tommy Taylor rivede solo il sorriso. Il sorriso di un ragazzo di ventisei anni, che il destino ha cancellato troppo presto. Li ho uccisi io, padre, dal primo all’ultimo. Roger, Billy, Eddie, Mark, David, Geoff. ÈÈ colpa mia, solo colpa mia. Sono io che non ho rinunciato a quella stramaledetta coppa, io li ho portati lontani da casa. Quante persone ho fatto soffrire, quante famiglie… Figli che cresceranno senza i loro padri, padri che hanno visto morire i propri figli… È contro natura padre, queste cose non dovrebbero mai accadere. E invece accadono, proprio per colpa di gente come Matt Busby. Roger è Roger Byrne, capitano di quello United. Non ha i piedi buoni, manca di stacco aereo e certe volte eccede con la foga negli interventi. Ma ha un senso innato della posizione, un carisma immenso e, in un’epoca in cui i terzini di solito fanno compagnia ai propri portieri, spesso e volentieri rompe gli schemi e si getta in supporto delle ali. Byrne non può certo immaginare che a casa lo attende la sua Joy, per dirgli che è in attesa del loro primo figlio. La fascia da capitano brucia con lui nella fusoliera dell’aereo. Roger Byrne jr nascerà otto mesi dopo e del padre potrà solo conoscere solo il dolcissimo ricordo che ogni tifoso dello United serba nel suo cuore. Billy è Billy Whelan, figlio d’Irlanda nato con il vizio del gol, Eddie è Eddie Colman, il baby of the Babes con i suoi ventuno anni appena compiuti, una mezzala dotata di un dribbling ubriacante, un altro potenziale campione del mondo andato via in un attimo. Mark è Mark Jones, centrale di difesa, che a inizio carriera dopo gli allenamenti arrotondava facendo il muratore. David è David Pegg, ala che impressiona talmente tanto il Real Madrid da mettere in preventivo l’acquisto di un nuovo terzino appositamente per stargli appresso sulla sua fascia. E Geoff è Geoff Bent, che su quell’aereo neanche doveva esserci. Non gioca da parecchi mesi, si sta riprendendo da una frattura al piede, ma a Belgrado ci va comunque, perché non si sa se capitan Byrne potrà essere della partita. Matt Busby si prende personalmente tutto il peso di questa generazione di campioni distrutta. All’inizio il club sarà freddo, distante, fino ad arrivare quasi a dimenticare. Ma il senso di colpa verso le famiglie dei suoi ragazzi non abbandonerà mai il manager. Sarà presente a ogni cerimonia, ogni piccolo ricordo o commemorazione. Anche dopo il ritiro, si occuperà degli orfani e delle vedove dei martiri di Monaco di Baviera. E seguirà passo dopo passo la guarigione e la riabilitazione, fisica e psicologica, di chi come lui ce l’ha fatta. Bobby Charlton e Bill Foulkes nel 1968 alzeranno la Coppa dei Campioni, con Matt al loro fianco. Altri, come Dennis Viollet o Harry Gregg, non proveranno questa gioia, ma torneranno comunque a giocare ad alto livello. E poi c’è chi si è salvato, ma non darà mai più un calcio ad un pallone, come Jackie Blanchflower o Johnny Berry. Lo schianto del volo 609 della British Airways porta via altre vite, altri nomi. Padri, mariti, figli. Da Monaco di Baviera non torneranno più anche due membri dell’equipaggio, otto giornalisti, il segretario dello United e due allenatori, oltre a un agente di viaggio e a un tifoso, un caro amico di Busby che aveva avuto l’onore di viaggiare con la squadra. Quello che le cronache non possono però riportare è che il 6 febbraio 1958 muore inesorabilmente una parte di Sir Matt. Le ferite lasciano il posto alle cicatrici, ma lo squarcio che si apre nel suo cuore non si rimarginerà mai. Piangerà sangue ogni momento, lo si comprende nel momento in cui, dopo lunghi mesi di riabilitazione, è di nuovo in grado di guidare il suo United dalla panchina. Ogni parola è difficoltosa, ogni secondo è un colpo al cuore. Riposarmi in Germania era un conto, affrontare l’Old Trafford è tutta un’altra storia. Quando sono entrato in campo, tra le decine di migliaia di tifosi, non trovavo il coraggio di guardare. Sapevo che i fantasmi dei miei ragazzi sarebbero stati lì ad attendermi. E sono lì, ci rimarranno per l’eternità. Proprio come rimarranno nel cuore di chi li ha visti almeno una volta attraversare quella passerella. Saranno per sempre dei fantasmi giovani e felici, vestiti di rosso sulla splendente erba verde di Old Trafford. Arriveranno altri campioni, altri trionfi. Il Manchester United tornerà ad essere la squadra invincibile che il manager stava creando. Ma nulla potrà riempire il vuoto lasciato in Matt Busby dai volti di chi non c’è più. Dal ricordo agrodolce dei sorrisi di quegli otto ragazzi, troppo giovani per morire, ma troppo grandi per non diventare immortali.

6 febbraio 2017

Fonte: Iogiocopulito.it 
 
 
ALTRE FONTI: IL SITO UFFICIALE  MUNICH58.CO.UK  
STORIEMALEDETTE.COM    FOOTBALLNOTBALLET.COM    BARCALCIO.NET    PASSIONEPREMIER.COM


Ventuno i morti di cui sette giocatori

Cade l'aereo del "Manchester United" la migliore squadra inglese di calcio

di Massimo Conti

L'apparecchio si è schiantato contro una casa dopo il decollo - Per due volte la partenza non era riuscita: nevicava e i motori non erano in ordine - Tra le vittime il famoso centravanti Taylor e l'ex portiere Swift, che giocò a Torino nel '48 - l feriti sono 22 - La squadra tornava in patria dopo aver giocato a Belgrado una partita di Coppa Europa.

(Dal nostro inviato speciale) Monaco, 6 febbraio. Il bimotore che riportava in Inghilterra il Manchester United, la più famosa squadra britannica di calcio, si è schiantato oggi pomeriggio subito dopo il decollo sopra una casa ai margini della pista dell’aeroporto di Monaco e si è incendiato. Erano a bordo dell'apparecchio quarantaquattro persone, trentotto passeggeri e sei componenti dell'equipaggio. I morti sono ventuno: tra di essi, sette dei diciassette calciatori che il Manchester United si era portato a Belgrado per l'incontro di Coppa Europa disputato ieri con la Stella Rossa e finito in parità, tre a tre. La sciagura è avvenuta sotto la neve, alle ore 16 e quattro minuti. L'apparecchio, un bimotore "Elizabethan" della BEA, era stato noleggiato appositamente per riportare in patria i calciatori britannici. Ma non aveva i motori in ordine. Il pilota aveva tentato già due volte il decollo, e la manovra non gli era riuscita. I meccanici avevano controllato minuziosamente ogni particolare senza scoprire alcun guasto. Dopo la seconda verifica qualche passeggero dette segni di nervosismo. La signora Lukic, moglie di un diplomatico jugoslavo a Londra, sembrò lì, lì per rinunciare al viaggio. "Io non ho paura - disse. Non è per me, ma per il mio figlioletto. Ha soltanto ventidue mesi". Si lasciò convincere a rimanere sull'aereo per le insistenze di altri passeggeri. Al terzo tentativo tutti i viaggiatori furono invitati, com'è consuetudine non sempre rispettata, ad allacciare le cinture di sicurezza e l'hostess controllò che l'operazione fosse stata compiuta. L'aereo sembrò staccarsi agevolmente dalla pista. Ma stentò a prendere quota. Testimoni oculari hanno riferito che l'apparecchio urtò col carrello la chioma degli alberi di un vivaio proprio al fondo della pista e precipitò col muso su una casa abitata da quattro persone. Lo stabile fu quasi demolito. Poi l'aereo scivolò, privo d'ali e di un motore che fu visto schizzar via in fiamme, sopra una baracca di legno poco distante. Non esplose ma la benzina prese subito fuoco uscendo dai serbatoi e appiccò le fiamme alla casa semidiroccata, alla capanna, alla fusoliera. Gran parte delle vittime morirono carbonizzate per quell'inutile precauzione delle cinture di sicurezza: imprigionate tra le corde, stordite dal fumo e dalle ferite, non ebbero la forza o il tempo di liberarsi prima che le fiamme arrivassero ai sedili. Alcune delle salme sono irriconoscibili per le ustioni. La comitiva del Manchester United comprendeva, oltre ai diciassette giocatori, il manager Matt Busby, gli accompagnatori Thomas Curry, W. Satinoff e W. Crickmer, oltre ad un gruppo di giornalisti che aveva seguito la squadra nei suoi ultimi viaggi in Europa. Uno di costoro, Peter Howard, redattore del Daily Mail, è tra gli scampati al disastro e stasera ha trasmesso il servizio al suo giornale. È morto invece all'ospedale, mentre era in sala chirurgica, Frank Victor Swift, l'ex-portiere della nazionale di calcio britannica che nel 48 sconfisse gli azzurri allo Stadio Comunale di Torino per quattro a zero, e che ora si era dato al giornalismo. Swift aveva 43 anni ed era una figura caratteristica. Gli italiani lo ricorderanno certamente nell'incontro di Torino: lungo, interminabile nel suo maglione giallo, capace di afferrare il pallone con una sola delle sue mani enormi. L'elenco dei giocatori del Manchester United comprenderà i portieri Harry Gregg e Ray Wood, i terzini Bill Foulkes, Roger Byrne e Geoffrey Bent, i mediani Edward Colman, Mark Jones, Jackie Blanchflower, Duncan Edwards, gli attaccanti Ken Morgans, John Berry, Bobby Charlton, William Whelan, Tommy Taylor, Dennis Viollet, Albert Scanlon e David Pegg. Di essi sono morti il celebre centravanti Taylor, il giocatore più costoso d'Inghilterra, il terzino Byrne, capitano della nazionale britannica, Geoffrey Bent, Edward Colman, Mark Jones, William Whelan e David Pegg. Tutti gli altri sono ricoverati all'ospedale di Isar insieme con il manager Busby. Risultano nello stesso ospedale Edward Ellyard, del Daily Mail, Nebosja Tomaschevitz, del dipartimento consolare jugoslavo, George Rodgers, Kenneth Gordon Raymond, Eleanor Miklos, André Macdonald, oltre a tre componenti dell'equipaggio: il comandante James Thain e le hostess Margaret Bellis e Rosemary Cheverton. Peter Howard è stato rilasciato dopo una sommaria medicazione e si è messo subito al lavoro per trasmettere il servizio al suo giornale. Egli ha raccontato ai colleghi tedeschi che lo hanno assediato all'ospedale le varie fasi dell'incidente, con una freddezza e precisione impressionanti. La sua versione non si discosta di molto dal racconto dei testi oculari, se si eccettua l’"impressione", che Howard definisce del tutto personale, che l'apparecchio non si sia staccato dalla pista neanche di un metro e sia andato a cozzare contro la casa alla stessa maniera di un'auto senza freni. "Ci eravamo fermati a Monaco per fare rifornimento di benzina - racconta il giornalista. Riuscito vano un primo tentativo di decollo, siamo stati informati che i motori non funzionavano bene. L'apparecchio è stato allora rimorchiato fuori della pista per una ispezione ai motori e quindi riportato in posizione di volo dopo minuziosi controlli. Ma neppure il secondo tentativo di decollo doveva riuscire. I motori seguitavano a non andar bene. L'aereo veniva di nuovo ripreso a rimorchio, riportato indietro e sottoposto a nuovo controllo. I meccanici hanno ispezionato e provato, concludendo che tutto era ormai a posto. Per la terza volta siamo tornati sulla pista del decollo. L'apparecchio stavolta ha cominciato a rullare ed ha raggiunto ad un certo momento la velocità massima a terra, ma evidentemente i motori non hanno fornito la potenza necessaria per sostenere l'aereo in aria. La mia impressione è che il bimotore non si sia nemmeno staccato dalla pista. Io l'ho visto lasciare la striscia di cemento e continuare dritto verso i campi posti immediatamente di là dalla pista. Ad un certo momento abbiamo avvertito un urto tremendo. La coda si è disintegrata. Frammenti dell'apparecchio sono stati lanciati sui campi per un raggio di 150 metri. Alcune parti dell'aereo hanno colpito un piccolo edificio proprio all'estremità del campo. Poi non ho visto che fiamme. Non so come sia ancora vivo. Sono saltato da quell'inferno e sono scappato via, inseguito da urla e pianti". La sciagura, benché terribile, avrebbe potuto avere più gravi proporzioni se i vigili del fuoco e le squadre di soccorso non fossero giunte tempestivamente sul posto. La vicinanza all’aeroporto ha favorito le operazioni. Molti passeggeri storditi dal fumo o svenuti per le ferite sono stati liberati dalle cinture di sicurezza prima che le fiamme raggiungessero le loro poltrone: il comandante dell'apparecchio, cap. James Thain, è stato salvato da un vigile che ha abbattuto a colpi d'ascia la cabina di pilotaggio in cui era rimasto prigioniero, circondato dal fuoco e incapace di muoversi. Il cap. Thain non è il solo dell’equipaggio scampato al disastro; mancano all'appello, su sei persone, il marconista e un cameriere di bordo. La inchiesta sarà probabilmente agevolata dalla deposizione del comandante, che potrà indicare se l'aereo non si levò che di pochi metri dalla pista per un guasto ai motori o per l'inefficienza dell’apparecchio troppo carico. L'Elizabethan è un bimotore costruito dalla "Airspeed Ltd.", che fa parte del gruppo De Havilland; dispone di due motori Bristol-Centaurus, può trasportare 49 passeggeri e la sua fusoliera è tutta di metallo. La sua velocità massima è di 40 miglia all'ora, circa 450 chilometri. La B.E.A. acquistò 20 Elizabethan nel 1952, che sono ora rimpiazzati via via con i nuovi Viscounts. Dei dieci giocatori del Manchester United che figurano tra i superstiti, soltanto quattro hanno potuto lasciare questa sera gli ospedali: Scanlon, Blanchflower, Foulkes e Gregg. Le condizioni degli altri sono gravi o gravissime, come quelle del manager Matt Busby. Alcuni hanno dovuto subire operazioni complicate e sono sempre in pericolo di vita. Le gravissime ustioni non hanno consentito immediatamente ai medici di identificare tutti i feriti. Il riconoscimento è stato infine possibile grazie ad un programma illustrato della partita Stella Rossa-Manchester United" che uno dei giocatori aveva in tasca. Tra gli altri passeggeri feriti, la più grave è la signora Lukic, di 24 anni, che ha riportato la frattura del cranio e di un gomito; il suo figlioletto è seriamente ustionato agli occhi e si teme perderà la vista.

7 febbraio 1958

Fonte: La Stampa

Il manager Busby ed i calciatori Edwards e Barry nella camera ad ossigeno.

Disperata lotta dei medici di Monaco per strappare alla morte i tre feriti gravi

di Gigi Boccacini

Ventun passeggeri, tra cui sette giocatori, deceduti - Alle 16 e 3 minuti la tragedia - Una commissione d'inchiesta - Paurosa avventura di una famiglia abitante vicino all'aeroporto.

Monaco, venerdì sera. 4 maggio 1949 -6 febbraio 1958: lo stesso, tragico destino ha avvinto nella morte due celebri squadre di football, il Torino e il Manchester United. Monaco presentava stanotte l'identico aspetto di Torino, un tardo pomeriggio di nove anni fa. Alla stazione gli strilloni si vedevano strappar di mano i giornali appena usciti; con gli operai che si accalcavano a prendere i primi treni del mattino, tutta una folla in strano e stridente contrasto, uomini in smoking, eleganti signore in abiti da sera che uscivano dai veglioni di carnevale. Tipi in maschera, nei più ridicoli abbigliamenti; e, con le lacrime agli occhi, le notizie venivano lette febbrilmente, si cercavano con ansia particolari nuovi, si voleva sapere come era avvenuta la sciagura, si voleva conoscere il numero ed i nomi dei morti. Nella confusione, poche informazioni esatte, in un primo tempo i morti parevano ventotto poi nel cuore della notte, in due rate, è venuto un comunicato che ha carattere quasi ufficiale. I morti sono ventuno. Eccone i nomi: Byrne (calciatore), capitano del Manchester; Jones (calciatore); Colman (calciatore); Whelan (calciatore); Currie (accompagnatore); Jackson (giornalista); Ledbrooke (giornalista); Davies (giornalista); Thompson (giornalista); Rose (giornalista); Follows (giornalista); Miklos (agente di cambio); Cable (cameriere di bordo); Crickmer (segretario, del Club); Satinov, (dirigente del Manchester); Tommy Taylor (il famoso centroavanti); Bene (calciatore); Pegg (Calciatore); Clark, (giornalista). L'elenco si allunga di un nome, quello di Swift, l'ex portiere della nazionale britannica. È morto nel Krankenhaus sulla riva destra dell’Iser, il più grande ospedale di Monaco, poche ore dopo il suo ricovero. Le sue condizioni erano tali che i medici nemmeno hanno potuto tentare un intervento operatorio. Stamattina alle 6 siamo stati in questa clinica. I feriti gravi sono cinque, tre gravissimi. Li abbiamo scorti sotto le tendine a ossigeno, il volto martoriato, quasi sfigurati. I tre "gravissimi" sono il manager Busby ed i calciatori Edwards e Barry. I dottori non si pronunziano; allargano le mani in un gesto di rassegnazione e di speranza. È una lotta tra la vita e la morte, una lotta disperata che dura ormai da ore, minuto per minuto. Jackie Blanchflower è anch'egli nello stesso ospedale: è ferito, ma il suo stato sembra non destare preoccupazioni; e altrettanto dicasi degli altri ricoverati, i quali insieme con chi è stato medicato e già dimesso, raggiungono in complesso, la cifra di ventitré. In pericolo pero - ripetiamo - solo Busby, Edward e Barry. Sulle cause del disastro da parte ufficiale domina il riserbo più stretto, imposto dalle circostanze. Siamo andati all’aeroporto di Riem dove si è svolto l'incidente fatale. Erano le 4 e le strade si andavano ricoprendo di una fittissima coltre di neve. L'apparecchio della morte è là, oltre il bordo del campo: la carlinga e il motore di destra sono ancora attaccati insieme, il motore di sinistra con le eliche contorte è cento metri distante. Nella luce fredda di alcuni riflettori e di qualche torcia un silenzio che agghiaccia. Tutt'intorno la massa dei rottami. Qualche misero resto coperto da ampi teloni, il ricordo di Superga preme sul cuore. Nessun dato finora è stato fornito dall'autorità. Ma è stato ugualmente possibile ricostruire con discreta esattezza le fasi del disastro. Il velivolo sul quale avevano preso posto quarantaquattro persone, sei dell'equipaggio e trentotto passeggeri, aveva tentato di levarsi in volo, si era alzato da terra, ma era presto tornato indietro. Aveva effettualo un secondo tentativo ugualmente senza buoni risultati. Nevicava, ma lo stato della pista era buono, la neve formava uno strato più sottile di un centimetro. L'apparecchio apparteneva, alla "British European Airways". Si trattava di un bimotore fabbricato dalla De Havilland, del tipo Elizabethan, un bimotore che la Società del Manchester aveva noleggiato per la trasferta jugoslava e nel quale avevano trovato posto anche alcuni passeggeri occasionali. Il personale dell'aeroporto deve essere di opinione concorde: il rombo dei motori pareva rivelare, qualche imperfezione, anche se la notizia, logicamente, deve essere accolta con riserbo assoluto. L’aeroplano, come ebbe ripreso terra per la seconda volta, si porto di nuovo in direzione di volo e partì. Dice la torre di controllo che erano, in quel momento, le sedici e tre minuti. L'apparecchio, aumentando la velocità, percorse la pista intera senza alzarsi. Qualche metro sull'erba. Il distacco. Poi l'apparecchio sradica un paio di alberi, con l’ala sinistra urta contro una casa di pietra, una casa di proprietà del signor Ernst Berger, giardiniere. Un boato, uno scoppio, una fiammata. La tragedia. I pompieri del servizio di sorveglianza si lanciarono perso il luogo del sinistro. Lo spettacolo era tremendo. Bruciava il velivolo, bruciava la casa del signor Berger nella quale una cameriera riusciva miracolosamente, da sola, a trarsi in zona di sicurezza; bruciava una capanna facile preda del fuoco. Tra le fiamme, i vigili intravidero una donna che urlava. Era uscita dalla capanna e, disperatamente, chiedeva che fossero salvati i suoi quattro figli. I pompieri entrarono nel fuoco, i bimbi erano già fuori, nei loro occhi sbarrati si specchiava il terrore dell'orribile spettacolo. E qualcuno si muoveva tra i rottami dell’apparecchio. Pare fosse una delle due hostess. Si lanciò in fuori, cadde a terra stordita. Attimi di panico nella lotta per cercare di portare aiuto. Da Monaco erano giunti altri pompieri, erano giunte ambulanze inviate dopo il disastro. In primo dalla Croce Rossa e dagli ospedali. Lo stridore delle loro sirene aveva gettato l'allarme, la città ormai "sapeva". Il borgomastro signor Bieber e il capo della polizia signor Heigl erano sul posto a dirigere i soccorsi. Le fiamme vennero in breve tempo domate e il disastro apparve ancora più spaventoso. Sei salme bruciate e irriconoscibili furono ricomposte sul nudo terreno, coperto di neve e di ghiaccio.

A chi appartenevano ? Le necessità dell'ora non permettevano pietà, non c'era tempo. Bisognava aiutare i feriti, cercare di salvare le vite che più erano in pericolo. Perché dei 44 passeggeri non tutti erano morti. I primi accertamenti parlavano anzi di ventotto "scomparsi". Sei persone, invece, dovevano essere sicuramente vive, addirittura illese. Per altri dieci, in quel momento, vi era l’interrogativo angoscioso. Le cliniche di Monaco ospitavano i feriti, mentre gli uffici della BEA, diretti dal signor Rother, incominciavano a ricevere le prime telefonate dall'Inghilterra. Diceva il rappresentante della società di navigazione: "Non è ancora possibile accertare le cause della sciagura". E confermava il numero delle persone che erano a bordo: 38 passeggeri e sei uomini di equipaggio. Sul campo d'aviazione si ripeteva la scena immensamente triste del cimitero di Torino nel rinnovarsi di un destino tremendo. Allora si ricomponevano i corpi straziati degli atleti in maglia granata, campioni d'Italia, dei dirigenti, dei giornalisti Casalbore, Cavallero e Tosatti, del Cortina massaggiatore e amico di tutti. Adesso la sorte aveva colpito un'altra squadra di calcio, un'altra squadra illustre, il Manchester United, campione d'Inghilterra, una compagine che valeva complessivamente (valutazione sportiva, naturalmente) 250 mila sterline, circa mezzo miliardo di lire. Tornava da Belgrado, dove mercoledì aveva pareggiato (3 - 3) contro la Stella Rossa, nei quarti di finale della Coppa dei Campioni, tornava a casa sicura dell'ammissione alle semifinali. Dovevamo essere felici, l'avventura si stava concludendo bene, poche ore di volo e poi Londra avrebbe segnato lo "stop" del lungo viaggio. Lo spigolo di una casa di pietra, laggiù, in fondo al campo, la fiammata, lo schianto, la fine. Erano i "Busby babies", i ragazzi di Busby, il manager. Avevano vinto lo scorso anno il titolo inglese e avevano perso in finale nel maggio del '51 la Coppa - uno a due - contro l'Aston Villa, ed era stata una partita epica, eccezionale, persino la Regina si era entusiasmata. Attualmente il Manchester era al terzo posto. Incalzare dei ricordi nella ricerca della tragica realtà. Chi c'era nella fusoliera dell'apparecchio ? Due portieri: Gregg e Wood; tre terzini: Foulkes, Byrne e Bent; quattro mediani: Colman, Jones, Jackie Blanchflower ed Edwards; otto attaccanti: Morgans, Berry, Charlton, Whelan, Taylor, Viollet, Scanlon e Pegg. Un complesso di atleti di prim'ordine. Byrne, Edwards e Taylor nazionali nelle "casacche bianche" d'Inghilterra; Gregg e Blanchflower nazionali nell'Irlanda del Nord, già avversari degli azzurri. Quasi tutti potevano vantarsi di essere in predicato per allinearsi ai prossimi campionati del mondo. Uno squadrone, ecco che cosa era il Manchester United. E stringeva il cuore la sorte di Gregg. Vi ricordate, il portiere che giocò contro l'Italia a Belfast la prima gara, nel famoso due a due; vi ricordate il portiere che per la nebbia non riuscì a raggiungere il campo, nel giorno della ripetizione del match ? Con i giocatori, il giornalista Frank Swift, redattore del News of the World. Swift non è un nome nuovo. È lui, è proprio lui il n. 1 della compagine inglese che a Torino ci inflisse il più solenne dei 1 a 0, nel 1948. Un uomo lungo lungo, che pareva non dovesse finir più; infilato in un maglione color giallo canarino. E uno strano modo di parare: allungava le sue mani di gigante, bloccava la palla con una sicurezza sbalorditiva. In pochi giorni s'era fatta una celebrità, in casa nostra. Quando gli avevano detto dei premi di partita dei calciatori italiani, non ci aveva voluto credere. S'era messo a ridere, come a una battuta di spirito: vediamo ancora le sue spalle scosse al tremore di una irrefrenabile risata. Smesso il mestiere di calciatore, era passato al giornalismo. Una carriera breve, finita in un lettino di un ospedale di Monaco. Gli scampati sono tutti nell'albergo Stachus. Da Londra è giunta intanto una commissione di inchiesta della BEA con il presidente lord Douglas.

7 febbraio 1958

Fonte: Stampa Sera

L'articolo telefonato da Peter Howard al "Daily Mail"

Tutto pareva andare a pezzi

"Quando il fracasso cessò giravo su me stesso come un pupazzo meccanico impazzito. - Gregg gridò: "Diamoci da fare. Rientrammo nella carlinga ed i feriti furono aiutati. Chi è morto non si è accorto di nulla".

(Nostro servizio particolare) Londra, venerdì sera. Il fotografo-giornalista Peter Howard si trovava assieme ad altri colleghi inglesi a bordo dell’Elizabethan fracassatasi a Monaco. Sedeva nella prima fila di sinistra, poco distante dal portiere Gregg. Nella sciagura si salvò, in modo che egli stesso definisce miracoloso. Fu trasportato all'ospedale di Monaco e, dopo una medicazione sollecita, dimesso. Howard, prima di lutto, adempì al suo dovere di giornalista e stese per il Daily Mail questo racconto altamente drammatico: "Nevicava quando atterrammo a Monaco, ci dirigemmo al ristorante per bere qualche cosa e poi tornammo all'apparecchio. L'ultima persona del nostro gruppo a parlare con l'Inghilterra, prima di salire sull'aereo che doveva poi fracassarsi, fu un "reporter" del gruppo Kemsley, Il cui nome è Alf Clarke. Alf andò al telefono dell'aeroporto e si mise in comunicazione con l'ufficio del suo giornale a Manchester". "Siamo a Monaco - disse - ritardati da un guasto al motore. Nevica abbondantemente e non sappiamo se riusciremo a decollare entro questa sera". Vi fu poi una pausa: evidentemente il giornalista era corso fuori per vedere se l'aeroplano fosse stato riportato sulla linea di partenza. Ritornò al telefono, scambiò ancora alcune parole. Poi esclamò: "Attendete ancora un momento. Mi devono dire qualche cosa". Quindi vi gridò: "Mi hanno annunciato in questo momento che partiamo subito. Vi saluto. Fra qualche ora sarò in Inghilterra. Devo correre se no l'aereo parte senza di me". Clarke raggiunse il bimotore. Ora figura nell'elenco dei morti. Quando, con tutti a bordo, il pilota tentò di decollare vi fu un piccolo guaio al motore ed egli dovette fermarsi. Il pilota tentò di alzarsi in volo una seconda volta. "Anche in questo caso il pilota non sembrò soddisfatto del modo in cui funzionavano i motori e tornò pertanto all'inizio della pista per farli verificare. Fu al terzo decollo che avvenne il disastro. Eravamo, credo, quasi al termine della pista di involo, appena appena sollevati dal suolo. Ad un tratto mi accorsi che l'aeroplano si stava spezzando. Sentii il mio sedile alzarsi in aria e piegarsi verso l'avanti. Tutto sembrava stesse andando a pezzi. I sedili incominciarono a rompersi. Tutto parve polverizzarsi. Ebbi la sensazione di un breve ma violento rullio e una quantità di oggetti diversi cominciarono a precipitare sul mio capo. Non ci fu il tempo per pensare. Nella cabina il silenzio era assoluto, nessuno era in grado di parlare, di gridare, forse tutti - come me - trattenevano il flato. Si è trattato di un attimo, ma mi parve un'eternità. Non riesco a ricordare se vi fu un'esplosione. Certo si scatenò un boato. "Quando il fracasso cessò e la cabina finalmente si immobilizzò ero talmente stordito che giravo su me stesso come un pupazzo meccanico impazzito. Trovammo una falla tra i rottami e ci facemmo strada. Appena uscito il mio primo impulso fu - lo confesso - quello di correr via, ero terrorizzato. Ma riuscii, non so come a controllarmi". "Harry Gregg, il portiere gridava: "Forza ragazzi, diamoci da fare", quelle grida ci spronarono all'azione: Gregg, Tedd Ellyard (altro fotografo del "Daily Hall") le due hostesses, l'operatore radio e io stesso tornammo entro la fusoliera. C'era una confusione terribile: era come se l'aereo fosse stato preso tra mani gigantesche, squassato a lungo e quindi gettato al suolo. "Ebbi l'impressione che i più fortunati fossero stati quelli che sedevano nella parte anteriore dell'apparecchio. Sorte migliore ancora ebbero i passeggeri che sedevano nei posti rivolti verso la coda. Vidi il capitano Thain prendere un estintore e cominciare a dirigerne il getto sui piccoli focolai di incendio. Non riesco proprio a ricordare come ho potuto resistere allo spettacolo spaventoso che avevo davanti a me. Come vorrei dirvi che ho soltanto sognato - come vorrei segnalarvi che la tragedia non è così grave - purtroppo è invece gravissima. Unica consolazione, ma si può chiamare consolazione ? Tutto è durato pochi istanti, certo chi è morto non ha sofferto e non si è accorto di morire. Tra quelli che erano in condizioni di capire, nessuno si è fatto prendere dal panico: dobbiamo essere orgogliosi dell'"United". Peter Howard

7 febbraio 1958

Fonte: Stampa Sera

Angoscia delle mogli che aspettavano

Un aereo noleggiato dalla direzione della società di calcio porterà a Monaco i familiari dei sopravvissuti.

Londra, venerdì sera. Le famiglie dei giocatori hanno appreso la notizia del disastro con fulminea celerità. Sono stati momenti terribili. Alcune mogli erano già all'aeroporto di Manchester in attesa dell'apparecchio e sono state informate dell'accaduto da un funzionario della B.E.A. Sono stati momenti drammatici. La Direzione della squadra ha telefonato la notizia agli altri congiunti, con la preghiera di non mettersi in comunicazione per il momento con Monaco perché l'afflusso di chiamate avrebbe congestionato le linee e causato ritardi. Ebbe così inizio la lunga, angosciosa, terribile attesa. I familiari che per primi ricevettero notizie rassicuranti, si recarono dalle spose meno fortunate e, con loro, rimasero in attesa fino a quando una telefonata non disperse le ansie o confermò i timori. Più tardi, verso sera, quando le autorità tedesche segnalarono che la situazione si era fatta più chiara le famiglie dei sopravvissuti si posero in contatto telefonico diretto con i loro cari. Qualche sposa è già partita in aereo per la città tedesca e oggi uno speciale aereo, noleggiato dalla Direzione del Manchester United porterà a Monaco un altro scaglione di familiari. I giornalisti inglesi, spesso indiscreti e importuni, si sono mostrati consci della tragedia; non hanno assillato con richieste di fotografie o dichiarazioni i congiunti delle vittime, ma hanno rispettato il loro dolore e il loro desiderio di silenzio e solitudine. Tutti i giornali inglesi dedicano largo spazio alla sciagura di Monaco. In un editoriale di prima pagina il "Daily Mail" scrive: "Questo è un giorno nero per Manchester per il Calcio e per gli inglesi. Il colpo è duro: troppo duro". Dopo aver ricordato la sciagura di Superga, il Daily Mail si chiede se non si dovrebbe evitare di raggruppare su di uno stesso aereo tante persone di un’unica categoria come ad esempio squadre di calcio ed importanti delegazioni politiche. Il Daily Express dedicherà a Monaco tre intere pagine alla sciagura di Monaco di Baviera. "Non era solo in Inghilterra che il loro nome aveva un suono magico", scrive il giornale. "Erano degli ambasciatori. In molte piccole località dell'Europa dove non si parla inglese, volti si rischiaravano a due nomi: Winston Churchill e Manchester United". Peter Wilson, il più autorevole giornalista sportivo del "Daily Mirror", il più popolare giornale londinese, scrive: "Questo è il giorno più nero dello sport inglese. La più grande squadra di calcio inglese dalla fine della guerra è stata decimata in trenta secondi, di orrore e di inenarrabile tragedia". "Il Calcio inglese ha subito il più grave disastro della sua storia", scrive John CamKin del "News Chronicle". Il giornalista aggiunge che per un certo tempo il Manchester United dovrà cessare di esistere come squadra e che le conseguenze saranno gravissime per il calcio inglese.

7 febbraio 1958

Fonte: Stampa Sera

Come a Superga

di Vittorio Pozzo

Come a Superga. Il pensiero ricorre subito alla sciagura di Superga, una sciagura, il cui ricordo, malgrado i dieci anni o poco meno decorsi, è rimasto vivo ed intatto nella memoria di tutti noi. Allora, il dolore nostro trovò espressione nella quasi incredibile constatazione che "era morto il Torino", ora, alla nostra costernazione diamo sfogo, esclamando che è stato ferito a morte il Manchester United. Analogia delle circostanze: Campione d'Italia il Torino, Campione d'Inghilterra il Manchester United, una decina di Nazionali nell'un gruppo, quasi altrettanti nell'altro, un pomeriggio di intemperie, quasi di tempesta nell'un caso e nell'altro, ambe le squadre colpite mentre fanno ritorno da una lunga trasferta all'estero, ed infine, quasi identica la bandiera delle due squadre: granata quella del Torino, rossoscura quella del Manchester. La sorte, da quando si serve degli aerei per le sue nefaste imprese, ha dichiarato guerra ai calciatori di grido. Li trova riuniti, l'uno attorno all'altro nel ristretto spazio di un apparecchio, e, con un colpo solo, fa strage di tutti. Sono tali le proporzioni della sciagura, quando essa avviene, che, ai tempi del Campionato del mondo in Brasile, si era parlato dell'opportunità di non fare viaggiare mai una intera compagine in uno stesso aereo, ma di suddividere il rischio ed i pericoli, servendosi di velivoli diversi. Nel caso attuale, data la natura speciale della trasferta, non era parso opportuno di ricorrere a misure speciali, nemmeno ad un uomo prudente e cauto per la sua natura, come Matt Busby, lo scozzese "manager" della squadra. Si trattava della Coppa dei Campioni, la prova di recente istituzione fra le compagini Campioni dell'anno precedente nei diversi Paesi d'Europa. La manifestazione piace in Inghilterra. Essa garantisce della qualità dei contendenti e, disputandosi le gare in notturna, è apportatrice di buoni incassi. Il Manchester United era stato l'anno scorso eliminato nel corso delle Semifinali, dal Real Club de Madrid, la squadra di Di Stefano, che doveva poi vincere il torneo. Questa volta l'unità del Nord dell'Inghilterra, era tornata a farsi avanti. Aveva battuto in casa propria la Stella Rossa, di Belgrado, Campione della Jugoslavia, la sera precedente alla partita di Belfast che doveva decretare la nostra eliminazione dal Campionato del Mondo. Proprio la gara di quella sera, e la nebbia sopravvenuta poi nella notte, dovevano impedire al portiere irlandese, del Manchester, Harry Gregg di venire ad allinearsi contro gli Azzurri. Vincitori di stretta misura sul proprio terreno, per gli inglesi sarebbe stato sufficiente un risultato di parità nell'incontro di ritorno a Belgrado, allo scopo di proseguire nel torneo. Ed un risultato di parità essi infatti ottenevano effettivamente nella capitale jugoslava: chiudevano il primo tempo con un tre a zero, poi si facevano raggiungere dagli avversari, ma si fermavano sul tre a tre. Fu nel viaggio di ritorno, dopo di avere atterrato a Monaco di Baviera, e mentre stavano spiccando il volo per tornare a casa, che li colse la sciagura. Avevano fretta di rientrare ai patrii lari, perché, proprio sul loro terreno, li attendeva per sabato pomeriggio l'incontro più importante di tutta la stagione, quello col Wolverhampton Wanderer - i cosiddetti Wolves, i "Lupi" - che stanno in testa alla classifica, comandati da Billy Wright, capitano della Nazionale Inglese. Un incontro che, con ogni probabilità, verrà ora rinviato ad altra occasione, in segno di lutto, nonché per la impossibilità dei padroni di casa di mettere in campo la propria squadra. Per gli inglesi sarebbe stato del resto una impresa tutt'altro che fuori del comune, quella di disputare due incontri di grande importanza, su due centri lontanissimi, a così breve distanza di tempo l'uno dall'altro. Le notizie che sull'avvenimento sono pervenute nella nostra città nella serata e nelle prime ore della notte si sono, in certi punti, contrapposte. Esse sono, per esempio, alquanto imprecise sul numero e sul nome dei morti. Torino ha una sua sensibilità speciale per disgrazie del genere, e la notizia che più ha colpito il cuore degli sportivi nostri, è stata quella della morte di Frank Swift, il portiere della Nazionale inglese che aveva battuto gli Azzurri per quattro reti a zero, al nostro Stadio, dieci anni or sono. Era un gigante - più alto ancora di John Charles, per qualche centimetro - ed il suo modo di agire gli aveva cattivato simpatie generali. Fu dato dapprima come estratto vivo dall'apparecchio: il suo trapasso avvenne all'ospedale. Passato ad una industria alimentare in un primo tempo, si era convertito da poco al giornalismo: scriveva per il News of the World. Morti sono con lui, e direttamente nell'aereo, il terzino sinistro Roger Byrne ed il centro avanti Tommy Taylor, ambedue Nazionali d'Inghilterra delle ultime infornate, ambedue sicuri partecipanti al torneo dei Campionati del Mondo in Svezia. E salvi sono, come per un miracolo i due irlandesi del Nord, il cui nome fu fatto tante volte, nello scorso mese di gennaio, in occasione della partita di Belfast, il portiere Harry Gregg - recentemente passato al Manchester United dal Doncaster - ed il centromediano Jackie Blanchflower, che si diceva dovesse cambiare di Società. Se questa era veramente l'intenzione del mediano irlandese, la morte del suo rivale, Jones, taglia, ora corto ad ogni diceria. Era irta di altri Nazionali, la formazione attuale del Manchester United. Il suo direttore e factotum stesso, Matt Busby, aveva giuocato per la Scozia. È talmente abile ed esperto il Busby, che la sua Società, oltre alla sua squadra, passava per una delle meglio amministrate e meglio condotte di tutto il Regno Unito. Aveva vinto il Campionato della Lega Inglese la scorsa stagione. Ad impedirgli di vincere anche la Coppa d'Inghilterra, era stata un’altra conoscenza nostra, l'ala sinistra Mac Parland, l'irlandese, che nella Finale a Wembley mando all'ospedale il portiere Wood, nazionale d'Inghilterra lui pure, ed uscito fortunosamente indenne dal disastro di ieri. Manchester, città nota in tutto il mondo per la sua potenza industriale, è pure una roccaforte del giuoco del calcio. Il suo nome passerà ora alla storia dello sport, associato a quello della città nostra, in segno di due sciagure similari. Gli inglesi furono pieni di sensibilità e di comprensione per noi e per il nostro dolore, il giorno della sciagura di Superga. Noi proponiamo che nelle partite del campionato nostro di domenica prossima, si osservi, su ogni campo, un minuto di silenzio, che esprima tutta la commozione e la solidarietà degli sportivi nostri, per un lutto che è internazionale !

7 febbraio 1958

Fonte: La Stampa

Era la squadra inglese più ammirata

di Riccardo Aragno

Sembrava destinata a vincere il campionato e la Coppa di Gran Bretagna - Era formata da giovani scelti da un tecnico di gran valore: Matt Busby, che è rimasto ferito.

(Dal nostro corrispondente) Londra, 6 febbraio. La tragedia che ha colpito oggi il mondo del calcio inglese è straordinariamente simile a quella che colpì il calcio italiano il 4 maggio 1949 quando l'aereo che portava la squadra del Torino di ritorno da Lisbona precipitò a Superga. La squadra del Manchester United occupava nel calcio inglese una posizione unica. Aveva grandi possibilità di vincere il campionato nazionale, grandi probabilità di giungere - e di vincere - alla partita più importante dell'anno, quella in cui allo stadio di Wembley viene messa in palio la Coppa. Era una squadra di giovani, che nei prossimi dieci anni avrebbe certamente potuto continuare le glorie sportive degli ultimi dieci. Era, in altre parole, la squadra più amata, più ammirata e più temuta di Gran Bretagna. Soltanto sabato aveva sconfitto l'Arsenal al campo di Highbury. La notizia della tragedia giunse a Londra questo pomeriggio alle 15,54 seguita immediatamente da un primo messaggio di speranza: "Alcuni dei passeggeri sono scampati alla morte". A quell'ora il pubblico degli appassionati del Manchester United stava facendo la coda al campo dell'Old Trafford, a Manchester, per assicurarsi i biglietti per la partita di sabato, che il Manchester United avrebbe dovuto giuocare contro il Sheffield Wednesday. Al botteghino era il signor Bragg e quando i cronisti gli chiesero come mai la vendita continuasse egli rispose che non aveva ricevuto ordine di interromperla. Egli non aveva neppure ricevuto l'ordine di informare il pubblico di quanto il segretario del club aveva appreso poco prima per telefono. A mano a mano che la notizia comincio a diffondersi il club fu inondato di telefonate. Sotto la guida di Matt Busby, che è rimasto gravemente ferito nella sciagura, il Manchester United era indubbiamente, la più grande squadra di football di Gran Bretagna da almeno dodici anni. Le maglie rosse hanno vinto il campionato per quattro volte e due volte la coppa dell'Associazione del Football. Il club fu fondato nel 1885 dagli impiegati delle ferrovie del Lancashire e dello York shire e in un primo tempo era chiamato Newton Heath, dal campo nel quale giuocava abitualmente le sue partite. Prima dell'ultima guerra era stato per varie stagioni in prima o in seconda divisione; ma fu la direzione di Matt Busby che portò il Manchester United in primissimo piano con la creazione di una squadra interamente di giovani. Il club non aveva esitato a comprare anche parecchi giocatori. Tommy Taylor, il centravanti, fu pagato 25 mila sterline e altrettanto il portiere Harry Gregg. Anche ieri il Manchester United sembrava destinato a successi anche più grandi: per la seconda volta, come l'anno scorso, era entrato nelle semifinali del campionato europeo. Matt Busby, uno dei più grandi direttori di squadra di Gran Bretagna, è stato recentemente oggetto di uno speciale programma della B.B.C. nel quale viene raccontata in dettaglio la vita di un individuo. Vi parteciparono molte personalità dello sport inglese, e anche alcuni membri della squadra di football che egli portò in Italia durante la guerra. La televisione aveva fatto venire apposta dal Canada la sua vecchia nonna, che raccontò di avergli comperato il primo paio di scarpe da football. Il direttore del Chelsea, una delle grandi squadre nazionali, ha detto piangendo: "Io non so che dire. Questa è la più grande tragedia che sia accaduta nel calcio inglese. Era una squadra amica, tutti le volevano bene". Trainer del Manchester United non aveva potuto recarsi a Belgrado con la squadra "perché è anche direttore della squadra nazionale del Galles, che ha giuocato ieri la partita contro Israele. Tornato da Cardiff, questo pomeriggio egli si è recato direttamente alla sede del Manchester United, senza sapere nulla del disastro. Fu accolto dal vicesegretario del circolo che aveva appreso la notizia tre quarti d'ora prima dalla compagnia aerea per telefono. "La cosa è tanto terribile, ha detto, che non ci si può credere. Pare impossibile". Quando un cronista gli fece osservare che avrebbe potuto trovarsi anche lui a bordo dell'aeroplano, mormoro: "Sì, certo, in un certo senso sono stato fortunato". Fino alla scorsa settimana egli aveva sempre accompagnato la squadra, che viaggiava sempre in aereo. La associazione britannica del calcio aveva dato il permesso ufficiale alle sue squadre di usare l'aereo per spostarsi da un campo all'altro soltanto nel marzo scorso. Fino ad allora i giocatori viaggiavano in treno o in autopullman. Il Manchester United era assicurato per circa 220 mila sterline, press’ a poco 400 milioni di lire italiane. Un cronista chiese al vice-segretario del Circolo se sabato si sarebbe svolta la partita con il Wolverhampton. "Non abbiamo discusso di niente, ancora - ha detto il signor Murphy - non sappiamo niente. Non c'è niente da sapere". A bordo dell'aeroplano poi vi erano anche parecchi famosi giornalisti sportivi inglesi e soprattutto di Manchester. Domani sera si sarebbe dovuto svolgere a Manchester il ballo dei giornalisti e alcuni di quelli inviati speciali avrebbero dovuto prendervi parte. I parenti dei giocatori, dei giornalisti e dei funzionari che si trovavano a bordo dell'aeroplano, sono stati oggi raccolti a Manchester dalle loro case, con automobili e accompagnati in una sala dell'aeroporto, dove essi pensavano di aspettare l'arrivo dell'aeroplano. I funzionari della BEA ebbero l'incarico di dar loro la notizia del disastro. Poi tutti furono accompagnati in automobile o in tassì affittati appositamente dalla BEA alle rispettive abitazioni. Fra questi vi era la moglie di Matt Busby. Era all'aeroporto ad aspettare la squadra anche uno dei più vecchi sostenitori, il signor Joe Hartley, di 78 anni, che ha sempre mandato un regalo di nozze - da trentanove anni in qua - ai giocatori che si sposavano. II segretario della Foot-Ball League, Alan Hardacker, ha detto che "questa tragedia tocca tutti coloro che amano il foot-ball, dovunque venga giocato. Intanto un esperto del Ministero dell'Aeronautica è stato inviato immediatamente a Monaco per iniziare una inchiesta. Un altro esperto è stato mandato dalla BEA, che aveva affittato l'aeroplano. Verso sera, quando ancora mancavano notizie dettagliate sugli scampati e sulla identità delle vittime, cominciò il flusso dei messaggi che dà una idea del cordoglio nazionale. "La città di Manchester è da questa sera in lutto", ha detto il sindaco della città. Il pranzo annuale dei giornalisti è stato disdetto, e gli sportelli della biglietteria del campo di Old Strafford furono ufficialmente chiusi. Il signor Winterbotton, direttore della squadra nazionale inglese, intervistato questa sera dalla B.B.C, ha detto che la tragedia avrà certamente un effetto sulla composizione della squadra nazionale inglese, della quale facevano parte parecchi giocatori del Manchester United. Il Ministero dei Trasporti e dell'Aviazione civile ha dichiarato questa sera che la regina ha inviato al ministro Watkinson un messaggio che dice: "Sono profondamente addolorata dalla notizia dell'incidente occorso all'aeroplano che portava i giocatori del Manchester United e alcuni giornalisti di ritorno da Belgrado. Vi prego di esprimere la simpatia mia e di mio marito ai parenti di coloro che hanno perduto la vita, e a coloro che sono stati feriti". Un messaggio identico è stato inviato dalla regina Elisabetta al sindaco di Manchester. Il sindaco ha trasmesso un messaggio per radio, e il presidente del Circolo Manchester United parlando alla televisione ha espresso "la più profonda simpatia e condoglianze alle mogli, alle innamorate, e ai parenti di coloro che sono stati vittime dell'incidente". Uno dei deputati di Manchester, Sir Robert Cary, ha dichiarato: "Io e tutti i miei colleghi alla Camera dei Comuni siamo profondamente turbati e addolorati dalla notizia del disastro. Tutte le disgrazie aeree sono tragiche, ma un incidente nel quale perdono la vita tanti giovani sportivi, tutti benvoluti e seguiti dall'intero Paese, sembra avere un carattere tragico del tutto unico". Sabato pomeriggio, prima della partita abituale (la domenica non si gioca in Inghilterra) tutto le squadre faranno due minuti di silenzio per le vittime del disastro.

7 febbraio 1958

Fonte: La Stampa

Sono scampati alla morte i passeggeri della parte anteriore

di Gigi Boccacini

Il muso dell'apparecchio è quasi intatto - Il portiere Gregg, svenuto per l'urto, si svegliò sentendo urlare: "Togliti di lì, l'aereo scoppia !".

(Dal nostro inviato speciale) Monaco, 7 febbraio. Su Monaco da ventiquattro ore imperversa una tormenta di violenza eccezionale. Un chilometro più in là del margine che delimita il campo di aviazione di Riem, la carcassa dell'apparecchio della BEA, schiantatosi ieri durante il terzo tentativo di decollo, va lentamente coprendosi di neve. La parte anteriore del velivolo ha subito solo lievi danni, l'ala e il motore di destra fanno ancora corpo unico con la fusoliera, il motore di sinistra, invece, è staccato, la forza dell'urto lo ha fatto volare a una cinquantina di metri. La coda dell'apparecchio è sbriciolata, solo il timone con la bandiera britannica è intatto. La carlinga presenta uno squarcio. Si vedono, nell'interno dell'apparecchio, bagagli ridotti in frantumi. Tutto è rotto, fracassato, sconvolto; ma un piccolo telefono di bordo, nero e lucido, pare pronto a funzionare ancora. E su un pezzo di valigia che sporge in fuori, occhieggia una carta da gioco, l'asso di cuori. Una commissione d'inchiesta è al lavoro per accertare le cause della sciagura, ma nessun risultato della delicata indagine è ancora venuto ufficialmente alla luce. Di ufficiale ci sono solo due elenchi, quello delle persone a bordo (44 in tutto) e quello dei morti, che sono ventuno, sette calciatori del Manchester United, quattro dirigenti della società, otto giornalisti, un membro dell'equipaggio e un agente di cambio che, con ogni probabilità, aveva trovato posto all'ultimo momento sull'aereo che il Club britannico aveva noleggiato per il ritorno da Belgrado. L'ufficio di Monaco della BEA ha confermato i nomi delle vittime: due terzini: Byrne e Bent; due mediani: Colman e Jones; tre attaccanti: il famoso Taylor, Pegg e Whelan. Poi l'allenatore Currie, i consiglieri Whalley e Satinov, il segretario Crickman: otto giornalisti: Swift, Jackson, Ledbrook, Davies, Thompson, Rose, Follows e Clarke, tre dei quali del Daily Mail. Infine il signor Miklos, agente di cambio, e Cable, lo steward di bordo. Nella clinica dove si è spento Swift sono i feriti, tredici persone delle ventitré scampate miracolosamente al disastro. Stamane all'alba due giovani dottoresse ci hanno accompagnato al quinto piano, dove in piccole stanze sono i quattro feriti più gravi. Attraverso le tendine a ossigeno abbiamo scorto quattro volti rosi dallo strazio della febbre e del dolore. Uno ce n'era, - il calciatore Berry, ci è parso - che si lamentava da stringere il cuore. Gli altri due, il mediano Edwards e Matt Busby, il manager, giacevano inanimati. La vita di Busby e di Berry sembra legata ad un filo. Gli altri feriti, tra i quali Jacky Blanchflower, non sono, a detta dei medici, in pericolo di vita. E ci sono anche dei passeggeri illesi, i giocatori Gregg, portiere dell'Irlanda del Nord, e il terzino Foulkes, un paio di giornalisti e buona parte dell'equipaggio. Li ha salvati la loro posizione nell'interno del velivolo. Erano avanti, nella cabina di comando, o subito alle sue spalle. E l'apparecchio, nella parte anteriore, è quasi intatto. Per questo, solo per questo, il numero delle vittime è relativamente limitato. Abbiamo incontrato alla conferenza-stampa del comandante Thain due dei superstiti, il giornalista Peter Howard e il giocatore Gregg. "Viaggiavo con le spalle rivolte alla cabina di comando - racconta Gregg - ed ero assolutamente tranquillo. Ho avvertito un urto violentissimo e sono svenuto. Quando ho ripreso i sensi, ho sentito una voce che urlava: "Togliti, togliti, l'aereo scoppia !". Ancora stordito ho fatto venti metri a carponi ma sono subito tornato indietro. C'era altra gente da salvare ".

8 febbraio 1958

Fonte: La Stampa

Conferenza stampa dell’equipaggio dell’Elizabethan

Il primo pilota Thain parla del tragico decollo

di Gigi Boccacini

Quando tentò la terza partenza l’equipaggio ebbe il "via libera" da un ingegnere - Stazionarie le condizioni di Busby, Edwards e Berry - Esame dei motori per troncare le voci di sabotaggio.

(Da uno dei nostri inviati). Monaco, sabato sera. La tragedia del Manchester United piano piano si allontana nel tempo. Le salme dei 21 passeggeri deceduti nel disastro di giovedì pomeriggio partiranno probabilmente oggi per l'Inghilterra: qui a Monaco restano i feriti, le cui condizioni sono sempre stazionarie; qui a Monaco resta la doppia commissione d'inchiesta. Berry, Edwards e Matt Busby che lottano per non morire, Busby - il manager - a torso nudo sul lettino d'ospedale che sembra piccolo per lui, Busby con una mano letteralmente a pezzi; Edwards che quasi rantola tanto il suo respiro è affannoso; Berry che si lamenta, prima con la voce sottile di un bimbo, poi con l'urlo agghiacciante dell'uomo che spasima. Dal quinto piano d'una clinica a una stanzetta d'albergo. Conferenza stampa dei sopravvissuti. Due uomini e due donne che cercano d'essere indifferenti di fronte allo sguardo curioso, spietato, di tanti occhi che li scrutano. Sono Thain, il primo pilota, il comandante del velivolo che s’è schiacciato al suolo, Rodgers, il radiotelegrafista, Margaret Bellis e Rosemary Cheveston, le due hostesses. I giornalisti si informano dell'età. "Trentasette" risponde Thain, "trentacinque", brontola Rodgers, "venticinque" cinguetta la Cheveston, la Bellis si copre di un velo di rossore: "trentasette", mormora a fil di voce. Forse son tanti per una hostess. I quattro si siedono su un divano, i fotografi li sottopongono a cento pose diverse. I quattro non sono feriti, lamentano qualche graffio qua e là, devono rendere conto perché gli altri sono morti e loro no, perché la fortuna è stata loro alleata. Sul tavolo c'è un quotidiano spiegazzato con un cliché dell'apparecchio dopo la sciagura. Una parte del velivolo è intatta. Qui stava il personale di bordo ad eccezione del cameriere, che era nella carlinga a controllare le cinture dei passeggeri. Il cameriere è stato sollevato nell'urto, è stramazzato in terra, ucciso. Piloti, telegrafisti e hostesses hanno sentito il colpo dell'urto, ma non hanno riportato danni, solo il pilota in seconda ha avuto il piede chiuso di scatto nella lamiera che si era accartocciata. Lo hanno liberato per ultimo, prima toccava ai passeggeri. Il comandante Thain racconta con un tono staccato, ma patetico. La sua voce non si alza nemmeno quando dice che dopo le due tentate partenze si consultò con un ingegnere della BEA e l'ingegnere gli diede il via libera. Nessun atto di accusa. Per poter presenziare alla conferenza stampa i giornalisti si erano impegnati a non fare domande sulle cause o sulle colpe del sinistro. L'impegno bisogna rispettarlo. Rodgers, il radiotelegrafista, veste panni che non sembrano i suoi. È a disagio ed è l’unico a dimostrare chiaro e tondo come nella circostanza proprio non ci si trovi. Delle due hostesses, la Cheveston pare persino troppo allegra, troppo sorridente, troppo elegante con quell'attillata maglietta nera. Ma, si capisce che l'allegria è falsa, che la Cheveston cerca di farsi coraggio come può. Lei ci riesce, la Bellis no. La Bellis scoppia a piangere, singhiozza disperata, nessuno può calmarla. La conferenza stampa finisce nella commozione d'una donna che ha visto la morte troppo da vicino. Gira per l'aria la parola "sabotaggio", Ci hanno detto che un quotidiano britannico l'ha adoperata parlando della sciagura. Qui a Monaco ci credono francamente in pochi. La realtà cerca di fornirsi di fantasia. Le tristi esigenze della cronaca di ogni giorno hanno già svuotato di interesse umano la vicenda, ventun morti appartengono ormai al passato. Il presente è costituito dall'inchiesta, ma nessuno è in grado di affermare qualcosa di certo ad eccezione del fatto che è ben strano come l'apparecchio sia lo stesso partito dopo due tentativi andati a vuoto e quando tutti, anche i profani, si erano accorti che il rombo del motore non aveva il solito ritmo possente. Le dichiarazioni degli scampati insistono con usuale calore sul medesimo tasto e c'è da ritenere che non si tratti d'un fenomeno collettivo, specie quando le stesse cose sui motori che parevano in condizioni non perfette le afferma il comandante Thain. Ma allora la domanda si fa pressante, vuole una risposta: "Perché il bimotore della BEA ha preso ugualmente il volo ?". E un altro interrogativo incalza: "Di chi è la colpa della decisione ? Dell'ingegnere che ha dato via libera oppure del pilota ?". L'inchiesta, come ogni indagine del genere, è ardua, forse sarà anche povera di risultati. Ma non guardiamo troppo in là, restiamo all'enorme e gelida clinica di Monaco dove due dottoresse e un nugolo di infermiere anche stanotte hanno vegliato Berry, Edwards e Busby. Abbiamo dato un colpo di telefono all'alba e una voce ci ha risposto testualmente: "Sempre, lo stesso. Forse però un pochino meglio". Sono già troppi i morti perché altri ancora se ne debbano aggiungere. Per l'inchiesta intanto due sono le commissioni nominate, una tedesca e una inglese. Tanto per incominciare, a quanto pubblica stamane la Suddeutsche Zeitung, la commissione tedesca avrebbe permesso al capitano, Hans Leicher un esame approfondito dei motori per togliere definitivamente di scena l'ipotesi piuttosto improbabile d'un sabotaggio.

8 febbraio 1958

Fonte: Stampa Sera

L'allenatore Busby e i giocatori Berry ed Edward" sono in pericolo di vita

Il pilota dell'aereo del "Manchester" racconta come avvenne la sciagura

di Massimo Conti

"Vidi un lampo attraverso il finestrino: tolsi il gas, ma era troppo tardi,, - Dopo due revisioni ai motori, i meccanici dissero che "tutto era in ordine,,: ma sembra certo che il disastro fu dovuto ad un'avaria - L'arrivo dei parenti delle vittime a Monaco - Già iniziata l'inchiesta.

(Dal nostro inviato speciale) Monaco, 7 febbraio. Non capita di frequente che i protagonisti d'una sciagura aerea possano raccontare la loro disavventura e descrivere i brevissimi ma spaventosi attimi che seguono lo schianto del velivolo contro il suolo. Il raro caso si è dato nella catastrofe di Monaco. E dal racconto dei superstiti - 23 persone delle 44 che volavano con il bimotore britannico Elizabethan - è scaturita una testimonianza viva, di grande interesse umano. Lasciamo ricostruire al comandante dell'apparecchio, James Thain, il testimone più autorevole, le fasi della tragedia. Sin dal primo momento, mentre il velivolo, arrivato poco prima da Belgrado, stava per decollare dall'aeroporto centrale di Monaco, il comandante si accorse che il rombo dei motori non era del tutto "normale". L'aereo fece marcia indietro e subì una rapida ispezione dei meccanici: "Tutto a posto", disse l'ingegnere di servizio. Di nuovo, il velivolo tornò sulla pista, pronto a decollare; ma anche stavolta l'orecchio finissimo del comandante percepì qualche irregolarità. I meccanici si arrampicarono sulle ali e, osservato un piccolo difetto al motore - non si sa di preciso di quale si trattasse - si misero all'opera per eliminarlo. Dopo un buon quarto d'ora, l'ingegnere che dirigeva i lavori dette il suo benestare "Potete partire tranquilli", disse. Il velivolo si slanciò sulla pista per staccarsi finalmente dal suolo: "Diedi un'occhiata al finestrino della cabina battuto da una bufera di neve - ha raccontato il comandante Thain nel corso dì una conferenza-stampa - e vidi un lampo giallastro. Istintivamente tolsi il gas ai motori ma era troppo tardi". L'aereo, che a quanto sembra aveva appena staccato le ruote dalla pista di cemento, ricadde pesantemente al suolo e, in piena velocità, andò a cozzare contro una piccola casa di contadini al margine del campo, che venne quasi sventrata. L'ala destra del velivolo, staccatasi con una parte della carlinga, fu proiettata a parecchi metri di distanza, fracassando e incendiando un cascinale. Nessuno degli abitanti delle due casupole ha riportato però la più lieve ferita. I due contadini della prima casa si trovavano in quel momento in cantina; quelli del cascinale - due donne e tre bambini - sono rimasti anch'essi illesi. Dai rottami del velivolo guizzarono le prime fiamme che poi lo avvilupparono completamente. Il comandante Thain continua così il suo racconto: "Vidi il capitano Reyment ferito e imprigionato fra le lamiere contorte dell'apparecchio (fu poi necessario tagliarle con la fiamma ossidrica per districare una gamba che vi era rimasta imprigionata). Il telegrafista e due hostesses si lanciarono fuori del finestrino della piccola cucina di bordo, mentre io afferravo un estintore tentando di spegnere un principio di incendio. Ma le due ragazze e il telegrafista tornarono subito indietro, prodigandosi nel soccorso dei passeggeri". "Mi trovavo nella neve alta senza le scarpe - ha raccontato una delle hostesses, Rosemarie Bellis, di 35 anni - e sostenendomi alla mia compagna, miss Cheveston, entrai nuovamente nel velivolo fracassato. Vidi uno spettacolo che non dimenticherò più: parte dei passeggeri erano legati ancora alle loro cinture di sicurezza, insanguinati, con ferite orribili, specialmente agli arti inferiori. Altri erano stati sbalzati dai loro posti e giacevano col cranio fracassato. C'era una bambina di tre anni, figlia d'un diplomatico jugoslavo, che annaspava in quella confusione chiamando disperatamente la madre. Anche la piccola aveva il volto insanguinato...". A questo punto la bruna hostess non ha più retto alla emozione e, davanti ai giornalisti presenti alla drammatica conferenza-stampa tenuta in un albergo, è scoppiata in singhiozzi: una crisi di nervi. La ragazza è stata accompagnata subito nella sua stanza ed è intervenuto per calmarla un medico. Miss Bellis vola da undici anni ma nonostante quanto è accaduto, sembra non abbia intenzione, come del resto la sua compagna, di abbandonare il mestiere. La morte ha ghermito quasi tutti i passeggeri che si trovavano sulla parte destra del velivolo, quella cioè che si è staccata nel violentissimo urto, e - caso del tutto singolare - quelli che si trovavano in coda, il posto ritenuto "più sicuro" del velivolo; ha risparmiato invece quelli che si trovavano sulle poltrone di sinistra e quelli in testa all'aereo, che in genere sono i primi a perire in caso di sciagura. Morti e feriti vennero estratti dalle "squadre di soccorso attraverso un ampio squarcio della carlinga, mentre le fiamme già avvolgevano l'intero apparecchio. Si è fatto appena in tempo a tirar fuori i feriti. Una parte dei cadaveri sono rimasti così bruciati e stasera era ancora in corso la pietosa opera di riconoscimento. Le salme sottratte al rogo furono allineate attorno ai resti del velivolo. Le seppelliva lentamente la neve fittissima che da 36 ore cade ininterrottamente sulle regioni centromeridionali della Germania. Questa nevicata eccezionale ha bloccato gran parte del traffico ferroviario tra Francoforte e Monaco. Alla stazione ferroviaria di Stoccarda, per esempio, squadre di operai hanno lavorato tutta la scorsa notte per liberare dalla neve l'intero sistema di scambi. Nella giornata di oggi i treni hanno percorso la strada a velocità ridotta con lunghe soste ai bivi e alle stazioni. Gli aeroporti di Francoforte Monaco e Stoccarda sono stati chiusi al traffico per l'intera giornata essendo le piste ghiacciate. Solo stasera la Direzione dell’aeroporto di Monaco ha autorizzato l'atterraggio di due velivoli provenienti dall'Inghilterra con i parenti delle vittime. L'attenzione dei numerosi giornalisti, in gran parte inglesi, arrivati a Monaco per cogliere le ultime fasi della tragedia, si è spostata sul vasto ospedale "a destra dell'Isar" - così si chiama - dove sono stati ricoverati i feriti. L'ospedale è uno dei più moderni di Europa e si resta colpiti appena entrati per il suo aspetto simile ad una elegante stazione ferroviaria; porte e pareti in cristallo, rivendite di giornali, generi di conforto, dolciumi e fiori: e soprattutto per l'aria pulitissima senza odore di medicinali che circola in abbondanza nelle sale luminose con pareti a mosaico e quadri. Dietro a questa facciata di serenità si è svolto stanotte e anche stamane un lavoro febbrile. Cinque sale operatorie sono entrate in funzione per tenere in vita i 23 feriti alcuni dei quali hanno dovuto subire fino a tre interventi chirurgici. Otto dei feriti più leggeri sono già ripartiti per l'Inghilterra, tredici sono ricoverati nell'ospedale e, fra questi, cinque in condizioni molto gravi compreso il secondo pilota e il manager del Manchester United, Matt Busby, che si trova sotto la tenda dell'ossigeno. Ci è stato permesso di vedere per brevi istanti i feriti tra cui si trova uno dei migliori campioni britannici, Duncan Edwards; giacevano nei loro letti in stato d'incoscienza sotto un armamentario di tubi per la trasfusione, canali per l'ossigeno e altri strumenti. Quasi tutti i feriti sono in stato di choc. Gli fanno continuamente iniezioni perché possano sopportare i dolori delle ferite e delle ustioni. Per salvare alcuni feriti sono stati necessari vasti trapianti di pelle: moltissime le trasfusioni e le somministrazioni continue di ossigeno. Anche la bambina del diplomatico jugoslavo Tomaschewitz di cui si è parlato è in ospedale per ustioni al volto. Il padre giace nella stanza accanto. La mamma ha riportato invece lievi ferite e dopo che l'apparecchio si era schiantato contro la casa fu udita gridare: "Dove è la mia bambina ?". A Monaco è arrivata una gran quantità di gente che dovrà appurare le cause e le eventuali responsabilità della sciagura: funzionari e tecnici della Società britannica cui apparteneva il velivolo - la British European Airwais - esperti aeronautici tedeschi, funzionari di polizia, inviati di Società assicuratrici. Come è naturale, tutti hanno rifiutato di rispondere alle domande dei giornalisti troppo curiosi. Il comandante del velivolo, Thain, ha fatto sapere che non gli caveranno una parola finché non sarà stata compiuta l'inchiesta; e così si sono regolati gli altri. Escluso che la catastrofe sia dovuta a sabotaggio (la notizia è stata data da un giornale inglese) pare non esservi dubbio che si sia trattato di avarie ai motori. L’Elizabethan è un velivolo giudicato un po' vecchio anche se qualcuno assicura che sia ancora ottimo; fatto sta che di 20 apparecchi di questo tipo in servizio sulle linee britanniche ne sono rimasti in circolazione 11; gli altri 9 sono stati venduti. Qualcuno sostiene poi che il bimotore non si sia staccato affatto dal suolo neanche di un metro. Così ha detto anche un autista tedesco che si trovava da quelle parti al momento della disgrazia e che afferma di avere visto una ruota staccarsi dal carrello; la ruota anzi avrebbe violentemente colpito la sua automobile s'egli non avesse accelerato in tempo.

8 febbraio 1958

Fonte: La Stampa

Condoglianze di Adenauer

di Massimo Conti

Due aeroplani hanno trasportato a Monaco i familiari delle vittime e dei feriti.

(Dal nostro inviato). Monaco, sabato sera. Con due velivoli della BEA, sono giunti a Monaco i familiari delle vittime della sciagura aviatoria. Uno dei velivoli è giunto da Londra e l'altro da Manchester: i due piloti hanno dovuto compiere un difficile atterraggio sulla pista ghiacciata del grande aerodromo. I due aerei della BEA sono stati gli unici che abbiano fatto scalo a Monaco nelle ultime ore perché l'aeroporto è chiuso al traffico normale per via appunto della neve e del ghiaccio. I familiari delle vittime – una quarantina di persone - hanno preso alloggio in un grande albergo della capitale bavarese, e oggi alcuni di loro dovranno assistere al "riconoscimento" delle salme non ancora identificate. Parte dei venti cadaveri estratti dai rottami del velivolo sono stati sfigurati dalle fiamme e altri cinque addirittura carbonizzati (dicono i tecnici che la temperatura del velivolo al momento dell'incendio raggiunse i tremila gradi). Pertanto si dovrà tentare di identificarli attraverso qualche oggetto o brandelli di vestiti, risparmiati dal fuoco. Vi sono poi fra il gruppo delle quaranta persone i familiari dei feriti ricoverati in un grande moderno ospedale di Monaco: e fra essi, anche alcuni bambini. I medici sperano che alcuni fra i ricoverati siano oggi in condizione di intrattenersi sia pure per breve tempo con i congiunti. Per cinque di essi tuttavia lo si può escludere, almeno per ora, dato che stanno ancora combattendo contro la morte. Fra questi è il "manager" del "Manchester United", Matt Busby, ancora sotto la tenda a ossigeno. I medici non possono dire quanti fra i feriti più gravi potranno essere salvati. Si prevede però che i tredici dovranno restare all'ospedale di Monaco per qualche settimana prima di essere trasportati in Inghilterra. Le indagini sulla sciagura procedono frattanto speditamente. Oggi gli esperti tedeschi e inglesi si recheranno nuovamente sul luogo del disastro per esaminare i relitti sepolti sotto cumuli di neve. Se i tecnici dovessero stabilire che il bimotore "Elizabethan" non offre sufficienti garanzie di sicurezza, la Società sarebbe costretta a ritirare gli altri dieci velivoli di questo tipo ora in servizio su diverse linee. Si può aggiungere, sempre a questo proposito, che l'aereo caduto era assicurato per 160 mila sterline. Anche gli uomini del "Manchester United" e i loro accompagnatori erano assicurati per 10 mila sterline ciascuno. Calcolando anche le assicurazioni dei passeggeri, la somma complessiva ora in giuoco, tocca il mezzo milione di sterline. A Monaco e a Londra sono arrivati e continuano a pervenire numerosi telegrammi di cordoglio. Fra gli altri anche il Cancelliere Adenauer che si trova in villeggiatura a Vence, nei dintorni di Nizza, ha inviato un messaggio al "premier" MacMillan.

8 febbraio 1958

Fonte: Stampa Sera

Il centravanti della Juventus giunto ieri in Italia

Commozione di John Charles rientrato in aereo da Londra

di Giulio Accatino

"Ero fraterno amico di Taylor durante il servizio militare. Mia non voleva partissi, ma ho dovuto rassicurarla, il lavoro di calciatore mi richiamava a Torino". Impressione tra gli inglesi.

(Dal nostro inviato). Malpensa, sabato sera. Giovedì poco dopo le ore 16 Tommy Taylor, amico fraterno di John Charles, moriva nel disastro di Monaco. Ieri, quasi alla stessa ora il centravanti della Juventus scendeva all'aeroporto della Malpensa da un quadrimotore che portava la stessa sigla di quello di Monaco: B.E.A. Evidentemente emozionato e pallido in volto, Charles ha posato per i fotografi come vogliono le consuetudini, ha stretto calorosamente la mano all'ufficiale pilota del mastodontico apparecchio, ed ha cercato con lo sguardo un volto amico fra tanta confusione. Aveva bisogno di un po' di pace. "Erano tutti miei compagni - ci ha detto con gli occhi gonfi - e non nascondo che la notizia di Monaco mi ha fatto piangere. Ho saputo del disastro mentre ero dai miei genitori a Swansea. I giornali del pomeriggio però portavano una brevissima informazione della caduta dell'aereo, mancavano però i particolari. In città e in tutta l'Inghilterra l'emozione era grandissima: La B.B.C. con il passare delle ore ha corredato le prime comunicazioni elencando i morti, i dispersi, i feriti gravi. Sentivo ripetere quei nomi con il cuore gonfio. Erano tutti amici di lunga data, qualcuno mi era particolarmente caro". Tommy Taylor forse. "Che tristezza pensarlo immobile nella rigidità della morte. Ma io lo voglio ricordare ragazzo vivace, sbarazzino quasi, come quando eravamo soldati assieme. Due anni di vita comune, l'uno per l'altro. Giocavamo nella stessa squadra, lui mezz'ala destra io centromediano. Giorni felici che non potranno tornare mai più". Il ricordo di Tommy Taylor ha commosso Charles. Ha bisogno di tacere qualche po', sperando di nascondere un dolore profondo, poi riprende: "In Inghilterra la notizia ha destato stupore e commozione. Nessuno al momento vuol ricercare le cause, ma l'opinione pubblica attende l'esito dell'Inchiesta in corso sui motivi che hanno provocato il disastro con la pratica distruzione dell'intera squadra del Manchester United. Fare infatti che soltanto tre giocatori potranno continuare l'attività: Gregg, il portiere, Charlton, la mezz'ala destra e Foulkes, il mediano sinistro. Così almeno si diceva a Londra prima della mia partenza. Naturalmente sono notizie imprecise, e speriamo che l'elenco debba allungarsi ancora". Il Manchester United si ritirerà dal campionato ? "Pare di no. Allo stato attuale però non so come la società possa ricostruire in tutta fretta una squadra in grado di giocare". Superato ti primo momento di commozione, comunque, si dovrà pur ricominciare. "Indubbiamente, ma è così difficile rifare tutto da capo". Charles scuote la testa, e tace. Forse pensa alla mamma che ha lasciato a Londra. "Non voleva che partissi. Mi ha detto: John non viaggiare più in aereo. Le ho risposto: ma è venerdì e domenica devo essere a Genova. Non s'è convinta, ed ha pianto. Con il cuore voleva che partissi, ma con il cuore gonfio sono corso sul quadrimotore, che aveva già messo in moto le eliche, ed ora eccomi qua". Giocherai ? "Certamente ! È il mio lavoro". Non aveva più nulla da dire. Eravamo giunti a Torino, e il bravo John ha voluto fermarsi agli uffici dell'Italcable: "Sono arrivato bene". Mamma Charles ha già avuto il tanto atteso telegramma.

8 febbraio 1958

Fonte: Stampa Sera

Prima inchiesta dell'aviazione tedesca a Monaco

L'aereo del "Manchester" cadde per le incrostazioni di ghiaccio sulle ali ?

Sempre in gravi condizioni l'allenatore Busby, i giocatori Berry ed Edwards, e il secondo pilota; fuori pericolo gli altri feriti - Quattro superstiti sono tornati a Londra.

(Dal nostro inviato speciale) Monaco, 8 febbraio. Le avverse condizioni atmosferiche, e in particolare le incrostazioni di ghiaccio formatesi sulle ali dell'apparecchio mentre cadeva una fitta nevicata, sono le probabili cause della sciagura di cui sono rimasti vittime a Monaco sette calciatori del "Manchester United". Lo afferma questa sera un comunicato del ministero dei Trasporti della Germania occidentale in base ai risultati dell'inchiesta, preliminare condotta dall'ufficio aereonautico federale. L'indagine, secondo il comunicato, ha stabilito che i motori dell'aereo funzionavano regolarmente e non avevano subito nessuna avaria, il decollo dell'apparecchio è stato sospeso per due volte in quanto il manometro di pressione dava indicazioni anormali nonostante i motori funzionassero regolarmente. I tecnici hanno ritenuto che i dati anormali forniti dal manometro fossero spiegabili con l'altezza (rispetto al livello del mare) alla quale si trova l'aeroporto di Monaco. Per questa ragione il comandante di volo dell'"Elizabethan" ha dato l'ordine definitivo di partenza. Il rapporto conclude che è stata probabilmente la deformazione delle superfici portanti a causa del ghiaccio formatosi sulle ali ad impedire il decollo. Nonostante il grave inconveniente, la sciagura non sarebbe tuttavia avvenuta se l'aereo non avesse incontrato sul suo cammino la casa situata ai margini della pista. "Senza quella casa - ha dichiarato il direttore della British European Airways Anthony Milward - tutto si sarebbe risolto in un piccolo incidente, e non ci sarebbero stati feriti. Il bimotore, che stentava a prendere quota, sarebbe ricaduto al suolo dall'altezza di un metro o poco più". Dopo il comunicato delle autorità tedesche e le opinioni del direttore della BEA, è cominciato oggi il palleggiamento delle responsabilità: sono in gioco le cinquecentomila sterline (900 milioni di lire), che dovrebbero pagare le società assicuratrici alla BEA e alle famiglie delle ventun vittime, oltre che ai feriti. I familiari degli sventurati passeggeri so no ora a Monaco a piangere sulle bare, o a pregare accanto ai letti d'ospedale. Dei tredici feriti alcuni non sanno ancora come se la caveranno. Due di essi - il manager del "Manchester United", Matt Busby e il centrattacco John Berry potrebbero morire da un momento all'altro: questo è il parere dei medici. Ancora non hanno ripreso conoscenza e vengono tenuti in vita con ossigeno, trasfusioni e iniezioni. Grave è anche il mediano Edwards. Matt Busby è vegliato dalla moglie, giunta dalla Gran Bretagna con il figlio. Serie sono anche le condizioni del secondo pilota Reyment, che era ai comandi del bimotore al momento del decollo. Gli altri feriti sono stati dichiarati tutti fuori pericolo, compreso Jackie Blanchflower. Un medico ha detto oggi che essi potranno riprendere a giocare (non Edwards comunque, se pure si salverà), ma non in questa stagione. Dei ventitré superstiti - sull'aereo, ricordiamo, c'erano in tutto quarantaquattro persone - quattro sono già a Londra. Hanno lasciato Monaco stamattina in treno e in aereo: tra di essi, Peter Howard e Edward Ellygard, i due giornalisti del "Daily Mail" che raccontarono la tremenda avventura per i lettori del loro giornale la sera stessa della sciagura. All'ultimo momento hanno invece rinunciato al viaggio il portiere Gregg ed il terzino Foulkes, i quali hanno preferito rimanere accanto ai compagni feriti. Entro domani saranno finite le perizie necroscopiche delle vittime. Lunedì partiranno per Londra altri due aerei che trasporteranno ventun bare. m. c.

9 febbraio 1958

Fonte: La Stampa

 A Manchester non s'è giocato

Due minuti di silenzio sui campi di calcio inglesi

(Dal nostro corrispondente) Londra, 8 febbraio. Allo stadio del Chelsea, oggi pomeriggio, le due squadre sono entrate in campo lentamente, a capo chino. I giocatori avevano una banda nera al braccio; l'avevano anche l'arbitro e i guardialinee. Gli atleti si schierarono dinnanzi alle tribune e una voce solenne dall'altoparlante annunzio che "è per espresso desiderio del Manchester United che quest'oggi le partite di campionato vengono giocate regolarmente". Poi la voce invita i 40 mila spettatori ad alzarsi in piedi e ad osservare due minuti di silenzio per le vittime del disastro di Monaco. Lo stesso silenzio è stato rispettato su ogni campo di calcio di Gran Bretagna. A Manchester, la città in lutto, non si è però giocato. Domani in tutte le chiese verranno recitate preghiere. I tifosi del "Manchester" si sono riuniti in un albergo ed hanno deciso di indire una riunione per cui andranno al campo, pagheranno il biglietto, ma anziché assistere a una partita parteciperanno al servizio religioso. I proventi di questo incasso andranno alle famiglie delle vittime. È stato proposto anche di creare un fondo per un letto di ospedale al nome dei medici di Monaco che hanno avuto cura dei feriti inglesi. I tifosi hanno inviato anche un telegramma al chirurgo Maurer, dell'ospedale di Monaco per ringraziarlo di quanto ha fatto. Anche nei giornali di Manchester è stato rispettato un minuto di silenzio in memoria dei giornalisti che hanno perduto la vita nell'incidente. I primi scampati sono arrivati oggi in treno e in aereo a Londra: hanno dichiarato che il portiere Gregg è stato l'eroe dei salvataggi compiuti dopo l'incidente. r. a.

9 febbraio 1958

Fonte: La Stampa

I caduti del "Manchester" sono tornati in Inghilterra

I funerali si svolgeranno in forma privata - Tra i feriti Berry è ancora grave; Busby e Edwards sono fuori pericolo.

(Dal nostro corrispondente) Londra, 10 febbraio. L'aereo "Viscount", inviato a Monaco dalla BEA per prelevare le salme dei ventun passeggeri periti nel disastro dell'"Elizabethan", ha fatto ritorno oggi a Londra col triste carico. Al momento della partenza tutte le bandiere dell'aereoporto di Monaco sventolavano a mezz’asta e 150 agenti di polizia erano schierati davanti all'apparecchio per rendere gli onori militari alle vittime. Diecine di corone di fiori erano state deposte sui feretri e nell'interno dell'aereo. All'arrivo a Londra tutte le bare sono state trasferite su un altro apparecchio in partenza per Manchester, ad eccezione di una, quella del calciatore Whelan, che sarà fatta proseguire per Dublino. I funerali dei giocatori del "Manchester United" e dei giornalisti che hanno perduto la vita nel disastro si svolgeranno in forma privata. Ma i segni del cordoglio nazionale sono continuati anche oggi, a distanza ormai di vari giorni dalla sciagura. I dirigenti della squadra, nella impossibilità di mettere insieme un numero sufficiente di giocatori per sabato pomeriggio, hanno chiesto un rinvio dell'incontro con il Sheffield Wednesday, che è stato subito accordato. Le condizioni dei feriti ricoverati nell'ospedale di Monaco sono migliorate, ad eccezione dell'ala destra del "Manchester" John Berry e del secondo pilota dell'aereo Kenneth Rayment, tuttora in pericolo di vita. L'allenatore della squadra, Matt Busby e il mediano Duncan Edwards, hanno ripreso conoscenza e i medici ritengono che si salveranno entrambi. Gli altri giocatori sono già in via di guarigione, compreso Jacky Blanchflower, e dovrebbero essere dimessi la prossima settimana. Nel primo pomeriggio l'allenatore della Nazionale di calcio tedesca, Sepp Herberger, e il vice presidente della Federazione di calcio germanica, Hans Huber, hanno fatto visita ai calciatori feriti. Herberger ha fatto loro l'augurio che possano presto rimettersi e tornare a giocare. Viollet gli ha detto: "Vi conosco dalle fotografie dei giornali. Faccio molti auguri alla vostra squadra (per i campionati del mondo) ma fate attenzione all'Inghilterra". Successivamente i due dirigenti tedeschi hanno fatto visita a Matt Busby, tuttora nella tenda ad ossigeno. Busby ha riconosciuto Herberger. Una infermiera ha detto a Busby: "Sono venuti per augurarvi una pronta guarigione", al che questi ha risposto "grazie", e ha tirato fuori la mano dalla tenda per stringerla ai due tedeschi. r. a.

11 febbraio 1958

Fonte: La Stampa

Corsa contro la morte per salvare Edwards

di Leo Cattini

Affannosa ricerca di un rene artificiale - Il prezioso apparecchio è giunto da Friburgo alle 10,40, quando il giocatore era già in sala operatoria per un intervento d'urgenza.

Monaco, mercoledì sera. Una autoambulanza speciale ha compiuto stanotte una disperata corsa a tutta velocità da Friburgo a Monaco per portare un rene artificiale di cui è stata fatta un'urgente richiesta per salvare la vita del mediano della squadra di calcio del Manchester United, Duncan Edwards. La corsa contro la morte si è conclusa stamane alle 10,40 quando l'autoambulanza, scortata dalle motociclette della polizia con le sirene In funzione, è giunta davanti all'ospedale di Monaco, proprio nel momento in cui, in sala operatoria, i chirurghi stavano compiendo un intervento in extremis per tentare di salvare la vita a Duncan Edwards. La richiesta del rene artificiale era stata fatta telefonicamente stanotte ma inutilmente a diverse città tra cui Vienna, da parte di un rappresentante della B.E.A., la società proprietaria dell'aereo che si è infranto al suolo a Monaco. Finalmente si è potuto rintracciare il prezioso apparecchio a Friburgo, cioè a 560 chilometri di distanza e la corsa contro la morte è cominciata. Un medico di Friburgo - il dott. Sartorius - ha seguito l'ambulanza con un'auto speciale per occuparsi personalmente della trasposizione dell'organo. Il dott. Sartorius ha detto che il rene artificiale dovrà essere collegato al sistema circolatorio di Edwards per circa sei ore per immettere due litri e mezzo di nuovo sangue e per consentire un continuo lavaggio del sangue preesistente. Mentre i medici non possono pronunciarsi sulla sorte di Edwards (ma sperano che la sua giovane e forte fibra possa resistere alla gravità del male) notizie confortanti si hanno sull'attaccante del Manchester, John Berry e sul secondo pilota dell'aereo, Kenneth Rayment, le cui condizioni sono migliorate rispetto a ieri sera, pur rimanendo sempre gravi. Anche lo stato dell'allenatore Matt Busby va continuamente migliorando.

12 febbraio 1958

Fonte: Stampa Sera

L'ultima vittima della catastrofe aerea

È morto Duncan Edwards uno dei più grandi giocatori inglesi

Monaco. È morto Duncan Edwards uno dei più grandi giocatori inglesi. Dopo alternative di speranze, e di ansie protrattesi per 15 giorni, durante i quali i sanitari dell'ospedale di Monaco nulla avevano lasciato d'intentato per salvarlo, compresa la applicazione d'un rene artificiale, è spirato il calciatore Duncan Edwards, che è l'ottavo titolare che la squadra inglese del "Manchester United" ha perduto nella sciagura aerea del 6 febbraio. Il calcio britannico resta così privo d'uno dei suoi elementi più rappresentativi e amati dalle folle, sia per l'altissima qualità della sua classe che per l'entusiasmo e l'applicazione che poneva nel gioco. Era stato diciotto volte nazionale, ed aveva anche giocato a Bologna, il 20 gennaio del 1954, nella formazione "giovanile" inglese che aveva incontrato la nostra squadra "primavera" che vinse l'incontro per 3 a 0. Debuttando nella rappresentativa britannica a soli 19 anni fu il più giovane dei "nazionali" d'Inghilterra e da allora la sua fama era sempre stata in crescendo, anche per la versatilità del suo gioco; aveva infatti figurato alternativamente sia quale centro mediano, centravanti e mediano laterale sinistro, che era il suo ruolo particolare. Tra la grande speranza del calcio inglese è certamente il più forte mediano laterale britannico. Aveva disputato la sua prima partita, conquistato il "cap" di nazionale nel famoso incontro in cui l'Inghilterra sconfisse la Scozia per 7 a 2, contribuendo efficacemente al successo della squadra; e da allora ebbe sempre il posto nelle susseguenti partite internazionali. Quale facente parte dell'undici del "Manchester United", nel quale era l'uomo più popolare, aveva giocato la scorsa stagione più di cento matchs", sia di campionato, che di Coppa e amichevoli; era anche tra i preferiti del famoso allenatore del "club", Matt Busby, che poteva vantarsi di averlo scoperto, lanciato e valorizzato. È mancato, dopo una lunga agonia e atroci sofferenze, alle 2,26 della notte scorsa, dopo aver accennato un lieve miglioramento. La notizia della sua scomparsa ha suscitato grande impressione fra gli sportivi di tutto il mondo che si auguravano ardentemente di poterlo annoverare fra gli scampati. La sorte atroce non ha invece voluto risparmiarlo. Un aereo speciale, già giunto a Monaco, riporterà quest'oggi la salma di Edwards in Inghilterra, ove gli saranno tributate onoranze solenni. L'ambiente calcistico di tutto il mondo, e particolarmente quello italiano che già ebbe a soffrire un simile terribile lutto, si inchina a questa nuova vittima del disastro aereo di Monaco.

22 febbraio 1958

Fonte: La Stampa

Tragedia e mito del Manchester

di Tony Damascelli

Scendendo Wellington road, si può girare a sinistra lungo Stourtbridge. Il cimitero di Dudley sta al fondo di Duncan Edwards close. Nella chiesa di St. Francis una vetrata colorata riporta l’immagine del campione e la scritta "Anche se sono molti i membri dell’universo il corpo è uno solo". Duncan Edwards aveva ventuno anni quando salì sul Lord Burghley, volo 609, detto Zulu Uniform, il charter della Bea che trasportava il Manchester United da Belgrado verso l’Inghilterra. La giornata era di sole ma fredda, normale per il mese di febbraio, a Monaco di Baviera l’aereo avrebbe fatto scalo per il rifornimento. I quaranta passeggeri a bordo festeggiavano la qualificazione dei Red Devils alla semifinale di coppa dei Campioni; contro la Crvena Zvezda, la Stella Rossa, nella bolgia di Belgrado i ragazzi di Matt Busby avevano pareggiato 3 a 3, sufficiente alla promozione dopo il successo 2 a 1 dell’andata. John Berry, uno dei centrocampisti, aveva dimenticato il passaporto e il gruppo partì con un’ora di ritardo. In volo il freddo si trasformò in neve. A Monaco di Baviera, durante la sosta, il gruppo inglese si divertì a lanciare palle di neve verso l’addetto al rifornimento. Il comandante James Thain tentò per tre volte il decollo, la pista era gelata, così le ali del Lord Burghley, la manovra di de-icing per sciogliere il ghiaccio non venne ultimata. All’ultimo tentativo l’aereo non prese quota, la velocità calò da 217 chilometri all’ora a 194, troppo poco per sollevarsi dal suolo. Zulu Uniform andò a schiantarsi contro un muro di cinta e quindi finì la sua corsa contro una casa, fortunatamente vuota. L’aereo si spezzò in due. Erano le 3 e 04 del 6 febbraio del 1958. Morirono sul colpo sette calciatori: Geoff Bent, Roger Byrne titolare nella nazionale inglese, Eddie Colman, Mark Jones, David Pegg, Tommy Taylor, Liam Billy Whelan, il segretario del club Walter Crickmer, il preparatore Bert Whalley, l’allenatore Tom Curry, i giornalisti Alf Clarke del Manchester Evening Chronicle, Don Davies, del Manchester Guardian, George Follows, del Daily Herald, Tom Jackson, del Manchester Evening News, Archie Ledbrooke, del Daily Mirror, Henry Rose, del Daily Express, Eric Thompson, del Daily Mail, Frank Swift, del News of the World, Bela Miklos agente di viaggio, il tifoso Willie Satinoff e lo steward Tom Cable. Duncan Edwards venne estratto ancora vivo nel fumo acido delle lamiere. Aveva lesioni multiple alle gambe e gravissimi danni interni. I medici lo tennero in vita per due settimane ricorrendo a un rene artificiale, il fisico di Duncan lottò fino al ventuno febbraio, poi si arrese. Edwards era la grande promessa del calcio inglese, era nato a Dudley, nelle Midlands, nel Trentasei. Matt Busby lo aveva fatto seguire da quando aveva 14 anni ma giocava da veterano, lo convocò a Manchester e il giorno del sedicesimo compleanno Duncan Edwards firmò per lo United. Il 4 aprile dell’anno dopo esordì contro il Cardiff City diventando il più giovane calciatore a giocare nel campionato inglese. Duncan Edwards era un centrocampista di fattura incredibile, oggi si direbbe universale. Giocò 151 volte con l’United, segnando 20 gol e nel museo di Dudley ci sono i 18 caps (cappellini) delle sue presenze in nazionale con 5 gol. La leggenda dice che sia stato il più grande di ogni tempo. Secondo Bobby Charlton, un’altra bandiera del calcio inglese, sopravvissuto alla tragedia di Monaco, "un solo calciatore mi ha fatto sentire inferiore, è stato Duncan Edwards. Se dovessi giocare per la mia vita e potessi prendere un uomo con me, questi sarebbe lui". Edwards aveva ventuno anni, Charlton venti, Duncan con la maglia numero 6, andava per ogni dove del campo, Robert-Bobby con il 9, aveva il passo elegante, lo shoot feroce. A ventiquattro anni cominciò a perdere i capelli e prese a pettinarsi i quattro lunghi biondicci peli in testa in modo da coprire la pelata, questo stile è ancora oggi chiamato "la pettinatura alla Bobby Charlton". Là dove si spense la vita ma nacque la leggenda di uno, Duncan Edwards, ebbero inizio la carriera e la storia dell’altro, Sir Robert Charlton da Ashington, Pallone d’Oro nel 1966, anno del titolo mondiale inglese, una cappelliera piena di 759 caps e 249 gol con lo United. E in nazionale 106 partite con 49 gol, uno anche all’Italia nello storico, per gli azzurri, 2 a 2 di Wembley, il 5 giugno del 1959. In quella notte a Monaco di Baviera sopravvissero con Charlton otto calciatori: Berry, Blanchflower, Dennis Viollet, Ray Wood, tutti ormai scomparsi, mentre restano ancora in vita Bill Foulkes, Harry Gregg, Kenny Morgans e Albert Scanlon. Insieme con loro si salvarono il fotografo Ted Ellyard, la signora Miklos moglie dell’agente di viaggio, due hostess, miss Cheverton e miss Bellis, e due passeggeri Lukic e Tomasevic. La storia del Manchester United incominciò sotto la neve di Monaco, nel fumo delle lamiere, tra le urla strazianti e le sirene delle ambulanze, prima del silenzio che avvolse l’aeroporto e coprì Manchester, l’Inghilterra e l’Europa intera. Matt Busby restò in coma per un mese, per due volte ricevette l’estrema unzione, sul finire di aprile tornò a rivedere la vita e a ricominciare l’avventura dei suoi ragazzi, i Busby’s Babies. Fino a quei giorni lo United era un club che si era rialzato dalla crisi, nel dopoguerra la squadra era finita in seconda divisione ma con l’arrivo dello scozzese Matt Busby e una politica che puntava sui giovani, il Manchester riprese quota, vincendo la coppa d’Inghilterra e per tre volte il campionato, per partecipare alla coppa dei Campioni nella stagione ’57-58. Il City, l’altra squadra della città, aveva avuto il privilegio di ospitare (a pagamento) lo United dopo il bombardamento dell’Old Trafford. Frank Swift, il giornalista del News of The World morto a Monaco, era stato portiere del City, oltre che della nazionale, e la tragedia unì così le due tifoserie, ma non del tutto. Fu fatta festa in alcuni pub di Manchester, la morte dei rivali venne accolta con gioia cinica dai più giovani supporters. Lo United giocò la prima partita, subito dopo il disastro, battendo lo Sheffield Wednesday 3-0. Sul programma ufficiale della partita lo spazio delle fotografie di ogni calciatore era stato lasciato in bianco, nessuno sapeva chi, Jimmy Murphy, vice di Busby, avrebbe potuto schierare. La squadra crollò al nono posto, arrivò alla finale della coppa d’Inghilterra perdendo 2 a 0 con il Bolton e venne eliminata dal Milan, prima squadra europea ad affrontare gli inglesi dopo la tragedia, nella semifinale dei Campioni, ritardata a maggio. Dieci anni dopo, Matt Busby avrebbe vinto la sua più grande sfida, lo United di Dennis Law e George Best conquistò la coppa dei Campioni nella finale contro il Benfica. Sul prato di Wembley correvano anche Bobby Charlton e Bill Foulkes. Oggi un minuto di silenzio, vero, profondo, riempirà lo stadio imperiale prima dell’amichevole tra Inghilterra e Svizzera. Domenica il rito si ripeterà per il derby del Maine. All’Old Trafford, sui muri di mattoni rossi, un orologio segna la stessa ora, le 3 e 04, memoria di un pomeriggio di cinquant’anni fa, il rombo cupo di un aeroplano, poi la neve di Monaco ricoprì i fiori di Manchester.

6 febbraio 2008

Fonte: Ilgiornale.it

MONACO 6.02.1958, IN MEMORY:

Geoff Bent (Terzino) - Roger Byrne (Difensore e Capitano)

Eddie Colman (Mediano) - Duncan Edwards (Centromediano)

Mark Jones (Difensore) - David Pegg (Ala Sinistra)

Tommy Taylor (Centravanti) - Liam (Billy) Whelan (Mezzala)

Walter Crickmer (Segretario del Club)

Tom Curry (2° Allenatore) - Bert Whalley (Preparatore Atletico)

Alf Clarke (Giornalista Manchester Evening Chronicle)

Don Davies (Giornalista Manchester Guardian)

George Follows (Giornalista Daily Herald)

Tom Jackson (Giornalista Manchester Evening News)

Archie Ledbrooke (Giornalista Daily Mirror)

Henry Rose (Giornalista Daily Express)

Frank Swift (Giornalista News of the World)

Eric Thompson (Giornalista Daily Mail)

Cap. Kenneth Rayment (2° Pilota)

Tommy Cable (Steward)

Bela Miklos (Agente di viaggio)

Willie Satinoff (Tifoso amico di Matt Busby)

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