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Le verità sull'Heysel  2003  Francesco Caremani
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Le verità sull'Heysel

Cronaca di una strage annunciata

di Francesco Caremani

Il 29 maggio 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles, prima della finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool, muoiono 39 tifosi. Muoiono, soffocati dalla calca e schiacciati dal muro che delimita il settore Z, sotto i colpi degli hooligans inglesi instupiditi dall’alcool con la connivenza decisiva delle autorità e della polizia belghe, incapaci di prevedere e intervenire. Una tragedia annunciata che si abbatte con disperante drammaticità sul calcio come sport e sulle coscienze di tutti noi come uomini prima ancora che come sportivi. Una ferita aperta e mai rimarginata, perché non si può e non si deve morire di calcio. Tutti hanno raccontato quello che è successo prima di Juventus-Liverpool, molti hanno raccontato il durante e il dopo, anche il proprio, ma nessuno si è mai veramente addentrato nelle scomode verità. Gli effetti personali rubati, l’arroganza dell’autorità, la lunga, faticosa e snobbata battaglia legale portata avanti dall’Associazione delle vittime, da Otello Lorentini che in Belgio ha perso il figlio Roberto. L’umanità calpestata di 39 famiglie tra meschinità d’ogni genere. Questo libro è un atto dovuto alla memoria e alla dignità di 39 persone che hanno perso la vita per assistere a una partita, per ricordare ciò che l’ambiente calcio ha cercato troppo spesso e troppo in fretta di dimenticare. Prefazione di Roberto Beccantini.

Fonte: "Le verità sull'Heysel" (Libri di Sport 2003)

Le verità sull'Heysel

La recensione al libro di Francesco Caremani

di Andrea Parodi

Stadio Heysel di Bruxelles, 29 maggio 1985. E' la finale di Coppa dei Campioni, a contendersela ci sono Juventus e Liverpool. Prima del fischio d'inizio si compie una delle più gravi stragi che il calcio e lo sport abbiano mai conosciuto. La furia ubriaca di un gruppo di hooligans inglese si avventa sui tifosi juventini posizionati nel settore Z dello stadio. 39 i morti, di questi 32 sono italiani. C'è anche un medico aretino di 31 anni, sposato e con due piccoli figli. Il suo nome è Roberto Lorentini. Ha affrontato la lunga trasferta in Belgio con il padre Otello. Ma Roberto muore, mentre stava tentando di soccorrere un ferito. Per questo motivo gli verrà conferita la medaglia d'argento al Valor Civile alla memoria dalla residenza della Repubblica italiana. Il signor Otello si fa in seguito promotore della creazione dell'"Associazione delle vittime dell'Heysel". Tutto il materiale conservato negli anni con cura certosina dal padre di Roberto è stato trasformato in un libro, grazie alle capaci e sensibili mani di Francesco Caremani, giornalista aretino amico dello stesso Roberto Lorentini, che conduce il lettore alla ricerca delle verità su quella strage. Leggendo il libro di Caremani non si sa più se piangere o se prendere a pugni il libro... Tanta è la rabbia ! Già, perché immergendosi nella lettura si scoprono tutti i retroscena di quella strage. Ma, come se non bastasse, si scopre tutto il male che è stato commesso verso quelle 39 vittime negli anni a seguire, attraverso una vergognosa e infamante serie di processi e di scontri, che hanno portato solo ad un responso: dimenticare, dimenticare tutto. Tutti hanno voluto dimenticare la tragedia e i suoi morti: l’UEFA, il Belgio, la JUVENTUS, e la città di Bruxelles, la polizia. Come se nulla fosse successo, impedendo spesso la possibilità di commemorazioni. Hanno addirittura cancellato lo stadio, ricostruendolo e cambiandogli nome, nella speranza di eliminare anche il ricordo di quella tragica sera. La realtà è che nessuno ha mai voglia di parlarne. Come fosse un ricordo ingombrante. Ma Francesco Caremani non ha avuto peli sulla lingua. Ha messo nero su bianco tutta la verità, nuda e cruda, a volte anche un po' forte, ma certamente una verità onesta. Il libro è scritto con il cuore. Ed è questa la cosa più importante. O, come ha scritto Roberto Beccantini, l'autore della prefazione, è stato scritto "senza astio, senza paura, senza secondi o terzi fini. Pane al pane".

Il libro si apre con le testimonianze di chi c'era, quel giorno e in quel luogo d'inferno. sono testimonianze taglienti, vere, assolutamente e incredibilmente autentiche. Incredibilmente, sì, perché tutto sembra così assurdo e impossibile. Testimonianze che portano profonde riflessioni a chi legge, che cercano di entrare nel racconto, di incrociare i vari ricordi e provare a immaginarsi quelle scene: l'insulso odio degli hooligan, i corpi accatastati, l'avanzare degli inglesi che lanciano per aria gli effetti personali dei tifosi esanimi. Uno sfregio alla persona e alla sua dignità. E poi la partita, giocata ugualmente nonostante tutti sapessero e tutti conoscessero esattamente cosa era successo. Un rigore inesistente, l'agonia della premiazione, mentre il sangue è ancora fresco al suolo del settore Z, e poi solo la voglia di sparire. Ma le immagini del giro d'onore con la coppa in mano sono una scena da brivido, una scena da cancellare dalla storia dello sport, se ancora di sport si può definire. E in questo caso proprio non si può. La coppa, come ha giustamente scritto qualcuno, doveva essere lanciata verso la tribuna, verso i dirigenti dell'Uefa che hanno voluto quello stadio e quella vergognosa organizzazione. Le famiglie delle vittime ancora oggi chiedono una simbolica rinuncia a quella coppa, in modo che risulti, per sempre, "non assegnata". Dopo il danno, la beffa. Che inizia a strage non ancora conclusa. Perché i corpi vennero sezionati come maiali per l'autopsia e non ricuciti ? Perché in Italia qualcuno pianse sulla bara di un altro tifoso ? Perché gli oggetti personali furono portati via dai cadaveri ? Una storia purtroppo di soli 18 anni fa. Non siamo mica nel medioevo. E neanche nella Spagna della Controriforma. Siamo nel XX secolo, nella democratica e civilissima nazione belga, cuore politico della costituenda Unione Europea. Non nella struttura sperduta di un paese del terzo mondo. L'Associazione fondata da Otello Lorentini ha anche condotto una battaglia legale, si è aperta un'inchiesta, c'è stato un processo, delle inutili sanzioni, degli umilianti risarcimenti. Ma soprattutto c'è stata l'indifferenza e la totale mancanza di rispetto nei confronti di 39 vittime. Che ancora oggi chiedono giustizia. Impossibile chiedere perdono, sicuramente non con queste premesse e non con questo sfondo. Tutte queste sensazioni, tutte queste testimonianze sono il sale stesso del libro di Caremani. Un libro - verità che sarà sicuramente scomodo per qualcuno, ma necessariamente vero e necessariamente dovuto. Già, proprio dovuto, perché questo libro era, ed è, un doveroso omaggio verso quelle 39 vittime. Che se non hanno avuto giustizia in un’aula di tribunale, hanno comunque il diritto di far sapere a tutti la loro storia. Per avere una giustizia morale, perché la gente sappia e perché le verità non rimangano nascoste, così come molti hanno fatto e continuano a fare. Qualcuno, un giorno, ha giustamente scritto che "nessuna persona è morta finché vive nel cuore di chi resta". E se chi resta ha il cuore di Otello Lorentini e la capacità di Francesco Caremani di tradurre questi sentimenti in inchiostro, possiamo stare tranquilli. Sono certo che Roberto, così come gli altri 38 tifosi del settore Z, rimarranno vivi nel cuore di chi leggerà le pagine del libro di Francesco. E allora mi piace immaginarli sugli spalti dell'Olimpico il 22 maggio 1996, come se nulla fosse successo, a festeggiare la prima e unica Coppa dei Campioni della storia bianconera. Così come dovrebbe essere per una partita di calcio. Perché, come giustamente ci trasmette Andrea Lorentini nella sua bella e intensa presentazione, il calcio è vita. Non dimentichiamolo, mai.

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Fonte: Lastampa.it

Seconda recensione sul libro 

di Stefano Olivari

Non ci sono parole per spiegare a un ragazzo dai vent'anni in giù che cosa sia accaduto il 29 maggio 1985 a Bruxelles, prima della finale di Coppa Campioni fra la Juventus di Platini e dei campioni del Mondo e il Liverpool di Dalglish e Rush. Non a caso tutti gli articoli commemorativi sono basati più sulle reazioni a quei fatti che sui fatti in senso stretto, come se una tragedia avesse valore solo quando ci tocca da vicino. Non ci sono parole, ma c'è un libro, "La verità sull'Heysel', di Francesco Caremani, che abbiamo letto pur avendo la presunzione di sapere ormai tutto, su quei 39 morti e su quelle centinaia di feriti, dopo aver letto e ascoltato centinaia di testimonianze e di polemiche. E a leggerlo abbiamo fatto bene, perché i fatti hanno una forza che anni e anni di ipocriti "quel giorno è morta anche una parte di me stesso" pronunciati da chi quella coppa l'aveva festeggiata non hanno per nulla sminuito. Va detto che quella di Caremani è una ricostruzione dei fatti che non ha come stella polare l'originalità, essendo stato scritto sull'argomento tutto e il suo contrario, ma che proprio per questo il libro sconvolge. La sensibilità dello scrittore, ma anche del conoscitore di calcio internazionale, impedisce lo schematismo inglesi hooligans animali e italiani simpatici escursionisti pacifici (i giornali dell'epoca ce li ricordiamo, tre quarti degli articoli erano di questo tenore), ma nel caso specifico le biografie di vittime (32 italiani su 39 morti) e carnefici parlano da sole. Non a caso in quel settore Z non era prevista nessuna presenza di tifo italiano organizzato, ma una sorta di zona cuscinetto. Per vari canali, da bagarini a rivendite belghe fino ad agenzie viaggio che si erano procurate quei biglietti fiutando l'affare, però in quel settore c'erano principalmente italiani, nemmeno tutti juventini e quasi nessuno ultrà. Tante storie che messe insieme valgono più della somma delle singole storie. Le testimonianze di chi c'era, per capire l'inadeguatezza dell'Heysel ad ospitare l'evento. Il cantiere vicino allo stadio, per i più pericolosi tifosi del Liverpool vera miniera di armi. L’ottusità nei controlli, con gli hooligans che entravano a gruppi e gli italiani del settore Z (ripetiamo: che tutto erano tranne che ultras) perquisiti in maniera tignosa. La faciloneria dell'Uefa, dopo il buon andamento, sul piano dell'ordine pubblico, di Roma-Liverpool dell'anno prima (merito dell'organizzazione italiana, una volta tanto). La arrogante inettitudine della polizia belga. Il muro crollato, per alcuni causa di molte morti in più, per altri apertura di una via di salvezza. Gesti generosi e gesti di sciacallaggio, lo scempio dei cadaveri, con autopsie fatte con supponenza e razzismo. Sì, autopsie con razzismo. Senza tirare fuori Marcinelle, il Belgio ne esce a pezzi. E poi il processo, che fa giurisprudenza introducendo il principio della corresponsabilità dell'Uefa (o di chiunque organizzi un evento) nei fatti accaduti allo stadio, ma con la condanna solo di pesci piccoli, qualche relitto della società inglese, la censura dell'operato di qualche poliziotto sull'orlo della pensione, e un po' di soldi distribuiti fuori tempo massimo. Con la sentenza proprio durante i Mondiali del '90, che cade nel vuoto mediatico. Un libro scritto da un giornalista che è stato un ragazzo juventino, ma che a diversi juventini non è piaciuto e non piacerà, non fosse altro che per la sottolineatura dell'indifferenza manifestata da dirigenti e da atleti nel "dopo", volendo proprio assolverli per le reazioni a caldo. Questa è una recensione, non un processo, e in un altro spazio affronteremo il tema dei giocatori che forse "sapevano" e della partita "finta", con esultanza finale dei giocatori che però era sembrata vera. Allo stadio ma anche al ritorno in Italia, scendendo dalla scaletta dell'aereo con la coppa in mano, e con tanti inviti non espliciti, ma proprio per questo più odiosi, a dimenticare. Forse nel nome dello spettacolo che deve andare avanti. Da juventino Caremani avrebbe voluto la restituzione della coppa, con un "Non assegnata" nell'albo d'oro che avrebbe impedito l'oblio, ma nella società bianconera questa tesi non ha mai trovato terreno fertile. E crediamo nemmeno fra la maggioranza dei tifosi juventini. Un libro giornalistico con tanti punti di forza e uno solo, secondo noi, di debolezza: quello di ritenere le morti di calcio o per il calcio più assurde di altri tipi di morte, e quindi, in un certo senso, più gravi. L'autore era amico personale di uno dei morti dell'Heysel, Roberto Lorentini, medico eroico (aggettivo per una volta non usato a proposito), che nel fuggi fuggi generale avrebbe potuto salvarsi se non si fosse fermato a praticare la respirazione bocca a bocca a un altro tifoso sfortunato, un bambino. Pochi secondi che hanno fatto la differenza fra la vita e la morte: per il padre Otello, intervistato da Caremani, e per le tante persone che gli volevano bene, rimangono l'orgoglio e una medaglia d'argento al valor civile. Per quella d'oro bisognava morire due volte, forse.

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Fonte: Indiscreto.it

"Le verità sull'Heysel"

Un libro ripercorre la storia della strage, in cerca dei veri colpevoli

Testimonianze inedite, ricostruzioni minuziose e precise su quello che è successo dopo: è stato presentato ieri ad Arezzo, nella Sala dei Grandi della Provincia, il libro di Francesco Caremani "Le verità sull'Heysel". Cronaca di una strage annunciata (Libri di Sport Edizioni, 13 euro, 160 pagine, www.libridisport.it). "Un libro scomodo", lo ha definito Roberto Beccantini nella bella prefazione. Un libro che ripercorre la storia della strage più grave mai avvenuta in un campo di calcio, quando il 29 maggio 1985, prima di Juventus-Liverpool, allo stadio Heysel di Bruxelles morirono 39 persone, 32 delle quali italiane, sotto la mano assassina degli hooligans inglesi e con la connivente incapacità di prevedere e prevenire della Gendarmeria, del ministero degli Interni e della Federcalcio belgi da una parte, dell'Uefa dall'altra. Questa è la tesi dalla quale muove Caremani, con documenti e testimonianze anche inedite, come quella di una sopravvissuta, Paola Maltoni, che ha raccontato per la prima volta la propria fuga dalla "curva della morte". Chi ha venduto i biglietti del settore Z agli italiani ? Perché dentro lo stadio c'era poca polizia ? Perché, terminata l'autopsia, i morti non sono stati ricomposti ? Perché il Belgio ha sempre impedito di onorare la memoria di quelle vittime ? Tutte domande che nel libro trovano risposta. Ma non solo. L'opera ripercorre la battaglia legale portata avanti dall'Associazione fra le famiglie delle vittime di Bruxelles, fondata ad Arezzo e presieduta da Otello Lorentini, che all'Heysel perse l'unico figlio, Roberto, di appena 31 anni. Una battaglia in cui i familiari sono rimasti completamente soli, assordati dal silenzio delle istituzioni calcistiche e politiche italiane. L'Associazione è riuscita ad arrivare in Cassazione facendo condannare l’UEFA alla corresponsabilità per tutti gli eventi che organizza, creando un precedente che ha fatto giurisprudenza.

14 dicembre 2003

Fonte: Corriere della Sera (Firenze)

Heysel, la notte in cui morì lo sport

di Roberto Carnero

Le verità sull'Heysel. Cronaca di una strage annunciata Francesco Caremani Libri di Sport Edizioni pagine 160, euro 13,00. Perdere la vita per assistere a una partita. Questo assurdo paradosso si è realizzato tante, troppe volte. E per cause diverse: molto spesso quando la tifoseria dello stadio ha finito con il trascendere, senza alcun senso della misura, i propri limiti. Quella dell'Heysel - Bruxelles, 29 maggio 1985, quando, prima della finale di Coppa dei Campioni Juventus -Liverpool, morirono 39 tifosi italiani attaccati dagli hooligans inglesi - è una vicenda esemplare ed emblematica. Una storia che però si è cercato di dimenticare in fretta, forse anche perché pesava come un macigno sulla coscienza di coloro che, nonostante si sapesse quanto era accaduto, decisero di giocare comunque la partita. Esultando, alla fine, per la vittoria della Coppa da parte della squadra bianconera e festeggiando il risultato con i cadaveri dei tifosi ancora caldi. Per non parlare di quelli che, anti-juventini nel midollo, gioirono per quei morti. Ma davvero con queste cose lo sport non ha nulla a che vedere. Utile a rinverdire la memoria, per fare i conti con quanto è accaduto, giunge ora un libro firmato da Francesco Caremani. Giornalista sportivo e storico dello sport, Caremani ci offre una ricostruzione precisa di quella giornata e di quanto ne seguì. Poi dalla ricostruzione scaturisce, nitida, una riflessione su tutta la vicenda. E in questa felice dialettica tra scrupolo documentario e coinvolgimento emotivo risiede il pregio principale del libro: l'autore era adolescente, all'epoca dei fatti, e ricorda lo shock della perdita, all'Heysel, di una persona che conosceva bene, un amico di famiglia, Roberto Lorentini, il cui padre, Otello, alcuni mesi dopo, sarebbe stato il promotore dell'Associazione delle vittime. Proprio dal rapporto con Otello Lorentini, che ha fornito a Caremani materiali e documenti, è nata l'idea del volume. Un libro-inchiesta, un libro-denuncia, scritto, come si diceva, per ricordare e per far ricordare: "Per questo - afferma Caremani - il libro ha un senso, perché solo la memoria restituisce dignità al dolore, l'oblio lo scolpisce e la rabbia l'inaridisce con tutto quello che vi sta intorno. Capisco anche che per molti l'Heysel è ormai una tragedia lontana dai cuori e dalle menti, ma ci sono drammi che non dovrebbero essere mai dimenticati, perché dietro a ogni dramma c'è una persona e il rispetto per la sua vita, per il suo essere stato in vita". Rispetto che, nel caso dell'Heysel, è parso essere stato negato. Una delle questioni aperte e più controverse è quella relativa all'opportunità di far giocare la partita dopo quanto era successo. Sappiamo che l'allora presidente del consiglio italiano, Bettino Craxi, non voleva farla disputare, ma che il ministro belga oppose motivi di ordine pubblico. Craxi, a sua volta, opponeva le ragioni di ordine morale. Col senno di poi, forse, la celebrazione, fino in fondo, del rito sportivo, rappresentò il male minore: se i giocatori avessero abbandonato lo stadio senza giocare, la tragedia avrebbe potuto essere ancora più grande. "Giochiamo per voi, giochiamo perché ci hanno chiesto di farlo", disse rivolto ai tifosi Gaetano Scirea. E pare che furono le autorità e il delegato UEFA a insistere affinché i giocatori, al termine della partita, si recassero sotto la curva dei loro tifosi per "festeggiare". Insomma, una commedia portata avanti per necessità, a denti stretti e con prova di professionismo da parte degli atleti bianconeri. Eppure - nota Caremani - davvero fu dissonante l'esultanza di questi ultimi dopo la vittoria, come sembrarono fuori luogo le parole di Bruno Pizzul il quale, al termine di una faticosissima telecronaca, disse che il significato sportivo della gara era riuscito, per qualche minuto, a far dimenticare la tragedia. "Ma quale significato sportivo ?", si chiede Caremani. E conclude, riassumendo il senso del suo lavoro: "La mia vuole essere una fotografia, come quelle in bianco e nero, quelle che raccontano la storia delle persone comuni, proprio quando il calcio, l'ambiente calcio, ha cercato di cancellare ogni ricordo di quella notte, di quella sera di maggio in cui, probabilmente, lo sport è morto per sempre". Ma - aggiungiamo noi - un libro come questo, scritto da uno juventino doc, eppure lucido e impietoso perché onesto, può aiutarlo a rivivere.

18 gennaio 2004

Fonte: L'Unità

Le verità nascoste sull'Heysel

di Luca Maugeri

I retroscena della strage di vent'anni fa in un libro. Perché la voglia di dimenticare è così forte ?

Stadio Heysel di Bruxelles, 29 maggio 1985. E' la finale di Coppa dei Campioni, a contendersela ci sono Juventus e Liverpool. Prima del fischio d'inizio si compie una delle più gravi stragi che il calcio e lo sport abbiano mai conosciuto. La furia ubriaca di un gruppo di hooligans inglese si avventa sui tifosi juventini posizionati nel settore Z dello stadio. Trentanove i morti, di questi trentadue sono italiani. Dopo vent'anni, in testa restano solo frammenti. L'uomo con la pancia enorme, sdraiato sulla schiena, e il rianimatore che quasi si arrampicava su di lui per pompargli il massaggio cardiaco, però scivolava, non ci riusciva, tutto era fretta e impaccio e assurda morte. Oppure i gendarmi a cavallo, assurdi, una giostra comica nella tragedia, andavano avanti e indietro roteando i manganelli nell'aria, gridando cose fiamminghe. E i salvati, quelli che chiedevano ai giornalisti di chiamare casa per loro, e porgevano bigliettini con i numeri di telefono. E le sciarpe bianconere a terra e sul prato, le bandiere strappate, le scarpe, una piccola di bambino, i resti della vita che fino ad un'ora prima c'era, era lì in curva e cantava nel "settore Z", poi aveva ceduto in uno schianto. Una rete da pollaio divideva gli italiani dagli inglesi, c'era un tramonto rosso pazzesco, erano rosse anche le maglie degli hooligans che tiravano sassi e bastoni contro gli juventini. Gli italiani indietreggiano, gli inglesi insistono, incoraggiati, avanti. Dalla televisione si capiva e non si capiva, c'era quest'onda umana, un movimento progressivo verso sinistra. Si va avanti così già da qualche minuto: carica dei "reds", breve ritirata, la polizia inerme. Bianconeri in fuga. Quelli che cercano di scappare addossati al muretto alla base del settore Z sono troppi. Il muretto crolla e loro cadono per 15 metri, altri continuano a fuggire e si calpestano l'un l'altro prima che a passeggiare sulla testa dei caduti siano gli hooligans. Molti si mettono in salvo e racconteranno. Quelli rimasti a terra finiscono soffocati, schiacciati o carne straziata dalla rete di recinzione in ferro. Tra queste persone c'è anche un medico aretino di 31 anni, sposato e con due piccoli figli. Il suo nome è Roberto Lorentini. Ha affrontato la lunga trasferta in Belgio con il padre Otello. Ma Roberto muore, mentre stava tentando di soccorrere un ferito. Per questo motivo gli verrà conferita la medaglia d'argento al Valor Civile alla memoria dalla presidenza della Repubblica italiana. Il signor Otello si fa in seguito promotore della creazione dell'"Associazione delle vittime dell'Heysel". Tutto il materiale conservato negli anni con cura certosina dal padre di Roberto è stato trasformato in un libro, "Le verità sull'Heysel", Libri di Sport editore, grazie alle capaci e sensibili mani di Francesco Caremani, giornalista aretino amico dello stesso Roberto Lorentini. Immergendosi nella lettura di questo "documento" si scoprono tutti i retroscena di quella strage. Ma, come se non bastasse, si scopre tutto il male che è stato commesso verso quelle 39 vittime negli anni a seguire, attraverso una vergognosa e infamante serie di processi e di scontri, che hanno portato solo ad un responso: dimenticare, dimenticare tutto. Tutti hanno voluto dimenticare la tragedia e i suoi morti: l’UEFA, il Belgio, la Juventus, la città di Bruxelles, e la polizia.

Come se nulla fosse successo, impedendo spesso la possibilità di commemorazioni. Hanno addirittura cancellato lo stadio, ricostruendolo e cambiandogli nome, nella speranza di eliminare anche il ricordo di quella tragica sera. La realtà è che nessuno ha mai voglia di parlarne. Come fosse un ricordo ingombrante. Ma Francesco Caremani non ha avuto peli sulla lingua. Ha messo nero su bianco tutta la verità, nuda e cruda, a volte anche un po' forte, ma certamente una verità onesta. Il libro è scritto con il cuore. E come ha scritto Roberto Beccantini, l'autore della prefazione, è stato scritto "senza astio, senza paura, senza secondi o terzi fini. Pane al pane". Il libro si apre con le testimonianze di chi c'era, quel giorno e in quel luogo d'inferno. Sono testimonianze taglienti, vere, assolutamente e incredibilmente autentiche. Testimonianze che portano profonde riflessioni a chi legge, che cercano di entrare nel racconto, di incrociare i vari ricordi e provare a immaginarsi quelle scene: l'insulso odio degli hooligans, i corpi accatastati, l'avanzare degli inglesi che lanciano per aria gli effetti personali dei tifosi esanimi. Uno sfregio alla persona e alla sua dignità. E poi la partita, iniziata alle 21,41 col sangue intorno al campo e sulla pista di atletica e poliziotti a cavallo che roteano i manganelli e una fila di agenti che separa le due tifoserie nel settore Z, irriconoscibile come dopo un attentato, e giocata sino in fondo nonostante tutti sapessero e tutti conoscessero esattamente cosa era successo. L'agonia della premiazione, mentre il sangue è ancora fresco al suolo del settore Z, e poi solo la voglia di sparire. Ma le immagini del giro d'onore con la coppa in mano sono una scena da brivido, una scena da cancellare dalla storia dello sport, se ancora di sport si può definire. E in questo caso proprio non si può. La coppa, come ha giustamente scritto qualcuno, doveva essere lanciata verso la tribuna, verso i dirigenti dell'Uefa che hanno voluto quello stadio e quella vergognosa organizzazione. L'Associazione fondata da Otello Lorentini ha anche condotto una battaglia legale. Si è aperta un'inchiesta, c'è stato un processo, delle inutili sanzioni, degli umilianti risarcimenti. Ma soprattutto c'è stata l'indifferenza e la totale mancanza di rispetto nei confronti di 39 vittime. Che ancora oggi chiedono giustizia. Impossibile chiedere perdono, sicuramente non con queste premesse e non con questo sfondo. Tutte queste sensazioni, tutte queste testimonianze sono il sale stesso del libro di Caremani. Un libro che sarà sicuramente scomodo per qualcuno, ma necessariamente vero e necessariamente dovuto. Già, proprio dovuto, perché questo libro era, ed è, un doveroso omaggio verso quelle 39 vittime. Non hanno avuto giustizia in un’aula di tribunale, ma hanno comunque il diritto di far sapere a tutti la loro storia. Per avere una giustizia morale, perché la gente sappia e perché le verità non rimangano nascoste, così come molti hanno fatto e continuano a fare. Qualcuno, un giorno, ha scritto che "nessuna persona è morta finché vive nel cuore di chi resta". E se chi resta ha il cuore di Otello Lorentini e la capacità di Francesco Caremani di tradurre questi sentimenti in inchiostro, possiamo stare tranquilli. Sono certo che Roberto, così come gli altri 38 tifosi del settore Z, rimarranno vivi nel cuore di chi leggerà le pagine di questo libro. Oggi, dopo vent'anni, la memoria è qualcosa che brucia ancora e non dà risposte, non dà spiegazioni, proprio come quella sera all'Heysel.

13 aprile 2005

Fonte: Ilcannochiale.it

 "Heysel. Vent'anni dopo" : il documentario

Il dvd realizzato da Atlandide audiovisivi su ideazione e sceneggiatura di Francesco Caremani sarà presentato all’auditorium dell’arbitro club di Arezzo. 

AREZZO - Un dvd dedicato alla tragedia dell’Heysel a vent’anni di distanza da quei drammatici eventi. Lo ha prodotto la Provincia di Arezzo e sarà presentato ufficialmente alle ore 21, all’Auditorium dell’Arbitro Club di Arezzo, presso lo stadio Comunale. Il documentario ha per titolo "Heysel vent’anni dopo" ed è stato realizzato da Atlandide audiovisivi con ideazione, redazione e sceneggiatura di Francesco Caremani, che ha al suo attivo anche un libro sull’Heysel al quale il dvd liberamente si ispira.  "Abbiamo accettato la proposta di produrre questo dvd - spiega il Presidente della Provincia Vincenzo Ceccarelli - con l’obiettivo di ricordare e di custodire la memoria di un evento che coinvolse molto da vicino Arezzo. In questi vent’anni, infatti, si è parlato pochissimo dell’Heysel per una sorta di ragion di stato, in questo caso sportiva e non politica. Noi vogliamo invece onorare la memoria di chi ha perso la vita in quella tragica serata e riaffermare che allo stadio si va per vivere e per gioire e non certo per morire". Alla presentazione del dvd interverranno, oltre a Vincenzo Ceccarelli, il presidente del Coni Giorgio Cerbai, Mario Tralci, membro del Comitato regionale della Fgci, e Carlo Polci, presidente della sezione aretina dell’Aia. "Sono solo due le iniziative organizzate nel mondo nel ventennale dell’Heysel: una è questa e l’altra è l’inaugurazione di un monumento a Bruxelles nel luogo dove avvenne la tragedia - afferma Francesco Caremani. Nel documentario ci sono testimonianze importanti, quella di un ex hooligan e quella dell’avvocato dell’associazione dei familiari delle vittime Daniel Vedovatto che parla della condanna inflitta all’Uefa a seguito dei fatti dell’Heysel, una sentenza storica che ha fatto giurisprudenza". Grande soddisfazione la esprime anche il regista Mario Rebehy di Atlantide Audiovisivi: "Il documentario è il modo migliore di interpretare la realtà ed è una grande opportunità per chi fa regia". 

26 maggio 2005

Fonte: Redazione Viaroma100.net

"Heysel. Vent'anni dopo"

Nelle scuole della provincia. Questa la volontà del Presidente Vincenzo Ceccarelli alla "prima" del documentario dedicato alla strage di Bruxelles.

AREZZO - "Questo lavoro e quest’esperienza devono andare nelle scuole per formare i tifosi e gli sportivi di domani". Sono state queste le parole del Presidente della Provincia Vincenzo Ceccarelli che hanno significativamente concluso la "prima" del dvd "Heysel vent’anni dopo", prodotto proprio dall’Amministrazione provinciale, svoltasi all’Auditorium dell’Arbitro Club. Presenti, tra gli altri, il Questore Massimo Bontempi, il neo presidente aretino della Figc Gianfranco Petrucci, il presidente del Coni Giorgio Cerbai, il presidente Aia, padrone di casa, Carlo Polci, e il vice sindaco del Comune di Arezzo, grande amico della famiglia Lorentini, l’avvocato Paolo Enrico Ammirati. C’erano anche la famiglia Conti e la famiglia Lorentini, le due vittime aretine della tragedia dell’Heysel che proprio domenica 29 maggio compie venti anni. Dopo la visione del dvd, mezz’ora tirata, intensa e commossa, il dibattito appassionato che ne è seguito ha sottolineato la necessità della memoria per una tragedia che ha colpito duramente la città di Arezzo. Da sottolineare il personale ringraziamento di Otello Lorentini al presidente Vincenzo Ceccarelli per l’iniziativa più importante che sia mai stata fatta in provincia in memoria della strage dell’Heysel. Il dvd, realizzato da Atlandide audiovisivi con ideazione, redazione e sceneggiatura di Francesco Caremani, è stato dedicato a Giuseppina Conti, a Roberto Lorentini, medaglia d’argento al valore civile, e alle altre 37 vittime dell’Heysel.

29 maggio 2005

Fonte: Redazione Viaroma100.net

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